Sei sulla pagina 1di 156

2

I CODICI DI CONDOTTA PER LE IMPRESE MULTINAZIONALI CONSIDERAZIONI INTRODUTTIVE CAP. 1. LE IMPRESE MULTINAZIONALI: PROFILI GENERALI 1.1 Le imprese multinazionali e lerosione del principio della sovranit dello Stato 1.1.1 Le imprese multinazionali: una definizione 1.1.2 La natura dellimpresa multinazionale 1.1.3 La sovranit nellera della multinazionalizzazione delleconomia 1.2 Il problema della soggettivit internazionale delle imprese multinazionali 1.3 Il problema della condotta delle imprese multinazionali 1.3.1 Il comportamento delle imprese multinazionali 1.3.2 Responsabilit sociale dellimpresa e sviluppo sostenibile 1.3.3 Il contesto generale della sfida per una condotta etica delle imprese multinazionali 1.4 La nozione di codice di condotta 1.4.1 Codici interni o corporate codes of conduct 1.4.1.1 Lambito di applicazione dei codici di condotta interni 1.4.2 Codici esterni o codes of conduct for multinational enterprises CAP. 2. ASPETTI STORICI E GIURIDICI DEL FENOMENO DEI CODICI DI CONDOTTA

2.1 Motivi di una delimitazione del campo di interesse 2.2 Levoluzione del contenuto dei codici di condotta per le imprese multinazionali 2.2.1 I precursori della regolamentazione dellattivit delle imprese multinazionali 2.2.2 La codificazione della condotta delle imprese multinazionali nel contesto del Nuovo Ordine Economico Internazionale: gli anni 70 e la first wave di codici 2.2.2.1 Natura legale dei codici di condotta e delle linee guida della first wave 2.2.2.2 Destinatari degli strumenti internazionali adottati durante la first wave 2.2.3 Gli anni 80: deregulation, neo-liberismo e la fine della Guerra Fredda 2.2.4 Gli anni 90 e la second wave di codici 2.3 I principali risultati raggiunti 2.3.1 Le Guidelines della ICC 2.3.2 Il Pacchetto OECD 2.3.3 La Tripartite Declaration dell ILO 2.3.4 Il Draft Code of Conduct delle Nazioni Unite 2.3.5 Le Guidelines della Banca Mondiale 2.4 Strumenti, attori ed iniziative attuali 2.4.1 I Trattati Bilaterali sugli Investimenti 2.4.2 Il Multilateral Agreement on Investment 2.4.3 Il ruolo del WTO CAP. 3. RUOLO ATTUALE DEI CODICI DI CONDOTTA E PROSPETTIVE

3.1 Limposizione dei codici di condotta 3.1.1 La prospettiva degli Stati 3.1.1.1 Legislazione nazionale 3.1.1.2 Disciplina internazionale 3.1.2 La prospettiva delle multinazionali 3.1.2.1 Impossibilit delle multinazionali di partecipare al processo di creazione delle norme internazionali e limposizione dei codici 3.1.2.2 La volontaria osservanza dei codici di condotta 3.2 I codici di condotta nella prospettiva dello sviluppo del diritto internazionale consuetudinario 3.3 La prospettiva transnazionale CONSIDERAZIONI CONCLUSIVE

I CODICI DI CONDOTTA PER LE IMPRESE MULTINAZIONALI CONSIDERAZIONI INTRODUTTIVE Il processo di integrazione economica ha subito negli ultimi anni un incremento considerevole. Laumento degli investimenti diretti allestero, ed il corrispondente accrescimento della potenza economica delle principali imprese industriali le quali attraverso la costituzione in numerosi paesi esteri di societ consociate che vi svolgono attivit produttive strettamente collegate a quelle della societ madre e da questultima coordinate1 acquistano il potere di influenzare, quando non di controllare, le politiche degli Stati ospiti di investimenti stranieri, anche in aree estranee al settore commerciale - ha dato al processo di globalizzazione delleconomia un impulso considerevole. Tale sviluppo ha attratto lattenzione non solo degli attori istituzionali della scena giuridica internazionale, ma anche della societ civile, la quale ha manifestato, in particolare a partire dalla fine degli anni 90, un interesse crescente verso i processi di multinazionalizzazione delleconomia e verso i rischi che vi sono correlati: libere da qualsiasi vincolo territoriale e spinte prioritariamente da obiettivi di profitto, le imprese multinazionali si sono affermate negli ultimi cento anni come protagoniste assolute dello scenario internazionale; non sempre, per, i principi di convenienza economica che le ispirano nella loro azione si sono conciliati con le istanze, sollevate dai vari osservatori del fenomeno, collegate al raggiungimento di obiettivi di benessere socio-economico condiviso.
1

Cfr. SACERDOTI, Stati e Imprese Multinazionali, in PICONE-SACERDOTI, Diritto Internazionale dellEconomia, Franco Angeli, 1994, Milano, pag. 699.

Se negli anni successivi alla fine della seconda Guerra Mondiale lespansione degli investimenti delle imprese multinazionali allestero era stata accolta con favore - as multinationals enjoyed a honeymoon in their relationships with governments2- dagli Stati nazionali, in particolar modo dai paesi le cui economie uscivano debilitate dal conflitto e la cui ricostruzione chiedeva un assetto complessivo favorevole alla libera circolazione del capitale3, e dai paesi in via di sviluppo, i quali ambivano a trarre vantaggio dal capitale straniero per portare avanti i propri progetti di crescita economica, dacch difficilmente un paese povero in grado di accrescere con le sue sole forze il capitale e le conoscenze tecniche necessarie per procedere nello sviluppo economico4, a partire dalla fine degli anni 60 , e nei primi anni 70, diveniva sempre pi chiaro che il periodo di honeymoon tra imprese multinazionali e Stati si avviava al termine, per lasciare spazio ad uno scenario decisamente pi complesso. Il punto di rottura si pu storicamente far risalire alla prima conferenza UNCTAD, nel 1963. Sottolineando lincompletezza del sistema cui gli accordi di Bretton Woods avevano dato vita, in particolare la lacuna dovuta al fallimento dei negoziati per la Carta dellAvana nella trattazione del punto nodale degli investimenti diretti allestero, si reclamava ladozione, nellambito dellUNCTAD e pi in generale del Consiglio Economico e Sociale delle Nazioni Unite, di strumenti giuridici internazionali che fossero in grado di rispondere agli understandable, but not always substainable efforts at economic self-determination5 dei paesi in via di sviluppo, una categoria

Cfr. BREWER-YOUNG, Background and the New International Economic Order, in The Multilateral Investment System and Multinational Enterprises, Oxford University Press, 1998, New York, pag. 14.
3

Cfr. PICONE, Ordine Economico Internazionale, 1994, in PICONE-SACERDOTI, op.cit., p. 155.


4

Cfr. MIGLIORINO, Introduzione in Gli Accordi Internazionali sugli Investimenti, Giuffr, 1989, Milano, pag. 1.
5

Cfr. WALLACE, The Drive for Economic Self-determination, in Legal Control of the Multinational Enterprises, Nijhoff, 2002, The Hague, pag. 34.

che poteva allepoca essere sovrapposta con quella degli Stati di nuova indipendenza. La richiesta, avanzata dalle suddette nazioni, di dispositivi capaci di porre le proprie risorse naturali nonch i propri sistemi economico-sociali al riparo dalle imprese multinazionali e dagli Stati dorigine delle stesse si inscrivevano nellambito del pi vasto movimento per linstaurazione di un Nuovo Ordine Economico Internazionale , i cui obiettivi, secondo lottica succitata, dovevano comprendere il riconoscimento dellesigenza di strumenti compensativi dello sfruttamento subito durante il periodo coloniale, la correzione degli squilibri nel sistema internazionale degli scambi commerciali ed una pi equa distribuzione della ricchezza e del potere economico mondiale. Dallaltro lato si assisteva al crescere della preoccupazione, in seno ai paesi industrializzati, per le massicce campagne despropriazione e, pi in generale, per le pressanti rivendicazioni di sovranit e di autodeterminazione dei paesi in via di sviluppo, ed era avvertita con sempre maggiore urgenza la necessit degli Stati esportatori di capitali della fissazione di garanzie per le proprie imprese le cui attivit incidessero su territori stranieri. Visti nellottica dei paesi industrializzati, gli investimenti allestero, che pure consentivano di avvantaggiarsi di una penetrazione nei mercati esteri e conseguentemente in bacini di vendita pi ampi, la delocalizzazione di tecnologie in fase di obsolescenza ed il reperimento di fattori di produzione materie prime e forza lavoro a costi minori6, cominciavano a rivelare una pericolosit intollerabile laddove erano esposti alle manovre protezionistiche dei governi dei paesi in via di sviluppo. A partire dalla met degli anni 80 le rispettive posizioni, in capo ai due principali assetti di interesse i paesi in via di sviluppo da un lato, gli Stati industrializzati esportatori di capitali dallaltro si sono ammorbidite. La distanza economica percepita tra le nazioni diminuita considerevolmente. I paesi in via di sviluppo hanno messo da parte loriginaria
6

Cfr. SACERDOTI, Stati e Imprese Multinazionali, 1994, op. cit., pag. 699.

posizione di totale conflitto nei confronti delle imprese multinazionali, aderendo ad un approccio pi elastico, maggiormente incentrato sullo sfruttamento dei benefici economici che lattivit imprenditoriale multinazionale in grado di apportare alle economie delle nazioni sui cui territori essa incide. Alcuni di questi Stati, originariamente paesi di destinazione degli investimenti stranieri, hanno a loro volta intrapreso una politica di investimento allestero, diventando a loro volta paesi di provenienza di complessi economici multinazionali7. Dallaltro lato, e conseguentemente, ormai venuta meno lesigenza, da parte dei paesi industrializzati, di una tensione verso la negoziazione di concessioni e garanzie degli investimenti con i paesi in via di sviluppo, poich nellambito di una naturale evoluzione in senso liberista del diritto economico globale, molte garanzie risultano come gi connaturate allattuale assetto. Nonostante tale evoluzione, la multinazionalizzazione delleconomia non manca di sollevare ancora oggi delicate questioni. Se le due differenti prese di posizione delineate sopra si possono considerare oggi molto pi vicine che in passato, altre istanze emergono e si affermano, palesando alcune sacche di conflitto le quali presentano una convergenza su un punto fondamentale ai fini della presente trattazione: la soluzione ai problemi che nascono dalla multinazionalizzazione delleconomia non pu prescindere dalla ricerca di strumenti normativi che possano in qualche modo vincolare gli attori della scena delleconomia globale ad un comportamento che sia quantomeno accettabile, nelle sue varie manifestazioni, per tutti i portatori di interesse coinvolti. Partendo da una analisi dei soggetti e delle problematiche relative alla ricerca di un equilibrio tra obiettivi degli investitori, politiche di sviluppo degli Stati ospiti e interessi degli stakeholders, ed attraverso lesame del regime delle imprese multinazionali e della evoluzione del diritto internazionale in materia, la presente trattazione vuole affermare la necessit di strumenti che
7

Cfr. ODDENINO, La Rilevanza dei Codici di Condotta nella Regolamentazione dellAttivit delle Imprese Multinazionali, in PORRO, Studi di Diritto Internazionale dellEconomia, Giappichelli, 1999, Torino, pag. 61.

responsabilizzino le imprese multinazionali; strumenti la cui caratteristica viene individuata nella volontariet, escludendo quindi la possibilit, oltre che la opportunit, di costringere sotto la spada di Damocle di sanzioni vere e proprie le imprese multinazionali.

10

CAPITOLO 1 GENERALI 1.1

LE

IMPRESE

MULTINAZIONALI:

PROFILI

Le imprese multinazionali e lerosione del principio della sovranit

dello Stato 1.1.1 Limpresa multinazionale: una definizione Il termine impresa multinazionale relativamente moderno. L'espressione stata utilizzata per la prima volta8 da David Lilienthal., direttore della Tennessee Valley Authority9, in una relazione presentata al Carnegie Institute of Technology nel 196010 per indicare business companies having their home in one country, and their operations in that and other countries. Da allora il termine ha incontrato una diffusione estrememente ampia, ed stato riferito ad una variet di forme e di strutture, da cui derivata la difficolt di individuarne una definizione univoca11. E necessario dunque, prima di procedere allanalisi delle principali problematiche sollevate dal fenomeno delle imprese multinazionali, soffermarsi brevemente sulla definizione stessa di tali entit.
8

Cfr. TEICHOVA, LEVY-LEBOYER, NUSSBAUM, Multinational Enterprise in Historical Perspective, in The English Historical Review, Vol. 102, No. 404, Jul., 1987, Oxford University Press, pag. 695.
9

La Tennessee Valley Authority un ente pubblico statunitense creato nel 1993 per assicurare lo sviluppo economico, soprattutto ai fini della produzione idroelettrica, della Tennessee Valley, una regione particolarmente colpita dalla Grande Depressione. Il suo programma iniziale consisteva nella creazione di un sistema di gestione delle acque del bacino del Tennessee, ma nel corso degli anni lAuthority si afferm come una agenzia per lo sviluppo economico generale della regione, divenendo uno dei massimi esempi mondiali di intervento pubblico nell'economia in funzione anticiclica.
10

Cfr. LILIENTHAL, The Multinational Corporation, Carnegie Institute of Technology, Symphosium del 21-22 Aprile 1960.
11

Cfr. PORCHIA, I Soggetti nel Diritto Internazionale dellEconomia, in PORRO, Studi di Diritto Internazionale dellEconomia, Giappichelli, 1999, Torino, pagg. 44-45.

11

Nellesperire il tentativo definitorio sar opportuno considerare innanzitutto la impresa multinazionale come un mero fatto economico, nella consapevolezza che non si possa compiutamente tracciare il profilo giuridico della impresa in oggetto senza aver preliminarmente affrontato il punto nodale della sua esistenza economico-aziendale. La conseguente ricerca di una enunciazione giuridica del fenomeno, sar poi impostata ad una costante tensione al confronto con il problema del controllo delloperato delle imprese multinazionali, che costituisce in definitiva il nucleo tematico della presente trattazione. Laggettivo multinazionale, associato al termine impresa, fa riferimento, nella letteratura economica, alla struttura di questultima; in particolare, indica la simultanea presenza in pi paesi di unit produttive afferenti ad una stessa attivit12. E questa una condizione necessaria, ma di per s non sufficiente, della multinazionalit intesa in senso economico. E altres necessario infatti che sia soddisfatto un ulteriore requisito, identificabile nella unit dazione su scala internazionale. Questa nozione pu essere apprezzata attraverso due differenti criteri complementari: da un lato, la messa in comune di risorse (capitale, personale, know-how, informazione), dallaltro, il perseguimento di una strategia unica e coordinata13. Tali due elementi, aggiunti alla condizione preliminare dellattivit produttiva dispiegata su pi paesi, sono sufficienti a definire la multinazionalit dellimpresa dalla prospettiva economico-aziendale. Avendo ben presente la nozione economica di impresa multinazionale, necessario ora, per poter proseguire nelliter definitorio con riferimento al concetto giuridico, dotarsi di taluni strumenti inerenti alla struttura giuridica di questultima.

12

Cfr. MERCIAI, Les Entreprises Multinationales en Droit International, Bruylant, 1993, Bruxelles, 1993, pag. 113.
13

Cfr. MERCIAI, ibidem.

12

Osserviamo dunque come linvestimento diretto allestero costituisca un investimento costituito da un soggetto sul territorio di uno Stato diverso da quello dappartenenza14. La natura diretta di questo particolare tipo di investimento internazionale data dal controllo effettivo dellimpresa da parte dellinvestitore straniero15. La holding (o societ-madre) sia invece la societ che detiene la propriet dellinvestimento diretto allestero16; mentre con lespressione societ controllata (o figlia) si intenda, prescindendo dalla sua forma legale, quel soggetto di diritto -costituito secondo la legge dello Stato ospite- in cui si estrinseca linvestimento diretto allestero17, filiale e succursale sono entrambe societ controllate e si differenziano tra loro in quanto la holding detiene della prima la maggioranza azionaria mentre della seconda soltanto una quota minoritaria18. Vediamo come, dalla analisi dei termini di cui sopra, risalti la centralit di un concetto: quello del legame proprietario che si configura tra le entit in esame. Ci nonostante, dobbiamo ancora sottolineare come la mera analisi della struttura proprietaria di una impresa multinazionale sia insufficiente per individuare quale sia lesatta natura dei rapporti economici e giuridici che compongono la stessa. E stata sostenuta infatti la necessit di introdurre un altro criterio, complementare a quello della propriet, che accorra in aiuto nella ricerca di una visione realistica della impresa multinazionale; un criterio che faccia
14

Cfr. JUILLARD, Definition de lInvestissement, in Annuaire Franais de Droit International, CNRS, 1984, Parigi, pag. 773.
15

Cfr. CANTONI, Il Contributo del Gruppo della Banca Mondiale alla Promozione degli Investimenti Internazionali, in PORRO, Studi di Diritto Internazionale dellEconomia, Giappichelli, 1999,Torino, pag. 79, nota 1.
16

Cfr. FONTANA-CAROLI, Il Sistema Impresa e le sue Relazioni con lAmbiente, in Economia e Gestione delle Imprese, McGraw-Hill, 2003, Milano, pag. 12.
17

Cfr. VALDANI-BERTOLI, LImpresa e le Strategie Internazionali, in Mercati Internazionali e Marketing, Egea, 2003, Milano, pagg. 80-81
18

Cfr. WALLACE, Legal and Organizational Forms, 2002, op. cit., pagg. 102-103.

13

riferimento al reale ed effettivo controllo manageriale e quindi al legame sostanziale esistente tra i soggetti facenti parte del complesso multinazionale19. Una siffatta impostazione, la quale in grado di distinguere tra controllo interno, ovvero appunto il potere direttivo della societ holding, e controllo esterno, inteso come la legal framework20 entro la quale il management dell impresa chiamata ad operare e che disegna la dinamica proprietaria, imposta alla impresa dal suo statuto in accordo con le regolamentazioni nazionali- appare maggiormente in grado di evidenziare come non sempre lorganizzazione esterna rifletta accuratamente la vera distribuzione delle funzioni manageriali e di controllo. Siamo cos in grado di intuire come un controllo esterno, esercitato dal legislatore nazionale o attraverso strumenti di diritto internazionale, risulterebbe virtualmente inefficace laddove non fosse indirizzato ai centri nevralgici (dal punto di vista della gestione manageriale) dellimpresa multinazionale. Possiamo ora addentrarci nel tentativo di definire propriamente limpresa multinazionale come entit che si muove in un ambito operativo che trascende le frontiere dei singoli Stati. 1.1.2 La natura dellimpresa multinazionale Limpresa multinazionale pu essere inizialmente definita come una impresa la quale possiede, dirige e controlla attivit economiche in pi di una nazione21; unimpresa, dunque, che ripartisce le proprie attivit in diversi paesi.
19

Cfr. WALLACE, Distinction re Control and Control Relationships, 2002, op. cit., pagg. 159 ss.
20

Cfr. WALLACE, ibidem.

21

Cfr. HOOD-YOUNG, The Economics of Multinational Enterprise, Longman, 1979, London; DUNNING, Multinational Enterprises and the Global Economy, Addison-Wesley, 1993, Wokingham.

14

La dizione impresa multinazionale22 estremamente ampia, in quanto comprensiva delle differenti tipologie di entit che svolgono attivit economiche significative in Stati diversi da quello di origine23. Lo stesso progetto ONU di Code of Conduct for Transnational Corporation24 adotta - pur se non a scopi definitori generali, bens ai fini del proprio campo di applicazione una definizione di impresa multinazionale the widest possible25, laddove al suo art.1, a), si dichiara universally applicable to enterprises, irrespective of their country of origin and their ownership, including private, public or mixed, comprising entities in two or more countries, regardless of the legal form and fields of activity of these entities26. La natura delle imprese in oggetto emerge tuttavia con maggiore chiarezza laddove si vada ad affrontare il problema definitorio da un punto di vista pi analitico. Se si pu ritenere infatti che la nozione prevalente in dottrina sia molto vasta27, anche interessante notare come la definizione di
22

Nella prolifica letteratura sulla materia delle imprese multinazionali, si incontra un ampio spettro di riferimenti.che comprendono i termini internazionale, transnazionale o globale, plurinazionale, sovranazionale, ed una serie di ibridi come anational, stateless, globalcorp, cosmocorp. Se, come fa notare la WALLACE (Definition and Terminology problems, in Legal Control of the Multinational Enterprises, Nijhoff, 2002, The Hague, pagg. 102-103), alcune di tali espressioni sono. no more than journalstic hyperboles, interessante fin dora notare come nella seconda serie di termini, come la stessa autrice sottolinea (ibidem), vi sia una chiara implicazione: che tali entit, in qualche modo, trascendano le stesse nazioni od il controllo dei governi nazionali Poco utile, per le finalit del nostro lavoro, ci sembra la sottile, ma sostanziale, distinzione semantica vigente nellambito delle Nazioni Unite tra transnational e multinational. Il primo dei due aggettivi, con riferimento ad unimpresa, indicherebbe lestensione di operazioni ed attivit economiche oltre i confini nazionali, e sottintenderebbe lesistenza di una societ-madre facente capo ad un solo paese. Il secondo, invece, metterebbe in rilievo il fatto che la propriet ed il controllo dellimpresa si riferiscono a soggetti facenti capo a pi di un paese.
23

Cfr. ODDENINO, ibidem, pag. 51. Su cui cfr. Pi approfonditamente supra, Cap. 2, par. 2.2.4.

24

25

Cfr. COLLINS, Codifying Corporate Accountability, in Multinational Monitor, Vol. 11, Num. 6, 1990, disp. online: http://multinationalmonitor.org/hyper/issues/1990/06/collins.html.
26

Cfr. Doc. UN E/1988/39 del 1 Febbraio 1988, art. 1 a).

27

Cfr. ODDENINO, ibidem, pagg. 51-52; CARREAU-JUILLARD, Droit International Economique, in LGDJ, 1998, Paris, p. 32.

15

impresa multinazionale come di qualsiasi impresa commerciale under any one or combination of legal and organizational form of association but necessarily having a number of directly-controlled operation in various states, normally performed through affiliated companies established under the national legal system of each host state, and thus under correspondingly varied legal arrangements, yet controlled directly or indirectly . from the center, characteristically by nationals of an identifiable country, and thus collectively tending towards a global perspective and fuctioning as a single economic unit28 colga in modo pi puntuale la caratteristica saliente delle imprese multinazionali con riguardo alle problematiche legate alla crescente affermazione, nel teatro del diritto internazionale, dellimportanza di siffatte entit. Queste ultime si configurano, dunque, come un aggregato di societ dalle pi disparate connotazioni giuridiche, e tuttavia caratterizzate dallunitariet di obiettivi economici. Hanno dunque una natura apparentemente contraddittoria: allunicit del principio di azione economica si contrappone la molteplicit di persone giuridiche (e non ) organizzate attorno al suddetto principio. Limpresa di cui si tratta appare strutturata come una rete, o, pi tecnicamente, un gruppo29. In altri termini, sul piano strettamente privatistico, allimpresa multinazionale non attribuita, in alcuna legislazione, una personalit giuridica distinta ed unitaria: la sua veste giuridica , appunto, quella di un gruppo di societ30. Limpresa in esame dunque ad un tempo, una e molteplice: una dal punto di vista del suo agire economico, molteplice sotto il profilo della sua esistenza giuridica. La molteplicit si traduce giocoforza in multinazionalit: in quanto composta di societ costituite ed operanti in Stati diversi, limpresa
28

Cfr. WALLACE, Legal and Organizational Forms and Modes of Operation, 2002, op. cit., p. 119.
29

Cfr. MERCIAI, ibidem, pag. 37. Nello stesso senso Cfr. WALLACE, Multi-nationality through Multiplicity of Jurisdictions, 2002, op. cit., pag. 10.
30

Cfr. SACERDOTI, La Diffusione delle Multinazionali e le Regole Monetarie sugli Scambi, 1994, op. cit., p. 706.

16

possieder simultaneamente pi nazionalit, intese come collegamenti parziali a degli ordinamenti giuridici differenti31. Appare evidente come, rientrando contestualmente sotto la giurisdizione di diversi Stati, limpresa multinazionale, considerata nel suo insieme, sia per la sua intrinseca natura portata a trascendere la capacit di controllo dei singoli sistemi nazionali di diritto societario. In questo senso essa apparirebbe idonea a costituire una potenziale minaccia alla sovranit degli Stati in cui, attraversole sue articolazioni, opera: il fatto che le singole societ che costituiscono una impresa multinazionale abbiano diverse nazionalit, e dislochino le loro risorse nellambito di differenti giurisdizioni, contribuisce alla considerevole forza ed elasticit di queste entit; allo stesso tempo, pone problemi di natura legale e gestionale che difficilmente una impresa strettamente nazionale pu sollevare. Come si leggeva al paragrafo 1. dell Introduzione alle Guidelines for Multinational Enterprises dellOECD32, nella versione del 199133, the advance made by multinational enterprises in organizing their operations beyond the national framework may lead to abuse of concentrations of economic power and to conflict with national policy objectives34. La struttura e le operazioni di una impresa siffatta appaiono infatti tali da favorire la possibilit che essa possa essere tentata di avvantaggiarsi della complessit dei sistemi politici e legali per creare a world of (its) own, which must

31

Cfr. MERCIAI, ibidem, pag. 36. Su cui cfr. amplius supra, Cap. 2, par. 2.2.2.

32

33

Le Guidelines, originariamente contenute in un formale Allegato alla Declaration by the Governments of OECD Member Countries del 21 Giugno 1976 (OECD, Paris, 1976), [Cfr. nota seguente] sono periodicamente rivedute. Nel 2000 sono state pubblicate anche separatamente come The OECD Guidelines for Multinational Enterprises , OECD, Parigi, 4 ediz., 2000 [OECD doc. C(2000)96/REV1].
34

Cfr. ORGANIZATION FOR ECONOMIC CO-OPERATION AND DEVELOPMENT, International Investment and Multinational Enterprises Declaration by the Governments of OECD Member Countries: Guidelines for Multinational Enterprises, 21 Giugno 1976 (OECD, Paris, 1976); come rivedute nel Gennaio 1991 [OECD, Parigi, 1992, doc. DAFFE/IME(91)23], par.1.

17

accomodate itself in the conduct of operations to many legal system but not, in any real sense, subject to any of them35 E necessaria a questo punto effettuare una precisazione. Senza ulteriori specificazioni, si pu essere indotti alla erronea conclusione che limpresa multinazionale sfugga quindi a qualsiasi responsabilit. E necessario perci sottolineare come, in realt, le societ individuali attraverso cui la multinazionale opera siano soggette alle leggi di ciascuno Stato in cui esse svolgono i propri affari. E solo limpresa multinazionale in quanto unit complessa ovvero, come somma di tutte le sue parti societarie che non rientra sotto il controllo di ununica, generale autorit esterna36. Ciascuno Stato invero in grado di esplicare, attraverso la propria legislazione commerciale nazionale, unazione di controllo sulle singole unit societarie rientranti nellambito della propria sovranit territoriale. Tuttavia tali discipline statali risultano incapaci di comprendere la complessit economica unificata che opera al di l dei confini dei singoli ordinamenti giuridici; anche se il controllo nazionale suscettibile di assumere una efficacia pi incisiva laddove si esplichi nei confronti di una societ madre, cio della societ la quale eserciti il potere direttivo nei confronti delle varie subentit37. Un secondo livello di controllo quello che si tende a realizzare attraverso una disciplina internazionale, la quale al contrario delle singole discipline statali, idonea a rivolgersi alle imprese multinazionali globalmente intese. I problemi che tale approccio incontra sono dovuti sostanzialmente alla disomogeneit tra i punti di vista dei vari Stati, con particolare riferimento alla disparit degli obiettivi e delle circostanze oggettive esistenti tra paesi industrializzati e paesi in via di sviluppo, nonostante - come avremo modo di vedere-, le posizioni di tali due gruppi siano oggi passate da una iniziale contrapposizione ad un progressivo avvicinamento.

35

Cfr. FRIEDMAN, Transnational Law in a Changing Society, in Essays in Honor of Philip C. Jessup, Columbia University Press, 1972, New York, pag. 80.
36

Cfr. WALLACE, Multinational through Multiplicity of Jurisdictions, 2002, op. cit., p. 11. Cfr. ODDENINO, ibidem, pag. 57.

37

18

Limpresa multinazionale svolge come abbiamo visto la propria attivit in numerosi paesi esteri, attraverso la costituzione di consociate, filiali e succursali che, pur se giuridicamente distinte, e sottoposte a eterogenei sistemi legali, obbediscono a strategie economiche comuni, essendo strettamente collegate alla societ madre e da questa ultima controllate38. Un elemento portante dellattivit di suddette imprese in definitiva lo spostamento di cospicue masse di capitali mediante la realizzazione di investimenti diretti allestero, ovverossia investimenti finanziari che implicano la volont da parte dell'investitore di esercitare un "controllo diretto" sull'impresa estera, nonch di intervenire in modo consistente nelle decisioni relative alle varie fasi della produzione39. Si intuisce in tal modo l imponente forza di penetrazione nei mercati esteri delle imprese multinazionali, le quali intervenendo nella gestione di imprese formalmente straniere detengono il potere di influenzare - coerentemente ai propri obiettivi unitari - le politiche degli Stati ospiti di investimenti stranieri, tanto attraverso azioni unilaterali()quanto attraverso azioni coordinate dintesa con gli Stati di loro provenienza40. Al potere delle imprese multinazionali di espandersi allestero, perseguendo un crescente controllo dei mercati e una maggiore sicurezza di profitto, attraverso la mobilitazione di ingenti capitali e in unottica di decentramento produttivo41, fa riscontro la difficolt, per i singoli Stati ospiti di investimenti o Stati dorigine - di porre in essere una legislazione idonea a incidere, in vista dei propri obiettivi di sviluppo e politica economica, su dei soggetti che - se da un lato operano secondo le regole di diritto dei vari Stati ospiti, mentre dallaltro rispondono alle sollecitazioni degli indirizzi politici
38

Cfr. SACERDOTI, ibidem, p. 699.

39

Cfr.TRIULZI, voce Multinazionali, in Dizionario a cura del Coordinamento delle Organizzazioni Non Governative per la Cooperazione Internazionale allo Sviluppo, 2000, Bruxelles, disp. online: http://www.cocis.it/dizionario/page50.html.
40

Cfr. ODDENINO, ibidem, pag.53. Cfr. SACERDOTI, ibidem, pagg. 703-705.

41

19

ed economici42 dei paesi dorigine - tuttavia si muovono su un piano che sembra superare e trascendere sia le une che gli altri. La dicotomia tra la considerazione dellimpresa multinazionale da un punto di vista economico, che in tale ottica appare come un unico soggetto poich seppure frazionato in numerose entit localizzate in diversi Stati caratterizzato dallunitariet della gestione e degli obiettivi -, e laspetto pi prettamente giuridico-privatistico, che coglie invece la realt di una pluralit di soggetti giuridici sottoposti a diverse legislazioni nazionali, rende difficile per gli Stati occuparsi efficacemente e puntualmente della regolamentazione della attivit da queste complessivamente svolta sui rispettivi territori nazionali.43 Daltro canto le imprese multinazionali si sono ampliamente dimostrate, nel corso del tempo, in grado di adattare la propria struttura alle differenti premesse culturali, sociali, di mercato delle nazioni sui cui territori venivano dislocate le proprie articolazioni, adottando forme organizzative sempre pi decentrate e flessibili44 Pare dunque che la questione della interazione tra Stati ed imprese multinazionali non possa prescindere dalla considerazione che una visione poco elastica del fenomeno insufficiente a cogliere e quindi ad affrontare i problemi legali che questultimo pone.

42

Cfr. SACERDOTI, ibidem.

43

Cfr. ODDENINO, ibidem, pagg. 52-55; SACERDOTI, La Disciplina Giuridica delle Multinazionali nel Diritto Interno:il Gruppo di Imprese e la Nozione di Controllo, 1998, op. cit., pagg. 706-708.
44

Cfr. PERULLI, I Codici di Condotta delle Imprese Multinazionali, in Diritto del Lavoro e Globalizzazione, Cedam, 1999, Padova, pag. 262.

20

1.1.3

La sovranit nellera della multinazionalizzazione delleconomia Nello scenario descritto, il vantaggio dellimpresa multinazionale

discende dalloperare in una molteplicit di sistemi ambientali45. Infatti, il sistema globale necessariamente contraddistinto da considerevoli divari, tra i vari paesi, nei livelli di reddito e di consumo, nelle peculiarit degli ordinamenti giuridici, nonch nella distribuzione spaziale delle materie prime, di lavoro, di capitale e di installazioni industriali. E evidente come allora unimpresa che sia in grado di gestire unitariamente i propri processi di approvvigionamento, produzione e vendita, attraverso la localizzazione degli stessi nelle varie aree a seconda delle pi vantaggiose condizioni che ciascuna di esse offre, giunge ad avere un enorme potenziale di profitto. Ora palese che un simile fenomeno possa facilmente essere foriero di non indifferenti benefici per i vari Stati in cui le diverse subentit vengono dislocate. Uno degli effetti pi immediati del fenomeno degli investimenti diretti allestero infatti la circolazione dei fattori produttivi, elemento cardine del funzionamento delleconomia di mercato46. Come si legge nelle Guidelines for Multinational Enterprises dellOCSE, Through international direct investment such enterprises can bring substantial benefits to home and host countries by contributing to the efficient utilization of capital, technology and human resources between countries and thus fulfil an important role in the promotion of economic and social welfare47.Tuttavia, come passiamo ad illustrare, questo genere di

45

Cfr. GRANDINETTI-RULLANI, La Teoria dellImpresa Multinazionale da Hymer a Dunning, in Impresa Transnazionale ed Economia Globale, La Nuova Italia Scientifica, 1996, Roma, pag. 98.
46

Cfr. ODDENINO, ibidem.

47

Cfr. OECD, International Investment and Multinational Enterprises Declaration by the Governments of OECD Member Countries: Guidelines for Multinational Enterprises, 21 Giugno 1976 (OECD, Paris, 1976), par. 1. Cfr. inoltre supra, par. 1.1.1, nota n 7.

21

vantaggi per gli Stati ospiti non privo di un prezzo da pagare in termini di sovranit politica dei diversi paesi. La multinazionalizzazione delleconomia, intesa come lo stadio nel processo di internazionalizzazione delleconomia contraddistinto dalla preminente importanza delle imprese multinazionali, e dunque caratterizzato dal trasferimento e dalla delocalizzazione di risorse da una economia nazionale ad un'altra48, implica come abbiamo visto lo sviluppo di capacit produttive in diversi Stati attraverso lo stabilimento o lacquisto, nei territori di questi ultimi, di imprese affiliate e succursali. Il risultato di questo processo, ovverossia la penetrazione delle imprese multinazionali nei mercati locali, porta allacquisto, da parte delle stesse, di un potere di influenza sulleconomia degli Stati ospiti. La multinazionalizzazione ha, per tali motivi, spesso sollevato opposizioni e timori: da un lato, per le considerazioni di ordine fiscale -per la possibilit di travasi di fondi e occultamento di utili 49- e valutario in relazione alla possibilit di effetti destabilizzatori dovuti ad importanti spostamenti di capitali (omettendo per il momento di citare le istanze delle organizzazioni sindacali ed ambientaliste; le problematiche connesse al rispetto dei diritti umani e della salute dei consumatori; la questione del diritto allo sfruttamento delle risorse naturali); dallaltro, per il timore di un indebolimento della sovranit degli Stati ospiti. A questo punto si rende necessario occuparsi brevemente di cosa si intenda per sovranit. Tale concetto pu essere scomposto in due aspetti principali: la sovranit interna, la quale concerne il rapporto tra lo Stato e quanti risiedono sul suo territorio (cittadini e non) e si concretizza nel potere dimperio esercitato dallo Stato stesso, ovvero lautorit e la supremazia di questultimo nei confronti di ogni altro soggetto, entit o istituzione operante
48

Cfr. PERREZ, Internationalization, Multinationalization, Globalization and Interdependence, in Cooperative Sovereignty, Kluver Law International, 2000, The Hague, pag. 119.
49

Cfr. SACERDOTI, Le Multinazionali tra Controllo dei Paesi dOrigine ed Interessi dei Paesi Ospiti, 1994, op. cit., pagg. 703-704.

22

sul proprio territorio50; e la sovranit esterna (o internazionale), la quale attiene piuttosto ai rapporti dello Stato con altri Stati o con organizzazioni internazionali e viene generalmente individuata nelloriginariet dellordinamento giuridico statale e della sua indipendenza51. Loriginariet indica come ogni ordinamento statale, in quanto sovrano, trovi in s il titolo di legittimazione della sua esistenza e del suo potere. Lindipendenza puntualizza come lo Stato non riconosca alcuna autorit al di sopra di s stesso, dunque rifiuti nei confronti di soggetti estranei qualsiasi vincolo o subordinazione che non sia il frutto di unaccettazione volontaria e quindi di unautolimitazione. La sovranit subordinata al diritto: anche se lo stesso ordinamento sovrano a decidere delle fonti giuridiche, il potere sovrano comunque dipendente dal diritto che il medesimo si dato. In secondo luogo la sovranit si assoggetta ad una serie di limiti giuridici che non ne mettono in discussione lessenza poich consistono di autolimitazioni, ovvero di vincoli cui lo stesso Stato si sottopone: possono operare solo qualora ed in quanto lente sovrano li accolga. Ai fini della presente analisi, appare pi interessante una terza serie di limiti, che potremmo definire di fatto: quelli attinenti appunto al generale processo di multinazionalizzazione delleconomia, che risulta idoneo a determinare una progressiva e sostanziale perdita di controllo da parte dello Stato dei flussi di beni immateriali e delle risorse, e a vincolare lordinamento statale alle strategie di soggetti economici che trascendono i confini nazionali. Le imprese multinazionali, infatti, sfuggono in parte alla sovranit dei singoli Stati e riescono a condizionarne gli indirizzi politici ed economici52.

50

Cfr. DE GASPARI, Una Sovranit Limitata, in Sintesi Dialettica, 2006, disp. online: http://www.sintesidialettica.it/Articolo.php? titolo=t_unasovranitalimitata&autore=au_gaspari&articolo=a_unasovranitalimitata.
51

Cfr. FRIGO, La Sovranit Permanente degli Stati sulle Risorse Naturali, in SACERDOTI, 1994, op. cit., pagg. 246-247.
52

Cfr. DE GASPARI, ibidem.

