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CAPITOLO 3: ANALISI DEI RISCHI



3.1 - RISCHIO IDRAULICO ED IDROGEOLOGICO

3.1.1 - LE PRECIPITAZIONI ED IL RISCHIO ALLUVIONI

In meteorologia con il termine "precipitazioni si intendono tutti i fenomeni di
trasferimento di acqua allo stato liquido o solido dallatmosfera al suolo
(piogge, nevicate , grandinate, ecc.). In questo caso si voglia intendere solo il
primo di questi casi: la pioggia. Essa si forma quando gocce separate di acqua
cadono al suolo dalle nuvole. Non tutta la pioggia che cade dalle nuvole
raggiunge la superficie, poich una certa quantit evapora mentre cade
attraverso aria secca: a questa precipitazione viene dato il nome di virga. La
pioggia gioca un ruolo importantissimo nel ciclo dellacqua, nel quale il liquido
che evapora dagli oceani si condensa nelle nuvole e cade di nuovo a terra, poi
ritorna negli oceani con i fiumi per riprendere nuovamente il ciclo. La quantit
di pioggia caduta si misura in millimetri: ad esempio una precipitazione di un
millimetro equivale a dire che su una qualunque superficie si depositata una
quantit di acqua che, se non penetrasse in profondit o non defluisse,
formerebbe un deposito uniformemente alto 1 mm. La misura indipendente
dalla grandezza della superficie considerata.



La figura riporta la carta delle stazioni pluviometriche usate, con i rispettivi enti
di appartenenza. La mappa stata redatta dal CIMA (Centro di ricerca
Interuniversitario in Monitoraggio Ambientale) collocato presso il Polo
Accademico Savonese. Questo Centro istituito con compiti di ricerca e
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consulenza scientifica, nel suo ambito vengono svolte ricerche nel campo del
monitoraggio dellacqua, dellaria, e del suolo.
La pioggia oltre ad essere uno dei parametri meteorologici pi importanti, per
la caratterizzazione climatica di unarea, anche uno dei parametri
fondamentali per la classificazione del rischio siccit. Nel Piano di Emergenza
Idrica, elaborato da questo Servizio di Protezione Civile, e precedentemente
citato, vengono presi in considerazioni i dati raccolti dallARPAL, inerenti il
regime delle precipitazioni nei vari mesi dellanno. Essi riguardano le
precipitazioni medie mensili ed annue per il trentennio 1921-1950 e 1971-
1998.
Lo strumento di misura utilizzato il "pluviometro che, per lappunto, il
mezzo che viene utilizzato per misurare la quantit di pioggia caduta.
Tali strumenti si trovano di solito in dotazione tra quelli di una comune stazione
meteorologica e ne esistono di diverse tipologie, a seconda della precisione che
si vuole raggiungere e delle caratteristiche costruttive.
Un semplice pluviomentro manuale costituito da un apposito vaso cilindrico,
solitamente in plastica, con i lati perfettamente paralleli e lisci, il fondo
orizzontale e dotato di una scala graduata. L'altezza dell'acqua che riempie il
vaso equivale alla pioggia caduta che si misura in millimetri.
I pluviometri totalizzatori sono costituiti da un imbuto che aumenta la
precisione e raccoglie le acque in un recipiente graduato, disposto ad una certa
altezza dal suolo e con un operatore che giornalmente osserva quanto
piovuto; lo strumento restituisce quanto piovuto nell'arco delle 24 ore
(tempo di osservazione giornaliero), ma non possibile definire le ore in cui
piovuto di pi o di meno.
Pluviografi a sifone; composto da un tamburo rotante che ruota con
velocit costante, su di esso vi una griglia di carta in cui in ascissa si ha il
tempo ed in ordinata l'altezza della pioggia, che viene definita grazie ad un
pennino, che muovendosi verticalmente (per mezzo di un galleggiante) segna
sulla carta l'altezza della pioggia. Se non piove, il livello dell'acqua rimane
costante e dunque il pennino segna una linea diritta orizzontale. Quando inizia
a piovere, l'acqua entra dentro l'imbuto, mentre il tamburo ruota, il
galleggiante sale, originando sula carta degli incrementi verticali (inclinati).
Con questa strumentazione possibile definire ogni ora quanti mm di pioggia
sono caduti. Se il pennino arriva sul margine alto della striscia di carta,
significa che il livello nel recipiente corrisponde al beccuccio della cannula,
quindi s'innesca un funzionamento a sifone per il quale si origina una
depressione nel galleggiante , mentre l'acqua continua ad uscire fino a che
entra aria nel sifone (corrisponde ad una linea verticale nel grafico).
Questo strumento permette di misurare l'intensit media di pioggia in un certo
intervallo di tempo:

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In realt l'intensit di pioggia non costante nel tempo, ma varia, quindi
occorre definire l'intensit istantanea di pioggia:

Esiste poi unaltra tipologia di pluviografi, dotati di doppia vaschetta
basculante: in questi l'imbuto porta acqua in una doppia vaschetta metallica o
di plastica, incernierata in un punto. un sistema il cui equilibrio varia a
seconda di quanta acqua c' nelle vaschette. Il ribaltamento avviene per 0,2
mm (all'estero 0,254 mm = 1/10 inch), quindi ogni volta che cadono 0,2 mm
di pioggia si ribalta. Tale vaschetta collegata ad un sistema che scrive su
carta, avvolta su 2 rulli, che tendono la carta in modo che il pennino scriva su
una porzione di carta "piana". Il pennino incernierato, quindi in caso di
pioggia, viene rappresentato un arco di cerchio (il cui raggio equivale alla
distanza dalla cerniera), in caso di assenza di pioggia si ha una linea
orizzontale. Nel periodo di riempimento della vaschetta il pennino registra un
tratto orizzontale, al momento del ribaltamento, segna un gradino di 0,2 mm.
In conclusione si ha una funzione a gradini, la cui alzata costante (0,2),
mentre la pedata (la base dello scalino) varia in base al tempo di riempimento
della vaschetta. Una volta che il pennino arriva in cima allo spazio carta, si
ribalta e segna in discesa. Sommando tutte le alzate in salita ed in discesa
sulle 24 ore si calcola il totale di pioggia caduta (in mm) nella giornata. Anche
con questo strumento si leggono le intensit di pioggia. Con questo strumento
si pu effettuare la misurazione anche in caso di neve: l'imbuto viene munito
di resistenza termica, che scioglie l'acqua (in fase solida), riduce il volume
misurato ad 1/10 della neve equivalente e misura l'equivalente in acqua.
In tutti i casi molto importante che sia installato in un luogo aperto, libero da
ostacoli.
I dati recepiti dalle stazioni pluviometriche vengono raccolti e ordinati negli
annali idrologici.
Le stazioni pluviometriche sono state installate a partire dallanno 1921 fino a
tempi pi recenti; questo significa che la raccolta dei dati non stata continua
nellambito di una stessa stazione. Oltre a questo, ci sono intervalli di tempo in
cui non stato possibile reperire i dati.
Si riportano di seguito una serie di grafici relativi ai principali bacini idrici sul
versante ligure della provincia di Savona e zone limitrofe. Per ogni bacino
indicata la media delle precipitazioni annue calcolata sulla base dei dati relativi
alle stazioni collocate sul territorio del bacino in esame. In ascisse si riportano
le quantit di precipitazioni espresse in mm (altezze di pioggia) ed in ordinata
il corrispondente anno in cui si effettuata la misura. In questo modo si
ottengono differenti curve, ciascuna delle quali relativa ad una particolare
stazione.



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Nei restanti bacini del settore centrale e di ponente i dati sono compresi
nellintervallo tra i 600 e 1700 mm, con leccezione della stazione di Carpe che
ha registrato valori largamente superiori alla norma. In particolare evidente
lalternanza di anni piovosi con anni meno piovosi che danno origine
allaccentuato andamento spezzato della curva.
Per gli anni `80, i dati sono pi scarsi, specie quelli relativi al settore orientale
della Provincia. In base ai dati disponibili si nota comunque una sensibile
diminuzione delle precipitazioni che passano da valori compresi tra i 600 e i
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1500 mm per le stazioni di centro-levante a valori compresi tra 400 e 1200
mm per le stazioni di ponente. Negli anni 90 i valori medi continuano a restare
piuttosto bassi, compresi tra i 900 e 1200 mm per i due settori orientali e
valori compresi tra 700 e 1200 mm per il settore occidentale.


La Regione Liguria ha affidato al Centro di Ricerca in Monitoraggio Ambientale
(CIMA) dellUniversit degli Studi di Genova lincarico di effettuare studi
idrologici relativi alla caratterizzazione spaziale delle piogge intense e delle
portate di piena dei corsi dacqua liguri.
Diverse sono le metodologie tecnico-scientifiche che possono essere utilizzate
per giungere alla caratterizzazione spaziale delle piogge intense e delle portate
al colmo di piena per assegnato periodo di ritorno.
Per quanto riguarda la Liguria, data la particolare realt in cui si trova, si
utilizzato il metodo della simulazione, tarato e validato sulla base di eventi
storici di piena per i quali si avevano a disposizione dati di precipitazione e
misure idrometriche. La portata viene quindi calcolata a partire dalla
conoscenza delle precipitazioni intense regionalizzate, delle caratteristiche
morfometriche dei bacini imbriferi e delle propriet di assorbimento dei suoli.
La caratterizzazione statistica delle precipitazioni intense in una determinata
porzione di territorio un problema complesso nel quale una serie di fattori
intervengono a condizionare le scelte metodologiche. In particolare, come
vedremo di seguito, non si pu prescindere da considerazioni che riguardano
lomogeneit su tutta la porzione di territorio considerata e le scale spaziali e
temporali caratteristiche dei bacini idrografici considerati.
Una procedura standardizzata e riconoscibile assicura lomogeneit, riducendo i
gradi di libert e consentendone un facile controllo.

Per la Liguria si proceduto in questo modo:

Analisi di frequenza con approccio regionale: un approccio di questo tipo
consente di utilizzare contemporaneamente tutta linformazione
pluviometrica disponibile sul territorio. Esso senzaltro da preferire ad
un approccio a sito singolo, in quanto le valutazioni statistiche che ne
risultano presentano una disomogeneit spaziale dovuta alla differente
lunghezza delle serie storiche osservate ai diversi siti di misura.
Utilizzo dei valori massimi annuali di precipitazione per le brevi durate:
la Liguria caratterizzata da unorografia complessa drenata sui versanti
tirrenico e padano da bacini idrografici di modeste dimensioni, che, fatto
salvo il caso del fiume Magra, non superano mai 500 kmq e solo
raramente 100 kmq. Una tale situazione morfologica fa s che i tempi di
risposta dei bacini ad eventi estremi siano contenuti in poche ore e
comunque non superino mai le 24 ore. Sono stati quindi analizzati i
massimi annuali per le durate di 1, 3, 6, 12, 24 ore pubblicati sugli
annali idrologici del Servizio Idrografico e Mareografico Italiano.

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Determinato il metodo e i dati da utilizzare per lanalisi, si sono identificati i
passi necessari per giungere alla caratterizzazione statistica delle piogge, come
di seguito elencati:

1. Scelta della distribuzione di probabilit pi adatta a descrivere
statisticamente le osservazioni; tale distribuzione assunta unica, nella
sua forma dimensionale, nella porzione di territorio ritenuta
statisticamente omogenea. Secondo questo punto, stato osservato
che i dati idrologici opportunamente riportati su carta probabilistica di
Gumbel, mostrano nella maggioranza dei casi un andamento a doppia
pendenza. Tale comportamento stato imputato alla presenza nelle
serie storiche di due categorie di eventi: medio-alti ed eccezionali.
2. Identificazione delle regioni omogenee, sulla base di considerazioni
relative alla fisica delle tempeste mediterranee e sullevidenza
sperimentale fornita da sensori remoti.
3. Stima dei parametri allinterno delle regioni omogenee, definizione della
curva di crescita e verifica dellomogeneit.
4. Caratterizzazione del parametro di dimensionalizzazione "pioggia
indice, che verr poi messo in relazione ai fattori climatici e
geomorfologici della regione.
5. Definizione delle curve segnalatrici di possibilit pluviometrica che
consentono, per assegnato tempo di ritorno, di disegnare un evento di
precipitazione di progetto, utilizzabile per la generazione delle portate al
colmo di piena, con opportuna tecnica di trasformazione afflussi-
deflussi.



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IDENTIFICAZIONE DELLE REGIONI OMOGENEE

Ad oggi appurato che le altezze massime di precipitazione per durate inferiori
a 24 ore sono generate, nel Mediterraneo, da eventi a forte convettiva
innescati dal sollevamento orografico delle masse daria in movimento verso la
costa, tipico della stagione autunnale.
Lipotesi su cui si lavorato quella che lomogeneit nella statistica degli
eventi estremi sia prodotta da una omogeneit nei processi che li generano.
Pertanto il nodo da risolvere quello dellidentificazione dei domini spaziali
interessati dallo stesso processo di formazione degli eventi estremi.
Le osservazioni da satellite hanno messo in luce come le tempeste della
stagione autunnale presentino tutte una struttura meteorologica simile,
caratterizzata dallingresso nellarea mediterranea di perturbazioni di origine
atlantica, il cui movimento verso est spesso rallentato dalla presenza di un
blocco di alta pressione sullEuropa orientale.
In tale situazione, unitamente alla temperatura mediamente alta del mare
nella stagione autunnale, allinterno delle perturbazioni si formano celle
temporalesche che generano precipitazioni di notevole intensit.
Tra i fattori innescanti la formazione delle celle temporalesche da riconoscere
il sollevamento orografico delle masse daria instabile ed umida che si
muovono verso la costa ligure durante il passaggio delle perturbazioni.
Lipotesi che lomogeneit statistica nel campo di precipitazione sia prodotta
dallomogeneit nei meccanismi di formazione del processo che conduce alla
formazione delle precipitazioni intense ha quindi consentito di identificare come
omogenea la striscia di territorio lungo larco ligure, con una dimensione
trasversale di circa 50 km, che contiene tutta la Liguria pi una piccola parte di
bacino padano.
In tale regione ricadono 125 stazioni pluviometriche appartenenti al Servizio
Idrografico e Mareografico, sezioni di Genova per la parte tirrenica e Parma per
la parte padana.
Le seguenti immagini mostrano la dislocazione dei diversi sensori di
precipitazione e di livello idrometrico sullintero territorio regionale.


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Mappa dei sensori di Precipitazione



Mappa dei sensori di Livello idrometrico





Stazione in telemisura con sistema di trasmissione in radiofrequenza
(frequenza chiamate: 30 minuti)

Stazione in telemisura con sistema di trasmissione via GSM (frequenza
chiamate: 24 ore)

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3.1.2 - RISCHIO FRANE

- TIPOLOGIE

Un fenomeno franoso costituito da un movimento del terreno causato da
forze gravitazionali, qualche volta accompagnate da quelle sismiche, ma le
modalit con cui queste agiscono dipendono da fattori geologici, topografici,
idrologici, climatici e dallazione delluomo.
Per le sue caratteristiche geologiche, geomorfologiche e climatiche, il territorio
della Provincia di Savona, come anche evidenziato dal Piano di Bacino stralcio
per il Rischio Idrogeologico approvato dalla Provincia di Savona , esposto in
modo significativo ai fenomeni di instabilit dei versanti. Le piogge, spesso
torrenziali, e le piene dei torrenti che ne conseguono, contribuiscono ad
innescare, sia sulla costa che allinterno, fenomeni di erosione accelerata e
brusche oscillazioni delle falde acquifere sotterranee.
Da questa situazione derivano dissesti di varia tipologia:

FRANE DI CROLLO: fenomeno che inizia con il distacco di terra o di roccia
da un pendio acclive e prosegue quindi per caduta libera nellaria,
rimbalzo e rotolamento della massa distaccata. Crolli di materiali detritici
e terrosi possono verificarsi in terreni alluvionali erosi al piede da corsi
dacqua, dallazione del moto ondoso lungo la costa, oppure ancora a
seguito dellinnescarsi di fratture di trazione in pareti rocciose sub-
verticali di varia origine.

FRANE PER SCORRIMENTO O SCIVOLAMENTO: movimento verso la base
del versante di una massa di terra o roccia che avviene in gran parte
lungo una superficie di rottura o entro una fascia, relativamente sottile,
di intensa deformazione di taglio. Gli scivolamenti si distinguono in
rotazionali e traslativi.

FRANE PER COLAMENTO: movimento distribuito in maniera continua
allinterno della massa spostata. Le superfici di taglio allinterno di questa
sono multiple, temporanee e generalmente non vengono conservate. I
colamenti si differenziano per le velocit a cui possono avvenire.

DGPV (Deformazioni Gravitative Profonde di Versante): movimento di
massa molto complesso che si attua attraverso una deformazione per lo
pi lenta e progressiva della massa rocciosa, senza che siano
apprezzabili superfici di rottura continue.

Le valutazioni sullo stato di attivit e la tipologia, valutate sui corpi di frana pi
significativi, hanno determinato una prima classificazione del territorio
regionale in base alla pericolosit e allintensit dei fenomeni. Lincrocio di
queste caratteristiche con gli elementi vulnerabili del territorio ha permesso di
individuare le situazioni pi critiche, ai fini della valutazione delle aree a
maggior rischio di frana.
Successivamente con la redazione dei piani di bacino per lassetto idrogeo-
logico si potuto ulteriormente ampliare il quadro dei dissesti, la cui classifi-
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cazione costituisce fondamento per la valutazione del grado di pericolosit
geomorfologica.
Tra le cause del fenomeno ci sono le caratteristiche composizionali, tessiturali,
strutturali e stratigrafiche dei litotipi, la storia tettonica e sismica dellarea, le
caratteristiche delle falde acquifere, i fattori meteorologici, quelli antropici e
quelli connessi alluso del suolo.
Con indagini geomorfologiche si possono realizzare carte inventario dei
fenomeni franosi esistenti ed individuare aree con potenziale instabilit dei
versanti. Si cartografano: le tipologie di movimento, lo stato di attivit,
lestensione areale, la profondit stimata, la velocit e la direzione del moto. E
importante la delimitazione planimetrica della frana e la determinazione del
suo spessore. La delimitazione planimetrica si ottiene attraverso foto aeree,
rilievi topografici e rilievo geomorfologico. La determinazione dello spessore si
pu ricavare con metodi diretti a mezzo di inclinometri e di tubi spia, o con
metodi indiretti, che cercano di individuare discontinuit o superfici di minore
resistenza sulla base dei caratteri strutturali e delle caratteristiche meccaniche
dei terreni ed ancora con i metodi geofisici.

Per quanto riguarda lo stato di attivit, in natura esiste una vasta gamma di
possibilit e variabili; secondo la classificazione di Cruden & Varnes (1996) pu
essere descritto coi seguenti termini:

ATTIVO: fenomeno attualmente in movimento. Si tratta di dissesti in cui
sono evidenti segni di movimento in atto o recente, indipendentemente
dallentit e dalla velocit dello stesso. I segni possono essere molto
evidenti (lesioni a manufatti, scarsa vegetazione, terreno smosso)
oppure percepibili solo attraverso strumenti (inclinometri, estensimetri,
ecc.), cos come la velocit di movimento pu essere molto variabile.
Lattivit pu essere continua o pi spesso ad andamento stagionale. Le
aree cartografate sono da considerarsi inutilizzabili per tutti gli usi fatta
eccezione per quello agricolo, nel caso in cui non sia peggiorativo delle
condizioni di stabilit delle zone interessate.
SOSPESO: fenomeno che si mosso entro lultimo ciclo stagionale ma
che non si muove attualmente;
RIATTIVATO: movimento di nuovo attivo dopo essere stato inattivo;
QUIESCENTE: frana inattiva che pu essere riattivata dalle sue cause
originali. Fenomeno per il quale permangono le cause del movimento. Si
tratta di frane senza indizi di movimento in atto o recente.
Generalmente si presentano con profili regolari, vegetazione con grado
di sviluppo analogo a quello delle aree circostanti non in frana, assenza
di terreno smosso ed assenza di lesioni recenti a manufatti, quali edifici
o strade. E da sottolineare che il fatto di non avere registrato
movimento in tempi recenti o non avere nessun dato storico non
esclude a priori la riattivazione della stessa. Luso del suolo di queste
aree andrebbe limitato alla agricoltura; ogni uso urbano o produttivo
andrebbe valutato con estrema attenzione e consapevolezza per la
potenziale riattivazione dei movimenti franosi.
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NATURALMENTE STABILIZZATO: frana inattiva che non pi influenzata
dalle sue cause originali. Fenomeno per il quale le cause del movimento
sono state naturalmente rimosse.
ARTIFICILMENTE STABILIZZATO: frana inattiva che stata protetta con
misure di stabilizzazione dalle sue cause originanti.
RELITTO (PALEOFRANA): frana inattiva che si sviluppata in condizioni
geomorfologiche e climatiche considerevolmente diverse dalle attuali. Le
frane relitte sono inattive ma possono essere riattivate dallattivit
antropica.

In relazione ai contenuti dell O.d.G. n. 7 relativo alla seduta del 25 ottobre
1999 dellAutorit di Bacino di Rilievo Regionale relativamente ai contenuti
degli adempimenti della L. 267/98 possibile definire:

distretti franosi:ovvero porzioni di territorio caratterizzate da una
suscettivit al dissesto molto elevata e dalla presenza di frane attive;

fasce di attenzione: i settori confinanti con le aree di cui sopra per i quali
ragionevole ipotizzare un coinvolgimento a seguito di evoluzioni del
dissesto;

zona di fragilit: cio le aree che per le caratteristiche geologico-
geomorfologiche riscontrate presentano una particolare propensione
allinnesco di fenomenologie di tipo erosivo, franosit diffusa o dove sono
chiaramente identificabili forme quiescenti.

-VALUTAZIONE DELLA PERICOLOSITA
Per pericolosit si intende la probabilit che si verifichi un evento franoso in un
certo tempo e in un certo luogo. Quindi la valutazione della pericolosit
prevede :
previsione spaziale (dove avverr);
previsione temporale (quando avverr);
previsione dellevoluzione (distanza di propagazione, limiti di
retrogressione).
La previsione spaziale si pu fare prendendo la carta delle frane e vedendo
dove storicamente si sono avute frane (si possono riattivare specialmente se
interessanti peliti) e sovrapponendola alla geologica. Si ottiene la percentuale
di affioramento interessata da frane, disegnando isoplete (linee di ugual
percentuale).Si pu anche ricorrere allanalisi statistica suddividendo il
territorio in domini elementari omogenei, delimitati da confini geometrici
(celle) o morfologici; parametrizzando, secondo criteri pi o meno soggettivi,
ogni fattore dellinstabilit dei versanti; rappresentando cartograficamente le
classi di valori assunti da ogni fattore nellambito di ogni dominio elementare
nel quale stato suddiviso il territorio (zonazione) e poi elaborando modelli
statistici multivarianti in grado di spiegare la distribuzione delle frane.
La previsione temporale si basa sul concetto di tempo di ritorno, ma qualora
questo non dovesse presentarsi si ricorre allanalisi di quei fattori naturali per i
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quali si dispone di misure sistematiche nel tempo e che sono correlabili con
linnesco di movimenti franosi.
La previsione dellevoluzione significa individuare larea che sar interessata
dalla frana. Se si ha una frana di scivolamento, il bacino di pericolosit sar
dato dallestensione di versante, se colate di detrito coincider con il bacino in
senso idrografico. Si pu prevedere la distanza di propagazione con il metodo
delle linee di energia (modello a slitta), che richiede la conoscenza della
geometria del problema e una stima dellangolo di attrito apparente.
La percentuale totale dei dissesti rappresenta quantitativamente ci che viene
definito come Indice di Franosit, ossia il rapporto tra superficie di territorio
afflitto da frane in relazione allestensione complessiva dellentit territoriale
presa in considerazione. Lindice di franosit quindi un parametro che ci
permette di quantificare la probabilit del verificarsi di frane allinterno di un
certo territorio e quindi la pericolosit relativa propria di quel territorio.

- VALUTAZIONE DEL RISCHIO
Per valutare il rischio occorre considerare da cosa esso dipenda:

rischio totale = pericolosit x vulnerabilit x valore dellelemento a rischio

Lelemento a rischio viene indicato con un valore W espresso dal numero di
unit esposte o dallarea esposta. Si pu poi considerare un valore monetario,
moltiplicando W per un costo unitario.
La vulnerabilit esprime il grado di perdita prodotto su un elemento a rischio e
dipende dal tipo di elemento a rischio e dallintensit del fenomeno franoso.
il danno potenziale esprime il valore degli elementi a rischio e richiede
indicazioni sullintensit della frana e sulle caratteristiche degli elementi a
rischio. Il danno potenziale pu essere riferito alla vita umana (possibilit che
produca morti o feriti) e alle attivit economiche.
Il rischio specifico grado di perdita come conseguenza di una frana. Si basa
solo sul fenomeno, stima le conseguenze indipendentemente dal valore
economico e dal numero degli elementi a rischio

- DEFINIZIONE DEL RISCHIO ACCETTABILE
Si pu definire "rischio accettabile quello che, secondo Whitman, uguale a
10
-2
eventi/anno. Secondo Fell un rischio accettabile pari a 10
-2
per danni alle
cose e 10
-3
per la vita umana. Nel caso di pendii artificiali il rischio tollerato
pari a 10
-5
.

- GESTIONE DEL RISCHIO
In aree soggette ad un elevato rischio possibile si interviene per:
aumentare la soglia di rischio accettabile, con installazione di segnaletica
di allarme, uso di mezzi di comunicazione di massa; la soglia del rischio
consapevole pi alta della soglia di rischio involontario;
mitigare il rischio prevedendo le frane (con opere di bonifica e
sistemazione idrogeologica: iniezioni di cemento, tiranti, chiodature,
evacuazione di zone instabili, consolidamento di edifici, piani di
emergenza e soccorso).
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La grande maggioranza dei danni causati da movimenti franosi avviene per
riattivazione di corpi di frana gi esistenti. Questo fatto implica che si possa
redigere una cartografia dei dissesti duratura nel tempo e quindi di effettiva
utilit pianificatoria. Si cercato quindi di catalogare e censire tutte le frane
presenti sul territorio.Un primo censimento ha prodotto schede (1998) che in
seguito sono state aggiornate ulteriormente (anni 2000 e 2003). Da queste
fonti, il Servizio Piani di Bacino della Provincia di Savona ha potuto attingere
preziose informazioni per proseguire e migliorare lanalisi della franosit su
tutto il territorio.

- CAUSE DEI FENOMENI FRANOSI
Le cause dei fenomeni franosi si dividono in:
predisponenti che rendono il territorio pi o meno sensibile allinnesco di
fenomeni franosi;
determinanti che provocano la rottura dello stato di equilibrio di un
versante.

