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Materiali di approfondimento 1. CHE COS'E' UNA COOPERATIVA? Fonte: www.legacoop.it La societ cooperativa unimpresa. Ha dunque un fine economico.

. Non si pu, per, costituire da soli: nasce da un gruppo di persone che si uniscono per soddisfare un bisogno comune. Il verbo cooperare esprime con semplicit la scelta di operare insieme, unire sforzi, lavoro, capacit, iniziative, risparmi con il fine di raggiungere un obiettivo comune che garantisca gli esiti desiderati. La cooperativa una formula societaria adottabile da persone fisiche e giuridiche che condividono obiettivi comuni e che si uniscono per affrontare insieme le sfide competitive ed innovative del mercato senza omettere, ma anzi mettendo in primo piano, i concetti di solidariet, collaborazione sul lavoro e mutualit che sono i principi ispiratori della cooperativa. Lattivit della cooperativa il frutto della gestione comune del lavoro e focalizza nella figura del socio il fulcro attorno al quale si dipanano gli aspetti di natura economico finanziaria. Elementi valoriali che strutturano una cooperativa sono: il principio mutualistico, luguaglianza dei soci nella societ, letica della solidariet inter-cooperativa, lautonomia incondizionata della struttura, la natura non speculativa. Non si tratta, dunque, di unentit esclusivamente economica, ma va a toccare, in modo non marginale, anche la sfera del sociale e, non ultima, quella culturale. La cooperativa , in sintesi, unimpresa nella quale limportanza della persona-socio prevale su quella dellelemento economico. Alla base della cooperativa sta, infatti, la comune volont dei suoi membri di tutelare i propri interessi di consumatori, lavoratori, agricoltori, operatori culturali. In relazione alla funzione sociale ed allo scopo mutualistico che la caratterizzano, alla cooperativa viene riconosciuto un regime fiscale speciale, variabile a seconda del settore di attivit, volto a favorire un incremento del patrimonio da utilizzare per lo sviluppo dellimpresa. Le cooperative italiane oggi danno lavoro a oltre 1.000.000 di persone. Costituiscono dunque una parte rilevante del nostro tessuto economico. Quella della cooperazione una storia iniziata oltre un secolo e mezzo fa, che potr avere ancora interessanti sviluppi, grazie agli apporti dei futuri soci, lavoratori, utenti ed imprenditori. Grazie alle peculiarit di questo modello dimpresa. La scelta di fondare una cooperativa consente di rispondere a numerosi bisogni, individuali e collettivi. Risposta al bisogno di lavoro Si diventa soci di una cooperativa per creare occupazione, per migliorare le proprie condizioni di lavoro, per valorizzare le risorse individuali e collettive. Risposta al bisogno di far crescere la propria impresa Pi imprese possono aggregarsi in cooperativa per ridurre i costi di gestione, avere pi forza di acquisto e competitivit, intraprendere iniziative comuni. Risposta al bisogno di una migliore qualit della vita e di una migliore qualit dei servizi alle persone Si diventa soci di una cooperativa perch si condivide uno stesso ideale o percorso culturale e sociale. Perch si desidera lavorare in una struttura il cui clima interno orientato alla collaborazione pi che alla competizione. Per fornire prodotti o servizi qualificati a prezzi inferiori a quelli offerti dal mercato, salvaguardando il potere di acquisto, la salute e lambiente.

Fonte: www.confcooperative.it Lart. 45 della Carta Costituzionale italiana riconosce la funzione sociale della cooperazione, in relazione al suo carattere mutualistico ed allassenza di finalit speculative. Alla base della Cooperativa sta ila comune volont dei suoi membri di tutelare i propri interessi di consumatori, lavoratori, operatori culturali, o altro, per i quali la gestione comune dellimpresa diviene uno strumento per non trovarsi in uno stato di inferiorit nei confronti di chi detiene una posizione di forza sul mercato. Tra i requisiti essenziali che costituiscono condizioni imprescindibili affinch si possa parlare di vera e autentica societ Cooperativa vi sono: lassoluta democrazia nella gestione dellimpresa secondo il principio: un socio un voto. il fine esclusivamente mutualistico. Il concetto di mutualit la caratteristica principale di una impresa Cooperativa: crescere insieme, auto aiuto, ogni socio protagonista del proprio lavoro. STORIA DEL MOVIMENTO COOPERATIVO Fonte: www.cooperazione.net Le origini del movimento cooperativo Nel corso degli anni quaranta dellOttocento in diversi paesi europei (Regno Unito, Francia, Germania, Danimarca) iniziarono a delinearsi alcune importanti esperienze cooperative che assunsero ben presto le caratteristiche di veri e propri modelli organizzativi: le cooperative di consumo, quelle di produzione e lavoro, quelle agricole e le banche cooperative. Il Regno Unito fu la culla della cooperazione di consumo. Qui nel 1844, 28 tessitori di Rochdale (cittadina a nord di Manchester) fondarono il primo spaccio cooperativo. Esso e i tanti altri che seguirono (nel 1891 circa un milione di inglesi era gi associato ad una qualche cooperativa di consumo) si posero come obiettivo quello di aumentare il potere d'acquisto degli operai urbani, in un paese in cui la precoce industrializzazione e urbanizzazione aveva sollevato gi nella prima met dellottocento il problema dei bassi salari. Lattivit di tali cooperative consisteva nella vendita ai soci di generi di prima necessit a prezzi di mercato e nella distribuzione degli eventuali utili sotto forma di un ristorno proporzionale agli acquisti effettuati. Ma la Cooperativa di Rochdale si prefiggeva anche lo svolgimento di altre attivit che, purtuttavia, non ebbero lo sviluppo dello spaccio cooperativo, come la creazione di un magazzino per la vendita di derrate ed abiti, la costruzione od acquisto di case, la fabbricazione di prodotti per dare lavoro ai soci disoccupati o mal retribuiti, l'affitto o l'acquisto di fondi rustici da fare coltivare ai soci disoccupati. In Francia, paese meno industrializzato e con unelevata disoccupazione, le prime cooperative cercarono proprio una risposta a questo grave problema. Esse si ispirarono agli ateliers nationaux, vere e proprie officine statali, nate dalle idee socialiste di Louis Blanc, in cui trovavano impiego i lavoratori urbani disoccupati per svolgere opere di pubblica utilit. Grazie agli incentivi concessi con i decreti legge del luglio 1848 vennero fondate molte cooperative, fra le quali ricordiamo lAtelier social di Clich, creato da un gruppo di operai parigini per produrre indumenti per la guardia nazionale, sulla base del principio di un salario uguale per tutti e di guadagni equamente distribuiti. Alla Germania spetta, invece, il primato nella fondazione degli istituti di credito cooperativi. Questo paese, agli albori della rivoluzione industriale, si caratterizzava per uneconomia incentrata ancora su un settore agricolo poco innovativo e dominato dalla piccola e media propriet contadina. E in questo contesto che nel 1840, ad Anhausen (nella valle del Reno), F.W. Raiffeisen diede vita alla prima cassa rurale, la quale, operando su un piccolo mercato (al massimo due villaggi), riservando il credito ai soci (illimitatamente responsabili) e praticando un basso tasso di interesse, cerc di far circolare le poche risorse disponibili al fine di facilitare gli investimenti e la modernizzazione nel

