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DALLIMPERIALISMO CULTURALE DI IERI AL NEOCOLONIALISMO ODIERNO di Vittorio Lanternari (1979)

Ieri: il colonialismo classico Limperialismo culturale nella sua manifestazione pi classica una forma di etnocentrismo politicamente operante. precisamente un etnocentrismo divenuto ideologia o falsa coscienza. E un etnocentrismo che si armato degli strumenti organizzativi, economici, politici, militari che lo portano ad imporsi coercitivamente su piano mondiale. Se letnocentrismo esiste come attitudine generica, comune pi o meno a tutti i popoli di tutti i tempi, limperialismo culturale, nella sua forma classica, il prodotto di determinate societ e di precise epoche storiche e condizioni socio-economiche. Esso quel complesso sovrastrutturale di principi, pregiudizi, orientamenti di valore e dazione, che, sopra il fondo comune e pressoch universale degli etnocentrismi attitudinali e spontanei, si svilupp nella societ moderna europea a partire dal secolo XVI e, attraverso successive trasformazioni, ha accompagnato la storia dei Paesi occidentali fino a oggi, nei loro rapporti con Paesi extra-occidentali a economia povera e tecnologia arretrata. Limperialismo culturale venuto fungendo, via via, da idea-forza e da principio giustificativo delle conquiste territoriali, delloppressione coloniale, dello sfruttamento neocolonialista dei popoli altri. vero, indubbiamente, che espressioni di etnocentrismo spontaneo si ritrovano presso i popoli pi vari, anche quelli a struttura economica e politica pi semplice. Ma soltanto nelle societ centralizzate, classiste, a struttura
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organizzativa complessa, con modo di produzione mercantilistico o industriale, letnocentrismo si sviluppa nella forma di imperialismo culturale. In origine esso nasce come prodotto ideologico dellespansionismo mercantile delle nazioni europee che dal sec. XVI si spingono alla conquista dei mercati di schiavi in Africa e congiuntamente dei mercati di prodotti locali in America. Esso funge, in questa prima fase, da ideologia di copertura dello schiavismo; poi, con lo sviluppo industriale dei secoli XVIIIXIX, a sua volta frutto delle campagne schiaviste e dei profitti ottenuti per loro tramite dai commerci transcontinentali, diventa ideologia di copertura del colonialismo e si fonde col razzismo. Recentemente con la cosiddetta decolonizzazione, limperialismo culturale assume vesti meno scoperte e forme criptiche, ma non meno pericoloso. Esso si fa copertura ideologica del neocolonialismo mondiale. In tutti i casi limperialismo culturale il prodotto di precisi interessi istituzionali di carattere economico-politico, che guidano le nazioni egemoni nei loro rapporti con le nazioni altre. Esso agisce in modo decisivo su tali rapporti. Lidea base, nellimperialismo culturale, che i popoli altri o si mettono la page con la civilt occidentale o sono indegni di essere considerati come entit rispettabili. Ovviamente la page significa, secondo una prospettiva a volte paternalistica e a volte clientelistica, disporsi a entrare nel circuito di interessi economici degli occidentali, come poli produttivi passivi e subalterni, in funzione dei profitti degli altri (Frank 1969). Perci implicito lassunto che essi rinuncino ai caratteri essenziali della loro cultura per adeguarsi al modello occidentale, secondo un iter unidirezionale. Lideologia dellimperialismo culturale ispira, promuove, giustifica (rispetto ai suoi promotori) iniziative pragmatiche o organizzate, interventi deculturatori dogni tipo e a ogni livello, sulle popolazioni in condizione di subalternit: fino alle imprese direttamente etnocide, passate e attuali. Si pensi al caso dello sterminio degli indios amazzonici in Brasile, per far posto alla strada transamazzonica (Theofilo 1977).
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Daltra parte, e questo uno dei lati pi compromettenti dei processi ideologici, le popolazioni e le classi subalterne finiscono per essere loro stesse coinvolte automaticamente nellorbita dellideologia di dominio diffusa dai gruppi egemoni. Infatti questideologia risucchia entro il suo vortice le stesse popolazioni, etnie e societ assoggettate: dal momento che, come produttrici di materie prime e fornitrici di forza-lavoro a basso costo, entrano nel circuito economico indotto dalle iniziative degli occidentali, le etnie assoggettate finiscono per autopercepirsi beneficate, protette e per pi aspetti, inferiori, rispetto alle nazioni protettrici. Si instaura cos, e si sviluppa in pi casi, nelle societ tradizionali, quel processo, ben noto in antropologia con il nome di <<vulnerabilit culturale>> o debolezza culturale (Lanternari 1967), che consiste in un etnocentrismo alla rovescia, per il quale si assume come modello di riferimento positivo la civilt esterna occidentale e si valuta negativamente come inferiore la propria originaria. Questo processo, determinato dallinserimento della societ nativa entro il sistema economico globale di cui iniziatrice e parte predominante la nazione egemone e comunque il gruppo di potere da cui dipende il rapporto, sinterrompe solo allorquando si maturi, entro la societ nativa, un opposto processo di emancipazione ideologica, oltre che economica e politica, con lacquisizione di una consapevolezza critica circa il rapporto ideologia-potere. Visto nella sua variabile configurazione storica, limperialismo culturale ha dunque carattere polivalente e investe le pi diverse sfere dellesistenza collettiva e i pi diversi aspetti della cultura, nelle societ che lo subiscono. Infatti bisogna tenere presenti le diverse situazioni nei vari casi e in tempi storici distinti dei rapporti fra societ egemone e societ dominata (rapporto volta a volta schiavista, colonialista, neocolonialista), cos come i vari tipi di agenzie istituzionali immesse a operare entro le societ dominate, dalle nazioni e dai gruppi dominanti. Simultaneamente, oppure in tempi distinti, possono trovarsi ad agire, secondo programmi dimperialismo culturale pi o meno