Tra le prime si ricordano:
1. Accumulo di frane preesistenti: i litotipi gi mobilizzati possiedono caratte-
ristiche meccaniche pi scadenti della roccia in posto e possono essere sede
preferenziale di nuovi movimenti. E per questo che le paleofrane costitui-
scono oggetti preferenziali nella progettazione di reti e sistemi di monito-
raggio. La riattivazione parossistica di questi corpi franosi infatti preceduta
da una accelerazione dei movimenti che si pu misurare con appropriata
strumen-tazione, rendendo cos possibile un vero e proprio pronostico
temporale.
2. Depositi superficiali sciolti, poco addensati o poco coesivi di origine detritica,
colluviale o residuale.
3. Formazioni prevalentemente argillose, spesso a struttura caotica,
intensamente scompaginate e commiste ad altre litologie.
4. Rocce "tenere poco cementate e/o intensamente fratturate e/o recanti
livelli plastici ad assetto sfavorevole rispetto ai pendii e lungo i quali si
possono innescare scivolamenti. Intere porzioni di versante possono
scivolare in blocco e successivamente disarticolarsi.
5. Reticolo idrografico in disequilibrio, quindi in erosione: il fenomeno erosivo
costituito da un processo indotto dal reticolo idrografico che risulta
impostato secondo direttrici tettoniche; in particolare sono evidenti
fenomeni di scalzamento ed approfondimento in corrispondenza dei corsi
dacqua dordine inferiore ad elevato gradiente di pendio, specie se
impostati su substrati teneri o in copertura detritica. Si pu presentare un
approfondimento dellalveo ed allora si ha una erosione concentrata di
fondo. Oppure la formazione di vere e proprie forre associate a fenomeni di
scalzamento al piede del versante (Erosione spondale). Un esempio di
questo tipo di attivit erosiva quello del Letimbro che la esercita nei tratti
meandriformi. Localmente quando poi gli accumuli raggiungono gli alvei,
lerosione al piede pu condurre a smottamenti di una certa rilevanza con
parziali e temporanee occlusioni dellalveo.
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6. Interventi antropici: da una prima analisi emerge come spesso le frane ed i
dissesti si siano sviluppati o siano in procinto di farlo nelle zone che pi
sono state modificate dalluomo nel corso del tempo. Se da un lato lazione
delluomo sulla natura ha portato a un miglioramento della qualit di vita,
dallaltro ha portato ad una reazione della natura che si riversa in modo pi
diretto sulluomo stesso. Si sono costruite case, strade e strutture di ogni
genere. A volte tutto procede senza conseguenze altre volte invece, per
svariate ragioni, vengono a crearsi situazioni critiche. Si pensi ad esempio al
caso di un versante in frana su di una strada che collega due paesi vicini; il
blocco di questa via di comunicazione pu essere visto sotto diversi aspetti,
sia per il pericolo che esso comporta qualora ci sia qualcuno a passare in
quellistante lungo la strada, sia per il danno economico a cui si deve
ovviare (per riparare eventuali dissesti e per procedere alla sistemazione del
versante), sia per il disagio dovuto al blocco delle comunicazioni tra zone
limitrofe.

Tra le cause determinanti si hanno:
1. Precipitazioni intense:In genere si evidenzia una stretta relazione tra gli
eventi meteorologici intensi e lo sviluppo o laccelerazione dei dissesti. Il
manifestarsi di una franosit minuta a carico delle coltri si collega molto
spesso ai rovesci di eccezionale intensit che frequentemente colpiscono il
versante ligure tirrenico e che frequentemente provocano alluvioni (vedansi
anni 1992, 1994, 2000).
2. Frane indotte da incendi: unaltra situazione di degrado diffuso
strettamente connessa al susseguirsi di episodi di incendi boschivi
cronologicamente ravvicinati, che, eliminando la copertura vegetale del
terreno, esasperano lazione del ruscellamento e del dilavamento operato
dalle acque meteoriche. Si determina cos la quasi totale asportazione della
copertura sciolta fino alla formazione di embrioni calanchivi impostati su un
substrato roccioso meno tenace. La conseguenza il colamento, verso il
piede dei versanti, di materiale detritico e materiale vegetale degradato.
3. Frane indotte dai terremoti: secondo uno studio svolto da ricercatori
statunitensi, occorrerebbe un terremoto di magnitudo superiore a 4 per
attivare una frana. Ma occorre ricordare che linnesco delle frane
determinato anche dalla "risposta sismica locale, ossia anche con
magnitudo inferiori a 4 si possono avere particolari effetti di amplificazione
che possono produrre intensit sismiche locali sufficienti ad innescare la
frana.
[In alcuni casi sulle carte geomorfologiche stata cartografata la presenza
anche di massi non in posto di dimensioni ciclopiche (particolarit del bacino
Nimbalto - esempi di Ortovero e Arnasco).
Una attenzione particolare viene rivolta alle falesie aggettanti sulla Strada
Provinciale n1, strada litoranea (Ex Strada Statale Aurelia), che sebbene
presentino il piede stabilizzato, dalla struttura viaria, registrano un progressivo
arretramento causato da un processo di sgretolamento e di lento arretramento
ad opera degli agenti meteorici il cui effetto amplificato dallambiente
aggressivo causato dalla salsedine e dallacqua marina.]

148
3.1.3 - RISCHIO INQUINAMENTO RISORSE IDRICHE SOTTERRANEE

L'idrogeologia lo studio delle acque sotterranee nella loro azione modellatrice
della crosta terrestre, nei loro rapporti con le strutture geologiche nella loro
funzione di risorsa per luomo e lambiente. Questa scienza contribuisce alla
gestione dello spazio sotterraneo, alla pianificazione dello sfruttamento e della
protezione delle risorse idriche, allo sfruttamento degli acquiferi profondi a
scopi geotermici.

La risorsa idrica la quantit o il volume dacqua che pu essere estratto da
un dominio circoscritto durante un periodo dato, tenuto conto dei criteri o dei
vincoli tecnici, socio-economi e politici.

La valutazione delle risorsa effettuata rispettando quattro insiemi di vincoli di
pianificazione, evolutivi nello spazio e nel tempo.

Vincoli fisici e tecnici = Localizzazione in profondit dellacquifero e delle
sua superficie piezometrica; funzioni del serbatoio e comportamento
dellacquifero.
Vincoli socio-economici = Portata di sfruttamento massimo che pu
essere estratta dal sistema a costi ammissibili di produzione.
Vincoli dellambiente naturale = (ad esempio) riduzione della portata di
magra dei corsi dacqua.
Vincoli politici = Politica volontaristica dellacqua e dello sviluppo.

Il percorso delle acque sotterranee generalmente tortuoso e condizionato
essenzialmente dalla tettonica del massiccio, dalla litologia e dalla giacitura
degli strati. In ambiente carsico la circolazione delle acque, sia in superficie che
in profondit, molto diversa da quella delle rocce non carsiche, tanto da
meritare studi molto specializzati. Sempre in zona carsica, i corsi dacqua
sotterranei, alimentati dalle precipitazioni e/o corsi dacqua esterni alla zona,
possono avere piene improvvise causate anche con diversi giorni di ritardo da
acque cadute in bacini molto lontani dall'ingresso della grotta, persino su
versanti completamente diversi.

- ACQUE SOTTERRANEE

Per acque sotterranee si intendono le acque che si trovano al di sotto della
superficie terrestre. Queste acque si trovano immagazzinate in corpi rocciosi
permeabili definiti rocce-serbatoio, limitati inferiormente da rocce impermeabili
(argille, marne, limi, ecc.) con funzione di substrato. Le rocce costituenti il
serbatoio possono essere permeabili per porosit (sabbie, ghiaie, ecc.) o per
fratturazione (calcari, arenarie, basalti, ecc.). Le acque sotterranee
immagazzinate allinterno delle rocce-serbatoio costituiscono le falde idriche
sotterranee. Le rocce-serbatoio che permettono un deflusso significativo delle
falde idriche danno luogo agli acquiferi. Esistono acquiferi a falda libera quando
il livello dellacqua pu avere fluttuazioni libere allinterno della roccia-
serbatoio, e acquiferi a falda imprigionata quando il limite superiore
149
dellacquifero costituito da rocce impermeabili che condizionano la pressione
dellacqua al suo interno.
Le acque sotterranee rappresentano circa lo 0,35% dellacqua della Terra e la
loro quantit circa 20 volte maggiore del totale delle acque superficiali. Esse
sono di fondamentale importanza in quanto rappresentano per luomo la pi
grande riserva di acqua potabile, visto che rispetto alle acque superficiali
tendono ad essere meno contaminate dagli scarichi e dai microrganismi
patogeni. Le acque sotterranee possono raggiungere la superficie terrestre
attraverso le sorgenti o essere raggiunte attraverso i pozzi. Quelle presenti ad
elevate profondit possono rimanere indisturbate da effetti antropici per
migliaia di anni. La maggior parte delle falde acquifere che si trovano a
profondit limitate entrano a far parte del ciclo idrologico che avviene sia
attraverso le sorgenti sia attraverso gli scambi con i corsi dacqua superficiali.
Le acque sotterranee possono essere sottoposte essenzialmente a due tipi di
problematiche:
inquinamento delle falde, che pu avvenire sia attraverso scarichi sia
attraverso percolazione di acque contaminate;
sovra-sfruttamento delle falde, con conseguente abbassamento del
livello dellacqua e possibilit di intrusione salina nelle aree costiere.
Questo fenomeno, che verr ampiamente trattato in seguito, pu
compromettere drasticamente la riserva idrica.
Uno dei mezzi per lo sfruttamento delle acque sotterranee la costruzione di
pozzi, che deve essere preventivamente autorizzata dagli enti locali
competenti. In particolare per pozzi e perforazioni che superano i 30 metri di
profondit prevista anche la comunicazione e linvio dei dati tecnici al
Servizio Geologico Nazionale, ora APAT, in ottemperanza alla legge 464/84.


150
- INQUINAMENTO

Lacqua sotterranea il veicolo di trasporto delle sostanze minerali, organiche
o dei batteri patogeni e non. Con il suo movimento in tutte le zone del suolo e
sottosuolo, essa provoca la propagazione degli inquinanti, la loro persistenza e
quindi linquinamento generale dello spazio sotterraneo.
Unacqua inquinata quando, il pi delle volte a causa dellattivit umana,
diviene inadatta a soddisfare la domanda di utilizzazione, o quando presenta
un danno per lambiente naturale. Quindi per il momento viene esclusa la
degradazione per cause naturali. Unacqua sotterranea contiene una
percentuale in sostanze minerali disciolte di origine naturale geologica. Trattasi
del "rumore di fondo della geochimica. Il grado di inquinamento valutato
con la misura dello scarto tra le caratteristiche fisiche e chimiche dellacqua
considerata in riferimento al rumore di fondo, locale o regionale.
Questo difficile da valutare nelle regioni che hanno svolto per secoli attivit
agricole e per decenni hanno avuto sviluppo industriale.
La qualificazione dello stato dellacqua avviene in riferimento a norme di
qualit, fissate dalle esigenze della domanda, tenendo conto delle
caratteristiche specifiche dellutilizzazione, di criteri economici regionali, ecc.
Ad esempio unacqua non potabile pu essere impiegata nellindustria e
nellagricoltura.
Un inquinante un agente chimico o fisico, una sostanza minerale o biologica,
prodotto dallattivit umana che provoca, con intensit o concentrazione
anormali, una degradazione della qualit dellacqua naturale. Esempi: aumento
della temperatura a causa degli scarichi, alta percentuale di nitrati nelle regioni
agricole, metalli pesanti nelle acque dei fiumi.
Esistono valori di riferimento come norme di qualit per lacqua potabile
stabilite dallOrganizzazione Mondiale della Sanit.
Il potere inquinante di una sostanza determinato da due fattori principali:
1) la dose di introduzione nel mezzo ricettore, determinata dalla
concentrazione nellacqua e dal volume dacqua in movimento, veicolo
del trasporto;
2) la frequenza degli apporti, la cui ripetizione aumenta i rischi in quanto i
sedimenti e gli esseri viventi hanno un effetto cumulativo.

151
- PRINCIPALI TIPI DI INQUINANTI

Il numero degli inquinanti considerevole e si aggira attorno ai 4 milioni. In
base alla loro differente natura possono essere classificati in quattro categorie:
fisici, chimici, organici e batteriologici. Nel dettaglio:
Fisici:
o calore che innalza la temperatura dellacqua, soprattutto di
superficie, provoca effetti ecologici sulla vita acquatica, con
conseguente diminuzione della solubilit dellossigeno;
o materie solide in sospensione che vengono introdotte dalle
precipitazioni e dalle acque di superficie;
o radioattivit: il pi pericoloso di tutti.

Chimici:
o sali minerali disciolti:
- Composti dellazoto: provocano gravi disturbi per
degradazione dellemoglobina nel sangue, essi possono
inoltre provocare lipertensione e sono i precursori di
nitrosamine cancerogene.
- Nitrati: sono solitamente di origine agricola ed il loro
aumento nelle acque sotterranee nellultimo decennio
preoccupante. La loro percentuale massima nellacqua
potabile fissata a 44 mg/l.
- Solfati e cloruri: oltre ad essere naturalmente presenti
nellacqua sotterranea, vengono introdotti con lacqua delle
precipitazioni, con i concimi chimici e con i rifiuti industriali.
La percentuale massima di cloruri nellacqua potabile
fissata a 250 mg/l.
- Metalli pesanti: costituiscono i microinquinanti, cos chiamati
perch sono sostanze tossiche anche a bassissimo tenore
nellacqua. Si tratta di sostanze pericolose anche in tracce.
Lingestione ripetuta di metalli pesanti da parte delluomo
provoca degli accumuli nocivi nello scheletro (piombo), nei
reni e nel fegato (cadmio) e nelle cellule nervose (mercurio).
I pi pericolosi sono il mercurio,il cromo cancerogeno
sottoforma polivalente, il selenio, larsenico ed il cadmio. Il
loro tenore, allo stato di tracce, severamente
regolamentato, anche nelle acque grezze di fiume utilizzate
dalle stazioni di trattamento.
- Pesticidi e detergenti: il termine di pesticidi raggruppa tutti i
prodotti di lotta contro i parassiti delle colture e degli animali.
Grazie al potere autodepurante del suolo, la maggior parte di
essi sono rapidamente eliminati e le acque sotterranee ne
sono praticamente sprovviste. I detergenti inibiscono i
processi di autodepurazione, limitano lo sviluppo di
microrganismi del suolo, bloccano la riossigenazione. La
fabbricazione di detergenti biodegradabili dovrebbe eliminare
questa sorgente di inquinamento.
152
- Idrocarburi: gli idrocarburi in seguito al loro potere di
diluizione, sono perniciosi a dosi molto basse. Un litro di
essenza sufficiente a degradare tra i 1000 e 5000 mc
dacqua.
- Cianuri: molto tossici; il loro tenore, anche allo stato di
tracce, severamente regolamentato anche nelle acque
grezze di fiume.

Organici: Lacqua sotterranea il vettore di microrganismi, patogeni e
non. Il potere autodepurante del suolo efficacissimo ma lacqua
sotterranea ne sprovvista nelle condizioni naturali. Un particolare
problema potrebbe verificarsi a seconda della struttura del suolo; infatti le
azioni di autodepurazione sono rilevanti nei mezzi porosi, ma sono
debolissime negli acquiferi carsici e nei mezzi fessurati.

Nello studio effettuato dallUfficio Genio Civile di Savona nel 1980, "Indagini
qualitative e quantitative sui corpi idrici sotterranei della piana alluvionale di
Albenga e Ceriale, si condotta unanalisi chimico-fisica e batteriologica
considerando i parametri pi significativi.

Linquinamento dellacqua sotterranea provocato dai rifiuti delle attivit
domestiche ed urbane, agricole o industriali, di cui lacqua il veicolo di
trasporto e di disseminazione ideale. Il trasporto degli inquinanti e la loro
evoluzione, nel suolo e nel sottosuolo sono determinati dai tre comportamenti
dellacquifero: idrodinamico, idrochimico, idrobiologico. La protezione
dellacqua sotterranea contro linquinamento si basa su studi e prove, , dei
meccanismi e dei fattori di contaminazione, effettuati in laboratorio e sul
terreno.


- LOTTA CONTRO LINQUINAMENTO IDRICO SOTTERRANEO

La protezione dellacqua sotterranea contro linquinamento persegue tre
obiettivi:

1) la prevenzione, assicurata prima di tutto da una regolamentazione
basata sulle ricerche ed esperimenti;
2) la rilevazione o il controllo per mezzo di reti di sorveglianza della qualit
dellacqua sotterranea;
3) la difesa con mezzi tecnici appropriati e la decontaminazione difficilissima
allo stato delle tecniche attuali.

- FENOMENO DEL CUNEO SALINO

Oltre ai fenomeni di inquinamento appena descritti, nella Provincia di Savona
come nel resto della Liguria, gli acquiferi costieri generalmente sono in
comunicazione con il mare, costituendo dei veri e propri sistemi globali
acquifero/mare. Lacqua sotterranea pu fluire verso la riva oppure la sua
153
progressione viene limitata dallinvasione marina (corrente inversa di acqua
salata). Il contatto segnato da uninterfaccia acqua dolce/acqua salata la cui
posizione indicata dalla differenza di altitudine tra il carico piezometrico ed il
livello medio del mare. Tale interfeccia in equilibrio naturale. Tuttavia uno
sfruttamento intensivo dellacqua sotterranea, con portate superiori a quelle di
alimentazione, deprime la superficie piezometrica, facendo diminuire la
differenza di carico e lacqua salata penetra progressivamente allinterno
dellacquifero. Questo causa seri problemi per lutilizzazione della falda
sotterranea, problemi che devono essere il pi possibile evitati mediante
unattenta pianificazione dello sfruttamento delle risorse.
154

Prescrizioni Normative

Il D.Lgs 152/99 la normativa fondamentale per la definizione delle attivit
riguardanti la qualit ambientale dei corpi idrici. Il decreto, all'articolo 1,
definisce la disciplina generale per la tutela delle acque ed intende
raggiungere, tra gli altri, l'obiettivo di prevenire e ridurre l'inquinamento,
attuando altres il risanamento dei corpi idrici inquinati. Ne consegue il
miglioramento dello stato delle acque ed un'adeguata protezione di quelle
destinate a particolari usi. Secondo lo stesso decreto, in generale, i corpi idrici
possono definirsi di buona qualit dal punto di vista ambientale quando
mantengono la loro capacit naturale di autodepurazione, nonch quella di
sostenere comunit animali e vegetali ampie e ben diversificate. La qualit
viene stabilita sulla base di indici ed indicatori ben definiti dalla normativa
stessa. Ad oggi, a seguito dell'elaborazione dei necessari indici, accompagnati
da un'adeguata modellistica, si in grado di fornire, nei limiti delle risorse, un
quadro completo e adeguato dello stato dellambiente idrico.
La vulnerabilit di un acquifero la sua "suscettibilit specifica ad ingerire e
diffondere, anche mitigandone gli effetti, un inquinante fluido o idroveicolato
tale da produrre impatto sulla qualit dell'acqua sotterranea nello spazio e nel
tempo(Civita,1987). La possibilit che le acque sotterranee possano essere
inquinate dipende dalla velocit con cui avviene il trasferimento della sostanza
dal piano campagna alla superficie della falda, dall'entit dell'infiltrazione, dal
percorso effettuato e dai meccanismi chimico - fisico - biologici che operano
selettivamente in relazione al tipo di terreno e di sostanze. Anche da un punto
di vista urbanistico importante tenere in considerazione le risorse
sotterranee. Per lelaborazione del P.R.G. per esempio occorre lidrogeologo.
Infatti per quanto sia universalmente riconosciuto che lacqua costituisca un
bene esauribile, non sempre si opera consequenzialmente: spesso la si
consuma in modo scriteriato e si trascura di proteggerla l dove essa circola, si
accumula e si "porge alluomo.
Le acque sotterranee sono frequentemente associate ad un concetto di
acquifero potenziale ad alimentazione pressoch inesauribile e di provenienza
complessa ed articolata. Le acque tutte, una volta precipitate al suolo, devono
essere tenute in considerazione nella fase di circolazione gravitativa dalla
superficie al sottosuolo e quindi durante la circolazione sotterranea, momenti
attraverso i quali esse si autodepurano, si mineralizzano oppure si inquinano
mentre tendono alla loro meta sia essa una sorgente o una falda.
A conferma del ruolo primario delle acque meteoriche l'attuale constatazione
del fatto che le acque superficiali hanno acquisito ormai caratteristiche tali da
non rendere sempre possibile praticare trattamenti per uso alimentare. In
particolare, poi, la procedura di utile attuazione per usi alimentari non
realizzabile per le acque minerali e, in special modo, per quelle curative e
pregiate le quali con il trattamento verrebbero a snaturarsi nelle loro
caratteristiche peculiari.
Ritorniamo, dunque alle acque di precipitazione e alla loro infiltrazione nel
sottosuolo. Nelle aree fortemente urbanizzate il suolo quasi sempre sistemato
in maniera tale che le acque piovane possano essere convogliate e canalizzate
155
lungo percorsi di smaltimento veloci e sicuri. Si verificano, conseguentemente,
situazioni esasperate di ruscellamento artificiale che, se da un lato possono
contribuire a proteggere l'area antropizzata (ormai e dimostrato che ci non
sempre vero), certamente non favoriscono l'infiltrazione. Se questo ultimo
fenomeno viene ad essere vanificato su aree troppo vaste fatale la
conseguente alterazione della geometria delle falde acquifere, in particolar
modo di quelle freatiche. Il ruolo della falda freatica, nel sottosuolo, non va
sottovalutato: essa svolge una funzione equilibratrice del sistema terra-acqua
ed fondamentale per l'irrigazione e le piccole utenze di tipo locale. Le falde
freatiche infatti, si formano nel sottosuolo direttamente interessato dalle
precipitazioni entro il quale, in seguito, le acque instaurano una circolazione pi
o meno superficiale.

- AREE DI INTERESSE E STAZIONI DI MONITORAGGIO

Il primo anno relativo al progetto "prima effettuazione delle attivit di
monitoraggio sulle acque interne ai sensi del D.Lgs 152/99 ha portato a
definire la prima rete di monitoraggio delle acque sotterranee della Regione
Liguria, articolata su 204 punti di controllo. Lo studio stato focalizzato,
secondo quanto anche previsto dal D.Lgs. 152/99, su corpi definiti come
"acquiferi significativi. Per cui il primo obiettivo stato quello di individuare le
pi importanti risorse idriche sotterranee da porre sotto controllo; esse sono
state localizzate nei depositi alluvionali recenti del territorio regionale. Non sono
tuttavia da escludere alcune importanti circolazioni idriche sviluppate attraverso
apparati carsici nelle formazioni carbonatiche presenti in Liguria. Tali acque, che
raggiungono l'ambiente sub-aereo attraverso manifestazioni sorgentizie,
saranno oggetto di indagine in fasi successive e subordinatamente alle risorse
disponibili.
Il livello di priorit nella scelta degli acquiferi significativi, riportati nella figura
sottostante, ha seguito i seguenti criteri:
Estensione areale del bacino idrografico di pertinenza
Grado di antropizzazione basato sullo studio delle pressioni
Sfruttamento della risorsa idrica, soprattutto a scopi idropotabili

156


Acquiferi significativi individuati in Liguria (zone in rosso) e relativi bacini idrografici.

Per quanto concerne la distribuzione dei punti di controllo e prelievo si cercato
di ottenere una copertura omogenea delle aree d'interesse posizionando le
stazioni nel seguente modo:

omogeneamente lungo l'asse del corso d'acqua principale, avendo cura
di scegliere un punto di monte esente da possibili modificazioni
antropiche;
su entrambe le sponde del corso d'acqua principale, per valutare le
possibili .eterogeneit degli apporti di acque sotterranee di versante,
sostanzialmente riconducibili a variazioni pedo-litologiche;
a valle dei maggiori affluenti;
in prossimit della linea di costa (bacini del versante tirrenico) per
valutare le eventuali intrusioni del cuneo salino.

- STATO AMBIENTALE DELLE ACQUE SOTTERRANEE

Lo stato ambientale delle acque sotterranee stabilito, ai sensi del D.Lgs.
152/99, in base allo stato chimico - qualitativo e a quello quantitativo definiti
rispettivamente dai seguenti schemi:

157


La classificazione evidenziata cromaticamente secondo il recepimento delle normative europee di pari
argomento




La sovrapposizione delle classi chimiche e quantitative definisce lo stato
ambientale dell'acquifero indagato o parte omogenea di esso. Il rilevamento
della qualit del corpo idrico sotterraneo fondato in linea generale sulla
determinazione dei parametri di base macrodescrittori riportati nella 19 del
D.Lgs. n 285 del 18/08/2000. Nel caso specifico della rete di monitoraggio
ligure sono stati individuati ai fini classificativi ulteriori 12 parametri
addizionali, scelti, dalla tabella 21 del D.Lgs. n 285 del 18/08/2000, in
relazione all'uso del suolo e alle attivit antropiche presenti sul territorio.
Inoltre, per una corretta e completa interpretazione dei dati, sono stati
determinati altri parametri; l'intero profilo analitico definito a progetto
riportato nella tabella sottostante, dove sono anche riportati i valori di
concentrazione secondo i quali vengono attribuite le diverse classi qualitative
dello stato chimico a ciascun punto di controllo. La classificazione chimica per
ogni acquifero significativo, o porzione omogenea di esso, determinata, in
riferimento al periodo di osservazione, dal valor medio di concentrazione
peggiore riscontrato nelle analisi dei diversi parametri delle diverse stazioni
insistenti nellacquifero stesso (o porzione omogenea).
Il monitoraggio quantitativo, volto a verificare se la velocit naturale di
ravvenamento permetta il raggiungimento di condizioni di equilibrio
idrogeologico, basato essenzialmente sul rilevamento delle freatimetrie, o
portate, delle stazioni di controllo. Tuttavia, per quanto concerne le attivit
svolte da ARPAL in tal senso, le misure freatimetriche rilevate a progetto nel
2001 saranno valutate unitamente a quelle previste per il 2002. Attualmente
risulta pertanto prematuro trarre qualsiasi conclusione sulla sfruttabilit in
senso quantitativo della risorsa idrica, ovvero affermare se il suo sfruttamento
158
comprometta o meno lo stato chimico delle acque sotterranee. Allo stato
attuale delle conoscenze tutti gli acquiferi indagati saranno pertanto considerati
cautelativamente appartenenti alla classe C, secondo quanto previsto dal
D.Lgs. 152/99. Tale classificazione appare comunque estremamente
cautelativa alla luce dei risultati ottenuti fino ad oggi. Sotto si riporta uno
studio fatto dallARPAL sulle acque sotterranee.