settore agricolo. Sulla base degli stessi principi, ma inserita in un contesto urbano, nel 1850 venne fondata anche la prima banca popolare su ispirazione di Hermann Schulze-Delitzsch. In questo caso gli obiettivi erano di modernizzare il piccolo commercio e lartigianato urbano e di sottrarre queste categorie alla pressione degli usurai. La patria della cooperazione agricola invece la Danimarca, dove per impulso del teologo e vescovo luterano Nicolas Frederich Grndtvigts, vennero fondati a partire dagli anni 1880 caseifici cooperativi, poi macelli e salumifici, che egemonizzarono ben presto il settore per la loro rispondenza ai bisogni dellepoca, riuscendo ad evolversi, con il cambiamento economico fino alla realt odierna. Da queste brevi annotazioni emerge che sin dalle origini limpresa cooperativa ha mostrato la capacit di operare in tanti diversi settori. In particolare, grazie ai principi della mutualit, essa ha saputo creare imprese dove liniziativa privata mancava o non era stata in grado di perseguire lo sviluppo sociale insieme a quello economico. Per approfondire: M. Degl'Innocenti (a cura di), Il movimento cooperativo nella storia d'Europa, Milano, 1988. Nascita e affermazione della cooperazione in Italia La cooperazione in Italia non imbocca un percorso caratterizzato dallegemonia di un particolare modello, ma mostra capacit di radicamento in tutti i settori economici. Alla lunga, forse questo proprio il tratto distintivo che ha fatto la fortuna della cooperazione in Italia, permettendo la costruzione di reti dimprese e di sinergie fra i vari settori. Convenzionalmente, si fa risalire la nascita della cooperazione in Italia al 1854, quando a Torino lAssociazione generale degli operai della citt apr la prima cooperativa di consumo. Nel 1856 alcuni vetrai di Altare (Savona) fondarono la prima cooperativa di produzione e lavoro, mentre la prima Banca Popolare quella di Lodi del 1864. Occorre attendere una ventina danni per vedere la nascita nel 1883 della prima Cassa rurale a Loreggia, nel padovano, ad opera di Leone Wollemborg. Lanno dopo a Ravenna Nullo Baldini fonda la prima cooperativa agricola. Molti e variegati furono gli ideali ispiratori della cooperazione italiana. In ordine cronologico, viene prima lispirazione liberal-mazziniana, gi presente in numerose Societ di Mutuo Soccorso, che fecero spesso da levatrici del cooperativismo. Il socialismo fin dal suo sorgere stabil un rapporto privilegiato, anche se a volte alquanto conflittuale, con la cooperazione, fino ad egemonizzare alla fine del XIX secolo la Federazione fra le cooperative italiane sorta nel 1886, che aveva cambiato nome nel 1893 in Lega nazionale delle societ cooperative. Alla fine del secolo XIX sorgeva la cooperazione di ispirazione cattolica, dopo luscita nel 1891 dellenciclica di Leone XIII Rerum Novarum, che apriva la cattolicit allintervento nelle nuove realt economico-sociali. Il suo primo campo di applicazione fu quello del credito, con il grande successo delle casse rurali di ispirazione cattolica, ma si adoper anche per le latterie e le cantine sociali, le affittanze collettive e il consumo. Nel primo quindicennio del XX secolo la cooperazione fior insieme alleconomia italiana: dalle quasi 2000 cooperative nel 1902 si pass a 7500 nel 1914, oltre ad alcune migliaia di banche popolari e casse rurali, con circa 2 milioni di soci. Per approfondire: R. Zangheri - G. Galasso - V. Castronovo, Storia del movimento cooperativo in Italia, La Lega Nazionale delle Cooperative e Mutue, Torino, 1987. Sviluppo e crisi tra prima guerra e dopoguerra Lo scoppio della prima guerra mondiale determin un maggior intervento dello Stato nelleconomia. Tra gli intenti del governo vi era lammortizzazione dei costi sociali derivanti dal processo inflazionistico, in particolar modo attraverso la calmierazione dei generi di prima

