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Appunti sullitaliano contemporaneo Serena Fornasiero

Indice 1. La situazione linguistica in Italia 1. 1 - Litalianizzazione nel secondo dopoguerra 1. 2 - Litaliano standard 1. 3. 1 - Litaliano delluso medio 1. 3. 2 - Alcuni tratti dellitaliano delluso medio 1. 4 - Il repertorio linguistico degli italiani 1. 5 Litaliano popolare 2. Dove va litaliano? 2. 1 Dove va litaliano? 2 2. 2 Egli o lui? 2. 3 - Elisione e troncamento 2. 4 - Laccento 2. 5 - La realizzazione grafica del suono palatale ci / ce. I plurali in cia e -gia 2. 6 - Proficuo o profiquo? 2. 7 - Luso di ne 2. 8 - La posizione dellaggettivo 2. 9 - Il passivo 2. 10- Il congiuntivo 3. Novit sul femminile

1 La situazione linguistica in Italia 1. 1 - Litalianizzazione nel secondo dopoguerra Negli ultimi cinquantanni, ossia dalla fine della seconda guerra mondiale, alcuni fenomeni sociali e culturali hanno modificato in maniera sensibile la situazione linguistica italiana. I pi rilevanti, segnalati gi nel 1963 da De Mauro nella sua Storia linguistica dellItalia unita, sono: - la progressiva urbanizzazione e le imponenti migrazioni interne (il che significa che la campagna e i piccoli centri sono stati abbandonati a favore delle citt della stessa regione, mentre dal Sud Italia grandi masse di popolazione si sono spostate in cerca di lavoro verso la pianura Padana, in particolare verso il cosiddetto triangolo industriale Torino Milano Genova); - il servizio di leva obbligatorio e in generale lorganizzazione dellesercito in tempo di pace, che prevede la formazione di reggimenti con soldati di almeno due regioni diverse, che poi vengono stanziati in una terza regione; - il progresso dellistruzione, legato alle migliorate condizioni economiche e ottenuto anche attraverso la creazione della scuola dellobbligo; - la rapida e straordinaria diffusione dei mezzi di comunicazione di massa, soprattutto radio, televisione e cinema (che, a differenza del giornale, non richiedono alfabetizzazione). I primi due fenomeni, mettendo in contatto sistematico gruppi di parlanti di provenienza diversa (che nel loro ambiente di origine si sarebbero espressi spontaneamente nei rispettivi dialetti), hanno favorito la comunicazione in italiano e, daltro lato, progressivamente indebolito le caratteristiche pi marcatamente locali dei dialetti (per la distinzione fra dialetto arcaico e dialetto urbano o italianizzante, si veda Pellegrini 1960 e 1.5). Lalfabetizzazione di massa ha prodotto una complessiva crescita culturale del paese e, sul piano che qui ci interessa, ha portato quasi ovunque al superamento di quella situazione di totale diglossia fra lingua e dialetto che era tipica del periodo precedente; un po alla volta, litaliano ha smesso di essere solo la lingua della tradizione letteraria, appresa con fatica e usata con imbarazzo e soggezione nelle occasioni importanti da persone che nella vita di tutti i giorni avevano il dialetto come veicolo della comunicazione e degli affetti. Ma la spinta pi potente allitalianizzazione stato il diffondersi di radio e TV, e di questultima in special modo: le trasmissioni televisive sono cominciate nel gennaio 1954, e anche se allinizio pochi potevano permettersi lacquisto di un televisore (infatti si andava al bar a vedere i programmi di maggior richiamo), si subito manifestata la forza straordinaria di questo mezzo di comunicazione, capace di arrivare anche nelle aree geografiche isolate e nelle classi sociali a pi basso reddito, portando con s un modello di lingua unitaria. Gi nel 1963 De Mauro poteva scrivere che la TV con la sua penetrazione capillare stava compiendo lunificazione linguistica dellItalia in modo pi efficace di quanto non riuscisse a fare la scuola. Per capire correttamente la funzione di modello svolta dalla TV nei primi tempi, bisogna ricordare che per molti anni c stata una sola rete nazionale: tutta lItalia guardava e ascoltava i medesimi programmi, e si andava progressivamente uniformando (non solo dal punto di vista della lingua, ma anche dei gusti, dei bisogni, della mentalit).

Pi tardi, con la nascita della seconda e terza rete (e delle reti private), la situazione mutata: una riforma del 1976 ha sostituito lo speaker tradizionale con il giornalista regionale, e subito dopo cominciata la fortuna delle trasmissioni in diretta, con la possibilit di interventi telefonici del pubblico, sicch al parlato formale dei testi preparati in anticipo si affiancato quello informale e (semi)improvvisato dei telespettatori e delle telecronache in diretta. La televisionemodello si trasformata, almeno in parte, in televisione-specchio, veicolo di una somma di linguaggi diversi.

1. 2 - Litaliano standard Il concetto di italiano standard, cio lingua comune, modello di riferimento, in qualche misura un concetto arbitrario e convenzionale (se non addirittura fittizio, una mera ipotesi di lavoro, come pure stato sostenuto, per es. da Berruto 1978: 37): pi delle altre lingue europee, litaliano ha una norma strettamente ancorata alla tradizione letteraria e sembra aver vita quasi esclusivamente nello scritto. In altre parole, litaliano standard non si realizza nel parlato delle persone colte (come avviene invece per altre lingue), ma piuttosto determinato da un insieme di tratti accreditati dalla scrittura letteraria. Poich guarda al passato, la norma dellitaliano dunque molto stabile, per non dire quasi immobile. A questo immobilismo ha contribuito anche linerzia dellinsegnamento puristico impartito dalla scuola, i cui esiti a volte grotteschi sono stati segnalati soprattutto a partire dagli anni 70 (vedi specialmente Beninc et alii 1974): arrabbiarsi viene corretto in adirarsi o indignarsi, fare in eseguire, andare a letto in coricarsi, paga in stipendio, mi stanco a fare in mi stanco nel fare, e cos via. Labitudine scolastica, insomma, ha lungamente combattuto contro la parola schietta, favorendo sistematicamente leufemismo e la perifrasi. Anche se negli ultimi anni questo atteggiamento sta complessivamente cambiando, interessante notare lambiguit con cui vengono spesso trattati, nelle grammatiche per la scuola media inferiore, quei fatti linguistici in cui luso si ormai distaccato dalla norma tradizionale. Prendiamo ad esempio i pronomi personali in funzione di soggetto: il libro forse pi diffuso nelle scuole italiane, quello di Marcello Sensini per Mondadori, apre il capitolo presentando unicamente le forme io, tu, egli, ella, noi, voi, essi, esse (senza preoccuparsi del fatto che di sicuro nessun ragazzino ha mai usato ella come pronome femminile di terza persona). In una pagina successiva, per, avverte che nella lingua comune, egli e ella sono ormai stati sostituiti da lui e lei, specialmente se si vuole dare risalto al soggetto, o quando il soggetto posposto al verbo o quando preceduto da perfino, anche, neppure: le indicazioni date, come si vede, sono in parte contraddittorie e in parte sbagliate, perch quando il soggetto posposto al verbo, lui e lei sono lunica scelta possibile, non una scelta tendenziale (v. 2. 2). Una grammatica recentissima invece (quella di Mirko Tavoni per Le Monnier) dichiara subito senza esitazioni che i pronomi effettivamente usati nella lingua parlata e anche in quella scritta sono lui per il maschile e lei per il femminile, non egli e ella, che si trovano solo in testi scritti molto formali.

