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Make development inclusive!

Quando la cooperazione allo sviluppo si occupa di disabilit nei Paesi poveri


a cura di Nicola Rabbi, responsabile comunicazione del Centro Documentazione Handicap

Per le sbobinature delle interviste ringraziamo Lucia Cominoli

Per le fotografie si ringraziano la Cooperazione Italiana allo Sviluppo Ministero Affari Esteri e Aifo

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1. Introduzione
di Nicola Rabbi

Sono circa 650 milioni le persone con disabilit nel mondo e solo il 2% di loro riceve servizi o sostegni; l80% delle persone con disabilit non occupata, il 98% dei bambini con disabilit non ha accesso a uneducazione formale. Le persone con disabilit rappresentano pi di un quinto dei pi poveri del mondo o, detto in altri termini, chi disabile ha anche molte pi probabilit di essere povero. Molte persone che si occupano nei Paesi occidentali di inclusione delle persone con disabilit non hanno una percezione reale dello stato di abbandono in cui versano nei Paesi in via di sviluppo, anche in quelli che hanno delle economie emergenti. In Italia le ONG che fanno cooperazione allo sviluppo sul tema della disabilit in modo continuativo sono molto poche, ma le cose stanno cambiando e si comincia a respirare unaria nuova in questo settore. Dopo la ratifica da parte dellItalia (2009) della Convenzione Internazionale sui Diritti delle Persone con Disabilit (ONU, 2006), sono state approvate le nuove Linee Guida sulla disabilit da parte del Ministero degli Affari Esteri. Queste Linee Guida prendono spunto dallarticolo 32 della Convenzione ONU, che parla proprio direttamente di cooperazione allo sviluppo e di disabilit. Da un lato questo movimento legislativo e culturale potrebbe portare a una crescita sia della progettazione che della sua realizzazione, dallaltro per ci troviamo di fronte a un periodo di crisi economica perdurante e drammatico, il peggiore che il nostro Paese ha dovuto affrontare dal dopoguerra. Questa crisi economica si traduce, almeno con questo governo, in una progressiva riduzione degli stanziamenti a favore della cooperazione italiana, gi dotata di poche risorse, se paragonata ad altri Paesi europei. Ma la crisi non deve rappresentare un pretesto per questi tagli, visto che la cooperazione non carit, anzi cooperare allo sviluppo vuol dire sviluppare anche se stessi, soprattutto in un mondo come il nostro, dove tutto sempre pi interconnesso e dove lo sviluppo di una parte a scapito di unaltra, oramai si sa, danneggia lintero sistema nel lungo, ma anche nel medio periodo. Per scrivere questo approfondimento abbiamo intervistato persone che lavorano allinterno delle ONG, rappresentanti della Direzione generale cooperazione allo sviluppo e un rappresentante italiano (Giampiero Griffo) di DPI Italia Disabled People International. La maggior parte dei contributi provengono da una sola ONG, lAifo, il gruppo che storicamente si occupa in Italia di cooperazione allo sviluppo e disabilit. Il lavoro suddiviso in tre parti: la prima ha un carattere generale e contestuale,

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la seconda racconta esperienze di cooperazione e lultima si occupa solo del tema della comunicazione o, meglio, dellimportanza che la comunicazione deve avere sia per quanto riguarda il racconto dei progetti in s e la loro diffusione, sia per quanto riguarda luso di strumenti informativi allinterno dei progetti stessi, campi ancora da sviluppare in modo adeguato.

Piccolo glossario sulle sigle


Quando ci si occupa di cooperazione internazionale e disabilit una delle cose che salta maggiormente agli occhi la quantit di sigle che si incontrano nei documenti ufficiali e che in parte trovate anche in queste interviste raccolte nella rivista. Riportiamo una guida sintetica delle sigle pi frequenti: CBR (Community Based Rehabilitation) CDA (Community Disabled Association) CRPD (Convention on the Rights of Persons with Disabilities) Dgcs (Direzione generale cooperazione allo sviluppo) DPO (Disabled People Organisation) EDF (European Disability Forum) IDDC (International Disability and Development Consortium) MAE (Ministero Affari Esteri) MDG (Millenium Development Goals) PVS (Paesi in Via di Sviluppo) PWD (Persons With Disabilities) RBC (Riabilitazione su Base Comunitaria) UTL (Unit Tecniche Locali del Dgcs)

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2. La cooperazione allo sviluppo italiana e la Convenzione ONU: a che punto siamo?


di Monica Tassoni, Responsabile Attivit educative e formative in Italia dellAifo

Si calcola che il 10-12% della popolazione mondiale sia composto da persone con disabilit e, di queste, la maggior parte risiede nei Paesi poveri. Tutte insieme le persone con disabilit rappresenterebbero la terza nazione pi popolata del mondo, dopo la Cina e lIndia. Queste persone poi hanno molta pi probabilit di vivere in condizioni di povert, non riuscendo ad avere accesso al cibo, allacqua e ai servizi minimi. Da questa constatazione parte il nostro lavoro, come ONG, affinch i progetti di cooperazione allo sviluppo, a partire da quelli che noi stiamo preparando e gestendo, siano inclusivi dei bisogni e riconoscano i diritti delle persone con disabilit. Ma il mondo della cooperazione allo sviluppo sta affrontando il tema? E in che modo? Vorrei partire facendo un quadro generale sullattuale situazione della cooperazione allo sviluppo in Italia e dai risultati di quello che io credo sia stato il primo tentativo e, forse, lunico in Italia di avere un quadro il pi esaustivo e completo possibile sui progetti di cooperazione allo sviluppo che includono la tematica della disabilit. Il quadro della cooperazione internazionale cambiato molto negli ultimi 10 anni e, se una volta la cooperazione allo sviluppo era uno dei pilastri su cui si reggeva la politica estera italiana, ora la cooperazione non passa pi per progetti di lungo respiro ma condotta verso le emergenze, quindi con interventi di breve respiro, ma di apparente grande efficacia e largo impatto mediatico. Anche dal punto di vista dei finanziamenti vediamo che, dagli anni 70, le risorse finanziarie destinate alla cooperazione allo sviluppo da parte dellItalia si sono sempre pi ridotte, fino allultima finanziaria che ha stabilito il record in negativo nello stanziamento per laiuto ai Paesi in via di sviluppo. Rispetto al 2010 abbiamo assistito a un taglio del 45%, portando a 179 milioni di euro i fondi a disposizione nel 2011 (comprensivi delle spese interne di gestione) per la cooperazione allo sviluppo: la cifra pi bassa degli ultimi 20 anni. Vorrei inoltre richiamare lattenzione sul fatto che, negli ultimi anni, la cooperazione allo sviluppo italiana non rappresenta pi unesclusiva della dimensione governativa, sul piano istituzionale, n delle ONG formalmente riconosciute, sul pia-

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no non governativo. E, forse, neppure unesclusiva del mondo non profit. Altri soggetti istituzionali (gli Enti Locali e Regionali, le Universit), altri soggetti non governativi (associazionismo, Onlus, fondazioni, commercio equo e solidale, microcredito, turismo responsabile e anche mondo del lavoro, imprese, economia solidale, associazioni di migranti) negli ultimi 20 anni si sono affacciati al mondo della cooperazione, abitandolo a pieno titolo. Bisogna riconoscere, formalmente e sostanzialmente, il pluri-universo degli attori di cooperazione e solidariet internazionale, che agiscono secondo diverse forme e specificit (cooperazione internazionale allo sviluppo, cooperazione decentrata, cooperazione comunitaria, azioni di solidariet). In questo quadro in trasformazione si colloca lapprovazione della Convenzione Internazionale sui Diritti delle Persone con Disabilit, adottata dallAssemblea Generale delle Nazioni Unite nel dicembre 2006, che diventata un importante punto di riferimento per sensibilizzare i diversi attori della cooperazione sulla necessit di includere i contenuti della Convenzione e, in particolare, quelli dellarticolo 32 nelle progettazioni verso i Sud del mondo. In Italia, dopo la ratifica della Convenzione avvenuta nel febbraio del 2009, sono state pubblicate e poi approvate nel 2010 le nuove Linee Guida sulla Disabilit del Ministero degli Affari Esteri Italiano, prova di una sensibilit costante e crescente su questo tema. Le Linee Guida sono il frutto di un lavoro congiunto che ha visto protagonisti persone con disabilit, esperti, ONG e istituzioni. Peccato che la carenza di fondi attuali metta a rischio una loro concreta applicazione. Per promuovere i contenuti dellarticolo 32 Aifo, DPI Italia (Disabled People International www.dpitalia.org) e altre 12 ONG europee che sono raggruppate nel Consor zio IDDC (International Disability and Development Consor tium www.iddcconsortium.net) nel 2006 hanno promosso un progetto finanziato dallUnione Europea dal titolo: Mainstreaming della disabilit nella cooperazione allo sviluppo. Il progetto prevedeva una serie di azioni a livello europeo finalizzate alla creazione di un nuovo approccio della cooperazione internazionale, che tenesse conto delle necessit e delle risorse delle persone con disabilit che vivono nei Paesi in via di sviluppo. Fra le azioni realizzate in Italia, e in altri 15 Paesi europei, occorre ricordare la mappatura di quelle organizzazioni italiane che a vario titolo e livello, occupandosi di cooperazione allo sviluppo, includevano la dimensione della disabilit nei loro progetti di cooperazione. Questa attivit ha coinvolto una variegata tipologia di enti: il Ministero degli Affari

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Esteri, Enti locali, ONG, Organizzazioni di persone con disabilit DPOs (Disabled People Organizations), Universit, Centri di documentazione e ricerca. Sintetizzando i risultati, si evidenziato che lattenzione rivolta alla disabilit allinterno della cooperazione allo sviluppo proviene principalmente da ONG che hanno la disabilit come obiettivo generale o dalle DPOs e, in parte, anche dal Ministero degli Affari Esteri Direzione Generale per la Cooperazione allo Sviluppo. Per il resto si tratta di attivit discontinue e, nel caso degli Enti Locali, di finanziamenti a progetti sviluppati da altri attori. (I dati completi della mappatura sono disponibili sul sito del progetto: www.make-development-inclusive.org in lingua inglese). Ci troviamo quindi di fronte a una scarsa attenzione alle persone con disabilit e a progetti che, per la maggior parte, quando hanno come focus le persone con disabilit, sono prevalentemente limitati allarea medica o assistenzialista. I vari attori della cooperazione hanno dimostrato poi di conoscere poco le politiche e le legislazioni sulla disabilit. Un altro punto da evidenziare lo scarso coinvolgimento delle organizzazioni delle persone con disabilit in attivit di pianificazione progettuale, esecuzione, monitoraggio e valutazione dei progetti di cooperazione. Sinteticamente i punti critici su cui stiamo lavorando vanno nella direzione di: costruire partenariati tra ONG di cooperazione e organizzazioni di persone con disabilit; infatti Aifo si fatta promotrice di un accordo di rete che vede coinvolta lONG Educaid e alcune tra le pi importanti federazioni e DPO di persone con disabilit, DPI e FISH; accrescere le risorse destinate ai progetti inclusivi delle persone con disabilit; passare da una concezione della cooperazione allo sviluppo come intervento umanitario, a un approccio basato sulla tutela dei diritti umani; accrescere le competenze degli attori della cooperazione sul nuovo paradigma della disabilit attraverso lelaborazione di curricula ad hoc e di manuali di formazione. Infatti, attraverso il progetto Mainstreaming, stato prodotto un manuale sul ciclo progettuale inclusivo e sono state coinvolte diverse universit italiane (Roma, Padova, Bologna) con lelaborazione di moduli formativi allinterno di master; fare in modo che tutti i progetti, compresi quelli di emergenza, siano inclusivi dei bisogni delle persone con disabilit. Le persone con disabilit corrono un rischio molto pi grande in caso di disastri naturali o in quelli causati dalluomo rispetto alle persone normodotate. Quindi necessaria una preparazione maggiore degli operatori dellemergenza, affinch tutti i bisogni specifici delle persone con disabilit vengano presi in considerazione. Ci implica lesigenza di assicurare finanziamenti per garantire che tali aspetti siano integrati nella pro-

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gettazione e realizzazione di qualsiasi intervento. In questo settore stato fatto ancora molto poco: lunico punto di riferimento a livello nazionale la Carta di Verona sul salvataggio delle persone con disabilit in situazioni di crisi ed emergenza (2007). Abbiamo quindi ancora molto lavoro da fare perch la Convenzione ONU sia conosciuta e applicata qui al nord come nel sud del mondo, allo scopo di passare dallesclusione allinclusione e alluguaglianza. Aifo Associazione Italiana Amici di Raoul Follereau via Borselli 4/6 40135 Bologna tel. 051/439.32.11 fax 051/43.40.46 numero verde 800550303 www.aifo.it info@aifo.it

Art. 32 della Convenzione Internazionale sui Diritti delle Persone con Disabilit
1. Gli Stati Parte riconoscono limportanza della cooperazione internazionale e della sua promozione, a sostegno degli sforzi nazionali per la realizzazione degli scopi e degli obiettivi della presente Convenzione, e intraprenderanno appropriate ed efficaci misure in questo senso, tra e allinterno degli Stati e, nella maniera appropriata, in partnership con rilevanti organizzazioni internazionali e regionali e con la societ civile, in particolare con organizzazioni di persone con disabilit. Tali misure potranno includere, tra laltro: assicurare che la cooperazione internazionale, compresi i programmi di sviluppo internazionali, sia inclusiva e accessibile alle persone con disabilit; agevolare e sostenere la formazione di capacit di azione, anche attraverso lo scambio e la condivisione di informazioni, esperienze, programmi di formazione e buone pratiche; agevolare la cooperazione nella ricerca e nellaccesso alle conoscenze scientifiche e tecniche; fornire, nella misura appropriata, assistenza tecnica ed economica, anche agevolando laccesso e la condivisione di tecnologie accessibili e di assistenza e tramite il trasferimento di tecnologie. 2. Quanto previsto da questo articolo non di pregiudizio agli obblighi di ogni Stato Parte a adempiere alle proprie obbligazioni previste dalla Convenzione.

