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Alberto Martinelli Universit degli studi di Milano La crisi globale: cause, attori, interventi per superarla (Convegno Aidaf,

, Torino, 9.10.2009) A un anno di distanza dal fallimento di Lehman Brothers e dal momento pi acuto della crisi, la situazione migliorata. Il pericolo di un crollo del sistema finanziario superato grazie agli interventi statali di sostegno delle banche; i governi delle economie pi sviluppate hanno concordato stimoli per la ripresa economica del valore di circa 2000 miliardi di dollari; lemissione di obbligazioni aziendali e bancarie e dei fondi sovrani in grande crescita; il tasso di inflazione vicino a zero e il prezzo dellenergia stabile; lattivit industriale ha dato moderati segni di miglioramento; le famiglie americane hanno cominciato a risparmiare di pi e i leader cinesi hanno varato un poderoso piano di investimenti nel paese. Il comunicato finale dei leader del G20 di Pittsburgh pu quindi affermare enfaticamente che linsieme di politiche, regole e riforme miranti ad assicurare la ripresa, riparare il sistema finanziario e mantenere il flusso globale di capitale, ponendo fine a unera di irresponsabilit, hanno avuto successo. Tuttavia, la recessione economica tuttaltro che terminata, la disoccupazione in aumento e di conseguenza i consumi sono frenati, continuano i fallimenti di banche, aziende ed esercizi commerciali, la regolazione della finanza globale tuttaltro che realizzata e sussiste quindi il rischio di nuove bolle speculative; per questo e altri motivi, alcuni economisti prevedono il rischio di una ricaduta (una recessione double dip o a doppio W), mentre altri paventano il rischio di inflazione appena la ripresa prender forza. E bene evitare compiacimenti prematuri ... ed di fondamentale importanza che imprenditori, leader politici, operatori finanziari, studiosi e esperti non considerino la crisi come una mera fase congiunturale e non pensino di ritornare al business as usual, ripetendo o consentendo la ripetizione di comportamenti irresponsabili, ma considerino la crisi come una opportunit per linnovazione imprenditoriale, la regolazione della finanza globale e lattuazione di politiche economiche che favoriscano uno sviluppo equo e sostenibile. Per contribuire a sviluppare tali atteggiamenti anche necessario continuare a riflettere sulle cause e la natura della crisi finanziaria e della recessione economica. Le ricostruzioni della attuale crisi finanziaria globale e della connessa recessione economica sono ormai numerose. Pur concordando essenzialmente sulla sequenza di eventi scatenanti (dalla bolla immobiliare al fallimento di Lehman Brothers, alla generalizzata crisi di sfiducia di banche, imprese e famiglie) offrono interpretazioni diverse circa il carattere pi o meno strutturale della crisi, le sue cause endogene o esogene, la attribuzione delle responsabilit e il tipo di strategie politiche, a livello nazionale e sovranazionale, necessarie per governare le conseguenze della crisi e riavviare il processo di crescita economica La crisi nata al centro del sistema capitalistico, innescata dalla bolla immobiliare e dai mutui sub-prime e, in virt dellelevato grado di interdipendenza economico-finanziaria, si estesa rapidamente su scala globale. La crisi si sviluppata in un contesto di grande espansione della ricchezza, in cui banche daffari e banche commerciali negli Stati Uniti, in Europa e in gran parte del mondo hanno sviluppato, insieme a compagnie di assicurazione, hedge funds, e altre istituzioni finanziarie, nuovi prodotti finanziari, spesso assai sofisticati e complessi, al fine di espandere continuamente la creazione e lutilizzo del credito, inclusi schemi di pura speculazione, al di fuori dei poteri di vigilanza delle agenzie di regolazione. Gli strumenti innovativi della finanza creativa, aiutati dalla politica monetaria espansiva della Federal Reserve, hanno prodotto una eccessiva espansione del credito, diffuso il rischio e ridotto il costo dei prestiti, facendo abbassare la guardia ai regolatori pubblici e privati e modificato i comportamenti degli investitori che, di conseguenza, hanno abbandonato precauzione e prudenza, sottovalutando drammaticamente i rischi, anche in virt di una eccessiva fiducia nella robustezza del mercato finanziario globale. Il panico finanziario causato dalla proliferazione dei titoli tossici e il generalizzato crollo di fiducia di banche, imprese e famiglie ha fatto s che la crisi si estendesse alleconomia reale di 1