23

La visione della impresa multinazionale come di una entit in grado di minacciare la sovranit statale si ricollega storicamente alle istanze di rivendicazione della sovranit sulle risorse che hanno trovato espressione in particolare negli anni 70 nellambito delle organizzazioni economiche internazionali53. In questo contesto limpresa multinazionale veniva percepita dagli Stati ospiti di investimenti stranieri, in particolar modo dai paesi in via di sviluppo, come uno strumento di sfruttamento economico e di dominio politico54, laddove al contrario gli stessi Stati ospiti avvertivano di rappresentare a loro volta per le multinazionali esclusivamente luoghi di produzione e mercati di sbocco55. Riservandoci di analizzare in seguito le questioni attinenti alla evoluzione storica dei rapporti tra Stati e imprese multinazionali, basti tener presente per ora come le tematiche relative allerosione della sovranit statale, nellottica della multinazionalizzazione delleconomia, siano strettamente connesse alle incertezze sulle possibili forme di controllo del fenomeno in esame. Dalle caratteristiche delle imprese multinazionali - lubiquit delle stesse a fronte del limite essenzialmente territoriale degli ordinamenti statali, la dicotomia tra la realt dellimpresa multinazionale come ununica entit e la frammentazione in numerosi soggetti indipendenti e decentrati, le ingenti risorse finanziarie ini grado di operare al di l dei confini dei differenti sistemi giuridici discende la difficolt, per gli Stati, di porre in essere una legislazione per la societ parte del gruppo multinazionale che sia
53

Cfr. UN Carta dei Diritti e Doveri Economici degli Stati (Risoluz. Assemblea Generare delle Nazioni Unite N. 3281 del 12 Dicembre 1974); UN Programma dAzione concernente lInstaurazione di un Nuovo Ordine Economico Internazionale (Risoluz. Assemblea Generare delle Nazioni Unite N. 3202 del 1 Maggio 1974).
54

Cfr. PORCHIA, I Soggetti nel Diritto Internazionale dellEconomia, in PORRO, Studi di Diritto Internazionale dellEconomia, Giappichelli, 1999, Torino, pagg. 44-45.
55

Cfr. GRANDINETTI-RULLANI, Dalla Teoria dell Impresa Multinazionale alle Teorie della Globalit, in Impresa Transnazionale ed Economia Globale, La Nuova Italia Scientifica, 1996, Roma, pag. 147.

24

particolare rispetto a quella relativa alle normali societ di diritto interno56, e la corrispondente capacit delle multinazionali di porsi come soggetti dotati in linea di massima di una sostanziale autonomia nelle loro relazioni con gli Stati sovrani. Il fenomeno della multinazionalizzazione delleconomia comporta dunque una erosione del principio di diritto internazionale generale della sovranit dello Stato, nella sua accezione tradizionale: del principio cio che vede lo Stato come unico soggetto preposto a decidere della politica economica e delle risorse presenti sul territorio sul quale esercita la propria sovranit. 1.2 Il problema multinazionali Sotto il profilo del diritto internazionale, limpresa multinazionale ha importanza dal punto di vista economico, pi che da una prospettiva prettamente giuridica. Le imprese in oggetto sono, nel teatro delle relazioni economiche internazionali, i principali attori57: partecipano agli scambi economici internazionali, effettuano la quasi totalit degli investimenti internazionali e danno luogo allessenziale dei pagamenti internazionali58. Tuttavia le imprese in esame non mancano di rivestire un ruolo nel processo di creazione delle norme del diritto internazionale delleconomia. Ci avviene in prima analisi, e come abbiamo gi possibilit di intuire, in virt
56

della

soggettivit

internazionale

delle

imprese

Cfr. ODDENINO, ibidem, pag.56.

57

Una rivelazione ampiamente citata negli anni 60 - da cui allepoca scatur la sensazionale asserzione secondo la quale many large corporate groups have become private governments, wielding a power equal to that of many secular States, and subject to no adequate restraint (Cfr. ANGELO, 1968, Multinational Corporation, in 125 Recueil des Cours,1968:III,pag. 456) - e riportata dalla WALLACE (The Power of the MNE vis--vis the Host State, 2002, op. cit., p. 66) a titolo di esempio di una iniziale tendenza estremizzatrice nella considerazione della forza delle imprese multinazionali, quella secondo la quale il fatturato annuale di (allepoca) 25 miliardi di dollari della General Motors di gran lunga superiore al PIL di circa centotrenta nazioni (Cfr. KENDALL, Corporate Ownership: the International Dimension, in Columbia Journal of World Business, August 1969, pag. 65)
58

Cfr. PORCHIA, ibidem, pag. 44.

25

della potenza economica che esse sviluppano, ed attraverso la quale sono in grado di condizionare le scelte degli Stati e dunque delle organizzazioni internazionali di cui questi ultimi sono parte59. Non difficile notare come molti aspetti dellattuale scenario del diritto internazionale delleconomia siano espressione di una capacit degli operatori economici privati di imporsi sui singoli ordinamenti statali e quindi pur se per via mediata di far sentire la propria voce in seno alle organizzazioni internazionali, in particolare per quanto riguarda, com naturale, la creazione delle norme che interessano pi da vicino le imprese stesse: ovverossia quelle norme che costituiscono il quadro di riferimento entro il quale sono chiamate a svolgere le attivit economiche60 Si pensi ad esempio alla regolamentazione convenzionale del commercio e degli scambi, in particolare alla disciplina liberoscambista del GATT. E evidente come la normativa adottata a livello internazionale sia la sola in grado di fornire, alle imprese che operano a livello multinazionale, un grado di prevedibilit e di certezza accettabile per quanto attiene alla conclusione ed esecuzione dei contratti internazionali, strumento di primaria importanza per le attivit economiche delle imprese in oggetto61; ed in questo si spiega linteresse delle stesse ad esercitare per quanto possibile il loro ascendente sugli Stati che a loro volta trovano voce nel contesto delle organizzazioni internazionali. Lulteriore aspetto dell influenza delle imprese multinazionali sullattivit creativa di norme si coglie laddove si guardi al contesto del diritto internazionale delleconomia in una prospettiva se vogliamo ancora pi ampia; una prospettiva, cio, che tenga conto delle dinamiche che possono portare i soggetti privati a condizionare gli assetti normativi al punto da
59

Cfr. PORCHIA, ibidem, pag. 45. Cfr. PORCHIA, ibidem.

60

61

Cfr. CARBONE-LUZZATTO, Il Diritto Internazionale Pattizio e la Garanzia di Conformit agli Interessi Interstatuali dellEsercizio dellAutonomia Privata nei Contratti Internazionali, in Il Contratto Internazionale, UTET, 1994,Torino, pag. 64.

26

sottrarli sia dai vincoli che promanano dai singoli ordinamenti nazionali, quanto da quelli che sono espressione dello stesso ordinamento internazionale. Si parla in questo caso dei fenomeni cosiddetti di diritto transnazionale: fenomeni che non ricadono interamente nella sfera normativa di alcuno Stato determinato62, e che danno vita a loro volta alle regole oggettive del commercio internazionale, la cosiddetta lex mercatoria; ovverossia, un sistema di principi creato dagli operatori economici privati, senza la mediazione degli Stati, e formato da regole destinate a disciplinare in modo uniforme, al di l delle unit politiche degli Stati, i rapporti commerciali che si instaurano entro lunit economica dei mercati63. Non rientra nello scopo della presente trattazione affrontare nel merito la questione del carattere giuridico di tale sistema. Ai nostri fini sufficiente sottolineare come questi principi in materia di commercio internazionale, di formazione spontanea e non scritte, prodotte dalla prassi commerciale, e che vengono considerate come fonte latu sensu normativa autorevole dei rapporti negoziali fra privati, rappresentino un diritto decontestualizzato rispetto ai vari Stati; ed un diritto nella cui creazione le grandi multinazionali assumono senza dubbio il ruolo di attori di non trascurabile importanza. Ci premesso, tuttavia, le norme del diritto internazionale delleconomia si rivolgono solo agli Stati. Lammissione del ruolo pregnante che le imprese multinazionali assumono, nellassetto delle relazioni economiche internazionali, non ha portato al riconoscimento di una soggettivit internazionale delle stesse, nel senso di renderle destinatarie dirette delle norme e partecipi al sistema delle relazioni interstatuali64.
62

Cfr. GIARDINA, La Lex Mercatoria e la Certezza del Diritto nei Commerci e negli Investimenti Internazionali e Diritto Applicabile, in GIARDINA-TOSATO, Diritto del Commercio Internazionale,Giuffr, 1987, Milano, pag. 407.
63

Cfr. GALGANO, La Rinascita della Lex Mercatoria, in La Lex Mercatoria,Il Mulino, 2001, Bologna, pag. 238.
64

Cfr. SACERDOTI, I Rapporti Commerciali e Finanziari tra Privati quali Oggetto della Normativa Economica internazionale, 1994, op. cit., pag. 119.

27

Il diritto internazionale espressione di una societ e quindi di un ordinamento che non potrebbe essere diverso da quello della societ degli Stati. Non di certo da tralasciare, come abbiamo avuto modo di vedere, che la vita giuridica internazionale dellepoca contemporanea lungi dallesaurirsi nel contesto dei rapporti tra Stati: altri soggetti si affacciano e si affermano nello stesso scenario65, come si evince anche dalla esigenza, avvertita da pi parti, di inquadrare gli elementi caratteristici dei rapporti economici internazionali in un quadro che trascenda quello interstatuale tradizionale, e che viene definito appunto transnazionale per sottolinearne la alterit rispetto alla dicotomia statale/internazionale; ed pur vero che, in tale ottica, sarebbe riconosciuta una certa capacit anche a soggetti di diritto interno66. Inoltre, si pu osservare come secondo una impostazione67, alle imprese multinazionali sia accordato uno status che le vede come destinatarie dirette di norme del diritto internazionale68. Pur tuttavia, generalmente negato che a tali entit sia riconosciuta una soggettivit internazionale piena, che permetta cio alle stesse di intervenire alla fase di creazione delle norme di diritto internazionale69.
65

Cfr. il noto parere consultivo della Corte Internazionale di Giustizia (Rparation des dommages subis au service des Nations Unies , 11 aprile 1949, CIJ, Recueil 1949, p. 174),che ha riconosciuto la qualit di soggetti di diritto internazionale ad enti diversi dallo Stato, quali le organizzazioni internazionali.
66

Cfr. JENKS, Multinational Entities in the Law of Nations, in Transnational Law in Changing Society. Essays in Honor of Philip C. Jessup, Columbia University Press, 1972, New York.
67

Cfr. ODDENINO, ibidem, pag.58.

68

Nel senso che le imprese multinazionali abbiano Caused academics as well as political and legal observers to regard this type of corporate entity as falling within the scope of international law and, concurrently, as possessing certain rights and duties under international law, Cfr. WALLACE, MNEs as Legal Persons, 2002,op. cit., p. 9. Cfr. inoltre FELICIANO, Legal Problems of Private International Business Enterprises: an Introduction to the International Law of Private Business Associations and Economic Development, in 118 Recueil des Cours, 1966, III, pag. 220, secondo cui le imprese multinazionali hanno that minimum access to legal processes transcending state lines in the sense that they are authorised to make claims and be subjected to claims which is the principal import of international legal personality.
69

Cfr. BAADE, The Legal Aspects of Codes of Conduct for Multinational Enterprises, in HORN, Legal Problems of Codes of Conduct for Multinational Enterprises, Kluver, 1980,

28

Ci porta a due ordini di riflessioni ai fini della presente trattazione. Innanzitutto, a fronte del potere di ingerenza economica delle imprese multinazionali nelle scelte degli Stati e delle loro organizzazioni, appare ancora pi evidente la inadeguatezza delle iniziative degli Stati e delle loro organizzazioni, ai fini di un controllo delle prime: stante la mancanza di soggettivit internazionale dei gruppi multinazionali, le stesse non possono essere vincolate direttamente da norme di diritto internazionale. In secondo luogo, si apre la strada alla opportunit di concepire il rapporto tra le entit in esame e gli Stati secondo una angolazione differente: ossia, come un confronto che debba necessariamente partire dalla volontaria cooperazione delle stesse imprese multinazionali. In tale prospettiva si possono inquadrare i tentativi di ottenere la collaborazione delle imprese multinazionali attraverso ladozione di strumenti di soft law70, non vincolanti, come le direttive ed i codici di condotta. Come vedremo, lo scopo di siffatti dispositivi di ottenere che le multinazionali assumano spontaneamente degli impegni di comportamento nei confronti degli Stati ospiti e dorigine, implicitamente chiedendo agli Stati, in cambio, un trattamento equo, o comunque dei vantaggi variamente configurabili.

1.3 1.3.1

Il problema della condotta delle imprese multinazionali Il comportamento delle imprese multinazionali Un passaggio ineliminabile nellanalisi del fenomeno delle imprese

multinazionali attiene al problema della responsabilit etica delle stesse. Tali


Deventer, pag. 7.
70

Cfr. RONZITTI, Le Fonti del Diritto Internazionale, in Introduzione al Diritto Internazionale, Giappichelli, 2004, Torino, pag. 148: Con il termine soft law, usato dalla dottrina anglo-americana, si identificano le norme non giuridicamente vincolanti. Quanto alla fonte di queste norme, si tratta di atti adottati dalle organizzazioni internazionali, oppure di codici di condotta o di atti adottati da conferenze internazionali non aventi la dignit di trattato.

29

entit infatti sono state, nel corso degli anni, oggetto di aspre critiche 71 in relazione alla sostenibilit delle attivit che esse svolgono, le quali , come abbiamo visto, solo in parte possono essere controllate dagli Stati nazionali. Preoccupazioni sono state avanzate in relazione alla tutela dellambiente: dopo essere stato a lungo considerato come un bene in senso meramente descrittivo, ossia da cui trarre utilit, senza la necessit che ne venga prevista una tutela normativa, lambiente considerato oggi un bene anche in senso economico e giuridico72. E facilmente intuibile come il problema di una sua tutela da uno sfruttamento non sostenibile da parte delle imprese, abbia acquistato una particolare importanza nellambito del diritto internazionale, stanti le stesse caratteristiche dei danni ambientali. Questi ultimi infatti possono presentare dimensioni non circoscrivibili a determinati territori nazionali, bens al contrario suscettibili di assumere carattere globale. Basti pensare a fenomeni come leffetto serra o la deforestazione, che a loro volta si ripercuotono sul clima (desertificazione, scioglimento dei ghiacci) e sulla variet biologica. Si pu facilmente comprendere perch appaia insufficiente se non inutile affontare questa questione dal punto di vista dei singoli Stati, mentre emerga come indispensabile lo sforzo congiunto degli attori internazionali. Un altro tema quello sollevato, dalle organizzazioni sindacali e per la tutela del lavoro, in materia della dimensione sociale del fenomeno della
71

Possono essere citate, a titolo esemplificativo, le iniziative di boicottaggio subite dalla Nestl, per quanto riguarda il settore alimentare, e dalla Shell, per quanto concerne il settore estrattivo-minerario. A partire dagli anni 80, la Nestl stata duramente accusata di incrementare i propri profitti promuovendo la nutrizione artificiale di neonati in violazione del Codice internazionale per la vendita dei sostituti del latte materno adottato nel 1981 dallOrganizzazione Mondiale della Sanit. La Shell, dal 1995, subisce aspri attacchi per i danni ambientali, la violazione dei diritti umani e la creazione di condizioni di ingiustizia sociale nellOgoniland, regione nigeriana ricchissima di giacimenti petroliferi. Un inusuale rapporto sulla Nigeria redatto dal Referente Speciale delle Nazioni Unite (pubblicato il 15 aprile 1998) accusava tanto il governo nigeriano quanto la Shell di violazioni dei diritti delluomo e di irresponsabilit nella gestione delle risorse naturali.
72

Cfr. RIVELLO, Diritto Internazionale dellAmbiente e Diritto Internazionale delleconomia, in PORRO, Studi di Diritto Internazionale dellEconomia, Giappichelli, 1999, Torino, pagg. 183-185.

30

multinazionalizzazione delleconomia. La questione della tutela dei diritti dei lavoratori si pone, con riguardo allattivit delle imprese multinazionali, soprattutto con riferimento ai paesi in via di sviluppo. Nella ricerca di premesse che offrano una maggiore competitivit, le imprese basano infatti le loro decisioni riguardo alla localizzazione delle varie fasi di produzione sul minor costo della manodopera73. E evidente come, nei paesi ove sussiste un elevato grado di povert, disoccupazione, sottosviluppo, le condizioni dei lavoratori siano meno tutelate - tali contesti possono arrivare a configurare situazioni di sfruttamento e condizioni di vita e di lavoro intollerabili-; corrispondentemente, le imprese sono in grado di assumere forza lavoro , e dunque di produrre beni e servizi, a costi minori74. Come avremo occasione di vedere pi dettagliatamente75, lILO individua, nellambito della Dichiarazione Tripartita di Principi sulle Imprese Multinazionali e la Politica Sociale, taluni doveri di comportamento delle imprese multinazionali in materia ovviamente senza che essi possano assurgere a norme vincolanti, stante la natura di strumento tipicamente di soft law della Dichiarazione76 - che attengono alla promozione delloccupazione, alluguaglianza di possibilit e di trattamento, al miglioramento delle condizioni di lavoro, allet minima, alle libert sindacali77.

73

Cfr. MURRAY, Corporate Codes of Conduct and Labour Standards, OIL Working Papers, 1996, pagg. 6 e ss. il quale nota come lo studio di parecchi casi abbia dimostrato che le imprese trasferiscono per lo meno parte della produzione in luoghi dove i costi sono minori. Mattel, per esempio, trasfer la produzione di giocattoli da Hng Kong alla Malesia quando il costo del lavoro crebbe e, non appena i costi aumentarono in Malesia, il 30% della produzione fu delocalizzato in India.
74

Cfr. VENTURINI, LOMC e gli Scambi di Merci: Commercio e Diritti Sociali, in LOrganizzazione Mondiale del Commercio,Giuffr, 2000, Milano, pag. 47.
75

Cfr. supra, Cap. 2, par. 2.2.3.

76

Cfr. ILO, Dichiarazione Tripartita di Principi sulle Imprese Multinazionali e la Politica Sociale adottata dal Consiglio di Amministrazione. dellILO nel Novembre 1977 ed emendata nel 2001, Ginevra, par.4.
77

Cfr. ILO, ibidem, par 13 e ss.

31

Vi infine da sottolineare come le imprese multinazionali possano, attraverso il fenomeno degli investimenti diretti allestero, essere causa di situazioni di dipendenza tecnologica dei paesi pi poveri. Ci pu verificarsi non solo perch molte delle risorse produttive locali materie prime, risparmio, capacit imprenditoriale vengono assorbite da imprese straniere, ma anche perch il paese di destinazione pu essere privato di qualsiasi stimolo alla ricerca, che rimane prevalentemente di competenza del paese investitore. La complessit e limportanza di siffatte tematiche, rende ancora pi impegnativo lo sforzo di avere una visione completa dellimpatto che loperare delle imprese multinazionali pu avere sulla realt, non solo economico-giuridica, ma anche ecologica e, in definitiva, umana del pianeta. 1.3.2 Responsabilit sociale dellimpresa e sviluppo sostenibile La discussione sulla condotta delle imprese multinazionali si oggi arricchita della nozione di responsabilit sociale dellimpresa, il cui concetto pu essere ricollegato al pi generale principio di sviluppo sostenibile. Questo principio postula che le scelte economiche di carattere generale debbano soddisfare talune condizioni: la creazione di ricchezza economica, la compatibilit con lequilibrio ecologico-ambientale presente e futuro, la condivisione dei benefici da parte di tutti i portatori di interessi78. La responsabilit sociale dellimpresa definita dal Libro Verde del 2001 Promuovere un Quadro Europeo per la Responsabilit Sociale delle Imprese della Commissione Europea come lintegrazione volontaria delle preoccupazioni sociali ed ecologiche delle imprese nelle loro operazioni commerciali e nei loro rapporti con le parti interessate79 basata sull idea di unimpresa che sia capace di evolversi coniugando il principio dello sviluppo
78

Cfr.FONTANA-CAROLI, La Responsabilit Sociale delle Imprese, in Economia e Gestione delle Imprese, McGraw-Hill, 2003, Milano, pag. 10.
79

Cfr. COMMISSIONE EUROPEA, Libro Verde, Promuovere un Quadro Eeuropeo per la Responsabilit Sociale delle Imprese, COM(2001)366 definitivo, 2001, par. 20.

32

sostenibile con lattuazione dei propri obiettivi di profitto ed efficiente allocazione delle risorse produttive, e nel rispetto delle proprie scelte organizzative. Lurgenza del tema della responsabilit sociale dimpresa, che si affermata prepotentemente in particolare dalla fine degli anni 90 - anche in seguito alla presa di posizione di gruppi in seno alla societ civile, nasce da almeno due considerazioni essenziali. La prima attiene al fatto che la questione sociale e quella ambientale richiedono la forte partecipazione di tutti i soggetti della vita economica per essere affrontate efficacemente: anche le imprese multinazionali, proprio per la loro crescente importanza e per il loro diretto coinvolgimento nelle materie in questione, devono farsi carico di queste esigenze. La seconda connessa alla crescente sensibilit che i consumatori cominciano a manifestare, nei comportamenti economici, rispetto alle esigenze etiche e sociali; fattore questo che gli operatori economici incalzati dal controllo mediatico, da unespansione del c.d. consumo etico, da richieste di marchi sociali80 non sottovalutano: il prodotto o servizio offerto da unimpresa infatti, non risulta pi unicamente apprezzato per le caratteristiche qualitative esteriori; il suo valore oggi stimato infatti anche per le caratteristiche non materiali, quali le condizioni di fornitura, i servizi di assistenza e di personalizzazione, limmagine e la storia del prodotto stesso81. La consapevolezza, dei produttori e dei consumatori, circa la centralit di tali aspetti nelle dinamiche competitive sta dunque guadagnando lattenzione degli operatori economici, dacch la "reputazione" diventata un fattore strategico per le aziende: esiste uno stretto legame oggi in termini di mercato tra la corporate financial performance e la corporate social performance.

80

Cfr. PERULLI, ibidem, pag. 300.

81

Cfr.COMMISSIONE EUROPEA, Libro Verde, Promuovere un Quadro Europeo per la Responsabilit Sociale delle Imprese COM(2001)366 definitivo, 2001, par. 11.

33

Vale a dire che una condotta etica dell'azienda, la sua governance, la motivazione data al personale, l'attenzione all'ambiente e l'attivit filantropica, aumentano la percezione positiva dell'impresa e questo si traduce in un vantaggio competitivo82. 1.3.3 Il contesto generale della sfida per una condotta etica delle imprese multinazionali Un breve excursus storico pu essere utile per fornire unidea di come il concetto e lurgenza di condotta responsabile dimpresa si siano evolute negli anni in seno alla comunit internazionale. La questione di un controllo delloperato delle imprese multinazionali ha accompagnato le rivendicazioni, da parte dei paesi di recente decolonizzazione, di un Nuovo ordine economico internazionale nei primi anni 70. Nel clima di crisi del sistema economico internazionale creato dopo la fine della Seconda Guerra mondiale, gli Stati in via di sviluppo, reagendo alla percezione dellinterferenza delle imprese multinazionali sui processi politici locali83, avocavano la propria sovranit permanente sulle risorse naturali, ed insieme lesigenza di monitorare il comportamento delle imprese multinazionali le cui attivit insistevano sui propri territori nazionali. Si imponeva lidea della costruzione di un nuovo ordine economico internazionale - espressione la quale designa in modo sintetico lassetto generale delle relazioni economiche internazionali in un determinato periodo storico84 idoneo a consentire il superamento delle contraddizioni nel
82

Cfr. DI MARIA, Corporate Welfare Mix:il Ruolo delle Imprese nel Futuro dello Stato Sociale, in Terre di Mezzo, n. 212, Maggio 2004, disp. online: http://www.terre.it/giornale/articoli/312.html.
83

Cfr. DE SCHUTTER, The Challenge of Imposing Human Rights Norms on Corporate Actors, in Transnational Corporation and Human Rights, Oxford, 2006, Portland, pagg. 2-3.
84

Cfr. PICONE, Ordine Economico Internazionale, in PICONE-SACERDOTI, Diritto Internazionale dellEconomia, Franco Angeli, 1994, Milano, pag. 155.

34

rapporto tra paesi industrializzati e in via di sviluppo ed a redistribuire pi equamente il potere economico. Nel contesto descritto si collocano i tre atti adottati dallAssemblea Generale delle Nazioni Unite nel 1974, la Dichiarazione concernente linstaurazione di un nuovo ordine economico internazionale85, il programma di azione concernente linstaurazione di un nuovo ordine economico internazionale86, e la Carta dei diritti e doveri economici degli Stati87. Questi documenti sottolineano tra laltro lesigenza di una valida politica internazionale multinazionali88. E dello stesso periodo (1976) ladozione, da parte dellOECD, delle Guidelines for Multinational Enterprises89,le quali richiedono agli Stati membri, per quanto attiene alla materia in esame, di assicurare un certo livello di controllo sulle attivit delle imprese multinazionali per quanto attiene alle entit che ricadono sotto la loro giurisdizione, anche se la supervisione rimane meramente volontaria e non idonea a condurre alla imposizione di sanzioni. Lanno successivo lILO emana la Tripartire Declaration of Principles concerning Multinational Enterprises and Social Policy, tra i cui scopi quello di encourage the positive contribution which multinational enterprises can make to economic and social progress and to minimize and resolve the difficulties to which their various operations may give rise90. Sempre nel 1977, in seno alle Nazioni Unite cominciano, con listituzione di un apposito Gruppo di lavoro Intergovernamentale nellambito
85

di

monitoraggio

del

comportamento

delle

imprese

Cfr. Assemblea Generale delle Nazioni Unite, Ris. AG 3201 (S-VI) del 1 Maggio 1974. Cfr. Assemblea Generale delle Nazioni Unite, Ris. AG 3202 (S-VI) del 1 Maggio 1974. Cfr. Assemblea Generale delle Nazioni Unite, Ris. AG 3281 (XXIX) del 12 Dicembre 1974.

86

87

88

Cfr. Assemblea Generale delle Nazioni Unite, Ris. AG 3202 (S-VI) del 1 Maggio 1974, par.V.
89

Cfr. supra, par. 1.1.1, note n. 8 e 9.

90

Cfr. Consiglio di Amministrazione dell ILO, Tripartire Declaration of Principles concerning Multinational Enterprises and Social Policy, Ginevra, 16 Novembre 1977, par. 2.

35

della UN Commission on Transnational Corporations organo sussidiario dellECOSOC e lausilio dell UN Centre on Transnational Corporations (UNCTC), i lavori per la predisposizione di un codice di condotta per le imprese multinazionali. Come vedremo pi approfonditamente in seguito, le negoziazioni incontrarono fin da subito significativi ostacoli sia di ordine definitorio - in relazione alla nozione di impresa multinazionale (nel Draft Code, Transnational Corporation) - che sostanziale; tanto che, nonostante la stesura nel 1988 di un Progetto di Codice di Condotta91, e gli ulteriori sforzi che si sono rinnovati nel tempo, non si pervenuti alla adozione di un testo definitivo. Non si tratta tuttavia dellunico esempio del fallimento di una iniziativa di codificazione in materia che si sia avuto in seno alle Nazioni Unite. Un altro importante sforzo che non si tradotto in un traguardo ufficiale quello per ladozione di un Codice sul Trasferimento della Tecnologia i cui lavori, iniziati nel 1975 in ambito UNCTAD, non hanno mai superato alcune discordanze di vedute su temi fondamentali, in particolare sui metodi da usare per la risoluzione delle controversie in materia92. Al contrario stata fruttuosa lesperienza che ha portato, nel 1980, alladozione da parte dellUNCTAD di un codice di condotta sulle pratiche commerciali restrittive , il Set of Multilaterally Agreed Equitable Principles and Rules for the Control of Restrictive Practices93, sinteticamente indicato come il Set RPB UNCTAD. Obiettivi di tale strumento , la promozione della concorrenza e dellinnovazione, ed il monitoraggio della concentrazione di potere economico, al fine di to improve efficiency in international trade and to accelerate development; to protect and promote social welfare in general and, in particular, the interests of consumers94.
91

Cfr. UN Special Session and Secretary-General, Doc. E/1988/39/Add.1. del 1 Febbraio 1988.
92

Cfr. WALLACE, The Role and Function of International Instruments, in Legal Control of the Multinational Enterprises, Nijhoff, 2002, The Hague, p. 1084. 93 Cfr. UN, Doc. TD/RBP/CONF/10 del 2 Maggio 1980.
94

Cfr. UNCTAD, Competition and Consumer Policies, in Competition and Trade Related Issues, 2000, Geneva, disp. online:

36

Il dibattito sulla responsabilit delle imprese multinazionali ha conosciuto un ulteriore slancio a partire dalla fine degli anni 90. Nel 1999 infatti lallora Segretario Generale delle Nazioni Unite Kofi Annan propone il Global Compact, una international initiative () universal environmental and social principles95. Tale progetto prospetta, attraverso la forza di unazione collettiva, di promuovere il comportamento responsabile delle imprese, per far s che il settore privato, in collaborazione con gli altri attori sociali, possa contribuire a realizzare la sfida di una economia globale pi sostenibile e partecipata. Come affermato sul sito del Global Compact96, si tratta di una iniziativa meramente volontaria, una piattaforma di confronto per le imprese che accettano spontaneamente di promuovere principi e buone prassi in relazione ai diritti umani, al lavoro e allambiente. Nel 2003, dopo unampia consultazione dei vari portatori di interesse, in particolare della comunit imprenditoriale, viene emanata, dalla Sottocommissione per la Promozione e per la Protezione dei Diritti Umani delle Nazioni Unite, quella che costituisce oggi la pi avanzata normativa in tema di comportamento responsabile dimpresa: la Risoluzione concernente le Norme sulle responsabilit delle compagnie transnazionali ed altre imprese riguardo ai diritti umani97 . Questo documento si presenta essenzialmente come unaffermazione degli obblighi imposti dal diritto internazionale alle imprese in materia di diritti umani; si basa infatti sullidea che anche sulle imprese multinazionali e gli altri operatori commerciale - non solo dunque sugli Stati e la comunit internazionale grava la responsabilit di that would bring companies together with UN agencies, labour and civil society to support

http://r0.unctad.org/en/subsites/cpolicy/english/aboutus.htm.
95

Cfr. United Nations Global Compact, What is the Global Compact?, 2006, disp. online: http://www.unglobalcompact.org/AboutTheGC/index.html.
96 97

Cfr. United Nations Global Compact, ibidem. Cfr. Sottocommissione per la Promozione e per la Protezione dei Diritti Umani delle Nazioni Unite, 2003, Ris. E/CN.4/Sub.2/2003/12/Rev.2.

37

promuovere e far rispettare i diritti umani.98 Le Norme non hanno carattere legalmente vincolante; integrando uno strumento di soft law, tuttavia esse forniscono alle imprese un codice di condotta moralmente autorevole, il quale goes beyond the notion of voluntary99. Da questa sintetica rassegna si evince quale sia la direzione in cui si mosso e si muove limpegno degli attori internazionali nel campo del controllo della condotta delle imprese multinazionali. Gli strumenti di soft law sono stati individuati da alcune delle maggiori organizzazioni internazionali come gli unici in grado di fissare , o di tentare di fissare, delle linee di comportamento per i grandi operatori economici privati del nostro tempo: il fenomeno dei codici di condotta non vincolanti, se da un lato porta i segni inequivocabili del periodo.-che oggi pu dirsi concluso contrassegnato dalle pi integraliste rivendicazioni dei paesi in via di sviluppo, non manca di rivestire oggi un peso rilevante nello studio dei risvolti socio-economici della attivit delle imprese multinazionali.

In tale ottica deve essere inserita una trattazione che si prefigge di valutare quale siano, alla luce della moderna situazione giuridico-economica internazionale, la portata ed il ruolo che tali dispositivi sono ancora suscettibili di configurare. 1.4 La nozione di codice di condotta 1.4.1 I codici interni o corporate codes of conduct

98

Cfr. Sottocommissione per la Promozione e per la Protezione dei Diritti Umani delle Nazioni Unite, 2003, ibidem, Princ. 1.
99

Cfr. KING, The United Nations Human Rights Norms for Business and the UN Global Compact, King Zollinger & Co. Advisory Services, 2004, Zurigo, disp. online: http://www.ohchr.org/english/issues/globalization/business/docs/kingzollinger.pdf.

38

I codici di condotta o linee guida per le imprese multinazionali non hanno una definizione precisa100. Codice di condotta, codice etico o guidelines sono espressioni indifferentemente usate per indicare documenti di natura volontaria, volti a disciplinare le azioni delle categorie di soggetti cui i codici stessi sono indirizzati101. Tuttavia necessario operare una fondamentale e preliminare distinzione tra le due principali categorie entro le quali il fenomeno dei codici di condotta suscettibile di differenziarsi. La prima categoria , che sar oggetto di analisi nel presente paragrafo, individua i codici interni o corporate codes of conduct; la seconda categoria definisce invece i codici di condotta esterni102, o codes of conduct for multinational corporation103. Cominciamo con laffrontare dunque il primo dei suddetti aspetti del fenomeno in esame. Lespressione codice di condotta interno tende ad evidenziare quello che un tratto saliente di questa categoria: lelaborazione del codice da soggetti interni allimpresa. Si tratta quindi in definitiva di strumenti di cui l impresa si dota spontaneamente, e che vengono predisposti dalla stessa per definire gli standards etici che si propone di rispettare e seguire. E necessario operare a questo punto per una ulteriore precisazione, per evitare di confondere il fenomeno in esame con un altro, che presenta col primo taluni punti di contatto: il fenomeno dei codici etici aziendali. Questi ultimi sono piuttosto degli strumenti di gestione aziendale con cui l'impresa tende a esplicitare i tratti essenziali della propria identit attuale e futura, imprimere e consolidare i propri valori, le idee, le priorit, chiarire i
100

Cfr. ILO, Bureau for workers activities, Codes of Conduct for Multinationals, disp. online: http://www.itcilo.it/english/actrav/telearn/global/ilo/guide/main.htm.
101

Cfr. PERULLI, op. cit., pag. 264.

102

La bipartizione tra codici interni ed esterni viene proposta da COMPADARRICARRERE, Private Labour Rights Enforcement Through Corporate Codes of Conduct, in Human Rights, Labour Rights, and International Trade, University of Pennsylvania Press, 1996, Philadelphia, pagg. 183 ss.
103

Per quanto attiene alluso della distinzione terminologica tra corporate codes of conduct e codes of conduct for multinational corporations cfr. ILO, Concept, ibidem.

39

tratti fondamentali del rapporto tra esponenti della propriet e management, prevenire comportamenti illeciti esponendo le norme di comportamento alle quali i lavoratori devono attenersi, chiarire le proprie responsabilit e i comportamenti attesi dagli interlocutori esterni (fornitori, concorrenti, Stato/comunit locale/internazionale, partiti politici ed altri portatori di interesse)104. In tal senso, questo tipo di documenti si avvicinano ai c.d. credo aziendali, quali strumenti di esplicitazione della filosofia aziendale e di diffusione della cultura aziendale di una multinazionale verso le sue filiali estere, nellambito della autonomia necessaria per fronteggiare le diverse caratteristiche socio-ambientali105. Si tratta dunque, in buona sostanza, di strumenti che integrano il prodotto di una autonoma volont di regolamentazione manifestata dalle imprese, laddove invece i codici di comportamento interni sono elaborati - pur se comunque dallinterno e quindi da un soggetto privato - in esecuzione o nelladesione ad una volont o comunque di taluni principi guida, indicati da un soggetto esterno106, che pu essere il legislatore nazionale o internazionale, od una organizzazione variamente configurabile di portatori di interesse. I codici di condotta interni concretano dunque dei codici di condotta privati di impresa multinazionale. Lattributo privato segna una netta linea di demarcazione con il limitrofo concetto di codice di condotta esterno. Se come vedremo nel prossimo paragrafo questultimo tipo rimanda ad unorigine dallalto della disciplina del fenomeno multinazionale, il carattere privato mette, invece, in luce la possibilit di unemergenza dal basso della stessa. Nellun caso a farsi promotori della regolamentazione delle imprese multinazionali sono dei soggetti altri rispetto alle stesse; nellaltro sono dei soggetti privati a configurarsi, ad un tempo, come creatori e destinatari di norme.
104

Cfr. ISVI - Istituto per i Valori dImpresa, Il Codice di Comportamento Aziendale, 2006, disp. online: http://www.isvi.org.
105

Cfr. BERTOLINI-CASTALDI-LAGO, I Codici Etici nella Gestione Aziendale , Il Sole 24Ore Libri, 1996, Milano, pag. 116.
106

Cfr. RIOLO, Etica degli Affari e Codici Etici Aziendali, Edibank, 1995, Milano, pag. 82.

40

I codici in questione si caratterizzano inoltre, come accennato, per la spontaneit della loro iniziativa. N il diritto interno n quello internazionale esibiscono infatti norme imponenti alle imprese multinazionali di autodisciplinarsi dotandosi di un proprio codice di condotta interno: perci corretto parlare di carattere volontario dei codici interni. La volontariet inoltre non circoscritta, come si vedr, alla loro adozione, ma si estende anche alla loro applicazione. Caratteristica strettamente connessa alla volontariet del codice la non vincolativit delle sue norme: sul piano formale, nulla obbliga limpresa multinazionale ad adempiere agli impegni etici assunti. In definitiva con lespressione codice di condotta interno dovr intendersi un documento volontariamente sottoscritto da unimpresa multinazionale e raggruppante norme e principi non vincolanti, adottati in rispondenza ad esigenze provenienti da gruppi di interesse esterni dallimpresa, e tesi a disciplinare la condotta sul mercato della stessa impresa sottoscrittrice in un prodotto privato. Le considerazioni sulla volontariet e la non vincolativit degli strumenti di cui si discute impongono una breve analisi in relazione allambito di applicazione degli stessi.

1.4.1.1 Lambito di applicazione dei codici di condotta interni Il concetto di ambito di applicazione assume, con riferimento alla nozione di codice di condotta interno, una valenza semantica solo in parte coincidente con quella normalmente valida per un qualsivoglia corpus di regole afferenti allordinamento interno o internazionale. Tanto la materia quanto le personae rispetto ai quali un codice di condotta interno dichiara la propria competenza non sono, il pi delle volte, suscettibili di essere chiaramente individuate. Lindeterminazione nella quale sono lasciate chiaro indizio, per taluni commentatori, dellintenzione delle imprese multinazionali

41

di mantenere incerti i margini della propria responsabilit, per cos dire, morale107. La vaghezza non la sola peculiarit della sfera di applicazione dei codici di condotta interni. Esiste almeno un secondo aspetto meritevole di nota, il quale concerne in modo specifico lambito di applicazione ratione personarum. Va precisato che le personae cui un codice volontario indirizza le proprie disposizioni non si configurano quali titolari di formali obblighi e/o diritti. I comportamenti etici che un codice pretende da taluni soggetti non costituiscono degli obblighi in senso stretto, non esistendo, di fronte ad unipotesi di devianza, alcuna autorit terza garante del perseguimento della violazione. In modo analogo, le garanzie che un codice accorda a taluni soggetti non possono essere assimilati a veri e propri diritti; per assurgere a tale rango queste dovrebbero poter essere fatte valere di fronte ad un organo indipendente, abilitato, in caso di accertata violazione, a fornire alla vittima una adeguata tutela giurisdizionale ed eventualmente patrimoniale. Le personae rispetto alle quali un codice etico si dichiara competente rilevano, pertanto, quali destinatarie di norme che limpresa multinazionale interessata pu applicare. Siamo quindi di fronte ad una mera facolt: limpresa non formalmente obbligata verso alcuno dei soggetti rispetto ai quali ha dichiarato di assumere impegni etici. Pi esplicitamente: limpresa multinazionale non obbligata a perseguire le personae inadempienti di fronte alle richieste delproprio codice etico, n obbligata a tutelare quelle cui detto codice accorda garanzie. I codici, in conclusione, non creano formali posizioni giuridiche negative e/o positive n consolidano o potenziano quelle gi create dagli ordinamenti interno e/o internazionale. Lunica vera soggettivit cui essi tautologicamente si connettono resta, di fatto, quella delle imprese che li pongono in essere e dalla cui volont dipendono sin dal momento genetico.