PARAMETRI ANALIZZATI NEL 2001 AI SENSI DEL D. Lgs. 152/99 -
CLASSIFICAZIONE CHIMICO QUALITATIVA
Parametro Tipo Rif.
Unit di
misura
Classe1 Classe2 Classe3 Classe4/0
Conducibilit
Parametro di
base
macrodescrittore
mS/cm
C
400
400< x
2500
400< x2500 >2500
Cl
Parametro di
base
macrodescrittore
mg/l 25 25< x 250 25< x 250 >250
SO
4

Parametro di
base
macrodescrittore
mg/l 25 25< x 250 25< x 250 >250
NO
3

Parametro di
base
macrodescrittore
mg/l 5 5< x 25 25< x 50 >50
NH
4

Parametro di
base
macrodescrittore
mg/l 0.05 0.05< x 0.5 0.05< x 0.5 >0.5
Fe
Parametro di
base
macrodescrittore
mg/l <50 50 x <200 200 >200
Mn
Parametro di
base
macrodescrittore
mg/l 20 20< x 50 20< x 50 >50
Temperatura
Parametro di
base
C
Parametro non utilizzato ai fini
classificativi
Durezza
Parametro di
base
mg/l
(CaCO3)
Parametro non utilizzato ai fini
classificativi
Ca
Parametro di
base
mg/l
Parametro non utilizzato ai fini
classificativi
Mg
Parametro di
base
mg/l
Parametro non utilizzato ai fini
classificativi
Na
Parametro di
base
mg/l
Parametro non utilizzato ai fini
classificativi
K
Parametro di
base
mg/l
Parametro non utilizzato ai fini
classificativi
HCO
3

Parametro di
base
tabella 19
del D.Lgs.
n 285 del
18/08/2000
mg/l
Parametro non utilizzato ai fini
classificativi
159
Al
Parametro
addizionale
mg/l
>200
NO
2

Parametro
addizionale
mg/l
>500
Cr tot
Parametro
addizionale
mg/l
>50
As
Parametro
addizionale
mg/l
>10
Ni
Parametro
addizionale
mg/l
>20
Pb
Parametro
addizionale
mg/l
>10
Cu
Parametro
addizionale
mg/l
>1000
Zn
Parametro
addizionale
mg/l
>3000
Cd
Parametro
addizionale
mg/l
>5
Hg
Parametro
addizionale
mg/l
>1
IPA tot
Parametro
addizionale
mg/l
>0.1
C.A.O. tot
Parametro
addizionale
tabella 21
del D.Lgs.
n 285 del
18/08/2000
mg/l
>10
pH
Parametro
aggiuntivo

Parametro non utilizzato ai fini
classificativi
Eh
Parametro
aggiuntivo
mV
Parametro non utilizzato ai fini
classificativi
O2
Parametro
aggiuntivo
mg/l
Parametro non utilizzato ai fini
classificativi
SiO2
Parametro
aggiuntivo

mg/l
Parametro non utilizzato ai fini
classificativi





- QUALITA DEGLI ACQUIFERI SIGNIFICATIVI

Nell'ottica delle finalit di questa presentazione divulgativa, sebbene i dati
ottenuti siano stati anche oggetto di studi ed interpretazioni tecnico-
scientifiche, appare sufficiente riportare una visione d'insieme dei risultati
ottenuti che permetta un'immediata esposizione dello stato ambientale a scala
regionale della matrice acque sotterranee, cos come previsto dalla normativa
di riferimento. A tal fine sono stati preparati quattro grafici dove sono restituite
le percentuali di appartenenza a ciascuna classe qualitativa prevista ai sensi
del D.Lgs. 152/99 dei campioni prelevati in ogni provincia. In un quinto grafico
espresso lo stesso concetto riferito all'intero territorio regionale. Lo stato di
qualit delle acque sotterranee delle province di Genova e Imperia risulta
soddisfacente, infatti il 96 e l'86 per cento delle stazioni campionate
rispettivamente sul territorio genovese ed imperiese appartengono alle classi 1
e 2. La situazione risulta peggiore nelle restanti province. Bench oltre il 50 per
cento delle stazioni appartengano in entrambi i territori alle classi 1 e 2 si
sottolineano le percentuali delle stazioni in classe 4: rispettivamente 25 e 35
per cento per Spezia e Savona.

160



Il quadro generale regionale, seppur influenzato negativamente dai risultati
ottenuti nelle province di La Spezia e Savona, risulta soddisfacente. Si
sottolinea inoltre che, in attesa dei campionamenti previsti per il 2002, si
preferito classificare cautelativamente molte stazioni in classe 4 piuttosto che
attribuirle caratteristiche chimico - fisiche di derivazione naturale (classe 0),
sebbene questa ipotesi apparisse del tutto plausibile gi dai risultati ottenuti.
Per questo motivo la percentuale delle stazioni nella classe qualitativamente
peggiore, ora attestata al 18%, potrebbe ulteriormente diminuire.
Il Piano di tutela detta le norme per la gestione e la tutela delle risorse idriche
superficiali e sotterranee: previsto dal decreto legislativo 152/1999, lo
strumento regionale per le strategie di azione in materia di risorse idriche. Con
l'entrata in vigore del decreto 152/1999, l'attenzione viene spostata dal singolo
scarico all'insieme degli aspetti, qualitativi e quantitativi, che concorrono a
definire la qualit delle acque in relazione alle esigenze specifiche di ciascun
ricettore. Le Regioni dovevano approvare il piano di tutela entro il 31
dicembre 2004. Entro il 31 dicembre 2008, ogni corpo idrico superficiale
classificato deve conseguire almeno i requisiti dell'obiettivo di qualit
ambientale corrispondente allo stato di "sufficiente", mentre entro il 31
dicembre 2016 si dovr raggiungere l'obiettivo di qualit ambientale "buono",
di cui all'allegato 1 del decreto legislativo 152/1999.
Infine, il problema della gestione e della tutela delle acque dall'inquinamento
ha assunto una particolare importanza in questi ultimi decenni in Italia. Mentre
un tempo questo aspetto non faceva parte delle materie attribuite alla difesa
del suolo, ai giorni nostri ne costituisce uno degli aspetti importanti in relazione
alla definizione della risorsa idrica. Infatti, le stime riportate circa le
disponibilit idriche si riferiscono a risorse idriche effettivamente utilizzabili
sotto il profilo della qualit, ma ovviamente, laddove i limiti di accettabilit
sono superati, ogni stima sulla reale disponibilit viene alterata e le fasi di crisi
diventano pericolosamente pi acute.


161
3.1.4 - PIANO OPERATIVO LOCALE DI PRONTO INTERVENTO PER
FRONTEGGIARE GLI INQUINAMENTI MARINI DA IDROCARBURI O DA
ALTRE SOSTANZE NOCIVE NEL COMPARTIMENTO MARITTIMO DI
SAVONA

Sulla base di quanto previsto allart.11 della Legge 31 dicembre 1982 n.979,
in relazione ai contenuti del "Manuale delle Procedure Operative in materia di
tutela e difesa dellambiente marino del 1998 e in relazione al "Piano di Pronto
intervento nazionale per la difesa da inquinamenti di idrocarburi o di altre
sostanze nocive causati da incidenti marini la Capitaneria di Porto di Savona
ha redatto un piano di pronto intervento locale per fronteggiare gli
inquinamenti marini da idrocarburi o da altre sostanze nocive.
E infatti lAutorit Marittima lente cui spetta il compito di organizzare il
pronto intervento e di predisporre tutte le iniziative atte a prevenire e
combattere i fenomeni che possono intaccare le risorse del mare.
Il Piano elaborato dalla applicazione in tutti i possibili inquinamenti marini o
costieri, qualunque siano le fonti e le situazioni che li hanno originati. Poich,
quindi, un inquinamento del mare pu verificarsi in forme, modalit e situazioni
diversissime, non possibile elencare norme dettagliate ma solo direttive che
siano valide in ogni circostanza.
Peraltro il Capo del Compartimento Marittimo far riferimento al Piano quando
interessato da situazioni di "emergenza locale e nazionale.

Limportanza di un Piano come quello elaborato dallAutorit Marittima risiede
nel fatto che un inquinamento marino, specie da idrocarburi, pu portare a
gravi disastri ecologici sia in sede marina, sia lungo la costa litoranea. La realt
territoriale locale, nella fattispecie a scala provinciale, porta a pensare che
nostri centri balneari litoranei, spesso densamente popolati, subirebbero gravi
ripercussioni da un ipotetico incidente ecologico proveniente dal largo.
Le ripercussioni si avrebbero a livello di flora e fauna marina, ma altrettanto a
livello ambientale e di salute per chi abita le coste della provincia di Savona.
Si pensi a titolo di esempio alle conseguenze disastrose che avrebbe un
inquinamento delle falde acquifere in prossimit della costa.

Il campo di applicazione del Piano presentato dalla Capitaneria di Porto
relativo al grado di inquinamento, pi in particolare si pu parlare di:

Piccoli inquinamenti, ossia quelli interessanti una zona di mare
(portuale compresa) o di litorale che possono essere immediatamente
fronteggiati, contenuti o neutralizzati. In sede locale sono agevolmente
fronteggiabili dallAutorit Marittima con i mezzi a sua disposizione, sulla
scorta del Piano presentato. Limitatamente agli idrocarburi, si
considerano "piccoli inquinamenti quelli di entit stimabile non superiore
a 100 metri cubi (idrocarburi).

Inquinamenti medi, quelli interessanti una zona di mare o di litorale
che possono essere immediatamente fronteggiati, ricorrendo al piano.
Tali inquinamenti possono determinare situazioni di "emergenza locale
162
per particolari caratteristiche della zona interessata o azione
particolarmente tossica del prodotto inquinante. Limitatamente agli
idrocarburi, si considerano "inquinamenti medi quelli di entit stimabile
compresa tra i 100 ed i 1000 metri cubi di idrocarburi sversati.

Grandi inquinamenti , quelli interessanti una zona di mare (portuale
compresa) o di litorale molto estesa che sono di difficile contenimento o
neutralizzazione con limpiego delle risorse disponibili esclusivamente a
livello locale. Tali inquinamenti possono determinare situazioni di
"emergenza nazionale. In particolare rientrano nella situazione di
"emergenza nazionale i seguenti casi, sempre che non siano
fronteggiabili con i mezzi di cui pu disporre il Ministero dellAmbiente e
tutela del territorio :
1. inquinamento da idrocarburi che minacci di provocare disastro
ecologico nei tratti di costa e di litorale con conseguenti rilevanti
danni; inquinamento da altre sostanze nocive e tali da costituire grave
pericolo per lincolumit e la salute delle popolazioni rivierasche;
2. ogni altra situazione di grave pericolo che richieda limpiego di mezzi
(terrestri, navali ed aerei) e di uomini per levacuazione e la bonifica
delle zone colpite dallinquinamento.
Limitatamente agli idrocarburi, si considerano "grandi inquinamenti quelli di
entit stimabile superiore a 1000 metri cubi.

LEMERGENZA caratterizzata dallidentificazione della situazione
operativa, la quale permette di capire come agire nella fase operativa,
suddivisa a sua volta in fase di allertamento e fase di pericolo.
Si determina quindi una sorta di gradualit casistica ipotizzando tre diverse
situazioni operative, il pi delle volte di gravit crescente.

1^ Situazione operativa, o di media gravit, si ha in presenza di un
inquinamento che interessi esclusivamente il mare senza rappresentare
diretta, immediata minaccia per le zone costiere. E quella fronteggiabile
con i soli mezzi disponibili in loco e con operazioni condotte direttamente
dal Capo del Compartimento Marittimo di Savona sulla base del Piano
Operativo di Pronto Intervento.

2^ Situazione operativa, o grave, si ha in presenza di un
inquinamento che rappresenti seria minaccia per la costa, anche di isole
minori. In questo caso il Capo del Compartimento Marittimo di Savona,
ove i mezzi di intervento si dimostrasse o si ritenessero insufficienti per
fronteggiare la emergenza, da comunicazione al MINIAMBIENTE S.O.E.M
che valutata la situazione prospettata, provvede al coordinamento delle
operazioni per il reperimento dei mezzi e materiali disponibili e per
linvio di tali mezzi e materiali disponibili nella zona operazioni, a
disposizione del Capo del Compartimento Marittimo di Savona.
163

3^ Situazione operativa, o gravissima, si ha in presenza di un
inquinamento di proporzioni tali da far scaturire un emergenza non
fronteggiabile con i mezzi di cui si dispone. Il Ministero dellAmbiente
promuove presso la Protezione Civile la dichiarazione di emergenza
nazionale. In tal caso la Protezione Civile assume la direzione di tutte le
operazioni sulla base del piano di pronto intervento nazionale adottato
dagli organi del servizio nazionale per la Protezione Civile. Il Capo del
Compartimento competente per giurisdizione continua a mantenere il
controllo operativo delle forze a disposizione e la responsabilit
dellesecuzione delle attivit in mare o comunque condotte dal mare. Il
Comandante in zona precedentemente nominato dal Capo del
Compartimento, manterr il controllo tattico dei mezzi assegnati per la
lotta antinquinamento.

La Fase di Allertamento scatta allorch si ha notizia di un qualsiasi evento
che possa costituire minaccia di inquinamento, ma di cui non si hanno ancora
notizie certe.
In questa fase la Capitaneria di Porto di Savona deve predisporre le misure
necessarie per un eventuale pronto intervento.
La fase dellallertamento pu concludersi, con:
la cessazione dellemergenza, perch non pi sussistente;
linizio della fase di pericolo, ossia delle operazioni di pronto intervento
antinquinamento.

La Fase di Pericolo si verifica ogni qualvolta si ha notizia che:
in atto un inquinamento;
la minaccia di inquinamento fondata.
Questa fase impone limmediata adozione di tutte le misure previste dal Piano
della Capitaneria di Porto.
Il Capo del Compartimento Marittimo di Savona ne d immediata comuni-
cazione al Ministero dellAmbiente-Sezione Operativa Emergenze in Mare.
Per quanto riguarda i danni da idrocarburi e da altre sostanze nocive e tutto
quello che ne consegue, nonch per quanto riguarda le norme di attuazione del
Piano in questione, si rimanda ad una lettura del Piano stesso.
164

3.1.5a - BACINI IDROGRAFICI SCOLANTI NEL VERSANTE TIRRENICO

Sono di competenza della Provincia di Savona i bacini dei seguenti corsi
dacqua scolanti nel versante Tirrenico:

- Torrente Merula
- Rio La Liggia
- Fiume Centa
- Rio Carenda
- Torrente Varatella
- Torrente Nimbato
- Torrente Maremola
- Rio Bottasano
- Torrente Pora
- Torrente Sciusa
- Torrente Noli
- Torrente Crovetto
- Torrente Segno
- Torrente Quiliano
- Rio Molinero
- Torrente Letimbro
- Rio Podest
- Torrente Sansobbia
- Rio Sanda
- Torrente Teiro
- Torrente Arrestra

I succitati corsi dacqua sono soggetti alla "Normativa di Piano, redatta dal
Servizio Piani di Bacino del Settore Difesa del Suolo della Provincia di Savona ai
sensi dellart.1, comma 1, del D.L. 180/1998 convertito in L. 267/1998 (Piani
di Bacino Stralcio).


3.1.5b - BACINI IDROGRAFICI SCOLANTI NEL VERSANTE PADANO

Sono di competenza della Provincia di Savona i bacini dei seguenti corsi
dacqua scolanti nel versante Padano (Bacino del Fiume Po):

- Fiume Bormida di Mallare
- Fiume Bormida di Pallare
- Fiume Bormida di Spigno
- Fiume Bormida di Millesimo
- Torrente Osiglietta
- Torrente Valla
- Torrente Mioglia
- Torrente Erro
- Torrente Olbicella
- Fiume Orba
165

Per ciascuno di essi si dovr fare riferimento, per gli interventi sulla rete
idrografica e sui versanti, alle norme del Piano Stralcio per lAssetto
Idrogeologico (PAI) di cui alla Legge n183 del 18/05/1989.
In particolare per i primi 6 corsi dacqua di cui allelenco precedente stato
condotto dalla Societ Hydrodata, per conto della Provincia di Savona e con i
finanziamenti di Regione Liguria, uno studio finalizzato alla stesura di carte di
pericolosit assimilabili a quelle ottenute per i corsi dacqua scolanti nel
versante tirrenico (Carta delle Fasce di Inondabilit).
Tali carte costituiscono aggiornamento dell Atlante dei rischi idraulici ed
idrogeologici del Piano Stralcio per lAssetto Idrogeologico adottate dal
Comitato Istituzionale dellAutorit di Bacino del Po nel 2001 e 2002.
Copia delle carte di pericolosit redatte stata inviata ai Comuni ai soli fini di
una valutazione circa la congruit rispetto agli strumenti urbanistici vigenti, ma
non ha carattere disciplinare.
Attualmente il Settore Difesa del Suolo della Provincia di Savona ha redatto gli
studi idraulici relativi ai restanti corsi dacqua dellelenco di cui sopra, ossia
per:

- Torrente Mioglia
- Torrente Erro
- Torrente Olbicella
- Fiume Orba

Gli studi stessi sono ora allesame presso Regione Liguria per la fase di
adozione/approvazione ed in attesa del passaggio di competenze, da cui
deriver la nuova disciplina.
Ad oggi una parte delle pratiche relative alle aste principali dei corsi dacqua
(Fiume Bormida) i cui bacini scolano nel versante padano viene trattato
dallAutorit di Bacino competente tramite lAgenzia Interregionale per il Fiume
PO (A.I.PO.), mentre ai restanti corsi dacqua affluenti dei precedenti(rii
demaniali e rii iscritti negli elenchi delle acque pubbliche) vengono applicate le
norme di cui al R.D. n523/1904.
166
3.1.6 - DEFINIZIONE DELLE FASCE DI INONDABILITA

Nella "Carta delle fasce di inondabilit (Tav.9 degli elaborati di piano del
"Piano di bacino stralcio per il rischio idrogeologico) sono individuate le Fasce
di inondabilit (Aree AIN) articolate nel modo seguente:

Fascia A - pericolosit idraulica molto elevata (Pi3): aree
perifluviali inondabili al verificarsi dellevento di piena con portata al
colmo di piena corrispondente a periodo di ritorno T=50 anni.

Fascia B - pericolosit idraulica media (Pi2): aree perifluviali,
esterne alle precedenti, inondabili al verificarsi dellevento di piena con
portata al colmo di piena corrispondente a periodo di ritorno T=200 anni.

Fascia C - pericolosit idraulica bassa (Pi1): aree perifluviali,
esterne alle precedenti, inondabili al verificarsi dellevento di piena con
portata al colmo di piena corrispondente a periodo di ritorno T=500 anni,
o aree storicamente inondate ove pi ampie, laddove non si siano
verificate modifiche definitive del territorio tali da escludere il ripetersi
dellevento.

Si tratta di un articolazione delle aree perifluviali in fasce che delimitano
porzioni di territorio caratterizzate da uguale rischio di inondazione. Esse
costituiscono un importante elemento conoscitivo delle criticit idrauliche del
corso dacqua e del grado del rischio di inondazione, oltrech, di conseguenza,
un fondamentale strumento di pianificazione.
Lo scopo principale di questa suddivisione quello di individuare porzioni
omogenee di territorio sul quale porre norme e vincoli finalizzati alla
diminuzione o al non aumento del rischio, almeno fino allattuazione di
interventi di messa in sicurezza.
167

3.1.7 - DEFINIZIONE DELLE AREE A DIVERSA SUSCETTIVITA AL DISSESTO

Secondo quanto prescritto dalla normativa dei Piani di Bacino, sono state
redatte carte della suscettivit al dissesto (pericolosit geomorfologica) su una
tavola indicata come Tav.8. Su di esse vengono individuate le aree a diversa
suscettivit al dissesto "Aree SDV, suddivise per classi:

1) Suscettivit al dissesto molto elevata - frana attiva (Pg4):
sono aree in cui sono presenti movimenti di massa in atto. In queste
aree non sono consentiti interventi di nuova edificazione, gli interventi
eccedenti la manutenzione straordinaria (salvi quelli di demolizione
senza ricostruzione e strettamente necessari a ridurre la vulnerabilit
delle opere esistenti e a migliorare la tutele della pubblica incolumit),
linstallazione di manufatti anche non qualificabili come volumi edilizi e
la sistemazione di aree che comportino la permanenza o la sosta di
persone, la posa in opera di tubazioni condotte e similari.

2) Suscettivit al dissesto elevata (Pg3): comprendenti (Pg3a) aree
in cui sono presenti indicatori geomorfologici diretti, quali lesistenza
di frane quiescenti o di segni precursori o premonitori di movimenti
gravitativi, ovvero (Pg3b) aree, in cui sono presenti indicatori indiretti
valutabili dalla combinazione di elementi gravitativi. Nelle Pg3a non
sono consentiti gli interventi di nuova edificazione e gli interventi
eccedenti la ristrutturazione edilizia degli edifici; nelle Pg3b non sono
consentiti interventi di nuova edificazione ed esecuzione di opere ed
infrastrutture fatti salvi gli interventi corredati da indagini di maggior
dettaglio.

3) Suscettivit al dissesto media (Pg2): aree in cui sono presenti
elementi geomorfologici e di uso del suolo, dalla cui valutazione
combinata risulta una propensione al dissesto di grado inferiore a
quella indicata al punto 2);

4) Suscettivit al dissesto bassa (Pg1): aree, in cui sono presenti
elementi geomorfologici e di uso del suolo caratterizzati da una bassa
incidenza sulla instabilit, dalla cui valutazione risulta una
propensione al dissesto di grado inferiore a quella indicata al punto
3);

5) Suscettivit al dissesto molto bassa (Pg0): aree, in cui i processi
geomorfologici e le caratteristiche fisiche dei terreni non costituiscono,
se non occasionalmente, fattori predisponenti al verificarsi di
movimenti di massa.

Per le aree a suscettivit al dissesto media (Pg2), bassa (Pg1) e molto bassa
(Pg0) si demanda ai Comuni, nellambito della normativa geologica di
attuazione degli strumenti urbanistici o in occasione dellapprovazione sotto il
168
profilo urbanistico-edilizio di nuovi interventi insediativi ed infrastrutturali, la
definizione della disciplina specifica di dette aree, attraverso indagini
specifiche, che tengano conto del relativo grado di suscettivit al dissesto. Tali
indagini devono essere volte a definire gli elementi che determinano il livello di
pericolosit, ad individuare le modalit tecnico-esecutive dellintervento,
nonch ad attestare che gli stessi non aggravino le condizioni di stabilit del
versante.


3.1.8 - RISCHIO INERENTE LA PRESENZA DI SBARRAMENTI O DIGHE

Nel Dicembre 2003 il Servizio Protezione Civile della Provincia di Savona ha
portato a termine il "Piano per lindividuazione di scenari di rischio inerenti la
presenza di sbarramenti e dighe sui corsi dacqua della Provincia di Savona. In
questo lavoro sono stati raccolti e successivamente elaborati tutti i dati inerenti
gli sbarramenti e dighe di ritenuta presenti lungo i corsi dacqua della Provincia
di Savona. In particolare si verificato il comportamento dellonda di piena
conseguente allipotetico collasso degli sbarramenti, con valutazione locale dei
tiranti idraulici e dellonda di sommersione che ne deriva.
Il censimento effettuato ha evidenziato la presenza di 24 opere di sbarramento
(inclusi i 2 invasi Incher ed Armella) comprendenti traverse fluviali e dighe in
materiali sciolti, muratura e miste.

169


Si valutato che 10 delle suddette non risultano opere rilevanti ai fini della
protezione civile: in particolare viste le dimensioni ridotte degli invasi , le
caratteristiche geomorfologiche al contorno ed in considerazione dellattuale
inutilizzo di alcune (invaso vuoto), si rileva che tali opere, anche in caso di
improvviso collasso, non presentano problemi di sicurezza per lincolumit
pubblica e/o per le infrastrutture presenti nelle vicinanza delle stesse.
Le 10 dighe in questione sono:

Villa Stampino - Comune di Andora;
Traversa di Casazza - Comune di Cairo Montenotte;
Traversa di Sarsore - Comune di Cairo Montenotte;
Invaso Incher secondario - Comune di Cairo Montenotte;
Sbarramento Armella superiore - Comune di Vendone;
Diga S.Rocco - Comune di Millesimo;
Diga dei Frati - Comune di Albisola Superiore;
Diga Piena - Comune di Rialto;
Diga Cian Cascin - Comune di Vado Ligure;
Diga Lagorara - Comune di Varazze;
170
Le dimensioni delle principali dighe vanno da altezze di 4 metri, come quella di
San Rocco, fino ai 71 metri di quella di Osiglia, la pi grande presente sul
territorio. I bacini dinvaso vengono usati per scopi diversi, da quello irriguo a
quello industriale fino allidroelettrico. E bene ricordare che comunque, ai sensi
dellart. 92, comma 1, lettera p della Legge Regionale 18/99, sono di
competenza della Provincia gli sbarramenti che non superano i 15 metri di
altezza e che determinano un invaso fino ad 1.000.000 mc.
Nel caso specifico le dighe di Osiglia e di Menezzo sono di competenza del
Registro Italiano Dighe (R.I.D.).
In un secondo tempo stato svolto uno studio delle aree che potrebbero
essere allagate da una ipotetica onda di piena conseguente al collasso delle
opere di sbarramento. Le problematiche del fenomeno dipendono in effetti da
numerosi fattori, quali ad esempio la tipologia strutturale dellopera e la
morfologia del terreno. Nel lavoro stato possibile tracciare la perimetrazione
delle aree potenzialmente inondabili a seguito del collasso degli sbarramenti,
cos come stato riportato nella Circolare del Ministero dei LL. PP. 19/04/1995.
Si effettuato il calcolo sulla base delle "Norme in materia di costruzione,
esercizio e vigilanza degli sbarramenti di ritenuta e dei bacini di accumulo di
competenza regionale secondo lultimo aggiornamento del 17/04/2003.
Secondo le stesse lo studio viene esteso al tratto fluviale a valle dello
sbarramento e si prescrive di scegliere un numero adeguato di sezioni, normali
alla direzione del moto, per consentire una corretta descrizione della geometria
dellalveo. Tra queste sono state evidenziate le sezioni particolari che hanno
assunto il ruolo di sezioni di controllo durante il fenomeno della propagazione.
In particolare si valutato il rischio in presenza di insediamenti, attivit e
infrastrutture a valle dello sbarramento per un tratto

L [km] = 2V [ m
3
]/10
4
km/mc

dove V il volume complessivo dellinvaso.

