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D'Incau Roberto, Tessa Rosa Quasi quasi mi licenzio.

Non mai troppo tardi per cambiare vita Prezzo 13,00 Dati Editore: Salani anno: 2010 137 pagine, brossura Descrizione Moltissimi l'avranno pensato almeno una volta: quasi quasi mi licenzio, me ne vado, cambio vita. Ma nella maggior parte dei casi questo impulso resta privo di conseguenze, un pensiero isolato e di fatto inattuabile. Come si fa ad abbandonare il lavoro, il punto di riferimento pi importante - dal punto di vista economico ma anche sociale e familiare nella vita di una persona? Eppure la spinta al cambiamento non va sottovalutata. Pu nascere da sentimenti negativi - ansia, frustrazione, senso di inadeguatezza - che per vanno ascoltati e indagati, perch portatori di un significato pi profondo: spesso la vita che conduciamo non adatta a noi. La crisi professionale pu cos diventare una grande opportunit di rinnovamento, una salutare doccia fredda grazie alla quale ritrovare motivazione, forza e inventiva. Questo libro, scritto da Roberto D'Incau, cacciatore di teste di grande esperienza, e Rosa Tessa, giornalista eclettica e competente, offre una grande variet di spunti e consigli per affrontare con coraggio e ottimismo questo difficile passaggio.

NON AVERE RIMPIANTI Roberto D'incau Questo libro nasce dalla mia lunga esperienza professionale di consulente nell'area delle risorse umane. E il frutto dell'interazione con i tanti uomini e donne passati nel mio ufficio, con cui ho discusso e mi sono confrontato, che ho valutato e aiutato a crescere professionalmente o a rafforzarsi dal punto di vista manageriale. Mai una volta ho dimenticato, neanche per un attimo davanti a tutti quegli esseri umani, che insieme formano un piccolo esercito, venuti per parlarmi della loro attivit, dei loro desideri, delle loro ansie di carriera o dei loro problemi lavorativi - di avere di fronte individui con razionalit, gusti, ricchezza emotiva e sentimenti propri. Inizialmente questo intendeva essere un volume sulla mia esperienza lavorativa di cacciatore di teste e di executive coach, ma alla fine diventato qualcosa di pi, un libro che spiega cosa significa oggi cambiare lavoro e soprattutto cambiare vita. Il filo conduttore dei casi che leggerete proprio questo: come possibile uscire, o non uscire, dalla 'zona di conforto', dall'ambito cio che ci pi abituale, in cui ci muoviamo bene, sicuri di noi stessi: il lavoro, le abitudini, la nostra vita in senso pi largo. Infatti talvolta questa zona si rivela purtroppo di 'non conforto', ci protegge e ci rassicura solo apparentemente. L'intento di fondo, sintesi di tante esperienze professionali e di vita, proprio ispirare l'uscita da questa area di falso conforto, far sapere che altre persone ce l'hanno fatta e come ci sono riuscite. C' chi questo passaggio, questo cambiamento, riesce a farlo da solo; c' chi ha bisogno di un confronto con un amico o un professionista; e chi, invece, fa pi fatica e ha bisogno di uno psicoterapeuta, perch necessita di un cambiamento pi ampio e al tempo stesso pi profondo, avendo maggiori resistenze inconsce. Non importante, in ogni caso, il modo con cui si arriva al cambiamento; fondamentale farcela, lasciarsi alle spalle, se se ne ha davvero voglia, quella zona grigia di staticit, di impotenza ad agire e a essere qualcosa di diverso, che serrava e soffocava come una morsa.

Devo anche confessare che questo libro nasce dal cuore, perch vi assicuro che essere il catalizzatore del cambiamento di una persona, anche solo in ambito lavorativo, non procura solo soddisfazione professionale: una vera gioia, da forza e ricchezza in misure incredibili. Per quanto ne sappiamo, questa l'unica vita che abbiamo: tanto vale giocarsela al meglio, non avere rimpianti tardivi e arrivare a una vera sintonia tra gli intenti e il fare. Quasi quasi mi licenzio. Non mai troppo tardi per cambiare vita vuole essere proprio uno spunto di riflessione sul cambiamento di lavoro e di vita, e se contribuir a fare uscire dalla propria zona di non conforto anche un solo lettore, il lavoro svolto non sar stato inutile. ASCOLTARSI NEL PROFONDO Rosa Tessa Quando Roberto mi ha chiesto: Perch non scriviamo insieme un libro sul cambiamento? ho subito pensato che non poteva esserci momento migliore di questo per farlo. Tutti siamo coinvolti, volenti o nolenti, nelle grandi trasformazioni che stanno accompagnando la fase storica in cui ci troviamo a vivere. Muta l'economia e insieme a essa la societ, l'esistenza delle persone, le relazioni, le scale di valori. Nessuno pu permettersi di rimanere semplice osservatore del fenomeno. Si costretti a esserne protagonisti. Anzi, meglio essere attori del cambiamento piuttosto che subirlo passivamente. Questa mi sembra la vera chiave di volta per costruirci un'esistenza che ci somigli il pi possibile, ed anche lo stimolo che le storie di cambiamento da noi narrate in questo libro credo possano trasmettere ai lettori. Il mondo del lavoro stato colpito da un terremoto ed profondamente cambiato negli ultimi anni. Molti trentenni non sanno cosa voglia dire avere un 'posto fisso', aspirazione primaria delle generazioni precedenti, che grazie a esso riuscivano a costruire, mattone per mattone, la loro casa, a farci vivere comodamente la propria famiglia e a coltivare i propri sogni. Il posto fsso lascia sempre pi spazio all'iniziativa privata e, di necessit virt, conviene afferrare il toro per le corna, riprendere in mano il proprio destino per indirizzarlo nel modo pi congeniale a ciascuno. Premesso che i cambiamenti sono sempre faticosi, perch rimettono in gioco l'esistenza di chi li affronta, essi hanno per il vantaggio di accendere un faro su quello che si e che si vorrebbe diventare, il che evita di svegliarsi un giorno e di accorgersi di aver vissuto una vita che non era la propria. Le storie raccontate in questo libro sono attraversate da un filo rosso: riuscire ad 'ascoltarsi' nel profondo. Esse trattano di persone note al pubblico o di gente comune che ha attuato grandi cambiamenti, magari con fatica e sofferenza, ma con la grande soddisfazione di avercela fatta. Ed qui che acquista significato la provocazione che abbiamo voluto lanciare con Quasi quasi mi licenzio. La 'salvezza', quella che si percepisce in et matura pu risiedere proprio in queste sei parole: Andarsene, spesso, molto meglio che restare. QUASI QUASI MI LICENZIO PRIMO CASO LA MIA CARRIERA DERAGLIATA Laura ha trentanove anni, una donna alta, slanciata, molto interessante, con una folta chioma di capelli biondi. Viene da me e racconta la sua vita. La sua famiglia d'origine marchigiana, piccolo borghese, il padre un funzionario statale, la madre una casalinga.

Brava a scuola, dopo la maturit scientifica sceglie di studiare Filosofia alla Sapienza di Roma, dove si laurea a pieni voti e nei quattro anni canonici. Mi dice di essere sempre stata l'orgoglio dei suoi genitori, che hanno sempre saputo valorizzare la sua indipendenza e autonomia e hanno sempre creduto nella sua capacit di cavarsela da sola e di farsi strada nella vita. Dopo la laurea, attratta dal mondo della pubblicit, viene a sapere di un Master a Milano che prepara i professionisti del settore pubblicitario. Accedervi molto arduo, ma Laura ce la fa, e per di pi con una borsa di studio. Il Master le apre le porte del mondo delle agenzie di pubblicit milanesi, allora molto ambite - sono gli anni del boom dell'advertising - e Laura muove molto rapidamente i primi passi della carriera. Entra dapprima come junior in un'agenzia italiana, dopo due anni viene chiamata da un'agenzia francese con il ruolo di account, infine una delle principali agenzie internazionali la assume come account supervisor al livello di 'quadro'. Laura felice, le piace moltissimo il suo lavoro, una workaholic, rimane in ufficio anche dodici ore al giorno ma non le pesa, la pubblicit la interessa molto. Lavora a stretto contatto con il presidente, considerato un guru del settore. Le sembra, insomma, di 'toccare il cielo con un dito' e che la sua carriera la porter chiss dove. E invece, pur occupandosi di uno dei principali clienti dell'agenzia, soddisfatto del suo lavoro, la sua carriera si inchioda. In agenzia stimata, il suo valore riconosciuto e lei ritenuta una risorsa preziosa e importante, ma quando si tratta di scegliere chi promuovere come dirigente, non si pensa mai a lei. Mi spiega che, a suo parere, i bei tempi delle agenzie di pubblicit sono finiti; il ruolo stesso dell'agenzia messo in discussione, gli onorari si comprimono, i servizi fotografici in precedenza ambientati in Australia o alle Bahamas ora si realizzano con molti meno mezzi. Manca l'entusiasmo: insomma, secondo lei sia il settore sia la sua carriera sono a un punto morto. Laura vive questa stagnazione del percorso professionale con profonda frustrazione, ma ormai si rassegnata e afferma: Si sa, chi fa carriera da sempre sono gli uomini o le donne che si affannano a entrare nelle grazie dei capi; io invece mi concentro sul lavoro, sui miei compiti e non perdo tempo in smancerie col presidente o con i boss dell'agenzia. Tanto mi conoscono, sanno quello che valgo: ho troppo da fare per assicurarmi la soddisfazione del cliente, non ho tempo per curare le relazioni interne . E ancora: Io lavoro sodo, i miei genitori mi hanno insegnato a essere autonoma, a non chiedere mai. I riconoscimenti mi devono arrivare dall'agenzia, io non ho mai chiesto una promozione. Laura, in sintesi, mi lancia un duplice messaggio: da un lato non capisce perch, nonostante sia una professionista oggettivamente stimata nel suo lavoro, la sua carriera abbia subito una frenata cos brusca; dall'altro vorrebbe cambiare attivit e lavorare in un posto dove non debba perdere tempo a curare le relazioni interne e dove non conti di pi la politica dei riconoscimenti rispetto al lavoro effettivamente svolto. Analisi e suggerimenti Laura l'esempio di un'ottima professionista che ha puntato tutta la sua carriera sulle hard skills, sulle sue capacit tecniche. I fattori che all'inizio le hanno permesso di avanzare rapidamente di grado, la capacit di esecuzione, l'affidabilit, l'attenzione al cliente, l'autonomia, sono sempre importanti, ma non sono pi sufficienti in un ruolo senior come il suo. Laura ha sofferto del fenomeno del blocco, del 'deragliamento': ha avuto cio un cambiamento inatteso del picco di carriera.

La giovane promessa del mondo della pubblicit si trasformata in una risorsa dalle ottime capacit esecutive, assolutamente apprezzata dalla sua azienda, ma troppo concentrata sull'esecuzione e poco sulle relazioni. Laura, per esempio, non ama delegare: Preferisco fare le cose in prima persona, perch cos sono sicura che vengano fatte bene; in tal modo, per, totalmente oberata di lavoro e mentre i suoi due assistenti sono sottoutilizzati a lei non rimane pi spazio per curare le relazioni. Giustamente, l'agenzia non vede in lei quelle soft skilb, quelle capacit non tecniche, ma di management, di marketing, di relazione, indispensabili a un manager. Anche il rapporto col cliente, che lei segue da anni, basato sulla corretta esecuzione; ma quando si tratta di gestire una complessit superiore, o un tema politico, l'attuale responsabile del servizio clienti - un ex collega cui ora Laura risponde - che incontra l'amministratore delegato dell'azienda cliente e cura i rapporti di tipo strategico. Laura, in realt, non arriva a un livello adeguato alla sua capacit e alla sua grande intelligenza perch si fossilizzata in un ruolo di account, sia pure di buon livello; purtroppo non ha veramente percepito che per salire di grado necessario sviluppare nuove capacit. Tutto sommato, bloccata nel clich di chi fa le cose estremamente bene, ma che pensa: 'chi fa da s fa per tre', senza cogliere appieno le nuove complessit che competono a una figura dirigenziale superiore. La frustrazione di Laura nasce dall'essere scontenta di ci che fa, ma allo stesso tempo dal non fare nulla per uscire dall'impasse. Paradossalmente, sono i suoi punti di forza come middle manager che le impediscono di diventare una senior manager; prigioniera di una carriera che ha deragliato, dove sono proprio le sue capacit la causa prima dei problemi. Laura di fronte a un bivio, e solo lei pu decidere quale strada imboccare: accontentarsi del ruolo attuale, peraltro di tutto rispetto; oppure convincersi che deve imparare a sviluppare capacit complementari se vuole dare una svolta alla sua carriera e rimettersi sul binario giusto. ESPERIENZE IL SEGRETO STA NEL DIVERTIRSI Federico Marchetti azionista e l'amministratore delegato di Yoox, il portale di vendita on line di moda pi grande d'Europa. Federico ha il viso da eterno adolescente, con fossette sulle guance e capelli ricci. Ricorda tanto il genere smart boy americano, che inventa business di successo nei garage della Silicon Valley. In effetti, Federico Marchetti il suo business di successo l'ha trovato qualche anno fa. Si chiama Yoox.com e, per chi ancora non se ne sia ancora servito per fare acquisti, un grande negozio on line di moda e design. la boutique virtuale che vende di pi in Europa e con la quale l'imprenditore ravennate ha cambiato le abitudini dello shopping italiano. Negli ultimi anni, dalla postazione del loro PC domestico gli italiani sorprendentemente comprano anche scarpe e abiti da sera. Spendono somme ragguardevoli senza poter verificare direttamente, di persona, la qualit di ci che stanno acquistando. Una vera rivoluzione nel modo di comprare, se si pensa che normalmente le persone non solo hanno bisogno di vederli, ma di toccare e provare gli articoli che acquisteranno. Per questo Federico Marchetti rientra a pieno diritto tra coloro che hanno fatto del cambiamento la propria chiave di volta esistenziale. Lui riuscito a superare alte barriere culturali rispetto alla vendita a distanza e a cambiare abitudini radicate. Per farlo ha escogitato diversi sistemi: per esempio, permettere ai suoi clienti, dopo aver scelto e

ordinato on line un vestito, di tenerselo a casa anche un paio di settimane per provarlo e, in caso di ripensamento, di restituirlo. L'altro cambiamento che l'imprenditore ravennate stato in grado di introdurre pi specifico, ma non meno importante: ha traghettato molti marchi storici della moda internazionale su Internet, facendoli apparire, per la prima volta, in una boutique on line. Per farlo ha dovuto abbattere molti pregiudizi, come quello secondo cui, ancora fino a qualche tempo fa, comprare su Internet era piuttosto squalificante. Solo negli ultimi due anni c' stato un cambio di mentalit. Nato a Ravenna da una famiglia medio borghese, il padre impiegato e la madre casalinga, con un fratello di nove anni pi grande di lui, Marchetti sin da piccolo il 'genietto' di casa. Estremamente bravo a scuola, riporta voti eccellenti in tutte le materie. Ma lui non vive bene questo suo 'eccellere', visto che, soprattutto durante le scuole superiori, essere il primo della classe lo rende un alieno agli occhi delle ragazze, o quantomeno non gli aggiunge fascino. E a lui dispiace molto, visto che a quindici anni costretto a pescare la sua fidanzata fuori dai confini della sua citt, una bresciana che ignora la sua ottima fama scolastica. Che sia stato un po' schiacciato dalla sua 'bravura' lo si capisce subito. Durante la nostra chiacchierata ci tiene a ribadire, pi di una volta, che non era il tipo da restare incollato alla scrivania per studiare. Semplicemente riusciva nello studio. Non sono mai stato neanche un grande lettore di libri confessa. La mia cultura visiva, soprattutto cinematografica. Sono stato uno che era sempre fuori con gli amici. A scuola riusciva meglio soprattutto nei temi: Mi piaceva tanto scrivere. I maestri delle medie inferiori spingevano per farmi fare il liceo classico e io ci tenevo tanto, ma mia madre mi obblig a fare ragioneria, cosa che le rinfaccio ancora. L'inclinazione per le materie umanistiche rimase, tant' che dopo il diploma voleva fare lo psichiatra. Ma l'estate della sua maturit, per la prima volta, la facolt di medicina era a numero chiuso. Avrebbe dovuto sostenere un esame per il quale sarebbe stato costretto a studiare tutta l'estate, giocandosi le vacanze. Ma siccome per me, da buon romagnolo, l'estate era sacra e intoccabile, preferii lasciar perdere e partire con gli amici. A settembre mi ritrovai senza arte n parte a pensare a professioni improbabili, alla "James Bond". Un mio caro amico mi chiese di accompagnarlo a Milano all'Universit Bocconi per affrontare il test di ammissione e mi disse: "Perch non lo fai anche tu?". Accettai per gioco e io, che non ci tenevo affatto, lo passai mentre lui, che ci teneva tantissimo, non lo super. Allora capii che la vita spesso profondamente ingiusta. A quel punto mi feci prendere dal brand Bocconi pi che dall'amore verso le scienze economiche. Economia e commercio non mi faceva impazzire, ma non avevo niente di meglio da fare e studiai. Insomma fino ai trentanni per me stato un periodo di sofferenza. Nella prima parte della mia vita ho fatto tutto controvoglia e per sfogarmi mentalmente inventavo possibili business. In attesa dell'idea giusta andavo a lavorare in posti che non mi piacevano, ma da cui sapevo che comunque avrei imparato un sacco di cose. Ho lavorato in una banca d'affari e i due anni pi divertenti della mia vita, dal punto di vista personale, li ho passati tra Londra, New York e Milano, occupandomi di finanza. Per diverso tempo, ho sofferto. Ma ho tratto profitto dalla mia sofferenza per l'idea che ho avuto successivamente, Yoox, e con cui adesso mi diverto tantissimo. Secondo Federico Marchetti esistono modi adeguati di pensare il cambiamento. Per esempio: Non conviene 1) Pensare che quando si cambia lavoro si butti via tutto quello che si fatto in precedenza.