tutti i paesi (non solo di quelli finanziariamente coinvolti), contribuendo a una recessione che ha tuttavia anche cause proprie, derivanti dal carattere squilibrato della globalizzazione: in primo luogo, lo squilibrio tra paesi formica, risparmiatori ed esportatori come la Cina e paesi cicala, consumatori e con grande disavanzo commerciale come gli Stati Uniti; in secondo luogo, le disuguaglianze di reddito e di ricchezza tra paesi sviluppati, emergenti e in via di sviluppo e tra gruppi sociali privilegiati o protetti e gruppi sociali esclusi o emarginati; e infine le forti oscillazioni nei prezzi dellenergia e delle materie prime, che sono molto aumentate nella prima met del 2008, a seguito delleffetto combinato della grande pressione sui prezzi mondiali della domanda derivante dagli elevati tassi di crescita economica di Cina, India, Russia, Brasile e altri paesi emergenti e dellabbondanza di liquidit garantita dalla politica monetaria (di cui banche daffari e hedge funds sono stati i principali beneficiari) e improvvisamente diminuite nella seconda met dello scorso anno. Alcuni aspetti essenziali e trascurati della crisi. La lettura socio-politica che qui propongo intende integrare le ormai numerose analisi macroeconomiche della crisi, focalizzandosi su alcuni aspetti generalmente trascurati o sottovalutati: a) il primo aspetto (che non in realt trascurato ma non sufficientemente inquadrato in una analisi dei processi di globalizzazione) il carattere strutturale della crisi; la sua esplosione al centro del sistema capitalistico globale e il suo rapidissimo propagarsi dimostrano che essa la manifestazione traumatica di alcune caratteristiche fondamentali del processo di globalizzazione che si sviluppato negli ultimi trentanni e, in particolare, della contraddizione fondamentale tra la crescente interdipendenza economico-finanziaria e la perdurante frammentazione politica La finanza globale si sviluppata a ritmi molto elevati, sfuggendo ai controlli dei governi nazionali anche a causa della generale erosione di sovranit nazionale provocata dai processi di globalizzazione; n i controlli nazionali sono stati rimpiazzati da alcun sistema di sorveglianza internazionale. Si creato un forte squilibrio tra paesi formica, risparmiatori ed esportatori come la Cina e paesi cicala, consumatori e con grande disavanzo commerciale come gli Stati Uniti. La grande crescita della ricchezza mondiale prodotta dalla globalizzazione se, da un lato, ha consentito la riduzione della povert in grandi paesi come la Cina e lIndia e la riduzione del divario tra di essi e i paesi di pi antica industrializzazione, ha anche alimentato nuovi divari tra i paesi sviluppati o emergenti e i paesi sottosviluppati (si veda in particolare il caso dellAfrica sub-sahariana) e nuove diseguaglianze allinterno dei paesi sviluppati. b) Data la sua natura strutturale, la crisi deve essere interpretata facendo riferimento a un orizzonte temporale medio-lungo (gli ultimi trentanni) e al forte ridimensionamento di quella particolare variante del modello di capitalismo market-driven, che ritiene il mercato un ordine spontaneo capace di auto-regolarsi. Negli ultimi trentanni il capitalismo cambiato, non nel senso di un cambiamento dei tratti fondamentali della sua organizzazione sociale e della sua Weltanschuung, delle costanti del sistema (centralit del mercato e dellimpresa, ruolo trainante della scienza e della innovazione tecnologica, distruzione creatrice e carattere endogeno delle crisi), ma nel senso che si globalizzato con la rivoluzione informatica e la fine dellesperienza comunista (crollo dellURSS), e che ha prevalso una tra le varianti che si sono date storicamente: la variante market-driven anglosassone nella sua versione pi radicale che possiamo definire di fondamentalismo del mercato. La stagflazione degli anni 70 del secolo scorso ha comportato uno spostamento di attenzione dai problemi della domanda aggregata, e relative politiche economiche keynesiane, ai problemi dellofferta dei fattori della produzione, e conseguenti politiche economiche supply-side adottate dai governi Reagan, Thatcher e via via degli altri paesi sviluppati. Si sono cos affermate politiche miranti alla deregolamentazione, riduzione delle tasse, privatizzazione e ulteriore liberalizzazione dei mercati.

