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Scuola 2011 di liberalismo di Benevento

CI SENTIVAMO UNA NAZIONE, DIVENIMMO UNO STATO


Cosa rimane oggi del Risorgimento liberale. Considerazioni e prospettive a 151 anni dallindolore rivoluzione che sanc ladesione di Benevento al Regno di Sardegna e a 150 anni dalla proclamazione del Regno dItalia.

Emilio Mazzeo

Introduzione
LItalia risorta

Ma risorta l Italia, e non si dica Terra delle ruine; Pi non invidia le virt latine, Vince s stessa antica: Bella ad un tempo e forte, Cinta del proprio ferro, Donna della sua sorte, Dal libro delle genti Cancellata non : libera vive, E col sangue il suo nome alfin riscrive.

Giovan Battista Niccolini, celebre tragediografo e commediografo fiorentino dimpronta liberale, nei versi conclusivi di una sua poesia significativamente intitolata Italia risorta, dipingeva cos lItalia, riunita in un unico stato e riconosciuta nazione indipendente dopo lunghe prove, da cui apprese Quanto le sia fatale lesser divisa. La nazione italiana secondo il drammaturgo fiorentino era un modo di essere comunit che gli italiani gi avevano conosciuto e che nella sua forma pi evoluta era proprio di tutti gli abitanti della penisola. Era davvero cos? Cio, in altre parole, gli italiani dopo lunificazione si sentivano membri di ununica nazione, accomunati dalla medesima storia, tradizione, lingua e cultura?

La risposta evidentemente negativa, infatti troppo marcate erano le divergenze tra le varie popolazioni, che la nuova Italia aveva messo insieme in soli due anni (1859-1861) e non potevano essere appianate ex abrupto. Consapevole di suddetta condizione fu Massimo dAzeglio che afferm: il primo bisogno dItalia che si formino italiani dotati d alti e forti caratteri. E pure troppo si va ogni giorno pi verso il polo opposto: pur troppo s fatta lItalia, ma non si fanno glItaliani. Ancor pi realistica e disincantata appare la posizione di Cavour il quale, all indomani dellunificazione, scriveva che non solo gli italiani, ma neppure lItalia era fatta: il mio compito pi complesso e faticoso che in passato. Fare l Italia, fondere assieme gli elementi che la compongono, accordare Nord e Sud, tutto questo presenta le stesse difficolt di una guerra con lAustria e la lotta con Roma. Egli ben sapeva, infatti, come si fosse giunti alla formazione dello stato italiano grazie all aiuto di circostanze favorevoli interne ed internazionali e ad unaccorta opera diplomatica. Tuttavia il miracolo italiano si era realizzato e concretizzato nellunica forma possibile, ossia sotto legida sabauda, e ora che lItalia era, almeno formalmente unita, non restava che sanare questa che alcuni avevano definito una forzatura storica. La fase eroica della lotta per il raggiungimento dell indipendenza e dell unit di conseguenza lasciava spazio alla difficile costruzione di una nazione moderna, costruzione coadiuvata ed ispirata a saldi principi liberali.

1.^ Sarebbe quest'ultima frase all'origine dei motti "Abbiamo fatto l'Italia, ora dobbiamo fare gli italiani", "Fatta l'Italia bisogna fare gli italiani" e simili, genericamente attribuiti a Massimo d'Azeglio. Tuttavia, secondo gli storici Simonetta Soldani e Gabriele Turi, nell'introduzione a Fare gli italiani. Scuola e cultura nell'Italia contemporanea, il Mulino, il motto "Fatta l'Italia bisogna fare gli Italiani" non apparterrebbe a d'Azeglio, ma sarebbe stato coniato nel 1986 da Ferdinando Martini nel tentativo di "tradurre" il senso politico (Carlo Fomenti, Siamo una nazione, ma chi ha fatto l'Italia?, Corriere della sera, 17 luglio 1993) di tale frase nella prefazione a I miei ricordi.

Liberalismo e unit dItalia


Un contributo prezioso ed essenziale all unit nazionale fu apportato dal liberalismo italiano che , riprendendo le parole di Luigi Compagna, si rivel non meno originale del corrispettivo inglese, francese, tedesco ed ebbe come principale antagonista il localismo, vera e propria malattia endemica. Prima di parlare dei principali teorici liberali dell unit doveroso focalizzarsi sui principi e le caratteristiche generali dello Stato liberale. Per definizione lo Stato liberale una forma di Stato che si pone come obiettivo la tutela delle libert o diritti inviolabili dei cittadini, attraverso una Carta Costituzionale, come in Italia lo Statuto albertino. Le sue funzioni sono limitate a compiti di difesa e ordine pubblico, mentre l'intervento in economia minimo in accordo con la dottrina del libero scambio di merci (liberismo). Secondo Norberto Bobbio, filosofo e politologo italiano, lo Stato liberale ha permesso lattuazione dei diritti civili contro il monopolio ideologico, e la libera circolazione dei beni contro il monopolio economico e in esso lo Stato ridotto a puro strumento di realizzazione dei fini individuali, poich nel "non Stato" che lindividuo perfeziona la sua personalit. In accordo con questa definizione sorge spontanea la domanda: l Italia postunitaria pu a ragione definirsi stato liberale, considerando laspra repressione dei briganti e l applicazione di leggi rigidissime nei loro confronti, quali la legge Pica del 1863?

2. Lezione di Luigi Compagna su Liberalismo e unit d Italia 3. La legge 1409 del 1863, nota come legge Pica, dal nome del suo promotore, il deputato abruzzese Giuseppe Pica, fu approvata dal parlamento della Destra storica e fu promulgata da Vittorio Emanuele II, il 15 agosto di quell'anno. Presentata come "mezzo eccezionale e temporaneo di difesa", la legge fu pi volte prorogata ed integrata da successive modificazioni, rimanendo in vigore fino al 31 dicembre 1865. Sua finalit primaria era porre rimedio al brigantaggio postunitario nel Mezzogiorno, attraverso la repressione di qualunque fenomeno di resistenza.

La risposta a tale quesito potrebbe in apparenza sembrare negativa, ma in realt si evince che anche nel caso della legge sui generis sopra menzionata lo Stato italiano si mostr liberale nella forma, ossia nel procedimento maggioritario con cui essa venne approvata. Tornando alle principali figure liberali che animarono lunit nazionale, punto di partenza della mia disamina Silvio Spaventa, politico e patriota dell Ottocento, che sin dal 1848 riusc a pensare all Italia subordinando le categorie municipali. Egli fin da subito comprese limportanza della nascita dello stato nazionale la cui condizione indispensabile era il Piemonte e fu sostenitore di uno Stato forte ma non autoritario. Spaventa, in particolare si scagli contro il municipalismo, fonte di divisione e particolarismi, ritenendo che lo Stato dovesse essere lunico riferimento. Una concezione sotto certi versi analoga fu espressa da Francesco de Sanctis che in Un viaggio elettorale affida ad un notabile di Lacedonia, detto il filosofo, la descrizione di come funzioni la vita del localismo. Tra l operato politico di Spaventa spicca la strenua difesa della sicurezza interna dello Stato culminata nella repressione del brigantaggio meridionale e delle manifestazioni torinesi in protesta con lo spostamento della capitale a Firenze. Come consigliere di Stato divenne celebre il suo discorso sulla giustizia nellamministrazione pronunciato il 6 maggio 1880. In qualit di ministro dei Lavori Pubblici provoc la caduta della Destra storica (1876) dopo il suo progetto di nazionalizzazione delle ferrovie. Egli, inoltre, dopo il terremoto di Casamicciola (1883), diede ospitalit al giovane Benedetto Croce rimasto orfano, nella sua casa romana in via della Missione, oggi sede dei gruppi parlamentari della camera dei deputati. E fu proprio Benedetto Croce a dire sul risorgimento italiano: se per la storia politica si potesse parlare di capolavori come di opere darte, il processo della indipendenza, libert e unit dItalia meriterebbe di essere

detto il capolavoro dei movimenti liberal-nazionali del secolo decimo nono: tanto ammirevole si vide in esso la contemperanza dei vari elementi, il rispetto allantico e linnovare profondo, la prudenza sagace degli uomini di stato e limpeto dei rivoluzionari e dei volontari, lardimento e la moderazione; tanto flessibile e coerente la logicit onde si svolse e pervenne al suo fine. Uomini di stato forti e capaci quali Cavour, Mazzini e Garibaldi, ma anche poco conosciuti come Salvatore Morelli, di cui in seguito parler nello specifico. Dellunit politica e territoriale della nostra penisola, ciascuno di loro ha rappresentato un particolare aspetto fondamentale: Mazzini la sua teorizzazione, Cavour, la sua effettiva preparazione a livello diplomatico, Garibaldi, la sua realizzazione pratica. Il contributo apportato alla causa comune da ognuno di loro, anche se compiuto in campi e modi diversi, si sald strettamente a quello degli altri, tanto da divenire indispensabile per l unit dItalia. Di essa Mazzini pu essere considerato il filosofo, la mente teorizzatrice, il tessitore delle trame ideali che sorressero lazione militare e politica successiva, coerente al binomio pensiero e azione, che egli stesso coni per riassumere il proprio programma politico. Egli, liberale democratico, era convinto che nella storia fosse insito un ordinamento divino nel quale la lotta per raggiungere l'unit nazionale assumeva un significato provvidenziale. Operare nel mondo significava per il Mazzini collaborare all'azione che Dio svolgeva, riconoscere ed accettare la missione che uomini e popoli ricevono da Dio. Per questo bisogna mettere al centro della propria vita il dovere senza speranza di premio senza calcoli di utilit.. Sfortunatamente gli manc il supporto pratico, come dimostr il fallimento di tutti i moti rivoluzionari contraddistinti dal marchio mazziniano, naufragati nel nulla e nel sacrificio di molte vite umane, perch difettavano di organizzazione, di una partecipazione massiccia consapevole e convinta,
4. Benedetto Croce ( Storia d Europa) 5. A.Omodeo, Introduzione a G.Mazzini, Scritti scelti, Mondadori, Milano 1934