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consapevolmente o coerentemente organizzati, agenzie istituzionali, come le amministrazioni coloniali coi relativi apparati legislativi, giudiziari, politici, militari, polizieschi; organismi economici e industriali, coi relativi addentellati e influssi sul piano della cultura nella sua pi ampia accezione; chiese missionarie, con il loro corredo di organizzazioni educative, sanitarie, culturali; scuole e personale distruzione; gruppi di ricerca e di studio. Si noti bene che gli influssi modificatori e deculturatori esercitati da ciascuna di tali agenzie e da ciascuno di questi organismi non si limitano mai del tutto a singole sfere e a singoli aspetti della cultura nativa, ma si ripercuotono sullintero arco della cultura vista globalmente, anche se lazione immediata diretta verso una sfera particolare, per esempio del costume etico-sociale (ordinamenti giuridici delle amministrazioni coloniali), della tecnologia e delleconomia (organismi commerciali, imprese industriali, interventi economici delle amministrazioni coloniali), dellorganizzazione politica e delle strutture sociali (amministrazione coloniale), della lingua (scuole), della religione (missioni), ecc. Certamente a livello di coscienza media nellambito delle societ occidentali, sotto lo stimolo dei processi demancipazione socio-politica dei popoli excoloniali afro-asiatici e dei fermenti attuali delle popolazioni latino-americane, ormai va maturandosi una prospettiva nuova, ed antietnocentrica, nei rapporti con le societ del Terzo Mondo. E un processo di revisione critica e autocritica di vecchi pregiudizi, che si sviluppa soprattutto a livello della cultura media e scientifica, con esplicite denunce dei principi stessi dellimperialismo culturale e delle forze economico-politiche che le sorreggono e le alimentano. Tuttavia pur vero che, contro questo processo di critica, e a dispetto di esso, esistono gruppi di potere internazionali, i quali perseguono una politica di potenza che implica una nuova edizione del vecchio imperialismo culturale, in forma di neocolonialismo. Per una rapida sintesi, guardiamo ora, anzitutto, alla fase del colonialismo classico, per indicare alcuni dei modi e dei principali settori della cultura nei
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quali si esercit limperialismo culturale dellOccidente egemone sui popoli del Terzo Mondo. Limperialismo culturale pu toccare, secondo i casi, la sfera religiosa, quella tecnologica, quella economica, quella sociale e politica, quella giuridica, quella pedagogico-educativa, quella linguistica. Per venire a casi particolari, esempi dimperialismo religioso si evincono dalla storia delle conquiste e delle missioni. I Conquistadores spagnoli di Hernan Corts e di Francisco Pizarro erano portatori di una precisa ideologia diffusa dalla Chiesa al servizio della monarchia regnante spagnola per la quale il massacro delle genti azteche del Messico e degli indios dellimpero incaico in Per, nonch la distruzione delle vestigia della loro cultura era opera santa e voluta da Dio (Wachtel 1977). Lapartheid, in vigore in Sudafrica e in Rhodesia, trovava nellideologia calvinista dei Boeri, coloni bianchi del territorio, la sua matrice storica. La soppressione forzosa di cerimonie religiose tradizionali e limposizione di pene contro i trasgressori furono tratti correnti della politica culturale di molte missioni, nei secoli scorsi, fra le popolazioni pi varie dallAmerica allOceania. Furono le Chiese missionarie a chiedere, contro il movimento kimbangista dellallora Congo belga, che sispirava al cristianesimo in senso autonomista, lintervento del braccio secolare, la persecuzione dei seguaci del culto e leliminazione del profeta fondatore (Lanternari 1974a). Come si vede, limperialismo religioso spesso comporta iniziative politiche segregazioniste, deculturatrici e perfino etnocide. Levangelizzazione del Per, come osserva Wachtel, fu una vera e propria aggressione. Tutto ci, ovviamente, appartiene al passato. E in atto, nella Chiesa cattolica, specie dopo il Concilio Vaticano Il, una crescente revisione dei criteri di evangelizzazione e un diverso atteggiamento verso le culture native. Casi eloquenti dimperialismo tecnologico sono, ad esempio, quelli nei quali amministratori coloniali o governi di Paesi di nuova indipendenza impongono ai nativi, viventi in villaggi, di sostituire le tradizionali tende o capanne
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dabitazione con case in cemento di tipo europeo. I nativi vengono a perdere, con ci, il ritmo della vita, labito partecipazionista e coesivo che legava fra loro gli abitanti, anche territorialmente, nei sistemi tradizionali. Essi cadono spesso in uno stato di disgregazione culturale e psicologica pi o meno grave. Limposizione di attrezzature tecniche di tipo moderno in luogo di quelle tradizionali ha anche indotto, pi volte, reazioni disgregatrici fra le societ native, distruggendo importanti sistemi di collaborazione basati gi sul principio di reciprocit e di prestigio, sostituendo ad essi la tendenza allindividualismo sulla base del profitto materiale e dellaccumulo privato. Limperialismo tecnico-economico ha introdotto i sistemi monetari, con il reclutamento di manodopera per lavori alle dipendenze dei bianchi, il tutto in funzione di interessi di sfruttamento economico, con conseguenze calamitose e distruttive sulla cultura tradizionale. Perfino limposizione di abiti di tipo europeo per nascondere la nudit il frutto di un atteggiamento ciecamente etnocentrico, che pi volte ad esempio fra gli indios amazzonici ha indotto un tipo di vita sordidamente innaturale, antigienico, con serie conseguenze per la salute fisica della comunit (Ribeiro,1973). Limperialismo culturale nel campo propriamente economico ha svolto unazione gravemente distruttiva a carico dellintero assetto etnico-sociale comunitario su cui si basava la societ tradizionale. Basti pensare allimposizione, nellAfrica a sud del Sahara, delle coltivazioni di cash-crops (destinate allindustria) in sostituzione dei food-crops (di consumo domestico). Sotto il manto delle innovazioni apparentemente progressive si provvedeva unicamente agli interessi commerciali degli Europei, sradicando il sistema di propriet terriera tradizionale, originariamente collettivo, introducendo una morale individualistica, che comportava la disgregazione dei valori comunitari ancestrali. N mutano le cose con la decolonizzazione, poich il processo deculturativo continua, troppo spesso senza elaborazione n sostituzione di valori compensativi.