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3. Disabilit e Organizzazioni Non Governative tra ONU, UE e Italia


a cura di Nicola Rabbi

Intervista a Giampiero Griffo di DPI Italia Dopo lapprovazione della Convenzione sui Diritti delle Persone con Disabilit e il suo recepimento da parte dellUnione Europea e dellItalia, com cambiato il modo di lavorare delle ONG sul tema della disabilit? La CRPD, Convention on the Rights of Persons with Disabilities (www.un.org/disabilities), ha riconosciuto che le persone con disabilit sono parte della societ e vanno rispettate nei loro diritti umani. In particolare lart. 32 (sulla cooperazione internazionale) ha sottolineato come la cooperazione internazionale, compresi i programmi internazionali di sviluppo, includa le persone con disabilit e sia a loro accessibile. Inoltre ha riconosciuto il ruolo che possono giocare le organizzazioni di persone con disabilit nel partenariato con gli Stati e le ONG. Anche nel campo degli interventi di emergenza umanitaria (art. 11) bisogna prestare la dovuta attenzione alle persone con disabilit. Purtroppo rimane ancora una pesante disattenzione delle ONG rispetto alla nostra inclusione e alla piena partecipazione. A livello internazionale le Nazioni Unite hanno promosso convegni e seminari che sollecitano una maggiore attenzione al problema. Vi sono documenti internazionali, come la Car ta di Verona del 2007 (www.superando.it/docs/verona%20charter%20ITA%20con%20tutti%20i%20firmatari.pdf) sulle situazioni di emergenza; esistono risoluzioni dellAssemblea Generale delle Nazioni Unite che hanno collegato la disabilit agli obiettivi del Millennio; esiste un consorzio europeo di ONGs e DPOs (organizzazioni di persone con disabilit) che si occupano di cooperazione allo sviluppo e disabilit (IDDC, www.iddcconsortium.net). Nel complesso, per, i maggiori donors sono lontani dallincludere nei programmi e nei progetti le persone con disabilit, alcune agenzie nazionali di sviluppo (soprattutto dei Paesi nordici) destinano una piccola parte dei fondi a progetti verso questa fascia di cittadini, ma secondo i calcoli della World Bank siamo al di sotto del 5% delle risorse complessive. In Europa lEuropean Disability Forum e DPI, attraverso azioni di lobbying insieme allIDDC, sono riusciti a inserire nella Strategia sulla disabilit della Commissione Europea (2010-2020) il tema della disabilit nelle relazioni esterne dellUnione (finanziamenti a Paesi terzi). Il nostro obiettivo quello dellapproccio a doppio binario (twin-track approach): aumentare le risorse destinate alle persone con disabilit (lUnione Europea il maggior donatore mondiale) e realizzare il main-

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streaming della disabilit in tutti i programmi. In Italia, purtroppo, solo poche ONG si occupano di persone con disabilit, spesso con una visione prevalentemente medica. Nel complesso le circa 130 ONG italiane che si occupano di cooperazione internazionale ignorano le persone con disabilit. Dal 1999, su iniziativa di DPI-Italia, si costituito un gruppo di lavoro nazionale sul tema della disabilit a cui erano state invitate tutte le ONG italiane. Il lavoro comune (seminari, incontri, ecc.) ha fatto emergere che solo poche ONG erano interessate. In particolare con lAifo (www.aifo.it), DPI-Italia ha costruito progetti in comune, sperimentando forme di empowerment delle DPOs in alcuni Paesi (Mongolia, India), che saranno trasferite in altri Paesi (Liberia, Vietnam). Ne scaturito un manuale sui diritti umani e lapplicazione della CRPD, un lavoro comune sulla riabilitazione su base comunitaria. Per consolidare questo lavoro si costituita lanno scorso una rete di ONGs e DPOs (Rete Italiana Disabilit e Sviluppo, http://ridsnetwork.blogspot.com) formata da Aifo, EducAid, DPI-Italia e FISH, che ha messo insieme le esperienze italiane pi avanzate in questo settore. La rete, infatti, riconosce la pari dignit e il partenariato tra ONG e DPO, sviluppa una serie di impegni progettuali basati sullapplicazione della CRPD, sullempowerment delle DPOs dei Paesi in cerca di sviluppo. Tra gli altri obiettivi, vorremmo far crescere la partecipazione di esperti con disabilit nei progetti: lanno scorso abbiamo iniziato unattivit formativa in questa direzione. Cosa ne pensi delle Linee Guida della cooperazione italiana sulla tematica della disabilit? La DGCS (Direzione Generale Cooperazione allo Sviluppo) del Ministero degli Affari Esteri (MAE) aveva gi elaborato delle Linee Guida sul tema della disabilit nel 2003, senza coinvolgere le DPOs italiane. Limpostazione era centrata sui diritti economico-sociali. Lanno scorso il MAE ha riformulato quelle Linee Guida, aggiornandole sulla base della CRPD. il primo e unico attualmente concreto atto del governo in direzione dellapplicazione della CRPD, anche se non totalmente soddisfacente. Le Linee Guida individuano pi livelli di attenzione: il livello di competenza del MAE, con lo scopo di applicare la CRPD e, in particolare, gli articoli 11 e 32; il livello di competenza europeo e internazionale. I capitoli riguardano le azioni di raccordo con le politiche generali (collegamento con lOsservatorio sulla condizione delle persone con disabilit, competente sullapplicazione e sul monitoraggio della CRPD, introduzione di un capitolo sul tema della disabilit nel rapporto annuale al Parlamento italiano), lidentificazione di politiche di mainstreaming (formazione, progettazione, approccio doppio binario, emergenza, direttive sullac-

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cessibilit, raccolta dati), la collaborazione con istituzioni italiane ed estere (mondo imprenditoriale, istituzioni italiane competenti, ONG, Agenzie di cooperazione di altri Paesi), il coinvolgimento diretto delle DPOs nella definizione dei programmi e delle politiche e loro empowerment nei Paesi in cui si realizzano progetti di cooperazione del MAE. Purtroppo queste Linee Guida sono state licenziate in un periodo in cui il governo italiano ha ridotto (e ridurr ancora di pi) il budget a disposizione: ormai, invece dellobiettivo dello 0,7% del PIL, siamo arrivati sotto lo 0,1%, fanalino di coda tra i Paesi industrializzati. Che ruolo devono avere le persone con disabilit in tutto questo? La CRPD rappresenta uno standard internazionale universalmente accettato (sono ormai 100 i Paesi che lhanno ratificata). La sostenibilit reale della Convenzione, per, sar possibile solo dove vi sia una rappresentanza forte e competente delle persone con disabilit. Per questo necessario che le DPOs dei Paesi in cerca di sviluppo siano tra i beneficiari dei programmi e degli interventi di cooperazione. Le DPOs dei Paesi industrializzati devono premere sui governi e sui donors perch si occupino dei diritti delle persone con disabilit. Un dato esemplificativo: della rete delle 600 Fondazioni internazionali, solo due o tre di esse si occupano di questa fascia di persone. Eppure le persone con disabilit rappresentano un settimo della popolazione mondiale, nei Paesi del sud del mondo solo il 2% delle persone con disabilit gode di sostegni e servizi, pi di 40 milioni di bambini con disabilit non hanno accesso a sistemi scolastici ufficiali e la disoccupazione tocca percentuali superiori al 90%. Il sostegno delle DPOS occidentali alle loro sorelle di questi Paesi finalizzato a rafforzarne le competenze sulla CRPD, a favorire lo sviluppo organizzativo, ad accompagnarle nelle politiche di lobbying verso i loro governi e verso i donors. Un esempio significativo stato il progetto del MAE in Kosovo [di queste esperienze e delle altre che seguono se ne parla in articoli presenti in questa monografia, ndr], per definire un Piano di azione nazionale sulla disabilit partecipato e un sistema di monitoraggio. Unaltra finalit quella di costruire alleanze con le ONG pi attente ai diritti delle persone con disabilit. Esemplare stato laccompagnamento da parte dellAifo, attraverso vari progetti, della Federazione mongola di associazioni di persone con disabilit nel processo di ratifica e implementazione della CRPD, in alleanza con la Commissione mongola per i diritti umani. Ancora innovativa la ricerca emancipatoria che si sta sviluppando nel distretto di Mandya in India, che coinvolge le DPOs nella ricerca sulla condizione delle persone con disabilit, costruendo nello stesso tempo lempowerment delle stesse persone con disabilit che diventano i realizzatori della ricerca. In questa dire-

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zione influenzare lUnione Europea un altro dei compiti primari, come previsto nel punto 8 della Strategia europea sulla disabilit. Cito lintero capitolo per far capire i nuovi compiti da realizzare: LUE e gli Stati membri devono promuovere i diritti delle persone con disabilit nel quadro delle loro azioni esterne, tra cui i programmi di allargamento dellUnione, di vicinato e di aiuti allo sviluppo. La Commissione operer, ove necessario, in un contesto pi ampio di non discriminazione affinch la disabilit diventi un tema essenziale dei diritti umani nel quadro delle azioni esterne dellUE. La Commissione far opera di sensibilizzazione sulla Convenzione dellONU e sui bisogni delle persone disabili, anche in materia di accessibilit, nel settore dellaiuto durgenza e dellaiuto umanitario; essa consolider la rete dei corrispondenti per la disabilit e sensibilizzer maggiormente le delegazioni dellUE sulle questioni relative alla disabilit; essa assicurer che i Paesi candidati e potenzialmente candidati rinforzino i diritti delle persone disabili e far s che gli strumenti finanziari degli aiuti preadesione siano utilizzati per migliorare la loro situazione. LUE sosterr e completer le iniziative nazionali finalizzate ad affrontare le questioni in materia di disabilit nel dialogo con i Paesi terzi e, ove appropriato, a inglobare la disabilit e lattuazione della Convenzione dellONU tenendo conto degli impegni presi ad Accra in materia di efficacia degli aiuti. LUE incoragger i forum internazionali (Nazioni Unite, Consiglio dEuropa, OCSE) a raggiungere accordi e a prendere impegni. Che attenzione data ai temi della comunicazione e dellinformazione nei progetti in atto nei Paesi in via di sviluppo che riguardano le persone con disabilit? Linformazione un tema importante. In molti Paesi in cerca di sviluppo la maggior parte della popolazione vive in aree rurali e remote, dove la circolazione dellinformazione problematica, specialmente per le persone con disabilit. In questo senso diventa essenziale utilizzare lo strumento della Community Based Riabilitation/CBR (riabilitazione su base comunitaria). Anche qui necessario rafforzare la partecipazione reale e competente delle DPOs locali alle decisioni delle comunit. La circolazione delle informazioni in queste aree deve tenere conto delle condizioni reali in cui vivono le persone con disabilit e le loro famiglie. Spesso queste persone sono analfabete e devono farsi aiutare per comprendere tutte le informazioni scritte. Laccesso allelettricit e alle tecnologie informatiche ancora problematico. Risulta spesso impossibile spostarsi. Per queste motivazioni le strategie devono partire da unattenta analisi dei territori nei quali si opera. Secondo te, che tipo di esperienze andrebbero fatte sul tema dellinformazione?