107

Cfr. ZELDENRUST-ASCOLY, Codes of Conduct for Transnational Corporation. An Overview, IRENE (International Restructuring in Industries and Services), Giugno 1998, disp. online: www.cleanclothes.org/codes/overvieuw.htm

42

1.4.2

I codici esterni o codes of conduct for multinational enterprises I codici di condotta esterni sono, come premesso, creati e to some

degree, imposed108 alle imprese multinazionali da parte di soggetti esterni alle stesse. Essi rappresentano in sostanza un tentativo esogeno di regolamentazione indirizzato allimpresa: non sono predisposti dalle imprese, n sono frutto di accordi tra le imprese stesse e le entit che creano i codici; anche se, in alcuni casi, le imprese multinazionali possono essere a vario titolo coinvolte nel procedimento di stesura degli stessi109. I codici in esame devono essere distinti dai framework agreements, accordi conclusi tra organizzazioni sindacali e singole compagnie, con riferimento alle attivit internazionali delle imprese. Questi accordi possono essere di due tipi. In primo luogo, vi sono gli accordi scritti tra imprese multinazionali e organizzazioni sindacali internazionali, che possono avere riguardo potenzialmente a qualsiasi oggetto. Esempi di tali accordi possono essere le intese che stabiliscono doveri di informazione e consultazione a carico delle imprese. In secondo luogo, si individuano i framework agreements tra sindacati ed imprese riguardanti le prassi,in materia di lavoro, seguite dalle imprese, o dalle loro affiliate, succursali o imprese subappaltatrici, in altri paesi. I framework agreements possono essere inclusi nei contratti collettivi e recepiti dagli ordinamenti nazionali. I codici esterni, o codes of conduct for multinational enterprises, possono a loro volta essere suddivisi in sottocategorie, con riferimento ai soggetti che li redigono: avremo cos codici formulati da organizzazioni

108

Cfr. ILO, Bureau for workers activities, Codes of Conduct for Multinationals, disp. online: http://www.itcilo.it/english/actrav/telearn/global/ilo/guide/main.htm.
109

Cfr. ILO, Bureau for workers activities, ibidem.

43

internazionali, codici redatti dalle autorit governative nazionali, e codici elaborati da soggetti privati110. La prima di tali sottocategorie comprende documenti applicabili alla generalit delle imprese che presentino determinate caratteristiche, e che abbiano sede legale in uno dei Paesi membri dellorganizzazione che ha adottato il codice. Esempi di tali strumenti sono la Dichiarazione Tripartita dellILO e le Guidelines for Multinational Enterprises dellOCSE. Nella seconda categoria, e quindi nellambito dei codici di condotta redatti da autorit governative , possiamo invece collocare i Model Business Principles, predisposti nel 1995 dallAmministrazione Clinton con lo scopo di fornire un codice di comportamento volontario alle imprese multinazionali degli Stati Uniti che operano allestero, in particolare per quelle che svolgono attivit produttive in Cina. Questo codice, di contenuto piuttosto scarno ed approssimativo111, fu adottato con lo scopo di mettere a tacere le scottanti polemiche che circondano il rapporto fra affari ed etica, tra commercio e rispetto dei diritti112. I codici adottati da soggetti privati organizzazioni o persone fisiche sono quindi innanzitutto, per quanto attiene la prima categoria di soggetti citata, i codici etici di ordini professionali, di categorie di operatori economici, i codici di settore; mentre nellambito dei codici esterni adottati da persone fisiche, si fa riferimento ai documenti predisposti da personalit eminenti, autorit morali, soggetti che si sono impegnati in campagne civili e sociali. Anche in questo caso, e dunque nellambito dei codici esterni o eteronomi, siamo di fronte a strumenti non vincolanti. Codes of conduct for multinational enterprises are recommendations113, afferma il Bureau for Workers Activities dellILO, lorganizzazione che, come abbiamo avuto gi occasione di notare, si fatta promotrice di uno dei pi importanti codici di
110

Cfr. PERULLI, op. cit., pag. 265. Cfr. PERULLI, ibidem.

111

112

Cfr. VALSANIA, Norme di Condotta per le Aziende allEstero USA, un Codice Etico per le Multinazionali, in Il Sole 24 Ore del 7 Giugno 1995. 113 Cfr. ILO, Bureau for workers activities, ibidem.

44

condotta esterni per le imprese multinazionali, la succitata Tripartite Declaration of Principles Concerning Multinational Enterprises del 1977114. Anche laddove un codice sia stato sottoscritto da un numero di Stati sovrani, o comunque da entit cui gli Stati abbiano attribuito personalit internazionale, esso non assurge a norma di diritto internazionale, idonea quindi a configurare un effetto vincolante sulle imprese multinazionali che operano in quegli Stati che hanno adottato o ratificato il codice stesso. Dunque, e sempre nelle parole del Bureau for Workers Activities dellILO: codes of conduct for multinational impose no legal, but only moral, obligations on companies, and they are not capable of enforcement by the application of external sanctions. For multinationals, the commitment to the codes is voluntary115.

CAPITOLO 2

ASPETTI

STORICI

GIURIDICI

DEL

FENOMENO DEI CODICI DI CONDOTTA PER LE IMPRESE MULTINAZIONALI 2.1 Motivi per un delimitazione del campo di interesse La storia degli sforzi sostenuti, nel corso dei decenni, dai vari soggetti interessati alla tematica del controllo dellattivit delle imprese multinazionali Stati, organizzazioni internazionali, privati per ladozione eteronoma116 di strumenti di soft law capaci quantomeno di indirizzare le suddette imprese verso una condotta etica, sarebbe a dire verso una maggiore attenzione allimpatto sociale ed ambientale del proprio operato, caratterizzata da una evoluzione che ha conosciuto alterne fortune.
114

Cfr. ILO, Dichiarazione Tripartita di Principi sulle Imprese Multinazionali e la Politica Sociale adottata dal Consiglio di Amministrazione. dellILO nel Novembre 1977 ed emendata nel 2001.
115 116

Cfr. ILO, Bureau for workers activities, ibidem. Cfr. supra, Cap. 1, par. 1.4.2.

45

Tale evoluzione si mossa coprendo uno spettro di pareri ed atteggiamenti ampio come il percorso di un pendolo tra le sue due estreme posizioni di stallo117. Non difficile intuire quali siano le due estreme posizioni cui si fa riferimento. Come stato in precedenza accennato118, lattitudine di quelli che sono stati originariamente i due gruppi di interesse principali nellambito del dibattito sulla regolamentazione delle imprese multinazionali, in particolar modo con riferimento ai vantaggi ed ai rischi degli investimenti diretti allestero i paesi di nuova indipendenza e gli Stati industrializzati esportatori di capitale, o anche: gli Stati ospiti e gli Stati dorigine di tali investimenti passata da posizioni estremamente conflittuali, o meglio di radicale contrapposizione, ad una visione possibilista sulla ipotesi di un confronto reciprocamente costruttivo, fino a conoscere, in epoche pi attuali, una convergenza di vedute. Ci avvenuto anche in seguito allaffievolirsi della in precedenza netta distinzione tra Stati esclusivamente ospiti di investimenti stranieri e Stati che mirano a dislocare nei paesi in via di sviluppo le fasi dei processi produttivi delle proprie imprese. Questo processo di avvicinamento e di ammorbidimento nelle posizioni degli attori del movimento dei codici di condotta per le imprese multinazionali si pu agevolmente ricostruire attraverso lo studio dell evoluzione dei contenuti degli stessi strumenti di soft law adottati, predisposti od anche solo abbozzati nellarco del periodo a cui possiamo circoscrivere la nostra ricerca. Due precisazioni preliminari devono essere indicate a tal proposito. Una attiene ad un profilo soggettivo: la presente trattazione intende sottolineare in modo particolare gli sforzi di codificazione del comportamento delle imprese multinazionali ad opera delle principali organizzazioni internazionali. Questo non perch si voglia sminuire limportanza, nello stesso processo di codificazione, del profilo nazionale e di quello privato. Entrambi
117

Cfr. BREWER-YOUNG, The Shifting Policy Pendulum, in The Multilateral Investment System and Multinational Enterprises, Oxford University Press, 1998, Oxford, pagg. 255 ss.
118

Cfr. supra, Considerazioni introduttive.

46

gli ambiti succitati si sono dimostrati fondamentali nel processo per la stessa emersione del problema della assunzione di responsabilit da parte delle imprese. Basti pensare per quanto attiene allapporto statuale alle citate Model Business Principles del Commerce Department degli Stati Uniti dAmerica119, le quali, per quanto considerate da pi parti lacunose e poco funzionali120 a causa della loro mancanza di obbligatoriet, costituiscono uno dei pi importanti esempi di come uno Stato nazionale possa intervenire nei confronti delle proprie imprese multinazionali per dettare nei loro confronti quantomeno degli standards to satisfy the growing demands of an ever-wider and ever-less-trustful spectrum of stakeholders121. Per quanto concerne invece la prospettiva degli attori privati, possiamo invece citare il modello di codice di condotta della World Federations of Sporting Good Industry , una federazione che associa 12.000 imprese di varie dimensioni ed appartenenti a 50 paesi europei, americani ed asiatici , le quali si occupano della produzione di attrezzature ed abbigliamento sportivi; nel 1997 tale federazione ha adottato un codice di condotta per un comportamento responsabile; nel 1998 la stessa federazione ha sottoscritto laccordo tra ILO, UNICEF e Save the Children Fund per labolizione el lavoro minorile nella produzione dei palloni da calcio122; come vediamo, in questo caso la predisposizione da parte del soggetto privato del codice di condotta ha funto

119

Cfr. infra, Cap. 1, par. 1.4.2.

120

Cfr. supra, Cap. 1, par. 1.4.2, nota n. 105; Cfr. inoltre LEAVER-CAVANAGH, Controlling Transnational Corporations, in Foreign Policy in Focus, Volume 1, N.6, Novembre 1996, disponibile online : http://www.fpif.org/briefs/vol1/tncs.html. Gli Autori, pur esprimendo apprezzamento per gli sforzi condotti dallAmministrazione Clinton nel tentativo di regolamentare la condotta delle imprese multinazionali americane che investono in altri paesi, definiscono i Model Business Principles come weak and nonbinding social standards for U.S. firms operating in any country (), more promotional than regulatory. 121 Cfr. LEIPZIGER, Introduction, in The Corporate Responsibility Code Book , Greenleaf Publishing, 2003, Sheffield, disp. online: http://www.iema.net/shop/product_info.php?cPath=301&products_id=7143
122

Cfr. PERULLI, op. cit., pag 265, nota n. 11.

47

da premessa per ladesione dello stesso soggetto ad un codice predisposto tra laltro da organizzazioni internazionali. E necessario inoltre ricordare i Global Sullivan Principles, un codice per le imprese multinazionali che stato di recente modernizzato e riproposto dallassociazione che porta il nome del Rev. Leon H. Sullivan123 partendo dai Sullivan Principles. Questi ultimi individuano lo storico codice di condotta predisposto nel 1977 dal Rev. Sullivan, con lo scopo di rimediare alle ingiustizie economiche e sociali nellambito della comunit economica internazionale nel Sudafrica, nella speranza che le imprese multinazionali usassero la propria influenza ed incanalassero le proprie risorse verso il raggiungimento di tali obiettivi. I Sullivan Principles contribuirono, con la loro incredibile diffusione (12 tra le pi importanti imprese americane vi aderirono nel 1977, anno della loro predisposizione; nel 1984 erano arrivate a 100), ed assieme alla campagna sostenuta dal Rev. Sullivan contro la segregazione razziale, a porre fine al regime dellapartheid in Sudafrica124.
123

Il Reverendo Leon H. Sullivan, citato nel 1963 dalla rivista Life come una delle 100 personalit eminenti degli USA, fu designato nel 1971 come membro del Consiglio di Ammnistrazione della General Motors, diventando cos il primo afro-americano a partecipare alla direzione di una impresa multinazionale. Sei anni dopo, Sullivan elabor i Sullivan Principles, che divennero an international standard for businesses operating throughout the world. Tali principi stabilivano che I lavoratori delle compagnie operanti in Sudafrica dovessero condividere indipendentemente dal colore della pelle mense e spazi di lavoro, e che dovessero avere pari diritti per quanto riguarda le condizioni di lavoro e pari opportunit di accesso al lavoro; stabilivano inoltre che le compagnie dovessero aumentare il numero di lavoratori di colore nelle posizioni pi importanti ed inoltre, dovessero agire per migliorare la qualit delle condizioni di vita degli impiegati al di fuori del luogo di lavoro. Questo codice di condotta, che allepoca conobbe ladesione di 12 tra le maggiori imprese multinazionali (General Motors, IBM, Mobil, Ford, CalTex, Union Carbide, Otis Elevator, Burroughs, 3M, American Cyanamid, Citibank and International Harvester) a tuttoggi aggiornato e sostenuto dalla Leon H. Sullivan Foundation (cfr. The Global Sullivan Principles, History & Evolution, disp. online: http://www.thesullivanfoundation.org/gsp/endorsement/history/default.asp). 124 Nel 1987, il Rev. Sullivan chiese alle imprese degli Stati Uniti di disinvestire nei propri progetti in Sudafrica, e si rivolse al Governo degli Stati Uniti per chiedere un embargo economico come atto di protesta nei confronti dellapartheid. Inoltre domand al Congresso di considerare limposizione di sanzioni alle imprese che avessero continuato a intrattenere relazioni economiche con il Sudafrica. Chiese infine al Presedente degli Stati Uniti di interrompere le relazioni diplomatiche con il Sudafrica. A seguito di tali pressanti richieste, il Governo degli Stati Uniti cominci una graduale politica di restrizioni al commercio col Sudafrica. Nellarco di dieci mesi, altre 70 imprese americane aderirono ai Principles, e le leggi dellapartheid cominciarono a vacillare. Due anni dopo, lapartheid legale croll, e nei

48

La delimitazione del campo dindagine della presente trattazione viene operata piuttosto perch si ritiene che, di fronte ad un fenomeno come quello delle imprese multinazionali e della loro attivit, il quale come abbiamo visto125 si presta poco o affatto ad essere ricondotto nellalveo di una visione nazionale o finanche interstatuale, una prospettiva che si ponga sullo stesso piano del fenomeno che si intende analizzare, sia maggiormente idonea ad offrire delle possibilit di successo agli sforzi per una condotta socialmente ed ecologicamente etica delle imprese di cui si tratta. La succitata prospettiva, che parte quindi dal presupposto della necessit di una cooperazione a livello internazionale in materia di codici di condotta per le imprese multinazionali, appare imprescindibile per non perdere di vista il punto di partenza dellanalisi che si intende effettuare: la impossibilit di circoscrivere un fenomeno, com appunto quello della multinazionalizzazione delleconomia, in un ambito che non sia globale quanto lestensione stessa che il fenomeno assume. La seconda precisazione preliminare attiene invece ad un profilo oggettivo. Nellaffrontare gli aspetti storici e giuridici della evoluzione del fenomeno dei codici di condotta per le imprese multinazionali, non si limiter lindagine agli sforzi che sono effettivamente sfociati nella adozione formale di un testo, di un documento. Alcuni degli oggetti della analisi che ci si accinge a tentare sono dei tentativi che sono tuttora rimasti alla fase di predisposizione, o che sono falliti a causa di variamente configurati ostacoli, o che comunque costituiscono solo dei progetti, o bozze. Tuttavia, nellottica di quello che potr essere il ruolo dei codici di condotta in una prospettiva futura, anche questi drafts saranno utili per la nostra ricerca, per la opportunit di valutarne comunque leventuale impatto sulla comunit internazionale, e perch molto spesso hanno costituito, e/o continuano a costituire, un utile riferimento per ogni dibattito successivo126.
tre anni successivi il diritto di voto in Sudafrica fu esteso a tutte le persone di colore (Cfr. The Global Sullivan Principles, History &Evolution, ibidem).
125 126

Cfr. supra, Cap. 1, paragrafi 1.1.1 ed 1.1.2. Cfr. ODDENINO, La Rilevanza dei Codici di Condotta nella Regolamentazione dellAttivit delle Imprese Multinazionali, 1999, op. cit., pag. 54

49

Sia sufficiente ricordare che in una prospettiva di regolamentazione attraverso strumenti di soft law - la stessa distinzione tra dispositivi effettivamente approvati e documenti fermi allo stadio di bozza suscettibile di stemperarsi127. 2.2 Levoluzione del contenuto dei codici di condotta per le imprese multinazionali 2.2.1 I precursori nella regolamentazione dellattivit delle imprese multinazionali Vi un periodo, storicamente determinato, in cui il fenomeno della codificazione del comportamento delle imprese multinazionali trova, come vedremo, il suo slancio pi importante, da un punto di vista qualitativo oltre che quantitativo128: corrisponde agli anni 70, che conobbero alcuni dei risultati maggiormente rilevanti in materia. Tuttavia, se si intende risalire a quelli che furono gli embrioni del fenomeno in esame, necessario citare brevemente alcune iniziative multilaterali molto pi risalenti nel tempo. Gi nel 1929, infatti, la Lega delle Nazioni considerava lopportunit delladozione di uno strumento multilaterale riguardante la protezione degli investimenti stranieri129, che tuttavia non giunse mai alla fase di formalizzazione. Siamo di fronte sicuramente a quello che non pu che considerarsi un acerbo tentativo di regolamentazione multilaterale; notiamo tuttavia che laccento, allepoca, viene posto sul tema della protezione dellinvestimento estero: siamo ancora ben lontani, come ovvio, dalle problematiche relative alla protezione dallinvestimento.
127

Cfr. ODDENINO, ibidem.

128

Cfr WALLACE, The Role and Function of International Instruments, 2002, op. cit, pag. 1074.
129

Cfr. WALLACE, ibidem.

50

Anche nella Atlantic Charter, il patto di alleanza angloamericana siglato nel 1941 da Churchill e Roosevelt, possibile rinvenire dei vaghi riferimenti alla esigenza di una cooperazione economica internazionale, laddove al suo quarto punto si prevede il rispettivo impegno di (to) endeavor, with due respect for their existing obligations, to further the enjoyment by all States, great or small, victor or vanquished, of access, on equal terms, to the trade and to the raw materials of the world which are needed for their economic prosperity130. Se si tratta sicuramente di un richiamo nebuloso e indeterminato, cogliamo comunque il riferimento alle materie prime, risorse naturali imprescindibili per lo sviluppo economico, ed il cui accesso ci si propone di garantire a tutti gli Stati, secondo criteri equi. LInternational Trade Organization (ITO), prevista dalla Carta dellAvana nel 1948 con lo scopo principale di rimuovere le barriere al commercio internazionale, costituisce il primo, importante strumento multilaterale a contenere vere e proprie norme in materia di protezione degli investimenti: tuttavia tali disposizioni risultarono troppo deboli, in particolare in relazione al problema delle espropriazioni, il che fu una delle principali ragioni del rifiuto del Congresso degli Stati Uniti di adottare la Carta 131, portando cos al fallimento dellambizioso progetto. Notiamo anche in questo caso la tensione verso un sistema di garanzie che proteggano gli investimenti allestero. Questa breve rassegna pu essere conclusa ricordando uno dei pi importanti risultati di questo stadio preliminare nello sviluppo dei codici di condotta per le multinazionali: l International Code of Fair Treatment for

130

Cfr. Joint Statement by President Roosevelt and Prime Minister Churchill (Atlantic Charter), 14 Agosto 1941, quinto capoverso.
131

Cfr. WALLACE, ibidem.

51

Foreign Investments132, approvato dalla International Chamber of Commerce nel 1949. Si tratta di un documento che propone delle restrizioni alla giurisdizione degli Stati nazionali in materia di controversie relative agli investimenti stranieri: pur senza riuscire ad avere una effettiva applicazione, tuttavia forn un incoraggiamento ai tentativi di regolamentare la materia, fornendo inoltre una importante piattaforma per i successivi e pi realisti codici in tema di investimenti diretti allestero133. Alla International Chamber of Commerce pu essere dunque riconosciuto un primato notevole: quello di essere stata il primo organismo internazionale ad occuparsi con successo della materia degli investimenti stranieri. Le iniziative passate brevemente in rassegna offrono un idea di quelli che furono i primordiali tentativi di fissare, attraverso un approccio multilaterale, delle regole concernenti gli investimenti diretti allestero. Si tratta certamente di esperimenti precoci, tuttavia la loro importanza pu essere individuata quantomeno nel ruolo che hanno ricoperto nel procedimento di emersione di tali tematiche, quali precursori di una presa di coscienza della necessit di un procedimento di normazione internazionale degli investimenti diretti allestero e, pi in generale, delle attivit delle imprese multinazionali. Questa embrionale presa di coscienza ha dovuto fare i conti con l incapacit di raggiungere una effettiva soluzione internazionale al problema della regolamentazione degli investimenti; incapacit che si riconduce alla percezione , in una simile attivit creativa degli organismi sovranazionali che ne son stati i promotori, di una minaccia alla sovranit degli Stati134.

132

La ICC aveva, gi nel 1937, stilato un Code of Standards in Advertising Practices (International Chamber of Commerce, Doc. num. 240/381). Il Bureau for Workerss Activities dell ILO fa riferimento a tale Code come a The first international code of conduct for multinationals (ILO ACTRAV- Bureau for Workerss Activities: Codes Of Conduct for Multinational, http://www.itcilo.it/english/actrav/telearn/global/ilo/guide/main.htm)
133 134

Cfr WALLACE, The International Legal Framework, 2002, op. cit., pag.1078. Cfr. FATOUROS, Towards an International Agreement on Foreign Direct Investment? in ICSID Review Foreign Investment Law Journal, 1995, n. 10, pagg.191-192.

52

2.2.2

La codificazione della condotta delle imprese multinazionali nel contesto del Nuovo Ordine Economico Internazionale: gli anni 70 e la first wave di codici Come abbiamo accennato, furono gli anni 70 a rappresentare il primo,

fondamentale picco creativo nel procedimento di codificazione del comportamento delle imprese multinazionali. Le ragioni che portarono, in tale periodo definito efficacemente the code craze135 dalla Wallace - al grande fervore attorno al procedimento in questione possono essere rintracciate negli sviluppi socio-economici avvenuti nel ventennio precedente. Negli anni 50 -60 si assiste infatti ad una vera e propria esplosione del fenomeno delle imprese multinazionali, con particolare riferimento alla scena economica industriale americana che viene fortemente attratta dal boom che le economie europee stavano attraversando, e dalle favorevoli prospettive che un mercato sempre pi integrato, come quello che stava diventando il Mercato Unico Europeo, poteva offrire136. Alla fine degli anni 60, ci troviamo di fronte a qualcosa come 10.000 imprese multinazionali, con un numero di affiliate straniere stimato intorno a 70.000, ed un valore contabile di circa 160 miliardi di dollari, la met dei quali fa capo a sole 150 imprese; la maggior parte delle multinazionali in questione hanno il loro quartier generale in soli 5 paesi: Stati Uniti, Regno Unito, Francia e Svizzera, che insieme rappresentano i 4/5 del volume totale di investimenti diretti allestero. Gli Stati Uniti, in particolare, rispondono di pi della met degli investimenti esteri mondiali del tempo, con un numero di affiliate pi che triplicato (da 7.000 a 23.000) tra il 1950 ed il 1966137.

135

Cfr. WALLACE, The Role and Fuction of International Instruments, 2002, op cit. pag. 1098. 136 Cfr. WALLACE, The Historical Context, 2002, op. cit., pag.23.
137

I dati citati sono.estrapolati da quelli riportati da BREWER-YOUNG, Codes and the Obligations of Multinational Enterprises, 1998, op. cit., pagg. 86 ss.

53

Il volume delle attivit delle imprese multinazionali dellepoca localizzato per i 2/3 nei paesi industrializzati, per via dei vantaggi economici legati alle opportunit di mercato che gli stessi sono al tempo in grado di offrire138. Il restante 1/3 localizzato nei paesi in via di sviluppo 139 principalmente Argentina, Brasile, India, Messico, Nigeria, Venezuela ed alcune isole dei Caraibi140. Nel contesto descritto si assiste alla prima consistente opposizione nei confronti della impresa multinazionale americana141, rappresentata dallallarme, lanciato nel 1967 dal francese Jean Jacques Servan-Schreiber, con la sua pubblicazione Le dfi Amricain142. Nella sua opera Servan-Schreiber enfatizza the magnitude of the American presence in European industrial life, particularly that which is most dependant on advanced technology, in order to exhort his fellow Europeans to emulation of the American talent for organization and research, rather than to lead a crusade against the industrial invasion by the entrepreneurs of the New World143. Come ribadisce la Wallace, lattacco condotto da ServanSchreiber non trova le sue fondamenta nelle accuse di imperialismo americano, quanto piuttosto nella esortazione, nei confronti degli Stati europei, a perseguire una vera unione economica e la realizzazione di considerevoli unit industriali144 in grado di contrapporsi alla sfida
138

Cfr KNICKERBOCKER, Oligopolistic Reaction and the Multinational Enterprise, Graduate School of Business Administration, Harvard University, 1973, Boston.
139

Questo 1/3 del volume totale degli investimenti allestero riveste tuttavia una grande importanza ai nostri fini: la concentrazione per paesi e per settori ebbe infatti una pronunciata influenza negativa sullattitudine nei confronti delle imprese multinazionali (Cfr. BREWERYOUNG, Codes and the Obligations of Multinational Enterprises, 1998, op. cit., pag. 15.)
140

Cfr. SAUVANT-LAVIPOUR, Controlling Multinational Enterprises: Strategies, Counterstrategies, Westview Press, 1976, Boulder, pag. 45.
141

Problems,

Cfr. WALLACE, ibidem.. Cfr.SERVAN-SCHREIBER, Le Dfi Amricain, Denol, 1967, Parigi.

142

143

Cfr. RUBIN, Multinational Enterprises and National Sovereignty:a Skeptics Analysis, in Law and Policy in International Business, 1971, n. 83, pag. 3.
144

Cfr. WALLACE, The Historical Context, 2002, op. cit., pagg. 24-25.

54

americana attraverso una strategia economica comune. Tuttavia Le dfi Amricain ag da cassa di risonanza delle paure emergenti nei confronti dello strapotere industriale americano. Non erano comunque solo gli Stati europei a sentire la necessit di reagire contro la forza delle imprese multinazionali americane. Gli Stati di nuova indipendenza, in cui si identificava allepoca la categoria dei paesi in via di sviluppo, cominciavano a palesare una crescente irrequietudine nei confronti della minaccia che le imprese multinazionali arrecavano alla sovranit sulle proprie risorse naturali. Le imprese multinazionali subirono in questo periodo delle generalizzate critiche per il loro comportamento nei paesi in via di sviluppo. Stati ospiti ed organizzazioni sindacali affermavano che le imprese multinazionali non erano state in grado di operare in armonia con gli obiettivi economici, sociali, politici ed ambientali dei governi e dei popoli locali. Questi timori furono portati, dai paesi in via di sviluppo, in seno al sistema delle Nazioni Unite, nellambito delle loro pi generali rivendicazioni per uno sviluppo economico equo ed una cooperazione tra Nord e Sud del mondo. Come abbiamo gi accennato145, le pressanti richieste dei paesi in via di sviluppo portarono, nel 1974 alladozione da parte dellAssemblea Generale delle Nazioni Unite di tre Risoluzioni in ordine alla instaurazione del Nuovo Ordine Economico Internazionale146. Gli obiettivi prefissati da questi strumenti, verso cui avrebbe dovuto tendere la comunit internazionale partendo dall affermazione del principio di sovranit permanente degli Stati sulle risorse naturali e della necessit che il mondo industrializzato assista il Terzo Mondo nel suo sviluppo economico sono incentrati sulla ricerca e la realizzazione di una adeguata politica di protezione, conservazione e valorizzazione dellambiente, la stabilizzazione
145

Cfr. supra, Cap.1, par. 1.3.3.

146

Assemblea Generale delle Nazioni Unite, Dichiarazione Concernente lInstaurazione di un Nuovo ordine Economico Internazionale: Ris. AG 3201 (S-VI) del 1 Maggio 1974; Programma dAzione Concernente lInstaurazione di un Nuovo ordine Economico Internazionale: Ris. AG 3202 (S-VI) del 1 Maggio 1974 e Carta dei Diritti e Doveri Economici degli Stati:Ris. AG 3281 (XXIX) del 12 Dicembre 1974.

55

dei prezzi e la protezione del reale valore dei profitti esportati, la realizzazione di una riforma monetaria internazionale che interessi una maggiore assistenza ed il miglioramento delle condizioni di accesso al capitale per i paesi in via di sviluppo, la crescita tecnologica dei suddetti paesi attraverso forme di assistenza tecnica da parte dei paesi industrializzati, il rafforzamento della cooperazione nel commercio ed infine, punto di fondamentale interesse ai fini della nostra trattazione, la regolamentazione delle imprese multinazionali, per assicurare che il capitale straniero importato contribuisca alla crescita economica degli Stati ospiti, in particolare attraverso linserimento di meccanismi che limitino il rimpatrio dei profitti da parte delle imprese multinazionali147. Ma le Risoluzioni della Assemblea Generale dellONU per linstaurazione di un Nuovo Ordine Economico Internazionale non furono le sole conseguenze dellallarme verso il comportamento delle imprese multinazionali : Fears that multinational giants would dwarf the very sovereign power of the nation states in which they did busines () produced a surge of international codes and guidelines from every major international body with any involvement in investment issues148. Ancora una volta la International Chamber of Commerce ad essere in prima linea, confermandosi tra i soggetti che negli anni 70 aprirono la strada alla first wave of corporate responsibility149. Le Guidelines for International Investment150, adottate dal Consiglio dellICC nel 1972, rappresentano uno dei primi tentativi di fornire degli
147

Le indicazioni in ordine agli obiettivi citati sono stati elaborati sulla base delle indicazioni contenute in PICONE, Ordine Economico Internazionale, in in PICONE-SACERDOTI, 1994, op. cit., pagg. 155 e ss., nonch BREWER-YOUNG, Codes and the Obligations of Multinational Enterprises, 1998, op. cit., pagg. 14 e ss.
148

Cfr. WALLACE, The Role and Function of International Instruments, 2002, op. cit., pag. 1077.
149

Cfr. DE SCHUTTER, The Challenge of Imposing Human Rights Norms on Corporate Actors, 2006, op. cit., pagg. 2-9; cfr. inoltre WALLACE, The Role and Function of International Instruments, 2002, op. cit, pag. 1079, la quale parla di the 1970s wave.
150

Cfr. INTERNATIONAL CHAMBER OF COMMERCE, Guidelines for International Investment, ICC Publications, 1974, Parigi.

56

standards di comportamento a carattere volontario e non vincolante per tutte le parti coinvolte nel fenomeno dellinvestimento diretto alestero: investitori e paesi ospiti cos come gli Stati dorigine degli investimenti. Pur essendo uno strumento elaborato da un ente privato come la Camera di Commercio Internazionale, e come tale privo comunque di valore normativo151, rientra comunque nel campo di interesse della presente trattazione, concretando un dispositivo che, da una prospettiva sovranazionale, tende alla promozione di un clima favorevole agli investimenti internazionali cercando di conciliare linteresse delle imprese multinazionali e quello degli Stati. Una delle organizzazioni internazionali pi impegnate in questo periodo nellambito delle iniziative di codificazione la Organization for Economic Co-operation and Developement (OECD) che nel 1976 adott la sua Declaration on International Investment and Multinational Enterprises152, insieme ad altri quattro strumenti integranti la Declaration, consistenti in tre Decisions e nelle Guidelines for Multinational Enterprises153. Questo pacchetto comprende quindi degli strumenti - le tre Decisions le quali in virt della stessa Convenzione OECD154 sono legalmente vincolanti per tutti gli Stati membri partecipanti; la Declaration a sua volta non legalmente vincolante in virt del trattato OECD in s ma pu essere considerata tale laddove esprime concetti coerenti con principi di diritto

151

Cfr. SACERDOTI, Stati e Imprese Multinazionali,, in PICONE-SACERDOTI, Diritto Internazionale dellEconomia, Franco Angeli, 1994, Milano, pag. 712.
152

Cfr. ORGANIZATION FOR ECONOMIC CO-OPERATION AND DEVELOPMENT, International Investment and Multinational Enterprises: Declaration by the Governments of OECD Member Countries, 21 Giugno 1976 , OECD, Paris.
153

Cfr. supra, Cap. 1, par. 1.1.2, note 30 e 31.

154

Cfr. Convention on the Organization for Economic Co-operation and Development, Parigi, 14 Dicembre 1960, U.N:T:S: 12736, art. 5.

57

internazionale generale155; le Guidelines sono invece, come esse stesse espressamente stabilivano,not legally enforceable156. Lanno successivo allemissione delle Guidelines dellOECD, anche la International Labour Organization concluse con successo la predisposizione di proprie linee-guida: la Tripartite Declaration of Principles concerning Multinational Enterprises and Social Policy157, uno strumento ancora attuale viene periodicamente riveduto che non ha carattere vincolante e che affronta gli aspetti del fenomeno delle imprese multinazionali che attengono alla politica sociale, in particolare le problematiche pi strettamente sindacali lavoristiche158. Un posto centrale nel contesto della first wave di codificazione della condotta delle imprese multinazionali devessere riconosciuto alle Nazioni Unite ed al relativo progetto di un codice di condotta, il cui processo di formulazione inizi nel 1977 da parte di un apposito Intergovernmental Working Group on a Code of Conduct nellambito della United Nation Commission on Transnational Corporation, organo sussidiario dellECOSOC159. Lambizioso progetto incontr insormontabili difficolt che portarono dapprima al temporaneo abbandono, nel 1983, delle negoziazioni e dunque alla predisposizione di un Draft Code nel 1988160, il quale, pur non essendo
155

Cfr WALLACE, The Role and Function of International Instruments, 2002, op. cit., pag. 1079.
156

Cfr. ORGANIZATION FOR ECONOMIC CO-OPERATION AND DEVELOPMENT, International Investment and Multinational Enterprises Declaration by the Governments of OECD Member Countries: Guidelines for Multinational Enterprises, 21 Giugno 1976, OECD, Parigi, par. 6.
157

Cfr. INTERNATIONAL LABOUR ORGANIZATION, Tripartire Declaration of Principles concerning Multinational Enterprises and Social Policy, adottata dal Consiglio di Amministrazione dellILO nel Novembre 1977, ILO, Ginevra.
158

Cfr WALLACE, The Role and Function of International Instruments, 2002,op. cit., pag. 1081.
159

United Nation Economic and Social Council. Cfr. U.N. doc. E/1988/39/Add. 1 dell 1 Febbraio 1988.

160

58

riuscito a conseguire il consenso necessario alla sua formale adozione, costituisce oggi uno dei pi importanti risultati del processo di codificazione dellepoca, ed inoltre uno strumento ancora attuale per limpatto che rivel sul complessivo scenario internazionale di regolamentazione dellattivit delle imprese multinazionali. I codici e le linee-guida che abbiamo brevemente menzionato e che si collocano nel contesto sopra descritto degli anni 70, mostrano delle caratteristiche e dei contenuti comuni. Gli obiettivi del movimento di codificazione che in quelli che abbiamo definito i precursori dei codici di comportamento per le multinazionali erano soprattutto attinenti alla protezione degli interessi degli investitori161 - mostrano una chiara inversione di rotta. Lo scopo dei codici e linee-guida degli anni 70, periodo cui viene fatto riferimento come a quello che rappresent la first wave of corporate responsibility162, infatti la protezione degli Stati ospiti di investimenti stranieri dal comportamento invasivo delle multinazionali estere, in risposta ad una attitudine ostile dei suddetti paesi nei confronti delle imprese multinazionali. Daltronde, e come abbiamo avuto modo di vedere, non questo un atteggiamento riservato agli Stati del Terzo Mondo. Si tratta piuttosto di una inclinazione che coinvolge direttamente anche i paesi europei, i cui mercati sono un invitante bersaglio per i principali complessi industrali della fiorente economia americana, l espansione della quale, nella scena degli investimenti diretti allestero, da considerarsi un elemento caratterizzante, dal punto di vista socio-economico, il primo periodo successivo alla fine della Seconda Guerra Mondiale.

161

Cfr. supra, Cap. 2, par. 2.1.2.

162

Cfr. DE SCHUTTER, The Challenge of Imposing Human Rights Norms on Corporate Actors, 2006, op. cit., pagg. 2-9; cfr. inoltre WALLACE, 2002, The Role and Function of International Instruments, op. cit, pag. 1079, la quale parla di the 1970s wave.

59

Riservandoci di rimandare ad un momento successivo lanalisi dettagliata di ciascuno degli sforzi e dei risultati in materia di codificazione che hanno visto la luce in questo periodo, possiamo circoscrivere alcuni elementi caratteristici dellesercizio codificatorio che ebbe luogo in questa prima fase creativa. 2.2.2.1 Natura legale dei codici di condotta e delle linee-guida della first wave Una delle peculiarit che tipizzano i codici e le linee-guida adottati negli anni 70 il loro carattere non vincolante. Una considerazione dinsieme dei codici del periodo mostra come gli strumenti che non rimarcano espressamente questa particolarit, tendono comunque a riconoscerla chiaramente come dato di fatto163. Esiste in realt, nel contesto della prima ondata codificatoria degli anni 70, una avversione nei confronti della possibilit di adottare degli strumenti internazionali dotati di efficacia vincolante; si tratta del retaggio di una resistenza mai sopita verso quanto pu integrare una minaccia od un impedimento allesercizio della sovranit nazionale, in unepoca in cui si percepisce sempre pi nettamente la spinta verso una maggiore internazionalizzazione ed integrazione globale delle economie nazionali. E stato notato164 a tal proposito come entrambi i tentativi di codificazione che nel periodo in analisi fallirono nel raggiungere un consenso e quindi la formale adozione sarebbe a dire, il Code of Conduct delle Nazioni Unite ed il Code on the Transfer of Technology dellUNCTAD165 163

Cfr. WALLACE, Legal Character of International Codes and Guidelines, 2002, op. cit., pag. 1086.
164

Cfr. WALLACE, ibidem.