necessit. Le cooperative di consumo furono ritenute adatte per il perseguimento di questo scopo e iniziarono a godere di un rapporto privilegiato con le amministrazioni locali. Esse entrarono cos in una fase di sviluppo numerico e dimensionale, caratterizzata dalla nascita di nuove societ e dallaccorpamento di altre. Anche se il fenomeno interess soprattutto i grandi centri, significativo che fossero coinvolte da questo trend positivo sia le societ di orientamento cattolico, che quelle di ispirazione socialista. Anche altri settori cooperativi furono partecipi di una crescita similare, in virt di un dialogo pi serrato tra i vertici politici dello Stato e quelli delle organizzazioni cooperativistiche, in particolar modo della Lega. In ambito agricolo fu emanato un decreto ministeriale sul credito agrario che agevolava laccesso ai finanziamenti, mentre nel comparto della produzione e lavoro un sempre pi alto numero di appalti e commesse belliche veniva pilotato verso le cooperative, che si ritrovarono interpreti di uno sviluppo maturato allombra della protezione statale e come tale caratterizzato da alcune debolezze strutturali. Questi processi politico-economici ebbero come conseguenza fondamentale un decisivo passo in avanti nella creazione di strutture di rappresentanza e coordinamento delle singole imprese autogestite. Se una parte della forza della cooperazione, nelle diverse sfaccettature ideologiche, stava anche nella sua capacit di sottrarsi alla competizione del libero mercato attraverso la ricerca dellala protettiva dello Stato e degli enti locali, allora era indispensabile formulare organismi preposti al dialogo istituzionale, cos come pareva impellente trasformare linsieme delle singole imprese in un movimento coeso ed organico. Questa tensione alla centralizzazione si concretizz con la nascita di tre Federazioni nazionali in seno alla Lega corrispondenti ai settori agricolo, di consumo e di produzione e lavoro e con un maggior raccordo tra le varie organizzazioni cooperative del movimento cattolico. In questultimo caso il processo di strutturazione part dalle singole federazioni (agricola, di consumo, delle casse rurali), che superarono il tradizionale isolamento e diedero luogo ad una serie di rapporti e collaborazioni che sono alla base della successiva creazione della centrale ispirata ai valori cristiano-sociali: la Confederazione cooperativa italiana costituita nel 1919. Terminato il primo conflitto mondiale, il movimento cooperativo appariva sostanzialmente irrobustito, specie nel comparto del consumo che pi degli altri aveva conosciuto i benefici dei finanziamenti dellIstituto nazionale di credito per la cooperazione. Il successo economico e lo sviluppo numerico delle societ autogestite suscit timori e risentimenti in buona parte dei ceti medi italiani, in particolare fra i commercianti, i proprietari terrieri e gli industriali. Matur lidea che la cooperazione, sempre pi articolata attraverso le strutture consortili, rappresentasse un modello economico che traeva le proprie energie da un intreccio illiberale con il potere politico, anche perch le varie organizzazioni autogestite erano dichiaratamente animate da unideologia di riferimento. Nei primi anni venti, queste accuse di parassitismo e gli attacchi della stampa contro la cooperazione politica si sommarono ad una congiuntura economica non pi favorevole. Su questi problemi si innestarono le violenze squadriste perpetrate dal nascente fascismo, che, forte di un diffuso fiancheggiamento istituzionale, condusse una lunga serie di attacchi e aggressioni a uomini e sedi della cooperazione. Mussolini ed i suoi collaboratori avevano compreso come lorganizzazione cooperativa rappresentasse un decisivo collegamento tra organizzazioni di massa e societ civile; infatti, listituto cooperativo era sostanzialmente percepito come unentit politica oltre che economica, che andava ad inserirsi, assieme alle leghe rurali, ai sindacati, alle camere del lavoro e alle case del popolo, in quellinsieme di strutture sociali prevalentemente di ispirazione socialista, cattolica o anche repubblicana che permeavano la societ civile dellepoca, rappresentando di fatto uninsostituibile cerniera tra partiti e cittadini. Per il fascismo la rottura di questi legami avrebbe significato la crisi delle forze avversarie, e dunque si trattava di un tassello imprescindibile per la conquista del potere istituzionale. Nei primi anni venti, centinaia di cooperative furono teatro di assalti, violenze, uccisioni e devastazioni di ogni tipo, preludio di un successivo controllo sul movimento. Per approfondire:

F. Fabbri (a cura di), Il movimento cooperativo nella storia d'Italia (1854 - 1975), Milano, 1979. Discontinuit e permanenze durante il regime fascista Con il passaggio dal movimentismo squadrista al partito istituzionale, il fascismo cambi gradualmente strategia, orientandosi verso unopera di ricostruzione e, contemporaneamente, di ridefinizione di quanto aveva fino a quel momento distrutto e colpito. Linsieme delle organizzazioni che avevano costituito la giuntura tra partiti e societ civile cominci ad essere visto come un possibile strumento per lallargamento del consenso ed il controllo delle masse. Il fascismo non fece altro che utilizzare, entro un'inedita cornice autoritaria, illiberale e antidemocratica, organizzazioni come i sindacati e le cooperative che in precedenza erano state concepite allinterno di ideologie di differente natura. Puntando lindice contro le gestioni di socialisti e cattolici, dipinte come parassitarie ed economicamente fallimentari, il fascismo prese ad esaltare una cooperazione apolitica, baluardo contro la speculazione ed esaltatrice del lavoro, nonch depurata ideologicamente dai concetti che avevano contribuito a partorirla. Si trattava di realizzare questo ambizioso progetto coniugando una violenza sotterranea con una gestione proficua degli interessi economici delle cooperative. Pur viziato da indubbie contraddizioni, non ultima il far coesistere lautoritarismo e limposizione con una parvenza di autogestione, il progetto andava inscrivendosi allinterno del pi vasto piano di realizzazione del totalitarismo. Il principale obiettivo immediato che il regime si era dato in fatto di politica cooperativa era lo snaturamento del carattere popolare-proletario del movimento e la concettualizzazione di un modello alternativo che fosse interprete dei valori che sottendevano al fascismo. A seconda che si ritenga raggiunto o fallito questo scopo, si soliti usare la diversa terminologia di cooperazione fascista o dicooperazione sotto il fascismo. Si arriv cos allo scioglimento della Confederazione e della Lega e alla costituzione il 30 dicembre 1926 dell'Ente Nazionale Fascista della Cooperazione, inquadrato nell'ordinamento corporativo. La successiva metamorfosi della cooperazione allinterno del processo corporativo non ha rappresentato esclusivamente la creazione di un veicolo politico per la conquista del consenso, ma si spesso risolta in un successo economico dellimpresa autogestita. Non solo gli anni del ventennio non produssero complessivamente un riflusso dimensionale del movimento, ma traspaiono anche nella politica cooperativa del regime alcuni elementi di modernit. In particolare, poich non era pi esistente l'articolazione politica della cooperazione, si procedette a fusioni tra sodalizi omologhi su base locale, precedentemente divisi da orientamenti ideologici differenti. In altri casi, per, limposizione da parte del PNF di propri uomini ai vertici delle aziende autogestite provoc problemi di incompetenza ed episodi di gestione privatistica dei beni societari da parte delle dirigenze. In generale, il settore cooperativo della produzione e lavoro fu quello che meglio pot recepire i provvedimenti presi dal regime in materia economica. In particolare grazie allaumento della spesa per le opere pubbliche, voluta per sostenere loccupazione dopo la crisi del 1929. E pi difficile valutare landamento del settore del consumo che, sebbene presenti dati statistici in parte contraddittori, pare comunque caratterizzato da un sostanziale dinamismo. In agricoltura spicca decisamente la fioritura del comparto cooperativo di trasformazione dei prodotti, composto da aziende come le latterie e le cantine sociali, gli oleifici, i mulini, le fabbriche di conserve, le distillerie e gli essicatoi. Forse anche per il fatto di presentarsi come un ideale trait dunion tra reminiscenze ruraliste e mito del progresso tecnologico, lagroindustria appare il comparto economico cooperativo che meglio venne a svilupparsi durante il ventennio. Al contrario si registr un sostanziale riflusso delle casse rurali, che oltretutto segnarono un progressivo distacco dal loro originario scopo, in seguito allapprovazione di alcune normative che ne limitavano le funzioni variandone la composizione sociale. Per approfondire: M. Fornasari - V. Zamagni, Il movimento cooperativo nella storia d'Italia. Un profilo storico-

