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S. Verde Massima sicurezza. Dal carcere speciale allo stato penale Odradek ed. - 2002

CAPITOLO 6 - DALLE MANI TESE DELLAIUTO, ALLE MANI IN ALTO DELLA REPRESSIONE

A) Miseria del riformismo penitenziario


Come abbiamo visto il 1990 un anno decisivo per le politiche del controllo penale nel nostro paese. Passa la nuova legge sulle tossicodipendenze (Craxi-Iervolino-Vassalli); Claudio Martelli firma il primo provvedimento organico di governo dei flussi migratori; viene presentata in Parlamento una importante proposta per linasprimento della lotta alle organizzazioni mafiose; per ci che riguarda il penitenziario, si smilitarizza il corpo degli agenti di custodia. Un anno prima, era entrato in vigore il nuovo codice di procedura penale. In questanno di svolta i temi della sicurezza e del crimine e, per converso i sentimenti della paura e dellallarme, riappaiono prepotentemente sulla scena pubblica, diventando oggetto di una costante attenzione dei media, ed il carcere, la sua minaccia e il suo uso, ritornano al centro delle strategie di costruzione del consenso. Massimo Pavarini ha sostenuto che proprio quando nei paesi occidentali inizia il declino delle ideologie e dei partiti di massa, si afferma la tendenza a surrogare nelle politiche criminali i bisogni di consenso. Proprio perch viene meno quella funzione di traduzione in domande politiche di importanti sfere di bisogni, si affermano pratiche simboliche di ricomposizione sociale intorno a valori generali di cui la penalit portatrice (1). E che lItalia del 1990 abbia vissuto un importante passaggio di fase testimoniato non soltanto dagli sconvolgimenti che avvengono nel campo delle politiche sociali e criminali. Siamo negli anni in cui lEuropa accelera il processo della unificazione monetaria. Il pentapartito di Craxi, Andreotti e Forlani si trova a gestire un passaggio molto delicato. I nuovi vincoli sovranazionali alle politiche economiche statali che questi scenari impongono creano non poche difficolt ad un sistema dei partiti abituato a risolvere attraverso la spesa pubblica una parte importante delle sue esigenze di legittimazione. Con alla guida del Ministero del Tesoro Giuliano Amato prima, e Guido Carli successivamente, il nostro paese entra da protagonista nel processo di costruzione dellEuropa di Maastricht. <<In Italia allinizio degli anni 90 la spinta riformatrice non poteva certo essere definita di dimensioni gorbacioviane, ma le scelte compiute nel campo della politica economica, in quanto implicavano un maggior rigore e una riduzione della spesa, non fecero che stringere la corda al collo dei partiti al potere... Le scelte compiute minarono alla base il consenso nei confronti del governo, ma tennero aperto il dialogo con lEuropa>> (2). Una preoccupante crisi di legittimazione del governo, insomma, secondo Ginsborg, alla quale i partiti cercarono di porre rimedio attraverso un pi forte controllo sui mezzi di comunicazione di massa ( del 90 la famosa legge Mamm sulle telecomunicazioni) e lapertura di nuove, massicce campagne
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di criminalizzazione. Il quadro in cui costretto a muoversi il pentapartito condotto da Bettino Craxi condizionato da una pesante crisi fiscale e dalle prime avvisaglie delle politiche di riduzione della spesa pubblica. Viene meno il flusso di risorse pubbliche che aveva garantito il funzionamento dei tradizionali meccanismi di costruzione clientelare del consenso politico. I partiti di governo capiscono a tempo la crisi di consenso che questo cambio di rotta comporter, e puntano decisamente sullaltro versante delle politiche statali, quello della repressione. Il crepuscolo della <<prima Repubblica>> si avvia cos con lapertura di due nuovi fronti emergenziali. Alla criminalizzazione dei consumatori di stupefacenti si aggiunge la dichiarazione di guerra contro gli stranieri. La partecipazione italiana alla costruzione della fortezza europea cominciata proprio da qui. Nellazione di riposizionamento simbolico di queste due figure sociali, nella metamorfosi della loro immagine sociale da classe bisognosa a classe pericolosa (3), i media hanno svolto una funzione decisiva. <<Il terreno stato predisposto. I media lo preparano ogni giorno e ogni notte. I politici si uniscono ai media. E politicamente impossibile non essere contro il peccato. Questa una competizione vinta da chi scommette pi forte. Proteggere la gente dal crimine la causa pi giusta di tutte>> (4). Il principale attore politico di questo processo di <<modernizzazione>> del nostro sistema politico fu, senza dubbio, il partito socialista di Bettino Craxi, che mostr di aver ben metabolizzato la lezione impostagli da Enrico Berlinguer negli anni del compromesso storico e della <<politica della fermezza>>. Il modello preso a riferimento dalla svolta repressiva operata dai socialisti italiani fu la realt sociale e politica americana. I dispositivi di potere e gli apparati repressivi di Stato che vennero utilizzati furono quelli costruiti nella fase della lotta ai partiti armati. Le culture dellemergenza che avevano accompagnato il percorso dei conflitti sociali degli anni 70 e 80 dispiegarono in questi nuovi scenari di crisi tutta la loro geometrica potenza di fuoco. Le conseguenze dellimpatto sociale di questa nuova ondata autoritaria sono state immediate e deflagranti. Quando nello snodo dellultimo decennio il <<pentapartito>> lancia le due crociate contro i tossicodipendenti (nemico interno) e i migranti (nemico esterno) le macchine della repressione sono di gran lunga pi potenti di venti anni prima. Non solo sono pi produttive, ma indubbiamente pi efficaci, capaci di modulare risposte differenziate, di punire nelle forme tradizionali (carcere), ma anche di usare nuove tecnologie dellinternamento (comunit) e unarticolata modellistica del controllo territorializzato (semilibert, affidamenti etc.). Se nel 1990 nelle nostre prigioni cerano 25.931 detenuti, nel 91 se ne contavano gi 35.469, che divennero 47.316 nel 92, fino a stabilizzarsi intorno alle 50.000 presenze giornaliere negli anni successivi (5). Lindice di carcerazione del nostro paese passa bruscamente dalle 45 alle 89 persone ogni 100.000 abitanti, allineandosi con i tassi di detenzione dei paesi dellEuropa occidentale (6). Ancor pi evidente questo sconvolgimento se guardiamo ai flussi di ingresso nelle prigioni. Se nel 90 entrarono 57.735 persone, nel 1994 gli incarcerati superarono le 100.000 unit (7). Un processo di incarcerazione stupefacente. Ma ancor pi stupefacente questo dato se dai numeri dello stato effettivo di carcerazione passiamo a quelli relativi alla condizione dei <<controllati penalmente>>. Dobbiamo ricordare che dal 1975 la riforma carceraria, introducendo le misure alternative alla detenzione, ha lentamente costruito un vero e proprio sistema dellesecuzione penale extracarcerario, che si somma al contenitore penitenziario nel calcolo dei numeri del controllo penale. Nella cosiddetta <<area penale esterna>>, tra affidamenti, semilibert e detenzioni domiciliari ci sono oggi poco meno di 20.000 persone: ci significa che se non vi fossero le misure alternative attualmente conteremmo nelle nostre galere oltre 70.000 detenuti (8). A differenza di quanto era accaduto nei due decenni precedenti, nei numeri della carcerazione

diminuisce il peso delle persone in custodia cautelare, che si attesta intorno al 40% (9). Anche se comunque scandaloso che tanta gente sia carcerata in attesa del processo, questo dato non da sottovalutare, se si pensa che in precedenza si erano toccate punte del 67-68%. E probabile che in questo ha giocato un ruolo importante, oltre alla crescita degli investimenti nel settore giustizia, anche il nuovo codice di procedura penale che ha in parte contribuito ad abbassare i tempi medi dei processi. Questo grande salto nelle carcerazioni non avvenuto stavolta, quindi, soltanto attraverso un uso spregiudicato della custodia cautelare: a crescere considerevolmente sono anche i detenuti condannati in via definitiva che passano dai 10.938 del 90 ai 26.819 del 1998 (dopo aver superato le 29.000 unit lanno precedente). Questi risultati sono raggiunti in virt di una maggiore produttivit complessiva della macchina repressiva, che interessa sia il versante degli organi inquirenti (si arresta di pi) che quello del sistema giudicante (si condanna di pi). Ma non solo. Si arresta di pi, si condanna di pi e, contemporaneamente, si decarcerizza di pi. La composizione sociale del nuovo popolo delle carceri si presenta radicalmente mutata rispetto ai soggetti che avevano agitato la scena carceraria negli anni settanta e ottanta. In carcere affluisce un variegato panorama di figure sociali. La veloce ripresa dei processi di carcerazione sembra colpire, sostiene Pavarini, soprattutto i giovani disoccupati. <<Lidea che progressivamente si profila pertanto quella di una tipologia prevalentemente composta da un sottoproletariato giovanile metropolitano, se in qualche modo questa pu esemplificativamente contrapporsi a quella storicamente precedente composta prevalentemente da un proletariato bracciantile, adulto e meridionale>> (10). Un sottoproletariato giovanile metropolitano, come abbiamo visto, dove il tossicodipendente e limmigrato diventano le principali figure bersaglio. Sono questi i soggetti che sconvolgono le statistiche penitenziarie di questi anni e che pagheranno i costi pi pesanti della deriva criminalizzatrice delle politiche del controllo sociale. Tribunali, giudici, poliziotti, questa volta assistiti da psichiatri, assistenti sociali e preti, ritornano al centro della societ. Il carcere, dopo la breve tregua della post-dissociazione, riconquista un ruolo centrale nella gestione dei conflitti sociali. E di nuovo emergenza, unemergenza che stavolta sfuggir dalle mani dei suoi manovratori, per rivolgersi spietatamente proprio contro di loro.

Crimini dei potenti I - Quando tra il 1991 e il 1992 decolla linchiesta di Mani Pulite e la mafia siciliana compie la svolta stragista, il nostro paese gi nel pieno di una grande ondata punitiva, determinata dal brusco innalzamento della soglia di legalit che le campagne proibizioniste sul consumo degli stupefacenti e sulle migrazioni avevano prodotto. Lesito parlamentare di queste due leggi, come abbiamo visto, arriv dopo una lunga battaglia ideologica che mut in profondit il clima politico del paese, riattivando quel modello di rapporto tra politica e giustizia che aveva profondamente segnato la storia italiana dei due decenni precedenti. Ci che interessava ai socialisti in quel momento non era tanto la minaccia reale che il tossicodipendente o lo straniero rappresentava, quanto il messaggio dordine che quelle leggi trasmettevano ad un corpo sociale sempre pi insicuro ed impaurito e, insieme a questo, la possibilit di attaccare legemonia dei cattolici nellarea del privato sociale. Gli strateghi delle nuove politiche emergenziali sicuramente sottovalutarono la geometrica potenza di fuoco che questi meccanismi sociali, una volta innescati, avrebbero sviluppato. Quando in questo delicato momento di passaggio di fase politica un oscuro magistrato della Procura milanese
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arrest limprenditore del no-profit Mario Chiesa, nessuno immaginava che di l a poco davanti agli austeri cancelli di ingresso delle case circondariali sarebbe passata una buona parte della classe dirigente del paese. Nel carcere arrivano i professionisti della politica e del mondo degli affari. La macchina mediatica del consenso sposta i suoi riflettori dai rilassati salotti televisivi agli austeri cancelli dingresso delle prigioni. Il paese scopre quanto grande pu essere la forza distruttrice di una celletta di isolamento di un carcere. Mai come in questo momento il carcere ha conosciuto una tale affermazione della sua necessit. Era dalla fine della stagione del conflitto sociale armato che nella lotta politica non veniva usata cos diffusamente larma del carcere. Spettacolarizzazione della miseria della politica, certo; ma anche messinscena di una nuova militarizzazione dello scontro. Il carcere svela il mondo dei crimini dei potenti e i potenti scoprono quanto pu essere tremenda leffettivit della sua minaccia. Ed subito epopea della delazione, epifania del pentimento e della confessione, suicidi, rese incondizionate, tentativi di patteggiamenti. Ed ancora: puff che celano grandi tesori, mogli che lanciano dalle finestre mazzette di tangenti, vasi di gerani pieni di lingotti doro. La ricchezza ed il potere si mostrano nelle loro immagini pi arcaiche; il disvelamento mediatico della colpa scopre le sostanze pi antiche e tangibili dei fondamenti del dominio. E la reclusione, la sua matrice di ancestrale violenza, si associa a queste sequenze, alimentando il suo mito di terrifica macchina purificatrice della coscienza collettiva. Quel paradigma inquisitorio che aveva distrutto unintera generazione politica negli anni settanta e ottanta nel successivo decennio porta in galera pezzi importanti del mondo politico, dei poteri economici, della burocrazia statale e della borghesia mafiosa. Tangentopoli stato il pi imponente processo di criminalizzazione che i colletti bianchi abbiano mai subito in un paese delloccidente capitalistico. Lazione della magistratura di Mani Pulite non ha avuto bisogno di una legislazione speciale, di norme sul pentitismo, di allungamenti dei tempi della custodia cautelare, di carceri speciali. Qui non cera un nemico dello Stato da piegare, da annientare nel corpo e nella mente, da rendere docile o normalizzare: gli arrestati di tangentopoli arrivavano nel carcere gi sconfitti. La prassi delluso della custodia cautelare come arma di pressione per indurre gli imputati alla collaborazione antica quanto il carcere. Chi denuncia, nellepoca di tangentopoli, luso della carcerazione come forma di pressione per indurre alla collaborazione disconosce la storia del penitenziario, oltre a dimenticare le legislazione dellemergenza contro i partiti armati. La carcerazione, lessere rinchiusi in una cella, unesperienza terribile, anche se dura un solo attimo. Stupirsi che questo armamentario possa indebolire colui che lo subisce, abbassarne le difese e la capacit di resistenza, renderlo disponibile alla confessione ed alla collaborazione, a dir poco ingenuo. Un prigioniero, qualsiasi prigioniero, per definizione, in una condizione di estrema vulnerabilit. Il problema non questo. Il fatto che con le inchieste di tangentopoli arrivano nelle nostre galere soggettivit che non hanno nessuna capacit di resistere a quel tipo di violenza. Mario Moretti, analizzando le ragioni che avevano portato alcuni militanti della lotta armata alla collaborazione, ha sostenuto che il pentitismo nasce nel momento della sconfitta, quando un soggetto gi dentro una deriva. La valanga di collaborazioni, pentimenti e delazioni che ha fatto crollare il ceto politico della prima repubblica deriva da una sconfitta tanto inattesa quanto deflagrante: la messa in discussione dellintangibilit del potere, la sua vulnerabilit di fronte allazione giudiziaria, quella minaccia del carcere che improvvisamente si fa manette, carabinieri, furgoni blindati, uffici matricola e denudamenti. Qui non stata la crisi di un disegno politico a rendere fragili e vulnerabili le coscienze, ma limprovvisa caduta della sostanza del potere, che si vede minacciato dalla sua arma pi potente: luso legale della violenza.

La criminalit convenzionale ha elaborato diverse culture del carcere, orientamenti che organizzano significativamente questa esperienza <<probabile>> dellagire extralegale. Le condotte sociali che per tradizione subiscono la repressione producono modelli di risposta a questa evenienza che in qualche modo la anticipano, la simulano, introiettandola nelle coscienze e facendola diventare unesperienza elaborata, ancor prima che un vissuto. Chi compie una scelta criminale convenzionale mette in conto la possibilit del carcere, trova una tradizione culturale che lo sostiene, un ambiente che lo ha socializzato a quei contenuti, che attribuisce valori positivi alla resistenza ed alla sofferenza connessi allimprigionamento. Questo non significa che il carcere ai poveri fa meno male, ma ci aiuta a capire lassoluta incapacit dimostrata dagli inquisiti di tangentopoli di reggere limpatto con questinferno. La criminalit dei colletti bianchi non mette nel conto levenienza del carcere. Gli autori di questi reati si muovono in quelle zone di confine della legalit dove incerta la definizione sociale di crimine e non sempre effettiva la riprovazione morale degli atti illeciti. Quando questa regola della criminalizzazione viene meno, coloro che incorrono nellesperienza del carcere varcano quei cancelli assolutamente disarmati. Tuttavia, nonostante i rumori prodotti dalle inchieste sulla corruzione, nelle statistiche ufficiali sullincarcerazione difficile trovare tracce evidenti di queste devastazioni. I sistemi di classificazione del carcere non sono stati capaci di rilevare questo fenomeno, se non in minima parte: evidentemente non hanno questo grado di sensibilit. Essi sono ricchi di informazioni sullet, sul sesso, sulle categorie dei reati pi comuni; i metodi della rilevazione statistica dellincarcerazione sembrano poco interessati, o meglio, sono tradizionalmente non predisposti a rappresentare i crimini dei potenti. Il codice genetico di questa istituzione suggerisce linutilit di un tale lavoro di classificazione. Quando storicamente una classe di potenti finita in carcere o sul patibolo, insieme alla sua rovina sono andati distrutti anche i sistemi di registrazione del suo penitenziario. Il carcere conosce bene la sua utenza. Sa che utile distinguere tra un tossico e un tossico malato; tra un tossico malato di HCV e uno affetto da HIV; tra uno straniero del Ghana e un albanese; tra un camorrista cutoliano e uno della Nuova Famiglia. Il carcere non si predispone a registrare lincarcerato per violazione della legge sul finanziamento illecito dei partiti perch delinquenti che hanno violato questa legge oggi, dopo anni di inchieste sulla corruzione, in carcere non ce ne sono. Se dovessimo valutare lefficacia della repressione della corruzione dalla quantit di carcere fatta scontare dai tribunali di tangentopoli, il bilancio sarebbe fallimentare. Il carcere non si per nulla accorto del passaggio dei tangentisti, se non per qualche riverniciatura alle cellette di isolamento di qualche grosso giudiziario. II - Tanto invisibile e ininfluente stato il passaggio dei tangentisti in carcere, quanto ingombrante e condizionante, invece, larrivo dei mafiosi. Non che prima non ce ne fossero; ma indubbio che la stretta repressiva seguita alle stragi di Capaci e di via DAmelio si fatta sentire forte anche nei numeri della carcerazione. I successi di queste strategie di lotta alle organizzazioni mafiose sono stati veramente consistenti. Le nuove strutture investigative, i pool, le DDA e le DIA, unitamente ad una rinnovata legislazione sul pentitismo, hanno portato in galera importanti pezzi di vertice dei sistemi criminali. Il blocco della Gozzini per i mafiosi ha reso poi inesorabile ed effettiva quella grande quantit di carcere che i tribunali stanno erogando in questi anni. Gli appartenenti al crimine organizzato attualmente in galera sono settemila (11). Lelemento di maggiore novit nellazione di contrasto al crimine mafioso senza dubbio la valanga di pentimenti che la nuova legislazione premiale ha raccolto tra le fila dei clan. Una novit non proprio assoluta nella storia del crimine organizzato; non sono certo dimenticati i pentimenti dei cutoliani nei primi anni ottanta, con la triste vicenda dellarresto di Enzo Tortora. Ma ci che oggi
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rappresenta senza dubbio una novit rispetto al passato il carattere di massa del collaborazionismo. Nel 1997 si contavano 1.028 collaboratori di giustizia e 4.181 familiari di questi sottoposti ai programmi di protezione (12). Le vicende di tangentopoli e lemergenza mafiosa hanno recuperato appieno quel paradigma delatorio-premiale di gestione del penitenziario che negli anni ottanta aiut non poco la lotta contro i partiti armati. Le nuove generazioni del crimine organizzato sono state pronte ad utilizzare queste opportunit. Nell'evolversi di questo fenomeno un ruolo importante stato sicuramente svolto dalla legislazione speciale degli ultimi anni. Lefficacia dellazione repressiva, unita alla capacit di arrivare a condanne severe e ad una certezza della pena, pongono allimputato di mafia e camorra la prospettiva di una marea di anni di carcere da scontare. Difficilmente i processi di mafia possono sperare in una rivisitazione delle Corti di appello o della Cassazione; cos com improbabile che un condannato per associazione possa uscire di galera con i permessi, le semilibert o gli affidamenti. Una seconda ragione del pentitismo di massa nei nuovi scenari in cui si muove il crimine organizzato, nella instabilit delle gerarchie dei gruppi criminali, caratterizzate da un veloce processo di ricambio delle lite. Nel quadro di accesa competizione che caratterizza i mercati criminali forti, lazione repressiva incide profondamente nei fragili equilibri che reggono i rapporti di concorrenza tra le imprese mafiose. Il blitz e lincarcerazione segnano un momento molto delicato per il radicamento sociale dei clan. Lindebolimento che essi subiscono ad opera dellazione repressiva li rende particolarmente vulnerabili allaggressivit dei gruppi rivali. Spesso lincarcerazione del capo clan e dei suoi quadri si trasforma in una perdita di controllo del territorio e, quindi, in una crisi dellorganizzazione e delle risorse di cui pu disporre. Qui la scelta della collaborazione diviene talvolta lunica strada praticabile per la sopravvivenza dei membri del gruppo. Vi , infine, una ragione di tipo culturale, non meno rilevante delle altre nello spiegare il fenomeno del pentitismo di massa. La forte accelerazione dei processi di accumulazione della ricchezza di cui limpresa criminale ha goduto in questi anni ha creato un vero e proprio strato di borghesia che, per orientamenti di valore, stili di vita ed entit dei patrimoni, assimilabile al blocco delle classi dominanti. Chi compie questo tipo di scelta criminale difficilmente mette in conto la possibilit del carcere. Le aspettative di mobilit sociale che sono alla sua radice costruiscono identit deboli, che si reggono sulle dimensioni quantitative degli stili di vita, e non pi sui radicamenti di appartenenza familiare o comunitaria. Un gran numero di scelte di collaborazione avviene, infatti, nella fase dellarresto. Il carcere duro svolge certo la sua parte: nellallontanare il soggetto dai propri affetti; nellisolarlo dallesterno; nellangustia e povert degli spazi del quotidiano in cui lo costringe. Insomma, il 41bis lavora efficacemente nel rendere pi debole e docile linquisito. Ma la scelta della collaborazione non un fatto puramente soggettivo o uno stato psicologico: una strategia razionale di sopravvivenza. Il pentitismo ormai diventata una risorsa che pianifica alcune tipologie di azione criminale. In certe <<scelte di criminalit>> la possibilit di uno scambio tra sanzione e collaborazione diventato un elemento razionale di definizione del <<piano dimpresa>>. In questo sistema dazione criminale lentit e la qualit dei crimini commessi definiscono non solo le dimensioni del potere e della ricchezza dello status criminale, ma anche una risorsa da giocare in una eventuale futura scelta collaborativa. In questo sistema il crimine, la gravit ed il numero dei reati commessi, oltre a comportare il pericolo reale di incorrere in sanzioni sempre pi pesanti, costruisce anche una risorsa importante per evitare la sanzione stessa: il patrimonio informativo individuale da giocare nella delazione.