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Anche sul piano dellorganizzazione politica limperialismo culturale port, con il colonialismo, alla destrutturazione degli organismi politici tradizionali, sostituiti da amministrazioni europee o, nel migliore dei casi, nelle colonie britanniche, a un indirect rule, che, con lesautoramento degli organismi politici arcaici e la mercificazione dei ruoli dei rappresentanti politici indigeni, parimenti condusse alla disgregazione dellintero sistema di valori eticoreligiosi congiunto con lorganizzazione politica originaria. A tal punto si evidenzia lindissolubile nesso tra limperialismo culturale e limperialismo politico, ed anche, per ci che s detto pocanzi, limperialismo economico. Limperialismo giuridico stato il principio ispiratore della politica culturale verso le popolazioni dominate, in regime coloniale, dalle amministrazioni europee. Era normale limpianto di un diritto europeo moderno sopra societ e culture fondate su sistemi di norme consuetudinarie locali, cariche di connessioni con il sistema di valori etico-sociali. Modelli di comportamento ratificati come leciti o addirittura imposti come doverosi dalle consuetudini tradizionali erano penalizzati in base al nuovo diritto, con la conseguenza di creare un vuoto o un dualismo giuridico caratterizzato da gravi scompensi, per la conservazione clandestina di costumi paralegali o illegali. Il fondamento ideologico dellimperialismo giuridico risulta evidente fin dalla scuola del diritto naturale e della cornmon law britannica. Tali sistemi di diritto si basavano sul principio implicito che il diritto inglese, oppure quello francese, e in genere quello europeo, riflettesse la natura della ragione e pertanto avesse un valore conforme allordine naturale)), ossia un valore assoluto (Alliot 1950). Il diritto pubblico e quello privato venivano sottratti alle norme ancestrali. Cos veniva annullato il regime fondiario legato al principio della propriet inalienabile e collettiva della terra, con la forzosa imposizione di una prassi estranea alle tradizioni locali che permetteva ai colonizzatori di appropriarsi di essa. La legge dello Stato, in regime coloniale, poteva infliggere sanzioni penali anche gravissime per comportamenti che corrispondevano alla norma stabilita
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dalla consuetudine indigena, mentre, per converso, sottraeva alle comunit di villaggio il diritto dinfliggere sanzioni penali. Il conflitto tra il diritto imposto e le consuetudini tradizionali determina gravi conseguenze. Ad esempio, le norme consuetudinarie non prevedono il principio della prescrizione, n quello della non retroattivit dei diritti giuridici, che sono invece basilari nel diritto occidentale. Le societ tradizionali sono indotte, dalle loro norme consuetudinarie, a una perpetua rimessa in questione di situazioni giuridiche, che, secondo la prassi e la norma occidentali, sarebbero consacrate come acquisite dal tempo. Cos nellAfrica Nera pi volte i lignaggi rivendicano diritti di cui furono spossessati, secondo gli occidentali, quattro o cinque secoli avanti (Alliot 1950). I Mau-Mau rivendicavano il possesso delle terre loro sottratte un secolo innanzi, perch gli inglesi le aveano acquisite in virt di una prassi difforme dalle norme native (Kenyatta 1977). Altrettanto capit ai Maori della Nuova Zelanda, allorch si videro defraudati delle terre ancestrali ad opera dei Pakeha (Inglesi) nel 1865. E altrettanto occorso agli Indiani delle praterie in America, i quali in questi ultimi anni hanno avviato rivendicazioni di terre che un secolo innanzi furono loro sottratte dalle popolazioni di origine europea nella loro avanzata verso lOvest (Graugnard, Patrouilleau 1977). Tutti questi casi, e altri infiniti dimperialismo giuridico, urtano, come si vede, contro altrettanti complessi culturali globali, scalzandone le radici. Ma anche altri sono gli aspetti dellimperialismo culturale. Limperialismo culturale ha i suoi significativi risvolti nel campo pedagogico-educativo. Si pu parlare, a ragione, di un vero imperialismo pedagogico-educativo, praticato nei regimi coloniali e tuttora rilevante in molti Paesi. Per fermarci allAfrica a sud del Sahara, leducazione tradizionale africana si svolge nel quadro di uneconomia generalmente agraria, in una societ dove i mestieri si trasmettono di padre in figlio, dove la tecnica non molto evoluta e la specializzazione artigianale. Leducazione tradizionale, dunque, si svolge in immediato rapporto con la vita e con le esperienze concre8

tamente vissute dal bambino e dalladolescente. Lintimo legame con la vita ne una essenziale caratteristica. Infatti sempre attraverso le azioni sociali (produzione) e i rapporti sociali (vita familiare, manifestazioni collettive diverse) si costruiva leducazione del bambino e delladolescente)) (Moumouni 1972). Il colonialismo modificava il sistema educativo, distaccandolo dalla vita vissuta, per imprimere allindividuo una serie di conoscenze utilizzabili, in definitiva, per una pi efficace amministrazione della colonia. Attraverso insegnanti europei nelle scuole regionali e maestri indigeni nelle scuole primarie dei villaggi, il colonialismo mirava a produrre il personale subalterno indigeno necessario al buon funzionamento dellapparato amministrativo: commessi e interpreti, impiegati di commercio, infermieri sanitari, maestri e istruttori, medici ausiliari, operai (Moumouni 1972). Mentre lInghilterra, con spirito pragmatico e relativamente aperto, incoraggia linsegnamento della lingua locale nelle colonie, aspirando ad ottenere dagli africani unefficiente e onesta collaborazione, la Francia, secondo i principi dellimperialismo culturale, tende a diffondere la propria civilt, il proprio spirito, e perci impone luso e linsegnamento esclusivo del francese nei territori coloniali (Paronetto-Valier 1977). Pertanto la scuola fornisce un intero corredo di conoscenze e di pensiero orientato in senso univocamente eurocentrico. Le conseguenze di tale processo deculturatore si ripercuotono sul piano psico-culturale, con una vera alienazione. Scrive lintellettuale africano K. Balihuta (1977): <<Nelle scuole dellepoca coloniale gli alunni dovevano fin dalla prima elementare usare il francese (nelle nostre regioni). Poi, alluscita dalla scuola, il ragazzo tornava nel suo ambiente usuale e vi ritrovava la lingua materna. In queste condizioni il francese imparato a scuola restava per lui una lingua aculturale, alla quale non corrispondeva alcuna cultura concreta, e la sua parola non era che uno sproloquio senza contenuto reale. Perci luso incondizionato di una lingua straniera soprattutto imposta nella scuola elementare conduceva a una alienazione culturale>>.