Si calcolata la Portata di crollo :

2 / 3
H L K Qcrollo =

nella quale:
- L [m] la lunghezza dellintero coronamento;
- H [m] laltezza dello sbarramento;
- K un coefficiente che per sbarramenti in muratura e viene assunto pari
a 0.75
Il calcolo successivo dei tiranti idrici nei diversi tratti compresi dalle diverse
sezioni prese in considerazione ha permesso la mappatura delle aree inondate
e lelaborazione cartografica con sistemi GIS.
171



































In figura riportato lesempio della perimetrazione delle aree inondabili per la
traversa di Piana Crixia.

E stato rilevato che nei mesi invernali il variare continuo della morfologia
dellalveo che si verifica a causa del trasporto solido di fondo, dovuto allazione
delle piene naturali, determina un certo grado di indeterminazione nel
tracciamento di tali contorni.

In un recente studio condotto in collaborazione tra Prefettura-U.T.G. di Savona
e Provincia di Savona, stato redatto il Piano di Emergenza Esterno della Diga
di Osiglia che ha portato ad una riperimetrazione qualitativa delle aree
potenzialmente esondabili in caso di improvviso crollo della diga, nonch in
caso di apertura volontaria degli organi di scarico.
E stato altres creato un modello dintervento ad hoc nel caso potessero
verificarsi emergenze come quelle appena menzionate.
172
Il "Piano Provinciale per lindividuazione di scenari di rischio inerenti la
presenza di sbarramenti e dighe sui corsi dacqua della Provincia di Savona fa
parte integrante del Piano Provinciale di Emergenza ed anche se non
materialmente allegato per motivi pratici, reperibile sul sito internet della
Provincia nellarea dedicata alla Protezione Civile.

3.1.9 - NORMATIVA DI RIFERIMENTO PER LA DIFESA DEL SUOLO

Al grave problema della difesa del suolo, uno delle grandi priorit a livello
nazionale, si inteso dare una risposta razionale e organica definendo, con la
legge 18 maggio 1989 n.183 "Norme per il riassetto organizzativo
funzionale della difesa del suolo", le finalit, i soggetti, gli strumenti e le
modalit di azione della pubblica amministrazione.

La difesa del suolo, che si attua nel bacino idrografico inteso come ecosistema
unitario, diventata funzione generale della tutela dell'ambiente uscendo dal
proprio alveo tradizionale e intrecciandosi irreversibilmente con le altre finalit
di legge.

Il piano di bacino configurato dall'art.17 della legge predetta lo strumento
per attuare tale programma ma risulta indubbiamente complesso ed esteso;
pertanto al fine di non indurre, di fronte alle continue emergenze, al ricorso a
misure eccezionali sconnesse dagli indirizzi e dagli obiettivi della pianificazione,
con la legge del 4 dicembre 1993 n.493 si , tra l'altro, inserita la
possibilit di redigere ed approvare i piani per sottobacini o stralci relativi a
settori funzionali, che devono, in ogni caso, costituire " fasi sequenziali ed
interrelate" rispetto alle previsioni del piano definite dalla legge 183/89 e
devono garantire comunque la considerazione sistematica dell'intero bacino,
ponendo misure inibitorie e cautelari in relazione agli aspetti non ancora
compiutamente disciplinati.

Per questo motivo e sull'onda dell'emotivit per gli eventi accaduti in Campania
ed in nome dell'urgenza di fronteggiare il rischio a cui esposto gran parte del
Paese stato emanato un provvedimento noto come D.L.180/98.

Chiaro intendimento del decreto legge 11 giugno 1998 n. 180, convertito,
con modificazioni, nella legge 3 agosto 1998 n.267 "Misure urgenti per la
prevenzione del rischio idrogeologico ed a favore delle zone colpite da disastri
franosi nella regione Campania", modificato dal D.L.132/99, convertito con
modifiche nella L.226/99, quello di dare una accelerazione agli adempimenti
della L.183/89 soprattutto riguardo l'individuazione e perimetrazione delle aree
a rischio idrogeologico (inondazione e frana) disponendo al comma 1 art.1 che
" entro il termine perentorio del 30 giugno 2001, le autorit di bacino di rilievo
nazionale e interregionale e le regioni per i restanti bacini, adottano, ove non
vi sia gi provveduto, piani stralcio di bacino per l'assetto idrogeologico redatti
ai sensi del comma 6-ter dell'art.17 della L.183/89, e successive modificazioni,
che contengono in particolare l'individuazione e la perimetrazione delle aree a
rischio idrogeologico e le relative misure di salvaguardia.
173

Considerato l'elevato grado di rischio idrogeologico a cui esposto il territorio
ligure che, soprattutto nei centri urbani, cresciuti e sviluppatisi in prossimit
dei fiumi e dei piccoli corsi d'acqua, si manifesta puntualmente arrecando
ingenti danni e provocando la perdita di vite umane la Regione Liguria, in
applicazione alla legge 18 maggio 1989,n.183, ha, prima in Italia, emanato
una norma, la legge 28 gennaio 1993 n.9 "Organizzazione regionale della
difesa del suolo in applicazione della legge 18 maggio 1989,n.183", allo scopo
di assicurare, in concorso con gli altri enti territoriali, la difesa del suolo, la
tutela dei corpi idrici, il risanamento e la conservazione delle acque, la fruizione
e la gestione del patrimonio idrico, il tutto visto nell'ambito naturale di
riferimento rappresentato dal bacino idrografico.

La legge regionale 9/93 e la successiva legge regionale n18/99 a parziale
sostituzione della precedente organizzaNO l'attivit di pianificazione nell'ambito
del territorio della Regione Liguria sviluppandola su tre livelli: regionale,
interregionale e nazionale:

1. Regionale (per bacini scolanti nel versante tirrenico circa 3123 kmq)
La legge regionale 9/93 e sue modificazioni ed integrazioni successive
(L.R. 18/99) indicano nella Regione e nelle Province, attraverso l'Autorit
di Bacino Regionale, i soggetti fondamentali nella procedura di
formazione dei piani di bacino e nella successiva fase di progettazione ed
attuazione degli interventi. In particolare le province operano sul piano
dell'attuazione, sia attraverso la materiale realizzazione del documento di
piano, che attraverso la applicazione degli indirizzi emersi da tale
documento che si concretizzeranno sostanzialmente in interventi di tipo
strutturale di tipo normativo e pianificatorio. La Regione fornisce indirizzi
nonch supporto tecnico e finanziario per la pianificazione.

2. Interregionale(bacino-Fiume-Magra)
Il territorio ligure compreso nel bacino idrografico del fiume Magra (circa
737 kmq dei 1683 Kmq totali) ricade nel comprensorio di competenza
dell'Autorit di Bacino Interregionale del fiume Magra. Tale Autorit, sulla
base delle principali criticit rilevate, ha predisposto, ai sensi dell'art. 12
del D.L. 398/93, la prioritaria redazione di un piano stralcio riguardante
la valutazione delle aree inondabili nel bacino del fiume Magra e le
relative proposte operative.

3. Nazionale (aree scolanti nel bacino del Fiume Po 1556 kmq)
Una cospicua parte di territorio delle province di Genova e Savona ricade
nell'ambito del bacino di rilievo nazionale del fiume Po e risulta quindi
soggetta alla pianificazione redatta dall'Autorit di Bacino del fiume Po.

174


3.2 - RISCHIO SICCITA'

I caratteri climatici e territoriali della Provincia di Savona configurano, nel
complesso, risorse idriche piuttosto abbondanti, la cui gestione, basata su una
pluralit di fonti di approvvigionamento, risulta adeguata alle necessit e
garantisce sufficienti margini di sicurezza.
Non possono tuttavia escludersi situazioni di crisi conseguenti sia ad incidenti
(quali inquinamento, disfunzioni o rotture negli impianti) spesso dovuti ad
avversit atmosferiche o eventi calamitosi (gelo, frane, alluvioni), sia a periodi
siccitosi particolarmente prolungati.
Levento del primo tipo si verifica generalmente in modo improvviso e
imprevisto; va quindi affrontato attivando sul momento gli interventi e i
provvedimenti necessari, in rapporto allo scenario venuto a crearsi; va anche
tenuto presente che in queste evenienze il disservizio di solito circoscritto o
comunque non si estende allintera area rifornita dallacquedotto danneggiato.
La seconda condizione si sviluppa invece progressivamente, di norma nellarco
di alcuni mesi, durante i quali non si verificano precipitazioni significative. In
questo caso la situazione pi controllabile ed i disagi potrebbero essere
ridotti se viene adottato un monitoraggio delle risorse e una programmazione
di iniziative per la riduzione dei consumi, graduandole in relazione al progredire
degli eventi.

Lo stralcio del Piano Provinciale di Emergenza avente per titolo "PIANO
PROVINCIALE PER IL SUPERAMENTO DI SITUAZIONI DI EMERGENZA IDRICA"
ha permesso lindividuazione dei fattori a cui attribuire la causa, o le concause,
scatenanti situazioni di emergenza idrica.
Tali fattori possono essere schematicamente suddivisi come segue:
Fattori climatico-meteorologici quali prolungati periodi con scarse
precipitazioni; ma anche eventi alluvionali e gelo.
Fattori calamitosi quali frane, terremoti.
175
Fattori tecnici e antropici quali disfunzioni, perdite o rotture degli
impianti di adduzione, distribuzione, e raccolta; fluttuazioni stagionali
del numero di abitanti.

Attraverso linterpretazione dei dati dintervento forniti dai Vigili del Fuoco di
Savona, dagli Enti Gestori gli acquedotti, dallATO (AMBITO TERRITORIALE
OTTIMALE) e dallARPAL "Sezione Idrografica di Genova (ex Servizio
Idrografico), stato possibile, oltre che individuare i fattori sopra elencati,
anche arrivare a stabilire quanto essi gravino sul rischio idrico delle diverse
realt comunali presenti sul territorio della Provincia.
Lidea di questo stralcio di piano stato pertanto quello di dare unidea globale
delle differenti situazioni ai fini di determinare le zone che presentano
maggiore rischio di subire situazioni di emergenza idrica.

Per quanto riguarda lentit dei consumi si rimanda il lettore direttamente al
"Piano per il superamento dellemergenza idrica. In questo paragrafo ci si
limita semplicemente ad alcune considerazioni.

La pioggia, oltre ad essere uno dei parametri meteorologici pi importanti per
la caratterizzazione climatica di unarea, uno dei parametri fondamentali per
la classificazione del rischio siccit. In particolare, ai fini di una classificazione
climatica, risulta utile conoscere quale sia il regime delle precipitazioni nellarco
dellanno, definito dalla distribuzione delle precipitazioni fra i vari mesi (medie
mensili dei diversi anni appartenenti allintervallo considerato).

Si rimanda al paragrafo 3.1.1. del presente lavoro per una valutazione
qualitativa dei dati di precipitazione relativi ai diversi periodi di rilevamento.

Si ricorda solamente che, relativamente alle stazioni pluviometriche, alcune di
esse sono state installate a partire dallanno 1921 ed altre molto pi recenti;
pertanto la raccolta dei dati non stata continua nellambito di una stessa
stazione; inoltre non stato possibile reperire i dati relativi al periodo 1951-
1970 e agli anni 1988,1989,1990,1991,1992, in quanto non disponibili presso
la Sezione Idrografica di Genova.


Si riporta nella seguente figura la dislocazione delle stazioni pluviometriche
allinterno del territoriio della Provincia di Savona. I dati forniti da tali stazioni
pluviometriche sono stati utilizzati per lanalisi che hanno portato a
determinare landamento dei grafici di cui al paragrafo 3.1.1.









176




COLLOCAZIONE DELLE STAZIONI PLUVIOMETRICHE
UTILIZZATE PER LANALISI



























- INTERVENTI DI RIFORNIMENTO IDRICO

I dati relativi a questa tematica sono stati forniti dai Vigili del Fuoco di Savona
e riguardano gli interventi di rifornimento idrico effettuati dalla Stazione
Centrale di Savona e dalle altre Stazioni presenti sul territorio della Provincia
negli anni 1999, 2000, 2001. Iquesti dati, seppur non esaustivi della
situiazione complessiva degli ultimi anni, vengono riportati al fine di fornire una
conoscenza quantomeno qualitativa del fenomeno.

In particolare gli interventi di approvvigionamento si concentrano nel mese di
agosto. I Comuni maggiormente interessati sono: Dego, Stella, Sassello, Orco
Feglino, Testico, Cairo M.tte e subordinatamente Laigueglia, Mioglia, Vendone,
Borghetto S.S., Arnasco , Garlenda e Varazze.
Tenendo presente che il regime delle precipitazioni, nelle nostre regioni,
caratterizzato da periodi estivi scarsamente piovosi, si pu ritenere che sia
177
questo il motivo dei numerosi interventi durante il mese di agosto e i mesi
estivi.

- ACCERTAMENTO DELLE CAUSE DEGLI INTERVENTI

Le scarse precipitazioni sono sicuramente la causa principale del disagio, ma
non possono essere trascurate componenti secondarie che ne hanno
accentuato gli effetti.
Per accertare quali siano state le effettive cause che hanno reso necessario
lintervento da parte dei Vigili del Fuoco, si proceduto alla richiesta di
informazioni presso i diversi comuni interessati.
Per quanto riguarda il Comune di Dego la motivazione fondamentale del
disagio da attribuirsi alla siccit, ovvero alla effettiva mancanza di acqua
nelle sorgenti che riforniscono lacquedotto. A questo fattore v inoltre ad
aggiungersi la componente relativa al cattivo stato in cui si trovano le tubature
e le gravi perdite che interessano lintero apparato di distribuzione.
Anche relativamente al Comune di Stella la causa fondamentale legata alla
mancanza di precipitazioni per periodi di tempo piuttosto lunghi.
LAmministrazione Comunale stessa mediante lEnte gestore dellacquedotto
(rappresentato dalla Societ ECOEDIL) ha sostituito negli ultimi anni la
sorgente da cui viene prelevata acqua potabile. Tale provvedimento inoltre
potrebbe non essere sufficiente se si protraggono a lungo i periodi di scarse
precipitazioni. Il comune stesso ha provveduto a predisporre un "Piano di
razionamento e distribuzione acqua potabile emergenza idrica estiva allo
scopo di garantire una quantit minima di acqua pro-capite di circa 100 litri al
giorno, e che prevede una ridistribuzione delle forniture mediante apporto
esterno temporaneo.
Anche la situazione del Comune di Sassello non delle pi favorevoli in
quanto scarseggia il numero delle sorgenti da cui attingere acqua potabile. In
particolare il problema interessa le frazioni di Palo e Chiappuzzo. Se si dovesse
andare incontro ad un periodo di scarse precipitazioni saranno sicuramente
necessari interventi di rifornimento di acqua potabile.
Il Comune di Orco Feglino presenta uneffettiva possibilit che si presenti tale
situazione di emergenza. I fattori che la determinano sono duplici: sia periodi
di siccit, sia il maggior consumo durante i periodo estivo causato dallaumento
della popolazione e dai maggiori consumi a scopo irriguo.
Sul territorio del Comune di Testico non scarseggiano le sorgenti, neppure nei
mesi estivi. I disagi sono dovuti, anche in questo caso, al cattivo stato in cui si
trova lacquedotto e le strutture ad esso collegate. Secondo quanto riferisce il
Comune basta un piccolo problema tecnico per creare gravi disagi a tutta la
popolazione. Questo avviene quasi sempre in corrispondenza dei periodi estivi
quando aumenta la popolazione ed i consumi.
Per quanto riguarda il Comune di Cairo Montenotte lUfficio Tecnico ha
segnalato che gli interventi hanno interessato le frazioni di Praellera e Bellini in
cui sono presenti falde caratterizzate da brevi periodi di autonomia in assenza
di precipitazioni. Si tratta di piccoli nuclei abitati in cui collocato anche un
centro per anziani (presso Praellera). In caso di periodi prolungati con assenza
di precipitazioni queste zone del Comune potrebbero trovarsi in situazione di
disagio.
178
Sono stati contattati anche i Comuni interessati da sporadici interventi di
rifornimento idrico:
Il Comune di Laigueglia, secondo quanto segnalato dallAmministrazione, non
si mai trovato in situazioni di emergenza idrica dovuta a siccit. Gli interventi
di rifornimento sono stati necessari a scopo preventivo, poich, in seguito ad
abbondanti precipitazioni, il livello delle sorgenti si alzato improvvisamente e
si temuto per la qualit dellacqua potabile. Il comune ne ha sospeso lutilizzo
fino a che non sono state disponibili le analisi, da cui risultato che lacqua era
idonea al consumo umano.
La situazione di disagio che ha interessato gli abitanti del Comune di Mioglia,
secondo quanto stato riportato direttamente dal Comune, non dovuta al
fenomeno siccit, ma a motivi prettamente tecnici. Anche in questo caso molti
tratti delle tubature risultano vecchi e caratterizzati da ingenti perdite. Inoltre,
durante i mesi estivi, si ha un drastico aumento della popolazione con aumento
dei consumi, ed inevitabilmente i vecchi impianti non riescono a soddisfare il
fabbisogno della popolazione.
Il servizio acquedotto del Comune di Borghetto S.S. indica una situazione
piuttosto difficile poich lacqua potabile fornita da pozzi collocati lungo
largine del Varatella, e quindi molto vulnerabili in caso di periodi con scarse
precipitazioni, ancor pi se successivi a inverni poco piovosi e nevosi. Inoltre la
popolazione soggetta a forti aumenti, non soltanto nei mesi estivi ma anche
durante il periodo invernale. Si tenga conto che, sebbene siano 6000 gli
abitanti residenti, durante il periodo invernale si arriva a 10000-12000 abitanti,
mentre nel periodo estivo si ha un incremento fino a 50-60000 unit.
Lintervento di rifornimento nel Comune di Castelbianco stato necessario
poich lacqua non risultava potabile secondo le analisi ASL effettuate in
concomitanza con un periodo in cui il livello delle vasche di raccolta si trovava
al disotto del livello medio. Il Comune ha comunicato che, potenzialmente, in
corrispondenza di lunghi periodi con scarse precipitazioni, il Comune stesso
potrebbe trovarsi facilmente in situazioni di emergenza.
Lintervento segnalato nel Comune di Calice Ligure stato necessario a causa
di una momentanea sospensione dellacqua per motivi tecnici, in quanto erano
in opera lavori di risanamento dellimpianto dellacquedotto atti a risanare
lintera struttura e ridurre notevolmente le perdite. Esiste pur sempre la
possibilit che il comune si ritrovi in condizione di carenza di acqua potabile a
causa di un aumento della popolazione previsto in base al nuovo piano edilizio.
Il territorio del Comune di Vendone caratterizzato da abbondanti sorgenti.
Nonostante tale caratteristica si trovato in condizioni di emergenza idrica a
causa del pessimo stato del sistema di condotte, che come in altri Comuni, non
adeguato ad affrontare situazioni di maggior consumo, coincidenti con la
stagione estiva.
Lintervento effettuato nel Comune di Garlenda rappresenta un caso
eccezionale, poich non si sono mai verificate situazioni di emergenza idrica.
LAmministrazione comunale ritiene si fosse trattato di una situazione che ha
interessato pochi abitanti, probabilmente una frazione isolata. In realt si
tratta di un Comune con grande abbondanza di acqua ad uso potabile.
Per quanto riguarda il Comune di Varazze, lintervento ha interessato la sola
zona dei Piani dInvrea. In generale non si sono verificate situazioni di
179
emergenza idrica di grande entit, fatta eccezione che per lanno 1990, in cui
si verificata una grave carenza.
Il Comune di Arnasco rappresenta un caso eccezionale, poich i disagi alla
popolazione si sono verificati nel mese di dicembre. La causa principale risiede
in fattori tecnici e in parte legato alla siccit. In particolare il Comune ha
informato sulla ridotta capienza delle vasche dellacquedotto stesso, che erano
state progettate per soddisfare i consumi di un numero di abitanti inferiore
rispetto allattuale. Inoltre si tratta di impianti piuttosto vecchi, non adatti a
sopportare temperature rigide e caratterizzati da tubature con ingenti perdite.
Come si deduce dalle informazioni raccolte, le cause che hanno reso necessari
interventi di rifornimento sono di diversa natura, ma in primo luogo si ha
leffettiva mancanza di acqua dovuta a scarse precipitazioni in concomitanza
con un territorio caratterizzato da sorgenti poco numerose o effimere. Altri due
fattori di rilevante importanza sono: laumento dei consumi durante i mesi
estivi, le rilevanti perdite dovute al cattivo stato di manutenzione degli impianti
nonch i guasti delle strutture.













180
3.3 - RISCHIO INCENDI BOSCHIVI

3.3.1 - IL PATRIMONIO FORESTALE

La copertura boschiva attuale della Provincia di Savona il risultato di un
processo millenario cui hanno partecipato numerosi fattori. Quelli ecologici
(climatici, orografici, geomorfologici, geologici, pedologici, ecc.) hanno avuto
ed hanno tuttora un ruolo fondamentale nel determinare le modalit di
diffusione delle comunit vegetali sul territorio. Tuttavia il fattore principale,
che ha prodotto nel territorio trasformazioni profonde, al punto da sovvertire
completamente il paesaggio e plasmare sostanzialmente tutte le fitocenosi
forestali evolutesi nei millenni, senza dubbio luomo.
La copertura vegetale della Provincia in larghissima parte di tipo boschivo,
tanto che il 70% del territorio ne risulta ricoperto. Savona, assieme a La
Spezia, la Provincia italiana pi boscata, e la Liguria risulta essere la Regione
con il coefficiente di boscosit pi elevato.
Se indubbia la ricchezza del patrimonio forestale, non si deve dimenticare la
qualit dei boschi, che nella maggior parte dei casi, sono poveri se non
addirittura degradati. Le fustaie rappresentano solo il 14% della superficie
boscata, i cedui composti il 22%, la restante parte occupata da cedui
semplici o matricinati.
Le variazioni climatiche unite alle variabili morfopedologiche e allopera
delluomo danno origine a tanti differenti ambienti e determinano formazioni
vegetali diverse. Il territorio della Provincia pu essere distinto in due versanti,
uno mediterraneo ed uno padano. Il clima del versante tirrenico tipicamente
mediterraneo, con picchi di piovosit autunnali e primaverili, intervallati da
lunghi periodi siccitosi. Sul versante padano il clima notevolmente pi
piovoso e freddo rispetto alla costa. Non sono praticamente presenti periodi
siccitosi e le precipitazioni, sia piovose sia nevose, risentono di un forte
influsso marino. La zona costiera presenta un rapporto boschi-territorio pari al
55%, mentre la parte interna risulta pi boscata, con un coefficiente di
boscosit del 70%.
Partendo dalle quote inferiori della fascia costiera e salendo progressivamente
di quota si trovano dapprima le condizioni ecologiche per la diffusione delle
leccete, che infatti un tempo erano presenti un po ovunque lungo il litorale.
Sempre alla stessa quota molti terreni non occupati dallagricoltura, dove
incendi, tagli sconsiderati o degradazioni di varia natura avevano compromesso
la copertura arborea, luomo intervenuto con rimboschimenti preferendo
nella maggior parte dei casi, le conifere. Perci si possono incontrare il pino
marittimo ed il pino nero, mentre il pino dAleppo presente in misura minore.
Si stimano oggi pi di 2500 ettari di pino marittimo puri, quasi tutti lungo la
zona costiera. Ai boschi detti "puri vanno aggiunti circa 1350 ettari di boschi
misti di conifere. Salendo di quota si trovano boschi di querce caducifoglie. In
particolare si tratta di roverella, cerro e rovere (per le quote pi alte). Nelle
formazioni miste sono presenti anche il carpino nero e lorniello.
Notevole diffusione ha poi il castagno, la specie di gran lunga pi
rappresentata nella Provincia di Savona. I castagneti sono la testimonianza
della passata capillare presenza umana sul territorio ; oggi per molti di questi
181
boschi versano in condizioni di degrado perch abbandonati a seguito dello
spopolamento delle aree montane.
Salendo di quota si passa al pioppo ed alla betulla, specie tipicamente
colonizzatrici. Infine alle quote superiori si osserva lingresso del pino silvestre
fino ad arrivare al piano del faggio.
Tra i boschi di particolare pregio si ricordano:

La foresta demaniale della Deiva (Comune di Sassello)
Riserva naturalistica dellAdelasia (Comune di Cairo Montenotte)
La lecceta di Bric Vaderno (Comune di Cairo Montenotte)
I boschi di Piana Crixia (Comune di Piana Crixia)
La foresta demaniale della Barbottina (Comune di Calizzano)
La foresta demaniale di Cadibona (Comune di Savona)
I boschi di Monte Alto (Comune di Mallare)
La pineta di pino dAleppo di Colla Micheri (tra il Comuni di Laigueglia e
Andora)
La sughereta di Bergeggi (Comune di Bergeggi)

3.3.2 - CLASSIFICAZIONE DEGLI INCENDI

Per incendio boschivo si intende un fuoco con suscettivit a espandersi su aree
boscate, cespugliate o erborate, comprese eventuali strutture e infrastrutture
antropizzate poste allinterno delle predette aree, oppure su terreni coltivati o
incolti e pascoli limitrofi a dette aree (art. 2 della L.353/2000, legge-quadro in
materia di incendi boschivi). Larea su cui agisce questa tipologia di incendio
il bosco: " un terreno coperto da vegetazione forestale arborea e/o arbustiva,
di origine naturale o artificiale, in qualsiasi stadio di sviluppo nonch il terreno
temporaneamente privo della preesistente vegetazione forestale arborea e/o
arbustiva per cause naturali o per interventi delluomo (art. 2, L.4/1999).
Lincendio di bosco un processo rapidissimo di decomposizione che avviene
solo in presenza del combustibile, quale il materiale vegetale, dellossigeno, e
di una piccola quantit di calore ad alto potenziale, che determina lo sviluppo a
catena del processo stesso. Lo scoppio di un incendio ha quindi una causa
scatenante, la scintilla, ed una situazione predisponente il fenomeno,
rappresentata dallaridit pi o meno accentuata del suolo e della vegetazione.
La gravit del fenomeno investe il bosco in tutte le sue molteplici funzioni,
procurando danni diretti ed indiretti. I primi sono rappresentati dal valore della
massa legnosa; i secondi sono connessi alle funzioni senza prezzo che essa
esercita, quali la difesa idrogeologica, la produzione di ossigeno, la
conservazione naturalistica , il richiamo turistico, le possibilit di lavoro per
numerose categorie.
Classificare tipologicamente gli incendi di bosco non cosa semplice, in quanto
esistono diverse situazioni intermedie che difficilmente possono ricadere con
certezza in un caso piuttosto che in un altro. Inoltre a seconda del fattore
portante, si possono utilizzare diverse metodologie di classificazione: tipo di
bosco o tipo di combustibile, fattori che favoriscono la propagazione, lintensit
del fuoco, il comportamento del fronte di fiamma.
Si parla di "superfici percorse dal fuoco e non di "boschi bruciati. Tale
terminologia dobbligo tra i tecnici del settore per non incorrere in
182
fraintendimenti; non necessariamente infatti il fuoco "distrugge il bosco, ma
spesso lascia solo scottature sui fusti degli alberi.
Per quanto riguarda lestensione, si pu definire "incendio di piccole
dimensioni ogni evento la cui superficie sia al di sotto dei 100 mq. Il limite
minimo di superficie percorsa, necessario per prendere in considerazione
lincendio di piccola dimensione, funzione delle caratteristiche dellevento e
nel rispetto della definizione dellart.2 della legge 353/2000.
Secondo il "Piano Regionale di Previsione, Prevenzione e Lotta Attiva contro gli
Incendi Boschivi pubblicato dalla Regione Liguria nel 2003 si riporta la
classificazione seguita da Calabri, basata su quella americana di Brown e Davis
(1973), che suddivide gli incendi in tre gruppi:

INCENDIO SOTTERRANEO
E un tipo di incendio che si sviluppa nel suolo; caratterizzato
dallassenza di fiamma vivace avanza lentamente nella materia organica
in decomposizione o lungo gli apparati radicali della vegetazione.
Lintensit dei focolai risulta minima e la modalit di propagazione
diversa a seconda del tipo di combustibile presente nel suolo e del suo
grado di porosit e di umidit. Pu essere superficiale (se il combustibile
rappresentato dalla parte profonda della lettiera) o profondo (se il
combustibile rappresentato da apparati radicali o strati torbosi).
E il caso pi raro ma non infrequente; nonostante proceda pi
lentamente e apparentemente non sembri pericoloso, in realt letale
per gli alberi, che vengono scottati a morte a livello dellapparato
radicale.