La nuova differenziazione In conseguenza della nuova legislazione speciale contro la criminalit mafiosa dei primi anni novanta si riattiva il modello di differenziazione sperimentato nella gestione dei militanti della lotta armata negli anni '70 e '80. Per i mafiosi si organizza un carcere duro ed un circuito di alta sicurezza, che raccoglie lesercito dei soldati e dei quadri intermedi, tagliati fuori dalle possibilit di accesso ai benefici penitenziari. Vi poi qualche reparto che ospita i pentiti ed i loro familiari detenuti; ma per questi ben pi consistente il circuito extracarcerario dei protetti (13). A questarea detentiva forte, dove la reclusione utilizzata come pura retribuzione, neutralizzazione e strumento di attacco alle organizzazioni criminali, si affianca il grande contenitore carcerario dei detenuti <<comuni>>, nel quale si conservano le strumentazioni soft dei trattamenti individualizzati e decarcerizzanti. Le norme di sbarramento allaccesso ai benefici della Gozzini seguite alle stragi mafiose del 91/92 non hanno colpito indiscriminatamente tutte le fasce della popolazione detenuta. Londata repressiva stata molto attenta finora a selezionare i destinatari delle leggi emergenziali, mantenendo il polso elastico sul coperchio della polveriera carceraria. La composizione sociale del nuovo popolo delle carceri che riempie il circuito dei <<comuni>> si presenta radicalmente mutata rispetto alla scena carceraria degli anni settanta. Londata repressiva dei primi anni novanta si indirizzata in modo prevalente verso quellarea dellesclusione sociale che vive negli scenari metropolitani, ai margini del mercato del lavoro, che nella zona di confine tra economia sommersa ed extralegalit legata al commercio degli stupefacenti trova lunica possibilit di soluzione per i suoi problemi di reddito e, insieme a questo, leventualit di entrare in carcere. Le principali figure bersaglio dei processi di criminalizzazione che hanno investito questo sottoproletariato giovanile metropolitano sono, come abbiamo visto, i tossicodipendenti e gli immigrati. Sono soprattutto loro a riempire il grande contenitore carcerario italiano dei detenuti comuni, che costituisce oltre l80% dei nostri carcerati. Gli immigrati nelle nostre carceri, cresciuti con velocit negli ultimi anni, costituiscono senza dubbio la componente pi povera e marginale della popolazione dei reclusi. Esclusi di fatto dalla possibilit di utilizzare i benefici decarcerizzanti, perch privi di valide risorse esterne (famiglia e lavoro), sono stati finora gestiti attraverso lelargizione premiale di opportunit lavorative interne, e con luso della violenza nelle situazioni di conflitto. Anche nei confronti dei tossicodipendenti le logiche della premialit mostrano evidenti limiti di capacit di gestione. Il rapporto tra tossicodipendente e carcere mediato dallapproccio medico che, terapeutizzando la relazione di potere, tende di mistificarne i contenuti di violenza. Il tentativo di definire in termini di determinanti individuali il disagio e la sofferenza di cui questi soggetti sono portatori, pone loro soltanto due vie duscita: o la maturazione di una scelta curativa forte, con la strutturazione di un percorso carcere-comunit, o lautoaggressivit, che rimane lunica possibilit di espressione concessa a una condizione di disperazione che spesso si presenta senza futuro. Sono soprattutto questi soggetti ad ingrossare le statistiche penitenziarie degli autolesionismi e dei suicidi. Condizionati da una sostanziale incapacit soggettiva di reggere il rapporto di potere con listituzione, i tossicodipendenti difficilmente riescono a mettere in campo strategie di adattamento rispettose delle spossanti regole del gioco della premialit. Il rapporto col carcere oscilla continuamente tra tentativi di accreditare strumentalmente una propria affidabilit, esplosioni di atti di ribellione individuali e frequenti precipitazioni in incontenibili malesseri. Il carcere ha finora tenuto questo piccolo esercito di irrequieti disperati nellindifferenziato calderone del circuito carcerario dei comuni, se si eccettuano le poche sezioni a custodia attenuata nate negli ultimi anni.
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La parte rimanente di questo circuito composta dalla criminalit comune, dedita alle attivit illecite tipiche dei contesti metropolitani. E il tipo ideale di detenuto costruito dalla Gozzini: strumentalmente ossequioso dellordine disciplinare, si muove piegando la sua singolarit alle immagini attese dallistituzione. E la coabitazione tra questi self made man del trattamento penitenziario, che hanno tutto da perdere da una precipitazione del conflitto nelle carceri, con i tossicodipendenti e i senza tetto n legge di colore ad aver assicurato finora una certa tenuta alla macchina della premialit. Se nel circuito dei detenuti comuni possiamo ritenere la Gozzini, seppur con crescenti difficolt, ancora in grado di garantire una certa capacit di governo, nellarea detentiva dellalta sicurezza e del 41bis, che raccoglie allincirca 7.000 persone, i dispositivi premiali dellordinamento penitenziario hanno perso gran parte della loro forza, anche se non sono ancora eclatanti i segnali di questa crisi (14). Il 41bis sicuramente la forma carcere che meglio rappresenta la perentoriet della svolta repressiva contro il crimine mafioso. La riapertura degli speciali di Pianosa e dellAsinara ha realizzato un momento di altissima tensione comunicativa: senza dubbio ancora vivo nella coscienza collettiva il ricordo delle battaglie che in queste carceri si combatterono contro i militanti della lotta armata. Limmagine di Tot Riina che, ripreso con un grandangolare, misura la lunghezza della sua celletta di Pianosa deve a questa memoria pesante della recente storia italiana il suo alto valore simbolico aggiunto. Il nuovo carcere speciale lavora soprattutto nella fase iniziale dellincarcerazione, dove pi importanti sono lisolamento comunicativo del mafioso dallambiente esterno e le pressioni sulla sua capacit di resistenza allazione di induzione alla collaborazione. Lantecedente storico di questa allegra macchina da guerra quel famoso articolo 90 che permise la costruzione dei braccetti speciali allepoca della lotta armata. La differenza significativa con quello strumento che, in questo caso, gli uffici centrali del Ministero hanno badato bene a conservare un forte potere di controllo sulla sua applicazione, memori evidentemente delle degenerazioni del passato. Se con larticolo 90 si disponeva in modo generico che le regole dellordinamento penitenziario venivano sospese in quella particolare situazione (istituto, reparto, sezione), lasciando la determinazione dei regimi disciplinari allassoluto arbitrio dei direttori delle carceri e dei carabinieri, adesso al destinatario del 41bis arriva un decreto ministeriale che fissa le limitazioni da applicare. I braccetti speciali nascevano in un momento di profonda crisi del sistema penitenziario italiano, con unamministrazione allo sbando, dove scoppiava una rivolta al giorno, gli omicidi erano notizie quotidiane, non si contavano le evasioni. Per queste ragioni la gestione degli speciali venne di fatto sottratta allapparato penitenziario e sottoposta ad un forte potere di controllo e di veto delle strutture dellantiterrorismo. Lamministrazione penitenziaria che stata chiamata a gestire il 41bis nel 92 ben altra cosa rispetto alla sgangherata baracca che negli anni 70 si trov tra le mani la patata bollente dei detenuti politici. 40.000 agenti di polizia penitenziaria al posto dei 20.000 di quel tempo; unedilizia penitenziaria che, seppur figlia di una delle pi grandi truffe del secolo, offre livelli di sicurezza di grande affidabilit; una struttura della dirigenza rinnovata, organizzata in una macchina di apparato articolata e flessibile, con una cultura gestionale di tipo tecnocratico. Tutto questo non significa che il 41bis sia meno terribile dei braccetti speciali degli anni di piombo. Solo chi non ha mai avuto a che fare con uomini che vengono fuori da questa esperienza pu sottovalutare la forza distruttrice di questo strumento. Il secondo circuito <<speciale>>, quello cosiddetto dellalta sicurezza, gestisce la consistente area degli imputati e condannati per associazione mafiosa, dei trafficanti di stupefacenti e dei sequestratori, tagliati fuori dallaccesso ai benefici della Gozzini. La nuova legislazione speciale contro il crimine organizzato ha reintrodotto, infatti, una pesante

barriera di accesso ai benefici penitenziari per gli autori di questi reati. Soltanto i collaboratori di giustizia hanno conservato intatte le possibilit di ottenere misure alternative e permessi. Inoltre, per unaltra ampia fascia di detenuti (omicidi, rapinatori, terroristi e spacciatori) la concessione dei benefici condizionata ai pareri dei Comitati per lordine e la sicurezza pubblica, cio dei vertici delle forze dellordine, coordinati dai Prefetti. Con questi provvedimenti il Ministero degli Interni e la Magistratura inquirente hanno conquistato un forte potere di veto sulla gestione premiale di questarea della detenzione, relativizzando il ruolo dellAmministrazione Penitenziaria e della Magistratura di Sorveglianza, ridotte a pura istanza di registrazione di una pericolosit sociale sempre pi deducibile dai titoli di reato e dalla recidiva. Nulla pu qui il simulacro dellottica trattamentale di fronte alle esigenze di tutela dellordine pubblico e di controllo del territorio. Il regime disciplinare dellalta sicurezza si caratterizza per una maggiore rigidit delle norme che disciplinano la vita quotidiana e per una assoluta preminenza delle ragioni della custodia. Questo circuito persegue in sostanza tre obiettivi: tenere lontani dal detenuto massa i vertici e i quadri intermedi del crimine organizzato, evitando cos che figure criminali forti, raggiunte da pesanti sanzioni discriminatorie, possano conquistare la direzione politica del grande serbatoio di manodopera criminale disponibile nelle prigioni; in secondo luogo, avere maggiori livelli di controllo e sorveglianza sulla fascia dei detenuti non pi governabile attraverso il meccanismo premiale dello scambio penacomportamento; infine, tenere sotto pressione unarea della detenzione dotata di un alto patrimonio informativo, potenzialmente disponibile alla delazione. Dopo la stretta repressiva degli ultimi anni il crimine organizzato apparso incapace di darsi una strategia adeguata ad affrontare il problema del carcere. Su questo fronte della detenzione in questo momento sono individuabili due posizioni. La prima quella di coloro che si sono dati tempi medio lunghi, nella prospettiva che un mutamento di quadro politico attenui la morsa repressiva, sgretolando progressivamente la legislazione speciale processuale e penitenziaria. E la vecchia mafia della mediazione politica e della lenta costruzione di reti di relazioni istituzionali. E la mafia dei <<colletti bianchi>>, dei professionisti del crimine, solo in parte rappresentata dallo stereotipo del criminale sanguinario che appare sui giornali. Nei confronti del potere questi soggetti privilegiano le logiche della corruzione e della contrattazione, ed anche quando esprimono forme di conflitto pi dure, soltanto per ristabilire spazi di mediazione perduti. Sono commercianti, oltre che delinquenti; la loro azione economica orientata dai principi della finanza, pi che da quelli del risparmio; si muovono come imprenditori, oltre ad essere degli <<esattori>>. Di fronte alle dure condanne che stanno ricevendo prediligono i movimenti lenti delle procedure penitenziarie, spulciano i bollettini delle sentenze della Cassazione alla ricerca di varchi dove insinuarsi, confidano sulla forza della loro tutela legale; curano il rapporto con gli operatori penitenziari e con i magistrati di Sorveglianza, nella speranza di poter far valere una parte delle loro aspettative di libert nei risicati margini di discrezionalit che a questi sono ancora concessi. Ed in una certa misura, talvolta, ci riescono. Per loro la strategia di sopravvivenza al carcere si riduce al tentativo di farsi trasferire in un circondario dove c una Sorveglianza meno rigida, un pi basso livello di allarme sociale, un contesto penitenziario pi aperto allesterno. E radicata convinzione di questa componente che la fase delleccezionalit non potr avere durata illimitata e che, prima o poi, quelle migliaia di anni di carcere che stanno oggi collezionando potranno essere ricontrattate. C poi un secondo umore, ugualmente vorace ma pi aggressivo e pericoloso, che ha dichiarato una momentanea sospensione delle forme di scontro pi cruente, nellattesa che si concluda la stagione dei maxiprocessi. E prevedibile che in questo circuito penitenziario possa manifestarsi nel prossimo futuro una ripresa di forme di conflittualit da anni ormai assenti.
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Miseria del riformismo penitenziario I - Non so se lattacco frontale che una parte della nostra magistratura ha portato allimprenditoria, al ceto politico ed alla borghesia mafiosa sia stato un atto rivoluzionario. Per quanto ne so, ogni rivoluzione scrive daccapo la sua legalit, ridisegna i principi fondamentali, i codici ed i gruppi sociali che li amministrano. Non mi sembra che tra 1992 e il 1994 sia accaduto nulla di tutto ci. Dellintera vicenda di tangentopoli non sono pi di 4.000 le persone che hanno varcato i cancelli delle carceri e molte di queste soltanto per il breve tempo necessario a maturare la scelta della collaborazione. Sono circa 7.000, come ho gi detto, gli appartenenti al crimine organizzato attualmente in galera, dopo la stretta repressiva degli ultimi anni. Le inchieste della Procura di Milano sulla corruzione e quelle dei pool siciliani sulla mafia, sono il portato di unaffermazione radicale del principio di legalit esistente. Per questa ragione il prodotto finale di questo originale movimento sociale costituito dalla massa di tossicodipendenti, immigrati, poveri, malati, persone con sofferenze mentali e in difficolt, che riempie oggi le nostre prigioni . Il peso che in questo tempo ha assunto la repressione nella costruzione mediatica del consenso enorme. Il modello di rapporto tra politica e giustizia sperimentato al tempo della lotta armata ha trovato nelle vicende di tangentopoli e nella guerra contro il potere mafioso la sua definitiva acclarazione. Allombra di queste due grandi emergenze criminali si consumato il pi spettacolare processo di incarcerazione che questo paese ha vissuto negli ultimi 50 anni, un processo che si abbattuto prevalentemente sulle vecchie e nuove aree della marginalit e del disagio sociale, alimentate dagli indirizzi neoliberisti delle politiche economiche dellultimo decennio. La costruzione mediatica delle figure criminali del tangentista e del mafioso ha nascosto una penalit materiale che ha colpito con mano pesante una specifica area sociale della marginalit, in prevalenza insediata nei contesti metropolitani, che occupa le fasce pi precarie e deboli del mercato del lavoro criminale, che nelle sue scelte di criminalit riproduce semplicemente la sua posizione sociale di partenza. Da quando il proibizionismo su una scelta di consumo (droghe) e sulle libert di movimento (migrazioni) si fatto legge dello Stato e prassi repressiva, le nostre galere si sono riempite di tossici e stranieri. Quando nel 99 il tribunale di Palermo assolver Giulio Andreotti dallaccusa di contiguit con la mafia, nel carcere italiano non si conter neppure un solo tangentista, ma 30.000 tossicodipendenti ed immigrati. II - Lideologia della rieducazione che aiut il movimento riformista del sistema penitenziario italiano negli anni settanta sostiene che le misure alternative alla detenzione agiscono, attraverso il <<trattamento penitenziario>>, alla rimozione di alcune cause della criminalit, producendo, di conseguenza, una riduzione dei reati e quindi del ricorso al carcere. Nel 1990 nelle nostre prigioni cerano poco pi di 25.000 detenuti. Il tasso di detenzione del nostro paese era allora tra i pi bassi tra i paesi occidentali: 56 persone ogni 100.000 abitanti. In Francia questo valore era di 84, in Inghilterra di 92, negli Usa di 504. Gli ingressi in carcere furono in quellanno allincirca 50.000 (15). A quattro anni di distanza dallentrata in vigore della legge Gozzini il nostro sistema penale sembrava decisamente avviato verso una drastica riduzione delle quantit dellinternamento nelle prigioni. Quel riformismo penitenziario che aveva celebrato i suoi fasti nella radiosa stagione della dissociazione e della Gozzini sembr in quel momento raccogliere un grande risultato storico: il pi