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Tracce di un sistema dimperialismo pedagogico-linguistico persistono con la decolonizzazione. Lintellettuale samoano Albert Wendt (1976) deplora che <<il sistema educativo odierno in Oceania serve a produrre gli ingranaggi pi umili della vita sociale, cio commessi e fattorini, insieme con pochi professionisti, tanto per tenere in piedi lapparato amministrativo>>. Le scuole dei Paesi in regime di decolonizzazione preparano il processo di proletarizzazione degli indigeni. Nelle scuole primarie africane, almeno in alcuni casi da me osservati nel Ghana, si illustrano ai bambini dei villaggi tabelloni con figure di vita cittadina (palazzi, traffico stradale, vigili ai crocevia, ecc.), che non corrispondono a nessuna loro esperienza reale. Nei rapporti coloniali, come si vede, gran parte delleducazione scolastica legata allinsegnamento delle lingue egemoni, e un aspetto consistente dellimperialismo culturale assume laspetto specifico dellimperialismo linguistico. Certamente nessuno negherebbe il valore culturale complesso assunto dallintroduzione di lingue europee operata, a proprio vantaggio, dal colonialismo fra le societ tribali pi varie. Esse fornivano a queste, indirettamente, uno strumento nuovo di comunicazione, atto ad ampliare in senso supertribale e universalistico, gli orizzonti culturali originari. Le lingue europee, adottate dalle societ native come lingue veicolari, consentivano dintraprendere relazioni dogni tipo con altri gruppi a livelli sempre pi estesi. Lespansione di tali lingue ha avuto pertanto dei risvolti inevitabilmente positivi, in una prospettiva storica di lungo termine. Ci nulla toglie ai danni culturali, etico-sociali e psicologici prodotti dallimperialismo linguistico, che comporta una metodica opera di sradicamento violento del patrimonio linguistico originario, mediante limposizione delle lingue egemoni in totale sostituzione delle lingue vernacolari materne, fin dai primi anni di educazione scolastica dei bambini. <<Dati i molteplici legami fra lingua e cultura>>, scrive lafricano Balihuta, << normale che la scuola, almeno nei primi stadi di formazione generale, usi le lingue native vernacolari, in modo che il bambino
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sia iniziato, attraverso la sua lingua, alla sua cultura>>, e venga rispettata lautenticit e lidentit culturale del gruppo nativo. Infatti nessun tratto della cultura quanto la lingua materna raccoglie in s il senso didentit culturale di un popolo. Spazzar via la lingua materna dalle scuole primarie significa fare violenza non solo culturale, ma morale e perfino fisica alla societ nativa. Possediamo studi di antropologi, psicologi e medici che hanno preso in esame le conseguenze di un imperialismo linguistico di tal sorta presso alcune comunit locali in regime di subalternit. Un caso quello degli abitanti della Groenlandia, di lingua e cultura eschimese, che subiscono gli effetti di una coercitiva imposizione della lingua danese da parte delle autorit governative e scolastiche. Queste agiscono in conformit degli interessi dei gruppi economici danesi, che nelle popolazioni groenlandesi riconoscono solo unoccasione di sfruttamento per lincentivazione dei propri affari. La norma imposta dal governo danese in Groenlandia vuole che ai bambini eschimesi sia insegnata a scuola, fin dai primi anni, la lingua danese, da parte di maestri che generalmente ignorano la lingua locale e perci sottraggono totalmente i bambini allabitudine linguistica da loro praticata in famiglia. Ci viene fatto in nome della modernizzazione e della salvaguardia di un futuro rispettabile alle comunit native. La signora Elizabeth Cass, che ha condotto studi medici fra i bambini che subiscono questo trattamento, ha osservato fra loro non solo un disorientamento psichico, ma sofferenze fisiche, malattie agli occhi, come effetti della disarticolazione del loro mondo morale e culturale pi intimo legato alla lingua materna (Lanternari 1977). Pi in generale, con riferimento ai rapporti tra lingue dominanti e lingue indigene nei paesi ex-coloniali, bisogna rilevare che anche dopo lemancipazione politica e con lavvio alla cosiddetta decolonizzazione penso ai Paesi dellAfrica Nera ampi strascichi restano oggi del vecchio colonialismo linguistico. Si pu parlare in proposito di vero neocolonialismo linguistico. Oggi lincontro-scontro tra lingue dominanti e lingue dominate non
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investe pi solamente problemi di politica educativo-scolastica a livello di scuole primarie, ma assume un significato pi generale di diversificazione e, al limite, di opposizione di classi sociali allinterno delle societ africane. Le lingue dominanti europee, nei Paesi francofoni e anglofoni, rischiano di diventare <<lingue esclusive>>, nel senso che esse, per svilupparsi al di fuori del proprio luogo dorigine, hanno bisogno di fare sotto di s il vuoto di tutte le lingue precedenti)) (Calvet 1977, p. 170). Ci permette di parlare di un vero e proprio processo di <<glottofagia)>>. In effetti vero che <<nelle pseudo indipendenze attuate nel quadro del neocolonialismo, il mantenimento delle lingue dominanti diventa una necessit, dati i molteplici interessi a continuare una dominazione economica e culturale>>. Ma la lingua dominante ormai sidentifica sempre pi con certe classi sociali che se ne sono appropriate per loro uso, come mediatrici economiche e culturali (e in alcuni casi come complici) dellegemonia neocolonialista occidentale. C effettivamente un uso classista della lingua)> in Africa oggi, nel senso che la maggioranza degli intellettuali, a causa del colonialismo e duna educazione da privilegiati, si vengono a trovare di fronte alla lingua dominante, alla lingua del colonizzatore, in un rapporto di utilizzazione/profitto che rende vana ogni idea di cambiamento)> (ivi, p. 173). Del resto tutte le lites africane sono dalla parte della lingua dominante, (poich) dal punto di vista sociale la lingua uno strumento-chiave, conferisce poteri esorbitanti, e quanti ne traggono profitto non hanno, ovviamente, alcuna voglia di rinunciarvi)>. E significativo in proposito che nelle ex-colonie francesi, per esempio, si accentua sempre pi la divisione di classe tra francofoni e nonfrancofoni. Infatti le classi superiori native che avevano acquisito anche la lingua dominante nel periodo colonialista (bilinguismo) tendono ora ad abbandonare la lingua materna, passando a un nuovo monolinguismo neocoloniale, mentre le classi inferiori delle citt, che parlavano solo la lingua dominata materna (monolinguismo nativo), tendono ad acquisire anche la lingua dominante