165

La United Nations Conference on Trade and Development (UNCTAD), ente intergovernativo permanente delle Nazioni Unite istituito nel 1963, l'organo principale dell'Assemblea Generale delle Nazioni Unite per gli aspetti legati al commercio, agli investimenti e allo sviluppo.organismo. Durante la first wave del fenomeno di codificazione della condotta delle imprese multinazionali, stato protagonista di un altro interessante pur se infruttuoso tentativo codificatorio in materia di trasferimento della tecnologia, avente ad

60

corrispondono ai due soli progetti dellepoca che omisero di puntualizzare la propria natura non vincolante: la bozza di Code of Conduct delle N.U. sottolineava come The legal nature of the Code still has to be discussed 166 , laddove la bozza di Code on the Transfer of Technology167 non conteneva alcun riferimento alla propria natura legale poich il mandato originario riservava la questione a considerazioni successive. Il dibattito sulla natura legale dei codici di condotta e le linee-guida internazionali del periodo della prima ondata si consolid su due attitudini predominanti: la posizione massimalista, favorevole alla legale vincolativit delle norme dei codici di condotta per le imprese multinazionali, cui aderirono in linea di massima le organizzazioni sindacali internazionali ed i paesi in via di sviluppo, e la posizione minimalista, orientata al contrario verso una concezione dei codici di condotta come di strumenti volontari, non legalmente vincolanti, posizione che incontr invece lappoggio della comunit imprenditoriale internazionale e degli Stati industrializzati esportatori di capitali168. In una posizione intermedia tra i due succitati punti di vista, si colloca la ricostruzione che auspica invece quello che viene definito lo zebra code169, ovverossia uno strumento che si componga sia di norme imperative

oggetto appunto un Code of Conduct on Transfer of Technology, la cui negoziazione stata definitivamente interrotta da insormontabili divergenze su taluni punti fondamentali. Cfr. supra, Cap. 1, par. 1.3.3.
166

Cfr. UNITED NATIONS (ECOSOC), Introductory Note to the Transnational Corporation: Code of Conduct; Formulation by the Chairman, U.N. doc. E/C.10/AC.2/8 del 13 Dicembre 1978, pag. 3.
167

Cfr. Draft International Code of Conduct on the Transfer of Technology, U.N. doc. TD/CODETOT/25 del 2 Giugno 1980.
168

La ricostruzione che viene qui apportata stata elaborata sulla base delle indicazioni contenute in BAADE, Codes of Conduct for Multinational Enterprises: an Introductory Survey, in HORN LANIER, Legal problems of Codes of Conduct for Multinational Enterprises, Kluver, 1980, Deventer, Vol. I, pag. 56.
169

Cfr. BAADE, The Legal Effects of Codes of Conduct for Multinational Enterprises, German Yearbook of International Law, 1979, n. 22, pagg. 11 e ss.

61

che di norme non vincolanti, e che dunque contenga tanto obblighi quanto facolt. Si tratta tuttavia di una ricostruzione che non si mai concretizzata170. Limitando dunque le nostre riflessioni alle due posizioni pi importanti, massimalista e minimalista, possiamo sottolineare innanzitutto come, con riguardo a questultima, lidea di uno strumento internazionale vincolante universalmente applicabile potesse essere - nel contesto storico pi sopra descritto quantomeno poco realistica: un siffatto strumento avrebbe difatti presupposto una omogeneit di sviluppo, di condizioni, di scopi e interessi sia nellambito della comunit degli Stati che tra le imprese multinazionali che non era concretamente configurabile; come facevano notare i fautori della teoria minimalista, sarebbe stato fondamentale invece riconoscere la diversit tanto delle ideologie politiche quanto degli obiettivi economici degli attori coinvolti171, dagli Stati alle imprese multinazionali, e conseguentemente accettare linipotizzabilit di uno strumento che si basasse su una inesistente uniformit di vedute dei suoi destinatari. La realt storica in cui si sviluppa la prima ondata di codici di condotta quella di una incompatibilit di fondo tra i sistemi economici esistenti, ed una correlata incoerenza dei diversi livelli di sviluppo ed industrializzazione raggiunti dagli Stati; da qui la inopportunit di un dispositivo legalmente vincolante e globalmente applicabile, che avrebbe potuto solo ridurre ad un minimo comun denominatore situazioni che al contrario avrebbero richiesto considerazioni differenziate172. Un consistente contributo alla persistenza di queste incompatibilit e differenze fu nondimeno la resistenza storicamente manifestata da parte dei paesi in via di sviluppo e dei paesi del blocco comunista/socialista verso il
170

Cfr. WALLACE, ibidem., pag. 1087. Cfr. WALLACE, ibidem, pag. 1088.

171

172

E interessante notare a tal proposito come nel 1976 la International Chamber of Commerce, che abbraccia un notevole numero di paesi in via di sviluppo, abbia spiegato la propria incapacit di concludere alcuna forma di codice di condotta o direttiva legalmente vincolante in tema di pratiche commerciali restrittive, proprio sulla impossibilit di prendere in considerazione le diversit di national needs and objectives (Cfr. ICC doc. n. 225-1/67 Or., punto 5). La ICC ciononostante tuttora attiva in questo settore.

62

diritto internazionale in generale, che entrambi i gruppi tendevano ad inquadrare allepoca come uno strumento del libero mercato e dei paesi industrializzati173. Nonostante le obiezioni cui la teoria massimalista prestava il fianco, i paesi in via di sviluppo, cos come le organizzazioni sindacali internazionali, aderivano ad una posizione nettamente a favore di un qualche tipo di vincolativit dei codici di condotta per le imprese multinazionali, nella convinzione che uno strumento contenente veri e propri obblighi, legalmente sanzionati, fosse pi idoneo a tutelare la propria sovranit nazionale ed i propri obiettivi di politica economica dallo strapotere delle imprese multinazionali e degli Stati investitori. Tuttavia apparivano evidenti le difficolt di concepire un siffatto strumento, soprattutto alla luce dei fallimenti degli sforzi perpetrati nella direzione di un codice di condotta vincolante. La soluzione prospettata dai sostenitori della teoria massimalista fu a suo modo molto interessante: spostare il punto focale della discussione da una vincolativit dei codici in quanto tali ad una imperativit che trovasse il suo fondamento altrove; precisamente, nellidea che lo stesso U.N. Draft Code of Conduct, cos come talune Risoluzioni delle Nazioni Unite, assurgessero, o comunque potessero aspirare ad assurgere nel tempo, a diritto internazionale consuetudinario. Se noto che formalmente n le risoluzioni dellAssemblea Generale delle Nazioni Unite , n tantomeno un progetto fermo allo stadio di bozza come il Draft Code of Conduct possono vantare una qualche forza vincolante, stato tuttavia evidenziato dagli aderenti alla posizione massimalista come spesso si sia affermato che le risoluzioni di un organismo internazionale a vocazione universale come lAssemblea Generale delle Nazioni Unite abbiano natura dichiarativa174, sarebbe a dire che esse, pur non potendo creare delle
173

Cfr. WALLACE, ibidem, pag. 1090.

174

Cfr. CASTAEDA, Valeur Juridique des Rsolutions des Nations Unis, Recueil Des Cours de lAcadmie de Droit International, 1970, n. 129, 1970-I, pag. 315 , laddove lAutore afferma che le Risoluzioni delle Nazioni Unite Ne sont pas cratrice de droit; elles ont un caractre dclaratif de constat. Cfr. inoltre BOWETT, The Law of International Institutions,

63

norme di diritto internazionale generale, possano nondimeno riconoscere e dichiarare la consuetudine internazionale esistente, dandovi una formulazione e chiarendone i confini e gli scopi. I principi contenuti in tali strumenti sarebbero quindi, secondo la visione massimalista, espressione di un diritto consuetudinario gi affermatosi o suscettibile di affermarsi in un tempo relativamente breve. Una siffatta ricostruzione ha incontrato le resistenze dei paesi industrializzati, che hanno invece insistito sulla natura prettamente volontaria del Draft Code of Conduct. Assistiamo nel periodo in esame ad un generale riconoscimento della necessit di provvedere al problema del controllo sugli investimenti esteri attraverso un approccio di soft law, considerando il numero e limportanza dei tentativi tesi a regolare lattivit degli investitori stranieri ed a proteggere gli Stati ospiti dagli abusi delle imprese multinazionali attraverso dispositivi non vincolanti e volontari. La posizione massimalista ha inoltre perso forza negli anni a causa del progressivo venir meno dellallarme in relazione allattivit delle imprese multinazionali ed allaffievolirsi dellurgenza di istituire dei controlli, che come vedremo, stata la conseguenza di un sostanziale cambiamento nelle politiche degli Stati ospiti ad ogni livello di sviluppo economico - nei confronti degli investimenti stranieri. Tuttavia ancora oggi, come ci riserviamo di mostrare in seguito175, persiste il dibattito sulla possibilit che i codici di condotta possano aspirare, se non ad integrare gli elementi del diritto internazionale generale finanche consuetudinario a to evolve into a general practise accepted by law176.

Sweet & Maxwell Ltd, 1982, London, pag. 46: While they cannot create direct legal obligations for member States they can embody a consensus of opinion about what the law is, so that, indirectly, they become evidence of international law.
175

Cfr. supra, Cap. 3, par. 3.2.

176

Cfr. SCHWEBEL, Justice in International Law: Selected Writings, Cambridge University Press, 1994, Cambridge, pag. 513, citato in WALLACE, ibidem, pag. 1092.

64

Nonostante il succitato generale affermarsi di un approccio di soft law al problema del controllo delloperato delle imprese multinazionali, dobbiamo notare come la comunit internazionale non sia comunque, nel periodo della prima ondata codificatoria, riuscita ad esprimere un consenso sul trattamento internazionale delle imprese multinazionali. La concertata e frenetica attivit di elaborazione di codici e linee-guida degli anni 70 non stata in grado di raggiungere una visione comune, condivisa di come si sarebbe potuto risolvere il problema dei rapporti tra Stati ed imprese multinazionali, senza ignorare o sottovalutare il complessivo spettro di problematiche sollevate dalle interazioni tra diverse tipologie di imprese e diversi gradi di sviluppo degli Stati. Tuttavia i codici di condotta e le linee-guida della first wave, nonostante non siano legalmente vincolanti n globalmente condivisi, hanno avuto una importanza fondamentale nel potenziamento, sia da parte delle imprese multinazionali che da parte degli Stati, di un senso di responsabilit nellarea dei rapporti reciproci e delle interazioni con le istanze provenienti dai vari portatori di interesse. Inoltre, le critiche espresse dallopinione pubblica nellarco degli anni 60 e70, e che hanno trovato una voce nella comunit internazionale principalmente attraverso strumenti privi di forza vincolante, sono state invero in grado di forzare quelle imprese che altrimenti nulla avrebbe impedito di tenere un comportamento irresponsabile se non delinquenziale177 - nei confronti della comunit, ad operare in modo pi ragionevole ed assennato. 2.2.2.2 Destinatari degli strumenti internazionali adottati durante la first wave Una ulteriore caratteristica dei codici e delle linee-guida adottati durante gli anni 70 attiene ai soggetti cui tali dispositivi indirizzano le proprie norme.
177

Cfr. WALLACE, ibidem, pag. 1096.

65

Laddove si intenda affrontare il problema della efficacia ed effettivit di uno strumento internazionale, fondamentale analizzare i motivi e le logiche che sottendono alla individuazione dei suoi destinatari. Quando abbiamo tracciato i profili della natura delle imprese multinazionali178, abbiamo sottolineato come sia importante, ai fini della prevenzione di possibili abusi delle imprese multinazionali a danno degli Stati, una esatta individuazione dei reali centri di potere e di controllo di siffatti gruppi di imprese al fine di poter meglio calibrare la portata dei possibili interventi legislativi nazionali; ed abbiamo concluso nel senso che uno degli ostacoli principali della regolamentazione nazionale delle imprese multinazionali da individuare nella natura ibrida (unitaria/molteplice) delle stesse, che rende difficile, da una prospettiva prettamente statale, indirizzare con precisione le norme di controllo . E evidente che se i codici di condotta e le linee guida non si rivolgono ai giusti destinatari, ovverossia non indirizzano le proprie norme a dei soggetti che sono effettivamente in grado di renderle operative, diventano di scarsa utilit, e rischiano di fallire nel loro intento. Se si individua il corretto destinatario di questi principi direttivi nel soggetto maggiormente interessato dal fenomeno che le norme stesse intendono regolare, dovremmo sostenere che, poich gli investimenti diretti allestero incidono principalmente sugli Stati nazionali, dal momento che tali operazioni si svolgono sui territori nazionali, sono gli stessi Stati ospiti di investimenti stranieri a dover essere i destinatari delle regole contenute nei codici di condotta179. Notiamo invece come la maggior parte delle previsioni contenute nei codici della prima ondata degli anni 70 si indirizzino invece agli Stati dorigine degli investimenti ovvero alle stesse imprese multinazionali. Cos ad esempio nelle ICC Guidelines leggiamo The investors country should e The investor should anche se esse contengono una parte indirizzata altres
178

Cfr. infra, Cap. 1 par. 1.1. Cfr. Supra, Cap. 3, par. 3.1.1.2.

179

66

ai governi dei paesi ospiti di investimenti; nelle OECD Guidelines leggiamo: Enterprises should/should not; nella ILO Tripartite Declaration: Governments of home countries should e Multinational enterprises should. Dobbiamo per considerare che ciascuno dei codici in questione ha un proprio scopo ed una propria funzione, e conseguentemente un approccio differente nei confronti della regolamentazione delle attivit delle inprese multinazionali, circostanza che pu essere utile per spiegare la destinazione attribuita a questi strumenti. In particolare, possiamo notare come nel caso delle linee-guida dell ICC e dellOECD, siamo dinanzi a dei progetti che mirano a promuove una buona condotta da parte delle imprese multinazionali al fine di ottenere unattenuazione della pressante richiesta di controlli pi stringenti da parte dei governi nazionali180; dunque, il motivo per cui le succitate Guidelines si rivolgono agli Stati ospiti ed alle imprese multinazionali pu essere individuato nella opportunit di rivolgersi direttamente a quegli attori che possono, attraverso la volontaria conformazione ai principi direttivi predisposti, creare un clima favorevole ad un costruttivo dialogo con la controparte, in questo caso: gli Stati che ospitano investimenti stranieri, le cui pretese di una regolamentazione restrittiva in materia si intendono ridimensionare. Non deve essere tralasciato oltre a ci un ulteriore dato, idoneo a spiegare la scelta dei destinatari del singolo codice di condotta o set di principi direttivi, e che consiste nella precipua costruzione e struttura di ciascuno strumento, che ne riflette le diverse funzioni e gli obiettivi. Possiamo osservare al proposito come le OECD Guidelines si rivolgano esclusivamente alle imprese multinazionali, dal momento che esse dichiarano espressamente di avere lo scopo di fornire delle recommendations jointly addressed by governments to multinational enterprises181; come al
180

Cfr. WALLACE, ibidem, pag. 1097.

181

Cfr. ORGANIZATION FOR ECONOMIC CO-OPERATION AND DEVELOPMENT, OECD Guidelines for Multinational Enterprises, OECD, 2000, Parigi, 4a ediz., [OECD doc.

67

contrario le ICC Guidelines constino di tre parti, indirizzate rispettivamente agli investitori, ai governi degli Stati investitori ed ai governi dei paesi ospiti; la ILO Tripartite Declaration indirizza invece le sue previsioni ai vari soggetti coinvolti a seconda della materia trattata da ciascuna disposizione, laddove invece lo UN draft Code of Conduct opera fin dalla sua Prefazione una precisazione importante, sarebbe a dire che il Code distingue i suoi principi e linee direttive in due categorie: le previsioni relative alle attivit delle imprese multinazionali che quindi si pu sostenere abbiano come destinatari le imprese stesse - , e quelle riguardanti il trattamento delle imprese multinazionali, in relazione alle quali possibile ritenere che siano indirizzate agli Stati che ospitano gli investimenti stranieri. Come avremo occasione di notare in seguito182, il diverso atteggiarsi della destinazione delle previsioni contenute nei codici di comportamento per le imprese multinazionali ha conseguenze molto importanti per quanto riguarda limpatto e gli effetti che gli strumenti in questione sono suscettibili di ottenere nei confronti dei soggetti coinvolti. 2.2.3 Gli anni 80: Fredda. Se nel corso degli anni 70, durante quella che stata definita la prima ondata dei codici di condotta, i governi dei paesi sui cui territori maggiormente si erano concentrati gli investimenti stranieri hanno cercato, non solo ad un livello nazionale ma anche attraverso le organizzazioni internazionali di cui fanno parte, di disciplinare e controllare le attivit delle imprese multinazionali, il decennio successivo caratterizzato al contrario dalla tendenza alla deregulation183.
C(2000)96/REV1], che sostituiscono le Guidelines del 1976, Cap. 1, par. 1. Cfr.inoltre supra Cap. 1, par. 1.1.2, nota n. 30.
182

deregulation, neo-liberismo e la fine della Guerra

Cfr. Supra, Cap. 3, par. 3.1.1.2.

183

Cfr. KLEINERT, Globalization: Empirical Overview and Theoretical Explanations, in The Role of Multinational Enterprises in Globalization, Springer-Verlag, 2004, Berlino, pag. 8.

68

Tale fenomeno, che pu essere definito come la riduzione dellintervento dei poteri pubblici nelle attivit economiche, nel presupposto che tale intervento, giustificato dalla necessit di porre riparo al c.d. fallimento del mercato, non riuscito a migliorare (ed, alle volte, ha anzi peggiorato) lallocazione delle risorse184, appare come una strategia funzionale a creare, sul versante giuridico, esternalit positive suscettibili di esercitare una forte attrattiva sugli investimenti diretti esteri. al fine di far confluire quanto pi possibile gli investimenti ed i capitali stranieri. I margini della frattura esistente nel periodo della first wave tra i due poli paesi ospiti degli investimenti stranieri da un lato, paesi dorigine e imprese multinazionali dallaltro - si sono avvicinati: gli Stati ospiti di investimenti, e tra questi soprattutto i paesi in via di sviluppo, conoscono nel periodo in esame una cronica penuria di risparmio interno da destinare allinvestimento produttivo185, che li porta a rivalutare i benefici che le imprese multinazionali possono apportare alle loro economie e ad aderire, seppure in modi e con tempi diversi, alla ideologia liberista causando una progressiva perdita di tono del movimento del Nuovo Ordine Economico Internazionale. La crisi debitoria che, a partire dagli anni 70 e 80, ha gettato i paesi del Sud del mondo in un baratro finanziario senza fondo un altro fattore essenziale per la comprensione della mutata sensibilit da parte dei paesi in via di sviluppo nei confronti del capitale privato straniero: la difficolt dei paesi in via di sviluppo nel ripagare i propri debiti ha condotto molti di essi a riconsiderare il ruolo degli investimenti esteri quali fonti di capitale straniero: scores of governments shifted from an attitude of ambivalence or hostility toward foreign direct investment to a more positive attitude, and they accordingly adopted more open and welcoming policies toward multinational enterprises186.
184 185

Cfr. MARTINES, Diritto Costituzionale, Giuffr, 1994, Milano, pag. 73. Cfr. PASCA DI MAGLIANO, La Capacit di Investimento nelle Aree Depresse, in Povert e Sviluppo, Teorie ed Esperienze a Confronto, SEAM, 2000, Roma, pagg. 243 ss.
186

Cfr. BREWER-YOUNG, National and Regional Policy Changes and the Creation of the WTO, 1998, op. cit, pag 113.

69

Dallaltro lato, la crisi del debito ha ridotto il potenziale negoziale di questa parte del mondo, caldamente sollecitata dal Fondo Monetario Internazionale e dalla Banca Mondiale a barattare la permanenza nei circuiti del finanziamento internazionale con rigidi programmi di aggiustamento strutturale contemplanti tra le loro voci anche unapertura al capitale straniero187. In questo periodo comincia dunque ad affermarsi di fatto una diversa attitudine nei confronti degli investimenti stranieri, a causa del nuovo rapporto che si venuto progressivamente a determinare tra le imprese multinazionali e i contesti territoriali in cui esse operano188. Per un verso si affaccia lidea che una maggiore liberalizzazione delle attivit delle imprese multinazionali possa essere accompagnata comunque da un certo grado di controllo da parte dello Stato ospite, un controllo pi efficiente perch non pi guidato da considerazioni ideologiche o nazionaliste189. Dallaltro, si comincia a considerare secondo un diverso punto di vista la stessa nozione di risorse naturali - su cui tanta parte delle rivendicazioni dei paesi in via di sviluppo si erano basate - che non viene pi solo riferita alle

187

Leccesso di risorse bancarie internazionali degli anni settanta, accresciuto dai surplus finanziari dei paesi esportatori di petrolio, fece s che i paesi in via di sviluppo, nonch quelli del blocco socialista, fossero sommersi dal credito. Imballata tra il 1975 ed il 1982, la macchina del credito fu spezzata dallinizio delle moratorie dei due pi grandi paesi in via di sviluppo del mondo indebitato, il Messico e il Brasile. Leffetto domino doveva allora dispiegarsi in pieno, portando pi di una cinquantina di paesi a non essere in grado di rimborsare i propri debiti, di fronte ad una comunit bancaria e finanziaria che rifiutava di assicurare il rifinanziamento dei debiti esistenti e la concessione di qualsiasi nuovo credito. La ripresa del flusso di crediti ai PVS e quelli del blocco socialista da parte dei paesi sviluppati e degli organismi multilaterali di finanziamento fu condizionata ad una serie di aggiustamenti strutturali comprendenti la permeabilizzazione delle frontiere giuridico-politiche ai flussi di investimenti diretti esteri. Le presenti considerazioni si basano sulla ricostruzione apportata da Georges Corm (Cfr. CORM, LIndigestione di Crediti per lo Sviluppo e la Crisi del Debito, in Il Nuovo Disordine Economico Mondiale: alle Radici del Fallimento dello Sviluppo, BollatiBoringhieri, 1994, Torino, pagg. 65 ss.).
188

Cfr. GRANDINETTI-RULLANI, La Scoperta della Globalit, in Impresa Transnazionale ed Economia Globale, La Nuova Italia Scientifica, 1996, Roma, pag. 145.
189

Cfr. LALL, Multinational Enterprises and Developing Countries: Some Issues for Research in the 1990s, in Millenium, 1991, n. 20, pag. 251.

70

materie prime esistenti sui territori nazionali, ma che viene estesa a tutte le risorse economiche, including managerial skills, technical know-how and the like, possessed by industrialized countries190. Non ultima infine, la recessione globale cui si assiste a partire dalla fine degli anni 70, fortemente influenzata dallimpennata del prezzo del petrolio ed accompagnata da un alto tasso di disoccupazione e da forti pressioni inflazionistiche191, che come abbiamo visto, unita alla crisi debitoria, convince i paesi in via di sviluppo che gli investimenti stranieri rappresentano forse lunica possibile fonte esterna di capitali da impiegare nello sviluppo. Vista questa nuova convergenza di posizioni tra paesi ospiti e paesi investitori, ci si sarebbe dovuti attendere una rinnovata e lineare spinta verso la codificazione. Cos non stato e le ragioni sono facilmente ricostruibili. I codici di condotta internazionali a vocazione universale nascevano infatti come luogo giuridico-politico in cui parti portatrici di interessi confliggenti tentavano di scambiarsi concessioni; venuta meno la dialettica oppositiva scatenata dalle rivendicazioni nellambito del Nuovo Ordine Economico Internazionale, era venuta meno anche la necessit di un luogo comune in cui far incontrare, conciliandoli, gli opposti: il movimento dei codici di condotta internazionali vive quindi un periodo di stasi. L incontro sarebbe stato adesso assicurato dalla dominante matrice liberista che ha avvicinato le diverse posizioni nelle relazioni economiche internazionali. Il neo-liberismo indubbiamente la principale coordinata economica del contesto internazionale in esame. Tuttavia non la sola: aspetti pi puramente politici ne individuano unaltra parimenti rilevante. Gli anni 80 si chiudevano infatti con la caduta del simbolo della Guerra Fredda, il muro di Berlino, e gli anni 90 si aprivano con lo smembramento dellUnione Sovietica. La struttura del sistema intenazionale usciva profondamente rivoluzionata da tali eventi. Con il venir meno della diretta antitesi del capitalismo, cio il socialismo reale incarnato dai paesi del
190

Cfr. WALLACE, The Changing Investment Climate, 2002, in op. cit., pag. 42.

191

Cfr. BREWER-YOUNG, Background and the New International Economic Order, 1998, op. cit., pag. 91.

71

patto di Varsavia, si dissolveva anche quello che, nel bene e nel male, era stato un alternativo punto di riferimento per i paesi del c.d. Terzo Mondo. Dun tratto lopposizione Est-Ovest (comunismo-capitalismo)

prendeva congedo dalla storia: ai leaders dei paesi in via di sviluppo, fin l contesi dalle due superpotenze Unione Sovietica e Stati Uniti - a colpi di aiuti pubblici allo sviluppo, non rimaneva che lOccidente neoliberista come punto dancoraggio ideologico e materiale nel senso pi lato del termine. 2.2.4 Gli anni 90 e la second wave di codici La questione del controllo delloperato delle imprese multinazionali e della responsabilizzazione degli investitori stranieri conosce una rinnovata vitalit a partire dai primi anni 90192. Da un lato infatti lallineamento dei paesi della comunit internazionale su posizioni liberiste in tema di investimenti internazionali, che aveva avuto luogo nel corso del decennio precedente, avrebbe portato nel giro di pochi anni ad una felice conclusione dellUruguay Round con gli accordi di Marrakech dell aprile 1994, dai quali sarebbe nata lOrganizzazione Mondiale del Commercio. Dallaltro, la circostanza che secondo una prospettiva prettamente giuridica le imprese multinazionali sono ancora riconosciute soltanto ad un livello nazionale ogni entit dellimpresa stessa infatti soggetta soltanto alle leggi nazionali dei paesi in cui opera solleva nuove e importanti considerazioni. Limportanza delle leggi nazionali che regolano gli investimenti stranieri entro i confini territoriali viene ad essere discretamente rivalutata,

192

Cfr. DE SCHUTTER, The Challenge of Imposing Human Rights on Corporate Actors, in Transnational Corporations and Human Rights, Oxford, 2006, Portland, pag. 9.

72

mentre si assiste contemporaneamente ad una graduale spinta verso la conclusione di BITs193. Allo stesso tempo, comincia a farsi avanti una certa attitudine critica verso linesistenza di un effettivo regime internazionale delle imprese multinazionali, la quale has deprived such enterprises of their capacity, in the words of one prominent observer, to otherwise pursue the true logic of the global economy194. Assistiamo in pratica ad una sorta di ulteriore evoluzione nella concezione del fenomeno delle imprese multinazionali nello scenario della vita giuridico-economica internazionale. Laccento viene ad essere spostato in questo periodo sulla circostanza che la mancanza di uno strumento internazionale giuridicamente vincolante in materia di imprese multinazionali, in una situazione in cui dunque la regolamentazione del fenomeno lasciata alle visioni parziali ed incomplete dei singoli Stati, costituisce uno svantaggio per le stesse imprese multinazionali e per la loro capacit di operare nella moderna logica della globalizzazione delleconomia. Riportiamo al riguardo un illuminante passaggio del Resoconto che il Professor Fatouros rese nel 1989 allo U.N. Centre on Transnational Corporations, che descrive con estrema lucidit le preoccupazioni del periodo: The incorporation of units of (multinational enterprises) in different countries and the lack of legal personality of the enterprise as a whole have been blamed on the one hand for depriving (multinational enterprises) of needed flexibility in their operations and on the other for impeding effective control over them and making it difficult or impossible to hold the entire enterprise accountable for its actions195.
193

Bilateral Investment Treaties . While these have been elaborated during a period of nearly forty years, the greatest percentage have been negotiated in the 1990s, WALLACE, Contemporary International Instruments, 2002, op cit., pag. 114.
194

Cfr. WALLACE, ibidem, citando BALL, Cosmocorp: The Importance of Being Stateless, The Atlantic Community Quarterly, 1968, n. 2, pag. 168.
195

Cfr. FATOUROS, International Incorporation of Transnational Corporations: Possibilities and Problems, a Report to the U.N. Centre on Transnational Corporations, Marzo 1989.

73

La sensazione che per il futuro sviluppo economico non si potesse prescindere da uno strumento internazionale vincolante in materia presente nelle preoccupazioni della World Bank la quale, nel 1992, pubblica delle Guidelines sul trattamento legale degli investimenti stranieri196. N la World Bank in s, n le sue affilate come ad esempio l ICSID (International Centre for Settlement of Investment Disputes) o la MIGA (Multilateral Investment Guarantee Agency)197 hanno il potere di emanare norme legalmente vincolanti, neanche per regolare la condotta dei propri Stati membri198, tuttavia esse possono predisporre progetti di accordi e sottoporli alladesione degli Stati interessati. Le Guidelines, su cui torneremo pi approfonditamente in seguito199, si differenziano in prima analisi dai codici di condotta e linee-guida degli anni 70 perch laccento, in linea con le emergenti tematiche del suo periodo, di nuovo spostato sulla promozione e sulla protezione degli investimenti stranieri200 piuttosto che sulle limitazioni e sul controllo degli investitori.

196

THE WORLD BANK, Guidelines on the Treatment of Foreign Investment, in Legal Framework for the Treatment of Foreign Investment, The World Bank, 1992, Washington D.C., conosciute come The World Bank Guidelines.
197

La Banca Mondiale un'Agenzia Specializzata delle Nazioni Unite ed composta dall'International Development Agency (IDA) e dall'International Bank for Reconstruction and Development (IBRD). Il Gruppo Banca Mondiale, in aggiunta a IDA e IBRD, composto dall'International Finance Corporation (IFC), dalla Multilateral Investment Guarantee Agency (MIGA) e dall'International Centre for Settlement of Investment Disputes (ICSID). Cfr. MINISTERO DEGLI AFFARI ESTERI, Banca Mondiale, in Grandi Temi: Cooperazione Economica, 2004, disp. online: http://www.esteri.it/ita/4_28_65_66.asp
198

Come si legge nel Preambolo delle Convenzione della MIGA, uno dei principali obiettivi dellAgenzia lo svolgimento di una attivit di promozione degli investimenti stranieri in unottica di contribuzione allincremento di capitali e tecnologie per fini produttivi secondo le reali esigenze degli Stati in via di sviluppo (DELI, La Multilateral Investment Guarantee Agency, in GIARDINA-TOSATO, Diritto del Commercio Internazionale, Giuffr, 1996, Milano, pagg. 471 ss.). Sulla possibilit di individuare un codice di condotta in materia di investimenti diretti allestero nella stessa Convenzione Istitutiva della MIGA, cfr. TREVES, La Convenzione Istitutiva della MIGA come Codice di Condotta in tema di Investimenti, in Rivista di Diritto Internazionale Privato e Processuale, Gennaio-Febbraio 1987, n.1.
199

Cfr. supra, Cap. 2, par. 2.2.5. Cfr. WALLACE, ibidem, pag. 1119.

200

74

Con lentrata in vigore degli accordi dellUruguay Round201 e listituzione della World Trade Organization nel 1995, si assiste allinaugurazione di una nuova era, in cui affermata lopzione a favore dellintroduzione di regole legalmente vincolanti che possano cristallizzare lassetto di liberalizzazione che stato raggiunto. Le regole vincolanti emanate dalle negoziazioni dellUruguay Round sono rafforzate dallevoluto meccanismo di soluzione delle controversie previsto nellambito della WTO (DSU: Dispute Settlement Understanding). Con la WTO ad implementare gli accordi dellUruguay Round, le regole multilaterali sugli investimenti assumono un posto ancor pi centrale nella agenda della politica economica internazionale ed una nuova vitalit stimola le principali arene internazionali in materia. Nel 1995 i Ministri del Commercio dei paesi membri dellOECD presero, nel corso del loro appuntamento annuale del mese di Maggio, la decisione di elaborare un Multilateral Agreement on Investment con lauspicio che esso potesse prendere vita sotto la benedizione e lala protettiva della neonata World Trade Organization. Similmente all iniziativa della World Bank, anche questo progetto il cui destino ci riserviamo di trattare in analisi pi avanti202 si basa sulla liberalizzazione piuttosto che sulla regolamentazione del trattamento degli investimenti diretti allestero, e soprattutto tende a creare uno strumento legalmente vincolante. Tra gli altri strumenti multilaterali la cui predisposizione va ad incastonarsi nell assetto storico-economico degli anni 90 non pu essere tralasciato lEnergy Charter Treaty203, firmato nel Dicembre del 1994 a Lisbona da
201

I negoziati che condussero allinaugurazione della WTO nel 1995 ebbero formalmente inizio nel 1986 a Punta dEste, in Uruguay, dopo un periodo di molti anni di preparazione e negoziazioni preliminari. Il risultato delle negoziazioni includeva cinquanta strumenti legali in trentatr volumi contenenti pi di ventimila pagine. Laccordo fu firmato inizialmente da 124 stati.
202

Cfr. supra, Cap. 2, par. 2.3.3.

203

Cfr. The Energy Charter Treaty, firmato a Lisbona il 14 Dicembre del 1994, Energy Charter Conference doc. EECH/A1/en1.

75

quaranta Stati, oltre che singolarmente dalle Comunit Europee, il quale rappresenta la naturale evoluzione del non vincolante European Energy Treaty del 1991. Nonostante abbia una applicazione settoriale, lEnergy Charter Treaty costituisce un importante precedente in quanto strumento multilaterale legalmente vincolante in materia di protezione e trattamento degli investimenti stranieri204. Da menzionare inoltre la OECD Anti-Bribery Convenction205 , adottata nel 1997 in seguito ad un lungo percorso preparatorio che affonda le sue radici negli ultimi anni 80. Essa predispone degli standards che devono essere seguiti dai legislatori nazionali degli Stati firmatari206 nella disciplina della corruzione di pubblici ufficiali nelle transazioni commerciali. 2.3 I principali risultati raggiuti dal movimento per la

codificazione della condotta delle imprese multinazionali Abbiamo potuto constatare come il percorso finora seguito da alcune delle pi importanti organizzazioni verso la responsabilizzazione dellattivit delle imprese multinazionali sia stato variegato da un punto di vista sostanziale e strutturale ed accompagnato da una evoluzione costantemente connessa alle cangianti premesse contestuali dei periodi storici entro i quali lo stesso percorso si dipanato. Lesperienza che ha visto, nei decenni passati, i principali attori sulla scena internazionale dare vita, o tentare di dare vita, a dei variamente denominati strumenti adatti a fornire dei principi direttivi per loperato delle imprese multinazionali si rivelata produttiva di diversi, interessanti risultati che,
204

Cfr. WALLACE, ibidem, pagg. 1122-1123.

205

ORGANIZATION FOR ECONOMIC CO-OPERATION AND DEVELOPMENT, Committee on International Investment and Multinational Enterprises, Convention on Combating Bribery of Foreign Public Officials in International Business Transactions and related Documents ,adottato il 21 Novembre 1997 e firmato il 17 Dicembre 1997, OECD doc. DAFFE/IME/BR(97)20.
206

A firmare la Anti-Bribery Convention furono originariamente 34 stati, tra i quali cinque erano paesi non facenti parte dellOECD ma che avevano partecipato al Working Group on Bribery.

76

come abbiamo gi sottolineato207, sono da considerarsi tali anche laddove siano consistiti di testi rimasti fermi ad uno stadio di progetto. Questi risultati, cui addietro si brevemente accennato, devono essere adesso affrontati singolarmente al fine di carpirne le caratteristiche peculiari, i contenuti comuni, le questioni affrontate e quelle irrisolte. Da una analisi di quelli che sono stati i maggiori successi e i fondamentali sforzi del movimento per la codificazione della condotta delle imprese multinazionali non si pu prescindere infatti, laddove si voglia comprendere appieno quale sia stata limportanza di questi codici di condotta, e quale la funzione e linfluenza che ancora essi esercitano nel panorama odierno; ma soprattutto per capire in quali ambiti ci si debba muovere, e a quali traguardi si debba guardare, per poter concepire una nuova, futura prospettiva in cui il fenomeno della regolamentazione della condotta delle imprese multinazioni possa ancora ricoprire un ruolo preciso. 2.3.1 Le Guidelines della ICC

La International Chamber of Commerce (ICC) una organizzazione privata che rappresenta a livello mondiale tutti i settori imprenditoriali208. Attualmente essa vanta ladesione di organizzazioni imprenditoriali, Camere di commercio ed imprese di oltre 130 Paesi. Fondata nel 1919 - all'indomani della prima guerra mondiale - allo scopo di promuovere un sistema aperto di commercio e
207

Cfr, infra cap. 2 , par. 2.1.

208

La ICC, mediante l'attivit di una quindicina di Commissioni tecniche e numerosi altri organi di lavoro, formula pareri e suggerimenti sulle principali tematiche di interesse delle imprese nel campo degli investimenti esteri e delle politiche: commerciale, finanziaria, dei trasporti, del marketing, della concorrenza, della regolamentazione degli scambi, della protezione della propriet industriale, dell'ambiente, delle pratiche bancarie e assicurative, dell'informatica e delle telecomunicazioni. Essa offre, inoltre, vari servizi di primaria importanza, quali in primo luogo la Corte Internazionale di Arbitrato (International Court of Arbitration) e i Commercial Crime Services, gruppi specializzati nel monitoraggio e nella prevenzione delle frodi. La ICC, a livello dei singoli Paesi, si articola in Comitati Nazionali che si rendono interpreti delle istanze del mondo imprenditoriale espresse dai loro associati e rappresentano ai propri Governi le prese di posizione della ICC. Cfr. ICC ITALIA, Introduzione, in LOrganizzazione Mondiale delle Imprese, disp. online : http://www.cciitalia.org/introduzione.htm

77

investimenti internazionali e l'economia di mercato, anche attraverso la redazione di norme regolanti gli scambi internazionali, stata una delle prime istituzioni internazionali ad occuparsi con successo della materia degli investimenti diretti allestero ed, in particolare, della codificazione della condotta delle imprese multinazionali. Come abbiamo avuto modo di osservare infatti, la ICC ben prima del periodo di massima incidenza del fenomeno dei codici di condotta, la first wave di codici degli anni 70 aveva gi nel 1949 raggiunto limportante traguardo del raggiungimento del consenso per lapprovazione dell International Code of Fair Treatment for Foreign Investment209. Il pi importante contributo della ICC allo sviluppo ed alla evoluzione dei codici di condotta per le imprese multinazionali si inserisce tuttavia nella fase iniziale di quello che pu essere considerato il periodo di maggior fermento del fenomeno dei codici di condotta. Tale contributo, consistente nelle Guidelines for International Investment210, risale infatti al 1972. Inserendosi nellambito degli strumenti adottati da organizzazioni private, non governative, le Guidelines non hanno carattere vincolante e sono prive di valore normativo nel contesto del diritto internazionale. Lo scopo che tali Guidelines si prefiggono di offrire una piattaforma di partenza, nonch quello di dare impulso, alle successive negoziazioni internazionali a livello governativo211, in particolare agli sforzi codificatori in seno alle Nazioni Unite per ladozione dellUN Code of Conduct. Per quanto riguarda questultimo aspetto, da sottolineare come le ICC Guidelines abbiano avuto una influenza apprezzabile sulle prime stesure dell UN Code of Conduct, e come la stessa ICC abbia rivestito un ruolo importante nelle negoziazioni dello stesso, sottoponendo periodicamente i propri punti di vista
209

Cfr. infra, Cap. 2, par. 2.2.1 e nota n. 127.