1. 3. 1 - Litaliano delluso medio Fintantoch luso dellitaliano standard stato riservato alle realizzazioni scritte e al parlato molto formale, la sua evoluzione, come abbiamo visto, stata lentissima o nulla. Ma negli ultimi decenni stata rapidamente raggiunta la competenza passiva generalizzata della lingua, e litaliano via via ha cominciato a essere usato sempre pi diffusamente in situazioni comunicative (familiari, colloquiali, informali) che in precedenza appartenevano al dialetto; da quando diventato lingua della socializzazione primaria e lingua duso della maggior parte della popolazione, litaliano ha ripreso a muoversi, ad avere una evoluzione naturale. Si va delineando perci un nuovo quadro linguistico, non facile da descrivere. Il primo fatto da sottolineare che si passati dalla precedente situazione di diglossia a una diffusa situazione attuale di bilinguismo: gli italofoni cio posseggono sia la lingua che il dialetto (ma in realt anche una gamma di variet intermedie) e scelgono di utilizzare luna o laltro secondo le situazioni. In secondo luogo, bisogna tener presente che questo nuovo italiano nasce negli usi parlati della lingua (anche se comincia a estendersi alle scritture informali), e dunque, per la sua mobilit e mutevolezza, non perfettamente documentabile: i suoi tratti pi salienti sono stati segnalati da Francesco Sabatini (1985 e 1990), che lo ha denominato italiano delluso medio (Berruto 1987 ricorre invece, per definire la stessa variet linguistica, al termine italiano neostandard). In concreto, dire che litaliano delluso medio prevalentemente orale significa che mentre tutti i suoi fenomeni distintivi sono presenti nel parlato, non tutti lo sono nello scritto. In terzo luogo, sarebbe eccessivo pensare allitaliano delluso medio come a una variet del tutto omogenea, un fenomeno unitario: si tratta piuttosto (come ha notato Mengaldo 1994: 93) del comune denominatore di fenomeni in parte distinti, ossia di una variet che si pu definire solo a condizione di mettere fra parentesi tutti gli aspetti che differenziano il parlato medio regionalmente e localmente, soprattutto nella prosodia, nella fonologia e nel lessico (morfologia e sintassi dellitaliano medio sono invece sostanzialmente omogenee in tutta larea nazionale). quasi superfluo precisare che litaliano delluso medio non regolato da norme grammaticali proprie, bens da criteri di accettabilit; e che la variet delle intenzioni comunicative affidata non tanto a differenze formali quanto piuttosto al contesto e alla situazione discorsiva. Infine, a proposito di sensibilit per i processi innovativi della lingua, giusto ricordare qui il caso precoce della grammatica italiana di Laura e Giulio Lepschy, messa a punto nel 1977 per un pubblico inglese ma accolta con giusto consenso anche in Italia (la traduzione del 1981). In questo lavoro di stampo non tradizionale dato spazio al criterio di accettabilit basato sulla competenza dei parlanti, allo scopo di definire gli usi corretti della lingua colta contemporanea (cio di uno standard sganciato da pregiudizi puristici). Scrivono gli autori nella prefazione: Miriamo a presentare litaliano colto come viene effettivamente usato, scrivendo e parlando, piuttosto che come grammatiche e dizionari prescrivono che dovrebbe essere. evidente che il discorso dei Lepschy non comporta aperture verso quello che pochi anni pi tardi Sabatini definir italiano delluso medio, e tuttavia questa grammatica

segnala con chiarezza che nel modello dellitaliano qualcosa cambiato, e che necessario definire lo standard in modo nuovo, secondo criteri svecchiati. Per gli insegnanti di italiano come L2 questa grammatica pu rappresentare tuttora un validissimo testo di consultazione e un ottimo supporto didattico.

1. 3. 2 Alcuni tratti dellitaliano delluso medio Nel suo articolo del 1985, Sabatini elenca e discute ben 35 tratti caratteristici dellitaliano delluso medio, tratti che interessano tutti i livelli della produzione linguistica, da quello fonologico a quello sintattico. Nel modulo dedicato alla Sociolinguistica dellitaliano contemporaneo questi tratti sono gi stati illustrati dettagliatamente, per cui baster ricordare qui solo i pi interessanti (sostanzialmente quelli che lo stesso Sabatini, ritornando sullargomento nel 1990, ha indicato come panitaliani, cio presenti in tutti gli italiani regionali):

1) 2) 3) 4) 5)

lui, lei, loro usati come soggetti gli generalizzato al dativo (anche col valore di le e loro) diffusione delle forme sto, sta (invece di questo, questa) costrutti ridondanti del tipo a me mi uso pleonastico del ci attualizzante con il verbo avere e altri verbi (che ci hai?, che spesso si trova anche nella discutibile grafia che chai?) 6) uso del partitivo dopo preposizione (con delle amiche, su dei giornali) 7) uso del che polivalente con valore temporale, finale, consecutivo 8) risalita del clitico con i verbi servili o di accompagnamento (ti vuoi muovere invece di vuoi muoverti, mi comincio a stancare invece di comincio a stancarmi) 9) costrutti marcati rispetto allordine normale SVO, con dislocazione a sinistra o a destra e ripresa pronominale (a sinistra: Il caff lo vuoi zuccherato?; a destra: Lo vuoi il caff?) 10) anacoluti (che rappresentano il caso estremo del fenomeno 9), tipo Gianni, non si sa mai cosa dirgli, Studiare, il ragazzo ha studiato 11) frasi scisse del tipo questa musica che mi fa piangere, con rammarico che ve ne parlo, in cui la prima parte mette in forte rilievo linformazione nuova e la seconda contiene linformazione gi nota 12) imperfetto indicativo nel periodo ipotetico dellirrealt, al posto del congiuntivo e del condizionale (se me lo chiedevi, te lo portavo subito), fenomeno che rientra nel quadro, pi ampio, della perdita di terreno del congiuntivo a favore dellindicativo 13) accordo a senso fra soggetti collettivi e verbi al plurale (la maggior parte dei presenti non si sono accorti di nulla, un mucchio di libri si stanno riempiendo di polvere) interessante notare che molte fra le caratteristiche elencate, pur essendo comuni anche allitaliano popolare (v. 1. 5), compaiono normalmente anche nel parlato delle persone istruite. Si pu dire, in altri termini, che la norma dellitaliano standard non attiva nelle situazioni delluso medio, e dunque neanche la coscienza linguistica delle persone colte censura (nel parlato e, sotto un certo livello di formalit, nello scritto) enunciati come quelli esemplificati qui sopra. Ovviamente il giudizio di accettabilit che si pu esprimere non uguale per ciascun fenomeno (per es. il tipo a me mi, pur usatissimo, urta la sensibilit delle persone istruite pi delle forme con risalita del clitico, o dei costrutti con dislocazione a sinistra): si tratta di una situazione linguistica che si dispone lungo un continuum molto sfumato.

Abbiamo gi detto che i tratti delluso medio tendono a estendersi ai testi scritti (di formalit bassa o mediocre), come lettere private e altre forme di comunicazione anche professionale poco impegnativa (memorandum e simili); abbondano poi, come si pu immaginare, in tutta la narrativa degli scrittori cannibali o comunque nella prosa che volutamente fa propri i modi del parlato. Ma si pu salire ancora nella scala della formalit: costrutti con dislocazione, per esempio, sono tuttaltro che rari nella prosa giornalistica. Unaltra segnalazione abbastanza interessante riguarda il punto 13): laccordo a senso, a quanto pare, cos ben accreditato ormai da comparire in maniera sistematica perfino in un manuale scientifico sullitaliano scritto (Fiormonte e Cremascoli 1998), da cui trascriviamo il seguente campione di esempi:

a) b) c) d)

dove sono concentrati la maggioranza degli esempi (p. 11) mancano una serie di dati (p. 25) nei libri si trovano la maggior parte delle informazioni (p. 28) avete dato al pubblico le informazioni di cui avevano bisogno (p. 38).

Le stesse pagine contengono anche altri costrutti a senso, come un caso di gli dativo riferito a un termine grammaticalmente femminile:

e) far leggere il testo a una persona e chiedergli dei commenti (p. 34).
La campionatura sufficiente a convincere che non si tratta di casi sporadici, ma di una consapevole scelta di campo: gli autori hanno deciso di promuovere al livello della scrittura accademico-divulgativa alcuni tratti emergenti dellitaliano medio. Se questo vero, vale la pena di osservare con pi attenzione per vedere se ci sono fattori che condizionano laccettabilit dei costrutti in esame; a p. 36 compaiono, a breve distanza luna dallaltra, le due frasi molto simili che seguono: f) un quarto degli europei hanno scelto di non fumare g) che un quarto della popolazione europea abbia smesso di fumare. Sembra di capire che, a parit di significato, nella frase f) il verbo plurale a senso sia incentivato dalla presenza di un plurale (europei) nel sintagma soggetto, a differenza della frase seguente, che contiene solo termini singolari. (Ovviamente, questo solo un esempio minimo di come vadano osservati fenomeni linguistici relativamente nuovi: ci vorrebbe uno spoglio ben pi esteso per poter fare ipotesi di qualche credibilit). Un altro settore testuale da tenere sotto osservazione la posta elettronica, con le sue ulteriori articolazioni in gruppi di discussione e forum: i messaggi scritti che vengono scambiati con questo mezzo, infatti, hanno caratteristiche di spiccata disinvoltura formale e linguistica anche quando gli interlocutori sono persone di formazione culturale alta (e, beninteso, anche se largomento di cui trattano mediamente serio). Nei paragrafi del capitolo 2 torneremo su alcuni tratti dellitaliano delluso medio.