Tutto quello che ho fatto nella prima parte della mia vita - finanza, numeri, conti - pur essendo molto diverso da ci che ho fatto dopo, mi servito tantissimo. Per Yoox mi occupo soprattutto di comunicazione e costruzione del brand, assortimento, sviluppo del business e strategie internazionali di prodotti moda, un lavoro molto pi creativo di quello che facevo prima, che comunque ha rappresentato un bagaglio di conoscenze necessarie. Ma ecco la prima riflessione: pu esserci felicit senza sofferenza? Se non avessi studiato Economia e commercio e non avessi lavorato nel campo della finanza avrei potuto permettermi di occuparmi d'altro, senza avere una formazione di un certo tipo? Gli imprenditori di una volta ne facevano a meno, ma ora? da valutare. 2) Farsi troppo influenzare dai mass media. Non detto che poich viviamo nella societ della multimedialit dobbiamo esserci immersi sino al collo. Anzi, prendere le distanze fa acquistare lucidit. Per esempio io non guardo la tv. Nella mia abitazione milanese non ce l'ho. come un prete che t'indottrina dal pulpito. Quando ci fu la bolla di Internet nel 2000, sembrava, stando a quanto ripetevano tv e giornali, che le attivit legate a Internet fossero in caduta libera, io che proprio allora avevo creato Yoox, andai avanti per la mia strada, impassibile. Cosa che sto facendo anche in questo momento di recessione e in cui siamo nettamente in controtendenza. A volte meglio prendere le distanze dall'informazione: si pi liberi di fare le proprie scelte. 3) Seguire troppo le regole. Sono attratto dal paradosso e penso che molto spesso funzioni, sia nelle scelte lavorative sia in quelle esistenziali: quando mi incasellano in uno schema, in uno stereotipo, mi piace rovesciarlo. Per esempio, generalmente si pensa che su Internet si debba vendere tutto quello che contemporaneo. Invece no, un errore. Noi di Yoox, per esempio, vendiamo bene il vinile, il vintage, tutto quello che retro . 4) Fare networking a tutti i costi. Bisogna creare una rete di relazioni solo se viene spontaneo, se lo si vive come una forzatura controproducente . Conviene 1) Avere ampi orizzonti. Un settore da tener d'occhio in questo momento pu essere sicuramente quello del benessere, ma in una nuova ottica, che tenga conto dei bisogni primari delle persone. Un altro settore che dovrebbe cambiare notevolmente, e che quindi da spazio per essere reinventato, quello delle sale cinematografiche. I multisala sono obsoleti. Cos come sono nati concept store potrebbero nascere i concept cinema... 2) Girare il mondo. fondamentale. l'esperienza pi completa. Per farsi venire delle idee bisogna conoscere il mondo. Pi ampia la prospettiva, pi si riesce a inventare nuove situazioni. Molte delle cose che faccio su Yoox sono una rielaborazione di ci che ho visto viaggiando . 3) Non essere sempre troppo razionali. io sono una persona fortunata, ma spesso ho aiutato la fortuna proprio perch ho fatto delle scelte che in base alla sola razionalit non avrei dovuto fare. Si dice che la fortuna aiuti gli audaci. Sar banale, ma ha un suo fondo di verit. Bisogna rompere gli schemi . 4) Agire eticamente. Vedo in giro un gran numero di persone che agiscono sempre meno seguendo un'etica. Il mondo sta peggiorando da questo punto di vista. Agire correttamente paga. Una delle cose migliori che mi hanno insegnato i miei genitori stata proprio quella di comportarmi correttamente. SECONDO CASO HO AVUTO IL CORAGGIO DI LASCIARE IL POSTO FISSO

Ignazio ha ventinove anni, siciliano e vive a Milano ormai da qualche tempo. Mi racconta di essere figlio di operai; i suoi genitori hanno lavorato a lungo all'estero, poi tutta la famiglia tornata in Sicilia. Dopo aver frequentato un istituto tecnico, senza troppa convinzione, si iscrive alla facolt di Economia e commercio, ma dopo un anno e mezzo lascia gli studi, non se la sente di pesare economicamente sulla famiglia e non sa neppure lui esattamente cosa vuole fare. I genitori lo spronano a cercare un impiego in banca, e a sostenere concorsi pubblici. Ne prova tanti, ma la sua posizione in graduatoria non mai abbastanza alta, c' sempre qualcuno prima di lui con pi titoli. Si chiede se valga veramente la pena restare al Sud, come fanno tanti suoi amici - c' la casa di famiglia, la ragazza e il lavoro precario e sottopagato - o invece provare a spostarsi, a vedere cosa offre il Nord. Decide di partire e sceglie Milano, perch ha un parente che lo pu ospitare e ha gi qualche amico. Anche l, per, il mercato del lavoro non florido. Certo, non si resta disoccupati, se non si va troppo per il sottile. Ignazio lavora in un fast food, fa il barista, il fattorino. Lavorare non lo spaventa, ma ha poco spazio per i suoi sogni: trovare un'attivit gi difficile, figurarsi poi per uno come lui, non laureato, senza agganci famigliari, con un inglese scolastico; quale carriera potrebbe fare? Poi per a Milano viene a conoscenza di un corso di informatica serale in una scuola di buon livello e si iscrive. L'informatica era sempre stata il suo 'pallino'. Si diploma, nel frattempo impara meglio l'inglese, servendosi di corsi multimediali su DVD e facendosi aiutare da un'amica laureata in lingue. Arricchisce il suo curriculum. Senza smettere di lavorare scrive a varie aziende di informatica che conosce di fama o che vede sui siti Internet di recruitment. Dopo due mesi, viene chiamato da una grande multinazionale di Information Technology, che lo sottopone a una serie di colloqui, di test, e infine gli offre un'assunzione a tempo determinato nell'ambito del customer service. Ignazio accetta e si ritrova dopo il training iniziale a fare un po' di tutto, in un'ottica di leaming on the job: lavora al call center e risolve problemi amministrativi. Un giorno, il suo coordinatore gli dice: Sei un tipo sveglio, brillante, si vede che ti piace il tuo lavoro e che hai un buon impatto sulle persone. Hai mai pensato passare al commerciale? Ignazio accetta un posto come commerciale junior, con un contratto a tempo indeterminato, unico assunto non laureato. Ha paura, teme di non farcela, di non essere all'altezza, e invece poco a poco rompe il ghiaccio, impara a vendere, ottiene buoni risultati e l'azienda contenta di lui. Certo, lo stipendio basso, difficile mantenersi a Milano. Per Ignazio contento, ha un posto fisso in una grande azienda, con l'assicurazione medica integrativa, con i ticket e tutto il resto, e delle discrete prospettive di carriera. Poi, un ragazzo siciliano suo amico che lavora nel settore commerciale di un'azienda di servizi orientata alla progettazione e all'integrazione di soluzioni Internet personalizzate, gli propone di fare l'agente. Lui dapprima rifiuta persino di prendere in considerazione la proposta. Pensa: 'ma come, proprio adesso, con la fatica che ho fatto per avere un posto fisso, a farmi assumere da una multinazionale...'. Poi invece ci rispensa: "ho ventotto anni, lavoro gi da dieci anni, ho s delle prospettive di crescita, ma a lungo termine e l'azienda dove lavoro ha delle griglie di progressione molto rigide... e allora, perch no?" Apre la partita IVA, diventa agente di commercio, viene inquadrato in un gruppo di vendita di soluzioni digitali e WEB molto dinamico, in un'azienda che va molto bene, e funziona: nel primo e nel secondo anno raggiunge e supera il budget, e guadagna di soli premi quanto avrebbe ricavato in un intero anno come impiegato. Il secondo anno, alla

convention aziendale viene chiamato sul palco dal direttore commerciale come il miglior venditore junior. Ignazio imbarazzatissimo, quasi non ci crede: essere premiato come venditore dell'anno, quando fino a non molto tempo prima lavorava in un call center! Certo la famiglia di Ignazio e l'ambiente di provenienza non l'hanno aiutato ad avere grandi aspirazioni. Non ha mai pensato, se non in seguito, che avrebbe potuto fare carriera. I suoi compagni di classe sognavano un posto sicuro, oppure sapevano che avrebbero portato avanti il mestiere del padre. Lui ha avuto coraggio, non si fermato al posto fisso che all'inizio aveva sognato, e oggi contento di avere fatto questa scelta e di aver trovato la propria strada! Analisi e suggerimenti Il caso di Ignazio presenta due aspetti interessanti. Da un lato, l'influenza che il sistema di valori e di aspirazioni famigliali esercita sulle persone. Inquesto caso c' stato un sistematico, anche se involontario, 'raffreddamento' delle aspirazioni. Ignazio un ragazzo intelligente e volenteroso, ma cresciuto in un contesto famigliare, scolastico, sociale, in cui il successo professionale proprio non era previsto: era un'ipotesi irrealistica, da non prendere neppure in considerazione. In un quadro di modeste possibilit e aspirazioni limitate, ha frequentato una scuola considerata a torto di serie B senza prepararsi all'Universit. Con tale mancanza di stimoli, l'idea di potersi impegnare per avere successo neppure lo sfiorava, gli sembrava una battaglia persa fin dall'inizio. Il secondo aspetto che emerge dal caso l'aspirazione, molto italiana, al 'posto fisso', che si scontra con una precarizzazione sempre crescente del lavoro giovanile, e che porta anche oggi a sognare un inquadramento, uno stipendio garantito, sia pur rivestendo un ruolo non brillante. Ignazio ha invece avuto coraggio, ha cambiato citt, ambiente, si confrontato col il lavoro precario, si dato l'opportunit di approfondire la sua formazione, di arricchire il curriculum e le competenze. In pi, si trovato in un giro di amicizie che lo hanno valorizzato, gli hanno presentato un'alternativa valida al lavoro impiegatizio. Si tratta di un caso fortunato ma non isolato, pi frequente di quanto non si pensi. Ma quanti giovani invece non hanno la forza, l'occasione o la fortuna di uscire da un orizzonte lavorativo completamente piatto, senza prospettive, magari relativamente sicuro, garantito, come accade spesso in Italia, anche della rete di protezione delle famiglie, ma certo non elettrizzante in un'et in cui giusto sognare un futuro? ESPERIENZE CAMBIARE A QUARANTANNI Jacopo Valli, da direttore della comunicazione a psicoterapeuta Se non sono i quarantanni che invitano ad affron are il cambiamento, pu capitare una malattia che ci obblighi a farlo a ogni et. Allo psicologo Jacopo Valli (autore della "Postfazione" di questo libro), per esempio, successo verso i trentatr anni. La malattia pu essere una benedizione, perch costringe l'individuo a guardarsi dentro per guarire definitivamente e cambiare i propri comportamenti . Valli ha una colite psicosomatica assillante che lo tiene chiuso in casa. Sino ad arrivare al punto di non poter pi fare il suo mestiere. A quel tempo, una decina d'anni fa, si occupava di pubbliche relazioni per un'azienda di cui era dipendente. La malattia, tenendolo fermo, lo ha obbligato a riflettere. La prima consapevolezza stata che la medicina allopatica non gli faceva nessun effetto. Ha iniziato perci a curarsi con l'omeopatia avvertendo un lento miglioramento, ma non riuscendo a guarire del tutto. Gli capita, nel frattempo, di leggere un paio di interviste dello psichiatra Gianlorenzo Masaraki, psicoterapeuta di scuola psicosomatica e fondatore,

insieme a Raffaele Morelli, di Riza psicosomatica. Rimane profondamente colpito. Va a trovarlo nel suo studio e inizia una terapia con lui che durer per cinque anni. A quel punto, non solo guarisce dalla colite, ma rimane completamente affascinato dal mestiere dello psicoanalista perch un lavoro che fa crescere aiutando gli altri. E guarda caso, Jacopo Valli a ventitr anni aveva preso una laurea in Psicologia, messa nel cassetto poich nel periodo in cui aveva terminato gli studi, per esercitare seriamente il mestiere di psicoanalista bisognava intraprendere un lungo e costoso percorso di analisi individuale (dieci anni di psicoterapia). Non potendoselo permettere, non segu pi quella strada, dedicandosi a molti altri interessi. La passione per quel percorso si riaccende per caso o, per dirla con Jung, per sincronicit, ovvero l'esistenza di un collegamento significativo, ma prima vista un po' nascosto, tra atteggiamento mentale e un evento esterno. Durante la ricerca, all'inizio vana, di una scuola dove fare il tirocinio, la sincronicit lo porta a incontrare Raffaele Morelli in persona: Valli gli racconta la sua storia e il fondatore di Riza lo invita a fare il tirocinio nell'Istituto di Medicina psicosomatica. Si vede che questa era veramente la mia strada asserisce convinto Valli. Riesce cos a lavorare di giorno e fare pratica di sera. In seguito si iscrive alla scuola di specializzazione in psicosomatica e pratica in ospedale per oltre tre anni. Attualmente esercita con la qualifica di psicologo, da poco pi di due anni, e da quest'anno potr esercitare come psicoterapeuta. Cambiare oltre gli 'anta' si pu, anzi si deve Inutile far finta di niente, continuare per la propria strada anche quando segnali inequivocabili suggeriscono che giunto il momento di cambiare. A un certo punto della propria vita fisiologico dare una svolta. O cos dovrebbe essere. Riesce pi facile crederci se a sostenerlo Carl Gustav Jung, il padre fondatore della psicologia analitica contemporanea. Egli afferma che il cambiamento un evento in qualche modo ineluttabile, un'evoluzione, che fa parte al destino degli uomini. nel DNA, appartiene a tutti e rappresenta la spnta all'evoluzione. Quindi, viene banalmente da pensare che, se la spinta al cambiamento radicata nella testa e nell'anima di ogni individuo, allora dovrebbe essere un processo naturale. E invece no, il cambiamento il pi delle volte fa paura a chi deve affrontarlo, una paura tremenda. Destabilizza chi lo vive, rompe gli schemi di vecchie abitudini, disancora. Chiunque abbia attuato cambiamenti profondi nella propria vita, specie in et avanzata, in forma pi o meno forte ha provato queste sensazioni di squilibrio. Vediamo quello che potrebbe accadere nella testa di una persona che in qualche modo avverte, in modo pi o meno palese, che giunto il momento di voltare pagina. Innanzitutto, come se ne rende conto? Si accorge che alcuni schemi comportamentali del passato sono obsoleti. Si accorge anche che la qualit della sua vita pessima e di non essere affatto sereno. Oppure il suo fisico si ammala pi o meno gravemente, evidenziando il disagio. Bene, il fatto di non essere pi soddisfatti di quello che s sta facendo o il manifestarsi di un'eventuale malattia rappresentano il campanello d'allarme che ci segnala la necessit di cambiare. A questo punto si aprono due strade: affrontare il problema o ignorarlo. vero che cambiare comporta molta fatica, grandi difficolt e quindi occorre una motivazione profonda per farlo. Se invece la paura prevale sulle spinte al cambiamento si rimane fermi. Le conseguenze possono essere varie: o ci si ammala e si somatizza il malessere interiore o ci si intristisce, si perde interesse verso la

propria vita, ci si spegne. Non tirar fuori le altre voci della nostra personalit fa impoverire la qualit della vita. Il cambiamento un arricchimento perch 'io sono anche altro', secondo quello che James Hillman chiamava il politeismo dell'anima. Dentro di noi ci sono molte parti che desiderano esprimersi e dar voce a una sola di esse (quella che Jung chiama maschera, cio la parte di noi che si adatta ai mondo e con la quale interagiamo con gli altri) porta aH'inaridimento e alla perdita della gioia di vvere. L'energia per alimentare il cambiamento deriva dalla libido, intesa come energia creativa, alla quale possiamo attingere attraverso un percorso analitico di consapevolezza che mette in luce le parti in ombra di noi stessi, ci che rifiutiamo e non vogliamo vedere e conoscere. Liberando queste energe bloccate, esse diventano disponibili nella vita di tutti i giorni. Oggi il malessere molto diffuso. La struttura della societ occidentale profondamente malata perch scambia la patologia per normalit. Non avere pi orari di lavoro, avere poco tempo per s, per gli amici, i figli e la famiglia provoca insoddisfazione emotiva, relazionale e affettiva. S irreggimentati e a farne le spese la creativit dell'individuo. Inoltre la nostra struttura economico-sociale occidentale contrasta il cambiamento, lo ostacola, come sostiene il filosofo e scrittore Zygmunt Bauman. Nella societ in cui viviamo ognuno ha un ruolo fisso, quindi un fruttivendolo non potr, a un certo punto della sua vita, mettersi a fare il cantante. Chi vender la frutta al posto suo? La cultura occidentale, e quella italiana particolarmente, premia chi continua a svolgere la propria attivit per tutta la vita, anche se si tratta di un lavoro mediocre. Ma il processo evolutivo individuale, quello che Jung chiama "processo di individuazione", non sempre fortunatamente si adegua alle regole esterne. Seguire 'l'archetipo del S', cos come viene chiamata in gergo tecnico ci che racchiude e organizza la totalit delle componenti psichiche verso il cambiamento, un compito che va affrontato, secondo Jung, nella seconda parte della vita, dopo i quarantanni, ma oggi potremmo dire anche verso i cinquant'anni, poich il periodo della formazione e dell'ingresso nel mondo lavorativo si dilatato nel tempo. Quindi nei primi quarant'anni bisogna "dare" alla societ, adattarsi all'ambiente e magari formare una famiglia. Nella seconda parte della vita, il compito di ognuno si trasforma nel cercare di essere quello che non si stati prima. Si deve dar voce allaltro che in noi, con l'obiettivo di diventare persone il pi possibile complete. Tuttavia i mutamenti storici ed economici attuali non consentono tale evoluzione, anche per un altro motivo: il precariato del lavoro, che ormai diventato la regola, non permette di costruire in modo solido e armonioso la prima parte dell'esistenza, col rschio quindi di non poter esprimere nella seconda parte le altre componenti della personalit dell'individuo. TERZO CASO HO LASCIATO UN LAVORO INTELLETTUALE PER UNO MANUALE E SONO FELICE Isabella ha quarantacinque anni, napoletana, benestante di nascita. La sua una famiglia di antiche tradizioni, e il suo cognome a Napoli sa di ol money. Decisamente colta, dopo il liceo classico studia Lettere e va a Parigi per specializzarsi in Storia dell'arte alla Sorbona. Parla correntemente quattro lingue. Una donna raffinata e di cultura internazionale. Due figli, un marito manager, spesso all'estero per lavoro, Isabella svolge per vari anni dei lavoretti intellettualoidi. Si occupa delle relazioni pubbliche di un'associazione no-profit, di cui fanno parte molte signore della buona societ, collabora con una casa d'aste inglese,

fa l'assistente part-time di un gallerista. Ammette che in questa fase della sua vita non prende seriamente il lavoro, perch le donne della sua famiglia, per tradizione, non lavorano, al massimo si occupano, da sempre, di volontariato. Le parrebbe strano che una donna del suo ambiente si mettesse a lavorare seriamente. L'arte contemporanea la sua grande passione, ma farne un lavoro a tempo pieno le sembra troppo faticoso, perch deve anche occuparsi della gestione della casa, dei due figli e degli impegni di una vita sociale intensa. Del mondo dell'arte le piacciono i rapporti con gli artisti e con i critici, ma l'aspetto mercantile, il fatto di dovere seguire i collezionisti, le promozioni - vendere, insomma - le sembra troppo poco intellettuale e lontano dalla sua formazione. Isabella organizza mostre a casa sua, in una specie di home-gallery: ma porta avanti il progetto solo per un anno, non le piace vendere, i suoi vernissage sono occasioni mondane, ma da l ad amministrare una vera galleria il passo le sembra davvero troppo lungo. A un certo punto per, succede che Paolo, suo marito, perde il lavoro di dirigente d'azienda: Paolo una persona molto concreta, solida, la cosa di lui che pi mi ha attratta quando l'ho sposato, questo suo essere molto ancorato al reale, mentre io spesso mi sentivo figlia di un'epoca passata, quella dei tempi d'oro della mia famiglia pi che del presente. Paolo, molto appassionato di cucina, da tempo ha voglia di realizzare il suo sogno nel cassetto, quello di aprire un ristorante. Un giorno chiede a Isabella se ha voglia di dargli una mano. Isabella molto combattuta, va quasi in crisi. Da un lato, le piace l'idea di lavorare col marito a un progetto nuovo, dall'altro sente, mai come in questo momento, tutto il peso della tradizione di famiglia, una voce interna che le dice: Isabella, ma come: con un cognome come il tuo, con i tuoi studi, le tue due lauree, con il tuo lavoro di intellettuale, di gallerista, ti vuoi mettere a gestire un ristorante? . La voglia di impegnarsi in un progetto con tutte le sue energie per la prima volta nella vita pi forte, e lei e Paolo aprono il loro piccolo bistrot in stile francese, quindici tavoli in tutto. Paolo, ottimo cuoco, lo chef, mentre Isabella si occupa dell'organizzazione generale, riceve i clienti, cura i dettagli, fa la manager, serve anche ai tavoli. Insomma, scopre in s una capacit gestionale che non aveva mai sospettato di avere. Isabella felice, si sente appagata come mai prima in vita sua, si liberata dell'idea, di cui era prigioniera, che il lavoro intellettuale fosse per definizione pi gratificante del lavoro manuale. Finalmente non ci sono pi barriere tra me e il mondo reale. Tra l'altro il ristorante va benissimo, abbiamo anche avuto recensioni positive su guide blasonate. Non l'avrei mai detto, da gallerista a ristoratrice, e finalmente realizzata! Analisi e suggerimenti Isabella era vittima di un clich molto radicato, piuttosto diffuso in Italia: quello della presunta superiorit del lavoro intellettuale rispetto a quello manuale. Non aveva neppure preso in considerazione altri tipi di occupazione e anche dell'attivit intellettuale che svolgeva aveva svalutato gli aspetti pratici e 'mercantili'. Nel suo caso agivano sicuramente due tipi di condizionamento: famigliare e sociale. Fare la gallerista o occuparsi di pubbliche relazioni nel settore no-profit un'attivit accettabile per la mentalit della sua famiglia e del suo ambiente alto borghese; 'servire ai tavoli', sia pure nel proprio ristorante, molto meno. Si tratta di forti ostacoli al cambiamento, che spesso impediscono la piena realizzazione di se stessi.