210

Cfr. INTERNATIONAL CHAMBER OF COMMERCE, Guidelines for International Investment, ICC Publications, 1974, Parigi.
211

Cfr. BLACK-BLANK-HANSON, Multinationals in Contention: Responses Governmental and International Levels, The Conference Board, 1978, New York.

at

78

al Gruppo di Lavoro delle Nazioni Unite sul Code lungo tutto il corso delle trattative212. Le ICC Guidelines integrano un corpus coordinato di principi direttivi a carattere volontario il quale si propone di fornire degli standards a tutte le parti coinvolte (investitori, paesi ospiti di investimenti stranieri nonch paesi dorigine degli stessi) in materia di politiche di investimento, propriet e controllo manageriale, controllo fiscale e finanziario, struttura legale, trattamento dei lavoratori, trasferimento della tecnologia e politiche commerciali213. Le Guidelines sono necessariamente figlie di quello che il punto di vista della Camera di Commercio Internazionale in materia di imprese multinazionali, riflettendo dunque in particolar modo le istanze della comunit economica internazionale, ed in particolare gli interessi degli investitori, promuovendo leconomia di mercato e la massima libert economica possibile per le imprese fondata sullautoregolamentazione della condotta. Come si legge oggi nel sito dellICC, La ICC incoraggia con convinzione ladozione di iniziative volontarie di responsabilit dimpresa, laddove invece Da parte dei governi si deve assicurare un contesto nazionale e internazionale di leggi e regolamentazioni che facciano da cornice allattivit imprenditoriale (lICC) esprime preoccupazione per lambito sempre pi esteso di codici di condotta redatti a livello intergovernativo e realizzati allo scopo di ottimizzare la responsabilit sociale delle imprese, in specie quelle impegnate in scambi o investimenti allesterno del paese di origineesorta i governi a rifiutare richieste tendenti ad imporre codici alle imprese214.

212

Cfr. WALLACE, The ICC Guidelines, 2002, op. cit., pag. 1078. BREWER-YOUNG, Policies at the International Level, 1998, op. cit, pag 92.

213

214

Cfr. INTERNATIONAL CHAMBER OF COMMERCE, Il Ruolo dellIimpresa nella Societ: LOfferta di un Contributo Ppositivo e Responsabile, International Chamber of Commerce, The World Business Organization, 2002, Parigi, disp. online: http://www.cciitalia.org/pdf/businessinsociety.pdf

79

Lapproccio dellICC fortemente incentrato sullidea che solo un codice di condotta non vincolante possa garantire alle imprese multinazionali la libert dazione di cui esse necessitano. Inoltre, ancora nellottica degli interessi degli investitori internazionali che la ICC rappresenta, questultima sostiene che se codici, risoluzioni e dichiarazioni redatti da organizzazioni governative possono servire come punto di riferimento per le impresealle stesse deve essere concessa uneffettiva libert di scelta di sottoscrivere tali codici215. Si afferma dunque che per adattarsi efficacemente alla situazione di ogni singola impresa, i principi comportamentali debbano essere sviluppati e affinati dalle stesse imprese. Questa prospettiva, suffragata dalla oggettiva diversit di condizioni che le imprese multinazionali sono chiamate ad affrontare nei vari paesi in cui operano, auspica che i principi direttivi per la condotta delle imprese multinazionali siano sufficientemente flessibili da rispecchiare la diversit e la variet delle aziende e quella dei loro fornitori e partner commerciali. Un approccio uniforme e generalizzato, come sarebbe quello scaturente da un codice di condotta vincolante, appare dunque incompatibile, nella visione della ICC, con la grande variet delle imprese esistenti. 2.3.2 Il pacchetto dellOECD Nel 1976 venne adottata dai governi dei paesi membri dellOECD la Declaration on International Investment and Multinational Enterprises216,uno strumento mirante al miglioramento dei rapporti in materia di investimenti esteri tra gli Stati facenti parte dellOrganizzazione. La Declaration fa parte di

215

Cfr. INTERNATIONAL CHAMBER OF COMMERCE, ibidem.

216

Cfr. ORGANIZATION FOR ECONOMIC CO-OPERATION AND DEVELOPMENT, International Investment and Multinational Enterprises Declaration by the Governments of OECD Member Countries,21 Giugno 1976 (OECD, Parigi, 1976).

80

un pacchetto comprensivo di altri quattro strumenti: le tre Decisions del Consiglio dellOECD e le Guidelines for Multinational Enterprises217. Si tratta di documenti eterogenei sotto il profilo della procedura di adozione e dellefficacia giuridica218. In tale pacchetto, comprensivo dunque di ben cinque strumenti, possibile ravvisare infatti tre diverse categorie legali. La prima pu essere individuata nelle tre Decisions. Il contenuto di tali Decisioni attiene alle procedure di consultazione intergovernativa, al trattamento nazionale ed agli incentivi e disincentivi agli investimenti internazionali. Esse sono state adottate dal Consiglio dei ministri degli Stati membri dellOECD, in conformit con lo Statuto dellOrganization: in quanto tali, secondo la stessa Convenzione OCSE219 sono legalmente vincolanti per tutti i membri partecipanti. La seconda categoria legale rappresentata dalla Declaration la quale , insieme ad alcune considerazioni degli Stati membri poste a prefazione delle Guidelines, non ha forza vincolante in virt della Convenzione OCSE, poich non stata adottata dal Consiglio bens dai Governi dei paesi membri dellOrganizzazione. Tuttavia pu essere considerata, in una qualche misura, contenente delle disposizioni a carattere vincolante laddove esprime, in forma coerente e sistematica, talune preesistenti regole di diritto internazionale generale. La circostanza che la Declaration non sia propriamente un atto della Organizzazione in s, bens un atto degli Stati membri, pu essere intesa nel senso di voler attribuire alla stessa un maggiore peso politico e giuridico220.
217

Cfr. ORGANIZATION FOR ECONOMIC CO-OPERATION AND DEVELOPMENT, International Investment and Multinational Enterprises Declaration by the Governments of OECD Member Countries: Guidelines for Multinational Enterprises, 21 Giugno 1976 (OECD, Paris, 1976). Cfr. inoltre infra, Cap. 1, par. 1.1.1, nota n 7.
218

Cfr. DI BLASE, La Dichiarazione OCSE sugli Investimenti e le Imprese Multinazionali, in GIARDINA-TOSATO, Diritto del Commercio Internazionale, Giuffr, 1996, Milano, pag. 409.
219

Cfr. Convention on the Organization for Economic Co-operation and Development, Parigi, 14 Dicembre 1960, U.N.T.S. 12736, art. 5.
220

Cfr. HUU TRU, Les Codes de Condui: un Bilan, in Revue Gnrale de Droit International Public, 1992, vol. 96, n.1, pag. 48.

81

Infine lultima categoria legale data dalle Guidelines, frutto di un negoziato svolto tra i Governi degli Stati membri, non gi emanazione del Consiglio dellOrganizzzazione. Pur contenendo una sezione relativa alla propria implementazione, stabilivano espressamente, nella loro formulazione originaria, il proprio carattere non legalmente vincolante221. La Declaration integra le posizioni di un gruppo omogeneo di Stati appartenenti alla categoria dei paesi industrializzati e facenti parte appunto dellOrganizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico. Si tratta di Stati le cui economie possono dirsi giunte ad un grado di sviluppo sostanzialmente uniforme, che li vede quindi allo stesso tempo protagonisti sia nel ruolo di paesi dorigine di imprese multinazionali, che in quello di Stati di destinazione dellattivit delle stesse. Assistiamo dunque ad una convergenza di opinioni, che si indirizza nettamente verso una posizione di favore e di incentivazione del fenomeno delle imprese multinazionali222. Per quanto riguarda le disposizioni del pacchetto che si rivolgono agli Stati contenute nella Declaration - si deve sottolineare come esse mirino a fissare una posizione comune nei riguardi delle imprese multinazionali, chiedendo ai paesi membri di attivarsi affinch le imprese multinazionali operanti nei rispettivi territori osservino le Guidelines contenute nellallegato e di applicare la regola del trattamento nazionale223, concedendo dunque alle imprese collegate ad altri paesi membri trattamento identico a quello riservato alle proprie imprese224; ed inoltre fissando taluni principi basilari per quanto
221

Cfr. ORGANIZATION FOR ECONOMIC CO-OPERATION AND DEVELOPMENT, International Investment and Multinational Enterprises Declaration by the Governments of OECD Member Countries, 21 Giugno 1976 (OECD, Paris, 1976), par. 1.
222

Cfr. ODDENINO, La Dichiarazione OCSE sugli Investimenti Internazionali e sulle Imprese Multinazionali, in PORRO, 1999, op. cit., pagg. 63-64.
223

National Treatment is a central neutrality or non-discrimination standard in investment agreementsspecifying that multinational enterprises receive treatment that is no less favourable than that given to their domestic competors. It goes to the heart of perhaps the most significant problem facing foreign investors, namely the lack of comparable treatment to that applying to indigenous enterprises: BREWER-YOUNG, National Treatment and other standards of Treatment, 1998, op. cit., pag. 31.
224

Cfr. DI BLASE, ibidem, pag. 410.

82

riguarda gli incentivi e gli ostacoli agli investimenti diretti allestero. Gli stati riconoscono inoltre la necessit di rafforzare la cooperazione nel campo degli investimenti internazionali. Poich come abbiamo sottolineato la Declaration priva di efficacia obbligatoria, ladesione alla volont armonizzatrice espressa dalle sue disposizioni totalmente rimessa alla discrezionalit degli Stati. Come recita la medesima Declaration, essa does not deal with the right of the memeber countries to regulate the entry of foreign investment or the condition of establishment of foreign enterprises225. Pu al contrario solo indicare agli Stati membri la strada da seguire, nelladozione nelle norme nazionali destinate a regolare la materia. In tale prospettiva, la Declaration vuole fungere da base di partenza per lunificazione delle legislazioni nazionali in materia di trattamento delle imprese multinazionali e degli investimenti stranieri. Le Decisions adottate dal Consiglio dellOECD sono, come gi osservato, la sola componente della Declaration dotata di efficacia vincolante, in base allart. 5 dello Statuto dellOECD. Tuttavia esse riguardano non gi i contenuti sostanzali della Declaration, bens listituzione di meccanismi di attuazione ed oneri di consultazione e di informazione226. Pi precisamente, esse disciplinano le procedure di consultazione attivabili, rispettivamente, su problemi riguardanti lapplicazione delle Guidelines, sulle misure adottate dagli Stati ritenute incompatibili col principio del trattamento nazionale, che gli Stati hanno lobbligo di notificare allOECD, e le eventuali eccezioni a tale trattamento, ed infine sulle misure adottate da uno Stato membro destinate a incentivare o a disincentivare gli investimenti internazionali227. Come vedremo, competente a seguire le consultazioni il
225

Cfr. OECD, International Investment and Multinational Enterprises Declaration by the Governments of OECD Member Countries,21 Giugno 1976 (OECD, Parigi, 1976), art. II punto 4.
226

Cfr. ODDENINO, ibidem, pag. 64, nota n. 38.

227

Cfr. DI BLASE, La Dichiarazione OCSE sugli Investimenti e le Imprese Multinazionali, in GIARDINA-TOSATO, 1996, op. cit., pag. 412.

83

CIME,

Comitato

per

linvestimento

internazionale

le

imprese

multinazionali, organo sussidiario del Consiglio OECD. Le Guidelines for Multinational Enterprises, delle quali abbiamo pi sopra sottolineato la volontariet, si rivolgono invece spesso direttamente a tutte le imprese multinazionali la cui attivit incide sui territori degli Stati membri, a prescindere dunque dallo Stato dorigine dellinvestimento, precisandone i doveri rispetto ai settori delle politiche generali dello Stato ospite, della trasparenza delle informazioni, della competizione, dei finanziamenti, della tassazione, delloccupazione e delle relazioni industriali, della scienza e della tecnologia. Si tratta, per le imprese multinazionali, di tenere conto nel loro operare degli obiettivi e delle priorit stabilite nei paesi ospiti in materia di progresso economico e sociale, di rendere trasparenti le attivit svolte attraverso la periodica pubblicazione di informazioni, compatibilmente con le proprie esigenze di riservatezza, di conformarsi alle norme ed alle politiche dei paesi ospiti in materia di concorrenza e di bilancia dei pagamenti, e si stabilisce inoltre che le imprese multinazionai non devono avvantaggiarsi della propria struttura e della propria dimensione per sottrarsi alle norme nazionali dei paesi ospiti in materia fiscale o sulla tutela dei lavoratori, mentre devono consentire la diffusione delle tecnologie secondo condizioni e modalit ragionevoli. Anche laddove fosse mancata, nel testo delle Guidelines, una specifica indicazione della loro natura non vincolante, vediamo come le stesse non sarebbero state comunque in grado di imporre degli obblighi direttamente in capo alle imprese multinazionali, senza rispetto alla rispettiva nazione dorigine: come sappiamo infatti, le imprese nazionali sono prive di soggettivit internazionale228; losservanza da parte delle multinazionali delle disposizioni contenute nelle Guidelines pu avvenire dunque attraverso la disciplina delle condizioni di funzionamento delle stesse Guidelines ad opera di ciascuno Stato229, oppure per spontanea iniziativa di queste ultime;
228

Cfr. infra, Cap. 1, par. 1.2. Cfr. DI BLASE, ibidem, pag. 411.

229

84

iniziativa che pu essere stimolata dalla prospettiva di ricevere, come corrispettivo della propria adesione alle Guidelines, un trattamento favorevole da parte degli Stati ospiti. Le Guidelines possono solo indicare, in maniera circostanziata, le limitazioni e gli obblighi ai quali le imprese possono essere sottoposte da parte degli Stati ospitanti, fornendo in tal modo una traccia che gli Stati possono seguire nelladottare misure legislative volte alla regolamentazione dellattivit di suddette imprese230. Laddove si tenga presente come non vi sia, in questa iniziative, la presenza di una volont di imporre alle imprese multinazionali determinati comportamenti, possibile inquadrare correttamente la logica in cui si muove la Declaration con i suoi allegati, e la sua affermazione, tuttaltro che ambigua, del diritto delle imprese multinazionali al trattamento nazionale: una logica di non contrapposizione, fondata sul meccanismo di reciprocit, destinata a favorire una autolimitazione nella condotta delle imprese attraverso la brillante prospettiva di un corrispondente favore degli Stati verso limpresa che si conformi agli standards indicati. Un simile meccanismo, come rileva Oddenino, d le maggiori garanzie di funzionare, pi ancora che in forza di procedimenti applicativi proprii, grazie alla comunanza di interessi su cui basato, che deriva dal fatto che gli Stati OCSE sono ad un tempo Stati dorigine e Stati ospiti231. Ad ogni modo da rilevare come la Declaration sia al tempo stesso dotata di un meccanismo di attuazione, la procedura di chiarificazione delle Guidelines, che deve essere attivata dinanzi al CIME, apposito Comitato per linvestimento internazionale e le imprese multinazionali, organo sussidiario del Consiglio OECD. A chiedere i chiarimenti possono essere non solo gli Stati membri ma anche altri due organi sussidiari del Consiglio OECD, ossia

230

Cfr. DI BLASE, ibidem. Cfr. ODDENINO, ibidem, pag. 65.

231

85

il Comitato economico industriale e la Commissione sindacale consultiva, che svolgono la loro attivit nel campo delle relazioni industriali e dellimpiego232. Le Guidelines to Multinational Enterprises , periodicamente riviste ed aggiornate (lultima revisione risale al Giugno del 2000), costituiscono the most successful multilateral instrument to date233, e non sono destinate a perdere la loro importanza e funzionalit in seguito ad una eventuale adozione, in seno allOECD, del Multilateral Agreement on Investment (MAI): il primo pi che altro destinato a continuare ad esplicare la sua opera di miglioramento del clima negli investimenti internazionali, in via complementare con quelli che dovrebbero essere, in caso di raggiungimento dellaccordo MAI, le previsioni legalmente vincolanti di questultimo234. 2.3.3 La Tripartite Declaration dellILO

Uno dei maggiori risultati raggiunti nellambito della codificazione della condotta delle imprese multinazionali rappresentato dalliniziativa che si svolta e conclusa nel quadro dellInternational Labour Organization235 (ILO) con ladozione, da parte del Governing Body di tale Organizzazione, il 16 novembre 1977, della Tripartite Declaration of Principles concerning Multinational Enterprises and Social Policy236, destinata ad entrare in vigore lanno successivo (1978).

232

Cfr. ODDENINO, ibidem.

233

Cfr. WALLACE, The Role and Function of International Instruments, 2002, op. cit., pag.1080.
234

Cfr. WALLACE, ibidem.

235

Cfr. TREVES, Nazioni Unite e Imprese Multinazionali, in Rivista di Diritto Internazionale Privato e Processuale, n.4, Ottobre-Novembre 1978, CEDAM, Padova, pag. 901.
236

Cfr. INTERNATIONAL LABOUR ORGANIZATION, Tripartite Declaration of Principles concerning Multinational Enterprises and Social Policy, adottata dal Consiglio di Amministrazione. dellILO nel Novembre 1977, ILO, Ginevra.

86

LILO, agenzia specializzata delle Nazioni Unite237 che si occupa di promuovere la giustizia sociale e i diritti umani internazionalmente riconosciuti - con particolare riferimento a quelli riguardanti il lavoro in tutti i suoi aspetti - si caratterizza per unicit grazie ad una struttura tripartita che prevede nel lavoro dei suoi organi costituenti unequa partecipazione, accanto ai governi, delle componenti delle organizzazioni dei lavoratori e dei datori di lavoro. Fin dagli anni 60 istanze sindacali hanno sollecitato ladozione, da parte dellILO, di Convenzioni internazionali in materia dell operato delle imprese multinazionali: lOrganizzazione infatti, proprio in virt della sua particolare struttura tripartita, appariva idonea ad offrire un significativo contributo nella soluzione dei problemi di natura sociale sollevati dallattivit di questi particolari soggetti economici238. LILO accoglie siffatte esortazioni iniziando un lungo percorso di lavoro sul tema che porta alladozione, nel 1977, della Tripartite Declaration. Le disposizioni di questo documento sono indirizzate ai governi, alle associazioni di lavoratori e di imprenditori nonch alle stesse imprese multinazionali, sia dei paesi dorigine degli investimenti, sia dei paesi ospiti. In molti punti della Tripartite Declaration anzi, vengono espressamente menzionati tutti i soggetti interessati, contribuendo in tal modo a sottolineare lo spirito di concertazione e di dialogo che permea tale documento. In particolare alle imprese multinazionali la Tripartite Declaration chiede di rispettare i diritti delluomo quali sono definiti dalla Dichiarazione Universale dei Diritti dellUomo del 1948239, dai Patti sui diritti civili e
237

LILO stato creato nel 1919 con il trattato di Versailles, che pose fine alla Prima Guerra mondiale. Nel 1946 lILO stata la prima agenzia specializzata ad essere associata alle Nazioni Unite, poco dopo la loro istituzione. Cfr.ILO-ROMA, Ufficio dellILO per lItalia e San Marino, Storia: lILO, cos, cosa fa, 2006, disp. online: http://www.ilo.org/public/italian/region/eurpro/rome/aboutilo/history.htm
238

Cfr. PERULLI, La Dichiarazione Tripartita dellOIL sulle imprese multinazionali e sulla politica sociale, 1999, op. cit.., pag. 266.
239

ASSEMBLEA GENERALE DELLE NAZIONI UNITE, Universal Declaration of Human Rights, Ris. AG 217 (III) del 10 Dicembre 1948.

87

politici e sui diritti economici sociali e culturali adottati nellambito delle Nazioni Unite e dei principi dellOIL, primo, fra gli altri, quello relativo alla libert di espressione240. Nonostante la sua alta importanza morale241, dovuta alla sua adozione per consensus da parte del Governing Body dellOrganizzazione nel quale sono rappresentati insieme i governi, gli imprenditori ed i lavoratori la Tripartite Declaration resta come tale uno strumento non vincolante, le cui disposizioni vengono adottate volontariamente dagli attori, al di fuori di ogni meccanismo di enforcement242: come leggiamo nel suo capitolo introduttivo, essa sets out principles in the fields of employment, training, condition of work and life and industrial relations which governments, employers and workers organizations and multinational enterprises are recommended to observe on a voluntary basis; its provisions shall not limit or otherwise affect obligations arising out of ratification of any ILO Convention243. Purtuttavia, i governi sono chiamati a riferire al Governing Body, a cadenze quadriennali e previa consultazione delle organizzazioni dei lavoratori e degli imprenditori, sulla applicazione della Tripartite Declaration nei rispettivi Stati; ed il Governing Body pu emettere raccomandazioni sulla base dellesame di tali rapporti attraverso la Subcommittee on Multinational Enterprises of the Committee on Legal Issues and International Labour Standards, una Sottocommissione composta da 18 membri sei da ciascuno dei tre gruppi (governi, lavoratori ed imprenditori) che riflette la struttura tripartita dellILO244.

240

Cfr. ILO, Tripartite Declaration of Principles concerning Multinational Enterprises and Social Policy, 1977, par. 8.
241

Cfr. DE SCHUTTER, The General Context, 2006, op. cit., pag. 6. Cfr. PERULLI, ibidem, pag. 267.

242

243

Cfr. ILO, Tripartite Declaration of Principles concerning Multinational Enterprises and Social Policy, 1977, par. 7.
244

Cfr. DE SCHUTTER, ibidem, pag. 7.

88

Inoltre a partire dal 1986, prevista una Procedura per lesame delle controversie relative allapplicazione della Tripartite Declaration attraverso linterpretazione delle sue Disposizioni245, mediante la quale i governi possono chiedere, di propria iniziativa o dietro richiesta delle organizzazioni nazionali od internazionali dei lavoratori o degli imprenditori, una interpretazione della Tripartite Declaration alla Subcommittee on Multinational Enterprises. Gli studi dellILO sullimpatto delle imprese multinazionali ebbero inizio ben prima degli sforzi delle Nazioni Unite di formulazione di un Code of Conduct246. Tuttavia le due iniziative, latu sensu contemporanee, appaiono destinate a completarsi a vicenda, laddove nel Preambolo della Tripartite Declaration vengono espressamente riconosciute le attivit degli altri organismi internazionali in materia, in particular the U.N. Commission on Transnational Corporations and theOECD247 mentre la stessa ILO afferma di considerare la propria Tripartite Declaration come un contributo ai pi ampi sforzi svolgentisi nellambito delle Nazioni Unite248. La Tripartite Declaration appare ancora oggi come un valido strumento249, che persiste nella propria utilit anche grazie ai periodici studi svolti dallILO sulla rilevanza attribuita dai governi e dalle organizzazioni dei lavoratori e degli imprenditori alla stessa. Limportanza di questa Dichiarazione, inidonea per sua natura a produrre effetti giuridici vincolanti per gli Stati membri, stata individuata nel fatto che essa ha solennemente ammesso il consenso che
245

Procedure for the Examination of Disputes concrning the Application of the Tripartite Declaration of Principles Concerning Multinational Enterprises and Social Policy by Means of Interpretation of Its Provisions, adottata dal Governing Body dellILO alla sua 232ma Sessione (Ginevra, marzo 1986).
246

Cfr. WALLACE, The ILO Declaration, 2002, op. cit., pag. 1080.

247

Cfr. ILO, Tripartite Declaration of Principles concerning Multinational Enterprises and Social Policy, 1977, Preambolo.
248

Cfr. INTERNATIONAL LABOUR OFFICE (GNTER), The Tripartite Declaration of Principles concerning Multinational Enterprises and Social Policy. 1981,Ginevra, pag. 14.
249

Cfr. WALLACE, ibidem, pag. 1081.

89

la comunit internazionale ha raggiunto sul significato dei diritti fondamentali dei lavoratori, enunciati nel testo della Tripartite Declaration (la libert di associazione ed il riconoscimento effettivo del diritto alla negoziazione effettiva, labolizione di qualsiasi forma di lavoro forzato o obbligatorio, leliminazione dl lavoro dei bambini, la rimozione di ogni forma di discriminazione nel lavoro) e per avere espresso la volont della stessa comunit internazionale in ordine ad una loro applicazione universale250. Pur senza prevedere lapplicazione di sanzioni verso i soggetti inadempienti, il sistema dellILO considerato uno dei meccanismi pi evoluti nellambito delle forme di controllo previste da organizzazioni internazionali251; in particolare, la scelta di non infliggere sanzioni non costituirebbe una debolezza dellOrganizzazione bens il suo autentico punto di forza, che ha consentito alla stessa di ottenere la fiducia degli Stati, in particolare di quelli in via di sviluppo, e di ottenere risultati notevoli sia dal punto di vista delladesione alle convenzioni promosse, che dal profilo del rispetto delle convenzioni ratificate.

2.3.4

Il Code of Conduct delle Nazioni Unite

Le origini dellUN Code of Conduct on Transnational Corporation possono essere rintracciate nelle denunce delle attivit delle imprese americane in Cile nei primi anni 70252.

250

Cfr. BLENGINO, La Dichiarazione dellILO sui Diritti Fondamentali dei Lavoratori, in PORRO, 1999, op. cit., pag. 229.
251

Cfr. VALTICOS, Once more about the ILO System of Supervision: in what Respect is still a Model?, in Towards more Effective supervision by International Organizations, Essays in Honour of Henry S. Scherrers, vol. 1, Martinus Nijhoff , 1994, Dordrecht. 252 FATOUROS, The UN Code of Conduct on Transnational Corporations: problems of Interpretation and Implementation, in RUBIN HUFBAUER, Emerging Standards of International Trade and Investment: Multinational Codes and Corporate Conduct, Rowman & Allanheld, 1984, Totowa, pag. 101.

90

Il conseguente dibattito condotto in seno alle Nazioni Unite sfoci nelladozione di una Risoluzione del Consiglio economico e sociale che chiedeva al Segretario Generale di istituire un Gruppo di Personalit Eminenti per studiare limpatto delle imprese multinazionali (nella terminologia delle Nazioni Unite, imprese transnazionali) sullo sviluppo mondiale e sulle relazioni internazionali253. Il Gruppo di Personalit Eminenti susseguentemente istituito produsse un rapporto in cui, tra laltro, era suggerita la creazione di una Commission on Transnational Corporations, tra i cui compiti avrebbe dovuto figurare in particolare la predisposizione di un codice di condotta per le stesse imprese. Una volta creata, tale Commission proclam la predisposizione del Code of Conduct on Transnational Corporations come suo obiettivo prioritario254. Fu creato un apposito Intergovernmental Working Group il quale cominci le sue riunioni nel gennaio del 1977. Dopo cinque anni e diciassette sessioni del Working Group, emerse un primo Draft Code of Conduct, destinato ad essere ancora perfezionato. Un elaborato ufficiale del Draft Code of Conduct venne poi predisposto nel 1988255. Formulato in modo ancora vago e generale, il che avrebbe potenzialmente portato ad una mancanza di certezza legale per le imprese256, incontr ben presto le opposizioni dei paesi investitori, che condussero infine al fallimento del progetto, nonostante gli ulteriori tentativi di revisione intervenuti nel

253

Cfr. ECOSOC, Ris. 1721 (LIII), 28 Luglio 1972.

254

Cfr. U.N. COMMISSION ON TRANSNATIONAL CORPORATIONS, Report of the Second Session (Marzo 1976), UN doc. E/5782 (E/C.10/16).
255

Cfr. UN doc. E/1988/39/Add.1 del 1 Febbraio 1988.

256

Cfr. KARL, On the Way to Multilateral Investment Rules Some Recent Policy Issues, in ICSID Review - Foreign Investment Law Journal, 2002, vol. 17, n. 2, pag. 296.

91

1990257 e nel 1992258 sulla base del testo del 1988, i quali non raggiunsero a loro volta il consenso necessario per un riconoscimento ufficiale259. Al contrario della Declaration dellOECD, che poggiava le sue fondamenta sulla omogeneit di sviluppo economico e dunque di vedute - degli Stati membri, il Draft Code of Conduct si colloca infatti in un contesto in cui la disparit di posizioni ed interessi tra paesi in via di sviluppo e Stati industrializzati, e la differenza nei gradi di sviluppo economico di tali due gruppi, appare inconciliabile, a causa della non interscambiabilit e reciprocit degli interessi coinvolti. Se gli Stati esportatori di capitali premevano per laffermazione generale del principio del trattamento nazionale, i paesi in via di sviluppo chiedevano il riconoscimento della libert degli Stati nel decidere del trattamento degli investimenti stranieri. Siamo dunque dinanzi ad una contrapposizione, la quale si rispecchia nella stessa struttura del Draft Code, laddove esso si articola in una parte, la prima, concernente latttivit delle imprese multinazionali, la quale esprime la prospettiva dei paesi in via di sviluppo; ed una seconda parte riguardante il trattamento delle stesse imprese multinazionali, che esprime invece il punto di vista dei paesi investitori. Le disposizioni del Draft Code formalmente indirizzate alle imprese multinazionali, nellintento di fissare in capo alle stesse una serie di obblighi nei confronti dello Stato sul cui territorio incide linvestimento straniero considerato parte debole del rapporto260 - riguardano in particolare il
257

Cfr. UN doc. E/1990/94 del Giugno 1990. Cfr. UN doc. E/C.10/1992/9 del Febbraio 1992.

258

259

Dopo il definitivo fallimento dei negoziati nel Maggio 1992, la UN Commission on Transnational Corporations - ribattezzata nel 1994 Commission on International Investment and Transnational Corporations - ha concentrato la sua attenzione sulla priorit di creare un ambiente favorevole agli investimenti privati, alla liberalizzazione degli scambi commerciali ed alla privatizzazione dei mercati. Lo UN Center for Transnational Corporations, che aveva svolto la maggior parte del lavoro preparatorio del codice di condotta venne abolito nel 1992 e parte delle sue funzioni trasferite all'UNCTAD (United Nations Conference on Trade and Development) nella sua "Division on Transnational Corporations and Investments". 260 Cfr. ODDENINO, ibidem, pag. 67.

92

principio del rispetto della sovranit nazionale e delle leggi dello Stato ospite261, il rispetto dei diritti umani e delle libert fondamentali262, lastensione da pratiche di corruzione263; una disposizione in materia di transfer pricing264 ed altre disposizioni riguardanti i doveri delle imprese multinazionali in materia di trasferimento di tecnologia e di protezione del consumatore265; il Draft Code contiene inoltre il rinvio, in materia di relazioni industriali, alla Tripartite Declaration dellILO266. Appare tuttavia evidente che, mancando in capo alle imprese multinazionali la soggettivit internazionale267, le succitate disposizioni del Draft Code resterebbero insuscettibili di creare direttamente delle posizioni di obbligo in capo alle stesse imprese: solo una cornice legale costruita tra Stati ospiti e Stati dorigine, in una prospettiva dunque interstatuale, avrebbe potuto influenzare legalmente, e peraltro in maniera indiretta, il comportamento delle imprese multinazionali. Le regole indirizzate alle imprese multinazionali hanno dunque una natura meramente esortativa, e tendono ad influenzare il comportamento delle imprese multinazionali anzich stabilire dei veri obblighi giuridici: le multinazionali saranno propense ad osservare tali regole nella misura in cui ci possa consertir loro di pretendere un comportamento corretto anche da parte degli Stati e in tal modo, di evitare possibili ostacoli nello svolgimento delle loro attivit.

261

Cfr. UN doc. E/1988/39/Add.1 del 1 Febbraio 1988, parr. 7-11. Cfr. UN doc. E/1988/39/Add.1 del 1 Febbraio 1988, par.14. Cfr. UN doc. E/1988/39/Add.1 del 1 Febbraio 1988, par. 21. Cfr. UN doc. E/1988/39/Add.1 del 1 Febbraio 1988, par. 35. Cfr. UN doc. E/1988/39/Add.1 del 1 Febbraio 1988, parr. 38 e 39. Cfr. UN doc. E/1988/39/Add.1 del 1 Febbraio 1988, par. 27. Cfr. infra, Cap. 1, par. 1.2.

262

263

264

265

266

267

93

Dallaltro lato, il Draft Code prescrive, in relazione ai diritti e doveri degli Stati268, il diritto di ciascuno Stato di regolare autonomamente le condizioni di ingresso e stabilimento delle societ straniere, e correlativamente, il dovere di assicurare alle imprese straniere un trattamento equo e non discriminatorio. Tuttavia da sottolineare come il Draft Code, al contrario della Declaration delOECD, non riconosca se non in termini vaghi ed ambigui il principio chiave del trattamento nazionale269, a causa probabilmente delle rimostranze in materia dei paesi in via di sviluppo. Alcune disposizioni del Draft Code sono riproduttive di principi ormai acquisiti nel diritto internazionale in materia di diritti delluomo : in relazione a tali principi gli Stati hanno lobbligo di adeguare ad essi la propria legislazione e di farli rispettare dai soggetti che operano nellambito del proprio territorio; pertanto, il mancato rispetto di tali principi da parte delle imprese multinazionali deve essere perseguito con gli strumenti previsti dal diritto nazionale dei singoli Stati270 Nonostante il fallimento del tentativo di produrre un codice di condotta destinato a porre, se non regole vincolanti, quantomeno dei principi orientativi nei settori in cui le imprese multinazionali esercitano una influenza sulle relazioni internazionali, in particolare con i paesi in via di sviluppo, per indirizzarne lattivit in senso conforme alle politiche economiche e di sviluppo di questi ultimi271, il Draft Code of Conduct on Transnational Corporations continua a rappresentare uno dei pi importanti ed ambiziosi risultati del tentativo di fornire una disciplina universale della condotta delle imprese multinazionali272.
268

Cfr. UN doc. E/1988/39/Add.1 del 1 Febbraio 1988, parr. 49-56. Cfr. ODDENINO, ibidem.

269

270

Cfr. DI BLASE, Il Progetto NU di Codice di Condotta per le Societ Multinazionali, in GIARDINA-TOSATO, 1996, op. cit., pag. 423.
271

Cfr. SACERDOTI, Stati e Imprese Multinazionali, 1994, op. cit., pag. 712.

272

Cfr. ODDENINO, Il Progetto Onu di Codice di Condotta per le Societ Multinazionali, 1999, op. cit., pag. 66.

94

Non deve essere sottovalutata la circostanza che il Draft Code of Conduct delle Nazioni Unite, pur non essendo giunto ad una formale adozione, ha esercitato e continua ad esercitare una notevole influenza, non solo sul comportamento e le attivit delle imprese multinazionali, ma anche sul generale processo internazionale di codificazione della condotta di tali operatori economici273, come si pu evincere dai numerosi richiami e riferimenti operati, delle iniziative successive, alla formulazione del Draft Code. 2.3.5 Le Guidelines della Banca Mondiale Le Guidelines on the Legal Treatment of Foreign Investment274, adottate nel 1992 dalla Banca Mondiale, si collocano a cavallo tra i codici della first wave degli anni 70, a carattere tipicamente volontario, e gli sforzi di negoziare uno strumento multilaterale legalmente vincolante (in particolare, quelli condotti in sede OECD per un Multilateral Agreement on Investment) appartenenti alla second wave of codesdegli anni 90. Abbiamo gi avuto occasione di sottolineare come la Banca Mondiale non abbia il potere di emettere strumenti legalmente vincolanti per i suoi Stati membri275, ma che possa comunque predisporre degli strumenti aperti alla ratifica dei paesi interessati. Tuttavia le Guidelines non sono state sottoposte agli Stati per una eventuale ratifica e non hanno, per espressa volont dellorgano che le ha adottate, efficacia vincolante276. Nella elaborazione di questo importante dispositivo, la Banca Mondiale ha infatti volutamente evitato di aggiungere un ulteriore tentativo
273

Cfr. WALLACE, ibidem, pag 1084.

274

Cfr. THE WORLD BANK, Guidelines on the Treatment of Foreign Investment, in Legal Framework for the Treatment of Foreign Investment, The World Bank, 1992, Washington D.C., conosciute come The World Bank Guidelines.
275 276

Cfr. infra, Cap. 2, par. 2.2.4. Cfr. GIARDINA, Le Guidelines della Banca Mondiale sugli Investimenti Stranieri, in GIARDINA-TOSATO, 1996, op. cit., pag. 459.

95

agli sforzi compiuti nella formulazione di uno strumento internazionale in tema di investimenti diretti allestero che rappresentasse una sorta di minimo comune denominatore accettato universalmente, optando al contrario per uno strumento privo di efficacia vincolante, un caratteristico esempio di soft law, che fissasse degli standards accettabili ed auspicabili, i quali fossero in grado di over time serve as a basis for generally accepted customary international law277. Lo scopo della Banca Mondiale non era quello di fissare dei principi di diritto internazionale definitivi e compiuti, nella consapevolezza che nella comunit internazionale si era ancora ben lontani dal raggiungimento di un consenso e di vedute uniformi; si trattava al contrario di un tentativo di identificare quali fossero gli strumenti internazionali esistenti che riflettessero un certo grado di accettazione anche nelle prassi seguite dai soggetti interessati, di circoscrivere le regole che sembrassero pi appropriate per un auspicabile sviluppo degli investimenti internazionali in un clima favorevole e di cooperazione, e che fossero allo stesso tempo sufficientemente equilibrate da essere suscettibili di ricevere la pi ampia accettazione possibile nella comunit internazionale. Senza abbandonare lidea di un approccio tipicamente di soft law, la Banca Mondiale ha dunque cercato di produrre una sorta di struttura legale nel cui ambito si potesse dar vita ad un nuovo impulso verso larmonizzazione del trattamento delle imprese multinazionali e degli investimenti stranieri. Frutto del loro tempo, le Guidelines della Banca Mondiale seguono levoluzione nella codificazione della condotta delle imprese multinazionali, che negli anni 90 aveva portato allo spostamento del nucleo problematico dalla necessit di regolare e limitare le attivit delle multinazionali (che aveva caratterizzato i codici della first wave degli anni 70) alla opportunit di

277

Cfr. Progress Report on the Legal Framework for the Treatment of Foreign Investment, , Report to the Development Committee, in SHIHATA, The World Bank Guidelines, Martinus Nijhoff, 1992, Dordrecht, pagg. 394-395.

96

regolare piuttosto i doveri e gli obblighi degli Stati ospiti di investimenti stranieri278. Nella formulazione delle Guidelines, si cerc innanzitutto di individuare quali fossero le prospettive prevalenti in materia di investimenti ed imprese multinazionali, sia attraverso una ricognizione degli strumenti internazionali gi esistenti, sia attraverso lo studio sistematico delle norme di diritto internazionale generale, dei trattati bilaterali sugli invetimenti (BITs) e delle varie legislazioni nazionali. Il passo successivo fu quello di individuare delle regole pratiche che fossero idonee a creare quanto pi possibile un clima aperto nel contesto degli investimenti internazionali. Lobiettivo era quello di giungere alla elaborazione di principi guida che rappresentassero contemporaneamente sia il diritto gi esistente e consolidato, che il diritto che si stava invece sviluppando e che, pur non essendo ancora compiuto, apparisse come la auspicata e probabile evoluzione del sistema attuale. Le Guidelines della Banca Mondiale appaiono quindi come una sorta di compendio della situazione esistente ed evolvente, sulla base di tutti gli strumenti - multilaterali e non - gi elaborati e dei tentativi rimasti incompiuti riguardanti la materia degli investimenti diretti allestero, piuttosto che un nuovo esercizio di creazione normativa: tuttavia proprio questa limportanza di questo strumento, che funge da ponte ed allo stesso tempo da piattaforma per il progressivo sviluppo della pratica internazionale in questarea279. da sottolineare inoltre come la partecipazione ai diversi stadi della consultazione e della stesura sia stata estremamente vasta, tanto da essere definita tendenzialmente universale280, circostanza che enfatizza laspirazione della Banca Mondiale verso la creazione di uno strumento quanto pi possibile aperto e condiviso.
278

Cfr. WALLACE, The World Bank Guidelines, 2002, op. cit. , pag. 1120.