1. 4 Il repertorio linguistico degli italiani Per la stratificazione delle variet linguistiche a disposizione degli italofoni (il cosiddetto repertorio linguistico) sono state proposte descrizioni diverse, fra cui le pi articolate sono quelle di Sabatini 1985 (ripresa in Sabatini 1990) e Berruto 1993; nel modulo dedicato alla Sociolinguistica dellitaliano contemporaneo se ne riferisce diffusamente (cap. 2). Qui ricorderemo, in sintesi, che il repertorio linguistico italiano pu essere rappresentato come un continuum che ha litaliano standard a un estremo e il dialetto pi localmente caratterizzato allestremo opposto e, fra questi due poli, una gamma molto ampia di variet che sfumano impercettibilmente luna nellaltra. Con qualche approssimazione, tali variet si prestano ad essere isolate e descritte ( possibile, cio, operare dei tagli nel continuum) perch la distribuzione dei fenomeni non uniforme e ci sono dunque zone di maggiore compattezza: si parla infatti di un continuum con addensamenti. Proponiamo qui la tabella schematica e semplificata delle variet di repertorio che si trova in Mengaldo 1994: 91. Procedendo dallalto verso il basso, si individuano le seguenti variet: 1. 2. 3. 4. 5. 6. italiano standard italiano delluso medio italiano regionale delle classi istruite italiano regionale delle classi popolari / italiano popolare dialetto regionale o provinciale dialetto locale o arcaico

Si pu precisare che, secondo laspetto diatopico, le prime due variet sono nazionali e le ultime quattro regionali e locali; riguardo allaspetto diamesico, la prima scritta o parlata-scritta, la seconda parlata e scritta, la terza, la quinta e la sesta sono parlate, la quarta parlata ma anche sporadicamente scritta; infine, per laspetto diafasico (opposizione formale / informale) e diastratico (opposizione fra classi istruite e non) si pu precisare che la prima formale e la seconda a mezza strada tra formalit e informalit; 3 5 6 sono informali; 4 (nello scritto) probabilmente formale nelle intenzioni e informale nei risultati. 1 2 3 appartengono solo alle classi istruite, che per condividono con le classi popolari anche il possesso di 5 e 6; 4 lunica variet che appartiene solo alle classi popolari.

1. 5 Litaliano popolare la variet di lingua parlata (e anche scritta) tipica dei semicolti; molto marcata regionalmente (pu essere interpretata come una sottospecie dellitaliano regionale) e si pu dire che funge da cinghia di trasmissione fra i dialetti e la lingua. Gli studi (soprattutto i primi) sullitaliano popolare sono basati su raccolte di testi scritti, come lettere dal fronte dei soldati della prima guerra mondiale e lettere di emigrati; la pi ampia descrizione del fenomeno stata data da Manlio Cortelazzo (1972); per la bibliografia successiva si pu vedere la trattazione complessiva di Paolo DAchille (1994). Litaliano popolare si presenta come una forma di lingua mal dominata, ed caratterizzato da fenomeni di precariet sia a livello fonetico che morfosintattico e lessicale. Ne ricordiamo solo alcuni. - nella grafia, la catena fonica viene analizzata imperfettamente (linverno, laggi, racco mando) o resa in modo approssimativo (quore, cuesto); accenti, apostrofi, maiuscole e punteggiatura sono usati arbitrariamente. Interferenze con la fonetica dialettale producono sonorizzazioni e scempiamenti di consonante al Nord (tuta la tera), forme con consonante sorda al Sud (recalo regalo) - in morfosintassi, sono diffuse le concordanze logiche tipo nessuni, qualchi, i metaplasmi (caporalo), le ridondanze pronominali (a me mi), lo scambio fra si e ci (si siamo sposati), i rafforzamenti del tipo pi peggio, molto bellissimo, il che polivalente, gli anacoluti, il rafforzamento improprio di avverbi e congiunzioni (siccome che, dove che, arci che stufo). Lanalogia domina nelle forme verbali (dasse, stasse, potiamo, fava faceva); il congiuntivo, ancor pi raro che nel parlato unitario, usato impropriamente (se mi prendano), cos come il condizionale; le ipotetiche sono spesso del tipo se avrebbe farebbe, o miste (se fosti pi vicina quante volte ti venivo a trovare). Sono frequenti i nomi alterati in funzione affettiva (ragazzinetta, maledettaccia) e gli aggettivi usati come avverbi (non mangiavi adatto). Avere prevale su essere (abbiamo venuto qua). - nel lessico, i dialettalismi sono complessivamente rari, respinti dalla volont comunicativa di esprimersi in lingua (e dal ricordo della repressione scolastica): ma gli esiti sono spesso approssimativi (autobilancia autoambulanza, febbrite flebite, ignorandit ignoranza). Prevale la sequenza cognome-nome anche in contesti affettivi. Ci sono influssi gergali (soprattutto del gergo militare: cavalieri pidocchi, sbobba cibo). - lo stile popolare caratterizzato da una sorta di teatralit spontanea, che si dipana lungo strutture paratattiche, con giustapposizioni, accumuli, libere coordinazioni con e; il soggetto logico in genere dominante, e produce frequenti anacoluti (io il morale alto e sono sempre allegro); caratteristiche sono le chiuse del tipo e niente / e basta e le strutture a cornice (io devo pensare anche per me, devo pensare).

2 Dove va litaliano? Sostenere che litaliano delluso medio la variet emergente della lingua contemporanea, e che questa realt si pu descrivere in base alle sue caratteristiche, misurabili in termini di distanza o scarto rispetto allitaliano standard, una possibilit. In questo modo, si afferma che litaliano di oggi altra cosa rispetto al modello tradizionale (considerato sostanzialmente immutabile), e che tale modello, sempre pi distaccato dagli scambi comunicativi della vita contemporanea, restringer sempre pi il suo raggio dazione e verr infine accantonato. Diverso il punto di vista di chi parla di italiano neostandard, ossia di un modello in movimento nel quale, con velocit maggiore oggi piuttosto che in passato, alcuni tratti linguistici tramontano e altri nuovi si impongono come norma, ossia si hanno dei processi di ristandardizzazione. In questa prospettiva, appare legittimo, e anzi necessario, aggiornare periodicamente la norma espungendo i tratti linguistici non pi attivi e accreditando quelli nuovi che abbiano raggiunto uno statuto di generale accettabilit. Proveremo qui ad analizzare alcuni aspetti della lingua e della grammatica, scelti fra quelli che creano maggiori problemi agli studenti stranieri, tenendo conto anche dellottica della ristandardizzazione.

2. 2 Egli o lui? uno dei casi in cui la norma non ha ancora compiuto lultimo passo evolutivo verso il nuovo, nel senso che egli ancora vivo (ma se la passa male). Lui come soggetto maschile di 3a persona, osteggiato dalla vecchia grammatica, ha cominciato a imporsi in modo significativo grazie a Manzoni, che nella revisione linguistica dei Promessi sposi lo ha sostituito in molti casi a egli. Nel parlato si usa quasi esclusivamente lui (e il corrispettivo femminile lei), mentre nello scritto si osserva una certa tendenza a evitare comunque il pronome per mezzo di aggiustamenti sintattici e scelte sinonimiche (per esempio, se in un articolo il soggetto il Presidente della Repubblica, piuttosto che indicarlo con egli o lui si preferisce, nelle successive occorrenze, chiamarlo il capo dello Stato o Ciampi). Lui addirittura obbligatorio in alcuni casi: - quando il soggetto posposto ( stato lui a farmelo capire), - dopo come e quanto (Ne so quanto lui, Vorrei essere bella come lei), - nelle espressioni minime che sostituiscono unintera frase (Chi ha preso la penna? - Lui ), - quando ha funzione predicativa (Se io fossi lui, agirei diversamente). In generale, si ricordi che tanto egli che lui si riferiscono a soggetti personali; per animali e cose va usato esso. Come soggetto di 3a persona, si pu usare anche il pronome dimostrativo questi (attenzione: non questo!), che esiste solo al maschile e indica esclusivamente una persona (Ha raccolto molti consensi lintervento del delegato Bianchi: questi ha sostenuto con buoni argomenti la mozione A).