basso numero di detenuti del secolo. Due anni dopo nelle nostre galere entrarono 100.000 persone, le presenze giornaliere raggiunsero le 50.000 unit, i nostri indici di carcerazione si allinearono bruscamente ai valori medi del resto dEuropa e, da quel momento, non sono pi scesi al di sotto di questi livelli. Ma ci non basta. Ai detenuti vanno sommate le quasi 20.000 persone che scontano condanne fuori dal carcere con le misure alternative (16). Questo significa che la massa delle persone sottoposte a controllo penale in 10 anni si quasi triplicata. Dopo 25 anni di applicazione del nuovo Ordinamento Penitenziario, con i suoi trattamenti individualizzanti, i suoi percorsi di reinserimento sociale, le sue misure alternative, i suoi permessi premio e le sue pretese correzionali, i reati denunciati non sono diminuiti e i detenuti sono triplicati. Se con questa riforma si voleva dimostrare che il carcere pu funzionare come uno strumento di riabilitazione sociale e di prevenzione dei reati, il tentativo fallito: anche il carcere della speranza si rivelato fondamentalmente inutile, come tutte le altre forme di carcere. III - Il movimento di riforma del nostro sistema penitenziario non ha mai creduto veramente di potersi liberare dalla necessit del carcere. E incontestabile per che il suo disegno di trasformazione era animato da una grande promessa: ridurre linvadenza della prigione nella societ. Le sue dichiarazioni di intenti erano chiare: data per assunta limpossibilit di contenere larea del controllo penale attraverso una riforma radicale del sistema delle pene, cerchiamo di ridurre pragmaticamente le quantit effettive della reclusione attraverso le misure alternative alla detenzione. In questo modo si evita che le carceri esplodano nelle fasi di espansione dei cicli repressivi, non si rinuncia alla funzione di deterrenza che le pene devono assicurare ed, infine, si fornisce una giustificazione ideologica che attribuisce al carcere funzioni socialmente accettabili. In linea con questa convinzione i sostenitori della riforma carceraria ritengono oggi che lattuale ipertrofia del sistema penitenziario italiano sarebbe la conseguenza del blocco degli strumenti decarcerizzanti previsti dalla Gozzini, espressione, quindi, di una situazione di emergenza destinata prima o poi a normalizzarsi. I livelli di carcerazione sarebbero cresciuti a causa di una insufficiente applicazione delle misure alternative al carcere, minate dagli attacchi feroci che lemergenza criminalit organizzata ha portato alle conquiste di civilt giuridica rappresentate da quella legge. Nulla di pi inesatto. Nel 1990, tra semilibert, detenzioni domiciliari e affidamenti, sono uscite dalle nostre prigioni 7.737 persone; nel 1997 i detenuti che hanno beneficiato di queste misure sono stati 18.715 (17). La vertiginosa crescita delle persone oggi detenute, inoltre, si accompagnata in realt ad un pi che proporzionale aumento del numero di coloro che scontano le condanne fuori dal carcere. Per farla breve, mentre si raddoppiava la quantit degli internamenti nel carcere, si triplicato parallelamente il numero di coloro che eseguono condanne allesterno delle mura. Ci significa che sul piano delle prassi decarcerizzanti non dimostrabile alcuna crisi della Gozzini; il sovraffollamento carcerario, quindi, non ha nulla a che vedere con le presunte difficolt di applicazione di questa legge. Nonostante questi dati siano da anni sotto gli occhi di tutti, i fan della riforma penitenziaria continuano ripetitivamente a rilanciare proposte di provvedimenti svuotacarceri. Lennesima chiamata alle armi proposta da questarea di opinione ha portato, nellautunno del 98, alla nascita dellultima leggina libera-galere, la Simeone-Saraceni. Mentre il pensiero e limpegno riformista lavoravano affannosamente per tirare fuori dalle mura un migliaio di persone, il realismo della tolleranza zero del governo di sinistra ne spingeva dentro decine di migliaia, portando il numero dei reclusi nelle nostre prigioni a 53.000 (18). Lesperienza accumulata dai sistemi penali che molto prima di noi sono arrivati a queste meccaniche del controllo dimostra che lintroduzione o lestensione del campo di applicazione delle misure decarcerizzanti pu accompagnarsi tanto ad una riduzione quanto ad un aumento del numero dei
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reclusi. La stupefacente crescita delle misure alternative al carcere avutasi in Italia in questi anni si verificata non perch questo paese stesse vivendo una fase di riduzione dellintervento penale, ma perch aumentava vertiginosamente il numero delle condanne al carcere: in sostanza, cerano pi persone che venivano condannate e chiedevano di accedere a forme di esecuzione extramurarie. Il risultato concreto di quel riformismo penitenziario che credeva di ridurre il ricorso al carcere agendo sui meccanismi della territorializzazione dellesecuzione penale stato, di fatto, una crescita dellarea dei controlli sociali soft che non ha ridotto il nucleo duro della repressione. Quel carcere che si voleva rendere pi leggero attraverso gli strumenti della decarcerizzazione dimostra invece una incredibile vitalit: vede crescere il peso quantitativo del suo nucleo centrale, la reclusione in senso stretto, e contemporaneamente si diffonde sul territorio, moltiplicando la pervasivit di quelle forme di sorveglianza che siamo abituati ad accreditare al penitenziario. Sia nei modelli che privilegiano senza indugio linternamento (vedi le comunit per tossicodipendenti ed i centri di detenzione per gli immigrati), sia in quelli che preferiscono tecniche di controllo allaria aperta (come i protocolli delle semilibert, degli affidamenti, delle libert vigilate, dei braccialetti elettronici) assistiamo ad una diffusiva invadenza del carcere, proprio di quel carcere che il movimento di riforma degli anni 70 e 80 voleva ridimensionare. Ci che gli ultimi 30 anni di storia del nostro penitenziario hanno dimostrato che le politiche della decarcerizzazione possono servire tatticamente a decongestionare il carcere nelle situazioni di crisi acuta, ma non hanno nessuna capacit di incidere significativamente sui meccanismi sociali che producono criminalizzazione e carcerazione. Il terreno su cui agisce tradizionalmente il nostro riformismo penitenziario si dimostrato incapace di contenere la crescita della repressione. Di fronte agli scenari di guerra che evocano le attuali politiche della sicurezza urbana, alle immagini apocalittiche che propongono i guerrafondai della <<tolleranza zero>>, il tatticismo riduzionista dei nostri riformatori assolve ormai soltanto al compito di ammortizzatore sociale delle conseguenze nefaste di questa nuova era di grandi internamenti. Sul piano delle politiche riduzioniste dellintervento penale, il carcere della Gozzini si dimostrato una grande mistificazione. IV - Il sovraffollamento carcerario determinato dalla incontenibile invadenza della penalit nellarena sociale, dal peso che oggi i temi della sicurezza e della repressione assumono nella costruzione dellopinione pubblica, dagli investimenti che i media e la politica operano intorno allutilizzo della risorsa penale. Attraverso le guerre alla droga ed ai migranti le campagne di allarme sociale hanno conquistato un peso decisivo nella costruzione dei contenuti discorsivi nello spazio pubblico. Lemergenza divenuta la forma privilegiata di nominazione della fenomenologia della crisi sociale contemporanea. Un paradigma che ha preso corpo in una stagione di grande centralit della politica, ma che sta dispiegando tutto il suo potenziale di governo nellepoca della crisi dei tradizionali canali di costruzione della partecipazione e del consenso intorno alle politiche di welfare. In questa situazione il carcere ha guadagnato una sua rinnovata centralit, ed appare oggi posizionato saldamente nel cuore dei rapporti sociali, agito sempre pi come luogo privilegiato della politica. La virulenza di questo processo ha travolto le ideologie della pena che avevano sostenuto il riformismo penitenziario italiano nei due decenni scorsi. Ma se la filosofia della rieducazione e del reinserimento sociale della riforma carceraria italiana ha dimostrato il totale fallimento delle sue funzioni manifeste, le nuove forme del potere disciplinare che con essa sono nate hanno mostrato invece una inossidabile capacit di governo, perch con le logiche della premialit gestiscono la gran parte della massa carceraria, impedendo lesplosione di forme di conflitto radicali; continuano a decarcerizzare, evitando la paralisi del sistema penitenziario; sostengono limmagine positiva di un

carcere che, oltre a punire, si preoccupa di recuperare, curare, normalizzare.

Il carcere della massima deterrenza La centralit che i temi della sicurezza hanno conquistato nella scena pubblica, gli indubbi ritorni di popolarit che le politiche criminali emergenziali oggi assicurano, uniti alla capacit che hanno conquistato i vocabolari punitivi di raccontare la crisi sociale del nostro tempo, non contemplano un carcere umano e trasparente. Ad una politica e ad un sistema dellinformazione che soffiano sul fuoco della paura serve un carcere sicuro, da dove non si evada, che sia inflessibile nella punizione e severo nellafflizione. Un carcere siffatto pu anche mostrare, di tanto in tanto, un volto umano: pu rendere attenuata la custodia per un po di tossici; pu apprezzare le capacit dei carcerati di recitare, dipingere, poetare; pu approvare gli sforzi dellindustria della solidariet di redimere, rieducare, risocializzare. Ma questo carcere non pu dimenticare che esiste perch deve soprattutto punire. Allenfasi che il riformismo penitenziario ha posto sui processi di decarcerizzazione ha corrisposto un sostanziale disinteresse per quel quotidiano penitenziario dove si costruiscono i contenuti concreti della sofferenza legale. Impegnato a difendere la possibilit di tirare fuori dal carcere quanta pi gente possibile, esso ha dismesso ogni attenzione alle condizioni materiali di vita nelle prigioni. Forte di questo disinteresse e di un mandato istituzionale che diveniva sempre pi inequivocabilmente repressivo, il carcere approdato a forme di esercizio del potere disciplinare sempre pi dispotiche. La facolt interpretativa cui ha fatto largo ricorso la magistratura di Sorveglianza, unita alla personalizzazione della direzione amministrativa delle carceri, hanno creato una situazione in cui esistono tanti ordinamenti penitenziari quanti sono gli istituti del nostro paese. Larbitrio la forma pura del potere, insegna la microfisica, e larbitrio e la gratuit delle tante afflizioni supplementari che la reclusione comporta, sono lessenza della nostra prigione. La pacificazioni delle carceri seguita alla lunga stagione delle rivolte ha consentito allapparato che gestisce i penitenziari di lavorare indisturbato alla propria autoriproduzione allargata. Nei dieci anni che sono alle nostre spalle gli agenti di polizia penitenziaria sono passati da 27.988 a 42.106 unit (19); la classe dirigente delle carceri, formata originariamente dai soli direttori, conta oggi decine di dirigenti e rivendica la piena occupazione delle poltrone che contano negli uffici centrali del Ministero (in parte ancora affidate ai magistrati). La cultura dellemergenza, insomma, ha pagato molto alle aspettative di potere e reddito dellapparato. Ci ha fatto del carcere un territorio dove scorrazzano indisturbati appetiti corporativi sempre pi voraci e aggressivi. Il punto di inizio della parabola ascendente delle fortune e del peso politico dellapparato penitenziario situato, labbiamo visto, nella fase della chiusura della stagione dellemergenza carceraria dei primi anni ottanta. Nicol Amato, luomo della pacificazione delle prigioni italiane e della soluzione della dissociazione, nel 1990 presenta il conto alla classe politica, assumendo la rappresentanza di unamministrazione che, dopo gli anni della guerra e dei sacrifici, chiede risorse per la propria modernizzazione. Amato sponsorizza la battaglia della smilitarizzazione del corpo degli agenti di custodia, che da tempo i sindacati confederali stanno portando avanti, e ne guida il faticoso cammino parlamentare. Con la legge n. 395, approvata nel 1990, nasce il nuovo Dipartimento dellAmministrazione Penitenziaria e con esso irrompe sulla scena un altro importante soggetto: il sindacato degli agenti di polizia penitenziaria. In controtendenza con le nuove politiche di riduzione della spesa pubblica ed il conseguente blocco del turnover del pubblico impiego, i neonati agenti di polizia penitenziaria avviano un vertiginoso processo di crescita degli organici; inoltre, un riordino delle carriere consegna a questo
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personale agili automatismi di mobilit verticale e benefici economici veramente consistenti. La grande visibilit e il credito che le loro rappresentanze sindacali conquistano in poco tempo accresce il tradizionale senso di separatezza di questo corpo militare dal resto del mondo del lavoro. Questa riforma, pur condivisibile nelle sue originarie istanze di democratizzazione (20), ha fatto di questo soggetto un centro di potere forte ed influente, in accesa competizione con larea della dirigenza nel controllo di questo apparato. Il tentativo riformista del sindacato confederale, vero protagonista della smilitarizzazione degli agenti, ha dovuto presto fare i conti con la nascita di un sindacalismo autonomo, fortemente corporativo, dalle inequivocabili matrici reazionarie, che ha alimentato ideologie dellappartenenza militaresca che stanno producendo profondi e pericolosi guasti. Lassenza di una tradizione democratica, unita alla forte resistenza alla trasformazione opposta dalla classe dirigente, ha in poco tempo reso insignificante la rappresentanza di Ggil, Cisl e Uil tra i nuovi poliziotti, costretti a rincorrere affannosamente parole dordine sempre pi aggressive e oltranziste. Al pari delle vicende che hanno caratterizzato la sindacalizzazione della Polizia di Stato (21), la frammentazione della rappresentanza sindacale ha indotto una accesa competizione tra le diverse sigle, che si traduce in una microconflittualit endemica che rende perennemente instabili gli equilibri negli istituti penitenziari e problematico il governo delle situazioni interne. La proliferazione di sindacati espressione, in parte, degli aggregati di interessi che si coagulano nei diversi strati della struttura gerarchica del <<Corpo>>, in parte diretta promanazione di alleanze con pezzi della dirigenza e col mondo politico, che in quelle 44.000 famiglie di poliziotti cercano non solo consensi e simpatie elettorali, ma anche importanti cinghie di trasmissione delle ideologie autoritarie negli apparati della sicurezza. Questo ex corpo militare, frustrato nelle sue aspettative di status dal confronto con le altre forze dellordine, mortificato da una condizione lavorativa che non riesce ad emanciparsi dal semplice aprire e chiudere cancelli, stato cos sempre pi chiuso nellorizzonte di posizioni autarchiche e oltranziste, ed appare oggi incapace di affrancarsi da una cultura professionale che si gioca soltanto sulle dimensioni del reddito, del potere e della gerarchia. La forza di questo soggetto istituzionale ha appiattito lapparato su posizioni di pura separazione e conservazione di se stesso. Un alto dirigente dellamministrazione ha dichiarato, in un convegno svoltosi a Napoli nel 99, che ormai oltre l80% della corrispondenza dellapparato riguarda <<questioni sindacali>>. La gran parte delle risorse economiche ed umane pervenute ai penitenziari negli anni novanta sono andate quasi esclusivamente a rafforzare le impellenti ragioni della sicurezza (22). Alla politica che pretende un carcere sicuro e silente, i sindacati della polizia penitenziaria chiedono legemonia assoluta nella gestione degli istituti, relegando le istanze rieducative pronunciate dalla Costituzione a quella parte dellesecuzione penale che si gioca fuori dal carcere, nelle misure alternative. Il nucleo duro del carcerario, gli istituti di pena, cosa loro. Il potere di condizionamento che questi sindacati esercitano oggi sulle scelte dellAmministrazione enorme; la loro forza sta nel fatto che essi rappresentano coloro che garantiscono la sicurezza dentro gli istituti, e sul mantenimento dellordine si gioca non solo lincolumit dellutenza e degli operatori, ma anche limmagine sociale del carcere e la continuit e le carriere dei vertici dellapparato. La riforma del corpo degli agenti di custodia ridisegna anche gli assetti dei piani alti del neonato Dipartimento dellAmministrazione Penitenziaria. La vecchia dirigenza degli uffici centrali, composta esclusivamente da magistrati, viene affiancata da un folto drappello di quadri intermedi, i direttori penitenziari, che conquistano spazi di mobilit verticale prima inesistenti. Lo sbloccarsi delle carriere dei quadri ha portato questo personale in una situazione di accesa competizione per la conquista di una poltrona ministeriale, il che significa, almeno per loro, la possibilit di liberarsi dalla necessit del