279

Cfr. Progress Report on the Legal Framework for the Treatment of Foreign Investment, 1992, op. cit., pag. 296.
280

Cfr. SHIHATA, Recent Trends Relating to Entry of Foreign Direct Investment, in ICSID Review Foreign Investment law Journal, 1994, n. 9, pag. 67.

97

2.4 Strumenti, attori ed iniziative contemporanee 2.4.1 I Trattati Bilaterali sugli Investimenti Lassenza di convenzioni multilaterali vincolanti in tema di imprese multinazionali ed investimenti diretti allestero, unita alllincertezza del diritto consuetudinario in materia281, rende di particolare interesse ai fini della presente trattazione lo studio dei BITs (Bilateral Investment Treaties). Come abbiamo avuto modo di riscontrare, linclinazione dei negoziatori dei contemporanei strumenti internazionali riguardanti le imprese multinazionali si decisamente orientata verso la promozione e la protezione, in opposizione a quelli che erano le prerogative della prima era dei codici di condotta, ossia la regolamentazione ed il controllo. Si distingue inoltre quella che appare come una sempre maggiore propensione verso lelaborazione di strumenti di natura vincolante282. In questo contesto, gli accordi bilaterali sugli investimenti ci offrono il realistico esempio di come si configurino, attualmente e concretamente, degli strumenti vincolanti in materia di investimenti stranieri. Da una differente angolazione, importante rilevare come gli accordi bilaterali abbiano contribuito, sotto diversi aspetti, allo sviluppo del regime internazionale degli investimenti stranieri283, servendo da modello per lelaborazione di strumenti multilaterali: basti pensare al ruolo svolto dallo studio dei BITs nella formulazione dei principi non vincolanti contenuti nelle

281

Cfr. MAURO, Il Contributo degli Accordi Bilaterali al Consolidamento e allo Sviluppo di Principi Generali del Regime Giuridico Internazionale degli Investimenti Stranieri, in Gli Accordi Bilaterali sulla Promozione e la Protezione degli Investimenti, Giappichelli, 2003, Torino, pag. 371.
282

Cfr, WALLACE, Bilateral Investment Treaties and their Impact on Multilateral Agreements, 2002, op. cit., pag.1113.
283

Cfr. MAURO, Tentativi di Conclusione di una Convenzione Multilaterale sul Trattamento degli Investimenti Stranieri, 2003, op. cit., pag. 378.

98

Guidelines della Banca Mondiale284 nonch, come vedremo, nella stesura del Multilateral Agreement on Investment dellOECD. Nonostante linteresse e gli sforzi dei principali attori internazionali nellambito della predisposizione di dispositivi attinenti agli investimenti stranieri, e stante la mancanza di un regime multilaterale degli stessi, i BITs emersero nel corso degli anni come la principale forma di accordi internazionali in materia285. Il primo BIT venne concluso nel 1959 dalla Repubblica Federale di Germania con il Pakistan286 (la Germania vanta tuttoggi il primato dello Stato con il maggior numero di BITs stipulati287);da allora, si assiste ad significativo aumento del numero di tali strumenti bilaterali, la cui stipulazione conosce il suo picco negli anni 80 e 90 (in particolare si assiste, nellarco di questultimo decennio, alla conclusione della pi alta percentuale di BITs288). Durante tale periodo, nel quale molti paesi avevano intrapreso programmi di liberalizzazione e deregolamentazione al fine di attrarre e rendere pi agevoli gli investimenti stranieri, i BITs svolsero un ruolo centrale sia quali strumenti incentivanti utilizzati dagli Stati desiderosi di offrire ospitalit al capitale straniero, sia come strumenti di protezione che i paesi investitori potevano predisporre per aggiungere maggiori garanzie ai propri investimenti diretti allestero289; fungevano inoltre da strumenti internazionali di cristallizzazione di quei contesti legislativi nazionali in cui erano stati unilateralmente stabiliti livelli favorevoli di liberalizzazione e deregulation,

284

Cfr. infra, Cap.2 , par. 2.3.5. Cfr. BREWER-YOUNG, Bilateral Treaties, 1998, op. cit., pag. 74.

285

286

Cfr. Vertrag zur Frderung und zum Schutz von Kapitalangen / Treaty for the promotion and Protection on Investment , Repubblica Federale di Germania Pakistan, 25 Novembre 1959, U:N:T:S. 6575, BGBI 1961 II S. 794-803.
287

Cfr. WALLACE, ibidem, pag. 1114. Cfr. WALLACE, ibidem. Cfr. BREWER-YOUNG, ibidem, pag.76.

288

289

99

fissando quindi nel tempo le situazioni locali e incapsulando nei trattati bilaterali le politiche statali pi liberiste. Con lo sviluppo del trattamento degli investimenti diretti allestero ad un livello bilaterale, vennero stabilite alcune caratteristiche chiave del regime internazionale degli investimenti stranieri che persistono attualmente e che, come stato sostenuto290, costituiscono la base della futura evoluzione della materia. Se negli anni 80 si riteneva generalmente che i trattati bilaterali avessero ben poca influenza sulla formazione del diritto internazionale consuetudinario, stante la mancanza dellelemento dellopinio juris ed il loro carattere di lex specialis 291, verso la fine degli anni 90 la presenza nei BITs di norme dal contenuto simile e spesso identico, di elementi comuni e reiterati furono considerati come chiaramente indicativi di una prassi degli Stati e quindi utili a dimostrare lesistenza di norme internazionali consuetudinarie in materia292. I BITs stabiliscono degli standards di trattamento che ciascuno Stato firmatario legalmente obbligato ad accordare agli investitori ed agli investimenti dello Stato controparte293. Tra le caratteristiche dei BITs identificate dallUNCTAD294, emergono come elementi centrali il principio del trattamento nazionale, la clausola della nazione pi favorita ed il principio del trattamento giusto ed equo, insieme alla prescrizione del trattamento secondo il diritto internazionale; sono previsti specifici standards di protezione dellinvestimento in materia di trasferimento di fondi, espropriazione e nazionalizzazione, risoluzione delle controversie; nei BITs
290

Cfr. BREWER-YOUNG, ibidem. Cfr. WALLACE, ibidem, pag. 1116.

291

292

Cfr. LEBEN, Retour sur la Notion de Contrat dtat et sur le Droit Applicabe Celui-ci, in BARBOZA et. al, Mlanges offerts Hubert Thierry: lvolution du Droit International, Pdone, 1998, Parigi.
293

Cfr. WALLACE, ibidem, pag. 1113.

294

Cfr. UNITED NATION CONFERENCE ON TRADE AND DEVELOPMENT, World Investment Report 1996: Investment, Trade and International Policy Arrangements, Nazioni Unite, 1996, New York.

100

che coinvolgono paesi in via di sviluppo, riconosciuta ed enfatizzata limportanza degli investimenti diretti allestero per leconomia e lo sviluppo economico. Di particolare rilievo ai fini del presente studio la circostanza che nei pi recenti Bilateral Investment Treaties, lenfasi si spostata dal diritto dello Stato ospite di restringere o regolare lingresso dellinvestimento diretto allestero allobbligo dello stesso Stato di rimuovere gli ostacoli al flusso di investimenti stranieri entro i confini del proprio territorio nazionale295. Gli sviluppi attuali sono nel senso di un graduale rafforzamento del principio di non-discriminazione, e nella introduzione di un diretto potere dellinvestitore straniero di citare il paese ospite296. E stato in passato sottolineato come la presenza di una fitta rete di accordi bilaterali, dovuta al successo di tali strumenti nella promozione e protezione degli investimenti, potrebbe costituire un impedimento piuttosto che il presupposto necessario per la realizzazione di un assetto giuridico multilaterale. Allo stesso tempo si comunque rilevato che lesigenza di regole multilaterali a discapito di quelle bilaterali sia fortemente accentuata nel contesto dellattuale scena economica internazionale, in cui linvestimento non pi semplicemente un flusso unidirezionale di capitali da un paese industrializzato ad un paese in via di sviluppo, e gli investitori sono rappresentati principalmente da imprese multinazionali che operano in pi Stati297 I BITs rimangono allo stato attuale una primaria fonte di norme sugli investimenti diretti allestero ed un fattore che contribuisce alla emergente, generale accettazione della necessit di regole pi uniformi per il trattamento degli investimenti stranieri: il successo degli accordi bilaterali e le affinit di contenuti che possibile riscontrarvi inducono ad intravedere unarmonia di
295

Cfr. WALLACE, ibidem, pag. 1117.

296

Cfr. KARL, The Emergence of the Bilateral Investment Treaties (BITs), in On the Way to Multilateral Investment Rules Some Recent Policy Issues, ICSID REVIEW Foreign Investment Law Journal, 2002, Vol. II n. 2, pag. 295. 297 Cfr. MAURO, ibidem., pagg. 382 383.

101

posizioni fra gli Stati tale da rendere possibile la conclusione di una convenzione multilaterale non limitata ad ambiti di applicazione regionali o settoriali298. 2.4.2 Il Multilateral Agreement on Investment L'accordo MAI (Multilateral Agreement on Investments) nasce ufficialmente nelle stanze della sede parigina dell'OECD nel 1995. Lidea dei negoziatori di risolvere il problema della difficolt di applicazione di un codice di condotta in tema di investimenti dovuta allassenza di una autorit sovranazionale, introducendo una procedura vincolante per la risoluzione delle controversie. Come si legge nel Preambolo del Draft Multilateral Agreement on Investment, lintento quello di to establish a broad multilateral framework for international investment with high standards for the liberalisation of investment regimes and investment protection and with effective dispute settlement procedures299. In realt il MAI rappresenta un progetto estremamente ambizioso: si tratta infatti di to establish a comprehensive legal framework for the process of globalization () not to be limited to traditional investment protection, but likewise to integrate new investment-related issues300 come la protezione dellambiente e la promozione di uno sviluppo sostenibile come indicato nella Dichiarazione di Rio301, la tutela dei lavoratori secondo gli
298

Cfr. MAURO, ibidem., pag. 379.

299

Cfr. OECD, Negotiating Group on the Multilateral Agreement on Investment (MAI), Preamble, in The Multilateral Agreement on Investment Draft Consolidated Text, 22 Aprile 1998, doc. DAFFE/MAI(98)7/REV1, pag. 7.
300

Cfr. KARL, Phase 5: On the Way to a Global Investment Instrument, 2002, op. cit., pag. 298.
301

Cfr. The United Nation Conference on Environment and Development, Rio de Janeiro 3-14 Giugno 1992, Rio Declaration on Environment and Development, doc. A/CONF.151/26.

102

standards fondamentali sanciti a livello internazionale, in particolare con il sistema elaborato dallILO, le questioni correlate alla struttura dei mercati, la liberalizzazione , gli incentivi e le restrizioni allinvestimento. Il MAI inoltre non sarebbe stato destinato a sostituire i risultati gi raggiunti in ambito OECD come la Declaration e le Guideines for Multinational Enterprises, le quali al contrario avrebbero dovuto essere annesse al MAI senza peraltro alterarne la natura di raccomandazioni non vincolanti302. L'idea di un accordo multilaterale indipendente sugli investimenti diretti allestero guadagn consensi durante i negoziati dellUruguay Round in seno al GATT che si tennero nella met degli anni '80. Agli inizi degli anni '90 alcuni membri del GATT, oggi World Trade Organization (WTO), sollecitarono l'adozione di un accordo sugli investimenti in quell'ambito. Tuttavia non fu possibile raggiungere alcun consenso sui termini di riferimento per l'inizio dei negoziati in tale sede, in particolare per l'opposizione dei paesi in via di sviluppo e degli Stati Uniti. Oltre alla difficolt di raggiungere un accordo in relazione al meccanismo di risoluzione delle controversie, gli Stati Uniti ritenevano lOECD una sede pi sicura, nella quale discutere senza il rischio di interferenze dei paesi in via di sviluppo, che per la maggior parte non sono membri dellOECD303. Tuttavia, anche se i negoziatori del MAI riuscirono ad elaborare un testo completo del trattato, esso non raggiunse mai lo stadio delladozione finale. Ci non avvenne solo a causa delle divergenze esistenti tra i partecipanti ai negoziati sulle singole disposizioni dellaccordo, ma anche a causa di una emergente e globale campagna anti-globalizzazione che riusc a svolgere un ruolo effettivo nella contestazione dello strumento in esame.
302

Cfr. WALLACE, The OECD Draft Multilateral Agreement on Investment, 2002, op. cit., pag. 1136 - 1137.
303

Cfr. RODERICK-NOVA-WEISBROT, The Preamble Collaborative, in Writing the Constitution of a Single Global Economy - a Concise Guide to the Multilateral Agreement on Investments - Supporters' and Opponents' Views, Global Policy Forum, 1997, New York, disp. online: http://www.globalpolicy.org/socecon/bwi-wto/sforza.htm.

103

Nel 1997 una bozza dellaccordo fu resa di dominio pubblico contro il volere dei negoziatori, che avevano optato per un negoziato a porte chiuse: a seguito della diffusione del testo dellaccordo vennero sollevate accese proteste da parte della societ civile internazionale, cui si unirono le istanze di diverse Organizzazioni internazionali non governative attive in materia. Per la prima volta nella storia delle negoziazioni internazionali, le Organizzazioni non governative formarono unalleanza mondiale contro il processo di regolamentazione in corso in seno allOECD304: come gi negli anni 70, si assiste dunque ad un nuovo inasprimento dei rapporti con gli investitori internazionali, stavolta non proveniente dai governi nazionali bens da attori privati. Ad ogni modo, uno dei pi importanti ostacoli alla formale adozione del MAI fu costituito dalle critiche mosse da alcuni negoziatori nei confronti di uno strumento vincolante in materia di investimenti, che avrebbe potuto compromettere la sovranit degli Stati nel regolamentare il flusso di investimenti stranieri305. Il progetto del MAI, formulato sulla base delle norme contenute in altri strumenti adottati in ambito OECD, nei BITs, nel NAFTA e nello European Energy Charter Treaty306, prevedeva infatti disposizioni relative allingresso, allo stabilimento ed al trattamento degli investimenti stranieri - in particolare, i principi del trattamento nazionale e la clausola della nazione pi favorita, gli standards in tema di protezione degli investimenti e la liberalizzazione delle misure relative al diritto dingresso e dei performance requirements307 -

304

Cfr. KARL, ibidem, pag. 299. Cfr. WALLACE, ibidem, pag. 1137.

305

306

Cfr. MAURO, Tentativi di conclusione di una Convenzione Multilaterale sul Trattamento degli Investimenti Stranieri, 2003, op. cit., pag. 378.
307

Cfr. BREWER-YOUNG, The Multilateral Agreement on Investment, 1998, op. cit. pag. 149.

104

nonch un sistema di risoluzione delle relative controversie, destinati ad assumere carattere legalmente vincolante per gli Stati firmatari dellaccordo. Tale accordo, tra laltro, avrebbe dovuto essere aperto, nelle previsioni dei negoziatori, alladesione di Stati non membri dellOECD e di altri soggetti internazionali desiderosi e capaci di tener fede agli obblighi da esso previsti308. Tali critiche condussero, nellOttobre del 1998, alla definitiva interruzione dei lavori con labbandono delle negoziazioni da parte della Francia e del Canada. Gli oppositori del MAI a livello privato considerarono il fallimento delle negoziazioni come un successo, pur nella consapevolezza che un futuro accordo sugli investimenti predisposto in seno al WTO non avrebbe, realisticamente, portato a conseguenze diverse da quelle raggiunte dallOECD per quanto riguarda il rispetto della sovranit degli Stati e la protezione dellambiente, dei lavoratori e delle ulteriori istanze avanzate dagli altri portatori di interesse309. 2.4.3 Il ruolo del WTO Se prima della creazione della World Trade Organization nel 1995 il GATT non aveva affrontato direttamente temi relativi agli investimenti internazionali310, gi nel corso dellUruguay Round talune previsioni relative agli investimenti furono negoziate e finanche adottate in diversi degli accordi confluenti nel GATT 94, in particolar modo nei TRIMs (Trade Related Investment Measures)311, nei TRIPs (Trade Related
308

Cfr. OECD, Negotiating Group on the Multilateral Agreement on Investment (MAI), Accession, in The Multilateral Agreement on Investment Draft Consolidated Text, 22 Aprile 1998, doc. DAFFE/MAI(98)7/REV1, pag. 102, art. 1: This Agreement shall be open for accession by any State, regional economic integration organisation, and any separate customs territory which possesses full autonomy in the conduct of matters covered by this agreement, which is willing and able to undertake its obligations on terms agreed between it and the Contracting Parties acting through the Parties Group.
309 310

Cfr. KARL, ibidem, pag. 299. Cfr. WALLACE, The Role of the WTO in Investment Issues, 2002, op. cit., pag. 1142.

311

Cfr. Marrakesh Agreement Establishing the World Trade Organization, Allegato 1A-7, Agreement on Trade Related Investment Measures, in The Results of the Uruguay Round of Multilateral trade Negotiations: The Legal Text, World Trade Organization, 1995, Ginevra.

105

Aspects on Intellectulal Property Rights)312, nel GATs (General Agreement on Trade in Services)313 e nel DSU (Dispute Settlement Understanding)314. Fin dalla sua istituzione, il WTO aveva al contrario mostrato di riconoscere pi attivamente il ruolo che gli investimenti diretti allestero rivestono per il commercio internazionale, come dimostra linserimento di queste tematiche nellagenda della prima Conferenza Ministeriale del 1996. Il risultato fu la creazione di un gruppo di lavoro col mandato anni315. Gli Stati membri dellOrganizzazione riconoscevano che le imprese multinazionali costituiscono una percentuale crescente del commercio internazionale316, la maggior parte della quale si svolge tra imprese multinazionali e affiliate, e osservavano come gli investimenti costituiscano una delle principali cause dellaumento nei flussi commerciali, dimostrando che gli investimenti ed il flusso commerciale interagiscono in maniera complementare317. Le implicazioni di esaminare le relazioni tra commercio ed investimenti e di riportare le conclusioni ai Ministri entro due

312

Cfr. Marrakesh Agreement Establishing the World Trade Organization, Allegato 1C, Agreement on Trade Related Aspects of Intellectual Property Rights, op. cit.
313

Cfr. Marrakesh Agreement Establishing the World Trade Organization, Allegato 1B, General Agreement on Trade in Services, op. cit.
314

Cfr. Marrakesh Agreement Establishing the World Trade Organization, Allegato 2, Understanding on Rules and Prcedures Governing the Settlement of Disputes, op. cit.
315

Cfr. WALLACE, ibidem, pag. 1147.

316

Cfr. CONN, Assessing the Impact of Preferential Trade Agreements and New Rules of Origin on the Extraterritorial Application of Antitrust Law to International Merger, in Columbia Law Review, 1993, n. 93, pag. 123.
317

Cfr. WITHERELL, An Agreement on Investment, in The OECD Observer, OttobreNovembre 1996, pag. 6.

106

degli investimenti diretti allestero sul commercio mondiale appaiono ovvie: divenne perci chiaro come la materia degli investimenti internazionali non potesse essere lasciata ai margini delle considerazioni del commercio globale, n semplicemente compressa e limitata alle trade-related measures318. Il WTO emerse in questo contesto come listituzione pi adatta, il principale foro per la sperimentazione e levoluzione dei principi e delle norme in materia di diritto economico internazionale, soprattutto quando si assistette al fallimento dei negoziati in sede OECD del Multilateral Agreement on Investment319. Uno dei punti di forza della World Trade Organization nella sfida per lelaborazione di una cornice legale internazionale in tema di investimenti stato individuato nel fatto che lOrganizzazione stata dotata, dai propri Stati membri, del potere di rendere giudizi sulla legalit delle pratiche e delle leggi nazionali. Si tratta di un potere che non ha precedenti nel campo del diritto internazionale il quale , dopo tutto, conosciuto come il diritto delle nazioni. Anche se le funzioni del WTO non includono poteri legislativi, la succitata funzione permit(s) enforceable action even where full consensus of affected national governments is lacking320. Nel Novembre del 2001, nel corso della Conferenza Ministeriale321 di Doha, lOrganizzazione decise linserimento, nella propria agenda per lo
318

Cfr. WALLACE, ibidem. Cfr. infra, Cap. 2, par. 2.4.2. Cfr. WALLACE, ibidem, pag. 1148.

319

320

321

La Conferenza Ministeriale lorgano decisionale pi importante della WTO. Essa, di norma, si riunisce almeno una volta ogni due anni, presentando alla fine dei lavori una specifica Dichiarazione ministeriale sugli accordi raggiunti.

107

sviluppo,

di

quattro

nuovi

temi,

ribattezzati

Singapore

Issues,

segnatamente: le relazioni tra commercio ed investimenti, le regole sulla concorrenza, la trasparenza nelle commesse governative e le facilitazioni al commercio322. La successiva Conferenza Ministeriale, che si sarebbe tenuta a Cancn, in Messico, nel Settembre del 2003, avrebbe dovuto segnare linizio dei negoziati per la predisposizione di un accordo multilaterale in materia di investimenti diretti allestero323. Il programma dellAgenda di Doha per lo sviluppo di grande significato, perch intende traghettare lOMC in una nuova era; il suo intento di far s che lOrganizzazione non si occupi solo di migliorare le condizioni del commercio mondiale e degli investimenti internazionali, ma assuma un ruolo anche nella promozione e nella crescita economica, delle condizioni economiche e sociali del lavoro e della lotta alla povert324. Tuttavia la quinta Conferenza Ministeriale di Cancn termin anticipatamente senza che i paesi raggiungessero un consenso su nessuno dei temi proposti in agenda. Tra le ragioni del fallimento della Conferenza, figurano le divisioni emerse sullopportunit di lanciare un negoziato sui Singapore Issues. La comparsa sulla scena di un gruppo consistente e soprattutto aggressivo di Pvs (il cosiddetto G20) guidato da colossi mondiali come Brasile, India e Cina i quali si opponevano strenuamente alla proposta di lanciare i negoziati
322

sui

temi

di

Singapore,
of

nonch
1,

le
2001,

profonde
WTO doc.

Cfr. WTO Ministerial WT/MIN(01)/DEC/W/1.


323

Declaration

November

Cfr. KARL. Introduction, 2002,op. cit., pag. 293.

324

Cfr. LEANZA, La Conferenza Ministeriale di Hong Kong, in SCISO, LOMC 19952005. Bilanci e Prospettive, Luiss University Press, 2005, Roma, pag. 21.

108

divergenze esistenti non solo nella materia in esame - tra gli altri Stati, in particolare tra i paesi africani (Benin, Mali, Ciad, Burkina Faso, Kenya, Uganda e Senegal) e lUnione Europea, spinsero il presidente della conferenza Derbez a chiudere la Conferenza in anticipo, impedendo di fatto la discussione sulle altre questioni in agenda. Nel maggio del 2004, i Commissari europei al commercio, Pascal Lamy ( oggi Segretario generale del WTO), ed allagricoltura Franz Fischler, inviarono ai ministri di tutti gli Stati membri dellOrganizzazione una lettera con delle proposte nuove, in cui veniva tra laltro evidenziata la volont dellUnione Europea di abbandonare momentaneamente i negoziati relativi agli investimenti, alla trasparenza ed ai mercati pubblici, puntando soprattutto sul tema della semplificazione degli scambi325. Durante il General Council del WTO tenutosi a Ginevra nel Luglio 2004 stata presa la decisione di escludere definitivamente dallAgenda di Doha tre dei quattro temi di Singapore, ed in particolare laccordo sugli investimenti326. La Conferenza Ministeriale del 2005 ad Hong Kong, dalla quale si riprende il filo delle trattative che si erano interrotte dopo il collasso di Cancn, si dunque svolta in assenza, nel suo ordine del giorno, dei temi relativi alla regolamentazione multilaterale degli investimenti. La prospettiva che emerge da tali, recentissimi sviluppi pare mostrare come i Singapore issues non siano ancora considerate questioni strettamente commerciali, dunque il WTO potrebbe non risultare come la sede pi appropriata per negoziare tali temi, dal momento che i principi negoziali del

325

Cfr. LEANZA, ibidem, pag. 24.

326

Relationship between Trade and Investment, Interaction between Trade and Competition Policy and Transparency in Government Procurement: the Council agrees that these issues, mentioned in the Doha Ministerial Declaration in paragraphs 20-22, 23-25 and 26 respectively, will not form part of the Work Programme set out in that Declaration and therefore no work towards negotiations on any of these issues will take place within the WTO during the Doha Round. Cfr. WTO, The July Packet, Decision Adopted by the General Council on 1 August 2004, WT/L/579, 2 August 2004, par.1 (g), disp. online: http://www.wto.org/english/tratop_e/dda_e/draft_text_gc_dg_31july04_e.htm

109

WTO si applicano ai beni commerciali e la semplice estensione a tematiche non prettamente commerciali potrebbe risultare non poco problematica. CAPITOLO 3 E PROSPETTIVE 3.1 Limposizione dei codici di condotta Guardando ai rimedi finora sperimentati per limitare e disciplinare il fenomeno di ingerenza politico-economica, che si connette allattivit delle imprese multinazionali nei paesi ospite, emergono almeno due piani di controllo giuridico, non esclusivi ma complementari tra loro, entro i quali il fenomeno dei codici di condotta per le imprese multinazionali suscettibile di assumere rilevanza. La prima prospettiva entro la quale pu esplicarsi una funzione di controllo, e dunque la imposizione di comportamenti alle imprese multinazionali, quella statale, che pu realizzarsi mediante la legislazione nazionale oppure attraverso una disciplina internazionale327, scaturente della cooperazione fra gli Stati. La seconda dimensione pu essere individuata nella autoregolamentazione delle imprese multinazionali, che stante la impossibilit per le stesse di partecipare direttamente alla creazione di norme di diritto internazionale generale328, e tralasciando per ora lipotesi dei codici di condotta interni329, suscettibile comunque di configurarsi come una spontanea adesione ai codici di condotta predisposti dalle autorit statali/internazionali. Esiste poi una terza prospettiva, che pur non collocandosi pienamente nel campo di interesse cui abbiamo circoscritto la presente trattazione, non RUOLO ATTUALE DEI CODICI DI CONDOTTA

327

Cfr. ODDENINO, Il Controllo Giuridico delle Imprese Multinazionali, 1999, op. cit., pag. 56.
328

Cfr. infra, Cap. 1, par. 1.2. Cfr. infra, Cap. 1, par. 1.4.1.

329

110

priva di spunti di riflessione ai fini di una indagine sui codici di condotta sviluppati dalle organizzazioni internazionali. Si tratta di quella che chiameremo prospettiva transnazionale, per evidenziarne la caratteristica di trascendere tanto dal piano statale quanto da quello interstatuale che si concreta nella cooperazione in seno alle organizzazioni internazionali. Tale prospettiva sar affrontata, per ragioni sistematiche, al di fuori del presente paragrafo330, poich altre riflessioni, cui verr data precedenza, si impongono al fine di poterne analizzare pi compiutamente le influenza sul tema di nostro interesse. 3.1.1 La prospettiva degli Stati

3.1.1.1 Legislazione nazionale Il controllo dellattivit multinazionale pu anzitutto realizzarsi secondo un approccio di tipo nazionale: lo Stato ospite a porre in essere le norme di condotta che, nei limiti della sua stessa sovranit territoriale, andranno a disciplinare il fenomeno multinazionale. Si resta, dunque, nellambito del diritto interno. Un tale approccio al problema del controllo delle imprese multinazionali risulta comunque poco incisivo giacch le stesse imprese multinazionali potrebbero prendere, al di l dei confini del paese ospite (e quindi al di fuori della sfera di sovranit dello stesso), decisioni suscettibili di avere ricadute sul sistema economico-sociale di questultimo. Emblematiche a tal proposito sono le operazioni di transfer pricing. Questultimo fenomeno si verifica quando pi imprese, appartenenti al medesimo gruppo ma allocate in paesi diversi, trasferiscono utili o, in genere, materia imponibile alterando il valore normale delle cessioni di beni o delle prestazioni di servizi effettuate o ricevute331.
330

Cfr. infra, Cap. 3, par. 3.3.

331

Cfr. SPINA, Il contrasto allelusione e allevasione fiscale, in Il transfer pricing tra disciplina normativa e rilievi operativi, Agenzia Entrate: Fisco nel Mondo, 2005, disp. online: http://www.fisconelmondo.it/modules/news/article.php?storyid=216

111

Per aggirare le pi elevate aliquote fiscali vigenti in uno dei paesi in cui si trova ad operare, un gruppo multinazionale potrebbe dunque procedere, da un lato, allartificiosa depressione del prezzo di trasferimento dei componenti o prodotti da essa realizzati nello stesso e, dallaltro, ad uno speculare artificioso aumento del prezzo in un diverso paese ospite che esibisce un sistema fiscale meno esigente; in tal modo, la legislazione fiscale del primo dei due paesi ospite sarebbe aggirata ed il suo erario patirebbe una perdita in termini di gettito332. La flessibilit e la mobilit della struttura di una impresa multinazionale sono tali da consentire alla stessa di agire entro diversi sistemi legali traendo vantaggio dalle pi favorevoli posizioni nellallocazione delle proprie operazioni333. Pi precisamente: il fatto che il complesso multinazionale non si componga di societ indipendenti tra le quali avvengono libere transazioni ma obbedisca a logiche unitarie inficia, come abbiamo osservato in precedenza334, la capacit dei singoli stati di porre in essere una legislazione efficace per controllare filiali e succursali di societ aventi la sede principale allestero. Da un lato, le imprese multinazionali localizzano la produzione dei medesimi prodotti in pi Stati anzich produrli in un solo paese e poi esportarli, in tal modo riuscendo ad aggirare le barriere tariffarie, a sfruttare meglio le risorse locali, a ridurre i costi di trasporto335. Dallaltro lato, esse seguono in genere un approccio globale nellaffidare i compiti e gli obiettivi a ciascuna filiale, per cui il bene e/o la

332

Cfr. ODDENINO, ibidem, in nota n. 17.

333

Cfr. WALLACE, Important Preliminary Distinctions re Control and Control Realationships, 2002, op. cit., pag. 186
334

Cfr. infra, Cap. 1, par. 1.1.2.

335

Cfr. CUCINO, La Localizzazione ed Internazionalizzazione delle Attivit da parte delle Multinazionali, in Politiche e Tecniche di Globalizzzazione: dal Baratto alla New Economy, Kappa, 2002, Roma, pag. 67.

112

tecnologia prodotti da una pu essere il semilavorato necessario o comunque il fattore indispensabile per unaltra. Si pongono pertanto in essere dei flussi di scambio tra le filiali che avvengono allinterno dellimpresa multinazionale ma tra le sue varie componenti dislocate nei vari paesi336. Appare evidente la difficolt nel disciplinare un fenomeno che sfugge alla individuazione di un singolo ordinamento giuridico nazionale di afferenza. Ad ogni modo, e qualunque sia il meccanismo di controllo manageriale (non legale) dellimpresa multinazionale, ovverosia la struttura gerarchica e organizzativa dellimpresa nelle sue relazioni interne e nei suoi rapporti con le proprie filiali337, limpresa stessa obbligata ad operare entro determinate cornici legali. Tali legal frameworks sono costituite dai parametri legali che scaturiscono delle norme imposte dai governi dei vari Stati, nei cui territori le imprese multinazionali conducono le proprie attivit. Tuttavia, le relazioni tra le imprese multinazionali ed i diversi ordinamenti giuridici nazionali coi quali le prime entrano in contatto, sono di gran lunga pi complesse di quelle che possono instaurarsi tra Stato ed impresa nazionale. Limpresa multinazionale, come rilevato in apertura338, non suscettibile di ricadere complessivamente entro la disciplina di una singola nazione, nonostante alcuni ordinamenti nazionali prevedano norme societarie relative ai gruppi di imprese le cui disposizioni si applicano tendenzialmente a tutte le societ facenti parte del gruppo, indipendentemente dalla circostanza che si tratti di societ nazionali o straniere339.

336

Cfr. KRUGMAN OBSTFELD, Economia Internazionale, Teoria e Politica Economica, Hoepli, 1994, Milano, pag. 116.
337

Cfr. WALLACE, Important Preliminary Distinctions re Control and Control Relationships, 2002, op. cit., pagg. 159 ss.
338

Cfr. infra, Cap. 1, parr. 1.1.2, 1.1.3. Cfr. WALLACE, ibidem, pag. 165.

339

113

Gi negli primi anni 70 si riconobbe come le leggi nazionali relative ai gruppi societari ed alle imprese interconnesse fossero in realt insufficienti a confrontarsi con il fenomeno delle imprese multinazionali, in particolare con i problemi relativi alle transazioni commerciali, dalle dimensioni in costante crescita, tra diversi gruppi societari340. Emersero inoltre dei profondi problemi nella disciplina nazionale della responsabilit delle imprese, con riguardo ai rapporti tra la holding e le varie figlie: la legge della holding disciplina lambito di responsabilit della stessa per gli atti e persino i debiti delle societ figlie 341, dando vita ad un problema estremamente complesso di diritto privato internazionale. Si pensi, ad esempio, allambito della responsabilit da direzione e controllo dei gruppi multinazionali in cui, entrando in rapporto societ incorporate in Stati diversi, possono contrapporsi due statuti diversi342. Va comunque sottolineato come, relativamente al problema del controllo delle imprese multinazionali da parte degli Stati, uno dei punti di maggiore rilievo sia quello dellindividuazione delleffettivo centro direzionale della impresa. Come abbiamo avuto pi volte occasione di accennare, infatti, evidente come la disciplina nazionale sia tanto pi in grado di influenzare il comportamento della impresa multinazionale complessivamente considerata, e dunque non solo con riguardo alle sedi della stessa che siano stabilite su un dato territorio nazionale quanto pi abbia la possibilit di incidere sui gangli centrali del potere direzionale dellimpresa.

340

Cfr. SCHMITTHOFF, Multinational Enterprises, in The New Law Journal, 1971, n. 121, pag. 1053.
341

Cfr. PRESTI RESCIGNO, Il Diritto Internazionale Privato delle Societ, in Corso di Diritto Commerciale, vol. II: le Societ, Zanichelli, 2005, Bologna, pagg. 349 353.
342

Cfr. PRESTI RESCIGNO, Societ e Diritto Internazionale, 2005, op. cit., pag. 351.

114

Una legislazione nazionale che voglia perseguire lobiettivo di influenzare concretamente la condotta delle imprese multinazionali la cui attivit ha conseguenze sul proprio territorio, ha quindi maggiori possibilit di riuscire in tale proposito laddove possa indirizzare le proprie leggi nei confronti di uno dei centri operativi e direzionali della impresa in questione. E a questo punto che entrano in gioco i codici di condotta ed i principi direttivi per le imprese multinazionali elaborati dalle organizzazioni internazionali. Non infatti solo attraverso la prospettiva succitata, che vede cio le disposizioni nazionali indirizzate agli effettivi centri direzionali dellimpresa multinazionale, che gli Stati nazionali possono meglio raggiungere lobiettivo di una effettiva capacit di controllo del comportamento degli operatori economici in questione. Lattivit legislativa che gli Stati nazionali svolgono, con riferimento alla loro intenzione di disciplinare loperato delle imprese multinazionali, suscettibile di incidere maggiormente sullimpresa nel suo complesso anche laddove tale attivit legislativa possa vantare un certo grado di coerenza con gli altri sistemi normativi nazionali. Poich la condotta dei gruppi multinazionali trascende i confini dei singoli Stati, essa sar meglio vincolata al rispetto di norme comportamentali se le stesse avranno un sufficiente grado di armonizzazione nelle diverse nazioni. Per raggungere tale obiettivo, gli Stati possono riprodurre, nel proprio sistema giuridico nazionale, quelle norme di soft law, contenute ed elaborate in modo sistematico nei codici di condotta e guidelines internazionali, alle quali desiderano aderire. In questo modo i codici di condotta internazionali assurgono a parametri di confronto per ladozione di discipline nazionali quanto pi possibile uniformi; e per tale via, diventano una fonte di diritto per le autorit nazionali, che si basano sul codice stesso e lo utilizzano per colmare le lacune nellordinamento nazionale e nella prassi.

115

In tal modo i codici possono fungere da trampolino di lancio per una azione legislativa creativa da parte del legislatore, delle corti nazionali e delle altre autorit343 che contribuisca a realizzare un sistema armonizzato e condiviso di regole per le imprese multinazionali. 3.1.1.2 Disciplina internazionale Limposizione di regole di condotta per le imprese multinazionali pu avvenire per mezzo della cooperazione e del coordinamento degli Stati a livello internazionale. Le norme di condotta ed i principi direttivi elaborati in seno alle organizzazioni internazionali sono, in questottica, delle norme indirizzate agli Stati (ospiti o dorigine degli investimenti multinazionali) che sono tenuti ad osservarle nonch a pretenderne losservanza da parte delle multinazionali territorialmente basate sui rispettivi territori. Si tratta allora di individuare innanzitutto quale sia lattuale valutazione complessiva della comunit internazionale in relazione al valore legale dei codici di condotta per le imprese multinazionali, i cui principali esempi sono stati esaminati nelle considerazioni precedenti344; per poi operare le necessarie distinzioni tra le peculiarit e le possibili conseguenze di ciascuna delle possibilit di indirizzo , ovvero: le direttive agli Stati dorigine e le direttive agli Stati ospiti. Per quanto riguarda il primo aspetto, e dunque lapproccio generale emerso in ordine alla natura legale dei codici di condotta per le imprese multinazionali, o le linee guida, finora adottati in ambito internazionale, possiamo innanzitutto sottolineare come attraverso la firma dei suddetti strumenti gli Stati si impegnino a che le imprese multinazionali ricadenti sotto la loro giurisdizione rispettino dei principi congiuntamente elaborati.

343

Cfr. UN SECRETARIAT, per conto dell Intergovernmental Working Group on the UN Code of Conduct, 1978, Modalities Paper, UN Doc. E / C. 10 / AC. 2 / 9 del 22 Dicembre.
344

Cfr. infra, Cap. 2, parr. 2.2.1 e ss.

116

Questi principi non hanno natura convenzionale ma costituiscono delle intese di buona fede che non legano gli Stati sul piano giuridico ma semplicemente sul piano morale e politico. I codici in parola rientrano, dunque, nella categoria del soft law. E poi possibile sostenere che, in relazione alle analisi e considerazioni svolte, esista ancora una riluttanza verso la ratifica di strumenti multilaterali legalmente vincolanti. I fallimenti registrati dallOECD nella negoziazione del Multilateral Agreement on Investments, uno strumento che nelle intenzioni dei negoziatori avrebbe dovuto imporre dei veri e propri obblighi in capo agli Stati firmatari345, e dal WTO a partire dal vertice di Cancn del 2003, culminati con lesclusione, nella Decisione del Consiglio Generale di Ginevra del 2004, dei Singapore issues dallAgenda di Doha346, sembrano voler indicare come sia attualmente mancante un consenso internazionale sulle tematiche in esame, o quantomeno che sussista ancora una reticenza degli Stati verso una regolamentazione delle stesse in chiave obbligatoria. Come la stessa World Bank ha sottolineato347, gli sforzi delle agenzie internazionali di sviluppare delle vere e proprie leggi, universalmente condivise, sulle imprese multinazionali e gli investimenti diretti allestero, si sono protratti e conclusi o con limpossibilit di raggiungere il consenso, oppure con ladozione di accordi limitati, rappresentanti soltanto il minimo comune denominatore348.

345

Cfr. infra, Cap. 2, par. 2.3.2.