nonch di concretezza negli obiettivi prefissati. Mazzini fu comunque il primo che, seguito poi anche da Garibaldi, cerc di dare corpo ad un reale tentativo di rivolta per affermare il suo ideale di Italia repubblicana, rimasto tuttavia nellastratta sfera dell idealit ( Costituire (...) l'Italia in Nazione Una, Indipendente, Libera, Repubblicana ). Altra figura di spicco, il cui contributo divenne indispensabile alla causa dellunit italiana, fu Cavour, sotto il cui governo pot essere unita quasi tutta lItalia, ad eccezione del Veneto e del Lazio. Anche se l ideologia e le posizioni di Mazzini e Cavour erano molto lontane le une da quelle dell altro, le loro azioni risultarono complementari al fine del comune ideale: raggiungere lunit del paese. Cavour, dotato di uno spirito pi pratico e meno idealista di Mazzini, si rese subito conto di come le forze italiane fossero insufficienti per combattere e vincere il nemico austriaco e della conseguente necessit di ottenere aiuto e sostegno da parte di unaltra nazione europea; per raggiungere questo scopo, mise in moto la macchina diplomatica, che egli conosceva in ogni suo aspetto, anche il pi recondito, quando con i patti di Plombires ottenne lalleanza di Napoleone III. Davvero fu lui a decidere le sorti dell Italia unita, a percorrere i non facili sentieri della politica internazionale, dispose, prepar, ordin e , con trepidante attesa, sper che tutto si svolgesse secondo i piani. LItalia grazie alle sue straordinarie capacit e alla sua perseveranza, riusc ad attirare su di s l attenzione internazionale, come risult nel congresso di Parigi, dove il politico torinese ottenne una giornata suppletiva di incontri dedicata alla situazione del Piemonte, nella quale egli denunzi la condizione italiana come potenziale causa di guerre e rivoluzioni. Egli sul piano politico-sociale fu uno strenuo sostenitore del liberalismo moderato: auspicava, infatti, riforme e trasformazioni che garantissero un ordinato e graduale progresso civile. Pur consapevole del fatto che lallargamento della base elettorale era inevitabile nel corso storico, era diffidente verso ogni veloce modificazione e pertanto verso unattuazione immediata del suffragio universale. Si scagli contro il socialismo, perch riteneva che solo la
6. (G. Mazzini, Istruzione generale per gli affratellati nella Giovine Italia)

libera iniziativa potesse portare ad una societ dinamica e progressista; al tempo stesso per, fu sostenitore del parlamentarismo, cio di un sistema in cui il governo politicamente responsabile di fronte al Parlamento. Anche un altro uomo riusc a proiettare il nome e la fama italiana fuori dagli angusti limiti dei confini nazionali: Giuseppe Garibaldi, personaggio forte e poliedrico che combatteva per gli ideali di libert e indipendenza di qualsiasi popolo. La sua figura era circondata quasi da un alone leggendario, che gli permetteva di guidare leterogenea massa di volontari, proveniente da ogni parte dItalia. Cavour e Vittorio Emanuele capirono ben presto il suo valore e gli lasciarono una certa libert dazione, tranne quando il suo entusiasmo avrebbe potuto condurlo a compiere azioni dannose per la causa italiana. Garibaldi, nella sua azione militare, stato leffettivo esecutore degli ideali liberali, realizzando nelle sue imprese le aspirazioni di libert di ogni uomo, perseguendo sempre lo scopo dellunit italiana, sia durante le guerre dindipendenza, sia nella spedizione dei Mille e rimanendo ad essa sempre fedele. Per quanto concerne le masse popolari, la loro partecipazione effettiva al processo unitario fu assai modesta e pilotata da una minoranza detentrice del potere politico ed economico. Esemplificativi furono i plebisciti, consultazioni popolari che si ebbero tra il 1859 e il 1870 in Italia, per sancire lannessione di nuovi territori, in cui la longa manus della classe dirigente ag con tutti i mezzi possibili; a tal proposito basti pensare che i contadini analfabeti furono guidati ai seggi dai proprietari delle loro terre. A riprova di tale strumentalizzazione riporto uno stralcio di un carteggio di Bettino Ricasoli ( 1809-1880), uomo politico esponente dei liberal-democratici toscani che divenne presidente del Consiglio il 12 luglio 1861, subito dopo Cavour. Procurerete che tutti coloro che dipendono da cotesta Amministrazione, e che hanno il diritto di dare il voto, si portino a rendere questo voto e lo rendano per la Unione della Monarchia Costituzionale di Vittorio Emanuele, che il solo che pu giovare agli interessi del paese. Il modo poi che terrete sar di riunirli tutti ad un dato punto e con la bandiera tricolore alla testa, e avendo ciascuno la

scheda in tasca, vi portiate in bellordine al luogo di votazione. Questo il mio ordine che farete rispettare [ ] (Lettera del 6 marzo 1860 del barone Bettino Ricasoli allo scrivano di Brolio) . Differente invece linterpretazione di Alberto Mario Banti che nell opera Per una nuova storia del Risorgimento sostiene che il movimento risorgimentale, da un punto di vista rigorosamente analitico sia stato un movimento di massa. Di seguito le sue parole : Quando si dice di massa vogliamo dire unaltra cosa, semplice ma, ci sembra, importante. Che al Risorgimento, inteso come un movimento politico che ha avuto come fine la costituzione nella penisola italiana di uno stato nazione, hanno preso attivamente parte molte decine di migliaia di persone; che altre centinaia di migliaia di persone, spesso vicine a coloro che hanno militato in senso stretto, al Risorgimento hanno guardato con partecipazione, con simpatia sincera o con cauta trepidazione. Interpretazione interessante, ma da trattare con prudenza, infatti il numero effettivo di coloro che parteciparono al progetto unitario o di cui erano almeno consapevoli, non che unesigua minoranza rispetto ai ventisei milioni di abitanti del 1861. Nonostante questa parziale partecipazione popolare, ostacolata tra laltro da impedimenti pratici quali lanalfabetismo diffuso o la difficile circolazione e fruizione delle idee, con il movimento risorgimentale si costru uno Stato di tipo nuovo, uno Stato-nazione, ossia fondato sul principio secondo cui la sovranit appartiene non a un singolo (il re), o a gruppi ristretti (i nobili), ma all' intera popolazione di un territorio, una collettivit che dalla fine del Settecento viene identificata prevalentemente col termine di nazione. Eppure anche in tale contesto sorsero le prime divergenze, in quanto se il Risorgimento fu un movimento unito per quel che riguarda l' idea di nazione, fu invece profondamente diviso per ci che concerne gli assetti politico-costituzionali del nuovo Stato: i repubblicani si contrappongono ai monarchici, i centralisti ai federalisti, i liberali ai democratici, e queste diverse opzioni si combinano variamente, dando vita a gruppi politici vari.
7. Carteggi di Bettino Ricasoli, vol XII

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Alla fine, compresi i rischi del decentramento, che si pensava potesse mettere in grave pericolo lunit del Paese da poco raggiunta, prevalse lorientamento centralista e si ebbe la nascita dello stato accentrato, con una serie di ripercussioni soprattutto nel meridione. Questo nuovo Stato, in accordo ai principi liberali, divenne un soggetto autonomo al di sopra delle classi, in grado di regolare e dirimere i conflitti sociali. Infatti il liberalismo in primis una netta opposizione alla credenza che luomo possa da solo risolvere ogni questione, credenza che sarebbe poi stata un tratto tipico del fascismo, come si evince dal Manifesto degli intellettuali fascisti del 1925, che contiene lapologia delluomo forte e capace di affrontare ogni situazione. Proprio per tutelare gli individui nel loro essere membri dello stato, i primi passi dellunificazione furono segnati, per materie di rilievo costituzionale, da una legislazione eccezionale. Era, a tal proposito, necessario evitare che la neoformata Italia, esposta a contestazioni interne e sotto osservazione internazionale, desse segni di debolezza e di incertezza nellassumere le redini dellamministrazione e su queste scelte pes soprattutto la particolare concezione che il liberalismo italiano aveva della centralit del potere esecutivo tra i poteri statali. Nondimeno suddette avvisaglie di debolezza si manifestarono e palesarono nel Sud Italia sotto forma di segnali dattaccamento al vecchio regime e di ribellione sociale: due componenti che diedero vita al fenomeno del cosiddetto brigantaggio.