carcere. Condizione essenziale perch si possa ambire a questi salti della carriera che nei loro curriculum personali non vi siano <<incidenti>>, cio che negli istituti sottoposti alla loro direzione non si verifichino problemi rilevanti sotto il profilo della sicurezza, e ci ha alimentato una cultura gestionale che valuta positivamente le situazioni in cui <<non succede nulla>>, piuttosto che quelle che possono vantare eventi significativi. Un direttore viene giudicato sulla base del criterio del non aver mai fatto parlare di s, piuttosto che sulla valutazione oggettiva delladerenza alla legge del suo operato. Quando sulla scena sociale degli anni '90 ricompaiono gli speciali di Pianosa e dellAsinara, intorno al carcere cala una fitta cappa di opacit. Ad essere colpiti da questa ondata restauratrice non sono state solo le fasce criminali alte: il carcere ha subito un generale irrigidimento dei regimi disciplinari. Con lesplodere delle inchieste di Milano contro la corruzione e di Palermo contro la mafia il carcere viene investito da un indefinito e confuso flusso di domande sociali, che rimandano tutte ad unaccentuazione delle sue funzioni custodialistiche. Prigioniero di una stagione della politica ormai al tramonto, Nicol Amato cade il giorno dopo che una troupe del tg2, in visita al nuovo carcere napoletano di Secondigliano, raccoglie in diretta le dichiarazioni di un detenuto che denuncia di aver subito un pestaggio (23). La vecchia casa di vetro, che mostra il suo volto migliore fatto di ossequiosi carcerati che costruiscono barchette ed elemosinano piet e commiserazione, sfugge allaccorta regia ministeriale, consegnando una sgradita immagine di violenza e sopraffazione nel momento in cui lo Stato sta compiendo il massimo sforzo repressivo contro il crimine organizzato. Il nuovo carcere del 41bis e dellAlta sicurezza mal tollera ormai il protagonismo di un personaggio abituato allesercizio di unautonomia piena nella gestione delle aree della specialit. Amato lascia cos la direzione politica delle carceri italiane, che per lungo tempo sar affidata a figure di sicuro prestigio, ma assolutamente ininfluenti sotto il profilo del governo reale di questo apparato (24). Quella stessa macchina burocratica che egli aveva tanto contribuito a costruire dimostra di non aver pi bisogno di un manovratore. Nel veloce alternarsi delle nomine al vertice dellAmministrazione delle carceri la vera continuit delle politiche penitenziarie stata assicurata proprio dalla implementazione e stabilit della macchina amministrativa. Nellautunno del 1997 il Ministro della Giustizia Giovanni Maria Flik, uomo chiamato dal Governo di centro sinistra a normalizzare la situazione della giustizia italiana dopo la burrascosa stagione di Mani Pulite, manda Alessandro Margara a dirigere le carceri. Margara uno degli esponenti pi prestigiosi del riformismo penitenziario italiano ed una delle intelligenze pi vivaci che si muovono su questo terreno; viene dalla Presidenza del Tribunale di Sorveglianza di Firenze, una trincea che nelle emergenze degli anni 90 ha rappresentato un sicuro punto di resistenza e difesa della riforma penitenziaria. Di fronte alla polveriera carceraria, con i suoi intollerabili livelli di affollamento, limpoverimento delle condizioni di vita e le tante barriere imposte al funzionamento della legge Gozzini, annuncia il suo programma di potenziamento e rilancio del trattamento penitenziario. Ma il disegno neo riformatore di Margara sconta almeno due pesanti errori di valutazione. Nelle prigioni italiane ormai assente da anni uno dei soggetti che era stato il motore della trasformazione del nostro carcere, il movimento dei detenuti; inoltre Margara non pesa a sufficienza i forti aggregati di potere che si muovono dentro lapparato, per nulla disposti a rinunciare ai vantaggi che le logiche emergenziali hanno portato loro. La nuova direzione generale viene subito attaccata frontalmente dai sindacati della Polizia Penitenziaria e deve subire inoltre la resistenza passiva di una dirigenza per nulla disposta a mettere in secondo piano i suoi disegni di riordino delle carriere. In questo quadro, il tentativo di rilanciare lo spirito della riforma carceraria, costretto in pi a muoversi su un terreno inquinato dalle ideologie sicuritarie, in poco tempo consuma la sua sconfitta. Con la caduta del Governo Prodi arriva al
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Ministero della Giustizia Oliviero Diliberto, esponente del neonato partito dei comunisti italiani. Come prima uscita pubblica il ministro sceglie il palcoscenico del penitenziario di Rebibbia per parlare al popolo delle carceri della necessit di umanizzare le condizioni di vita nelle prigioni, di abolire lergastolo e rilanciare le misure alternative. Al compiaciuto giornalista ex sessantottino che gli chiede perch mai avesse scelto proprio un carcere per la sua prima uscita pubblica, Diliberto rispose orgoglioso: <<perch sono un comunista e i comunisti partono sempre dagli ultimi>>. La reazione dellapparato subitanea e virulenta. I vari sindacati della polizia penitenziaria cominciano a bombardare il DAP di comunicati che annunciano stati di agitazione e azioni di protesta, sostenuti dallazione politica della destra di Alleanza nazionale, che non perde occasione per attaccare Alessandro Margara e la presunta politica garantista del governo di centro sinistra. Nel mese di Gennaio del 1999 nella citt di Milano, roccaforte politica del Polo di centro-destra, si verificano alcuni omicidi che suscitano un grande allarme nellopinione pubblica. Presto i media cominciano a dare visibilit e risalto a qualsiasi fatto di criminalit accada nel capoluogo lombardo e la destra mobilita la piazza contro limmigrazione clandestina e la microcriminalit diffusa. Alcune evasioni clamorose che avvengono dalle carceri italiane fanno precipitare lamministrazione delle carceri in una bufera di polemiche e rivendicazioni. In questo clima si compie la repentina svolta autoritaria del governo di centro sinistra sui temi della sicurezza. Lesecutivo vara un pacchetto di norme che inaspriscono le pene per i reati di microcriminalit, concede nuovi poteri alla polizia nella fase delle indagini, semplifica le procedure per limpiego dellesercito contro limmigrazione clandestina (25). Con una legge delega lesecutivo avvia quel processo di riordino dellArma dei Carabinieri che nel successivo mese di ottobre porter alla costituzione di questo corpo come quarta forza armata del paese (26), chiudendo definitivamente quella stagione di democratizzazione degli apparati di polizia che nel 1981 aveva portato alla smilitarizzazione della Polizia di Stato (27). Per quanto riguarda le carceri, il Ministro della Giustizia annuncia la costituzione di una dirigenza autonoma della polizia penitenziaria (finora sottoposta alla direzione del personale civile), propone una rappresentanza del corpo nei contingenti militari in missione allestero, firma un condono dei provvedimenti disciplinari pendenti contro gli agenti, fa approvare due decreti che istituiscono lUGAP (Ufficio per la Garanzia Penitenziaria) (28), cio un servizio segreto interno al DAP con amplissimi poteri di controllo sullapparato, e il GOM (Gruppo Operativo Mobile), un reparto che ha formalmente come compito la gestione dei detenuti pi pericolosi e dei collaboratori di giustizia (29). Con la nascita di queste due strutture trova un importante momento di codifica quel modello carcerario della massima deterrenza che si costruito direttamente sul campo delle grandi emergenze criminali dei primi anni novanta. Qui non si tratta soltanto della delicata questione della gestione dei detenuti ad alto indice di pericolosit, ma dei possibili squilibri che la crescita della repressione e delle carcerazioni pu scatenare nel sistema penitenziario. Laccelerazione del processo di militarizzazione del carcere che la nascita di questi due <<servizi>> rappresenta la naturale conseguenza del definitivo tramonto di una risposta riformista alla crisi del nostro carcere. Il forte sbilanciamento dei poteri interni allAmministrazione che queste decisioni comportano scatena la reazione delle corporazioni del personale civile. LAmapi, sindacato di categoria dei medici penitenziari, indice una giornata di sciopero per protestare contro i tagli previsti dal governo alla medicina penitenziaria (30), seguito a ruota dal Sidipe, il sindacato dei direttori penitenziari, che indice due giornate di <<blocco totale degli istituti>>, per protestare contro un decreto del consiglio dei ministri che prevede linquadramento dei direttori come dirigenti della pubblica amministrazione, previo il superamento di un pubblico concorso (il Sidipe chiede linquadramento automatico senza alcuna prova selettiva). La posizione estrema del Sidipe dovuta, oltre che alla preoccupazione di vedersi <<confusi>> nellindistinto aggregato dei pubblici dirigenti, anche dalla istituzione del ruolo

direttivo della polizia penitenziaria voluta dai sindacati degli agenti e dal Ministro della Giustizia, che porter nellarea della dirigenza una generazione di quadri provenienti dalla carriera della Polizia Penitenziaria (31). Un mese dopo questi eventi, Alessandro Margara apprende dalla stampa di essere stato dimissionato dal Ministro (32). L8-5-2000, intervistato dal quotidiano La Repubblica, lormai ex Ministro Diliberto dichiara: <<Alla trasmissione Pinocchio (33) dissi che bisognava abolire lergastolo, mantenere i benefici della Gozzini, riconoscere i diritti dei detenuti. La reazione fu una sequenza di impressionanti evasioni. Tre scapparono proprio dal carcere di Rebibbia>>. Alla domanda del giornalista che chiede se questi episodi fossero espressione di un piano, il Ministro risponde: <<Ne ebbi la sensazione, ma non le prove. Ci furono altre fughe da Opera, poi scapp Ghiringhelli da Novara Lessi quegli episodi come la reazione contraria ad una linea di apertura>> (34). Con la cacciata di Margara i sindacati dei poliziotti penitenziari fanno a gara nel contendersi il merito di aver mandato a casa il Direttore Generale delle carceri. La Cisl Penitenziari pubblica sul suo bollettino di informazione una <<rivendicazione>> del ruolo svolto dal sindacato in questa vicenda, precisando di aver combattuto lex direttore generale perch egli era convinto che una polizia pi forte avrebbe peggiorato la vita dei detenuti (35). Il 3 maggio del 2000, un anno dopo questi eventi, la Procura di Sassari emette 82 ordini di custodia cautelare per 79 agenti di polizia penitenziaria, il comandante del carcere di Sassari, la direttrice dellistituto e per il Provveditore regionale dellamministrazione penitenziaria della Sardegna. Nellordine di custodia cautelare si sostiene che gli inquisiti si sarebbero resi responsabili di un vero e proprio pestaggio <<organizzato e voluto intenzionalmente e perpetrato con sevizie e crudelt>>. Liniziativa della magistratura sarda raccoglie una grande visibilit sulla stampa nazionale. Le immagini dei visi tumefatti e delle sevizie sui corpi svelano il volto pi brutale del carcere e rappresentano impietosamente sulla scena pubblica i livelli di degrado e il clima di violenza che attraversa le nostre prigioni, dopo dieci anni di vertiginosa crescita dell'affollamento e di imperio delle ragioni della sicurezza. Ma non solo questo. I fatti di Sassari rappresentano un episodio certo eccezionale, ma sintomatico di una deriva autoritaria che da tempo attraversa i nostri apparati della sicurezza e che poco tempo dopo trover il suo tragico epilogo nella battaglia che sar combattuta nelle piazze di Genova, durante le contromanifestazioni per la riunione del G8 (36). La vittoria che le forze pi oltranziste dellAmministrazione penitenziaria hanno raccolto con il licenziamento di Margara ha creato nellapparato un clima segnato da forti elementi militaristi, dove il modello della massima deterrenza, nato per governare larea dei detenuti pi pericolosi, si propone per gestire anche la polveriera delle carceri metropolitane, piene di tossicodipendenti, immigrati e marginali. E lepilogo di questa vicenda rappresenta emblematicamente il grande potere di cui oggi godono gli apparati di sicurezza nel nostro paese. Per protestare contro gli avvisi di garanzia della Procura di Sassari tutti i sindacati di polizia indicono una manifestazione nazionale in opposizione alla <<criminalizzazione>> del corpo, per la liberazione dei colleghi arrestati e per un aumento degli organici. Si annunciano sit-in fuori ai cancelli delle prigioni, autoconsegne, astensioni dalla mensa ed anche uno sciopero in bianco, cio lapplicazione alla lettera degli ordini di servizio che disciplinano la vita interna agli istituti, compresi quelli delicatissimi che riguardano i colloqui con i familiari. Questa furiosa reazione apre un conflitto istituzionale pericolosissimo e dagli sviluppi imprevedibili. Un corpo di polizia che attacca frontalmente la magistratura un segnale inquietante dei guasti che la deriva autarchica degli apparati repressivi ha ormai prodotto. Il messaggio che questa azione di forza lancia chiaro ed inequivocabile: far precipitare il conflitto nelle prigioni per poi presentarsi come gli unici in grado di affrontare lo scontro sul piano militare (37). Lazione di forza promossa dai sindacati raccoglie immediatamente il sostegno dellopposizione
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di centro destra e lappoggio del nuovo governo di centro sinistra, preoccupato di tenere sotto controllo una pentola che rischia di esplodere fragorosamente. L'esecutivo esprime la sua solidariet agli agenti <<ingiustamente oggetto di una campagna di criminalizzazione>> e annuncia un provvedimento urgente che prevede lassunzione di nuovi poliziotti. Dopo cinque giorni dalla proclamazione dello sciopero, il Gip di Sassari revoca gli 82 ordini di custodia cautelare emessi dalla Procura. Ma intanto nelle prigioni, gi rese invivibili dalle assurde condizioni di sovraffollamento, le ripercussioni degli scioperi dei direttori e degli agenti fanno crescere pericolosamente disagio e tensione. Larroganza con cui i sindacati della polizia penitenziaria hanno risposto ai provvedimenti della magistratura dopo il pestaggio di Sassari e l'attenzione pressoch unanime che la classe politica ha mostrato verso le loro rivendicazioni (ad eccezione del Partito della Rifondazione Comunista e dei Verdi), accresce il senso di frustrazione e di sconfitta tra i reclusi. Appare incomprensibile come sia possibile che un atto che ha pesantemente colpito i detenuti possa tradursi in un ulteriore irrigidimento delle condizioni di vita interne e nellaumento della forza e delle risorse a disposizione dellapparato. La coscienza di essere privi di una qualsiasi rappresentanza politica, inoltre, accresce ancor pi il senso di abbandono e di disperazione. Spontaneamente e senza alcuna precisa regia, il <<popolo dei dannati della terra>> ha fatto di nuovo sentire la sua voce, dopo quasi due decenni di silenzio. Nel breve volgere di qualche settimana nasce un movimento che riporta sulla scena pubblica rumori di battiture di cancelli, immagini di materassi e coperte in fiamme, scioperi della fame e rumorose proteste, scontri con la polizia penitenziaria e gesti estremi di autolesionismo. La protesta si diffonde con grande velocit in tutti gli istituti, anche se sono soprattutto le grandi case circondariali delle metropoli le pi attive. Le azioni di lotta assumono, sin dallinizio, un carattere fondamentalmente pacifico e si coagulano intorno alla parola dordine <<liberi tutti>>. La proposta di un indulto generalizzato per tutti i detenuti, formulata per primo da Ovidio Bompressi, raccoglie ladesione del mondo delle associazioni di volontariato e delle cooperative, dei centri sociali e, soprattutto, della Chiesa cattolica che, in un documento della Conferenza Episcopale, chiede esplicitamente al governo italiano un <<atto di clemenza>> per i reclusi in occasione del giubileo dei detenuti fissato per il 9 luglio 2000. La grande effervescenza che nasce nelle nostre prigioni crea un clima di forte tensione in un sistema che da quasi un ventennio non segnalava alcun significativo episodio di conflitto. Il forte ringiovanimento del personale avutosi nellultimo decennio ha costruito una cultura professionale assolutamente impreparata a gestire situazioni di conflitto collettive. Il modello premiale di gestione del carcere e la forte presenza di tossicodipendenti ed immigrati sconta sicuramente una fenomenologia complessa di disagi ed una microconflittualit diffusa che, per, ben altra cosa da forme di azione collettive coordinate e generalizzate. Insomma il sistema penitenziario scopre che nelle prigioni ci sono anche i detenuti, che sono quasi 55.000, che stanno mostrando di potersi organizzare e, soprattutto, che gli strumenti tradizionali della premialit cominciano a soffrire gravi problemi di funzionalit in una realt in profonda trasformazione. La nuova Direzione Generale delle carceri (38), subentrata allo staff di Alessandro Margara, comprende la gravit della situazione e prende una chiara posizione a favore della soluzione indulgenziale. Persino qualche sindacato autonomo di polizia penitenziaria, cosciente che la situazione pu sfuggire di mano, chiede che il mondo politico raccolga le richieste che provengono dalle carceri. Ma il nuovo movimento carcerario destinato in poco tempo a scomparire repentinamente dalla scena. Privo di una forte direzione politica (39) e caratterizzato dalla grande fragilit delle soggettivit che compongono la massa marginale dei reclusi, il <<movimento per l'indulto>> viene schiacciato dall'indifferenza e dalla sordit della classe politica, impegnata a farsi concorrenza sui temi della repressione e della sicurezza. Il 4 agosto del 2000, il nuovo Governo di centro sinistra vara un pacchetto di provvedimenti

sulla situazione carceraria che prevede lassunzione di 2.300 agenti di polizia penitenziaria, di 1.900 addetti sociali e amministrativi per il sistema penitenziario, di 1.500 assistenti giudiziari per i tribunali, di 337 addetti alla Giustizia Minorile, lo stanziamento di 360 miliardi per nuovi uffici giudiziari, il varo del Regolamento di riforma del Ministero della Giustizia ed un programma di stanziamenti per ledilizia penitenziaria. <<Le misure decise oggi dal Consiglio dei Ministri si aggiungono dichiara il nuovo Ministro della Giustizia Fassino - ai significativi provvedimenti varati nei giorni scorsi: lapprovazione in Parlamento della legge sul lavoro in carcere e sullo status delle detenute-madri (40), lavvio al Senato dellesame legislativo del pacchetto giustizia e lapprovazione definitiva della legge che consente lutilizzo negli uffici giudiziari di 1.850 lavoratori socialmente utili (41). Dopo tre mesi di manifestazioni, scioperi della fame, azioni clamorose di protesta, astensioni dal vitto, battiture e incendi di suppellettili, il <<movimento carcerario>> raccoglie una sconfitta cocente. Un aumento delle pene per i reati di microcriminalit, la costruzione di nuove carceri, la crescita degli organici della polizia penitenziaria e del personale civile, unaccentuazione dellordine gerarchico del sistema penitenziario, il rafforzamento e la creazione di servizi di sicurezza e di <<reparti antisommossa>> della polizia penitenziaria. Laccorta regia governativa, dopo le polemiche e gli scontri suscitati dallistituzione dellUgap e del Gom, stavolta ha fatto in modo che nessun gruppo di interesse dentro lapparato rimanesse a bocca asciutta. Per larea della dirigenza viene stabilito un aumento degli organici nelle fasce dei primi dirigenti e dei dirigenti generali pari a 199 unit, che assicura, di fatto, avanzamenti di carriera per tutto il personale direttivo; il personale civile, educatori, ragionieri e assistenti sociali, entra per intero in percorsi di mobilit verticale che modificano il loro attuale inquadramento; per la Polizia Penitenziaria vengono istituiti i ruoli ordinari e speciali della dirigenza, per un totale di 715 dirigenti (42). I provvedimenti legislativi vanno tutti nella direzione di unaccentuazione dellordine gerarchico dellapparato e di una militarizzazione progressiva delle condizioni di vita negli istituti. La contemporanea approvazione della legge sul lavoro penitenziario e lentrata in vigore del nuovo regolamento di esecuzione scritto da Alessandro Margara (43) lanciano un messaggio chiaro ed inequivocabile: il numero dei detenuti destinato inesorabilmente a crescere ed il carcere dovr attrezzarsi a rispondere alle tensioni con qualche risorsa interna in pi (il lavoro penitenziario), qualche elemento di vivibilit (nuovo regolamento di esecuzione) e, soprattutto, con una pi accentuata attenzione alle ragioni della sicurezza e dellordine. Gli incentivi offerti al personale penitenziario vanno tutti nella direzione della monetizzazione di una condizione di lavoro che dovr di nuovo fare i conti con unutenza sempre meno disposta alla <<collaborazione>> e con una tendenza sistematica al conflitto ed al disequilibrio. La risposta autoritaria e repressiva che si deciso di dare a quel movimento ha impedito la traduzione in domande politiche delle istanze di umanizzazione e riforma del sistema penitenziario che esso esprimeva. La forma assolutamente pacifica con cui si sono espresse le proteste non ha raccolto alcun significativo risultato; lo stesso apparato penitenziario che dovrebbe pi di altri preoccuparsi delle dinamiche che si stanno innestando, ha ignorato quel campanello di allarme, impegnato comera nellopera di pressione per raccogliere benefici corporativi. Se ai piani pi alti dellAmministrazione Penitenziaria si notata capacit di lettura della situazione e il coraggio di esporsi chiaramente sulla opportunit di accogliere la proposta di un indulto, il sistema politico da una parte e il corpo dellapparato dallaltro hanno dimostrato unassoluta incapacit di dare risposte adeguate a quel momento di crisi, convinti che limplementazione dellapparato ed un ulteriore rilancio della risposta autoritaria saranno sufficienti a gestire quellautentica polveriera che si ritrovano sotto i propri occhi. Non da escludere, nel prossimo futuro, che le forme della lotta e le proteste nelle prigioni possano assumere toni e modalit pi estreme e radicali, ingenerando un vortice di rivolte e repressioni che difficilmente trover possibilit di ricomposizione.
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I fatti di Sassari segnano un modello tipico di risposta ai conflitti generati dalla crisi sociale contemporanea, consegnando, come tutte le emergenze, un lascito di sconfitte e nuove e pi sofisticate macchine della repressione. Quando un anno dopo questi eventi, nel mese di luglio del 2001, nelle piazze di Genova gli apparati repressivi si scateneranno nella violenta repressione di massa delle manifestazioni di protesta contro il vertice del G8, nelle prigioni temporaneamente allestite nelle caserme della Polizia e dei Carabinieri (44) far la sua comparsa il corpo speciale della polizia penitenziaria nato per contrastare il crimine mafioso: il Gruppo Operativo Mobile. Nellorganizzazione dellordine pubblico che avrebbe dovuto gestire una manifestazione di piazza, si pensa bene di mobilitare un reparto di polizia specializzato nella gestione dei detenuti ad alto indice di pericolosit, formato per applicare quel carcere duro del 41bis che ospita i vertici della Mafia, della Camorra, della Ndrangheta e della Sacra corona Unita. Quel regime detentivo duro pensato per aggredire la resistenza di gente del calibro di Tot Riina e Giovanni Brusca viene scatenato contro i militanti dei centri sociali, delle organizzazioni ambientaliste, dei volontari cattolici e dei lavoratori dei sindacati di base, convenuti a Genova per manifestare contro i <<potenti della terra>>. Ancora una volta le logiche emergenziali dimostrano di saper costruire strutture versatili e pronte ad attivarsi su ogni tipo di emergenza. Quel carcere di massima sicurezza, sperimentato e costruito per combattere la guerra contro i partiti armati degli anni settanta, riscoperto e riattualizzato nella guerra contro la mafia e la camorra, aggredisce adesso unaltra generazione politica di questo paese, dimostrando s di essere apprezzato per il valore duso che ha nella repressione delle organizzazioni mafiose, ma anche per lalto valore simbolico che la sua minaccia pu esercitare su un corpo sociale sempre pi colpito dalla crisi economica. Nei giorni immediatamente successivi al vertice cominciano ad apparire sulla stampa denunce contro le violenze subite dalle persone arrestate e condotte nelle due caserme di Bolzaneto e Forte S. Giuliano ad opera di poliziotti, finanzieri, carabinieri e agenti della Polizia Penitenziaria (45). Ricompaiono sui media le immagini di volti tumefatti e racconti di brutalit e pestaggi che non molto tempo prima, ma ormai gi sepolte nel silenzio, erano arrivate dal carcere di Sassari. Oliviero Diliberto, lasciando il suo incarico al Ministero della Giustizia, aveva inviato una lettera di saluto alla Polizia Penitenziaria nella quale, oltre ad indicare i risultati politici della sua esperienza, con orgoglio diceva che << soprattutto, abbiamo insieme ottenuto qualcosa che non ha prezzo. E la dignit ritrovata e lorgoglio di appartenenza del Corpo, che va di pari passo con il rispetto che oggi, pi di ieri, vi portano le altre forze di polizia. Non siete pi un Corpo di serie B>>. I racconti e le denunce dei manifestanti arrestati a Genova e passati per la caserma di Bolzaneto sono una testimonianza chiara che i poliziotti del Gom presenti in quel carcere non sono stati da meno a nessuno.