Il connubio tra queste politiche e le straordinarie opportunit offerte dalle tecnologie dellinformazione e della comunicazione nella costruzione di reti di interdipendenza globale, da un lato, hanno prodotto una crescita economica (della ricchezza e del reddito) senza precedenti nei paesi sviluppati e in molti paesi in via di sviluppo; dallaltro, hanno favorito leccessiva finanziarizzazione dei sistemi economici, il dominio della dimensione finanziaria e dellottica di breve e brevissimo termine nella gestione strategica delle imprese, un eccesso di risparmi in cerca di rendimenti sempre pi elevati rispetto agli investimenti produttivi, laumento delle disuguaglianze tra paesi del mondo e allinterni di essi, le minacce alla sostenibilit ambientale e sociale. Le altre varianti principali del capitalismo (renana e giapponese) sono andate sempre pi somigliando al modello dominante, verso cui del resto si orientata anche la Cina, dove la dirigenza del partito unico ha abbandonato leconomia di piano pur conservando lideologia comunista c) Ha ripreso grande vigore lillusione liberista del mercato auto-regolantesi, che trova da solo lequilibrio ogniqualvolta fattori rigorosamente esogeni lo allontanano da esso. Si , inoltre, affermata una cultura del virtuale a scapito delleconomia reale e sempre pi separata dalla economia reale. Emolto cresciuta la circolazione di capitale alla ricerca di rendite sempre pi elevate anche a costo di sempre maggiori rischi. Molti operatori finanziari, anzich investire in imprese produttive di beni e servizi concreti, compravano e vendevano prodotti finanziari sempre pi separati dalla economia reale, nella illusione di una continua produzione di denaro a mezzo di denaro. Dei due significati fondamentali della moneta si esaltato quello simbolico, di rappresentazione astratta a scapito di quello di misurazione di valore fondata su attivit concrete di produzione di beni e servizi. Circa la teoria del mercato autoregolantesi, va chiarito che non si mette in discussione la superiorit del mercato come istituzione capace di organizzare il processo produttivo, ma che un eccesso di mercato non regolato comporta rischi e guasti di segno diverso, ma altrettanto gravi, del suo opposto: il difetto di mercato. Non quindi il ruolo fondamentale del mercato che va rifiutato, ma il fondamentalismo del mercato. Analogamente, va ricordato che anche un eccesso come un difetto di regolazione e di intervento statali non sono auspicabili. In altri termini, vanno ricercati equilibri efficaci tra mercato, stato e societ civile, come vanno ricercati equilibri ispirati sia allefficienza che allequit tra i principi fondamentali dellagire sociale (libert, eguaglianza,solidariet). La fase di sviluppo del capitalismo globale degli ultimi trentanni ha invece mostrato sia uno squilibrato dominio di un principio (la libert) rispetto agli altri due (la tensione verso leguaglianza e la solidariet), sia una duplice riduzione del principio di libert: riduzione della libert alla libert dellagire economico e riduzione dellagire economico alla mera produzione di denaro a mezzo di denaro Ci che stiamo vivendo non la fine del capitalismo. Per argomentare questa asserzione opportuno ritornare ai classici delle scienze sociali, da Adam Smith a Marx, da Schumpeter a Keynes, da Weber a Polanyi, che hanno in vario modo affermato la natura intrinsecamente contradditoria del capitalismo che si trasforma periodicamente attraverso processi di distruzione creatrice. La crisi infatti endogena allo sviluppo, contrariamente a quanto pensano, da un lato, i sostenitori (liberisti e non) del mercato come ordine spontaneo e, dallaltro, i sostenitori (marxisti e non) del crollo inevitabile, (che prima o poi avverr, perch tempus vincit omnia, ma non avverr in tempi brevi). d) La crisi non solo il risultato di errori e carenze di previsione a seguito di eventi altamente improbabili, ma anche riconducibile a responsabilit di istituzioni e gruppi ben identificabili; in altri termini lespressione di una poderosa collusione di interessi tra i gestori di fondi (e in primo luogo quelle che erano le cinque grandi banche dinvestimento americane, cuore della finanza parallela), un gran numero di banche commerciali, i manager al vertice di molte imprese transnazionali super remunerati grazie alle stock options, societ di certificazione che svolgevano attivit di consulenza per le imprese di cui dovevano certificare i bilanci, societ di rating inaffidabili, rappresentanti politici e consulenti dei governi, think tanks accademici, 3

