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STORIA DEL PENSIERO POLITICO Il corso diviso in due parti: la prima riguardante il pensiero utopico, la seconda riguardante il dibattito

o attorno allo stato sociale nel pensiero politico contemporaneo ('800-'900). Elemento di raccordo fra i due argomenti la questione sociale, e dunque la politica come oggetto di riforma sociale ed economica. Il pensiero utopico. Utopia significa non luogo (da ou topos - luogo che non c). Utopia, di Thomas More. Gi al tempo di Moro per si inizi a dare anche un'altra interpretazione all'utopia come parola che proviene da eu topos, ovvero luogo del bene. Questo luogo che non c' anche un luogo della felicit morale. L'organizzazione della vita in quel luogo tale da aver corretto i mali della nostra esperienza: il luogo di una organizzazione sociale perfetta. TOMMASO MORO Tommaso Moro un autore inglese di primo '500, fa parte dell'ambiente umanistico, noto per aver scritto questo testo e per essere stato funzionario di primo piano di Enrico VIII. Poich rifiuta di seguire il sovrano nell'abbandono del cattolicesimo, viene condannato a morte. Utpia un testo relativamente breve, uscito nel 1516, che descrive una societ perfetta. Nell'ansia di risolvere i conflitti della societ esistente, si proietta nell'immaginazione un mondo che ha risolto i problemi della realt. In tutti gli autori utopisti resta implicito questo passaggio (il fatto che la morale corrotta e la societ ha degli errori, e che il mondo che ci viene rappresentato un mondo migliore di quello esistente); in Tommaso Moro invece c' anche un elenco dei mali della nostra societ, un'indicazione esplicita che il mondo utopico nasce dalla sperimentazione dei mali della nostra societ, tanto che il testo diviso in due parti: I. nella prima sono descritti in un elenco i mali della societ esistente; II. nella seconda c' la rappresentazione di un mondo idealizzato che invece quei mali non li ha, perch non li ha mai conosciuti o perch riuscita a sanarli. un'opera letteraria, pi che un saggio politico. Il primo libro fatto di dialoghi che hanno vari protagonisti, fra cui lo stesso Moro e altri intellettuali del suo tempo, che Moro dice di aver conosciuto in una missione all'estero. Mentre questi intellettuali hanno iniziato a discutere dei mali della societ, si affaccia al dialogo un personaggio silenzioso, Raffaele Itlodeo, marinaio italiano, che si presenta alla fine della prima parte. Egli si dice d'accordo con gli altri intellettuali e afferma di aver visto in una delle sue peregrinazioni una parte del mondo in cui non vi sono questi mali. Il secondo libro il racconto del marinaio dell'isola di Utopia. Si tratta di una societ immaginaria, di un'isola perfetta. Ma c' il richiamo trasparente a unInghilterra trasformata, rovesciata da quella attuale sul piano politico, sociale, morale. C' un richiamo esplicito, tutta una serie di rinvii all'Inghilterra di Moro (per esempio il numero di province dell'isola esattamente uguale al numero di contee inglesi) che fanno pensare a un mondo immaginario che rappresenta il rovescio della medaglia del loro mondo attuale. Quali sono i mali del mondo che Moro critica maggiormente? Il primo male la guerra, il fatto che le potenze europee siano in conflitto fra loro. Il secondo male collegato alla guerra: lo spirito di potenza, che anima i sovrani del tempo di Moro e che spesso accentuato nei sovrani da molti cattivi consiglieri. Il terzo male sono le Iniquit della giustizia penale, la sua eccessiva severit, soprattutto per la giustizia esercitata contro le fasce basse della popolazione (per esempio il furto punito con la pena di morte). Il quarto male, che entra nel tema sociale, la denuncia di un'ingiustizia prodotta da un progresso economico di segno privatistico. un'economia che si sta evolvendo sotto la spinta degli interessi privati e che portata a creare ingiustizia sociale. Moro gi a inizio '500 capisce che c' in atto un'evoluzione economica di tipo imprenditoriale che ha come suo costo sofferenza sociale (Es. enclosures: si consegna la terra per lo sfruttamento privato di un capitalismo nascente). C' dunque questo mondo fatto di conflitti, guerre, squilibri di carattere sociale, che viene denunciato. Anche per un intellettuale mosso da razionalit e da intendimenti puri quasi impossibile lavorare efficacemente per il sovrano. C' per questo mondo, l'Inghilterra rovesciata, dove tutto ci non esiste. In questa descrizione minuziosa della vita in Utopia c' uno stretto legame fra politica, societ ed economia. A differenza dei trattati politici del tempo di Moro (Il principe, concentrato sul tema del potere), si parla di un potere politico che agisce in stretta connessione con un'idea di armonia sociale. A Moro interessa un mondo sociale nella sua integrit, nella sua interezza, perch la felicit sta nel tutto, non solo nel potere ( stretto legame fra politica e sociale). In Utopia c' un'organizzazione politica che combina insieme caratteri democratici repubblicani e caratteri monarchici. C' cio un'organizzazione politica di tipo gerarchico ma di investitura democratica: tutte le cariche sono elettive. C' un sovrano, un senato, una serie di rappresentanze locali. C' un legame consensuale in tutte queste fasi ed un 'investitura popolare a vali livelli. Non c' un sovrano un sovrano assoluto di tipo '500esco. L'economia organizzata in termini collettivistici. Gli utopiani esercitano il lavoro all'interno di un regime comunistico. Non esiste la propriet privata. una gestione collettiva della ricchezza comune. C' anche una capacit della societ di questo popolo di capire che l'autentica ricchezza sta in quegli strumenti che permettono di stare bene. C' il disprezzo dei beni inutili e superflui. Con l'oro si fanno le catene dei carcerati: gli utopiani detestano il simbolo esteriore della superiorit legata alla ricchezza. un sistema comunistico volto alla soddisfazione dei beni essenziali.

Non essendoci spreco, si lavora tutti, ma poco: con un massimo di 5 ore al giorno, perch non c' bisogno di lavorare di pi. L'organizzazione del lavoro fortemente egualitaria e collettiva. Tutti i giovani per una parte della vita lavorano in campagna: il lavoro agricolo d prestigio. Ulteriore spazio di vita collettiva nel consumo: ci sono momenti in cui si mangia tutti insieme etc. C' poi una parte considerevole dedicata alleducazione. Ogni societ ideale ha un forte apparato educativo pubblico: la descrizione dell'educazione una forte componente che si ripresenta e viene descritta dettagliatamente in ogni utopia. C' la scuola pubblica, ma anche spettacoli, biblioteche, culturale: la societ ideale interviene molto nell'educazione. infatti una societ perfetta che deve rimanere sempre uguale a se stessa, per questo i giovani devono essere educati ai valori della societ (questo anche uno dei limiti maggiori del pensiero utopico). Ci sono molti servizi pubblici: non solo la scuola, ma anche la sanit. La carica sociale di questi autori fa intuire loro la necessit di risolvere i problemi del popolo: l'idea di un ospedale permanente era fortemente innovativa, un'organizzazione sanitaria pubblica per tutti era addirittura impensabile a inizio '500. Utpia una costruzione simbolica che nega i mali del presente. Lo squilibrio economico sanato dal comunismo. Il problema della guerra sanato attraverso la propensione degli utopiani per la pace, anche se non c' una dichiarazione di pacifismo assoluto. Le guerre che non esistono sono quelle di conquista anche se non sono pacifisti a oltranza. Intanto in quel sistema formativo dei giovani un grosso peso hanno anche le arti marziali e la preparazione del corpo. Ci sono poi due tipi di guerra lecita evocate dagli utopiani: la guerra di difesa, vista come un dovere patriottico, non solo verso se stessi, ma anche dei popoli alleati. C' dunque in Moro una sensibilit per la pace dichiarata, ma meno radicata che in Erasmo. C' uno spazio pure per la religione. Gli utopiani sono orientati alla tolleranza religiosa e Moro, da buon umanista, orientato alla tolleranza. In Utopia ci sono diverse confessioni religiose, fra cui il cristianesimo, che per stato epurato dai troppi dogmi devianti. Il cristianesimo si avvicina alla religiosit naturalistica. L'idea di un dio creatore accomuna le religioni utopiane, assieme al principio della giustizia ultraterrena. Gli utopiani hanno sospetto nei confronti delle religioni con troppi testi sacri e troppi dogmi che vanno contro la natura: c' la ricerca di una religiosit semplice, basata sul comportamento che sulle credenze. In Utopia non per tollerato l'ateismo. Gli atei sono visti con sospetto, come una una presenza disgregante e pericolosa. Chi non crede in qualcosa di superiore pu essere un cattivo cittadino. Gli atei sono rieducati. Dopo Tommaso Moro c' un fiorire di opere analoghe lungo tutto il '500 fino all'inizio del '600: opere di carattere letterario del filone utopico. stato osservato dagli storici dell'utopia che la produzione di utopie concentrata in alcuni paesi e non continua lungo la storia: si parla di periodi caldi e periodi freddi delle utopie, secoli che vedono la produzione accrescere e secoli che la vedono diminuire. Il '500 nel suo complesso un periodo caldo delle utopie (fioriscono i grandi testi utopici dell'et umanistica), mentre il '900 un periodo freddo, di anti utopie, utopie in negativo (1984 - G. Orwell). L'opera di Moro nasce come ansia di superamento, non realistica. Moro vuole un mondo pacificato e organizzato. In Erasmo da Rotterdam c' la tendenza all'utopismo pi che all'utopia, ossia al superamento della situazione esistente e alla moralizzazione della politica, che sono motivi e aspirazioni anche degli scrittori utopici, riportati per nell'ambito di un saggio scientifico filosofico-politico e non attraverso quella forma letteraria particolare che il viaggio immaginario, l'isola che non c'. C' l'intenzione di non accontentarsi del mondo reale, ma la proiezione verso quello che non c' rimane dentro una trattatistica politica pi tradizionale (saggi). Letteratura utopica: utopia (isola felice descritta) utopismo (senza invenzione di un luogo ideale) ERASMO DA ROTTERDAM Erasmo da Rotterdam in epoca umanista il personaggio che pi rappresenta l'utopismo (il semplice saggio politico che non descrive un'isola misteriosa). C' in lui un'aspirazione a collegare la politica alla morale, c' un forte richiamo di moralit per la politica (analogia con Moro e utopisti). Alcuni titoli di Erasmo sono: Elogio della Follia (1511), opera filosofica; Institutio Principis Christiani (Istituzione del Principato Cristiano - 1516), trattato politico; Colloqui (1522), testo di carattere letterario. All'inizio Erasmo lontano dalle posizioni che ispirano Moro. Da umanista rifugia dagli atteggiamenti estremi. uno spirito tollerante. Crede molto nella ricerca intellettuale e ha un atteggiamento moderato. Non approva lo spirito scissionista di Lutero, pi moderato. Crede nel lavoro intellettuale, fugge dalle informazioni troppo categoriche. Condivide Moro e Lutero per il ritorno alla moralit e a uno spirito sobrio. Non ha un atteggiamento aggressivo e come intellettuale quello che meglio di tutti stabilisce i criteri della ricerca culturale umanistica. Insiste sul metodo filologico e l'indagine dei testi. Erasmo dice che ci si deve avvicinare anche ai testi religiosi con attenzione al testo in quanto tale, non selezionando cosa pu essere recuperato dal cristianesimo e cosa no. Spirito libero di ricerca, che proprio dell'uomo in generale. Contro il servo arbitrio di Lutero. Lontano dagli atteggiamenti estremistici: c' un'intellettualit volta a creare un terreno di dialogo tra fede e ragione. La ragione presenta dei limiti ed essa non si deve porre in termini assolutistici. Ci sono luoghi in cui la ragione fatica ad

entrare, non assoluta ma uno strumento d'indagine, una potenzialit. Viceversa la fede non deve imporsi sulla ragione, non deve essere considerata in termini assoluti. C' una spinta dialettica verso una coordinazione fra ragione e fede. Dice anche che per potersi uniformare alla Ragione la Fede e la religione debbano abbandonare gli aspetti politici della religione e tornare al vero spirito religioso. La disponibilit della Ragione a indagare prima di giudicare fa s che le religioni organizzate sia gli apparati politici e culturali debbano essere disponibili a tollerare un mondo variabile. Si distacca dall'idea di regolamentare la vita. Certe piccole deviazioni devono essere tollerate, sono anche sinonimo di creativit. Erasmo sottolinea che non si debbano regolamentate le azioni e le azioni controtendenza non debbano essere taciute. Finch le follie rimangono piccole vanno accettate e valorizzate. Erasmo dice che la nostra vita fatta anche di soddisfazioni materiali, terrene, e non possiamo essere costretti a una vita rigorosa votata alla morale e dicendo ci critica il radicalismo di Lutero. Le follie che non vanno bene sono le Grandi Follie, prima fra tutte la Guerra, grande follia per eccellenza (l'Europa 500esca sconvolta dai conflitti). Erasmo predica la necessit della pace, anche nei Colloqui e nell' Istitutio. La politica e la cultura sono chiamate a coalizzarsi contro le grandi follie. L'utopia di Erasmo il pacifismo. Nessuna guerra buona o giusta; nei fatti, egli giustifica una sola guerra: quella di resistenza contro l'invasore. Non sono accettabili le guerre oltre i confini, ma anche nel caso di difesa non si tratta di guerra giusta e non va quindi celebrata. Il grande impegno utopico legato al momento della guerra. Alcuni di questi elementi anti guerra si trovano anche nello scritto del 1516: institutio principis christiani. Erasmo si augura la nascita di una federazione europea. Pensa che l'imperatore cristiano sia quello pi adatto a sovrintendere le comunit europee. L'impegno degli intellettuali di prefigurare questa repubblica europea federale. Si tratta di un'opera di educazione del futuro Carlo V. Erasmo prefigura tre caratteristiche che debba avere un sovrano morale, tre criteri di carattere morale: 1. Il sovrano giusto lavora per la pace. 2. Si presenta trasparente di fronte ai suoi sudditi e spiega le ragioni del proprio comportamento 3. Agisce per il bene pubblico e non per la propria potenza. Nella cultura italiana gi dalla met del '400 che esiste un'aspirazione alla citt ideale. Questo tema si esprime, prima ancora che nella letteratura politica, nell'arte (la citt ideale, quadro anonimo di Urbino), nella trattatistica architettonica e nell'architettura realizzata fra '400 e '500. Si tratta di citt armoniche e ordinate, costruite fra la fine del '400 e l'inizio del '500, come Palmanova in Friuli, praticamente geometrica, o Sabbioneta in Lombardia. Sono citt programmate, estremamente pianificate in tutta la loro dimensione, con grande regolarit geometrica. Ci sono esempi fuori dItalia: La Valletta, capitale dell'isola di Malta. unaspirazione dell'architettura, della trattatistica architettonica. Un progetto di citt Sforzinda, elaborata nel Trattato ideale di architettura del Filarete, del 1460. In questa opera il Filarete elabora l'immagine di una citt ideale mai realizzata che intitola in onore a Sforza. In questa citt il primo elemento l'ordine, progettato e non spontaneo. Secondo elemento l'accentramento di costruzioni al centro della citt: c' la chiesa e il governo una societ accentrata, governata dal centro, anche visivamente sul piano urbanistico, che rimanda all'idea del centro che governa. sospesa nel vuoto: una citt isolata, senza contado, che non ha contatti con l'esterno. Analogia con lutopia: si tratta di mondi chiusi in se stessi, non c' plausibilit geografica. C' una sola grande eccezione nel periodo riguardo agli utopici, in Gargantua e Pantagruel. Sulla linea di questa aspirazione italiana alla citt ideale si inserisce nella met del '500 un autore veneziano originario della Croazia: Francesco Patrizi. FRANCESCO PATRIZI DA CHERSO Francesco da Cherso un intellettuale umanista che si forma nella Venezia repubblicana. un autore particolarmente importante per due punti: 1. perch testimonia la persistenza delle aspirazioni utopiche nel corso del '500; 2. perch mentre il genere utopico nasce come implicita trasformazione in ambito sociale, a sfondo comunistico, quella di Patrizi invece un'utopia classicheggiante, con molte tensioni e sentimenti conservatori, e che non rappresenta un'architettura sociale egualitaria. Nel 1553 scrive La citt felice. la solita citt immaginaria e organizzata. L'utopia un modello rigido ma flessibile nei contenuti: se Moro aveva quasi una tensione rivoluzionaria nella sua opera, Patrizi invece conservatore e usa la letteratura utopica, attraverso la finzione, per celebrare Venezia, il mondo esistente, per guardare quasi con nostalgia alla grande Venezia del passato con un sentimento quasi conservatore. La citt felice un testo che ha un'impostazione neo platonica, nel senso che si usa la ragione e l'immaginazione per andare oltre le apparenze delle cose e cogliere l'essenza che nascosta nei fenomeni. Questa tendenza a scoprire qualcosa che le cose immediate ci nascondono si proietta appunto nell'immagine di una citt ideale, una citt felice. una citt che sta sopra tutte le altre citt del mondo, sembra quasi sospesa nel cielo, un vero e proprio mondo chiuso. la proiezione di questa ragione umana che va oltre la realt per costruire con l'immaginazione un mondo perfetto, che per ha molti richiami con la Venezia del suo tempo. La vita di questa citt concentrata nella ricerca della felicit. In qualche misura rispetto al nostro mondo, sembra talvolta una citt del passato, nel senso che molto probabilmente gli uomini hanno avuto esperienza di questa citt felice, ma nel tempo l'hanno persa. C' un atmosfera di nostalgia, sembra quasi una sostituzione dell'et dell'oro degli antichi. una felicit perduta dal genere umano, che nella Citt felice esiste ancora, la possiamo descrivere e Patrizi lo fa con uno spirito nostalgico.

una citt la cui felicit contemplativa, la felicit dei filosofi classici, il superamento dei condizionamenti materiali, una felicit tutta intellettuale, data dalla possibilit di esercitare l'intelligenza, la speculazione filosofica, gli ozi intellettuali (una sorta di otium litterarum). una felicit contemplativa, non produttiva. un ideale di felicit non proiettato su tutti, non egualitario, come in Moro, ma molto elitario. L'impianto di patrizi aristocratico, in continuit con l'esperienza della repubblica aristocratica veneziana. Patrizi d una definizione testuale di felicit: operazione conforme a virt perfetta in effetti i cittadini aristocratici di questa societ esercitano tutte le virt intellettuali. Il primo elemento quindi la possibilit di esercitare le virt intellettuali e morali (anche quelle meccaniche della ricerca scientifica). senza impedimento al raggiungimento di questa perfezione intellettuale. L'elemento di impedimento maggiore per questa felicit quello posto dal corpo e dai suoi limiti. Per raggiungere quella felicit contemplativa il corpo non deve soffrire, non costituire un impedimento allintelletto. Accanto alla mente che agisce, occorre un corpo sano: allora c' grande attenzione all'alimentazione, alla salute, e grande rispetto per la scienza medica. e per una vita completa con ci si intende in tutte le fasi della vita, fino alla vecchiaia. Dobbiamo raggiungere il grado di perfezionamento in tutte le fasi della vita, anche nella vecchiaia, che deve essere un'et felice come la giovinezza e la fase adulta. Rispetto per gli anziani. La vita dei cittadini in questa citt felice regolata da due principi di fondo: 1. Lo stretto legame tra anima e corpo. L'anima raggiunge la felicit se il corpo non da impedimento, perci i cittadini della citt felice sono attenti alla cura intellettuale e alla cura fisica. 2. Gli uomini sono orientati dallamor proprio, sentono prima la propria felicit e aspirazioni, e di questo va tenuto conto per costruire la citt felice. Moro, con la societ collettiva, aveva superato questa fase. In Patrizi invece c' attenzione per l'elemento individuale. Questa spinta ai propri interessi fa parte della dimensione umana, perci non pu essere ignorata. Si tratta di sapere che l'amor proprio, che uno stimolo a essere felici, pu essere in ambito sociale un pericolo perch pu essere un elemento di egoismo e disgregazione. Deve essere arte del governo sapere di questa spinta e quindi frenarla, prima che diventi eccessiva ed elemento di conflitto. I governanti della citt felice usano quindi la legge e la costrizione, ma soprattutto l'educazione, il convincimento, affinch il comportamento dei cittadini si fermi a prima di combattere contro il sentimento comune. Va sottolineato che a differenza di Moro e della maggioranza delle societ utopiche, quella di patrizi non una societ egualitaria, divisa in classi non propriamente chiuse ma tendenzialmente statiche. Ci sono 6 classi: 3 basse e 3 alte. Le 3 basse sono quelle dedite prevalentemente alla produzione, al lavoro. Le 3 alte sono dedite all'attivit intellettuale. Le 3 classi basse vivono esternamente alla citt e producono ci che serve ai cittadini per essere felici (ci che produceva il contado veneziano per Venezia all'epoca): ci sono i contadini, gli artigiani e i mercanti, che trasportano le merci prodotte fuori dalla citt al suo interno. Sono classi selezionate in modo tale che facciano quei compiti coloro che per costituzione oggettiva sono adatti a farlo. Fanno i contadini coloro che hanno caratteristiche adatte alle loro mansioni, coloro che sono dotati di forza fisica e di spirito ripetitivo. Questi trasmetteranno il lavoro ai figli, perch sono i pi forti. Se ne stanno buoni perch hanno il loro tornaconto e non sono disprezzati. Sanno anche di far parte di un ordine generale armonico tra disuguali. un messaggio di armonia fra disuguali. La vera ossatura di questa citt rappresentata dalle 3 classi elevate: 3. la prima classe trattata, che al terzo posto, quella dei guerrieri. Anche nella citt felice c' bisogno di un esercito per mantenere stabile l'ordine interno e soprattutto per resistere agli eventuali pericoli provenienti dall'esterno. Caratteristica ricorrente di queste utopie l'attenzione alla difesa, a differenza delle utopie 800esche. I soldati sono coloro che hanno determinate caratteristiche: necessaria la forza fisica unita al coraggio. Sono queste le virt principali dei guerrieri. 2. la seconda classe evocata (cio la quinta), quella dei sacerdoti. La classe dei sacerdoti un clero e anche una comunit intellettuale di scienziati quasi. I sacerdoti sono anche coloro che studiano la natura. C' l'aspirazione a che la religione diventi una religione naturale (elemento che sar molto forte in Bacone). Il discorso religioso di Patrizi si rif anche a un'idea di sincretismo religioso, che una pratica di culto che combina insieme elementi di diverse religioni. Nella religiosit dei cittadini della citt felice i riti sono un po' cristiani, ma risentono anche delle religioni orientali (ebraiche, islamiche) e classicheggianti (il paganesimo). In questo sincretismo religioso c' un implicito richiamo alla tolleranza religiosa. Patrizi non milita nella controriforma, ma anzi fa parte di quell'ambiente veneziano anti papale. 1. la prima classe quella dei magistrati: sono i governanti della citt. Ci sono magistrati di grado inferiore e intermedio, poi una magistratura di governo pi elevata (eletta dai primi) che a sua volta elegge un capo (figura simile al Doge). Ci sono molte analogie con la realt veneziana. Tutti questi magistrati sono elettivi, il Doge detiene la carica a vita. Ci non un problema, poich i valori che si richiedono ai magistrati, quelli che li fanno adatti a governare, sono i valori tipici della vecchiaia: la moderazione, la prudenza, la saggezza. Questi magistrati controllano politicamente la citt, prevengono i possibili conflitti fra le classi, convincendo tutti della giustizia dell'ordine, anche attraverso l'educazione e la pedagogia. C' una perpetuazione dei valori della societ. In Patrizi si affaccia un motivo che troveremo ribadito anche nelle utopie successive, che vorrebbero intrecciare politica, sanit e scienza e quindi spingono a controllare le nascite. C' l'idea di controllare la riproduzione, in parte a fini quantitativi (c' l'idea che queste societ ideali si possano reggere con un numero controllato di abitanti) ma, soprattutto, in Patrizi, in termini qualitativi. Si devono riprodurre le stesse qualit delle stesse classi, altrimenti si perde la purezza di quelle qualit. C' l'idea che nella riproduzione si trasferiscano le caratteristiche. Il potere politico si assume perci il compito di controllare la riproduzione.

TOMMASO CAMPANELLA La citt del Sole un'opera a cui lavora dall'inizio del '600 e che viene pubblicata per la prima volta in Germania nel 1623. Il '600 il secolo della rivoluzione scientifica e della controriforma. Calabrese, inquieto religiosamente, Campanella accetta la controriforma, apprezza il naturalismo e risente della cultura di Giordano Bruno. In Calabria coinvolto in una congiura contro gli spagnoli, come frate ed eterodosso viene consegnato al papato: trascorre perci 27 anni nelle carceri pontificie, a Roma, durante i quali sar integralmente scritta l'opera. Il libro riflette questa inquietudine intellettuale e religiosa di Campanella. La citt del Sole una citt che si basa fortemente su simboli religiosi, in cui l'elemento metafisico e religioso molto forte, pi che nelle altre utopie. per una religiosit che vuole aprirsi anche alla scienza, allo studio della natura. Si tratta di un apparato di fede che si coordina con la ricerca scientifica e con la natura. C' una spinta di carattere scientista (Campanella risente del suo tempo, di Copernico, di Galileo). Il discorso scientifico per Campanella ha dimensioni anche pi estese, che attraversano il mistero, ha una componente metafisica. Si parla di magia naturale. convinto che l'astrologia sia una scienza, gli astrologi sono figure importantissime nella citt. Nella Citt del Sole si pianificano le cose secondo la posizione dei pianeti. C' un'aspirazione a sanare il conflitto tra religione e scienza alla luce di un discorso unitario. Il libro un dialogo tra due personaggi, Ospitalario e Genovese, un navigatore che sostiene di essere il Nocchiero di Colombo, che stato in America. C' una netta ed esplicita unione fra immaginazione utopica, la letteratura di viaggio e scoperte geografiche. Genovese descrive la citt del Sole. un'isola equatoriale che si trova nei mari australi. un'isola collinare. La citt in collina, vicina al mare, di forma triangolare. una citt difesa da sette cinta murarie, ciascuna delle quali ha il nome di un pianeta. Al centro di queste citt c' un tempio, dedicato al Sole, dove vi sono i rappresentanti del Sole ( una trasparente allusione al Sistema Copernicano: si tratta di una presa di campo a livello scientifico). Parte preponderante dell'opera occupa la struttura e l'azione del potere, sulla cui descrizione Genovese si dilunga molto. una societ comunistica ma meno egualitaria di quella di Moro. A capo di tutto c' una sola persona, un Re sacerdote, che ha il nome di Sole. Il titolo che gli corrisponde il Metafisico (richiamo alla sintesi scienza-metafisica). Il Sole coadiuvato da tre alti dignitari, ognuno dei quali gestisce un ramo del governo. I nomi delle loro cariche sono: * Potenza. il capo dell'esercito, a lui fa capo la difesa della citt; * Sapienza. A lui fa capo l'organizzazione del sapere scientifico, quindi la ricerca scientifica, l'indagine filosofica e la loro diffusione, e, in parte, anche le arti meccaniche; * Amore. Il compito fondamentale di questo ministro di sovrintendere alla generazione e quindi controllare l'esercizio della sessualit. Come per Patrizi, le cariche sono elettive, i magistrati eleggono gli alti magistrati, il Sole detiene la carica a vita. I ministri rappresentano tre grandi virt, queste tre grandi virt si dilungano in un elenco di virt che sono proprie di tutti i cittadini: verit, solerzia, misericordia, trasparenza, coltivate dalla popolazione. Questa la struttura del potere. Ci sono poi anche qui le descrizioni che riguardano l'organizzazione sociale ed economica. Nella citt del Sole vige la comunione dei beni. I solariani hanno scelto il comunismo non per considerazioni sociali o economiche, ma per considerazione filosofica: il comunismo rimanda al tutto, che prevale sulle singole parti, sulle aspettative singole. La singolarit vista come un pericolo. La propriet privata sarebbe disgregante, costruisce avidit. Il comunismo ribadisce l'unione fra tutti. In conseguenza di ci, ci sono poi tutta una serie di momenti in cui i solariani vivono momenti di vita comune: i pasti, il lavoro, l'educazione, che non un momento privato ma collettivo (elementi tipici degli ordini religiosi: Campanella prende lo spunto dal convento). C' attenzione a un'alimentazione sana, la medicina importante perch mantiene in salute. Non c' divisione del lavoro tra i solariani. I compiti si svolgono in gruppi e gli stessi gruppi periodicamente passano da un occupazione all'altra: sono contadini, artigiani, soldati periodicamente, in epoche di vita distinte. Caratteristica interessante che in questo sistema vige la comunione delle donne. un'ulteriore scelta legata al tema della disgregazione. L'organizzazione familiare, la sessualit privata sono viste come elementi di chiusura e di appropriazione privata, di disgregazione all'appartenenza comune. La famiglia porta all'egoismo verso la comunit. Non propriamente poligamia, ma un controllo politico culturale della riproduzione. Si pratica la castit: le donne fino a 19 anni le donne, gli uomini fino a 21. Poi la sessualit viene interamente gestita e consumata a fini riproduttivi. Una magistratura decide gli incroci ai fini di una riproduzione della razza controllata. L'obiettivo di eguagliare gli uomini: per Campanella la disuguaglianza offende, anche quella oggettiva, non solo economica. C' molta attenzione al tema religioso. Questi grandi capi organizzano molti riti. Si tratta di una religione molto poco dogmatica e libresca, ma bens naturalistica, vicina a Giordano Bruno. Credono in Dio Creatore, nell'anima immortale, e in un giudizio ultraterreno. C' poi il richiamo all'astrologia. Il momento pi solenne la riproduzione. L'opera si conclude con una tensione irrisolta fra Ospitalario e Genovese. Ospitalario gli chiede: ma allora il libero arbitrio? I solariani sono strettamente convinti che gli astri influenzano la vita degli uomini.

FRANCIS BACON Con Bacone torniamo in Inghilterra, dove il genere utopistico si creato, per vedere alcune alcune manifestazioni del pensiero utopico nel '600. Francesco Bacone uno dei primi grandi sistematori delle filosofie di tipo empirico e della ricerca induttiva. Nelle sue opere filosofiche egli pone le regole fondamentali dell'uso della ragione che parta dalla conoscenza della realt piuttosto che dalla metafisica. Ci interessa per un brevissimo testo, a cui lavora alla fine della sua vita e che rimane inedito: viene pubblicato postumo, incompiuto. Il testo si intitola Nuova Atlantide. un'opera che esce nel 1627, un anno o due dopo la morte di Bacone. A differenza dei testi visti finora, nel lavoro di Bacone c' anche una trama, un racconto. La prima delle 4 parti in cui pu essere diviso il testo racconta il naufragio di viaggiatori europei in mari probabilmente australi, ma non identificati. Questo gruppo di navigatori europei trova riparo in un'isola che non conoscono e scoprono chiamarsi Nuova Atlantide. Atlantide era un mito dell'antichit, un isola scomparsa: l'idea che possano esistere mondi alternativi rispetto a quelli esistenti. In una seconda parte del racconto questi naufraghi vengono soccorsi e accolti dagli abitanti della Nuova Atlantide, sono ospitati nella casa dei forestieri, e attraverso un primo incontro con le magistrature di questa casa hanno notizie di questo mondo e lo raccontano ai lettori. La societ ideale di Bacone, a differenza della maggior parte delle precedenti, non descritta come del tutto isolata, ma ha degli scambi con l'esterno, non un mondo chiuso e ha un luogo per ospitare soggetti provenienti dall'esterno. C' l'intenzione di Bacone, rispetto agli autori precedenti, di dare verosimiglianza al suo racconto, dare un tono di realismo. Possiamo pensare ad isole che ancora non conosciamo: nel '600 c' poi un rilancio delle esplorazioni che conducono a molte nuove scoperte nel pacifico meridionale, per poco credibile, nella visione di Bacone, trovare isole completamente estranee al resto del mondo. E quindi c' anche la ricerca di un'immaginazione utopica pi vicina a uno spirito realistico. Abbiamo detto che in un secondo momento questi viaggiatori iniziano a conoscere il mondo che li ospita. Nella terza fase escono da questa casa e penetrano nell'ambiente sociale che li ha ospitati. Partecipano casualmente a una festa importante per gli abitanti della Nuova Atlantide, intitolata alla famiglia. Con la partecipazione a questa festa i nostri viaggiatori sono in grado di conoscere un po' dell'organizzazione sociale di questo mondo a loro sconosciuto. un mondo pi vicino al nostro rispetto a quello delle utopie precedenti. La festa della famiglia evidenzia che questa il perno della societ: non si mette tutto in comune come in altre utopie (dove c'era la comunione dei beni, delle donne etc). Al capofamiglia intestata la propriet. Non c' una propriet comune, non una societ comunistica anche qui c' uno scarto rispetto alle utopie precedenti. L'elemento pi importante su cui Bacone si concentra maggiormente l'ultima fase, che rimane incompiuta, in cui i viaggiatori visitano la Casa di Salomone, il perno scientifico oltre che organizzativo di questa societ. Possiamo riflettere gi dal nome sul fatto che questo mondo non isolato. Intitola il suo centro organizzativo a Salomone, una presenza biblica, tradizionalmente simbolo della sapienza. Proprio per questi scambi rari e difficili che gli atlantidei hanno avuto col resto del mondo, sappiamo che i sapienti di questa isola hanno documentazione di contatti antichi con le nostre culture classiche, ebraica, greca e latina. Hanno esperienza anche se indiretta della cultura occidentale. ancora una volta non un mondo assestante, (come era implicitamente in Moro) l'immagine rovesciata, buona, organizzata del nostro mondo e della nostra cultura. C' da dire anche che per rendere pi efficace la Casa di Salomone come luogo di scienza, qualche atlantideo va ogni tanto in giro per il mondo per registrare le innovazioni e le scoperte che avvengono altrove. C' uno scambio col resto del mondo, ma non commerciale o economico (perch come tutti gli utopisti, Bacone vede nel commercio la possibilit della corruzione): la base dei rapporti virtuosi per Bacone sono scientifici e culturali. Il commercio non il perno delle relazioni con l'esterno, ma lo la cultura. Questa casa di Salomone guidata da degli scienziati sapienti, saggi (la saggezza data dall'et). La casa di Salomone guidata da persone esperte, che hanno molta esperienza, sono gli anziani, i quali si contornano per di una serie di collaboratori, ricercatori giovani che apprendono dai loro maestri per ampliare le conoscenze. Testuale citazione di Bacone che nella casa di Salomone si pratica la conoscenza dei segreti delle cose attraverso lo studio delle opere e delle creature di Dio. C' sempre l'idea di Dio creatore, ma la conoscenza della natura passa attraverso la studio della natura stessa. Vediamo alcune caratteristiche di questa scienza che s un corpo scientifico, ma anche la guida della citt, ha una funzione politica di razionalizzazione della guida della citt: I. la ricerca scientifica un'opera collettiva. Ci sono gli anziani alla guida del processo, ma esso unitario, impegna tutti. Non c' il singolo scienziato ricercatore che pu capire il mondo, la comunit degli scienziati che conosce il mondo. II. La scienza, proprio per l'articolazione anziani-giovani ed educazione della popolazione, presuppone diffusione, istruzione, informazione, dai ricercatori al resto del mondo. un concetto illuministico espresso da Bacone un secolo prima dell'illuminismo: che la verit scientifica diventi patrimonio comune. III. La verit scientifica serve all'umanit intera, non solo ai sapienti e agli scienziati. In Bacone c' s un certo tradizionalismo sociale, ma non l'aristocraticismo di Patrizi. In Patrizi il perno della societ ideale la minoranza degli eletti che sono sapienti. Qui c' una minoranza di scienziati, perch il lavoro scientifico non di fatto aperto a tutti, per la verit delle scienze serve all'umanit intera. Ci ribadisce ancora l'idea che la verit scientifica vada diffusa. Corollario interessante del terzo elemento che la scienza di unisce strettamente alla tecnica. Le verit scientifiche non servono solo per capire il mondo, ma anche per sfruttare le forze della natura per rendere migliore, pi comoda, la vita degli uomini. La scienza trova la sua continuazione nell'aspetto tecnologico: nel fare, non solo nello scoprire. Cogliere la verit della natura un presupposto per poter sfruttare le forze della natura a fini pratici. C' quindi tutta una serie di immagini avveniristiche: nella citt i cittadini si muovono attraverso enormi ascensori, descritto un sottomarino, macchine volanti etc.