economico (1854 - 1992), Firenze, 1997. Dalla Resistenza alla Ricostruzione A partire della caduta del fascismo del 25 luglio 1943, le cooperative cominciarono a riappropriarsi di quellautonomia che per anni avevano visto limitata. Nel Centro-Nord la fase della Resistenza rappresent un singolare periodo di sviluppo sotterraneo della cooperazione. Pur allinterno di una cornice di economia di guerra, di occupazione straniera e di conflitto civile, il movimento venne elaborando le strategie per un proprio rilancio allindomani dellarrivo degli Alleati, con lintenzione di coniugare ricostruzione materiale e ricostruzione morale. Questo progetto fu fortemente sostenuto dai CLN, in cui i vari partiti stavano definendo i programmi da attuare nel dopoguerra, allinterno dei quali la cooperazione aveva ruoli e compiti impegnativi ed autorevoli. Il periodo postbellico fu caratterizzato da una fioritura, per certi versi sorprendente, di nuove imprese cooperative, specie nei settori della produzione e lavoro e del consumo, che si trovavano a soddisfare i bisogni pi immediati della riedificazione materiale e della calmierazione dei prezzi. Si trattava di un fenomeno in cui confluivano due spinte differenti ma complementari: la prima era quella dello spontaneo associazionismo popolare, fatta di entusiasmo e di impegno diretto, la seconda era quella istituzionale, gestita da politici e tecnici del cooperativismo. Entrambe erano motivate dallidea che lunione cooperativa rappresentasse il mezzo pi ideoneo in quella precisa fase storica, nonch un possibile tratto saliente del successivo sviluppo. Nonostante questidentit di vedute, non si ebbe la capacit di superare il tradizionale frazionamento politico che il fascismo aveva soppresso, ma non cancellato culturalmente. La Lega e la Confederazione delle cooperative si ricostituirono autonomamente nellimmediato dopoguerra mentre nel 1952 si aggiunse alla centrale cattolica e a quella socialista, lorganizzazione di rappresentanza dei cooperatori socialdemocratici e di gran parte di quelli repubblicani (Alleanza generale delle cooperative italiane AGCI), fuoriusciti dalla Lega poco tempo dopo che questa era passata da una conduzione riformista ad una pi spiccatamente comunista. In sostanza: la nascita di tre centrali nazionali cooperative, divenute poi quattro, corrisponde alle visioni strumentali che i partiti del tempo, D.C., P.C.I., P.S.I., P.R.I., avevano della cooperazione, vista come movimento associativo e strumento di consenso e mobilitazione delle masse, non come un insieme di imprese sociali, che potessero rispondere in piena autonomia ai bisogni delle classi pi povere della citt e delle campagne. Questa visione prevalente e non univoca aveva radici e origini lontane, dalla fine dell'800, ed era stata solo in parte contrastata. Troppo forte era l'influenza nella popolazione delle ideologie di partito e della Chiesa cattolica. Ancora oggi nonostante si avvertano fortemente le esigenze di superamento delle divisioni, per andare ad una ricomposizione unitaria delle Centrali cooperative, ci non avviene. Si assister invece, negli anni successivi, ad un ulteriore frazionamento del movimento cooperativo con la costituzione di nuove Centrali cooperative, prima fra tutte l'U.N.C.I. (Unione Nazionale delle Cooperative Italiane), promossa dall'On. Donat Cattin, che trova fonte di ispirazione nella Dottrina sociale della Chiesa cattolica. Se la mancanza di unit del movimento poteva costituire una debolezza, la cooperazione benefici di una legislazione sicuramente favorevole. Nella nuova Costituzione repubblicana venne inserito un articolo col quale si riconosceva la funzione sociale e non speculativa della cooperazione, e si demandava allo Stato il compito di promuoverne lo sviluppo. Di l a poco, nel dicembre del 47, fu approvata la cosiddetta legge Basevi, che fissava i principi solidaristici e democratici a cui avrebbero dovuto ispirarsi le cooperative, e le clausole che avrebbero permesso di certificarne il rispetto del requisito della mutualit secondo la Costituzione. Per approfondire: F. Canosa, Bianca, rossa e verde. La cooperazione in Italia, Bologna, 1978. Il miracolo economico