B) Dalle mani tese dellaiuto, alle mani in alto della repressione


I - <<Fino al 1785 lopinione pubblica inglese non si rendeva conto di alcun cambiamento fondamentale nella vita economica, tranne che per un improvviso aumento del commercio e lo sviluppo della miseria>> (46). La penetrazione nellEuropa moderna delleconomia di mercato produce enormi sconvolgimenti sociali sulla cui natura si interrogano, con grande preoccupazione, laristocrazia e gli intellettuali dellepoca. Le violente fluttuazioni economiche del libero mercato generano ondate di miseria che si

riversano sulle aree urbane, popolandole di viandanti, mendici, delinquenti, malati. Da dove vengono queste masse di reietti che premono sulle citt, che si accampano alle loro porte, che vivono di nulla e talvolta prendono ci di cui hanno necessit? La riflessione sul dilagare della povert cammina di pari passo con la preoccupazione delle classi al potere di mantenere sicurezza e decoro nella societ in trasformazione. Il nascente ordine economico genera un grande disordine sociale; la scienza e la coscienza borghese stentano a riconoscere che lespandersi della povert e della miseria sono in realt leffetto pi eclatante della irruenta nascita del mercato della forza lavoro. <<Allinizio delle manifatture si ebbe un periodo di vagabondaggio, provocato dalla scomparsa delle compagnie al seguito dei feudatari, dallo scioglimento degli eserciti che si erano raccolti e che avevano servito i re contro i vassalli, dal miglioramento dellagricoltura e dalla trasformazione in pascolo di grandi estensioni di terreno arativoQuesti vagabondi, i quali erano talmente numerosi che tra laltro Enrico VIII dInghilterra ne fece impiccare 72.000, erano indotti a lavorare solo a prezzo di grandi difficolt, se spinti da unestrema miseria e soltanto dopo lunga resistenza>> (47). Quanto pi problematica si fa linclusione sociale che la mano invisibile dovrebbe assicurare alle masse liberate dalla feudalit, tanto pi violente e spettacolari sono le innovazioni che il potere produce, nel moltiplicarsi del caos. <<Il sentimento di carit, laiuto ai poveri, la piet verso gli infelici ed i bisognosi, sembrano essere valutati positivamente in modo duraturo nella civilt europea. Malgrado questo, alle soglie dellet moderna, la forca ha steso la sua ombra su quei sentimenti>> (48). Nella lunga storia delle politiche di contrasto alla miseria, i linguaggi della carit, dellaiuto e della piet si sono costantemente sovrapposti alle nuove parole della sorveglianza e della punizione. Quando le architetture della segregazione che nel Medioevo avevano combattuto la lebbra e la peste, recludendo gli ammalati, si resero disponibili ad accogliere il grande internamento dei poveri, dei criminali e degli infermi, si apr una stagione feconda di innovazione dei dispositivi di potere. In questi luoghi la reclusione incontr le nuove esigenze del disciplinamento e le incerte definizioni sociali della norma avviarono la sperimentazione di tecnologie di piegamento del corpo e dellanima che misero a lavoro saperi e linguaggi fortemente innovativi. Dove finisce la cura e dove inizia la punizione? Un quesito che interroga loccidente da lungo tempo, conservando immutata, fino ai nostri giorni, tutta la sua antica carica di ambiguit. <<Prima che la prigione diventasse un mezzo su vasta scala per la punizione dei delinquenti, lEuropa moderna laveva adoperata come strumento di realizzazione della politica sociale nei confronti dei mendicanti>>, racconta Geremek (49). <<La forma prigione per Foucault preesiste alla sua utilizzazione sistematica nelle leggi penali...>> (50). Prima ancora di divenire la forma per eccellenza in cui si realizza <<il potere di punire>>, essa stata il luogo dove si sono elaborate <<le procedure per ripartire gli individui e distribuirli spazialmente, classificarli, ricavare da essi il massimo rendimento e il massimo delle forze, addestrare i loro corpi...>> (51) alla disciplina del lavoro salariato. E la punizione ed il lavoro, il carcere e la fabbrica (52), <<la privazione della libert ed il lavoro coatto si uniscono in un embrione di politica socializzante e si rivolgono sia verso i delinquenti che verso i miserabili senza lavoro>> (53). <<Sullingresso di una casa di lavoro-riformatorio di Amburgo continua il racconto di Geremek si leggeva: il lavoro mi nutre, il lavoro mi punisce>> (54). Ed proprio intorno al nodo del lavoro, del lavoro salariato, che si organizza la moderna tecnologia del disciplinamento. Il lavoro che assicura partecipazione, inclusione, identit ed integrazione, quando c. Ed quello stesso lavoro che, quando si presenta come assenza, disoccupazione e immiserimento, tende ad espellere, ad allontanare e, al contempo, organizza apparati educativi fondati sul sequestro e sulla reclusione. Ma se nella nascente societ del capitale linternamento serviva la doppia necessit di assicurare un ordinato svolgersi della vita sociale e l'educazione delle masse alla disciplina del lavoro salariato,
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quale funzione svolge oggi, nellepoca della societ della nuova disoccupazione di massa, della precarizzazione diffusa, delle politiche di riduzione del welfare (55)? Qual oggi il rapporto tra carcere e lavoro, una volta che questo ha perso la sua funzione di strumento di correzione per i rei ed i reietti? II - Nel nostro tempo lincarcerazione dei poveri, dei delinquenti, dei migranti, risponde soprattutto ad esigenze di neutralizzazione di queste classi pericolose e di affermazione di un ordine simbolico. Le politiche neoliberiste non impongono soltanto un pi rigoroso ordine nei conti economici, ma anche un maggiore ordine nelle strade; anzi sono proprio le esigenze di maggior rigore economico a spingere verso le politiche repressive. Per Loic Wacquant <<il trattamento punitivo dellinsicurezza e della marginalit sociale>> sono probabilmente le conseguenze necessarie delle politiche di <<austerit budgetaria e regressione fiscale, compressione della spesa pubblica, privatizzazioni e rafforzamento dei diritti del capitale, liberalizzazione disinvolta dei mercati finanziari e degli scambi, flessibilizzazione del lavoro salariato e riduzione delle garanzie sociali>>. Le istituzioni <<poliziesche e penitenziarie>> sono chiamate sempre pi a <<riaffermare lautorit morale di uno Stato che si condanna allimpotenza economica, a piegare il nuovo proletariato alle esigenze del lavoro salariato precario, a sistemare coloro che sono giudicati inutili e indesiderabili dal nascente ordine sociale>> (56). La reclusione oggi testimonia da un lato la capacit di potenza dello Stato, confidando nel potere di deterrenza della sua simbologia di morte; dallaltro, riapproda a quei paradigmi della neutralizzazione e dellannientamento che apparivano consegnati ad unepoca remota della nostra storia. Ma ci non significa che le ideologie della correzione siano destinate a scomparire del tutto. Le esigenze di legittimazione del carcere non si esauriscono nella rassicurante esibizione dei corpi incarcerati; sia per linsistere di sentimenti di piet nel nostro spazio discorsivo pubblico, sia per le necessit di sopravvivenza di una forte industria della solidariet che si muove intorno allincarcerazione, dovremo ancora a lungo fare i conti con le immagini di un carcere dal volto umano, che rimuove carenze, ripara deficit, reintegra e redime. Ma, di certo, ci che appare consegnato ad un tempo ormai trascorso la coniugazione del binomio carcere-lavoro. Oggi la condanna alla detenzione si sostanzia non pi nella imposizione del lavoro ma nella sua indisponibilit, laddove esso condizione per evitare o liberarsi dalla reclusione, perch lassenza di lavoro che conferma e ribadisce la reclusione. Non pi condanna o forma della pena, non pi coazione o ergoterapia, il lavoro, sempre pi discontinuo, incerto, precario, deregolamentato, continua per ad essere richiesto come condizione essenziale per legittimare le aspettative di inclusione sociale delle masse marginali. Le risposte neoliberiste alla pauperizzazione e precarizzazione di aree sociali sempre pi estese si giocano contemporaneamente su due piani: inasprimento dellazione repressiva, da un lato, e irrigidimento dei meccanismi dellinclusione sociale, dallaltro, fondati su modelli fortemente selettivi che prescrivono lassunzione, per chi cerca di sottrarsi alla reclusione o allespulsione, di un ruolo lavorativo subordinato, stabile e regolato. Sia nelle attuali politiche migratorie, sia nella legislazione sul consumo delle droghe, sia nei protocolli di recupero che il carcere offre agli internati, la disponibilit di unoccupazione regolare la vera condizione di accesso o reingresso nei sistemi di cittadinanza: questo, forse, il nucleo pi devastante del paradigma neoliberista dellesclusione. Paradossalmente, proprio quando nelle nostre societ riemerge il problema di unampia disoccupazione strutturale ed il lavoro inizia a perdere la sua capacit di regolazione sociale gli orientamenti che si affermano nelle politiche statali sulle aree sociali a rischio ripropongono la sua centralit nelle strategie di inclusione. <<Solo se lavori e sei produttivo hai diritto a ricevere i beni necessari alla sopravvivenza. Questi automatismi culturali sono stati cos profondamente instillati nella mente sociale che gli esseri umani sono stati indotti a considerarsi lavoratori, e quando la necessit del lavoro viene meno, sentono venir meno anche la loro umanit>> (57). Se indiscutibile che per la massa della forza lavoro in

eccesso interna alloccidente il venir meno del rapporto di lavoro salariato comporta impoverimento e perdita di identit, altrettanto vero che per il migrante clandestino, per il lavoratore precario senza tutele, per il disoccupato cronico o per chi in perenne ricerca di prima occupazione, i pericoli concreti di una tale indisponibilit si chiamano anche espulsione e imprigionamento. Linfittirsi delle maglie selettive dei sistemi di inclusione produce una vasta area di figure sociali costrette a muoversi sui terreni sdrucciolevoli delle economie sommerse, illegali, irregolari. In questi spazi domina la condizione della clandestinit, una condizione che attraversa lesistenza di crescenti masse sociali e che per molti costituisce lunica forma possibile della partecipazione. E pi gente viene spinta nella condizione di clandestinit, pi diventa debole e ricattabile, disponibile ad accettare condizioni di lavoro sempre pi precarie e sottopagate. Ma non solo. Pi cresce larea della clandestinit, pi aumenta la possibilit per chi vi costretto di oltrepassare la soglia che separa le economie sommerse ed illegali da quelle criminali e, di conseguenza, pi cresce la probabilit di finire in galera. Ecco dove nasce una parte importante dei nuovi dispositivi di criminalizzazione della miseria. Cos si esprime Loic Wacquant analizzando la situazione penitenziaria americana: <<Ai nostri giorni, lapparato carcerario di quel paese svolge un ruolo analogo nei confronti dei gruppi sociali resi superflui o indesiderabili dalla duplice ristrutturazione del rapporto salariale e della carit di stato: in particolare le frazioni declinanti della classe operaia e i neri poveri residenti nelle grandi citt. Nel far ci, lapparato carcerario assume un ruolo centrale nel governo della miseria, al crocevia fra il mercato del lavoro dequalificato, i ghetti urbani e i servizi sociali "riformati" per supportare la disciplina della condizione salariale desocializzata>> (58). Credo che questa analisi si possa tranquillamente generalizzare alle situazioni sociali dei paesi occidentali maggiormente sviluppati. III - Come controllare le classi pericolose, si chiede Nielse Christie, <<come controllare tutti coloro che non sono pi controllati dai colleghi di lavoro e che potrebbero trovare ingiusto rimanere esclusi dalle attivit produttive, importanti e creatrici di dignit? Come controllare coloro che, in aggiunta a questo, sono anche costretti a vivere in condizioni materiali considerevolmente pi basse di quelli che hanno un lavoro normale?>> (59). Secondo Gilles Deleuze, per governare quei <<tre quarti dellumanit troppo povera per il debito, troppo numerosa per la reclusione>> (60) esclusi oggi dai processi di distribuzione della ricchezza sembrano pi efficaci meccaniche del <<controllo allaria aperta>>, piuttosto che nuovi grandi internamenti. Per il filosofo francese <<le societ disciplinari sono gi qualcosa che non siamo pi, qualcosa che cessiamo di essere>> (61). Lavvento delle nuove meccaniche del controllo segna, secondo Deleuze, una crisi irreversibile di quei <<grandi ambienti di reclusione, prigione, ospedale, fabbrica, scuola e famiglia>> che hanno organizzato le societ del XVIII e XIX secolo, costretti oggi a cedere il passo a nuove forme del potere che seguono gli individui, pi che catturarli, tendono a lasciarli l dove sono, anche se non pienamente liberi di muoversi. A mio avviso, pi che il compimento di un passaggio tra diversi modi di produzione della sicurezza, Deleuze qui intravede una tendenza, un movimento del corpo sociale che investe tanto i luoghi della <<produzione>> quanto quelli della riproduzione e del dominio, e che impone a tutti noi la necessit di trovare nuovi strumenti di lettura della realt. <<Ci che conta continua Deleuze - che noi siamo allinizio di qualcosa. Nel regime delle prigioni la ricerca di pene sostitutive, almeno per la piccola delinquenza, lutilizzo di collari elettronici che impongono al condannato di rimanere a casa in certe ore>> (62). Probabilmente questo qualcosa a cui stiamo assistendo la metamorfosi di un soggetto storico, il detenuto massa, risultato di un lungo e complesso processo di differenziazione che ha portato quel grande universo concentrazionario che era la casa di lavoro a specificarsi in carcere, ospedale, manicomio, ospizio, brefotrofio (63). Questa trasformazione produce una nuova figura sociale la cui caratteristica principale consiste nellessere contemporaneamente destinatario di pi
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forme di esclusione e, di conseguenza, di diverse pratiche del controllo e della repressione: da quella penale a quella psichiatrica, da quella medica a quella <<assistenziale>>, da quella caritatevole a quella militare. Questa forma del potere non intende soltanto controllare corpi segregati, ma, contemporaneamente, disciplinare strategie di movimento e di azione sociale direttamente nel territorio. La relazione tra la deflagrazione della fabbrica fordista nellimpresa a rete e la moltiplicazione delle istituzioni del controllo che nascono dalla crisi del carcere qui qualcosa di pi di una suggestiva analogia. <<La fabbrica costituiva gli individui in corpo, per il doppio vantaggio e del padronato, che sorvegliava ogni elemento della massa, e dei sindacati che mobilitavano una massa di resistenza; ma limpresa non cessa di introdurre una rivalit inespiabile come sana emulazione, motivazione eccellente che oppone gli individui tra di loro e attraversa ognuno, dividendolo in se stesso>> (64). Linesorabile declino del detenuto massa (65), protagonista indiscusso delle lotte carcerarie degli anni settanta, lascia il posto ad una nuova composizione sociale della devianza giuridica, a cui queste forme del dominio richiedono anche una sorta di autodeterminazione della punizione, unautoimprenditorialit che <<si sente spuntare le ali ma gli vengono subito tagliate>> dalle agenzie del controllo sociale (66). Al popolo delle partite iva, massa di lavoratori isolati nei loro piani di impresa individuali, si somma il popolo dei <<piani di trattamento>>, chiamati a cogestire le forme del controllo, del disciplinamento, delleducazione allobbedienza. Ma linvito allautodeterminazione della forma della pena che il potere rivolge allinternato in realt illusorio e mistificante: illusorio perch egli interiorizza le esigenze della sorveglianza, pi che liberarsi di esse; mistificante perch, dietro lapparente riduzione della quantit di violenza legale che si realizza con queste forme spurie di decarcerizzazione, si esportano nel sociale i meccanismi tipici del penitenziario, ottenendo una importante ricaduta dordine e disciplina. Al contempo, per, continuano a crescere in forma esponenziale anche gli internamenti, sia nel carcere sia nelle agenzie del controllo che nascono sul suo modello, una crescita in parte celata dalla propaganda che viene agitata intorno alle forme dolci della punizione penale. IV - Alla estensione dei comportamenti sociali sanzionati penalmente si aggiunge, inoltre, lampliamento dellarea dei comportamenti sociali ritenuti potenzialmente pericolosi o devianti, unarea sempre pronta a produrre nuove categorie di reati, ma in relazione alla quale si tendono a privilegiare forme del controllo extrapenali. Per le esigenze di vigilanza su questi comportamenti ormai disponibile un vasto ventaglio di meccaniche della sorveglianza. E qui che prevedibile un impulso importante allapplicazione delle innovazioni tecnologiche. E qui che imperano le categorie della pericolosit sociale e dellordine pubblico, dove le armi del controllo sociale soft giocano fino al limite della norma penale il loro raggio di intervento. E qui che troviamo carte magnetiche, tracce digitali, flussi di informazione, sorveglianze algoritmiche, dove <<echelon, la rete di intercettazione utilizzata dai servizi segreti occidentali per controllare gli immensi flussi di comunicazione digitale e non solo che "attraversano" il pianeta, solo la punta di questo complesso intreccio tra tecnologia e controllo sociale>> (67). Per Olivier Razac <<una selezione ben fatta una selezione invisibile, sia perch avviene garbatamente, sia perch non lascia passare chi non vuole>> (68). Lintangibilit delle barriere una qualit irrinunciabile, per Razac, delle nuove frontiere del controllo sociale. Nelle nostre democrazie qualsiasi dispositivo di potere deve saper rispondere, contemporaneamente, alle esigenze di selezione dellindesiderabile ed ai bisogni di consenso sociale del <<sorvegliante>>; per questo <<la dolce violenza del potere non vieta laccesso a uno spazio, ma incita o dissuade allentrata>> (69). Lenorme influsso che ha ricevuto in questi anni lindustria della sicurezza immateriale deriva anche da questa sua intrinseca qualit, che assicura il controllo senza esporsi alle sensibilit democratiche ed alle retoriche della democrazia presenti nello spazio pubblico delloccidente. Tanto pi una barriera ha