JAMES HARRINGTON Prima di passare al secolo dei lumi (che sar, soprattutto nella seconda met, un altro periodo caldo), concludiamo questa fase che va dall'umanesimo alla rivoluzione scientifica (tra '500 e '600) della fondazione del pensiero utopistico, introducendo un autore inglese: James Harrington. Questo autore inglese legato al periodo della prima rivoluzione in Inghilterra, contemporaneo di Hobbes. Inizialmente filo monarchico, ma dopo la caduta della monarchia nel '48-'49 si sposta verso il versante repubblicano, tanto che la sua opera, successiva alla rivoluzione, dedicata a Cromwell (personaggio che, appunto, trascina la rivoluzione). Il testo si intitola La comunit di Oceana, o Oceana - 1656. sempre un'isola sconosciuta, solita figura retorica. La societ ideale proiettata in Oceana una risposta intellettuale a una tensione storica effettiva. L'idea di una societ ideale nasce dalle lotte sociali di qualcuno, viene ispirata da lotte sociali effettive per le quali Harrington particolarmente sensibile. A proposito dell'origine del pensiero utopistico nei primi decenni del '500 (quando scrive Moro), va tenuto presente che in corrispondenza storica con quella produzione c' una serie di movimenti sociali molto acuti che hanno la loro manifestazione pi forte soprattutto nel mondo tedesco, sotto forma di sommosse contadine. La guerra dei contadini che accompagna la riforma protestante ha prodotto nella stessa Germania immagini di carattere utopico, idee di liberazione dai mali di questa terra, dallo sfruttamento, dalla povert etc. Un esempio Thomas Munter, che stato il teologo tra i capi della rivolta contadina, ha scritto opere che possono essere inserite all'interno di categorie utopiche. Questo va ricordato perch tra le varie ragioni dell'immaginazione utopica ci sono anche lotte reali. In Harrington ci particolarmente significativo, perch durante la fase rivoluzionaria inglese c' tutto un fiorire di movimenti a sfondo sociale che si erano gi fatti conoscere prima della rivoluzione e in essa esplodono, talvolta repressi dallo stesso Cromwell perch troppo radicali. Pensiamo al movimento dei livellatori (i levellers) e degli zappatori (i diggers), che si formano nella prima met del '600 e hanno poi un peso notevole nella rivoluzione inglese. Avevano come obiettivo la trasformazione sociale pi che politica: i levellers, rappresentanti della piccola propriet contadina, volevano che si livellassero le propriet i diggers, che rappresentavano frange bracciantili, auspicavano l'abolizione della propriet della terra. di fronte a queste lotte che Harrington, nella sua Oceana, presenta come risolti i problemi della propriet rurale e contadina. Prima di arrivare a questa descrizione sociale, Harrington si dilunga sulle istituzioni politiche di Oceana: sono la cosa che lo interessa maggiormente e a cui d pi spazio. L'attenzione alle istituzioni politiche si regge sul fatto che l'ordine politico ha bisogno di una forma. Per l'ordine politico essenziale la forma che la politica stessa, che il potere e le istituzioni, assumono. Centralit di questo aspetto: bisogna dare forma alla convivenza politica. Harrington non avrebbe creduto al paradigma liberale che la forma e l'ordine politico si costituisce spontaneamente. Pensa invece che un quadro istituzionale efficiente va disegnato, costruito, gli va data una forma molto particolareggiata. Bisogna saper prevedere tutte le varie contingenze di un'organizzazione politica. Il modo principale per dare forma alle istituzioni politiche ordinarle, fornigli un ordinamento e disegnarle attraverso la legge. Le istituzioni politiche devono avere una forma compiuta, completa, non contraddittoria. Devo dargli una coerenza interna, una linearit. Questo lo si fa attraverso gli ordinamenti, le leggi, le disposizioni giuridiche. In Harrington c' un concetto: per costruire una societ politica anzitutto devo dargli una costituzione, devo fissare i criteri di una costituzione. E in effetti il pensiero di Harrington sar molto influente e Oceana sar molto letta s nel suo tempo, ma ancor pi nel secolo successivo, per esempio nell'ambiente americano, che si trova a darsi una costituzione ex novo. Costruire una costituzione il primo elemento progettuale che Harrington scrive, e lo scrive in termini ideali in Oceana, ma un'ipotesi pronta a diventare reale, a diventare un progetto, come accadr appunto il secolo successivo, prima negli Stati Uniti e poi in Francia. La forma di governo, sintetizza Harrington, l'oggetto, la realizzazione di un'anima creatrice, filosofica, che modella la vita delle moltitudini attraverso un'arte legislatrice, un'arte costituzionale. C' l'esplicazione di uno dei sensi della produzione utopica. L'utopia, vista dall'alto dell'utopista, sotto forma letteraria la costruzione di una societ ideale che funziona in tutte le sue parti. Inizialmente questa societ viene descritta attraverso i fenomeni sociali. Poi, progressivamente attraverso Harrington, l'immaginazione utopica tende a scrivere una legislazione ideale. La descrizione di questa legislazione ideale sempre dentro la stessa gabbia narrativa, ma molto pi particolareggiata rispetto alle espressioni precedenti proprio nella forma giuridica: Harrington pi degli utopisti precedenti si sofferma sulle leggi. Questo passaggio si compie del tutto con Morelly, grande utopista del '700 francese, con cui la societ ideale sotto forma di costituzione, in articoli. Altra idea espressa da Harrington che in ogni ordinamento giuridico, uno degli aspetti essenziale per il suo funzionamento una buona distribuzione della propriet. Essa uno dei problemi cruciali e aspetto fondamentale anche in vista della costruzione di un buon ordinamento politico. Su questa base Harrington cerca di tenersi lontano da due estremi: il primo la grande propriet (terriera), vista come un nemico di un buon ordine politico, perch in s oppressiva nei confronti di un numero esteso di cittadini. C' un'accezione positiva dell'idea della propriet privata, ma non incondizionata. Risente qui anche dei movimenti sociali dei livellatori. L'estremo opposto, l'abolizione della propriet privata, considerato anch'esso nemico di un buon ordine politico, perch non si identificano i meriti, non si crea un ceto dirigente stabile. L'ordinamento della propriet essenziale. Bisogna muoversi verso una dimensione mediana. Non c' lo spirito comunistico, come in Moro o in Campanella. In nome della centralit del tema della propriet per un buon ordinamento politico, la legge pi importante che le istituzioni politiche di Oceana hanno costruito la legge agraria, che la regolamentazione della propriet della terra.

una legge che non limita ma regolarizza. La regola basata su vari principi: 1. primo criterio porre un massimo giuridico all'estensione delle propriet terriere. Non si possono costruire propriet grandi oltre il desiderio del legislatore di Oceana (criterio tipico della mentalit dei livellatori). 2. Secondo criterio diffondere la propriet, e quindi incoraggiare la piccola propriet coltivatrice. Si incoraggia quindi che la propriet si estenda al massimo numero di persone, pur sapendo che non diventer condizione di tutti. Questo perch la legge agraria comunque concepisce l'esistenza, sotto un tetto massimo, di differenze fra una propriet e l'altra. Riassumendo, la legge agraria mette un limite. Il porre un limite massimo non significa uguagliare la propriet (Harrington crede alla propriet, come misura anche del merito sociale ed economico). Sotto quel massimo consentito ci sar una certa dinamica: si formeranno in base alle tradizioni, ai patrimoni familiari, ai meriti produttivi, diversi livelli di propriet. C' una propriet medio-alta, che corrisponde alla piccola nobilt del tempo di Harrington. Possedere questa propriet significa vivere di rendita fondiaria, vivere non del proprio lavoro ma grazie al lavoro servile di altri. C' poi una seconda scala di propriet, la piccola propriet, che non consente al proprietario di vivere di rendita. Sono i contadini proprietari del loro piccolo terreno, dei loro piccoli appezzamenti. L'articolazione fra queste due forme di propriet armonizza il criterio di non fare propriet troppo grandi e il criterio del merito produttivo con l'idea che la classe dei piccoli nobili abbia la possibilit, proprio perch libera, di seguire gli affari pubblici. Sono il nerbo di coloro che occuperanno le istituzioni politiche, in un quadro di controllo democratico. C' una articolazione sociale, basata su un'armonia fra diversi. Si formano due classi sociali: la piccola nobilt dei redditieri l'insieme dei piccoli proprietari coltivatori, che costituisce il popolo. Il popolo l'elemento del consenso e del controllo, della difesa di questa comunit. Siamo, come in Moro e in Campanella, di fronte a un popoli in armi. Nel momento della necessit, i cittadini entrano nel nucleo dei cavalieri. C' la leva obbligatoria per la popolazione, che anche l'ossatura del sistema militare il popolo infatti contrario alle milizie mercenarie. Quadro generale del sistema politico Tutte le cariche delle istituzioni politiche sono elettive. Le istituzioni politiche sono fondamentalmente due: il senato, che rappresenta la piccola nobilt proprietaria, che vive di rendita e quindi pu dedicarsi agli affari pubblici (sono eletti dai nobili stessi); e un parlamento popolare, che rappresenta invece il popolo. Le cariche sono anche qui elettive, quindi investitura democratica, con ampia rotazione delle cariche stesse. Ogni anno un terzo del senato e un terzo del parlamento viene obbligatoriamente rinnovato. Un aspetto interessante poi legato a come si formano le leggi: esse sono scritte dal senato, la parte pi istruita e saggia della popolazione, che per non le approva. L'approvazione viene dalla rappresentanza popolare, che pu approvare o rifiutare ma non modificare il progetto. Esiste poi un esecutivo formato da un corpo di magistrati che ha autonomia negli atti esecutivi, per anch'esso a base democratica, in quanto eletto dal popolo. Questo organo serve a sorvegliare l'esecuzione della legge e in caso di situazioni urgenti ha libert di movimento. Combinando tutti questi elementi viene fuori una forma un po' strana di repubblica, che assomiglia all'idea di repubblica mista teorizzata da Machiavelli.

Il pensiero utopico fra '600 e '700 Francia, patria della cultura filosofica del '700, patria dell'illuminismo: 1703 testo anonimo all'isola degli ermafroditi; Cyrano de Bergerac scrive viaggi all'altro mondo: i suoi viaggiatori arrivano anche sulla luna. Continuit che si riprende nel corso del '700 alla luce di due considerazioni poi pi tipiche del sentire del secolo dei lumi. Nel corso del '600 emersa come argomentazione politica la nozione di stato di natura (giusnaturalismo). Lo stato di natura era delineazione concettuale di uno stato ipotetico naturale che costituiva il primo paradigma su cui poi instaurare lo stato politico. Lo stato di natura nasce come una figura filosofica concettuale: non uno stato di fatto, ma serve per spiegare e legittimare i rapporti di sovranit esistenti. Nel passaggio da '600 a '700, anche per il moltiplicarsi dei viaggi di scoperta e colonizzazione, si inizia a pensare che lo stato di natura esista concretamente e si possa studiare: lo stato selvaggio, sono quei gruppi di non civilizzati che esistono nel mondo e che talvolta i viaggiatori incontrano e studiano. Lo stato di natura si trasferisce da elemento concettuale a una condizione preistorica. Per molto illuminismo queste considerazioni servono a valorizzare il processo di civilizzazione. C' anche per un illuminismo radicale, una corrente di pensiero che usa lo stato di natura, lo stato selvaggio, per metterlo a confronto con la nostra civilt e per misurare quanto la nostra civilt ci ha snaturati, ci ha allontanati dalla nostra natura. Questa tema di Rousseau. E in effetti l'influenza di Rousseau in questo modo di pensare nella seconda met '700 centrale. Nel corso del '700 francese si diffonde il mito del buon selvaggio. Si crede di osservare una bont originaria dell'uomo ancora incarnata nel selvaggio, perch questi non soffre ancora di tutta una serie di mali di cui invece soffre l'uomo civilizzato (la competizione economica, la propriet privata, il furto etc). Il selvaggio in una condizione morale superiore rispetto all'uomo civilizzato. Da qui il passo successivo quello di dire che il buon selvaggio anche pi felice dell'uomo civilizzato. L'idea del buon selvaggio si trasferisce anche nell'idea della natura felice. Pi si vicini alla natura pi si persegue una condizione di felicit. come si sviluppa in alcuni momenti questa tendenza di carattere utopico? Primo momento di attenzione attorno a un viaggiatore reale francese: LUIS ANTOINE DE BOUGAINVILLE. un viaggiatore di professione alle dipendenze del re di Francia; intorno alla met del '700 ha gi svolto missioni nell'America settentrionale. Per ragioni di studio (che preludevano alla colonizzazione) viene incaricato di un viaggio che diventa una sorta di viaggio intorno al mondo. Siamo fra il 1766 e il 1769. Tornato scrive un resoconto molto ampio di questo viaggio, resoconto di taglio realistico, che pubblica nel 1771 con il titolo Viaggio intorno al mondo. Almeno in due punti Bougainville ha occasione prima di confrontarsi con un luogo comune delle utopie del suo tempo, e in un secondo punto a esaltare la felicit allo stato naturale. Inizialmente non dimostra nessuna simpatia per i selvaggi: li descrive come brutti, infidi. Quando arriva a Tahiti il discorso invece cambia totalmente. Prima c' un altro confronto con una problematica utopica del suo tempo. quando racconta di essersi fermato al Rio della Plata, nel sud del Brasile, e di aver avuto conoscenza diretta delle famose colonie gestite dai gesuiti in Paraguay, colonie costruite a partire dal '600, che erano una presenza costante anche di dibattito in particolare nella cultura francese del tempo di Bougainville. Sono importanti e ritornano nella discussione politica occidentale perch i gesuiti, nell'ambito di queste colonie del Paraguay, avevano costruito un organizzazione di tipo comunitario. Mentre i colonizzatori laici vi avevano trasferito il feudalesimo, i gesuiti si erano tenuti lontani dalla propriet privata e avevano costruito un sistema che gira in Europa come un modello di comunismo. Chi crede in questo modello gesuitico aveva parlato di questo esperimento di radunare gli indigeni, di farli lavorare in forme collettive, di non suddividere la terra, come di un modello ideale comunistico. Si parla di queste colonie come luogo ideale. In realt questo modello non suggestionava tutti: Voltaire per esempio li vede gli indigeni non come tutti uguali, ma come tutti ugualmente schiavi dei gesuiti. un esperimento di economia di sussistenza non aperta al commercio che cercava la soluzione dei problemi vitali degli indigeni. Bougainville ha il primo confronto con questo modello: ne d un immagine dialettica per sembra crederci. I gesuiti hanno appunto avuto il merito, proprio attraverso la negazione della propriet privata, di spingere gli indigeni a lavorare in condizioni di equilibrio e armonia. Bougainville d credito a chi parla bene di questo meccanismo, di cui sono sottolineati molti elementi. Anzitutto i gesuiti si interessano alla protezione dei deboli: chi non in grado di lavorare viene assistito. Poi c' una tendenza al comunismo agrario, anzitutto per la necessit dei coltivatori: si utilizza la terra comune per i bisogni dei lavoratori stessi un economia a vantaggio delle popolazioni indigene; c' equilibrio: n grande ricchezza n povert. Si pu vivere in una condizione armonica, in vicinanza armonica, con un culto di una certa uniformit. La vera e propria utopia in Bougainville avviene per quando raggiunge Tahiti, isola del Pacifico scoperta gi dall'inizio del '700. C' tutta una serie di esaltazioni legate alla visione e poi all'esperienza di questa isola, dove Bougainville rimarr vari mesi. C' anzitutto l'esaltazione della bellezza allo stato di natura. Non una bellezza artefatta ma naturale non solo degli ambienti ma soprattutto degli abitanti, tanto che Bougainville la ribattezza subito Nuova Citera (dal nome dell'isola dov'era nata Venere). La bellezza non solo un dono della natura, ma il permanere della vita naturale che preserva la bellezza stessa. Egli conosce la vita e l'organizzazione dei tahitiani, che costituisce proprio la parte utopica di questo testo. Sicuramente certe cose le ha viste, in altre ha equivocato le situazioni. I tahitiani hanno un'organizzazione politica molto semplice e molto vicina alla vita effettiva della popolazione. Si organizzano in piccole trib autonome. C' anche un re indigeno, ma non ha grandi poteri ( un po' un coordinatore delle varie trib nei momenti di necessit). Il vero nerbo dell'organizzazione sono queste piccole comunit autonome, rette da un capo che una sorta di grande padre per tutti i componenti della tribu. Il capo trib una figura

continuamente scambiata con la figura familiare e paterna, non con l'autorit, con lo scettro che conosciamo noi. C' una religiosit molto semplice, non complessa. Il '700 soffre il peso dei dogmi e dei riti, delle confessioni organizzate. L invece c' una religiosit semplice, si adora gli idoli della natura. C' un forte culto dei morti. I culti sono quasi interamente dedicati ai morti: una cosa anche questa molto semplice. La morte vissuta come un elemento naturale, come inevitabile successione delle generazioni. C' molta naturalit in ambito economico. un'isola che vive in modo molto frugale, senza gli stravizi del mondo occidentale. C' un assenza di tutti i vizi non solo di tipo alimentare ma anche alcol e tabacco. E poi c' una grande libert di carattere sessuale, di comportamento sessuali: non ci sono le morali restrittive dell'uomo civilizzato. A Tahiti vige la poligamia, che non vista come uno sfruttamento sessuale degli uomini nei confronti di donne o pi donne, ma come un abitudine di circolazione dei rapporti sessuali. Essa si instaura anche perch non esiste gelosia. una sorta di promiscuit estesa, che non costituisce un problema per i taitiani perch avere rapporti sessuali fa parte della perfetta naturalit dell'essere umano. L'uomo vive secondo le spinte della natura, non della civilt. Proseguendo il viaggio, un tahitiano, l'interprete di Bougainville, va con gli occidentali: dir poi che questa spontaneit di carattere sessuali, dopo l'arrivo degli occidentali, iniziata ad essere un problema, soprattutto per la diffusione di malattie (come la sifilide, che poi effettivamente falcer la popolazione). Anche il comunismo vale fino a un certo punto: esiste comunque il sentimento di propriet. Questo non offusca per l'immagine radiosa del suo racconto di viaggio a Tahiti. Mito dell'umanit felice per natura: questo testo importante anche perch ispira uno dei pi grandi filosofi del '700 francese: DIDEROT. Egli un anno dopo l'uscita del libro di Bougainville, nel 1772, scrive un proprio supplemento: Supplemento al viaggio di Bougainville. un testo che sar edito solo alla fine del '700 e che testimonia l'interesse che queste argomentazioni suscitavano nel tempo. Le riflessioni di Diderot su questo viaggio sono legate proprio alla nozione di umanit naturale come umanit felice. un autore che non ha soltanto il ruolo di sistematore dei lumi con D'Alambert; scrive molti testi di carattere politico e si interessa di politica in tutta la sua carriera. Come filosofo fra i principali del movimento illuminista, Diderot un autore che ha molto sensibile il tema della ragione. Egli interpreta la ragione non in senso assolutistico, ma si avvicina ad essa come strumento di indagine e ricerca. La ragione quello strumento che ci permette di indagare autonomamente, di mettere sotto giudizio e verifica le affermazioni del passato per vedere se hanno compattezza razionale e filosofica. Mette al vaglio del suo giudizio qualsiasi affermazione che diamo per scontata per vedere se vera. Il che significa rivendicazioni etico politiche e rivendicare anche le condizioni affinch la ragione possa svilupparsi: libert di stampa e libert di pensiero. Diderot un deista. quindi uno che crede nell'esistenza di dio creatore, ma non crede alle forme religiose tradizionali, alle religioni organizzate, ai dogmi contrari alle evidenze razionali, ai culti superstiziosi, secondo un tipico atteggiamento illuministico. Egli come Voltaire ha un forte atteggiamento anti clericale. d'accordo con Voltaire nel ritenere quello dei gesuiti sfruttamento del lavoro degli indigeni, travestito da gestione comune della terra. Per quanto riguarda il pensiero politico, Diderot inizialmente un sostenitore del dispotismo illuminato (come Voltaire e molti illuministi francesi di met '700): convinto che per dare razionalit al potere si debba mantenere la struttura verticistica ma illuminata. Va alla corte di Caterina II in Russia, sar suo consigliere. Scrive trattati politici: Istruzioni a Caterina II. Diderot afferma che il dispotismo deve essere davvero illuminato e perci coerente con i valori di ricerca con l'illuminismo: il despota di Diderot dovrebbe mantenere libert di pensiero e di opposizione intellettuale. Il sovrano deve ascoltare il dibattito attorno alle cose. Lo spazio lasciato ai cittadini deve essere autentico, non finto. Poi per c' la disillusione, e ci sono anche innovazioni sul piano dottrinario e della realt politica che fanno cambiare idea a Diderot: per esempio, c' l'opera di Rousseau, dalla quale coglie l'idea di volont generale. Una politica ideale deve corrispondere all'idea di volont generale. La riflessione sui testi di Rousseau allontana Diderot dal dispotismo illuminato per avvicinarlo all'idea di democrazia. C' anche un fatto storico che influisce soprattutto sugli ultimi scritti politici di Diderot, ed l'esplodere della rivoluzione americana. Egli aggiunge a questo spirito democratico che sta assorbendo da Rousseau il diritto di ribellione dei popoli oppressi, sapendo che un diritto di ribellione di cui potrebbero usufruire anche i popoli colonizzati. Diderot consapevole che c' stata un occupazione coloniale che non si giustifica sul piano della razionalit dei comportamenti. Le sue argomentazioni potrebbero essere anche anti francesi. Questo diritto potrebbe andare contro la Francia, ma una conseguenza dell'idea di volont generale. Maturazione di uno spirito democratico significa non pi dispotismo illuminato ma bens governo rappresentativo, legame elettorale fra governo repubblicano e popolo. In realt per Diderot non arriva all'idea fortemente egualitaria sul piano politico di Rousseau. Diderot ha delle passioni egualitarie (per esempio sul piano giuridico, in cui la legge non pu sancire privilegi), non fa per il salto successivo che Rousseau aveva fatto nell'affermare uguaglianza politica. L'idea di popolo che Diderot ha un'idea intermedia. Il vero nucleo del popolo il ceto medio, la borghesia della manifattura, delle professione, della mercatura. Sono i piccoli e medi proprietari. C' un unione fra mediet del ruolo sociale, funzione borghese e propriet privata. Questi sono la parte virtuosa del popolo. Dovrebbero starne fuori gli estremi. La nobilt un ceto di privilegiati, ma resta fuori anche la turba dei non proprietari, la canaglia, il popolaccio. C' il sospetto che i non proprietari non siano gente affidabile (anche Kant univa la propriet alla cittadinanza). Sono dediti alla sommossa, al disordine sociale, non hanno una propriet da difendere perci sono cittadini inaffidabili. Il popolo affidabile se presenta certe condizioni di carattere economico e sociale. La grande propriet un pericolo per la democrazia, trascina con s il dispotismo, un fattore dispotico. Ma anche la non propriet non una condizione buona per i cittadini.

C' questa esaltazione della propriet medio-piccola, artigianale, della piccola manifattura, del commercio etc, per propriet per Diderot non deve significare chiusura ed egoismo, n ignorare i bisogni altrui. Non bisogna chiudersi nel proprio orizzonte: il proprietario deve gestire la sua propriet ma in modo sensibile ai problemi sociali, perch l'individualismo esasperato anch'esso uno strumento di dispotismo. Una societ che non ha spirito di solidariet una societ in cui il dispotismo attecchisce pi velocemente (immagine molto simile a Tocqueville). Supplemento al viaggio di Bougainville Diderot identifica nei racconti di Bougainville un doppio registro: uno realistico (la tendenza alla descrizione dei luoghi e degli avvenimenti), e un secondo registro, che secondo Diderot appare in Bougaville in modo inconsapevole, che il registro del Sogno. il sogno che guida Bougainville a scrivere l'esaltazione di Tahiti. C' uno stretto legame tra livello razionale e livello onirico che sar poi riconosciuto nel corso del '900 come una delle condizioni psicologiche (oltre che di carattere costruttivo di un testo) che giustifica il ricorso all'utopia, all'immaginazione, al sogno di mondi diversi da quelli precedenti. Diderot sensibile al tema del sogno come strumento di rilevazione dei nostri pensieri, dei nostri desideri il sogno non slegato dalla realt, ma attraverso esso appaiono le aspirazioni pi profonde degli uomini e dei filosofi. Questo in collegamento al Sogno di D'Alambert, altra opera in cui lui pensa che D'alambert sogni delle cose su una conoscenza ancora non razionalizzata. Il sogno l'intuizione di un mondo diverso, e Bougainville l'ha praticato inconsapevolmente quando ha cambiato completamente registro nella descrizione di Tahiti, perch essa corrisponde alla proiezione nella realt di un mondo perduto, solo immaginato, forse di una felicit immaginaria che non riusciamo a immaginare compiutamente nella razionalit cosciente. Questa intuizione di Diderot giustifica quello che il supplemento. Sotto forma di dialogo, una recensione del viaggio di Bougainville. In 2 punti di questo testo, senza avvertire il lettore, si inseriscono due sensazioni di sogno, di pure immagini, in cui sogna e immagina situazioni che in Bougainville non ci sono, quasi a dimostrare che ogni tanto nella nostra razionalit irrompe questo desiderio, questo immaginario. 1. Il primo punto prende lo spunto da un passo dello scritto di Bougainville in cui raccontava che quando loro francesi abbandonano Tahiti, tutti gli indigeni piangono. A questo punto, senza preavvertenza, Diderot fa scattare l'immagine sognata di un vecchio taitiano, che si erge al di sopra dei suoi conterranei che piangono, e li invita a dismettere le lacrime per la partenza dei francesi, e di prepararsi a piangere e molto ad altri francesi che arriveranno. Questo d luogo a una delle pi grosse polemiche coloniali del secolo polemica coloniale secca: Diderot si allontana dagli umori di altri illuministi, come anche Voltaire, celebratore del colonialismo e del mercato internazionale. Diderot vede in questo incontro tra l'uomo civilizzato e l'uomo allo stato di natura un enorme pericolo di distruzione per l'uomo allo stato di natura, perch anche Diderot suggestionato dal fatto che l'uomo allo stato di natura sia migliore dell'uomo civilizzato. Il vecchio nella storia fa il monito perch l'uomo civilizzato non un uomo pacifico ma volto al dominio: c' differenza fra l'innocenza dello stato di natura dei taitiani e lo spirito di dominio degli uomini europei, e questa situazione metter a repentaglio l'innocenza naturale dei popoli selvaggi. Secondo elemento: anche Diderot esalta sognando l'eguaglianza naturale fra i Taitiani, mentre noi siamo dediti allo sfruttamento dei nostri simili e alla disuguaglianza. C' un'ulteriore contraddizione fra uguaglianza e disuguaglianza. Altra contrapposizione quella fra la spontaneit dei costumi naturali e l'artificiosit della cultura organizzata (sorprendente in uno che aveva fatto l'Enciclopedie). Le contrapposizioni in questa parabola vengono giocate in modo molto secco, quasi violento, rovesciando tutta una serie di luoghi comuni, superiorit dell'uomo contemporaneo rispetto all'antico. 2. Il secondo squarcio onirico che avviene riguarda la questione dei costumi sessuali dei taitiani. Prende spunto da una cosa detta da Bougainville, che uno degli interpreti indigeni poi fa un pezzo di strada con loro. In questo pezzo di strada egli si trova a discutere col cappellano di bordo dei francesi ( morale costrittiva della tradizione cattolica), e il discorso il costume sessuale dei taitiani contro la morale cattolica sui costumi sessuali. Anche qui c' un sentimento di simpatia di Diderot verso i costumi naturali sessuali dei tahitiani. Ma oltre a questo sentimento di simpatia, c' anche la constatazione che i costumi sono relativi a luoghi e tempi, a civilt e sviluppo. Non si possono trapiantare tranquillamente costumi da un paese a un altro, come da Tahiti alla Francia. Ma i costumi naturali ci servono per confrontarli con i nostri, e per far capire come molte proibizioni della nostra morale siano assurde. Tutto quello costruito nel corso del tempo non giustizia: con la luce della ragione, si deve criticare la cultura costituita e rivederla. C' bisogno che la ragione si applichi continuamente a criticare. Diderot fa capire che i costumi che il cappellano continua a predicare, sul piano razionale hanno poco senso. Il parametro della mitica felicit naturale e dello stato di natura, che non si pu restaurare, ha perci un senso, non va abbandonato. Non torneremo a quello stato, ma ci serve come strumento critico. Diderot ribadisce un ruolo dell'utopia: questa delineazione di societ ideali uno strumento per criticare la realt. Doppia antitesi l'immaginazione utopica serve a costruire un mondo che non ha i nostri mali; usare l'utopia per criticare il nostro mondo.