Isabella, infatti, viveva una specie di 'congelamento' della propria identit lavorativa, che non le permetteva di esplorare alcun territorio che andasse al di l della propria "zona di conforto" sociale di signora benestante. Non aveva bisogno di "venire a contatto" col denaro, ma poteva dedicarsi liberamente al solo lavoro intellettuale. Viveva, cos, una fortissima limitazione, che le ha forse impedito di diventare una gallerista di successo. La componente commerciale di quel mestiere veniva da lei completamente ignorata per autocondizionamento. Ora, invece, Isabella ha trovato una nuova, forte, identit lavorativa, una propria realizzazione nell'esplorare un territorio del tutto nuovo che la sua famiglia aveva sempre disdegnato. Questo un caso certamente legato a un particolare ambiente sociale, ma quante persone laureate sono prigioniere del clich di un lavoro intellettuale che non le soddisfa e non prendono neppure in considerazione Videa di fare altro? In questo modo restano invischiate nell'insoddisfazione, solo perch il lavoro che svolgono socialmente accettabile e perch L'eventuale passaggio a un lavoro non intellettuale verrebbe valutato dalla famiglia, dal loro ambiente e forse da loro stessi come degradante. Pensiamo, per esempio, a un top manager che decidesse di mettersi a fare il barman. Lo troveremmo perlomeno eccentrico, secondo i parametri attuali di cambiamento professionale che dev'essere necessariamente verso l'alto. Invece, il cambiamento lavorativo di successo pu prescindere completamente dalL'orientamento alto-basso, in base al quale abitualmente giudichiamo i cambiamenti professionali L'importante ascoltarsi dentro ancora una volta, capire per cosa siamo tagliati; e anche un pizzico di coraggio aiuta a reinventarsi. Isabella ce l'ha fatta a chiedersi: Perch no? , a uscire dalla sua prigione dorata di signora della buona borghesia, poco convinta del proprio lavoro intellettuale e a trovare una dimensione del tutto nuova per lei, in cui essere davvero se stessa. ESPERIENZE MARIO BELLINI, IL SUICIDIO DEL DESIGNER A cinquantanni decide di non dare troppo peso ai successi che lo rendono protagonista del design internazionale e cambia vita. Siamo quasi alla fine degli anni Ottanta, quando Mario Bellini sceglie di lasciarsi alle spalle le 'medaglie' conquistate sul campo, ben otto Compasso d'Oro (l'ultimo nel 1985, a cinquantuno anni), il premio pi ambito nel settore del design. Una professione cominciata quasi per caso, come lui stesso racconta, partita con un'incredbile sequenza di premi, tale da non farlo pi fermare per un lungo periodo. Mai come in questo caso, per, le apparenze ingannano, se si crede che un uomo cos affermato, con tanti riconoscimenti possa sentirsi del tutto appagato da ci che fa e quindi incentivato a proseguire lungo la stessa strada. Specie all'et di cinquantanni, quando un certo tipo di cultura, molto diffusa in Italia, fa pensare che si sia arrivati a far partire il conto alla rovescia per la pensione piuttosto che a cambiar lavoro. Invece Mario Bellini mette un punto e ricomincia da capo. La nuova frontiera, questa volta, l'architettura. Una sfida in salita. Dai piccoli oggetti passa ai grandi edifici. Dalla sedia al grattacielo. Dal mangiadischi (il primo della storia) ai centri culturali. Cambiano completamente le dimensioni del progetto, i significati e valori coinvolti. Visto con gli occhi di uno spettatore 'il cambio' presenta non poche difficolt di carattere professionale e psicologico. Rendersi credibile agli occhi dei committenti senza avere un'esperienza consolidata di architetto alle spalle non cosa di poco conto. Sono laureato in architettura e mi sono sempre sentito un architetto. Cos a un certo punto della mia vita, dopo una lunga parentesi dedicata al design industriale, ho cominciato a dedicarmi alla professione

dell'architetto. Quella 'parentesi' dura venticinque anni, ed cos densa di soddisfazioni da dargli carica ed entusiasmo. In effetti non ero per nulla angosciato dall'idea di aprire un nuovo capitolo della mia vita, anche se sapevo che mi sarebbe costato grande fatica . La prima strategia che pensa di adottare per l'immane svolta levarsi di dosso, il pi velocemente possibile, la 'corazza' del designer di successo. E fa un gesto inizialmente autolesionistico. Suicidarsi come designer per lasciare vivere l'architetto. In un primo tempo mi sono dovuto 'azzerare' come designer, non rispondere alle aziende che mi cercavano, dribblare richieste prestigiose che mi arrivavano un po' da tutto il mondo. Anche perch negli anni Ottanta, in gran parte dei paesi di cultura anglosassone non era comprensibile che la stessa persona fosse insieme designer e architetto. Le due carriere erano rigidamente separate. Non mi restava, quindi, che svoltare l'angolo e vestire solo i panni di architetto. Non era facile. Passavo da una 'padella' all'altra e sotto c'era la brace. L'anno della svolta il 1987, lo stesso durante il quale il Monna di New York gli dedica una grande mostra retrospettiva. Non solo, per la prima volta nella storia del prestigioso museo chiamato lui stesso a realizzare l'allestimento, che racconta del suo lavoro di designer. Un invito a guardarsi alle spalle e a sentire che qualcosa dentro di s era profondamente cambiato. Quell'entusiasmo che avevo negli anni Sessanta e che andava di pari passo con la nascita dell'industrial design si stava esaurendo. Percepivo nettamente la sensazione che era finito un periodo e che era arrivata l'ora di cambiare. D'altronde, era pi forte di me, avvertivo il desiderio e l'entusiasmo di vincere un'altra scommessa, quella dell'architettura. Cominciai a disegnare un oggetto e quindi a fare il designer senza quasi rendermene conto... Dovevo mantenere me e la mia famiglia, cos quando mi si present l'occasione di entrare nell'Ufficio sviluppo alla Rinascente, andai. Altra casualit: il primo oggetto che disegnai nella mia vita, un tavolo che abbozzai su una scatola di fiammiferi mentre mi facevano visitare un'azienda in Brianza, mi fece vincere il Compasso d'Oro. Avevo ventisei anni. Ricordo ancora la telefonata con la quale mi comunicarono che avevo vinto. Mi tremavano le gambe. Pensare a me, un giovanotto, davanti ai grandi del design... Anche alla Rinascente le cose sono andate bene. Tanto che a un certo punto Augusto Morello responsabile dell'Ufficio sviluppo, che mi aveva chiamato con Italo Lupi e Roberto Orefice a far parte della squadra di giovani designer - mi chiese di diventare dirigente. La sua richiesta era motivata anche dal fatto che l'Ufficio sviluppo chiudeva e la Rinascente intendeva comunque continuare ad avvalersi di un giovane designer. E io che cosa ho fatto? Ho ringraziato e me ne sono andato . Risale a quegli anni l'apertura del suo primo studio professionale, in breve tempo condotto insieme a Marco Romano, suo compagno di universit, e l'inizio di una collaborazione straordinaria alla Olivetti, cominciata con un altro Compasso d'Oro per la prima macchina disegnata. stato Roberto Olivetti a telefonarmi chiedendomi di lavorare per la sua azienda. Ci siamo incontrati nel suo studio e poi sono finito a trascorrere giorni interi a Ivrea con una squadra di collaboratori eccezionali. Anni indimenticabili... Ma prima che sentissi esaurita la mia vis creativa cominci la crisi del settore elettronico in cui operava Olivetti. La Germania surclass l'Italia e subito dopo il Giappone ebbe la meglio sulla Germania. In altre parole: il settore in cui mi trovavo stava subendo trasformazioni epocali, smarrendo l'impulso pionieristico degli anni Settanta. Era scomparsa quasi del tutto la sensazione di vivere un'avventura, tanto che se avessi proseguito in quel settore pi che un designer sarei diventato un funzionario. Nel senso letterale del termine, perch anche all'Olivetti

mi proposero d diventare un dirigente. Volevano 'acquisirmi', ma io non ho mai ceduto a nessuno in questo senso. Anzi, quella richiesta era il segnale che bisognava cambiare. Quando mi volevano ingabbiare io evadevo. Sapevo di correre un rischio, ma nello stesso tempo ero felice, entusiasta, emozionato dal piacere di tuffarmi in un mondo nuovo. L'occasione per cimentarsi con l'architettura arriva nel 1981, quando l'imprenditore edile Carlo Cabassi in vacanza al Maccaroni Beach, una spiaggia nell'isola di Mustk nei Carabi, tra sciami di zanzare gli chiede di progettare per lui degli uffici. Bellini accetta e realizza il suo primo lavoro di architettura a Milano, in via Kuliscoff. Venne a scattare le immagini Gabriele Basilico, allora giovane architetto ma gi straordinario fotografo. Il mio lavoro piacque molto ad Aldo Rossi, l'architetto d riferimento d quegli anni. Una sorta di battesimo per me che mi sentivo un esordiente . Ed l'inizio della seconda vita. Arrivano committenti dall'estero, i giapponesi per cominciare e i miei viaggi, circa centotrenta in Giappone, un sacrificio che mi ha consentito di realizzare quattro grandi strutture e di farmi conoscere con la mia nuova pelle. Da allora ho cominciato a partecipare a concorsi dietro invito o meno . E a vincerne diversi. Fino a diventare oggi, a settantaquattro anni, uno dei pochi architetti italiani da 'esportazione'. Ha progettato edifici in tutto il mondo: Stati Uniti, Australia, ed Europa. In particolare in Francia (a Parigi da poco aperto il cantiere per la realizzazione della sezione per le arti islamiche del Museo del Louvre, seconda architettura contemporanea nel grande museo parigino dopo la piramide d Pei) e in Germania (a Francoforte da tempo aperto il cantiere per il radicale rinnovo della sede centrale della Deutsche Bank). Non stato facile, naturalmente, ma stato emozionante riscoprire e coltivare il talento e una passione tenuti a lungo vivi nel cuore e nella mente . QUARTO CASO UNA TRAGEDIA PERSONALE MI HA FATTO CAMBIARE VITA Ottavia ha circa settant'anni e ne dimostra almeno dieci di meno. una donna molto affascinante, occhi penetranti, sguardo vivace, elegante. Ci incontriamo durante una vacanza su un'isola greca, talmente piccola che ci si conosce tutti. Diventiamo amici, parlare con lei un vero piacere. Ha molta verve e ironia e quando entriamo un po' in confidenza mi racconta la sua storia. La sua vita cambia radicalmente a trentacinque anni. Ottavia vive in una citt di provincia, si sposata abbastanza presto, ha due figli, un marito che adora, medico, che si occupa interamente della famiglia dal punto di vista economico. Laureata in Lettere, ha insegnato in un liceo, ma ha poi interrotto la professione alla nascita del primo figlio. Poi un giorno, a trentacinque anni appunto, il marito, appassionato di auto, ha un gravissimo incidente in cui disgraziatamente muore sul colpo. La sofferenza di Ottavia enorme: improvvisamente le crolla il mondo addosso, perde l'uomo che ama, il padre dei suoi figli e anche il sostegno principale della famiglia. Si ritrova a dovere improvvisamente reinventare tutta la sua vita, a mettere insieme i pezzi, e a mandare avanti tutto da sola. La tentazione di lasciarsi andare, di crogiolarsi nel dolore grande, ma Ottavia non se lo pu permettere, ha due figli piccoli da far crescere, deve sorridere anche se dentro si sente malissimo. Come prima cosa, si rimette a insegnare perch il marito non le ha lasciato una rendita; contemporaneamente, inizia un percorso di psicoterapia. Di fronte ai suoi figli Paolo e Cristina si mostra forte e allegra, ma depressa, spesso piange di nascosto, ha sicuramente bisogno di guardare dentro se stessa e farsi aiutare a ricostruirsi, a ridare un senso alla sua vita.

Mentre segue questa terapia, che dura alcuni anni e che la aiuta moltissimo, prende forma un interesse anche professionale per la psicologia. Ottavia capisce che le piacerebbe diventare psicoterapeuta per aiutare gli altri. Realizza che questo quello che vuole fare veramente, anche se non ci aveva mai pensato prima. Si iscrive alla facolt di Psicologia e prende una seconda laurea studiando nei ritagli di tempo: la sera, la notte. Inizialmente rimane nella scuola, lavora come psicologa, aiuta i ragazzi diffcili, con problemi famigliari e di inserimento. Poi, spronata anche dal suo ex psicoterapeuta, si iscrive alla scuola di specializzazione e diventa psicoterapeuta a tutti gli effetti, a pi di quarantanni. Quando si sente pronta al grande passo apre lo studio, sapendo di essere abbastanza conosciuta da poterselo permettere anche economicamente e si dedica solo alla psicoterapia individuale. Finalmente il suo sogno si realizza. Non si mai pentita, neppure per un minuto, della scelta fatta. Attualmente, con quasi trentanni di professione alle spalle, ha avuto tantissimi pazienti, tante persone che ha aiutato, ha cresciuto due figli, pronta ancora a rinnovarsi, ad andare avanti. Ora sta seguendo un corso SULL'EMDR (Eye Movement Desensitization and Reprocessing), una teoria americana piuttosto nuova, che aiuta i pazienti a superare i traumi, con una tecnica che si basa sul movimento oculare. A proposito di persone che nella vita cambiano a ogni et, Ottavia ha appena preso in terapia una paziente ottantacinquenne che le ha detto di avere ancora delle cose da scoprire dentro di s. Questa donna ha capito tutto. Non dobbiamo mai porre la parola fine alla nostra possibile evoluzione, ai nostri cambiamenti. Per me, da molti anni, la psicoterapia la mia vita, la mia grande passione . Certe volte si domanda se senza la tragedia della morte del marito avrebbe mai avuto la forza di fare tutto quello che ha fatto, di lavorare, di studiare, di trasformarsi dopo i quaranta anni, quando gli altri cominciano a tirare i remi in barca, a fare bilanci. Dalla sua esperienza personale, di ritrovarsi giovane vedova, con due figli e dovendo rimboccarsi le maniche, ha tratto una forza che mai avrebbe sospettato di avere, da tranquilla moglie che era. La forza del cambiamento, di trovare e seguire la sua vera passione, di fare una cosa cui mai aveva pensato prima diventata una delle sue ragioni di vita. Analisi e suggerimenti Il percorso di Ottavia stato molto ricco, pieno, intenso. Da un lutto famigliare importante, la perdita del marito e la necessit di mandare avanti da sola la famiglia, di fare da madre e padre ai suoi figli, di lasciare forzatamente lo status di tranquilla casalinga borghese, ha saputo trovare per proprio conto una strada molto diversa da quella precedente. La sofferenza l'ha portata in terapia e le ha fatto anche scoprire un mondo professionale , intellettuale per lei nuovo, che l'ha talmente affascinata da volerne fare parte. Anche da momenti difficili, traumatici, come pu essere una perdita o un licenziamento, pu nascere un cambiamento positivo, un momento di profonda riflessione, che ci porta a guardare dentro noi stessi, a riflettere su quello che siamo e vogliamo veramente. Ottavia ha scoperto, grazie alla depressione che l'ha condotta ad affrontare una psicoterapia, una nuova identit professionale, per lei molto forte, fondante. Non potrebbe immaginare, guardandosi indietro, la sua vita senza il suo lavoro di psicoterapeuta, ne entusiasta ed molto stimata, ha contatti anche internazionali importanti che la fanno viaggiare, tenere sempre attiva e dinamica. Tale entusiasmo e questa energia sono sicuramente anche la ragione dell'essere cos serena e affascinante come donna pur a settant'anni compiuti.

Ottavia stata costretta ad abbandonare da un giorno all'altro la sua zona di conforto; tale cataclisma esistenziale, che ha poi potuto elaborare e che l'ha portata a essere una donna molto diversa da quella di prima, non ha prodotto solo sofferenza ma anche ricchezza ulteriore ed equilibrio nuovi. Questa storia la dimostrazione che il cambiamento positivo pu nascere anche dal trauma. I momenti di discontinuit sono spesso grandi catalizzatori di riflessioni importanti e che ci possono portare lontano da quello che facevamo o eravamo in precedenza. Dal trauma pu nascere, come nel caso di Ottavia, un'energia molto positiva, che ci spinge a attuare con successo progetti cui non avevamo mai pensato prima. ESPERIENZE NON PI L'ITALIA DEL POSTO FISSO Lo dice Walter Passerini, giornalista storico del Corriere della Sera, con una grandissima esperienza nel settore economico. Per ragioni strutturali, culturali e per l'assenza di servizi molto difficile cambiare lavoro in Italia. Le ragioni strutturali dipendono dall'attuale crisi economica, che ha rallentato la domanda di lavoro, senza azzerarla, ovviamente. Le ragioni culturali sono il prodotto di una societ industriale tradizionale, che ormai giunta al capolinea e che ha prodotto un'antropologia profondamente radicata, secondo la quale il lavoro solo dipendente; mentre la frontiera sar quella del lavoro indipendente e intraprendente. Le ragioni legate all'assenza di un vero mercato del lavoro e alla carenza di servizi all'impiego determinano infine una maggiore difficolt a cambiare occupazione e non solo a trovarla . Che rapporto c' tra cultura italiana e posto 'fisso'? C' insieme una cultura diffusa, che chiamerei impiegatizia, che si manifesta ancora, pur nel ridimensionamento del fenomeno, nella corsa ai concorsi e al posto pubblico, che, va riconosciuto, in alcune aree del Paese non ha di fatto alternative; c' poi un sentimento altrettanto diffuso per cui il lavoro lo si trova per amicizie o per fortuna e non per progetto. E c' un atteggiamento contraddittorio tra desiderio di posto fisso e di stabilit e desiderio di un'attivit autonoma, senza padroni, che costituisce per molti un sogno nel cassetto. Di fatto noi stiamo assistendo a una tenuta complessiva dei posti fissi e, contemporaneamente, a un mix di attivit indipendenti che, pur nella loro rotazione, rivelano sempre un'intensa dinamica . In quali paesi, invece, pi facile cambiare lavoro? Meglio fare i bagagli e trasferirsi? Non esistono oasi felici n inferni della speranza. Ogni paese ha un proprio sistema di tutele e di servizi al lavoro, che in Italia si stanno formando solo da tempi recenti. Certamente il concetto, l'idea di cambiare lavoro, oltre che la sua praticabilit, pi presente nelle culture anglosassoni e in quelle del Nord Europa. Da noi vige ancora una certa cultura della protezione, che oggi si scontra con una realt in tumultuoso cambiamento. Francamente, nonostante tutto, vedo da un lato la necessit che le persone e soprattutto i nostri giovani mettano sempre nel loro bagaglio un'esperienza di tipo internazionale, di studio e di lavoro; e dall'altro vedo anche che, nonostante le nostre difficolt e arretratezze, possiamo senz'altro migliorare e offrire a tutti un buon terreno di progresso e di benessere. In fondo, pur essendoci il rischio di diventare un parco a tema, sugli stranieri esercitiamo un fascino e un'attrazione pi forte della spinta ad andarcene. Ma oggi la cultura del posto fisso sta cedendo il passo? Anche per cause di forza maggiore? Nei periodi di crisi, ha maggior presa la cultura della protezione, del posto fisso, il mito della stabilit. E questo umano. Ma proprio nei