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Molto efficace la costituzione di un sistema di self-help groups, che operano nei villaggi per mantenere un contatto con le persone pi emarginate. In alcune realt di programmi di CBR, la presenza di uno o pi gruppi in ogni villaggio ha permesso di accrescere il flusso di informazioni e la capacit di autodeterminarsi. A volte basta offrire uno spazio dincontro alle DPOs per creare immediatamente la circolazione delle informazioni, che prevalentemente orale. La produzione di pubblicazioni piene di immagini, la costruzione di reti organizzate decentrate e collegate tra di loro, la creazione di campagne di sensibilizzazione utilizzando strumenti appropriati risultano spesso pi efficaci della centralizzazione delle informazioni in un infocenter, strumento efficace nelle aree urbane estese. In questi contesti, piuttosto che i centri informativi, funzionano i centri per la vita indipendente che offrono non solo informazioni, spesso legate a problemi pratici (accessibilit dei servizi, housing, risorse del territorio), ma anche servizi di sostegno (trasporti, servizi di aiuto personale, manutenzione degli ausili, ecc.). Ti vengono in mente delle esperienze sul tema dellinformazione svolte da ONG straniere? Particolarmente attento allinformazione Handicap International (www.handicapinternational.fr), una grande ONG francese, che una specie di multinazionale. Il suo progetto Source (www.asksource.info) rappresenta la pi grande banca dati mondiale sul tema della disabilit e della salute legate alla cooperazione allo sviluppo. Per quanto operi prevalentemente in ambito sanitario, nei suoi progetti realizza centri informativi, che diventano centri di aggregazione e diffusione delle informazioni. Un altro esempio rappresentato dai centri risorse, luoghi di sostegno alle comunit locali che si organizzano sulla base delle esigenze del territorio: operano sulle priorit identificate dalle comunit e, quando includono la disabilit, utilizzano metodologie di mainstreaming. Un progetto recente quello della Global Disability Rights Library, promossa dallagenzia nazionale americana (USAID www.usaid.gov) e dallUniversit dellIowa attraverso il progetto WiderNet (www.widernet.org), in collaborazione con lUnited States International Council on Disabilities (USICD www.usicd.org). Il progetto, partendo dalla difficolt di accedere a internet nei Paesi del sud del mondo, vuole costruire una biblioteca mondiale on line in cui sia possibile scaricare i documenti e gli strumenti pi importanti relativi alla promozione e al rispetto dei diritti. DPI Italia Onlus via Dei Bizantini 99 88046 Lamezia Terme (CZ) tel. 0968/46.34.99, www.dpitalia.org dpitalia@dpitalia.org

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I Millenium Development Goals e la disabilit


di Giampiero Griffo

Liniziativa ONU del Millenium Development Goals/MDG persegue lobiettivo di ridurre la povert nel mondo entro il 2015. Ecco i punti in cui si articola lazione dellONU e alcuni dati che servono a capire come questo problema abbia delle ripercussioni sulla disabilit: 1. Sradicare la povert estrema e la fame. L82% delle persone con disabilit vivono nei Paesi in cerca di sviluppo; il 20% delle infermit derivano da malnutrizione (DFID, 2000). 2. Conseguire leducazione primaria per tutti. Su 104 milioni di bambini che non accedono a uneducazione primaria, pi di 40 milioni sono bambini con disabilit nei Paesi in cerca di sviluppo (Unesco). 3. Promuovere leguaglianza di genere e lempowerment delle donne. Il 100% delle donne con disabilit sono picchiate a casa, il 25% delle donne con disabilit intellettiva sono violentate, il 6% sterilizzata forzatamente (Orissa, India, 2004). 4. Ridurre la mortalit infantile. I bambini con disabilit raggiungono livelli di mortalit infantile in alcuni Paesi poveri pari all80% (DFID, 2000). 5. Tutela della salute durante la maternit. Venti milioni di donne lanno 30 donne al minuto subiscono una disabilit o una complicanza nel periodo della gravidanza e del parto (UNFPA, 2003). 6. Combattere HIV/AIDS, malaria e altre malattie. Le donne e gli uomini con disabilit sono notoriamente tra i gruppi pi vulnerabili allHIV/AIDS, ma non hanno accesso ai programmi di prevenzione esistenti (CBMI, Tanzania). 7. Assicurare la sostenibilit ambientale (laccesso allacqua e a adeguate condizioni igieniche e di sicurezza). Cento milioni di persone sono disabili a causa di malnutrizione, mancanza di condizioni igieniche accettabili, di accesso allacqua e a servizi sanitari; un terzo di tutte le malattie che producono una disabilit sono causate da fattori di rischio ambientale. 8. Crescita di una partnership globale per lo sviluppo. Solo il 2-4% dei fondi destinati alla cooperazione internazionale viene utilizzato per le persone con disabilit.

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4. Saper coinvolgere la societ civile


a cura di Nicola Rabbi

Intervista a Mina Lomuscio, funzionaria della Direzione Generale Cooperazione allo Sviluppo La nascita delle nuove Linee Guida La Direzione Generale per la Cooperazione Internazionale e lo Sviluppo nel 2002 aveva gi promosso delle Linee Guida sulla disabilit estremamente accurate, che preannunciavano lapproccio di tipo partecipativo e inclusivo che sarebbe stato adottato successivamente. Ancor prima della Convenzione ONU abbiamo lavorato su questi aspetti in vari Paesi in via di sviluppo e in particolare sulla deistituzionalizzazione dei minori, attraverso il coinvolgimento delle istituzioni ma soprattutto della societ civile, delle organizzazioni di persone con disabilit, delle ONG, cercando proprio di adottare un approccio di tipo partecipativo fin dalle prime fasi di realizzazione del progetto. Il fatto che, nel 2006, sia stata firmata la Convenzione ONU ha dato un impulso ancora maggiore alla nostra attivit, bench la nostra esperienza fosse gi allavanguardia rispetto ai principi enunciati. Quello che per noi resta di fondamentale importanza larticolo 32, che espone chiaramente quelli che devono essere i termini costitutivi della cooperazione, alla quale viene affidato il ruolo di predisporre e di finanziare progetti capaci di coinvolgere la societ civile in cui le persone con disabilit siano primi attori del processo. LItalia stata tra i primi firmatari della Convenzione, per cui abbiamo ritenuto importante cercare di capire quello che fa la cooperazione italiana per promuovere lo sviluppo del settore, la metodologia utilizzata, il tipo di approccio. Abbiamo cos fatto uno studio che ha preso in considerazione le iniziative che vanno dal 2000 al 2008, in cui abbiamo identificato le aree dove il nostro intervento stato maggiore, aree che sono legate allinclusione sociale, allistituzionalizzazione; abbiamo preso anche in considerazione loperato delle politiche legislative in materia, settore in cui siamo allavanguardia e che ci viene riconosciuto in tutti i Paesi. In questa direzione abbiamo fornito assistenza tecnica alle istituzioni preposte alla promulgazione di leggi per la difesa dei diritti delle persone con disabilit. A seguito di questo studio abbiamo fotografato gran parte della situazione nei Paesi in via di sviluppo, bench ci siano ancora degli aspetti che non possono essere compresi nella loro totalit, dal momento che non stato possibile fare una mappatura precisa. Tuttavia questo studio ci ha permesso di aggiornare quelle che erano le nostre Linee Guida nel 2002, proprio sulla base degli enunciati del-

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la Convenzione ONU. Questo lavoro stato estremamente partecipativo, nel senso che abbiamo lavorato fin dallinizio al nostro interno con i nostri uffici, che hanno diverse competenze di tipo finanziario, politico ed economico nel settore. Noi siamo lUnit Tecnica Centrale Operativa per la Cooperazione allo Sviluppo, ovvero siamo lunit operativa che si occupa della formulazione, della gestione, del monitoraggio e della valutazione dei progetti. Al nostro interno esistono poi una serie di uffici che si occupano della programmazione e dei rapporti con gli organismi internazionali. Partendo da questi presupposti diciamo che prima abbiamo fatto una mappatura allinterno del nostro ministero e, successivamente, abbiamo lavorato con le nostre unit tecniche locali, che avevano il polso della situazione in loco sulle varie attivit, sulle esigenze e sui bisogni. Infine abbiamo coinvolto la societ civile, le ONG e le varie organizzazioni di persone con disabilit, i ministeri e le istituzioni italiane, come il Ministero delle Politiche Sociali, gli Enti Locali e anche gli organismi internazionali. Tale fotografia iniziale, predisposta alla redazione e allaggiornamento delle Linee Guida, stata fatta in collaborazione con la World Bank e la Global Patternship Disability Development, unalleanza di agenzie di cooperazione, organizzazioni internazionali, donatori, ecc., che si occupa di disabilit e di favorire lo scambio di esperienze e di conoscenze. Tale collaborazione ci ha permesso di avvalerci anche del punto di vista internazionale. Successivamente abbiamo organizzato a Torino un forum in cui era presente parte del mondo della societ civile e degli organismi internazionali e abbiamo invitato anche alcuni rappresentanti dei diritti umani di Paesi nei quali noi lavoriamo, per avere cos un contributo a trecentosessanta gradi. Abbiamo infine costituito un gruppo di lavoro che, insieme allUnit Tecnica Centrale, ha lavorato alla redazione delle Linee Guida. Il gruppo di lavoro era composto non solo dalle istituzioni e dal Ministero delle politiche sociali ma anche da persone disabili. Hanno partecipato soprattutto persone con disabilit che si occupano del settore normativo e legislativo della questione e della tutela dei diritti. Infine il documento stato presentato e discusso a Torino e poi ripresentato nuovamente in una riunione ministeriale in cui abbiamo riconvocato tutti i partecipanti e di nuovo abbiamo raccolto commenti e suggerimenti. Tutto questo per dire che c stato un percorso accurato, che andato avanti nel tempo e ha visto la partecipazione dellintero sistema Italia. Il documento delle Linee Guida stato approvato formalmente nel novembre 2010; la redazione finale , invece, terminata a luglio. Rispetto alle Linee Guida del 2002, il documento del 2010 ha voluto essere molto pi concreto, un documento operativo basato sugli enunciati della Convenzione ONU.

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Programmazione e metodologia Nellambito della programmazione-monitoraggio dovremmo sicuramente cominciare a collaborare pi strettamente con lOsservatorio Nazionale per la Disabilit istituito di recente; anche la relazione che facciamo ogni anno al Parlamento dovrebbe avere una sessione specificamente dedicata alla disabilit. Molto spesso la disabilit stata tenuta in considerazione come una tematica allinterno della Sanit, mentre noi vorremmo darle un taglio completamente diverso: non la vogliamo pi vedere secondo un approccio di tipo medico perch vorremmo che si affermasse un approccio di tipo sociale. C bisogno in questo senso di concretezza, di fare formazione e sensibilizzazione verso il personale del Ministero degli Affari Esteri e degli Uffici. importante sensibilizzare e informare. Abbiamo inoltre ipotizzato di fare formazione anche agli enti esecutori dei progetti, utilizzando soprattutto la rete universitaria, operando quindi in collaborazione con il mondo accademico. Recentemente abbiamo tenuto un ciclo di seminari sui minori e la disabilit con lUniversit La Sapienza, proprio perch concepiamo lo scambio teorico (quello delluniversit) e pratico (il nostro intervento sul campo) come un aiuto per indirizzare meglio i nostri interventi. La formazione, daltro canto, avviene in applicazione agli articoli della Convenzione. Occorre anche continuare il nostro intervento sullInclusive Education, cos come viene esposto dallart. 24 e come gi stato messo in atto nella nostra esperienza. Dobbiamo proseguire questo tipo di attivit che vede la deistituzionalizzazione dei minori applicata per progetti e in questo possiamo rilevare un passaggio verso linclusione. Queste affermazioni ci potrebbero sembrare banali, ma nei Paesi in via di sviluppo ci sono ancora molti centri chiusi e il nostro intervento deve essere finalizzato non a supportarli ma, paradossalmente, a fare in modo che vengano chiusi. Per far s che ci sia inclusione operiamo nelle scuole attraverso la formazione e lassistenza tecnica che possiamo dare agli operatori, per mezzo dellistituzione delle case famiglia e utilizzando il mondo del volontariato e delle ONG locali che racchiudono in loro molte potenzialit. Laccessibilit delle strutture un altro elemento di cui dobbiamo tenere conto in ogni progetto realizzato dalla cooperazione. Laccessibilit non si riferisce solo agli edifici e alle strutture ma si manifesta anche a livello tecnologico e informatico, permettendo a tutti di aumentare il grado di preparazione e professionalit. Le nostre infrastrutture operanti nei territori devono contenere in s questo elemento, dovrebbero essere costruite o riadattate sulla base degli standard di accessibilit. La progettazione di un ospedale, ad esempio, dovrebbe tenere conto di questi