MORELLY Rimaniamo solidamente nel secolo dei lumi per introdurre un altro autore: Morelly, figura di primo piano nel pensiero utopico. Se n' persa la memoria perch quasi non ne abbiamo notizie biografiche. Francese, vive nella periferia di Parigi a met 700, faceva quasi sicuramente il maestro in una scuola comunale, scrive alcune opere, spesso anonime. Un'opera anonima importante si intitola Codice della Natura (1755), raccolta a fine anni '70 in una pubblicazione di opere complete di Diderot che esce in Olanda. Quindi questo testo arriva alla rivoluzione francese come di Diderot, che non lo smentisce mai. letto nella parte pi accesa della sinistra della rivoluzione francese. Sono attribuite a Morelly 6 o 7 opere, produzione abbastanza significativa, e opere quasi tutte interessanti, alcune con elementi di originalit. Inizia a pubblicare negli anni '40 del '700. Tra il '44 e il '45 pubblica due saggi, accomunati dallo stesso sottotitolo: principi naturali sull'educazione. Sono due saggi sull'educazione ispirata ai principi naturali: uno dedicato allo spirito, cio alla ragione, all'intelletto; l'altro al cuore, cio al sentimento. interessante per un autore di livello medio alto che si mette a scrivere principi sull'educazione e decida di dedicare un volume all'intelletto e uno al cuore. Quindi mette nel gioco sull'educazione non solo la ragione, il grande tema illuminista, ma anche il sentire, grande tema ottocentesco. Questo richiama Comte. Questo abbinamento significativo, ed poco in sintonia con i tempi. Morelly ha alcune posizioni degne d'interesse in questi 2 saggi ci sono alcuni aspetti specifici, interessanti: 1. sono scritti sull'educazione: siamo a met anni '40 del '700 e lui propone un'istruzione pubblica e generalizzata. il '700 francese che esalta questa idea, ma molti lo diranno dopo Morelly (Elvezio, che scriver una lunga memoria sulla scuola pubblica, Condorcet). Questo costituisce un richiamo estremamente forte. 2. Questa educazione deve stare dentro ai principi naturali, a un'idea della conoscenza che deve stare dentro la natura umana. Egli ha un impianto sensista e materialista. La conoscenza proviene dai sensi, non c' un idea metafisica dell'anima. La conoscenza avviene dalle sensazioni. Prima che non reagiscano i nostri sensi, l'anima come un quadro in cui non si sia dipinto nulla. E mancano 30 anni alla famosa statua inanimata di Condillac, che propone la stessa cosa. Passaggio del libro di Morelly: Si pu definire fisicamente lo spirito, con i movimenti combinati degli organi, in quanto agiscono sull'intelletto, perci le idee sono reazioni fisiche di fenomeni fisici. Il cuore, con i movimenti combinati degli organi, in quanto agiscono sulla volont, il cuore quindi agisce sulla nostra volont sotto forma di influenze di tipo sentimentale e non solo razionale. Ci sono azioni che possono intervenire violentemente sulla nostra volont: sono le passioni, l'irrompere di sensazioni difficilmente controllabili dalla ragione. I desideri li possiamo unire con i movimenti del cuore, causati dall'immaginazione di un bene che non possediamo, sul piano soggettivo pu essere un desiderio specifico, sul piano collettivo l'utopia, che nasce dal desiderio (Diderot diceva dal sogno) o anche dal ricordo di un bene mancante che abbiamo perduto e non abbiamo pi. 3. importante anche che la creazione divina, a cui Morelly crede anche da materialista. Usa spesso Natura e Dio con la maiuscola. Nella natura Morelly intuisce un destino egualitario: la natura ci vuole uguali perch siamo tutti uomini e donne. C' un destino, un volere di uguaglianza nella natura, che per stato messo in discussione, stato alterato da una cattiva storia. La storia ci ha portato lontano dall'uguaglianza che la natura aveva scritto per noi. (Analogia con Rousseau. C'era quindi un argomentazione che si stava diffondendo in certi ambienti radicali). 4. Quarto elemento da sottolineare che in quanto sensista Morelly riconosce che la felicit anzitutto una condizione individuale, una situazione personale. Questa felicit la si sente prima di tutto individualmente. Questa nostra aspirazione alla felicit destinata a rimanere frustrata se noi diamo all'umanit un'interpretazione egoistica. La natura ha costruito una condizione ideale per l'umanit, che fa s che diventiamo felici solo attraverso una collaborazione con gli altri: abbiamo bisogno degli altri, e lo capiamo razionalmente. Lo stesso benessere materiale non pu esserci assicurato da soli. Ma la felicit anche sentimento e cuore, per cui serve una soddisfazione sentimentale nei rapporti con gli altri. L'educazione deve ribadire che la felicit la si sente individualmente, ma all'interno di un ambiente sociale che deve essere armonico. A inizio anni '50 inizia a scrivere trattati di ordine politico, orientati all'esaltazione del dispotismo illuminato. Crede che la ricerca della felicit sia pi facilmente perseguibile attraverso un potere solido. Scrive un trattato intitolato Il principe. Occorre una figura autorevole ma si deve trattare di una monarchia con una certa capacit di costruire un sistema razionale e coerente con le aspettative. Occorre un esercizio della sovranit politica da intendere come arte sociale. La sovranit politica si qualifica per la capacit di essere un arte sociale, cio di costruire una societ. Si fa appello a un principe a disegnare e costruire. un principe padre ed educatore, e ha come suo compito fondamentale di costruire attraverso il suo potere paterno una societ armonica. La politica serve non in quanto garantisce quello che esiste, ma in quanto costruisce una societ diversa, una societ armonica. Armonica per Morelly significa saper armonizzare il valore dell'uguaglianza con le molte disuguaglianze specifiche che gli uomini hanno reciprocamente. La grande arte della politica far s che le differenze che pure ci sono nella natura dei singoli individui, non siano strumento di disuguaglianza disarmonica, ma siano ricondotte a un armonia ugualitaria in cui ognuno trovi la sua strada per la felicit. L'uguaglianza non significa il livellamento totale di ogni cosa. L'arte sociale la capacit di armonizzare piccole disuguaglianze che corrispondano alle aspettative e alle strategie dei singoli. I singoli non devono essere egoisti:

devono essere educati alle necessit individuali dei bisogni degli altri che fa parte della natura umana. Su questa base Morelly arriva all'utopia vera e propria, in due momenti: 1) 1753 - Basiliade, romanzo utopico in cui torna all'utopia del principe illuminato. Il sottotitolo dell'opera naufragio delle isole flottanti. Quest'opera un racconto, un gioco letterario, in cui Morelly si presenta come traduttore di un testo indiano, orientale, ovviamente in realt lo scrive lui e finge di averlo trovato e tradotto. C' un'ambientazione esotica e orientale, la storia avviene in una mitica parte dell'oceano orientale in cui si svolge questa vicenda letteraria. un personaggio che sa maneggiare la letteratura: esotismo e oriente fanno parte del gusto dell'epoca. La prima parte di questo testo la descrizione di un'isola felice, collocata tra Oceano Indiano e Oceano Pacifico, e retta da un principe illuminato, Zeinzemin, il quale alla guida di una societ ideale. Questi uomini sono felici, e viene detto subito. La loro felicit data da: assenza di propriet privata; lavoro che viene svolto in comune; il lavoro di tutti ; costumi di tipo vegetariano: non uccidono n animali n pesci il che ha 2 vantaggi: sono sani e vivono in pace anche con gli animali. C' una tradizione di viaggio in queste opere. I selvaggi appaiono sani e belli perch non hanno i nostri vizi. C' un sistema monarchico, una grande semplicit di atteggiamenti politico culturali. Essendo una societ semplice e felice, ha una religiosit molto semplice e naturalistica, si celebra la bont della natura nei riti religiosi, la religiosit non ha nulla a che vedere con i dogmi e le complicanze della religione occidentale o orientale. C' anche una legislazione molto semplice. C' questo principe illuminato che sovrintende a tutto, governa un mondo semplice e moralizzato in cui tutti sono orientati al bene. Perci non ci sono molte molte leggi da scrivere. Non c' il cavillo, l'inganno della legge: c' semplicit naturale anche sul piano politico giuridico. La situazione di questa societ ideale, a differenza di molte altre isole utopie, non una situazione stabile, perch anche il mondo ideale di Zeinzemin soggetto a una condizione che caratterizza tutto l'universo: la perenne lotta tra il bene e il male. C' la ripresa di un motivo tipico della tradizione orientale, una visione dualistica e contrastata del mondo, caratterizzato dalla continua lotta tra Bene e Male, la lotta tra le Virt e i Vizi. A un certo punto quest'isola soggetta a questa lotta. Virt e vizi sono rappresentati come divinit personificate: c' una specie di olimpo in cui essi sono rappresentati come dei. I vizi, il cui capo l'avarizia, discutono nel loro olimpo, seccati della presenza di un'isola dove i vizi non dominano, e decidono di muoverle guerra. E lo fanno tramite le isole galleggianti, in cui fanno salire persone provenienti dall'occidente, in primo luogo i mercanti, i commercianti, e queste isola vengono mandate contro l'isola di Zenzemin. Alla fine della storia, reagiscono le divinit buone, le virt, e tutte le isole galleggianti e i loro abitanti vengono inghiottiti dalle acque dell'oceano, cos il male perde. Questa lotta viene vinta dalle forze del bene. 2) 1755 - Il codice della natura un saggio filosofico. Opera attribuita a Diderot e poi fatta propria dalla congiura degli uguali. un saggio filosofico che per ha una caratteristica interessante: l'appendice. Alla fine della trattazione filosofica, il libro si conclude con un'appendice, in cui d le leggi fondamentali di una societ felice, di una societ ideale, sotto forma di costituzione, redatta in articoli e in linguaggio giuridico, che sostituisce la descrizione romanzesca dell'isola felice. un operazione importante perch con lui l'utopia da espressione letteraria diventa esplicitamente progetto giuridico-politico. Questo agir sul suo secolo come volont di riscrivere le leggi, e verr fatto prima in America e poi in Francia. Morelly intuisce quest'aspirazione a rifondare la societ politica, e per farlo occorre una veste giuridica nuova di tipo costituzionale. Argomentazione filosofica Precede questa proposta di codice (codice che traduce i valori della natura in un ordinamento politico). Primo elemento: c' uno stretto stretto legame tra politica e morale. L'avvicinamento alla problematica politica passa attraverso un'ottica morale. Di questo avvicinamento Morelly cerca di dare una veste che convinca, che attraversa tutta la sua formazione e le sue convinzioni di carattere filosofico. sensista. Morelly descrive l'uomo come individuo dal punto di vista filosofico: lo descrive come un insieme di bisogni e di sentimenti. retto da reazioni di tipo utilitaristico. Le azioni dell'uomo sono rette dal principio del piacere e del dolore. L'uomo ricerca il piacere, l'uomo rifugge il dolore. mosso dall'istinto di autoconservazione che si proietta poi dalla ricerca del piacere. Una delle prime fonti del piacere sar soddisfare i bisogni, e dare soddisfazione ai propri sentimenti (antropologia di tipo utilitaristico). Tutto questo non deve diventare, sul piano morale, occasione di giustificazione dell'egoismo, di un individualismo in conflitto con gli altri. importante che la nostra individualit non diventi ragione di disgregazione. Se interroghiamo correttamente la natura, dovremmo capire qual' la giusta individualit, essa non deve diventare un vizio. La natura ci ha gi messo le condizioni perch questa chiusura non avvenga: 1. la natura ci ha fatto, in un certo senso, tutti uguali, perch tutti siamo portatori di bisogni e di sentimenti. 2. Questa uguaglianza di natura per si esplica, si evidenzia, diventa ragione di azione degli individui, secondo non un uguaglianza assoluta di bisogni e comportamenti, ma attraverso quelle che Morelly chiama le variabilit secondarie. Questi bisogni che tutti hanno variano infatti a seconda di ciascuno, perch per esempio non tutte le stesse cose fanno lo stesso piacere a tutti. Morelly spera di costruire una societ fortemente socializzata, comunistica, senza ammazzare l'individuo, tenendo in piedi questa dimensione individualistica. Terzo elemento: ma pu anche avvenire che tra bisogni e risorse si formi uno squilibrio, ossia che gli uomini presentino una quantit di bisogni superiori ai beni disponibili in quel momento stesso (era l'ipotesi hobbesiana, la condizione dello

stato di natura di Hobbes, in cui gli appetiti degli uomini sono invariabilmente superiori ai beni). Morelly si pone nella stessa situazione; per se questo avviene non l'inizio del male, ma un'astuzia della natura da cui destinato a scaturire il bene. Da questo squilibrio e impossibilit di soddisfare tutti i nostri bisogni, scopriamo la necessit dell'altro, di allearci con i nostri simili. Di fronte alle difficolt e alle necessit della natura, gli uomini non diventano soggetto di conflitto, attori di conflitto, ma scoprono di aver bisogno di coalizzarsi con gli altri, di mettersi d'accordo. Allora questo squilibrio, che di per s un male, diventa punto di partenza per trovare il bene: il lavoro comune, che pu sanare lo squilibrio tra risorse e bisogni. Siamo di fronte a un pensiero che sta cercando di mettere insieme utilitarismo individualistico e pensiero della societ. In origine avvenuto cos: negli stati selvaggi, all'origine dell'umanit, possiamo ipotizzare che ci sia stato questo equilibrio tra individualit e societ, ma non durato. La causa di questo stato l'aumento demografico e i conseguenti movimenti migratori, che hanno rotto la comunit originaria e hanno proiettato gli uomini lontani dalla loro origine. Gli uomini cos perdono la consapevolezza dei legami con gli altri. stato un processo vizioso, egoistico, e il vizio per antonomasia ancora una volta l'avarizia, che conduce a tutti i mali della civilt sbagliata in cui viviamo, che ha come emblema sul piano giuridico, politico ed etico il diritto di propriet. L'unica speranza di salvezza passare alle condizioni di uguaglianza e solidariet originarie, dandosi un nuovo codice e rispettandolo. una costituzione che all'inizio d i principi fondamentali e poi divisa in una serie di capitoli che riproducono un mondo della societ ideale: citt, educazione, consumi, sanit etc. In testa a tutto ci sono queste tre leggi fondamentali e sacre: 1. contro al mantenimento del diritto di propriet : non esistenza del diritto di propriet (pu sussistere solo dei beni personali, non dei mezzi di produzione). Va bandito da questo schema di organizzazione dell'equilibrio naturale. 2. Concezione di ogni cittadino come persona pubblica nutrita a pubbliche spese. Ogni cittadino una persona pubblica e la societ nel suo complesso responsabile della soddisfazione dei suoi bisogni. Appello al pubblico per soddisfare i bisogni. 3. In cambio scatta per la terza legge, che il dovere del lavoro. Questi sono i presupposti per tutta una legislazione di carattere fortemente collettivista. Nell'ultima parte del codice arriva a un certo squilibrio a favore della societ. Corollari delle leggi fondamentali: ossatura del discorso economico: si lavora in comune, il lavoro collettivo e si svolge secondo regole stabilite dall'autorit politica. Per 5 anni obbligatorio il lavoro agricolo, per ognuno va a fare quello che riesce meglio. Questo lavoro d luogo poi a una distribuzione centralizzata del prodotto. Questo lavoro collettivo d luogo a un prodotto che viene ammassato in magazzini a gestione pubblica e poi distribuito dall'autorit politica non in parti uguali, ma a seconda dei bisogni di ciascuno. Se le risorse sono insufficienti, si dar meno a tutti, ma sopratutto si studier per alzare il livello di produzione, con la coalizzazione della societ. Necessit di mantenere l'equilibrio interno al popolo geograficamente e urbanisticamente. Case simili, strade rettilinee. Sono aspirazioni del secolo. Idee delle strade rettilinee legate all'idea di ordine, anche geometrico (quadrato romano). Citt con ugual numero di abitanti. Serie di leggi politiche che rimandano a un impianto democratico (tutte le cariche pubbliche sono elettive) ma forte ruolo dei capi, che sono gli anziani. Democrazia popolare; i capi sono le figure pi illuminate e capaci di guidare questo mondo, che una volta disegnato, non deve pi cambiare. Alimentazione in comune

Ad un certo punto il pensiero utopico nel corso del 1700 conosce una ulteriore trasformazione destinata ad influenzare le altre utopie. Finora l'utopia letteraria ha descritto isole sconosciute, mondi che non esistono sul piano geografico. Da un certo punto in avanti, proprio verso la fine del '700, l'immaginazione di un mondo ideale si trasferisce da un discorso geografico a un discorso del tempo: si proietta il mondo ideale non in un luogo sconosciuto, ma in un tempo sconosciuto, un tempo ideale. Il punto di partenza di questa operazione un romanzo utopico che vede la luce a Parigi nel 1770: L'anno 2240. autore uno scrittore di media tacca, Louis Sebastien Mercier, che vivr e descriver la rivoluzione francese. Egli proietta una societ felice nel futuro. Che cosa c' nel 2240? C' Parigi, descrive un luogo noto, per trasformato su una umanit moralizzata, armonica, dove l'immagine stessa della citt cambiata. una Parigi non pi sporca, trasfigurata in senso naturalistico: tutti vanno a piedi, ci sono grandi giardini, tutti i tetti sono trasformati in giardini pensili. C' l'idea che si possa descrivere la societ ideale nel futuro. quella che 100 anni dopo Mercier, ancora in Francia, si comincer a chiamare ucronia, parola modellata sul termine utopia: il tempo che non c'. Viene dall'opera di un filosofo, Carl Renouvier. Questo scrittore elabora quest'immagine e d il via a un'elaborazione di carattere filosofico e letterario: nel suo romanzo riscrive la storia dell'Europa senza il cristianesimo. Sar la filosofia della storia, e non della natura, a regnare d'ora in poi. Autore contemporaneo di Mercier Condorcet.

CONDORCET uno dei grandi philosophe dell'illuminismo francese, anche se meno conosciuto di Voltaire, Rousseau, Montesquieu sul piano del pensiero politico. In realt in Francia considerato un grande esponente della filosofia dei lumi. Essendo un po' pi giovane degli altri citati, ha la caratteristica di essere l'unico dei filosofi di primo piano dell'illuminismo francese che giunge fino all'epoca rivoluzionaria. Condorcet partecipa alla rivoluzione, da una posizione non estremista, ma nemmeno troppo moderata. quindi stato spesso utilizzato come esempio vivente dei rapporti tra illuminismo e rivoluzione, per mostrare come questi si intersecano e si influenzano reciprocamente: Condorcet un filosofo che si sforza di incidere sugli avvenimenti rivoluzionari, ma a loro volta questi incidono su di lui. Egli poco utopista, ma conclude con un immagine utopica legata alla visione del futuro (ucronia). Condorcet ha delle significative esperienze intellettuali fin da giovane, prima della rivoluzione francese. Di formazione uno scienziato, un matematico, e come tale diventa segretario dell'accademia delle scienze di Parigi prima della rivoluzione. Ha un atteggiamento di attenzione per la scienza che traspare poi anche negli atteggiamenti politici. Ancor prima, poco pi che 20enne, fa parte come funzionario di grado elevato del governo Turgot. un intellettuale che viene chiamato attorno al 1770 a fare da primo ministro del sovrano del re di Francia, ed l'unico tentativo che avviene in Francia di razionalizzazione del potere, di riforma. Turgot cerca di riformare il modo di governare della monarchia francese secondo i canoni dell'illuminismo. un esperimento che si conclude brevemente a causa dell'opposizione dei nobili. Il giovane Condorcet partecipa a questo esperimento riformatore interessandosi soprattutto di problemi di carattere economico: per lui l'occasione per iniziare a scrivere anche cose di interesse politico, orientate sull'idea delle libert economiche contro i privilegi (discorso tipicamente illuministico). Elabora, per esempio, l'idea della libert di commercio: contro i dazi e gli ostacoli feudali alla circolazione delle merci. Il suo esordio come intellettuale che riflette di cose politiche e sociali quindi un esordio liberale, legato alla libert di commercio in particolare. Tra le cose che Turgot pubblica c' un progetto breve di storia universale: scrivere una storia del mondo orientata dall'idea di progresso. Condorcet realizzer in maniera pi compiuta il progetto del maestro. L'altro suo maestro intellettuale Voltaire. Egli ne subisce positivamente l'influenza. l'ispiratore per Condorcet dei temi delle libert civili e intellettuali. Condorcet uno strenuo sostenitore della libert di stampa. una doppia filiazione di carattere intellettuale nell'ambito dell'illuminismo: da Turgot ricava le suggestioni volte alle libert economiche, da Voltaire ricava l'idea delle libert intellettuali e di pensiero, soprattutto quella di stampa. Questo personaggio ha una prima fase di maturazione del pensiero soprattutto negli anni '80, a contatto, o meglio, come occasione di riflessione determinata dalla rivoluzione americana. Egli oltre agli interessi scientifici, coltiva un interesse politico, che negli anni '80 cresce di pari passo alla rivoluzione americana. Per Condorcet questo significa maturare uno spirito repubblicano. L'esperienza della rivoluzione americana e della fondazione degli Usa suggerisce a Condorcet l'idea che la repubblica si possa fare anche nei paesi di grandi dimensioni. L'esperienza della rivoluzione americana insegna agli europei che si possono costruire sistemi repubblicani anche nei grandi paesi: questo l'insegnamento americano ai paesi europei. Condorcet, che acquisisce questo motivo 5 anni prima della rivoluzione francese, non lo abbandoner mai pi, e attraverser la rivoluzione sempre con un forte spirito repubblicano. Scriver e dir direttamente che dobbiamo liquidare la monarchia. Ultima cosa sul periodo pre-rivoluzionario, in questi anni '80 scrive molte cose sotto forme di dialoghi ambientati negli Stati Uniti: Condorcet si atteggia a colui che vuole dare indicazioni agli americani, ma in realt ai francesi, per proporre un nuovo assetto costituzionale del potere politico. Lo fa discutendo sulle cose americane, ma in realt sta proponendo modelli ancora non esistenti ma poi sperimentati durante la rivoluzione. La repubblica ribadita in quanto sistema che permette una rappresentanza politica proveniente dal basso. Le istituzioni politiche nascono dal basso e rappresentano la popolazione. Non ancora in questa fase un democratico a tutto tondo, perch pensa a un sistema rappresentativo elettorale per le cariche pubbliche, ma crede anche che il diritto di voto debba essere riconosciuto solo ai proprietari. Era un modo di pensare diffuso in Europa in molti filosofi prima della rivoluzione francese. Questo discorso legato al fatto che c' ancora il sospetto dei nullatenenti, del popolo come plebe, di coloro che non hanno niente da perdere e che non hanno adeguata istruzione per essere cittadini consapevoli. Per queste ragioni in questa fase Condorcet vede il sistema politico legato a un sistema elettorale censitario. Abbiamo visto il suo avvicinarsi in maniera progressiva alla dinamica politica prima della rivoluzione. Nel periodo rivoluzionario partecipa da protagonista alla rivoluzione. In particolare, fa parte della municipalit parigina ed esponente del comitato all'istruzione. Diventa poi il regista di un comitato per la costituzione, che dopo la fuga del re scriver la prima stesura della costituzione repubblicana della Francia. Poi far parte della convenzione (il primo parlamento repubblicano), ma poi entrer in contrasto con Robespierre. quindi un personaggio di primo piano, che dalle posizioni di una rappresentativit moderata si converte alla democrazia vera e propria. Sul piano politico Condorcet, subito nel 1789, di fronte alla trasformazione rivoluzionaria, si converte in sostenitore del suffragio universale. Diventa cos un democratico, e in quanto tale assorbe con insistenza il principio dell'uguaglianza. Nasce come liberale, perci attento al tema della libert, ma accanto alla libert durante la rivoluzione esalta sempre pi l'uguaglianza. Questo in primo luogo fa s che sul piano elettorale esalti il suffragio universale. In secondo luogo, lo porta per alla convinzione che l'uguaglianza assoluta non si raggiunger mai, che le disuguaglianze ereditate dalla storia rimarranno sempre, e sono enormi, ingiuste. Cos la riflessione politica che Condorcet mette in essere nel periodo rivoluzionario volta a fare progetti per ridurre fortemente tutte le disuguaglianze, di ogni genere. convinto da liberale che non arriveremo mai al livellamento assoluto: questo per non giustifica la non ricerca della riduzione di quelle disuguaglianze eccessive ereditate dal passato. Si pu sintetizzare l'azione di Condorcet nel periodo

rivoluzionario facendo riferimento alle cose che scrive a proposito di specifiche disuguaglianze da ridurre o annullare. 1. La prima disuguaglianza su cui scrive molto quella tra uomo e donna (anche per effetto di una moglie femminista). Nel periodo rivoluzionario l'unico intellettuale di parte maschile che si spinge cos avanti su questo tema: afferma l'uguaglianza politica fra uomo e donna il diritto di voto va riconosciuto immediatamente anche alle donne. Il voto alle donne va riconosciuto perch non c' nessunissima distinzione di carattere intellettuale tra uomo e donna: la ragione della donna uguale a quella dell'uomo. Condorcet anche d'accordo su un maggior riconoscimento di diritti sul piano familiare, patrimoniale, economico. 2. Anche qui scrive in modo abbastanza radicale, la rivoluzione non lo segue: non hanno nessuna giustificazione le distinzioni in ambito civile che provengono da fattori di ordine razziale. La distinzione fra bianchi e neri non ha nessuna ragione di esistere. un tema delicato perch la Francia era una potenza coloniale. Implicitamente contro la schiavit; entra nella societ degli amici dei neri, ma anche qui non otterr niente. 3. Altra distinzione che va combattuta la disuguaglianza tra chi ha la cultura e chi non ce l'ha. L'unico mezzo per ridurre questa disuguaglianza la scuola. Condorcet un grande teorico e propositore della scuola pubblica, con un progetto avveniristico: la sua scuola verr realizzata solo 100 anni dopo, nella terza repubblica. Propone una scuola pubblica su tutti i livelli, dalla base all'universit, aperta a tutti i meritevoli attraverso borse di studio, con totale uguaglianza di diritti e dei programmi tra maschi e femmine. 4. Ultima disuguaglianza da combattere quella economica. ancora un liberale, sostenitore della propriet e del commercio. Condorcet non comunista n socialista, e non lo diventer mai, ma c' uno spazio pubblico per correggere le disuguaglianze economiche: un sistema pensionistico pubblico per esempio, di cui Condorcet ipotizza uno studio con contributi dei lavoratori. Proponeva anche una specie di aiuto pubblico, attraverso sovvenzioni, per i giovani privi di una forza economica propria familiare che uscivano dalle scuole, per farsi una professione e propriet. Sono squarci di tipo quasi utopico per l'epoca. Condorcet scrive anche molte cose sul piano politico: elabora progetti costituzionali basati sulla distinzione fra potere costituente e costituito. Intuisce che la costituzione quello strumento che deve legalizzare l'azione dei poteri costituiti. Questi trovano le loro regole di funzionamento nella costituzione, espressione della volont costituente, che rappresenta la volont del popolo. Quindi grande importanza sulla costituzione. Condorcet afferma anche che per ragioni di democrazia la costituzione dovrebbe essere sottoposta essa stessa al voto popolare. Un aspetto interessante sul piano costituzionale l'idea che la costituzione dev'essere modificabile: ogni 20 anni, scrive Condorcet, si deve rinnovare il testo costituzionale, perch una generazione non deve obbligare le successive per sempre. Questo orientato al progresso: si rinnova per ampliare quello che stato conquistato, per aumentare libert e uguaglianza. L'ultima sua opera scritta in condizioni particolari. Condorcet il responsabile della convenzione del comitato della costituzione. Con il colpo di stato giacobino, Robespierre si appropria della costituzione e la modifica, accantonando i progetti di Condorcet. In questa situazione Condorcet imprudentemente prende posizione pubblicamente contro di lui, denunciandone tensioni dispotiche; cos si becca un provvedimento che lo fa arrestare. Riesce a sfuggire all'arresto e vive nascosto da amici a Parigi, dove scrive l'opera utopica. Nella primavera del '94 Condorcet cerca di scappare da Parigi, ma viene arrestato e trovato morto la mattina dopo in carcere, quasi sicuramente suicida. una fine tragica che rispetta la famosa regola che la rivoluzione tende a divorare i propri figli. Ma Condorcet un rivoluzionario dalle mani pulite, personaggio chiave delle due rievocazioni della rivoluzione francese. nascosto che scrive dunque la sua opera pi conosciuta: Abbozzo di un quadro storico dei progressi dello spirito umano. Siamo tra il 1793 e il 1794; la pubblicazione sar successiva. uno schizzo, un progetto (scritto peraltro senza i normali strumenti di uno studioso, la biblioteca), di una storia universale, gi tentato da Turgot. una storia universale orientata dall'idea di progresso. Il progresso quello fondamentalmente quello dello spirito umano. Spirito traduzione del francese esprit che indica le qualit intellettuali dell'uomo: la ragione (Condorcet totalmente ateo). Lo spirito lo strumento principe dell'uomo per progredire: l'intelletto umano. In questo libro c' una storia del mondo che cerca di far vedere quali sono stati i momenti fondamentali che hanno fatto progredire l'umanit. divisa in 10 parti: 8 sul passato, la nona sul presente, la decima sul futuro. Condorcet pensa che estrapolando i dati del progresso si possa descrivere le linee generali del futuro. un libro di storia dell'umanit visto come una lotta fra chi vuole il progresso e tra chi non lo vuole. I primi sono filosofi e scienziati, coloro che ricercano la verit e la diffondono (la diffusione del sapere il vero momento del progresso). Il progresso scienza ma anche tecnica. L'invenzione dell'agricoltura e della stampa sono momenti in cui scienza e tecnica si uniscono. Si sono invece battuti contro questo progresso i poteri autocratici e il clero di tutte le religioni (contro la libert di ricerca per difendere i propri privilegi). Tutto questo processo diventato anche grande progresso politico: momento fondamentale la rivoluzione francese. Condorcet avrebbe voluto mettere il 1792 come Anno Zero. Grande esaltazione della rivoluzione come momento fondamentale del progresso anche politico. Il futuro un immagine radiosa (sole dell'avvenire), che possiamo estrapolare intellettuale dal progresso vissuto finora. Ci sono tre grandi motivi che identificano questo progresso come sole: due di questi motivi hanno a che vedere con l'uguaglianza. Nel futuro ci sar: 1. la totale uguaglianza fra le nazioni; 2. una uguaglianza non assoluta ma maggiore di ora per quanto riguarda gli individui all'interno di ciascuna nazione. Ci sar una forte correzione delle disuguaglianze fra gli individui; 3. il futuro sar segnato dal perfezionamento della specie umana C' un primo nucleo di dottrina evoluzionista. Sugli scritti scientifici di Condorcet ha riflettuto molto Comte. Progredendo su ogni piano, la specie umana migliorer in ogni campo, fisico, intellettuale, economico. Questi miglioramenti si trasferiranno per via ereditaria da una generazione all'altra. Sicuramente gli uomini di domani vivranno molto pi a lungo. Forse verr il dubbio se davvero la natura abbia dato un limite alla vita o siamo destinati ad essere

eterni. Il pensiero utopico fra '800 e '900 Nella prima met dell'800 c' un'ulteriore periodo caldo delle utopie, un consolidarsi di produzioni sia sotto forma di saggio che sotto forma letteraria. una produzione che fa segnare al genere utopico due elementi di novit molto significativi. 1) Il primo sul piano dei contenuti: sono utopie che vengono scritte all'interno di una civilt, quella europea, che sta diventando industriale. Oltre alla Gran Bretagna, si stanno ormai avviando all'industrializzazione molti paesi europei occidentali. Le scritture di opere utopiche nel periodo considerato risentono di questa trasformazione, iniziano ad essere utopie adatte ad un mondo industriale. L'utopia di Morelly era in fondo pensata per un mondo rurale. Nel corso dell'800 invece, quando si scrive a proposito di un mondo diverso, si tiene di conto il mondo industriale. Il che significa che in gran parte queste utopie hanno due riferimenti: - sul piano dell'organizzazione economica fanno riferimento all'industria, c' quindi una forte presenza rispetto al passato di elementi tecnici e scientifici. Finora c'era solo Bacone, altrimenti le altre utopie pensavano ad un mondo semplice, rurale, con meno necessit di un forte apparato tecnico e scientifico; - secondo elemento legato all'attenzione del mondo industriale che appare nelle scritture dei testi utopici , sul piano del lavoro, l'apparizione della classe operaia. una struttura di tipo classista. Sono utopie che si spera di veder realizzate intorno al proletariato. Trasformazioni di contenuto, che si concentrano sull'attenzione dell'industria, sugli aspetti tecnico scientifici, sul sentimento di riscatto del proletariato. 2) Altra innovazione, pi esterna alla scrittura, il fatto che dall'inizio dell'800 in avanti, attorno agli scrittori di utopie si iniziano a raccogliere delle scuole, dei gruppi, dei discepoli, dei continuatori, qualcuno anche che aspira a realizzarle. Si iniziano a creare movimenti attorno alle utopie. Si formano anche dei partiti politici, prima di tipo rivoluzionario poi riformista. L'utopia diventa non pi soltanto produzione di carattere intellettuale ma anche modo di fare politica con diversi mezzi. Tutto questo si incarna soprattutto nell'800 nelle utopie di carattere socialista. Si potrebbe dividere i socialisti utopisti europei in due grandi categorie: c' chi pensa in un mondo da trasformare dall'alto, dallo stato (socialismo di stato), che idea propria di Saint Simon o Cabet (1840 viaggio in Icaria, dove descrive un comunismo industriale di stato). C' chi invece pensa alla rifondazione del mondo partendo dal basso: il filone associazionistico. Tra i grandi utopisti del secolo, la linea di Fourier (falansterio). Ci sono poi tutte le combinazioni intermedie di questi due elementi, per esempio Louis Blanc. Accanto a queste utopie di tipo socialista, ci sono poi alcuni sogni di carattere utopico che non hanno propriamente carattere socialista. Non ci sono grandi utopie di segno liberale (Condorcet una mosca rara). Si possono ricordare invece tutta una serie di filoni che appartengono in senso lato al mondo positivista scientista, che giustifica da met 800 in avanti una produzione utopica che non di segno socialista (ma anzi, una impostazione di tipo elitario). Auguste Comte: la societ positiva di Comte assomiglia molto a una societ ideale, lo stesso Comte usa la parola utopia per indicare il proprio modello di societ. Egli dice la mia una utopia convenientemente interpretata. La societ positiva di Comte non esiste, ma una societ ipotizzata, e lo con certi criteri (armonia, pace etc) che fa s che anch'essa sia una costruzione apparentabile con le produzioni utopiche. da Comte e dal positivismo che si sviluppa un'altra stagione utopica nel passaggio fra 8 e '900. un altro periodo caldo. Ma prima, nella seconda met dell'800, come si inquadrano marxismo e anarchismo? Il pensiero di Marx si ancorava a un'indagine scientifica della realt: non entra nei particolari della societ comunista. A cavallo fra 8 e '900 c' un altro marxista di primo piano che scrive un'opera che doveva concludersi con la descrizione del comunismo: Stato e rivoluzione di Lenin (1917), testo in cui il tema della rivoluzione strettamente connesso a un progetto di societ futura. Lenin inizia a raccontare come sar la vita degli uomini nel comunismo, sar un paradiso in terra, salvo che poi il testo rimane incompiuto per lo scoppiare della rivoluzione. Possibile lettura anche di parte del marxismo apparentabile all'utopismo. Ancor pi apparentabile all'utopismo l'anarchismo: l'idea che l'umanit si possa autogovernare senza alcuna forma di costrizione. Ulteriore stagione di produzione utopica si situa fra fine '800 e primo '900. C' ancora in questo periodo qualche titolo importante di continuazione con il socialismo utopistico ottocentesco. Non solo il testo di Lenin, ma anche un romanzo di un grande scrittore francese, Emile Zola, del 1901: Lavoro. Questo il tipico romanzo utopico che descrive una societ ideale che combina in forma mista elementi fourieristi e elementi saint simoniani. C' un falansterio retto da un ingegnere di sentimenti saint simoniani, quasi a sottolineare che dei due grandi maestri bisogna unire le forze. Nell'ambito della rivoluzione russa, va ricordato un letterato, Majakovskij, il quale scrive un'opera teatrale nel 1918, che si intitolava Mistero buffo. un opera teatrale che racconta di operai che se ne vanno via dall'Europa occidentale attraverso un razzo (fantascienza e futurismo), e calano su una societ ideale in cui gli operai non sono sfruttati dai capitalisti ma vivono sotto gestione operaia della produzione. un mondo che coltiva pi l'armonia che non la produzione. In questa fase c' una grande fiducia nel comunismo, ma poi sar uno dei tanti intellettuali delusi dal bolscevismo. La produzione pi interessante, pi nuova, pi insistita del periodo per quella che proviene dell'impianto positivista. Sono descritte societ elitarie in cui governano i migliori. C' un impianto di carattere elitista con una forte presenza di carattere scientifico, e in gran parte o totalmente sono ucronie, cio proiezioni nel futuro dell'ansia di innovazione che questi autori esprimono nei loro sogni. Fra questi autori ci sono:

Gabriel Tarde, un magistrato che si interessa di questioni sociologiche (soprattutto l'aspetto della psicologia delle masse), che scrive nel 1896 un'opera Frammento di storia futura. In questo romanzo si raffigura che nel futuro avviene una catastrofe di tipo cosmico: il sole non manda pi il suo calore verso la terra. Avviene quindi una glaciazione in cui la stragrande maggioranza degli uomini muore. Alcuni hanno l'idea di andare sotto terra, per avvicinarsi al nucleo caldo terrestre, dove trovare condizioni che possono ancora permettere la vita. Si crea cos una umanit alternativa all'interno della caverne sotto la crosta terrestre. Si costruisce un nuovo mondo, una nuova citt con caratteristiche ben diverse da quelle diverse. Anzitutto si vive in condizioni in cui non ha pi senso lo sviluppo economico, ma bens la sopravvivenza. Non pi un mondo produttivo, non c' bisogno di coprirsi perch non fa freddo, non ci sono i mezzi per costruire monumenti del potere. Si crea in questo mondo un lite non produttiva ma culturale. A capo di questo mondo sono scelti coloro che sanno inventare pi cose per divertire e distrarre i loro simili. In un mondo che non ha pi grandi esigenze produttive, che non pi economicista, quello che diventa importante sono le relazioni culturali. Si passa il tempo nel modo pi piacevole possibile. la distribuzione del piacere che crea organizzazione sociale, e non la produzione. Altro autore importante George Wells, inglese indicato spesso come fondatore della fantascienza. Scrive nel 1905 un'opera che si intitola Un'utopia moderna. una tipica utopia di tipo scientista. Wells si raffigura che gli uomini partano per scoprire il cosmo, e scoprono un'altra terra uguale identica alla nostra ma abitata da un'umanit armonica che governata da scienziati. un governo mondiale: quel mondo ideale unificato sotto la guida della scienza. Gli stessi umori si trovano in uno scrittore americano dello stesso periodo che si chiamava Bellamy, il quale scrive un'opera nel 1888 che si intitola: Guardando indietro: 2000-1887. si raffigura di essere nel 2000: si raffigura che gli uomini nel 2000 raccontano la storia dell'umanit dal 1887 fino al 2000. essi hanno continuato a progredire, hanno superato le differenze internazionali costruendo un super stato mondiale che retto fondamentalmente da valori di tipo positivistico. Armonia fra classi differenti. Cultura mondiale modellata totalmente sulla religione dell'umanit di Comte. Bellamy recupera Comte. Basta con le ucronie scientiste. Per quanto riguarda invece il '900, a parte i primi decenni, la produzione utopica entra in un periodo glaciale. C' per dell'utopismo, molte nuove idee originali sull'utopia. Da citare il tedesco Bloch, filosofo saggista che scrive Progetto speranza, unendo categorie di tipo marxista e psicoanalisi. Secondo Bloch c' sempre bisogno di utopismo per potersi raffigurare il superamento del mondo in cui viviamo. Ci sono manifestazioni periodiche di aspirazioni di rovesciamenti culturali, come il '68, che ha utopie di tipo marxista per una parte e ambientalista dall'altro (i figli dei fiori). Sono per solo periodi e flash, non si scrivono pi utopie. Sicuramente le disillusioni delle utopie stesse a causa di ci (la grande utopia del secolo era il socialismo, ma il disvelamento della reale condizione operaia ha fatto crollare questo sogno). Anche l'idea del mondo nuovo fascista crollata. Si preferito invece scrivere esattamente il contrario, delle utopie negative. Tecnicamente sono dette distopia, si passa dal sogno di un mondo buono (utopia) alla distopia. Si descrive un mondo che non esiste, spesso nel futuro, ma non un sogno: un incubo. Si descrive un mondo dell'oppressione. Il mezzo letterario lo stesso, ma nel '900 si costruisce non la speranza per il futuro, ma l'angoscia per il futuro. Il prototipo di questa produzione Wells, che nel 1895 scrive quello che il testo che i critici letterari indicano come il primo romanzo fantascientifico La macchina del tempo. Gli uomini di Wells prendono la macchina del tempo e vanno avanti di 800 e rotti anni, a Londra. Tutto l'ordine che sta sopra, che rende questa vita apparentemente bella dei londinesi che vivono in superficie, ha il suo risvolto in una massa di operai che vive sottoterra, istupidita completamente col lavoro. C' stata una cattiva distribuzione della cultura, delle conoscenze. La borghesia sopra sa tutto, vive esclusivamente di ozi, di letture, non produce nulla. Fondamentalmente nei confronti della vita stupida anch'essa. Sotto c' un mondo regredito a livello animale a cui si lavora e basta, in cui non c' nessuna dimensione morale e culturale. Questo mondo del futuro la denuncia dei mali causati dallo sfruttamento, che porter a un mondo bestiale. Questa idea del capitalismo oppressore c' anche in un romanzo di Jack London, autore di Zanna bianca, che scrive Il tallone di ferro. Il tallone di ferro il capitalismo del futuro che schiaccia attraverso la forza dell'oppressione poliziesca la classe operaia. un'implicita critica a un capitalismo che non abbia anche una vocazione sociale. Arrivano poi tre grandi libri che rappresentano la distopia 900esca. 1. Il primo di un russo: Zamjatin, che scrive nel 1924 un romanzo Noi (noi la tipica accentuazione del collettivismo). In questo mondo basato tutto sul noi, l'Io scomparso. Il pericolo di quei sistemi che la collettivit diventi una gabbia totale per l'individualit. La citt descritta interamente costruita in vetro! 2. Il mondo nuovo di Huxley (1932). Il modello il fascismo italiano, descrive un mondo dittatoriale governato ferreamente dall'alto. A differenza che in Orwell, il controllo basato sul controllo delle comunicazioni culturali. Il controllo dei mass media permette a un lite di governare come crede, e anche di far credere alle persone che sono felici. La radio instupidisce le persone. 3. 1984 di G. Orwell.