periodi di crisi che diventa necessario cambiare registro, modo di pensare e di progettare il futuro. Questo vale per i sistemi del Paese ma anche per le persone. Proprio sulla spinta della crisi, vanno espresse, da parte degli individui, strategie di fuoriuscita sotto pressione, tirando fuori le unghie e i denti e lasciando da parte la disperazione e la rassegnazione. I governi dovrebbero attuare quelle misure che, senza fare dell'assistenzialismo e senza perdere di vista i pi deboli, inneschino processi di cambiamento attraverso politiche attive del lavoro e servizi all'impiego. Non ineluttabile la precariet. Ma il precariato ha creato una nuova cultura del lavoro... forse una noncultura? La precariet la malattia della flessibilit, la sua forma patologica. Ci che crea culture del lavoro come minaccia e non come promessa, atteggiamenti di opportunismo, competizione tra poveri e un abbassamento complessivo dei diritti di base. La precariet esiste e impedisce di progettare il futuro, una bestia nera che fa vedere il mondo con la lente della provvisoriet, dell'impotenza. E questo non accettabile e non aiuta. Pi che una non-cultura una cultura che fa proseliti del pessimismo, che toglie la fiducia, che guarda al passato e alle mitiche et dell'oro pi che al futuro e alla sua costruzione. In fondo ogni epoca ha avuto la sua precariet, i suoi drop out. Mio padre ha fatto tanti lavori nella sua vita e non c'era alcuna legge che potesse garantire la stabilit. La forza e la possibilit di cambiare, pi che le norme, la vera base della stabilit. Il precariato ha cambiato le prospettive, ha allungato i tempi e le modalit di cambiamento di lavoro... anche a sessantanni si pu pensare di ricominciare da capo? sempre pi frequente che ci si metta in gioco in et matura? facile reinserirsi? S, la vita si allunga e anche i tempi di lavoro ne risentono. Oggi fino a trenta-trentacinque anni si nell'et delle esperienze, prevalentemente a termine. Ma a quaranta-cinquanta anni si comincia ad avvertire di essere quasi un peso nelle aziende. Poi vi sono molte persone che si rimettono in gioco, per necessit o per scelta, anche dopo i cinquantacinque-sessanta anni. Avremo un mondo del lavoro che si allunga, un'et del lavoro che cresce, e non solo per ragioni previdenziali, ma anche perch molti sono pieni di energie ben oltre i sessanta anni. Oggi, necessario garantire migliori percorsi di accesso al lavoro per i giovani, togliendo di mezzo, per esempio gli abusi, ma nello stesso tempo offrendo servizi di reinsermento e di accompagnamento, in forme pi leggere e diverse, delle donne e delle persone mature al lavoro. Ci sono esperienze interessanti in questo senso. Come dice lei: da dipendenti a intraprendenti. Ma si pu diventare intraprendenti o una caratteristica del DNA? Il cambiamento dipende dalle risorse personali ma anche dai servizi presenti sul territorio. C' un intreccio virtuoso, a volte vizioso. Pi che di DNA parlerei di famiglia, luoghi della prima formazione, contesto culturale in cui si nasce. C' il 'genius loci' che facilita o trattiene. Poi ci sono i servizi, le reti, che influenzano le culture. La propensione all'intraprendenza pi facile in territori a forte vocazione imprenditoriale. Nei territori dell'assistenza diffusa pi difficile diventare intraprendenti. Questo per non deve essere un alibi. Lo slogan sottotitolo del mo libro Ricomincio da me: dal lavoro dipendente al lavoro intraprendente una necessit per tutti, un orizzonte obbligato, una caratteristica del sistema lavoro dei prossimi decenni. Non un caso che lo stesso Richard Sennet, dopo aver scritto L'uomo flessibile, in cui descrveva i rischi della precariet, abbia ora scritto L'uomo artigiano, che un elogio dell'homo faber, dell'artefice, dell'artigiano, appunto. Quali saranno i settori in crescita e quelli in calo?

Non ci sono ancora analisi sistematiche. Ma si intravvede che i settori dell'ambiente e dell'energia saranno delle locomotive del cambiamento. Poi le telecomunicazioni, le grandi infrastrutture. La grande distribuzione organizzata, la logistica. I servizi alle imprese, alle famiglie e alle persone. La formazione, soprattutto privata. E poi tutti quei settori, piccoli e grandi, industriali e non, che una nuova voglia di impresa e una pi solida intraprendenza ci presenteranno. In crisi saranno tutti i settori su cui si costruito il modello di sviluppo squisitamente industriale, che non saranno in grado di trasformarsi e cambiare. La crisi sta cambiando gli orizzonti? La crisi fa giustizia, a costi elevati, di accumulazioni e di errori. Per esempio l'eccesso di finanza, la distanza sempre pi grande tra finanza autoreferenziata ed economia reale, il plauso alla furbizia e all'opportunismo, la riduzione del mondo a mercato. Siamo giunti al capolinea e dobbiamo intraprendere un altro viaggio. L'attenzione agli altri, la globalizzazione, la povert nel mondo, la povert nei paesi ricchi, una maggiore sobriet nel tenore di vita e nei consumi, una cultura meno economicistica: saranno questi i nuovi orizzonti culturali, insieme alla tutela della terra, dell'ambiente e alla interdipendenza culturale sempre pi forte. Sar una nuova dislocazione del potere, non una passeggiata, e nemmeno una cena di gala. Ma una stagione di grandi opportunit. QUINTO CASO CON LA CRISI HO REALIZZATO IL MIO PICCOLO SOGNO Patrizia ha quarantuno anni, bionda, carina, look un po' 'fricchettone', milanese di nascita, ma da circa un anno vive in una piccola localit di mare vicino a La Spezia. Ha una vita molto normale alle spalle. Nata a Sesto San Giovanni, un comune della cintura milanese - padre operaio, madre impiegata e tre fratelli - non ha molta voglia di studiare e si iscrive a Ragioneria senza convinzione, perch pensa di trovare impiego pi facilmente e di non pesare sulla famiglia. Porta a termine gli studi senza grande entusiasmo, ma alla fine si diploma. Inizia a lavorare a vent'anni in un'azienda di editoria tecnica come aiuto contabile e non si muove da l per pi di quindici anni. Pu sembrare inusuale per una giovane non cercare alternative, ma i motivi per non cambiare sono tanti: si trova bene in quel posto, con i colleghi e con l'editore, e poi Patrizia non una persona ambiziosa, si sempre accontentata di quello che aveva. Viene promossa a capo contabile, rispondendo al direttore amministrativo dell'azienda e col tempo diventa impiegata al massimo livello contrattuale. Si sposa, ma i figli tanto desiderati non arrivano e sta insieme al marito, Luca, per pi di dieci anni; ora sono amici, racconta, ma all'inizio per lei la separazione e poi il divorzio sono stati traumatici, anche perch non voluti da lei. Sogni? E una persona semplice, ha sempre privilegiato la qualit della vita, apprezzando il fatto di svolgere il suo lavoro in un ambiente tranquillo e conosciuto, potendo uscire quasi sempre alle sei, e potendosi occupare poi della casa e del marito. Era molto apprezzata dal proprietario dall'azienda, aveva impostato un buon equilibrio tra vita professionale e privata, perch cambiare a tutti i costi? Certo, quel lavoro non era mai stata la sua passione, l'aveva sempre considerato un mezzo per guadagnarsi da vivere onestamente, senza troppi stress, in un ambito che conosceva bene. Aveva un sogno, che pu sembrare piccolo ma che per lei era grande: lasciare Milano che, soprattutto dopo il divorzio, cominciava a starle stretta, e trasferirsi in una localit di mare, dove ricominciare magari avviando un negozio tutto suo.

Per l'azienda di Patrizia, purtroppo, giunge la crisi, ma non nel 2009, anno difficile per molte aziende, un po' prima. L'editoria tecnica un settore maturo, la diffusione di Internet e le nuove forme di pubblicit riducono i margini, e nella sua azienda si parla di riduzione di personale. Patrizia comincia a temere seriamente di perdere il posto di lavoro, come succede ad alcuni colleghi. Per lei uno choc, non avrebbe mai pensato che la sua azienda potesse andare male, era sempre stata un'isola felice, sia come ambiente di lavoro sia come risultati aziendali. Allora, si guarda intorno, e si convince che forse proprio il momento di attuare il cambiamento. Comincia a preparare il suo futuro e da buona contabile, lo fa accuratamente, senza lasciare nulla al caso. Si da quattro priorit. La prima: capire tutta la parte burocratica necessaria per aprire un'attivit commerciale. La seconda: guardarsi intorno, andare alle fiere, come il Macef o il Salone del mobile, e vedere cosa si propone, per cominciare a identificare dei possibili fornitori. La sua idea quella di aprire un piccolo negozio di articoli da regalo e per la casa: oggetti di qualit a un prezzo accessibile. La terza: farsi un'idea di quello che gli altri negozi vendono, offrire le novit, capire quello che va per la maggiore. La quarta: capire dove aprire questa attivit, perch Patrizia pensa che il segreto della buona riuscita di una realt commerciale sia la collocazione. Deve essere in un posto sufficientemente frequentato per poterci vivere, ma al tempo stesso, non disponendo di molti risparmi, non pu essere in una localit turistica come Santa Margherita o Sanremo, perch l i prezzi sarebbero troppo alti. Sceglie le Cinque Terre: una zona turistica dove in alcuni periodi dell'anno c' grande movimento, ma anche, molto pi spesso, la tranquillit e la pace assoluta, come piace a lei. Alla fine, dopo varie perlustrazioni, trova proprio alle Cinque Terre una piccola casa in affitto, con una cantina al pianterreno, che pu riattare ed adibire a spazio di vendita. Patrizia sente subito dentro di s che quello il posto giusto per viverci tutto l'anno: un paese tranquillo la sera, ma frequentato da turisti, tra cui molti stranieri. Ecco il cambiamento. Si fa coraggio, si licenzia, e con i pochi risparmi che ha sistema lo spazio affittato e compra i primi oggetti da vendere. Ora, a quasi due anni dall'apertura racconta, posso dire di essere veramente contenta: vivo finalmente in un posto che mi piace, tra mare e collina, lavoro tanto ma sono soddisfatta, anche perch l'attivit mia e va abbastanza bene, e comunque alla fine guadagno sicuramente un po' pi di prima. Pensa, ho anche trovato l'amore, un mio coetaneo del posto, che mi ha aiutata a inserirmi pienamente nella comunit. Il bilancio di questo mio cambio di lavoro e di vita, davvero positivo! Analisi e suggerimenti Quello di Patrizia un altro caso di cambiamento di vita che ha trovato nella crisi il suo catalizzatore. L'ha sbloccata, le ha fatto intravvedere la necessit e l'opportunit di un cambio di professione diventato poi anche un cambiamento di vita, che altrimenti non avrebbe mai avuto il coraggio di attuare. Trattenuta nella dolce prigionia di un lavoro che non la rappresentava pi di tanto, dove si era ritrovata per caso ma che aveva portato avanti per tanti anni per pigrizia o per paura, Patrizia con la crisi ha trovato finalmente il coraggio di 'buttarsi', di dimenticare le sue ansie: lasciare il lavoro dipendente, non farcela finanziariamente, non riuscire a reinventarsi, lasciare la citt, sebbene non vi fosse poi cos legata. Senza la crisi della sua azienda probabilmente sarebbe ancora ferma l, al suo posto da contabile.

Le resistenze a lasciare la nostra zona di conforto, presenti in tutti indistintamente in tempi normali, vengono in un certo senso attutite dalla crisi, che rend' necessariamente e improvvisamente obbligatorio fare scelte alternative, ripensare sul serio, e da subito, il proprio futuro professionale, senza poter pi procrastinare. La nuova vita di Patrizia - che lei desiderava e di cui aveva bisogno anche, a seguito del divorzio, per cambiare aria, lasciarsi alle spalle il suo passato - nata della crisi. Patrizia parla di un 'piccolo sogno' realizzato. Certo, non si trasferita in un paese esotico, ma per lei questo cambiamento stato molto importante, perch ha lasciato dietro di s la citt in cui ha sempre vissuto, la sicurezza di un ruolo da dipendente e per realizzarlo ci sono voluti, comunque, una certa dose di coraggio e di determinazione. Un altro caso che dimostra come un cambiamento positivo possa nascere anche da una situazione negativa e scomoda, ma che infonde un coraggio altrimenti introvabile. ESPERIENZE MARZIA CHIERICHETTI, DA ART BUYER A IMPRENDITRICE A MALINDI Quella di Marzia Chierichetti una storia d successo, molto lineare, almeno sino a un certo punto della vita. A ventidue anni segue la propria passione: il design e l'arredo di interni e frequenta un Istituto superiore di architettura. Poi si butta a capofitto nel lavoro, diventa art buyer e allestisce set per servizi fotografici di note riviste. Molto ricercata e stimata, completamente dilaniata dai ritmi lavorativi di Milano. Ma a un certo punto decide di voltare pagina. Finita la scuola superiore racconta ho cominciato subito a cercare un lavoro. Mandavo lettere e curricula a studi d architettura, anche se il mio pensiero fisso era quello di lavorare per le riviste di design. Un giorno ricevetti la telefonata di un architetto che mi chiese se mi interessava fare la sua assistente. Quando mi spieg che lui lavorava per le belle riviste di arredamento cui io ambivo il mio 's' fu immediato e il giorno successivo alle nove del mattino suonavo al campanello del suo studio! Per me fu un'esperienza a tutto campo sulla progettazione degli spazi. Cos inizi il mio percorso lavorativo. Ma, dopo un paio d'anni lasciai lo studio e il posto fisso per diventare free lance e affrontare il mestiere con le mie forze. Il momento era propizio. Progettavo e realizzavo servizi per molte riviste d'arredamento e design, in contemporanea disegnavo mobili per alcuni marchi italiani d'arredo, allestivo i loro spazi, realizzavo i cataloghi. Facevo la stylist per alcuni dei brand pi noti del design italiano. Alcuni imprenditori mi lasciavano 'carta bianca' negli allestimenti. La passione era tanta, un piacere non sempre ripagato, ma tutto quello che ho prodotto in quel periodo stato quasi sempre fatto con grande gratificazione. Negli ultimi anni, per, la mole di lavoro era diventata enorme e cominciava a pesarmi. Spesso e volentieri diventava difficile dire di no ai clienti. Il risultato era che non avevo pi una vita privata, le mie ore di sonno si riducevano a un massimo di tre per notte e a volte saltavo perfino le vacanze). Incominciavo a chiedermi dove sarei finita da l a pochi anni. La stanchezza si faceva sentire e la tensione si alzava. Il lavoro con i clienti lo vivevo ormai come una routine, a parte poche eccezioni. E cos, sempre pi spesso, balenava nei miei pensieri il desiderio di provare per un po' a fare un'altra esperienza, per poi decidere cosa scegliere. Il mio obiettivo stavano diventando gli Stati Uniti insieme alla scenografia cinematografica. Pensavo di darmi sei mesi di tempo senza retribuzione solo per il gusto di mettere alla prova la mia esperienza e

cercare di acquisirne una nuova. E mentre rimuginavo su questo cambiamento, un giorno nella penombra di un set fotografico mi apparve un lunghissimo ciuffo biondo su un naso all'ins e due occhi azzurri! Fui subito perdutamente attratta da questo kenyota, che intravvdi negli allestimenti fieristici un paio di volte l'anno per due anni di seguito, e con il quale i contatti erano fatti di sguardi e di voglia di conoscerlo, immaginandolo come l'angelo della salvezza che portandomi via con s mi avrebbe dato una vita pi sana e serena. Nessuna frase fra noi, solo sorrisi, fino a quando ci fu finalmente uno scambio di battute per una ventina di minuti durante i quali mi raccont dei suoi safari e del suo prossimo ritorno nella sua terra. Visto che non era un 'single', preferii lasciar perdere, ma nel mio cuore bruciava una piccola fiamma che non voleva spegnersi insieme alla speranza che, chiss, un giorno sarebbe potuto succeder qualcosa. Quel giorno arriv, quando venni a conoscenza della fine della sua relazione. Gli lanciai un messaggio che, seguito da una risposta positiva, mi fece prendere un volo per Mombasa nel marzo del 1998. Per una settimana camminai sollevata da terra di qualche metro, innamorata persa di tutto e dall'idea di ricominciare una vita in mezzo alla natura e alla possibilit di avere una famiglia unita come tanto desideravo da piccola. Decisi per il 's cambia vita' e mi diedi un anno di tempo per chiudere tutte le attivit che avevo ancora in piedi a Milano. Tenni aperta solo una relazione, che a mio parere avrei potuto gestire anche a distanza, con un'assistente che ormai conosceva i miei gusti, ma purtroppo i miei clienti non gradirono il cambiamento e chiusero il rapporto con me. A malincuore me ne feci una ragione, e, con un gran nodo alla gola per aver lasciato un lavoro meraviglioso e tutte le persone a me pi care, cercai di pensare alla mia nuova vita. Al termine dell'ultimo anno a Milano, prima di trasferirmi definitivamente in Kenya, cominciai la mia nuova esperienza: due mesi in mezzo alla savana. La vita si svolgeva in tenda su un fiume a cinque metri da coccodrilli, ippopotami e tutto il resto. Fu l che incominciai a creare i primi gioielli con tutti i materiali naturali che trovavo nella terra rossa, nei cespugli e sulle rive dei fiumi. Dopodich presi la decisione. Dopo quindici anni di lavoro dedicati allo styling e all'architettura d'interni, lasciai l'Italia per trasferirmi definitivamente a Che Shale, trenta chilometri a nord d Malindi. Vivevo in un piccolo resort di famiglia, situato su una spiaggia dorata in mezzo a una piantagione di palme da cocco. Un sogno a occhi aperti. A quel punto non dover occuparmi del dettaglio del fiore che non cadeva perfettamente nell'angolo sinistro della foto di apertura di chiss quale rivista era diventato per me un sollievo. Intanto i miei piccoli gioielli diventavano un vero mestiere insieme al resort con il mio futuro marito, ed emergeva il mio bisogno 'represso' di arredare gli spazi. Andavo a scovare materiali pi particolari, portati dal mare, per creare, come faccio tutt'ogg, mobili e lampade. Certo, lasciarsi alle spalle una situazione di benessere economico e di stima lavorativa e andare incontro a tutta un'altra vita non facile. I cambiamenti cos drastici sono un salto nel buio. E dopo, bisogna essere pronti a sapersi adattare alla nuova esistenza senza perdere il controllo. Tra l'altro, se si cambia paese non si deve mai dimenticare che si ospiti e s deve aver rispetto di chi ci accoglie prima di ogni altra cosa. Comunque ho fatto tutto quello che ho potuto per dare lavoro e aiutare chi aveva bisogno. Nei miei sogni vorrei costruire una scuola per insegnare come riciclare, pulire e creare il nuovo dal vecchio. Ho raccolto tutte le bottiglie d plastica per farne lampade e insegnando, nello stesso tempo, a ripulire i villaggi, ma non sempre ha funzionato. Ho creato un mini villaggio-workshop con bungalow specifici per ogni tipo di produzione. C' chi produce i gioielli, chi lavora il legno, chi