opinion makers dei mass media. Grazie alle risorse di ricchezza, potere e prestigio di cui disponevano, queste elites economiche, finanziarie, politiche e culturali hanno svolto una efficace attivit di lobbying e influenzato la politica americana nel senso di indebolire progressivamente il sistema di regole e di controlli. Tale sistema, infatti, si rivelato inadeguato non tanto perch preso alla sprovvista dai nuovi prodotti finanziari, quanto perch stato intenzionalmente indebolito in virt di decisioni politiche che rispondevano alle pressioni di interessi particolari, oltre che al generale clima culturale della deregulation e del fondamentalismo del mercato. e) La crisi finanziaria globale e la connessa recessione economica hanno anche provocato una modifica dei rapporti di forza tra la superpotenza americana e le grandi potenze delle economie emergenti come la Cina e lIndia. La crescita delleconomia globale negli ultimi trentanni si anche fondata su un anomalo rapporto di complementarit tra le economie export-led, a cominciare da quella Cinese, ma anche del Giappone, della Germania e altre, e leconomia nord-americana caratterizzata da costanti squilibri nella bilancia commerciale e da un crescente debito sia pubblico che privato; tale debito stato finanziato dalle sottoscrizioni dei titoli del Tesoro americano, favorite dal fatto che il dollaro continua a essere (ma fino a quando) la principale moneta negli scambi internazionali (con il conseguente accumulo di ingenti riserve in dollari da parte delle banche centrali cinese e giapponese). Linteresse contingente degli Stati Uniti era quello di continuare a spendere in deficit, sia per far finanziare le spese militari, sia per garantire lo stile di vita della maggioranza delle famiglie americane. Linteresse continente della Cina era quello di accumulare surplus commerciali e ingenti riserve in dollari. Entrambe i governi, americano e cinese, perseguivano strategie unilaterali, ma in certo modo complementari. La crisi ha imposto un deciso cambiamento di rotta: la nuova presidenza americana di Barak Obama ha scelto una strategia multilaterale per la governance globale f) La crisi finanziaria globale che ha innescato la grave recessione economica rischia anche di contribuire a provocare una altrettanto grave crisi sociale. La globalizzazione economica, come ho rilevato sopra, ha consolidato vecchie diseguaglianze e ne ha create di nuove anche nei paesi sviluppati. Negli ultimi decenni la distribuzione del reddito diventata pi diseguale in molti paesi occidentali, a cominciare dagli Stati Uniti e dal Regno Unito, ma anche in Italia. In altri termini, i benefici della globalizzazione e delle nuove tecnologie hanno avvantaggiato in modo squilibrato gruppi sociali ristretti. La crisi strutturale in corso, se da un lato ridimensiona leccessiva concentrazione di reddito al vertice della scala sociale, non migliora la situazione degli altri gruppi e anzi comporta lemergere di ulteriori squilibri sul piano della distribuzione del reddito e del tenore di vita, peggiorando la situazione dei gruppi sociali pi deboli ( lavoratori precari, giovani in cerca di prima occupazione, donne, piccoli operatori economici, adulti licenziati che trovano forti difficolt a reimpiegarsi, lavoratori immigrati), e rischiando anche di peggiorare la condizione sociale di ampi settori di ceto medio. Si alimentano cos nuove forme di emarginazione e di esclusione sociale perch la transizione repentina dalla espansione alla recessione, dalleccesso di fiducia alla sfiducia generalizzata, ha prodotto una forte contrazione degli investimenti produttivi e dei consumi e un declino della occupazione. Tutto questo richiede politiche sociali efficaci e tempestive per evitare che la crisi economico.finanziaria si traduca in una profonda crisi sociale. La governance della crisi. Vi dunque anche una dimensione politica e sociale della crisi mondiale in corso, che anche per questo richiede una governance globale o perlomeno una gestione politica coordinata tra i governi nazionali delle maggiori potenze, unitamente a una serie di interventi di politica sociale da parte dei livelli di governo subnazionale (come in Italia le regioni), che possono svolgere un ruolo cruciale per la loro pi diretta conoscenza dei bisogni del territorio e i loro 4