LO STATO SOCIALE NEL PENSIERO POLITICO CONTEMPORANEO. Definizioni di carattere concettuale Stato sociale: una definizione che appare nel linguaggio della teoria politica soprattutto nella prima met dell'800, in particolare in Francia, dove si inizia a parlare di tat social. Questa definizione 800esca nel corso del '900 stata affiancata e talvolta superata da una definizione equivalente inglese, il welfare state. Quando nasce, questa definizione vuole alludere a un'interpretazione dello stato pi ricca di quella teorizzata a proposito dello stato moderno fra 6 e 700. Lo stato moderno si sviluppa fondamentalmente secondo una concezione di stato garante, ossia il compito fondamentale dello stato garantire la convivenza fra gli individui. in gran parte l'interpretazione dello stato di ascendenza giusnaturalista. Compito dello stato quello di porre in essere la propria forza affinch i sudditi, e poi sempre pi i cittadini, convivano pacificamente fra di loro e in questa convivenza possano mantenere una sfera di autonomia nel privato. Per Hobbes questo tema in gran parte legato alla salvaguardia della pace, anche se gi in lui emergevano spazi di tutela della individualit. Ancor pi in Locke emerge l'idea di stato che ha come compito precipuo quello di garantire la convivenza fra individui portatori di diritti, di interessi propri. Compito dello stato quindi non di intervenire sulle disuguaglianze, sulla vita degli uomini, sulla ricerca della soddisfazione dei bisogni essenziali: quello problema dei singoli. Compito dello stato quello di garantire che questa ricerca di soddisfazione dei diritti avvenga in un quadro ordinato, in modo che per raggiungere i propri bisogni nessuno di noi si portato a far del male ai propri simili. Il compito in gran parte quello di un grande poliziotto-magistrato: garantisce rapporti di giustizia fra gli individui. La ricerca della felicit, la soluzione dei problemi vitali degli uomini spetta agli individui, lo stato ha il dovere di far s che questa ricerca di soddisfazione avvenga in un quadro ordinato. Con lo stato sociale 800esco (post rivoluzione francese, post rivoluzione industriale), a partire in particolare dalla met dell'800, si comincia a disegnare anche ulteriori responsabilit da parte del governo politico. L'osservazione legata alla fragilit della situazione di molti individui in rapporto alla soddisfazione dei bisogni. Nel corso dell'800 si inizia ad ipotizzare che, data una determinata posizione sociale, non detto che i problemi degli individui derivino unicamente da responsabilit o da colpe degli individui stessi. Di fronte a questa constatazione, comincia ad essere ritagliata anche una responsabilit del potere politico nel costruire le situazioni affinch l'individuo possa effettivamente soddisfare i propri bisogni. Si comincia a ipotizzare che senza un aiuto politico, i problemi della parte pi debole della popolazione non possono essere risolti. Tutto questo assume un'ottica che si sposta anche sul piano dei valori, dall'individuo alla societ, da qui la definizione di stato sociale. Lo stato sociale qualcosa di diverso, in pi rispetto allo stato di garanzia del '600-'700, che si limita esclusivamente a garantire la pace degli spazi individuali. Lo stato sociale costruttore di questi spazi, non solo garante di essi. Assume in s, fra i propri compiti, la riduzione dei problemi individuali. Una teorizzazione analoga, che comincia anch'essa nel corso dell'800, vale per il tema dei diritti. I diritti sono stati una delle grandi valori del pensiero politico 700esco. Locke ne il grande teorizzatore. Nel corso dell'800 si iniziano a elaborare nuovi diritti che il secolo precedente non aveva considerato come tali, diritti che hanno una portata molto pi sociale. Sociale in doppio senso: 1. riguardano non solo gli individui ma anche la societ nel suo complesso; 2. perch richiedono anch'essi un intervento concreto dello stato per arrivare alla loro realizzazione effettiva. Richiedono non solo un'azione di garanzia, ma un intervento effettivo da parte della politica per renderli realizzabili. Il primo che entra in gioco cronologicamente fra questi diritti, che viene identificato come diritto sociale, a fine '700, il diritto all'istruzione. Esso pu essere riconosciuto come un diritto individuale. Per se lo interpretiamo in termini di rilevanza sociale (ed quello che a fine 700 si inizia a fare), esso viene identificato come un diritto che spetta a tutti. In quanto spettante a tutti, non si pu pensare che la sua realizzazione venga delegata alle famiglie. Scatta quasi immediatamente l'osservazione che se tale diritto deve diventare effettivo, almeno potenzialmente, per tutti, ha bisogno necessariamente di un intervento pubblico. Istruzione pubblica significa che lo stato si prende carico del tema dell'istruzione: costruisca scuole, ponga le condizioni affinch esse vengano frequentate da tutti, aiuti i pi meritevoli. Questo diritto non pu essere trattato come un diritto individuale. Il discorso cambia poi per tanti altri diritti, come il diritto alla sopravvivenza: l'espansione che ha l'idea del diritto alla vita, come il diritto a una vita dignitosa anche sul piano economico. Diventa quindi il diritto alla sopravvivenza secondo le condizioni minime che siamo abituati a riconoscere a un essere umano. Chi non in grado di garantirsi questo con le proprie forze, l'invalido, il malato, il disoccupato deve poter veder garantita la propria sopravvivenza con sussidi statali. Ancora avanti troviamo il diritto alla salute, poi tutti i diritti ambientali. Questo tema un tema di discussione accesa, fino ai nostri giorni. Si trattato fin dall'inizio di un dibattito. Momenti di maggiore discussione attorno a questo tema PRIMO MOMENTO l'Inghilterra della prima rivoluzione industriale, per due ragioni: 1. un momento in cui cambiano fortemente i dati economici e quindi anche la struttura sociale del paese. C' la possibilit di affiancare il pensiero politico e sociale a una struttura industriale; 2. esplode prima che in altri, proprio anche perch il primo paese che affronta questa realt, il dibattito attorno al ruolo dello stato nei confronti degli squilibri sociali. In Inghilterra avviene soprattutto in questo periodo attorno al tema della povert. Attorno ad esso si delinea l'idea di istituti di intervento sociale con funzioni di riequilibrio sociale. Il ruolo o meno dello stato ipotizzato in funzione soprattutto del contenimento del problema della povert. Le prime forme di stato sociale nascono quindi soprattutto come istituti di assistenza per i poveri.

I soggetti cambieranno nel corso del tempo: questo discorso, che nasce attorno ai poveri, nella seconda met dell'800 (soprattutto con lo stato sociale bismarckiano o prussiano) identificher come soggetto di intervento il proletariato; mentre il welfare state 900esco identificher come soggetto di intervento tutti i cittadini, avr carica universalistica. Il ruolo dello stato sociale attraversa queste 3 figure che concentrano l'idea dell'intervento: prima il povero, poi l'operaio, infine al cittadino. Data di inizio e data di fine di questo dibattito ideologico data di inizio 1776 Siamo secondo gli storici dell'economia al vero e proprio decollo industriale. Ma anche una data significativa per la storia della cultura inglese: viene pubblicato La ricchezza della nazione di Smith, libro che d il via all'economia politica moderna, cio all'idea che il problema economico fosse un fenomeno autonomo, distaccato dalla morale. L'economia assume cos la propria centralit e autonomia come scienza. Data di fine 1834 Avviene un'importante riforma in Inghilterra: la legge della poor law. una definizione che raccoglie al suo interno vari interventi di tipo legislativo. La sua origine concreta risale al '500-'600, sotto il regno di Elisabetta I, che aveva scritto alcuni editti riguardanti la povert: da un lato editti di tipo repressivo (inasprimento delle pene per il furto, il vagabondaggio, per i mendicanti), dall'altro si proponeva anche di prevenire il formarsi della povert attraverso dei sussidi nei confronti dei poveri stessi. La povert era considerato un fenomeno preoccupante per l'ordine pubblico, perci la monarchia si riproponeva di intervenire attraverso sussidi per prevenire tale fenomeno. In realt lungo il '600 e il '700 la parte propositiva della poor law non era particolarmente coltivata, ma con l'esplodere della rivoluzione industriale questo apparato viene ripreso in mano. Questo perch ci si rende conto presto che l'industria non risolve il problema della povert, ma, anzi crea nuove forme di povert. Non c' una maggiore povert rispetto al precedente della prima rivoluzione industriale, per di sicuro c' una povert diversa, percepita in modo diverso. certo che le forme della povert iniziano ad essere diverse e sentite in modo nuovo rispetto al passato. Quella precedente alla rivoluzione industriale era una povert di tipo nascosto: intanto molti poveri vivevano dentro i loro nuclei familiari allargati in una condizione di povert generalizzata che non arrivava agli estremi della perdita della possibilit di vivere. C' anche il fatto che prima della rivoluzione industriale nelle campagne l'elemento proprietario era meno severo rispetto al periodo della rivoluzione industriale. Ricordiamo il fenomeno che precede la rivoluzione industriale: la rivoluzione agraria, la chiusura dei campi destinati agli usi comuni della comunit rurali (le enclosures). La progressiva chiusura dei campi destinati agli usi comuni fa s che questa compensazione per i poveri si riduca. Erano condizioni ricercate per trovare forza-lavoro per l'industria urbana. Avviene cos una massiccia migrazione dalle aree rurali alle nuove citt industriali, legata anche al fatto che queste forme di privatizzazione costringono di fatto i poveri a cercare salvezza e sopravvivenza nelle citt. La povert dispersa delle piccole povert rurali diventa una povert massiccia e evidente nelle citt, dove non esistono compensazioni: o si trova lavoro in fabbrica, o si muore di fame. C' una percezione molto pi viva del fenomeno della povert, che rimbalza anche nella riflessione degli intellettuali. Non c' intellettuale di prima o seconda tacca del periodo che non scriva una memoria sulla povert: economisti, socialisti, utilitaristi, i grandi della letteratura romantica inglese, sotto forma di poesia, saggi, articoli, che danno l'idea di quanto fosse caldo il problema per gli intellettuali di quel periodo. C' un'enorme dibattito che si concentra su vari aspetti: 1. primo aspetto identificare chi sono i poveri; 2. immediatamente dopo, qual' la causa della povert. Prima grossa discriminazione di separazione fra questi intellettuali fra chi dice che la povert dovuta ai poveri stessi, alla loro oziosit, alla loro mancanza di previdenza; e chi scrive invece che la povert ha cause strutturali; non solo un problema morale, ma ha anche cause sociali ed economiche. 3. Altro grande tema infine come intervenire, come curare la povert e limitarla. E ancora, a monte, se c' in questo una responsabilit dello stato o meno. Su queste ragioni per dibattere si creano schieramenti, scuole. Semplificando possiamo identificare in quattro gli atteggiamenti fondamentali in questo periodo in Inghilterra attorno al problema della povert. C' un pensiero conservatore, quello anche dei grandi intellettuali romantici, favorevole all'intervento in favore dell'assistenza ai poveri. I conservatori inglesi, la cultura conservatrice inglese tendenzialmente favorevole all'intervento assistenziale a favore dei poveri. Eredita una tradizione un po' mitizzata della nobilt: merito storico della nobilt quello di essere il soggetto di protezione dei deboli. compito dei nobili ricchi che guidano la societ di guidare i pi deboli. I conservatori sono quindi favorevoli all'esercizio della poor law. (1) L'ala destra interventista. (2) C' un ala sinistra, socialista emergente, che pensa a una responsabilit dei pubblici poteri a intervenire, poich causa della povert il sistema economico, il capitalismo. Pi che pensare favorevolmente all'intervento statale, si pensa a una rivoluzione economico sociale che nasca dal basso: cambiare il mondo l'unico modo per risolvere la povert. Per progressivamente si approda a quest'idea. Fra destra conservatrice e sinistra socialista c' quindi un sentire comune. La discussione si fa accesa al centro, nella cultura liberale, che su questo punto si spacca: c' una contrapposizione interna fra una parte del liberalismo che dice che i pubblici poteri devono intervenire a favore della povert e una parte del liberalismo di tipo radicale che trova nuove argomentazioni per dire che la povert non un problema politico ma un problema che solo i singoli possono risolvere. Liberalismo interventista (3) e astensionista (4).

Il tutto, in un esercizio molto forte della poor law. Durante la rivoluzione industriale la parte propositiva della poor law viene riscoperta ed la ragione giuridica ed ideologica di una spesa importante in favore dei poveri. In alcuni periodi si spende il 2% del PIL inglese in sistemi assistenziali: moltissimo per l'epoca. C' un esborso crescente da parte dello stato che ha come figura principale il sussidio. Gran parte della spesa pubblica viene quindi indirizzata a sussidiare, quasi sempre in moneta, altre volte in prodotti di base (latte per i bambini etc), i poveri. La discussione si sviluppa da ora esclusivamente sui liberali: quali sono le ragioni dei pro e dei contro all'esercizio della poor law? Filone contrario alla poor law 1. Adam Smith 2. Bernard Mandeville 3. Thomas Robert Malthus ADAM SMITH La ricchezza delle nazioni - 1776 Tutto il modo con cui Smith affronta la problematica economica mette ai margini il tema della benevolenza, che ci che in fondo ci muove ad aiutare i poveri. Il far del bene una presenza secondaria, non che non sia affrontata da Smith, per sicuramente posta ai margini all'interno del comportamento economico fondamentale dell'economia moderna. Non la benevolenza che muove il meccanismo economico dell'economia moderna ma l'interesse. La logica dell'economia contemporanea la logica dell'interesse. Non il dono l'elemento caratterizzante della societ contemporanea, ma lo scambio. L'economia borghese capitalistica individualistica disegnata da Smith un'economia basata sullo scambio. Sembra inoltre a Smith che una economia basata sullo scambio corrisponda maggiormente alla natura umana. Noi antropologicamente siamo proiettati verso lo scambio, che una sanzione a livello economico del fatto che siamo portati a comunicare con i nostri simili, salvaguardando per la nostra sfera di interesse. Questa l'essenza costitutiva: il meccanismo dell'economia capitalistica descritto come un meccanismo naturale (sar la cosa che far imbestialire Marx). La logica dello scambio costruisce un'economia naturale. Attraverso lo scambio ognuno di noi cerca la soddisfazione dei propri interessi e bisogni, non cerca intenzionalmente il bene comune. Ma cos facendo, aggiunge in un punto citatissimo Smith, perseguiamo anche l'interesse generale perch c' una mano invisibile che fa s che quelle che sono azioni di tipo individualistico si compongono poi nell'interesse generale. Questa mano invisibile non la mano della divinit, un'immagine che rappresenta la logica impersonale del mercato. Ci significa che nel momento in cui io mi affaccio nel mercato per soddisfare un mio bisogno, inavvertitamente e inconsapevolmente stimolo altri interessi di un mucchio di soggetti che assolutamente non conosco. Questo si moltiplica poi con l'enormit delle transazioni economiche, e quindi c' un ampliamento a dismisura del processo di scambio. Questo processo di scambio ha, nelle argomentazioni di Smith, una forza di meccanismo naturale che non pu essere governato da una mente esterna e unica al mercato stesso; quindi questa ricerca di una benevolenza reciproca che avviene attraverso lo scambio automatica, non ha bisogno di una mente organizzatrice, non ha bisogno dello stato. Anzi bene che la politica capisca le proprie funzioni e interventi, per non alterare in modo negativo quello che un meccanismo naturale. Altra argomentazione di carattere generale che riguarda Smith, e che alimenta una parte preponderante del suo libro, riguarda i compiti della politica. Questa parte del libro si intitola Sulle spese del sovrano. L'intervento della politica una spesa. Allora l'attenzione di questo sostenitore del mercato rispetto all'azione politica parte anzitutto ad affermare che essa deve costare il meno possibile, e deve essere un costo necessario. In funzione di questo, Smith elenca quali sono i compiti del sovrano (ma riguarda qualsiasi potere politico), con l'aria di fare un elenco che va interpretato come un elenco concluso, che non si cambia: 1. Il sovrano deve difendere la comunit nazionale: l'esercito una spesa necessaria e giusta; 2. il sovrano deve amministrare la giustizia, per mantenere l'ordine interno; 3. compito che apparterr anche allo stato sociale, l'istruzione. Smith sostenitore dell'istruzione, che deve essere mista: pubblica e privata. Dove non arriva il privato perch mancano le risorse deve arrivare il pubblico. Smith sensibile a questo perch per un mercato organizzato servono persone con un minimo di istruzione diffusa. 4. Riguarda il suo tempo, la difesa dei mercati inglesi quando sono all'estero, dal punto di vista fisico. Un contributo poi per i mercanti lo devono dare. Lo stato potr chiedere per via fiscale un contributo specifico ai mercanti per l'aiuto specifico che gli viene fornito. 5. Le grandi infrastrutture. Ci sono delle grandi opere che servono a tutti, che sono talmente grandi che il capitale privato non pu arrivare a sostenerle. Smith pensava soprattutto ai canali: c'era nel periodo in Inghilterra una grande opera di canalizzazione per favorire il trasporto delle merci. Costruire una grande rete di canali il punto dove lo stato pu intervenire, perch lo sviluppo economico che ne consegue interesse di tutti. Si pu ricavare dalla Ricchezza delle nazioni qualcosa che riguarda pi specificamente il tema della povert. Per la verit non c' nel libro di Smith una trattazione diretta ed estesa sul tema della povert, ma a un certo punto c' una critica a un istituto della poor law, critica che risponde sempre alla logica dell'autonomia dei sistemi economici. La poor law, che prende molto vigore nel periodo della rivoluzione industriale, si realizza soprattutto attraverso sussidi. Il meccanismo della raccolta delle somme necessarie per sussidiare i poveri e la distribuzione dei sussidi avvengono in

gran parte in ambito parrocchiale. Il perno dell'esercizio della poor law, ossia raccolta di fondi e distribuzione di essi, avviene in gran parte su base parrocchiale. Va ricordato che la parrocchia nella realt inglese nell'epoca del 700, s una circoscrizione di carattere religioso, ma era anche una sorta di circoscrizione amministrativa. Attorno alla parrocchia, all'autorit religiosa locale (si trattava quasi esclusivamente di autorit anglicane), si riunivano anche i notabili del luogo, la nobilt che possedeva tenute nella zona, la borghesia del borgo. In forza di una legge dello stato, la poor law, le parrocchie erano autorizzate a imporre imposte, soprattutto nei ceti medi e medio alti della parrocchia stessa, per utilizzare i fondi in termini assistenziali. un meccanismo che presenta anche degli inconvenienti: anzitutto c' grande disparit fra una parrocchia e l'altra. Ci sono parrocchie efficienti e non, mobilitanti o meno, e cos via. Essendo affidato alle parrocchie, affidato anche alla buona volont delle persone, non c' una uniformit nazionale dell'applicazione della legge. Poi ovviamente ci pu essere un uso clientelare dei fondi: la parrocchia pu scegliere di sussidiare solo certi poveri, quelli pi affidabili sul piano del comportamento religioso e dare meno a quelli che non vanno in chiesa. Il problema che affronta Smith a questo proposito legato a un dispositivo che si era creato nel suo periodo, di fronte alle rimostranze di molte parrocchie (note per essere generose ed efficienti) che si trovavano a dover fronteggiare l'arrivo di nuovi poveri provenienti da zone in cui l'assistenza magari era minore. Queste parrocchie si chiedevano se dovevano intervenire su questi poveri nuovi. Di fronte a questa situazione, pochi anni dopo il libro di Smith, c'era stata una disposizione di legge che permetteva alle parrocchie di rinviare al luogo d'origine i nuovi poveri arrivati. Dove le persone erano nate potevano cercare assistenza, ma non potevano obbligare le parrocchie nelle quali si erano spostate senza autorizzazione a intervenire col sussidio. Si poteva quindi negare il sussidio ai poveri di nuova immigrazione. Smith obietta contro questo meccanismo perch nel periodo di formazione dell'industria che l'Inghilterra sta conoscendo, questo tendenza a incatenare giuridicamente i poveri al luogo d'origine anche un ostacolo alla circolazione della potenziale forza lavoro. Le fabbriche nascenti funzionavano con le braccia dei poveri, perci questo costringere i poveri al luogo d'origine era impedimento alla circolazione della forza lavoro su scala nazionale. Ancora una volta Smith in questo modo enfatizza il motivo della libert economica, della libert di andare a cercare posti di lavoro altrove, e anche, temporaneamente, di essere assistiti. In linea generale per la logica di Smith contraria al meccanismo della poor law, perch ancora una volta convinto che la soluzione dei problemi di carattere economico va ricercata essenzialmente nel mercato e nella sua logica. illusorio pensare di poter uscire da quella logica: poter permanentemente sussidiare le persone finir per impoverire le risorse sviluppabili invece attraverso l'azione di mercato. C' una inflessibilit nelle regole del mercato che fa s che l'unico modo di garantirsi la sopravvivenza sia il lavoro, il salario, non l'assistenza. Per c' ugualmente una evocazione del problema della povert in Adam Smith, che emerge in un certo punto e crea uno squarcio di interesse sul nostro tema anche perch in un punto specifico corregge una posizione tradizionale contro i poveri. Tutto questo avviene nel capitolo che riguarda salari. L'interpretazione dell'economia di mercato di Smith fa capo s ai comportamenti individuali, ma soprattutto a una composizione di classe. Smith ragiona quindi in termini di classe. Le classi fondamentali sono tre, distinte in rapporto a quale fonte di ricchezza percepiscono per poter raggiungere la loro sopravvivenza: 1. i redditieri, i grandi proprietari terrieri, i quali vivono di rendita perch proprietari della terra. La terra una merce scarsa rispetto ai bisogni, ha un valore intrinseco e chi ne proprietario pu ricavarne una rendita. Fonte rendita 2. Ci sono poi coloro che vivono di profitto: la borghesia della nascente impresa industriale e la borgesia del commercio; coloro che vivono attraverso la speculazione economica, che pu essere di tipo industriale o commerciale. Fonte profitto del capitale 3. Terza classe sono i lavoratori dipendenti, coloro che vivono di un salario ( la classe pi numerosa nel suo periodo). Fonte lavoro Parlando proprio dei salariati, a un certo punto viene fuori il problema della povert. Smith inizia a distinguere tra salari reali e salari medi o naturali. Tendenzialmente questi due aspetti (salario reale, cio pagato effettivamente, e salario medio naturale, diciamo di tendenza), vengono a uguagliarsi, a sovrapporsi, hanno lo stesso valore. Il salario naturale quello che consente a una famiglia operaia di sopravvivere in condizioni normali, dignitose. In una situazione di armonia del mercato, i salari effettivamente percepiti e il salario naturale tenderanno a eguagliarsi. Per nella realt non conosciamo soltanto situazioni di equilibrio. Ci sono 2 situazioni diverse. I. Supponiamo di essere in una fase di rapida espansione di un sistema economico, in cui si pu produrre e vendere di pi. la realt americana: per Smith sono le colonie inglesi del tempo. A un certo punto succede che la domanda di lavoro per sostenere lo sviluppo produttivo sar maggiore dell'offerta. Ci sono pi posti di lavoro potenziali di quanti non siano i lavoratori. Nella dinamica espansiva, il salario tender ad aumentare, sopra le esigenze naturali delle famiglie operaie per un certo periodo: in questa situazione i salari reali saranno al di sopra del salario naturale. per gli operai una condizione felice, perch potranno avere pi del loro semplice fabbisogno, e quindi miglioreranno le loro condizioni di vita. II. Ma pu darsi anche il caso opposto, in cui partendo da un equilibrio iniziale invece assistiamo a una decadenza di carattere economico. quello che per Smith avviene in oriente: egli sta analizzando la decadenza storica della Cina. In un paese in decadenza succede esattamente l'opposto: si produce di meno, c' meno bisogno di lavoro e di lavoratori. In questa situazione ci sar una feroce concorrenza attorno al salario, i salari scenderanno al di sotto delle esigenze vitali, e questo significa precipitare nella povert e nella miseria. Significa che parte della forza lavoro

eccedente va eliminata: ci accadr con le malattie causate dalla fame, dalle carestie. un meccanismo naturale tale per cui parte della forza lavoro precipita nella povert e viene cancellata fisicamente dalla scena. La situazione inglese del suo tempo dovrebbe essere per Smith la situazione mediana, dell'equilibrio. Nella logica del mercato, di fronte agli squilibri, si creano meccanismi per riequilibrare la classe operaia e i suoi salari a una condizione di armonia: sono i movimenti demografici della popolazione operaia. In quella condizione favorevole che abbiamo visto essere dell'espansione americana, per un pezzo gli operai esistenti riusciranno a lucrare salari superiori alla condizione minima vitale, ma tenderanno anche a mettere al mondo pi figli, staranno meglio e pi figli rimarranno in vita. Questo aumento della popolazione operaia progressivamente ristabilisce una condizione di equilibrio. Ma ci non accade in poco tempo: questo processo di aggiustamento richieder almeno una generazione. Allora in questa fase, se l'espansione continua, gli operai potranno mantenersi su livelli pi che dignitosi di vita. Nel caso opposto, quando c' disoccupazione massiccia e i salari precipitano sotto il livello di sopravvivenza, si deve tornare all'equilibrio all'inverso: cio su un numero di operai maggiore, non minore. Il raggiungimento dell'equilibrio sar molto pi rapido ma anche molto pi catastrofico, perch ci sar quel processo di diffusione di malattie e miseria che porter all'eliminazione rapida e fisica di parte della classe lavoratrice. Da questa argomentazione si ricavano tre cose: 1. la condizione pi augurabile per i lavoratori la condizione di sviluppo economico. Prima indicazione quindi stare attenti allo sviluppo, che non si entri in decadenza. 2. Sul piano morale c' una considerazione nuova: cambia l'immagine negativa che molti autori avevano costruito dei poveri i poveri dissipatori, responsabili della loro povert, che spendono i sussidi nel bere e cos via, immagine diffusa nella pubblicistica inglese dell'epoca. Smith sta dimostrando a suo modo nella sua teorizzazione sui salari che si pu precipitare nella povert pur avendo intenzione di lavorare, anzi pur essendo lavoratori occupati. Incolpare il povero della povert, immagine intrisa di cultura calvinista, non riconosciuto da Smith. Di fronte a questa realt e tradizione Smith fa una teorizzazione in cui afferma che ci sono poveri contro la loro volont, si pu precipitare nella miseria anche volendo lavorare o lavorando. 3. Terza considerazione l'insistenza sul fatto che la condizione pi favorevole per gli operai quando i salari vanno oltre il livello di sussistenza, ovvero quando permettono agli operai di soddisfare pi delle minime esigenze di sussistenza. Possono coltivare la cultura, mandare i figli a scuola, migliorare la condizione operaia. anch'esso uno stacco rispetto alla vecchia tradizione inglese pseudoeconomica che descriveva per il sistema economico augurabile invece lo stimolo della fame. La paura della fame vista tradizionalmente nel '700 inglese come un elemento positivo, come uno stimolo senza il quale i lavori pesanti non li farebbe nessuno. Per la classe lavoratrice, essere sempre nel pericolo di andare sotto i livelli minimi vitali uno stimolo per continuare a fare occupazioni che altrimenti nessuno vorrebbe svolgere. BERNARD MANDEVILLE Era un medico olandese (ma anche un critico delle utopie) trapiantato in Inghilterra, che in modo volutamente provocatorio pone le basi di una certa disinvoltura morale della borghesia in ascesa. La sua opera pi nota un poemetto breve uscito nel 1714 che si intitolava La favola delle api. un apologo in cui Mandeville si raffigura una societ delle api in cui non ci siano i mezzi morali della tradizione, ma in cui si viva una vita disinvolta, ricorrendo frequentemente ai vizi. Questi comportamenti di carattere vizioso si traducono poi attraverso una logica impersonale simile a quella di Smith in un vantaggio comune, in virt pubbliche. Sottotitolo della favola delle api vizi privati, pubbliche virt. C' tutta una serie di comportamenti che sono in s censurabili secondo metri morali, ma vantaggiosi per la vita comune. Il fare il proprio lavoro mediocremente piuttosto che ottimamente costituisce una fonte continua di lavoro. anche inganno. Ogni tanto un ape si rivolge a Giove, chiedendogli un po' di morale nel mondo. Stanco di sentire tutte queste lamentele, a un certo punto Giove con la sua autorit impone la morale a questo mondo delle api. Per miracolo divino, tutti si comportano moralmente. Ecco la societ utopica, perfettamente moralizzata. Purtroppo per invece che la felicit iniziano le disgrazie. Molti non trovano pi ragione per sopravvivere, sono costretti a emigrare. I primi sono gli avvocati, perch in un mondo in cui nessuno pi commette reati sono inutili; poi i medici e cos via. Fino a che rimangono solo le api pi virtuose, si riparano dentro la cavit di un albero, senza nessun futuro. La conclusione esplicita che se volete l'et dell'oro, dice Mandeville, vi dovete tenere anche le ghiande, cio la povert, la miseria. Mandeville correda varie edizioni della favola delle api con altri testi di carattere saggistico. In particolare scrive un opera contro le istituzioni caritatevoli, poich queste tolgono lo stimolo al produrre per i poveri. Se si sussidia i lavori pi umili non li far pi nessuno. Mandeville pensa anche che tra le iniziative che non si debbono fare a favore dei poveri l'istruzione dei figli dei poveri. Questo perch le persone che studiano, che cominciano a studiare, non vorranno pi fare i duri lavori dei padri. Mandare a scuola i figli dei poveri significa non avere pi in prospettiva poveri ai lavori pesanti. un argomentazione contro cui invece Smith, non apertamente, prende posizioni. Lui era addirittura per l'educazione pubblica delle classi popolari. Nel logica del pensiero smitthiano non c' uno stato sociale, soprattutto perch la logica dell'economia di mercato non si pu smontare secondo un ottica politica, con interventi politici. naturale quello che avviene in economia. Gli spostamenti dei salari in rapporto alla popolazione operaia e allo sviluppo economico sono meccanismi analoghi alle leggi di natura, e non possiamo rovesciarli con la nostra volont. Un intervento massiccio per i poveri sarebbe inutile, ancora prima che giusto o ingiusto. L'unico modo rimanere nell'equilibrio economico e magari trovare occasioni di sviluppo.