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(bilinguismo) e la popolazione rurale rimane ancorata al monolinguismo nativo (Calvet). Non sembra un caso che in queste condizioni e nel quadro dei movimenti di recupero dellidentit africana, alcuni gruppi comincino a prendere coscienza che << l alfabetizzatone delle popolazioni possibile e fruttuosa solo se fatta nelle lingue africane>>. Lo riconobbe lUnione degli Studenti di Dakar, in un documento del 1968. Ora, quando il sociolinguista tunisino Calvet indica nella liberazione linguistica>> la condizione preliminare di una vera decolonizzazione non solo in Africa, ma anche tra le minoranze dEuropa, egli indubbiamente coglie un problema fondamentale del destino culturale dei popoli. Egli denuncia una contraddizione stridente della politica di certi partiti comunisti, francese e sovietico, a proposito del diritto alla libert linguistica delle popolazioni ex-coloniali e delle minoranze euroasiatiche. Rifiutare di porre la questione della sovrastruttura [la lingua]>>, scrive Calvet, <<nel cuore stesso delle lotte di decolonizzazione equivaleva, ed equivale, a escludere di fatto le masse popolari dalla futura societ: infatti esse non avrebbero potuto svolgere alcun ruolo, se non nella misura in cui la lingua di queste societ fosse stata la loro. La tradizionale e stantia risposta marxista, secondo cui la lotta di classe deve avere la preminenza su tutto, non qui... soddisfacente. Da tempo sappiamo che in Russia una rivoluzione che si vuole socialista non ha minimamente messo fine allo sciovinismo grande-russo, alloppressione morale e intellettuale, al razzismo antisemita>>. Siamo daccordo con questo autore, dunque, che la priorit alla lotta di liberazione, sulla base dellidentit culturale e in particolare linguistica, che la liberazione non reale se non totale>> e che la lotta di liberazione nazionale deve necessariamente integrare la lotta a livello linguistico>>. Non possiamo disconoscere, daccordo anche in questo con Calvet, che la lingua da sola non pu costituire la posta in gioco di una lotta di liberazione, senza dar luogo alla liberazione insieme economica, sociale, culturale in senso lato. Ma, diversamente da lui, riteniamo che il problema dellemancipazione linguistica
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non possa esser posto, senza scadere in un velleitarismo neoidealista e pur esso sciovinista, in termini di un meccanicistico recupero delle lingue vernacolari (dominate) e della loro surrogazione alle lingue dominanti, che oggi funzionano come lingue veicolari nello sviluppo delle comunicazioni in senso planetario. Esso anzi va posto in termini dintegrazione linguistica, favorendo un bilinguismo fondato sullalfabetizzazione primaria in lingua nativa e sul successivo apprendimento della lingua veicolare dominante in ciascun Paese. In conclusione, se si guarda alle manifestazioni del colonialismo classico con gli strascichi desso in epoca contemporanea, risulta che violenza ai popoli stata fatta non solo con il genocidio diretto, perpetrato, come accaduto e accade con gli amazzonici, spargendo veleno nelle acque fluviali o mitragliando dal cielo, con aerei, i villaggi indigeni. V una violenza apparentemente pi morbida, ma che ugualmente minaccia di portare alla distruzione delle culture e dei popoli; ed la violenza perpetrata dallimperialismo culturale: ossia portata dalle conseguenze culturali delle coercizioni sul piano tecnologico, economico, giuridico, religioso, pedagogico, linguistico. Con questa violenza si attenta allidentit culturale del gruppo umano in quanto tale. La deculturazione forzosa praticata sulle minoranze etniche e linguistiche o sulle popolazioni excoloniali nel nome di motivi apparentemente filantropici, progressisti, disinteressati, in realt corrisponde a moventi di espansione e sfruttamento economico da parte di gruppi economicamente e politicamente egemoni. Al di l dei processi di trasformazione socioculturale spontaneamente avviati da queste minoranze e popolazioni, la deculturazione coercltiva reca in s effetti disumanizzanti, con la distruzione dei valori etnici, culturali, sociali che ciascun popolo e ciascuna cultura ha elaborato con la propria storia plurisecolare (Cerulli 1977). La deculturazione forzosa condanna tali gruppi e popoli alla perdita della propria identit (Jaulin 1972), fintantoch essi non maturino, come in alcuni casi savviano a fare (si pensi ai Paesi arabi), unautoconsapevolezza

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critica, capace di contrapporli drasticamente alle forze finora dominatrici del neocolonialismo. Il nostro discorso s fin qui riferito a situazioni di massima riguardanti il passato depoca coloniale o addirittura schiavista. Ma oggi limperialismo culturale trova, con il neocolonialismo, forme rinnovate e insidiose. Esso messo in atto, nei modi pi seducenti e accattivanti, dalle multinazionali del consumismo. E riguarda insieme il Terzo Mondo e la stessa nostra societ occidentale nelle sue stratificazioni pi varie. Strumentalizzando il Terzo Mondo come produttore di materie prime e fornitore di manodopera a basso costo, le compagnie multinazionali impongono a quei Paesi i propri prodotti in ottemperanza a una politica economica che, in ragione dei propri profitti, introduce modifiche importanti delle culture tradizionali, perpetuando su di loro lantico rapporto colonialistico. In ci esse sono agevolate dalla cooperazione, cosciente o inconsapevole, dei regimi locali e delle locali borghesie e burocrazie, operanti troppo sovente in funzione di profitti privati e volte allacquisto di un prestigio malaccortamente identificato con i simboli del consumismo.

Oggi: il neocolonialismo Parlando dimperialismo culturale oggi, mi riferisco a quel sistema di comportamenti organizzati, da parte di nazioni capitaliste a industria avanzata, che opera attraverso piani economico-politici di egemonia e sfruttamento nei confronti di societ economicamente pi deboli e Paesi sottosviluppati. Legemonia sattua attraverso due criteri complementari e congiunti: strumentalizzando le forze produttive indigene, come fornitrici di materia prima e forza lavoro a costi bassi controllati da fuori, come gi avviene nel
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colonialismo classico, e utilizzando e incentivando le possibilit di consumo della societ nativa, che cosi trascina nel circuito del processo consumistico un utile sbocco dassorbimento di prodotti industriali: il tutto in funzione di un incremento produttivo, assunto e proclamato come obiettivo e valore supremo della civilt industriale borghese. Il programma degemonia economico-politica savvale duna mobilitazione totale dei mezzi dintervento culturale, diretti e indiretti norme legislative, scuole, mass-media, pubblicit, missioni, modelli culturali viventi, forniti dalla borghesia locale, ecc. con lobiettivo di orientare e conquistare via via ai modelli di cultura occidentale, e quindi al gusto, ai sistemi di vita e ai prodotti connessi, la societ nativa dagli strati urbanizzati a quelli rurali, dalla borghesia al proletariato fino al sottoproletariato. Porre in luce la faccia culturale dellimperialismo pare tanto pi opportuno, se si considera che, pur essendo essa strettamente legata alla faccia economicopolitica, non riscuote usualmente altrettanta attenzione o addirittura giudicata di secondaria importanza. Viceversa tra le forme dimperialismo pi note e studiate (cio economico-politiche) e quelle culturali, meno note, v una solidale interpenetrazione come fra due momenti dialetticamente congiunti. Luno dessi investe primariamente le strutture, ossia i fondamenti economico-politici della societ subalterna, laltro la cultura, qui intesa come un insieme degli stili di vita, di gusti, bisogni, valori duna data societ. Ma, come la cultura, nel senso indicato, inestricabilmente congiunta, in ununit integrata, con la struttura, cos limperialismo culturale dissolubilmente legato a quello economico e politico. In effetti lidea di un imperialismo che agisce univocamente per coercizione politica e imposizione economica ha una sua validit storica ben delimitata. Questo tipo dimperialismo contraddistingue la fase del colonialismo classico, che, come s detto, attraverso le amministrazioni coloniali, eventualmente (Gran Bretagna) con il sistema dellindirect rule, imponeva leggi e divieti,