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Brigantaggio e ruolo del meridione nellunit


La definizione canonica di brigantaggio nella storiografia italiana evidentemente connessa alla serie di azioni violente, a scopo soprattutto insurrezionale, che si verificarono nel primo decennio successivo allunit nel Sud Italia, ad opera dei cosiddetti briganti, tra cui spicca la figura di Carmine Crocco. Nei territori di quello che era stato il Regno delle due Sicilie, infatti, il rapidissimo processo di annessione, che si svolse in soli due anni, provoc forti resistenze e vere e proprie ribellioni popolari. Il principale motivo fu che il nuovo ordine politico non aveva portato alcun miglioramento alle condizioni delle masse contadine e in alcuni casi le aveva addirittura aggravate. Esemplificativa a tal proposito la novella Libert di Verga di cui riporto uno stralcio significativo: Certo si dicevano che l'avevano scappata bella a non essere stati dei galantuomini di quel paesetto lass, quando avevano fatto la libert. E quei poveretti cercavano di leggere nelle loro facce. Poi se ne andarono a confabulare fra di loro, e gli imputati aspettavano pallidi, e cogli occhi fissi su quell'uscio chiuso. Come rientrarono, il loro capo, quello che parlava colla mano sulla pancia, era quasi pallido al pari degli accusati, e disse: - Sul mio onore e sulla mia coscienza!... Il carbonaio, mentre tornavano a mettergli le manette, balbettava: - Dove mi conducete? - In galera? - O perch? Non mi toccato neppure un palmo di terra! Se avevano detto che c'era la libert!... . In questo racconto viene descritta lintera vicenda di Bronte anche dopo la rivolta della povera gente che voleva impossessarsi delle terre dei ricchi. A seguito della carneficina durante la quale i contadini trucidarono i nobili del paese, Garibaldi invi sul luogo il generale Nino Bixio con lo scopo di placare la rivolta e fare giustizia; dopo che i giudici emisero la sentenza di condanna, un carbonaro rimase sbigottito: sbarcando Garibaldi aveva promesso a tutti libert e terre e, invece, venivano condannate proprio

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quelle persone che, in nome della libert, si erano ribellate contro il potere dei latifondisti. E la novella dei vinti, di coloro che si ribellano alla classe egemone senza avere la possibilit e la capacit, in termini di mezzi e progetti, di cambiare la loro misera condizione. Al grido infausto Viva la libert i contadini compirono, infatti, atroci efferatezze denaturando lo stesso concetto insito in questa formidabile parola, che fin inevitabilmente con il divenire falsa e illusoria. La folla di miserabili hugoniani, in preda al U QS:cio ad una passione irrefrenabile, inizi addirittura a colpire gli innocenti: ora che si avevano le mani rosse di quel sangue, bisognava versare tutto il resto. Tutti! Tutti i cappelli. Non era pi la fame le bastonate, le soperchierie che facevano ribollire la collera. Era il sangue innocente. . A tali efferatezza segu la gi menzionata repressione garibaldini e alla fine restarono solo le flebili parole del carbonaio sbigottito. Verga, quindi, comprende ed consapevole che le conquiste risorgimentali per lunit dItalia sono state strumentalizzate dalla borghesia per affermare il proprio dominio a livello nazionale e altres si rende conto che essa non era disposta a ridistribuire le terre dei latifondisti ai contadini. Inoltre si rivela convinto assertore dellincapacit delle classi disagiate del sud, vittime della loro stessa ignoranza e arretratezza, di modificare lo status quo, e dellinerzia del giovane movimento di orientamento socialista, cresciuto nelle progredite e lontane regioni settentrionali, privo della reale intenzione di lasciarsi coinvolgere attivamente nelle preoccupazioni del Mezzogiorno. Il grande romanziere siciliano aveva creduto e sperato che lunificazione nazionale avrebbe potuto comportare per i meridionali una sorta di rivoluzione democratica dallalto, senza uneffettiva partecipazione delle masse popolari, ma inevitabilmente fu deluso nelle sue aspettative.

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Ad aggravare la condizione dei meridionali si aggiunse lintroduzione delle prime imposte fiscali a vantaggio delle casse del nuovo Stato e lintroduzione del servizio militare obbligatorio, che privava le famiglie del sostegno dei lavoratori pi giovani, provocando un diffuso malcontento e aperte sollevazioni, specialmente nella fase di vuoto di potere venutosi a creare con il crollo repentino dello Stato borbonico. Lo scioglimento dellesercito borbonico, che non era stato possibile inquadrare fra le truppe del vecchio esercito piemontese, forn alla ribellione il sostegno di bande formate da ex militari che ben conoscevano il territorio ed erano in grado di mettere in difficolt lesercito nazionale nel difficile compito della repressione. Fin dal 1861 tali bande presero ad agire in completa autonomia attaccando e occupando piccoli centri, incendiando municipi e distruggendo i simboli del potere statale, oltre che a compiere rapine ed estorsioni. Tuttavia il fenomeno del brigantaggio nel Regno delle Due Sicilie e negli Stati pontifici non era nuovo, ma quasi endemico. Lo provocavano la miseria, la mancanza di comunicazioni e la stessa struttura dei regimi polizieschi. Ma era un brigantaggio spicciolo, affidato alliniziativa privata di pastori e contadini che, scontenti del loro stato, preferivano darsi alla macchia e al saccheggio. Molte cose contribuivano a fornire reclute alle loro bande: i soprusi dei signorotti, le angherie del fisco, i dinieghi di giustizia, e la coscrizione obbligatoria, fucina di disertori. Non erano che feroci mozzateste e taglieggiatori spietati. Eppure, la convivenza delle popolazioni non gliela procurava soltanto la paura che incutevano, ma anche la simpatia.. Ma dopo lunit italiana che tale fenomeno raggiunse lapice della sua estensione, motivo per cui fu necessario avviare una rigida repressione ed occupazione militare del territorio con lintroduzione della gi citata legge Pica. Alla fine del 65 il brigantaggio era effettivamente debellato, ma non le cause e le conseguenze. Qualche decennio dopo, Nitti scriveva che per il cafone non cera alternativa: o emigrante, o brigante. Ma spesso si verific che divenne luno e latro come il gangsterismo italo-americano ci attesta.
8. Indro Montanelli ( Storia d Italia vol. VI)

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Strettamente connesse alla repressione del brigantaggio sono i massacri di Casalduni e Pontelandolfo, stragi compiute dal Regio Esercito ai danni della popolazione civile dei due comuni il 14 agosto 1861. Tale atto fu conseguente alluccisione di quarantacinque militari piemontesi, avvenuta alcuni giorni prima ad opera di alcuni "briganti" e di contadini del posto. I due piccoli centri vennero quasi rasi al suolo, lasciando circa 3.000 persone senza dimora. Il numero delle vittime, tuttora incerto, ma sicuramente superiore al centinaio. Ora dopo aver delineato un triste e ancora velato aspetto del Risorgimento, passiamo ad analizzare il ruolo fondamentale che ebbe il meridione nel raggiungimento dell unit sovranazionale. Lex regno delle due Sicilie diede, infatti, un apporto fondamentale e formidabile al nord nei momenti salienti della nostra storia risorgimentale, sia a livello di mezzi che soprattutto di uomini, in primis durante le guerre dindipendenza combattute contro lAustria. Ricordiamo a tal proposito la battaglia di Curtatone e Montanara del 29 maggio 1948, combattuta da soldati napoletani e toscani contro gli austriaci, di significativa importanza per le sorti del conflitto. Questa battaglia assunse subito un significato ideale che trascendeva la sua importanza militare, assurgendo a vero e proprio simbolo. Giovani meridionali e toscani, con scarsi equipaggiamenti ed armi e per lo pi privi di addestramento, insieme a truppe di linea in grandissima inferiorit numerica, tennero testa per un intero giorno ad uno dei pi potenti e addestrati eserciti dEuropa , dimostrando tutto il valore della giovent della nascente nazione italiana e limplacabile forza delle idee che li sostenevano. Inoltre non bisogna dimenticare la straordinaria importanza del meridione italiano per le potenze europee, tenuto in conto addirittura maggiore rispetto al settentrione per la fondamentale posizione geografica e le importanti miniere di zolfo, principalmente siciliane, con cui si producevano le pallottole dellepoca.