346

Cfr. infra, Cap.2, par. 2.3.3.; e WTO, The July Packet, Decision Adopted by the General Council on 1 August 2004, WT/L/579, 2 August 2004, par.1 (g), disp. online: http://www.wto.org/english/tratop_e/dda_e/draft_text_gc_dg_31july04_e.htm
347

Cfr. THE WORLD BANK, Guidelines on the Treatment of Foreign Investment, in Legal Framework for the Treatment of Foreign Investment, The World Bank, 1992, Washington D.C.
348

Cfr. FATOUROS, Towards an International Agreement on Foreign Direct Investment, in OECD, Towards Multilateral Investment Rules, OECD, 1996, Parigi, pag. 59.

117

In tal senso, i governi nazionali appaiono non convinti della opportunit di to ratify binding agreements in the sovereignty-sensitive area of foreign direct investment349. Al contrario, limportanza che i codici di condotta non vincolanti, espressi negli anni dai pi autorevoli organismi internazionali che si occupano dei temi della multinazionalizzazione UN, ILO, World Bank, OECD - non cessano ancora oggi di esercitare, portano a ritenere che permanga una maggiore propensione verso lutilizzo di strumenti di soft law. I temi affrontati sono troppo complessi, ed i punti di vista dei Paesi coinvolti sono ancora oggi troppo diversi350 per poter raggiungere una intesa vincolante, e gli Stati sembrano piuttosto to have settled more easily upon voluntary intergovernmental codes in order to bridge differences without compromising their sovereign powers351. Del resto, se pur vero che neanche la concertata attivit di codificazione che ha portato le succitate organizzazioni internazionali a predisporre i pi importanti codici e linee-guida stata in grado di ottenere un uniforme consenso su tutte le questioni attinenti allinterazione tra Stati e imprese multinazionali, bisogna comunque ammettere che, nonostante le lacune, la vaghezza di talune disposizioni, e soprattutto nonostante la mancanza di forza obbligatoria, i codici delle organizzazioni internazionali, persino quelli che non sono mai stati formalmente adottati, hanno svolto utilmente il loro ruolo, suscitando la consapevolezza tanto degli Stati quanto delle imprese multinazionali della necessit di una condotta responsabile di queste ultime, ed indicando talune strade percorribili nella concreta attuazione di comportamenti corretti. Si pu dunque parlare di una generale affermazione di un approccio di soft law nella regolamentazione dellattivit delle imprese multinazionali, sia
349

Cfr. WALLACE, General Assessment of the Soft Law Approach, 2002, op. cit., pag. 1094. Cfr. KARL, Conclusion, 2002, op. cit. , pag. 315. Cfr. WALLACE, ibidem.

350

351

118

pure in un contesto che non esclude la opportunit di proseguire i tentativi sulla strada che porta al raggiungimento del consenso internazionale su norme legalmente vincolanti; ossia su uno strumento contenente disposizioni obbligatorie capace di accompagnare il processo di globalizzazione352. Se riconosciuto infatti che gli strumenti volontari, le cui norme rappresentano in un certo senso degli ideali353, hanno dimostrato la propria utilit nel fissare dei obiettivi cui aspirare nella regolamentazione delloperato delle imprese multinazionali, anche vero che un dispositivo multinazionale, dal contenuto il pi possibile condiviso, a carattere vincolante avrebbe uno status superiore, e rappresenterebbe senza dubbio un traguardo storico, specialmente laddove si tenga conto della possibilit che la presenza di un grande numero di accordi, variamente configurati, sugli investimenti possa creare confusione tra gli attori partecipanti354. Date queste premesse, possiamo affrontare pi da vicino il problema delle differenze tra le disposizioni di un codice di condotta per le multinazionali che si indirizzino agli Stati dorigine degli investimenti, e quelle che si rivolgano invece agli Stati ospiti. Le direttive internazionali indirizzate agli Stati dorigine degli investimenti internazionali, concernenti dunque le domestically based multinational enterprises operating abroad355 sono suscettibili di determinare un esercizio di giurisdizione extraterritoriale ancora maggiore nei confronti degli Stati ospiti degli investimenti, e dunque una ulteriore penetrazione dellinfluenza straniera nel proprio territorio: si tratta in sostanza di chiedere agli Stati ospiti di accettare che sia lo Stato straniero di origine della impresa multinazionale operante sui propri territori ad applicare le regole di condotta nei confronti dellinvestitore. E evidente come questa soluzione
352

Cfr. KARL, ibidem, pag. 315. Cfr. BREWER YOUNG, Current and Future Challenges, 1998, op. cit., pag. 264. Cfr. BREWER YOUNG, ibidem. Cfr. WALLACE, Directives to Home Governments, 2002, op. cit., pag. 1099.

353

354

355

119

sia suscettibile di aggravare, anzich alleviare, le occasioni di attrito e di conflitto tra Stati dorigine/investitori stranieri e Stati ospiti. Unaltra considerazione che si rende necessaria riguarda lipotesi in cui il codice di condotta internazionale disponga che sia lo Stato d origine a regolare la condotta delle imprese multinazionali. In tal caso, lo Stato dorigine dovrebbe applicare uniformemente i principi direttivi internazionali, indipendentemente dal tipo di impresa, fintanto che non venga stabilito un sistema di eccezioni; ma allora il problema si pone in relazione allalternativa su chi debba decidere tali eccezioni 356: lorganismo internazionale che ha emanato le regole indirizzate allo Stato dorigine, o lo Stato dorigine stesso? Nella prima ipotesi, dovremmo trovarci di fronte a degli Stati sovrani che accettano una intrusione, da parte di una fonte internazionale esterna, su materie delicate come quelle in esame; nella seconda, si tratterebbe di una invasione ancora pi profonda per gli Stati ospiti, e di una prospettiva che sacrificherebbe inoltre la uniformit internazionale dellapproccio verso le imprese multinazionali. Infine bisogna tener presente che, laddove le linee-guida internazionali chiedessero agli Stati dorigine di regolare il comportamento delle imprese multinazionali, non dovrebbero essere fatte distinzioni in ordine agli Stati ospiti degli investimenti; il che pu a prima vista apparire come un ideale da perseguire, ma che gli stessi paesi ospiti troverebbero alfine irragionevole, se non intollerabile357, poich presuppone una uniformit di interessi e di necessit economiche degli stessi che, nonostante la nuova connettivit globale che rende i confini nazionali sempre pi permeabili358, appare ancora irrealistica. E possibile sostenere lopportunit che le organizzazioni internazionali che redigono i codici di condotta per le imprese multinazionali

356

Cfr. WALLACE, ibidem, pag. 1100. Cfr. WALLACE, ibidem.

357

358

Cfr. PELANDA SAVONA, I Motori della Globalizzazione ed il Vuoto Politico, in Sovranit & Ricchezza, Sperling & Kupfer, 2004, Milano.

120

realizzino la imposizione degli stessi indirizzando piuttosto le proprie disposizioni agli Stati ospiti degli investimenti stranieri. Nel momento in cui infatti sussiste un problema di controllo delle attivit di una impresa straniera, il controllo stesso suscettibile di avere pi efficacia se esercitato proprio laddove si svolgono le operazioni della cui regolamentazione ci si occupa, e dunque, sul territorio dello Stato ospite. E questultimo che pu, meglio di qualsiasi altro attore, determinare propriamente quali siano i settori chiave da considerare di interesse nazionale o pubblico, e quindi che sollevano maggiori esigenze in ordine alla regolamentazione dei rapporti con gli investitori stranieri, e quali siano invece le aree in cui larmonizzazione e la razionalizzazione delle legislazioni nazionali possa procedere di pari passo con le esigenze peculiari di ciascun paese. Dallaltro canto, lipotesi di una discriminazione operata dallo Stato ospite nei confronti degli investitori e delle societ straniere, al di fuori appunto di alcuni circoscritti settori di particolare sensibilit, sarebbe comunque scongiurata dai principi trattamento nazionale e della nazione pi favorita, standards oramai universali nella normativa internazionale sul trattamento degli investimenti. La possibilit che gli Stati ospiti possano porre in essere nei confronti dellinvestitore straniero delle azioni coercitive non in conformit con le norme del diritto internazionale verrebbe poi affrontata nellambito delle agenzie internazionali che offrono garanzie per gli investimenti, segnatamente

121

la MIGA359, e nel contesto dei tribunali arbitrali internazionali per la composizione delle controversie in materia, in particolare in seno allICSID360. 3.1.2 La prospettiva delle imprese multinazionali per le imprese multinazionali di partecipare

3.1.2.1 Limpossibilit

direttamente al processo di creazione delle norme internazionali e limposizione delle norme di condotta Abbiamo gi svolto talune considerazioni sul problema della cosiddetta soggettivit internazionale delle imprese multinazionali361, giungendo alla conclusione che il ruolo pur significativo anche se non diretto che tali attori svolgono nel percorso di formazione delle norme internazionali non ha portato al riconoscimento di una personalit internazionale362 delle stesse. Non si tralascia ad ogni modo di segnalare talune costruzioni teoriche che, a fronte della percepita insufficienza di una costruzione basata
359

Cfr. DELI, , ibidem, in GIARDINA TOSATO, 1996, op. cit., pagg. 474 475: Uno degli aspetti pi rilevanti del sistema MIGA costituito dai rischi per i quali viene rilasciata la copertura assicurativa. In generale, lAgenzia fornisce agli investitori una garanzia contro i rischi non commerciali o politici (). Quando si verifica uno degli eventi previsti dalla Convenzione, linvestitore deve, preliminarmente, adire le vie giurisdizionali ed amministrative interne (). In caso di esito negativo, lAgenzia dovr corrispondere allinvestitore danneggiato lindennizzo pattuito nel contratto di garanzia ().Una volta corrisposto lindennizzo, lAgenzia si surroga nei diritti e nei crediti spettanti allinvestitore () questo uno degli aspetti maggiormente innovativi del sistema MIGA poich () la controversia viene privata del carattere politico che avrebbe assunto un conflitto tra lo Stato ospitante e lo Stato nazionale dellinvestimento.
360

Se laccesso alla maggior parte di siffatti tribunali arbitrali internazionali stato tradizionalmente riservato alle dispute tra stati, lICSID (lInternational Centre for the Settlement of Investment Disputes della World Bank) riveste una funzione importantissima poich fornisce una sede che consente di risolvere le contrversie che possono sorgere tra lo Stato ospite e linvestitore straniero, da un contratto di investimento (Cfr. MIGNOLLI, Il Centro Internazionale per la Soluzione delle Controversie in Materia di Investimenti, in GIARDINA TOSATO, 1996, op. cit., pag. 439).
361

Cfr. infra, Cap. 1, par. 1.2.

362

Cfr. RONZITTI, Enti che Partecipano alla Vita di Relazione Internazionale, 2004, op. cit., pag. 33: La personalit internazionale ha per oggetto la titolarit di situazioni giuridiche soggettive derivanti da norme internazionali.

122

esclusivamente su una visione interstatuale363, e partendo dal presupposto della non scindibilit delle varie articolazioni e delle molteplici componenti della comunit internazionale, si spingono fino ad attribuire una personalit piena di diritto internazionale alle imprese multinazionali364. Le imprese multinazionali dunque, nonostante la forte influenza che possono esercitare sulle politiche e sulle decisioni degli Stati entro i quali operano, sono teoricamente powerless as regards jurisdictional questions365, poich generalmente non sono considerate neither natural nor artificial subjects of international law as currently understood366. La mancanza di soggettivit internazionale piena impedisce che le imprese multinazionali siano chiamate direttamente a partecipare alla fase di costituzione delle norme internazionali, in aderenza al concetto classico di normativit legato al monopolio statale della creazione del diritto, e dunque ad una visione di stretta eteronomia del diritto stesso per i soggetti non statali, secondo la quale il diritto deve promanare da un soggetto altro da essi e ad essi sovraordinato367. Neppure la recente esperienza dei codici di condotta internazionali pu considerarsi foriera, per le imprese multinazionali, di una, sia pure limitata, soggettivit internazionale. I codici di condotta internazionali sembrano attribuire alle imprese multinazionali un certo grado di capacit giuridica dal momento che, alla luce della loro lettera, le stesse imprese multinazionali sarebbero rese titolari di

363

Cfr. ODDENINO, ibidem, pag. 70, nota n. 54.

364

Cfr. TOUSCOZ, Transfert de Technologie, Socits Transnationales et Nouvel Ordre International, Presses Universitaires de France, 1978, Parigi, pagg. 24 e 185.
365

Cfr. WALLACE, Directives to MNEs, 2002, op. cit., pag. 1098.

366

Cfr. BAADE, Individual Responsibility, in The Future of the International Legal Order, Vol. 4: The Structure of the International Environment, Princeton University Press, 1972, Princeton, pag. 316.
367

Cfr. ODDENINO, ibidem, pag. 59, nota n. 23.

123

obblighi e diritti, suscettibili -questi ultimi- di essere fatti valere per via internazionale368 . Tuttavia continua a mancare alle imprese multinazionali la capacit di partecipare alla formazione delle norme internazionali; il coinvolgimento delle imprese multinazionali nella redazione dei codici di condotta stato assai marginale: si loro consentito soltanto un intervento indiretto, cio mediato dalla categoria dei c.d. rappresentanti del mondo degli affari, sporadicamente invitati dagli stati al tavolo dei negoziati369. Due ulteriori precisazioni si impongono al riguardo: va, in primis, ricordato che i codici in questione -adottati o meno- non sono degli strumenti vincolanti per gli Stati quindi, a maggior ragione, non lo sono per le imprese multinazionali, cui non vengono attribuite dunque n posizioni giuridiche di diritto, n di obbligo. In secundis, bench si rivolgano formalmente alle imprese multinazionali, le regole dei codici internazionali, di fatto, sindirizzano pur sempre agli Stati (dorigine e ospite). Le imprese multinazionali non sono persone giuridiche di diritto internazionale ma meri destinatari indiretti delle disposizioni dei codici, i quali demandano allo Stato luso dei mezzi necessari per indurre le imprese a conformarsi ai principi congiuntamente fissati.

368

Cfr. UN Draft Code of Conduct for Transnational Corporations, UN doc. E/1988/39/Add.1 del 1 Febbraio 1988 : Treatment of Transnational Corporations, D. Dispute Settlement, dove si prevede che, qualora non fosse praticabile una composizione amichevole, la risoluzione di controversie tra stati e IMN sar sottoposta alle competenti corti o autorit nazionali ovvero, per decisione di ambo le parti, ad altre procedure di risoluzione delle controversie che siano mutualmente accettate Nella locuzione tra virgolette possono farsi rientrare, bench non siano espressamente nominati, gli arbitri internazionali. Cfr. inoltre OECD, International Investment and Multinational Enterprises Declaration by the Governments of OECD Member Countries: Guidelines for Multinational Enterprises, 21 Giugno 1976 (OECD, Paris, 1976), cos come emendate nel 2000: doc. DAFFE/IME/WPG(2000)15/FINAL. Nellambito del meccanismo di attuazione che si concreta nella procedura di chiarificazione delle Guidelines (Cfr. OECD, ibidem, punti 3 4) le stesse Guidelines prevedono che, ad una singola impresa multinazionale che lo desideri, pu essere data lopportunit di esprimere, davanti al CIME, il suo punto di vista (oralmente o per iscritto) su questioni concernenti le Guidelines ed implicanti i suoi interessi. (Cfr. OECD, ibidem, punto 5).
369

Cfr. MERCIAI, Les Parties aux Codes de Conduite, in Les Entreprises Multinationales en Droit International, Bruylant, 1993, Bruxelles,. Pagg. 191-196.

124

In che modo pu dunque configurarsi la imposizione delle regole di condotta nei confronti delle imprese multinazionali, stante la mancanza nelle stesse di personalit giuridica internazionale? E necessario innanzitutto evidenziare, ove non fosse gi chiaramente emerso, che soltanto sotto il profilo attivo limpresa multinazionale risulta priva di personalit giuridica internazionale, in quanto incapace di influenzare levoluzione del diritto internazionale relativo al trattamento degli investimenti stranieri. Sotto il profilo passivo, invece, limpresa multinazionale si presenta, sia pure indirettamente, come soggetto di diritto internazionale: essa destinataria delle norme internazionali poste da Stati ed organizzazioni interstatali. Lavverbio indirettamente cruciale: esso rivela la non immediata incidenza sulla posizione delle imprese multinazionali delle suddette norme, la cui operativit conseguentemente subordinata al passaggio attraverso il diaframma degli Stati (ospite e dorigine). Nonostante si rivolgano direttamente alle impresa multinazionale, le disposizioni dei codici di condotta internazionali sono, infatti, concepite in unottica interstatuale: stante la loro assoluta non vincolativit, lefficacia in senso lato obbligatoria che un dato codice suscettibile di assumere dovr pur sempre essere costruita tra gli Stati, alla discrezionalit dei quali rimessa ladozione di normative nazionali conformi. Ci equivale a dire che ogni norma di un codice di condotta internazionale, formalmente indirizzata alle imprese multinazionali, potrebbe, in linea di principio, risolversi in un rapporto diritto/obbligo fra Stato ospite e Stato dorigine, giammai fra impresa multinazionale e Stato (ospite o dorigine). In tal modo, si ritorna alle considerazioni svolte in precedenza in ordine allopportunit di indirizzare le norme dei codici di condotta agli uni o agli altri Stati370.

370

Cfr. infra, Cap. 3, par. 3.1.1.2.

125

3.1.2.2 La volontaria osservanza dei codici di condotta Le regole indirizzate alle imprese multinazionali hanno dunque natura esortativa, e sono finalizzate ad influenzare il comportamento delle imprese stesse piuttosto che a stabilire dei veri e propri obblighi371. Le difficolt di sottoporre direttamente ad una disciplina internazionale enti privi di personalit internazionale372 pongono quindi un ulteriore ostacolo sulla strada della imposizione dei codici di condotta. Se la mancanza di soggettivit internazionale delle imprese impedisce di considerare queste ultime come dirette destinatarie di norme internazionali, le disposizioni dei codici di condotta indirizzate alle imprese multinazionali possono comunque rivestire un ruolo centrale, in un contesto di autoregolamentazione di queste ultime, le quali possono cio decidere di propria volont di aderire ai codici di condotta o alle linee-guida e di conformarsi alle disposizioni in essi contenute. La spontanea adesione delle imprese multinazionali alle norme di comportamento eteronome si giustifica, dal punto di vista delle imprese stesse, con la propensione di queste ad osservare delle regole nella misura in cui ci possa consentir loro di pretendere un comportamento corretto anche da parte degli Stati, e quindi di evitare per quanto possibile ostacoli nel perseguimento dei propri obiettivi e delle proprie attivit373. In molti casi le imprese multinazionali si sono dimostrate in grado di tener conto dellevoluzione del quadro mondiale e delle istanze degli Stati
371

Cfr. DI BLASE, ibidem, pagg. 422 423.

372

Cfr. SACERDOTI, I Casi delle Preferenze Generalizzate, del Fondo Comune per i Prodotti di Base, dei Codici di Condotta, 1994, op. cit., pag. 140.
373

Cfr. DI BLASE, ibidem, pag. 423.

126

ospiti, in particolare di quelli meno avanzati, per un maggiore controllo e partecipazione374, nei limiti in cui ci non potesse arrecare dei pregiudizi per lassetto globale dellimpresa, ma anzi fosse idoneo a portare maggiori vantaggi allimpresa stessa dal punto di vista di un trattamento corrispettivamente favorevole da parte degli Stati ospitanti gli investimenti. Storicamente questo atteggiamento collaborativo ed aperto ha caratterizzato soprattutto quelle imprese multinazionali meno dotate di punti di forza tecnologici monopolistici e pi dipendenti al contrario da materie prime e capitali esterni, nonch le imprese pubbliche, le quali spesso sono tenute a considerare anche finalit di cooperazione internazionale tra Stati dorigine e Stati ospiti375. E evidente come una prospettiva di tale genere, improntata alla spontanea collaborazione ed alla sinallagmaticit dei vantaggi per le imprese e per gli Stati piuttosto che alla imposizione ed alla contrapposizione degli interessi, appaia come molto allettante per tutti gli attori coinvolti. Si spiega cos come sia, realisticamente, pi facile ottenere la cooperazione delle imprese attraverso la predisposizione di strumenti non vincolanti come appunto i codici e le linee-guida oggetto della presente trattazione i quali comprendano anche degli impegni di comportamento corretto e trattamento giusto ed equo da parte degli Stati, affinch le imprese -contando su un clima internazionale non conflittuale e quindi vantaggioso per gli investimenti - siano incentivate ad aderire spontaneamente ai codici ed a svolgere le proprie attivit in modo davvero conforme alle regole di condotta. Unaltra considerazione si impone al riguardo. Abbiamo test osservato che le norme di condotta non vincolanti che si rivolgono alle imprese multinazionali, pur non potendo far nascere degli obblighi in capo alle stesse, possono svolgere la utile funzione di principi di correttezza cui le

374

Cfr. SACERDOTI, Le Multinazionali tra Controllo dei Paesi dOrigine ed Interessi dei Paesi Ospiti, 1994, op. cit., pag. 705.
375

Cfr. SACERDOTI, ibidem.

127

imprese possono adeguarsi spontaneamente ed a cui possono ispirarsi nel proprio operare. Al contrario, Binding provisions addressed to multinational enterprises are misplaced376. Le imprese multinazionali infatti sono gi soggette alla regolamentazione sia del loro Stato di origine che dello Stato sul cui territorio lattivit multinazionale incide. E allora possibile sostenere che uno strumento internazionale, che aggiunga una ulteriore voce a quelle che gi si rivolgono alle imprese, potrebbe aggravare il clima delle relazioni commerciali internazionali. Il ruolo delle disposizioni contenute nei codici di condotta le quali si rivolgono direttamente alle imprese multinazionali non dovrebbe essere dunque quello di controllare lattivit delle imprese, ma piuttosto quello di indicare alle stesse dei percorsi condivisi di giustizia, correttezza ed equit in relazione alle tematiche centrali del rispetto dei diritti umani (con particolare riguardo ai diritti del lavoratore e del consumatore), dello sviluppo sostenibile, della tutela dellambiente, della sovranit degli Stati. 3.2 I codici di condotta nella prospettiva dello sviluppo del diritto internazionale consuetudinario La stessa veste giuridica dei codici di condotta adottati dalle organizzazioni internazionali ci mostra, come abbiamo pi volte osservato nel corso della presente trattazione, che la propensione dei negoziatori stata, quasi costantemente, quella di adottare strumenti giuridici non vincolanti. Nonostante la attitudine critica verso linesistenza di un effettivo regime internazionale delle imprese multinazionali, emersa a partire dagli anni 90 377 e che ha portato ai tentativi, condotti in sede OECD e nellambito del WTO, di elaborazione di un codice di condotta vincolante, la permanente
376

Cfr. WALLACE, Directives to MNEs, 2002, op. cit., pag. 1098. Cfr. infra, Cap. 2, par. 2.2.4.

377

128

divergenza di interessi tra gli Stati, nonch il differente grado di sviluppo economico che ancora incide pesantemente nei rapporti tra Nord e Sud del mondo, ha evidenziato come si sia ancora lontani dal poter affrontare i problemi legati alla multinazionalizzazione delleconomia attraverso uno strumento multilaterale vincolante che non consista solo di norme vaghe e formulate in tenore di compromesso, ma che al contrario superi il minimo comune denominatore dei principi di diritto internazionale gi consolidati ed osservati nella prassi dagli Stati378. Alla luce di queste considerazioni, appare necessario soffermarsi su un particolare significato giuridico che i codici di condotta non vincolanti sono suscettibili di assumere sul piano del diritto internazionale: sarebbe a dire, la astratta capacit di un codice di condotta, sia esso adottato ma con valore meramente esortativo o programmatico, sia esso fermo allo stadio di progetto, di fungere da sostrato materiale per lo sviluppo del diritto internazionale consuetudinario379. La consuetudine, fonte idonea a creare norme di diritto internazionale generale, vincolanti tutti i membri dellla comunit internazionale380, definita dallo Statuto della International Court of Justice come una evidence of a general practice accepted as law381. Questa definizione illustra in modo preciso come la consuetudine si componga di due elementi costitutivi: la diuturnitas, cio la ripetizione costante di un comportamento da parte di tutti gli Stati (elemento materiale) e lopinio iuris ac necessitatis, ossia la convinzione generale che tale comportamento sia conforme a diritto (elemento psicologico)382.
378

Cfr. SANDERS, Implementing International Codes of Conduct for Multinational Enterprises, in The American journal of Comparative Law, 1982, vol. 30, pag. 216.
379

Cfr. ODDENINO, , pag. 70. Cfr. RONZITTI, La Consuetudine, 2004, op. cit., pag. 130.

380

381

Cfr. Charter of the United Nations, Cap. XIV: Statute of the International Court of Justice, Cap. II, art. 38.
382

Cfr. RONZITTI, ibidem, pag. 128.

129

Il soft law pu contribuire alla formazione del diritto consuetudinario internazionale: in particolare, una serie ripetuta di risoluzioni delle organizzazioni internazionali pu contribuire alla creazione di consuetudini internazionali383, sempre che ne sussistano i requisiti: in particolare le risoluzioni possono contribuire al consolidamento dellopinio iuris384. E da sottolineare tuttavia come solo la pratica degli Stati possa far nascere, unita al sentimento di obbligatoriet, una consuetudine internazionale basata sul contenuto dei codici385. Dunque da smentire lipotesi secondo la quale anche la volontaria osservanza dei codici di condotta internazionali da parte delle imprese multinazionali386 potrebbe concretare lelemento materiale della diuturnitas. La consuetudine internazionale non pu che nascere dalla diuturnitas e dallopinio juris dei soggetti di diritto internazionale, a nulla rilevando dunque la prassi uniforme e reiterata delle imprese multinazionali nel seguire le norme di condotta, a fronte della mancanza in capo alle imprese in questione della soggettivit giuridica internazionale387. Bisogna del resto rilevare come, in ordine alla possibilit che le norme dei codici di condotta possano fungere da base per la creazione di una consuetudine internazionale, non vale ad escludere il requisito della opinio iuris ac necessitatis la circostanza della enunciazione di volontariet contenuta nei codici.

383

Cfr. RONZITTI, Il Soft Law, 2004, op. cit., pag. 148. Cfr. infra, Cap. 2, par. 2.2.2.1. Cfr. ODDENINO, bidem. Cfr. infra, Cap. 3, par. 3.1.2.2. Cfr. infra, Cap.1, par. 1.2 e Cap.3, par. 3.2.1.2.

384

385

386

387

130

Vale a dire, il fatto che gli stessi codici si dichiarino come non legalmente vincolanti non esclude il formarsi dellelemento psicologico della consuetudine, poich tale requisito e la consuetudine stessa sono suscettibili di formarsi allesterno del codice di condotta388: la non vincolativit del codice non potrebbe dunque escludere una evoluzione che si svolge, per cos dire, al suo esterno. Vediamo dunque come la gamma di effetti giuridici producibili dai codici di condotta per le imprese multinazionali adottati dalle organizzazioni internazionali non si esaurisca nel loro carattere non vincolante. Al contrario i codici e le linee-guida in questione sono suscettibili di offrire una fondamentale piattaforma da cui si possano sviluppare delle vere e proprie norme cogenti, obbligatorie per tutti gli attori sulla scena internazionale, come le norme di diritto internazionale consuetudinario, le quali costituiscono rules and principles that continue to provide the indispensable background against which other legal norms appear389. 3.3 La prospettiva transnazionale Nonostante loggetto della presente indagine sia circoscritto al fenomeno dei codici di condotta internazionali per le imprese multinazionali390, sarebbe a dire a quei codici di condotta che sono posti da soggetti esterni allimpresa multinazionale391 ed in particolare dalle organizzazioni internazionali, non possibile concludere una trattazione in materia senza accennare ad un ulteriore livello sul quale pu esplicarsi la regolamentazione della condotta delle imprese multinazionali.
388

Cfr. ODDENINO, ibidem, pag. 71.

389

FATOUROUS, Towards an international agreement on foreign direct investment? in ICSID Review- Foreign Investment Law Journal, 1995, n. 10, pag. 188.
390

Cfr. infra, Cap. 2, par. 2.1. Cfr. infra, Cap. 1, par. 1.4.2.

391

131

Esiste infatti un terzo piano di controllo del comportamento delle imprese multinazionali, collocantesi in una prospettiva transnazionale, il quale trascende sia dalle due tradizionali estrisecazioni dellattivit normativa dello Stato (statale internazionale), sia dalla angolazione che vede lo stesso soggetto cui indirizzata lattivit normativa sottoporsi volontariamente alle norme eteronome. Tale approccio pu essere individuato nel fenomeno dei codici di condotta interni o corporate codes of conduct, cui abbiamo accennato brevemente in precedenza392. Il termine transnazionale qualifica infatti, nella letteratura giuridica quei fenomeni che non sono interamente inter-statali393 o meglio, prendendo a prestito la pi esplicita nozione politologica, quelle interazioni che attraversano i confini nazionali e che hanno per protagonista almeno un attore non governativo394. Lapproccio transnazionale aprirebbe la strada ad una visione pluralistica del diritto internazionale e quindi alleventualit che lo stesso possa essere creato non solo da quei tradizionali law-makers che sono gli Stati - operanti ora uti singuli ora nellambito di organizzazioni internazionali ma anche da soggetti non statali, quali appunto le imprese multinazionali, che ne sono i destinatari. Questo , almeno in linea generale, lo scenario in cui sinseriscono i codici di condotta interni o corporate codes of conduct, i quali in prima approssimazione possono essere definiti come decaloghi per lautodisciplina delle attivit svolte dalle imprese medesime.

392

Cfr. infra, Cap. 1, par. 1.4.1. Cfr. MERCIAI, ibidem, pag. 93.

393

394

Cfr. KEOHANE NYE, par. XII, in Transnational Relations and World Politics, Harvard University Press, 1972, Cambridge.

132

Si tratta di un fenomeno recente anche se la storia delle relazioni economico-giuridiche conserva la memoria di figure analoghe a quelle in esame. Prima dellavvento degli Stati moderni, a partire dallXI secolo, le potenti corporazioni mercantili sorte in ambito comunale, derogando,limitatamente ai rapporti commerciali, al diritto civile dellepoca, ponevano in essere, per rispondere ad esigenze pratiche legate ai traffici, degli statuti che, unitamente alle consuetudines mercatorum e alla giurisprudenza delle curiae mercatorum, davano corpo alla c.d. lex mercatoria o ius mercatorum. Si trattava di un ordinamento direttamente creato dalla classe mercantile, senza mediazione della societ politica, quantunque i mercatores fossero certamente da annoverarsi tra le classi dirigenti395. In epoca relativamente recente, si assiste alla nascita e allo sviluppo di un fenomeno analogo a quello succitato. Le imprese multinazionali, novelle corporazioni mercantili, senza la mediazione della sovranit degli Stati, formano da s e per s delle regole di comportamento. Si tratta per lappunto dei corporate codes of conduct o codici interni, statuti corporativi che, assieme agli usi del commercio internazionale ed alle sentenze dei tribunali arbitrali cui le imprese multinazionali sottopongono le loro controversie, sembrano rimandare al concetto di lex mercatoria globale396,ovvero ad un ordinamento autonomo tanto rispetto alla dimensione statuale quanto a quella interstatuale, e che si pu pertanto definire come metastatualeo meglio transnazionale. I codici di condotta interni delle imprese multinazionali sono dei documenti volontariamente sottoscritti dalle imprese stesse: n il diritto interno n quello internazionale esibiscono norme imponenti alle imprese multinazionali di autodisciplinarsi dotandosi di un proprio codice di condotta. Essi raggruppano norme e principi non vincolanti - dacch sul piano formale nulla obbliga limpresa multinazionale ad adempiere agli impegni
395

Cfr. GALGANO, Introduzione, 2001, op. cit., pagg.9-11. Cfr. GALGANO, La Rinascita della Lex Mercatoria, 2001, op. cit., pagg. 238 240.

396

133

etici assunti - tesi a disciplinare la condotta sul mercato della stessa impresa sottoscrittrice. E da rilevare tuttavia come, nonostante tale carattere volontario e non vincolante, appaia palese che le imprese, annunciando pubblicamente di aver sottoscritto un codice di condotta, espongono seriamente la propria credibilit397: ogni violazione denunciata da organizzazioni sindacali, dei consumatori o di altri stakeholders, e propagata dai mezzi di comunicazione, in grado di produrre ripercussioni, anche finanziarie, per la societ. Ladozione di codici di condotta interni da parte delle imprese multinazionali ha svolto e continua a svolgere una funzione prevalentemente economica. In primo luogo infatti, i codici in questione rappresentano una tecnica pubblicitaria difensiva, cio un espediente volto a proteggere la reputazione del marchio che contraddistingue i prodotti dellimpresa multinazionale398. Come abbiamo gi sottolineato in precedenza399 infatti, la globalizzazione delleconomia sempre pi al centro del dibattito pubblico, per gli effetti negativi, che da alcune parti le vengono addebitati, riguardanti questioni essenziali del vivere civile400: le imprese multinazionali sono state oggetto,
397

Cos si espresso FLYNN, Commissario Europeo responsabile per il lavoro, per le relazioni industriali e per gli affari sociali, al Simposio tenutosi a Bruxelles il 20 febbraio 1998 su Codici di Condotta e Standard Internazionali di Lavoro, pag. 4.
398

Cfr. LEVI-STRAUSS&CO Code of Conduct, 1991, disp. online: http://www1.umn.edu/humanrts/links/levicode.html. Tale codice di condotta esordisce ponendo in rilievo in modo netto tale funzione: Levi Strauss & Co. seeks to conduct its business in a responsible manner. We believe this is an important element of our corporate reputation which contributes to the strength of our commercial success. Sul punto il codice ritorna in modo pi esplicito anche nel preambolo della sua seconda parte (Country Assessment Guidelines): The diverse cultural, social, political, and economic circumstances of the various countries where Levi Strauss & Co. has existing or future business raise issues that could subject our corporate reputation and therefore, our business success, to potential harm. (...) In making (...) decisions, we consider the degree to which our global corporate reputation and commercial success may be exposed to unreasonable risk. Specifically, we assess whether the brand image would be adversely affected by a country's perception or image among our customers and/or consumers
399

Cfr. infra, Cap. 1, par. 1.3.1.

400

Cfr. VALDANI BERTOLI, Gli Aspetti Controversi dellApertura dei Mercati, 2003, op. cit., pag. 35.

134

negli ultimi anni, di forti critiche in relazione alla sostenibilit ecologica delle loro attivit ed al comportamento da esse tenuto, in particolar modo nei confronti dei lavoratori dei paesi in cui le aziende dislocano le diverse fasi di produzione. Tali contestazioni sono spesso sfociate in campagne di sensibilizzazione, o di vero e proprio boicottaggio, nei confronti delle imprese multinazionali. In secondo luogo, i codici interni si configurano come una tattica concorrenziale non predatoria, la quale procura allimpresa multinazionale che lattua un vantaggio competitivo sui rivali rimasti inerti sul piano dellassunzione di impegni etici401. Nel contesto attuale, in cui la societ civile si dimostra sempre pi consapevole ed attenta nei confronti delle tematiche attinenti al comportamento delle imprese multinazionali, la creazione di marchi etici402, che indichino cio dei prodotti o servizi resi nel rispetto di standars ambientali e sociali, suscettibile di creare un vantaggio economico considerevole per le imprese multinazionali. Infine, i codici in questione possono essere considerati espressione di una strategia politica preventiva perseguita dalle imprese multinazionali al fine di conseguire un trattamento favorevole da parte dei paesi ospiti degli investimenti403.
401

Il codice della Texas Instruments non fa segreto di perseguire proprio lesposta funzione: The company is competing to win at a global level (). The success (...) depends greatly upon the companys representatives understanding the ethical standards and expectations of others. Cfr. TEXAS INSTRUMENTS Code of Conduct, 1995, Ethics in a Global Market, disp. online: http://www.ti.com/corp/docs/csr/index.shtml? DCMP=TIHomeTracking&HQS=Other+OT+home_social.
402

Per quanto attiene in particolare al fenomeno del c.d. social labelling, quale sistema di etichettatura volto ad informare e garantire il consumatore circa il rispetto di talune norme sociali nella produzione del bene che viene acquistato, cfr. in generale HILOWITZ, Label Social et Lutte contre le Travail des Enfants: quelque Rflections, in RIT, 1997, pag.231.
403

Il codice di condotta della Provident Mutual persegue consapevolmente la menzionata funzione politica: The Provident Mutual organization is committed to achieving high standards of business () ethics ().Through performance in accordance with these standards, the Organization (...) will merit and enjoy the respect of the (...) regulatory authorities. Cfr. PROVIDENT MUTUAL Code of Conduct, disp. online: http://www.itcilo.it/english/actrav/telearn/global/ilo/code/main.htm.

135

In questottica dunque, i corporate codes of conduct mirano ad ottenere un effetto non dissimile, mutatis mutandis, da quello che le imprese multinazionali si propongono di conseguire attraverso la volontaria osservanza dei codici di condotta adottati dalle organizzazioni internazionali404. Lesistenza stessa del fenomeno dei codici di condotta interni rivela un altro aspetto: la necessit di criteri normativi capaci di determinare un quadro complessivo ed esauriente delle regole cui ogni ramo dellimpresa multinazionale si deve attenere405, e nellambito del quale si devono muovere le direttive del management negli Stati in cui essa opera. In realt si deve sottolineare come il valore e la portata che tali codici possono assumere siano percepiti in modi diversi. Un rapporto dellOECD sui codici di condotta interni406 identifica una gamma di posizioni che va dalla considerazione degli stessi come un primo passo per lo sviluppo della capacit dellimpresa di adattarsi flessibilmente alle esigenze delle singole realt regionali e dei vari stakeholders, pur mantenendo unidentit definita, alla idea che si tratti di meri strumenti di relazioni pubbliche che devono essere sostituiti al pi presto da un quadro normativo di fonte statuale o internazionale. Al di l dei diversi punti di vista, resta il dato oggettivo dellaumento della diffusione di questo genere di dispositivi, che sono destinati a regolare (o a cercare di regolare) la condotta delle imprese multinazionali nei rapporti interni ed esterni407. In tale contesto, si reinserisce la tematica, centrale per la presente trattazione, del ruolo dei codici di condotta esterni adottati o comunque elaborati dalle organizzazioni internazionali.

404

Cfr. infra, Cap. 3, par. 3.1.2.2.

405

Cfr. GILLERIO, I Codici di Autoregolamentazione, in Centro Studi per la Lex Mercatoria: Il Commercio Internazionale, Acton Institute for the Study of Religion and Liberty, 2005, Ottawa, disp. online: http://www.acton.org/ital/ppolicy/trade/trade060904.html.
406

Cfr. OECD, Corporate Responsibility: Private Initiatives and Public Goals, OECD Publication, 2001, Parigi.
407

Cfr. GILLERIO, ibidem.

136

Si pu infatti ritenere che lopera di codificazione della condotta delle imprese multinazionali, svolta dalle organizzazioni internazionali nel corso degli anni, possa espletare una influenza fondamentale nellevoluzione e nel perfezionamento delle disposizioni dei codici interni. Il recepimento, negli strumenti di autoregolamentazione delle imprese, dei principi espressi nelle pi importanti guidelines internazionali, restituisce a queste ultime la dignit del punto di riferimento centrale e di risultato pi alto nel processo di responsabilizzazione delle imprese multinazionali; inoltre, fa s che gli stessi codici interni possano ambire a costituire un effettivo e flessibile elemento di tale processo.