Sullonda del progresso economico degli anni cinquanta e sessanta la cooperazione godette di uno sviluppo dimensionale e qualitativo. In quasi tutti i settori si pass dal piccolo sodalizio artigianale del dopoguerra, caratterizzato dallimprovvisazione e dallo stato di necessit, ad aziende sensibilmente pi moderne e strutturate. Nel comparto agricolo la cooperazione super gradualmente il modello di organizzazione tra i braccianti, tipico della centrale socialista, per approdare a un tipo di struttura poliedrica, composta dallinterazione di pi forme societarie: accanto alla classica cooperativa che coltivava la terra comparvero sempre pi dei sodalizi agroindustriali o di servizio e dei consorzi per gli approvvigionamenti e per la commercializzazione. Il settore del consumo fu uno dei primi a superare il classico frazionamento geografico e a percorrere la strada delle fusioni; negli anni sessanta la rete distributiva venne aggiornata, con lintroduzione di punti vendita come i supermercati, in sostituzione dei piccoli spacci. Inoltre, alla consueta associazione fra i consumatori and sempre pi affiancandosi il modello di cooperativa commerciale che riuniva i piccoli esercenti. Nel settore della produzione e lavoro si registr un allargamento della presenza cooperativa a molti comparti tradizionalmente egemonizzati dai privati, in particolare in quelli manifatturiero e dei servizi. Le cooperative di costruzione, a loro volta, consolidarono la propria posizione, procedendo in alcuni casi ad accorpamenti e alleanze consortili per puntare ad un target di appalti di mole pi consistente. Nellambito del credito, le casse rurali si riorganizzarono dando vita alla Federcasse (1950) e beneficiando di alcune riforme legislative che ne consentirono lampliamento delloperativit; nel comparto assicurativo la cooperazione super il nanismo che la confinava a piccole mutue agricole o vecchie societ di mutuo soccorso, e rafforz la propria presenza con la fondazione dellUnipol (1963). In sintesi, negli anni del miracolo italiano, la cooperazione matur una cultura imprenditoriale e una consapevolezza delle proprie possibilit che la spinsero a confrontarsi proficuamente con il mercato. Anche se il successo economico probabilmente pi legato ai decenni successivi, quando il movimento dimostr un indiscutibile dinamismo in fasi di generale recessione, negli anni cinquanta e sessanta ebbe luogo un processo di radicamento della cooperazione; la formazione di strutture orizzontali e verticali, con scopi di rappresentanza o di ottimizzazione gestionale, indica fino a che punto il movimento ebbe la capacit di adeguarsi alle trasformazioni internazionali del mercato edi confermarsi tra i protagonisti delleconomia italiana. Per approfondire: I. Bianco, Il movimento cooperativo italiano, storia e ruolo dell'economia nazionale, Milano, 1975 Gli anni della ristrutturazione Negli anni settanta la crescita economica stata lenta e l'andamento discontinuo. Leconomia italiana si trovata a vivere la pi lunga e grave crisi del dopoguerra, durante la quale crebbe linflazione e il disavanzo pubblico del Paese, afflitto anche dallinasprirsi del fenomeno terroristico e da preoccupanti segnali di instabilit interna ed internazionale. Proprio in questo travagliato decennio il sistema delle imprese cooperative riuscito a proporsi come grande forza di progresso: capace, cio, di creare lavoro e nuovi servizi, di difendere produzione e capacit reale d'acquisto dei consumatori, di tutelare la qualit dei consumi e dell'ambiente. Lambito di richiamo del movimento cooperativo si allargato a ceti sociali e categorie professionali pi vaste e per motivi non pi riconducibili alla sola tutela dei pi deboli. La domanda cooperativa si caratterizzata in particolare fra i giovani e le donne come domanda di lavoro qualificato, di autogestione e di una migliore qualit della vita. Gli anni tra il 1977 ed il 1979 rappresentano un periodo di eccezionale sviluppo del movimento cooperativo e non a caso essi coincidono con la fase culminante della politica di solidariet nazionale. Del mutato clima di quegli anni testimonianza concreta la convocazione, nel 1977 della"1 Conferenza Nazionale della Cooperazione", indetta dal Ministro del Lavoro, On. Tina Anselmi.