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esigeva lavori e tributi. Ma in fase di neocolonialismo, cio dal secondo dopoguerra e sempre pi metodicamente a partire dagli anni 60 con la cosiddetta decolonizzazione dei Paesi afroasiatici, limperialismo savvale di metodi di penetrazione, strumentalizzazione ed egemonia pi sofisticati e sottili. La principale novit consiste appunto nel praticare un imperialismo che direttamente aggredisce la sfera della cultura e non pi soltanto quella economica introducendo nella societ indigena stimoli per cambiamenti (in realt a vantaggio della societ proponente) accortamente resi desiderabili per la societ ricevente. Se tale il carattere dellimperialismo in fase neocolonialista, esso a ben vedere non che uno sviluppo, perfezionato e adattato alle nuove esigenze di emancipazione politica espresse dai Paesi sottosviluppati, dello stesso imperialismo affermatosi fin dalla fase coloniali-sta. Gi in quella fase un rapporto ben stretto esisteva tra lazione politico-economica svolta sulla societ colonizzata e i riflessi di quellazione nella sfera della cultura. Crisi e disgregazione delle tradizioni, dei sistemi di vita, della logica comunitaria, in breve della cultura gi propria della societ nativa, erano come s visto gli effetti pi rilevanti. Lanalisi dellimperialismo culturale nelle sue differenti manifestazioni, dunque, non solo opportuna, ma indispensabile per intendere i modi nei quali limperialismo economico e politico ha potuto e pu esercitare una propria efficacia, gli effetti da esso prodotti, i danni e i falsi vantaggi arrecati direttamente e indirettamente da esso. A un esame dassieme risulta che con limperialismo culturale si mettono in azione simultaneamente, nella societ assoggettata, due processi correlati e interagenti. Uno parte dalla struttura e incide sulla cultura, laltro, al contrario, muove dalla cultura e incide sulla struttura. Con il primo sintroducono modifiche nelleconomia, tali da indurre automaticamente, in tempi pi o meno lunghi, effetti disgreganti sulla cultura tradizionale e la tendenza a innovazioni dei bisogni, dei gusti, dei costumi, degli orientamenti di valore. Tali innovazioni, presentate come vantaggiose alla societ subalterna, in realt
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porteranno vantaggi vistosi alla societ dominante, creando, a quella nativa, assai pi scompensi e danni che utilit. Con il secondo dei due processi, provocando modifiche alla cultura, sintroducono trasformazioni allinterno del sistema economico. Il primo processo consiste nel far apparire, alla societ nativa, la prospettiva di vantaggi economici come stare meglio, vivere con pi agi, ecc., ottenendo labbandono di tradizionali orientamenti di costumi, di vita, bisogni e valori con lassunzione di nuovi parametri di valore e nuovi gusti e bisogni. Con il secondo processo la societ dominante attrae e seduce la societ dipendente con la prospettiva di vantaggi squisitamente culturali non meno efficaci, come lidea di progredire, modernizzarsi, aggiornarsi, guadagnare dignit di fronte ai dominanti e quindi a se stessi. E la via che inocula nelle masse indigene il desiderio di prodotti e di modi di vita che portano a scegliere nuovi sistemi economici, la cui utilit finisce per ridondare sempre a favore dei dominanti. Il doppio procedimento dunque consta dun moto che va dalleconomico al culturale e dun moto complementare che va dal culturale alleconomico. Da un lato, con interventi diretti, il gruppo o la societ imperialista introduce sistemi nuovi di produzione: in agricoltura le monocolture di destinazione commerciale per esportazione, negli ambienti urbani i commerci, la terziarizzazione e le industrie con manodopera nativa. Ma tali innovazioni economiche portano modificazioni a catena nella cultura tradizionale, nel sistema di bisogni, gusti, valori. E poi a loro volta queste modificazioni culturali, secondo un processo a spirale crescente, inducono pi estese trasformazioni nella sfera socioeconomica. Daltronde lazione combinata della pubblicit, della propaganda, del marketing, dei mass-media, della scuola, oltre allesempio vivente della borghesia urbana gi convertita ai modelli occidentali, costituiscono altrettanti strumenti culturali destinati a produrre progressive alterazioni nelle strutture economiche. Per un processo continuo a spirale, dunque, il rapporto di strumentalizzazione economica, impiantato dallimperialismo culturale, si va
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consolidando, interamente e univocamente a vantaggio dei gruppi di potere egemoni. Ora la contestualit dei due momenti dellazione imperialista, quello diretto alla struttura e laltro diretto alla cultura, nonch la continuit dialettica e il nesso di reciproca interdipendenza fra i due, trovano la propria intelligibilit in quello che pu definirsi il paradosso dellimperialismo culturale: ossia il fatto che i modelli culturali, gli orientamenti di gusto, i bisogni e i valori propagandati dalla politica delle potenze egemoni occidentali sono interiorizzati dalle societ dipendenti del Terzo Mondo. Fatto sta che tali modelli agiscono con la forza delle ideologie dominanti, nei rapporti fra gruppi egemoni e gruppi dipendenti. Lideologia borghese capitalista dei dominatori travolge cos i subordinati e li risucchia nel proprio vortice. Ci avviene per effetto dellalone di superiorit con cui allorigine vengono circondati i modelli occidentali dai loro estensori e che le stesse societ indigene riconoscono, facendo propria lideologia dominante, in ragione della loro forza di penetrazione, della loro efficacia aggressiva, della sottile opera di manipolazione inconsciamente subita. Tutto ci induce infine la societ indigena, fino agli strati pi emarginati e pi poveri, ad appropriarsi di quei modelli come parametri di riferimento ideali. Cos, in virt dellapparato ideologico che con la pubblicit e i mass-media accompagna ogni prodotto e modello occidentale, le societ native finiscono per condividere lideologia di progresso, modernit, miglioramento e felicit, che insidiosamente cela la falsa coscienza di organismi protesi alla strumentalizzazione capitalistica dei gruppi e delle societ pi deboli e meglio disposte a subire le seduzioni e i miraggi affacciati al loro orizzonte. Esse fanno propria lideologia tecnologica, come ideologia messianica, salvifica, con cui ogni miseria potr superarsi e annullarsi. Come se dalla tecnologia occidentale venisse non solo o non tanto una serie di strumenti utili, ma la possibilit duscire una volta per sempre dalla condizione dinveterato pauperismo. In tal modo, per dirla con Ernesto Balducci, la disperazione dei ceti (e dei popoli)