THOMAS ROBERT MALTHUS Altro autore contro lo stato sociale un economista, che diventa molto famoso pubblicando un'opera nel 1798: Saggio sul principio di popolazione. Lo amplier continuamente, all'inizio un pamphlet abbastanza agile. Diventa famoso tanto che sar il primo professore di economia politica nelle universit inglesi. Questo saggio sul principio di popolazione si interessa fondamentalmente della popolazione. Il suo atteggiamento metodologico di collegare strettamente il tema della popolazione al tema delle risorse. Stretto collegamento fra popolazione e risorse, le risorse materiali necessarie a una popolazione per rimanere in vita. Prima di Malthus il problema della popolazione non veniva affrontato in questi termini. Esso era affrontato in ambito religioso come espressione della provvidenza divina, e non era affrontabile scientificamente, o c'era il pensiero politico tradizionale di tipo soprattutto mercantilista che vedeva in una grande popolazione una forza per lo stato, perch molti abitanti fanno un grande esercito, tanti produttori e tanti consumatori. Si pensava che una popolazione numerosa fosse o una benedizione divina o un vantaggio economico. Invece Malthus scrive alla fine di un secolo di boom demografico. In 100 anni l'Inghilterra aveva triplicato i suoi abitanti, da 3 a 9 milioni. Malthus osserva un meccanismo di ascesa molto pi accelerato rispetto ai secoli precedenti. Allora gli viene l'intuizione di iniziare a ragionare intorno al tema della popolazione confrontandolo col tema delle risorse. C' una legge che Malthus elabora nel suo libro che rappresenta questo rapporto, e lo fa in modi poco favorevoli all'umanit. La regola naturale che Malthus da osservazioni empiriche trae che senza alcun freno la popolazione di un determinato paese tende ad aumentare con una logica geometrica: tende a raddoppiare a ogni generazione. Logica geometrica significa di tipo esponenziale: 2, 4, 8, 16. Partendo da un determinato livello x iniziale, nel giro di in una generazione (25 anni secondo il periodo), la popolazione esistente sar doppia. Dopo 50 anni, sar raddoppiata di nuovo, sar 4 volte quella iniziale; e cos via. L'idea di una bomba demografica inarrestabile, mancando alcun freno. C' una tendenza espansiva naturale, che legata alla naturalit della sessualit, a moltiplicarsi senza alcun controllo. Anche le risorse aumentano, ma aumentano in modo non geometrico, bens aritmetico. In virt quindi di una successione non di 1 2 4 8, ma 1 2 3 4 per ogni generazione. Che succede? Nel giro di 25 anni la popolazione raddoppia e le risorse anche: siamo ancora in equilibrio. Ma dopo 50 anni la popolazione 4 volte quella iniziale, le risorse 3 volte. Una popolazione quadrupla deve sopravvivere con il triplo delle risorse: siamo gi dentro evidenti difficolt. Secondo Malthus non c' nulla da fare, perch sono entrambi meccanismi naturali. L'espansione demografica cos inarrestabile fa parte di un meccanismo naturale; la molto meno favorevole moltiplicazione delle risorse fa parte dei limiti economici che la natura ci ha dato. Allora succede che fra 50 anni si hanno difficolt considerevoli, ma fra 75 sar il disastro: la popolazione sar 8 di pi quella attuale, le risorse saranno 4. L'uomo dovr sopravvivere con met delle risorse iniziali. Sono meccanismi di carattere naturale. una regola che ritorna sempre in Malthus; anche se dopo alcuni studiosi hanno affermato che era troppo catastrofico. Se non ci sono rimedi (virtuosi o viziosi), la natura si vendica. Se non riusciamo a correggere questo meccanismo, una parte notevole della popolazione non potr sopravvivere. Se il meccanismo non viene corretto, la conseguenza inevitabile che una parte della popolazione verr eliminata naturalmente. Ci saranno carestie, miseria e povert. Ci sar una competizione crescente per le poche risorse disponibili, che dar luogo al conflitto e alla guerra. Una parte dell'umanit sar dunque eliminata, non pacificamente, ma attraverso fenomeni duri, come la guerra, le malattie, le carestia etc., fino a che non si avranno le condizioni di equilibrio Malthus osserva che per il problema demografico talvolta agiscono rimedi di carattere vizioso. Malthus anche un abate della chiesa anglicana, uomo di fede, e quindi alla ricerca dei rimedi al problema demografico si fa guidare anche da considerazioni di carattere morale. Esistono nell'esperienza umana rimedi all'eccesso di popolazione che sono per di carattere vizioso: sono quelli di poter salvare l'istinto sessuale e cercare di sfogarlo al di fuori della riproduzione, con l'omosessualit o la promiscuit di carattere sessuale. Nella prima edizione dell'opera, come rimedio invece virtuoso viene indicato solo una cosa: cio posticipare il matrimonio fino a che non si certi di poter mantenere autonomamente i figli che da quel matrimonio nasceranno e nel frattempo conservare la castit. Alcuni storici si sono chiesti come mai Malthus non concepisca invece l'esistenza e il perfezionamento degli anti concezionali dentro il matrimonio. Le ragioni di doppio ordine: per un certo radicalismo da uomo di fede, ma anche perch bene nell'ipotesi di Malthus che quello stimolo della fame, quella paura della miseria uno stimolo per il lavoro. Non deve essere troppo facile disinnescare questo problema, altrimenti viene meno l'uomo si allontana dalla necessit e dallo stimolo di lavorare. Cosa c'entrano i poveri con tutto questo? I poveri c'entrano perch proprio la fascia pi povera della popolazione per Malthus quella responsabile della bomba demografica: sono i poveri che mettono al mondo figli senza avere le risorse per poterli mantenere. Il problema della povert visto come responsabilizzazione dei poveri. I poveri sono la causa prima dei loro patimenti, proprio perch ignorano questa elementare verit che il rapporto tra popolazione e risorse difficile e quindi bisogna mantenere una responsabilit in questo senso. Ai poveri va indicato chiaramente che la soluzione dei loro problemi non possibile da parte della politica. Il governo non ha nessuna responsabilit sulla formazione della povert. Non in potere dei governi risolvere i problemi economici, perch il meccanismo di creazione della miseria attraverso l'espansione demografica un meccanismo naturale, non politico-sociale, e quindi pu essere risolto solo attraverso la sua logica interna, non dal di fuori. Quindi c' un intervento molto pi duro rispetto a Smith contro la poor law: essa responsabile di trascinare una situazione di impoverimento che non risolvibile sul piano del governo. In effetti c' un capitolo del saggio sulla popolazione che richiede l'abolizione graduale della poor law. Graduale perch per Malthus non giusto annullare le promesse fatte con la legislazione. I sussidi c'erano e quindi

ingiusto negarli. Andranno negati a tutti coloro che nasceranno da un anno in avanti: in questo senso la gradualit dell'intervento. All'inizio il governo non deve fare niente, solo spiegare che il problema della povert non di sua responsabilit. Progressivamente ritaglia una limitatissima funzione pubblica, quella dell'istruzione, dell'educazione su questi punti. Il governo non ha responsabilit della povert ma deve intervenire in termini informativi verso i poveri su tale problema. Da l nasceranno tutte le iniziative in Inghilterra di propaganda per il controllo delle nascite (J.S. Mill). Malthus d un appiglio forte al liberalismo che milita contro le politiche sociali. Filone favorevole alla poor law Invece c' una cultura anch'essa di carattere liberale (pi liberale-democratico) che favorevole alle politiche di carattere sociale, che trova ragioni per la legittimazione degli istituti assistenziali. Ci sono 3 personaggi che si allineano a questa posizione: 1. Thomas Paine 2. William Godwin 2. Geremy Bentham THOMAS PAINE Non un grande uomo di dottrina, per un grande uomo di agitazione e di comunicazione politica. una delle figure che incidono sul modo di pensare delle classi popolari del suo tempo. Influenza anche alcune posizioni del nascente movimento operaio inglese. inglese di origine, fuoriuscito a met '700 per ragioni religiose, emigra nei futuri Stati Uniti d'America. Proprio in America si fa conoscere fortemente, nel 1776, scrivendo un opuscolo che si intitola Senso comune. un po' la bibbia dei rivoluzionari americani: un'opera breve di tono agitatorio che vende 200.000 copie in pochi mesi. Il senso comune richiede che chi non ha alcun diritto nei confronti di una sovranit, come avviene per i coloni inglesi in America, pu anche ribellarsi legittimamente. il sottofondo ideologico che giustifica la rivoluzione americana contro la madrepatria. Paine ha poi ruolo significativo nella scrittura delle costituzioni. Poi per deluso della scarsa democraticit della prima rivoluzione americana, in cui si mantiene la schiavit, in cui molti sistemi rappresentativi sono di tipo censitario etc. Torna in Europa, in Francia pochi anni prima della rivoluzione, a cui parteciper nel gruppo dei girondini. Diventa deputato alla convenzione, poi travolto dal colpo di stato giacobino. Dopo la svolta di Termidoro torna in Inghilterra. L'esperienza francese importante perch ne ricava argomenti per un'opera molto letta che pubblica in Inghilterra in difesa della rivoluzione che avviene in Francia. L'opera si intitola I diritti dell'uomo; pubblicata in due volumi: il primo nel 1791, il secondo nel 1792. Il primo grande attacco alla rivoluzione sul piano della pubblicistica europea era stato in Inghilterra, con Burke. Paine scrive la sua opera per confutare Burke e per difendere presso il pubblico inglese i principi rivoluzionari. Il titolo dell'opera molto esplicito in questo senso. Nella seconda parte dei diritti dell'uomo appaiono anche alcuni elementi che hanno a che fare con l'argomento della povert. Scriver successivamente un altro piccolo opuscolo che si intitola Giustizia agraria, opera del 1795. Per quanto riguarda il pensiero di questo agitatore, prima cosa importante: Paine pur essendo un liberale si distacca dall'idea tradizionale del liberalismo 700esco che i fenomeni economici devono essere interpretati come autonomi dalla politica, che l'economia sia una scienza della natura autonoma della politica. Paine confuta questa convinzione tipica invece degli economisti liberali, Smith, Malthus etc. Paine contrario all'idea dell'autonomia assoluta dell'economico rispetto al politico. Le libert economiche giusto che vengano riconosciute come diritti per gli uomini (diritto di propriet, libert di lavoro e impresa, di circolazione delle merci). L'insieme delle libert economiche fanno parte di un giusto riconoscimento della natura umana, che per non pu pretendere di essere assoluto, precedente la sfera della politica e assolutamente non disciplinato da essa. L'idea che l'individuo sia libero solo se il governo lo lascia stare, solo se si sottrae dai doveri del governo politico , scrive Paine, un'idea antica, che andava bene per le monarchie assolute del passato. Questo perch per definizione quel governo era nemico degli individui, era un'autorit dispotica. Ma con la rivoluzione francese e americana, il governo cambiato: non pi quella realt opprimente propria delle monarchie dispotiche, ma un governo rappresentativo liberale, perci non automaticamente nemico delle libert dell'individuo. Pu essere invece quell'elemento necessario di coordinazione fra le varie libert di cui gli uomini hanno bisogno. Per costruire questo sistema di equilibrio, il governo deve intervenire anche nelle questioni economiche. Il miglior governo non quello che fa il meno possibile, ma quello che fa le cose giuste. Paine in questo modo un disegnatore di spazi di intervento per quanto riguarda i pubblici poteri. Sul piano dei diritti sociali, per esempio, forte sostenitore dell'istruzione pubblica. Collabora ai disegni di riforma di Condorcet in Francia. Quello che ci interessa maggiormente che c' uno spazio politico per il problema della povert. Nel secondo volume dei diritti dell'uomo, Paine si interessa specificamente del tema della povert e indica anche delle vie di intervento. Perch la societ e la politica devono intervenire a proposito della povert? Perch spesso la povert conduce, riflesso di responsabilit che sono anche di una cattiva organizzazione sociale e di una cattiva organizzazione politica. La povert frutto di una responsabilit sociale e politica, non solo individuale. Fra una delle cause della formazione della povert c' per esempio l'eccesso di tassazione diretta, soprattutto quella che grava sui beni di prima necessit. Non sono i poveri che stabiliscono le tasse. Paine scrive queste cose quando iniziano ad esplodere le guerre napoleoniche, e quindi si inaspriscono le tasse per finanziare l'esercito inglese. La povert va studiata e affrontata, nei limiti del possibile risolta per intervento sociale e politico. Grande tema che Paine affronta quindi come fare a ridurre le tasse (soprattutto quelle che gravano sui ceti popolari in forma diretta) e nello stesso tempo salvare uno spazio per la poor law. Il primo problema ridurre per un verso le spese dello stato, e quindi anche la tassazione che sostiene quelle spese. La

fetta pi grossa di risparmio si dovrebbe poter ottenere, secondo Paine, da una drastica riduzione delle spese militari. Paine invita l'Inghilterra a fare pace immediata con la Francia e in prospettiva a smantellare l'esercito. Altro modo di risparmiare sarebbe quello di togliere soldi ai sovrani (Paine repubblicano). Non dobbiamo ridurre le spese per i poveri, anzi aumentarle. E spenderle come? Paine ha tutta una serie di indicazioni. La poor law dovrebbe essere pi mirata. No al sussidio indiscriminato. Egli suggerisce che si deve concentrare l'intervento sulla fascia anziana delle popolazione; verso i malati; per i giovani, con un intervento soprattutto rivolto all'istruzione. L'istruzione lo strumento per uscire dalla povert. Gli adulti sani devono lavorare, non devono essere assistiti se non in casi eccezionali. L'idea pi che al sussidio quella della casa del lavoro per intervenire nei confronti dei disoccupati. Paine non un grande teorico, per ha la capacit di scrivere testi di taglio popolare: questo ne fa un personaggio che ha un'influenza rilevante. Gran parte delle societ operaie che nascono a cavallo fra fine '700 e inizio '800 si dichiarano di sentimenti painiti. Paine un liberale, ma influenza gli umori di giustizia sociale del nascente socialismo britannico. Nell'opera Giustizia agraria viene ripetuto questo schema di intervento a favore dei poveri. C' una cosa interessante che riguarda la giustificazione dell'intervento dello stato nei confronti dei poveri. Paine si pone nell'ottica di Locke, teorico del diritto di propriet. Paine, come Locke, riconosce che il diritto di propriet in civilt utile e vantaggioso. Il vantaggio fondamentale che attraverso il riconoscimento del diritto di propriet si pongono le condizioni per il progresso economico. Nella civilt il diritto di propriet ha dimostrato di avere un ruolo importante produttivo. Per ricorda Paine che gi Locke lo teorizzava come diritto di natura. Siccome siamo tutti uomini, i diritti di natura appartengono a tutti: tutti abbiamo il diritto di propriet. Ma nella civilt si creano profonde disparit: ci sono molti soggetti che non sono proprietari e hanno quindi perso, entrando in civilt, ci che avevano in natura. Allora tutto l'intervento dello stato a favore dei non proprietari assume il carattere del giusto indennizzo. C' qualcuno che entrando nella civilt come l'abbiamo voluta ha perso rispetto alla dimensione naturale, ha perso un diritto che per potenzialmente spetta a tutti. Di questa perdita i poveri vanno ricompensati. Le forme della ricompensa sono quelle che abbiamo detto (pensioni, istruzione gratuita etc). Tutti questi interventi in questa logica non sono un regalo dei ricchi nei confronti dei poveri, ma un dovere. Il che significa che un diritto dei poveri nei confronti dei ricchi. WILLIAM GODWIN invece un filosofo, il suo pubblico un pubblico studentesco, colto. Scrive saggi filosofici anche di una certa complessit. Fra le sue opere ricordiamo La giustizia politica, che vede la luce nel 1793. Godwin ha la caratteristica di essere una sorta di santone per la nascente cultura romantica inglese: alcuni tra i grandi esponenti di questa cultura ruotano attorno a casa sua. La sua seconda moglie all'origine del pensiero femminista britannico. un grande personaggio che influenzer Byron e Schelly. Il tema centrale su cui si esercita Godwin in questa opera il tema della felicit comune. La giustizia politica deve perseguire la felicit di tutti. La felicit un fatto individuale e soggettivo prima di tutto, ma essere felici richiede anche un ambiente sociale adatto al perseguimento della felicit individuale. L'ambiente sociale, com' organizzato, ha conseguenze in positivo o in negativo per il raggiungimento della felicit. La felicit comunque nasce dal basso, non una questione di autorit. Godwin non pensa che la felicit comune e la costruzione di un ambiente sociale adatto ad essa provengono dal potere, bens dal basso, dagli uomini, che devono per essere consapevoli di questa necessit di equilibrio fra individualit e societ. Gli elementi della felicit, pi che da individui isolati, nascono e si realizzano nelle piccole comunit. l'associazione il grande strumento per il raggiungimento della felicit. Il villaggio, la piccola associazione il luogo migliore in cui si pu creare la giusta integrazione fra individualit e ambiente adatto alla felicit di tutti. Secondo Godwind, in prospettiva, il potere politico come lo conosciamo dovrebbe scomparire. La grande idealit di Godwin (e in questo anche utopista) pensare a una societ del futuro fatta di piccole comunit autonome, che si autogovernano. riconosciuto come il primo esponente dell'anarchismo contemporaneo. Si tratta di un anarchismo socialisticheggiante: l'architrave della societ senza potere che egli ipotizza il piccolo gruppo. In queste piccole comunit, per funzionare questa ricerca della felicit comune deve essere forte il senso dei doveri reciproci, dei legami morali. Proprio questa idea del dovere reciproco suggerisce a Godwin di correggere l'impianto dottrinario scritto nel '700 attorno ai diritti dell'uomo. Questa idea che diventiamo felici solo nell'ambiente sociale, che per costruire un ambiente sociale adatto alla felicit di tutti bisogna avere un forte dovere morale, spinge Godwin ad arricchire la tradizionale dottrina dei diritti dell'uomo. Finora i liberali, da Locke in avanti, hanno scritto tutta una serie di diritti in base ai quali l'uomo pu fare liberamente qualcosa. Questa per Godwin solo una parte dei diritti. Gli uomini nella vita sociale non posseggono solo diritti a fare, ma anche diritti a ricevere. C' anche un risvolto passivo. Tecnicamente li distingue fra diritti attivi quelli della tradizione liberale 700esca: i diritti a fare diritti passivi i diritti a ricevere, a subire I diritti a ricevere sono tutte le espressione di aiuto da parte della comunit di cui ognuno di noi pu avere bisogno per essere felice. In questi diritti a ricevere ci sar l'impegno della comunit, il dovere di tutti gli altri a aiutare chi manca di qualcosa per poter essere felice anch'egli come gli altri. Allora chi sar senza lavoro ha il diritto a ricevere il lavoro. Chi non ha i mezzi per la sussistenza avr come diritto passivo quello all'aiuto comune per perseguire la propria sopravvivenza. Se cultura e istruzione sono strumenti per essere felici, fra i diritti passivi ci sar l'impegno della comunit a garantire un'istruzione comune, indipendentemente dalla possibilit di reddito dei singoli. Godwin non crede allo stato: la comunit che intervene, e non in base a un sentimento di carit, a una benevolenza, ma in base a un sentimento di giustizia (da qui il titolo del libro). Tutto questo poi non sar un intervento di autorit ma

sar ovviamente attraverso questo rinnovamento di carattere morale che lui si augura avvenga all'interno delle piccole comunit. Per quanto riguarda La giustizia politica, ancora due cose. 1. La riflessione intorno alla propriet. A un certo punto, nell'ottica della sua posizione morale legata al divieto dello sfruttamento dei propri simili etc, Godwin affronta il problema del diritto di propriet, tipico problema discusso dai liberali e in particolare nel '700. A proposito del diritto di propriet Godwin pone una serie di condizioni per poter considerare la propriet coerente con i valori morali. Pone dei limiti di carattere morale all'estensione di tale diritto. I limiti sono evitare il lusso e il lavoro salariato, lo sfruttamento del lavoro altrui. Sulla base di queste due limitazioni, Godwin dice che ci pu appropriare anzitutto dei beni di propria produzione; non ci si pu invece legittimamente appropriare dei beni prodotti da altri. Questa la prima limitazione. Seconda limitazione: ci si pu appropriare in virt del proprio bisogno. Se esistono capacit e risorse ci si pu appropriare anche di qualcosa di pi di quanto strettamente necessario per vivere, senza per che questo diventi invece l'accesso alla dimensione del lusso, del superfluo. Siamo dentro a una dimensione di moralizzazione dell'esercizio della propriet. C' quindi una legittimazione del diritto di propriet, ma a queste due condizioni. Il discorso sul superfluo un intervento importante in riferimento a un dibattito 700esco che si interroga sulla funzione del lusso. Mentre Godwin contro il lusso, mentre l'economia politica nascente lavora concettuale attorno al tema della produzione industriale, c' un pensiero pi arretrato che dice che il lusso ha un aspetto positivo: la ricerca del lusso pu anche distribuire vantaggi al di l di chi non gode di questo lusso, perch la ricerca del lusso di alcuni stimola il lavoro di altri. Questo polemizzare moralmente contro il lusso ha quindi un senso nell'epoca in cui scrive Godwin. 2. Cosa si deve fare, visto che il mondo non distribuito su questi valori, ma c' una netta separazione fra ricchi e poveri, e molti di questi ricchi vivono nel lusso e sfruttano il lavoro altrui? Godwin per riequilibrare la situazione non fa riferimento a un forte intervento di autorit politica, perch contro l'idea di stato. La soluzione viene vista in un progressivo convincimento presso i ricchi affinch volontariamente si spoglino delle loro ricchezze ingiuste, quelle che dipendono dal lusso e dallo sfruttamento, e le distribuissero progressivamente fra i poveri. Godwin non un ingenuo del tutto. Allora qual' poi lo strumento che potrebbe effettivamente indurre i ricchi a comportarsi cos? l'opinione pubblica, la pressione del sentimento comune. Se attraverso quella riflessione morale le comunit progressivamente introiettano quei valori di equilibrio, avremo in queste comunit un modo di pensare che vedr la ricchezza non come qualcosa che d prestigio, che d merito, ma anzi come una colpa, come un male. Questa comunit segner il disprezzo comune ai ricchi. Se si riuscir a costruire una cultura sociale che vedr il ricco quasi come un cittadino indegno, costruiremo i presupposti affinch questa spogliazione spontanea delle ricchezze avvenga realmente ( un pensatore con inclinazioni di carattere utopico). Quasi un trentennio dopo La giustizia politica, Godwin esordisce come romanziere e nel 1820 scrive un enorme libro intitolato Sulla popolazione. un'opera in cui Godwin si atteggia all'oppositore pi strenuo di Malthus. L'assunto di carattere generale contro Malthus debole, per ci sono alcuni spunti interessanti. Una constatazione ribadita di Godwin contro il modo in cui Malthus aveva affrontato il problema della povert di avere preso tale problema in maniera a s stante, isolato da una analisi approfondita dalla distribuzione delle risorse. La povert secondo Godwin un fenomeno relativo, non assoluto: va confrontato con la ricchezza, non pu essere affrontato scisso da essa. Talvolta la povert creata non dalla mancanza di risorse, ma dalla cattiva distribuzione delle risorse. Poi c' anche un'intuizione pi interessante: Godwin osserva che Malthus ha costruito una visione pessimistica del rapporto popolazione-risorse, anche perch ci ha detto che senza interventi di auto controllo sul piano sessuale il boom demografico assolutamente inarrestabile. Godwin osserva invece che questa visione di riproduzione inarrestabile pu valere per le societ arretrate; ma a mano mano che le societ migliorano e le classi lavoratrici migliorano le proprie condizioni materiali, quelle stesse classi anche per difendere i miglioramenti avuti saranno meno disposte a mettere al mondo figli in modo incontrollato. Quindi a mano a mano che il livello medio di vita tende ad aumentare, le popolazioni si riproducono in modo pi rallentato. Godwin sa poi che ci sono le possibilit di controllare le nascite pur non rinunciando all'esperienza sessuale. Con questa osservazione Godwin intuisce un fenomeno che sar effettivo poi, a partire dall'800 fino ai giorni nostri. Il controllo delle nascita inizier soprattutto dagli anni '40 in Francia nelle aree rurali, poi anche nelle aree urbane. In Inghilterra questo fenomeno arriver dopo, nella seconda met '800. Godwin intuisce quindi che il controllo delle nascite non comincer dai paesi pi poveri e dalle fasce pi misere della popolazione, ma dai paesi che si stanno avviando verso una ricchezza media superiore e da quelle fasce della popolazione medio-basse. Godwin contesta le affermazioni malthusiane, osservando che l'uscita dalla miseria pu essere strumento per controllare le nascite. GEREMY BENTHAM Alcuni titoli fondamentali: I principi della morale e della legislazione - 1789; Il codice costituzionale - opera giuridico-politica (a cui lavora dal 1820-1832). Bentham il sistematore di un filone di pensiero che nasce nel '700 e si sviluppa fino ai giorni nostri: il pensiero di tipo utilitaristico. un filosofo dell'utilit. Il principio di utilit, unico principio assiomatico, ci dice che l'uomo per propria natura proiettato verso la felicit individuale. La felicit per ciascuno di noi data dalla differenza pi alta possibile fra piacere e dolore, fra soddisfazione dei bisogni o godimenti e quanto ci costa quella stessa soddisfazione in termini di privazione. Quando

ognuno decide se mettere in atto o meno una certa decisione, cercher di calcolarne preventivamente l'utilit. Il calcolo consiste nel trovare una differenza positiva fra costi e vantaggi. Noi siamo fatti cos: questa l'unica regola assiomatica di carattere morale che possiamo prendere. Pensare che gli uomini non siano fatti per l 'utilit pensare che gli uomini siano diversi da quello che sono. Il principio di utilit il principio che ci rappresenta e che d senso alle azioni degli uomini. A partire dalle due opere citate, questo discorso individuale diventa anche politico: Bentham parte dell'utilit individuale, ma molto pi rispetto al liberalismo tradizionale del suo secolo mette in gioco per arrivare effettivamente alla felicit anche l'organizzazione sociale e politica, l'ambiente in cui viviamo e la legge posta in essere dai governi. Questa ricerca della felicit non perseguibile da individui isolati, perch quasi tutto ci che ci rende felice si trova in societ. L troviamo l'oggetto dei nostri sentimenti, i beni che soddisfano i nostri bisogni, il lavoro che ci permette di raggiungere le soddisfazioni che ci ripromettiamo. L'ambiente di carattere sociale anche un ambiente politicamente organizzato che ha come sua azione fondamentale la scrittura di leggi. La legge ha un ruolo importante per il raggiungimento della felicit dei singoli. Anche la legislazione deve sottostare allo stesso criterio di utilit. Le leggi sono giuste o sbagliate non in nome di principi giusnaturalistici o della pura azione di sovranit (le leggi giuste non sono cio quelle di un parlamento elettivo solo perch noi lo abbiamo eletto): sono giuste se sono utili. C' una formula che appare nell'89, ripresa poi da Bentham, che dice a proposito dell'utilit della legge: la legge giusta quella che persegue la massima felicit per il maggior numero. La legge deve ripromettersi di ampliare il pi possibile la felicit. Ma la legge regolamentando una qualsiasi materia finisce sempre per favorire qualcuno e sfavorire qualcun'altro. Per questo il criterio legislativo deve essere la felicit della maggioranza. La legge strumento di costruzione della felicit. Nella costruzione della felicit, scrive Bentham, la legge pu porsi come obbiettivi 4 finalit principali. Due sono essenziali, due si ricercano se ci sono risorse aggiuntive una volta soddisfatte le prima due finalit. Le prime due finalit della legislazione sono la sopravvivenza e la sicurezza dei cittadini. Se poi siamo in un'epoca di sviluppo e si hanno pi risorse, possibile tirar fuori anche le altre due, che sono l'uguaglianza e l'abbondanza. Il legislatore utilitarista prima di tutto cercher di tenere in vita tutti i suoi cittadini e di mantenere un livello di sicurezza all'interno della societ, anche per tutelare i cittadini che godono delle loro propriet. Bentham per la tutela del diritto di propriet, salvo dire poi che il diritto di propriet non un diritto naturale che spetta in modo rigoroso a tutti gli individui in quanto uomini. Se fosse tale, lo stato non potrebbe nemmeno tassare la propriet, perch andrebbe ad alterare un diritto naturale. Ma Bentham non crede all'impianto dei diritti di natura: i diritti sono il riflesso dell'utilit, sono un riconoscimento di cui ognuno di noi ha bisogno per essere felice. Il diritto di propriet deve quindi soggiacere al criterio di utilit. Se la tutela del diritto di propriet diventa talmente esagerata da rendere infelice la maggioranza, allora andrebbe contro lo scopo della massima felicit del maggior numero che il riferimento principale della legislazione. Il diritto di propriet quindi andr tutelato finch tale tutela non diventi disutile. In situazioni normali si tutela la sopravvivenza di tutti e la sicurezza anche dei beni, con l'ottica che questa non sia eccessiva. Se ci sono poi risorse aggiuntive, allora il governo pu porsi l'obbiettivo dell'abbondanza, il superare i meri livelli di sopravvivenza. C' una responsabilit di intervento nei confronti della povert? La risposta di Bentham a questo proposito affermativa. Il governo ha una responsabilit: deve intervenire, in nome dell'utilit, anche sulla questione sociale, sul problema della povert. Deve intervenire in virt di tutte e due le finalit fondamentali del legislatore: in rapporto alla sopravvivenza, ma ancor pi importante l'obbiettivo della sicurezza. Perch c'entra il problema della sicurezza in rapporto all'intervento del governo in funzione della correzione della povert? Perch i poveri sono una minaccia permanente alla sicurezza del resto dei cittadini e dei loro beni. Se la povert diventa una massa rilevante, essa costituisce una minaccia per la sicurezza. Quindi anche in funzione della sicurezza l'intervento nei confronti dei poveri diventa necessario. Bentham non idealizza i poveri, anzi, ha dentro di s molte immagine negative nei confronti della povert. Ma la sua specificit che questa immagine negativa non alimenta n giustifica l'astensione dal problema, ma anzi d nuove ragioni all'intervento. Intervenire come? Negli anni tra il '96 e il '97 scrive 2 o 3 progetti di intervento politico sul problema della povert. L'argomentazione di questi progetti si rif a una famosa costruzione concettuale di Bentham che prende il nome di panopticon. necessario intervenire politicamente sul problema della povert perch un problema talmente importante da non poter essere demandato per la sua soluzione alla beneficenza privata, perch la beneficenza privata e la benevolenza, che il sentimento che la sostiene, un sentimento troppo incostante. Ci non sarebbe nemmeno giusto, perch in tal modo si scarica un problema generale sulla bont dei privati, sui pi buoni di noi. Non va per bene nemmeno la poor law com' fatta, per due ragioni. Primo perch tutta rivolta ai sussidi, che possono abituare i poveri, non sono fatti per stimolare il lavoro. In secondo luogo, l'applicazione di questa legge anch'essa inconstante, perch affidata alla parrocchie. La gestione della poor law spinge al vizio invece che al lavoro; discontinua e inconstante, perch rimandata a un sistema di difficile controllo. Bisogna allora ripensare a tutta la materia, modificando in profondit la poor law. L'emblema di questa riflessione il panopticon. Il panopticon una costruzione ideale che Bentham aveva elaborato in alcuni scritti di una decina di anni prima. La prima apparizione di tale costruzione nell'opera di Bentham in un testo che raccoglie finte lettere fra lui e il fratello. In questa prima formulazione, sotto l'immagine del panopticon ci sta la riorganizzazione del sistema carcerario. un carcere modello elaborato da Bentham; a questo progetto egli d il nome di panopticon. L'invenzione linguistica viene dal greco antico, significa osservare tutto ed applicato alle carceri il modello prende questo nome perch Bentham si poneva il problema del fatto che l'organizzazione carceraria del tempo era eccessivamente costosa per il contribuente. Il sistema carcerario secondo Bentham costava troppo: bisognava

costruire un'organizzazione carceraria che permettesse di ridurre i costi. I costi pi significativi sono quelli della sorveglianza. L'organizzazione panoptica prevede un carcere sotto il profilo architettonico di forma circolare o poligonale, in cui si debbano mettere i carcerati alla circonferenza e un unico sorvegliante al centro, che riesce a controllare tutti nello stesso momento. I carcerati tramite un gioco di specchi e luci non vedono la guardia, essa pu vedere invece tutte le celle. Bentham vedeva il carcere come strumento di rieducazione del colpevole. Studiato per il carcere, gi per la prima elaborazione di questo modello, Bentham afferma che questo sistema pu andare bene per tutto le situazioni in cui pochi devono osservare molti: fa l'esempio delle scuole, degli ospedali e, quello che ci interessa maggiormente, della casa per i poveri. C'erano stati alcuni esperimenti concreti nel corso del '700 di radunare i poveri dentro una struttura in cui, in cambio della sopravvivenza, essi fossero spinti al lavoro. Si cercava cos di risolvere l'inconveniente del sussidio che allontana dal lavoro. questo che ispira maggiormente Bentham (scritti '96-'97), il quale recupera il suo modello panoptico costruito per il carcere e lo discute pensando alla riorganizzazione completa del sistema assistenziale. Tale riorganizzazione completa pensata su alcuni principi di fondo. Basta delegare tutto alle parrocchie, costruiamo una societ nazionale che gestisca tutto l'intervento della poor law. una societ di carattere nazionale perch questo sistema va ricondotto a uniformit. Bentham pensa che questa societ non sia di diretta emanazione politica, pu essere anche una societ privata che prenda in appalto tutto il sistema assistenziale nazionale. L'organizzazione si fa estendendo in tutto il territorio nazionale il modello del panopticon, cio aprendo in tutta l'Inghilterra case per i poveri, poor house. Bentham pone anche delle condizioni: queste case dovrebbero essere permanentemente sottoposte all'ispezione politica del governo delle autorit locali. Mette anche un ulteriore garanzia gi vista a proposito del carcere. Anche per il carcere Bentham prevedeva che la gestione potesse essere privata, ma per chi gestisce il carcere vale la regola che ognuna delle persone sottoposte a disciplina che muore un danno che la propriet deve pagare. Questo ancor pi vale per la casa per i poveri. Bentham pensa questo sistema in grande, a un intervento sistematico molto forte che dovesse mobilitare numeri altissimi di poveri. La societ che doveva gestire tale sistema aveva il compito di togliere i poveri dalla strada, se occorre anche con l'uso della forza, e radunarli dentro le poor house (questo uso della forza da parte di una milizia privata contro uno spirito di carattere liberale: uno degli elementi che hanno fatto maggiormente discutere del suo sistema). L'obbiettivo spendere parte delle risorse destinate alla poor law non distribuendoli in sussidi incontrollati ma per costruire case di lavoro su scala nazionale, dove (come era per i carcerati) si educano e istruiscono i poveri al lavoro. L'obbiettivo non tenerli l a vita, ma appena l'economia esterna domanda maggior lavoro, avviarli al lavoro esterno; ma in cambio di questa permanenza, il popolo deve dare una prestazione lavorativa. C' quindi a fronte di tutta l'assistenza il dovere del lavoro. un dovere che va graduato a seconda delle situazioni soggettive, per Bentham scrive che nessuno interamente inabile al lavoro. un'esagerazione che per enfatizza che l'intervento deve avere a fronte una restituzione in termini di lavoro. Questa idea della casa di lavoro ha un senso poi anche nella legislazione inglese. Intanto le case di lavoro si sono costruite prime e dopo Bentham. Talvolta funzionano anche. Ma poi si scontrano con un paio di problemi grossi, che li fanno funzionare poco, facendoli diventare pi un manifesto ideologico. Uno di questi problemi legato al fatto che queste case richiedono il lavoro dei poveri, ma poi del prodotto di questo lavoro che ce ne facciamo? Se i poveri producono beni commerciabili, troveranno subito imprenditori privati preoccupati dalla concorrenza che quindi li bloccheranno. Per cui il lavoro diventa un lavoro in gran parte di carattere improduttivo. pi un emblema di carattere morale che un effettiva realizzazione economica. Il massimo che si riesce a fare per questi poveri di farli coltivare qualcosa per la loro alimentazione, ma non qualcosa che sia produttivo sul piano economico. Per quanto riguarda le carceri, anche l vengono rieducate le persone, e lo strumento principe il lavoro. Ma come si fa a organizzare un lavoro se ognuno chiuso nella sua piccola cella? In gran parte questo un modello di carattere ideologico, che per ha un suo notevole significato sul piano simbolico. New poor law Nel 1834 in Inghilterra viene riformata la legge sui poveri e si d luogo alla new poor law. Fra l'altro alcuni stretti collaboratori di Bentham saranno presenti nella commissione. La new poor law stabilisce chi sono i poveri degni di attenzione o no. I poveri sono solo gli inabili al lavoro. L'unica forma di assistenza accettata la casa per i poveri. Quindi non si pu pi secondo la legge accedere a sussidi. Se si vuole essere aiutati, si deve entrare nella casa per i poveri. il ribadimento di un feticcio ideologico. Questo serve ad allontanare parte della popolazione povera dalle richieste di intervento pubblico e a spingere verso il lavoro: i problemi di carattere vitale vanno risolti da soli, altrimenti si deve entrare nella casa per i poveri. Questa legge dura per tutto l'800, arco di tempo durante il quale l'emblema del corso assistenziale sar la casa per i poveri; poi dall'inizio del '900 ci saranno interventi legati a uno stato sociale pi moderno. Nel 1834 avviene una profonda riforma della poor law che si basa su due cardini fondamentalmente: 1. uno riguarda un ripensamento intorno all'identificazione dei poveri, che serve poi a stabilire i soggetti meritevoli di assistenza. La grande discriminazione posta nel 1834 quella tra abili e inabili al lavoro. Meritevoli di assistenza sono solo gli inabili al lavoro. Chi abile al lavoro posto idealmente al di fuori dal processo assistenziale, perch sarebbe uno spreco di risorse e una cattiva educazione per il soggetto assistito. 2. Il secondo cardine invece riguarda le forme dell'assistenza: sostituzione auspicata del sussidio con la casa dei poveri o la casa del lavoro. interessante riflettere sulle conseguenze che la new poor law ha in rispetto alla sua prima tematica in fondo questa una indicazione progettuale che ha conseguenze per il nascente movimento operaio inglese. Questo di fronte alla new poor law si trova indicata una strada di azione, che non deve essere pi la rivendicazione di sussidi, ma la lotta per le

condizioni di lavoro. Per il movimento operaio un nodo che lo spinge verso una serie di esperienze politiche che gli inglesi faranno prima degli altri paesi occidentali, esperienze che riguardano da un lato il tema della cooperazione e del mutualismo; dall'altro il filone del sindacalismo; e infine una parte di movimento operaio che continuer a pensare, non in termini assistenziale ma in termini di legislazione sociale, che anche lo stato e la sfera della politica ha un ruolo da esercitare per difendere le condizioni lavorative. Di questa tendenza all'impegno politico da parte delle organizzazione operaia, un momento importante avviene nel 1838 con la presentazione a Londra della cosiddetta Carta del popolo, che viene stesa da dirigenti delle associazioni operaie londinesi. una serie di rivendicazioni politiche delle classi popolari che origina un movimento molto attivo negli anni '40 in Inghilterra: il movimento cartista. Il movimento cartista lungo gli anni '40 soggetto di enormi manifestazioni di carattere popolare, che caleranno verso la fine del decennio per lasciare spazio all'organizzazione sindacale. Questa la prima manifestazione di una volont di parte del proletariato inglese per inserirsi nel gioco politico per difendere i propri interessi. Quali sono le rivendicazioni della carta del popolo? Sono rivendicazioni tutte squisitamente politiche-organizzative. Sei sono i punti principali: 1. rivendicazione suffragio universale maschile (tema tipicamente benthamiano); 2. brevit del mandato parlamentare. I cartisti richiedono, come Bentham, l'annualit dell'organo parlamentare; 3. pagamento di una indennit ai rappresentanti del popolo (quindi uno stipendio per i parlamentari) nasce come rivendicazione di classe, altrimenti un esponente della classe operaia non sarebbe mai potuto entrare in parlamento. una misura che dovrebbe consentire il rinnovamento di classe dei rappresentanti; 4. segretezza del voto, anch'essa benthamiana, per rendere il voto meno manipolabile; 5. eguaglianza fra i collegi, legata a un problema tipicamente inglese ( sistema uninominale, per cui a ogni circoscrizione si elegge un solo candidato vincitore). Il problema quindi come si costruiscono le circoscrizioni; la situazione esistente inficiava l'idea dell'uguaglianza del voto. Si vuole dare maggiore spazio alla rappresentativit popolare; 6. abolizione dei vincoli censitari non solo per l'elettorato attivo ma anche passivo. Si tratta quindi di rivendicazioni squisitamente politiche, ma sottolineando che questi 6 punti non sono il fine dell'azione politica del proletariato, ma sono mezzi per accedere al potere, e una volta arrivati ad esso, cambiare la legislazione in funzione dei problemi sociali.