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parametri. La formazione necessaria per fare in modo che lesperto preposto conosca effettivamente tutte queste problematiche e questo, purtroppo, non cos scontato. Se parliamo a degli addetti ai lavori questi discorsi sembrano banali ma per la maggior parte delle persone non cos. Se io progetto un ospedale o un acquedotto devo tenere conto della strada per arrivare ad esso. Una persona disabile ci pu arrivare? Lo stesso vale per gli interventi di emergenza che realizziamo: essi devono tenere conto degli individui con disabilit che sono quelli che, pi di tutti, hanno bisogno di supporto e assistenza e che, generalmente, sono proprio i primi a essere dimenticati in tali situazioni. In questo senso si parla di mainstreaming della disabilit. Accessibilit, emergenza, formazione, educazione, creazione di una rete di tutti gli attori coinvolti nella tematica rappresentano i contenuti delle nostre Linee Guida e tutto questo processo deve essere ovviamente supportato da una decisione politica concreta e operativa del nostro Ministero. Documentazione e comunicazione Esiste uno specifico paragrafo in cui dichiariamo che bisogna dare delle indicazioni di finanziamento sui progetti che facciamo. Quando formuliamo un progetto dobbiamo prestare attenzione alla terminologia, a unanalisi ben precisa del contesto in loco, dei dati, un flusso di informazioni e comunicazioni che parte a livello locale e che poi deve arrivare a Roma dove approviamo effettivamente le iniziative. Prima di essere approvato un progetto deve tenere conto di tutti questi principi. Per quanto riguarda la comunicazione occorre precisare che ci interessa intanto una comunicazione che riguardi lintero sistema Italia. Essendo necessario inserire in una rete tutto ci che il Ministero fa, abbiamo creato un ufficio stampa, un settore dedicato alla comunicazione; la rete andrebbe costruita mettendo in relazione questi elementi. Insisto sulla comunicazione perch unindicazione che abbiamo avuto dal nostro direttore generale, che ci invita a dare visibilit allItalia e al sistema italiano, mettendo in relazione tutti questi attori. Per mettere in relazione gli attori, per, bisogna prima comunicare e trovare dei momenti di incontro e di discussione nelle varie forme che possono essere definite. Allinterno delle Linee Guida noi parliamo di aspetti che riguardano maggiormente lefficacia delle iniziative attraverso i nostri referenti internazionali. Sarebbe importante, ad esempio, per noi che siamo tenuti a riportare le nostre attivit allOCSE-DAC (Development Co-operation Directorate), un indicatore che parlasse di disabilit che non mai menzionata tra gli indicatori e i target. Esiste uno studio sugli Expert Meeting, un gruppo di esperti che ha lavorato sugli obiettivi del millennio, che sono tuttavia molto generali e in cui la disabilit non appare. Il pro-

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blema che la disabilit non ancora una tematica trasversale che dovrebbe avere un suo rilievo proprio perch attraversa tutto la povert, i minori, le donne, il momento della nascita , una trasversalit che dovrebbe essere tenuta in considerazione nel momento in cui si formula il progetto. Risorse e investimenti Per quanto riguarda la disabilit abbiamo i vari finanziamenti ma non sappiamo quali saranno i risultati futuri, dato che il nostro Paese sta vivendo una situazione, come tutta lEuropa, di difficolt e da questo non si pu prescindere. Sicuramente abbiamo avuto indicazioni sulla riduzione delle spese. Ci implica la necessit di lavorare con pochi soldi, cercando per di mantenere unelevata qualit degli interventi e di sfruttare al meglio le nostre potenzialit. Con tanti soldi ci si cura in genere di meno dei dettagli; con pochi soldi, invece, tutto quello che si fa deve funzionare, necessario prestare molta pi attenzione allobiettivo, non devono esserci perdite o fuoriuscite che non portano poi a nessun risultato. Il principio della sostenibilit, che ovviamente appartiene gi ai nostri progetti, diventa ancora pi importante. Dobbiamo far s che i nostri progetti siano sostenibili, lavorare affinch i nostri partner possano lavorare. Lanalisi del contesto e delle sue potenzialit in questi casi diventa ancora pi importante. La politica e la normativa diventano cos essenziali anche per la persona con disabilit, che pu fare riferimento ad esse. Diventa poi estremamente rilevante sensibilizzare i governi sullattivit della societ civile e far comunicare queste due entit, soprattutto nei Paesi in via di sviluppo.

5. Sitografia
Mainstreaming Disability in Development Cooperation www.make-development-inclusive.org/ il sito di riferimento dellUnione Europea per quanto riguarda la cooperazione allo sviluppo e la disabilit. Allindirizzo web www.make-development-inclusive.org/toolsen/aifomai08.pdf, possibile leggere la mappatura dei soggetti istituzionali e non che si occupano del tema in Italia e del modo in cui lo fanno. Handicap international www.handicap-international.de Una delle principali ONG europee che tratta di disabilit nei Paesi in via di sviluppo, con oltre 250 progetti nel mondo.

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Cbm (Gemeinsam mehr erreichen) www.cbm.de Altra ONG tedesca che si occupa soprattutto di persone con problemi alla vista nei Paesi in via di sviluppo. Making PRSP inclusive www.making-prsp-inclusive.org Sito promosso da Handicap International e da Cbm che propone metodi, documentazione e suggerimenti su come includere le persone con disabilit nelle strategie di riduzione della povert (PRS). A questo indirizzo si pu trovare una buona spiegazione del twin-track approach, www.making-prsp-inclusive.org/en/6-disability/63-disability-and-development/632-the-twin-track-approach.html. IDDC (International Disability and Development Consortium) www.iddcconsortium.net LIDDC un consorzio di 23 ONG e di numerose organizzazioni di persone disabili, che promuovono lo sviluppo e linclusione delle persone disabili in pi di 100 Paesi. Cooperazione italiana allo sviluppo www.cooperazioneallosviluppo.esteri.it/pdgcs/disabilita.htm il sito della Cooperazione italiana allo sviluppo del Ministero degli Affari Esteri, o meglio la sua sezione che tratta la disabilit. Allindirizzo web www.cooperazioneallosviluppo.esteri.it/pdgcs/italiano/LineeGuida/LineeGuida.html, possibile leggere le ultime Linee Guida sulla disabilit. Altre ONG rilevanti che si occupano di disabilit e cooperazione internazionale www.light-for-the-world.org www.dcdd.nl www.phos.be www.ovci.org

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6. Tegsh duren, le pari opportunit nelle vaste steppe mongole


a cura di Nicola Rabbi

Conversazione con Francesca Ortali, responsabile dellufficio progetti esteri dellAifo Come siete arrivati a lavorare in Mongolia su un progetto di RBC? Nel periodo in cui siamo arrivati in Mongolia cerano pochissime ONG e ancora oggi, a dire il vero, se ne contano poche. Questanno il progetto ha compiuto ventanni. A compierli, in realt, non stata la nostra collaborazione ma Tegsh duren, il programma che in lingua mongola significa pari opportunit. Ci siamo capitati perch la Mongolia era uno di quei Paesi che lOMS aveva identificato nel suo progetto pilota per implementare la riabilitazione su base comunitaria. Stiamo parlando dei primi anni 90. Il rappresentante dellOMS della Mongolia chiese allOMS centrale di iniziare il progetto, dopo di che lOMS ci propose di andare a vedere se cerano le possibilit di fare uno studio di fattibilit e cos cominciammo. Si trattava di un periodo molto difficile per la Mongolia, a causa del crollo dellUnione Sovietica. Nel giro di sei mesi la popolazione si trovata improvvisamente senza riscaldamento, senzacqua, senza petrolio. La Mongolia era uno Stato separato, nel senso che non era annesso allURSS ma era conglobato e dipendente in toto da tutto il blocco sovietico. Ci sono due o tre generazioni di mongoli che hanno vissuto sotto legemonia russa. Tutta leconomia, quindi, era strettamente connessa alla Russia, dipendeva da essa, e quando questa caduta la Mongolia di riflesso ne ha sofferto moltissimo. Anche se ricca di risorse naturali? Di risorse naturali era ed ricchissima ma la struttura economica e politico-amministrativa dellURSS non li lasciava affatto indipendenti. Nel 92 si viveva dunque piuttosto male e il problema era iniziare a cambiare la mentalit della popolazione. Dopo due generazioni sotto lURSS e in cui ti dicono che non devi pensare in prima persona ma lo fanno gli altri per te e tu fai solo quello che ti assegnato, difficile cambiare, ci vuole tempo... Spiegami meglio che cos Tegsh duren Tegsh duren pi che altro una sorta di programma, che al momento si estende in tutta la Mongolia; ora sta iniziando un loro programma portato avanti dal Ministero della Salute, che sar inserito nei programmi di salute di base, perch,

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cos come ci sono i programmi di vaccinazione, si vorrebbero inserire anche programmi di riabilitazione su base comunitaria. Allinterno del programma ci sono diverse attivit. A partire dalla formazione, che una formazione a cascata che comprende tutti i livelli amministrativi, da quello centrale a quello collocato sotto un distretto, alle piccole unit abitative. Di che tipo di formazione si tratta? Formazione rivolta ai medici e ai paramedici. Si va dalla formazione specialistica rivolta a ortopedici, a medici di famiglia, ai feluche, che sono figure intermedie, n medici di famiglia n infermieri, che seguono un certo numero di famiglie nomadi utilizzando il motociclo o il cavallo. Lanno scorso abbiamo fatto una ricerca proprio sui feltcher, sul loro ruolo e la loro formazione e sui bisogni formativi ai quali possiamo venire incontro con specifici progetti di RBC. Laltra parte importante la riabilitazione socio-economica, che passa anche attraverso il credito rotativo, che implica il passaggio di fondi da un gruppo allaltro. Ad esempio, per un anno vengono assegnate cento capre a una famiglia, vengono ingravidate, e mentre i nuovi nati rimangono alla prima famiglia, tutte le capre passano a una seconda. Si chiama fondo rotativo di animali: invece di dare gli interessi in denaro, vengono dati con gli animali da allevare; in Mongolia funziona bene perch gli animali, di fatto, rappresentano un elemento indispensabile nellesistenza dei nomadi, soprattutto delle persone disabili, che sono gli elementi pi vulnerabili della societ. Il fatto di avere un gruppetto di animali li stimola sicuramente, essendo importante sia a livello economico che a livello sociale, dato che possedere un branco di animali procura una certa considerazione. A proposito di persone disabili, come vengono coinvolte nel progetto? Questo progetto ci ha portato sempre pi vicino alla Federazione delle Persone con Disabilit e alle organizzazioni di persone con disabilit stesse. Sin dallinizio le abbiamo coinvolte, ma nelle associazioni di persone con disabilit la leadership e la gestione non sono molto spiccate. Lobiettivo di un programma di riabilitazione su base comunitaria non solo quello di formare i professionisti, ma anche di lavorare molto sulle persone disabili, per promuovere un loro empowerment [rafforzamento/presa di coscienza, ndr]. Abbiamo avuto un finanziamento dallONU e nel 2006 abbiamo iniziato questa formazione specifica a due livelli per le organizzazioni di persone con disabilit che dovevano far parte della federazione. Naturalmente per le persone che non abitavano a Ulan Bator ma in campagna questo discorso stato ancora pi difficile da fare.

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Da questa esperienza derivato un manuale di formazione in moduli che la Provincia di Milano ha tradotto in italiano e in altre lingue; lha pubblicato e lha utilizzato per la formazione del proprio staff e delle associazioni di persone con disabilit della provincia di Milano. Ritornando alla Mongolia, attraverso tutte queste attivit di formazione la rete delle persone con disabilit si rafforzata a tal punto che ha fatto un rapporto ombra per la Convenzione sui diritti delle Persone con Disabilit. Hanno addirittura ratificato la Convenzione prima dellItalia. Parlami del rapporto con i giornalisti locali, frutto anche questo di un processo Abbiamo sempre insistito sullimportanza della visibilit e di come fare comunicazione, attraverso video, foto, ecc. In questo caso abbiamo coinvolto la Commissione Nazionale per i Diritti Umani, che un ente governativo che dovrebbe rappresentare formalmente listituzione che si occupa di tutte le questioni riguardanti i diritti umani e, quindi, anche dei diritti delle persone disabili. La collaborazione in Mongolia con questa Commissione stata molto interessante e sono state prodotte ottime pubblicazioni e video in lingua mongola. Lanno scorso addirittura ne hanno realizzato uno molto particolare, che concerneva la formazione dei funzionari di polizia riguardo al loro relazionarsi con le persone disabili. Per quanto riguarda il mondo dellinformazione ci si era resi conto che, in occasione di un evento che riguardava i disabili, i giornalisti non venivano mai e, se venivano, non raccontavano i fatti focalizzandosi sui diritti umani ma molto spesso usavano un tono pietistico. Poi pian piano i giornalisti si sono avvicinati ai nostri responsabili e proprio loro hanno chiesto di ricevere un corso di formazione. Da questo rapporto hanno avuto origine video, documentari, articoli, spot televisivi sul tema della disabilit finanziati dal progetto o su loro iniziativa.