A segnare le cadenze di sviluppo delle cooperative non sono solo i risultati di ordine quantitativo; sono sorte infatti nuove forme associative e nuove strutture in settori prima di allora ignorati e trascurati: per i servizi culturali e sociali, per quelli turistici, per la formazione professionale. In questi anni, a fronte delle difficolt incontrate dalla realizzazione di un modello di welfarestate che vedeva lEnte pubblico come unico protagonista, sono nate le prime cooperative operanti nel settore dei servizi sociosanitari. Attorno alla cooperazione si sono anche accese diffuse speranze fra i giovani disoccupati e nel Mezzogiorno. Nel 1985 il movimento cooperativo ottiene la cosiddetta legge Marcora n.49 del 27 febbraio che prevede la costituzione di un fondo speciale a favore delle cooperative costituite tra lavoratori in cassa integrazione, mentre trova un posto importante nelle due leggi emanate tra 1985 e 1986 a favore dello sviluppo dellimprenditorialit giovanile nel Mezzogiorno. La grande novit degli anni Ottanta costituita dal fiorire della cooperazione sociale, con la formazione di consorzi, il primo dei quali nasce a Brescia nel 1983, mentre nel 1985 si tiene ad Assisi la prima assemblea nazionale della cooperazione sociale. La legge 381 del 1991 suggella la novit portata dalla cooperazione sociale, dove la solidariet non declinata solo fra i soci, ma anche a favore degli utenti e fra i collaboratori trovano posto anche i volontari. Sulla scena nazionale, dunque, il movimento cooperativo si posto come originale protagonista imprenditoriale in un periodo di particolari difficolt e, a fronte di questa responsabilit, ha provveduto, non senza grossi investimenti, a dotarsi di capacit manageriali adeguate alle nuove sfide. In questo modo la cooperazione, durante gli anni Settanta e Ottanta stata in grado di conseguire la maturit per svolgere nel Paese una funzione importante come strumento sociale, economico e produttivo, capace di aggregare i diversi interessi di molte categorie, facendole partecipi della conquista di sbocchi occupazionali e produttivi nel loro interesse e in quello della crescita generale dell'intero Paese. Per approfondire: G. Sapelli, La cooperazione come impresa: mercato economico e mercato politico, in G. Sapelli (a cura di), "Il Movimento cooperativo in Italia. Storia e problemi", Torino, 1981, pp. 254-349. Gli ultimi sviluppi A seguito della crescente finanziarizzazione delleconomia, il movimento cooperativo ha rivelato un sempre maggiore bisogno di capitali e la sotto-capitalizzazione delle imprese cooperative ne ha costituito un debolezza storica. Due sono le strade per superare tale debolezza: laccesso indiretto al mercato dei capitali, attraverso spa a controllo cooperativo, che vengono sempre pi acquisite o costituite; la modifica della legislazione a scopi di far affluire maggiori capitali direttamente alle cooperative. Il 31 dicembre 1992 venne emanata la legge n. 59 che introdusse nel nostro ordinamento alcune importanti novit concentrate attorno ad alcuni aspetti finanziari della societ cooperativa. Le novit principali riguardavano alcune modalit di finanziamento delle cooperative introdotte allo scopo di avviare a soluzione lannoso problema della sotto-capitalizzazione. La legge ha istituito due nuove categorie: i soci sovventori le cui risorse finanziarie possono essere utilizzate nellambito di fondi per lo sviluppo tecnologico e per la ristrutturazione e il potenziamento aziendale e gli azionisti di partecipazione. Inoltre, la legge ha imposto la destinazione del 3% degli utili societari annuali alla promozione e allo sviluppo della cooperazione. Per le cooperative aderenti ad una associazione di rappresentanza questo contributo destinato ad un fondo costituito dalla associazione. Il pi recente intervento legislativo in ambito cooperativo quello che ha imposto nel 2002 un pi preciso riconoscimento del carattere mutualistico delle cooperative e ne ha ristretto le facilitazioni fiscali. Gli effetti di questa legislazione restano ancora da vedere. Se da un lato il concetto di "mutualit prevalente", pur introdotto con requisiti quantitativi, pu essere interpretato come una spinta a rinverdire lo spirito cooperativo, dall'altro non si pu non valutare negativamente lo spirito esplicito, contenuto nella legge, a trasformare le cooperative in societ di capitali. La cooperazione in tutti questi anni ha consentito a ceti e classi, che altrimenti ne sarebbero stati

esclusi, di accedere allesperienza dellimpresa, di produrre reddito, occupazione e solidariet, tre aspetti inscindibili del progresso economico e sociale di un Paese civile. Fin che non verr meno laspirazione di molti giovani ad essere protagonisti del proprio lavoro e linteresse della societ verso una democrazia economica dove ci sia non solo la libert di scegliersi lambito del proprio lavoro, ma anche la libert di scegliere le forme di impresa in cui esercitarlo; dove ci sia non solo la libert di scegliere i prodotti da consumare, ma anche la libert di associarsi per proteggere i diritti del consumatore a non essere defraudato n sul prezzo n sulla qualit, il movimento cooperativo conserver, anzi non potr se non aumentare la sua attrattiva. Per approfondire: Vera Negri Zamagni, L'impresa cooperativa italiana: dalla marginalit alla fioritura, Helsinki, 2006. http://www.cooperazione.net/fileadmin/coop/uploads/impresa_cooperativa_italiana.pdf Antonio Fici, La partecipazione finanziaria dei lavoratori nelle societ cooperative in Italia, 2004, Progetto Confidence. 2. Giulio Sapelli, Cultura e vita di un'impresa, Donzelli, Roma, 1995 Che cosa sia la cultura, la cultura dimpresa in un mondo che ha fatto dellimpresa il centro dellattenzione e della stessa societ diviene difficile e arduo da definire, tanto sono le aspettative che si sono create in proposito. E troppe parole sono state dette a sproposito. Viene quasi a noia il problema quando si vive di retorica melensa. Torniamo invece ai fondamenti. La cultura d impresa nel suo porsi storico e sociologico e antropologico - e solo dopo economico - un condensato di saperi tecnologici e organizzativi che consentono la riproducibilit della razionalit produttiva, sia il prodotto un bene materiale o un servizio immateriale. E questo perch l impresa non l imprenditore, condizione necessaria ma non sufficiente. Quest ultimo un innovatore, un deviante rispetto al normale e prevedibile fluire delle cose del mondo. L imprenditore produce uno scarto di mondi vitali tecnologici, relazionali, antropologici: innova, appunto, come ci insegnano i classici e rischia del suo e non dell altrui, sempre. Ma pu farlo individualmente o come gruppo senza perci automaticamente dar vita a una impresa. In un chiosco di prodotti della campagna e del mercato globale come vediamo spesso nell America del sud o all angolo delle strade nei pasoliniani vicoli di Napoli, dove la storia si fermata ma la societ si riproduce con mille invenzioni che consentono di vivere, ci sono migliaia di imprenditori senza impresa, ricordiamolo. Limpresa, invece, la continuit organizzativa, tecnologica, relazionale - tra le persone, beninteso - e tra questa continuit condensata in prodotti e in servizi e il mercato, quale che sia la forma che esso assume sotto l imperio della legge e gli usi e le consuetudini. Pensate a quale condensato di saperi, di culture, di passioni necessario per far tutto ci. Non finisco di esserne affascinato e ogni girono mi commuove la fatica e la tensione che tutto ci., a tutte le persone che nell impresa lavorano, tutto ci richiede. Eccola qui la cultura d impresa: una necessit di razionalizzazione strumentale, di monitoraggio continuo delle opportunit di processo e di prodotto, una capacit di inventare e di costruire gerarchie nei mercati dei beni e dei capitali, tra economia monetaria e relazione sociale. L orientamento dell impresa legale razionale o non ; il comando non si consuma nel narcisismo del potere,pena il disordine e la morte, quanto, invece, nella gioia di perseguire il risultato. Ma allora- e qui