forza simbolica, tanto pi sar effettiva la sua capacit di governo materiale del campo sociale; e tanto pi essa sar virtuale, tanto pi riuscir ad evitare opposizioni, disubbidienze e conflitti. La spettacolarit di queste innovazioni, unitamente al fascino che suscitano le nuove strumentazioni che la tecnologia mette a disposizione delle macchine del controllo, ha indotto molti a ritenere che le nuove palle al piede elettroniche avrebbero finito per affrancare le prassi della repressione dalla necessit di attaccare e coartare i corpi. Ma cos come lideologia della qualit totale e le nuove tecniche del <<management partecipativo>> (70), che avrebbero dovuto chiudere il pensiero e lesistenza del lavoratore nellorizzonte delle strategie dellimpresa, non hanno affatto risolto in via definitiva le antiche vocazioni del capitale alla riduzione dei salari ed allerosione delle tutele, la nuova societ della sorveglianza immateriale non rinuncia affatto a prendere di mira i corpi ed a punire, oltre che a sorvegliare ed inibire. V - Il 30 novembre del 1999 a Seattle il centro congressi dove si svolge la riunione dellOrganizzazione Mondiale del Commercio viene assediato da una serie di manifestazioni che occupano le strade e la scena mediatica con grande fragore. Catene umane, azioni dirette, blocchi stradali, caroselli e teatri di guerra, disobbedienze e non violenze impediscono il normale svolgersi dei lavori del vertice. La celebrazione della potenza dellimpero naufraga clamorosamente di fronte allinsubordinazione di un popolo che si pensava ridotto a massa di consumatori di immagini. Nonostante un apparato di sicurezza poderoso, le forze <<armate>> presenti su quel campo non riescono a fermare quellinattesa <<irruzione nel quotidiano della potenza controeffettuale di azioni radicali>> (71). Una jacquerie che non devasta, non violenta, non distrugge, ma, fatto ancor pi dirompente per il potere nella societ del controllo, impedisce e svela; la rivolta mostra tutta la violenza del potere, le sue pratiche del dominio e dellesclusione, i brutali esercizi dei suoi apparati della repressione, le infinite miserie e subordinazioni che distribuisce per il mondo. La conviviale adunata delle aristocrazie dellimpero che concertano, discorrono e governano e che, al contempo, mettono in onda immagini di potenza e pacificazione, scompostamente si ritira da un set che ormai non riesce pi a controllare; e la macchina mediatica, chiamata a fare spazio nei suoi palinsesti alle rappresentazioni di immagini rassicuranti del potere, amplifica e moltiplica quelle sequenze di panico e disordine. Con la messa in gioco dei corpi e dei loro movimenti nello spazio, quella moltitudine immette nella cittadella blindata che accoglie i <<potenti della terra>> la forza concreta e tangibile di un conflitto che disattiva i dispositivi della demarcazione dello spazio, rivelando la presenza <<materiale e visibile della delimitazione>> (72). Il re nudo. Dov Echelon? Dov la discreta e pervasiva macchina della sorveglianza generalizzata? Dov quel potere che evita di mostrare i muscoli e le sue braccia armate, che cerca di sedurre e anestetizzare, di orientare e dissuadere? La profonda ferita narcisistica che Seattle incide nel corpo vivo della <<societ aperta>> fa precipitare nel panico i registi dei successivi appuntamenti delle centrali del governo mondiale. Il 20 aprile 2001 a Quebec City viene eretta una grande muraglia di 5 Km, per cingere il recinto che ospita il terzo summit delle Americhe chiamato a decidere sulla nascita dellAlca, il mercato unico del continente americano. Truppe in assetto antisommossa, idranti, lacrimogeni, manganelli, filo spinato, chiusura delle frontiere e blocchi stradali, fermi e arresti, elicotteri, automezzi blindati e barriere antisfondamento, fortificazioni e trincee, corpi speciali e speciali strutture detentive; ed ancora, cariche ai cortei, massacri in caserme lager e pallottole. Pallottole contro pietre: lintifada diviene il paradigma di gestione dellordine pubblico nelle strade delloccidente. Il simulacro dello Stato nazione (73) celebra la sua agonia nella militarizzazione di uno scontro sociale che gi invoca lintervento di polizie e apparati sovranazionali. Le piazze in subbuglio attaccano la nuova Bastiglia e larcheologia della repressione riporta nelle strade i suoi pi antichi armamentari. La pallottola che ti uccide non la senti, recita una figura mitica dellepopea hollywoodiana della grande conquista. Ma la pallottola che ha ucciso Carlo Giuliani a Genova, il 20 luglio del 2001, era nellaria gi da qualche
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mese. Nellarcuata parabola che disegna la breve storia della contestazione ai vertici degli organismi sovranazionali, la riunione del G8 svoltasi a Genova tra il 19 e il 21 luglio 2001 costituisce, senza ombra di dubbio, il momento pi alto della militarizzazione del conflitto sociale interno a questa parte del mondo nel tempo attuale e, contemporaneamente, il suo punto catastrofico. La Zona Rossa quella parte della citt che viene murata per accogliere i vertici internazionali (74). Essa rappresenta, in forma paradigmatica, un modello di sicurezza urbana, dove il potere misura la sua capacit di continuare a sezionare, controllare e proteggere il territorio. La difesa estrema dello spazio segregato un imperativo che oltrepassa la contingente coloratura politica dello Stato nazione: nella repressione del dissenso, il governo di centrosinistra non si affatto distinto dalla maggioranza neofascista di Berlusconi (75), cos com nella socialdemocratica Goteborg che si udito il primo sibilo di pallottole (76). La Zona Rossa un prototipo di metropoli, un modello ideale di sviluppo della citt. <<La citt contemporanea simula o si allucina almeno in due sensi decisivi. Primo: nellera della cultura elettronica e delleconomia, la citt si riduplica attraverso il complesso dellarchitettura della sua informazione e delle reti dei media In questo modo, il cyberspazio urbano, come a simulazione dellordine dellinformazione cittadina, sar vissuto come sempre pi segregato e privo di un vero spazio pubblico a differenza della citt tradizionale Secondo: limmaginario sociale si sta sempre pi incorporando in panorami simulacrali, come parchi a tema, quartieri storici e ipermercati, che sono tagliati fuori dal resto della citt>> (77). Le barriere materiali e virtuali che la segnano indicano un territorio altro, sottratto allordinario, dove impera lurgenza della sicurezza assoluta, della inviolabilit estrema, della tutela dellordine a tutti i costi. E un recinto che definisce tutto il resto del pianeta come non luogo. Qui le pratiche dellesclusione assumono le sembianze, i linguaggi e le prassi della guerra. Nel tempo che segna la sua effimera esistenza non si esitato a sospendere ogni forma di legalit, consegnando un mandato repressivo pieno ed incondizionato agli apparati della sicurezza ed alle polizie. Non importa che sia a Praga o a Nizza, a Napoli o a Goteborg, a Davos o a Genova; la zona rossa indica la delimitazione di un campo della grande metropoli mondiale, una demarcazione che segna, sul piano materiale, unesclusione temporanea, transitoria, un vuoto a perdere destinato a decomporsi in breve tempo; insomma, uno stato deccezione. E nello stato deccezione regnano sovrani gli apparati della sicurezza: eserciti, polizie, servizi segreti, intelligence, corpi speciali. Nello stato demergenza le polizie si autonomizzano dal comando politico, come gli eserciti sul campo di battaglia dopo la dichiarazione di guerra. Qui non si tratta delle tradizionali trame occulte, degli stragismi e delle <<deviazioni dei servizi segreti>> di cui la storia della nostra repubblica piena. Nella guerra sicuritaria che si sta combattendo da anni nelle nostre citt in preda al panico ed allinsicurezza le ideologie della tolleranza zero hanno costruito intorno alle polizie un vasto consenso sociale, che, oltre ad accrescere la loro forza e capacit dimpatto, ha progressivamente ampliato la loro sfera di autonomia di azione; la spinta alla sovranazionalizzazione della lotta alle droghe ed alle migrazioni, poi, ha ulteriormente consolidato questa tendenza, costruendo non solo basi organizzative che ormai oltrepassano i valichi delle frontiere, ma anche culture ed immaginari operativi refrattari allosservanza di confini e <<giurisdizioni>>. Nella preparazione del vertice di Genova, sia nella definizione dei piani della sicurezza sia nelladdestramento delle truppe e nel loro coordinamento operativo sul campo, abbiamo assistito allazione di servizi, eserciti e polizie di pi Stati, per nulla disturbati dagli obsoleti vincoli di sovranit nazionale ancora depositati nella nostra carta costituzionale (78). Nello stato di emergenza permanente, tipico del modello di ordine sociale liberista, gli apparati di polizia si duplicano attraverso processi di specializzazione, che costruiscono unit operative dotate di

statuti straordinari. Ogni corpo di polizia ha il suo, o i suoi, reparti speciali, prodotti dalle varie emergenze che hanno attraversato questo paese negli ultimi trentanni e tutti figli di quella straordinaria stagione di eccezionalit che fu la lotta alle formazioni politiche armate negli anni settanta. I dispositivi emergenziali che in quella fase produssero i reparti dellantiterrorismo del generale Dalla Chiesa e il modello operativo del pool per la magistratura inquirente hanno generato, nei decenni seguenti, i vari Ros, Scico, Reparti operativi mobili, Gom, Dda, Dia, che oggi costituiscono un sistema repressivo fortemente complesso, all'interno del quale agiscono, oltre a sofisticate capacit operative, anche preoccupanti umori autoritari, incentivati dalla forte matrice militarista dei modelli organizzativi adottati. Alla tradizionale rivalit tra le diverse polizie si somma anche lo scontro di potere e lo spirito competitivo dei vari corpi speciali, che ha trovato sul campo di battaglia di Genova uno straordinario scenario dove contendersi la supremazia ed il primato nellesercizio dellordine pubblico, mostrando, sotto gli sguardi attenti dei governanti della metropoli mondiale, ladeguatezza della propria capacit di violenza. La repressione del dissenso politico si rivelata, ancora una volta, la madre di tutte le emergenze, e su questo campo, su quella scena tragica e catastrofica, sapientemente costruita dalla propaganda intorno allevento di Genova, abbiamo assistito allenorme potenza distruttrice che le macchine della repressione sono oggi capaci di agire ed, inoltre, al potere di condizionamento che esse possono esercitare sui meccanismi di formazione della decisione politica. La centralit che il potere poliziesco ha conquistato nellimmaginario della metropoli tale che anche le guerre moderne, per legittimarsi, amano oggi definirsi operazioni di polizia internazionale. Ma la zona rossa anche una potente metafora rovesciata del carcere. In essa la barriera impedisce lentrata, pi che scongiurare luscita; costituisce il resto dello spazio sociale come esclusione, pi che recludere lindesiderato; ama esibire linterno del suo recinto per meglio nascondere ci che resta fuori. Il carcere qui il territorio aperto, il non luogo senza demarcazione, ci che resta della metropoli dopo la delimitazione, il mare da cui vengono le navi dei profughi che naufragano sui nostri confini. A Genova la zona rossa ha preteso, a sua protezione, un altro intermezzo spaziale (79), una fascia di protezione dove si sono attestate polizie e barricamenti, trincee e armamenti; insomma, un campo di battaglia, e, nel mezzo di questo campo, ha fatto la sua comparsa il carcere. In questa logica di guerra il muro di cinta si esteso al territorio urbano delimitato ed ha inglobato la prigione, che, esaltata da questa doppia recinzione, ha riscoperto la sua pi antica vocazione alla barbarie. Bolzaneto e Forte S. Giuliano sono due caserme, rispettivamente della Polizia di Stato e dei Carabinieri, trasformate dai piani di sicurezza predisposti per il vertice in strutture detentive temporanee per ospitare le centinaia di arrestati che si prevedevano in quelle giornate (80). Per questi campi sono passati la gran parte delle persone fermate durante le giornate di scontri, senza alcuna possibilit di colloquiare con gli avvocati, di telefonare ai familiari, di avere alcun contatto con lesterno; insomma, un vero e proprio campo di prigionia (81). Dalla memoria profonda del nostro sistema repressivo emerge il carcere speciale, con la sua impermeabilit assoluta, le sue pratiche di annientamento, la sua vocazione allillegalit. Questo nuovo improvvisato carcere speciale non nasce allAsinara, a Nuoro, a Palmi, in luoghi isolati, distanti, irraggiungibili, ma nel cuore della citt, perch oggi nulla nasconde meglio della trama della metropoli. I suoi prigionieri stavolta non sono i militanti delle Brigate Rosse o di Prima Linea, dellAutonomia o del Partito Comunista Combattente: il modello detentivo della massima deterrenza raggiunge i partecipanti ad una manifestazione di piazza, gli attivisti della galassia pacifista, i volontari delle organizzazioni cattoliche, i militanti dei centri sociali, gli ambientalisti, i lavoratori del sindacalismo di base, semplici cittadini. E le immagini ed i racconti che provengono da quei territori sono le stesse che negli anni dellemergenza familiari e compagni dei detenuti politici cercavano con fatica di mostrare
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allopinione pubblica di questo paese. Polizia di Stato e Carabinieri chiedono ed ottengono ognuno un proprio sistema detentivo dove poter gestire i loro prigionieri, cos come il generale Dalla Chiesa ottenne nel 1977 un proprio circuito carcerario dove concentrare i detenuti politici. In queste due prigioni temporanee arrivano anche gli uomini del Gom, il reparto speciale della polizia penitenziaria nato formalmente per gestire larea dei detenuti per reati associativi. Il sistema penitenziario italiano cede il brevetto del carcere duro, quello pensato e costruito per combattere le mafie, per aggredire stavolta un dissenso politico che sta riportando nelle strade delloccidente immagini di un conflitto sociale che si pensava sepolto dalla storia. <<Al di l delle banali demagogie della tolleranza zero, al di l della tragica criminalizzazione dei non-cittadini e soprattutto al di l dei discorsi che pretendono di umanizzare le guerre contro le societ dominate e la guerra sicuritaria contro i poveri, ormai in tutti i paesi dominanti sta avvenendo un processo di costruzione di un nuovo controllo sociale violento come strumento indispensabile del disciplinamento della societ liberista>> (82). Gli apparati propongono il loro modello di soluzione autoritaria del conflitto sociale, convinti che quel nemico aggredito e rincorso per le strade di Genova sarebbe rimasto invisibile alla sensibilit democratica delloccidente, come gli immigrati che sbarcano sulle nostre coste, come i tossici o i poveri che scompaiono nella prigione. <<Ogni uso del filo spinato presenta un costo politico, tanto pi elevato quanto pi il simbolo fortemente percepito e la sensibilit pubblica nei confronti della violenza politica o sociale acuta. Sar dunque utilizzato solo quando il costo politico non superer i benefici che il potere ne pu trarre>> sostiene Razac (83). Dopo Genova, probabilmente, sar difficile assistere ad un altro summit organizzato nel cuore delle metropoli delloccidente, perch il costo politico di questa soluzione militare si rivelato troppo pesante per le esigenze di legittimazione del potere e la <<zona rossa>> forse scomparir dal vocabolario della politica e dellinformazione. Ma quel modello di governo del disordine e del conflitto destinato ad occupare uno spazio sempre maggiore nel nostro panorama sociale. Sempre pi diffuso e nascosto, come sono stati per lungo tempo il carcere di Sassari e la prigione per immigrati di via Corelli a Milano, luoghi destinati a raccogliere coloro ai quali non resta che lo spazio esterno della metropoli, <<langolo morto della liberale inclusione democratica, il non-luogo in cui si produce il rovesciamento del "far vivere" biopolitico in un discreto "lasciar morire" sociale o reale e, perch no un giorno, in un "far morire" altrettanto discreto>> (84). VI - Probabilmente la prolungata assenza dalla scena sociale delloccidente di forme radicali di conflitto sociale ha prodotto lillusione che lordinato svolgersi della vita virtuale avesse definitivamente pacificato quel tumultuoso flusso continuo di socialit che la vecchia societ del capitale aveva messo in moto. Quando, alle soglie del terzo millennio, la coscienza collettiva occidentale scopre le fabbricheprigione nel mondo oltre il suo, la realt del lavoro schiavistico e minorile, le navi della disperazione in rotta di collisione verso le sue frontiere, si accorge anche che le sue prigioni si stanno di nuovo riempiendo; scopre che nella nuova societ del controllo il carcere non si sta affatto estinguendo. Appare improvvisamente evidente che alle nuove tecnologie del controllo, indubbiamente potenti e pervasive, sfugge una parte crescente degli effetti delle devastazioni prodotte dal nuovo ordine economico, se vero che gli eserciti, le polizie e le galere continuano ad espandersi. Io credo che abbia ragione Deleuze quando dice che le societ disciplinari sono gi qualcosa che non siamo pi. Ma credo sia altrettanto vero che nella nuova societ del controllo non avremo meno guerre, meno eserciti, meno polizie, meno prigione. Se vero che nei patti di Schenghen ha avuto un peso rilevante la costruzione di un sistema informativo centralizzato (SIS) per la schedatura dei migranti, indubbio che un attimo dopo sono stati mandati gli eserciti a presidiare le frontiere e sono nati i centri di detenzione temporanea (ora meno brutalmente appellati <<centri per espellendi>>) per gli immigrati in attesa di