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oppressi si trasforma in speranza. Prima o poi si fa strada lidea al banchetto dellopulenza ci sarebbe posto per tutti. E di fatto gli emarginati si trasformano in consumatori (Balducci 1979, p. 480). Linganno del neocolonialismo consumista strumentalizza la sete messianica dei popoli emarginati e dei ceti pi umili. E questa, contraddittoriamente, nella sua alienazione, alimenta il sistema di simbiosi parassitaria instaurato dalle multinazionali dominatrici. La seduzione operata dallideologia tecnologica sulle societ povere ricorrendo ai pi sofisticati mass-media, produce i suoi effetti. La societ nativa, sedotta e attratta, viene a trovarsi inserita, anzi irretita, nelle maglie del sistema consumista, nel ruolo univocamente passivo e strumentale di consumatrice. Si sviluppa il consumo di beni via via meno coerenti con le persistenti strutture arcaiche della societ tradizionale. I nuovi beni creano nuovi bisogni a catena e inducono un transfert del gusto verso articoli di lusso sempre pi ricercati. Lincoerenza e il distacco rispetto alle condizioni socio-economiche e culturali effettive si aggrava e provoca sperperi immani a livello individuale, familiare e nazionale. I danni economici e fisici, le incongruenze e le lacerazioni sul piano etico-sociale saccumulano. Nascono e crescono, come corollario del commercio esterno, piccoli mercati locali di beni di consumo occidentali, con un inconsapevole ruolo di complici della politica dideologizzazione promossa dalle industrie straniere. Sono infatti sempre queste ultime, con i loro articoli pi sofisticati, con i massicci investimenti per la pubblicit, a spostare il gusto verso articoli di prestigio o addirittura di lusso, sollecitando lo sperpero con i conseguenti squilibri. Un esempio eloquente pu essere dato dal caso dampia risonanza per il processo che segu1 del latte in polvere e dei biberon, propagandati da industrie svizzere e inglesi nellAfrica Nera e in genere nel Terzo Mondo. Vale la pena di soffermarvisi, per il significato paradigmatico chesso sottende. E noto che le madri africane, secondo il costume tradizionale, praticano
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lallattamento naturale dei bimbi per un lungo periodo, fino a due anni det e anche oltre. Nelle condizioni generali di esistenza nei villaggi, e ancor pi in ambiente urbano, solo lallattamento naturale consente una nutrizione rispettosa delle pi elementari regole igieniche e alimentari. Infatti le condizioni di vita nei villaggi non consentono di attenersi a quei modelli igienici di tipo occidentale, dai quali dipende la possibilit dun corretto allattamento artificiale. Tali condizioni sono ancora peggiori nelle citt, ove soprattutto opera la pubblicit del latte in polvere da parte delle grandi industrie multinazionali.
(NOTA) Nel 1974 la Nesti intentava un processo per diffamazione contro il gruppo di lavoro svizzero denominato <<Terzo Mondo>> per aver pubblicato la traduzione tedesca dellopuscolo Baby Killer. La Nestl dovette ammettere la fondatezza delle accuse, rivoltele nella pubblicazione, di <<attentare ai principi delletica e della morale attraverso le sue attivit pubblicitarie>> e di <<utilizzare abusivamente personale infermieristico per la promozione della vendita dei prodotti Nestl>>. Il titolo della pubblicazione Uccisore di bambini fu contestato, ma si ammise tuttavia che i prodotti Nestl provocavano effetti dannosi e anche letali (Perrot 1979).

La Nestl ha lanciato in Africa Nera i suoi prodotti di latte in polvere da assumersi con biberon, corredandoli con listruzione di lavarsi le mani con cura, utilizzando il sapone, a ogni preparazione del pasto. Lopuscolo Raby Killer, redatto dallorganizzazione inglese War on Want sulla base di specifiche ricerche scientifiche, riferisce quale sia lambiente medio nel quale la Nestl intende introdurre i suoi prodotti, facendo lesempio del Malawi. Il 66% delle casalinghe della capitale non hanno acqua corrente. Il 60% non hanno cucina allinterno dellabitazione. E tra queste popolazioni la Nestl vende il latte per bambini (p. 19). Ed ecco che cosa la ditta inglese Cow and Gate stampa nellopuscolo illustrativo annesso ai suoi barattoli di latte in polvere: Mettere il biberon e il succhiotto in una pentola con abbastanza acqua per coprirli. Portare a ebollizione e fare bollire per 10 minuti. Baby Killer annota a tal punto:

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La grande maggioranza delle madri nellAfrica occidentale (dove opera la Cow and Gate) cucinano su tre sassi che sostengono una pentola scaldata sul fuoco di legna. La pentola, che dovrebbe sterilizzare il biberon, serve per cucinare il pasto della famiglia. Sterilizzazione e acqua bollente praticamente vengono dimenticate. Tuttavia bambini che vivono in tali condizioni saranno nutriti con latte Cow and Gate. Del resto lutilit delle istruzioni stampate largamente compromessa dal fatto che la maggior parte delle madri africane e, pi in generale, del Terzo Mondo sono analfabete. Inoltre, come osserva Dominique Perrot, pur di impiegare il biberon, ritenuto buono, perch raccomandato dai bianchi, le madri lo riempiono dacqua tinta, non potendosi permettere lacquisto di quantit adeguate di latte in polvere. Limpiego da parte della Nestl di manifesti illustrati, affissi nei dispensari sanitari, vorrebbe supplire allinefficacia della scrittura. La presenza di manifesti figurati nei dispensari sortisce certamente leffetto di una pubblicit indiretta~, quasi di una garanzia ufficiale della bont del prodotto, che pare raccomandato dai medici e dagli infermieri europei. Ma una somma di fattori controproducenti fa s che lallattamento artificiale, nella grande maggioranza dei casi, si risolva in un dramma. Mancanza di denaro, igiene deplorevole, assenza di utensili indispensabili alluso, congiurano a fare del biberon una vera arma che uccide i bambini, apportando germi letali, epidemie e un pi alto tasso di mortalit infantile. Tutto ci il frutto duna malinterpretata ideologia di sviluppo e progresso annessa alloggetto raccomandato dai bianchi. Questi nella pubblicit aggiungono anche il richiamo astuto e ingannevole a un modernismo estetico (<iNon sciupare il seno!), volto a donne che procreano una media di 8-12 figli. il risultato di unartificiosa propaganda portata dai potentati economici occidentali tra i diseredati del Terzo Mondo. E una propaganda basata sulla falsa ideologia del prestigio: dun prestigio che si delinea, alla prova dei fatti, come un deludente e fittizio compenso psicologico a una condizione di povert