veniamo al nesso tra impresa e societ-per limpresa e per coloro che la dirigono l ambiente omeostatico a tutto ci che abbiamo prima descritto essenziale come lacqua per i pesci. Intendiamoci bene: non deve essere eguale all impresa senn l impresa entra in relazione con nulla di diversonon ostile e decade e finisce. E la diversit virtuosa che fa vivere l impresa. Non lomologazione: di essa si muore per asfissia, come ci sta capitando.Ma allora la societ deve essere una societ fondata sulla credenza nella legalit, sulla cultura della disciplina dei doveri pi che sulla caparbiet narcisistica di diritti. Ecco la sostenibilit necessaria per l impresa nella societ. La diversit non configge con la certezza procedurale, perch solo la certezza delle regole garantisce che l impresa abbia tutto ci di cui ha bisogno:prevedibilit, chiarezza, non assistenzialismo, ma sostegno a distanza dettato e garantito dalle regole uguali per tutti. In un mondo di contratti imperfetti l impresa ha bisogno di etica, ossia di morale condivisa in vista del sostegno del mercato: di fairness che consenta di continuare a operare anche laddove la legge non giunge perch non pu tutto coprire con il suo manto. ma dove quel mantello non giunge deve giungere il sentimento interiore di essere dei buoni cittadini. E la societ deve premiare e non punire i buoni cittadini, se si vuole che l impresa sopravviva. La civilt delle buone maniere- che non star composti a tavola, o non solo questo- deve sovradeterminare lorientamento, le volizioni, i valori delle persone, tanto pi quanto pi esse sono collocate in posizioni apicali nella societ. E allora che dire dellItalia? L Italia sempre stata, salvo che in periodi brevissimi, generatrice di culture contrarie allimpresa. Quei periodo sono il secondo ottocento, quando la destra storica risorgimentale consegu il potere politico, e gli anni del secondo dopoguerra quando la generazione degli anti-italiani formatisi nella lotta nazionale di Liberazione (non solo dal fascismo, ma anche e forse soprattutto, dalle tare originarie dellItalia stessa) assunsero il potere. Poi l Italia torn a essere quella che oggi:quella leopardiana, fondata non su virt ma su consuetudini e vizi, sulla mancanza del monopolio della forza in larga parte del territorio nazionale. L impresa non ha trovato ancora la sua legittimazione? E vero. Io mi sono consumato la vita per cercare di far ci e ogni giorno oscillo tra la speranza e la disperazione. Ogni giorno incontro manager e imprenditori che voglio produrre cittadinanza alla cultura umanistica, benessere per i dipendenti e rispetto per la persona, vantaggi per i consumatori e sussidiariet orizzontale, ossia sostegno alle comunit in cui si opera. Cosi fanno, del resto, le migliori grandi corporation anglosassoni, alcune grandi imprese europee,alcun delle ormai pochissime grandi imprese italiane, industriali e bancarie e, soprattutto, molte piccole e medie imprese famigliari. Ma non basta. Occorre una rivoluzione gobettiana, liberale nel senso morale e intellettuale, che promuova energie nuove e cangianti per la loro capacit di superare e vincere le tare originarie di uno stato e di un popolo che non una nazione perch non una comunit di destino e che quindi non riesce- salvo poche brillanti eccezioni- a inserirsi virtuosamente nella globalizzazione nonostante l immensa ricchezza delle nostre capacit personali, l immensa ricchezza delle esperienze umane di generazioni e generazioni di manager e imprenditori intelligenti. Occorre formare e formarsi nellimpresa con grandi progetti educativi e valorizzare le imprese che ci fanno. Non il managerialismo che ci salver, ma lalta cultura e lo sviluppo autonomo e libero delle persone. Cos si vincer con l impresa e per l impresa perch si vincer incivilendo la societ: l anima di un popolo che deve continuamente ritrovare se stesso.

Proposte di incontro

Cooperativa Nan Definizione Con il contributo del consorzio Risteco, nata la cooperativa Nan: il tentativo di unire leggerezza ecologica e sociale a produzione di valore dimpresa, vivendo la dignit del lavoro cooperativo, costruendo quelle risorse che possono rendere decorosa lesistenza di chi ci sta attorno e di chi verr dopo di noi, condividendo e propagando la cultura della sobriet e della giustizia sociale, salvaguardando la possibilit di agire uno sviluppo che sia rispettoso dellambiente e degli uomini. Crediamo che sia possibile organizzare un modo collettivo di vivere e lavorare che, pur producendo valore in unottica di economia di impresa, calpesti il meno possibile lecosistema e le persone per

aprirsi davvero a quella razionale capacit di futuro, riuscendo a produrre una percorso che lasci ai nostri figli un mondo almeno un po migliore di quello che abbiamo avuto noi. Progetti e Attivit Lattivit principale gravita attorno al ristorante enoteca De Amicis, promosso da Acmos dal marzo del 2005. La sfida raccolta decidendo di riaprire questo spazio storico di Torino (corso Casale 134 Torino, 1 piano, 011.8132559) quella di voler coniugare la ristorazione intesa come momento in cui celebrare la convivialit gustando una cucina semplice ma sfiziosa, con unattenzione politica, sociale e culturale; attenzione fatta di percorsi culturali, di scelta strategica nella proposta delle materie prime adoperate, di collaborazioni e gemellaggi importanti. In questi primi anni si riscontrato un vivo interesse verso il locale e un buon apprezzamento per la cucina e per la nuova squadra di gestione. La media dei coperti per sera circa 20. stato pure aperto un punto vendita per i prodotti a marchio Libera Terra. Laltra attivit, lanciata durante il 2010, rappresentata da 1 bottega di commercio di prodotti ad alto valore sociale in via Marsigli. Via Marsigli in particolare luogo di laboratori su informatica, cucina, yoga, dramaterapia, cucito, pittura, centro di momenti conviviali e di confronto atti ad integrare gli ospiti della struttura di accoglienza di via Marsigli con le persone del territorio. Nan collabora con il Centro Crisi per linserimento lavorativo di adulti e giovani in un progetto di riavvicinamento al lavoro e alla socialit delle persone in difficolt, e con i servizi sociali per linserimento dei minori alla prova. Sul territorio collabora con le scuole, con le cooperative sociali di tipo B, condividendo con alcune spazi e progetti, e condividendo con loro lelaborazione e il perfezionamento di nuove linee da proporre. Lamministrazione gestita dal servizio Per mano dellassociazione Acmos Numeri: I soci cooperatori sono oggi 7 lavoratori: 1 Cuoco, 1 aiuto-cuoco e servizio in sala, 1 coordinatore delle attivit 4 addetti alle vendite. 3 persone inserite grazie alla collaborazione con il centro Crisi. 15 laboratori formativi sui consumi e gli stili di vita.