J. STUART MILL Tutto questo dibattito sull'intervento o meno dell'economia da parte dello stato pu essere ricondotto a sintesi ricordando l'opera del (forse) pi importante pensatore liberale dell'Inghilterra 800esca, che John Stuart Mill. autore di Principi di economia politica del 1848, che non un testo di tecnica economica, ma dedicato ai rapporti fra economia e politica. In questo testo Mill affronta il problema delle leggi economiche in senso scientifico e si chiede se il funzionamento dell'economia sia o no modificabile dalla volont umana: cio se si tratta o meno di leggi assimilabili alle leggi di natura, e allora non ci sarebbe niente da fare; oppure se invece le leggi economiche possano essere modificate dalle scelte della politica. Mill si risponde che bisogna capire di quali leggi stiamo parlando, e distingue fra leggi della produzione e leggi della distribuzione. Le leggi della produzione funzionano in modo analogo alle leggi di natura. Es. legge della domande e dell'offerta; il principio di popolazione malthusiano. Tutta queste serie di fattori di fenomeni, sono analoghi alle leggi di natura: vanno perci subiti. Il discorso sulla distribuzione invece diverso. Una volta prodotti, i beni disponibili possono essere distribuiti in modi vari. Non c' una legge della distribuzione che abbia valore naturale. Nella distribuzione contano le tradizioni, le volont degli uomini, il governo politico, la legislazione: lo spazio per l'intervento ampio. Il modo per distribuire i beni non obbligato dalla natura, ma uno spazio in cui l'intervento umano aperto e possibile. Gli economisti che lo precedono hanno detto che una volta disponibile una determinata ricchezza prodotta, questa tende a distribuirsi in rendita per il proprietario terriero, profitto del capitalista e salario del lavoratore. Mill si chiede se queste forme di reddito sono tutte giuste. Osserva che la rendita del proprietario terriero una pura ricompensa per un titolo di propriet, non ha nulla a che vedere con la produzione, ma una convenzione, un lascito di carattere giuridico, una tradizione a fronte della quale non corrisponde nessun merito produttivo. Il proprietario di una terra pu essere il pi assenteista dei soggetti e vivere di rendita senza costruire alcuna prestazione utile alla propria societ. Questo sembra una cattiva convezione a Mill, che non ha nulla a che vedere con le leggi naturali dell'economia ma che deriva da un'incrostazione storica. Secondo Mill sarebbe giusto rimuovere questa convenzione. Allora, prima deduzione importante che Mill ricava dalla distinzione fra leggi di produzione e leggi di distribuzione, che se uno stato si mettesse a incamerare per via fiscale gran parte della rendita non scalfirebbe nessuna legge di natura e farebbe invece qualcosa di equo e giusto, andando verso la felicit della maggioranza ricercata da Bentham lotta di segno politico contro la rendita fondiaria. Altra considerazione che fa Mill a proposito della distribuzione del prodotto: la rendita andrebbe ridotta o eliminata per via politica, ma c' anche da valutare se sempre equa la partizione che avviene fra gli altri due fattori, salario e profitto, visto che in genere il profitto del capitalista molto pi alto rispetto al salario degli operai. Il capitalista non un parassita come il redditiero, per potrebbe anche esagerare la propria forza e quindi rafforzare il profitto a scapito di una equit per quanto riguarda i livelli salariali. Anche qui l'economia politica precedente dice che queste cose si risolvono nel mercato, attraverso la legge della domanda e dell'offerta (in cui la merce il lavoro). Mill sa che questa una legge naturale, ma si chiede se nel mercato il capitalista e il singolo lavoratore davvero si presentano equilibrati e armonici, entrambi liberi, oppure l'imprenditore ha un potere nell'ambito del mercato decisamente superiore rispetto al lavoratore. Se l'economia politica precedente diceva che da questo ci si doveva astenere, Mill convinto che questo squilibrio pu essere corretto o sanato. Per esempio, i lavoratori associati possono difendere meglio le condizioni di lavoro, e questo questione della maggioranza. Difendere i diritti dei lavoratori non un'opzione casuale, perch l c' in gioco la maggioranza e la sua felicit. Mill, che eredita Bentham, osserva che difendere gli interessi dei lavoratori significa difendere gli interessi che incidono maggiormente sulla felicit totale. La legislazione per esempio pu benissimo per esempio riconoscere i sindacati come strumenti di maggiore armonia nell'ambito del mercato del lavoro, altrimenti le posizioni restano segnate da un'eccessiva disparit. Questa quindi la posizione di carattere generale: per quanto riguarda le leggi della distribuzione, lo spazio per la politica c', essa deve studiare interventi anche in favore delle classi lavoratrici proprio perch sono la maggioranza della popolazione. Mill sa che queste affermazioni sono pronte ad essere contestate dai liberali di stampo conservatore. L'obiezione di fondo che tutti questi interventi portano a riduzione della libert, e quindi sono un tradimento del fondamento liberale. Mill risponde subito, in linea generale, dicendo che il metro da seguire per intervenire o meno in ambito socio-economico non deve essere la tutela dell'esistente, la garanzia delle libert esistenti, ma deve essere il metro della libert futura. La politica pu intervenire; il suo compito non solo garantire l'esistente. Ci che esiste lo ereditiamo dalla storia, iniquo. Il metro deve essere la libert futura: la politica deve ampliare la libert. Ci significa aumentare il numero dei soggetti liberi. Scrive provocatoriamente Mill che per gli operai il comunismo, che possiamo dipingere nel modo pi oppressivo, una liberazione rispetto alle condizioni in cui vivono. C' allora una strategia di pensiero che Mill pone in essere: anzitutto dobbiamo da liberali lavorare per la libert futura; ma dobbiamo anche accettare la sfida del socialismo, capire che il pensiero socialista propone problemi reali. In alcuni capitoli del libro discute il progetto saint simoniano e fourierista, che non sono totalmente livellatrici. Queste due dottrine non vanno condannate a priori ma vederle all'opera. in ogni caso una sfida che va raccolta: il socialismo sta dicendo a noi liberali che se vogliamo vincere questa sfida dobbiamo riformare la propriet. Bisogna proiettarci verso una libert futura, un ampliamento dei soggetti liberi, che significa anche modificare l'assetto proprietario esistente in termini di equit e quindi combattere le propriet che non hanno senso sul piano produttivo. Tutto questo si proietta su due aspetti pi specifici legati al tema della povert.

1. Primo tema l'intervento contro la povert. Mill quando parla del problema della povert in Inghilterra non pensa solo al problema dei poveri da soccorrere (gli inabili, i vecchi, i malati, i bambini), ma pensa anche che una sacca della povert derivi alla realt britannica anche da un livello salariale troppo basso. Il problema fondamentale allora come elevare il livello salariale. Mill sa che c' un mercato del lavoro con sue logiche e che quindi stabilisce un certo salario concorrenziale. augurabile stabilire attraverso qualche strumento di integrazioni oltre il livello concorrenziale dei salari. Occorre necessariamente un intervento da parte dello stato. Occorre uno sforzo di carattere sociale e politico per elevare i salari sopra i livelli di miseria, stabilendo per che questo intervento non sar infinito. I salari non possono essere sempre riequilibrati da finanze pubbliche, altrimenti lo stato si dissangua. Il problema per Mill quindi il risolvere gli squilibri esistenti, ricondurre il mercato del lavoro a una dimensione favorevole del lavoratori e a questo punto cercare di mantenere indefinitamente quelle condizioni favorevoli ai lavoratori stessi. Questo intervento pubblico a termine: durer una generazione. In questo periodo dobbiamo costruire condizioni stabili e favorevoli per i lavoratori. Queste condizioni sono l'istruzione e la contrazione del numero dei lavoratori stessi. Allora s all'intervento pubblico a favore dei salariati, ma a due condizioni: che nel frattempo essi si istruiscano (fra l'altro, dice Mill, bisogna uscire dalla misera per distribuire intelligenza), e che sia controllata la crescita demografica. I lavoratori possono essere legittimamente aiutati, ma a fronte devono rinunciare a riprodursi in modo incontrollato. Questa l'architettura dell'intervento per quanto riguarda i salariati. 2. Secondo tema che, nascendo dalle sue posizioni generali, Mill affronta sistematicamente, l'annosa questione del lassez-faire (proviene dallo slogan lassez faire, lassez passer ideato da Keynes, esponente della fisiocrazia). indicazione di autonomia dell'economico dalla politica. Mill osserva che l'intervento dello stato in ambito economico pu avere due forme: 1. la legislazione di carattere economico, quella che veniva combattuta dai liberali intransigenti; 2. l'amministrazione all'interno di un determinato quadro giuridico. Molte istituzioni dello stato sociale avranno poi la veste dell'amministrazione. Mill sa che la tradizione del pensiero liberale afferma il lassez-faire integrale. Per difendere tale principio, la tradizione liberale ha costruito tutta una serie di obiezioni che gli economisti liberali fanno all'intervento dello stato nell'economia: obiezione dell'agrario fiscale. Qualsiasi politica sociale costa e per finanziarla richiede aumento delle tasse. Ogni politica sociale aumenta il ruolo del governo, e quindi automaticamente una insidia per la libert e i diritti dei cittadini. Mill dice che quest'obiezione vale fino a un certo punto: c' sempre lo strumento della libert futura. Bisogna vedere se l'intervento pubblico riduce o amplia le occasioni di libert in prospettiva. Lo stato non pu rappresentare da solo tutta la ricchezza di esperienze e competenze che si trovano nella societ civile. Lo stato, che un'istituzione limitata, rappresenta comunque una serie di competenze e conoscenze sicuramente inferiore rispetto all'insieme della societ civile. Affidare un problema di carattere generale alla competenza dello stato significa quindi fare una scelta inefficiente. Meglio che questi problemi vengano demandati all'insieme della popolazione. Mill trova che questa seconda via abbastanza teorica. Il problema per reale. Quindi l'obiezione sta in piedi; possiamo per rispondere ad essa avviando a un forte decentramento amministrativo per quanto riguarda i servizi. Quando interviene lo stato tende, anche se a fin di bene, a soffocare le possibilit che quelli stessi problemi vengano affrontati alla base dalla societ civile e quindi crea l'inconveniente di ridurre le possibilit di crescita autonoma della societ stessa. Lo stato interventista, ponendo in essere una estesa rete di servizi economici e sociali tende a ridurre lo spazio in cui i problemi vengono affrontati spontaneamente. Quando i problemi li risolve lo stato questa capacit di crescita ridotta. l'obiezione di Tocqueville nei confronti della democrazia. Mill dice che questa obiezione pu essere aggirata da un ampio decentramento, dal far dialogare i cittadini con le istituzioni politiche. C' quindi tutta una serie di obiezioni, che sono secondo Mill fondate. Sono obiezioni che rimandano a un concetto di carattere generale: quello che nessuno pi dei cittadini conosce meglio i bisogni dei cittadini stessi. Tutte le obiezioni contro lo stato paterno sono fondate, anche se alcune aggirabili. Per cui Mill conclude che in linea generale il lassez faire una condizione augurabile, per non possiamo prendere come assoluta, va raffrontata a situazione per situazione, a soggetto per soggetto. Il lassez faire augurabile perch ognuno il miglior giudice dei propri bisogni, tipica affermazione di carattere generale. E se qualcuno non in grado di giudicare i propri bisogni? Il folle, colui che non in grado di giudicare sui propri bisogni: questo soggetto diventa l'eccezione. Il bambino un soggetto indifeso che deve essere istruito: ma egli non pu giudicare se l'istruzione fa parte dei suoi bisogni. Talvolta nemmeno il suo genitore pu giudicarlo. Dopo aver enunciato il principio e aver detto che il lassez faire augurabile, Mill comincia a costruire tutta una serie di eccezioni importanti che vengono date come un elenco aperto che cambia nel corso del tempo. Il lassez faire va misurato nella concretezza dei suoi effetti, non in termini ideologici, assolutistici. Le eccezioni dipendono poi dall'esperienza utilitaristica, dalla concretezza dei vari casi. Il lassez faire, ossia l'astensione della politica nei confronti dell'economia, dovrebbe essere la norma dei nostri comportamenti, per due ragioni: una strategica, legata alla convinzione tipicamente liberale che nessuno meglio dell'individuo conosce i propri bisogni e quindi nessuno meglio dell'individuo nella sua libera azione economica riesce a corrispondere alle proprie esigenze. L'intervento della politica un intervento esterno, che viene da un soggetto che conosce meno le esigenze dell'individuo. Questo come posizione strategica di carattere generale. In secondo luogo, Mill sostiene questa idea di fondo, propria del liberalismo tradizionale, che quando lo stato interviene nell'economia sconta sempre una serie di difetti. Lo stato non pu essere pi competente dell'insieme degli individui. Lo stato non ha le conoscenze adeguate per intervenire su tutto. C' anzitutto un problema di efficienza. Ma c' anche un problema di

giustizia in ottica liberale: lo stato che interviene, anche a fin di bene, comunque interviene, amplia le sue funzioni, estende il suo potere, e in ci diventa un elemento che soffoca l'autonomia individuale. Non stimola la ricerca di una soluzione da parte degli individui (Tocqueville esprimeva la stessa preoccupazione). Questo discorso fa parte di un tipico modo di pensare liberale. Mill per aggiunge che del lassez faire non possiamo fare un emblema indiscusso. Nella maggioranza dei casi funziona; ma dobbiamo tener presente intellettualmente (e quindi anche politicamente) che ci sono delle situazioni in cui non funziona; in cui, per esempio, non funziona quel criterio di base che ognuno di noi il maggior giudice dei propri bisogni. Una volta assodato che preferibile seguire i dettami del lassez faire, altrettanto importante considerare che ci possono essere necessariamente delle eccezioni. Si tratta di capire quali sono le eccezioni al rinvio di ogni problema all'iniziativa privata. Primo corpo di eccezioni: tutte le situazioni in cui gli individui non sono i migliori giudici dei propri bisogni. Es. L'ignorante in confronto del bene istruzione: colui che non ha avuto nessuna istruzione, e non ha quindi nessuna finezza di carattere culturale, non detto che interpreti secondo i propri interessi il problema dell'istruzione. Essa un bene su cui non tutti sanno giudicare correttamente. Mill dice che questa una eccezione di fronte al laissez faire. uno spazio in cui lo stato interpreta meglio di certi singoli anche i loro interessi, perch l'istruzione un bisogno di tutti. Per cui lo stato che istituisce scuole pubbliche e l'obbligo a livello di base della frequenza di tutti alla scuola, non uno stato che in modo ingiusto e illiberare si ingerisce in questioni che non sono sue: in questo caso, lo stato interviene non limitando le libert, ma anzi impone a tutti una condizione che in prospettiva sar costruttrice di libert. Un soggetto istruito pi vicino alla possibilit di essere libero rispetto all'individuo privo d'istruzione. Mill osserva che ci sono dei soggetti che non sono in grado di esprimere i loro interessi, perch non li conoscono: il malato di mente, che non sa esprimere qual' la sua effettiva esigenza; i minori, sia per quanto riguarda l'istruzione, sia per quanto riguarda anche i loro diritti vitali, non sono in grado di far valere i propri interessi come un adulto. Il padre pu non essere il soggetto pi adatto a garantire i diritti dei propri figli. Lo stato allora pu assumersi il compito di difendere tali diritti. Mill dice anche che ci sono altri soggetti che non sono in grado di difendere i loro diritti, e quindi devono diventare competenza pubblica: gli animali, soggetti che non possono difendersi. Qualcuno per ragioni di umanit deve prendere la loro difesa. Tutti questi sono soggetti che non possono essere demandati soltanto alla gestione da parte dei privati. Su questa osservazione, il campo delle eccezioni, spostandosi dal terreno di chi consapevole dei propri diritti al terreno delle responsabilit pubbliche, si allarga. Lo stato deve porsi obbiettivi di liberalizzazione progressiva. Ci sono quindi tutta un'altra serie di eccezioni al lassez faire. Un altro correttivo, per esempio, al rinviare tutto alla libert di contratto dei singoli: quando i contratti ci impegnano molto a lungo, pu darsi che effettivamente non siamo in grado di prevedere le condizioni future. La politica deve essere presente nel ricostruire spazi di libert quando quello che abbiamo deciso una volta non pi valido. Mill fa l'esempio del contratto del matrimonio. favorevole al divorzio. Certe condizioni di affettivit possono cambiare. La legislazione deve quindi anche poter riconoscere una modifica a quella che era stata una scelta responsabile. In linea generale, l'auspicio del riconoscimento giuridico del divorzio legata all'idea di difendere le donne. Ci sono poi tutta una serie di considerazioni di carattere sociale che fanno preferire la dimensione pubblica rispetto a quella privata. Tutte le attivit economiche e di servizio in cui gioco forza che si formi un monopolio; per esempio certe reti di trasporto. In questi settori economici in cui la spinta monopolistica inevitabile, meglio che quel monopolio lo eserci lo stato. Ovviamente si presuppone che sia una stato illuminato. Ci sono temi in cui deve intervenire il pubblico perch le esigenze sono di carattere sociale e quindi non possono essere demandati alla causalit dell'intervento privato, fra cui l'assistenza ai poveri. Per gli abili, abbiamo visto prima. Ma gli inabili al lavoro avranno bisogno di essere assistiti. Mill si augura che si assista il meno possibile. Ci sono poi materie o esigenze che sono strettamente legate agli interessi generali e che sarebbero sicuramente mal rappresentate se delegate all'azione privata, perch ci sono in gioco gli interessi nazionali (Mill fa l'esempio della colonizzazione). Ci sono campi in cui le esigenze di finanziamento sono cos importanti da non poter pensare che sia il capitale privato a risolvere: per esempio la ricerca scientifica, l'insegnamento universitario, i viaggi di esplorazione. Sono impegni che non hanno rientri economici a breve termine. Per questo difficile pensare che il capitalismo privato investa massicciamente in determinati settori. Il lassez faire quindi non funziona: occorre necessariamente l'intervento pubblico. Questo elenco testualmente da Mill dato come un elenco aperto, al contrario di Smith. Mill osserva che tale discorso sulle eccezioni al lassez faire non un dogma ma un discorso aperto, che dipende dai tempi, dalle situazioni, dalle esigenze.

Dibattito attorno ai soccorsi pubblici in Francia Chiudiamo con l'Inghilterra della prima rivoluzione industriale. Affrontiamo ora, in modo pi succinto, il dibattito sui soccorsi pubblici e sulla povert che avviene in Francia nella prima met dell'800, per arrivare poi ad illustrare un momento importante e nuovo rispetto a quello visto finora, che l'emersione di un nuovo diritto sociale, il diritto al lavoro, e tutto il dibattito che si consuma attorno al tema del diritto al lavoro nella rivoluzione parigina del 1848. 1790 viene formato nella Parigi rivoluzionaria un comitato per l'estinzione della mendicit. Il problema legato a cosa pu fare lo stato per far s che masse estese non siano permanentemente sulla strada a chiedere l'elemosina. Questo comitato non ha grande rilievo sul piano procedurale, ma ci sono tutta una serie di documenti di questo comitato molto interessanti, perch si trovano alcuni principi di fondo che varranno poi anche nelle prime forme di stato sociale. Responsabile del comitato un duca, tra i primi agitatori del periodo rivoluzionario: Francois de La Rochefoucauld. Fa parte di una grandissima casa nobiliare. Ha un impegno filantropico molto sentito, era mosso verso il problema della povert. Passer gran parte del periodo rivoluzionario in esilio. Rientrer in Francia dopo la caduta di Napoleone. Negli anni '20 e '30 continuer a proporre interventi di soccorso per i poveri. In questi documenti e insieme di memorie trasmesse all'assemblea legislativa ci sono alcuni concetti interessanti. Primo concetto di fondo che i soccorsi pubblici a certe condizioni sono un diritto, non una forma di carit. Sono un diritto che la Francia rivoluzionaria riconosce in nome dell'uguaglianza fra tutti i cittadini. Parlare di carit pubblica offensivo nei confronti di una societ che sta costruendo una situazione di uguaglianza fra tutti gli uomini. I soccorsi pubblici sono un diritto, e in quanto tali comportano una responsabilit da parte dello stato e della politica. La societ nel suo complesso, perci anche le istituzioni politiche, devono farsi carico del problema della povert, perch un problema di giustizia elementare. Lo stato pu intervenire in due modi. C' un modo indiretto: creare le condizioni affinch ci sia lo sviluppo economico; affinch l'economia privata sia prospera. Se c' ricchezza in ambito economico, ci saranno meno sacche di povert. il lavoro che risolve questi problemi. Per, osserva La Rochefoucauld, la disoccupazione involontaria sempre una eventualit che pu accadere. Se la linea maestra incoraggiare la produzione per incoraggiare il lavoro, anche vero che ci pu essere anche una disoccupazione involontaria. Di fronte a questa situazione bisogna intervenire. Corrispondere a questo diritto una questione di giustizia ma anche di prudenza. L'intervento pubblico, nel momento in cui si evidenzia un problema consistente di povert, una misura di stabilizzazione e di moralit. La prudenza suggerisce che bene intervenire perch lasciare una sacca di poveri a se stessa una minaccia per la pace sociale e per la moralit dei poveri stessi. L'intervento pubblico a favore dei poveri quindi una misura di segno umanitario che ha anche risvolti di carattere morale. L'estrema povert costituisce oggettivamente una spinta a compiere azioni di carattere immorale. un intervento di prudenza sul piano dell'ordine pubblico e di moralit sul piano della prevenzione di quelle situazioni che possono condurre a comportamenti immorali. Per tutte queste ragioni un diritto. Quando lo stato impone qualche tassa per soccorrere i poveri e prevenire tutti i problemi indotti dalla povert bisogna tener conto che si tratta di un interesse generale. C' un criterio di interesse generale che muove l'organizzazione che soccorre i povero. L'interesse generale ci deve muovere anche nella ricerca di una moderazione in questo intervento: questo non deve essere incondizionato. Bisogna che ci sia un discrimine, un limite, un intervento che sia rigorosamente controllato, altrimenti spreco di risorse pubbliche oppure un altro esempio di diseducazione, di immoralit. Bisogna identificare bene gli effettivi bisognosi. Bisogna anche, nell'erogazione dei servizi, tener conto di un criterio di carattere generale che l'erogazione deve essere volta all'essenziale. Il sussidio all'assistenza pubblica deve comunque garantire situazioni inferiori rispetto a quanto i soggetti aiutati troverebbero con il lavoro. L'intervento pubblico non deve sostituire la ricerca dell'occupazione. Per esempio, il sussidio a un capo famiglia dovr essere inferiore al salario che quel soggetto pu trovare lavorando. la minore eleggibilit (cio preferibilit) del sussidio rispetto al salario. un primo discorso sui soccorsi pubblici che si sviluppa in Francia, che avr poi una certa teorizzazione fra il periodo rivoluzionario e quello napoleonico, che diventa argomento di riflessione (lo gi in Condorcet) in un gruppo di intellettuali attivi fra la rivoluzione e la fine del periodo napoleonico che hanno preso il nome in ambito storiografico di IDEOLOGI. Sono un gruppo che inizialmente ruota attorno a Condorcet. Era animatore di un salotto intellettuale rivoluzionario che si riuniva a casa della vedova di Elvetius, filosofo illuminista utilitarista. Questi diventano un gruppo abbastanza organizzato nel periodo rivoluzionario e napoleonico. Il nome ideologi viene dalla loro opera filosofica pi importante di questo gruppo, il cui titolo Elementi di ideologia, il cui autore era il filosofo Destutt de Tracy. Questo gruppo di ideologici collabora con la prima fase di napoleone soprattutto per l'istruzione pubblica. Napoleone si appropria dell'idea di istruzione pubblica dall'alto. Sente l'esigenza di un ampliamento delle competenze di carattere burocratico (l'ecole normal superior, l'institute etc). Istruzione pubblica dei vertici. Sar poi Napoleone, a chiamare ideologi tale gruppo, per indicarli spregiativamente come gli intellettuali che si cullano nelle idee. E sono proprio le idee che giustificano questo nome: non ideologia in senso post marxiano come sistema di valori costruito, ma amore per le idee, per la ricerca culturale. Elaborare idee costituisce la caratteristica pi importante della nostra natura umana. Altro autore di cui parleremo Cabanis il cognato di Condorcet, il medico che gli d il veleno per uccidersi. Viene incaricato, nel periodo del direttorio, di riorganizzare il sistema ospedaliero pubblico nell'area parigina. Parigi era l'unica citt europea che all'epoca aveva un ospedale pubblico. Cabanis viene incaricato di riorganizzare il sistema sanitario dell'area e con questa occasione si interessa al tema della povert e dei soccorsi pubblici pi in generale.

Un concetto di fondo di tutto il gruppo l'obbiettivo di aumentare la felicit nell'ambiente sociale. C' un richiamo alla cultura economica utilitaristica britannica. Scopo di questa elaborazione delle idee perseguire la felicit. Per perseguire la felicit bisogna unire 3 forze: la morale: costruire un tessuto morale, un'idea di dovere; la scienza, dobbiamo conoscere scientificamente la societ in cui operare; la legislazione, la legge uno strumento per rendere pi felice la societ (Bentham; utilitarismo). Gli ideologi risentono molto della cultura utilitarista, ma vogliono darle una connotazione pi scientifica, di maggiore conoscenza non solo dell'individuo ma anche dell'organizzazione sociale; tanto che introducono nella cultura francese, che stata finora una cultura filosofica, tutta una serie di nuove scienze: nasce nell'ambito degli ideologi l'economia politica francese, la statistica, la matematica sociale, che serve per conoscere la societ e intervenire in essa. Gli ideologi (Amore per le idee, importanza delle idee) Tracy, da cui deriva il nome di tutto il movimento Cabanis Concetto generale di tutto questo movimento il tema della felicit, che l'obbiettivo degli uomini che va perseguito. Va messo in collegamento con questo tema quanto pu produrre la concezione della morale, la scienza sociale, la legislazione, quindi l'attivit politica e la legge. La felicit viene dall'unione di questi tre aspetti. Vediamo ora come si scompongono questi motivi, in particolare nell'opera di Tracy. TRACY scrive Nozioni di ideologia (1812-1813), e Trattato di economia politica, opera degli anni '20 dell'800. La posizione di questo personaggio Primo punto: la visione dell'uomo di Tracy e in genere degli ideologi una visione di tipo sensista. Sono eredi dell'utilitarismo britannico e del sensismo che faceva parte del pensiero utilitarista, soprattutto nel versante francese (Elvetius e Dolbac). Primo momento questa visione di carattere sensista della conoscenza e anche dei giudizi di valore, del senso di giusto e ingiusto che diamo alle cose, alle azioni degli uomini. La conoscenza e gli elementi per stabilire una condotta morale nascono dalle sensazioni, dalle influenze che i fattori esterni esercitano sull'individuano. In particolare Tracy sottolinea, a proposito delle sensazioni, sul tema dei bisogni: sono i bisogni che colpiscono i sensi e che costituiscono il nostro primo elemento di riferimento, di conoscenza di noi stessi e del mondo. Le sensazioni esterne si manifestano sotto forma di bisogno, di stimolo a soddisfare determinati bisogni. Questo si manifesta a livello materialistico, di sensi. Il secondo momento la reazione che l'uomo mette in essere per soddisfare i propri bisogni. un'operazione mentale: sentiamo un bisogno come influenza nei nostri sensi, e in conseguenza di esso si manifesta un'azione di tipo mentale volta alla ricerca dei mezzi con cui possiamo soddisfare quel bisogno. Questa operazione mentale ha in Tracy il nome di volont. Il bisogno agisce sui sensi, l'uomo reagisce esprimendo una propria volont, volont di ricercare volontariamente i mezzi per soddisfare questi bisogni. Questo il punto di partenza della visione morale antropologica di Tracy che induce il nostro autore a dare una interpretazione a questa dimensione di carattere strettamente individualistico, com'era nella tradizione utilitaristica e sensista. C' una visione di carattere individualistica del mondo legata al fatto che sensazioni e volont hanno anzitutto una caratteristica strettamente personale. La volont pi pura quella che esprimiamo individualmente. Questa visione autorizza tutti gli ideologi a ribadire che per la soddisfazione dei propri bisogni occorre una sfera di tutela dell'individualit, per esempio nell'economia: sul piano giuridico deve essere garantito il diritto di propriet. Siamo dentro a una visione sensista e utilitarista quindi anche liberale. Per, aggiunge Tracy, tutto questo meccanismo avviene in societ. L'uomo riesce a soddisfare i propri bisogni esclusivamente in un ambiente sociale. Tutta la dialettica fra stato di natura e civile 700esca per Tracy non ha nessun senso: lo stato sociale lo stato naturale degli uomini. Non esprimibile nemmeno per ipotesi l'idea dell'uomo singolo che risolve i propri bisogni da solo in mezzo alla natura. L'uomo non pu sopravvivere in natura senza la collaborazione degli altri. Lo stato naturale dell'uomo lo stato sociale, la collaborazione reciproca, che non presuppone (Tracy risente molto di Smith) un atteggiamento di benevolenza, di reciproco dono. Nelle societ contemporanee questo tessuto di collaborazione sociale indispensabile agli uomini avviene sotto forma dello scambio. Di regola questa collaborazione avviene nella logica del mercato. Questa attenzione al tema della societ fa s che Tracy fa qualche passo avanti all'economia britannica individualistica di Smtih. Ci sono due considerazioni importanti in questo autore. La condizione naturale dell'uomo lo stare in societ, da qui possiamo ricavare il principio che la societ ha senso se vantaggiosa per tutti. Siamo tutti uomini, tutti bisognosi della societ, per cui questo ingresso in societ, che ci accomuna tutti e non concepisce eccezioni, una dimensione che deve essere vantaggiosa per tutti. In societ ci deve essere un vantaggio equamente distribuito. Allora, Tracy osserva, in societ la propriet mal distribuita (riprende Paine). Senza il diritto di propriet non posso risolvere i miei bisogni. Ci sono un certo numero di proprietari e un certo numero, solitamente maggiore, di non proprietari, i quali hanno un solo un mezzo per seguire i loro bisogni, la loro felicit: il lavoro. Questa considerazione stimola una posizione ideale che comincia a diventare meno individualista, meno legata all'idea che l'economia separata dalla politica. Diventa quindi necessario tutelare il lavoro. Il salario, che la misura del lavoro, va considerato sul piano etico ancor prima che su quello politico la propriet del lavoratore. la dimensione in cui il lavoratore non proprietario pu soddisfare i propri bisogni. Dovremmo cominciare nei nostri comportamenti quotidiani e nell'azione politica a considerare il salario sacro cos come consideriamo sacri la casa per chi la abita o l'impresa per il capitalista. Al pari delle altre propriet, il salario dovrebbe avere una tutela forte. Chi insidia al salario del lavoratore un espropriatore di un diritto. Il salario il diritto del lavoratore. Dobbiamo muovere l'opinione pubblica e la politica in difesa dei salariati. Ci significa anche insegnare ai salariati che meno sono pi felici