pi agili strumenti di intervento. La governance della crisi finanziaria e della recessione economica non pu infatti che essere multilivello, cio avvenire in modo possibilmente coordinato al livello globale, sovra-nazionale, nazionale e sub-nazionale. A livello globale, si sono fatti passi avanti, dalla prima riunione del G20 di Washington del novembre 2008. In quelloccasione,i paesi partecipanti si sono genericamente impegnati a non erigere nuove barriere agli investimenti e al commercio di beni e servizi, non imporre restrizioni e non attuare provvedimenti per stimolare le esportazioni che non fossero coerenti con le regole della World Trade Organization). Poi si avuta la ben pi significativa riunione di Londra del marzo di questanno in cui si sono assunte decisioni concrete sia in materia di stimoli alla ripresa (questione prioritaria per gli USA) sia in tema di regolazione dei mercati finanziari (questione prioritaria per i paesi della UE).E infine, la recente riunione di Pittsburgh del settembre 2009 ha introdotto rilevanti innovazioni sia istituzionali sia di coordinamento delle politiche dei governi. Circa le prime, il G20, e non pi il G8, diventa la sede per la verifica e il confronto periodici delle politiche economiche di medio termine adottate in sede nazionale e delle loro implicazioni collettive per la crescita globale e la stabilit finanziaria. Le organizzazioni internazionali svolgeranno un ruolo di crescente importanza: in particolare, lIMF riformato nel suo mandato e nella sua governance (che riconosce una maggiore importanza alle principali economie emergenti, a cominciare dalla Cina) e con risorse triplicate, la Banca mondiale e le banche regionali di sviluppo, la World Trade Organization, e il Financial Stability Board con il mandato di monitorare i provvedimenti per rafforzare la regolazione dei mercati finanziari. Questi accordi certo non hanno evitato aiuti di stato e misure protezionistiche ( come le norme che favoriscono le imprese nazionali nelle gare di appalto e nei prestiti bancari, i lavoratori autoctoni nel mercato del lavoro); ma hanno mostrato una volont di collaborazione, che dovrebbe favorire tre linee di azione concordata: a) la regolazione dei mercati finanziari a livello, nazionale, sovranazionale e intergovernativo e leliminazione del cosiddetto sistema finanziario parallelo; b) politiche economiche efficaci sia attuate dai governi delle principali economie (oltre 2000 miliardi di dollari di stimoli per la ripresa economica decisi dai governi delle venti nazioni pi sviluppate a cominciare dalla amministrazione americana e dal governo cinese) per favorire la ripresa con limpegno a evitare chiusure protezionistiche e svalutazioni monetarie volte a rendere pi competitive le imprese nazionali ( e affidando alla World Trade Organization il compito di monitorare e sanzionare i comportamenti devianti); c) il coordinamento delle politiche fiscali e di welfare, almeno a livello regionale (Unione Europea, Nafta, Mercosur, ecc.) al fine di governare le conseguenze sociali pi gravi della crisi finanziaria e della recessione economica; coordinamento non significa ovviamente omologazione, ma, da un lato, riduzione delle differenze pi ampie nei trattamenti fiscali degli investimenti da parte dei vari governi (che favoriscono lelusione fiscali delle imprese multinazionali) e, dallaltro, introduzione di standard minimi di tutela del lavoro(che ridurrebbero i divari di competitivit esclusivamente basati sul costo del lavoro tra paesi emergenti e paesi sviluppati). Larmonizzazione potrebbe essere applicata almeno allinterno della Unione Europea. Lagenda molto impegnativa. Ma non sembrano esistere alternative praticabili, perch i principali problemi della agenda globale, dal disordine finanziario al riscaldamento terrestre, dalle emergenze sociali al rischio di pandemie, sono oggi al di l della capacit di controllo anche dello stato pi potente. Devono realizzarsi tre condizioni: disponibilit alla collaborazione multilaterale delle grandi potenze e dei paesi economicamente pi influenti (i membri del G20), capacit di leadership del presidente americano come primus inter pares che sappia ottenere la collaborazione degli altri attori politici globali (e in particolare delle economie emergenti), e approvazione di alcuni provvedimenti concordati urgenti per regolare il sistema finanziario mondiale e ridare ossigeno alle economie stagnanti. 5