prepara le buste di fibra di palma per confezionare gioielli, la sartoria e la sezione alluminio per ciotole, cornici e bottoni. Tutto su un pezzo di terreno adiacente a Che Shale che mi sono comprata con i sacrifici di questi ultimi dieci anni. Nel 2004 qualcuno mi convinse ad aprire un negozio a Malindi. Non ne ero estremamente convinta visto che avevo gi molto da lavorare nel resort e nel laboratorio, ma mi divertiva l'idea e creai l'involucro della mia nuova compagnia, la Be Clever. Cos rientrai nel mercato dell'arredamento con la produzione d lampade, mobili e oggettistica per la casa oltre a gioielli, vasi, tappeti, borse, che quello che faccio oggi. Sfortunatamente il motivo della mia venuta in Kenya perse significato nel 2007, quando il mio matrimonio si sgretol lasciandomi ovviamente in una situazione di profondo malessere, ma per fortuna economicamente autonoma! Trovai un piccolo appartamento che si affacciava sull'Oceano Indiano, comune denominatore della mia vita in Kenya. Sono ormai due anni che vivo da sola, nonostante il terrore di una seria rivolta nel gennaio 2008 e nonostante il dispiacere di aver visto il fallimento del mio amore. Mi sono aggrappata ancora una volta al dono pi grande che ho ricevuto, la creativit, anche se a volte sono stata sul punto di perderlo. Ora proseguo e nel mio piccolo sto cercando di avvicinare i miei due mondi, vorrei amalgamare il tutto, ma senza fare confusione. Sto cercando di diffondere la mia esperienza attraverso i miei oggetti. Ognuno di loro ha un'anima, ogni pezzo di allumnio arriva da un frigo, da un camion o da un aeroplano, ogni piccola perlina di metallo ha la sua storia. Tutto ha vita e ancor di pi i legni. Ogni cosa morta per me deve essere riportata in vita e apprezzata pi di prima. Oggi Be Clever ha alle sue dipendenze venti ragazzi e occupa circa dieci lavoratori esterni. SESTO CASO VOGLIO CAMBIARE RADICALMENTE LAVORO Marco ha quarantuno anni, una laurea in Bocconi e un MBA. Ha una cultura internazionale, ha vissuto all'estero per alcuni anni, parla correntemente tre lingue ed un uomo elegante e di gusto. Si rivolge a me dietro consiglio di un'amica comune, che ha lavorato con lui in passato e che gli suggerisce di parlare con un un professionista per 'chiarirsi le idee'. Marco ha una grande carriera alle spalle: dopo la maturit classica ottenuta brillantemente si laureato con il massimo dei voti; poi entrato in una grande multinazionale francese del largo consumo, che gli ha finanziato dopo pochi anni un MBA e che gli ha fatto fare una rapida, importante carriera prima in Italia, poi in Sudamerica e infine presso il quartier generale francese. In quegli anni, racconta Marco, gli viene offerta una posizione a Parigi nel settore marketing di un gruppo dei beni di lusso; ma la carriera che stava facendo nella sua azienda era talmente rapida da farlo rinunciare al cambiamento. Dopo dieci anni in quella multinazionale, un cacciatore di teste gli propone la Direzione commerciale e marketing di una nota societ italiana produttrice di beni di largo consumo. Marco accetta la sfida e non soltanto diventa direttore commerciale, ma, dopo poco tempo, diventa direttore generale della societ, Tra noi si svolge una chiacchierata piacevole in cui emergono anche suoi interessi culturali importanti: per l'arte, la moda, viaggi e la lettura. Si rivela, insomma, una persona profonda. Mi racconta dettagliatamente tutti i successi conseguiti: risultati di vendita, quote di mercato acquisite, campagne pubblicitarie di successo e innovative di cui stato il derisore. E indubbiamente una persona brillante, dalla forte personalit, di successo, ma che non rientra nel tipico clich di manager rampante e aggressivo. Ma si trova a dover lasciare l'azienda perch, dopo anni di risultati positivi, c' stato un

anno di significativo rallentamento dovuto alla crisi, e la famiglia azionista di riferimento, allarmata, ha ritenuto che ci volesse un nuovo direttore generale con un profilo da 'tagliatore di costi' piuttosto che una persona dedicata allo sviluppo del business come lui. Niente di strano, per un cacciatore di teste come me, abituato a numerosi casi d manager, anche di valore, allontanati dalle aziende per motivi che poco hanno a che vedere con il loro spessore professionale. Dopo quasi un'ora di colloquio, per, Marco si apre e mi dice: Penso di potermi confidare con lei, vorrei il suo consiglio. Sono molto in crisi, mi sembra di avere sbagliato tutto nella vita, non sono davvero pi sicuro di avere fatto le scelte giuste. Mi piacerebbe cambiare completamente, vorrei un lavoro creativo, mi interessa molto il settore del lusso e della moda, o della pubblicit; lei come vedrebbe una mia ricollocazione? Ho questo dispiacere di non avere accettato a suo tempo la posizione offertami a Parigi, che mi interessava di pi. Forse la mia carriera avrebbe potuto essere diversa, mi sarei occupato di cose che mi interessano maggiormente. Sa, ho un lato creativo importante che ho sempre trascurato per seguire la mia carriera nell'ambito commerciale e ora mi piacerebbe valorizzarlo. Quando ero direttore generale mi divertivo molto a lavorare nel marketing alle campagne pubblicitarie, abbiamo realizzato con l'agenzia di pubblicit delle idee bellissime. Non so esattamente dove e come, ma avverto che, giunto a questo punto della mia vita, fondamentale per me potere utilizzare la mia creativit. Gli spiego che attualmente non molto facile entrare in un settore cos specifico come quello della moda o della pubblicit, senza nessuna esperienza pregressa e che nell'eventuale passaggio ci sarebbe probabilmente bisogno di un investimento da parte sua. Cambiando settore non automatico che gli venga offerta una posizione di direttore generale. Ribadisco insomma che anche nella moda e nella pubblicit arrivano manager dal settore del largo consumo, ma anche che piuttosto raro, soprattutto in Italia, e in particolare per una posizione top come la sua. Gli chiedo anche se, rispetto al suo ruolo di top manager, che comporta un pacchetto molto importante, disposto a qualche forma di flessibilit in termini di retribuzione o di contratto. Mi risponde di no, che questo non proprio possibile: tra l'altro, mi racconta di aver divorziato da poco e di essere stato molto generoso verso la ex moglie in termini di alimenti, forse fin troppo; quindi, ha assolutamente bisogno di un lavoro con una retribuzione identica alla precedente o comunque molto simile, che gli permetta di non ridurre minimamente il suo tenore di vita. Colgo, neppure troppo tra le righe, che lo status per lui un valore imprescindibile. diventato direttore generale di un'azienda importante da ragazzo di provincia che era, e questo motivo di forte orgoglio personale e per la famiglia di origine. D'altro lato, per, Marco assolutamente deciso: non vuole pi lavorare nel largo consumo, dove peraltro ha accumulato un'esperienza notevole, perch il settore gli sembra governato da logiche ormai per lui scontate, che conosce perfettamente e che non gli sono pi di stimolo. Prima di salutare Marco gli spiego in modo molto chiaro che le sue aspettative, sia rispetto al mercato del lavoro, sia rispetto al radicale cambiamento di settore, vanno ulteriormente meditate e ridimensionate. Il cambiamento cui aspira, mantenendo intatto il suo importante pacchetto retributivo, non facile da attuare, e questo un dato di realt dal quale non possibile prescindere. Analisi e suggerimenti Quello di Marco un caso piuttosto frequente tra quanti riguardano il cambiamento nel mercato del lavoro. Si stati ottimi studenti, si sono scelti studi che al momento sembrano particolarmente brillanti e precursori di una rapida carriera (gli studi economici e di ingegneria in questo senso sono particolarmente

apprezzati dalle famiglie). Dopo la laurea, poi, in tempi non di crisi, si 'allettati' dalle multinazionali pi attente agli alti potenziali e ci si ritrova in carriera. Fin qui tutto bene, un percorso per certi versi invidiabile in un Paese in cui non sempre i laureati trovano un lavoro adeguato. C' tuttavia un problema: talvolta questi percorsi, queste scelte, sono troppo eterodirette; la persona non si chiede cosa vuole veramente, cosa le piacerebbe davvero fare e quindi quale lavoro le sia pi congeniale e consenta di dare un senso compiuto alle giornate lavorative e non solo a quelle. Indubbiamente nella vita bisogna essere realistici, ci sono aspetti importanti che non possibile ignorare quali la sicurezza economica, il prestigio sociale, le necessit della famiglia. Per alcuni il percorso fila liscio, ci si avvia verso una carriera pi o meno di successo senza farsi troppe domande. Per altri, invece, arriva a un certo punto il diffcile momento della verit, spesso verso i fatidici quarant'anni. Ci si chiede se quello che si fatto e si sta facendo abbia un senso, se il lavoro in cui si impegnati meriti tutte le energie che vi si spendono, e talvolta queste domande assumono un significato esistenziale pi ampio, che non investe solo la sfera del lavoro, ma anche altri aspetti della propria vita. Marco, per esempio, in conflitto con se stesso: da un lato si rende conto di avere assolutamente bisogno di un cambiamento importante di lavoro e di vita, dall'altro non pronto a spostare nemmeno di poco la sua 'zona di conforto', non soltanto in termini retributivi. Ha un'idea di un cambiamento di settore lavorativo, che afferma di volere fortemente, ma sul quale non pronto a investire e puntare veramente. A suo tempo, Marco non si era per nulla 'ascoltato'. Assorbito dalla carriera non si era chiesto se quello che stava facendo gli corrispondeva o meno. Ora, finalmente, questo suo essere temporaneamente fuori dall'azienda lo porta a interrogarsi sul suo futuro professionale e guardarsi finalmente dentro. Certo, confrontarsi con un consulente in risorse umane pu essere utile in un caso come questo, soprattutto per verificare le effettive possibilit che il mercato del lavoro oggi offre. Tuttavia affermare di volere cambiare radicalmente lavoro significa anche che si arrivati a un punto in cui si deve fortemente volere capire di pi della propria vita, delle scelte fatte, ed essere anche disposti a metterle in discussione. Il passo successivo, quello per cui si pronti a uscire dalla propria zona di conforto, non automatico, al contrario: lo dimostra il caso di Marco. ESPERIENZE GIULIO CAPPELLINI, DA IMPRENDITORE A CONSULENTE I cambiamenti non mi spaventano poich sono curioso di natura ma vanno sostenuti con un po' di coraggio. Il commento di Giulio Cappellini, uno degli uomini che negli ultimi decenni ha maggiormente contribuito a far conoscere a livello internazionale il design italiano. Talent scout di fama, ha fatto conoscere creativi e progettisti poi diventati star mondiali nel disegno di mobili e oggetti: Ron Arad, Marcel Wanders, Tom Dixon, Jasper Morrison, Mare Newson, Jean Marie Massaud. Questi, e tanti altri designer, prima di diventare personaggi di fama sono stati lanciati da Cappellini. Reclutati giovanissimi da lui per disegnare oggetti e mobili, la sua azienda si rivelata un trampolino di lancio della loro brillante carriera. A Cappellini sempre stato riconosciuto un gran gusto per il bello, la passione per inventarsi nuove soluzioni domestiche e un gran fiuto nel seguire e intuire gli orientamenti della creativit. Un'energia e un impegno fino a qualche anno fa profusi esclusivamente nella sua azienda, la Cappellini, ereditata dal padre.

Cambiato il quadro economico internazionale, negli ultimi anni stato costretto a prendere una decisione importante. Con un mercato globale che mette in competizione tutti i paesi del mondo, la sua azienda con prodotti di alto livello estetico e funzionale ma dalle dimensioni troppo piccole per confrontarsi con i colossi internazionali si trovata di fronte ad un bivio: o farsi acquisire, ed entrare a far parte di una societ pi grossa, oppure fermare la propria crescita. Penso - racconta - che far parte di una grande realt permetta alla Cappellini di essere pi visibile a livello internazionale e di non soffrire della malattia di cui patiscono molte aziende italiane, di avere piccole dimensioni . Tra l'altro, lui, mente creativa, non aveva l'appoggio di una persona valida, una spalla che lo aiutasse a gestire la parte economicofinanziaria dell'azienda. Situazione che ha accelerato la sua decisione di vendere. Nel 2004 l'azienda stata ceduta al gruppo industriale italiano pi grosso nel design di alta gamma, Poltrona Frau di Luca Corder di Montezemolo, di cui Giulio Cappellini diventato direttore creativo. Una grande svolta professionale che, arrivata all'et di cinquantacinque anni, lo ha trasformato da imprenditore di lunga data a direttore creativo del pi grosso gruppo del design italiano. Un cambiamento non dei pi semplici sotto il profilo emotivo, una crisi che lui ha saputo trasformare per in opportunit. Quella che dall'esterno poteva sembrare una dbcle per l'azienda - la cessione - era in realt l'unico modo per farla sopravvivere, con alle spalle un grosso gruppo che avrebbe potuto finanziarne la crescita. Cappellini d'altronde avrebbe continuato a fare quello che aveva sempre fatto, il direttore creativo, ma a pi ampio spettro e con la leggerezza di non doversi pi sobbarcare la gestione dell'impresa. Da allora sono cambiate non solo le prospettive sul mio futuro, ma a quelle attraverso le quali vedo il futuro dei miei figli. Quando avevo l'azienda dicevo loro: "Farete il mio lavoro". Adesso dico loro: "Se volete fare il mio lavoro bene, se no farete altro". La creativit oggi va esercitata a trecentosessanta gradi, io posso fare meglio il mio lavoro, non occuparmi solo di tavoli e sedie, ma anche di altre realt. Il modo di lavorare sempre lo stesso, il mio: faccio ricerca e innovazione di prodotti con un'apertura culturale verso persone che provengono da paesi diversi; cerco di sorprendere con una nuova poltrona, una nuova libreria, ma mai di scioccare. quello che continuo a fare anche ora, ma come direttore creativo per tante aziende. Il cambiamento duro, come in generale lo la vita, ma si dice, e credo sia vero, che "basta una carezza su novantanove schiaffi per pareggiare il conto" . Dieci suggerimenti per il cambiamento 1) Essere contemporanei. Ho abbandonato ogni nostalgico anacronismo e ho cercato di essere contemporaneo. In altre parole ho avuto la lucidit di capire e agire velocemente quando stata ora di cambiare registro, di dare una svolta alla mia vita professionale, che diventa anche una svolta esistenziale. 2) Essere sempre coerenti. Bisogna saper riconoscere e ammettere quello che si sa fare bene e quello che non s sa fare. E quindi cambiare, restando comunque coerenti con la propria vocazione, con la consapevolezza che non viene spazzata via col cambiamento, ma semmai esaltata. 3) Lavorare con gli altri. Un altro segno di contemporaneit aver voglia di condividere un progetto con altre persone. Il confronto con gli altri positivo. Ho sempre lavorato in squadra, sia quando avevo la mia azienda sia adesso che lavoro per altri. Non ho mai avuto un atteggiamento da star e tanto meno autocelebrativo. Oggi pensare di lavorare da soli anacronistico. Bisogna avere la capacit di far appassionare gli altri alle proprie idee e progetti.

4) Bisogna crederci. Sono un istintivo. Quando ho deciso che dovevo cambiare e vendere la mia azienda ho abbracciatola causa al cento per cento. vero che se il cambiamento lo si fa a trent'anni pi facile, pi complesso farlo a cinquanta, quando successo a me. 5) Reagire con entusiasmo. Quando la gente vive un mutamento generalmente adotta tre comportamenti diversi: lo sposa con grande entusiasmo; non lo capisce, ma si adegua; lo ostacola. Vedevo che le persone che lavoravano in Cappellini, al momento del cambiamento quando l'ho venduta, assumevano questi tre atteggiamenti, io, invece, ho adottato il primo, anche perch quando ho deciso di cedere la mia attivit l'ho fatto proprio pensando ai vantaggi che ne sarebbero derivati per l'azienda e per chi ci lavorava. Era l'unico modo per garantire un futuro pi roseo . 6) Essere istintivi nelle decisioni. Oggi tutto molto veloce. Bisogna assumersi i propri rischi in tempo reale. Il vero problema che, schiavi della velocit, non abbiamo pi il tempo per pensare, io riesco solo a farlo solo quando sono in viaggio, perch non squilla il telefono. 7) Aver voglia continuamente di cambiare. Mettersi in discussione professionalmente un buon esercizio. La staticit molto europea. In altre parti del mondo c' molto pi nomadismo. 8) Nel cambiamento non cancellare la propria storia, il proprio passato. Oggi sempre pi forte il desiderio di riappropriarsi delle proprie radici, soprattutto da parte dei pi giovani. 9) La curiosit il primo motore. Spero di invecchiare serenamente, con la curiosit e la volont di scoprire sempre nuovi personaggi da lanciare nel mondo del design. 10) Avere chi ti supporta. importante, nelle fasi di cambiamento, aver qualcuno su cui poter contare. Non per farsi dare una pacca sulla spalla, ma che aiuti a far vedere le cose in maniera critica, io ho mia moglie. SETTIMO CASO VOGLIO SALIRE SEMPRE PI IN ALTO Paolo, trentottenne, milanese, un pubblicitario, direttore del servizio clienti di una grossa agenzia internazionale di pubblicit. Viene da una famiglia modesta - il padre operaio e la madre casalinga - e dopo gli studi di ragioneria trova lavoro come impiegato in una societ di logistica. Spronato dalla sua ambizione, si iscrive all'Universit. Molto determinato, si laurea in quattro anni, non andando fuori corso nemmeno di un semestre e subito dopo la laurea, affascinato dal mondo della pubblicit, lascia il suo lavoro di impiegato per entrare in un'agenzia come junior account. Ambizioso, fa una rapida carriera, diventa account, poi supervisor in un'altra agenzia, poi direttore clienti, infine passa nell'attuale agenzia come direttore servizio clienti, gestendo dei budget importanti e un team significativo. Ci conosciamo da tempo, abbiamo avuto dei rapporti professionali, ed nato anche un rapporto di amicizia tra di noi. Un giorno ci vediamo a pranzo, gli faccio i complimenti per l'ultimo salto di carriera e gli chiedo come sta. A questa domanda Paolo mi guarda fisso negli occhi e mi dice: Vuoi la risposta ufficiale o la verit? La mia risposta sollecita ovviamente la seconda opzione, e Paolo mi racconta di s, afferma di non essere mai soddisfatto, neppure dell'ultima promozione. Da sempre si sente in dovere di vincere. Da piccolo il papa' lo portava alle gare di go-kart e voleva che lui fosse sempre il primo, che vincesse sempre, altrimenti gli teneva il muso, non gli parlava. Ora, mi dice, gli sembra sempre di dovere dimostrare qualcosa, di non avere mai fatto abbastanza. Continua, poi, dicendomi che ha un altro grande cruccio: ha una compagna da molti anni, di cui davvero innamorato e con la quale da tempo cerca invano di fare un figlio, e anche questo fonte di dispiacere per i suoi genitori.