Il Consorzio Abele Lavoro www.csabelelavoro.it Il CONSORZIO ABELE LAVORO nasce nel marzo 1998 per dare una voce pi consistente alle esperienze maturate nell'ambito dei percorsi lavorativi di soggetti provenienti dall'area del disagio; fornire una risposta logistica ed organizzativa al settore lavoro, una delle tre aree d'intervento dell'associazione Gruppo Abele. Con la legge 381/91 si sviluppato in modo consistente il progetto imprenditoriale delle cooperative del Consorzio. Il fatturato annuale complessivo ammonta a circa 23 milioni di euro. Sin dalle sue origini il Consorzio Sociale Abele Lavoro ha portato avanti una riflessione approfondita sugli inserimenti lavorativi, di concerto con le cooperative aderenti e tutte quelle realt territoriali che a vario titolo sono impegnate su questo tema. A questo percorso ha fatto seguito una serie di sperimentazioni e realizzazioni concrete di percorsi di inserimento, sfociati frequentemente in casi in assunzioni a carattere duraturo. Il Consorzio Sociale Abele Lavoro si prefigge pertanto come scopo il creare impiego tramite le cooperative sociali aderenti e di favorire l'ingresso nel mondo del lavoro di persone segnate da percorsi di emarginazione, promuovendo con il territorio processi di inclusione sociale. Rispetto alle realt imprenditoriali territoriali il Consorzio opera per la selezione e il sostegno-affiancamento delle persone inserite e interlocutore con l'azienda stessa. Per realizzare tale scopo il consorzio accreditato presso la Regione Piemonte in qualit di Agenzia di orientamento al lavoro per le fasce deboli, con la sua Agenzia Nautilus. Le cooperative sociali riunite nel Consorzio Abele Lavoro (Csal) sono nate per offrire nuove opportunit e lavoro alle persone in difficolt che l'associazione ha accolto nel tempo. Rientrano infatti nella categoria delle cooperative di tipo B istituite e regolamentate dalla legge 381 del 1991 e attualmente occupano oltre 700 persone, di cui pi del 30 per cento certificati svantaggiati ai sensi della legge 381, in situazioni di fragilit sociale dovuta a un disagio fisico o psichico, legata all'uscita dal carcere o da una condizione di dipendenza da sostanze stupefacenti. Persone che hanno vissuto difficolt esistenziali importanti ma che attraverso il lavoro possono tornare a mettersi in gioco, trovare un'opportunit concreta di reinserimento nella vita sociale e anche uno spazio educativo e formativo. Molte delle consorziate hanno alle spalle una storia ventennale, come la Piero e Gianni, che produce strutture in legno per arredi urbani, La Rosa Blu, nata nel 1977 e impegnata nel settore delle confezioni tessili e della filiera del riciclo della carta o la cooperativa La Porta, con i suoi laboratori di falegnameria e restauro, le ristrutturazioni edili, gli allestimenti di fiere e la raccolta domiciliare dei rifiuti ingombranti. Ma il Consorzio lavora anche per la salvaguardia dell'ambiente attraverso l'avvio al riciclo e la razionalizzazione dell'utilizzo della carta o la cura degli spazi verdi pubblici: con i suoi oltre 300 lavoratori, Arcobaleno la cooperativa pi grande e si occupa della raccolta differenziata di carta e cartone a Torino (progetto Cartesio) ed in alcuni comuni dell'area del Chivassese, servizio rifiuti ingombranti e rifiuti elettronici a Torino, mentre Agridea cura la manutenzione del verde cittadino in alcuni comuni dell'hinterland, la gestione di servizi cimiteriali e la raccolta differenziata di rifiuti urbani e il loro conferimento. Luci nella Citt e La cometa di San Lorenzo lavorano invece nel settore delle pulizie civili e industriali, di sorveglianza e nella manutenzione delle aree verdi e arredo urbano. Luci nella Citt gestisce anche a Torino un servizio di catering e un centro aggregativo dov' possibile trovare un ristorante, un bar-caffetteria, una foresteria con sei camere,

un emporio con prodotti alimentari Slowfood ed equosolidali, un centro studi. Infine, Oltre il Muro fa registrazione di dati e archivi su data-base elettronici. Nella ricerca di nuove attivit dove promuovere il reinserimento lavorativo, Arcobaleno ha sviluppato un Settore Energia, di cui Dinamo srl, societ che appartiene al 100 per certo ad Arcobaleno, oggi l'emanazione operativa: oltre ad aver realizzato diversi impianti fotovoltaici, piccoli e grandi, si occupa di impianti solari termici, di impianti termoidraulici ed elettrici e si sta interessando a diverse altre filiere nell'ambito delle energie rinnovabili. Per approfondire: Carta della reciprocit: http://www.csabelelavoro.it/biblioteca/files/Csal_Carta_reciprocita.pdf Servizi e attivit http://www.csabelelavoro.it/servizi/index.htm Le consorziate: http://www.csabelelavoro.it/consorziate.htm Settori di attivit: http://www.csabelelavoro.it/consorzio/settori.htm

Sitografia www.nanacoop.it http://www.csabelelavoro.it/ http://acmos.net/2010/09/la-sfida-della-cooperativa-nana http://temi.repubblica.it/micromega-online/ www.gliasinirivista.org www.carta.org www.valori.it www.unimondo.org http://www.confcooperative.it http://www.legacoop.it/ http://www.agci.it/