7. La Rete Italiana Disabilit e Sviluppo


di Francesca Ortali

Il RIDS la Rete Italiana Disabilit e Sviluppo, ideata e formata nellautunno 2010. Ci siamo trovati con Alfredo Camerini, direttore di EducAid, e con Giampiero Griffo, che fa parte del consiglio di amministrazione di DPI Italia. A queste persone poi si aggiunto Pietro Barbieri della FISH (Federazione Italiana per il Superamento dellHandicap). Questa idea nata a seguito della ratifica della Convenzione sui Diritti delle Per-

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sone con Disabilit da parte dellItalia e a un progetto che avevamo sviluppato con il Disability Development Consortium (IDDC) nel 2007, nato su volont dellAifo, per raggruppare o comunque trovare un punto di scambio tra le ONG e le DPO (organizzazioni di persone disabili) che si occupavano di disabilit nel mondo della cooperazione. In qualche modo lIDDC potrebbe essere considerato il cugino, la tavola pi allargata della RIDS, anche se esistono degli elementi di differenziazione a livello di funzioni. Il Consorzio nato come terreno di scambio di informazioni e con lidea di influenzare per esempio i donors (i donatori), le agenzie internazionali sul tema della disabilit. Pu redigere, se lo vuole, progetti assieme alle associazioni che ne fanno parte ma non rientra nei suoi obblighi di statuto. Per come stato ideato il RIDS, rappresenta piuttosto un riconoscerci tra le ONG e i DPO, un riconoscere il proprio ruolo reciproco e fondamentale. Da una parte ci sono le ONG, con la loro esperienza specifica e, dallaltra le DPO, perch quando si parla di convenzione non si pu fare a meno di avere organizzazioni di persone con disabilit nei progetti che la portano avanti. Il RIDS vorrebbe realizzare congiuntamente dei progetti sullimplementazione della Convenzione e sui processi di monitoraggio; in questo modo si vuole aiutare i Paesi che non lhanno ancora ratificata a ratificarla e chi lha fatto a implementarla. Ci ovviamente non vale in tutti i Paesi ma solo in quelli dove siamo noi. In Italia laccordo stabilisce che siano organizzati eventi vari di comunicazione, come workshop o seminari, per sensibilizzare lopinione pubblica su questa tematica, che poi quello che dice larticolo 32 della Convenzione. Il primo evento concreto che abbiamo realizzato quello del 21 ottobre a Bellaria, dove si svolto un workshop sullart. 32, alla presenza del rappresentante della IDDC, dei rappresentanti della DIGI Development (Direzione Generale per la Cooperazione allo Sviluppo dellUnione Europea), degli Enti Locali e del Ministero.

8. Il piano nazionale sulla disabilit in Kosovo


di Mina Lomuscio, Funzionaria della Direzione Generale Cooperazione allo Sviluppo

Il Kosovo un progetto particolare, perch nasce da un gruppo di persone che ci hanno creduto sul serio e che hanno lavorato dando la loro disponibilit su base volontaria. Normalmente abbiamo degli esperti che selezioniamo per le missioni in loco, per dirigere il progetto e per occuparsi di tutta una serie di aspetti. In

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questo caso abbiamo avuto, invece, una componente volontaria che stata in parte lelemento di successo del progetto. Sono state coinvolte persone con disabilit e persone che ogni giorno lavorano con i disabili o su queste tematiche a livello nazionale e internazionale. Ci siamo avvalsi di Giampiero Griffo del DPI, di Marco Nigoli del Disability Development Team della Banca Mondiale, di Antonio Organtini, avvocato che difende i diritti delle persone con disabilit, di Fabrizio Fea, che membrio dellEuropean Association of Service Providers for Persons with Disabilities/EASPD. Lobiettivo era di redigere il piano nazionale sulla disabilit in Kosovo. Le autorit del Kosovo si sono avvalse di Halit Ferizi, un rappresentante della societ civile che purtroppo nel 2008 ci ha lasciato, una di quelle persone che una volta conosciute non si dimenticano, che riuscito a portare la questione del Kosovo sul piano internazionale, a riunire la societ civile nelle sue diverse istanze e le varie ONG. diventato interlocutore dellUfficio Diritti Umani e del Primo Ministro del Kosovo. Questa stata per noi una situazione favorevole da cui partire. A risultare vincente stata la nostra decisione, quando siamo giunti in Kosovo, di condividere questo progetto fin dallo stadio di formulazione. Abbiamo incontrato tutte le organizzazioni internazionali e le associazioni di persone con disabilit internazionali, le istituzioni kosovare, i Ministeri e le Municipalit. Dopo la stesura di una prima bozza iniziale sono stati organizzati ben 36 gruppi di lavoro partecipati da tutti i gruppi coinvolti. In questi gruppi abbiamo redatto il piano. Tutto questo non molto usuale. La redazione di un progetto per la cooperazione si articola in diverse fasi: lidentificazione, la formulazione, la gestione, il monitoraggio e la valutazione. Di solito si collabora con i partner che, per, non sono mai completamente partecipi fin dalle fasi iniziali del progetto. Questo ha permesso a tutti gli interlocutori presenti di parlare, di mettersi in relazione, di confrontarsi e scontrarsi fino a tirar fuori un ottimo piano nazionale e apprendere una metodologia di lavoro, su cui noi abbiamo svolto il ruolo di facilitatori. Abbiamo fatto formazione anche su quello che significa la Convenzione ONU, che il Kosovo non ha potuto firmare. Politicamente ci stato molto importante e ai Ministri non sfuggito. Il Paese mira a un proprio riconoscimento e il fatto di non poter firmare, ma di poter essere il primo Paese a tutti gli effetti ad aver redatto un piano nazionale sulla disabilit rispetto agli standard della Convenzione ONU, ha rappresentato un elemento importantissimo anche per noi. La Commissione Europea ha lavorato con noi, cos come la World Bank; siamo stati pi volte citati e abbiamo ricevuto numerosi complimenti. I gruppi di lavoro avevano poi al loro interno persone con disabilit di vario tipo

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cera anche un interprete del linguaggio dei segni. Il piano stato redatto in Braille, in lingua kosovara, serba e italiana, per poi girare nelle biblioteche delle varie municipalit. Abbiamo anche creato un CD audio sempre per gli ipovedenti e un DVD per i sordi. Per la prima volta abbiamo cos creato un progetto fruibile anche dalle persone con disabilit. La cosa pi bella che dopo un anno, tornati in Kosovo, ci siamo accorti che molte persone della societ civile avevano il documento, anche in Braille, e riuscivano a leggerlo tra loro. Il piano cos diventato uno strumento per far valere i propri diritti e che la societ utilizza per inoltrare delle richieste alle istituzioni. Ci non implica che tutto venga realizzato ma ci sono stati di certo una grande opera di sensibilizzazione e comunicazione e un aumento delle conoscenze anche da parte dei ministeri. Questo rispecchia appieno un progetto di tipo inclusivo e partecipativo per tutti i soggetti coinvolti. Il documento prevede ovviamente che ci sia anche un piano di monitoraggio che rientri in quello della cooperazione internazionale. Adesso siamo entrati in unaltra fase, che quella di supporto per il monitoraggio del piano. Molte cose si sono gi mosse, le istituzioni hanno gi promosso molte leggi, direttive sullaccessibilit degli edifici sulla base di un codice standard che ancora non cera. Da questo punto di vista questo piccolo Paese molto avanzato, pur con tutti i suoi problemi politici. Laverli coinvolti dallinizio li ha resi responsabili e partecipi e capaci di difendere i propri diritti. Per le istituzioni stata fatta formazione sulle indicazioni che vengono date dagli standard europei. Pur essendoci pochissimi soldi, alcune cose vengono gi messe in atto. Resta a nostro parere la necessit di mettersi in rete. Quando abbiamo redatto insieme il piano di monitoraggio ci siamo chiesti chi lo stesse gi facendo e ci siamo coordinati puntando sulle differenze dei vari aspetti. Il principio che ci ha mosso non stata la solita visibilit. Ad esempio a Gijlian, municipalit dove oggi interveniamo, cera gi un progetto di Caritas e World Bank che abbiamo subito voluto incontrare. Alla fine c stato un tornaconto per tutti e lutilit risultata condivisa. Ci siamo cos divisi i compiti. Il risultato non un prodotto schizofrenico in cui tre ONG fanno contemporaneamente la stessa cosa. Le ONG ovviamente qui sono molto presenti e da esse il Paese ha tratto notevoli benefici in termini finanziari, ma non dal punto di vista delle conoscenze e delle competenze. Spesso girano addirittura documenti firmati dai ministeri senza che questi ne abbiano conoscenza diretta. Nei gruppi di lavoro abbiamo lavorato anche sullidentificazione, partendo da domande come: Dove li prendo i soldi?, e soprattutto: Ho bisogno di soldi?. Alcune attivit sono a costo zero, emanare una direttiva significa semplicemente scrive-

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re una legge. Lausilio degli altri Paesi in questo senso deve essere a costo zero. Adesso stiamo seguendo un altro progetto che cerca di fornire alle persone con disabilit una formazione imprenditoriale, legata allinserimento nel mondo del lavoro, per stimolarle a far nascere in se stesse il desiderio di essere leve di un cambiamento che in questo Paese ancora lento e difficile, perch da troppo tempo pilotato da un lato e agevolato dallaltro dalla presenza internazionale. Alla fine del nostro progetto abbiamo regalato loro dodici carrozzine da basket, abbiamo riadattato e reso accessibile una palestra, ma questo ha rappresentato un gesto simbolico, un messaggio, non un ausilio; sta a loro adesso lavorare affinch le persone disabili escano da casa e svolgano attivit ricreative. A quel punto abbiamo acquistato un pulmino: si trattato sempre di un gesto simbolico, per! stato necessario pi volte sottolineare queste risorse a partire da piccole cose. Nei municipi, cos come al Teatro di Pristina, o mancavano le rampe o, se cerano, erano bloccate. Questo immobilizza le persone, gi prive di lavoro, che si ritrovano segregate in casa. Quello che abbiamo fatto sono state piccole cose, come laggiunta di rampe nei luoghi destinati alla socialit, interventi nelle scuole di musica, asili e scuole professionali. La vita creativa, su questo abbiamo battuto molto, fondamentale per laccrescimento della propria consapevolezza e di quella forza che porta la persona ad agire e interagire concretamente con e nella societ.

9. Fare RBC ad Alessandria dEgitto


a cura di Nicola Rabbi

Conversazione con Simona Venturoli, project manager di Aifo Mi puoi parlare del progetto che state svolgendo in Egitto? Nel 1997 Aifo, in collaborazione con lOrganizzazione Mondiale della Sanit, aveva lanciato un progetto riguardante diversi Paesi, tra i quali lEgitto, per sperimentare la riabilitazione su base comunitaria nelle aree urbane. LEgitto, con il partner che attualmente abbiamo, il Centro Seti, era stato scelto tra vari Paesi coinvolti. Nel 1997 Aifo arrivata in Egitto con questo progetto realizzato insieme allOMS e abbiamo cominciato a lavorare per attuare un programma nellarea urbana di Alessandria insieme al partner. Il progetto ha avuto molto successo e Aifo ha deciso di continuare a lavorare utilizzando fondi privati. Questo era un progetto pilota intitolato: Promozione della riabilitazione su base comunitaria allinterno degli Slums. Il progetto terminato nel 2001, ma Aifo ha proseguito il suo impegno anche successivamente. Allini-