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Un altro aspetto inerente il ruolo del mezzogiorno nel processo unitario essenzialmente legato alla forte attivit diplomatica svolta dagli intellettuali meridionali, che si affiancarono alloperato di Cavour nel tentativo di costruire una nazione forte, libera e indipendente. Non dobbiamo dimenticare, infatti, che tra Ottocento e Novecento le voci pi significative, capaci di rappresentare la complessit della situazione italiana, sono voci del Sud, "delle regioni in cui il capitalismo non ha dato un impulso di modernit ". Gli esempi spaziano da Cuoco a Croce, da Pisacane a Salvemini, da Labriola a Gramsci. Insomma, come ha ben evidenziato Carlo Muscetta, critico di formazione crociana, sembra che la questione unitaria sia stata pi intensamente elaborata in condizioni di marginalit geografica e politica, e probabilmente di pi profonda disillusione: Al Sud, le masse lavoratrici, non meno degli intellettuali, avevano sperato nell' avvento unitario come condizione essenziale per conquistare dignit di cittadini. Tra gli intellettuali meridionali particolare attenzione meritano proprio a Pisacane e il gi citato Morelli. Il primo fu un rivoluzionario e patriota italiano che partecip attivamente all'impresa della Repubblica Romana, ed divenuto celebre soprattutto per il tentativo di rivolta che inizi con lo sbarco a Sapri e in seguito fu represso nel sangue a Sanza. Pisacane fu il teorizzatore in Italia di quella che sarebbe poi diventata la "propaganda del fatto", ossia l'azione davanguardia che genera l'insurrezione e la rivolta, l'esempio che consente l'avvio della propagazione della necessaria rivoluzione sociale e da questo la necessit di impegnarsi attivamente nell'impresa rivoluzionaria. Secondo il patriota napoletano, solo dopo aver liberato il popolo dalle sue necessit materiali si sarebbe potuto istruirlo ed educarlo per condurlo alla rivoluzione. Asseriva infatti nel suo testamento politico posto in appendice al Saggio sulla rivoluzione: profonda mia convinzione di essere la propaganda dell'idea una chimera e l'istruzione popolare un'assurdit. Le idee nascono dai fatti e non questi da quelle, ed il popolo non sar libero perch sar istrutto, ma sar ben tosto istrutto quando sar libero.
9.C. Pisacane, Saggio sulla rivoluzione, ed. Universale Economica , Milano 1956

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Il secondo intellettuale meridionale menzionato, Salvatore Morelli, di origini pugliesi, dedic il suo operato ai diritti della donna nel tentativo di promuovere una parificazione sociale. Egli present con un apposito disegno di legge la richiesta del diritto di voto per le donne, la parit coniugale, i diritti dei figli legittimi e la possibilit di adoperare il doppio cognome (1877). Fra le sue proposte, anche l'istituzione della cremazione e l'abolizione dell'insegnamento religioso, seguendo unimpronta essenzialmente laicista. Nel 1877 il Parlamento italiano approv il suo progetto di legge per riconoscere alle donne il diritto di essere testimoni negli atti del Codice civile, come i testamenti, importante progresso sia dal punto di vista economico che sociale per l'affermazione del principio di capacit giuridica delle donne. Egli fece approvare la sua legge con lappoggio del ministro Mancini e con essa garant maggiori diritti al cosiddetto sesso debole, aprendo un tenue ma fondamentale spiraglio nella rappresentazione civile della donna. Morelli riteneva che dallignoranza derivassero i mali peggiori della societ, per cui si comprende la grande importanza attribuita allistruzione e al ruolo della donna, educatrice nella famiglia e nella scuola. Degne di nota risultano le sue idee sui programmi dinsegnamento, che comprendono le lingue straniere, la geografia, la storia, le materie scientifiche, insegnate in senso sperimentale, e una specie di educazione civica da lui definita Galateo delle Libert, in accordo al principio secondo cui la conoscenza il rimedio ad ogni male sociale. Il pensatore riteneva, quindi, che solo una buona organizzazione scolastica e la liberazione stessa della donna potesse garantire il benessere della societ italiana neoformata. Sfortunatamente la sua fama conobbe un progressivo declino in Italia, in controtendenza con lammirazione che allestero avevano di lui pensatori come Mill, Hugo, Richer e Simon, nonch le emancipatrici inglesi che, alla sua morte, lo descrissero come il pi grande difensore delle donne del loro tempo.

10. Lezione di Emilia Sarogni ( Il ruolo del mezzogiorno nell unit d Italia) 11. Dalla Biografia di Salvatore Morelli

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E proprio le donne fornirono un sostegno non indifferente al Risorgimento, anche se, il pi delle volte, le loro gesta sono cadute nelloblio, al punto che si pu parlare di patriote invisibili, figure del Mezzogiorno italiano, liberali, colte e impegnate politicamente e socialmente, cadute nel dimenticatoio. Esse, infatti, sono state eliminate dai libri di storia perch ininfluenti, idealizzate e trasfigurate in mogli, instancabili cucitrici di tricolor. Ma effettivamente la realt unaltra. Basti considerare la Napoli Ottocentesca, contenitore di intellettuali, scrittrici e attiviste che, sui resti della Rivoluzione partenopea del 1799, concorrevano a progettare nei salotti borghesi moti insurrezionali contro le monarchie restaurate. Uno dei salotti degno di menzione fu quello di Lucia De Thomasis, nobildonna di antiche origini spagnole, che ospit negli anni Trenta figure del calibro di Carlo Troya, Antonio Ranieri, Alexandre Dumas e Giacomo Leopardi. Altra figura femminile di spicco fu senza dubbio Antonietta de Pace, inarrestabile attivista de La Giovine Italia e fondatrice nel 1849 del trisettimanale Comitato femminile. Ella oltre a dirigere il Circolo femminile, e il successivo Comitato politico femminile, attivo negli anni 1849-1855, collabor ad associazioni patriottiche meridionali quali lUnit dItalia (1848), la Setta carbonico-militare (1851), il Comitato segreto napoletano (1855) che propugnavano lunificazione dei numerosi movimenti politici del Meridione sotto la forte guida repubblicana. Patriota invisibile fu anche Enrichetta De Lorenzo, compagna di Pisacane, che partecip ai combattimenti di porta San Pancrazio a Roma nel 1849 contro le truppe francesi comandate dal Gen. Oudinot. E la stessa missione sucida di Pisacane, terminata a Sapri nel 1857, fu finanziata da una donna: Jessie White, nota giornalista inglese. Fortunatamente oggi i nomi di queste patriote dimenticate stanno tornando alla ribalta, nella consapevolezza che anche e soprattutto lapporto femminile al processo unitario fu essenziale e vitale.

12. Il Risorgimento invisibile (Presenze femminili nell Ottocento meridionale) a cura di Laura Guidi

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Stampa e giornalismo nel processo risorgimentale Il Risorgimento italiano, inteso come progetto e processo lento e graduale, deve moltissimo alla stampa, anzi si pu a ragione affermare che esso nasce in uninfinit di testatine. Gi nel 1816 viene fondata la Biblioteca italiana, periodico letterario voluto e finanziato dai primi governanti austriaci e sede della polemica tra classicisti- romantici, nel 1818 vede la luce Il Conciliatore, pubblicato a Milano con cadenza bisettimanale e a partire dal 21 si affermano le testate carbonare: lIlluminismo, la Minerva, la Sentinella subalpina. In particolare Il Conciliatore, finanziato da Federico Confalonieri e tra le cui fila possiamo annoverare intellettuali del calibro di Pellico e Berchet, assunse una forte e decisa posizione progressista anti-austriaca, il che determin anche la sua repentina soppressione. Oltre ai rivoluzionari, ci fu un certo dinamismo giornalistico anche negli ambienti di chiara matrice liberale. Un esempio di questo tipo di pubblicazioni L'Antologia, giornale di scienze, lettere e arti, nato a Firenze nel 1821 e promosso da Giovan Pietro Vieusseux e Gino Capponi. Un altro il genovese Corriere mercantile del 1824, o il meno conosciuto L'Indicatore genovese, cui collabora anche un giovane Giuseppe Mazzini. Dopo i moti del 1830-31 che, dimostrarono con il fallimento la necessit di allargare la propaganda patriottica, alcuni giornali ritornarono a mascherare il vero fine con quello culturale e scientifico come Il Politecnico di Carlo Cattaneo e lArchivio storico italiano del Vieusseux. Altre testate, per lo pi di indirizzo democratico, che invece palesarono gli scopi politici e sociali, furono pubblicate allestero, come La Giovine Italia di Mazzini, divulgata a Marsiglia e a Rio de Janeiro , Il Repubblicano della Svizzera italiana a Lugano e LApostolo popolare di Mazzini a Londra . Solo i moti del 1848, a seguito dei quali fu accordata la libert di stampa in molti Stati italiani, fecero dilagare i giornali di tutte le tendenze, il pi

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delle volte in polemica tra loro. Esempi sono il liberale Il Risorgimento di Cavour e Balbo e lOpinione, battagliero quotidiano di Bianchi-Giovini e di Giovanni Lanza fondato nel 1848. Infine con la proclamazione del Regno dItalia i giornali si moltiplicarono e assunsero un tono diverso in quanto le correnti politiche, liberate dalla necessit di affrancare lItalia dai governi reazionari e dallo straniero, affiorarono pi chiaramente e accesero polemiche sui problemi nazionali, in particolare sulla liberazione di Venezia e di Roma, tra moderati e democratici, tra borghesia e movimento operaio. Dopo questo breve excursus storico sullaffermazione delle testate giornalistiche nell800 necessario esaminare leffettiva fruizione della stampa da parte del popolo. Infatti se vero che il binomio libertnazionalit pass principalmente attraverso questo formidabile strumento altrettanto vero che il suo impiego fu ridotto, poich i giornali erano letti da pochi. A tal proposito bisogna ricordare il diffuso analfabetismo ( quasi il 78% della popolazione) e le rigide censure attuate dai governi. Quindi lutilizzo della stampa fu limitato essenzialmente alle lites borghesi, le stesse lites che in realt determinarono il processo unitario. Tuttavia le informazioni, le conoscenze e le idee circolarono e trapelarono al resto della popolazione mediante una fitta trama di reti che permisero un mutuo scambio di pensieri, in primis la Massoneria, attraverso cui pass anche il liberalismo. Per quanto riguarda il giornalismo risorgimentale non bisogna dimenticare il carattere militante che assunse fin dagli esordi e il ruolo primario che ebbero gli scrittori anche a livello decisionale. Lo stesso Cavour fu influenzato nella creazione della Societ nazionale dal suo addetto stampa: Giuseppe La Farina. Egli era tenuto in gran conto dal primo ministro piemontese e molte decisioni derivarono proprio da accesi dibattiti con lo scrittore e patriota messinese.