INCENDIO RADENTE
In questo caso i combustibili sono quelli al suolo, sia di superficie
(lettiera e strato erbaceo), sia di transizione tra questi e quelli aerei
(cespugli e arbusti pi bassi). E una tipologia estremamente frequente
negli incendi boschivi. A seconda del tipo di vegetazione che interessano
e delle caratteristiche comportamentali del fuoco, si individuano tre
tipologie.
Incendio di lettiera: il fronte di fiamma si propaga nella parte
superficiale e meno compatta della lettiera, rappresentata da foglie
morte, frammenti di corteccia, rami giacenti sul suolo di piccole e medie
dimensioni. In generale sono le foglie quelle che per prime si accendono
e perci risultano essere alla base della propagazione veloce. Laltezza
della fiamma generalmente entro il metro e la velocit di propagazione
dei fronti radenti di lettiera solitamente contenuta ma in situazioni di
forte vento e di popolamenti di latifoglie nel periodo invernale si possono
riscontrare valori superiori (20-30 metri al minuto).
Incendio di strato erbaceo: il fuoco si propaga nello strato erbaceo con
combustione parziale o totale nelle parti epigee delle specie erbacee
presenti. In genere presenta un velocit di propagazione superiore a
quella dei fronti di lettiera. Quando si considerano gli strati erbacei come
combustibili importante valutare il loro stadio vegetativo, che
determina il contenuto dacqua e quindi la velocit di combustione. Sulla
183
base di questo si pu affermare che tanto maggiore il tenore idrico
delle piante, tanto minore sar lintensit del fronte.
Incendio di sottobosco arbustivo, macchia e cespuglietto: il fuoco si
propaga tra i cespugli che compongono lo strato arbustivo interessando
la loro parte fogliare ed i rami di diametro minore. In generale sullarco
alpino, questi incendi si presentano nel periodo invernale, cio quando i
cespugliati (roveti, rosai) sono in riposo vegetativo e mantengono
ancora parte del loro fogliame secco ed appassito e le specie
sempreverdi risultano pi disidratate e quindi pi predisposte a bruciare.
La macchia si presenta in due aspetti: bassa macchia e alta macchia.
Nel secondo caso si pu avere levoluzione in incendio di chioma. La
velocit di propagazione pu raggiungere in media i 70 m/min.

INCENDIO DI CHIOMA
Il fuoco interessa le chiome delle specie arboree, sia singolarmente che
gruppi di alberi. Tra i fattori condizionanti levoluzione del fuoco in
chioma sono fondamentali il contenuto di sostanze ad elevato potere
calorico, come le resine e gli oli essenziali, nonch il contenuto in acqua
della parte fogliare dei combustibili aerei e di superficie. In base alle
modalit di avanzamento del fronte si possono distinguere tre tipologie.
Incendio passivo o dipendente: il fuoco nelle chiome dipende
dallavanzamento del fronte radente, sia per ci che riguarda la sua
genesi sia per la sua stessa propagazione. In genere si manifesta con
reazioni esplosive isolate (torcing).
Incendio attivo: idealmente collocabile tra il fuoco di chioma passivo e
quello indipendente. Mentre nellincendio passivo la propagazione della
combustione nelle chiome dipende totalmente dal fronte radente , qui
lenergia necessaria alla propagazione fornita in buona parte dalle
chiome; ma per rendere tale propagazione indipendente si necessita in
realt del fronte di superficie. Laltezza delle fiamme notevole e si
aggira intorno ai 20 metri.
Incendio indipendente: il fuoco si sviluppa da chioma a chioma,
rimanendo totalmente svincolato dal fuoco radente. E in questi casi che
in zone anche discretamente avanzate rispetto alla testa dellincendio, si
possono avere liberazioni di gas volatili dai combustibili e la
conseguente accensione quasi esplosiva delle chiome. Rispetto a
precedenti questo il fenomeno pi pericoloso per gli addetti
antincendio operanti sul sinistro. Rispetto ai precedenti presenta velocit
di propagazione superiori.

La maggior parte degli incendi che si verificano nella Provincia di Savona, ed in
particolare quelli nella parte interna, sono di tipo radente. Questo vale
soprattutto per gli incendi invernali nei boschi di caducifoglie, ma anche negli
altri casi spesso, fortunatamente, le condizioni predisponesti non sono tali da
fare arrivare il fuoco alle chiome degli alberi. Eccezionalmente si possono avere
incendi di chioma nelle pinete o nelle formazioni di macchia alta, che sono pi
diffuse sul versante marittimo della Provincia di Savona.
184
Per meglio studiare e governare il fenomeno dellincendio boschivo stato
redatto, dalla Provincia di Savona, un "Manuale per Corsi di II Livello sulle
Procedure Antincendio Boschivo; si riportano alcune definizioni che in esso
compaiono.

In particolare:

PRINCIPIO DI INCENDIO: fuoco di vegetazione non confinata per il quale
un valutatore qualificato giunto sul posto decide che viste le sue ridotte
dimensioni, le condizioni meteorologiche ed orografiche, le caratteristiche
della vegetazione, laccessibilit di altri eventuali mezzi di soccorso, ne
possibile lestinzione da parte della unit di intervento con cui egli
arrivato.
INCENDIO BOSCHIVO CONCLAMATO: fuoco di vegetazione boschiva che
si diffonde sul territorio strutturato in fronti ed ha potenzialit di evolvere
in situazioni che hanno caratteristiche diverse da quelle iniziali. Le sue
caratteristiche sono quindi la diffusibilit e la dinamicit (= evolutivit)
INCENDIO TERRITORIALE: fuoco di vegetazione che si diffonde su parti
del territorio non confinate dove sia presente vegetazione per la quale
non sia applicabile la definizione di incendio boschivo in forza delle
vigenti leggi. Sono: oliveto, frutteto, castagneto da frutto, vigneto,
canneto, incolto, prato, pascolo ecc. non limitrofi ad aree boscate e dai
quali le fiamme non abbiano la potenzialit ad estendesi su aree boscate.
INCENDIO DI INTERFACCIA: fuoco di vegetazione che si diffonde o pu
diffondersi su linee, superfici o zone ove costruzioni o altre strutture
create dalluomo si incontrano o si compenetrano con aree vegetate
creando condizioni di pericolosit particolari.
185
Listogramma che segue riporta, a titolo indicativo, una serie di dati raccolti dal
Corpo Forestale dello Stato in relazione agli incendi boschivi della Provincia di
Savona tra il 1976 ed il 1994.

0
5
10
15
20
25
30
35
40
45
numero incendi
1
mesi
gen
feb
mar
apr
mag
giu
lug
ago
set
ott
nov
dic


Come si pu osservare sullistogramma, il periodo di elevata pericolosit non
limitato allestate, come per le aree mediterranee, o allinverno, come per le
aree prealpine, ma eccezionalmente esteso ad entrambi. Pertanto durante
tutto lanno, con solo una breve sosta primaverile, il territorio provinciale viene
colpito dagli incendi.


3.3.3 - PRINCIPALI CAUSE DI INCENDIO

Gli incendi sono causati da fattori che vengono chiamati determinanti. Tali
fattori sono per la quasi totalit dei casi da ricondursi alluomo o alle attivit ad
esso connesse. Lincuria e la disattenzione sono spesso allorigine di focolai
(cause involontarie), ma molto pi spesso la fonte di innesco risiede nella
precisa intenzione di dar fuoco (cause volontarie).
Tuttavia assai arduo determinare con certezza le cause di un incendio
boschivo ed in moltissimi casi si rimane nel campo del dubbio. La statistica
delle cause purtroppo molto meno completa di quella dei sinistri e per questo
motivo la questione delle cause non pu essere chiarita con dati certi e
documentati e richiede una analisi profonda e molto allargata delle possibili
motivazioni degli incendiari, per conoscere lorigine del fenomeno.
Tra le cause determinanti non sono inoltre da sottovalutare fattori non
direttamente legati ad azioni pericolose o sconsiderate ma comunque sempre
collegati ad attivit ed infrastrutture di origine antropica. Infatti di frequente
sono annotati nelle statistiche casi di incendi boschivi originati da linee
elettriche o dalle scintille provocate dai freni lungo le linee ferroviarie.
A fronte di un fattore scatenante si pu originare un incendio se sussistono
condizioni che vengono chiamate predisponenti. Queste sono legate a tutti quei
fattori ambientali che condizionano pi o meno in larga misura levolversi ed il
propagarsi di un incendio e che influenzano perci il comportamento del fuoco.
Secondo Countryman 1972, lo sviluppo e la propagazione di un incendio
boschivo influenzato da tre classi di variabili interagenti:
186

1) COMBUSTIBILI: si intende qualunque tipo di vegetazione (viva o morta,
aerea o superficiale o sotterranea) quale fonte di energia per il fuoco. In
pratica si tratta dei fattori vegetazionali, di cui il processo di
combustione si alimenta. Tale materiale, soprattutto nelle fasi iniziali di
sviluppo dellincendio, prevalentemente costituito da necromassa, cio
da rametti, lettiera e in generale da vegetali morti o parti di essi presenti
nel sottobosco. La vegetazione vivente subisce lincendio, ma non
sempre prende parte attivamente al suo sviluppo. Per i combustibili
importante considerare la quantit, la qualit e la disposizione spaziale.

2) TOPOGRAFIA: comprende linclinazione, laltezza, lesposizione del
terreno e come questi elementi risultano tra di loro configurati. La
topografia determina sugli incendi effetti diretti ed indiretti. Nel primo
caso si considerino per esempio le fiamme di un fuoco che brucia in
pendenza, esse producono un preriscaldamento verso i combustibili che
stanno a monte maggiore rispetto ad un fuoco analogo su terreno
pianeggiante, e come conseguenza il fronte avanzer pi velocemente;
nel caso invece di fronti di fiamma discendenti, la velocit di
propagazione sar minore ma il tempo di residenza, cio il tempo
durante il quale la combustione permane in un certo punto, sar
maggiore, con possibili ulteriori conseguenze negative sul suolo e sulla
vegetazione. Per quanto riguarda gli effetti indiretti, si pensi ad esempio
allesposizione, che comporta situazioni di maggiore o minore secchezza
dei combustibili e quindi si modifica la predisposizione agli incendi.

3) FATTORI METEOROLOGICI: sono quelle componenti come la
temperatura dellaria, lumidit relativa, la direzione e la velocit del
vento, lintensit e la durata delle precipitazioni, la copertura del cielo, la
pressione ecc. Questi agiscono come cause predisponenti, secondo due
principali modalit: la prima modificando il contenuto idrico del materiale
combustibile (necromassa), la seconda favorendo fisicamente, mediante
il vento, la diffusione dellincendio. Il vento infatti oltre a favorire il
disseccamento dei combustibili, produce unazione simile a quella della
pendenza, aumentando il preriscaldamento dei vegetali, posti davanti al
fronte di fiamma che avanza. Landamento stagionale degli incendi nella
Provincia di Savona, con un picco invernale ed uno estivo, fondamen-
talmente legato a contingenze meteorologiche delle stagioni, combinato
con lo stato vegetativo dei boschi.Le scarse precipitazioni dei mesi di
gennaio e febbraio unite alle condizioni di secchezza della vegetazione
dovuta al riposo vegetativo, determinano un periodo di pericolo di
incendio nei mesi invernali. Daltra parte laridit estiva che si verifica sul
versante marittimo savonese, insieme alla secchezza diffusa della
vegetazione mediterranea in agosto e settembre, mette in condizioni di
pericolo elevato i boschi di questa parte della Provincia, che in definitiva
sono di gran lunga pi colpiti di quelli del versante padano.

187
A seconda di come si combinano i vari fattori predisponenti descritti, il fuoco
pu propagarsi diversamente assumendo un comportamento particolare in ogni
situazione. La casistica delle combinazioni nel tempo e nello spazio
praticamente infinita e questo spiega la grande variabilit e imprevedibilit del
fenomeno degli incendi boschivi.


Incendi 1987-2001 frequenze relative per cause di
innesco
72%
19%
1%
8%
volontarie
involontarie
naturali
non classificate



Il grafico rappresenta i risultati di una indagine condotta dal Corpo Forestale
dello Stato per la Regione Liguria e conclusasi nel 2002. Se fuori dubbio che
il fattore climatico e landamento stagionale abbiano una notevole influenza nel
creare le condizioni favorevoli allo sviluppo ed alla propagazione degli incendi
boschivi, e nel caso dei fulmini, anche nel determinarli direttamente,
generalmente la causa determinante di origine antropica. Lautocombustione,
sovente citata a sproposito, da ritenersi una giustificazione quanto mai
semplicistica ed erronea, in quanto nei nostri climi, non si verifica che in casi
del tutto eccezionali e al pi limitata ai soli fienili o discariche.
Inoltre la causa degli incendi boschivi va ricercata anche nellalto grado di
depauperamento e di forte spopolamento delle zone di alta collina e della
montagna. Un simile evento ha determinato nel tempo labbandono di tutte
quelle pratiche agronomiche e selvicolturali che di contro in passato venivano
effettuate nelle campagne e nei boschi, con il risultato di rendere il bosco meno
soggetto al fuoco. I diradamenti, le ripuliture, il pascolo disciplinato, eventuali
colture ed in alcuni casi anche il fuoco controllato, facevano si che il sottobosco
non fornisse esca e nel contempo, la presenza attiva dellagricoltore e del
pastore erano garanzia e sicurezza per un rapido intervento anche qualora
lincendio scoppiasse. Cos anche quando gli agricoltori, involontariamente
potevano essere la causa dellincendio, essi stessi provvedevano a spegnerlo
direttamente; ci era possibile grazie alla cospicua presenza demografica nelle
zone di campagna, oggi di contro fortemente diminuita ed invecchiata. La
situazione quindi molto cambiata, tanto che le operazioni selvicolturali
tradizionali sono molto trascurate; le pratiche agronomiche e pastorali, nelle
quali si fa uso anche del fuoco, oggi assumono, per i boschi limitrofi ai campi
188
ed ai pascoli, un pericolo costante, poich lesodo da tali zone, in particolare
quello giovanile, stato massiccio.
Una correlazione interessante quella degli incendi boschivi con la circolazione
veicolare. Infatti si vede che con il progressivo aumento degli autoveicoli
circolanti e dello sviluppo viario, aumentano gli incendi boschivi. E dal
rilevamento dei punti di innesco del fuoco si evince come moltissimi incendi
abbiano inizio dal bordo di strade ed autostrade.

Recentemente il servizio Antincendi del Corpo Forestale dello Stato, in uno
studio sulla tipologia dettagliata delle cause dincendio, le definisce
sinteticamente cos come appare nella tabella che segue.
189


Causa Nuove forme di classificazione degli eventi
Naturale Incendi causati da fulmini o eruzioni vulcaniche
Accidentale Incendi causati da scintille delle ruote dei treni
Colposa
Incendi causata da mozziconi di sigarette o fiammiferi (lungo le reti
viarie, in aree di campagna, boschive, lungo le linee ferroviarie);
Incendi causati da mancato controllo o mancata bonifica dei fuochi
accesi;
incendi causati da irregolare abbruciamento di stoppie;
incendi causati da fuochi accesi per gioco dai ragazzi;
incendi causati da fuochi dartificio;
incendi causati dalluso di apparecchi a motore o elettrici,
incendi causati da lanci di petardi o razzi;
incendi causati da manovre militari;
incendi causati dalla ripulitura con il fuoco di scarpate stradali o
ferroviarie;
incendi causati a seguito di irregolare gestione delle discariche;
incendi causati da cattiva manutenzione di elettrodotti
Dolose
Incendi causati da apertura del pascolo a mezzo del fuoco;
Incendi causati dalla volont di ripulire con il fuoco;
Incendi causati da conflitti o vendette verso privati;
Incendi causati da conflitti o vendette con lamministrazione
pubblica;
Incendi causati da insoddisfazioni e dissenso sociale;
Incendi causati con lintento di guadagnare
Incendi causati da proteste contro le aree protette;
Incendi causati da questioni occupazionali;
Incendi causati con lintento di distruggere opere forestali non
eseguite correttamente
Incendi causati per gioco
Incendi causati con lintento di disprezzare aree turistiche
Incendi causati con lintento di essere inclusi in squadre
antincendio
Incendi causati per fatti legati a questioni di caccia
Incendi causati per contrapposizioni politiche
Incendi causati per la raccolta di prodotti dopo il passaggio del
fuoco
Incendi causati dalla criminalit organizzata
Incendi causati da atti terroristici
Incendi causati in modo non ben definito
Dubbie

Incendi originatesi lungo le strade
Incendi originatisi lungo la linea ferroviaria
190
3.3.4 - LA PREVENZIONE ANTINCENDIO

Gli incendi boschivi sono quindi una delle principali cause del depauperamento
e del degrado del patrimonio forestale e la necessit di provvedere con idonei
strumenti di programmazione un dovere politico e sociale al quale non ci si
pu sottrarre se si vogliono conseguire i risultati attesi. La vera lotta agli
incendi boschivi nasce prima del fuoco, nasce nella coscienza del tessuto
sociale. La Regione Liguria nel suo "Piano Regionale di Previsione Prevenzione
e Lotta Attiva contro gli Incendi Boschivi (2003),ha provveduto alla
realizzazione dello SPIRL - Servizio Previsione Incendi Boschivi Regione Liguria.
Questo programma sorto con lobiettivo finale di ottenere una Previsione
giornaliera del pericolo di innesco e di sviluppo degli Incendi Boschivi su tutto il
territorio regionale oltre a realizzare un Sistema Informativo e Geografico.
In accordo con questo, stata realizzata nel 2000una struttura presso il Centro
di Agrometeorologia Applicata Regionale (C.A.A.R), che si occupa di:

gestire quotidianamente un flusso in entrata di dati ad alta variabilit (in
particolare quelli provenienti dal centro A.R.P.A.L.);
realizzarne lelaborazione in rapporto ad altri dati a minore variabilit
(statistici, geografici, biologici...);
formulare la previsione entro 24 ore, o a intervalli temporali diversi;
realizzare e diffondere direttamente i prodotti informativi alle utenze
definite.

E per meglio raggiungere lobiettivo sono stati valutati una serie di interventi
che costituiscono una "prevenzione diretta:

selvicoltura preventiva nei soprassuoli boschivi;
prevenzione selvicolturali;
fuoco prescritto;
viali tagliafuoco;
approvvigionamento idrico;
piazzuole di atterraggio elicotteri;
viabilit operativa.

Trattandosi di "previsione, oltre al lavoro di elaborazione ed approfondimento
tematico, si prevede che lazione quotidiana dello S.P.I.R.L.,debba collocarsi
allinizio della catena operativa impegnata nella lotta agli incendi; da tale
posizione il servizio colloquia con una serie di Utenti a cascata.
Sulla base dellorganizzazione prevista dalla Legge Regionale n 6 del
28/01/1997 si riporta nella pagina seguente un diagramma sulle ipotesi di
flusso informativo e come queste partendo dal programma S.P.I.R.L.
raggiungano lutente Provincia. Il diagramma stato leggermente modificato
solo nelle linee di flusso, per renderlo pi conforme alla realt della Provincia di
Savona.

191


192
3.4 - RISCHIO SISMICO

3.4.1 - ASPETTI GENERALI

Come stato descritto nel primo capitolo del presente elaborato, in data
08/05/2003 stata pubblicata su Gazzetta Ufficiale lOrdinanza del Presidente
del Consiglio dei Ministri n 3274, relativa ai "Primi elementi in materia di
criteri generali per la classificazione sismica del territorio nazionale e di
normative tecniche per le costruzioni in zona sismica.
Prima della sua pubblicazione, per le norme tecniche inerenti gli edifici di
nuova costruzione si faceva riferimento alle seguenti:

LEGGE n 1086/1971
Una norma che regola le opere in cemento armato
LEGGE n 64/1974
Sono provvedimenti per le costruzioni situate in zone sismiche
DECRETO MINISTERIALE n40/1975
Disposizioni concernenti lapplicazione delle norme tecniche
LEGGE n 176/1976
Istituzione del Servizio Sismico
DECRETO MINISTERIALE 16 gennaio 1996
Norme tecniche per le costruzioni in zone sismiche
LEGGE REGIONALE 29/1983
Costruzioni in zone sismiche - Deleghe e norme urbanistiche particolari

Lobiettivo della nuova Ordinanza quello di dare delle risposte pratiche ai
problemi creatisi per unurbanizzazione arrivata velocemente e senza troppe
precauzioni. I casi di strutture crollate o comunque non utilizzabili sono noti e
non il caso di elencarli qui. Il provvedimento ha come obiettivo la riduzione
del rischio sismico su tutto il territorio nazionale. In base ad esso, entro un
termine di cinque anni dovr essere realizzata la verifica della sicurezza di tutti
gli edifici e delle opere infrastrutturali in funzione sia della pericolosit sismica
della zona nella quale ricadono, sia del rilievo fondamentale che rivestono per
le finalit di protezione civile, sia inoltre in funzione dellesposizione al rischio
di collassi con conseguenze rilevanti. La novit della nuova classificazione
sismica sta nel fatto che tutto il territorio nazionale viene considerato a rischio
sismico. Tutte le zone che sino ad oggi erano state considerate non classificate
ora ricadono nella zona 3 oppure 4. Pi precisamente nella Provincia di Savona
presente sia la zona 3 che la 4. La suddivisione delle zone viene mostrata
dalla seguente tabella:

zona Accelerazione orizzontale
con probabilit di superamento
pari al 10% in 50 anni
Accelerazione orizzontale di ancoraggio
dello spettro di risposta elastico
1
>0.25 0.35
2
0.15-0.25 0.25
3
0.05-0.15 0.15
4
<0.05 0.05

193








194
Come si evince dalla mappa, circa il 40% dei Comuni del territorio provinciale
ricade in zona sismica 3, ossia 27 comuni su un totale di 69.
Si tratta dei comuni localizzati nella parte pi a ponente del territorio
provinciale, quella confinante con la Provincia di Imperia, che viene
contraddistinta da zone a rischio sismico pi elevato.
Al momento questa la suddivisione valida a livello normativo, anche se in
ambito regionale si sta lavorando per redigere una nuova mappa modificata
sulla base delle indicazioni fornite dalla stessa Ordinanza P.C.M. 3274/2003.
Infatti non bisogna pensare che le linee di confine tra la zona 3 e la zona 4
siano cos nette e definite e che uno stesso comune che ricade in una
determinata zona non possa avere risentimenti (minori o maggiori) diversi da
quanto previsto dallaccelerazione sismica che gli spetterebbe. Ulteriori
informazioni inerenti a questa nuova mappa verranno fornite al paragrafo 4.4.
Purtroppo le difficolt che lOrdinanza porta con s, soprattutto per quanto
riguarda lapplicazione delle norme tecniche, sono notevoli ed anche i costi
pubblici e privati aumentano in modo considerevole.
Perci,in tempi successivi allOrdinanza, il Ministro Lunardi ed il Consiglio
Superiore dei Lavori Pubblici, hanno istituito una commissione relatrice per la
stesura di un Nuovo Testo Unico delle Norme Tecniche per le Costruzioni, con
cui risolvere le problematiche createsi con la nuova normativa.
Cos mentre veniva portato a compimento questo Testo, lOrdinanza
3274/2003 veniva prorogata e modificata nelle parti riguardanti gli allegati
tecnici. Il 14 settembre 2005 stato firmato il Decreto Ministeriale che approva
le Norme Tecniche per le Costruzioni, poi pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale (23
settembre 2005). Sia il Testo che la OPCM 3274/2003 sono entrati in vigore il
23 ottobre 2005.
I risultati sono diversi a seconda dellapproccio che si ha a riguardo: da un lato
il testo Unico rende lOrdinanza una legge priva di obblighi, e dallaltro alla fine
di un iter cos pazzesco si persa di vista la chiarezza e lobiettivit. Resta una
fase transitoria di 18 mesi in cui si possono apportare modifiche tecniche al
Testo. Dal punto di vista dei contenuti, questo documento, suddiviso in 11
capitoli, propone una premessa sulle metodologie di calcolo e segue con otto
capitoli dedicati alle nuove costruzioni. Due capitoli sono poi dedicati al
collaudo dellopera finita ed alla verifica delle costruzioni esistenti ed uno sulle
modalit di redazione dei progetti esecutivi. Infine lultimo capitolo per i
materiali da costruzione ed alle normative che ne disciplinano lutilizzo in
cantiere.
Per quanto riguarda il rapporto tra questi testi in materia di normativa
antisismica, si precisa che lOrdinanza e quelle che seguono per modificarla,
vengono adottate dal Testo Unico, riconosciute valide e citate espressamente
allinterno del documento quale valido riferimento per la progettazione in zona
sismica. La novit che lOrdinanza viene suggerita quale forma di calcolo non
vincolante per il progettista, il quale nellesercizio della sua professione, sar
libero di attenersi ad essa, al Testo unico stesso e ad altri metodi di calcolo.
Per elaborare un piano temporale delle verifiche ed individuare la tipologia
degli edifici di interesse strategico, come viene richiesto dalla stessa
Ordinanza, la Regione Liguria ha emanato diverse delibere (D.G.R.530/03,
1384/03, 1259/07)
195
In particolare con la n 1259 del 26/10/2007 si delinenano gli scenari di rischio
sismico atteso che definiscono i territori comunali colpiti ed il livello di
danneggiamento prodotto sugli stessi, al fine di individuare le procedure pi
idonee ed efficaci per assicurare una tempestiva gestione degli eventi attesi. E
stato cos stilato un elenco dei comuni interessati, il loro grado di danno
presunto atteso e per ognuno di essi i riscontri numerici di crolli, senzatetto,
morti e feriti gravi. Quelli ricadenti nella Provincia di Savona sono 24:

1. Alassio
2. Albenga
3. Arnasco
4. Balestrino
5. Bardineto
6. Boissano
7. Borghetto Santo Spirito
8. Borgio Verezzi
9. Castelvecchio di Rocca Barbena
10. Ceriale
11. Cisano Sul Neva
12. Erli
13. Finale Ligure
14. Giustenice
15. Laigueglia
16. Loano
17. Ortovero
18. Pietra Ligure
19. Savona
20. Toirano
21. Tovo San Giacomo
22. Vado Ligure
23. Villanova dAlbenga
24. Zuccarello


196
3.4.2 - SISMICITA STORICA

Tra i terremoti storici si ricorda quello del 23 febbraio 1887 che colp la Liguria
Occidentale provocando risentimenti ad Albenga e alla stessa Savona.
Unanimemente i rapporti scientifici sottolinearono come le condizioni degli
insediamenti, la qualit delle tipologie edilizie e dei materiali da costruzione
contribuirono allamplificazione degli effetti di danno. Le cattive tipologie
edilizie riguardavano la connessione dei tetti coi muri portanti e leccessiva
pesantezza delle coperture ultimate di sovente con lastre di ardesia.