2. 3 - Elisione e troncamento Quando una parola termina per vocale non accentata, e la successiva inizia a sua volta con vocale, possibile che la prima delle due vocali scompaia del tutto nella pronuncia, cio subisca unelisione. Per segnalare questa caduta si scrive, alla fine della prima parola, un apostrofo []. Per esempio, nella frase In quellistante luomo sent tutto lorrore dellinvidia ci sono ben quattro elisioni, e di conseguenza quattro apostrofi; non scriveremmo mai In quello istante lo uomo sent tutto lo orrore della invidia. Tuttavia, in molti altri casi sta al gusto di chi scrive decidere se far ricorso allelisione o no: la frase Questamministratore pieno diniziativa suona quasi altrettanto bene nella forma Questo amministratore pieno di iniziativa, senza alcuna elisione. Ci sono dunque parole che di preferenza si elidono, e altre per le quali si pu decidere di volta in volta. Fra le prime ricordiamo gli articoli determinativi singolari lo e la (lamico, lelicottero, lelefante; lanima, leventualit, lindole), le preposizioni articolate che ne derivano (allinferno, sullatlante; dallorigine, dellumanit, nellipotesi), larticolo determinativo maschile plurale gli, solo davanti a parole che iniziano per i- (glinteressi, ma gli alpini, gli estremisti, gli orfani, gli ussari), larticolo indeterminativo femminile una (unaquila, uninfermiera), gli aggettivi dimostrativi questo e quello (questabito, questaria; quellantiquario, quelledizione), la preposizione di (giardino dinverno, parole doggi, vino dannata), lavverbio e pronome ci, solo davanti a e-, i- (cera, centra, cinteressa). A proposito di questultimo punto, va sottolineato che non sono corrette le grafie, pure assai diffuse ultimamente, cho messo molto tempo, chai da fumare, non channo niente da fare: intanto si tratta di forme tipiche del parlato, e poi, scritte cos, andrebbero lette con la c- dura (cio velare). Per rendere il suono dolce della c- necessario scrivere ci ho messo molto tempo, ecc. Se dopo il femminile una lelisione normale, va invece ricordato che mai si deve mettere lapostrofo dopo il maschile un, nemmeno davanti a parola che inizia per vocale. Si scrive infatti sempre e solo un amico, un epistolario, un ombrello, un impermeabile, cos come davanti a consonante si scrive un carteggio, un bicchiere, un meridiano. In altre parole, il maschile un non lelisione di uno, ma il suo troncamento. Si parla di troncamento quando cade la vocale finale (in alcuni casi la sillaba finale) di una parola senza che sia compromessa la pronunciabilit della parola stessa; ci pu avvenire solo a condizione che lultima consonante sia l, m, n, r (sono parole tronche, per esempio, castel, natural, fior, amor, voler, saprem, signor, han, suor, miglior, ecc.). Si noti che la parola tronca pu essere seguita indifferentemente da una vocale o da una consonante: amor eterno va altrettanto bene che amor costante, e cos anche signor Aliprandi e signor Visconti, suor Ottavia e suor Mercedes, miglior amico e miglior piazzamento. Non va dimenticato che anche qual una forma tronca, sia al maschile che al femminile, perch si pu dire tanto qual buon vento che qual meraviglia. Pertanto qual , in tutti i casi, va scritto senza apostrofo. Lo stesso vale per tal.

Nel caso dellaggettivo buono, notiamo che si pu usare la forma tronca buon al maschile (buon umore, buon ragazzo) purch non davanti a parole che inizino con s+consonante o z- (in questo caso un buono strumento, il buono zampognaro); al femminile invece si usa la forma piena buona (buona usanza, buona donna, buona stella), ferma restando la possibilit di elisione davanti a vocale (la buonanima). Ancora diverso il comportamento di bello, grande, santo: questi aggettivi hanno una forma tronca maschile che pu essere usata davanti a consonante (bel quadro, gran filibustiere e anche, al femminile, gran carriera, san Giovanni); davanti a vocale, si ha possibilit di elisione sia al maschile che al femminile (bellaspetto, bellavventura o bella avventura; grandufficiale, grandinvettiva o grande invettiva; santEusebio, santOrsola o santa Elisabetta); davanti a s+consonante si ricorre alla forma piena (bello stile, grande stupido, santo Stefano), cos come davanti a z- per i primi due aggettivi (bello zuccone, grande zaino), mentre santo ricorre anche in questo caso alla forma tronca (san Zaccaria, san Zeno). Casi particolari di parole tronche terminanti per vocale e non per l, m, n, r, sono costituiti da po (= poco), ca (= casa), mo (= modo), be (= bene), oltre che dagli imperativi da (= dai!), di (= dici!), fa (= fai!), sta (= stai!), va (= vai!). Come si vede, tutti questi monosillabi vanno scritti con lapostrofo.

2. 4 Laccento Luso corrente, in italiano, di segnare laccento grafico solo sulle parole tronche (od ossitone, cio quelle che lo portano sullultima sillaba), come civilt, caff, gioved, cant, rag. Non necessario invece segnare la sillaba tonica delle altre parole, siano esse accentate sulla penultima (parossitone o piane) o sulla terzultima (proparossitone o sdrucciole) o anche pi indietro (come le bisdrucciole cpitano, vsitano). Un discorso a parte va fatto per i monosillabi. Qui laccento grafico non serve a sciogliere dubbi di pronuncia, perch laccento tonico non pu cadere che su quellunica sillaba; serve invece come elemento di distinzione fra parole che hanno lo stesso suono: per esempio, nella frase Ne fa di cotte e di crude tutto il d laccento spetta al sostantivo d (giorno), che cos non pu essere confuso con la preposizione semplice di. Altrettanto avviene con le coppie seguenti: (verbo) ed e (congiunzione); t (sostantivo) e te (pronome personale); s (riflessivo) e se (congiunzione); d (3a pers. sing. del presente indicativo) e da (preposizione semplice); n (congiunzione) e ne (pronome e avverbio); s (avverbio) e si (pronome); l (avverbio) e la (articolo); l (avverbio) e li (pronome); ch (congiunzione, equivale a poich) e che (pronome relativo e congiunzione). In generale, la convenzione ortografica sembra orientata secondo un criterio di economia: sulla parola di uso pi comune non va laccento, che viene riservato invece a quella meno frequente. Portano laccento inoltre i monosillabi ci, pu, gi, pi, chi, pi. Altri monosillabi invece vanno scritti senza accento, ma lo passano ai loro composti: si tratta di blu, fa, re, sta, sto, su, tre, va, che producono forme composte accentate come rossobl, contraff, vicer, sottost e sottost, quass, trentatr, riv. Si noti che sulla -e- si possono segnare due tipi di accento: grave [-] a indicare che la vocale ha suono aperto (come in , cio, caff), oppure acuto [-] per rappresentare un suono chiuso (come in s, n, perch, poich, sicch, affinch, ecc.): bene abituarsi a distinguere sempre correttamente un gruppo dallaltro. Unultima curiosit riguarda il riflessivo s, che (quando da solo) va scritto con accento acuto: la vecchia convenzione ortografica che raccomandava di scriverlo senza accento qualora fosse accompagnato da stesso e medesimo ultimamente viene sottoposta a molte critiche, in quanto si tratterebbe di uninutile complicazione della norma, sicch la grafia s stesso sta velocemente prendendo piede. Al momento attuale si pu ancora ritenere che tutte e due le scelte siano accettabili. Si ricordi comunque che va sempre senza accento (in quanto si tratta di una particella atona) il se riflessivo (< si) che sincontra in frasi del tipo Se ne pentiranno, Andarsene, Se ne sta facendo beffe.

2. 5 La realizzazione grafica del suono palatale ci / ce Il plurali in cia e -gia La regola dice che litaliano scritto rappresenta il suono dolce (ossia palatale) della -c- attraverso le grafie -ci- e -ce- (citt, vicino, dolci; cena, faccenda, vivace; acciaio; micio; marciume); poich si dispone di -ce-, non vi alcuna necessit di scrivere -cie-, se non nei casi in cui laccento cade proprio su quella -i-, come in farmace. Le eccezioni sono per numerose: di certo a scuola abbiamo imparato che si scrive cielo (volta celeste) e cieco (privo della vista), esiti di forme latine dittongate (rispettivamente caelum e caecus), e che attraverso tale grafia le due parole si distinguono da altre di uguale pronuncia, ossia celo (io nascondo) e ceco (abitante della Repubblica Ceca). Hanno la grafia -cie- anche alcuni sostantivi di origine latina (specie, superficie, societ), nonch i nomi composti col suffisso -iere (lo stesso che si trova in cavaliere, infermiere, romanziere): corretto quindi scrivere braciere e pasticciere, proprio per mantenere la riconoscibilit del suffisso (bench le parole imparentate con queste, come brace e pasticceria, vadano con -ce-). Ancora, terminano in -cie i plurali di quei sostantivi femminili che al singolare finiscono per vocale+cia , come camicia camicie, socia socie, acacia acacie (lo stesso discorso vale per i femminili in vocale+gia); invece, le parole che escono in consonante+cia (e +gia) formano il plurale con -ce (e -ge): mancia mance, arancia arance, faccia facce. Infine, conservano la grafia -cie- della loro base etimologica i quattro aggettivi derivanti dai participi presenti latini efficiente, sufficiente, insufficiente, deficiente: si tratta di aggettivi di tradizione dotta, che non hanno subito il logoramento delluso popolare ma sono stati mutuati direttamente dalle forme latine, e perci si scrivono in maniera diversa dai loro fratelli facente, confacente, soddisfacente (pure derivanti dal latino facio) i quali invece, avendo abitato per lungo tempo nella lingua italiana, ne hanno acquisito normalmente anche le convenzioni grafiche.