espulsione. Se guardiamo oltre la cortina fumogena sparsa dalla propaganda intorno alla chirurgica guerra tecnologica contro lIrak ed alla umanitaria guerra chimica contro la Serbia, scopriamo che, alla fine, c comunque stato qualcuno che ha dovuto contare i morti e pesare le devastazioni. Ma ci che interessante e che deve interrogare che queste logiche dellaggressione per legittimarsi hanno dovuto far ricorso alla fantasmagoria delle war games ed ai richiami pietistici degli appelli umanitari. Prima di farsi attacco hanno dovuto sedurre con la rappresentazione virtuale della potenza tecnologica e con il richiamo alletica dellaiuto umanitario, un alternarsi, insomma, di sentimenti di piet e agitazione di pendagli che ancora una volta dimostra una inossidabile efficacia di questi dispositivi di aggressione nel costruire discorsi intorno alle pratiche del potere. La recente storia dellimmigrazione nel nostro paese forse la pi tragica ed eloquente espressione di questo cocktail anestetizzante. E ancora nella memoria di molti, credo, il ricordo dellistintiva mobilitazione solidaristica con cui le popolazioni del Salento risposero allarrivo delle prime barche zeppe di profughi che provenivano dallAlbania. Sotto la spinta del mondo del volontariato nacquero i primi <<centri di accoglienza>>, strutture che si preoccupavano di rispondere alle esigenze di assistenza di queste persone, spesso bisognose di cure mediche o, pi semplicemente, di un tetto sulla testa e di un piatto caldo. Ma ben presto in questi centri comparvero le prime divise, il filo spinato, i cancelli e le sbarre alle finestre (85). E bastato poco perch, nella pi completa schizofrenia degli interventi del governo di centro-sinistra, confusamente oscillanti tra la competizione con la destra sul terreno della sicurezza e lattenzione alle istanze solidaristiche della sua base sociale, si compisse la veloce metamorfosi di questa neonata istituzione sociale: dalla cura allinternamento; dallaccoglienza alla detenzione; dalle mani tese dellaiuto alle mani in alto della repressione. Le politiche di governo dellimmigrazione dallarea dellassistenza sociale presto approdano ai vocabolari della punizione: dai centri di accoglienza si passa ai centri di detenzione temporanea. Che cos un centro di detenzione temporanea? Molti si sono esercitati intorno a questa domanda retorica. Una condanna a pena detentiva, eccetto lergastolo, ha sempre una sua fine. Le misure alternative al carcere hanno s reso incerto il termine minimo della pena, ma hanno lasciato alla sentenza la determinazione del suo massimo, che rimane certo. Quindi, un centro di detenzione temporanea un carcere, ed una pena detentiva resta tale anche se dura un solo giorno, su questo c poco da discutere. Un carcere che, certo, pronuncia una vocazione assistenziale, che si preoccupa di curare laccoglienza e si fa carico delle necessit di proteggere e nutrire linternato. Ma, e questo non per niente secondario, contemporaneamente deve vagliare e selezionare, sorvegliare e discriminare, per poi, alla fine, accogliere o punire. <<In queste istituzioni vengono cos a mescolarsi, spesso non senza conflitti, i vecchi privilegi della Chiesa in materia di assistenza ai poveri e di riti dellospitalit, e la preoccupazione borghese di mettere ordine nel mondo della miseria; il desiderio di assistere e il bisogno di reprimere; il dovere di carit e la volont di punire: tutta unusanza equivoca di cui bisogner chiarire il significato...>> (86). Siamo nella Francia del XVII secolo e Foucault sta descrivendo la trasformazione dei lazzaretti in Hopitales Generales. La straordinaria attualit di questa riflessione ci invita ad evitare facili scorciatoie nella interpretazione delle complesse fenomenologie della crisi che caratterizza il nostro tempo. Respingere i migranti alle frontiere delloccidente sviluppato non risponde soltanto alle necessit del capitale mondializzato di mantenere nei paesi terzi un esercito industriale di riserva disponibile per le imprese che l si vanno a delocalizzare, come da pi parti oggi si sostiene. Francamente non penso che la mano invisibile del mercato possa riuscire a pianificare in modo cos razionale i movimenti del corpo sociale. Credo che le migrazioni siano oggi il prodotto spontaneo della distruzione di socialit che leconomia mondializzata scatena nelle aree periferiche. La criminalizzazione dei migranti , per converso, il riflesso condizionato dei problemi di ordine ed integrazione sociale che la globalizzazione
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genera nelle aree centrali, gi minacciate da una preoccupante crisi sociale interna. Loccidente, la sua economia, non pi in grado di includere questi prodotti della disgregazione in un processo di sviluppo estensivo, ma, anzi, procedendo per salti di intensificazione dello sfruttamento, soffre gravi problemi di governo della crescente massa di forza lavoro interna non pi necessaria, con problemi di integrazione sociale che stanno diventando sempre pi preoccupanti. Ed ogni volta che il capitalismo non riuscito a garantire lordine attraverso il consenso ed il salario, ha usato le armi della guerra, della carit e della prigione. Accade oggi alle frontiere sbarrate delloccidente, accadeva qualche secolo fa alle porte chiuse delle citt dEuropa, dove si accalcavano i contadini liberati dai vincoli della feudalit e resi poveri, disoccupati, migranti. Ed oggi, che le nostre forme di vita sembrano cos distanti dalle inferme architetture sociali dellEuropa di quel tempo, di fronte agli scenari di disgregazione, impoverimento, miseria e devianza, le prassi del potere continuano ancora ad oscillare confusamente tra il sentimento della piet e le logiche della forca. La nascita di queste nuove strutture detentive segnala una incredibile vitalit di quellantica istituzione sociale che il carcere, a dispetto di premature dichiarazioni di morte che alcuni hanno improvvidamente pronunciato nel recente passato. Declinare come problemi di disordine ed insicurezza importanti aree della esclusione sociale comporta, inevitabilmente, lespandersi delle risposte repressive. E nei vocabolari della punizione c poco spazio per la creativit: vi troviamo uomini in divisa, sbarre, cancelli, visti e autorizzazioni, presunzioni di pericolosit, pratiche del controllo e della sanzione. E questi terreni della politica possono portare soltanto ad una inarrestabile deriva criminalizzatrice della miseria. La categoria criminalit si espande su unarea sempre pi estesa di comportamenti sociali, includendo quelle forme della soggettivit che, per scelta o per condizione, agiscono su terreni della trasgressione collocati ai limiti della legalit. Autori di reati senza vittime, li definisce la criminologia, ma, pi propriamente, dovremmo ritenerli vittime della ridefinizione delle categorie dei reati, ostaggi di una stagione politica dove luso simbolico della risorsa penale e lesercizio della violenza legale divengono la strategia privilegiata di costruzione del consenso.

NOTE (1) M. PAVARINI, La criminalit punita. Processi di carcerizzazione nell'Italia del XX secolo, in Storia d'Italia, Annali, 12, La criminalit, Einaudi. (2) P. GINSBORG, L'Italia del tempo presente, Einaudi, 1998, p. 318. (3) N. CHRISTIE, Il business penitenziario. La via occidentale al Gulag, Euthera, 1996. (4) N. CHRISTIE, Il business penitenziario. La via occidentale al Gulag, Euthera, 1996 p. 167. Su questo punto vedi anche A. DAL LAGO, Non persone, Feltrinelli. (5) Tabella 1. (6) Tabella 5. (7) Tabella 2. (8) Tabella 8. (9) Tabella 1. (10) M. PAVARINI, La criminalit punita. Processi di carcerizzazione nell'Italia del XX secolo, in Storia d'Italia, Annali, 12, La criminalit, Einaudi., p. 1023. (11) Tabella 10. (12) Tabella 11. (13) Tabella 11. (14) Tabella 10. (15) Tabelle 1, 2, 5. (16) Tabella 8. (17) Tabelle 6, 7. (18) Fonte D.A.P., riferito al primo semestre 1999. (19) Tabella 12. (20) Il Corpo di Polizia Penitenziaria nasce con la legge 395 del 15-12-1990 dalle ceneri del Corpo degli Agenti di Custodia e del Ruolo delle Vigilatrici Penitenziarie. Con questa legge entra a far parte delle forze di Polizia ed assume nuovi compiti, quali le traduzioni ed il piantonamento dei detenuti ed internati ricoverati in luoghi esterni di cura. La crescita del peso (quantitativo e funzionale) dei poliziotti penitenziari ha inizio proprio a partire da questa legge. In poco pi di dieci anni passano da 28.000 a 44.000 unit e, nei vortici delle diverse emergenze criminali che hanno attraversato il nostro paese in questo periodo, ottengono diversi provvedimenti di riassetto delle carriere che hanno di fatto comportato un generale processo di mobilit verticale che ha fatto slittare verso lalto la gran parte della massa dei poliziotti, senza alcuna forma significativa di qualificazione professionale. (21) S. PALIDDA, Troppi sindacati, in Polizia e Democrazia, giugno 2001. Le sigle sindacali che si muovono nellarea del penitenziario sono 22: Cisl FPS CGIL FP CGIL Pol. Pen. Uil Sap.pe Cildi Ugl Confill Si.Di.Pe. Salg Cisl Cisal Cesas Osapp Si.a.l.pe. Sinappe Cms Cnpl Unsa Sappe Sialpe Asia Fsa Cnpp Rdb. (22) A tal riguardo valga a titolo esemplificativo il caso del lavoro penitenziario. Nel 1990 all'interno degli istituti erano impiegati, alle dipendenze dellAmministrazione Penitenziaria, 10.790 detenuti, pari al 36,8% dei presenti, utilizzati soprattutto nei lavori di casermaggio e di manutenzione. Dieci anni dopo (i dati si riferiscono al 30-6-2000) il numero dei lavoranti rimasto pressoch invariato (10.798 persone), mentre i reclusi sono passati a 53.340 unit. Oggi nelle prigioni italiane lavora poco pi del 20% dei detenuti, ben poca cosa se pensiamo che nella maggioranza dei casi si tratta di occupazioni a tempo parziale e sottoposte a turnazione (fonte: Associazione Antigone). (23) E il 1991 quando il Parlamento approva il primo provvedimento di legge che inasprisce la lotta alla criminalit organizzata e per il carcere si inaugura una nuova stagione di leggi speciali. Il clima negli istituti si irrigidisce repentinamente. Dopo le stragi di Capaci e di via DAmelio la legislazione
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carceraria speciale compie il suo salto definitivo: viene istituito il regime del 41bis, riaprono le carceri speciali di Pianosa e dellAsinara. In questo clima si inaugura il nuovo carcere di Napoli Secondigliano. Nel 1992, dopo pochi mesi dalla inaugurazione, viene assassinato lagente Gaglione, in servizio nel nuovo penitenziario napoletano. Il modello della massima deterrenza raccoglie il suo primo drammatico risultato. La situazione del carcere precipita velocemente. Esplode un conflitto duro tra il direttore Stendardo e il comandante degli agenti che porta allarresto del primo, accusato di aver introdotto stupefacenti allinterno dellistituto (qualche anno dopo Stendardo sar totalmente scagionato dallaccusa). Nel 1993 la magistratura napoletana apre uninchiesta su presunti pestaggi ai danni dei detenuti avvenuti nel carcere napoletano, inchiesta che sar poi archiviata nel 1996. I sindacati della polizia penitenziaria raccolgono in questa vicenda una vittoria importantissima. Nel 1997 la Procura di Napoli apre una seconda inchiesta su nuove violenze commesse da alcuni agenti a Secondigliano. Dopo due anni di indagini i Pm napoletani emettono 20 avvisi di garanzia. (24) Dopo la sostituzione di Nicol Amato si alternano alla Direzione delle carceri sette Direttori Generali, tra i quali il Presidente del Tribunale di Sorveglianza di Firenze Alessandro Margara, lex Procuratore Capo di Palermo Giancarlo Caselli e, per ultimo, lex Procuratore Capo della Procura di Trapani Giovanni Tinebra. (25) Tra le norme e di maggior rilievo previste da questo provvedimento vi linserimento del furto in appartamento e dello scippo tra i reati contro la persona, con un conseguente aumento dei tetti massimi di pena; lallargamento delle possibilit di ricorrere al processo per direttissima per evitare le <<scarcerazioni facili>>; maggiori possibilit per la polizia di condurre indagini senza preventivamente riferire al Pubblico Ministero. (26) La legge che ha delegato al governo la riforma dellarma dei Carabinieri la n. 78 del 31 marzo 2000, che porter allemanazione del Decreto Legislativo n. 297 del 5 ottobre 2000, recante <<Norme in materia di riordino dell'Arma dei carabinieri>>, pubblicato sulla G.U. n. 248 del 23 ottobre 2000. (27) Legge n.121 del 1 aprile 1981. Sulla storia della riforma della Polizia di Stato vedasi S. PALIDDA, Polizia postmoderna, Feltrinelli, 2000. (28) L'Ugap (Ufficio per la Garanzia Penitenziaria del Dipartimento dellAmministrazione Penitenziaria) una struttura di intelligence creata dallex Ministro Diliberto (con un D.M. emanato il 16 febbraio 1999), con il <<compito>> ufficiale di vigilare sulla <<sicurezza degli istituti penitenziari>>. La decisione del Ministr sollev forti polemiche e sospetti. In una interrogazione parlamentare, una ventina di senatori di uno schieramento trasversale che andava da Forza Italia a Rifondazione Comunista chiesero chiarimenti sulla natura delloperazione. Il timore dei senatori era che lUgap fosse solo una struttura di intelligence, negando cos ogni tentativo di trasparenza allinterno dellamministrazione penitenziaria. I senatori contestarono, poi, che a gestire lUgap fosse chiamato il generale Enrico Ragosa, allora dirigente del Sisde, fino al 1996 responsabile dei reparti speciali degli agenti di polizia penitenziaria. Sulla nascita di questa struttura lassociazione Antigone assunse allora una forte presa di posizione: <<Creare lUgap denunci il Presidente di Antigone significa togliere attribuzioni e poteri al direttore del DAP (che allora era Alessandro Margara), e indica una strada pericolosa, quella della militarizzazione della polizia penitenziaria>>. Inoltre, Ragosa non una figura delle migliori: <<gi a capo delle cosiddette squadrette interne dellamministrazione penitenziaria che, negli anni ottanta gestivano le situazioni di crisi nelle carceri, poi allontanato dal precedente direttore del DAP, Michele Coiro, e finito al Sisde, oggi gestirebbe un vasto potere nel sistema carcerario>>. Cfr. Comitato liberarsi dal carcere di Napoli, Da Sassari a Poggioreale, luglio 2000, dattiloscritto. (29) Il Gom un corpo speciale che nasce da un decreto interno al Dipartimento dellAmministrazione Penitenziaria nel 1994 per gestire i detenuti collaboratori di giustizia. Successivamente, il 16 febbraio del 1999, questa struttura viene regolamentata da un decreto ministeriale che specifica compiti e

funzioni. Tra le finalit ufficiali vengono indicate il mantenimento dellordine e della disciplina negli istituti penitenziari, con priorit a interventi in occasione di <<gravi situazioni di turbamento>>; inoltre, i Gom sono impegnati nel garantire la sicurezza delle traduzioni di detenuti pericolosi e dei collaboratori di giustizia. Il Gom (Gruppo operativo mobile) un gruppo di circa 600 uomini alle dirette dipendenze del Capo del Dipartimento dellAmministrazione Penitenziaria. Nasce dalle ceneri dello Scop (Servizio coordinamento operativo), sciolto dopo alcuni episodi di maltrattamenti verificatisi nelle carceri italiane ed attribuiti agli uomini di questo servizio. Durante gli anni 90 furono aperte due inchieste per maltrattamenti avvenuti nelle carceri di Secondigliano e Pianosa. Vennero rinviati a giudizio 65 agenti dello Scop. Il carcere di Pianosa fu in seguito chiuso grazie allintervento dellex direttore del DAP, Alessandro Margara, allepoca magistrato di Sorveglianza a Firenze. Il primo episodio eclatante in cui vengono coinvolti gli uomini del Gom risale al 1998, quando 15 agenti entrarono nel carcere milanese di Opera per effettuare una perquisizione straordinaria. <<Detenuti spogliati, qualcuno anche tre volte, costretti a ripetuti piegamenti, pure i cardiopatici e gli anziani; quindi raggruppati nel cortile, al freddo dalle 9.30 alle 13.30, chi in accappatoio, chi scalzo, mentre le celle venivano perquisite>>. <<Alcuni agenti di Opera erano sconcertati, ed hanno raccontato di aver rischiato di arrivare alle mani con i loro colleghi del Gom>>. Cfr. Comitato liberarsi dal carcere di Napoli, Da Sassari a Poggioreale, luglio 2000, dattiloscritto. (30) Dal primo gennaio 2000 una legge, voluta dallex Ministro della Sanit Bindi, trasferisce la medicina penitenziaria al Servizio Sanitario Nazionale. Attualmente si ancora in attesa dei decreti attuativi di questa legge. La sanit penitenziaria conta circa 5.000 addetti: 350 medici incaricati; 1.650 medici di guardia; 2.100 medici specialisti; 150 tecnici; 400 infermieri professionali di ruolo; 1.000 infermieri convenzionati puri; 300 infermieri professionali convenzionati con le Asl. La stragrande maggioranza di questo personale impiegato con rapporto di lavoro convenzionato, cio con contratti a termine che vengono stipulati con le singole carceri. La selezione di questi lavoratori avviene a livello locale, cio nei singoli istituti, attraverso una procedura di valutazione di titoli e prova attitudinale effettuata da commissioni presiedute dai direttori delle carceri. Questo meccanismo di selezione assicura alle direzioni la pi assoluta aderenza dei medici e degli infermieri penitenziari alle ragioni della sicurezza, prioritarie rispetto a quelle della cura e prevenzione. La classe dirigente del DAP non ha nessuna intenzione di perdere il controllo su questa parte del personale e, per questa ragione, ha opposto una forte resistenza alle ipotesi di passaggio della medicina penitenziaria al Servizio Sanitario Nazionale. Nel 1988, in occasione dellapprovazione al Senato del disegno di legge, lassociazione dei medici carcerari mise in scena una forte protesta. Il presidente dellassociazione (Amapi), Ceraudo, si incaten all'esterno del carcere di Rebibbia per protesta contro la nuova legge. Soltanto nel luglio 1999 un decreto legislativo stabil il passaggio della medicina penitenziaria al Servizio Sanitario Nazionale, rimandando la concreta attuazione alla emanazione dei relativi decreti (d. lgs. n. 230 del 22-7-1999). Attualmente, come soluzione compromissoria allo scontro tra Sanit e Penitenziari, la riforma in una fase di sperimentazione attuata su tre Regioni, alla fine della quale dovrebbe avvenire il concreto passaggio. Secondo la Cisl, che sostiene la battaglia corporativa di Ceraudo, <<il compito di un medico penitenziario non solo quello della prevenzione, diagnosi e cura, dellaccertamento delle patologie esistenti, ma anche quello della dimostrazione dellinesistenza di alcune patologie>>; ed ancora, <<ci che differenzia loperato del medico penitenziario da quello di un medico del S.S.N. la sua maggiore conoscenza della vita del penitenziario che risulta indispensabile per assistere i detenuti e comprendere lattivit della Polizia Penitenziaria e le sue problematiche>>. Cfr. Comitato liberarsi dal carcere di Napoli, Da Sassari a Poggioreale, luglio 2000, dattiloscritto. (31) A. STOCCO, Carceri, medici in guerra per i tagli, Il Messaggero, 1-3-1999. Allorigine del malumore dei dirigenti vi la ennesima riforma del corpo di polizia penitenziaria, promossa dallex Ministro Diliberto, che ha concesso agli agenti una propria autonoma carriera
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dirigenziale. Si tratta della istituzione del ruolo ordinario e speciale dei dirigenti della polizia penitenziaria che dovrebbero assumere la responsabilit della direzione delle aree della sicurezza interne agli istituti (praticamente il controllo autarchico dei regimi disciplinari, dellordine e della sicurezza). I direttori penitenziari, attualmente titolari di un potere di comando assoluto su tutti gli aspetti della vita carceraria (dalla gestione dei detenuti a quella del personale, passando per lamministrazione e la gestione economica), hanno opposto una strenua resistenza a queste trasformazioni degli assetti gerarchici del carcere. Ma ci che essi veramente temono la nascita di una nuova classe dirigente, non proveniente dai loro ruoli, che entrer inevitabilmente in concorrenza negli sviluppi di carriera verso gli uffici centrali del ministero. I direttori si aspettavano un provvedimento che riconoscesse alla quasi totalit delle sedi penitenziarie lo status di <<sede di prima dirigenza>>, cio lopportunit di entrare da subito e tutti nella fascia alta della dirigenza pubblica, mettendosi cos a riparo dalle mire carrieristiche dei nuovi arrivati. Si sono invece trovati con un riassetto della dirigenza modesto e con un concorso da effettuare, mentre ai comandanti dei poliziotti penitenziari veniva riconosciuta lottava qualifica dirigenziale in base al solo criterio dellanzianit. (32) A. MARGARA, lettera al Ministro di Grazia e Giustizia, Il Manifesto, 2-4-1999. (33) Si riferisce ad una trasmissione televisiva andata in onda un mese dopo la sua nomina. (34) Vedasi Comitato liberarsi dal carcere di Napoli, Da Sassari a Poggioreale, luglio 2000, dattiloscritto. (35) Questo il testo integrale del comunicato della Cisl, pubblicato sul Notiziario n. 12-13 maggio 1999: <<Gi la Cisl ha avuto modo di esprimere il suo consenso sulle iniziative del Ministro Diliberto relative al Corpo di Polizia Penitenziaria. Lo ha fatto, tra gli altri casi, sul varo delle proposte sui Ruoli direttivi del Corpo e del Condono delle punizioni disciplinari. Recentemente, il Ministro ha definito ulteriormente la politica che intende perseguire, su cui non possiamo che esprimere consenso, collimando essa con le linee sostenute dalla Cisl. Diliberto ha sostenuto che " impensabile un miglioramento della vita dei detenuti se non si cambia radicalmente lo stato della polizia penitenziaria. E un passaggio culturale obbligato". Su questo punto delicatissimo si scontrato con il Direttore Generale Margara, il quale era invece convinto che una polizia pi forte avrebbe peggiorato la vita dei detenuti. Per questo la Cisl lo ha combattuto e ne ha chiesto le dimissioni. Riteniamo che la prosecuzione su questo percorso non possa che dare risultati di civilt, perci in questa direzione la Cisl continuer a muovere e a spingere>>. (36) La riunione del G8 si svolta nella citt di Genova nei giorni 19, 20, 21 e 22 luglio 2001. Vedasi G. CHIESA, G8/Genova, Einaudi. (37) Lunico sindacato che ha espresso una critica verso i fatti di Sassari sono le RDB. Le Rappresentanze di Base del personale civile delle carcere, nei giorni pi concitati degli avvenimenti di Sassari, scrivono una lettera aperta al Ministro Fassino. <<Il tam tam tra Direttori e Polizia Penitenziaria che si sta facendo in questi giorni porta da un posto di lavoro allaltro la notizia che tutto questo putiferio avvenuto perch gli educatori dellistituto sassarese hanno parlato motivo di orgoglio che il personale educativo abbia contribuito allaccertamento della verit attraverso la denuncia di fatti che ripugnano qualunque coscienza correttamente orientata Di fatto in questi anni stato loro impedito di svolgere (il riferimento agli educatori penitenziari n.d.r.) il proprio lavoro perch, intervenendo allinterno delle sezioni, vedevano e sentivano quello che non dovevano sentire e vedere, diventavano testimoni scomodi, unitamente agli altri non poliziotti, di quanto avveniva negli ambiti meno praticati e meno noti degli Istituti di Pena italiani Non abbiamo dubbio che gli episodi di illegalit da parte dei poliziotti penitenziari siano stati episodi isolati, ma le isole ormai sono tante stanno diventando un arcipelago Negli anni '80-'90 i detenuti avevano imparato a protestare civilmente, ma le risposte sono state sempre simili a quella data a Sassari. Nel carcere non si pu pi esprimere dissenso Per questo motivo non ci meraviglia larroganza di chi commette scientemente