Sismicit della Liguria




La figura mostra una sismicit recente che copre il periodo tra il 1996 ed il
2003. Tuttavia i dati raccolti dal GNDT (Gruppo Nazionale per la Difesa dai
Terremoti) sono dettagliati ed utili per capire landamento principale del
fenomeno. Si pu notare infatti la presenza di una sismicit diffusa lungo il
territorio regionale, con addensamenti nella zona delle Province di Imperia e di
La Spezia. Il territorio della Provincia di Savona risente della vicinanza degli
eventi che accadono nella zona a ponente, e non si escludono fenomeni di
amplificazione locale sul medesimo territorio dovuti alla presenza di coltri
alluvionali. I terremoti, che sono prevalentemente caratterizzati da valori di
magnitudo non elevati, si presentano tanto lungo il litorale quanto in mare.
Purtroppo pi si va indietro con gli anni e pi risulta complicato ricostruire la
storia sismica di un determinato territorio, specialmente per gli eventi che si
verificarono in mare. La mancanza di informazioni minuziose sullevento non ha
permesso di stimare lintensit e localizzazione dell evento stesso. Oggi
attraverso studi tomografici del Mar Tirreno e con laiuto della sismica a
rifrazione e riflessione, possibile rilevare la presenza di strutture
sismogenetiche che sono il risultato di moti complessi a cui sottoposta la
crosta terrestre oceanica. Si tratta, in piccola parte, del risultato dello scontro
197
tra la piattaforma africana e quella eurasiatica, che va a caricare il fondale di
tensioni, che si scaricano poi sotto forma di terremoti pi o meno intensi.
Per tracciare un quadro della crosta terrestre, i ricercatori dell'Istituto
Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (INGV) hanno deciso di sfruttare le onde
sismiche e hanno utilizzato una serie di sensori a terra e in acqua fra i mille e i
tremila metri di profondit. Studiare la conformazione del fondale e capire
meglio i suoi comportamenti, pu aprire uno spiraglio nella comprensione e
forse nella previsione di futuri terremoti.

I cataloghi sismici

La costruzione del catalogo sismico di una data area operazione alquanto
delicata. Qui, in prima approssimazione, si propone un procedimento basato
sui soli cataloghi disponibili in linea e applicando una legge di attenuazione. Per
individuare quali eventi hanno interessato un determinato territorio, occorre
condurre nei cataloghi una ricerca per localit, estesa anche ai comuni
confinanti. Per gli eventi di cui non si dispone di risentimento nel comune in cui
ricade l'edificio applicare la legge di attenuazione. Le mappe macrosismiche si
trovano nel catalogo DOM conducendo una ricerca per terremoto. Le
coordinate geografiche del sito di interesse si trovano nel catalogo DOM, quelle
delle localit epicentrali nel catalogo CFT, conducendo in entrambi i casi una
ricerca per localit.

Legenda CFT
date data (anno mese giorno)
time
ora GMT (Greenwich Mean Time = Tempo medio di Greenwich, una o due ore
indietro rispetto al tempo in Italia, a seconda del regime solare o legale)
lat Latitudine
lon Longitudine
RL
Affidabilit della stima di localizzazione epicentrale:
! scarto quadratico medio in latitudine e in longitudine < 10 km
* scarto quadratico medio in latitudine e in longitudine compreso fra 10 e
25 km
x scarto quadratico medio in longitudine > 25 km
y scarto quadratico medio in latitudine > 25 km
~ scarto quadratico medio in latitudine e in longitudine > 25 km
? epicentro calcolato con un solo punto
I
0
Intensit epicentrale in gradi MCS (Mercalli-Cancani-Sieberg)
Iloc Intensit locale in gradi MCS
Imax Intensit massima in gradi MCS
Me Magnitudo Equivalente macrosismica
sites Siti (numero di comuni per i quali si dispone di risentimento)
ref References (numero di riferimenti bibliografico/archivistici)

Epicentral
Zone
Area epicentrale

198
Massime intensit macrosismiche osservate nei comuni italiani.
(Elaborato per il Dipartimento della Protezione Civile a cura di D. Molin, M.
Stucchi e G. Valensise)
La compilazione di una mappa affidabile delle massime intensit
macrosismiche realmente osservate richiede la disponibilit di una storia
sismica sufficientemente completa nell'arco di tempo prescelto per un insieme
di localit abbastanza denso. In passato queste condizioni erano ben lontane
dall'essere soddisfatte. Di conseguenza, la maggior parte delle cosiddette carte
delle "massime intensit osservate" prodotte sia in Italia (PFG, ING/SGA), sia
in Europa, sono basate su dati estrapolati da carte delle isosisme o addirittura
calcolati a partire da un catalogo e da leggi di attenuazione, a loro volta
ottenute da isosisme. Queste carte non rappresentano dunque massime
intensit "realmente osservate", com' indirettamente confermato anche dal
fatto che esse non consentono una rappresentazione tabellare della massima
intensit risentita da ogni singolo centro abitato. Per precisare questo concetto,
il PFG (Petrini, 1979) adott il termine di massime intensit "osservabili",
ovvero intensit che si sarebbero potute osservare, in passato, in assenza di
anomalie locali geologiche o di vulnerabilit, nell'ipotesi che catalogo e leggi di
attenuazione adottati fossero effettivamente rappresentativi delle caratteri-
stiche della sismicit nella regione di interesse.
Oggi, in Italia, la situazione si presenta abbastanza diversa. Gli studi effettuati
da ENEA, PFG, ENEL, GNDT, ING/SGA e da singoli autori hanno reso disponibili
una grande quantit di osservazioni macrosismiche, la maggior parte delle
quali esprimibili in termini di scale macrosismiche. Per un discreto numero di
localit disponibile un record storico praticamente completo; per molte altre
ipotizzabile che il record sia abbastanza completo, almeno per le intensit pi
elevate. D'altro canto, negli ultimi anni sono stati evidenziati problemi ed
incertezze concettuali relativi al tracciamento delle isosisme (Berardi et al.,
1990), e sono in fase di sviluppo procedure per l'utilizzo diretto delle
osservazioni, senza il ricorso sistematico alle carte delle isosisme. dunque
pensabile di poter compilare una mappa di massime intensit osservate che si
basi, in misura prevalente, su valori realmente osservati, facendo ricorso ad
aggiustamenti solo per quelle localit ove questo si renda necessario, a misura
del dettaglio dell'analisi.
La banca dati del GNDT
A partire dal 1988 il GNDT ha raccolto, verificato e ricompilato la grande
maggioranza dei dati macrosismici disponibili per terremoti relativi al periodo
1000-1980; ulteriori aggiornamenti sono in corso.
Questi dati provengono da alcuni bacini principali, in parte pubblici, in parte
riservati, e da studi isolati. Per diversi terremoti sono disponibili pi studi, ossia
pi insiemi di dati compilati a partire da informazioni primarie (record storici)
parzialmente coincidenti, ed interpretati con criteri spesso non omogenei. Per
ogni terremoto per il quale esistono pi studi il GNDT ha effettuato una scelta,
basata essenzialmente sulla qualit degli studi stessi e sul numero delle
informazioni disponibili; successivamente ha compilato i dati in un formato
unico, procedendo ad una "referenziazione" dei dati stessi a un'unica
"authority" geografica, il "catalogo ENEL-ISTAT 71 delle localit abitate
199
italiane". Questa operazione, complessa e onerosa, ha individuato problemi nel
10% dei dati, la met dei quali gravi. In totale, utilizzando i dati della banca
GNDT la mappa delle massime intensit osservate pu essere prodotta a
partire da 943 eventi di intensit epicentrale superiore o uguale alla soglia del
danno (Io >= 5/6). Per questi eventi si dispone complessivamente di circa
33.000 osservazioni riferite a 9070 localit, di cui 8518 in territorio italiano.

Lintensit macrosismica esprime la severit dello scuotimento in un
determinato luogo, tenendo conto del complesso degli effetti osservati,
piuttosto che di danni isolati. Questi ultimi possono essere infatti dovuti a
condizioni particolari. Lassegnazione avviene comparando la descrizione degli
effetti contenuta nei vari gradi della scala macrosismica (nel nostro caso la
scala Mercalli-Cancani-Sieberg), con le osservazioni sul campo. Qualora si
individuino per una data localit tutti gli elementi descrittivi di un grado (ad es.
il VI) ma solo alcuni del grado superiore, si giustifica lassegnazione di un
valore intermedio (es. VI-VII).





200
Massime intensit macrosismiche osservate nella Provincia di Savona

Comune Re Pr Com Lat Lon Imax
ALASSIO 7 9 1 44.00610 8.17101 8
ALBENGA 7 9 2 44.04908 8.21288 8
ALBISOLA MARINA 7 9 3 44.32711 8.50192 7
ALBISOLA SUPERIORE 7 9 4 44.33379 8.51253 7
ALTARE 7 9 5 44.33603 8.33547 <= 6
ANDORA 7 9 6 43.95055 8.14303 8
ARNASCO 7 9 7 44.07632 8.10595 7
BALESTRINO 7 9 8 44.12443 8.17272 8
BARDINETO 7 9 9 44.19041 8.13407 7
BERGEGGI 7 9 10 44.24590 8.44043 8
BOISSANO 7 9 11 44.13375 8.22039 8
BORGHETTO SANTO SPIRITO 7 9 12 44.10879 8.23931 8
BORGIO VEREZZI 7 9 13 44.15943 8.30259 8
BORMIDA 7 9 14 44.27816 8.23205 7
CAIRO MONTENOTTE 7 9 15 44.38611 8.27822 <= 6
CALICE LIGURE 7 9 16 44.20439 8.29473 7
CALIZZANO 7 9 17 44.23554 8.11591 7
CARCARE 7 9 18 44.35713 8.28824 <= 6
CASANOVA LERRONE 7 9 19 44.03174 8.04774 7
CASTELBIANCO 7 9 20 44.11283 8.07302 7
CASTELVECCHIO DI ROCCA BARBENA 7 9 21 44.13051 8.11586 7
CELLE LIGURE 7 9 22 44.34203 8.54529 7
CENGIO 7 9 23 44.38894 8.20650 <= 6
CERIALE 7 9 24 44.09267 8.22886 8
CISANO SUL NEVA 7 9 25 44.08617 8.14570 7
COSSERIA 7 9 26 44.36779 8.23366 <= 6
DEGO 7 9 27 44.44842 8.31287 <= 6
ERLI 7 9 28 44.13602 8.10366 7
FINALE LIGURE 7 9 29 44.16905 8.34498 8
GARLENDA 7 9 30 44.03344 8.09599 7
GIUSTENICE 7 9 31 44.17221 8.24375 7
GIUSVALLA 7 9 32 44.44742 8.39358 <= 6
LAIGUEGLIA 7 9 33 43.97926 8.15673 8
LOANO 7 9 34 44.12770 8.25867 8
MAGLIOLO 7 9 35 44.19235 8.24765 7
MALLARE 7 9 36 44.29054 8.29534 <= 6
MASSIMINO 7 9 37 44.29941 8.06993 7
MILLESIMO 7 9 38 44.36362 8.20463 <= 6
MIOGLIA 7 9 39 44.49199 8.41392 <= 6
MURIALDO 7 9 40 44.31597 8.16016 7
NASINO 7 9 41 44.11205 8.03210 7
NOLI 7 9 42 44.20518 8.41473 8
ONZO 7 9 43 44.06923 8.04978 7
ORCO FEGLINO 7 9 44 44.22080 8.32400 8
ORTOVERO 7 9 45 44.05291 8.09692 7
OSIGLIA 7 9 46 44.27578 8.19601 7
PALLARE 7 9 47 44.32723 8.27403 <= 6
PIANA CRIXIA 7 9 48 44.48455 8.30724 <= 6
PIETRA LIGURE 7 9 49 44.14897 8.28288 8
PLODIO 7 9 50 44.35688 8.24449 <= 6
PONTINVREA 7 9 51 44.44436 8.43379 <= 6
QUILIANO 7 9 52 44.29391 8.40388 8
RIALTO 7 9 53 44.22618 8.26224 7
ROCCAVIGNALE 7 9 54 44.36115 8.19038 <= 6
SASSELLO 7 9 55 44.47757 8.48888 <= 6
SAVONA 7 9 56 44.30719 8.48031 8
SPOTORNO 7 9 57 44.22611 8.41724 8
STELLA 7 9 58 44.39210 8.49714 <= 6
201
STELLANELLO 7 9 59 44.00022 8.05283 8
TESTICO 7 9 60 44.00540 8.03027 7
TOIRANO 7 9 61 44.12532 8.20945 8
TOVO SAN GIACOMO 7 9 62 44.17545 8.26753 7
URBE 7 9 63 44.48634 8.58651 <= 6
VADO LIGURE 7 9 64 44.26879 8.43411 8
VARAZZE 7 9 65 44.36101 8.57675 7
VENDONE 7 9 66 44.07623 8.06982 7
VEZZI PORTIO 7 9 67 44.22825 8.36388 8
VILLANOVA D`ALBENGA 7 9 68 44.04606 8.14342 8
ZUCCARELLO 7 9 69 44.11081 8.11493 7


3.4.3 - VALUTAZIONE DEL RISCHIO SISMICO
Un terremoto consiste in una sorgente che irradia energia attraverso il terreno
e che si propaga sotto forma di onde sismiche, le quali raggiungendo una
struttura ne determinano lo scuotimento.
Si definisce Rischio Sismico la probabilit che a causa delle azioni di un
terremoto un dato sistema funzionale (una persona o una comunit, un edificio
o un complesso di costruzioni) nel corso di un assegnato periodo temporale
subisca danni (meccanici, funzionali..) e da questi derivino perdite per una
collettivit riguardanti determinate risorse.
Da un punto di vista analitico, il rischio pu essere definito come il prodotto di
tre fattori:

R=PxVxE

dove:

P = PERICOLOSITA: la probabilit che si verifichi un evento sismico dotato
di una certa magnitudo, in un certo luogo entro un determinato periodo di
tempo.

V = VULNERABILITA: consiste nella predisposizione da parte di persone, beni
o attivit a subire danni o modificazioni a causa del verificarsi di un terremoto.
Tali danni possono indurre alla momentanea riduzione di efficienza da parte di
questi elementi o anche ad una totale irrecuperabilit.

E = ESPOSIZIONE : pu essere definita come la dislocazione, consistenza,
qualit e valore dei beni e delle attivit presenti sul territorio che possono
essere influenzate direttamente o indirettamente dallevento sismico
(insediamenti, edifici, attivit economiche-produttive, infrastrutture, densit di
popolazione).

Per ciascuna di queste categorie il danno in genere associato alleffetto
diretto prodotto dal sisma; il cambiamento dopo il terremoto del valore
associato ad ogni bene considerato viene espresso in termini di perdite.
La mitigazione del rischio sismico dipende sostanzialmente da quanto si possa
incidere su queste tre componenti. E se vero che attualmente i fattori di
Pericolosit ed Esposizione non possono essere modificati dalluomo, luno
202
perch levento sismico non al momento prevedibile e laltro poich
comporterebbe una spesa eccessiva, lo anche il fatto che si possa cercare di
mitigare il rischio sismico incidendo sul fattore vulnerabilit.

A tal riguardo il Servizio Protezione Civile della Provincia di Savona ha gi
raccolto dei dati nel lavoro di "Censimento delle Infrastrutture viarie e dei
Fabbricati di competenza provinciale secondo lOPCM 3274/2003. Attualmente
E stato redatto un lavoro di analisi di vulnerabilit sugli edifici scolastici del
territorio provinciale; le risultanze sono riportate al paragrafo 4.4
Per condurre unanalisi di vulnerabilit, che indichi la propensione degli
elementi esposti a subire danni in occasione di una scossa sismica, ad una
scala sub regionale si deve necessariamente impiegare una metodologia che
preveda un preliminare inquadramento tipologico. Lapproccio tipologico
adottato in questo caso tratto dall analisi di I Livello GNDT (Gruppo
Nazionale per la Difesa dai Terremoti).

I lavori di cui sopra fanno parte integrante del Piano Provinciale di Emergenza,
ed anche se non sono materialmente allegati per motivi pratici, sono disponibili
presso lufficio Protezione Civile della Provincia di Savona.

203

3.5 - RISCHIO INDUSTRIALE














3.5.1 - PREMESSA

Lo sviluppo tecnologico teso al miglioramento della qualit della vita comporta
dei rischi pi o meno gravi che possono incidere negativamente sullecosistema
alternandone lequilibrio.
In particolare i processi industriali che richiedono luso di sostanze pericolose,
in condizioni anomale dell'impianto o del funzionamento, possono dare origine
a eventi incidentali - emissione di sostanze tossiche o rilascio di energia
(esplosione o incendio) - di entit tale da provocare ingenti danni immediati o
differiti per la salute umana e per lambiente, allinterno e allesterno dello
stabilimento.
Il controllo di tali attivit, ove comportanti rischi di incidente rilevante, ha
origine con l'emanazione della direttiva comunitaria CEE 501/82, meglio
conosciuta come legge Seveso (dal nome del comune che riport i maggiori
danni del tragico incidente avvenuto nel 1976 presso lo stabilimento
dell'ICMESA di Meda), recepita nellordinamento giuridico nazionale con il
D.P.R. 175/88, abrogato e sostituito dal D. lgs 334 del 17 agosto 1999 di
accoglimento della direttiva comunitaria 96/82/CE (Seveso II).
Il nuovo approccio legislativo si ispira ai principi della trasparenza e della
responsabilit, privilegia le azioni volte alla riduzione delle probabilit di
accadimento e alla mitigazione delle conseguenze, garantisce l'adozione di
sistemi di gestione della sicurezza per la costante implementazione dei relativi
standard, assicura la divulgazione dell'informazione alla popolazione e ai
lavoratori, destinatari, questi ultimi, anche di percorsi formativi e addestrativi.
Le industrie italiane, di cui all'art. 6 e all'art. 8 del predetto decreto legislativo,
sono state censite dal Ministero dell'Ambiente che ne pubblica sul proprio sito
internet un elenco sottoposto a periodici aggiornamenti.
204

- L'INCIDENTE RILEVANTE
Per incidente rilevante si intende un evento quale "unemissione, un incendio o
unesplosione di grande entit, dovuto a sviluppi incontrollati che si verificano
durante lattivit di uno stabilimento industriale e che dia luogo ad un pericolo
grave, immediato o differito, per la salute umana o per lambiente, allinterno o
allesterno dello stabilimento, e in cui intervengano una o pi sostanze
pericolose.

Le tipologie di incidenti rilevanti possibili presso gli stabilimenti industriali
sono:
o Rilasci di energia quali: INCENDI - ESPLOSIONI

o Rilasci tossici quali: NUBE TOSSICA dovuta ad EMISSIONE DI
GAS, VAPORI E FUMI

Gli effetti di un incidente rilevante impattano il territorio colpendo oggetti di
varia natura:














Se si tratta dell'UOMO si avranno i seguenti effetti :
205


Se si tratta di BENI si avranno i seguenti effetti:



Se si tratta dell'AMBIENTE si avranno i seguenti effetti :







206
- LA PREVENZIONE NELLE INDUSTRIE A RISCHIO DI INCIDENTE RILEVANTE

La prevenzione nelle industrie a rischio di incidente rilevante si esplica
attraverso lattuazione di una serie di obblighi strettamente regolamentati dal
D.Lgs. 334/99 e da una serie di decreti da questo derivanti; viene sancito, tra
laltro, lobbligo per i gestori di attuare allinterno dello stabilimento un sistema
della gestione della sicurezza volto sia a ridurre la probabilit di accadimento
degli incidenti rilevanti sia a prevenirli e/o a mitigare i danni per la salute
umana e per lambiente causati da tale tipologia di incidenti.
Per gli stabilimenti ricadenti nella categoria a maggior rischio (art.8 del
D.Lgs.334/99) prevista la redazione di un Rapporto di Sicurezza, da parte del
gestore dello stabilimento, che deve essere validato dal Comitato Tecnico
Regionale.

Norme di comportamento

Eventi Prima zona"sicuro
impatto"
Seconda zona"danno" Terza zona"attenzione"
INCENDIO con rilascio
istantaneo di sostanze
infiammabili, con
formazione di sfera di
fuoco, nube e sua
combustione
Rifugiarsi al chiuso o in
posizione schermata da
radiazioni termiche
Idem prima zona Nessuna particolare
azione protettiva
RILASCIO DI
SOSTANZE
TOSSICHE
Se di breve durata:
rifugiarsi al chiuso

Se di lunga durata o
potenziale: evacuazione
assistita
Rifugiarsi al chiuso o in
posizione schermata da
radiazioni termiche
Rifugiarsi al chiuso

207

3.5.2 - LA PIANIFICAZIONE DELLEMERGENZA NELLE INDUSTRIE A RISCHIO
DI INCIDENTE RILEVANTE
Al fine di fronteggiare laccadimento incidentale il D.Lgs.334/99 prevede, per
gli stabilimenti rientranti nellart. 8, la redazione di appositi Piani di
Emergenza, funzionali a ridurre e a mitigare le conseguenze dellincidente
nonch a proteggere i lavoratori e la popolazione.
I piani demergenza si distinguono in:
a) PIANO DEMERGENZA INTERNA (PEI): predisposto dal gestore dello
stabilimento per fronteggiare gli effetti di un incidente rilevante allinterno dello
stesso. Prevede lutilizzo di squadre interne per affrontare lemergenza anche
con lausilio dei V.V.F
b) PIANO DEMERGENZA ESTERNA (PEE): predisposto dal Prefetto, salve le
diverse attribuzione derivanti dallattuazione dellart. 72 del D.Lgs. 112/9, per
organizzare la risposta di protezione civile ad una emergenza di natura chimica
industriale. volto a mitigare i danni e a proteggere la popolazione da un
incidente rilevante i cui effetti dannosi ricadono allesterno dello stabilimento.


La nuova impostazione del PEE, inserita nelle Linee Guida per la pianificazione
dellemergenza esterna redatte ed emanate dal Dipartimento della Protezione
Civile, prevede che il documento sia suddiviso in tre parti:

1 - Parte Generale dove vengono descritti il territorio, lazienda, i tipi di
lavorazione, le sostanze pericolose e gli elementi sensibili/vulnerabili.

2 - L'Evento dove descritto laccadimento incidentale, i relativi scenari e le
zone a rischio ove presumibilmente ricadranno gli effetti nocivi dellevento
atteso.
3 - Modello Organizzativo d'intervento dove sono riportate le procedure
per attivare il PEE.

Il PEE redatto con i dati forniti dal gestore dello stabilimento riportati nel
Rapporto di Sicurezza (RdS) e nella Scheda informativa di cui allallegato V del
D.Lgs.334/99 (SIG) redatta dal gestore e distribuita dal Sindaco alla
popolazione ai fini della conoscenza dei pericoli e dei rischi per la salute umana
e per lambiente.
Con il PEE si individuano sul territorio circostante lo stabilimento le zone a
rischio a seconda della ricaduta degli effetti che possono scaturire da un
incidente rilevante sulle quali impostare la risposta di protezione civile volta
alla riduzione delle conseguenze.
Gli scenari di evento che si manifestano sul territorio variano a seconda della
minore o maggiore distanza dal punto di origine dellincidente.
208
Ciascuna zona individuata con una precisa denominazione e caratterizzata da
effetti diversi:

o Zona di sicuro impatto: quella immediatamente adiacente allo
stabilimento. E caratterizzata da una ricaduta di effetti nocivi comportanti
una elevata probabilit di letalit anche per persone mediamente sane.

o Zona detta di danno: esterna alla prima caratterizzata da possibili danni,
anche gravi ed irreversibili, per persone mediamente sane che non
assumono le corrette misure di autoprotezione e da possibili danni anche
letali per persone pi vulnerabili come i minori e gli anziani.

o Zona di attenzione: caratterizzata dalla possibilit di una ricaduta di effetti
lievi e danni reversibili generalmente non gravi anche per i soggetti
particolarmente vulnerabili o comunque da reazioni fisiologiche che possono
determinare situazioni di turbamento tali da richiedere provvedimenti anche
di ordine pubblico.

Il Sindaco del comune ove ubicato lo stabilimento deve rendere
immediatamente note alla popolazione residente le notizie riportate nella
"scheda informativa" (SIG) redatta dal gestore dello stabilimento ai sensi
dell'art. 22 del D.Lgs.334/99. Questa scheda, composta di nove sezioni,
contiene nella Sezione 7a la descrizione degli scenari incidentali, le norme
comportamentali e di autoprotezione da assumere in caso di allarme e nella
sez. 9a individua le zone a rischio.