2. 6 Proficuo o profiquo? Il problema grafico di distinguere la serie delle parole con qu+ vocale da quella con cu+ vocale spinoso anche per gli italiani. Laggettivo proficuo (utile, che giova) mantiene la grafia con -c- della parola latina da cui deriva, un composto di facio. Allo stesso modo si comportano innocuo (che deriva da noceo ed imparentato con innocente, innocenza), cospicuo (dal latino conspicuu(m) visibile, ragguardevole), acuire e tutta la sua coniugazione (alla stessa famiglia di parole appartengono anche acuto, aculeo), oltre ai pi familiari cuore, cuoco, cuoio, scuola, scuotere (basta pensare che si scrivono con -c- le altre parole delle famiglie corrispondenti, per esempio cordiale, cottura, corame, scolaro, scossone). Attenzione, per: iniquo non fa parte dello stesso gruppo di proficuo, bens deriva da una radice che ha la -qu- gi in latino (come equit, equivalenza, equidistante, equilibrio). Taccuino, che si scrive con -cc-, invece la trascrizione di una parola araba, e costituisce un caso a s stante. Ci sono poi le parole che si scrivono con cqu-: acqua e i suoi composti (acquaio, acquazzone, acquerello, acquifero ecc.) acquistare, acquisire, acquartierare, acquietare, acquiesenza (e derivati), tutte parole in cui il raddoppiamento del suono gutturale dipende dal prefisso ad- , che si assimila alla consonante iniziale. Lunica eccezione in questa serie rappresentata dalla parola soqquadro (disordine, scompiglio), che presenta una grafia assolutamente isolata, una specie di fossile.

2. 7 Luso di ne Ne deriva dallavverbio di luogo latino inde (= da l) e anche in italiano il suo primo significato avverbiale, come nelle frasi: Posso dirti che il teatro pienissimo: ne (= da l) vengo proprio adesso Me ne (= da l, o da qui) andr senza rimpianti. Inoltre, ne pu avere anche funzione di pronome: in questo caso sostituisce le locuzioni di lui, di lei, di ci, di loro, da lui, da lei, da ci, da loro (o anche di questo, di questa ecc.), come negli esempi: Domani parler di Cesare e ne (= di lui) metter in luce lastuzia strategica Irene bellissima: ne (= di lei) ammiro soprattutto gli occhi Ne (= di ci) conosciamo molti esempi Ho perso di vista i compagni di scuola, e ormai ne (= di loro) frequento solo due Ecco il teste: ne (= da lui) apprenderete la dinamica dellincidente Silvana una vera amica: ne (= da lei) ricevo sempre ottimi consigli Ne (= da ci) siamo rimasti molto colpiti Ho letto i due libri e ne (= da essi, da questi) ho ricavato molte informazioni utili. Sia in funzione di avverbio che di pronome, la particella ne diventa enclitica (cio si attacca alla fine di unaltra parola) quando accompagna un verbo di modo non finito (infinito o gerundio), come si pu vedere nelle coppie di frasi che seguono: Me ne (= da qui) vado Devo proprio andarmene Piangeva mentre se ne (= da l) allontanava Piangeva allontanandosene Ne (= di lui, di lei, di loro) apprezzo lo zelo Posso apprezzarne lo zelo Gli voglio bene anche se non ne (= di lui) sopporto la pedanteria Gli voglio bene pur non sopportandone la pedanteria Me ne (= di ci) vanto Posso davvero vantarmene. I problemi posti da ne a chi parla o scrive riguardano essenzialmente la possibilit di farne un uso pleonastico (ossia non necessario, ridondante) e il grado di accettabilit delle frasi risultanti. Come avverbio, per esempio, ne pu trovarsi in locuzioni in cui il complemento di luogo sia gi espresso in forma esplicita, come nellesempio: Ho intenzione di andarmene al pi presto da questa locanda. Anche se il -ne (= da qui) reso superfluo dalla presenza del complemento da questa locanda, si pu osservare che le frasi di questo tipo, costruite con i verbi andarsene, venirsene, tornarsene, sono considerate accettabili e ben consolidate dalluso. Come pronome, il ne compare in forma pleonastica abbastanza di frequente: - ci sono alcune locuzioni fisse da cui non pu essere eliminato, come ad esempio non poterne pi di, farne di: frasi come Non ne posso pi di questa pioggia oppure Pierino ne ha fatte di tutti i colori risulterebbero incomprensibili se provassimo a escludere il ne: anche questa famiglia di espressioni dunque corretta. - ci sono poi gli usi intensivi di ne, che hanno invaso il parlato (anche se fanno arricciare il naso a molti), del tipo Ne ho un cassetto pieno, di queste cianfrusaglie, oppure Di questo problema ne ho parlato con tutti: queste frasi non sono accettabili

se il livello espressivo formale n, a maggior ragione, nella lingua scritta. Dunque sar meglio evitarle, soprattutto quando si scrive, ripiegando su espressioni meno colorite ma pi corrette, come: Di queste cianfrusaglie ho un cassetto pieno (oppure Ho un cassetto pieno di queste cianfrusaglie) Di questo problema ho parlato con tutti (oppure Ho parlato con tutti di questo problema). - infine ci sono i casi, del tutto inaccettabili anche nel parlato, in cui ne pleonastico rispetto a un pronome relativo, come *Vado dal mio amico Andrea, di cui te ne ho tanto parlato (lasterisco segnala che questa frase assolutamente scorretta); si deve dire e scrivere, ovvio, Vado dal mio amico Andrea, di cui (o del quale) ti ho tanto parlato. In molti casi la frase costruita con il pronome ne nettamente preferibile a quella costruita con di ci, di questo; per esempio, pi elegante Ne parliamo dopo che Di ci parliamo dopo.

2. 8 La posizione dellaggettivo A differenza di molte altre lingue europee, litaliano non ha una posizione fissa per laggettivo: questo infatti pu sia precedere che seguire il sostantivo cui si riferisce. Pertanto si pu dire ma anche stata una giornata indimenticabile. Per, a parte rari casi, il significato della frase cambia a seconda che laggettivo stia a destra o a sinistra del nome. Negli esempi che seguono, la cosa risulta abbastanza chiara: Un vecchio amico / Un amico vecchio Ununica maestra / Una maestra unica Una buona opera / Unopera buona Numerose classi / Classi numerose Limitandoci al primo caso, possiamo osservare che Un vecchio amico significa un amico di lunga data, che conosciamo da molto tempo, mentre Un amico vecchio vuol dire un amico anziano, avanti con gli anni. In generale, si pu dire che gli aggettivi tendono a disporsi secondo le relazioni di significato che instaurano col nome: per lo pi vanno preposti quelli che hanno valore qualificativo (belle gambe, ottimi voti, lunghe attese), posposti invece quelli che restringono o specificano linsieme indicato dal nome (teatro inglese, danze slave, prezzi fissi, lingua italiana), con lavvertenza che la categoria dei qualificativi ammette anche di essere dislocata dopo il nome, mentre quella dei restrittivi non si presta ad essere spostata a sinistra (perci non sono ammessi sintagmi come *inglese teatro, *slave danze, *fissi prezzi, *italiana lingua). Quando un nome accompagnato da due aggettivi, il diverso comportamento delle due categorie si manifesta in modo ancor pi evidente: infatti si pu dire un nuovo romanzo sudamericano, un grande interprete scespiriano, lultima spia russa, ma non *un sudamericano romanzo nuovo, *uno scespiriano interprete grande, *la russa spia ultima, salva restando la maggior mobilit dellaggettivo qualificativo, che permetterebbe pur sempre di produrre un sintagma come un romanzo sudamericano nuovo. A sottolineare la differenza fra i due tipi di aggettivi interviene anche il fatto che i qualificativi possono passare al grado superlativo, mentre i restrittivi no, e dunque possibile dire un nuovissimo romanzo sudamericano, ma non *un nuovo romanzo sudamericanissimo. stata unindimenticabile giornata

2. 9 Il passivo Il modo pi semplice e diretto di costruire una frase consiste nellassumere come soggetto la persona o la cosa che compie lazione (per esempio Io guardo, Tu corri, Il delitto non paga); se poi lazione ricade su qualcuno o qualcosa, e se il verbo transitivo, si avr anche un complemento oggetto (Io sbuccio una mela). Come tutti sanno, questo modello di frase pu essere ribaltato: la costruzione attiva si trasforma allora in passiva, il complemento oggetto diventa soggetto, mentre quello che prima era soggetto diventa un complemento dagente (se si tratta di persona o animale) o di causa efficiente (se si tratta di unentit inanimata). La frase precedente, volta in forma passiva, suona cos: Una mela sbucciata (o viene sbucciata) da me. In primo piano adesso c la mela, e quellio che materialmente compie lazione di sbucciare messo in disparte, grammaticalmente declassato: il passivo ha cambiato in maniera netta il punto di vista del discorso. Se poi si osserva la parte verbale della frase si nota che, per realizzare lo stesso modo e tempo (indicativo presente), nella costruzione attiva basta una parola, sbuccio, mentre in quella passiva ce ne vogliono due, sbucciata oppure viene sbucciata: questo perch la costruzione passiva richiede un ausiliare (per lo pi essere o venire ma anche, meno frequenti, finire, andare). Quale che sia il modo e tempo della frase attiva, possiamo verificare che la corrispondente passiva conta, nel verbo, una forma in pi: La nostalgia mi distrugge / Sono distrutto dalla nostalgia Hanno perduto quelle lettere / Quelle lettere sono andate perdute Si punir ogni indisciplina / Ogni indisciplina sar punita Rosella ha costruito il modellino / Il modellino stato costruito da Rosella Non avranno chiarito tutto / Non tutto sar stato chiarito La tintura roviner i capelli / I capelli finiranno rovinati dalla tintura.