13. Fonte De Agostini

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Quindi la storia del Risorgimento, anche la storia del giornalismo italiano, con un incredibile proliferazione di fogli e gazzette, veicoli efficaci di modernit e di insofferenza verso regimi dispotici e autoritari. Infatti possiamo affermare che la carta ha unito gli italiani e ancora oggi li unisce. Come in passato stato il prezioso strumento attraverso il quale stata costruita la coscienza degli italiani come nazione e la loro stessa identit, cos oggi, nellera digitale, conserva il primato come luogo di formazione dellopinione pubblica: lo testimoniano 24 milioni di persone che ogni giorno leggono un quotidiano e oltre 32 milioni che leggono un periodico settimanale o mensile.

Ruolo dei cattolici nellunit e cattolicesimo liberale Lanniversario dei 150 anni dellUnit dItalia si presta ad essere un occasione per ripercorrere la storia ponendo la nostra attenzione anche sul ruolo del cattolicesimo in ambito unitario. LUnit dItalia, infatti, non pu essere ridotta semplicisticamente solo alle battaglie per lunificazione territoriale. Indicativo il concetto di Unit dItalia che Alessandro Manzoni proclama nellode Marzo 1821 che inserisce un nuovo e pi alto concetto di nazione : Una gente che libera tutta /o fia serva tra lAlpe e il mare;/ una darme, di lingua, daltare,/ di memorie, di sangue e di cor. A riguardo, significativa fu la componente cattolico liberale, che propugnava lidea del ruolo civilizzatore nella sfera sociale della fede cattolica e della Chiesa e tra i cui esponenti annoveriamo Gioberti e Rosmini. Nel sostenere e promuovere la causa nazionale i cattolici liberali sottolinearono lelemento popolare, intriso di religiosit cristiana, e per questo criticarono soluzioni rivoluzionarie e mazziniane. Tommaseo scrisse in DellItalia: Chi vuol distruggere la credenza cattolica della quale lItalia centro si fa nemico della Patria.

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Gioberti nel Primato morale e civile degli italiani teorizz il ruolo universale di guida dellItalia per la presenza secolare del Papa e quindi il suo primato tra le Nazioni. Egli cerc di portare il filone cattolico pi colto nel processo risorgimentale e dalla sua opera nacque il cosiddetto partito neoguelfo. Ad un attenta analisi il neoguelfismo si rivel come un mito di straordinaria, anche se effimera, efficacia. Straordinaria poich il partito neoguelfo ispir poi la partecipazione di vari stati italiani alla prima guerra di indipendenza, avviando il processo di liberazione dallo straniero, effimera per la sua nota inadeguatezza. Difatti l'opera era manchevole almeno sotto due aspetti: in primo luogo tralasciava il fatto che il futuro presidente della lega sarebbe dovuto essere l'allora papa Gregorio XVI, pontefice reazionario, nonch autore dell'enciclica Mirari vos con la quale veniva condannata ogni forma di pensiero liberale; in secondo luogo, Gioberti considerava minimamente che dalla lega sarebbe rimasto fuori il Lombardo-Veneto, sotto la dominazione ed oppressione austriaca. Per tali motivi la sua opera fu fortemente osteggiata dai mazziniani repubblicani e dagli stessi liberali, che lo accusarono di clericalismo. Il pensiero federale, oltre a Rosmini e al gi citato Gioberti, fu comune a molti altri cattolici che vedevano inscindibile il legame tra il cristianesimo, la libert e la democrazia. Cant disse: Un comune e un Santo ecco gli elementi di cui si compone la nostra libert. Tommaseo in DellItalia scrive: politica senza moralit, moralit senza religione, riesce ipocrisia. Tornando a Rosmini, egli sottoline la centralit del cristianesimo nella e per la societ e rilanci il diritto naturale (ius naturalis). Volle, inoltre,
14. L'enciclica Mirari Vos stata pubblicata da papa Gregorio XVI il 15 agosto 1832. Con tale enciclica venivano condannati tutti i principi del liberalismo religioso e politico. Anche se non era mai nominato espressamente veniva soprattutto respinto il tentativo di Lamennais e del suo giornale l'Avenir di introdurre nell'alveo della Chiesa le tesi liberali. Lammennais poteva far valere il suo passato ultramontano e la strenua difesa della libert della Chiesa, ma trov avversi sia il Nunzio, sia la Compagnia di Ges.

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attuare una restaurazione della filosofia per porla al servizio della fede e del progresso. Infatti la filosofia, a suo avviso, strumento di carit, poich il risorgimento delluomo innanzitutto intellettuale e morale. Tuttavia i rapporti tra Stato e Chiesa, comunit ecclesiale e comunit civile, si incrinarono progressivamente dopo lunit a causa delle leggi di esproprio dei beni ecclesiastici e della chiusura degli ordini religiosi prima in Piemonte e poi in tutto il regno dItalia, finch non si giunse ad un vero e proprio discidium con la presa di Porta Pia. Infatti la presa di Porta Pia (20 settembre 1870) con il mancato riconoscimento del ruolo internazionale del papa e linterruzione del Concilio Vaticano I erose i rapporti tra il regno dItalia e il papa, creando la cosiddetta questione romana. Don Bosco assunse in questa fase un ruolo decisivo: oltre alla sua opera educativa e sociale fu un importante mediatore tra Pio IX e Vittorio Emanuele II, per risolvere la crisi venutasi a creare in merito alla nomina dei vescovi che il nuovo Stato italiano aveva preteso di condizionare. I cattolici si divisero in transigenti il cui motto era Cattolici col Papa liberali con lo Stato , ma che furono minoritari e gli intransigenti il cui motto era Con il Papa e per il Papa, questi ultimi furono la corrente pi numerosa e pi attiva sul piano socio-economico e culturale. L avvenimento che condusse finalmente Roma ad essere la capitale dItalia ben si presta come punto di partenza per sviluppare il difficile tema dei rapporti tra Stato e Chiesa, in cui non vi sono indicate soluzioni, ma solo segnata una traccia, la traccia della libert, lasciataci in eredit dal nostro Magister Benedetto Croce, filosofo della Religione della Libert. Egli parl contro la Conciliazione nella tornata del 24 maggio 1929 al Senato del Regno. A riguardo disse: nessuna ragionevole opposizione potrebbe sorgere da parte nostra allidea della conciliazione dello Stato italiano con la Santa Sede; la dichiarazione perfino superflua, in quanto troppo ovvia La ragione che ci vieta di approvare questo disegno di legge non dunque nellidea della conciliazione, ma unicamente nel modo in cui stata attuata, nelle particolari convenzioni che lhanno accompagnata e che formano parte del

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disegno di legge. Dunque i liberali si collocarono, tramite il loro rappresentate pi prestigioso, nel solco dellopera risorgimentale, considerando la piena autonomia dello Stato e della Chiesa, autonomia che sei secoli prima era stata auspicata gi da Dante nel principio dei due soli. ( Solea Roma, che l buon mondo feo,/ due soli aver, che luna e laltra strada/ facean vedere, e del mondo e di Deo. Purgatorio Canto XVI). Alla conciliazione di diritto, codificata e definita con pegni territoriali e concordato giuridico, cui non avevano voluto tendere Pio X e Giolitti, si arriv sfortunatamente con il crollo dell Italia liberale. A tal proposito Roberto Cantalupo, autorevole intellettuale liberale, ha scritto: dopo la sconfitta, nel dopoguerra, il problema si risolto, se storicamente valutato, in un nuovo, lungo, penoso episodio della eterna contrapposizione tra Stato e Chiesa nella nostra penisola. Lunica soluzione liberale lazione di questi due soli nella reciproca sfera dinfluenza. Esaminiamo ora le origini di un problema cos importante e difficile per le chiare implicazioni personali e di coscienza che comporta. Analizzando le societ precristiane notiamo la commistione tra norma civile e norma religiosa, al punto che al vertice i capi dello Stato erano anche i sommi sacerdoti, come il faraone nell antico Egitto. Persino nella democratica Atene erano istruiti processi per empiet nei confronti degli Dei della polis. Esemplificativa a riguardo lorazione di Lisia Per lolivo sacro, in cui laccusato doveva difendersi dall accusa di aver sradicato un ceppo di olivo, sacro ad Atena, dal proprio terreno. Quindi in tali civilt vi era un interesse concreto dello Stato per la religione. La situazione cominci a mutare con il Diritto Romano, che prevedeva la netta separazione tra lo ius e il fas. Il problema torn poi in auge con il Cristianesimo mediante la lapidaria sentenza evangelica attribuita a Ges Cristo: Date a Cesare quel che di Cesare e a Dio quel che di Dio, preludio di una formale separazione tra i problemi temporali e quelli spirituali e la progressiva importanza sociale