Il Piano demergenza esterno quindi lo strumento attraverso cui vengono
messe in atto le misure volte a proteggere luomo e lambiente dalle
conseguenze di incidenti rilevanti in stabilimenti.

Il Dipartimento della protezione civile ha redatto nel 1994 le linee guida per la
"Pianificazione di emergenza esterna per impianti industriali a rischio di
incidente rilevante e nel 1995 quelle per "Linformazione preventiva alla
popolazione sul rischio industriale.

Il Dipartimento della Protezione Civile, ai sensi dellart. 20 comma 4 del D.Lgs.
334/99 ha predisposto con D.P.C.M. 25/2/2005 le linee guida "Pianificazione
dellemergenza esterna degli stabilimenti industriali a rischio di incidente
rilevante, che rappresentano lo strumento operativo per lelaborazione e
laggiornamento dei Piani di Emergenza Esterni (P.E.E.) degli stabilimenti
industriali a rischio dincidente rilevante.

In attuazione della direttiva 2003/105/CE, che modifica la direttiva 96/82/CE,
sul controllo dei pericoli di incidenti rilevanti connessi con determinate sostanze
pericolose, stato emanato il D.Lgs. n238 del 21/9/2005 a cui si rimanda per
ogni chiarimento.

209
3.5.3 - LOCALIZZAZIONE DEGLI STABILIMENTI A RISCHIO DI INCIDENTE
RILEVANTE

La Prefettura-U.T.G. di Savona, in collaborazione con il Comando Provinciale di
Savona dei Vigili del Fuoco, con rappresentanti dellA.R.P.A.L. e della Provincia
di Savona (Servizio Protezione Civile), ha istituito un gruppo di lavoro al fine di
redigere il Piano di Emergenza Esterno (PEE), cos come descritto al punto
3.5.2 del presente capitolo, per le industrie a rischio di incidente rilevante
presenti allinterno del territorio della provincia di Savona.

Ai sensi della normativa vigente si contano 6 industrie a rischio di incidente
rilevante in Provincia di Savona, secondo quanto disposto dallart. 8 del D.Lgs
334/1999 e s.m.i.
In particolare si tratta dei seguenti siti industriali.

ERG PETROLI S.p.A. , deposito costiero di olii minerali, in Comune di
Savona.

LIQUIGAS S.p.A., stabilimento deposito di gpl, in Comune di Albenga.

SARPOM S.p.A., deposito costiero di olii minerali, in Comune di
Quiliano.

INFINEUM ITALIA S.r.l., stabilimento chimico, in Comune di Vado
Ligure.

PETROLIG S.r.l., deposito di olii minerali, in Comune di Vado Ligure.

ZYNOX S.p.A., stabilimento per la produzione di ossido di zinco, in
Comune di Vado Ligure.
210

3.6 - RISCHIO DA TRASPORTO DI MERCI PERICOLOSE

3.6.1 - IL TRASPORTO DI MERCI PERICOLOSE IN REGIONE LIGURIA

Nell'ambito dei finanziamenti concessi alla Regione Liguria dal Ministero
dell'Ambiente per le aree critiche ad elevata concentrazione di attivit
industriale di Genova e Savona stato finanziato, per l'importo di C
1.549.370,69, il progetto denominato GE 112 "Sistema di controllo per la
movimentazione di merci pericolose nell'area di Genova e Savona", riferito
esclusivamente alle sostanze pericolose rientranti nell'ambito di applicazione
della Direttiva 96/82/CE.
Con Delibera della Giunta Regionale n. 1093 del 28/9/2001 stata approvata
la scheda descrittiva dell'intervento ed stata impegnata una prima spesa
limitata allo studio di fattibilit del sistema di controllo e contestualmente
stato individuato in Fi.L.S.E. s.p.a. (Finanziaria Ligure per lo Sviluppo
Economico) il soggetto realizzatore dell'intervento.
- DESCRIZIONE INTERVENTO

Le statistiche e gli studi effettuati anche di recente sui vari aspetti del rischio
di incidente in impianti fissi e nel trasporto di sostanze tossiche o pericolose
hanno messo in evidenza la notevole incidenza di quest'ultima tipologia di
incidenti, con effetti talora devastanti sull'ambiente e sulla sicurezza dei
cittadini.
Gli incidenti da trasporto sono caratterizzati da aspetti peculiari che ne rendono
pi complessa la gestione:
Il luogo in cui avviene l'incidente ed il relativo scenario sono variabili e
non prevedibili;
I centri di vulnerabilit possono essere molto vicini al luogo
dell'incidente;
I servizi specializzati di pronto intervento possono non essere
disponibili sul posto;
L'analisi del rischio e la elaborazione di strategie e tecniche di
prevenzione e mitigazione sono meno avanzate di quelle relative agli
impianti fissi.
L'area di Genova e Savona, con la sua elevata concentrazione di insediamenti
industriali, contenenti sostanze pericolose, con la presenza dei porti ove tali
sostanze sono movimentate, con la conseguente presenza di strutture dedicate
di trasporto (oleodotti e simili), nonch di strutture promiscue (strade e
ferrovie) ove , anche, rilevante il trasporto in transito (in considerazione della
posizione geografica dell'area), rappresenta un'area ove la criticit del rischio
connesse ai trasporti di merci pericolose risulta particolarmente importante.
Risulta quindi necessaria un'azione volta sia a diminuire il numero di incidenti
attuando interventi di prevenzione e controllo, sia a ridurre le conseguenze
degli stessi tramite una loro efficace gestione.


211
L'intervento consiste nella:
progettazione sistemistica e applicativa dell'intero sistema per il
controllo della movimentazione di merci pericolose nell'area di Genova e
Savona;
progettazione esecutiva di dettaglio del sistema prototipale nell'area di
Genova, con il necessario coinvolgimento di:
o Operatori pubblici e privati del Porto di Genova.
o Autostrade A7 - A26 - A10 - A12 (Genova Ovest - Voltri - Savona
Sestri L.- Busalla).
o Operatori ferroviari (solo per la parte messaggistica).

Esso si articola in:

1) aggiornamento dell'analisi del quadro normativo;
2) piano operativo del progetto dimostrativo e definizione degli
interventi e delle attivit;
3) definizione, attivazione e gestione dei necessari rapporti con le
istituzioni liguri, con gli enti interessati e con le associazioni di
categoria degli operatori del settore;
4) definizione dell'architettura funzionale e tecnica del sistema;
5) progettazione del Sistema Centrale (Cct) e delle interfacce con i
Centri Periferici (Cop);
6) progettazione di sottosistemi e apparati per il trasporto
marittimo/intermodale (Porto di Genova);
7) progettazione di apparati per il trasporto stradale a bordo di
automezzi;
8) progettazione di sottosistemi ed apparati per il monitoraggio del
trasporto sull'infrastruttura stradale;
9) progettazione di sistema di cartografia 3D nell'area interessata dal
prototipo dimostrativo;
10) progettazione di sistema di supporto alle emergenze;
11) sviluppo e realizzazione del sistema prototipale dimostrativo "di
minima";
12) sperimentazione del dimostratore sul sito pilota.

- OBIETTIVI
Obiettivo dell'intervento garantire la disponibilit di un sistema idoneo a
controllare e gestire il traffico di merci pericolose nell'area di Savona e Genova
ed a fornire supporto operativo in situazioni incidentali o, comunque, di
emergenza.
Il sistema consente un puntuale monitoraggio delle attivit in termini di
prevenzione e di rapidit dintervento in caso di emergenza. Questo
comporter:
la riduzione consistente del numero di incidenti, e, quindi, una
corrispondente riduzione dei costi sociali associati derivante anche dal
fatto che il controllo puntuale indurr un comportamento pi corretto e
responsabile nei conducenti degli automezzi;
212
il monitoraggio e la distribuzione immediata delle informazioni agli enti
preposti allintervento nelle situazioni di emergenza, consentendo la
mitigazione delle conseguenze dovute ad incidenti (spargimenti, incendi,
danni a persone e cose, ecc);
la riduzione, se non eliminazione, del blocco delle attivit per tempi
indeterminati nei nodi e nelle infrastrutture stradali e ferroviarie, come si
verificato, ad esempio, nel traforo del Monte Bianco;
una migliore organizzazione del trasporto intermodale garantendo un pi
efficiente equilibrio modale ed un migliore utilizzo delle infrastrutture e
dei mezzi di trasporto;
la tempestivit delle informazioni da e per le infrastrutture stradali
relative a incidenti, lavori in corso, ecc., consentendo una maggiore
pianificazione e organizzazione degli attraversamenti delle strade stesse;
la limitazione consistente delle incidentalit ed un miglioramento
dellimpatto che gli eventi possono procurare e, quindi, una contrazione
dei costi per i soggetti interessati e per la collettivit;
la gestione dei data-base relativi alle informazioni sulla movimentazione
delle merci pericolose (ed altre) consentendo la gestione di dati statistici
atti ad una migliore pianificazione degli interventi infrastrutturali a
sostegno del trasporto delle merci;
la creazione di unarchitettura aperta e distribuita, consentendo lingresso
sul mercato di nuovi attori per la fornitura di servizi a valore aggiunto
(allungamento della catena del valore).

- STATO DI ATTUAZIONE DELL'INTERVENTO
Lo studio di fattibilit ha dimostrato la piena realizzabilit dell'intervento e
definito complessivamente le interfacce di sviluppo del sistema, le sue finalit
specifiche e le relative modalit gestionali.
A fronte di tale studio stata ridefinita in senso migliorativo la scheda
dell'intervento, che stata riapprovata con D.G.R. n. 565 del 7/6/2004 e che
prevede anche un aumento dei costi iniziali, coperto dai partner tecnici (Elsag
S.p.A. - Genova e SeT S.p.A. - Genova).
In particolare poi, a seguito di specifica richiesta da parte del Ministero
dell'Ambiente che aveva finanziato un progetto per certi versi analogo, sono
stati effettuati alcuni incontri con rappresentanti del centro di Ispra, dei loro
partner tecnici e dello stesso Ministero, al fine di rendere comuni e compatibili
le rispettive esperienze.
Il lavoro tuttora in corso di realizzazione.
213
3.6.2 - IL TRASPORTO DI MERCI PERICOLOSE NELLA PROVINCIA DI SAVONA

LAmministrazione Provinciale di Savona ha predisposto nel 2003, mediante
una collaborazione con lUniversit degli Studi di Genova, uno studio inerente il
trasporto di merci pericolose allinterno del territorio provinciale, per lanalisi
dei flussi di traffico e la ricerca di problemi e possibili soluzioni agli stessi.
Lo studio, dal titolo Studio per la valutazione dei rischi connessi al trasporto di
merci pericolose nelle infrastrutture di trasporto stradale che attraversano il
territorio della Provincia di Savona, aveva come finalit quella di creare uno
strumento in grado di valutare i pericoli realmente esistenti nel trasporto di
merci pericolose sulle infrastrutture viarie che attraversano il territorio della
Provincia di Savona, e di suggerire possibili interventi al fine di diminuire il
danno temuto.
In realt, la ricerca si spinge ben oltre. E stata, infatti, creata una vera e
propria metodologia sperimentale, di validit generale, di analisi del rischio
"incidente e successiva comprensione dei possibili scenari di intervento ai fini
della prevenzione e mitigazione del rischio stesso.
Tale metodologia non riguarda solamente il trasporto di merci pericolose, ma il
trasporto stradale in generale ed il rischio di "incidente complessivo derivante
da esso. Inoltre, applicabile a diverse realt territoriali, sia urbane che
extraurbane, di differente proporzione.
Lampliamento del tema derivato dalla constatazione di una grave carenza
informativa esistente attualmente nel settore, che stata determinante
sullanalisi quantitativa effettuata. Il risultato metodologico risulta al di sopra
delle aspettative, ottenendo uno strumento davvero utile ai fini della sicurezza
stradale, pienamente coerente con i principi e le linee-guida dettati dal Piano
Nazionale della Sicurezza Stradale.
Data la gi citata reale difficolt di reperimento delle informazioni necessarie
allo svolgimento della ricerca ed allapplicazione della metodologia,
informazioni derivanti principalmente dalle varie Polizie Municipali, Stradali e
Carabinieri sparsi sul territorio della Provincia, ed in vista di una possibile
nascita del Centro di Monitoraggio Provinciale, stato anche organizzato un
DATABASE in Access che consente, grazie allinserimento dei dati richiesti da
parte dei vari organismi di rilevamento degli incidenti, di costruire una base
statistica "informatizzata finalmente completa ed omogenea, cio, organizzata
secondo standard e parametri condivisi da tutte le fonti.
Tale passo fondamentale, in quanto risolve il primo problema che si incontra
quando si intende costruire un Centro di Monitoraggio o, quando, pi
semplicemente, si vuole avviare una ricerca come quella in oggetto.

Infine, ritornando al tema iniziale, quello del trasporto delle merci pericolose, si
vuole sottolineare quanto riportato a proposito nel PNSS (Sezione 3.11
"Trasporto e Distribuzione delle Merci):

".si propone che il <<Piano delle Priorit>> assuma i seguenti obiettivi:

1. Miglioramento del parco veicoli. sia attraverso la diffusione di ulteriori
dispositivi di sicurezza e di visibilit passiva, in applicazione dei regolamenti
europei ., sia attraverso ladozione di tecniche di revisioni dei veicoli evolute
214
(uso sistematico di specifici strumenti di rilevazione dello stato di efficienza del
veicolo) e la verifica della qualit degli interventi realizzati dalle officine
autorizzate ad effettuare la manutenzione e la revisione.

2. Rafforzamento dei controlli.sui veicoli, sul rispetto della regolamentazione
sui pesi, sulle percorrenze e sui tempi di guida, nonch sullidoneit alla guida
dei conducenti, anche sotto il profilo psicodiagnostico e psicoattitudinale, svolto
dalle competenti figure professionali.

3. Miglioramento della rete infrastrutturale. Eliminazione dei fattori di rischio
sulle tratte stradali pi pericolose che interessano in modo specifico il trasporto
merci su strada e creazione di un sistema di aree di sosta coordinato e su scala
nazionale al fine di consentire il rispetto della normativa vigente e, soprattutto,
al fine di consentire un pi agevole riposo da parte dei conducenti e di favorire
la sistematicit e la completezza dei controlli.

4. Regolamentazione del traffico. Aggiornamento della regolamentazione del
trasporto merci su strada al fine di favorire un incremento delle condizioni di
sicurezza, rispettando le esigenze di efficienza complessiva del trasporto merci.
Per favorire il conseguimento degli obiettivi sopra indicati, appare opportuno
che il <<Piano delle Priorit>> sviluppi le azioni di seguito elencate.

a) Promozione della costituzione di un centro autonomo di coordinamento
e indirizzo delle iniziative per migliorare la sicurezza stradale, raccordato
con lAlbo nazionale degli autotrasportatori di cose per conto terzi e con
lOsservatorio sulla sicurezza stradale nel comparto dellautotrasporto,
recentemente istituito. A tale proposito si rammenta che, dal 1998, al
Comitato Centrale dellAlbo stato affidato il compito di gestire una parte
dei fondi che vengono destinati dal Parlamento ad iniziative concernenti
la sicurezza stradale e la protezione dellambiente e che,
conseguentemente, un pi stretto coordinamento tra le misure previste
dal Piano Nazionale della Sicurezza Stradale e le iniziative adottate dal
Comitato Centrale e dallAlbo dei trasportatori di cui sopra, appare
condizione fortemente auspicabile sia per migliorare lefficacia
complessiva dellazione, evitando possibili incoerenze e duplicazioni che
si risolverebbero in uno spreco di risorse finanziarie e professionali, sia
per assicurare un collegamento organico e sistematico tra le esigenze di
miglioramento della sicurezza stradale proprie del settore e la
programmazione degli interventi di attuazione del Piano Nazionale della
Sicurezza Stradale.

b) Promozione di attivit di ricerca finalizzata alla realizzazione di
dispositivi per il miglioramento della sicurezza dei veicoli e della concreta
diffusione di tali dispositivi nel parco veicoli. A tale fine il "Piano delle
Priorit promuove progetti pilota di sperimentazione dellefficacia
concreta di tali dispositivi su flotte pilota, sulla base di indicazioni del
centro di coordinamento per il miglioramento della sicurezza stradale nel
trasporto merci su strada di cui sopra.

215
c) Realizzazione di uno studio che, in relazione alle esigenze indicate
dalle rappresentanze delle associazioni di categoria, dalle forze di polizia
e da esperti (anche in materia di psicologia del traffico e di valutazione
psicodiagnostica e di test psicoattitudinali), nonch in relazione ad un
confronto con altri Paesi dellUE, individui in dettaglio le esigenze di
aggiornamento del quadro normativo e regolamentare al fine:
- di favorire controlli pi agevoli e sistematici sui vettori, con
particolare riferimento ai vettori extracomunitari (in particolare lo
studio dovr indicare la frequenza e il tipo di controlli necessari per
ridurre le spinte allevasione della normativa vigente);
- di consentire un rafforzamento dei controlli sullidoneit alla guida
dei conducenti e lobbligo a frequentare un modulo di
formazione/educazione in caso di reiterata adozione di
comportamenti di guida ad elevato rischio, anche in relazione al
sistema della patente a punti o di comprovati limiti psico-
attitudinali.

d) Azioni del Piano atte a favorire il miglioramento della rete
infrastrutturale a supporto del trasporto e della distribuzione delle merci
con particolare attenzione a:
- Analisi delle esigenze di adeguamento della rete stradale per
migliorare lefficienza e la sicurezza del trasporto di merci su
strada, anche in relazione alle indicazioni contenute nel "Piano
Generale dei Trasporti e della Logistica, con particolare riferimento
alla individuazione delle situazioni caratterizzate dai maggiori livelli
dincidentalit specifica di questo comparto di mobilit, e
definizione di un programma di interventi distinto per fasce di
priorit.
- Studio mirato a individuare gli interventi che possono favorire una
maggiore separazione tra traffico pesante e traffico leggero,
valutando, in particolare, la possibilit di creare una rete di
camionabili a servizio dei "corridoi maggiormente impegnati dal
trasporto merci.
- Ricognizione delle esigenze in materia di are di sosta e controllo
sia per quanto riguarda il numero, la localizzazione, il
dimensionamento, le caratteristiche tecniche e il tipo di servizi
erogati, sia per quanto riguarda le caratteristiche organizzativo -
gestionali e gli aspetti economico-finanziari legati allimpianto e alla
gestione delle aree.. Elaborazione di un programma di interventi
distinto per fasce di priorit. Definizione di progetti tipo e loro
realizzazione.
- Monitoraggio dello stato di attuazione degli interventi di
adeguamento della rete e di realizzazione del programma di aree di
sosta e controllo e dei risultati conseguiti sia in termini di
miglioramento dellincidentalit specifica del comparto, sia in
termini di efficacia delle aree di sosta e controllo.

216
e) Realizzazione di uno studio mirato a individuare le configurazioni del
trasporto merci su strada che risultano pi vantaggiose sotto il profilo del
miglioramento della sicurezza stradale, con particolare riferimento alla
valutazione dei possibili benefici in termini di sicurezza derivanti
dallincremento del traffico di merci durante le ore notturne, alla
individuazione delle condizioni che occorre determinare per favorire
questo segmento di mobilit, agli eventuali incentivi necessari e al
rapporto tra costi e benefici complessivi, ivi compresa una stima della
probabile riduzione del numero delle vittime conseguente a questo tipo di
iniziativa, della connessa riduzione dei costi sociali determinati
dallincidentalit e agli oneri da sostenere sul versante degli incentivi e
della realizzazione delle condizioni necessarie.

f) Promozione della diffusione di tecnologie telematiche applicate al
trasporto merci, al fine di monitorare il traffico dei mezzi impegnati in
trasporti speciali e/o eccezionali....

Da quanto riportato si pu notare che il PNSS affronta il tema del trasporto di
merci in generale tra cui sono comprese anche quelle pericolose. Il fatto di non
poter distinguere il trasporto di merci pericolose dal trasporto di merci in
generale dovrebbe essere affrontato a livello nazionale, in quanto anche se il
"trasporto delle merci pericolose rientra nel pi ampio settore "trasporto
merci, per cui le linee e priorit indicate hanno comunque valore anche nel
campo particolare delle merci pericolose, queste ultime rappresentano un caso
a parte e sollevano problemi differenti, spesso pi gravi e diffusi
territorialmente, rispetto a quelli relativi al trasporto merci in generale.
A tal proposito, la Provincia di Savona potrebbe fungere da promotore e
prendere liniziativa di colmare tale carenza, ponendo particolare cura ed
attenzione nellinserire aspetti propri del trasporto delle merci pericolose
allinterno delle metodologie di analisi ed intervento seguite nelleventuale
Centro di Monitoraggio e riservando campi specifici nel DATABASE da
utilizzare. Da tale esperienza, potrebbe nascere un documento di integrazione
del PNSS, da proporre al Governo.Si tiene a precisare che, nella metodologia
sperimentale sviluppata nel seguito e nel DATABASE proposto, lelemento
"trasporto di merci pericolose viene gi considerato nei suoi molteplici aspetti.

Un secondo stralcio relativo a questo tipo di rischio stato realizzato mediante
unaltra collaborazione tra il dipartimento DIPTEM dellUniversit degli Studi di
Genova e la Provincia di Savona.

Si segnala in questa parte, facendo riferimento al RISCHIO INDUSTRIALE, e
pi specificatamente alle industrie ritenute pi a rischio presenti allinterno del
territorio provinciale, la parte di studio relativa alle direttirci principali da e per
lo stabilimento:




217
















































218
Come gi accennato nel paragrafo 2.4 inerente le "reti di comunicazione sono
presenti nel territorio della Provincia due gallerie con lunghezza maggiore di
1000 metri, che per tale caratteristica presentano una condizioni di maggior
rischio.

- Galleria Fugona al km 138+400 della Sp n29 (ex strada statale) "del Colle
di Cadibona in Comune di Altare (lunghezza 2020 metri);
- Galleria Frate al km 14+100 della Sp n28 bis (ex strada statale) "del Colle
di Nava in Comune di Roccavignale (lunghezza 1043 metri).

IL PROGETTO INTERREG-ALCOTRA N. 176

In data 19/09/2007 presso il Campus Universitario di Savona si tenuto un
incontro per la presentazione del progetto Interreg-Alcotra
(http://www.interreg-alcotra.org) n. 176 dal titolo "Definizione, progettazione
e realizzazione prototipale di un sistema informativo distribuito per
lidentificazione, il monitoraggio e la gestione del trasporto di merci pericolose
su strada finalizzato al potenziamento della messa in sicurezza delle
infrastrutture di trasporto sullasse transfrontaliero Nizza-Imperia-Savona,
concluso il 22/06/2007.
In particolare in tale incontro stato presentato il modello di riferimento
tecnologico e metodologico per permettere il controllo ed il monitoraggio delle
merci pericolose su strada.
Le soluzioni tecnologiche proposte in questo lavoro seguono 2 principali
approcci.
Nel primo si presuppone che non sia possibile accedere alle informazioni dei
singolo veicoli che trasportano merci pericolose e che pertanto necessario
posizionare sullinfrastruttura viaria una tecnologia che permetta di "osservare
e di "riconoscere la targa arancione che identifica la merce pericolosa
trasportata.
Il secondo approccio segue lidea di poter installare sul veicolo che trasporta
merce pericolosa tecnologie per il monitoraggio in della merce e del viaggio del
veicolo, e per la trasmissione di tali informazioni in tempo reale ad un centro di
elaborazione dellinformazione remoto.
Per approfondimenti in merito al progetto in questione si rimanda al sito
internet pocanzi specificato.