Le sue parole mi colpiscono. Gli parlo amichevolmente, pi che da professionista, spiegandogli che invece ha gi fatto moltissimo nella sua vita, nella sua carriera, ha raggiunto traguardi di cui essere orgoglioso: gli studi universitari, il cambio di lavoro, la posizione di direttore ampiamente meritata. Gli dico, insomma, che quest'ansia di perfezione, questa corsa verso l'alto positiva ed propria dei nostri tempi e della nostra cultura orientata al successo, ma che bisogna anche ogni tanto riconoscere i propri meriti, rilassarsi, pensare a s in termini positivi, pensare che si va bene cos come si . Paolo dovrebbe smettere di pensare in termini di dimostrazione a s e soprattutto agli altri. Infine, riguardo al desiderio di un figlio, gli dico che salvo impedimenti fisici, questo arriva quando si pronti anche psicologicamente, quando ci si rilassa, non quando c' un'attesa spasmodica. Cerco, insomma, di rassicurarlo, di fargli capire che ha tutto il diritto di riconoscere i suoi meriti, e che pu cominciare a pensare alla sua carriera futura non come a una corsa di go-kart da vincere per gli altri, ma per se stesso, se e quando lo vorr. Qualche mese dopo ci vediamo nuovamente, e Paolo mi racconta che la chiacchierata fatta insieme a pranzo ha dato il via a lunghe riflessioni, fatte in parte da solo, in parte condividendole con la sua compagna; ora si sente molto pi sereno, ha capito che la corsa verso l'alto per lui sempre importante, ma ha smesso di pensarci continuamente, e in questa nuova agenzia pi rilassato, meno competitivo che in passato. Ha superato, mi dice, la condizione paradossale di fare un salto di carriera e di pensare subito a quello successivo, in una corsa senza fine, senza trarre veramente piacere e soddisfazione da quello che fa. Finalmente ho capito che non necessario concentrarsi sulla carriera a tutti i costi. Cambier lavoro se e quando davvero penser che ne varr la pena, per me. E poi in questo periodo sono davvero felice, non solo per il lavoro ma anche per la mia vita personale. Ci siamo rilassati tutti e due e proprio quando ci siamo detti che non importava essere genitori a tutti i costi, che stavamo bene insieme anche senza prole, lei rimasta incinta. Tra qualche mese diventer padre! Analisi e suggerimenti Nelle frequentazioni di un cacciatore di teste i casi come quello di Paolo sono piuttosto frequenti. Capita infatti piuttosto spesso di incontrare candidati molto ambiziosi, che fanno della carriera la loro priorit di vita, e che spesso paradossalmente non sono mai contenti dei traguardi raggiunti. Paolo uno di questi: ha una specie di spinta interiore, che nasce da lontano, dal suo vissuto personale, a non fermarsi mai, a guardare sempre pi avanti, sempre pi in alto, in una corsa a ostacoli che, ahim, non gli permette mai di godersi pienamente quello che ha. Certo, la nostra una societ competitiva, dove il successo la misura del proprio valore e la carriera fortemente voluta da chi ci sta intorno -famiglia, genitori, partner - talvolta addirittura pi che da noi stessi. Essere ambiziosi, voler andare oltre, bello e umano, ci fa crescere, ci spinge a lasciare la nostra zona di conforto. Ma se l'ambizione parossistica diventa come la corsa dei go-kart di Paolo da piccolo. Allora doveva vincere a tutti i costi perch cos faceva piacere a suo padre. Quando Paolo riflette su quello che ha fatto fino al nostro incontro e soprattutto su ci che vuole veramente va in crisi, si rende conto che forse non sar un prossimo cambio di lavoro a renderlo felice, a dargli il senso di pienezza che cerca. Invece dovrebbe fermarsi a riflettere, riconoscersi i propri giusti meriti, trovare un nuovo equilibrio tra vita privata e professionale. Da questa nuova consapevolezza non emerge il profilo di un manager meno ambizioso o grintoso, ma al contrario di una persona pi consapevole di

s, delle proprie priorit esistenziali, oltre che di una persona pi fecalizzata su ci che sta facendo ora e quindi, paradossalmente, con maggiori probabilit di successo. Tale approccio nuovo, per cui Paolo non arresta la sua corsa, ma l'inquadra con pi obiettivit e soprattutto la interiorizza, ha delle ricadute positive sia sulla vita professionale sia su quella personale. Paolo ora un manager pi sereno, fecalizzato sugli obiettivi di ggi, portato a lavorare in team e a essere meno inutilmente competitivo. Finalmente pronto per assumersi la responsabilit e i piaceri della paternit. Ora lui a fare le scelte e per la prima volta nella vita si sta autoaffermando e correndo la sua corsa! ESPERIENZE QUEL VIZIO DI CAMBIARE Roberto Zuccato, da manager a imprenditore La mia vita sotto il segno di scelte controcorrente. Tutte le volte che mi sono trovato in situazioni professionali molto stabili, ho cambiato strada. Roberto Zuccato ha compiuto il grande salto tre anni fa quando ha deciso di non essere pi un dipendente e di intraprendere un'attivit autonoma scegliendo un settore che non aveva mai frequentato: la moda. Cos ha fatto due cambiamenti in una volta sola. Ha acquisito Fontana, storico marchio di alta moda femminile, che lui ha deciso di rilanciare, e Alessandro Martorana, brand di moda maschile sartoriale. Dopo aver lavorato per anni, in posizione di top manager in diversi settori, dal largo consumo, con il caff, al lusso, con lo champagne e il whisky, fino alle automobili, a sorpresa Zuccata ha abbracciato il campo della moda, rischiando in proprio. Il suo un percorso interessante da osservare per chi sta affrontando un cambiamento, spiega quali sono gli atteggiamenti che sono d'aiuto. Zuccata fa una premessa, ammette di essere sempre stato molto portato al cambiamento. In genere la gente passa il tempo a predisporre le cose per avere un posto sicuro, ben pagato e che dia soddisfazioni professionali, e quando lo ottiene, rimane l per anni e anni a godere della posizione . Lui invece, ogni volta che ha conquistato il posto desiderato, dopo un po' ha sempre cambiato le regole del gioco e si rimesso in discussione. Un filosofo diceva che in questa vita dobbiamo spesso fronteggiare due nemici, il dolore e la noia. Il primo, lo si combatte con l'atarassia e il secondo con l'ingegno. Il mio modo di applicare l'ingegno stato quello di affrontare problemi complicati e cercare di risolverli. I primi tre anni della sua vita lavorativa li passa in una societ di consulenza a Torino. A ventisette anni si trova in una situazione ottimale. ben retribuito e con mansioni di alto livello. Durante una cena, incontra per caso il direttore marketing della Lavazza degli anni Novanta. Roberto Zuccato, appassionato di marketing che in quegli anni in piena espansione, decide che per imparare, come succede per il falegname e il sarto, bisogna andare in bottega. E alla richiesta dell'allora direttore marketing di Lavazza di entrare in azienda non riesce a rispondere di no. Un cambio di lavoro che lo attira tantissimo ma, come spesso succede, per ottenere qualcosa probabile che si debba rinunciare a qualcos'altro. Quindi, per occuparsi di marketing in Lavazza rinuncia a met dello stipendio precedente e a una serie di benefit. Dopo aver fatto la gavetta per quattro anni, coperto una serie di posizioni di responsabilit e conquistato un'ottima posizione, sta bene, ben pagato e si sente in famiglia. Raggiunta una posizione top nel marketing di Lavazza, viene chiamato dal conte Gregorio Rossi di Montelera, proprietario di Martini & Rossi, che gli propone di andare a lavorare per lui: La vedo bene per gestire un marchio di lusso gli dice. Per Zuccato rappresenta una nuova sfida. Significa passare dai beni cosiddetti di largo consumo, come il caff, a

un prodotto di lusso come lo champagne o il whisky. Nel giro di cinque anni conosce a fondo tutto il settore degli alcolici, diventando il pupillo del conte. Si ritrova a essere nuovamente in una situazione ideale, gratificato nella posizione che occupa e nei compensi percepiti, con la soddisfazione di aver contribuito a svecchiare l'immagine della Martini portando importanti cambiamenti nell'immagine con campagne pubblicitarie d'impatto. Diventa prima direttore marketing della Martini e successivamente direttore commerciale della Societ italiana. Ma sopraggunge un nuovo colpo di scena: lascia la Martini & Rossi per entrare nel settore delle automobili. Quando sono entrato in Fiat mi vedevano come l'uomo degli alcolici e io mi sono buttato a capofitto nel mare magnum delle auto. All'inizio direttore pubblicit di Fiat Auto; dopo due anni diventa direttore marketing per tutti i modelli del marchio; dopo due anni direttore commerciale di tutto il mondo Alfa Romeo; infine responsabile marketing e prodotto in Alfa Romeo e Maserati. In seguito a una serie di cambiamenti al vertice Fiat, decide di compiere il grande salto. Da dipendente a indipendente: si mette in proprio. Tre anni fa, a quarantatr anni. Se non lo faccio ora non lo faccio pi si dice. Con penna e carta fa un'analisi a tavolino e capisce che il settore della moda quello sul quale puntare con le sue possibilit economiche insieme ad alcuni soci che unisce attorno a s. Da quando gli viene l'idea comincia frequentare il mondo della moda e capisce, per varie ragioni, che gli conviene entrare nel settore del lusso maschile e femminile. Compra due marchi, Alessandro Martorana, che fa abiti su misura da uomo, e Fontana, di abbigliamento femminile. Sono tre anni che mi occupo di moda da imprenditore. Non l'ho mai fatto prima d'ora. Non ho mai rischiato in proprio, anche se nei lavori precedenti gestivo business di cui mi occupavo dall'inizio alla fine del loro ciclo vitale, portando risultati in azienda. Sono molto soddisfatto della scelta che ho fatto e contento di aver avuto una carriera lavorativa cos movimentata. Le dieci regole per il cambiamento 1) Segui sempre la tua passione. Se per qualche motivo la metti tra parentesi, poi riprendine le fila. la sola a renderti veramente felice. Per lei conviene rimettersi in gioco anche a quarant'anni. 2) Non temere di cambiare ambito lavorativo, di chiudere un capitolo per aprirne uno totalmente nuovo. Casomai preoccupati se stai troppo tempo fermo nello stesso posto di lavoro. 3) Quando senti che ora di dare una svolta lavorativa, siediti a tavolino e scrivi su un pezzo di carta cosa vuoi e cosa puoi fare. Guida il tuo destino, se no lo far qualcun altro per te. 4) Quando cambi lavoro e ambito lavorativo: Do your homework, come dicono gli americani. Ovvero impara, con un atteggiamento di umilt, tutto quello che c' da imparare del nuovo mondo lavorativo in cui stai entrando. Si tratta di un grosso impegno, ma inevitabile per i primi due, tre anni. 5) Trova gente pi esperta di te. Affiancati a persone che conoscono tutto di quel mestiere cos impari pi velocemente. 6) Prima di fecalizzarti sui difetti del nuovo posto di lavoro, guardane i pregi. un ottimo modo per entrare pi in sintonia con l'ambiente e con chi ci lavora. 7) Quando cambi lavoro all'inizio ti senti inadeguato perch tutto nuovo. Goditi questo senso di inadeguatezza. positivo, il segno che stai gi imparando, e questo trasmette un senso di crescita. 8) Se avrai la responsabilit di una squadra, ricorda che fondamentale affidare a ogni persona il ruolo giusto, fargli fare quello che sa fare meglio. L'unico vero potere di chi comanda saper delegare, dare ad ogni persona la posizione che merita.

9) Non necessario andare a caccia di qualcosa di diverso se professionalmente si appagati, ma quando capita un'opportunit giusta giusto coglierla. 10) Quando cammini su una strada sempre dritta e sicura a un certo punto spostati su una via secondaria. Potresti trovare delle sorprese positive che sulla strada principale non vedresti mai. OTTAVO CASO VOGLIO RIPRENDERE IN MANO LA MIA VITA Agnese ha quarantadue anni, una donna elegante, alla moda, con molto fascino: alta, bruna, fisico snello, nervoso. La famiglia di origine siciliana, il padre un piccolo imprenditore edile, la madre una maestra elementare. Dopo il liceo inizia gli studi di Lettere, ma poco convinta, ha voglia di mettersi a lavorare, soprattutto per crearsi una sua indipendenza economica. Vive la famiglia come un peso, il padre e la madre certo non la incoraggiano, le dicono: Al massimo farai la segretaria, non hai la stoffa, tuo fratello s che far carriera, si iscritto alla Bocconi, lui, e poi, sei una donna, l'importante che ti sposi e fai figli. A ventidue anni inizia a lavorare, entra in una casa editrice come centralinista. Gi li viene notata, ha una certa presenza, un modo di fare che irradia energia intorno a s. Passa in segreteria di redazione e anche qui la sua performance molto superiore alla media: in breve diventa l'assistente della storica caporedattrice di una delle testate della casa editrice. proprio il suo capo a spingerla a provare a scrivere qualche artcolo, a diventare giornalista. Mai scelta fu pi appropriata: Agnese, considerata come la giovane di bottega, vuole dimostrare di essere molto, molto brava, di 'avere le palle', di non essere fatta come sua madre per occuparsi solo di marito e figli e di un lavoro part-time, vuole dimostrare a se stessa che pu arrivare in alto. La carriera brillante, merito della sua bravura e, dice, di un pizzico di fortuna, del 'fattore k', che non guasta mai. Fa il praticantato, supera l'esame di giornalista, diventa redattrice, poi caporedattrice. L'azienda nel frattempo cambia la propriet e il top management. Vengono sostituiti alcuni direttori e la nuova propriet le offre, del tutto inaspettatamente, la direzione di una delle testate; Agnese ha trentasei anni. In realt, nella casa editrice tutti pensano che lei sia una 'iena', che abbia fatto di tutto per la carriera, che sia insomma un'arrivista che ha costruito il suo successo mattone per mattone, con la forza di volont di emergere a tutti i costi. Diventare direttore a trentasei anni una gran bella soddisfazione per una giovane donna non laureata - e questo un suo grande cruccio destinata nell'immaginario della sua famiglia a un lavoro esecutivo. Agnese ha anche un marito da dieci anni, Francesco, cui legatissima e che ha un solido lavoro in banca, oltre a essere una persona che la supporta molto nella carriera, che non le crea problemi se torna a casa dalla riunione di redazione alle undici di sera, che non le fa storie se lei non si occupa della casa perch non ne ha il tempo. Francesco il vero il perno del loro menage famigliare, lui che si occupa di tutte le cose pratiche. Insieme hanno deciso, finora, di non avere figli. A trentanove anni, Agnese va in crisi: si guarda indietro e da un lato si trova brava, perch ha ha raggiunto molti traguardi professionali; persino il padre, parco di complimenti, le dice ora che stata brava, che non se lo aspettava da lei. Dall'altro, per, comincia a pensare di avere sacrificato troppo la sua vita privata e matrimoniale, e soprattutto ora sente un fortissimo desiderio di maternit.

Parla con Francesco che d'accordo; anche se non glielo aveva mai detto prima anche lui ha voglia di diventare padre. Mettono in cantiere un figlio, fortemente voluto e 'programmato'. Resta incinta, la gravidanza la passa lavorando, solo una settimana prima del parto 'stacca'. Nasce Carlotta, e Agnese, felicissima di essere madre, si organizza subito con una brava tata e torna ben presto al lavoro. Tutto va avanti come prima, Agnese si rassicura e sente questa figlia come un ulteriore obiettivo raggiunto. Quando Carlotta ha un anno e mezzo, Agnese resta per di nuovo incinta: questa volta, forse per la prima volta nella sua vita, fronteggia un evento cui impreparata. Non l'ha voluta questa gravidanza, non l'ha decisa lei, arriva come un imprevisto. Nasce un secondo figlio, Davide, e Agnese si chiede cosa vuole veramente, con una consapevolezza del tutto nuova per lei. Si rende conto che finora andata avanti con un modello che era in antitesi a quello di sua madre. Per non essere come lei, e soprattutto per dimostrare a se stessa di valere, ha messo in secondo piano aspetti per lei importanti, ma che non voleva neppure ammettere con se stessa, come il fatto di volersi occupare dei figli in prima persona, di volere fare la moglie e la mamma. Siamo amici da molti anni. Un giorno mi dice: Sai, ho deciso di mollare la mia carriera, non voglio pi essere la direttrice del giornale, sempre in redazione dalle dieci del mattino alle nove di sera. Voglio godermi mio marito e i miei figli, voglio essere una donna normale, fare le cose che non ho mai fatto finora, fare la spesa, cucinare, andare al mercato, stendermi un pomeriggio sul divano e leggere un libro. come se il ruolo di direttrice del giornale non mi interessasse pi, voglio fare la giornalista free-lance, tanto sono molto conosciuta ormai, voglio delle collaborazioni, scrivere un libro, tenere delle rubriche, magari reiscrivermi all'Universit, ma non voglio pi un impegno professionale cos totalizzante. Sono cambiata dentro. Analisi e suggerimenti Quello di Agnese un caso estremo, e privilegiato, di un fenomeno che sempre pi diffuso e che ha, a mio parere, una notevole rilevanza sociale, sia tra le donne che tra gli uomini: il work-life balance, una nuova attenzione all'equilibrio tra vita professionale e vita privata. Fino a qualche anno fa, per molte persone la carriera era assolutamente la priorit numero uno, un must da inseguire a tutti i costi, una ragione di vita. Non c'erano dubbi sul fatto che un giovane, con una buona istruzione alle spalle, dovesse innanzitutto mirare a salire sempre pi in alto, anche a costo di sacrificare la propria vita privata. Oggi - lo constato nella mia esperienza professionale di headhunter sempre pi candidati, di fronte a scelte professionali che implicano trasferimenti importanti o una vita lavorativa fatta di tantissimi viaggi, ci pensano su; si chiedono, anche di fronte a un'opportunit allettante, quale sarebbe l'impatto sulla loro vita personale, sui rapporti famigliari, sugli affetti. Nelle scelte lavorative si comincia a considerare il proprio equilibrio complessivo, il proprio benessere. E vero che trenta o quaranta anni fa di fronte ai figli e alla maternit le donne talvolta rinunciavano alla carriera: ma allora si trattava di una istanza sociale, si doveva fare cos, spesso era una rinuncia preventiva e si interrompeva presto la carriera. Qui siamo di fronte a scelte molto personali, a un vissuto fortemente consapevole, dove i figli arrivano tardi, dopo che si sono scalati i gradini della carriera, e, semplicemente, si prende atto che le priorit cambiano. E proprio un segno di maturit e di consapevolezza. Negli anni Ottanta e Novanta l'imperativo sociale era fare carriera a tutti i costi, sembrava non ci fossero alternative valide, oggi c' maggior consapevolezza e di conseguenza un range molo pi assortito di comportamenti individuali, considerati tutti ugualmente validi.