Se quella passiva, come pare, una costruzione non solo innaturale ma anche gravosa, in quanto costringe a usare forme verbali complesse e ingombranti, ci sarebbe da aspettarsi una sua tendenza a scomparire. Invece si pu tranquillamente affermare che il passivo gode di buona salute e non sembra risentire affatto delle spinte semplificatorie di cui la lingua italiana vittima in questi anni. Anzi, pi facile che vengano segnalati degli abusi di passivo, soprattutto nella scrittura giornalistica, come nellesempio che riproduciamo: Le salme dei naufraghi sono state recuperate e sono state trasportate allistituto di medicina legale, dove stato compiuto il riconoscimento ufficiale; la tragedia avvenuta perch la nave era carica, stata sballottata dalle onde e si inclinata; stato dato il segnale di SOS; arrivata unaltra nave, ma una delle sue lance di salvataggio stata sollevata da unonda e scaraventata contro la prua della nave. Le operazioni di soccorso sono state riprese stamani allalba: il recupero delle salme stato fatto da un elicottero; i corpi sono stati trasportati allaeroporto. Il ministro ha ordinato che sia data assistenza alle famiglie delle vittime. Da testi di questo genere risulta abbastanza chiaro un primo vantaggio della costruzione passiva, cio la possibilit di tenere in ombra dei soggetti anonimi o

ininfluenti ai fini della cronaca (i soldati che materialmente hanno recuperato le salme, i singoli parenti che hanno compiuto il riconoscimento, le onde del mare), portando invece al centro dellattenzione anche grammaticale ci che veramente interessa ai lettori (le salme dei naufraghi, le operazioni di soccorso, lassistenza alle famiglie). Basta provare a volgere allattivo la prima parte del pezzo per rendersi conto che il risultato insipido e privo di un argomento coerente: Qualcuno ha recuperato le salme dei naufraghi e le ha trasportate allistituto di medicina legale, dove (i parenti) hanno compiuto il riconoscimento ufficiale; [...] le onde hanno sballottato la nave e questa si inclinata; qualcuno ha dato il segnale di SOS; arrivata unaltra nave, ma unonda ha sollevato una delle sue lance di salvataggio e lha scaraventata contro la prua della nave. Il passivo risulta ancor pi funzionale negli articoli di cronaca nera, soprattutto quando il rapinatore o lassassino non ha volto n nome e mal si presterebbe a essere usato come soggetto, mentre le sue vittime (i suoi complementi oggetti) possono proficuamente essere promosse, grazie alla costruzione grammaticale, a vere protagoniste della storia, pur avendo soltanto subito lazione. Inoltre, il ricorso alla forma passiva daiuto quando in un testo si vuole evitare di cambiare il soggetto troppe volte. Per esempio, a partire da un periodo come questo, Il signor Rossi stava camminando per strada, quando il destino lo ha raggiunto nella persona di unarzilla vecchietta: la signorina Gemma L., di 93 anni, che lo ha colpito involontariamente con un vaso da fiori in plastica che teneva sul davanzale. Il vaso ha ferito lievemente luomo; subito sono accorsi alcuni passanti e poco dopo unambulanza lo ha condotto allospedale per la medicazione. se ne pu ottenere uno pi compatto e soddisfacente in cui il soggetto grammaticale resti sempre il medesimo, cos: Il signor Rossi stava camminando per strada quando stato raggiunto dal destino nella persona di unarzilla vecchietta di 93 anni, la signorina Gemma L. Luomo stato colpito involontariamente da lei con un vaso da fiori in plastica che si trovava sul davanzale; ferito in modo lieve, stato subito soccorso da alcuni passanti e poco dopo trasportato in ambulanza allospedale per la medicazione. Come si vede, nella riformulazione la ridda dei soggetti stata placata e la frase ha acquisito una positiva continuit tematica: il signor Rossi grazie al passivo potuto diventare protagonista a pieno titolo della vicenda. Non va trascurata, infine, la possibilit di ricorrere a questo tipo di costruzione per attenuare la carica aggressiva di una frase. Per esempio, sarebbe imbarazzante e sgradevole dover dire Guardi che lei non ha pagato il conto; volta al passivo, con la conseguente cancellazione del soggetto, la frase risulta invece di tono pi diplomatico: Guardi che il conto non stato pagato.

2. 10 Il congiuntivo A differenza dellindicativo, che tipico della realt e della certezza, il congiuntivo il modo verbale che esprime la possibilit, lopinione, il dubbio, la speranza, il timore. Nelle coppie di frasi che seguono, per esempio, quelle contrassegnate con a riguardano cose sicure, constatazioni, mentre le altre (b) contengono sfumature di incertezza, augurio, ipotesi ecc.: 1a. Vedo che siete arrivati sani e salvi 1b. Ho pregato tanto perch arrivaste sani e salvi 2a. So che Elena non ti ha ancora restituito il libro 2b. Immagino che Elena non ti abbia ancora restituito il libro 3a. Se dici una cosa simile sei uno stupido 3b. Se tu dicessi una cosa simile saresti uno stupido 4a. Oggi andiamo in campagna 4b. Magari andassimo in campagna, oggi! 5a. Dimostrer che non sei tu il colpevole 5b. Mi illudo che non sia tu il colpevole Anche se possibile trovarlo nelle proposizioni indipendenti (come nel caso 4b), il congiuntivo ha la sua utilizzazione soprattutto nelle frasi subordinate. Anche se negli ultimi anni si osservata una tendenza generale a usare il congiuntivo meno che in passato, questo modo verbale rimane obbligatorio in alcune costruzioni, e precisamente: - nelle finali introdotte da affinch, perch, a far s che (Lho rimproverato affinch comprendesse la gravit del suo gesto. Ti porto in montagna perch tu prenda un po daria buona. Modifichiamo la frase, a far s che scompaia ogni ambiguit); si noti che questi costrutti mantengono il congiuntivo, ma tendono ad essere usati sempre meno, travolti dalla concorrenza delle finali con per + infinito (Prendo un taxi per arrivare prima), che tuttavia si possono fare solo se il soggetto della subordinata uguale a quello della reggente. - nelle concessive introdotte da bench, sebbene, malgrado, per quanto, per ... che, quantunque (Non mi piace questo libro, bench lautore sia fra i miei preferiti. Sebbene la questione sia delicata, bisogner affrontarla con fermezza. Hanno gradito la torta, malgrado fosse un po bruciata. Per quanto io mi sforzi, non riesco a trovare la soluzione. Per ricco che sia, non potr comprare la mia amicizia. Ho votato per lui, quantunque il suo programma non mi convincesse del tutto); si ricordi invece che le concessive introdotte da anche se si costruiscono con lindicativo. - dopo le locuzioni congiuntive ammesso che, concesso che, a patto che, posto che, nellipotesi che (Anche ammesso che si tratti di uninfrazione, non la ritengo grave. Il questore autorizzer il corteo, a patto che non vi sia alcuna sosta nel centro storico. Posto che A sia diverso da B e B sia uguale a C, se ne ricava che A