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della religione cristiana, che cominciava ad avere sempre pi ingerenze nei confronti dello Stato romano. Pertanto si era passati da una concezione unitaria dello Stato e della Chiesa ad una dualistica. Tuttavia tale dualismo , in factis, non fu che una contrapposizione e lotta continua tra potere spirituale e temporale per avere il sopravvento. In qualche caso fu la Chiesa a condizionare lo Stato, determinando forme di Curialismo, in altri fu lo Stato ad influenzare la Chiesa, determinando il Giurisdizionalismo. Tuttavia se tale dualismo (curialista o giurisdizionalista) ha avuto fortuna, da condannare apertamente come ci attesta l Historia magistra vitae, evidenziando le cruente lotte di religione che scossero profondamente lEuropa nel XVI secolo. La rivoluzione francese, finalmente, affront il problema a monte predicando la profonda diversit delle attribuzioni di Chiesa e Stato, che non devono avere alcun rapporto reciproco. Suddetta tesi ebbe un grande successo e svariate applicazioni pratiche negli Stati liberali neoformati, ma fu aspramente criticata dalla Chiesa, che in questo modo veniva ad essere esclusa da ogni influenza temporale, diretta o indiretta. Essa, in particolare, trov terreno fertile nello Stato italiano, per il quale Cavour coni la frase Libera Chiesa in libero Stato, principio fortemente avversato dagli ambienti clericali, come dimostra il Syllabus complectens praecipuos nostrae aetatis errores o semplicemente Sillabo che, condannando il progresso e il liberalismo pales i limiti della comprensione politica della curia di Roma. Di certo la gi citata presa di Porta Pia, che rappresent lapplicazione di suddetto principio Cavouriano, fu un atto di considerevole coraggio, da non considerare tuttavia in ambito esclusivamente polemico, valutando lesasperazione degli Italiani che vedevano nel Papato lultimo insensato ostacolo alla definitiva Unit e il rancore dei patrioti dopo lepisodio di Mentana. Con queste ragioni e considerando che la Chiesa aveva ritardato di secoli levolversi della scienza, arroccandosi dietro ad uno sterile e vacuo dogmatismo, si spiega il laicismo di Cavour, che nonostante tutto non

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scese mai nella polemica anticlericale. Egli nel suo celebre discorso Per Roma capitale disse: A rischio di essere accusato di abbandonarmi a utopie, io nutro fiducia che, quando la proclamazione dei principi che ora ho fatto, e quando la consacrazione che voi ne farete saranno rese note al mondo e giungeranno a Roma nelle aule del Vaticano, io nutro fiducia, dico, che quelle fibre italiane che il partito reazionario non ha potuto svellere interamente dall animo di Pio IX, queste fibre vibreranno ancora, e si potr compiere il pi grande atto che popolo abbia mai compiuto. E cos sar dato alla stessa generazione di aver risuscitato una Nazione e daver fatto cosa pi grande, pi sublime ancora, cosa la cui influenza incalcolabile, di aver cio riconciliato il Papato con lautorit civile, di aver firmato la pace tra la Chiesa e lo Stato, fra lo spirito di Religione e i grandi principi della libert. S, io spero, o signori, che ci sar dato di compiere questi due grandi atti, i quali certamente tramanderanno alla pi lontana posterit la benemerenza della presente generazione italiana. Atteggiamento deciso, di Cavour, e al tempo stesso responsabile e consapevole dei diritti della Chiesa che tanto pi libera quanto pi lo Stato libero. Tuttavia la Chiesa non accett, come si visto, il principio libera Chiesa in libero Stato per la sua teorica sottomissione paternalistica nei confronti del secondo. Si tratter, come ha evidenziato il liberale Nicola del Basso in un suo scritto, di modificare suddetto principio in Libera Chiesa e Libero Stato, nonostante la pratica abbia reso e renda tuttora difficile la reciproca non ingerenza. La vicenda dellUnit dItalia ci spinge, quindi, a riflettere sul vero significato della parola laicit e sui legami interiori tra comunit ecclesiale e comunit civile. Illuminanti su questo sono le parole di Benedetto XVI nella Deus Caritas Est: Lo Stato non pu imporre la religione, ma deve garantire la sua libert [...] La societ giusta non pu essere opera della Chiesa, ma deve essere realizzata dalla politica. Tuttavia ladoperarsi per la giustizia lavorando per lapertura dellintelligenza e della volont alle esigenze del bene la interessa profondamente.

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Nel lungo e faticoso processo risorgimentale, quindi, indispensabile richiamare il legame interiore tra Cristianesimo e Pensiero liberale. Ecclesia e Polis, Sacerdotium e Imperium. Comunit ecclesiale e Comunit civile, sono tutte polarit essenziali e determinanti della convivenza umana. E proprio una storia asettica e priva di filtri politici ci rivela limportanza di questi aspetti, nella consapevolezza che in una situazione difficile e contrastata, indubbiamente i cattolici-liberali hanno contribuito con la loro cultura, le loro idee innovative. Insomma diedero vita all'impegno di molti per costruire una societ migliore senza rinunciare alla propria specificit, fornendo un notevole contributo dal punto di vista politico, economico, culturale e sociale. Ancora oggi a 141 anni dalla breccia di Porta Pia e a 150 dallunit nazionale solo la traccia dialogica, tra fede e ragione, pensiero religioso e pensiero laico, pu essere lunico rimedio alla progressiva affermazione del nichilismo e delle idolatrie della ragione, della carne e del denaro.

Risorgimento a Benevento e nel Sannio Il 3 settembre 1860, fu una data importantissima per la storia di Benevento e del Sannio stesso: la plurimillenaria citt venne liberata dal dominio pontificio e di conseguenza termin il potere temporale dello Stato della Chiesa. Singolare fu la modalit attuativa di questa sorta di rivoluzione, che non incontr alcuna resistenza pontificia. Intanto, prima di questa fatidica data, alla fine dellagosto 1860, le colonne garibaldine da Melito Porto Salvo avevano iniziato a risalire lAppennino e le coste meridionali liberando, e in alcuni casi evitando, i paesi e le citt
15. Davide Nava (Chiesa e Stato nel Risorgimento, un dialogo necessario).

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pi grandi per puntare direttamente su Napoli. In ogni comune del territorio meridionale cera un frenetico via vai di notizie, si organizzavano manifestazioni ed avvenivano episodi di lotta politica, il che palesava limminenza della rivoluzione. In qualche caso si espressero forze organizzate in rapporto diretto con i Borboni (e il Papa), con il governo Sabaudo e con lo stesso Garibaldi e , inoltre, si vennero a configurare tre correnti politiche principali: una conservatrice, una moderata ed una repubblicana. Finalmente il 2 settembre 1860 i cacciatori irpini si riunirono con patrioti liberali, mazziniani ed i fratelli Torre e si recarono a Torrecuso, ove rimossero lo stemma borbonico dal palazzo Caracciolo. Il giorno dopo fu il turno di Benevento: Salvatore Rampone, senza scorta, vestito in camicia rossa da colonnello dei garibaldini, si rec al castello per comunicare all'ultimo delegato apostolico, Edoardo Agnelli, l'ordine di lasciare la citt entro tre ore. Il sette volte secolare dominio papale era finito. Ecco le parole con cui il patriota beneventano descrive questo singolare e straordinario evento: L'indomani 3 settembre, - giorno d'imperitura memoria, - la popolazione, in attesa del solenne avvenimento, e rassicuratasi che non vi sarebbe stato spargimento di sangue, era tutta riversata su le principali strade. La banda musicale allietava il paese, e suscitava l'entusiasmo al suono dell'inno magico - "Si scovron le tombe, si levano i morti" - e Benevento aveva ragione ad esultare, giacch sorgeva a novella vita, se non all'antico splendore. In quel mentre, per gli alti poteri politici e militari, di cui io era fornito, vestito della camicia rossa, da solo, mi presentai al Comandante la piazza, e palesandogli la presa determinazione del Comitato, di proclamare un Governo Provvisorio, lo richiesi dei suoi intendimenti, facendogli, in pari tempo, comprendere l'impossibilit della resistenza contro un popolo in armi e quell'uffiziale si mostr arrendevole, con riserva, per, degli ordini di Monsignor Delegato. Ed io, senza porre tempo in mezzo, lo invitai a recarsi meco da Monsignore, alla quale stringente proposta non seppe opporsi; ed uscimmo. Percorrendo la strada magistrale, c'imbattemmo col Tenente