saranno, quindi controllo della popolazione. Si recupera Malthus: controllo demografico delle forze di lavoro. Ci sono delle propriet, come la rendita, che una legislazione che si interessi della felicit nella societ deve iniziare a ridurre, perch non distribuiscono alcuna felicit. CABANIS viene incaricato dalla municipalit parigina di riorganizzare il sistema ospedaliero pubblico nell'ambito dell'area parigina. un'organizzazione sanitaria volta a soccorrere i poveri. Cabanis con questa occasione si interessa pi in generale del tema dei soccorsi pubblici, su cui scriver varie memorie nei primi anni dell'800. Cabanis il primo pensatore che sistematicamente cerca di ricondurre l'idea di anima alla dimensione materiale. Annulla la distanza fra materialit e spiritualit, ipotizzando che quello che pensiamo deriva dai fattori esterni, dalle sensazioni, e il pensiero si spiega con operazioni, con conseguenze, influenze che i fattori esterni esercitano fisicamente nel nostro cervello. La nostra mente, compresi i giudizi di valore e i giudizi morali, nasce da operazioni mentali, che si possono spiegare attraverso movimenti neurotici. Cabanis ha questa intuizione che si pu fare una scienza delle idee su base meramente fisica, materialistica. un punto di passaggio importante anche per studi specifici di carattere medico nel corso dell'800. Sul piano della ricerca filosofica, Cabanis importante soprattutto per questo aspetto. Ha poi una visione dell'individualit simile a Tracy. Le idee nascono dalle condizioni esterne ed oggettive, che spingono l'uomo a trovare soluzione ai problemi, soddisfazione ai bisogni. Tutto questo avviene in un quadro sociale. Cabanis pi attento a Tracy anche agli aspetti istituzionali dell'intervento della societ per soddisfare i bisogni. Dentro l'ambiente sociale c' un'organizzazione politica che agisce in funzione della felicit di tutti. Cabanis elabora queste idee nei primi anni dell'800, quando tutto questo gruppo ha assunto sul piano politico una visione pi moderata rispetto alle origini. Inizialmente hanno un respiro democratico molto forte. Dopo l'esperienza del terrore capiscono che a volte la democrazia un pericolo, e quindi hanno un'idea pi moderata in cui sia raffreddata la passione popolare. Cabanis si converte allora a una repubblica rappresentativa di tipo censitario, aristocratico (non in senso nobiliare, ma nella scelta dei migliori), in cui la rappresentanza sia ottemperata dalla scelta dei migliori. Questo sistema si muove con lo slogan Niente dal popolo, ma tutto per il popolo: un idea di potere aristocratico illuminato, non coinvolto dalle passioni popolari, in virt della propria intellettualit, che per agisca perseguendo gli interessi in primo luogo delle classi popolari. Questo sistema per funzionare deve distribuire i vantaggi della societ a tutti. Il popolo non pi soggetto dell'esperienza politica, ma in quanto maggioranza dell'ambiente sociale il destinatario privilegiato dell'azione politica. Fra i bisogni popolari ci sono i bisogni della salute. Egli si d da fare per sottolineare l'importanza che il pubblico investa nell'organizzazione sanitaria, rendendola pi efficiente. Cabanis insiste molto per esempio sul fatto che accanto a bravi medici, negli ospedali occorrono infermieri che abbiano una conoscenza professionale del lavoro che devono svolgere. Questo per l'epoca era tutto fuorch banale. Altri due aspetti sono interessanti. Un altro aspetto avveniristico delle riflessioni di Cabanis che la malattia ha una dimensione sociale nella genesi. Anche una cattiva organizzazione sociale pu produrre malattie, non solo la nostra natura imperfetta. Una misura di tutto questo la si pu trovare nelle malattie mentali, che spesso sono il segno di un disagio sociale. Si deve interpretare i malati di mente come dei malati che come tali vanno curati, mentre l'abitudine del tempo era quella di recluderli. Il grande problema rispetto ai malati di mente era quello di considerarli irrecuperabili e quindi andavano solo contenuti. I malati di mente invece esprimono un disagio sociale. La povert indicata pi volte come fattore di malattia, non solo sul piano materiale ma anche mentale. Questo personaggio, moderato sul piano politico, ha per sul piano scientifico e filosofico delle aperture estremamente acute per i tempi in cui scrive. Ultima battuta su Cabanis riguarda il tema dell'assistenza pubblica. Egli ritiene giusto che lo stato intervenga con una propria politica assistenziale nei confronti della povert e della miseria. Il povero, privo di risorse di carattere economico, nell'impossibilit di esercitare la propria volont, quindi di rispondere in modo efficace ai bisogni che gli si presentano. In quanto impossibilitato a far questo, si presenta come un uomo diminuito. Perci va aiutato, altrimenti rimane in una situazione di minorit sul piano della dignit umana. La linea maestra dell'intervento il lavoro. Il luogo in cui maggiormente si deve realizzare l'intervento pubblica a favore dei poveri la casa di lavoro (ci che in Inghilterra sar riconosciuto dalla legge del 1834). La politica sociale non deve essere uno spreco o un incoraggiamento all'ozio o al vizio. Occorre una politica unitaria di tipo assistenziale che ha come obbiettivo fondamentale la costruzione di posti di lavoro. La casa di lavoro pubblica soddisfer queste condizioni. In Francia, pi che in Inghilterra, il tema della povert si concentra soprattutto attorno al lavoro come strumento di emancipazione. Il tema del lavoro assume centralit nel discorso sui rapporti tra economia e politica. Questo spiega perch lungo tutto la met dell'800 in Francia questo tema viene agitato e sfoci poi in un'importante discussione nel periodo della rivoluzione del 1848. Sollecitazione gi dal tempo della grande rivoluzione; qualcosa di pi si vede nei decenni in cui ci si avvicina al momento rivoluzionario. C' una legge del 1841 che si interessa dei problemi dei lavoratori (con limitazione del lavoro infantile) e della salute nei luoghi di lavoro. Il problema per agitato a livello politico, soprattutto dai socialisti, gi dalla grande rivoluzione. I socialisti si battono soprattutto per la libert di associazione. una rivendicazione che fa molta fatica a diventare legge per quanto riguarda l'associazione fra lavoratori. In realt queste si facevano, nonostante i divieti legislativi. Il riconoscimento giuridico verr successivamente sulla spinta della rivoluzione del 1848. Ci sar una legge del 1852 che riconosce le societ di mutuo soccorso. Sotto Napoleone III ci sar un ulteriore legislazione pi permissiva, e infine il riconoscimento dei sindacati. Mentre sul piano giuridico le cose sono lente, il dibattito politico molto forte e esplode nella rivoluzione del 1848. Il 1848 un periodo di rivoluzione in tutta Europa, di segno nazionale in molte parti, e di segno politico-sociale in Francia, con la rivoluzione di febbraio. proclamata la repubblica: si stabilisce un governo provvisorio in gran parte istituito da repubblicani moderati. Il coordinatore di fatto Lamartins. Di questo governo fanno parte esponenti della

vecchia opposizione repubblicana parlamentare: diventano i ministri del governo provvisorio. Ci sono anche due socialisti: Louis Blanc e Albert. La differenza rispetto agli altri componenti del governo, che ognuno ha un ministero, mentre ai due socialisti non viene nemmeno istituito un ministero del lavoro. Blanc e Albert, che formalmente fanno parte del governo provvisorio pur non avendo un ministero, sono incaricati di studiare il problema della povert e degli squilibri sociali in una apposita commissione. Marx giudica negativamente questa esclusione dal governo. Sul piano intellettuale questi due personaggi fondano una commissione su incarico del governo che prender il nome dal palazzo parigino in cui si riunisce: commissione del Luxembourg. Il giudizio di Marx giusto ma ingeneroso: questo congresso infatti estremamente importante e riunisce temporaneamente tutti le intelligenze francesi dello schieramento socialista. Tutti i pi alti esponenti delle varie scuole socialiste formate in Francia sono rappresentate in questa commissione: sant simoniani; c' il direttore del giornale La falange, organo del fourierismo; seguaci di Cabet, etc. Questi costruiscono un insieme di proposte attraverso vari documenti. Ecco cosa si propone per risolvere il problema della disoccupazione e della povert: prima proposta importante risale alla teorizzazione di Blanc, quello che viene chiamato atelier sociale, quindi industria di stato. L'atelier sociale la sollecitazione al nuovo governo repubblicano ad aprire luoghi di gestioni pubblica per riconoscere il diritto al lavoro. Servizi di carattere collettivo. Si ipotizza la costruzione a Parigi di grandi caseggiati operai per poter risolvere i problemi di abitazione e riscaldamento. Questo tema torner poi nel '900. Nella concentrazione si risolvono molti problemi legati alla quotidianit della vita operaia (come guardare i bambini piccoli etc). Questo testimonianza di una sensibilit verso il problema dei servizi all'edilizia popolare. Esportazione del modello dell'atelier dalla citt alle campagne. Ci era abbastanza avventuroso e imprudente sul piano politico, tanto che coster alla sinistra la sconfitta elettorale. Dimensione sociale nella propriet e nel lavoro agricolo. Si prevede il credito pubblico a favore dei lavoratori: la cooperazione ha bisogno di credito pubblico. Di queste proposte, l'unica realizzata quella degli atelier. Quelli posti in essere dal governo provvisorio sono gli atelier nationaux, istituiti gi dai primi giorni di marzo. Sono una serie di aziende pubbliche che hanno come compito quello di dare un posto di lavoro ai disoccupati. Per a differenza del progetto di Blanc,in cui si doveva trattare di imprese produttrici che si affiancavano a quelle private, diventando ben presto autosufficiente sul piano finanziario. Invece gli atelier posti in essere hanno il compito di tacitare i disoccupati, impedendo che ci siano eccessive proteste contro il nuovo governo. Non un operazione di riorganizzazione economica, ma quasi di prevenzione sul piano della sicurezza pubblica. Dimostrano di essere fallimentari perch non si produce quasi nulla, molto spesso si pagano stipendi persone che non andavano a lavoro, solo affinch non si agitassero in manifestazioni di piazza. Quindi questa organizzazione al di sotto delle necessit. assistenziale, ma ha tutta l'aria di un premio per chi non lavora. Di conseguenza, monta la protesta della parte moderata contro lo spreco di denaro pubblico. Il governo allora incolpa la commissione del Luxembourg di avere costruito il modello degli atelier sociali che non funzionano, e con un decreto dei primi di giugno del '48 si chiudono questi atelier e sono arruolati di autorit nell'esercito i giovani che lavoravano negli atelier. Quest'esperienza si chiude radicalmente. La chiusura degli atelier l'atto che giustifica le famose giornate di giugno del 1848, in cui il proletariato parigino ritorna sulle barricate con un rilancio del tentativo rivoluzionario contro la parte del governo moderato. Questo tentativo viene soffocato nel sangue: 3000 morti e 10.000 arrestati e inviati nelle colonie della Polinesia francese. Contemporaneamente a questa repressione si costituisce l'assemblea costituente, che crea un comitato per la costituzione, che scrive il testo costituzionale proposto all'assemblea costituente di orientamento conservatore a settembre del 1848, e approvato dopo una decina di giorni di discussione. Di questi 9 giorni di discussione, 7 sono dedicati al tema del diritto al lavoro, cio al quesito se inserire o meno in un articolo della costituzione il riconoscimento di tale diritto. una proposta del movimento repubblicano socialista sentita in modo molto forte. Questo diritto diventa un emblema ideologico, non soltanto un problema di carattere economico. Questo dibattito interno alla costituente francese sul diritto al lavoro nel 1848 un dibattito che si situa nei giorni di settembre e che impegna la quasi totalit dei lavori dell'assemblea. Rappresentanti dei tre schieramenti che si formano nell'assemblea costituente a proposito del diritto a lavoro 1. Considerant. il direttore del giornale La Falange, giornale ufficiale della scuola fourierista. Rappresenta lo schieramento socialista. 2. Capofila del movimento repubblicano Ledru-Rollin. l'esponente di punta dei repubblicani, ha una posizione di centro-sinistra nell'ambito dell'assemblea. un personaggio che rappresenta i repubblicani nelle elezioni del presidente a fine '48. Egli perder e vince Luigi Napoleone Bonaparte. 3. Tocqueville, anch'egli deputato alla costituente, di impostazione moderata. il rappresentante di un modo di pensare liberal-conservatore ormai nei confronti del diritto al lavoro. L'idea socialista si basa su due punti fondamentalmente: 1. la societ esistente una societ iniqua ed ingiusta, eccessivamente segnata dalle disuguaglianze economiche. il tipico modo di pensare socialista; 2. a fronte di questa ingiustizia della societ esistente, c' sul piano ideale, etico, un diritto naturale di tutti ad appropriarsi delle cose. un diritto naturale alla propriet che spetta a tutti gli uomini in quanto appartenenti alla natura umana. Questo tradito da una societ in cui proprietari sono una minoranza. Di fronte a questa situazione che palesemente di condanna del mondo

esistente occorre ricostruire le condizioni affinch tutti possiamo diventare proprietari. L'unica speranza di accedere alla propriet da parte del proletariato poter contare sul proprio lavoro. Il riconoscimento del diritto al lavoro costituisce il primo passo verso la correzione della giustizia sociale. lo strumento iniziale attraverso il quale tutti possono accedere alla propriet. Il diritto al lavoro il primo passo per costruire una situazione successiva che richiede un altro diritto sociale, quello all'associazione. I proletari associandosi potranno sperare di diventare proprietari dei mezzi di produzione. Poich ai mezzi di produzione singolarmente non possiamo accedere, possiamo coalizzarci e come categoria diventeremo proprietari. Il diritto al lavoro il necessario riconoscimento di carattere politico e giuridico di questo processo. Di nuovo c' che tutta questa discussione si condensa per la prima volta su questa rivendicazione. Considerant afferma che nel frattempo, durante la crisi, il diritto al lavoro sar transitoriamente garantito dall'impresa pubblica che costruir posti di lavoro mancanti nel sistema economico nazionale. Questa idea della propriet statale dei mezzi dei produzione provvisoria. In futuro saranno gli operai associati proprietari, non lo stato. Posizione intermedia quella dei repubblicani. Ledru-Rollin lega il diritto al lavoro al diritto alla vita. I non proprietari hanno un solo strumento per perseguire la sopravvivenza: il lavoro. Nel momento in cui riconosciamo il diritto alla vita, a Ledru-Rollin sembra ovvio riconoscere il diritto al lavoro. Riconoscere il diritto al lavoro anche un operazione di prudenza politica, serve a raffreddare il conflitto sociale e a dare una speranza ai disoccupati. Riconoscere tale diritto legare maggiormente gli operai alle istituzioni repubblicane. anche una continuit con la volont dei nostri progenitori, i rivoluzionari dell'89, i quali secondo Ledru-Rollin volevano porre migliori condizioni di vita per le popolazioni francesi. Quindi il diritto al lavoro si pone in continuit con i generali sentimenti rivoluzionari. Teorizzare il diritto al lavoro significa poi realizzarlo. Di fronte a questa obiezione, Ledru-Rollin assume una posizione che simile a quelle che poi saranno le intenzioni con cui nel '900 si inseriranno effettivamente i riconoscimenti del diritto al lavoro nelle costituzioni. L'iscrizione del diritto al lavoro nella costituzione non un diritto immediatamente realizzabile ed esigibile, ma un diritto di prospettiva, di indirizzo, che presuppone un impegno da parte dei pubblici poteri. C' un tentativo di una linea mediana: salvare il diritto al lavoro, senza dargli importanza dirompente come i socialisti, ma che comunque risponde a criteri di equit sociale e di opportunit politica. A vincere per sono gli avversari, che prendono varie volte posizioni in questo dibattito, ribadendo i principi cardine del pensiero liberale, della responsabilit dell'individuo. All'interno di questa posizione prende parola Tocqueville, con un intervento molto duro. Egli obbietta a coloro che vogliono che tale diritto sia scritto che non si pu svincolare: un diritto un diritto, qualcosa di solenne, e quindi andr eseguito immediatamente. Non una facolt. Ogni cittadino pu cercare, proclamare la propria volont di vederlo rispettato e avrebbe ragione. A quel disoccupato che domani verr a chiederci il lavoro, dovremmo darglielo, e subito, perch lui richiede la realizzazione di un diritto e non di una facolt. Allora si apre la possibilit di aprire imprese pubbliche che corrispondano alla domanda di lavoro che proviene dai disoccupati. Sar gioco forza fare questo, perch sar l'unico modo di realizzare questo diritto. Ma nel momento in cui lo stato diventa imprenditore, siamo nel socialismo. L'impresa pubblica emblema di un mondo cambiato, di un mondo socialista. Seguendo questo sillogismo, Tocqueville arriva ad affermare che stiamo mettendo ai voti il socialismo, non solo il diritto al lavoro. Tocqueville, liberale da sempre, ovviamente contro il socialismo, e quindi esibisce la sua condanna del socialismo, attraverso tutta una serie di ragioni. Sono 3 fondamentalmente: 1. il socialismo una cultura eminentemente materialista, che cancella il meglio degli uomini, la tensione spirituale, descrivendoci una natura esclusivamente materiale dell'uomo. 2. Il socialismo illiberale nella sua sostanza, soprattutto perch contro la propriet privata. 3. Il socialismo una cultura tutelatrice; con la scusa della tutela soffoca, non ha fiducia nell'autonomia e nella libert degli individui. L'intervento dello stato annulla progressivamente la libert e i processi di crescita degli individui. Risolve i problemi individuali ma a discapito dell0individualit. quello che aveva gi scritto in "Democrazia in America". Nella costituzione previsto un apparato di interventi pubblico molto esteso, che forse d l'idea anche del problema della preoccupazione che i costituenti francesi esprimono nei confronti della questione sociale. Il diritto al lavoro in quanto tale non viene riconosciuto, ma molti altri elementi s. Sono riconosciuti come compiti pubblici temi come l'istruzione, l'assistenza, l'associazione, il tema dell'infanzia, l'assistenza dei malati, la necessit di un sistema di lavori pubblici. C' una citazione estesa dei compiti dello stato, anche se essi rimangono in un "limbo": non si capisce dove vanno e di chi ne la responsabilit. La costituzione rinvia la responsabilit non allo stato, ma alla societ. La definizione di societ talmente estesa che i responsabili di queste politiche sociali sono poi difficili da trovare. E poi per ognuna di queste materie non mai evocata la parola diritto. Non possono pi essere carit, perch gi dalla rivoluzione francese questo termine stato espulso. Non sono pi misure di beneficenza, ma non sono nemmeno definite diritti.

Cambiamo paese. La storia ideologica e politica che va verso l'elaborazione dello stato sociale si sposta verso la fine dell'800, in cui un paese europeo costruisce un primo sistema di intervento sociale dello stato esteso. Avviene in Germania, fra la fine degli anni '70 e l'inizio degli anni '80 dell'800, anche per rafforzare la solidit interna del paese appena unificato: Bismarck sente l'esigenza di compattare i cittadini. il primo modello di stato sociale, con risvolti di carattere autoritario. Perch proprio la Germania costituisce il primo modello di questo tipo? Tra i molti fattori che possono essere messi in gioco, oltre a quello delle esigenze politiche immediate (gi citate), c' il fatto che in Germania, pi che negli altri paesi europei, esiste una tradizione di pensiero politico che vede lo stato come un soggetto che ha fra i suoi compiti quello di risolvere i problemi sociali, attraverso la sua autorit, dall'alto verso il basso: lo stato di polizia 800esco realizzato in Prussia da Federico II, la cui parola polizia non rimanda solo all'idea di stato che ristabilisce l'ordine con le forze dell'autorit pubblica, ma anche all'idea di stato che previene il disordine, per esempio eliminando la povert. Vediamo due momenti di questa tradizione di pensiero, attraverso 2 autori importanti che costruiscono un'idea di stato pronta ad aprirsi alla questione sociale: Fichte Von Stein FICHTE Ci occuperemo delle opere contrattualiste di Fichte. La concezione dello stato che ha Fichte non una concezione assimilabile a quella liberale. Non kantiana (Kant in Germania era l'esempio opposto, contrario allo stato paterno). Questo per 2 aspetti: 1. Come fichte in tutte le sue opere tratta la propriet. La propriet presente nelle aspettative di F, ma il ruolo dello stato nei confronti di essa non solo quello di garante bens anche di costruttore. Lo stato non garantisce le propriet esistenti, ma anche un costruttore delle propriet mancanti. Compito dello stato immettere i cittadini nella propriet, e poi garantirla. Lo stato liberale garante fotografa la situazione in un dato momento e tutela la propriet senza preoccuparsi di come essa distribuita. L'ideale pi ampio che tutti dobbiamo essere proprietari. C' jun compito non solo di garanzia ma nache di costruzione. 2. In tutte le espressioni delle sue idee politiche, Fichte contrario all'idea dello stato che si limita a rispettare i diritti individuali. Il liberalismo radicale dice che l'unico compito stabilire i diritti e farli rispettare. Tutto il resto demandato all'individuo. Fichte dice che invece lo stato non solo garante delle autonomie individuali, in generale. Lo stato si caratterizza per delle finalit superiori. Negli scritti del 1808-9, queste finalit superiori si chiameranno: "amor di patria", unit nazionali, realizzazione della compattezza dell'unit nazionale. Entriamo nello specifico con le opere. 1796-97: "Fondamento del diritto naturale" Il diritto naturale nella visione di Fichte comporta il diritto di ognuno ad essere rispettato nelle proprie libert spirituali, nella propria elevazione culturale, ma deve essere garantito anche sul piano materiale ad una sussistenza dignitosa. Per natura umana abbiamo diritto a poter affinare le nostre qualit spirituali, e insieme anche abbiamo diritto a vedere realizzata la nostra aspirazione ad una assistenza materiale dignitosa. Le 2 cose non hanno la stessa qualit: Fichte un idealista, e sopra a tutto c' la cultura. Per egli osserva che una vita dignitosa sul piano economico la condizione necessaria per l'elevazione spirituale. C' bisogno di una minima consistenza materiale per poter accedere ai beni della cultura. Altro tema legato al diritto naturale come Fichte tratta il diritto di propriet. Fondamento etico morale del diritto di propriet, scrive Fichte, il lavoro. L'uomo in quanto tale esercita virtuosamente il diritto di propriet se in primo luogo ha la possibilit di lavorare. Questo comporta un pari diritto di tutti di accesso al lavoro. Questo comporta un dovere morale anche per i proprietari esistenti. Entriamo in societ virtualmente disposti a cedere parte della nostra propriet se questa cessione serve a garantire l'accesso di tutti al lavoro. Entriamo in una societ che ha una logica di riconoscimento di diritti per tutti. C' un sottofondo democratico nel primo Fichte. La stretta unione propriet lavoro fa s che tutti in societ devono trovare possibilit di lavorare. Allora ognuno di noi che entra in questa societ deve sapere che ha l'impegno morale di far s che tutti lavorano, e quindi disposto a cedere parte dei suoi diritti di propriet, se un privilegiato, affinch tutti possano essere messi nelle condizioni di lavorare. Siamo dentro ad una illustrazione di principi, da cui si pu dedurre per esempio che se lo stato tassa i proprietari fa il suo dovere, e chi protesta non sa di andare contro alla logica della societ. Sulla base di questi principi, in quest'opera Fichte descrive la genesi dello stato come nascente dal contratto. Criterio diverso rispetto alla tradizione liberale: Fichte non pensa che lo stato migliore sia quello basato sulla divisione dei poteri. Per rendere efficace la sua azione politica, il governo deve concentrare in se tutti i poteri. Quello che si augura Fichte uno stato forte. Questo stato nasce da tre tipi di contratti: 1. c' prima un contratto di propriet o un contratto civile. Ogni contraente si promette reciprocamente il rispetto della propriet altrui. Questa solo la parte iniziale del discorso di Fichte. 2. c' un secondo momento contrattuale, che egli definisce contratto di protezione. Esso guarda non alla difesa degli spazi individuali, ma alla difesa della collettivit, della nazione. Comporta la disponibilit di ciascuno a

cedere parte della propria propriet a chi ne sprovvisto. Questo secondo momento una promessa in pi che legata al fatto che stiamo costruendo una nazione. 3. Il contratto politico. Finora ci siamo promessi scambievolmente rispetto e cessione della propriet, nella terza parte gli individui fondano lo stato. Esso garantisce le propriet, ma costruisce anche le propriet mancanti (quindi le condizioni minime per costruire il proprio perfezionamento individuale), dando lavoro agli abili al lavoro, dando assistenza agli inabili. Qui si apre un problema. Questo sistema potrebbe creare degli abusi: qualche bisognoso che chiede assistenza pur non avendone bisogno. necessario che questo stato interventista abbia lo possibilit di certificare che chi chiede assistenza ne abbia effettivamente bisogno. Questo comporta un criterio molto importante: comporta la necessit del controllo pubblico sull'economia. Ulteriore elemento di distacco dalla tradizione liberale. un ulteriore disegno di responsabilit. Fichte parte da una logica molto 700esca di carattere contrattualista ma elabora poi una dottrina pi complessa per quanto riguarda la genesi dello stato. Lo stato disegnato come nato non solo per garantire gli spazi dell'individualit ma anche per costruire le condizioni per una vita dignitosa. Ci significa garantire il lavoro per gli abili e l'assistenza per gli inabili. Cosa scrive Fichte nell'altra opera? Lo stato secondo ragione, o Stato commerciale chiuso del 1800 un'opera meno liberale e ancor pi orientata verso un esteso intervento dello stato in ambito economico. Non un socialista, ma questa forte presenza dello stato in ambito economico ha fatto pensare a qualche critico che si tratti di un sistema di socialismo nazionale. un recupero delle idee precedenti in un ottica di migliore definizione dell'intervento dello stato in ambito economico. L'obbiettivo di Fichte illustrare a cosa serve la politica. Definisce la politica come l'arte della mediazione fra stato reale e stato razionale. Detto in modo meno filosofico, la politica deve servire ad avvicinare sempre pi lo stato reale all'idealit, all'immagine dello stato che possiamo ricavare dalla sua idea pure. Per fare questo, Fichte suddivide la sua opera in tre parti: 1. filosofia: la filosofia dello stato, ci dice come lo stato dovrebbe essere secondo ragione. lo stato ideale razionale; 2. storia: ci illustra nella sua genesi storica lo stato com' effettivamente nella realt; 3. politica: indica cosa occorre fare per avvicinare lo stato reale a quello razionale. La parte pi importante la prima. Lo stato razionale caratterizzato, dice Fichte, da una sua doppia ragione di esistere (doppia nel senso di articolata): da un lato lo stato l'espressione contrattuale del nostro impegno reciproco a riconoscerci e rispettarci come soggetti e come proprietari. un altro modo di evocare il giusnaturalismo liberale: quella fase in Fichte non mai cancellata. Ma questa solo una parte dell'impegno, della ragione dell'esistenza dello stato. L'altra parte immettere tutti i contraenti in una condizione di comodit. Fichte usa l'espressione diritto di accedere tutti alle comodit della vita, a meno che questo non raggiungimento della comodit non dipenda da colpe dei singoli. Allora dritto di accedere di tutti alle comodit, salvo che questo non avvenga per colpa di qualcuno. Fatta eccezione per alcuni singoli, occorre che tutti siano messi nelle condizione di accedere alle comodit. Questo significa che il benessere va interpretato non come benessere degli individui, ma deve essere concepito come benessere della nazione, della globalit dei cittadini. Il benessere dev'essere di tutti, perch questo risponde alla logica del perch noi razionalmente siamo entrati all'interno di uno stato, facciamo parte di questa nazione. Il discorso continua cercando di illustrare anche come sia fatta razionalmente una nazione anche sul piano economico. Sul piano economico la nazione secondo Fichte si presenta divisa in classi. Non una divisione orizzontale, cio che distingue classi alte e classi basse. Questa divisione di classe identifica le funzioni economiche. una suddivisione verticale. L'idea di classe che ha Fichte non quella del dominio di calasse, ma l'idea di suddivisioni per funzioni, che hanno pari dignit e si distinguono solo per specifici interessi economici. Le classi fondamentali per Fichte sono 3: 1. produttori agricoli. Sono coloro che vivono del lavoro nei campi 2. artigiani. Sono i manifatturieri 3. commercianti. Sono coloro che rendono possibile il trasferimento dei beni da una classe all'altra. Possiamo osservare due cose. in questa classificazione non c' distinzione fra capitale e lavoro. Fichte idealizza quei sistemi economici in cui capitale e lavoro si identificano nella stessa persona. Ecco perch parla di artigiano e non di industriale: nell'artigianato colui che titolare della propria bottega. Questa mancanza di una rappresentazione dei lavoratori indipendenti come categoria legata a questa aspirazione di veder identificati capitale e lavoro. Scrive in un anno in cui la Germania non aveva ancora avviato il proprio decollo industriale. una rappresentazione arretrata sul piano della rappresentazione economico sociale. Ma ha senso sul piano astratto, filosofico. C' anche una IV classe che identifica Fichte: quella dei pubblici funzionari, che sono una classe che non produttiva in senso stretto ma necessaria e sar quindi giustamente mantenuta dagli utili delle altre 3 classi, sotto forma di prelievo fiscale. Fichte parla di non sprecare risorse inutili: il numero di funzionari dev'essere quello strettamente necessario. Ci sono 3 categorie necessarie all'interno dei funzionari pubblici: i legislatori, diremmo oggi i parlamentari. Anche i legislatori che sotto forma di magistratura poi amministrano la giustizia sono necessari. Chi scrive la legge e la fa rispettare un soggetto necessario. Gli insegnanti pubblici. sempre attento all'elevazione spirituale, quindi la vede come necessaria. I soldati. Fichte ha una visione fortemente nazionale della politica, e ovviamente in una dinamica nazionale

l'esercito una presenza fondamentale. Fichte dice che i rapporti fra queste classi che devono garantire la comodit di tutti sono rapporti su cui lo stato deve avere un forte potere di intervento e di direzione. Equit vuole che lo scambio fra agricoltori e artigiani mediato dai commercianti sia uno scambio equo, che non affami nessuno. Occorre che non manchino beni necessari. Fra i compiti dello stato quello di fissare la quantit di beni che devono essere prodotti e il prezzo a cui devono essere scambiati. Non nemico della propriet privata: un economia privata ma fortemente diretta dalla politica. Dobbiamo assicurare il lavoro a tutti e vita comoda a tutti i lavoratori. Lo stato deve avere il potere anche di contingentare il lavoro: cio quante persone servono per quel determinato settore, formarle e costruirle e poi mandarle. Programmazione nazionale del flusso di occupazione. Potere dello stato per fissare i numeri dei pubblici funzionari. C' quindi un ulteriore grande campo di intervento da parte dello stato. Se lo stato dev'essere in grado di sorvegliare l'economia nazionale e di determinare al suo interno i comportamenti dei singoli, occorre che esso sotto il profilo economico sia uno stato chiuso, da qui il sottotitolo dell'opera. Se ci sono flussi commerciale verso l'interno, una parte non pu essere pi controllato dallo stato. Lo straniero compra al prezzo che vuole lui, poich non soggetto alla sovranit dello stato. Affinch tutto questo possa avvenire, occorre che sia uno stato chiuso. la prima formazione del pensiero autarchico in ambito economia. l'idea dell'autarchia, dell'autosufficienza che avr seguito nel '900. Fichte indica tre mali dello stato reale al tempo di Fichte che lo tengono abbastanza lontano dallo stato razionale. Il primo male l'esteso scambio commerciale, elemento che tiene la realt lontana dall'idealit. Il grande mercato nazionale inoltre erode la sovranit ai vari stati, perch aspetti sempre pi rilevanti in ambito economico sfuggono agli stati. Il secondo male l'anarchia economica, l'individualismo sfrenato in ambito economico. Il fatto che l'economia reale non si pieghi all'idea di quello stato controllore voluta da Fichte. Il terzo grande male il conflitto fra tutte le classi che si fanno concorrenza sui prezzi, per tenere i prezzi pi elevati di quanto non sarebbe equo e spesso i produttori e i commercianti sfruttano le difficolt economiche. Questo lo stato come . Come ci si avvicina partendo da questo stato a quello ideale? Lo stato reale vi si avvicina garantendo il lavoro, l'assistenza per chi non pu lavorare, ponendosi nella condizioni di controllare le scelte economiche dei privati. Per far questo bisogna chiudere le frontiere ai beni che vengono dall'estero e impedire che i prodotti interni fuoriescono. Occorre che ogni stato abbia in ogni paese le potenzialit per soddisfare le proprie necessit. Ogni stato deve arrivare ai propri confini naturali, che per Fichte significa autosufficienza economica, significa anche guerra. La guerra in tal senso un mezzo ritenuto lecito. C' quindi il tema della guerra. Una volta arrivati ai confini naturali, sar la fine di ogni guerra, perch ognuno non avr bisogno dell'esterno. Questa chiusura dev'essere rigorosa, non solo delle merci ma anche degli uomini. Fichte vieterebbe i viaggi all'estero, tranne due eccezioni: per gli intellettuali e per gli artisti. Questo divieto dei viaggi all'estero dovrebbe essere per gli operatori economici. Invece la cultura patrimonio universale e quindi non presenta pericoli. VON STEIN uno degli ispiratori diretti di uno esperimento importante sociale: lo stato sociale prussiano o bismarckiano. un tedesco del nord, fa studi giuridici. Nel 1841 effettua un lungo soggiorno a Parigi, entra in contratto col pensiero politico parigino del momento, con gli scrittori e la tradizione di segno socialista. Opera: Socialismo e comunismo della Francia odierna, del 1842. Torna in Germania, inizia una carriera universitaria. Partecipa al movimento unitario tedesco che in G si sviluppa fra il 1848 e 1849. si crea un parlamento a Francoforte che assume indirizzi unitari nazionali .V partecipa a questo esperimento con un apporto molto democratico. Con la fine della rivoluzione, costretto ad abbandonare l'insegnamento universitario e abbandonare la Germania. Nel 1850 pubblica l'opera su cui si parler di pi: Storia del movimento sociale in Francia dal 1789 ai nostri giorni. un'opera dei movimenti socialisti francesi, ma anche per una larga parte una rielaborazione soggettiva personale di Von Stein per costruire una propria filosofia politica e sociale. Non si tratta solo di una storia, ma anche fatta di una serie di considerazioni teoriche originali. Si sposta a Vienna per insegnare materie giuridiche all'universit, infine torner in Germania. Sar una specie di fondatore in Europa della scienza dell'amministrazione. Come mettere in moto la burocrazia pubblica per risolvere i problemi. Poche battute sul primo libro. 1. la scienza dello stato (il diritto) deve essere affiancata dalla scienza della societ. Quindi capire come dev'essere lo stato e come deve agire. Per fare ci occorre conoscere significativamente la societ. necessario soprattutto capire l'economia politica, i problemi economici della societ. 2. Per l'epoca attuale, scienza della societ significa soprattutto studiare le condizioni del proletariato, Affrontare il problema operaio. C' una questione operaia: questo grande ceto produttore un ceto sottomesso ma non lo si potr tenere molto a lungo sottomesso. Tutte le agitazioni popolari francese che progressivamente sono diventate agitazioni proletarie ci insegnano che la questione proletaria seria. C' una classe subalterna effettivamente ma che soggettivamente politicamente attiva, e lo dimostra anche con la forza. Questa indicazione passer poi integralmente nello stato sociale bismarckiano. 3. Il problema del proletariato va inserito in un quadro storico, nella storia della civilizzazione. La civilizzazione, cio il progresso civile, per Von Stein caratterizzata dalla produzione sempre pi vasta e dalla diffusione sempre pi ampia dei beni che servono all'elevazione degli uomini per diventare migliori. un movimento progressivo in ambito storico della civilt. 4. Quali sono questi beni che servono al perfezionamento degli uomini? Sono 3: istruzione, cultura, propriet. Il proletariato ci pone la pi grande sfida dei tempi moderni. Sull'istruzione e sulla cultura Von Stein fa capire

che qualcosa si sta cominciando a fare. Le scuole pubbliche sono una speranza in questo senso.