Ad Agnese chiedo se proprio sicura di quello che sta facendo, se non il caso di rifletterci un po' su, magari di prendersi un periodo sabbatico. Mi risponde che assolutamente certa della sua scelta, non ha alcun dubbio. pronta al cambiamento, vuole chiudere un capitolo della sua vita e aprirne un altro del tutto nuovo per lei, fatto di nuovi pesi tra lavoro e vita privata. Il cambiamento non la spaventa: ora per lei la priorit riprendere in mano la propria vita, il suo benessere personale. ESPERIENZE GIOVANNA TISSI, DA PR A MILANO A INSEGNANTE DI ITALIANO IN LIBIA Quella di Giovanna Tissi una storia esemplare di cambiamento. Nessuno dei suoi amici avrebbe mai immaginato che lei, attaccatissima al lavoro e al giro di persone interessanti legate ad esso, avrebbe mai cambiato vita e in modo cos radicale come ha fatto. Sono nata e cresciuta a Venezia e ho sempre nutrito una particolare inclinazione per gli studi umanistici cominciati al Liceo Classico Marco Polo. Di fronte alla scelta universitaria, esclusa a malincuore architettura, inconciliabile con la mia avversione per i numeri, geometria e assonometria, mi iscrissi a Lettere con indirizzo artistico, unica facolt che mi avrebbe permesso di coltivare la mia passione per le arti visive senza dover avere come necessario sbocco professionale l'insegnamento che allora non avrei mai voluto abbracciare. Negli anni degli studi universitari la mia passione aument, alimentata da un'insaziabile frequentazione di mostre, musei, citt, gallerie, artisti, pittori, scultori e architetti. Ero attratta sempre di pi dall'esperienza artistica pi che dalla storia dell'arte. Altra mia passione era quella per la moda, assorbita anche attraverso l'attivit di mia madre, imprenditrice self made. Con lei ho lavorato degli anni e grazie a quella attivit focalizzai il mio lavoro sull'immagine e la comunicazione della marca. A un certo punto mi trasferii a Milano per finire la mia ricerca sulla tesi di laurea, dove mettevo insieme le due mie aree di interesse di allora: l'arte e la moda. E fu nell'ambito della seconda che cominciai a lavorare, esperienza da dimenticare e che mi convinse a lasciare per sempre quel settore. Ricominciai con il design, che mi condusse in una nota galleria milanese, dove entrai in contatto con architetti, designer, artisti noti ed esordienti. Mi occupavo delle relazioni con la stampa e capii che questo era il mio ruolo nel mondo del lavoro. La conferma arriv collaborando con una prestigiosa agenzia di comunicazione che, prima in Italia, si pose l'obiettivo di coniugare il mondo della cultura con quello dell'impresa. Lavoravo dodici ore al giorno, sottopagata ma felice perch sentivo di aver raggiunto quello che era il mio ideale. Intanto la mia abitazione era diventata una casa 'aperta' agli amici, ai direttori di riviste di design, ad artisti, fotografi, galleristi, designer, giornalisti e critici d'arte. Non c'era stacco fra lavoro e vita personale e ho vissuto per anni l'illusione di aver raggiunto esattamente ci che oggi, rileggendola a posteriori, mi risulta difficile definire come la mia pi profonda aspirazione. Successivamente divenni responsabile dell'ufficio stampa di una nota azienda internazionale di design con uno spazio dedicato alle arti, dove gli eventi di pittura, scultura, danza, musica, fotografia divennero per me gratificante occasione per incontrare persone interessanti. Le mie relazioni nascevano da necessit professionali, ma diventavano spesso rapporti di amicizia e in qualche caso anche sentimentali. Vivevo una vita intensa, carica di sollecitazioni. Il lavoro mi radicava sempre di pi a Milano, tanto che acquistai una casa e vi trasferii la residenza. A quel tempo tutto faceva pensare

che avrei trascorso il resto della mia vita nella capitale del design e del made in Italy. In verit, una volta esaurita l'euforia per l'acquisto della casa, cominciai a percepire l'assenza di una persona con la quale condividere la vita - l'altra vita, quella personale, che io in effetti non vivevo, presa com'ero da party e vernissage, i quali nel frattempo iniziarono a venirmi a noia. Il lavoro - che seguivo ancora con grande passione inizi ad assumere i connotati di un'entit invasiva rispetto alla mia vita personale, la quale invece brillava per la sua 'assenza'. A volte me la prendevo con Milano, citt che favorisce le relazioni in tutti i camp professionali, ma' in quanto a rapporti umani lascia a desiderare. Ma, anche se cominciai a lamentarmi della vita milanese, nessuno degli amici avrebbe mai detto che sarei stata pronta a lasciarla, dal momento che non avevo rallentato l'intensit con cui vivevo il lavoro e i ritmi della citt. Capit cos, un po' per caso, che durante una vacanza alle isole di Capo Verde conobbi Jorge, nato l ma cresciuto a Lisbona, un ingegnere che allora lavorava alle Azzorre e si trovava l in vacanza. Cominci tra di noi un'appassionata storia d'amore, vissuta a lunga distanza e ritagliata fra gli impegni lavorativi di entrambi. Viaggiavamo spesso per ritrovarci in scenari sempre diversi rispetto alla nostra reciproca routine, finch riuscii a trascorrere con lui un mese intero a Horta nell'isola di Pico, mentre lui stava concludendo un incarico in quella zona. Sentivo che la vita insieme a un compagno era esattamente ci che mi mancava e a cui non volevo rinunciare. Sentivo anche che ero disposta a un grande cambiamento per stare insieme a lui, a Lisbona, dove sarebbe presto rientrato. Tornai a Milano e annunciai le mie dimissioni, inaspettate per tutti! Nel frattempo l'azienda di costruzioni per cui lavorava Jorge lo incaric di un progetto in Angola, nella capitale, senza alternative, visto che l'edilizia in Portogallo era in crisi. Ricordo ancora oggi la prima volta in cui gli sentii nominare l'Angola. Non sapevo esattamente dove collocarne i confini geografici all'interno del continente africano, ma il nome mi evoc spontaneamente una sequenza confusa di immagini terribili: bambini che soffrivano per il colera o la malaria, territori chiusi dal filo spinato, segnaletiche di pericolo di mine, piattaforme e pozzi di petrolio. Questo era allora tutto il mio immaginario sull'Angola. A quel punto mi concessi una 'riserva' e, prima di lasciare definitivamente il lavoro e Milano, decisi di andare a vedere con i miei occhi di cosa si trattava e trascorsi a Luanda i primi trenta giorni di quella che fu la mia nuova vita. L'impatto fu scioccante: privazioni e situazione di grande disagio, un abisso rispetto alla vita milanese. A Luanda subii per la prima volta l'impatto con un"altra realt'. Una sensazione simile a quando ti tuffi in acque gelide e rimani per un attimo sotto shock. Ero come sotto una nube, carica di polvere, umidit e calore, che avvolse tutti i diciotto mesi trascorsi in Angola, senza concedermi tregua. Una citt incolore, sporca e maleodorante, mutilata da trent'anni di guerra civile, con sei milioni di abitanti, di cui l'ottanta per cento sotto la soglia di povert dorme in baracche senza impianti d'acqua, luce e tantomeno fognature. Rinunciai alla borsa dopo il primo scippo, il sabato successivo al nostro arrivo. Presto rinunciai a molto altro. Luanda una delle citt pi care al mondo senza offrire la minima qualit della vita. I prodotti alimentari sono tutti importati e costano molto di pi che nelle vie centrali delle capitali internazionali. Rinunciai a cose semplici come la mozzarella, lo yogurt, le arance e anche alla libert di camminare per la strada. Eppure continuavo a essere convinta che valesse la pena fare quel sacrificio. Non rimpiangevo la vita milanese e riuscii persino a prendere contatto con l'unica istituzione che si occupava d'arte. Ma ero fuori tempo limite, perch la professione di Jorge ci port a lasciare l'Angola

e colsi questo cambiamento come un tuffo in acque fresche dopo una lunga sopravvivenza nella palude. Restavamo sempre nel continente Africano, in Libia. Di questo paese conoscevo ben poco. Sapevo che vigeva una dittatura, ma che per lo meno tutti avevano un tetto, acqua e luce. Siamo arrivati al presente. Adesso vivo a Tripoli, dove se da un lato mi sento libera di circolare a piedi per le strade da sola, senza temere per la mia vita o la mia borsetta, sento per il peso delle limitazioni della libert di un paese dove uomini e donne vivono da sempre in mondi separati. Anche qui non c' molto da fare, non ci sono cinema, n bar, n librerie, n gallerie d'arte contemporanea, tantomeno musei, non resta altro se non condividere la propria esistenza con altri espatriati. La nota positiva per che i rapporti umani assumono un'importanza che non hanno pi nel comfort della vita occidentale. Sono arrivata a Tripoli un gioved di una anno e mezzo fa. Il venerd visitai le magnifiche rovine di Leptis Magna. Il sabato la Medina e la citt vecchia. La domenica mi recai all'Istituto italiano di cultura alla ricerca di un'occupazione. Da allora insegno italiano agli stranieri, per la maggioranza libici che vogliono imparare la nostra lingua, perch hanno una grande passione per l'Italia. Sono soddisfatta, non rimpiango la mia vita precedente e sono pronta per un nuovo cambiamento. NONO CASO A QUARANT'ANNI HO PERSO IL POSTO DI LAVORO E HO FATTO DELL'ARTE LA MIA PROFESSIONE Paolo ha quarantacinque anni, alto, fisico asciutto, veste in un modo molto ricercato, quasi da dandy, separato, senza figli: ha, per cos dire, le physique du me dell'artista. Nasce in una citt dell'Italia centrale da una famiglia piccolo borghese. Suo fratello ingegnere. Lo interessa, fin da piccolo, l'espressione artistica: ha una buona manualit e secondo i professori particolarmente dotato. Vorrebbe fare il liceo artistico, ma il padre e la madre insistono perch si iscriva allo scientifico, come il fratello, liceo che, secondo loro, 'pi serio'. Dopo le superiori va a studiare a Bologna, al DAMS (Discipline delle Arti, Musica, Spettacolo), vuole finalmente avvicinarsi al mondo dell'espressione artistica. Non ne viene deluso, racconta, il DAMS per lui un'esperienza davvero positiva, l'atmosfera di Bologna degli anni Ottanta, i professori di altissimo livello, le aperture internazionali, la comunit studentesca, la vita un po' bohemienne; si studia, ma ci si diverte anche molto. Laureato a pieni voti, Paolo affronta il mondo del lavoro. Vorrebbe fare l'artista, o perlomeno lavorare nel mondo dell'arte, ma la strada gli sembra diffcile, e inoltre non pu pesare economicamente sui genitori, vuole e deve essere indipendente da subito. Va a Milano, e quasi per caso, presentato da un amico, entra in un piccolo studio di pubbliche relazioni specializzato nella moda. lontano dai suoi sogni, ma perlomeno lavora in un ambito creativo, anche se occupandosi di comunicazione. Certo, la sua passione quella di fare l'artista. Disegna e dipinge da sempre e continua a farlo. Di giorno lavora nella moda, la sera frequenta i vernissage delle gallerie, curioso di sapere cosa succede nel mondo dell'arte e di vedere cosa fanno i giovani artisti. I week end con la fidanzata, che poi diventer per dieci anni sua moglie, li passa a creare, a dipingere. Solo in quei momenti Paolo si sente realizzato ed felice. Nel frattempo, per, quello che iniziato come un lavoro scelto per caso diventata una professione seria. Entra in un'altra agenzia di PR come account, poi in una maison di moda, occupandosi di una linea, poi lavora per un'altra griffe, e un'altra ancora. Per farla breve, diventa

direttore della comunicazione di un'azienda italiana della moda con un marchio molto conosciuto a livello internazionale. Quando ci conosciamo Paolo ha degli ottimi riconoscimenti professionali, ma molto spesso, racconta, si sente alienato da quello che fa, come se nel ruolo di PR non fosse se stesso. Fa bene il suo lavoro, con coscienza e professionalit, ma dentro di s sa perfettamente che la moda non lo interessa veramente, che l'autentico Paolo l'artista, quello che dipinge nei ritagli di tempo. Via via che la carriera procede, ha sempre meno tempo per s e viaggia sempre di pi per lavoro. A un certo punto, un po' prima dei quaranta anni, Paolo arriva persino a pensare di farla finita con i suoi sogni giovanili artistici, di smetterla di perdere tempo a dipingere e che sia l'ora di crescere. Invece, poco dopo la boa dei quaranta succede una cosa del tutto inaspettata: l'azienda dove lui lavora da dirigente e cambia azionista viene acquisita da un fondo che decide di cambiare tutta la prima linea del management team, offrendo ai dirigenti del momento, come lui, una buonuscita. A questo punto, a quarantuno anni, separato dalla moglie, si guarda allo specchio e si chiede che cosa intende fare: cercare un altro posto come PR in una azienda della moda o provare finalmente a realizzare le sue ambizioni e fare l'artista. Decide di prendersi un anno sabbatico, durante il quale si impegna tantissimo. Si dedica seriamente alla pittura, continua a frequentare le gallerie, ma questa volta con un'ottica diversa: non pi da spettatore, ma da attore. Conosce un giovane gallerista milanese, gi noto, coraggioso, che vede i suoi lavori e gli dice: Interessante, continua in questa direzione, e a novembre facciamo una tua personale nella mia galleria. Paolo al settimo cielo, quasi non ci crede; una personale a Milano, in una galleria di ricerca, nel primo anno in cui si dedica seriamente alla pittura. Poi, il resto viene naturalmente: i eri' tici, i contatti con i primi collezionisti, uno studio tutto per s, alcune mostre collettive, una personale in Svizzera. Oggi Paolo vive del suo lavoro: a quarantasei anni considerato un artista emergente, ha tre gallerie che si occupano di lui e alcuni collezionisti che seguono con interesse il suo lavoro. Guadagno un po' meno di prima, questo s, ma sono infinitamente pi contento. Certe volte mi chiedo se avrei avuto il coraggio di diventare artista se non avessi perso il mio posto da dirigente. Quel licenziamento stato provvidenziale, mi ha incoraggiato a dare una svolta alla mia vita . Analisi e suggerimenti Il caso di Paolo porta alla luce un'esperienza personale positiva in un momento in cui il mercato del lavoro estromette molte persone sopra i quaranta. Certo, si tratta senza dubbio di un problema sociale molto serio, con implicazioni importanti sulle persone e sulla societ, che conosciamo purtroppo tutti. Tuttavia, visto in un'ottica strettamente individuale, il paradigma di questo caso che anche un fatto traumatico, come la perdita del posto di lavoro, pu essere visto come un'occasione per fare altro, per ripensare la propria vita, per uscire dalla nostra zona di 'finto' conforto. Paolo aveva sempre sognato di fare l'artista e i risultati conseguiti negli ultimi anni dimostrano che aveva davvero tutto il talento e le capacit per farlo. Non aveva per mai avuto il coraggio di trasformare la propria grande passione per l'arte nella sua professione. Si sentiva diviso, combattuto, tra quello desiderava e ci che per lui era solo un lavoro come un altro, svolto con seriet e con successo, ma che non rifletteva minimamente la sua autentica identit. La perdita del posto di lavoro, con un ammortizzatore che gli ha permesso di prendersi un periodo sabbatico, l'ha forzato ad affrontare un nuovo scenario, a trovare il coraggio di seguire la propria strada. Certo, non tutti sono artisti e possono seguire le orme di Paolo. Eppure questa storia pu far riflettere

sulla quantit di persone che si ritrovano, quarantenni o pi, a svolgere lavori in cui non si riconoscono minimamente e che pur avendo delle passioni nascoste non hanno mai avuto il coraggio di seguire. Persino la crisi, la perdita del posto di lavoro, che certamente un grosso trauma, possono essere affrontati a livello individuale come momenti di rottura, di cambiamento. Il lato negativo il venir meno delle certezze, ma quello positivo che il trauma ci pu portare a fare qualcosa di nuovo che prima non avevamo mai avuto il coraggio di attuare, insomma, una modalit di uscita da una zona di conforto in cui non ci riconosciamo pienamente. ESPERIENZE RISCHA PATERLINI, DA CONTABILE A CURATRICE DI UNA COLLEZIONE D'ARTE CONTEMPORANEA Per Rischa il lavoro non ha mai significato solo lo stipendio a fine mese o un aspetto secondario della sua esistenza. Il lavoro la mia vita. Per me un sostegno morale. Per Rischa Paterlini, trentatr anni, il lavoro un punto di riferimento importante, significato che ha assunto per una serie di circostanze personali che hanno connotato la sua esistenza. Uscita di casa giovanissima, a diciotto anni, ha sempre fatto affidamento sulle proprie forze per guadagnarsi da vivere. Si resa subito economicamente indipendente dalla madre con cui, pur nell'affetto che lega un figlio a un genitore, aveva comunque un rapporto molto conflittuale. Nata a San Felice del Benaco, sul lago di Garda, Rischa ha trascorso l tutta la sua infanzia e parte della sua giovinezza insieme alla madre la quale per, avendola avuta molto giovane e lavorando come infermiera, per la maggior parte del giorno faceva affidamento sulla nonna della bimba perch l'accudisse. Ed infatti soprattutto la nonna a far crescere la piccola Rischa. Compiuti i diciotto anni esce di casa con in mano un diploma di ragioneria e nient'altro. Prende in affitto un appartamento e per mantenersi lavora di giorno come segretaria in un ufficio di assicurazioni e la sera ai tavoli in un locale. Dopo un paio d'anni si trasferisce a Brescia e comincia lavorare in uno studio legale come impiegata, il suo primo lavoro 'serio', full time, dove si occupa di amministrazione. All'improvviso arriva l'amore. Durante un viaggio in Polonia, facendo trekking a cavallo, conosce e si innamora follemente di quello che il suo attuale marito, un milanese che lavora in televisione. Rischa comincia pensare alla possibilit di trasferirsi nella citt di suo marito e in attesa di prendere una decisione fa la pendolare. Vive a Milano e lavora a Brescia, dove lo studio legale pur di tenerla le permette un orario 'leggero', dalle nove di mattina alle cinque del pomeriggio, in tempo per prendere il treno per Milano. Una vita che durata solo sei mesi. L'orario era comodo, ma mi accorgevo che lavorando meno non riuscivo a concentrarmi totalmente, cos come mi piace fare sul lavoro. Era il sogno della mia famiglia - mio marito e i suoi genitori -, ma era il mio dramma. Non avevo pi il controllo della situazione lavorativa. Prima ero il punto di riferimento dello studio, con il nuovo orario, per forza di cose, non lo ero pi. Non ero appagata e per me la realizzazione professionale molto importante . Mentre aspetta di maturare la decisione di lasciare la sua prima occupazione, incomincia a innamorarsi di Milano: una citt che secondo lei offre moltissimo, che piace molto oppure per niente, e a lei piaceva cos tanto da non volersene pi andare. Una mattina (circa otto anni fa), nella sua casa milanese, mentre sfoglia il Corriere della Sera legge l'annuncio di un avvocato che cerca un'impiegata. Fa il colloquio e tra lei e il potenziale datore di lavoro scatta subito l'intesa.