CONSIDERAZIONI CONCLUSIVE Il fenomeno dell'internazionalizzazione dell'economia, che ha

conosciuto una vera e propria esplosione negli ultimi decenni, stato accompagnato dall'affermazione delle grandi imprese multinazionali come

137

attori di primaria importanza. Le caratteristiche comuni di queste entit, con particolare riferimento alla produzione diversificata, alla delocalizzazione delle filiali in vari Stati e alla presenza dei prodotti su molti mercati, danno una idea della dimensione mondiale del fenomeno, ed insieme, dei problemi di natura regolamentare che lo stesso in grado di sollevare. Per quanto riguarda il primo aspetto, la globalizzazione delleconomia mondiale riduce la dipendenza dellimpresa multinazionale da un particolare mercato, le cui fasi critiche dovute a cicli congiunturali negativi possono essere in tal modo controbilanciate da un riorientamento anche temporaneo verso altri mercati in cui limpresa opera408. Lapproccio globale ideale prevede dunque una contemporanea presenza nei paesi in via di sviluppo, e nei paesi industrializzati. Il raggiungimento di suddetta dimensione mondiale da parte delle imprese multinazionali dettata soprattutto da una strategia che tiene conto dei costi di produzione relativi nei vari paesi, nella ricerca della allocazione pi efficiente delle varie fasi della produzione, finalizzata allottenimento del massimo profitto : La ricerca di migliori condizioni di costo stata sino ad oggi forse il fattore che pi potentemente ha stimolato il processo di internazionalizzazione delle imprese409 Nella logica imprenditoriale, i temi etici afferenti al rispetto dei diritti umani, alla tutela dellambiente, alla coordinazione con gli interessi degli Stati sui cui territori incide lattivit degli investitori rilevano solo in quanto siano in grado di influire sulle prospettive economiche dellimpresa. Per ci che attiene al secondo profilo, e dunque ai problemi di natura normativa, essi sorgono nel momento in cui queste imprese sfuggono, data la loro natura di entit il cui ambito operativo trascende le frontiere dei singoli Stati, alla territorialit della legislazione statale; daltro canto, emerge la difficolt del diritto internazionale nel dotarsi di meccanismi vincolanti per imporre alle imprese multinazionali dei doveri di comportamento, a causa
408

Cfr. CUCINO, LApproccio Globale ai Mercati Esteri, 2002, op. cit., pag. 97.

409

Cfr. VALDANI BERTOLI, Lo Sviluppo Internazionale delle Imprese, 2003, op. cit., pag. 23.

138

della persistente incapacit di raggiungere una posizione condivisa nella comunit interstatuale e della mancanza di soggettivit internazionale delle imprese in questione, che impedisce di configurare in capo alle stesse degli obblighi giuridicamente sanzionabili. Lo sforzo, compiuto a livello internazionale, per ladozione di strumenti in grado di quantomeno codificare in modo sistematico i principi etici per le imprese multinazionali, si evidenzia dunque come il pi alto punto di arrivo nel processo di responsabilizzazione degli operatori economici multinazionali, e si pone inoltre come lindispensabile piattaforma per le iniziative future. Pur con i limiti dovuti alla mancanza di forza vincolante, e con le lacune imputabili alla necessit di tralasciare i punti maggiormente controversi e su cui pi acceso si sviluppato il conflitto tra le divergenti posizioni degli Stati, i codici di condotta per le imprese multinazionali non cessano dunque di rivestire una funzione attuale. Nel 1999, durante il World Economic Forum di Davos, in Svizzera, lallora Segretario Generale delle Nazioni Unite Kofi Annan invitava i leader delleconomia mondiale ad aderire al Global Compact, un Patto globale che unisce imprese, agenzie delle NU, organizzazioni del lavoro e della societ civile, nel promuovere la responsabilit sociale dellimpresa attraverso il rispetto e la promozione di nove principi fondamentali nel 2004 ne stato aggiunto un decimo attinente alla lotta alla corruzione - relativi ai diritti umani, al lavoro e allambiente, e derivati dalla Universal Declaration of Human Rights410 , dalla Tripartite Declaration dellILO411 e dalla Rio Declaration on Environment and Development412.

410

ASSEMBLEA GENERALE DELLE NAZIONI UNITE, Universal Declaration of Human Rights, Ris. AG 217 (III) del 10 Dicembre 1948.
411

Cfr. ILO GOVERNING BODY, Tripartite Declaration of Principles concerning Multinational Enterprises and Social Policy, Ginevra, 16 Novembre 1977, doc. OB Vol. LXI, 1978, Series A, No. 1, come emendate nel 2001 e nel 2006.
412

The United Nation Conference on Environment and Development, Rio de Janeiro 3-14 Giugno 1992, Rio Declaration on Environment and Development, doc. A/CONF.151/26.

139

Il Global Compact chiede alle imprese di integrare i suoi principi nelle loro attivit e di impegnarsi in progetti e iniziative d'impresa che sostengano i principi stessi. Si tratta di un ulteriore passo in avanti sul percorso di una maggiore consapevolezza della responsabilit etico-sociale delle imprese multinazionali, pur fornendo solo un quadro di riferimento la cui implementazione si basa sulla scelta volontaria delle imprese. Nel 2003 la Sub-Commission on the Promotion and Protection of Human Rights delle Nazioni Unite approvava le Norms on the Responsibilities of Transnational Corporations and other Business Enterprises with regard to Human Rights. Si tratta di un documento che dichiara la necessit di una regolamentazione delle attivit delle imprese dal punto di vista del rispetto dei diritti umani, dal momento che Le imprese possono operare discriminazioni (ad esempio nei confronti degli iscritti ai sindacati, o delle donne, o di un lavoratore affetto da HIV o disabile). Inoltre i processi di produzione hanno un impatto sulle vite e sulla salute delle persone, sull'ambiente e sulle comunit. Terzo punto fondamentale che le loro attivit possono essere cos strettamente associate con governi oppressivi, da divenire complici in abusi sui diritti umani413. Nellaffermare la responsabilit primaria degli Stati in merito alla tutela dei diritti umani, le Norms sottolineano tuttavia come anche alle imprese siano oggi imputabili dei doveri precisi: Within their respective spheres of activity and influence, transnational corporations and other business enterprises have the obligation to promote, secure the fulfilment of, respect, ensure respect of and protect human rights recognized in international as well as national law, including the rights and interests of indigenous peoples and other vulnerable groups414
413

Cfr. David Weissbrodt, Presidente della UN Sub-Commission on the Promotion and Protection of Human Rights, citato da CASTALDI, Imprese pi Responsabili, in Mondodomani, n. 2/2004, Comitato Italiano per l'UNICEF Onlus, 2004, Roma, disp. online: http://www.unicef.it/flex/cm/pages/ServeBLOB.php/L/IT/IDPagina/1065.
414

Cfr. UN Sub-Commission on the Promotion and Protection of Human Rights, 2003, Norms on the Responsibilities of Transnational Corporations and other Business Enterprises with regard to Human Rights, doc. E/CN.4/Sub.2/2003/12/Rev.2, art. 1.

140

Le Norms non hanno carattere vincolante; non si tratta di una convenzione formale aperta alla ratifica degli Stati, tuttavia costituiscono un passo in avanti rispetto agli altri standards in vigore, rappresentato dalla mancanza di clausole presenti al contrario nella Tripartite Declaration dellILO415 e nelle Guidelines dellOECD416 - che ne sottolineano la natura non normativa. Come possiamo vedere, il percorso delle organizzazioni internazionali, verso la realizzazione di un sistema in cui le imprese multinazionali operino in armonia coi principi di una responsabilit etica, non giunto alla conclusione, ma al contrario mostra continui, attuali segni di evoluzione. Sono questi stessi segni, queste stesse, recenti o contemporanee, iniziative che danno una risposta alla questione della possibilit che i codici di condotta per le imprese multinazionali, fenomeno che affonda le sue radici negli ormai lontani anni 70, rivestano ancora un qualche ruolo, ricoprano ancora una residua funzione. Le recenti tematiche, che emergono a seguito delle continue evoluzioni e della imposizione di nuovi attori nello scenario della comunit economica internazionale, lanciano nuove sfide al processo di responsabilizzazione delle imprese multinazionali: come rivela uno studio recente condotto dalla societ svizzera Prognos417, entro due anni la Cina sar in grado di rimpiazzare gli Stati Uniti e la Germania al vertice dellexport mondiale, e gi oggi le imprese di Pechino stanno trasferendo le fabbriche in Botswana dove il costo del lavoro inferiore a quello cinese.

415

Cfr. ILO GOVERNING BODY, Tripartite Declaration of Principles concerning Multinational Enterprises and Social Policy, Ginevra, 16 Novembre 1977, doc. OB Vol. LXI, 1978, Series A, No. 1, come emendate nel 2001 e nel 2006, par. 7.
416

Cfr. OECD, International Investment and Multinational Enterprises Declaration by the Governments of OECD Member Countries: Guidelines for Multinational Enterprises, 21 Giugno 1976 (OECD, Paris, 1976), 4 ediz., 2000 [OECD doc. C(2000)96/REV1], Introduction, par. 6. 417 Cfr. PROGNOS REPORT, Report pubblicato il 23 Gennaio 2007, disp. (a titolo oneroso) online: http://www.prognos.com, parzialmente riportato in TRAMBALLI, in Arginare il Protezionismo, Il Sole-24 Ore del 25 Gennaio 2007, pag. 9.

141

Il problema di fondo quello di riuscire a dare alla globalizzazione un volto pi umano, come ha sottolineato di recente il cancelliere tedesco Angela Merkel, nel corso del suo intervento durante il World Forum di Davos, pur nella consapevolezza che within individual economies the consequences of globalization vary widely, and that there are still many countries cut off from the global upswing. In addition, the global competition is accelerating the rate of destruction of natural resources. It is obvious that many of the answers found to these questions to date no longer work properly, or that we still don't have answers to many questions418.

RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI

MONOGRAFIE:

AA. VV., Essays in Honour of Philip C. Jessup, Columbia University Press, 1972, New York.
418

Cfr. Opening Address by Angela Merkel, Chancellor of the Federal Republic of Germany, at the World Economic Forum on 24 January 2007 in Davos, in World Economic Forum Annual Meeting 2007, 24-28 Gennaio, disp. online: http://www.weforum.org/pdf/AM_2007/merkel.pdf

142

ACCONCI, Il Collegamento tra Stato e Societ in Materia di Investimenti Stranieri, Cedam, 2002, Padova. ACCONCI, La Corporate Social Responsability quale Strumento di Contrasto della Corruzione, in SACERDOTI, Responsabilit dImpresa e Strumenti Internazionali Anticorruzione, Egea, 2003, Milano. BAADE, Individual Responsibility, in The Future of the International Legal Order, Vol. 4: The Structure of the International Environment, Princeton University Press, 1972, Princeton. BAADE, The Future of the International Legal Order, Vol. 4: The Structure of the International Environment, Princeton University Press, 1972, Princeton. BAADE, The Legal Aspects of Codes of Conduct for Multinational Enterprises, in HORN, Legal Problems of Codes of Conduct for Multinational Enterprises, Kluver, 1980, Deventer. BARBOZA et. al, Mlanges Offerts Hubert Thierry: lvolution du Droit International, Pdone, 1998, Parigi. BERTOLINI CASTALDI - LAGO, I Codici Etici nella Gestione Aziendale , Il Sole 24-Ore Libri, 1996, Milano. BLACK BLANK - HANSON, Multinationals in Contention: Responses at Governmental and International Levels, The Conference Board, 1978, New York. BORTOLOTTI, Diritto dei Contratti Internazionali, Cedam, 1997, Padova. BOWETT, The Law of International Institutions, Sweet & Maxwell Ltd, 1982, London. BREWER - YOUNG, The Multilateral Investment System and Multinational Enterprises, Oxford University Press, 1998, New York. BROCHES, Selected Essays. World Bank, ICSID and Other Subjects of Public and Private International Law, Martinus Nijhoff, 1995, Dordrecht. BULAJIC, Principles of International Development Law, Martinus Nijhoff, 1993, Dordrecht. CANTONI, Il contributo del gruppo della Banca mondiale alla promozione degli investimenti internazionali, in PORRO, Studi di diritto internazionale delleconomia, Giappichelli, 1999, Torino. CARBONE LUZZATTO, Il Contratto Internazionale, UTET, 1994, Torino.

143

CARREAU-JUILLARD, Droit International Economique, LGDJ, 1998, Paris. COMPA, Il Neoliberismo Internazionale, Giuffr, 1995, Milano. COMPA - DARRICARRERE, Private Labour Rights Enforcement Through Corporate Codes of Conduct, in Human Rights, Labour Rights, and International Trade, University of Pennsylvania Press, 1996, Philadelphia. CONFORTI, Diritto Internazionale, Editoriale Scientifica, 2002, Napoli. CONFORTI, Le Nazioni Unite, Cedam, 2000, Padova. CORM, Il Nuovo Disordine Economico Mondiale: alle Radici del Fallimento dello Sviluppo, Bollati-Boringhieri, 1994, Torino. CUCINO, 2002, La Politiche e Tecniche di Globalizzzazione: dal Baratto alla New Economy, Kappa, Roma. DE SCHUTTER, Transnational Corporation and Human Rights, Oxford, 2006, Portland. DELI, La Multilateral Investment Guarantee Agency, in GIARDINATOSATO, Diritto del Commercio Internazionale, Giuffr, 1996, Milano. DELLA CANANEA - NAPOLITANO, Per una Nuova Costituzione Economica, Il Mulino, 1998, Bologna. DI BLASE, Il Progetto NU di Codice di Condotta per le Societ Multinazionali, in GIARDINA-TOSATO, Diritto del Commercio Internazionale, Giuffr, 1996, Milano. DOLZER STEVENS, Bilateral Investments Treaties, Martinus Nijhoff, 1995, The Hague. DUNNING, Multinational Enterprises and the Global Economy, AddisonWesley, 1993, Wokingham. FATOUROS, The UN Code of Conduct on Transnational Corporations: problems of Interpretation and Implementation, in RUBIN HUFBAUER, Emerging Standards of International Trade and Investment: Multinational Codes and Corporate Conduct, Rowman & Allanheld, 1984, Totowa. FATOUROS, Towards an International Agreement on Foreign Direct Investment, in OECD, Towards Multilateral Investment Rules, OECD, 1996, Parigi.

144

FOCARELLI, Lezioni di Storia del Diritto Internazionale, Morlacchi, 2002, Perugia. FONTANA-CAROLI, Economia e Gestione delle Imprese, McGraw-Hill, 2003, Milano GALGANO, La Lex Mercatoria,Il Mulino, 2001, Bologna. GARCA-AMADOR, The Emerging International Llaw of Development. A New Ddimension of Iinternational Economic Law, Oceana, 1990, New York. GIARDINA TOSATO, Diritto del Commercio Internazionale, Giuffr, 1996, Milano. GIULIANO, Cooperazione allo Sviluppo e Diritto Internazionale, Giuffr, 1985, Milano. GIULIANO, La Cooperazione degli Stati e il Commercio Internazionale, Giuffr,1978, Milano. GRANDINETTI-RULLANI, La Teoria dellImpresa Multinazionale da Hymer a Dunning, in Impresa Transnazionale ed Economia Globale, La Nuova Italia Scientifica, 1996, Roma. HILBRONNER, Foreign Investment Protection in Developing Countries in Public International Law, in Reforming the International Economic Order, Oppermann Petersmann, 1987, Berlino. HOOD-YOUNG, The Economics of Multinational Enterprise, Longman, 1979, London. HORN, Legal Problems of Codes of Conduct for Multinational Enterprises, Kluver, 1980, Deventer. HORN, The Transnational Law of Iinternational Ccommercial Transactions, Kluwer, 1982, Antwerp. HOSSAIN CHOWDHURY, Permanent Sovereignty over Natural Resources in International Law, Principles and Practice, Pinter, 1984, London. KEOHANE NYE, Transnational Relations and World Politics, Harvard University Press, 1972, Cambridge. KLEINERT, The Role of Multinational Enterprises in Globalization, Springer-Verlag, 2004, Berlino.

145

KNICKERBOCKER, Oligopolistic Reaction and the Multinational Enterprise, Graduate School of Business Administration, Harvard University, 1973, Boston. KOJANEC, Investimenti allEestero. Internazionali, Cedam, 1970, Padova. Regime Giuridico e Garanzie

KRUGMAN OBSTFELD, Economia Internazionale, Teoria e Politica Economica, Hoepli, 1994, Milano. LEIPZIGER, The Corporate Responsibility Code Book , Greenleaf Publishing, 2003, Sheffield. MAKARCZYK, Principles of a New International Economic Order, Martinus Nijhoff, 1988, Dordrecht. MARTINES, Diritto Costituzionale, Giuffr, 1994, Milano. MAURO, Gli Accordi Bilaterali sulla Promozione e la Protezione degli Investimenti, Giappichelli, 2003, Torino. MERCIAI, Les Entreprises Multinationales en Droit International, Bruylant, 1993, Bruxelles,. MIGLIORINO, Gli Accordi Internazionali sugli Investimenti, Giuffr, 1989, Milano. MIGNOLLI, Il Centro Internazionale per la Soluzione delle Controversie in Materia di Investimenti, in GIARDINA TOSATO, Diritto del Commercio Internazionale, Giuffr, 1996, Milano. MUCHLINSKI, Multinational Enterprises and the Law, Blackwell, 1995, Oxford. MUCHLINSKI, Towards a Multilateral Investment Agreement (MAI): the OECD and WTO Models and Sustainable Development, in International Economic Law with a Human Face, Weiss Denters De Waart , 1998, The Hague. MURRAY, Corporate Codes of Conduct and Labour Standards, OIL Working Papers Bureau for Workers Activities (ACTRAV), 1996. ODDENINO, La Rilevanza dei Codici di Condotta nella Regolamentazione dellAttivit delle Imprese Multinazionali, in PORRO, Studi di Diritto Internazionale dellEconomia, Giappichelli, 1999, Torino.

146

PASCA DI MAGLIANO, Povert e Sviluppo, Teorie ed Esperienze a Confronto, SEAM, 2000, Roma. PELANDA SAVONA, Sovranit & Ricchezza, Sperling & Kupfer, 2004, Milano. PERREZ, Cooperative Sovereignty, Kluver Law International, 2000, The Hague. PERULLI, Diritto del Lavoro e Globalizzazione, Cedam, 1999, Padova. PICONE SACERDOTI, Diritto Internazionale dellEconomia: Raccolta Sistematica dei Principali Atti Normativi Internazionali e Interni, Franco Angeli, 1994, Milano. PICONE, Ordine Economico Internazionale, in PICONE-SACERDOTI, Diritto Internazionale dellEconomia, Franco Angeli, 1994, Milano. PORCHIA, I Soggetti nel Diritto Internazionale dellEconomia, in PORRO, Studi di Diritto Internazionale dellEconomia, Giappichelli, 1999, Torino. PRESTI RESCIGNO, Corso di Diritto Commericiale, vol. II: le Societ, Zanichelli, 2005, Bologna. RIOLO, Etica degli Affari e Codici Etici Aziendali, Edibank, 1995, Milano. RIVELLO, Diritto Internazionale dellAmbiente e Diritto Internazionale delleconomia, in PORRO, Studi di Diritto Internazionale dellEconomia, Giappichelli, 1999, Torino. RONZITTI, Introduzione al Diritto Internazionale, Giappichelli, 2004, Torino. RUBIN HUFBAUER, Emerging Standards of International Trade and Investment: Multinational Codes and Corporate Conduct, Rowman & Allanheld, 1984, Totowa. SACERDOTI, I Contratti tra Stati e Stranieri nel Diritto Internazionale, Giuffr, 1972, Milano, SACERDOTI, Stati e Imprese Multinazionali, in PICONE-SACERDOTI, Diritto Internazionale dellEconomia, Franco Angeli, 1994, Milano. SAUVANT - LAVIPOUR, Controlling Multinational Enterprises: Problems, Strategies, Counterstrategies, Westview Press, 1976, Boulder. SCARTEZZINI- ROSA, Le Relazioni Internazionali, Carocci, 1994, Roma.

147

SCHWEBEL, Justice in International Law: Selected Writings, Cambridge University Press, 1994, Cambridge. SCISO, LOMC 19952005. Bilanci e Prospettive, Luiss University Press, 2005, Roma. SERVAN-SCHREIBER, Le Dfi Amricain, Denol, 1967, Parigi. SHIHATA, Legal Treatment of Foreign Investment: the World Bank Guidelines, Martinus Nijhoff, 1993, Dordrecht. SORNARAJAH, Legal Treatment of Foreign Investment: the World Bank Guidelines, Martinus Nijhoff, 1993, Dordrecht. SORNARAJAH, The International Law on Foreign Investments, Cambridge University Press, 1994, New York. STIGLITZ; Etica, Politica Economica e Paesi in via di Sviluppo, in AA. VV, Globalizzazione: nuove ricchezze e nuove povert, Vita e Pensiero, 2001, Milano. TOUSCOZ, Transfert de Technologie, Socits Transnationales et Nouvel Ordre International, Presses Universitaires de France, 1978, Parigi. VALDANI-BERTOLI, Mercati Internazionali e Marketing, Egea, 2003, Milano. VALTICOS, Towards more Effective Supervision by International Organizations, Essays in Honour of Henry S. Scherrers, Martinus Nijhoff, 1994, Dordrecht. VENTURINI, LOrganizzazione Mondiale del Commercio, Giuffr, 2000, Milano. VILLIGER, Customary International Law and Treaties: A Manual on the Theory and Practice of the Interrelation of Sources, Kluver, 1997, The Hague. WALLACE, The Multinational Enterprises and Legal Control, Martinus Nijhoff, 2002, The Hague.

RIVISTE E PUBBLICAZIONI PERIODICHE:

148

ALESSI, Prospettive per una Disciplina dei Gruppi Multinazionali: in Particolare il Controllo Unilaterale, in Rivista del Diritto Commerciale e del Diritto Generale delle Obbligazioni, 1985, fasc. 5-8. ANGELO, Multinational Corporation, in Recueil Des Cours de lAcadmie de Droit International, 1968, n. 125. BAADE, The Legal Effects of Codes of Conduct for Multinational Enterprises, in German Yearbook of International Law, 1979, n. 2. BHMER, The Struggle for a Multilateral Agreement on Investment an Assessment of the Negotiation Process in the OECD, in German yearbook of international law, 1998, n. 216. BREWER YOUNG, The Multilateral Agenda for Foreign Direct Investment. Problems, Principles and Priorities for Negotiations at the OECD and WTO, in World competition Law and economics review, 1995, CASTAEDA, Valeur Juridique des Rsolutions des Nations Unis, Recueil Des Cours de lAcadmie de Droit International, 1970, n. 129. COCCIA, La clausola della nozione pi favorita, in Digesto delle Discipline Pubblicistiche, 1991, VII. CONN, Assessing the Impact of Preferential Trade Agreements and new rules of origin on the Extraterritorial Aplication of Antitrust Law to International Merger, in Columbia Law Review, 1993, n. 93. FATOUROS, Towards an International Agreement on Foreign Direct Investment? in ICSID Review Foreign Investment Law Journal, 1995, n. 10. FELICIANO, Legal Problems of Private International Business Enterprises: an Introduction to the International Law of Private Business Associations and Economic Development, in Recueil des Cours de lAcadmie de Droit International, 1966, n. 118. FONSECA, Codici di Condotta per le Multinazionali, in La Civilt Cattolica, 1981, fasc. 30144. GIARDINA, La Legge Regolatrice dei Contratti di Investimento nel Sistema ICSID, in Rivista di Diritto Internazionale Privato e Processuale,1982, n. 18. HILOWITZ, Label Social et Lutte contre le Travail des Enfants: quelque Rflections, in RIT, 1997, pag.231. HUU TRU, Les Codes de Condui: un Bilan, in Revue Gnrale de Droit International Public, 1992, vol. 96.

149

JUILLARD, Definition de lInvestissement, in Annuaire Franais de Droit International, CNRS, 1984, Parigi. KARL, On the Way to Multilateral Investment Rules Some Recent Policy Issues, in ICSID Review - Foreign Investment Law Journal, 2002, vol. 17, n. 2. KENDALL, Corporate Ownership: the International Dimension, in Columbia Journal of World Business, August 1969. LALL, Multinational Enterprises and Developing Countries: Some Issues for Research in the 1990s, in Millenium, 1991, n. 20. LEVI, Il Codice OCSE sulle Iimprese Multinazionali, in Giurisprudenza Commerciale, 1982, fasc. 2. LORETI, L' Elaborazione di un Codice di Cndotta delle Societ Multinazionali ad opera delle Nazioni Unite, in Il Diritto Comunitario e degli Scambi Internazionali, 1979, fasc. 2. NELLI FEROCI, Societ Multinazionali: verso un Codice di Condotta, in La Comunit Internazionale, 1978, fasc. 3. PARRA, Principles Governing Foreign Investments, as Reflected in National Investment Codes, in ICSID Review Foreign Investment Law Journal, 1992, vol. 7. ROWAT, Multilateral Approaches to Improving the Investment Climate of Developing Countries: the Cases of ICSID and MIGA, in Harvard International Law Journal, 1992, n. 33. RUBIN, Multinational Enterprises and National Sovereignty: a Skeptics Analysis, in Law and Policy in International Business, 1971, n. 83. SACERDOTI, Bilateral Treaties and Multilateral Instruments on Investment Protection, in Recueil des Cours de lAcadmie de Droit International, 1997, n. 269. SANDERS, Implementing International Codes of Conduct for Multinational Enterprises, in The American journal of Comparative Law, 1982, vol. 30. SCHMITTHOFF, Multinational Enterprises, in The New Law Journal, 1971, n. 121. SHIHATA, Promotion of Foreign Direct Investment a General Aaccount, with Particular Reference to the Role of the World Bank Group, in ICSID Review Foreign Investment Law Journal, 1991, vol. 6.

150

SHIHATA, Recent Trends Relating to Entry of Foreign Direct Investment, in ICSID Review Foreign Investment Law Journal, 1994, vol. 9. SHIHATA, The Multilateral Investment Guarantee Agency (MIGA) and the legal treatment of foreign investment, in Recueil des Cours de lAcadmie de Droit International, 1987, n. 203. TRAMBALLI, Arginare il Protezionismo, in Il Sole-24 Ore del 25 Gennaio 2007. TREVES, La Convenzione Istitutiva della MIGA come Codice di Condotta in tema di Investimenti, in Rivista di Diritto Internazionale Privato e Processuale, 1987, n.1. TREVES, Nazioni Unite e Imprese Multinazionali, in Rivista di Diritto Internazionale Privato e Processuale, 1978, n. 4. VALSANIA, Norme di Condotta per le Aziende allEstero USA, un Codice Etico per le Multinazionali, in Il Sole 24 Ore del 7 Giugno 1995,. WITHERELL, An Agreement on Investment, in The OECD Observer, Ottobre-Novembre 1996, CCII. WITHERELL, The OECD Multilateral Agreement on Investment, in UNCTAD Transnational Corporations Journal, 1995, Vol. 4, n. 2.

ARTICOLI E DOCUMENTI DISPONIBILI SUL WORLD WIDE WEB:

CASTALDI, Imprese pi Responsabili, in Mondodomani, n. 2/2004, Comitato Italiano per l'UNICEF Onlus, 2004, Roma, disp. online: http://www.unicef.it/flex/cm/pages/ServeBLOB.php/L/IT/IDPagina/1065. COLLINS, Codifying Corporate Accountability, in Multinational Monitor, 1990, Vol. 11, Num. 6, disp. online: http://multinationalmonitor.org/hyper/issues/1990/06/collins.html. Corporation Codes of Conduct, in International Labour Organization, disp. online: http://www.itcilo.it/english/actrav/telearn/global/ilo/code/main.htm. DE GASPARI, Una Sovranit Limitata, in Sintesi Dialettica, 2006, disp. online: http://www.sintesidialettica.it/Articolo.php?

151

titolo=t_unasovranitalimitata&autore=au_gaspari&articolo=a_unasovranitali mitata. DI MARIA, Corporate Welfare Mix:il Ruolo delle Imprese nel Fututo dello Stato Sociale, in Terre di Mezzo, n. 212, Maggio 2004, disp. online: http://www.terre.it/giornale/articoli/312.html. GILLERIO, I Codici di Autoregolamentazione, in Centro Studi per la Lex Mercatoria: Il Commercio Internazionale, Acton Institute for the Study of Religion and Liberty, 2005, Ottawa, disp. online: http://www.acton.org/ital/ppolicy/trade/trade060904.html. ICC ITALIA, LOrganizzazione Mondiale delle Imprese, 2006, disp. online : http://www.cciitalia.org/introduzione.htm. ICC, Il Ruolo dellImpresa nella Societ: LOfferta di un Contributo Positivo e Responsabile, International Chamber of Commerce, The World Business Organization,, 2002, Parigi. disp. online: http://www.cciitalia.org/pdf/businessinsociety.pdf. ILO, Bureau for workers activities, Codes of Conduct for Multinationals, disp. online: http://www.itcilo.it/english/actrav/telearn/global/ilo/guide/main.htm. ILO-ROMA, Ufficio dellILO per lItalia e San Marino, Storia: lILO, cos, cosa fa, 2006, disp. online: http://www.ilo.org/public/italian/region/eurpro/rome/aboutilo/history.htm. ISVI - Istituto per i Valori dImpresa, Il Codice di Comportamento Aziendale, 2006, disp. online: http://www.isvi.org. JENKINS, Corporate Codes of Conduct: Self Regulation in a Global Economy, in United Nations Research Institute for Social Development, 2001, disp. online: http://www.unrisd.org/unrisd/website/document.nsf/ (httpPublications)/E3B3E78BAB9A886F80256B5E00344278? OpenDocument. KING, The United Nations Human Rights Norms for Business and the UN Global Compact, King Zollinger & Co. Advisory Services, 2004, Zurigo, disp. online: http://www.ohchr.org/english/issues/globalization/business/docs/kingzollinger .pdf. LEAVER-CAVANAGH, Controlling Transnational Corporations, in Foreign Policy in Focus, 1996, vol 1, n. 6, disp. online: http://www.fpif.org/briefs/vol1/tncs.html.

152

LEVI-STRAUSS&CO Code of Conduct, 1991, http://www1.umn.edu/humanrts/links/levicode.html.

disp.

online:

MENDES CLARK, The Five Generations of Corporate Codes of Conduct and their Impact on Corporate Social Responsibility, in Human Rights Defence and Education Centre, 1996, disp. online: http://www.uottawa.ca/hrrec/publicat/five.html. MERKEL, Opening Address by Angela Merkel, Chancellor of the Federal Republic of Germany, at the World Economic Forum on 24 January 2007 in Davos, in World Economic Forum Annual Meeting 2007, 24-28 Gennaio, disp. online: http://www.weforum.org/pdf/AM_2007/merkel.pdf MINISTERO DEGLI AFFARI ESTERI, Banca Mondiale, in Grandi Temi: Cooperazione Economica, 2004, disp. online: http://www.esteri.it/ita/4_28_65_66.asp. PROVIDENT MUTUAL Code of Conduct, disp. http://www.itcilo.it/english/actrav/telearn/global/ilo/code/main.htm. online:

RODERICK-NOVA-WEISBROT, The Preamble Collaborative, in Writing the Constitution of a Single Global Economy - a Concise Guide to the Multilateral Agreement on Investments - Supporters' and Opponents' Views, Global Policy Forum, 1997, New York, disp. online: http://www.globalpolicy.org/socecon/bwi-wto/sforza.htm SPINA, Il Contrasto allElusione e allEvasione Fiscale, in Il Transfer Pricing tra Disciplina Normativa e Rilievi Operativi, Agenzia Entrate: Fisco nel Mondo, 2005, disp. online: http://www.fisconelmondo.it/modules/news/article.php?storyid=216. TEICHOVA, LEVY-LEBOYER, NUSSBAUM, Multinational Enterprise in Historical Perspective, in The English Historical Review, 1987, vol. 102, n. 404. THE SULLIVAN FOUNDATION, The Global Sullivan Principles, History & Evolution, 2006, disp. online: http://www.thesullivanfoundation.org/gsp/endorsement/history/default.asp. TRIULZI, voce Multinazionali,in Dizionario a cura del Coordinamento delle Organizzazioni Non Governative per la Cooperazione Internazionale allo Sviluppo, 2000, Bruxelles, disp. online: http://www.cocis.it/dizionario/page50.html. TSCHOFEN, Multilateral Approaches to Treatment of Foreign Investment, in ICSID Review Foreign Investment Law Journal, 1992, vol.7.

153

UNCTAD, Competition and Consumer Policies, in Competition and Trade Related Issues, 2000, Geneva, disp. online: http://r0.unctad.org/en/subsites/cpolicy/english/aboutus.htm. United Nations Global Compact, What is the Global Compact?, 2006, disp. online: http://www.unglobalcompact.org/AboutTheGC/index.html. ZELDENRUST-ASCOLY, Codes of Conduct for Transnational Corporation. An Overview, IRENE (International Restructuring in Industries and Services), 1998, disp. online: www.cleanclothes.org/codes/overvieuw.htm

CONVENZIONI INTERNAZIONALI, GIURISPRUDENZA E DOCUMENTI UFFICIALI:

Assemblea Generale delle Nazioni Unite, Carta dei Diritti e Doveri Economici degli Stati , Ris. AG 3281 (XXIX) del 12 Dicembre 1974. Assemblea Generale delle Nazioni Unite, Carta dei Diritti e Doveri Economici degli Stati (Ris. A.G. n. 3281 del 12 Dicembre 1974); Assemblea Generale delle Nazioni Unite, Dichiarazione Concernente lInstaurazione di un Nuovo ordine Economico Internazionale , Ris. AG 3201 (S-VI) del 1 Maggio 1974. Assemblea Generale delle Nazioni Unite, Programma dAzione Concernente lInstaurazione di un Nuovo ordine Economico Internazionale , Ris. AG 3202 (S-VI) del 1 Maggio 1974. Assemblea Generale delle Nazioni Unite, Programma dAzione concernente lInstaurazione di un Nuovo Ordine Economico Internazionale (Ris. A.G. n. 3202 del 1 Maggio 1974). Assemblea Generale delle Nazioni Unite, Universal Declaration of Human Rights, Ris. AG 217 (III) del 10 Dicembre 1948. Charter of the United Nations, Cap. XIV: Statute of the International Court of Justice. Commissione delle Nazioni Unite sulle Imprese Transnazionali, Report of the Second Session (Marzo 1976), UN doc. E/5782 (E/C.10/16). Commissione Europea, 2001, Libro Verde. Promuovere un Quadro Europeo per la Responsabilit Sociale delle Imprese, COM(2001)366 definitivo.

154

Consiglio Economico e Sociale delle Nazioni Unite, Introductory Note to the Transnational Corporation: Code of Conduct; Formulation by the Chairman, U.N. doc. E/C.10/AC.2/8 del 13 Dicembre 1978. Consiglio Economico e Sociale delle Nazioni Unite, Ris. 1721 (LIII), 28 Luglio 1972. Draft International Code of Conduct on the Transfer of Technology, U.N. doc. TD/CODETOT/25 del 2 Giugno 1980. FATOUROS, International Incorporation of Transnational Corporations: Possibilities and Problems, a Report to the U.N. Centre on Transnational Corporations, Marzo 1989. ILO Governing Body, Tripartite Declaration of Principles concerning Multinational Enterprises and Social Policy, Ginevra, 16 Novembre 1977, doc. OB Vol. LXI, 1978, Series A, No. 1, e successivi emendamenti. International Chamber of Commerce, 1974, Guidelines for International Investment, ICC Publications, Parigi. International Court of Justice, Rparation des dommages subis au service des Nations Unies, 11 aprile 1949, CIJ, Recueil 1949. Joint Statement by President Roosevelt and Prime Minister Churchill (Atlantic Charter), 14 Agosto 1941. LILIENTHAL, The Multinational Corporation, Carnegie Institute of Technology, Symphosium del 21-22 Aprile 1960. Marrakesh Agreement Establishing the World Trade Organization, 1995, e relativi allegati. OECD, 1976, International Investment and Multinational Enterprises Declaration by the Governments of OECD Member Countries,21 Giugno 1976 (OECD, Parigi, 1976). OECD, 2001, Corporate Responsibility: Private Initiatives and Public Goals, OECD Publication, Parigi. OECD, Committee on International Investment and Multinational Enterprises, Convention on Combating Bribery of Foreign Public Officials in International Business Transactions and related Documents , 1997, doc. DAFFE/IME/BR(97)20. OECD, Convention on the Organization for Economic Co-operation and Development, Parigi, 14 Dicembre 1960, U.N:T:S: 12736.

155

OECD, International Investment and Multinational Enterprises Declaration by the Governments of OECD Member Countries: Guidelines for Multinational Enterprises, 21 Giugno 1976 (OECD, Paris, 1976), 4 ediz., 2000 [OECD doc. C(2000)96/REV1]. OECD, Negotiating Group on the Multilateral Agreement on Investment (MAI), The Multilateral Agreement on Investment Draft Consolidated Text, 22 Aprile 1998, doc. DAFFE/MAI(98)7/REV1. The Energy Charter Treaty, 14 Dicembre del 1994, Energy Charter Conference doc. EECH/A1/en1. The United Nation Conference on Environment and Development, 1996, World Investment Report 1996: Investment, Trade and International Policy Arrangements, Nazioni Unite, New York. The United Nation Conference on Environment and Development, Rio de Janeiro 3-14 Giugno 1992, Rio Declaration on Environment and Development, doc. A/CONF.151/26. The United Nation Conference on Environment and Development, Set of Multilaterally Agreed Equitable Principles and Rules for the Control of Restrictive Practices, doc. TD/RBP/CONF/10 del 2 Maggio 1980. The World Bank, 1992, Guidelines on the Treatment of Foreign Investment, The World Bank, Washington D.C. UN Draft Code of Conduct for Transnational Corporations, UN doc. E/1988/39/Add.1 del 1 Febbraio 1988, e relative revisioni: UN doc. E/1990/94 del Giugno 1990, UN doc. E/C.10/1992/9 del Febbraio 1992. UN Special Session and Secretary-General, 1988, Doc. E/1988/39/Add.1. del 1 Febbraio 1988. UN Sub-Commission on the Promotion and Protection of Human Rights, 2003, Norms on the Responsibilities of Transnational Corporations and other Business Enterprises with regard to Human Rights, doc. E/CN.4/Sub.2/2003/12/Rev.2, art. 1. United Nation Sub-Commission on the Promotion and Protection of Human Rights, 2003, Ris. E/CN.4/Sub.2/2003/12/Rev.2. Vertrag zur Frderung und zum Schutz von Kapitalangen / Treaty for the promotion and Protection on Investment , Repubblica Federale di Germania Pakistan, 25 Novembre 1959, U:N:T:S. 6575, BGBI 1961 II S. 794-803.

156

WTO Ministerial Declaration WT/MIN(01)/DEC/W/1.

of

November

1,

2001,

doc.

WTO, Decision Adopted by the General Council on 1 August 2004, WT/L/579, 2 August 2004, par.1 (g).