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comandante la gendarmeria, il quale informato di quanto avveniva, si un a noi, e giunti al palazzo delegatizio fummo ricevuti dal detto Prelato, ed io annunciandomi quale commissario di Garibaldi, senz'altro, gli dichiarai che, da quel momento, andava a cessare il governo pontificio nel beneventano, ed egli rimaneva destituito di ogni potere ed attribuzione. Monsignor Delegato, in sulle prime, si mostr sconcertato, e quasi deciso a resistere, ma meglio riflettendo, e non vedendosi appoggiato dalle Autorit militari, l presenti, si limit a protestare. Invitato, poi, cortesemente, a dire quando intendeva lasciare il palazzo governativo, rispose "fra due ore"; ed infatti, nel pomeriggio, si ritir in casa del marchese De Simone. Intanto, gran folla di popolo mi attendeva presso il castello, e vedendomi comparire, all'agitare che feci del cappello, comprese che ogni resistenza era svanita, e le grida entusiastiche di viva Vittorio Emanuele, viva Garibaldi, si raddoppiarono, si ripeterono, in modo indescrivibile, e ben tosto si abbassarono gli stemmi pontifici, innalzandosi quelli di Casa Savoia, ch'erano gi stati apprestati. Le due compagnie di truppa di linea, e i gendarmi di guarnigione, nel numero di trenta circa, deposero le armi, senza per fraternizzare col popolo. Il governo dei Papi finiva cosi, in questa citt, dopo oltre otto secoli di assoluto dominio, merce la rivoluzione unitaria nazionale, compiuta da pochi e ardimentosi suoi figli, e non dalla gente venuta di fuori col Signor Giuseppe De Marco, come, bugiardamente, si scrisse dai noti detrattori del partito democratico di Benevento. Verso il mezzod, poi, arrivava dalla contrada calore il Battaglione comandato dal De Marco, di cui ho innanzi fatto cenno, accolto festosamente dalla popolazione e dalle Sezioni armate, e and ad acquartierarsi nel collegio dei Gesuiti. Nelle ore pomeridiane dello stesso giorno, tutte le forze insurrezionali, riunitesi sulla piazza Orsini, decisero la formale proclamazione del Governo Provvisorio, che fu composto colle stesse persone del Comitato insurrezionale, il quale, pei riguardi dovuti ad esso Maggiore De Marco, incluse anche il suo nome fra i commissarii del detto governo. Indi, dalla loggia del palazzo comunale, ne fu formalmente annunciata dal Presidente la istallazione, e tutti prestarono giuramento, incrociando le spade, a

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difesa della unit e della libert della patria; in seguito di che il popolo, contento dell'opera sua, si dirad fra le ripetute acclamazioni alla Libert ed al Governo Provvisorio... Quest'atto chiudeva il movimento insurrezionale, e la tanto temuta crisi politica, senza l'eccidio ed il saccheggio proftato dalla Camarilla, ma invece con i concerti musicali, con le luminarie e le fraterne strette di mano, e col perdono generoso ai Caini del 1848, e del 1860, e, ci che pi monta, con la proclamazione di Benevento a capoluogo di provincia.... Proclamato il Governo provvisorio ed eletto presidente, Rampone non indugi a gettare le basi della provincia di Benevento, il cui progetto ebbe l'approvazione di Garibaldi, quando egli il 9 settembre si rec a Napoli per fare atto di adesione alla Dittatura. Eppure la non avvenuta nomina del governatore locale al quale Garibaldi intese provvedere solo dopo aver scandagliata la pubblica opinione, dovette accendere un'aspra lotta fra i fautori del Rampone, benemerito della compiuta rivoluzione e dell'ottenuta provincia, e il partito moderato che aveva i suoi aderenti soprattutto nel ceto medio. Quest'ultimo ebbe causa vinta presso il Dittatore che con decreto 21 settembre 1860 nomin Carlo Torre. Rampone continu, in seguito, la lotta attraverso quel Partito d'Azione che diventato pi garibaldino che mazziniano negli intenti, aspirava al compimento dell'unit nazionale. A tal fine, istitu a Benevento la Societ per il tiro a segno (15 aprile 1862) e l'anno seguente fond il giornale il Nuovo Sannio politico-amministrativo, pur sempre di opposizione al partito moderato. Quindi, dopo anni di oppressione papalina, con lannessione al Regno di Sardegna, destinato a divenire lanno successivo Regno dItalia, Benevento ridivent centrale tra Mezzogiorno tirrenico e adriatico, come sostiene lo storico Francesco di Donato, e nuovamente assurse al primigenio ruolo di Regina del Sannio. Mediante la sua nuova, recuperata Provincia, il Sannio divenne un luogo di transito culturale e la citt recuper la sua storica posizione e
16. La rivoluzione del 1860 a Benevento, di Salvatore Rampone da: "Memorie Politiche di Benevento" D'Alessandro, BN, 1899

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strategica collocazione di baricentro tra i due mari che laveva sempre contraddistinta nei secoli precedenti, prima del dominio papalino. La fine della potest dello Stato della Chiesa, dopo circa 8 secoli, rappresent, quindi, una vera e propria Rivoluzione liberale e sanc, nello stesso tempo, una specie di 68 con la creazione della Provincia di Benevento e la rinascita dellantichissima citt, fondata secondo la tradizione da Diomede. Lanniversario dei 151 anni da tale eccezionale evento ci spinge, inevitabilmente, a sostenere una breve riflessione sullo sviluppo odierno della cittadina e sul suo ruolo nel meridione. Partiamo dallassunto che il Mezzogiorno in generale, e Benevento in particolare, stato sempre subalterno nelle decisioni della politica economica nazionale e da ci deriva la principale causa del suo ritardo. Ritardo di carattere economico ed occupazionale ( basti considerare che le stime recenti indicano un tasso di occupazione complessivo in provincia del 47,3%). E proprio tale subalternit nelle scelte strategiche di politica economica, che si sono susseguite dallunit ad oggi, stata , secondo alcuni studiosi, la causa principale della cosiddetta questione meridionale. I momenti topici sono stati essenzialmente due: il primo subito dopo lunit nazionale, il secondo nel periodo 1945-1951. Per quanto riguarda il primo periodo, un dato certamente evidente e rivelatore lentit del debito pubblico, che nel 1861 ammontava a 2.374 milioni di lire con ben 1292 facenti capo al Piemonte, 522 a Napoli e 209 alla Sicilia. Con l Unificazione, quindi, le imposte finalizzate ad assestare il deficit finanziario del neoformato stato, che aveva il debito pi alto dEuropa a causa della politica espansionistica del Piemonte e dei sui investimenti infrastrutturali, aumentarono esponenzialmente e i costi si abbatterono principalmente sul contribuente meridionale. Scrisse Nitti a riguardo: Il Mezzogiorno sopporta un carico tributario molto superiore alle forze: in compenso riceve dallunit vantaggi molto minori. E ancora: Fra l Italia del Nord e lItalia del Sud la differenza di condizioni economiche e sociali ora assai maggiore che nel 1860. Suddetto dato stato anche
17. Benevento e il mezzogiorno (Luigi Ruscello)

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confermato da recenti ricerche, da cui emerge che, a partire dal 1861, si possono individuare quattro periodi: 1861-1913, con la formazione dei divari regionali e lavvio dellindustrializzazione, 1920-39, con laccentuazione dei divari regionali e delle disparit fra Nord e Sud, 195173, con la riduzione del divario tra Nord e Sud nel prodotto pro capite e 1974-2004, con un nuovo aumento dei divari. Per quanto concerne il secondo momento topico, bisogna sottolineare come dal 1945 al 1950, anno di costituzione della Cassa per il Mezzogiorno, non vi sia stata alcuna politica in favore del meridione, se non alcuni sporadici provvedimenti tesi a facilitare il credito industriale. Inoltre, se si considerano i dati relativi ai finanziamenti concessi dallo Stato per la ricostruzione, la forte penalizzazione del Mezzogiorno appare evidentissima. Quindi le scelte strategiche di carattere economico compiute nei due periodi in esame, sono state determinanti nel provocare e nel far persistere il divario Nord- Sud. Tuttavia, come ribadisce lo stesso Nitti, la questione meridionale dunque molto complessa; prevalentemente, essenzialmente, economica e finanziaria, ma non solo tale. In altre parole, nonostante sia stata acclarata la causa principale, sono da individuare una serie di cause secondarie e fattori che hanno contribuito ad aumentare ed esacerbare un divario, i cui risvolti incidono negativamente sullintero paese. Infatti secondo la pubblicazione della Banca dItalia del giugno 2010 (il Mezzogiorno e la politica economica dellItalia, e convegno Workshops and Conferences, n.4, giugno 2010) a causare la trappola del sottosviluppo concorrono due fattori: la straordinaria inadeguatezza delle istituzioni economiche formali e informali e la mancanza di volont e di capacit da parte delle classi dirigenti del Sud a cambiare queste istituzioni e da parte dei suoi cittadini a pretendere il cambiamento. Da ci la conclusione secondo cui ogni tentativo di modificare leconomia del meridione con sussidi, gabbie salariali, imposte differenziali o esenzioni dimposta destinato ad attrarre le imprese e le teste peggiori, a richiamare investimenti e imprenditori incassa e fuggi. Dunque ci che

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potrebbe realmente apportare cambiamenti effettivi alle condizioni della nostra terra la volont stessa di cambiare, volont che ha portato lo sviluppo del Nord-Est, zona attanagliata in passato dai medesimi problemi meridionali. Certamente la posizione geografica e linserimento in un mercato gi sviluppato hanno favorito in questo caso il processo, ma senza la volont dei veneti non si sarebbe realizzato nulla. In breve ,il miracolo del Nord-Est non nato dalle agenzie di sviluppo, ma grazie alla voglia di fare, che invece sembra essere assente nelle nostre zone. Significativo a tal proposito un apologo di Bertolt Brecht su Buddha, raccontato nei Dialoghi dei profughi: Maestro -trafelati i discepoli accorrono da Buddha- c un incendio, ma gli abitanti non vogliono uscire di casa. Alcuni si lamentano che piove e fa freddo. Altri che non riuscirebbero a portar fuori i loro beni. Che cosa dobbiamo fare? Nulla- rispose il BuddhaChi pur avvisato, non reagisce al pericolo merita di perire. E sic stantibus rebus la fine che economicamente parlando siamo destinati a fare, previo un deciso cambiamento.