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zio siamo partiti solo dallarea urbana di Alessandria, mentre oggi risultano coperte almeno tredici aree. Negli anni il progetto andato avanti ed migliorato. Il nostro partner locale ha sede al Cairo ed una ONG gestita dalla Caritas Egitto, ma registrata come ONG e ha sede anche ad Alessandria. Il partner locale un po particolare, visto che si tratta della Caritas in Egitto... S, stata una grandissima sfida Nel 1997 la situazione era molto diversa: la Caritas cristiana lavorava tranquillamente sia con la popolazione musulmana che con quella copta. Poi la situazione cambiata. Con la guerra peggiorato tutto e in questo momento occorre affrontare una grande sfida. Recentemente sono stata in Egitto, cero gi stata nel 1993, e il fatto di essere tornata dopo tanti anni mi ha fatto scoprire un ambiente completamente diverso. LIslam si era radicato in modo estremamente forte. Te ne accorgi anche da turista. Nel 1993 non cera nessuno, ad esempio, con abiti musulmani mentre oggi quasi tutti li indossano. Si respira nellaria che c scontro tra musulmani e cristiani. Questo partner, quindi, che cristiano, lavora oggi in comunit che sono al novanta per cento musulmane. Oltre a lavorare sulla disabilit stanno dunque facendo anche un altro lavoro, che sembra secondario ma in realt non lo , che finalizzato a lavorare sulla pace, sulla convivenza. Il loro staff, inoltre, misto: ci sono sia soggetti musulmani che copti. In alcune aree tuttavia non riescono proprio a lavorare; in genere lavorano molto nelle comunit, nelle moschee, nelle chiese; spesso fanno un po i camaleonti alle rispettive riunioni, dato che la maggior parte sono cristiani ma si devono abbigliare in un certo modo per poter entrare e parlare. Che tipo di inter vento state attuando assieme? Oltre a essersi allargato dal 1997 in poi, il progetto si anche strutturato in maniera diversa? Il lavoro sempre uguale, nel senso che ancora oggi risulta strutturato in fasi. La prima fase consiste nellindividuare una zona e vedere con le comunit chi interessato a partecipare; successivamente c una fase di formazione. Prima di iniziare a lavorare il passaggio pi importante quello dellidentificazione delle famiglie, dei volontari; in un secondo momento si manifestano la formazione dei volontari e la costituzione di gruppi comunitari che possano poi gestire il progetto, perch alla fine si tratta di un progetto della comunit. Una fase, questa, che pu durare anche un anno allinterno di una zona. Poi si passa allerogazione delle attivit che riguardano leducazione (la novit che, in Egitto, questanno stata emanata una legge che prevede che i bambini con disabilit lieve possano essere inseriti allinterno delle scuole che, per,

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non sono in grado di accoglierli). Questo progetto garantisce attivit di educazione speciale; vengono create delle classi di soli bambini con disabilit che per, alla fine, devono sostenere anche un esame pubblico. Ai bambini che finiscono le scuole primarie viene rilasciato un attestato che certifica il superamento dellesame di Stato. Occorre inoltre ricordare la prevenzione della disabilit che viene fatta con le mamme in gravidanza, lidentificazione precoce della disabilit con i bambini e poi la parte di riabilitazione fisica che viene svolta in collaborazione con i centri di salute pubblici. A questo proposito stato stipulato un accordo scritto con il Ministero della Salute; importante fare rete e potenziare le risorse locali che sono gi presenti sul territorio le comunit, le parrocchie, le scuole, le moschee, i centri di salute , in modo che il lavoro non finisca al termine delle attivit svolte da noi. Poi c tutta la parte sociale alla quale loro credono moltissimo, perch fa anche riferimento allinserimento nel mondo del lavoro. Vengono tenuti corsi di formazione e individuate aziende o artigiani che possano accogliere i ragazzi. Quindi stiamo sempre parlando di minori? Di bambini in et scolare, di adolescenti che stanno per entrare nel mondo del lavoro... S, stiamo parlando di questa fascia, da zero ai venti anni di et, talvolta arriviamo anche fino ai trenta... Sono presenti diversi tipi di disabilit? S, anche se nella maggior parte dei casi vi sono soggetti con disabilit intellettive. Purtroppo in Egitto ci sono molti bambini che, per una serie di motivi, nascono con paralisi cerebrali. Non si fa prevenzione in epoca prenatale, moltissimi bambini nascono ancora in casa. Esistono anche attivit ricreative? Hanno costituito dei weekly club, club settimanali in cui tutte le persone che si ritrovano in quella zona si riuniscono per stare insieme o per fare festa. Vanno al Mc Donalds, fanno gite turistiche ad Alessandria. Fanno addirittura una manifestazione molto grande riservata ai soggetti con paralisi cerebrale, che rappresenta anche unoccasione per promuovere la sensibilizzazione su questo tema, in cui coinvolgono la municipalit e il governatorato. Quante persone sono state coinvolte in questo servizio? I beneficiari del progetto attualmente in corso sono circa 1.100 bambini di et compresa fra 0 e 16 anni, ma anche persone pi grandi, per la maggior parte

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con disabilit intellettive. Se aggiungiamo i genitori e i familiari, raggiungiamo complessivamente circa 4.000 persone. Qual latteggiamento culturale delle famiglie nei confronti delle persone disabili? Immagino sia diverso dal contesto dellAfrica Subsahariana S, in questo caso, pi che come punizione, la disabilit viene percepita come una vita che non vale la pena di essere vissuta. Quando sono tornata gi, per farti un esempio, ho incontrato moltissime mamme di bambini disabili che raccontavano che, subito dopo il parto, il 90% dei dottori dai quali si erano recate per una visita aveva consigliato loro di abbondare per terra il figlio in un angolo e di aspettare che morisse. La religione permette tutto questo? S, perch, di fatto, se li abbandonano non commettono un vero e proprio omicidio, secondo loro... In generale ci sono forti discriminazioni e stigmatizzazioni: avere un bambino disabile concepito come unautentica disgrazia, perch rappresenta un peso inutile per la maggior parte delle famiglie, che non nutrono alcuna speranza nei confronti di questi bambini. Hai qualche storia da raccontarci? Ce ne sarebbero molte. La gente ama molto raccontarsi, pi che in Italia. Molti padri mi hanno detto: Per dieci anni mi sono vergognato di mio figlio, ma ora ne sono orgoglioso. Ha vinto un sacco di medaglie di karate!. Per i pap poi ancora pi complesso agire, perch considerato compito esclusivo della donna occuparsi dei figli e della famiglia. Per quanto riguarda i fratelli hanno organizzato un gruppo che si chiama Amici della RBC (Riabilitazione su Base Comunitaria), composto dai fratelli e dai cugini dei bambini con disabilit, in modo da condividere le loro esperienze ed essere coinvolti nel progetto; producono degli oggetti da mettere in vendita per realizzare una raccolta fondi, ma soprattutto vengono sensibilizzati in modo che possano sentirsi orgogliosi dei propri fratelli. Quali sono i problemi che, di solito, si incontrano quando si realizzano questi tipi di intervento? Si incontrano difficolt a tutti i livelli. Il primo quello relativo alle persone con disabilit, che, soprattutto nei Paesi del Sud, hanno una bassissima considerazione personale e sono le prime, avendo una scarsa autostima, a non credere di poter diventare protagoniste attive di questi progetti di sviluppo.

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Se pensiamo alle famiglie, ad esempio a quelle del contesto africano, esse tendono soprattutto a nascondere le persone con disabilit allinterno delle proprie case perch, per credenze di vario tipo, vengono considerate o frutti del demonio oppure colpe: io ho un bambino disabile, quindi, evidentemente, ho delle colpe da espiare. La pressione sociale su queste famiglie diventa cos molto forte. C da lavorare, da un lato, sulle difficolt della persona con disabilit, con la famiglia stessa e con la comunit locale e, dallaltro, nel contesto nazionale, dove, con tutte le difficolt che gi ci sono, i problemi delle persone con disabilit non vengono sicuramente considerati prioritari. In questi contesti mancano quindi i servizi di base, mancano le risorse, manca veramente tutto. Per questo consideriamo pi efficace la strategia di attenzione su base comunitaria rispetto agli interventi che vanno a fornire servizi specifici, perch cadono nel vuoto. Bisogna creare qualcosa di completamente diverso, una cultura diversa, una sensibilit diversa e fornire servizi innovativi allinterno delle stesse comunit. Se si arriva in Liberia in cui non c uno psichiatra in tutta la nazione, non ci sono centri di riabilitazione specializzati, scuole in grado di accogliere bambini con disabilit, dove non c nulla, non ha senso riabilitare fisicamente cento persone e basta. Finisce l...

10. Asmaa e le altre


di Simona Venturoli e Nicola Rabbi

Storia di una famiglia coinvolta nel progetto RBC di Mandara Mi chiamo Asmaa e ho 25 anni. La mia famiglia formata da mio padre, mia madre, mio fratello Islam, che pi grande di me ed affetto fin dalla nascita da paralisi cerebrale; mia sorellina Yassemin, invece, presenta una forma di disabilit mentale. Potete immaginare lo shock dei miei genitori nel momento in cui scoprirono che proprio il loro figlio aveva un problema cos grave Si chiusero completamente in se stessi, rifiutando di parlarne con chiunque, e iniziarono a passare la maggior parte del tempo chiusi in casa. La notizia del problema di mia sorella ovviamente non ha fatto che peggiorare le cose. Come riflesso di questa situazione, tutti noi abbiamo vissuto praticamente isolati; io soffrivo la solitudine e mi sentivo molto triste. Dieci anni fa mia madre, mentre faceva la spesa al mercato, conobbe un volontario che raccoglieva donazioni per le persone con disabilit, spiegando il significato della Riabilitazione su Base Comunitaria. Tutti noi iniziammo ad andare al-

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lincontro settimanale, condividendo le finalit del progetto. Allinizio mio padre non approvava il nostro impegno quotidiano in tali attivit e soprattutto era preoccupato per me, finch arriv il momento del campo estivo. Gli chiesi il permesso di parteciparvi ma lui non era assolutamente favorevole e ci viet di continuare a frequentare il progetto. Allora un membro dello staff Seti and a parlargli di persona e riusc a convincerlo dellutilit del progetto e dei benefici che la nostra famiglia avrebbe potuto trarne. Pian piano anche mio padre inizi a collaborare con noi; il nostro senso di responsabilit verso il progetto crebbe progressivamente e io iniziai a ricevere una formazione specifica presso il centro Seti, allo scopo di sviluppare le mie capacit. Nel 2004 ho vinto il riconoscimento come miglior volontaria nella celebrazione dellAward of Excellence. Ora la mia famiglia manifesta un atteggiamento positivo e aiuta molte famiglie che non sono ancora riuscite a superare lo stato di shock derivante dalla condizione di disabilit di un figlio. Attualmente sono la coordinatrice del progetto, mia madre responsabile del comitato genitori di Mandare e mio padre membro del comitato padri. Abbiamo ottenuto un riconoscimento come miglior famiglia nella celebrazione dellAward of Excellence 2007. Storia di una madre nel progetto RBC di Radwan Sona la mamma di Nemaa, una bimba di 10 anni che ha una disabilit multipla. Venni a conoscenza della sua condizione di disabilit subito dopo il parto. Mio marito si vergogn a tal punto che si rifiut addirittura di vederla; molte volte usciva dalla nostra casa senza neanche rivolgermi la parola. Un giorno, mentre stavo facendo la spesa al mercato, incontrai una giovane volontaria del progetto RBC di Radwan. Cominci a parlarmi di questo progetto e della possibilit di inserire mia figlia nel programma di riabilitazione. Allinizio rimasi perplessa perch i medici mi avevano detto che mia figlia era irrecuperabile. Lei aveva sei anni quando andai per la prima volta allappuntamento e mi meravigliai quando vidi che parecchie madri avevano il mio stesso problema: e io che pensavo di essere lunica al mondo a vivere questa situazione! Quando vidi i primi progressi, cominciai a diventare pi ottimista. Un giorno, durante un momento di formazione rivolto alle madri, capii che avrei potuto aiutarle costruendo io stessa degli strumenti educativi. A un certo punto, con mia grande sorpresa, i volontari e le altri madri si accorsero che avevo una certa abilit nel cucire, nel disegnare e nel progettare questi strumenti. Con il tempo divenni la loro insegnante, partecipando a delle mostre e guadagnando anche dei soldi. Il risultato pi importante che ho raggiunto la fiducia

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in me stessa e sono consapevole del fatto che posso superare i problemi che mi si presentano quotidianamente. Storia di una persona di religione islamica nel progetto RBC di Kabbary Mi chiamo Sheik Ahmed Saleh e sono il responsabile della moschea di Kabbary. Io non sapevo nulla di disabilit: pensavo che le persone disabili non potessero fare nulla, che rappresentassero solo un peso e una vergogna per le loro famiglie e che quindi sarebbe stato meglio metterle in luoghi separati fino alla loro morte. Ma nel marzo del 2006 alcune madri con figli disabili mi chiesero di inserirli nelle attivit della moschea. Io non volevo ma, essendo una persona religiosa, non potevo manifestare il mio dissenso: cos accettai controvoglia, pensando che dopo una o due volte comunque non sarebbero pi tornati. Incontrandoli cominciai a conoscere il progetto di riabilitazione su base comunitaria e provai rammarico per le idee che avevo avuto inizialmente. Da quel momento iniziai a partecipare a tutte le iniziative del progetto e tentai di aiutarli nelle attivit per lintegrazione; ma non mi limitai a questo, perch cominciai a raccontare questa esperienza anche alle altre persone che frequentavano la moschea. Oggi, come responsabile delle moschee di Alessandria ovest, sensibilizzo le comunit sui problemi delle persone disabili e sui loro diritti.