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e subalternit. Loperazione si basa nel dare in pasto come prodotto prestigioso, scientifico, moderno un prodotto non accompagnato dalle condizioni necessarie, ma irrealizzabili, per un suo impiego corretto. Eccezion fatta per i rari casi di madri che non possono allattare, si viene a creare una dipendenza da bisogni superflui e inappagabili, con conseguente sciupio, danno, rovina. Anzich fungere da oggetto duso per soddisfare uno spontaneo bisogno, il biberon assunto a simbolo inerte di un benessere mitico, di una fittizia partecipazione a un mondo di sviluppo e potenza la cui immagine vien fatta apparire a portata di mano, nel medesimo istante in cui il contenuto corrispondente e reale viene sottratto. I nativi africani si trovano ad essere consumatori dimmagini e di promesse proiettate dagli oggetti, ben pi che consumatori degli oggetti in se stessi (Perrot 1979). Ma le multinazionali sopra questo consumo di immagini costruiscono la propria prosperit economica, ossia incrementano la produzione di oggetti, che come lanterne magiche, proiettano ancora nuove immagini affascinanti e accendono sempre nuove promesse. La spirale procede e cresce il consumo di prodotti-feticcio: dalla cioccolata Cadbury al Lactogen, dalla Coca Cola alle Mercedes. Rinasce e cresce, in termini enfatici, il processo di feticizzazione delle merci, gi affermatosi nella societ occidentale a partire dallera industriale. Ancora una volta il valore duso delloggetto scavalcato dal suo valore di feticcio, simbolo di status. Ma nella condizione delle societ del Terzo Mondo laggravante, rispetto alla societ borghese occidentale del secolo scorso e di oggi, sta nellabisso culturale, attualmente incolmabile, esistente tra il livello della societ autoctona tradizionale e quello della societ a industria avanzata esportatrice degli oggetti-feticcio. In queste condizioni lo stesso processo di feticizzazione si attua sotto il controllo dei potentati dellindustria occidentale, con leffetto duna doppia rapina. Lobiettivo infatti che i Paesi non industrializzati intraprendano la via del progresso economico attraverso lindustrializzazione: ma senza sorpassare la misura che crei e
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favorisca il sovrasviluppo dei paesi a industria avanzata (Perrot). dunque favorita, dallalto e da fuori, una crescita economica dei Paesi pi deboli, entro i limiti di un semisviluppo funzionale al supersviluppo di chi gestisce il potere. Alla spogliazione di beni autoctoni del colonialismo classico, limperialismo culturale neocolonialista aggiunge oggi linvasione di oggetti stranieri. Cos la semplice rapina del colonialismo diventa, nel neocolonialismo, una doppia rapina. Come s visto, limperialismo culturale di oggi si lega storicamente e morfologicamente a quello di ieri. uno sviluppo di quello, connesso con la crescita economica della societ occidentale a livello neocapitalista e con lo sviluppo di compagnie multinazionali. Tuttavia limperialismo culturale dellepoca odierna caratterizzato da alcuni tratti che lo contraddistinguono da quello di ieri. Ne indi-chiamo qui alcuni che appaiono tra i pi decisivi nellorientare i destini culturali del Terzo Mondo. Anzitutto la intermediazione e lazione insidiosamente peggiorativa delle borghesie indigene. Queste ultime, eredi delle borghesie nazionali inizialmente autrici dellemancipazione politica, hanno subito il pi delle volte, e largamente, il processo involutivo che le porta a svolgere un aperto o velato ruolo di complicit con le potenze neocolonialiste. Il disuguale rapporto di forze con le potenze occidentali ha una parte saliente nel determinare gli orientamenti politici e culturali di queste borghesie native. Esse si rifanno ai modelli culturali occidentali, li assumono e interiorizzano come loro propri e ne diventano portatrici e propagandiste presso i ceti inferiori dei loro Paesi. Connesso con lazione delle borghesie indigene anche laccettazione non pi soltanto dei modelli culturali (costumi, stili di vita, simboli, bisogni, valori) dellOccidente, bens addirittura dei suoi modelli di sviluppo, orientati verso il feticismo tecnologico. La logica del consumismo, dellincremento produttivo, del profitto e dellaccumulazione capitalistica viene pertanto a debellare e sostituire la vecchia logica comunitaria delle societ tradizionali africane. Con
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la mediazione delle lites dirigenti locali viene diffuso in strati sempre pi vasti lo specchietto ottimista dellideologia tecnologica, che accende speranze, promuove un processo di urbanizzazione crescente e pauroso, e non fa che ribadire, in forma consapevole o inconsapevole, la sostanziale, spietata dominazione di chi gestisce da fuori lintero processo di cambiamento (Strahm 1978). Lappropriazione del modello di sviluppo occidentale comporta infatti la crescente espansione dei centri urbani, con i corollari della disgregazione socioculturale, dellemarginazione, della corruzione, della criminalit. A sua volta la crescita urbana incontrollata induce ulteriore sviluppo della borghesia parassitaria, e quindi, come in un circolo chiuso, la sempre pi diffusa tendenza ad appropriarsi del modello occidentale. La risultanza di questi processi economico-sociali e culturali data dallaccrescimento a forbice delle distanze tra Paesi ricchi industrializzati e Paesi poveri cosiddetti in via di sviluppo. Laumento del prodotto nazionale lordo, attraverso la produzione di beni esportabili a basso costo, non d ricchezze fruibili dalla societ nativa sul posto: anzi costituisce la base di scambi antieconomici, contro lintroduzione di beni che provocano emorragie di valuta e di potenzialit produttive, immiserimento pubblico e privato. Concorrono pesantemente a tale emorragie e immiserimento le lites borghesi locali con massicce operazioni finanziarie di deposito di capitali al sicuro, in Europa (Strahm 1978). E evidente che il modello alternativo, sul piano socio-economico e culturale, da opporre al modello occidentale dominante nella maggior parte dei Paesi retti da borghesie politiche o militari occidentalizzate, non pu che richiamarsi allesigenza di originalit e al rispetto dei bisogni di societ contadine. Una limitazione allintroduzione di beni superflui, riservati soprattutto alle borghesie occidentalizzate, un nuovo modello di sviluppo autocentrato, con una nuova divisione del lavoro a livello mondiale (Amin 1977-78); un freno alla politica di
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sviluppo accelerato ad ogni costo; un blocco allespansione dei centri urbani che sono la fabbrica della borghesia parassitaria e del sottoproletariato emarginato; lutilizzazione delle fonti energetiche locali con imbrigliamento delle acque dei fiumi; una politica fondata sul recupero della realt contadina comunitaria e della relativa cultura; una rivalutazione dei villaggi in forme socialmente creative e innovative (si pensi allesempio delle aldejas comunais del Mozambico e ai villaggi ujamaa della Tanzania): tali sembrano essere le linee lungo le quali dovrebbe volgersi la politica economica, sociale e culturale di Paesi, nei quali peraltro il peso della dominazione occidentale ha fin qui inibito ogni autentica possibilit di decollo (Gambino 1977). Ma condizione primaria e determinante, per tale avvio, di sfuggire al processo di ideologizzazione promosso dagli imperialismi economico-politici, per orientare e condizionare la cultura, il mondo didee, le scelte, la mentalit dei nativi attraverso lintermediazione e la cooperazione della borghesia indigena neocolonizzata e auto colonialista. La premessa dunque di non abdicare, da parte nativa, dalla volont di fondare una via alternativa, ma originale.

Da: Terzo Mondo, XII, 37-38, 1979.

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