Riflessioni conclusive sul Risorgimento e sul suo valore nella civilt odierna Il Risorgimento, come abbiamo visto, non fu dunque un periodo doro di patriottismo nazionale, costellato di eroi senza macchia, di leggende e miti, ma pi che altro un dramma: il dramma di un popolo che cercava innanzitutto la propria identit, la propria configurazione sociale e culturale per affrancarsi dalla condizione di volgo disperso che nome non ha. Ora la domanda che sorge quasi spontanea : che valore ha oggi il Risorgimento e perch bisogna festeggiarlo? Non sarebbe stato, infatti , pi proficuo utilizzare lo scorso 17 marzo come giorno lavorativo, ignorando una data che in fin dei conti ai pi non dice nulla?

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Ovviamente la mia una provocazione e la risposta assolutamente negativa. Bisogna ricordare, invero, che il Risorgimento segna la data di nascita del nostro paese, di cui dobbiamo essere orgogliosi tenendo presente sia gli aspetti positivi che negativi. Non celebrare una data cos importante e essenziale per la nostra storia, per la nostra cultura, nonch per l essenza stessa di cittadini italiani sarebbe un errore imperdonabile. Rammentiamo le parole di Cavour che sancirono il raggiungimento del traguardo nazionale: Il Parlamento Nazionale ha appena votato e il Re ha sanzionato la legge in virt della quale Sua Maest Vittorio Emanuele II assume, per s e per i suoi successori, il titolo di Re d'Italia. La legalit costituzionale ha cos consacrato l'opera di giustizia e di riparazione che ha restituito l'Italia a se stessa. A partire da questo giorno, l'Italia afferma a voce alta di fronte al mondo la propria esistenza. Il diritto che le apparteneva di essere indipendente e libera, e che essa ha sostenuto sui campi di battaglia e nei Consigli, l'Italia lo proclama solennemente oggi. Parole lapidarie che esprimono in poche righe tutti i sacrifici sul piano umano e di risorse che permisero al volgo di divenire popolo abbattendo le molteplici divisioni interne. Quindi necessario festeggiare soprattutto per riconoscere il sacrificio di sangue che tanti nostri avi compirono per un nobile ideale. Ma lo anche e principalmente da un punto di vista politico per riaffermare un unit di intenti e un senso di solidariet fra tutti gli italiani, dalle Alpi a Lampedusa. Proprio tale sentimento di solidariet, oggi fortemente messo in discussione dalla Lega di Bossi e dal clima divisionista e quasi divorzista che ha affiancato, esattamente come un bravo libertus nei confronti del suo patronus , lintera celebrazione dellunit. Senza entrare in vacue polemiche politiche tengo a precisare che i nemici del Risorgimento, i negazionisti di ogni forma di unit e di comunanza storicoculturale sono sempre esistiti e rappresentano laltra faccia della medaglia di questo formidabile processo, che comunque presenta i suoi limiti e lati oscuri.

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Per quanto concerne il valore del Risorgimento, esso ben si presta ad essere un evidente e chiaro exemplum di lotta incondizionata per la libert. Libert che fu essenzialmente sinonimo di liberazione dall'oppressione dello straniero, e simbolo dell'unione tra i cittadini di uno Stato prossimo a nascere, oltre che espressione del desiderio individuale di riscatto. Se un Risorgimento stato possibile e un'unit stata raggiunta, lo si deve anzitutto alla libert, la cui essenza, come scrisse Isaiah Berlin, sempre consistita nella capacit di scegliere come si vuole scegliere e perch cos si vuole, senza costrizioni o intimidazioni, senza che un sistema immenso ci inghiotta; e nel diritto di resistere, di essere impopolare, di schierarti per le tue convinzioni per il solo fatto che sono tue. La vera libert questa, e senza di essa non c' mai libert, di nessun genere, e nemmeno l'illusione di averla. Eppure un punto nodale, da evidenziare, e non nascondere dietro la maschera negazionista, l odierna inattualit dell ideologia risorgimentale (non del messaggio), che potrebbe ridursi a semplice retorica finalizzata a produrre o meglio a infiocchettare qualche discorso celebrativo. A riguardo Alberto Mario Banti nella prefazione al suo libro Nel nome dell' Italia afferma: Ma ce li avete presenti i protagonisti del dibattito sul 150 anniversario dell' Unit d' Italia? Politici, giornalisti, scrittori e intellettuali di varie discipline che parlano del Risorgimento come se fosse un evento accaduto ieri, carico di valori da rispettare e osservare proprio come se fossero in perfetta sintonia con la nostra vita? Che parlano di Garibaldi, di Mazzini, di Vittorio Emanuele II o, se per questo, anche di Francesco II, come di leader politici per cui schierarsi pro o contro, grosso modo come ci si pu schierare pro o contro Bossi o Vendola, Berlusconi o Bersani, D'Alema o Fini? [ ]. Le parole dello scrittore rivelano evidentemente la posizione di disagio di chi oggi in Italia si appresta a riflettere storicamente sul Risorgimento e, in misura maggiore, sulla sua storia culturale. Infatti la banalizzazione e mistificazione dei personaggi e degli eventi storici proiettati nellarena della politica attuale come se fossero sostenitori ante litteram di
18. Isaiah Berlin, Four Essays on Liberty, Oxford UP, Oxford, 1982, tr. it. Quattro saggi sulla libert, Feltrinelli, Milano, 1989

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determinate forze politiche o di progetti politici attuali quanto di pi lontano dall insegnamento di Croce, secondo cui la contemporaneit deve essere usata come punto di partenza, non come fine, in base al precetto ogni storia storia contemporanea. Il tutto avviene proprio tramite una retorica spicciola, banale e tanto pi spregiudicata che tende a sovrapporre il passato sul presente, facendo emergere nello spazio politico attuale personaggi e fatti di 150 anni fa. In altre parole, se pur vero che il Risorgimento va sicuramente approfondito alla luce delle sollecitazioni e spinte della cultura contemporanea, la quale ci propone di interrogarci, ad esempio, sulle origini del pensiero federale, tuttavia non deve essere utilizzato come collante identitario, n per lidentit nazionale n per le identit localistiche (Stato padano o neo-borbonico). Scrive ancora Banti: Il Risorgimento stato un processo complesso, contradditorio, e alimentato da sistemi di valori forse lontani dalle sensibilit di oggi. E se c da difendere lunit dellattuale Repubblica italiana contro ipotesi di secessione, piuttosto che tirare in ballo il Risorgimento dovremmo ponderare altre ragioni. D altra parte, a mio avviso, se c da difendere l unit nazionale da possibili ipotesi di secessione, piuttosto che chiamare in nostro aiuto il Risorgimento, dovremmo considerare altre ragioni. Per esempio potremmo esaminare che storicamente sono pochissimi i casi di rilevanti mutamenti geopolitici che non siano stati anticipati o accompagnati da gravissime violenze o eccidi: e questo gi di per se un ottimo deterrente ad ogni ipotesi secessionista. Oppure si potrebbe ,anche pi semplicisticamente, osservare che il senso di uno Stato si deve giudicare non dalla corrispondenza della sua territorialit con presunte identit etniche, quanto dai valori fondamentali che regolano la sua vita collettiva. Comunque la migliore arma contro i federalisti padani o i neo-borbonici resta sempre la Costituzione della Repubblica italiana, che oggi pi che mai andrebbe riscoperta, studiata e apprezzata, nella consapevolezza che in

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unottica sempre pi europea soffermarsi su inutili divergenze territorialinazionali quanto di pi controproducente si possa fare. Concludo la mia disamina con le parole del giurista Francesco Paolo Casavola, che recentemente ha scritto: La Storia dItalia stata anche una storia tragica. Averla potuta conoscere avrebbe potuto aiutare a non ripetere errori, che non sono mai dovuti a un fato invincibile. E proprio la conoscenza della storia di come nato e con quali difficolt si affermato il nostro paese pu e deve aiutarci a non ripetere gli errori del passato nella consapevolezza che, come affermava Cicerone nel De oratore, Historia est testis temporum, lux veritatis, vita memoriae, magistra vitae, nuntia vetustatis(La storia testimone dei tempi, luce della verit, vita della memoria, maestra di vita, nunzia dell'antichit).

Indice Introduzione Liberalismo e unit dItalia Brigantaggio e ruolo del meridione nellunit Stampa e giornalismo nel processo risorgimentale Ruolo dei cattolici nellunit e cattolicesimo liberale Risorgimento a Benevento e nel Sannio 2 ..4 ...11 18 20 ...26

Riflessioni conclusive sul Risorgimento e sul suo valore nella 32 civilt odierna