diverso da C. Nellipotesi che il piano fallisca, abbiamo comunque una via di scampo); a questi costrutti fanno concorrenza quelli, pi semplici, con il se ipotetico (Se A diverso da B, Se il piano fallir) - dopo le congiunzioni ipotetiche se anche, se mai, casomai, ove, laddove, qualora (Se anche fossi libero, non verrei al luna-park. Se mai tu dovessi perdere le chiavi, sappi che io ne ho un altro mazzo. Preparer la cena comunque, casomai tu arrivassi prima. Siamo pronti a intervenire, ove ci si rendesse necessario. Laddove si creassero le condizioni per unintesa, il governo sarebbe pronto a trattare. Qualora non rispetti le restrizioni indicate, il detenuto sar escluso dal regime di semilibert); - dopo le congiunzioni condizionali-restrittive purch, semprech (Non c da preoccuparsi, purch lincidente non si ripeta. La guarigione avviene entro una settimana, semprech non intervengano complicazioni); - nelle temporali introdotte da prima che (Andate a fare la spesa, prima che i negozi chiudano); - nelle esclusive introdotte da senza che (Ho mangiato la nutella senza che la mamma se ne accorgesse); - nelle eccettuative introdotte da salvo che, eccetto che, a meno che (Non ammetto ritardi, a meno che si tratti di gravi e giustificati motivi); - nelle proposizioni di adeguatezza introdotte da perch, quando nella reggente c un avverbio di quantit (poco, troppo, abbastanza, troppo poco), se il soggetto della dipendente diverso da quello della reggente (Sei troppo piccolo perch io ti lasci usare le forbici. Ci siamo frequentati troppo poco perch lui possa ricordarsi di me). - Ci sono poi le interrogative indirette, frasi dipendenti che esplicitano una domanda o un dubbio contenuti nella reggente. Secondo la vecchia grammatica normativa andrebbero costruite sempre col congiuntivo; oggi per la situazione appare pi fluida, e si pu ritenere che il congiuntivo in tali proposizioni sia tipico della lingua scritta e comunque di un livello stilistico pi formale, mentre lindicativo si imposto in molte zone della lingua parlata. Pertanto sono preferibili le realizzazioni col congiuntivo se il registro espressivo elevato (C da chiedersi quale sia il movente di quel delitto. Mi domando quanto ancora tu possa resistere. Molti vorrebbero sapere in che consista il terzo segreto di Fatima), mentre in contesti stilisticamente bassi accettabile anche lindicativo (Vorrei sapere dove sei stato fino a questora. Ti chiederanno chi sei e cosa stai facendo. Lho scelto dimpulso, senza domandare quanto costava). Nelle subordinate soggettive, oggettive e relative (che sono poi i tipi pi frequenti nella sintassi del periodo italiano) il congiuntivo si usa non soltanto in funzione della sfumatura di significato che si vuole attribuire allespressione, ma anche secondo alcune regole particolari che indicheremo di volta in volta. Vediamo alcuni esempi: soggettive: 1a. proprio vero che non sai mentire 1b. necessario che tu non menta al giudice 2a. chiaro che sono imbarazzati

2b. Sembra che siano imbarazzati. Osservazioni: di regola il congiuntivo con verbi impersonali che appartengono alla sfera dellapparenza, della necessit, della convenienza, dei moti dellanimo. Perci sono inaccettabili (per distinguerle, le facciamo precedere da un asterisco) frasi del tipo: * * * * oggettive: Mi sembra che latleta si innervosito Bisogna che vieni subito a casa Sar meglio che non dici niente a tuo padre Ci dispiaciuto che siete andati via.

3a. Dico che sei simpatico 3b. Non dico che tu sia antipatico 4a. Vedo che ti distrai 4b. Ho limpressione che tu ti distragga 5a. So che tornerai stanco 5b. Mi aspetto che tu ritorni stanco.

Osservazioni: il congiuntivo necessario dopo verbi e locuzioni che esprimono volont, desiderio, ordine, speranza, timore e simili (aspettare, escludere, esigere, impedire, lasciare, ordinare, ottenere, permettere, preferire, pretendere, proporre, raccomandare, sperare, suggerire, temere, volere); dopo verbi e locuzioni che esprimono opinione, dubbio o possibilit (credere, dubitare, immaginarsi, negare, pensare, ritenere, sospettare, supporre, far finta, avere la sensazione, mettersi in testa); nelle costruzioni negative non essere sicuro, non dire. Perci sono inaccettabili frasi del tipo: * * * * relative: Esigo che smetti subito di fumare Credo che ha quasi finito Ho la sensazione che il film finisce male Ritengo che i ragazzi sanno cavarsela benissimo.

6a. la pi bella ragazza che conosco 6b. la ragazza pi vanitosa che io abbia mai conosciuto 7a. In classe non c nessuno che capisce la matematica 7b. In classe non c nessuno che capisca la matematica 8a. Metter il vestito che ha il colletto bianco 8b. Voglio comprare un vestito che abbia il colletto bianco.

Osservazioni: quando nella reggente c un superlativo relativo, oppure in dipendenza da locuzioni del tipo lunico che, il solo che, nessuno che, il primo che, lultimo che preferibile ricorrere al congiuntivo. Di conseguenza le frasi 6a e 7a hanno un registro pi colloquiale, meno sorvegliato. Dagli esempi 8a e 8b si capisce invece che il significato di una relativa pu cambiare sensibilmente a seconda che vi compaia lindicativo o il congiuntivo: nel primo caso si parla di un vestito specifico, che esiste e pu essere indossato, mentre nella seconda frase il vestito oggetto della ricerca immaginario, ideale, e la relativa (con sfumatura consecutiva) ne indica le caratteristiche desiderate (Voglio comprare un vestito tale che abbia il colletto bianco).

C infine da ricordare che il modo congiuntivo ha la sua utilizzazione nella protasi del periodo ipotetico della possibilit (in cui si esprimono fatti realizzabili) - al presente: - al passato: Se mi ascoltasse, lo convincerei Se mi avesse ascoltato, lavrei convinto

e nella protasi del periodo ipotetico dellirrealt (in cui si esprimono fatti non accaduti o che mai potevano verificarsi) - al presente: - al passato: Se questo sasso fosse un diamante (ma non lo ), sarei ricco Se questo sasso fosse stato un diamante (ma non lo era), sarei stato ricco.

nei periodi ipotetici del parlato tende a imporsi lindicativo a spese del congiuntivo, come si gi detto (Se mi ascolta, lo convinco. Se mi ascoltava, lo convincevo).

3 - Novit sul femminile Se in un libro ci si rivolge al lettore, per attirare la sua attenzione su qualcosa, a nessuno viene in mente che le lettrici debbano sentirsi escluse dal discorso. E se un libro stato scritto da Autori vari, luso del maschile plurale autori non significa che essi siano tutti uomini. La lingua italiana funziona cos: possiede parole di genere maschile e di genere femminile, in alcuni casi distribuite in modo arbitrario (perch divano maschile e ottomana femminile?, perch sgabello e sedia?, perch cucchiaio e forchetta?, perch calabrone e vespa?), e in altri casi in corrispondenza precisa col sesso maschile o femminile delloggetto nominato (amico / amica, leone / leonessa, fratello / sorella). Per, quando si vuole indicare una categoria indipendentemente dal sesso dei suoi singoli componenti, si usa il maschile plurale: posso dire I miei amici mi sono stati vicini, e si tratter indifferentemente di ragazzi e ragazze, oppure Tutti i cittadini sono uguali di fronte alla legge, e ognuno capisce che sono comprese anche le cittadine. Anche al singolare, il maschile pu essere usato in senso comprensivo di entrambi i sessi: la massima secondo cui Il cane il miglior amico delluomo non fa divieto al gentil sesso di possedere un cane. Allo stesso modo, se dico che Il bambino nei primi sei mesi di vita si nutre prevalentemente di latte, intendo che anche le bambine fanno altrettanto. Questa accezione estensiva (o non marcata, come dicono i linguisti) del maschile risale probabilmente allindoeuropeo, antichissimo progenitore di quasi tutte le lingue sviluppatesi in Europa. Fin qui, a condizione che sia garantita la comprensione fra i parlanti, le cose potrebbero sembrare semplici. Ma non sono semplici fino in fondo, in primo luogo perch la lingua non perfetta nei suoi meccanismi, e in secondo luogo perch la convenzione indoeuropea di cui si parlato stata messa in discussione in modo molto netto e reciso, proprio di recente, e da pi parti le donne hanno chiesto che si ponga fine alla prepotenza morfologica del genere maschile. Consideriamo il primo aspetto, limperfezione della macchina linguistica. Ci sono in italiano alcune (poche) parole che, pur appartenendo a un genere grammaticale, designano individui del sesso opposto: il caso del maschile soprano che indica (salvo rarissime eccezioni) una cantante donna, e dei femminili tipo recluta, sentinella, guardia, pi il collettivo ciurma, usati quasi esclusivamente per individui di sesso maschile. Si tratta di nicchie morfologiche limitate, che la lingua ha risolto finora senza troppo disagio, costruendo le concordanze secondo il genere grammaticale delle parole (e perci trascurando il sesso degli individui designati da esse): dunque corretto dire Lottimo soprano stato applaudito a lungo, Le reclute si sono allineate in cortile, La sentinella stata ferita da un cecchino, La guardia giurata era qui poco fa, La ciurma si ammutinata.