3.7 - RISCHI DERIVANTI DA PARTICOLARI EVENTI METEOROLOGICI

3.7.1 - IL TEMPORALE E IL RISCHIO DA FULMINI

Il temporale un fenomeno atmosferico generalmente violento accompagnato
spesso da fulmini, vento e precipitazioni anche intense. Una manifestazione
temporalesca ha sempre origine con la presenza di un cumulo-nembo e
pertanto ha come due principali cause di formazione lavanzata di un fronte
freddo oppure la convezione in area instabile.
Nel primo caso una massa daria pi fredda si dirige contro una massa daria
pi calda, questultima si solleva rapidamente, facendo s che nel cielo si
formino imponenti cumuli o cumulo-nembi in tempi relativamente ristretti. Nel
219
caso di convezione in aria instabile, c aria fredda in quota e quando nelle ore
centrali del giorno, la convezione abbastanza intensa e riesce a raggiungere
lo strato di aria fredda, la differenza di temperatura permette laumento di
velocit delle correnti convettive e di conseguenza, la condensazione del
vapore e lo sviluppo di uno o pi temporali.
Un temporale pu essere monocellulare (origina da un solo cumulo-nembo),
multicellulare (origina con pi cumulo-nembi vicini) o supercellulare (origina da
un cumulo-nembo in rotazione) Quando si avvicina un temporale la pressione
inizia a calare ed al mattino si possono scorgere degli alto-cumuli castellani.
I temporali si possono classificare in tre tipi principali: di calore, orografici e
frontali. I temporali di calore si sviluppano quando latmosfera si trova in
condizioni di instabilit condizionata al raggiungimento di una certa
temperatura in prossimit del suolo. Sono pi probabili nella stagione calda, in
montagna ed al pomeriggio-sera. I temporali orografici si innescano quando il
flusso negli strati medio bassi dellatmosfera costringe laria a sollevarsi per la
presenza delle montagne. Se latmosfera instabile al di sopra di una certa
quota si potranno sviluppare i temporali orografici. I temporali frontali
avvengono invece in corrispondenza del passaggio di un fronte
prevalentemente di tipo freddo. Frequenti sono i temporali anche in
corrispondenza dei fronti occlusi mentre pi rari sono quelli in corrispondenza
dei fronti caldi. I temporali frontali possono svilupparsi a qualunque ora del
giorno o della notte ed anche in inverno.
Una delle cause pi frequenti che innescano i temporali la cosiddetta goccia
fredda in quota. Quando masse daria fredda arrivano dai quadranti
settentrionali vengono, almeno in un primo tempo, arginate dai rilievi sui
versanti settentrionali nei bassi strati, mentre in quota si osserva un
raffreddamento che innesca lo sviluppo dei temporali. I temporali sono
potenzialmente tanto pi pericolosi e violenti quanto pi alta la temperatura
e lumidit negli strati bassi dellatmosfera.
Lannuvolamento mattutino non permette di raggiungere temperature molto
elevate e quindi gli eventuali temporali non dovrebbero essere particolarmente
intensi. La situazione pi pericolosa si ha invece dopo un periodo prolungato di
bel tempo che ha permesso di raggiungere temperature elevate nei bassi strati
ed il ristagno di umidit. Quando si verificano queste condizioni il pericolo dei
temporali elevato anche perch non ci sono segnali premonitori. Il cielo
rimane prevalentemente sereno fino a poco prima dello sviluppo dei temporali.
Un lieve calo della pressione o un leggero raffreddamento in quota possono
favorire lo sviluppo di temporali.
La previsione dei temporali molto difficile e spesso necessariamente
generica. Prevedere dove e quando si verificher un temporale ancora
impossibile. Ci che si pu prevedere se sono pi o meno favoriti. Se non vi
sono passaggi frontali, la pressione alta, lumidit bassa e non vi sono altre
cause forzanti come gocce fredde in quota i temporali non sono favoriti.
Tuttavia in queste condizioni lirraggiamento elevato e si possono sviluppare i
temporali di calore.
E sempre opportuno informarsi consultando il bollettino meteo aggiornato e
svolgere le attivit allaperto e soprattutto le escursioni in montagna
preferibilmente al mattino, ovviamente se non sono previsti temporali in tale
220
periodo della giornata. Si deve inoltre tenere presente che i temporali hanno
una vita media di unora e che generalmente si spostano guidati dal flusso in
quota. In un luogo la fase intensa dei temporali dura mediamente meno di
mezzora. I fulmini costituiscono il pericolo maggiore dei temporali e quindi di
seguito vengono date alcune nozioni e regole pratiche di comportamento per
ridurre la probabilit di essere colpiti dai fulmini.
Esistono tre tipi di fulmine: tra nubi diverse, allinterno della stessa nube e tra
nube e terra. Sono ovviamente solo gli ultimi a essere pericolosi per chi svolge
attivit allaperto. I fulmini tra nube e terra sono il modo in cui la terra
riacquista gli elettroni (cariche negative) che vengono continuamente "perse
col bel tempo. I fulmini sono quindi principalmente negativi e cio una enorme
carica negativa che solitamente si ammassa alla base della nube viene
scaricata a terra in un tempo brevissimo. Esistono tuttavia anche fulmini
positivi i cui effetti sono del tutto analoghi a quelli dei fulmini negativi ma sono
meno frequenti. Il fulmine avviene quando laria non pi in grado di tenere
separata dal suolo lenorme carica che si ammassata alla base della nuvola.
Quando il campo elettrico al suolo raggiunge valori cos elevati i capelli
tendono a sollevarsi e si sentono dei crepitii. Sui comignoli e sugli angoli dei
tetti si possono vedere delle fiammelle azzurre chiamate fuochi di SantElmo.
Quando si verificano questi fenomeni la probabilit che cada un fulmine
molto elevata. Unaltra curiosit: il fulmine pi frequentemente unico ma non
raro che allinterno dello stesso canale cadano pi fulmini in un tempo
brevissimo. Infatti se si fotografa un temporale notturno muovendo la
macchina fotografica si possono poi contare queste scariche e si vedr che a
volte sono pi di una e possono arrivare anche ad una decina.
Se si viene colpiti direttamente dal fulmine difficilmente si ha possibilit di
sopravvivere basti guardare gli effetti che il fulmine ha sulle piante colpite. Il
pericolo per sussiste anche quando il fulmine ci cade vicino (fulminazione
indiretta). Infatti, contrariamente a quanto si crede la corrente del fulmine non
entra direttamente nel terreno ma "galleggia in superficie diminuendo la sua
intensit mano a mano che ci si allontana dal punto di caduta.
E fondamentale quindi toccare il terreno in un solo punto per ridurre la
corrente di passo ed meglio camminare saltellando in modo da toccare il
terreno sempre con un piede solo. I bovini e gli ovini, avendo le zampe
anteriori molto distanti da quelle posteriori sono pi facilmente vittime dei
fulmini a causa della corrente di passo; la corrente di passo pu essere
sufficiente a provocare arresto respiratorio o cardiaco (pi raro), bruciature
della pelle e contrazioni involontarie dei muscoli che possono indurre dei
bruschi movimenti incontrollati o addirittura provocare delle fratture alle ossa.

REGOLE DA SEGUIRE

1. Avere sempre le idee chiare su cosa fare se si verificher un temporale.
Consultare le previsioni meteorologiche aggiornate. Appena vedete un
fulmine o sentite un tuono mettete in atto il vostro piano demergenza. Un
motto americano dice "If you can see it - flee it; if you can hear it - clear
it se puoi vederlo (fulmine) sbrigati, se puoi sentirlo (tuono) fuggi. Infatti i
221
lampi si vedono, specie di notte, anche a decine di chilometri di distanza
mentre i tuoni si sentono fino a pochi chilometri.
2. Se vi trovate all'aperto.. andate subito in macchina coi finestrini
completamente chiusi o in un edificio con porte e finestre chiuse. Se ci non
possibile allontanatevi rapidamente dalle cime e dalle creste della
montagna e dagli alberi isolati. Evitate di stare negli spazi aperti, vicino ai
tralicci e ai macchinari in generale. State accucciati coi piedi uniti. Se ci
sono tralicci o cavi dellalta tensione si dovrebbe stare pi al sicuro sotto i
cavi ma lontano dai tralicci, accucciati e con i piedi uniti. Il fulmine
attirato dai cavi e dai tralicci e dovrebbe scaricarsi a terra attraverso questi
ultimi. Se siete in un bosco state accucciati con i piedi uniti ed il pi
possibile lontano dai tronchi degli alberi pi alti ed evitate di stare sotto i
rami bassi. Se state facendo il bagno in mare o in un fiume uscite
dallacqua ed allontanatevi dalla riva. Se venite sorpresi e non riuscite a
raggiungere alcun posto sicuro allontanatevi dai posti pi pericolosi ed
accucciatevi tenendo i piedi ben uniti. Non sdraiatevi, non sedetevi per
terra, non appoggiatevi agli alberi, alle rocce ecc. Tappatevi le orecchie con
le mani per evitare i danni ai timpani dei tuoni.Se avete trovato una grotta
non state sullimbocco ma pi allinterno e assumete la posizione accucciata
con i piedi uniti.

Evitate di stare vicino a dove potrebbe scorrere lacqua: i torrenti si ingrossano
rapidamente.Non date le mani ai compagni e state distanziati di una decina di
metri.

Liberatevi di ombrelli, bastoni ed ogni cosa appuntita di medie dimensioni
specie se rivolta verso lalto. Non state sotto tettoie o balconi.

3. Se vi trovate in casa state lontano dalle porte e dalle finestre che devono
essere comunque chiuse. Evitate il contatto e la vicinanza con oggetti
metallici collegati allesterno come impianto elettrico, tubi dellacqua,
radiatori, rubinetti e telefono. Non lavate i piatti, non fate la doccia, non
lavatevi. Non usate il telefono fisso, toglietevi le cuffie, spegnete o meglio
222
togliete la spina degli elettrodomestici, computer, televisioni etc. Chiudete
porte e finestre. E pericoloso stare alla finestra o sulla soglia o sotto una
tettoia ad osservare i temporali.



Se un fulmine cade sulla vostra casa tender a scaricarsi a terra passando sui
muri esterni e se vi trovate sotto una tettoia o sulla soglia la vostra testa
molto vicina al muro ed il fulmine potrebbe preferire di scaricarsi a terra
attraverso di voi.

4. Il pericolo si considera generalmente terminato 30 minuti dopo l'ultima
osservazione di tuono o fulmine.
5. Le persone colpite dal fulmine non sono cariche elettricamente e quindi non
si rischia nulla a soccorrerle. Chiamare subito i soccorsi ed effettuare se
necessario il massaggio cardiaco e la respirazione bocca a bocca. Molto
frequente in caso di fulminazione il blocco respiratorio e pi raro larresto
cardiaco. L80% delle vittime da fulminazione indiretta sopravvive. Se il
soccorso tempestivo si aumenta la probabilit di sopravvivenza.



223
3.7.2 - LA GRANDINE
La grandine una forma di precipitazione allo stato solido; pi precisamente
essa composta da nuclei di ghiaccio, di dimensioni e forma variabili. Anche se
solitamente la grandezza dei chicchi uguale a quella di una nocciolina, accade
spesso che raggiungano dimensioni pi ragguardevoli.
La storia della grandine vecchia quanto quella dellUomo. Molti infatti sono i
riferimenti storici a questo fenomeno meteorologico. Uno tra i pi vecchi si
trova nel libro dell'Esodo (circa 1250 a.C.) ove la grandine viene descritta
come la settima piaga dEgitto. Tralasciando laspetto religioso, dal testo si
evince che gi allepoca era chiaro il collegamento tra la grandine e i temporali
di forte intensit e la intrinseca natura capricciosa della grandine che, a
differenza di siccit e alluvioni, non colpisce le coltivazioni in modo omogeneo.
Nei temporali, la corrente ascendente continua a portare le goccioline dacqua
fino a temperature molto basse (-10/-20C). Ora, queste goccioline pur
raggiungendo queste temperature non congelano, ma restano in uno stato
liquido instabile, dove una minima sollecitazione esterna pu farle congelare.
Questo stato della materia viene chiamato dai fisici "sovrafusione". Quando
lacqua sovraffusa incoccia contro un ostacolo (un fiocco di neve, unala
d'aereo, etc.) ghiaccia quasi istantaneamente rilasciando una piccola quantit
di calore. Molto suggestiva limmagine di un fiocco di neve attorniato da
goccioline sovraffuse ottenuta allinterno di una nube. Se il fiocco di neve
impatta con tante gocce sovraffuse. Se impatta con moltissime gocce
sovraffuse, allora la sua forma sar grossomodo conica (il verso di caduta di
questo agglomerato di ghiaccio va dalla punta alla base del cono).






La grandine si forma proprio grazie alle goccioline sovraffuse. Quando un
cristallo di ghiaccio (embrione di grandine) entra in strati di aria con acqua
sovraffusa, portati verso lalto dalla corrente ascendente del temporale, allora
lembrione crescer catturando queste goccioline. Se le goccioline sono
relativamente poche, gli strati di ghiaccio che si formeranno attorno
allembrione saranno opachi perch il ghiaccio non assumer una struttura
regolare. Quando invece lembrione di grandine incontrer strati con molta
acqua sovraffusa, allora lo strato di ghiaccio che si former attorno
allembrione sar trasparente. Questo perch il calore rilasciato dalle goccioline
sovraffuse che gelano sar sufficiente a mantenere la temperatura

224
dellembrione vicina allo 0C, facilitando la formazione di cristalli di ghiaccio
regolari (come quelli dei cubetti nei nostri freezer). Provate a individuare gli
strati che si sono formati rispettivamente in presenza di poca e molta acqua
sovraffusa in questo chicco di grandine.
- Forma dei chicchi di grandine
I chicchi di grandine non hanno tutti la stessa forma: la classificazione generale
li suddivide in sferoidi, ellissoidi, pomi, coni e forme irregolari. Nel processo di
formazione sul chicco di grandine si accumulano strati che non si
compenetrano, dando luogo ad una struttura "a cipolla comprendente strati di
ghiaccio opaco e bianco alternati a strati trasparenti.

Il processo di formazione pu essere grosso modo descritto cos:


225
Molti metodi sono stati proposti per cercare di ridurre la formazione della
grandine. Purtroppo, allo stato attuale delle conoscenze, non si in grado di
dire se essi funzionino o no. Quello che certo che, in ogni caso, non
riescono a prevenire totalmente la formazione della grandine. Gran parte dei
metodi di prevenzione della grandine fino ad oggi proposti si possono
distinguere in metodi meccanici e in metodi chimico-fisici.
I metodi meccanici sono quelli che fanno uso di sostanze esplosive (missili o
cannoni al suolo) e si basano sulleffetto meccanico che lesplosione potrebbe
provocare sui chicchi. Ora, i razzi esplosivi attualmente prodotti raggiungono
altezze di ca. 2000 m, quindi ben inferiori alle zone ove la grandine si forma.
Anche ammettendo che le esplosioni possano fare qualcosa ai chicchi di
grandine, sarebbero queste esplosioni abbastanza forti ed estese da
proteggere unarea sufficientemente grande per essere economicamente
convenienti? Purtroppo, al momento, nessuno ha ancora dato una risposta a
questa domanda.
I metodi chimico-fisici si differenziano a loro volta in metodi Glaciogeni e
metodi Igroscopici.
I metodi glaciogeni si basano sul principio della competizione benefica.
Lidea alla base quella di immettere nella nube delle sostanze che facilitino il
congelamento dellacqua (ad esempio lo ioduro dargento) e quindi che
aumentino il numero degli embrioni di grandine. In altre parole, con queste
sostanze si cerca di formare tanti chicchi di grandine, ma di pi piccole
dimensioni, al posto di pochi chicchi grossi. Questi chicchi piccoli potrebbero
sciogliersi prima di raggiungere il suolo o comunque produrre poco danno.
Queste sostanze possono essere disperse in atmosfera o mediante bruciatori al
suolo, o mediante bruciatori posti su aerei o con missili che raggiungono gli
8000 m di altezza. Il principio della competizione benefica funziona in
laboratorio, ma molto difficile da provare sperimentalmente sul campo;
infatti i meccanismi che avvengono allinterno delle nubi possono creare non
pochi problemi alla dispersione delle sostanze attive. Inoltre queste sostanze
devono agire secondo delle tempistiche precise, che sono molto difficili da
individuare e prevedere.
I metodi igroscopici si basano sullutilizzo di sostanze che facilitano la
formazione di grosse gocce allinterno delle nubi (essenzialmente sali di calcio
e sodio). Rilasciando queste sostanze allinterno delle nubi si vuole favorire la
formazione di gocce di pioggia, togliendo la possibilit allacqua di diventare
goccioline sovraffuse e quindi entrare nel processo di formazione della
grandine. In generale queste sostanze vengono rilasciate in atmosfera tramite
aerei. Uno dei problemi di queste sostanze che devono essere immesse nelle
nubi in momenti e posizioni opportune. Inoltre, richiedendo luso di aerei che
volino a vista, difficilmente potrebbero essere utilizzate di notte. Queste
sostanze sono state sperimentate in Sudafrica nel tentativo di aumentare la
quantit di pioggia prodotta dai temporali ed hanno dato risultati positivi.
Anche esperimenti analoghi ripetuti in Messico da gruppi di lavoro statunitensi
hanno riportato analoghi risultati positivi. Ora, per, anche se si riesce a far
226
piovere di pi, non detto che si possa nello stesso modo far grandinare di
meno.
Il generale, uno dei problemi principali trattando della grandine quello della
sua grande variabilit. Per cercare di prevenire la grandine, necessario prima
comprenderla. Al momento questo non stato fatto appieno, ma possiamo per
certo dire che in linea di principio possibile, anche se saranno necessari
lunghi anni e lutilizzo di strumenti ad hoc, come la rete di rilevamento della
grandine, realizzata dallERSA e ora gestita dallOsservatori Meteorologico
dellARPA - FVG. Questa rete, che si basa sul contributo di quasi 400 volontari,
non solo consente di sapere dove e quando grandinato, ma di conoscere
anche laspetto della grandine.
- DIFESA CONTRO LA GRANDINE
Per quantificare i danni causati dalla grandine esiste la scala Torro: lintensit
di una grandinata si riferisce al danno maggiore che essa ha causato e se i
danni non possono essere quantificati allora lintensit verr relazionata alla
grandezza del chicco.




227


3.7.3 - LE GELATE

Per gelata si intende un fenomeno meteorologico caratterizzato da un forte
abbassamento della temperatura dellaria, che partendo da valori positivi
raggiunge valori sotto lo zero. Sebbene le gelate non rappresentino
un`avversit molto frequente o diffusa sul territorio della Provincia, fatta
eccezione per la Val Bormida, ugualmente un pericolo non trascurabile e va
contrastato con mezzi efficaci per non subire danni ingenti alle colture
frutticole.
E intuitivo che gli effetti della gelata dipendono fortemente dalla specie, dalla
variet considerata e dallo stadio fenomenologico della pianta ed in questo
senso una classificazione basata sul danno arrecato sempre molto difficile.
Comunque a prescindere dal danno, esistono diverse classificazioni. La prima
basata sullepoca in cui si verificano le gelate:

Gelate invernali;
Gelate primaverili;
Gelate autunnali;

Dal punto di vista dellorigine meteorologica si possono distinguere tra tipi di
gelata:

Per irraggiamento notturno: laria vicina al suolo pi fredda di quella
che si trova a due o 10 metri di altezza.
Per avvezione: dovuta allarrivo di una massa daria che ha una
temperatura inferiore allo zero;
Per evaporazione: la meno comune poich si verifica in condizioni
particolari, quando i tessuti della pianta sono bagnati da un velo
dacqua, lumidit dellaria molto bassa e la temperatura prossima
allo zero.

228
Infine in accordo con gli aspetti visivi si possono distinguere due tipi di gelate:

a) Con deposito di ghiaccio;
b) Senza deposito di ghiaccio.

Un problema che sovente si pu presentare quello del ghiaccio che va a
ricoprire i cavi elettrici degli elettrodotti. Se il ghiaccio raggiunge un certo peso
pu capitare che i cavi si rompano, creando cos notevoli disagi.

3.7.4 - LA GALAVERNA

Si tratta di un deposito di ghiaccio prodotto per congelamento rapido di
piccolissime gocce sopraffuse di nebbia o foschia specialmente su superfici
verticali, sulle punte e sugli spigoli degli oggetti: Sul lato esposto al vento la
galaverna pu accumularsi in modo da formare uno strato di grande spessore.
Si riporta unimmagine presa nel Parco del Beigua:



Assieme con gli eventi alluvionali, la galaverna ed il gelicidio, denotano la
vulnerabilit dei boschi di castagno, caratteristici di questo territorio, ed in
particolare dei soprassuoli molto invecchiati. Oltre agli stroncamenti di chioma
e di mezzo fusto dovuti allappesantimento della galaverna stessa, si registrano
numerosi episodi di interi ribaltamenti di ceppaie.
La stasi di questi eventi meteorici, incide localmente anche sullo stato delle
infrastrutture (viabilit pedonale e di servizio).
Quando la temperatura scende sotto il punto di congelamento in atmosfera
limpida si ha una precipitazione allo stato solido, poich il vapore acqueo
sublima sulle piante o al suolo, depositandosi sotto forma di cristalli di
ghiaccio: la brina.
Sulle strade la brina pu determinare la formazione di un sottile strato di
ghiaccio, detto "vetrone, conosciuto in francese come "verglas. Questo sottile
strato di ghiaccio si trova spesso in montagna come copertura delle rocce.
Anche questo fenomeno contribuisce ad rendere rischioso il percorso su strade
che si trovano specie nel versante padano della Provincia.

229
3.7.5 - LE TROMBE DARIA

Le trombe sono dei vortici depressionari di piccola estensione in cui i venti
possono raggiungere elevate velocit, anche di alcune decine di Km/h; esse si
verificano sulla base di quelle enormi nuvole temporalesche chiamate
cumulonembi, che si formano in seguito a forti instabilit dellaria.
Una tromba tipica presenta la forma di un tubo o di un cono a pareti ripide con
la base verso lalto ed il vertice che si protende verso la superficie terrestre
fino a toccarla. Spesso landamento sinuoso a causa della diversa velocit
con cui la base trasla rispetto alla sommit per cui laspetto della tromba daria
diventa simile a quello di una proboscide.
Si parla di tromba daria quando il vertice corre sul suolo e di tromba marina
quando corre sul mare; normalmente si fa distinzione tra trombe marine e
trombe daria a seconda del luogo di origine anche se abbastanza frequente
vederle passare dal mare alla terraferma o viceversa.




I venti hanno una rotazione normalmente ciclonica (antioraria nellemisfero
nord) e sono quasi ciclostrofici in quanto le uniche forze che intervengono
significativamente sono la forza di gradiente e la forza centrifuga, entrambe
notevolmente alte a causa dei raggi limitati delle trombe. La velocit aumenta
dal centro alla periferia ed il valore massimo, come anche il diametro della
tromba in relazione alla profondit della depressione. I meccanismi di
formazione non sono ancora bene noti, anche se la situazione favorevole si ha
ogni qualvolta che al di sopra di aria fresca molto umida scorre un flusso daria
calda secca.

- CARATTERISTICHE FONDAMENTALI
Questo fenomeno possiede diverse analogie con i tornado da cui si differenzia
unicamente per le minori dimensioni (da 10 a 80 m) e per le velocit
nettamente inferiori dei venti e quindi per le minori energie in gioco. Tuttavia,
poich larea interessata al passaggio di una tromba molto ristretta, i danni
prodotti possono essere considerevoli in caso di impatto contro edifici o navi.
Se la tromba passa sulla terra ferma trasporta in alto polvere e tutto ci che
non fissato, ma se ha molta forza riesce a sradicare alberi o a distruggere
fabbricati; se il vertice cade sul mare, la zona interessata si agita formando
una nube di spuma e la tromba assume l'aspetto di una colonna d'acqua in
230
quanto la sua azione si esplica attraverso un risucchio pi o meno violento.
Caratteristica fondamentale delle trombe la loro formazione improvvisa, con
un brusco ed immediato calo della pressione, per cui impossibile prevederle
osservando il graduale abbassamento della pressione come avviene prima del
passaggio dei cicloni. Un segno rivelatore pu essere, sulla terraferma, la
presenza di turbini di polvere prima della formazione dell'imbuto, sul mare si
osserva una macchia scura superficiale.
Il fenomeno ha una durata limitata che va dai 10 ai 30 minuti e dal luogo di
formazione si sposta seguendo traiettorie imprevedibili e indefinite. La velocit
di traslazione variabilissima, generalmente superiore ai 15 nodi. Nel caso
marino una tromba si esaurisce quando incrocia un rovescio di pioggia o
quando raggiunge la terraferma. Le altezze sono variabili dai 100 ai 1000 m e
coincidono di solito con l'altezza della base dei cumulo-nembi da cui essa ha
origine. Le trombe si formano con maggiore frequenza sui mari caldi (ad
esempio sul Mediterraneo) e nelle zone delle calme equatoriali, cio dove sono
pi alte le probabilit di formazione dei sistemi nuvolosi temporaleschi. La
frequenza minima tra i 10 ed i 20 di latitudine ed media tra i 30 ed i
40. Molto bassa o nulla la probabilit a latitudini superiori. Oltre i tropici la
frequenza massima si verifica nei mesi fra il termine dell'estate e l'inizio
dell'autunno, nella zona temperata in estate. Le zone italiane pi battute dalle
trombe marine sono il Friuli, la costa meridionale abruzzese, lo stretto di
Messina, la costa laziale e ligure, in particolare nel golfo di La Spezia. Per
quanto riguarda le trombe d'aria esse sono piuttosto frequenti sulle regioni
settentrionali, in Toscana e nel Lazio.
Oggi vanno considerate con molta pi attenzione rispetto al passato vista l'alta
densit abitativa e produttiva delle zone dove maggiormente alta la
probabilit del loro verificarsi. Tali studi hanno importanza sia dal punto di
vista assicurativo, per meglio definire i rischi ed i costi delle polizze, sia dal
punto di vista costruttivo nel caso di insediamenti ad alto rischio come
costruzione di nuove centrali elettriche, centrali atomiche, ponti, etc. Le
trombe vanno infatti incluse nella lista di eventi potenzialmente possibili e
pericolosi come: terremoti, caduta di un aereo, esplosioni, etc. La valutazione
del rischio richiede, oltre alla stima della frequenza dell'evento, anche la
definizione delle caratteristiche di una "tromba standard" e precisamente la
lunghezza del percorso ed il diametro. A tal fine sono state fatte delle
classificazioni di tipo qualitativo, basate unicamente sui danni prodotti; una
classificazione basata sugli aspetti fisici (variazione della pressione, velocit del
vento, ecc) praticamente impossibile considerata l'imprevedibilit del
fenomeno, la sua breve durata e la sua localizzazione estremamente ristretta.
Tale classificazione riportata nella tabella seguente.



231
Classe Effetti
I Lieve Oggetti di poco peso vengono scaraventati in aria;
rottura di vetri.
II Moderata Scoperchiamento parziale dei tetti, crollo dei cornicioni
e di qualche muro pericolante; abbattimento dei
cartelloni pubblicitari, danni alle colture.
III Forte Scoperchiamento totale dei tetti; crollo di qualche casa
di vecchia costruzione, di baracche e capannoni,
piegamento e abbattimento di alberi.
IV Rovinosa Lesione alle strutture degli edifici, diversi crolli di case
di vecchia costruzione, edifici pericolanti, baracche e
capannoni, pali abbattuti ed alberi sradicati; qualche
oggetto pesante scaraventato in aria a qualche metro di
distanza.
V Disastrosa Crolli di case in muratura di costruzione anche recente e
di capannoni industriali, piloni in cemento armato
abbattuti, imposte e saracinesche scardinate, parecchi
oggetti pesanti (macchine, roulotte, lamiere, tubi, ecc.)
e persone scaraventate in aria a parecchi metri di
distanza.
VI Catastrofica Tornado di tipo americano.
Le aree pi colpite da tale fenomeno sono i mari caldi, quali quelli del
Mediterraneo, dove si riscontra la maggior probabilit di formazione di sistemi
nuvolosi temporaleschi. In questo contesto la Liguria risulta essere una delle
regioni che hanno pi probabilit di essere colpite. Secondo alcune statistiche a
larga scala, pare che i temporali siano aumentati nellultimo decennio a causa
del surriscaldamento del pianeta e sulle grandi citt si ha lincremento
maggiore; in queste aree si localizzerebbe infatti il calore fornito dalla bolla
daria calda gravante sopra le metropoli, detta lisola di calore. Si crea quindi
una situazione favorevole al verificarsi delle trombe daria, specialmente alla
periferia delle citt dove lumidit pi abbondante per lapporto dellaria che
arriva dalle aree verdi.Nonostante in Italia il fenomeno sia in costante
aumento, si pu dire che rimane abbastanza raro. I periodi in cui pi
probabile il verificarsi di tali fenomeni sono quelli compresi tra la primavera e
lautunno; la fine dellestate uno dei momenti pi critici, poich il passaggio
dei fronti freddi spesso si manifesta con intense perturbazioni e violenti
temporali che possono essere accompagnati da grandine e trombe daria.



232

La formazione di un cumulonembo a Bergeggi (SV)
LARPAL ha eseguito una serie di studi per la distribuzione degli eventi in
Liguria ed i risultati si riportano nella seguente figura.

233
In Provincia di Savona si sono registrati nel corso degli anni alcuni fenomeni
riferibili a trombe daria.