Poco dopo Rischa comincia a lavorare nello studio legale dove si occupa di contabilit. L'avvocato anche un collezionista d'arte, e quando l'assistente che lo aiutava a gestire la collezione rimane a casa in maternit, Rischa viene chiamata a sostituirla. la terza svolta della sua vita: la passione per l'arte, che l'accompagna sin da piccola, le si riaccende proprio mentre comincia ad occuparsene per conto dell'avvocato. Mi ricordo ancora la prima volta che fui invitata a pranzo a casa dell'avvocato e vidi La spiaggia di Fausto Pirandello, di una bellezza sorprendente. Ripensandoci adesso, proprio in quel momento che mi scattata la molla. Le opere d'arte rispecchiano la personalit del collezionista, e vedendo quel dipinto come se avessi avuto la conferma che l'avvocato era una persona straordinaria e con una grandissima sensibilit. Da l ho cominciato a incuriosirmi sulla collezione e a fargli molte domande e lui, da maestro, da mentore, quasi come un padre, mi ha insegnato tantissimo. Negli ultimi otto anni stato per me una guida importantissima, artefice del mio grande cambiamento e del mio ingresso nel mondo dell'arte. E di questo gliene sar grata per tutta la vita . Rischa stava gettando le basi di un nuovo capitolo: da contabile a curatrice d'arte. Quando andai a vedere le prime mostre e le fiere mio marito pensava che il mio grande entusiasmo fosse solo il risultato della curiosit per le novit. Invece no. L'arte assorbe quando la ami, diventa la tua vita e il marito si trasforma in un'amante, io ho avuto la fortuna di avere al fianco un uomo, una persona straordinaria che ha capito questo mio trasporto che comporta il sacrificio di molto tempo della vita privata . Rischa intraprende questa nuova attivit che l'assorbe completamente, tempo libero compreso. Comincia a seguire corsi serali di storia dell'arte moderna e contemporanea all'Universit Statale di Milano e studia durante i fine settimana. Intanto l'avvocato la coinvolge sempre di pi nello scouting di nuovi artisti, attraverso le aste, le fiere, le gallerie. Un giorno, grazie all'avvocato, ho incontrato una persona straordinaria: la veneziana Bruna Aickelin, che ha conosciuto tutti i grandi dell'arte contemporanea, da Peggy Guggenheim a Leo Castelli, da Basquiat ad Andy Warhol. Lei stata per me una grande insegnante. Ci sentivamo spesso per telefono. Mi aveva preso in simpatia e mi raccontava quali erano le riviste che dovevo leggere, quali gli artisti cui fare attenzione e perch. Un giorno mi invit nella sua galleria veneziana affacciata su un canale. E mentre stavo per sedermi, Bruna mi disse: ' fantastico perch in questo momento come se vedessi Peggy quando veniva a trovarmi'. Faccio un salto e non mi risiedo pi su quella sedia . Adesso Rischa contatta tutte le pi grandi gallerie del mondo, scrive testi per le mostre ed una curatrice d'arte, titolo che la rende orgogliosa e che le fa pensare di aver colto l'occasione pi importante della sua vita. DECIMO CASO A VENTICINQUE ANNI VOGLIO FARE QUELLO CHE MI PIACE DAVVERO Giuseppe ha venticinque anni, siciliano, un bel ragazzo dai colori mediterranei, lo sguardo vivo e un sorriso al tempo stesso aperto e un po' amaro. Me lo presenta un comune amico, che mi chiede di incontrarlo e dargli un orientamento, perch decisamente confuso. Giuseppe nasce in un paesino della provincia di Catania, figlio di un piccolo imprenditore. Fin da piccolo, gi dalle elementari, ha la passione per il disegno, e alle medie fa spesso schizzi di moda, che i professori giudicano molto belli. In famiglia solo una cugina pi grande, Mariangela, appassionata di moda, donna con un forte senso estetico, lo incoraggia. Sono sempre insieme, Giuseppe il suo prediletto, lo fa stare bene. Lei gli dice che

ha un vero talento per il disegno e per la moda. Mariangela tuttora l'unica persona della famiglia con cui si confidato, cui ha confidato, quando aveva quattordici anni, di essere gay; Giuseppe ha sempre saputo di essere 'diverso' nel proprio orientamento sessuale. Finite le medie un po' confuso da vari punti di vista, ma sa che vuole fare il liceo artistico: qui cominciano le difficolt. Nel suo paese ovviamente quel tipo di scuola non c', bisogna recarsi a Catania, a settanta chilometri di distanza. Il padre non vuole, dice che troppo piccolo per alzarsi ogni mattina alle sei e andare in citt da solo; poi una volta, da dietro una porta, sente il padre dire alla madre che l'artistico non una scuola adatta a un maschio 'normale'. Cos si iscrive molto controvoglia a ragioneria, l'unica scuola superiore del paese. Continua comunque a disegnare, partecipa anche a concorsi locali, pubblica nel giornalino della scuola, cerca in qualche modo di tenere viva la sua originaria passione. Finita la scuola, parla con i genitori che hanno il mito della Bocconi e sarebbero disposti, pur di farlo iscrivere l, a mantenerlo a Milano. In realt Giuseppe vorrebbe fare una scuola di moda, lo IED o la Domus, ma intanto pensa che meglio di niente Economia a Milano, dove almeno avrebbe potuto vivere pi liberamente rispetto al paese. Inoltre la moda intimorisce i suoi genitori: per loro significa sregolatezza, feste, cocaina... O forse, con il senno di poi, Giuseppe considera che il vero spavento venga dalla connotazione gay di quel mondo. Molti omosessuali lavorano in quel settore, e la mia famiglia non ha mai voluto guardare davvero in faccia la realt che mi riguardava, riconoscere chi sono veramente. stato molto duro per me, come se tutta una parte importante del mio essere non avesse diritto di esistere . Convinto di dover prima di tutto trovare lavoro dopo la laurea, Giuseppe consegue la propria, triennale, poi con l'indirizzo in Economia aziendale si specializza in finanza. Afferma di non sapere come ha fatto, perch sono studi che proprio non lo hanno mai interessato, ma ottiene anche un buon punteggio - ci tiene a costruirsi un futuro - ed entra in una banca internazionale per uno stage di sei mesi. Non sono mai stato cos male in vita mia come durante questo stage: ero alienato, non avevo nulla a che fare coi colleghi e con i miei compiti. Sentivo di aver sbagliato tutto e che era arrivata la resa dei conti con me stesso. Sono arrivato a non dormire, a sentirmi depresso, senza nessuna gioia di vivere. Poi mi sono fidanzato, per la prima volta nella mia vita. Ho un ragazzo, stiamo insieme da un anno. Abbiamo parlato tanto, lui mi ha aiutato molto a venire fuori dalla mia fase di tristezza e abulia. Ora ho deciso di andare a Londra con lui per imparare l'inglese, facendo il cameriere. Sono molto confuso, a venticinque anni non so ancora che fare della mia vita professionale. L'unica cosa che so che voglio fare qualcosa che mi piace veramente! Analisi e suggerimenti L'incontro con Giuseppe stato un momento intenso per me, anche emotivamente. Ho visto un ragazzo cui stata sistematicamente negata per anni la possibilit di esprimere la sua identit, le sue capacit, il suo essere, come un uccello cui vengono spezzate le ali. Parlandogli, mi sono chiesto quanti talenti come il suo vengono sprecati, dimenticati, soffocati. Certo, la prima cosa che viene in mente che lui avrebbe potuto mandare al diavolo i genitori, andarsene, avere pi coraggio, seguire il proprio istinto. sicuramente vero, ma non facile. Ci sono aspetti pratici da considerare, e inoltre Giuseppe non un affatto un ribelle, ci tiene molto alla propria famiglia, e forse proprio a causa del suo carattere accomodante non ha finora avuto la forza di prendere in mano la sua vita, di lasciare la zona di fnto conforto in cui si ritrovato. Ci che soprattutto lo ha bloccato stata la convinzione che

le scelte familiari fossero per il suo bene. Quando l'ho incontrato mi parlava con gli occhi lucidi, era molto emozionato. Il mio consiglio stato prima di tutto quello di non pensare che a venticinque anni i giochi siano gi fatti. Non assolutamente cos. E purtroppo questa un'opinione che riscontro molto spesso avendo a che fare con i giovani. Accade di frequente che le famiglie o i riferimenti affettivi dei ragazzi scoraggino il perseguimento delle loro aspirazioni perch 'bisogna avere i piedi per terra'. vero, la disoccupazione uno spauracchio per tutti, e anche che le professioni creative non offrono ingressi facili o riuscite garantite. Il mondo della moda, per esempio, ha sicuramente delle barriere all'ingresso ma n pi n meno di altri ambiti. Ma con il talento e la passione si possono superare gli sbarramenti; certo, se non si crede in se stessi, come si fa poi a convincere gli altri del proprio talento? Il caso di Giuseppe un caso sicuramente complesso, in cui entra fortemente in gioco anche un'identit sessuale non del tutto accettata in famiglia, e che poi all'origine della negazione delle sue reali aspirazioni; un meccanismo relazionale perverso in cui si nega l'evidenza, a cui Giuseppe per debolezza si purtroppo prestato, e a causa del quale si ritrovato a venticinque anni in banca mentre avrebbe voluto fare ed essere tutt'altro. La cosa positiva che si convinto della bont del cambiamento: intende iscriversi finalmente a una scuola di moda, autofinanziandosi, come ha sempre voluto fare. Giuseppe ha finalmente il coraggio di provarci, di essere se stesso fino in fondo, costi quel che costi. Ma quanti come Giuseppe invece non ce la fanno a lasciare la loro 'zona di conforto', e si ritrovano prigionieri di un'identit professionale, e anche personale, in cui non si riconoscono per nulla? ESPERIENZE FRANKIE MORELLO: DALLA DANZA E L'ARCHITETTURA ALLA MODA Sono in due, ma in realt, sino ad ora, di esistenze ne hanno vissute almeno quattro. Si tratta di un'affiatatissima coppia. Maurizio Modica e Piero Gigliotti, molto differenti l'uno dall'altro per indole e per esperienze precedenti, insieme disegnano e gestiscono Frankie Morello, affermato marchio di moda. Se oggi entrambi si dedicano anima e corpo alla moda, ieri appartenevano a mondi molto diversi. Ognuno di loro si lasciato alle spalle pi di un cambiamento professionale ed esistenziale. Cominciamo dalle numerose vite di Maurizio Modica che, di padre siciliano e madre romana, nasce e vive a Bergamo fino ai trenta anni. Nella sua citt natale dall'et di diciotto anni si nutre tutti i giorni di 'pane e danza'. Si appassiona alla danza contemporanea e ci si dedica anima e corpo. Siamo negli anni Ottanta, quando questa disciplina era al massimo del suo fulgore in Italia. C'era grande fermento, osmosi tra le diverse arti e si faceva molta ricerca. Si tratta di una passione travolgente per Maurizio che vive solo ed esclusivamente per la danza. In un primo momento per mantenersi agli studi fa altri lavori, successivamente si dedica completamente a quel mestiere fino a fondare una sua compagnia. Entra in sala prove alle otto di mattina per uscirne alle otto di sera, in uno stato di continua apnea. La mia vita allora era solo prove e spettacoli. stata una passione divorante, di quelle che non lasciano spazio per nient'altro. Ma alla fine degli anni Novanta, la danza contemporanea in Italia perde di energia. Appena comincia a sentire che svanito il momento magico, Maurizio decide che giunta l'ora di voltare pagina. Per me la danza era un'espressione artistica pi che un lavoro e quando cominciai a capire che in Italia non si faceva pi ricerca e che

le persone a cui insegnavo venivano a danza per 'tenersi in forma o per cuccare', mi sono detto ' finita, passiamo ad altro' . Negli anni Novanta Maurizio cambia tutto: lavoro e vita privata (molto spesso le due cose vanno di pari passo). Si separa da sua moglie, della quale comunque resta molto amico. Si trasferisce a Milano dove comincia a lavorare per il Centro Studi Alessi, la divisione ricerca della nota azienda di design, per la quale progettava lavori e organizzava eventi. All'inizio mi divertivo, ma durata poco. Cercavo nuovi codici da applicare al design. Ero passato dalla danza, che un lavoro pi individuale, a un lavoro di squadra, con tante persone e linguaggi diversi . Anche in questo secondo lavoro, non appena Maurizio comincia a sentire che si esaurisce il momento di ricerca, che all'emozione subentra la routine, scatta la molla del cambiamento. Quando ho l'impressione che nel lavoro che sto facendo finisca lo stato di grazia, non riesco a continuare. In genere mi sento un 'iniziatore'... poi faccio proseguire ad altri . A quel punto incontra Piero Gigliotti: insieme decidono di aprire uno studio legato ad attivit creative. Anche Piero, prima della moda aveva vissuto un'altra dimensione, che non era esattamente quella che avrebbe voluto vivere. Sapeva bene quale era la sua inclinazione, avrebbe voluto sin da giovanissimo dedicarsi alla moda, ma i suoi genitori gli dicevano che non gli avrebbe procurato da vivere, nonostante la madre avesse un negozio di abbigliamento. I suoi genitori avrebbero voluto che diventasse medico. Nella famiglia del padre calabrese, da diverse generazioni erano tutti medici. Quindi si aspettavano che anche il futuro di Piero rientrasse nella tradizione famigliare. Lui invece, figlio unico e unico nipote, rompe con la tradizione, non fa il dottore. Ma per riuscire a fare quello che avrebbe veramente voluto la strada ardua. Piero avrebbe voluto frequentare il liceo artistico, invece ha dovuto ripiegare sullo scientifico. Avrebbe voluto scegliere un corso di laura in materie umanistiche e letterarie e dedicarsi alla moda da subito, ma il massimo che gli fu concesso fu di studiare architettura. Subito dopo la laurea, comincia a lavorare a Milano, in uno studio d'interni. Le clienti erano tutte donne della Milano benestante. Lo adoravano e gli davano carta bianca per i loro cottage in montagna, resort balneari o dimore cittadine, senza vincoli di budget n obblighi particolari, fermo restando lo stile neoclassico. Ero diventato come la loro dama di compagnia. Mi portavano a giocare a golf e mi facevano le loro confessioni. Dopo'quattro anni mi ero stancato di quel lavoro e di quella vita. Era giunto il momento di cambiare. Ma se per Maurizio il cambiamento naturale, io, invece, lo vivo con sofferenza, sono un abitudinario. Lasciare il certo per l'incerto mi confonde . Ma a quel punto, 'galeotto' fu l'incontro tra loro. Nel giro di poco tempo aprono uno studio di progettazione creativa: GM Studio Design & Fashion (a capo del marchio Frankie Morello), che si occupa di ristrutturazioni, oggetti di design, moda. Cominciano a creare una piccola collezione di abbigliamento. In prima battuta solo quattro magliette che in seguito diventa una mini collezione, alla quale si aggiungono i vestiti. Nel 1998 fanno la loro prima pubblica apparizione in una sfilata. Il marchio nel calendario ufficiale delle moda milanese. Ci siamo autofinanziati per cominciare a fare la collezione successiva, che raccolse un ampio consenso. Fu un successo di vendite e pubblico. Con fatica, certo. Eravamo all'inizio. Tutto era molto dispendioso. Abbiamo cambiato spesso i laboratori di produzione per trovare quello giusto. Oggi abbiamo centralizzato le attivit, gestiamo tutto in prima persona e, soprattutto, facciamo quello che veramente ci piace fare. Gli ingredienti per fare il salto? Una buona dose di incoscienza, unita per alla tenacia e a un briciolo di creativit. E tanta, tanta passione.

POSTFAZIONE Jacopo Valli Ogni storia qui raccontata connessa all'altra da un filo rosso che riunifica tra loro esperienze di vita assai diverse, o che almeno cos appaiono a una prima lettura. il cambiamento l'argomento 'caldo' su cui verte questo libro. A una lettura pi attenta, il mutamento appare essere frutto di una maturazione profonda, di una trasformazione, di un lento processo di crescita, a tratti accelerato, a tratti frenato dalle circostanze, sempre in qualche modo sofferto, a volte perfino doloroso, ma che rappresenta sempre una conquista eroica in quanto proviene dal profondo, resa possibile solo grazie alla qualit pi grande che il buon dio possa mai avere dato agli uomini: il coraggio morale di ricercare incessantemente di capire chi si e il significato della vita. Ogni storia parte da una 'zona di conforto', dove tutto noto, rassicurante, pur malcelando qualche insoddisfazione e la sottile percezione che gli eventi non procedano seguendo il corso naturale del fiume della vita, ancorch appaiano agli occhi degli altri come buoni e giusti. Ed a partire da questa consapevolezza, dapprima incerta e attutita dal rumore del quotidiano, che nasce il suo opposto, la zona di discomfort, direbbero gli anglosassoni. A un certo punto si avverte, da qualche parte dentro di noi, che cos non funziona. Il crinale su cui si staglia ogni storia dunque quello tra sicurezza e incertezza, tra conosciuto e non-conosciuto, tra familiare e non-familiare. In una frase, tra la falsit delle certezze e la verit dell'ignoto, con la sua infinita saggezza. Ogni storia appare correre su un filo teso, filo da equilibrista, sul quale dopo il tentennamento iniziale davanti al nuovo e con la sana paura dell'inaspettato ha il sopravvento il passo sicuro e poi sempre pi spedito, con una salutare spinta a realizzare se stessi, che ciascuna ha dalla nascita e che appartiene al bagaglio di comportamenti con cui ogni uomo viene al mondo. Ogni biografia si snoda anche nel solco di grandi valori, dai quali nessuno pu prescindere: innanzitutto la coerenza intcriore, quella dei fatti dentro di noi, ben pi difficile da attuare ma infinitamente pi autentica di quella esteriore. Ma soprattutto il coraggio, che abbiamo gi chiamato morale, e la forza dell'Io, quella misteriosa entit che ci rende flessibili alle circostanze rimanendo tuttavia integri e ci fa procedere nella vita. Come si detto, il protagonista principale di ogni storia il cambiamento: il primo attore a cui non si deve rubare la scena, e in virt del quale possibile spiccare il salto, per giungere a una nuova condizione di vita. In realt il salto solo apparente: grattando sotto la scorza dei fatti, il salto si tramuta in un lento processo interiore, appare come la concretizzazione di un atto che stato portato a maturazione con i suoi tempi, spesso al prezzo di un passaggio tanto inevitabile quanto diffcile di depressione e di distacco dal mondo. Una fase tanto antica quanto l'Alchimia medioevale, a cui ha dato il nome di Nigredo o Opera al Nero, e che troviamo simbolicamente ritratta nella nona e nella dodicesima Lama dei Tarocchi di Marsiglia, nell'Eremita che si rigenera lontano dal mondo, e nella Morte. Una Morte di tipo iniziatico, il cui unico scopo di portare a nuova vita un'energia che si stava esaurendo, sfrondando i rami secchi. Una fase tanto antica, si diceva, ma altrettanto presente nelle depressioni maggiori e nei disturbi bipolari delle diagnosi psichiatriche dei nostri anni, in continuo aumento e sempre combattute, ma mai vissute fino in fondo in quanto percorso necessario di rigenerazione individuale e apertura a nuova vita. Il messaggio che intende trasmettere il libro attraverso le sue testimonianze appare chiaro: capire noi stessi e il nostro ruolo nel mondo, ascoltarsi incessantemente ogni giorno, per essere coerenti nel profondo e trovare all'interno la forza necessaria per affrontare i

condizionamenti esterni del mondo, delle sue richieste di adeguamento alle necessit della collettivit, oggi ridotta troppo spesso al solo consumo e alla produzione di beni materiali. Qui emerge la chiara necessit di prendere le distanze dalle richieste sociali, di rifiutare almeno in parte il ruolo che ci stato assegnato, per non soffocare del tutto l'impulso alla crescita che permette di diventare individui. Pi di un caso di vita di questo libro parla di un cambiamento professionale che porta al viaggio della psicoterapia. E qui emerge un concetto che ha origine nel fenomeno dello sciamanesimo, dove gli sciamani, grandi guaritori, sono gli unici a possedere l'arte della vera guarigione, eletti a tale ruolo per aver vissuto la grande malattia, aver incontrato la morte interiore di parti fondamentali di se stessi, averla accolta e essere rinati come nuovi uomini psicologici all'interno del proprio corpo, questa volta non pi malato. E qui che si coglie l'occasione del cambiamento, del riscatto di una vita spesa aderendo esclusivamente a una maschera sociale fatta di ruoli e obblighi, che a un certo punto della nostra esistenza appare finta, come se non ci appartenesse pi. La grande possibilit, con la P maiuscola, data a tutti, ma sotto mentite spoglie e si stenta a riconoscerla: un'improvvisa patologia del corpo, il disagio della mente dell'attacco di panico, il trauma di un abbandono, la bancarotta finanziaria, il lutto per una grave perdita affettiva. Si tratta di opportunit uniche di crescita per affrontare il cambiamento sempre rimandato o misconosciuto. L'unico modo per far superare tutto questo coglierne il significato profondo, ascoltando il dio che viene a bussare alla nostra porta. Un inno al cambiamento, dunque, che non deve spaventare, ma anzi da accogliere con grande gioia e, se lo si desidera, con un po' di fatica in meno grazie a un percorso di guida e accompagnamento che la psicoterapia del profondo oggi offre, rivendicando cos il suo ruolo pi autentico. Jacopo Valli Psicologo sociale e clinico RINGRAZIAMENTI Un ringraziamento a Laura Bedarida per il prezioso lavoro di terapia sistemico-relazionale fatto insieme. A Mariagrazia e Serena per le idee, gli spunti e la piacevolezza del lavoro di editing. A Chicco, Gloria e Gemma per avermi supportato e sopportato sempre. Un ringraziamento particolare ai miei candidati e ai miei coachees, perch lavorare con voi mi ha dato davvero molto! Roberto D'Incau Ringrazio le persone che mi hanno raccontato la loro storia. In particolar modo quelle donne che quando cambiano vita lo fanno senza il calcolo di quello che pi conviene, ma con grande slancio e generosit verso se stesse e gli altri. Rosa Tessa