Pi spinoso il secondo aspetto della questione, intorno al quale si scatenato negli ultimi decenni un dibattito piuttosto vivace che non ancora concluso. Uno degli argomenti al centro della discussione la definizione della forma femminile corretta per professioni, cariche, titoli e mestieri che fino a poco tempo fa erano di pertinenza esclusivamente maschile, come deputato, senatore, ministro, direttore dorchestra, giudice, amministratore delegato, notaio, prefetto, pretore e cos via. Le possibilit sono molte: si possono estendere a questi sostantivi i suffissi femminili gi attivi nella lingua italiana e coniare termini come senatrice, direttrice dorchestra, amministratrice delegata (sulla falsariga di pittore pittrice), deputatessa, prefettessa, pretoressa (sulla falsariga di professore professoressa), nonch arbitra, ministra, notaia (senza suffisso, sulla scorta di lattaio lattaia). Oppure, come preferirebbero altri, si pu decidere che conta la funzione svolta, e non il sesso di chi la svolge, e pertanto inutile volgere al femminile sostantivi che per lunga tradizione posseggono solo la forma maschile; secondo questa linea pi corretto dunque dire Il presidente della Camera Irene Pivetti, il ministro della Sanit Rosy Bindi, il prefetto Annamaria Rossi, il magistrato Anna Bianchi. Una variante di questa scelta consiste nel lasciare invariato il titolo, ma farlo precedere dallarticolo femminile (La giudice Silvia Conti, la sergente maggiore Carla Rossi, e addirittura la notaio Franca Verdi e simili). C poi la possibilit, molto frequentata dai giornalisti ma aborrita dalle donne e in generale rifiutata negli ambienti ufficiali, di precisare il titolo con laggiunta di donna (il giudice donna, la donna architetto), o peggio ancora con lestensione in gonnella (il vigile in gonnella, larbitro in gonnella), che ha un effetto francamente offensivo. In tanto disordine (che aveva ripercussioni anche protocollari), alcuni anni fa la Presidenza del Consiglio dei Ministri ha incaricato una donna di studiare il problema e cercarne la soluzione. Il libro risultato da quella ricerca ha per titolo Raccomandazioni per un uso non sessista della lingua italiana e contiene fra laltro una puntigliosa esemplificazione delle formule da evitare, accompagnate da proposte alternative: comincia con lo sconsigliare luso del maschile non marcato (non si deve dire uomo ma persona, non caccia alluomo ma caccia allindividuo, non gli Ateniesi ma il popolo ateniese, non i bambini ma le bambine e i bambini); prosegue stigmatizzando luso non simmetrico di nomi, cognomi e titoli (non Brandt e la Thatcher, e nemmeno la Signora Thatcher e Brandt, ma Brandt e Thatcher, oppure il Brandt e la Thatcher, o ancora il Signor Brandt e la Signora Thatcher) e il doppione Signora/Signorina cui corrisponde lunico maschile Signor(e). Infine affronta largomento dei titoli, mestieri e professioni raccomandando di usare sempre, per le donne, una forma femminile, anche se inusitata (dunque lamministratrice unica, la sottosegretaria, la senatrice, la notaia, la magnifica rettrice dellUniversit, la ministra, la sindaca, la questrice, la carabiniera, la cavaliera del lavoro), ad eccezione di quelle costruite col suffisso -essa, che sarebbe screditato per le sue connotazioni negative e irriguardose (termini come vigilessa equivarrebbero insomma quasi a un insulto): perci, rifiutato la poetessa, il libro consiglia la poeta, e analogamente la prefetta, la pretora, lavvocata, la profeta. Infine arriva a prefigurare la prete, la sacerdote, la rabbina. Per le alte cariche militali, propone la comandante, la generale, lammiraglia e (stranamente) la Capo di Stato Maggiore.

La volont di rifondare un settore cospicuo della lingua senza tener conto della tradizione, e con proposte cos radicali, ha prodotto il fallimento delle Raccomandazioni: anzich portare chiarezza operativa, il libro (che pure ha una apprezzabile parte analitica) ha attizzato le polemiche e irrigidito molte posizioni. Sicch oggi siamo ancora al punto di partenza, o quasi. I consigli pratici per chi debba affrontare nel suo lavoro questo aspetto della lingua, perci, non possono che essere improntati al buon senso. In primo luogo cercare di avere un comportamento coerente: se si dice, in un discorso, Do ora la parola al nostro sindaco Lucia Brunetti, non si deve poi concludere, con un brusco cambio morfologico, Ringrazio a nome di tutti la sindaca per il suo intervento. E se in unoccasione ufficiale sono presenti varie donne che ricoprono incarichi di prestigio, non si pu riservare loro un trattamento oscillante: perci saranno tutte indicate al femminile (la ministra, la sottosegretaria, la presidente o presidentessa, la tesoriera della fondazione) o tutte al maschile (il ministro Anna Neri, il sottosegretario Gianna Rossi, il presidente Nina Bianchi, il tesoriere della fondazione Virginia Scarlatti). Se, infine, si opta per i titoli nella versione maschile, si faccia molta attenzione alle concordanze grammaticali: si pu dire, infatti, Il presidente Maria Bianchi si laureato a pieni voti (come nellesempio del soprano, allinizio di questo paragrafo), ma non *Il presidente Maria Bianchi s laureata in lettere alla Cattolica.

Glossario
Anacoluto: frattura nellordine sintattico della frase; si verifica quando, in una stessa frase, si susseguono due diverse costruzioni, di cui la prima non si lega sintatticamente alla seconda. un fenomeno tipico dei cambiamenti di progetto del parlato (Mia sorella, mi ricordo quella volta che siamo andate a Parigi insieme), ma ben attestato anche nella letteratura classica ( il cosiddetto nominativus pendens del latino) e moderna (per es. Manzoni: Quelli che muoiono, bisogna pregare Iddio per loro). bilinguismo: compresenza, in un parlante singolo o in una comunit, di due codici linguistici diversi. Un bilingue ha competenza sostanzialmente uguale dei due codici. cltici: insieme delle particelle pronominali tone della lingua italiana, che si distinguono in proclitiche (se si appoggiano nella pronuncia alla parola che segue: ti vedo bene) e enclitiche (se si appoggiano per la pronuncia e anche per la grafia alla parola che precede: ho voglia di vederti). competenza: la capacit che ogni parlante possiede di comprendere e produrre un numero potenzialmente infinito di frasi nella sua lingua o in una lingua appresa; si pu distinguere in c. passiva (limitata allascolto / lettura) e c. attiva (estesa al parlare e allo scrivere). continuum: insieme di variet linguistiche che non sono separate da confini netti, ma hanno punti di contatto e di sovrapposizione che determinano il passaggio graduale delluna nellaltra. diafasica (variazione): differenza linguistica che riguarda lo stile (solenne, formale, informale, familiare). diamesica (variazione): differenza linguistica generata dal canale (orale o scritto) attraverso cui la lingua viene usata. diastratica (variazione): differenza linguistica dovuta a fattori di rilevanza sociologica (classe sociale, livello di istruzione, et) diatopica (variazione): differenza linguistica dovuta allarea geografica in cui viene usata la lingua o alla regione di provenienza dei parlanti. fonologia: branca della linguistica che si occupa dei suoni della lingua in base al loro carattere distintivo (cio dei fonemi): se in una catena di suoni un fonema viene sostituito, a questo cambiamento si associa un cambiamento di significato. diglossia: condizione che si determina quando una comunit di parlanti possiede due variet linguistiche, una delle quali dotata di maggior prestigio socio-culturale rispetto allaltra (per es. litaliano formale imparato a scuola serve per parlare in pubblico di argomenti impegnativi, mentre il dialetto serve per la conversazione informale in famiglia o tra amici). lessico: insieme delle parole per mezzo delle quali i membri di una comunit linguistica comunicano fra loro.

marcato: si dice di un fenomeno linguistico (a qualsiasi livello, dal fonologico al sintattico) statisticamente poco diffuso o addirittura raro, che possiede una capacit informativa maggiore (per es. nella morfologia italiana luso del maschile meno marcato del femminile: lespressione i miei amici pu rinviare a un gruppo in cui sono presenti i due sessi, mentre le mie amiche garantisce che si tratta solo di femmine). Non marcato , di contro, un fenomeno prevedibile, non informativo. prosodia: insieme delle caratteristiche di una lingua riguardanti laccento, lintonazione e la durata dei fonemi. Accento, intonazione e durata sono detti tratti sovrasegmentali, perch si sovrappongono ai fonemi, che costituiscono i segmenti minimi dellenunciato; per esempio, la differenza di significato fra linterrogativa leggi? e limperativo leggi! realizzata mediante una diversa intonazione. repertorio: insieme delle variet di lingua a disposizione di una comunit di parlanti. standard: in una comunit linguistica, considerata lingua standard quella variet che sia dotata di particolare prestigio sociale e culturale; viene presa a modello per il parlato formale e per la lingua scritta. SVO: ordine normale dei componenti della frase in italiano (e in moltissime altre lingue), tale che il verbo nella frase non marcata si trova preceduto dal soggetto e seguito dal complemento oggetto.

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