dei reati, perch porta nel suo Dna professionale la violenza non un caso che si cerchi con manifestazioni di piazza di condizionare i magistrati, come non un caso che coloro che sono andati a sostituire il Provveditore regionale ed il Direttore del carcere abbiano gli stessi curricula professionali degli inquisiti>>. (38) Dopo il licenziamento di Margara, nel successivo mese di settembre, arriva alla direzione del DAP Giancarlo Caselli, ex Procuratore Capo della Procura di Palermo. (39) Durante i mesi pi caldi delle manifestazioni nelle carceri italiane un ruolo di un certo peso fu svolto dal collettivo di detenuti del carcere di Rebibbia (collettivo Papillon) che cerc di dare uno sbocco unitario e propositivo al ribellismo che si diffondeva a macchia dolio nelle prigioni. Nel mese di maggio del 2000 il collettivo Papillon present una piattaforma di rivendicazioni che prevedeva: a) indulto di tre anni, generalizzato per tutti; b) applicazione con maggiori automatismi della legge Gozzini; c) depenalizzazione dei reati minori; d) facilitazione allespulsione dei detenuti stranieri che ne facessero richiesta; e) decarcerizzazione dei tossicodipendenti; f) aumento degli organici di educatori, psicologi e magistrati di sorveglianza; g) qualificazione della polizia penitenziaria; h) adeguamento delle strutture penitenziarie alle esigenze della risocializzazione; i) riduzione dei termini della custodia cautelare. (40) La nuova legge sul lavoro in carcere, la n. 193 del 22-6-2000, recante <<Norme per favorire lattivit lavorativa dei detenuti>>, nella sostanza estende alle persone detenute o internate la normativa fiscale speciale per linserimento lavorativo delle <<persone svantaggiate>>. Nella sostanza si cercato con questa norma di incentivare la presenza delle cooperative sociali allinterno degli istituti penitenziari introducendo un fattore di attrazione aggiuntivo per le imprese sociali che lavorano sulle aree del disagio e dellemarginazione. Con questo provvedimento il Governo ha inteso dare un segnale a quella parte del mondo del volontariato e del privato sociale che nei mesi delle proteste seguiti ai fatti di Sassari avevano espresso la loro solidariet ed un concreto sostegno politico al movimento dei detenuti. La nuova normativa sulle detenute madri, invece, dopo un lungo iter parlamentare, verr approvata soltanto l8 marzo 2001 (l. n. 40, pubblicata sulla G.U. n. 56 del 2001) e riguarda un ampliamento delle possibilit di accesso alle misure alternative alla pena per le detenute madri. (41) Comunicato stampa del Ministero della Giustizia datato 4 agosto 2000. Il pacchetto giustizia presentato dal Governo ricever la sua definitiva approvazione dal Parlamento il 26 marzo 2001 (legge n. 128 del 26 marzo 2001, recante <<Interventi legislativi in materia di tutela della sicurezza dei cittadini>>, pubblicata sulla G.U. n. 91 del 19-4-2001). (42) Decreto legislativo n. 146 del 2000. Con questo provvedimento larea della dirigenza ottiene due importanti risultati. Il primo consiste nel frapporre una barriera di ingresso nelle carriere penitenziarie a forze provenienti dallesterno, in quanto le possibilit di inquadramento nei ruoli della dirigenza sono subordinate al possesso di una specifica professionalit nel campo; in secondo luogo, si <<pone rimedio>> allistituzione dei ruoli direttivi e dirigenziali della polizia penitenziaria in quanto lattuale personale civile del carcere ottiene un forte allargamento dellarea della dirigenza ed un inquadramento in ruoli superiori. In questo modo lintera piramide che si amplia in tutti i suoi strati, lasciando scoperti soltanto i livelli inferiori. (43) Il 22 agosto 2000 entra in vigore il nuovo Regolamento sullOrdinamento Penitenziario (D.P.R. n. 230 del 30-6-2000), lo strumento normativo che regola la vita all'interno degli istituti, scritto da Alessandro Margara. Le novit rispetto al vecchio testo del 1976 riguardano: migliori condizioni igienico-sanitarie; servizi sanitari pi mirati alle specifiche patologie; modalit di trattamento pi rispettose della personalit del detenuto; mediatori culturali per stranieri; pi lavoro extracarcerario; diffusione della scuola dellobbligo in tutti gli istituti; locali e ministri del culto per la celebrazione di riti non solo cattolici; i colloqui mensili passano da 4 a 6 senza vetro divisorio; possibilit di trascorrere
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parte della giornata con i familiari in appositi locali o allaperto; incremento del numero e della durata delle telefonate. Resta fuori dal nuovo regolamento una norma sullaffettivit in carcere sulla quale si era discusso per lungo tempo e che aveva suscitato forti polemiche. (44) <<Nel corso della riunione del Comitato provinciale per lordine e la sicurezza pubblica del 12 giugno 2001 si decide listituzione a Genova di autonomi uffici matricola e di uffici sanitari per la successiva traduzione dei detenuti presso i penitenziari non genovesi, vista la loro localizzazione in unarea centrale della citt, interessata dalle manifestazioni Contemporaneamente si decide di istituire due siti, uno presso la caserma dei carabinieri di Forte S. Giuliano, per i soggetti arrestati dai Carabinieri, laltro presso la caserma del reparto mobile della Polizia di Stato di Bolzaneto>> (in G. MASCIA, Genova per noi. Il documento di minoranza del Partito della Rifondazione Comunista presentato alla Commissione Affari Costituzionali della Camera a conclusione dei lavori del Comitato di indagine sui fatti di Genova, Odradek, p. 65). (45) <<Dopo una riunione il 27 giugno presso il Ministero della Giustizia sui problemi organizzativi che si sarebbero posti nelleventualit di un alto numero di arrestati nel corso del Vertice, il giorno successivo, il 28 giugno, per definire le operazioni di competenza dellAmministrazione Penitenziaria, il Capo del Dipartimento facente funzioni, il dott. Paolo Mancuso, affida lincarico di pianificare gli interventi a Genova al dott. Sabella dellUfficio Centrale dellIspettorato del Dipartimento dellAmministrazione Penitenziaria. Contemporaneamente si decide di istituire due siti, uno presso la caserma dei carabinieri di Forte S. Giuliano, per i soggetti arrestati dai Carabinieri, laltro presso la caserma del reparto mobile della Polizia di Stato di Bolzaneto per i soggetti arrestati dagli altri corpi di polizia... Nella pratica, proprio le caratteristiche di queste due strutture, assolutamente inadeguate a garantire una corretta gestione di cos tanti fermati, hanno generato, nel migliore dei casi, disagi e sofferenze aggiuntive e gratuite alle persone arrestate. A ci si aggiungano le molteplici testimonianze sugli abusi, le violenze fisiche e psicologiche subite da numerose persone transitate in quei luoghi ad opera delle forze dellordine e della polizia penitenziaria, pubblicate dagli organi di stampa, ovvero oggetto di denunce alla magistratura Durante le audizioni i diversi responsabili dellAmministrazione Penitenziaria e lo stesso Ministro della Giustizia hanno restituito resoconti che non fanno chiarezza sugli episodi accaduti, senza peraltro poter smentire le diverse testimonianze circa le violenze denunciate; durante laudizione Di Somma, Sabella e il Ministro Castelli hanno dapprima cercato di minimizzare gli eventi per difendere ad oltranza loperato della polizia penitenziaria, ma non hanno potuto annullare le testimonianze sulle violenze e sugli abusi Si sottolinea ancora come durante le audizioni siano emerse circostanze ulteriormente censurabili, come quella relativa alla commissione di inchiesta del DAP sui fatti accaduti a Bolzaneto e Forte S. Giuliano, di cui componente colui che dovrebbe essere uno degli inquisiti: il dott. Sabella, unico coordinatore e responsabile per lAmministrazione Penitenziaria delle due succursali>> (in G. MASCIA, Genova per noi. Il documento di minoranza del Partito della Rifondazione Comunista presentato alla Commissione Affari Costituzionali della Camera a conclusione dei lavori del Comitato di indagine sui fatti di Genova, Odradek, p. 66). (46) K. POLANY, La grande trasformazione, Einaudi, 1944, p. 115. (47) K. MARX, Forme economiche precapitalistiche, Editori Riuniti, p. 146. (48) B. GEREMEK, La piet e la forca, Laterza, 1988, p. 264. (49) B. GEREMEK, La piet e la forca, Laterza, 1988., p. 218. (50) M. FOUCAULT, Sorvegliare e punire, Einaudi, 1977, p. 251. (51) M. FOUCAULT, Sorvegliare e punire, Einaudi, 1977. (52) M. PAVARINI - D. MELOSSI, Carcere e fabbrica, Bologna, 1979. (53) B. GEREMEK, La piet e la forca, Laterza, 1988, p. 227. (54) B. GEREMEK, ibid.

(55) A. GORZ, Il lavoro debole, Edizioni Lavoro, 1994. (56) L. WACQUANT, Parola dordine: tolleranza zero, Feltrinelli, 2000, p. 46. (57) F. BERARDI, Lavoro zero, Castelvecchi, p. 59. (58) L. WACQUANT, Parola dordine: tolleranza zero, Feltrinelli, 2000, p. 70. (59) N. CHRISTIE, Il business penitenziario. La via occidentale al Gulag, Euthera, 1996.. (60) G. DELEUZE, La societ del controllo, in Derive Approdi, n. 9/10, febbraio 1996. (61) G. DELEUZE, La societ del controllo, in Derive Approdi, n. 9/10, febbraio 1996. (62) G. DELEUZE, La societ del controllo, in Derive Approdi, n. 9/10, febbraio 1996. (63) M. FOUCAULT, Sorvegliare e punire, Einaudi, 1977. (64) G. DELEUZE, La societ del controllo, in Derive Approdi, n. 9/10, febbraio 1996. (65) A. NEGRI, Dalloperaio massa alloperaio sociale. Intervista sulloperaismo, Multipla ed., 1979. (66) M. HARDT - A. NEGRI, Il lavoro di Dioniso. Per la critica dello stato postmoderno, Il Manifesto ed., 1995. (67) Da Zona Rossa. Le quattro giornate di Napoli contro il Global Forum, Derive Approdi, Introduzione. (68) O. RAZAC, Storia politica del filo spinato, Ombre corte, p. 86. (69) O. RAZAC, Storia politica del filo spinato, Ombre corte, p. 90. (70) <<Si instaura cos il dominio assoluto della flessibilit, con contatti a tempo determinato, assunzioni ad interim e "piani sociali" a ripetizione; e allinterno stesso delle imprese nasce la concorrenza tra filiali autonome, tra quipe costrette alla polivalenza e infine tra individui, attraverso lindividualizzazione del rapporto salariale: con la determinazione di obiettivi individuali; lintroduzione di colloqui di valutazione individuali; la valutazione permanente; gli aumenti salariali individualizzati o la concessione di premi in funzione della competenza o del merito individuale; le carriere individualizzate; le strategie di responsabilizzazione tendenti ad assicurare lautosfruttamento di taluni quadri, che pur essendo semplici stipendiati soggetti a una forte dipendenza gerarchica, sono chiamati al tempo stesso a rispondere delle loro vendite, dei loro prodotti, delle loro succursali, del loro negozio ecc., quasi fossero autonomi; lesigenza dellautocontrollo che in base alle tecniche del management partecipativo estende il coinvolgimento dei dipendenti ben oltre i livelli dirigenziali. Tutte tecniche di assoggettamento razionale, con le quali si impone ai dipendenti un iperinvestimento nel lavoro, non limitato ai posti di responsabilit, e una perenne condizione di urgenza. Tutto ci contribuisce ad affievolire, se non ad abolire, i riferimenti e le solidariet collettive>>. P. BOURDIEU, Lessenza del neoliberismo, in Le monde diplomatique, marzo1998. (71) B. CACCIA, Che cosa significa fare come a Seattle, in Posse, anno 1, n. 1, aprile 2000, p. 71. (72) O. RAZAC, Storia politica del filo spinato, Ombre corte, p. 90. (73) A. NEGRI, Limpero, stadio supremo dellimperialismo, in Le monde diplomatique, gennaio 2001. (74) M. ZANARDI, La citt murata, in Zona Rossa, Le quattro giornate di Napoli contro il Global Forum, Derive Approdi. (75) <<Sabato 17 marzo 2001, a Napoli, un corteo di 30.000 persone, giunto in piazza Municipio viene fermato a ridosso della Zona Rossa, larea invalicabile che ospita il Global Forum. Oltre 7000 agenti schierati a presidio del nulla caricano, da ogni lato della piazza, i manifestanti. Ogni via di uscita bloccata, i pestaggi sono feroci, indiscriminati, la violenza cieca fino allottusit; sotto lo sguardo compiaciuto del questore di Napoli, Izzo, celerini, finanzieri e carabinieri si esercitano nel gioco brutale della forza, in una gara di sadismo e cinismo. La violenza non finisce in piazza. I manifestanti feriti giunti ai presidi ospedalieri per farsi medicare sono condotti in caserma, ancora sanguinanti. Vengono fermati e identificati anche quelli che li accompagnano. Identificazioni e perquisizioni sono il pretesto per unulteriore violenza>> (da Zona Rossa, Le quattro giornate di Napoli contro il Global Forum, Derive Approdi).
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(76) Il 15 giugno 2001 a Goteborg si tiene una riunione dei capi di stato e di governo dellUnione Europea, ospite donore G. W. Bush. Durante la manifestazione la polizia svedese spara sui manifestanti. Le immagini televisive trasmettono la sequenza di un poliziotto che mira alla schiena di un ragazzo e fa fuoco. Trentasei i feriti ricoverati in ospedale, seicento gli arresti. (77) M. DAVIS, Lecologia della paura, in Decoder, n. 9. (78) L. PEPINO, Genova e il G8: i fatti, le istituzioni, la giustizia, in corso di pubblicazione sul n. 5/2001 di Questione giustizia; vedi anche Genova? Era la polizia europea, in Il Manifesto 21-8-2001. (79) Il piano di sicurezza per il G8 di Genova ha previsto anche la delimitazione di una <<zona gialla>>, una ulteriore fascia di territorio interdetta ai manifestanti, immediatamente a ridosso dellarea che ospitava il vertice, pensata come zona cuscinetto dove concentrare gli interventi sulla piazza da parte delle forze dellordine. E in questa zona che sono avvenuti gli attacchi ai diversi spezzoni del corteo e dove ha trovato la morte Carlo Giuliani. (80) G. MASCIA, Genova per noi. Il documento di minoranza del Partito della Rifondazione Comunista presentato alla Commissione Affari Costituzionali della Camera a conclusione dei lavori del Comitato di indagine sui fatti di Genova, Odradek (81) <<A fianco del problema dellorganizzazione degli uffici si posto, per lautorit giudiziaria, quello del raccordo e del coordinamento con altre amministrazioni coinvolte nellevento: in particolare quella penitenziaria e quella di polizia. Gi si detto della dichiarazione ministeriale di "inagibilit" delle case circondariali di Genova e della decisione di concentrare gli arrestati, "per ragioni di sicurezza e di ordine pubblico", nella caserme di Forte S. Giuliano e di Bolzaneto (rispettivamente dei carabinieri e della polizia di Stato). In tali caserme sono stati istituiti appositi "uffici matricola" per la presa in carico degli arrestati da parte dellamministrazione penitenziaria, in vista del successivo trasferimento nelle carceri di Alessandria e di Pavia (ed eventualmente di Voghera e Vercelli). La situazione logistica rendeva difficile attrezzare nelle caserme dei locali per i colloqui e cos, su sollecitazione dellamministrazione (e dietro assicurazione di un sollecito trasferimento dei detenuti in carcere), la Procura di Genova ha disposto il differimento dei colloqui tra arrestati e difensori con un singolare provvedimento in cui il divieto di comunicazione viene motivato con la necessit di evitare "preordinate e comuni tesi difensive di comodo circa le iniziative e movimenti dei manifestanti e delle forze dellordine" e limitato al periodo di permanenza in caserma (con conseguente venir meno allatto del trasferimento in carcere o, in ogni caso, della messa a disposizione del giudice) . La motivazione anzidetta contiene una evidente contraddizione (il rischio di "tesi difensive di comodo", concordate con i difensori, viene meno ove mai esista non con il trasferimento in carcere ma, caso mai, con lavvenuto interrogatorio) che ne denuncia il carattere di mera copertura delle esigenze dellamministrazione. Gli esiti (seppur imprevisti) sono stati devastanti, ch il passaggio nelle caserme diventato un trattenimento prolungato accompagnato secondo molte denunce da violenze e vessazioni. E non sono mancate - n potevano mancare - contestazioni e polemiche >> (in L. PEPINO, Genova e il G8: i fatti, le istituzioni, la giustizia, in corso di pubblicazione sul n. 5/2001 di Questione giustizia). (82) S. PALIDDA, Vecchi e nuovi tipi di violenza nellordine liberista, in Zona Rossa, Le quattro giornate di Napoli contro il Global Forum (83) O. RAZAC, Storia politica del filo spinato, Ombre corte, p. 84. (84) O. RAZAC, Storia politica del filo spinato, Ombre corte, p. 91. (85) O. RAZAC, Storia politica del filo spinato, Ombre corte, p. 82 e ss. (86) M. FOUCAULT, Storia della follia, Rizzoli, p. 77.

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