11. A Mandya si mette alla prova la riabilitazione su base comunitaria


a cura di Nicola Rabbi

Sunil Deepak, medico di origine indiana, il responsabile dellufficio scientifico dellAifo dove lavora come cooperante da 22 anni Il progetto Mandya, in India, iniziato nel 2008 con una ricerca sullesperienza della riabilitazione su base comunitaria (RBC). Dal momento che le persone che lavorano in questo campo sono spesso sociologi, sulla RBC esistono soprattutto dei racconti, dei rapporti descrittivi, ma vi scarsit di materiale scientifico che possa stabilire se questo approccio migliori concretamente la vita delle persone disabili. Le istituzioni e gli esperti di riabilitazione considerano la RBC come qualcosa da Paesi in via di sviluppo, per Paesi poveri, non come una valida alternativa. Madya si trova a 150 km a sud ovest di Bangalore: un distretto con due milioni di abitanti per 5.000 km quadrati. In accordo con lOMS che promuove la RBC,

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abbiamo voluto realizzare una ricerca sulla validit del metodo e anche sui suoi limiti proprio in questa localit. Da dieci anni due ONG sul territorio, sostenute da Aifo, lavorano secondo principi della RBC e hanno coinvolto, con il passare del tempo, 22.000 persone disabili. In generale la cultura locale non accogliente: in una societ povera, se uno non contribuisce a far entrare qualcosa viene messo in secondo piano, ma questo avviene per necessit, non c spazio per pensieri romantici; le aree rurali possono essere feroci verso i disabili, le donne, i ragazzi, tutti quelli che sono concepiti come diversi. I disabili sono pochi in queste regioni, sopravvivono meno degli altri. Di solito il mondo fatto per le persone che stanno bene, non per chi ha problemi. Le Universit di Firenze, Londra e Bangalore, che collaborano alla ricerca, hanno somministrato delle interviste e poi realizzato unindagine statistica-sociologica. Abbiamo, per, pensato che la RBC potesse essere valutata non solo da un punto di vista scientifico, ma anche utilizzando gli stessi disabili come ricercatori. Anche se allinizio dicevano che non era possibile far diventare dei ricercatori delle persone analfabete, invece, grazie a dei ricercatori dellUniversit anchessi disabili che sono serviti da gruppo di sostegno, questo diventato possibile. Aifo ha partecipato svolgendo un ruolo di coordinamento e promozione della consapevolezza che questa iniziativa poteva essere portata avanti da persone disabili. Per il pedagogista Paulo Freire anche le persone analfabete capiscono la loro situazione, sono in grado di comprenderla, sebbene non riescano a rielaborarla in un linguaggio colto; ma se una persona povera riesce a elaborarla in un linguaggio che si capisce, questo porta allemancipazione. Non potevamo coinvolgere 22.000 soggetti ma abbiamo coinvolto le persone a diversi livelli: abbiamo trovato 26 persone che rappresentano tutte le disabilit, gente del posto, con titoli di studio diversi; questo gruppo ha fatto incontri con altre persone disabili per cercare di capire come fare la ricerca. Hanno poi individuato otto aree legate al tema della disabilit e hanno identificato cinque temi legati allambito di intervento (lavoro, salute, educazione, empowerment e legislazione) e gruppi di auto-aiuto e associazioni delle persone disabili. Hanno infine individuato altri temi pi trasversali (violenza, tempo libero, povert, ecc.). Su ogni tema (22 in tutto) hanno tenuto delle riunioni, che duravano anche dei giorni, coinvolgendo persone disabili. Come metodologia hanno utilizzato le storie di vita, cercando di capire quali fossero i loro problemi e in che misura la RBC li avesse aiutati a risolverli. Alla fine di ogni riunione hanno documentato il tutto attraverso un filmato di circa unora. I risultati di questo lavoro di analisi non sono univoci ma complessi: la RBC ha

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aiutato le persone ad accedere ai servizi, ha fornito un valido supporto a determinati gruppi di persone disabili ma altri soggetti sono rimasti esclusi (ad esempio, gli individui ammalati di lebbra, le persone epilettiche e i soggetti affetti da patologie psichiatriche). Il progetto finito in aprile e in tutto ha coinvolto 400 persone disabili, senza contare tutte quelle che hanno visto il video. Ogni volta che vedo queste persone, mi rendo conto di come sono cambiate durante tutto questo lavoro: sono diventate persone pi consapevoli. Ben 13 persone del gruppo si sono candidate alle elezioni comunitarie.

12. Unattivit di inclusive education nei Paesi in via di sviluppo


a cura di Nicola Rabbi

Lintervento di EducAid in Salvador: conversazione con Alfredo Camerini Che cos EducAid? unorganizzazione, creata da professionisti del settore educativo e sociale, di cooperazione allo sviluppo che opera nel contesto degli aiuti internazionali con una propria mission a cui legato un certo tipo di approccio. La mission quella di promuovere competenze sia nelle figure professionali sia in diverse figure che hanno responsabilit di cura e di educazione, oltre che nelle forme associative e nelle istituzioni che operano in questi settori. In questi dodici anni in cui abbiamo operato, lobiettivo sempre stato quello di interloquire con dei contesti, facendo delle proposte in risposta alle esigenze che venivano via via rappresentate dai soggetti pi vari, vale a dire, come in Palestina, da associazioni locali votate al lavoro educativo o richieste provenienti da governi, come avvenuto in Salvador. In Salvador la richiesta in un primo momento era pi centrata sullo sviluppo delleducazione speciale, poi si evoluta. Ci avvenuto anche in seguito a un cambiamento di governo, per cui si verificato un mutamento di politiche e di attenzione verso un approccio alleducazione inclusiva che potesse dare risposte ai minori con gravi problemi di dispersione scolastica. Alla fine si sviluppato in un progetto di promozione per la scuola a tempo pieno, finalizzato a mettere in campo una proposta educativa che mantenesse i minori a scuola. Altre volte abbiamo agito su richiesta di soggetti esterni come le Agenzie delle Nazioni Unite, soprattutto lUnicef, che rappresenta lorganizzazione che si occu-

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pa in maggior misura di minori svantaggiati, anche se stato istituito un settore che, in realt, persegue prevalentemente l'obiettivo di proteggere l'infanzia. Questo fa s che, nella stragrande maggioranza dei casi, i loro funzionari siano di formazione giuridica e abbiano difficolt nel promuovere processi dinnovazione in campo sociale e educativo. Lapporto che viene richiesto in termini di consulenze molto utile, perch permettiamo di sperimentare progetti che consentono di organizzare una situazione laboratoriale in cui si praticano proposte educative, con la possibilit di conoscerle e anche di discuterle e questo aiuta a interloquire. Il nostro un approccio centrato fortemente sulla metodologia della ricercAzione (ricerca-azione). EducAid, per, non lavora solo sulla disabilit, sullo svantaggio, ma anche nel settore della global education, cio nel proporre attivit e sollecitazioni culturali rivolte ai giovani per conoscersi e relazionarsi in modo pi consapevole in rapporto alle nuove relazioni che restituisce la globalizzazione. C ormai una maggiore facilit di relazione che rischia per, se non viene sostenuta da unintenzionalit di tipo educativo, di disperdersi. Ritorniamo allinclusive education: fammi un esempio di luogo nel quale avete lavorato Nel Salvador la nostra proposta ha cercato nel corso del tempo, e direi ottenuto, il miglior livello di contestualizzazione nella realt locale. Anche questo fa parte della complessit del lavoro di cooperazione che in realt, almeno nella nostra interpretazione, non mira tanto a trasferire competenze proponendo modelli, quanto piuttosto a promuovere principi che possano aiutare a interloquire con i professionisti o comunque con le figure che hanno responsabilit e ruoli nellambito educativo e nel campo del lavoro sociale, per cercare di proporre sperimentazioni locali. In Salvador il tutto iniziato un po sotto traccia, a partire da un mio coinvolgimento personale richiesto da alcuni esperti del Ministero degli Affari Esteri che si occupano di educazione. Questi funzionari mi hanno proposto una missione per valutare la possibilit di integrare con unazione educativa un intervento, di fatto, di edilizia scolastica, perch la cooperazione aveva deciso, su richiesta del governo locale, di costruire un Centro Risorse sulle disabilit presso una scuola, secondo un modello di tipo anglosassone. Un centro risorse, cio, che mettesse a disposizione delle competenze per un lavoro di tipo individuale, quindi con specialisti ma anche figure dellarea sanitaria e riabilitatori. Si trattava di un lavoro finalizzato non tanto allinclusione quanto alla riabilitazione in collegamento con la scuola. Ci costituisce comunque un contesto separato, in cui il minore con problemi vie-

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ne prelevato dalla classe e portato a seguire percorsi di riabilitazione per poi essere restituito alla classe, il tutto in un contesto in cui esistono le scuole speciali e in cui non si realizza, quindi, un effettivo processo di inclusione. Stiamo facendo riferimento a lievi difficolt di apprendimento, perch un bambino con paralisi cerebrale o altri deficit pi rilevanti segue percorsi non inclusivi. In collaborazione con la Facolt di Scienze della Formazione di Bologna, abbiamo definito la componente pedagogica del Centro Risorse, il che comportava la necessit di progettare un Centro Risorse di tipo diverso, cio un centro per il territorio finalizzato allinclusione scolastica e sociale. Il nuovo governo salvadoregno ha creato la Segreteria per linclusione sociale, una sorta di ministero che si occupa di inclusione sociale e ne ha fatto una delle bandiere della propria attivit; in questo ha incontrato perfettamente quella che la visione di EducAid in merito alleducazione inclusiva: riteniamo che, per educazione inclusiva, debba essere inteso tutto il lavoro educativo che viene esercitato a livello non solo scolastico ma anche extrascolastico. Nella dizione anglosassone, invece, linclusive education linclusione scolastica dei minori con difficolt e, in linea di massima, con disabilit. Questo Centro Risorse ora passato in gestione a qualcuno? funzionante oppure ancora in via di allestimento? Il Centro Risorse stato poi realizzato in base a principi diversi, attribuendogli quelle che sono le funzioni di un nostro centro di documentazione educativa, e cio la funzione informativa, formativa e di documentazione. Svolge unattivit di supporto allinclusione sia nella scuola che nella comunit locale. Poi il progetto passato a uno stadio successivo in cui abbiamo operato affinch la Facolt di Scienze della Formazione di Bologna potesse farsi promotrice di una fase due, finalizzata a sperimentare altrove l'attivazione di queste funzioni del Centro Risorse. Questo stato fatto nei centri di formazione docente, che sono istituzioni regionali che il Ministero dellEducazione salvadoregno utilizza per la formazione in servizio dei loro insegnanti. In questo modo si cercato anche di sperimentare, in un certo numero di scuole, il sostegno educativo in classe dei minori con disabilit. Lesperienza di integrazione precedente (integradora) aveva costituito delle aule dappoggio dove, per alcune ore, si portavano fuori dalle classi i bambini con difficolt; qui gli insegnanti di appoggio facevano una sorta di lezione dinsegnamento intensivo in rapporto alle materie su cui i ragazzi manifestavano maggiore difficolt. La proposta stata quella di promuovere sia attivit laboratoriali da fare congiuntamente sia la consulenza degli insegnanti di appoggio, che diventava-

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no anche un raccordo fra la scuola e la comunit locale, soprattutto la famiglia, puntando molto sulla funzione sociale della scuola. A questo punto si passati a unaltra fase derivante dal cambio storico di un governo di destra, che ha avuto luogo dopo diciotto anni di potere ininterrotto. Su richiesta del nuovo governo, abbiamo elaborato un programma di riforma della scuola di base che comportasse lintroduzione della scuola a tempo pieno. stato cos messo a punto un progetto dalla facolt di Scienze della Formazione con il contributo di EducAid, che prevede un vasto programma di apertura del tempo pieno di diverse scuole. La Cooperazione Italiana si impegnata a finanziare questo tipo di intervento. EducAid concorrer per avere in appalto lorganizzazione della componente pedagogica. Ora ho presentato questo caso perch rappresenta un buon esempio del rapporto che si cerca sempre di intrattenere sia verso il livello alto, quello ministeriale e decisionale, sia verso il livello pi basso, quello pi vicino alla realt quotidiana comunitaria, che il lavoro educativo nelle scuole. Questa un po la caratteristica di molti dei nostri progetti, come quelli che non intervengono tanto nel campo delleducazione inclusiva quanto quello dellinclusione sociale, vale a dire i progetti, ad esempio, di deistituzionalizzazione. EducAid via Vezia 2 47900 Rimini tel. 0541/280.22 www.educaid.it info@educaid.it