Il G20 di Pittsburgh ha mostrato che la strategia multilaterale di collaborazione avviata e incomincia a produrre risultati. Ma tuttatro che consolidata, perch notevoli sono ancora gli ostacoli che si frappongono al suo consolidamento. Basti pensare che il sistema degli stati oggi assai pi complesso che nel passato (194 stati formalmente sovrani, 6-10 grandi potenze di cui una con caratteri di superpotenza, il che significa che aumenta di molto anche il rischio dei veti incrociati) e ad esso si aggiunge una pluralit di attori non statali (imprese, organizzazioni non governative, movimenti, chiese, comunit), ognuno in grado di esercitare la propria influenza, poich anche in virt della rivoluzione informatica le barriere allentrata nella politica mondiale si sono molto abbassate La situazione italiana. E stato rilevato da pi parti che lItalia stata meno coinvolta nella crisi finanziaria globale e che risente meno della recessione economica. Come rileva il XIV Rapporto sul sistema finanziario italiano della Fondazione Rosselli, le banche italiane hanno sofferto meno della crisi per tre ordini di motivi: in primo luogo, la fedelt al modello tradizionale di banca commerciale rispetto a quello di banca di investimento o di banca universale, per cui le banche italiane non hanno esagerato con la leva finanziaria n con lassunzione di rischi eccessivi. In secondo luogo, il maggiore radicamento territoriale e il pi stretto rapporto tra banche e imprese; e infine, un buon livello di capitalizzazione, misurato in termini di capitale di rischio, livello di indebitamento, grado di liquidit, anche in virt del ruolo di vigilanza svolto dalla banca dItalia Le recessione economica italiana severa (previsione di decrescita del 5,1% questanno e di stagnazione lanno prossimo,+0,2%), pi grave di quella della Francia, ma meno grave di quella della Germania. Continua una contrazione dei consumi, la disoccupazione destinata a crescere ancora nei prossimi mesi, e un numero crescente di imprese in difficolt. Lazione del governo ha mirato a sostenere la produzione in settori chiave come lindustria automobilistica (incentivi per la rottamazione) e il reddito dei salariati con lampliamento e il prolungamento del ricorso alla Cassa integrazione. Il problema della economia italiana , tuttavia, che si trovava in una situazione di sostanziale stagnazione gi prima della crisi e che un ritorno alla situazione di prima non affatto incoraggiante. Inoltre, la crisi ha colpito maggiormente i settori e le imprese pi innovative, e internazionalizzate e il mercato del lavoro delle aree del paese meglio inserite nel mercato globale. Il vero problema quindi non come superare la fase di recessione, ma se il sistema delle imprese italiane uscir dalla crisi pi o meno attrezzato a competere in un mercato sempre pi difficile con concorrenti sempre pi agguerriti. Il fallimento di alcune imprese e la rinuncia di alcuni imprenditori sono sotto un certo profilo fenomeni fisiologici di una economia di mercato, diventano fatti gravi se comportano il ritiro da settori innovativi, la perdita di quote di mercato, la scomparsa di talenti imprenditoriali e di professionalit non sostituibili, la crescita di imprese operanti in settori protetti e dipendenti dalle commesse pubbliche rispetto a quelle che si misurano con la concorrenza internazionale. Concludendo, come di fondamentale importanza che i leader politici e i dirigenti degli istituti finanziari non considerino la crisi come una mera fase congiunturale e non pensino di ritornare al business as usual riprendendo i comportamenti precedenti, ma considerino la crisi come una occasione per regolare la finanza globale e attuare politiche economiche che favoriscano uno sviluppo equo e sostenibile, cos altrettanto essenziale che gli imprenditori, degni di questo nome, non si sforzino solo di traghettare le loro aziende attraverso la crisi, ma non dimentichino che guidare unimpresa significa introdurre continuamente innovazioni di prodotto e di processo, ricercare nuovi mercati, realizzare cambiamenti organizzativi, comprendere le trasformazioni del contesto sociale.