13. Il ruolo della comunicazione


a cura di Nicola Rabbi

Intervista a Massimo Ghirelli, esperto dellUnit tecnica Cooperazione del Ministero degli Affari Esteri per quanto riguarda gli aspetti della comunicazione e responsabile di redazione del Portale Cooperazione Italiana allo Sviluppo Che ruolo ha o dovrebbe avere la comunicazione per le ONG e per tutti coloro che fanno interventi nei Paesi in via di sviluppo? Pi che una questione dimportanza rappresenta una questione di necessit. Purtroppo sono migliaia gli esempi di cooperazione, anche buona, che non raggiungono i loro scopi perch non viene tenuto conto in maniera giusta e completa del-

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laspetto comunicativo. Ti faccio lesempio di un intervento che abbiamo realizzato in Niger con i Tuareg, che riguardava la costruzione di un ospedale. Non avevamo pensato che in Africa le donne non vanno in ospedale e che, quindi, se non avessimo fatto un lavoro dinformazione e di comunicazione, spiegando per quale motivo ne valesse la pena (per ragioni sanitarie, igieniche, ecc.), tutto sarebbe rimasto privo di significato, come una cattedrale nel deserto. Ma fuori delledificio cera un grande parcheggio che era stato trasformato dai familiari dei pazienti in un villaggio di capanne. Tutto ci era ovvio e naturale: non avevamo pensato al fatto che in Africa una donna non sarebbe mai stata lasciata da sola in un ospedale e che quindi, attorno a quella persona, ci sarebbero state intorno tante altre persone diverse che, venendo da lontano, avrebbero poi dovuto fermarsi a dormire l. In quei casi perci o fai una stanza comune o, come stato fatto, adibisci a dormitorio il parcheggio. Questo stato un caso lampante di mancanza di comunicazione adeguata. Nellambito della cooperazione la comunicazione molto spesso ancora oggi viene trattata come un argomento di secondo livello e viene quindi considerata un di pi, una cosa marginale, qualcosa che si fa nel momento in cui il progetto fatto e finito, a volte confondendola con una parolaccia come visibilit, che di per s non sarebbe una parola sbagliata, nel senso che bisognerebbe far vedere quello che si fa, ma che in realt viene intesa solo come buona immagine di quello che si fa nella cooperazione italiana. La visibilit spesso non ha nulla a che fare con il buon progetto, la visibilit non comunicazione. Fino a non molto tempo fa questa parte era considerata molto marginale dalle ONG. anche vero che le ONG, stando pi vicine al territorio ed essendo espressione di parti della societ civile, dovrebbero avere ancora pi ragioni per capire e utilizzare una buona comunicazione, per informare prima di tutto i donatori del territorio e le persone che vi partecipano. Le ONG, inoltre, avendo per controparte societ civili o piccoli villaggi, comunque non solo istituzioni, dovrebbero fare in modo che questi interlocutori capiscano bene e, soprattutto, che siano loro a comunicare qualcosa su quello che si aspettano, su come vedono il progetto e su come lo vogliono gestire. Nel mio lavoro mi sono spesso trovato a mettere delle pezze a progetti in cui cera una piccola quota riservata alla comunicazione e a convincere gli altri che costituiva, invece, una parte integrante del progetto. Questo un elemento che raramente viene compreso; le ONG un pochino ci sono arrivate ma non tutte e, soprattutto, non ci arrivata listituzione. La nostra Direzione si dotata di Linee Guida per la comunicazione: una volta consistevano in un manuale su come si fa la targa, su cosa deve esserci scritto,

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ladesivo e tutto il resto; in parte abbiamo superato questa concezione, ma anche le Linee Guida attuali sono solo un punto di partenza per cominciare a parlare di altri aspetti. La comunicazione, per cominciare, deve essere fatta in entrambi i luoghi da parte di vari partner, in patria, e da parte del cosiddetto beneficiario, che deve essere partner anche della comunicazione e quindi deve avere gli strumenti per comunicare. I progetti devono avere non soltanto la partecipazione ma anche il consenso sociale, senza il quale il progetto non ha senso. I progetti stessi in molti casi dovrebbero essere intesi come progetti di comunicazione e non come la comunicazione rispetto ai progetti; si tratta di due cose diverse: i progetti di questo tipo sono ancora abbastanza rari. Si potrebbe cambiare in questo modo lintero sistema delle comunicazioni dei Paesi in cui si attua il progetto, dalla formazione dei giornalisti alla legge sulla stampa e cos via. Al momento sono in fase di realizzazione progetti di questo tipo? Voi ne curate qualcuno? Ce ne sono ma si contano sulle dita di una mano. Ho seguito un centro di documentazione per un sindacato di comunicazione in Sud Africa ai tempi della fine dellapartheid e, pi recentemente, la ristrutturazione di unagenzia palestinese, la Wafa, unagenzia stampa che allepoca era una specie di servizio stampa di Arafat che aveva sede a Gaza e ora ha sede a Ramla. Abbiamo fatto anche un media center, in collaborazione con le ONG e con lArci a Belgrado, in una situazione complicata come i Balcani. Negli ultimi anni questi progetti vengono appoggiati anche dai direttori delle UTL (Unit Tecniche locali). In alcune UTL ho scritto dei progetti come Comunicare la comunicazione, quindi finalizzati proprio a comprendere le modalit per comunicare bene e chiedersi: Che strumenti ha lUTL per farlo?. Da qui emersa la necessit di dotarsi di un sito, mettere insieme i donatori, le ONG e gli altri partecipanti in rete, in discussione, per comunicare quello che si fa e per farli partecipare e anche organizzare mostre, eventi sulla cooperazione. Adesso in Palestina si sta lavorando, dopo tre anni di attivit, alla terza fase del progetto Comunicare la comunicazione e a Gerusalemme, finalmente, si faranno dei corsi di aggiornamento per giornalisti. In un Paese particolare come Israele, si tratta di operare per dare degli strumenti soprattutto per lottare, per avere una legge sulla stampa pi aperta, considerando il fatto che i giornali possono essere chiusi in qualsiasi momento. In generale c ancora pochissima attenzione sulle possibilit di stampa e televisione indipendenti. Lo stesso vale per lIraq, dove non c un UTL ma c la Task Force Iraq, organizzazione, il nome lo fa capire, che prima era militare-civile men-

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tre adesso, da qualche anno, completamente nelle mani della nostra Direzione Generale alla Cooperazione allo Sviluppo. La Task Force, soprattutto in questa fase, in cui si sta pian piano pensando di lasciare il Paese, deve raccontare quello che sta facendo e ha fatto. Si tratta comunque di progetti di grande interesse in una situazione difficile come quella della guerra. Progetti di capacity building, di comunicazione interna, progetti che vanno a formare le istituzioni locali, progetti di patrimonio culturale, ambientali, tutta una serie di progetti in cui la comunicazione ha un ruolo centrale. Anche l, se non ci sono consenso, partecipazione e conoscenza dei fatti, nulla pu funzionare. Per quanto riguarda il privato sociale, le ONG, ci sono casi di progetti di comunicazione analoghi a quelli che hai elencato? Ci sono ma sono abbastanza rari. Alcune ONG hanno un buon impianto comunicativo, come il Cesvi di Bergamo, che nasce proprio con una grande vocazione alla comunicazione. Fanno un lavoro sulla comunicazione notevole sia di comunicazione rispetto ai progetti, sia nel modo di presentarli. Un altro che si occupa molto di comunicazione sia in Italia che allestero invece il Cospe di Firenze, che diventato un punto di riferimento nazionale per ci che riguarda media e intercultura, media e immigrazione. Se tu dovessi realizzare un piano di comunicazione in occasione di un progetto in un Paese in via di sviluppo che riguarda, ad esempio, linclusione di bambini disabili allinterno di una scuola, come ti muoveresti? Intanto la prima cosa che farei inserire la comunicazione nel progetto, cercando di farla entrare a ogni livello, come parte consistente e sostanziale e che sia economicamente supportata. necessario poi che ci siano le competenze necessarie per portarla avanti, quindi le risorse umane, e che non si riduca lattivit alla semplice dicitura attivit promozionali. Occorrono poi delle azioni preventive, come quelle finalizzate ad allertare la societ di cui si fa parte e i partner pi importanti che sono nel nostro Paese e nel nostro ambito non soltanto per avere pi fondi, ma soprattutto per avere quel consenso di cui si parlava. E poi ci sono una serie di input importanti, non soltanto economici, che successivamente ricadranno sul progetto e ci serviranno per preparare le basi di quello che sar il ritorno di visibilit. Un esempio di questo tipo rappresentato dal Magis, unONG dei gesuiti italiani che ha lavorato in Albania con i non udenti anche attraverso il teatro. Il maggior successo di questo progetto stato rappresentato dal fatto di riuscire a portare in Italia lo spettacolo di questi ragazzi. Ecco, questo un esempio di comunica-

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zione nel senso pi normale del termine. Solo che a queste cose ci si pensa dopo, a progetto finito, raccontando solamente i risultati, ma questo non basta, sia perch sono finiti i fondi, sia perch ti accorgi che non avevi fatto la giusta documentazione, che non avevi fatto le riprese video, scattato le foto. Bisogna quindi inserire la comunicazione in tutte le fasi del progetto e fare in modo di garantirne la sostenibilit. La sostenibilit di un progetto, poi, in quanta parte sostenuta dalla comunicazione? In larghissima parte! I materiali di quel progetto, se non vengono curati, sono semplicemente i distillati di una relazione che nessuno si legge, che non leggono nemmeno le ONG. La comunicazione, invece, va inserita all'interno del progetto, uno degli elementi fondanti, a tutti i livelli, pensando prima di tutto allownership, alla partecipazione democratica di tutti, dei donatori che capiscono effettivamente che cosa stanno donando, senza tuttavia proporre argomentazioni patetiche. Questo lavoro di comunicazione va fatto prima, durante e dopo il progetto, per costruire un ambiente prima di tutto non ostile, poi consenziente; per poter ricevere un aiuto da parte di tutte le agenzie possibili, di tutte le istituzioni e anche della societ civile che possibile coinvolgere. Faccio un altro esempio. Ho un amico che ha delle belle idee e mi ha chiesto una mano per scrivere un progetto sulla conservazione della musica africana, finanziato dallIstituto sonoro nazionale. Quando ho letto il suo progetto, mi sono accorto che non era stato stabilito che cosa si sarebbe fatto con tutto il materiale raccolto. Invece quello che poteva venirne fuori era una cosa bellissima: una mediateca di musica tradizionale africana, fatta attraverso una ricerca nei Paesi, a contatto con la gente, frutto di registrazioni, quindi anche un lavoro antropologico importante. Il prodotto finale poteva diventare cos una mediateca in Italia e nel Paese dorigine. Dobbiamo far vivere quello che abbiamo e pensare anche a come pu vivere dal punto di vista della comunicazione questo progetto, che materiali ne emergono, chi ne coinvolto. Da qui si parte. Dopo bisogna fare una scelta e capire come si comunica in quel Paese. Tutto questo deve essere studiato prima per capire quali possono essere gli strumenti giusti da utilizzare e naturalmente per comprendere il linguaggio con cui si deve parlare alla gente. Comunicazione vuol dire anche questo: farsi capire. Per questo importante conoscere non solo gli strumenti altrui ma anche i loro codici e lavorare molto su ci. C un bellissimo progetto che ha molto a che fare con quello di cui stiamo parlando: un progetto che stato sostanzialmente seguito da un ragazzo, Guido

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Geminiani, che stato per un certo periodo di tempo un cooperante in Uganda dove c uno dei pi grandi ospedali dellAfrica, fatto da una coppia di medici occidentali, al confine con tre-quattro Paesi. Questo ospedale diventato importantissimo e ha una storia molto bella e drammatica perch l ci furono le febbri emorragiche; prima la moglie e poi il marito morirono proprio perch si erano infettati curando i malati. Qui quello che sono riusciti a fare stato africanizzare completamente lospedale: tutti i medici e gli infermieri sono africani e oggi questo ospedale ospita qualcosa come 500.000 persone allanno. Accoglie anche, in un apposito settore, bambini non accompagnati, anche l centinaia, migliaia e qui si parlano moltissime lingue. Il ragazzo di cui ti parlavo stato uno dei primi a lavorarci e ha inventato, in collaborazione con i dirigenti dellospedale, un modo per comunicare nonostante la diversit delle lingue. Devi pensare che l spesso la gente rimane e ci vive, e cos lospedale diventato una citt. Con quale lingua allora comunicare? E, soprattutto, come fai linformazione? Hanno fatto cos uno studio sulla segnaletica e sul codice per cercare di trovarne uno comune, basandosi sulle storie, i costumi, le mentalit diverse, la concezione differente di comunicazione e di spazio, il tutto per arrivare a fare una segnaletica esperantica, capace di arrivare a tutti. Redazione Portale Cooperazione Italiana allo Sviluppo c/o Unit Tecnica Centrale via Salvatore Contarini 25 00135 Roma tel. 06/36.91.63.16 06/36.91.63.08 redazione.cooperazione@esteri.it

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