Autore tedesco attivo nella seconda met dell'800 che influenza direttamente il primo grosso esperimento di stato sociale in senso moderno, che lo stato prussiano. Si interessa inizialmente dei temi del socialismo a confronto con l'elaborazione intellettuale francese scrivendo sulla storia del movimento sociale in Francia, in due volumi. Diventa poi docente di diritto amministrativo, di cui uno dei fondatori. Influenzer l'idea dell'uso dell'amministrazione dello stato per risolvere i problemi del proletariato. Con uno scritto del '42 ipotizza la necessit di unire la scienza politica con quella sociale. Conoscenza sociale significa affrontare la questione del proletariato, cio come inserire il proletariato nel godimento dei beni della civilizzazione: istruzione, educazione, propriet. Opera successiva: (1850) Storia del movimento sociale in Francia dal 1789 ai nostri giorni Von Stein inizia ad illustrare in quest'opera il concetto di societ, evidenziando come la societ nasca da una tensione interna (da una contraddizione quasi) all'azione degli uomini: gli uomini sono mossi individualmente verso il dominio delle cose, degli oggetti, delle situazioni che consentono loro di realizzarsi. Questa tensione verso il dominio, che fin qua ha una caratteristica fondamentalmente individualistica, si equilibra o contrasta con il fatto che per realizzare noi stessi abbiamo bisogno degli altri, di una comunit. Non ci realizziamo per conto nostro, individualmente. Per soddisfare i nostri bisogni e realizzare noi stessi abbiano bisogno degli altri. Entriamo quindi in una situazione di contraddizione fra questa individualit che si vuole imporre e il bisogno degli altri che la realizzazione comporta. Dobbiamo quindi capire la societ. La possiamo capire facendo riferimento al fatto contraddittorio che in una societ si confrontano l'idea che la comunit dotata da un lato di una volont unica, che rappresentata dall'organizzazione politica, dallo stato; in questa comunit si esprime quindi una volont unitaria che entra per in contraddizione, dall'altro lato, con le pulsioni individuali proprie di ciascun individuo che vuole realizzare le proprie esigenze. La societ in grado di esprimere una volont unica. Lo fa lo stato. Ma ci non significa che sotto non ci siano le aspirazioni alla soddisfazione dei propri bisogni individuali. Stiamo in societ non per spirito sociale ma perch l'unico modo di soddisfare la nostra ansia di dominio. Il dominio, dice Von Stein, ha due misure fondamentali: propriet e lavoro. La spinta al dominio tale per cui nella societ chi pu (chi per esempio gode di rilevanti propriet) cercher di soddisfare la propria ansia di dominio anche utilizzando il lavoro altrui. Si crea in questa ricerca di dominio un'ulteriore tensione fra propriet e lavoro: in questa spinta verso il dominio, la propriet tende ad essere il titolo originario che permette ad alcuni di appropriarsi del lavoro altrui. quello che succede nel sistema capitalistico. C' nella societ una tensione naturale che crea le condizioni perch una parte minore di proprietari spinga per appropriarsi dei servizi altrui, del lavoro degli altri. La ragione sostanziale, la condizione pi rappresentativa della societ, appunto questa condizione di appropriazione dei servizi altrui, la condizione di dominio. In questo c' un rovesciamento esplicito e voluto della tradizione liberale, che descrive la societ come luogo di libert: per Von Stein la logica della societ non la libert, ma il dominio. Per in questa societ c' anche una volont comune pura che rappresentata dallo stato. Hegelianamente Von Stein non crede che la libert risiede nella societ, crede invece che la libert risieda nello stato. Lo stato nel momento in cui scrive legislazioni di carattere liberale, nel momento in cui riconosce diritti, scrive le condizioni per la libert. Nello stato contemporaneo, nel momento in cui lo stato interviene con un processo di carattere legislativo, interviene con una logica ugualitaria: quando scrive un diritto, uguale per tutti. Lo stato contemporaneo non si basa pi sui privilegi, ma sull'uguaglianza davanti alla legge. Il rovesciamento della logica liberale compiuto: il tradizionalismo 700esco disegnava la societ civile come luogo della libert, lo stato come luogo della costrizione. Nella logica liberale lo stato un soggetto che costringe: spesso questa costrizione necessaria, un male necessario. Von Stein rovescia il discorso: la societ civile di per s illiberale, perch la sua logica il dominio, non la libert. La logica della libert nello stato, perch quando interviene lo fa a nome dell'interesse di tutti. Tutto questo Von Stein sa che fa parte della dottrina pura, della teoria. In realt poi anche nello stato si manifesta nella pratica l'azione della classe dominante. La classe dominante in ambito sociale, quelli che hanno tanto propriet (e quindi sono in grado di costringere gli altri a vendere il loro lavoro), di fatto riesce a influenzare anche l'azione politica, le decisioni dello stato. Tende a far si che l'intervento dello stato non sia sfavorevole al proprio dominio sociale. Pone cos dei limiti all'intervento puro e disinteressato dell'azione politica. La realt quindi pi complessa: nella logica, quanto detto sul piano formale valido, sul piano pratico per a volte no, perch l'intervento della classe dominante presso lo stato far s che l'esercizio concreto di quei diritti uguali per tutti andr a intaccare il meno possibile il dominio della classe dominante. Porr in essere un ostacolo affinch l'azione dello stato non sia poi tale da intaccare tale dominio che in ambito socio-economico esercita. Von Stein denuncia un doppio problema di carattere illiberale: gi la societ civile di carattere illiberale, ma ora anche nella politica (dove la logica dovrebbe essere quella della libert) si faranno sentire gli ostacoli che la classe dominante mette al cammino della libert per mantenere la propria superiorit nei confronti degli altri. Chiude questo ragionamento il fatto che anche la classe dominata non che sta zitta: di fronte a questa doppia condizione illiberale, costretta a mettere in atto la propria pressione dinnanzi allo stato affinch la vera logica statale sia effettiva. Contraddizione fra classe dominante e classi dominata che fanno pressione in ambito politico di direzione contraria: la prima vuole imprimere il proprio dominio, la seconda ha ansia di liberazione. Tutta questa serie di contraddizioni, che pu portare a uno squisito conflitto politico fra borghesia e proletariato, ruota attorno a quei famosi tre beni che caratterizzano il progresso: istruzione, cultura, propriet. Lo scontro, l'azione in atto,

la pressione del proletariato ha gi cominciato, osserva Von Stein nel 1850, ad ottenere risultati significativi per quanto riguarda l'istruzione e l'educazione. Il cammino gi avviato: la pressione nascente dal basso ha in qualche modo costretto i poteri dello stato a costruire condizioni affinch questi due beni si espandano anche alle classi lavoratrici. Il proletariato sta acquisendo concretamente due dei tre beni del progresso. Ma siamo lontanissimi da un processo analogo per quanto riguarda la propriet, anzi nella logica capitalista c' concentrazione di essa. Il terzo bene rimane appannaggio di una limitata minoranza. Il che, confrontato agli altri due beni, per il proletariato una frustrazione in pi. L'istruzione e la cultura comportano una frustrazione crescente se non sono anticamera di una distribuzione anche della propriet. Il proletariato capisce infatti l'ingiustizia che sta subendo. Ci troviamo di fronte a una situazione che che va risolta con un ulteriore slancio politico in avanti, perch una situazione che continua ad alimentare conflitto. La lotta di classe non avviene solo in ambito socio-economico, ma si manifesta anche nella richiesta che l'intervento liberatore dello stato sia effettivo. C' questa consapevolezza crescente del proletariato: bisogna trovare una soluzione. Lo scontro pu risolversi in due modi: 1. pu risolversi per via rivoluzionaria 2. pu risolversi per via riformatrice. La rivoluzione vuol dire che il proletariato si attrezza per conquistare lo scontro per conquistare con la forza il potere effettivo dello stato e utilizzarlo per perseguire una maggiore libert per tutti; la linea riformatrice significa che la classe dominante che influenza le linee politiche fa la riforma. Von Stein preferisce la seconda via; perch la prima in genere delude. Intanto una soluzione dei problemi violenta, che spesso crea disarmonia dal lato opposto: per esempio il lavoro che si impone, la cancellazione della propriet privata. Le rivoluzioni violente rischiano di cancellare anche il buono. La via rivoluzionaria presenta notevoli rischi. Di fronte a questi mali della rivoluzione, la via maestra quella della riforma, che serve a entrami i contendenti: al proletariato serve affinch attraverso le riforme le sue conquiste siano effettive, alla classe dominante ha come suo vantaggio quello di non subire la rivoluzione, ma di prevenire con la riforma i moti rivo luzionari. La monarchia illuminata paradossalmente l'istituzione pi favorevole a seguire una linea riformatrice perch il sovrano, se illuminato, al di sopra del conflitto di classe. Ci pu anche avvenire in una repubblica, purch sia una repubblica che difenda la reciprocit degli interessi. Sia per l'una che per l'altra, condizione che ci sia la democrazia politica: senza suffragio universale difficile che tali istituzioni operino per la classe subalterna. Questa classe deve poter farsi sentire in ambito politico: se viene emarginata, ci saranno pi tensioni rivoluzionarie. Quali sono le riforme? Von Stein vago, perch vuole tenere le ragioni dell'equit con l'idea di propriet, che rappresenta il merito, lo stimolo, le condizioni per soddisfare noi stessi. La propriet va incanalata in un quadro socialmente armonico, ma tutto sommato sta a cuore a Von Stein: non vuole cancellarla. Potremmo richiamarci a un autore francese vicino agli umori di Von Stein: Proudhon. L'elevazione, aggiunge Von Stein, non viene tanto dal lavoro ma dalla propriet. Quindi il problema proiettato verso la diffusione e valorizzazione della propriet. In condizioni di necessit vitali della popolazione, fra le riforme ci sar anche l'assistenza, ma una misura transitoria. Ci sar l'organizzazione del lavoro, che per a Von Stein piace fino a un certo punto: lo stato imprenditore perde infatti quella neutralit che cerchiamo di costruire nello stato (lo stato dev'essere il pi possibile fuori dal conflitto sociale, deve avere una posizione terza). Sono misure che gli stati devono prendere in caso di crisi economica o conflitto sociale, ma devono essere transitorie. Si deve elevare il rango del proletario a proprietario. Finanziare le iniziative che permettono di accedere alla propriet: credito gratuito, incoraggiamento all'associazione. Nel sistema industriale il singolo lavoratore non diventer mai proprietario, ma i lavoratori associati s. In questo senso lo stato ha un compito. Incoraggiare l'associazione e la cooperazione un compito dello stato; una delle riforme che vanno costruite. Oltre questo, tale autore non va perch non vuole una societ comunista. Le riforme socialiste si possono anche praticare ma bisogna stare attenti perch nascono attraverso un ideologia che lascia spazio alla concorrenza legata al merito etc ma rischiano di arrivano ad essere modelli di comunismo statalista. Lo stato deve incoraggiare la cooperazione, che agir poi a fianco dell'impresa privata. C' una situazione anche contraddittoria proprio perch vuole tenere insieme equit sociale e sentimento della propriet. Questo non significa per che il ruolo di questo pensatore non sia stato di primissimo piano per questa idea dello stato che deve intervenire in ambito sociale, come misura di prevenzione della rivoluzione.

Lo stato sociale nella realt politica e sul piano dottrinario fra '800 e '900 Entriamo negli ultimi decenni dell'800, arco di tempo in cui avvengono fenomeni particolarmente importanti sia sul piano della realt politica e progettuale, sia sul piano dottrinario. Per quanto riguarda le realizzazioni concrete ci sono alcuni diritti, i diritti sociali che sono stati evocati dall'inizio dell'800, che arrivano a una definizione abbastanza compiuta, soprattutto il diritto all'istruzione. Si costruisce in tutti i paesi avanzati d'Europa un sistema di istruzione pubblica. Sul piano della realizzazione concreta i paesi pi avanti sono nella prima parte della II met dell'800 l'Inghilterra e la stessa Germania (che aveva gi una tradizione di scuola per il popolo); mentre sul piano giuridico il modello pi compiuto lo troviamo nella Francia della III repubblica, con alcune leggi famose scritte nel 1882, note come leggi Ferry, dal nome del ministro che le ha promulgate. una scuola di stato; un'istituzione statale in cui si costruisce una cultura pubblica per tutti i cittadini, in concorrenza esplicita con le scuole confessionali. La terza repubblica si erge a organizzatrice di un sistema politico sociale che trova radici nei valori rivoluzionari di uguaglianza e libert. Sul piano dell'istruzione un po' tutti i paesi, non senza contrasti e lotte politiche, si comincia ad accedere all'idea di istruzione pubblica. Molto timidamente ci arriva anche l'Italia: viene varata la Legge Casati, poi la Legge Coppino. Secondo aspetto, si cominciano a costruire una legislazione pi favorevole ai lavoratori in tutta Europa: non c' un vero e proprio riconoscimento del diritto al lavoro, ma si riconoscono diritti specifici come i diritti sindacali e quello di associazione. Questo accade prima in Inghilterra, poi negli altri paesi industriali. C' un uso maggiore della legislazione pubblica per costruire nei luoghi di lavoro condizioni pi favorevoli ai lavoratori; per esempio, i divieti per legge di lavoro infantile. Ci fa bene non solo ai bambini stessi, ma anche alle classi lavoratrici nel loro insieme, perch si riduce la concorrenza in ambito lavorativo (i bambini era pagati meno degli adulti). Lo stesso avviene per alcuni settori del lavoro femminile, vietato per alcune incombenze pi pesanti. Si scrivono le prime leggi che mettono un limite legale al numero di ore massimo in cui si pu lavorare: nella seconda met dell'800 quasi tutti gli stati arrivano a stabilire le 10 ore di lavoro; per i settori pi pesanti anche per le 9. Si sviluppa la lotta per le 8 ore lavorative, indotta anche da questi successi in ambito legislativo. Secondo grande problema, quindi l'intervento a favore del lavoro. Terzo grande momento la costruzione di un sistema di previdenza pubblica esteso. Si comincia a scrivere un sistema previdenziale pubblico articolato, organico. Ci avviene in Germania, sotto Bismarck. Con il cancellierato di Bismarck (fine '70 - inizio '90 dell'800), si costruisce uno stato sociale attraverso provvedimenti successivi. In cosa consiste? Consiste nello stabilire una previdenza sociale pubblica obbligatoria per quanto riguarda 4 eventualit di fragilit, di debolezza, a cui ognuno pu andare incontro. Sono 4 eventualit per cui abbiamo bisogno di entrate che provengano da non dal lavoro, perch sono situazioni in cui non in grado di produrre: malattia infortunio invalidit vecchiaia. Sono 4 situazioni in cui il soggetto se ne coinvolto non in grado temporaneamente o a lungo periodo di guadagnare il proprio salario. Di fronte a queste 4 situazioni, lo stato sociale prussiano stabilisce che ci debba essere un'azione di previdenza, nel senso che dobbiamo prevedere nella nostra vita queste situazioni e quindi accantonare una certa risorsa finanziaria perch ci potrebbe servire per ognuna di quelle 4 condizioni. Bisogna quindi costruire una quota previdenziale che ci permette di poter contare su delle entrate sostitutive nel momento in cui n on possiamo contare sul salario. Dove stanno le novit per quanto riguarda lo stato sociale bismarckiano? Queste previdenze sono obbligatorie. Non che i lavoratori non avessero gi costruito qualcosa spontaneamente in questo senso (per esempio i fondi comuni nelle societ di mutuo soccorso); la novit fondamentale che la previdenza diventa obbligatoria. Tutto questo costruito per gli operai dipendenti. uni misura che ha un destinatario esplicito: il proletariato di fabbrica. Successivamente si espander ai dipendenti agricoli e agli impiegati, ma nascono per la classe operaia. Si vuole risolvere il problema proletario. Le parti cambiano a seconda delle varie misure, delle varie eventualit; ma questo fondo previdenziale pubblico deriva da 3 soggetti che devono versare le somme necessarie per la previdenza obbligatoria. Primi due soggetti appaiono in tutte e 4 le voci: sono il lavoratore stesso (trattenendogli una parte dello stipendio sotto forma di versamenti fiscali) e l'impresa, che deve versare una parte corrispondente a quella che versano i lavoratori con il loro salario, una quota a favore dei propri lavoratori. Per una eventualit, quella dell'infortunio, la quota che l'impresa deve versare maggiore rispetto a quella quel lavoratore, perch in qualche misura l'infortunio sua responsabilit. La grande e ulteriore novit che non in tutte queste voci, ma in alcune, c' anche un terzo soggetto: lo stato, attraverso la spesa pubblica. Per esempio nell'ambito delle pensioni, dovere dello stato di contribuire alla costruzione di risorse finanziarie pubbliche. In realt fino a inizio '900 questa quota sar bassissima. Ma il concetto importante. Si stabilisce dunque un quadro legale di assicurazione previdenziale obbligatoria con quote variabili a seconda dei casi, un apporto delle imprese e l'intervento integrativo dello stato. Si discusso molto su come mai la Germania sia stato il

primo paese a costruire questo sistema assistenziale obbligatorio. Non basta parlare della rivoluzione industriale, perch in Inghilterra avvenuta prima. Si sono tirate in ballo le richieste da parte della classe lavoratrice, ma funziona fino a un certo punto: la tendenza su queste materie nel movimento operaio organizzato era prevalente quella del fare da s, del mutualismo, tanto che in alcuni settori industriali si assiste, dopo i provvedimenti bismarckiani, a una certa resistenza nell'entrare a un sistema previdenziale statale. Probabilmente sono pi importanti altri 2 aspetti. Uno la contingenza politica specifica della Germania, che raggiunge l'unificazione solo nel 1871: c' quindi una forte esigenza di costruire un fronte interno unito, anche perch siamo di fronte a un paese che ha gi l'idea di una politica estera aggressiva. Le politiche sociale vogliono essere un collante fra il proletariato e lo stato. Collegato a questo il fatto che l'intenzione dei governanti tedeschi quella di prevenire l'azione politica della forza proletaria organizzata, che fra gli anni '70 e '80 dell'800 significa SPD, e non a caso gli stessi anni di queste riforme sono anni di repressione contro il partito socialista, addirittura messo fuori legge. Lo stato sociale vuole prevenire l'ascesa politica della forza organizzata del PSD, che poi diventer riformatore ma che inizialmente non un partito blando. una forma preventiva della possibile opposizione operaia. C' poi una tradizione della riforma che viene dall'alto, di uno stato non semplicemente garante ma interventista dall'alto. Hegel, Von Stein: c' tutta una tradizione di pensiero che disegna fra i compiti dello stato anche quello della soluzione dei problemi sociali. Fra gli slogan c' quello di Regno Sociale. Federico Guglielmo detto il re dei poveri. Questo modello gi negli anni successivi tende ad espandersi oltre i confini tedeschi, e porta in Europa quest'idea di sistemi previdenziali pubblici di carattere obbligatorio (Danimarca, Gran Bretagna e poi Italia). Tutto questo fervore di iniziative si lega a un dibattito di carattere teorico, a un sostegno culturale. Affrontiamo ora qualche esempio di dibattito, di apporto al discorso dell'intervento sociale verso la fine dell'800 in Europa. Che filoni possiamo richiamare? Intanto c' una cultura che si diffonde nell'800, il positivismo. L'apporto positivista spinge a parlare di questi problemi, e spinge in Francia a molti interventi specifici a favore del proletariato. C' poi l'apporto di quello che stato chiamato il secondo liberalismo, molto pi fiducioso dell'iniziativa dello stato, che introduce l'idea di libert all'interno dello stato. Ne vedremo alcune esperienze legate soprattutto all'ambiente britannico, dove si sviluppa un dibattito stato s/stato no molto acceso, che ancora una volta spacca il fronte liberale: Spencer contrario, c' poi un liberalismo favorevole. C' infine anche la nascita del pensiero socialdemocratico. Il filone riformatore del marxismo si sviluppa prima in Germania e poi altrove a cavallo fra '800 e '900.
Il positivismo

Il positivismo ha come sue caratteristiche la grande attenzione data alla scienza, quello che ci interessa maggiormente in questa opzione scientista l'importanza data alla scienza della societ la fondazione di una nuova scienza, la sociologia, che deve renderci conto dei problemi effettivi dell'organizzazione sociale. Ci sono poi anche dottrine politiche, in Comte, sospese fra progresso e conservazione: da un lato attenzione per il progresso (che significa mondo industriale), dall'altro rifiuto di alcune categorie politiche della modernit in nome della gerarchia, dell'ordine, della competenza. C' una visione dialettica fra ordine e progresso: bisogna progredire nell'ordine. C' la proposta di una idealit sociale non di tipo ugualitario ma adatta al sistema industriale, con compito fondamentale di risolvere i problemi del proletariato. C' quindi una visione gerarchica motivata da una funzione di carattere sociale. Francese, discepolo pi vicino a Comte per un lungo periodo, Littr. EMILE LITTRE' Ha anche lui una formazione da scienziato, studia medicina senza laurearsi, poi si mette a fare il giornalista divulgativo, collabora a uno dei fogli pi importanti repubblicani parigini, il National, e in questo giornale nel 1844 scrive una serie di lunghi articoli di divulgazione del pensiero di Comte. il primo grande divulgatore del positivismo in Francia (Comte di ostica lettura): ripropone in termini lineari l'impianto della filosofia comtiana. Esordisce quindi come divulgatore del pensiero comtiano. Entra in contatto con Comte, un contatto anche organizzativo, nel 1848, quando Comte fonda la societ positivista, una organizzazione dei discepoli convinti del credo positivista. Littr uno dei personaggi pi rappresentativi di questa associazione, che propone le sue soluzioni per la crisi. C' quindi anche una riflessione politica significativa, pur trattandosi di un gruppo marginale. Negli anni successivi Littr rompe invece la collaborazione con Comte per questioni di carattere sia personale che di carattere intellettuale e politico. Di tutto l'impianto comtiano c' anche la proposta di fondare una nuova religione, il culto dell'umanit. Ci sono esagerazioni che non convincono lo spirito laico di Littr. Su questo comincia a distinguersi da Comte, c' poi una rottura anche di ordine politico nel 1851, con il colpo di stato napoleonico. Comte approva la nuova svolta bonapartista, vede in questa figura l'autocrate che pu diffondere il positivismo, mentre Littr, di spirito democratico, contrario. Non accetta di compromettersi con il potere napoleonico. Questo per non segna la fine dell'impegno positivista di Littr: appena si riaprono gli spazi di discussione politica, fonda una rivista intitolata La filosofia positiva, uno degli organi fondamentali della cultura positivista in Francia e in Europa. Riprende poi impegni legati alla diffusione culturale tanto che compone in gran parte un grande dizionario della lingua francese, ristampato per circa un secolo, definito Il Littr. Con la terza repubblica Littr, che ha il suo vantaggio di non essere mai sceso a compromessi con Napoleone, ritorna a un ruolo di protagonista: diventa senatore, ritenuto uno dei grandi padri nobili del repubblicanesimo francese. Questo il suo personaggio. Per entrare nelle sue idee, il primo elemento importante da ricordare il repubblicanesimo di Littr ( importante partire dal repubblicanesimo perch la sua linea di continuit: sempre fedele a questa idea

della repubblica). Siamo dentro non pi alla repubblica come generica forma di comunit politica, ma a un sistema repubblicano vero e proprio: si tratta dell'adesione di una specifica forma di governo, distinta da quella monarchica. La prima identificazione che Littr conferisce al sistema repubblicano avviene in negativo: la repubblica vista come sistema che supera i mali della monarchia. Il male della monarchia il governo di uno solo, l'autorit, l'intervento dall'alto che inevitabilmente non pu che essere soffocante. cos per qualsiasi monarchia, anche quelle che nascono dal popolo. I due governi napoleonici, che erano sorti sull'appoggio popolare, per Littr sono finzioni: la realt del bonapartismo una realt monarchica. Come si rifiutano le monarchie tradizionali, si deve rifiutare anche il bonapartismo. Littr quindi per la repubblica perch supera i mali della monarchia. Tutte queste cose le scrive in quegli scritti del 1844 su Comte, poi in una nuova serie di articoli sul National scritti fra il '48 e il '50, in piena crisi rivoluzionari, raccolti poi tutti insieme nel 1852 in un'opera che si intitola Conservazione, rivoluzione, positivismo. Ci sar poi da discutere fra i primi due termini del titolo, che rimandano a idee antitetiche. Secondo elemento importante: la repubblica, proprio perch basata sulla rappresentanza (e quindi su un potere di scelta che ci accomuna tutti), l'unica forma di governo che pu tutelare la libert, sia quella del popolo che quella degli individui. La repubblica coerente con l'idea di libert. Terzo elemento che spiega la scelta per la repubblica di Littr che la repubblica la forma di governo pi adatta a valorizzare gli elementi propri della modernit, o meglio a favorire i produttori. Produttori una parola saint simoniana, ha la stessa ambivalenza della tradizione saint simoniana, perch produttori non sono solo i lavoratori in senso stretto ma anche gli organizzatori e i finanziatori dell'economia industriale. Il concetto di produttori unisce capitale e lavoro. La repubblica l'organizzazione politica del mondo moderno, guarda verso il futuro; la monarchia guarda verso il passato, sostenuta dalla nobilt, una classe sociale che col progresso non c'entra nulla. I ceti in ascesa sono quelli industriali. Quarta ragione: la repubblica per il suo sistema di carattere rappresentativo la forma migliore per garantire il concorso armonico di ordine e di progresso (era la grande aspirazione di Comte). Littr sintetizza questa idea comtiana in una specie di slogan: Repubblica conservatrice. Non la repubblica dei conservatori; ma quel sistema che garantisce ulteriori spazi di progresso, quindi conserva le forze del progresso, per in forme ordinate, pacifiche, non pi rivoluzionarie. La repubblica conservatrice deve garantire, come strumenti di ulteriori perfezionamento, la libert di pensiero, di indagine, scientifica. La repubblica molto pi adatta a garantire questo di qualsiasi potere autoritario (come Napoleone III dimostra). C' quindi un primo elemento di conservazione in ambito repubblicano delle ragioni dell'ulteriore progredire: per Littr la libert di opinione. Anche in questo si distingue da Comte, che su questo diritto molto combattuto. Littr convinto che la costruzione della verit in ambito sociologico richieder molto tempo, Comte invece ritiene di esserci molto vicino. Quindi intanto la libert di opinione serve a garantire la libert d'indagine. La repubblica deve garantire inoltre il diritto al lavoro, accanto alla libert d'impresa. Il capitale non deve essere svincolato da ogni responsabilit sociale. convinto poi dell'istruzione pubblica, da togliere al predominio del pensiero confessionale e dei conservatori, bisogna dare i valori di cittadinanza e i valori della scienza. Chi deve rappresentare l'ossatura di questa repubblica ideale che deve risolvere i problemi sociali e favorire il progresso nell'armonia? Argomenta questo tema citando le classi. Il riferimento non all'individualit ma all'azione di classe. Nella crisi del '48 Littr vede nel proletariato la classe che pu trascinare verso il progresso positivo, verso la repubblica conservatrice. Di fronte alla crisi rivoluzionaria, Littr ipotizza che la classe pi affidabile per risolvere in avanti la crisi rivoluzionaria sia la classe operaia, perch si tratta di uscire dalla crisi rivoluzionaria con una forza solidale, con l'idea della responsabilit sociale, e con l'idea di costruire un futuro armonico. Il proletariato ha per istinto questo sentimento della solidariet. L'idea della solidariet di classe un idea naturale, spontanea nel proletariato. Bisogner stringere accordi con la classe capitalistica. Niente di meglio del richiamo solidaristico che rappresentato nella visione di Littr dalla classe operaia. Nel '48-'49 Littr il maggior estensore dei testi politici della societ positiva. Ipotizza una riorganizzazione anche di carattere istituzionale temporanea che fa capo a una dittatura operaia: un triumvirato operaio a cui si deve affidare la guida politica del paese per uscire dalla crisi. Bisogna scegliere 3 dirigenti operai parigini e affidare loro temporaneamente forti poteri. Spetter poi alla classe operaia di ricostruire quelle che sono le indicazioni e le aspettative del positivismo societ gerarchica guidata dalla scienziati. Gli scontri di giugno, la spinta ulteriore di carattere rivoluzionario del proletariato parigini per toccano questa fiducia di Littr nella classe operaia come classe dirigente. Per un lungo tempo non scriver pi, poi riprender questo dibattito dopo la crisi della comune. Anche l vede che il proletariato parigino ha troppa impazienza, non affidabile sul piano della dirigenza. Rivede questa posizione di fiducia nel ruolo di guida del proletariato e riscrive una considerazione sulla societ in scritti dopo la crisi della Comune del '70-'71: 1880 La composizione della societ francese e la repubblica. In quest'opera ribadisce quali sono gli scopi della politica positiva, di un positivismo che si spera possa influenzare la guida politica del paese (nel 1880 sembra possibile anche perch c' una simpatia fra chi governa nei confronti del positivismo: leggi Ferry; la III repubblica imbevuta di discorsi positivisti, anche perch fa concorrenza al cattolicesimo). A Littr sembra che ci si sta avvicinando alla societ positiva. I compiti sono tre: 1. lavoro: il riconoscimento del diritto al lavoro. Non si tratta solo di scriverlo nelle leggi, ma di costruire una realt funzionale favorevole al lavoro; 2. Educazione: tema dell'istruzione; 3. moralit: deve distribuire moralit, che significa dovere della solidariet sociale. Grande strategico problema della repubblica inserire il proletariato nell'ordine democratico. inserirlo in un quadro ordinato all'interno della repubblica. Partendo da questi spunti, Littr analizza cosa la societ francese del suo tempo.

Dice che la societ francese in questo momento composta essenzialmente di 4 classi: la nobilt, restaurata con Napoleone III. Rappresenta il passato, la reazione, non ha nulla da dire per il mondo contemporaneo. Non serve reprimerli: spariranno da soli, perch non rappresentano il progresso. Bisogna fare attenzione che non facciano complotti contro la repubblica. Non rappresentano niente in senso progressivo nemmeno le famiglie politiche legate all'ideale nobiliare: condanna gli orleanisti, i borboni, i napoleonici, i bonapartisti. Le altre 3 classi sono classi repubblicane. I contadini. Pensa Littr, quando evoca i contadini, alla figura del piccolo proprietario coltivatore, lavoratore dei suoi campi. Sono una classe sociale che la repubblica deve conquistare. Non sono mai stati sicuri e sempre fedeli al sistema repubblicano; spesso hanno fatto da massa di manovra del bonapartismo, sono stati il sostegno anche elettorale di Napoleone III. Hanno avuto fiducia nel bonapartismo perch Napoleone I e III sono stati difensori della propriet coltivatrice. Allora la terza repubblica deve acquisire il consenso dei contadini soprattutto riconoscendo la propriet della terra. un avvertimento ai socialisti. La borghesia industriale, imprenditoriale, che il vero perno del sistema repubblicano, perch sa coniugare ordine e progresso. Sa favorire il progresso di carattere economico ma anche votata all'ordine, alla continuit con gli istituti giuridici e politici che garantiscono la libert economica. Il proletariato di fabbrica. una classe estremamente degna proprio perch lavora; ma anche politicamente pericolosa perch ogni tanto ha queste intemperanze che creano disordine. Questa classe lavoratrice va pacificata, inserita nell'ordine repubblicano, andando incontro alle esigenze materiali e culturali della classe stessa. Vanno riconosciuti perci la libert sindacale, l'associazionismo, l'istruzione pubblica. C' una novit rispetto alla tradizione del pensiero politico positivista per l'ultimo Littre: c' un piano gerarchico sul piano sociale (rimettiamo in testa la borghesia, gli altri in posizione subalterna ma armonica). Mentre in Comte tutto questo avveniva in forme autoritarie, Littr vede questo discorso in un quadro democratico, rappresentativo. Bisogna andare incontro alla borghesia perch pi affidabile, ma le cariche politiche sono di scelta popolare. Tutte queste selezioni di carattere sociali vanno ricercate in un sistema basato sul suffragio universale. Il che non significa che poi debba essere il popolo sovrano: sovrano sar nella realt il governo nel senso lato come organo esecutivo, per sar il popolo che sceglie i suoi governanti. Tutto questo all'interno di una organizzazione politica deve accentuare il ruolo di vertice, il ruolo direttivo dello stato. C' una struttura politica che ha una base democratica, ma poi di carattere elitario. BOURGEAS un esponente politico oltre che teorico della terza repubblica francese. stato per un brevissimo periodo anche Primo ministro a met degli anni '80. Nel periodo della terza repubblica in Francia stato pi volte ministro in particolare dell'istruzione a volte, e altre del lavoro. Quindi si interessa per la sua attivit politica di temi che sono strettamente connessi ai nostri argomenti. Nel '900 amplier la sua attenzione soprattutto ai problemi delle relazioni internazionali in un'ottica volta al pacifismo, tanto che nel 1820 sar premio Nobel per la pace. Diventa direttore dei lavori della Societ delle Nazioni. Muore a met degli anni '20 del '900. Di questo autore ci interessiamo solo della parte propositiva teorica, racchiusa soprattutto in un libro, molto letto all'epoca, del 1896, intitolatoSolidariet. Viene fuori una vera e propria filosofia politica che definita solidarismo dal titolo dell'opera di Bourgeas. Che cos' la solidariet e la dottrina della solidariet? Per il nostro autore insieme un'idea vecchia e un'idea nuova. un idea vecchia perch il termine solidariet pretende di rivitalizzare quello che era stato uno degli emblemi della rivoluzione del 1789 e che era stato poi dimenticato: la parola fraternit. un idea vecchia perch ritorna alle origini della Francia contemporanea volendo esaltare delle 3 parole d'ordine rivoluzionarie (libert, uguaglianza, fraternit) quella pi trascurata nella realt, cio il termine fraternit. Ma anche un'idea nuova, perch questo motivo riproposto in una realt diversa, alla fine dell'800, quando le trasformazioni politiche economiche e culturali sono state molto importanti. Per esempio la Francia di fine '800 una paese industriale, 100 anni prima non lo era. Di fronte a questa nuova realt industriale, Bourgeas propone questo termine come momento nuovo per cercare una sintesi fra le due culture che hanno attraversato in senso progressivo l'800. Queste culture sono il liberalismo da un lato, il socialismo dall'altro. L'idea di solidariet per la realt del tempo di Bourgeas si pone come un grande richiamo ideale che possa mettere insieme, creare un dialogo fra due ideologie che fino a quel momento sono state vissute spesso come antitetiche anzich volte alla conciliazione. Per far questo, scrive Bourgeas, occorre unire due metodi, due forme mentali della nostra indagine intorno alla realt sociale. Bisogna unire scienza della societ, quindi metodo scientifico, scoperta delle leggi sociali, con una dottrina morale, con un concetto di bene. La costruzione del pensiero solidaristico quindi deve comporsi da un lato di scienza sociale (la conoscenza delle leggi scientifiche che riguardano gli uomini in societ) e dall'altro importante ricostruire una dottrina morale, un concetto di bene. Questo avviene anche in Francia in questo periodo attraverso una robusta riscoperta di Kant. Si parla a proposito della fine '800 di neokantismo. Accanto alle ipotesi di carattere scientifico proprie dell'atmosfera positivistica, c' il recupero di un robusto impegno morale che avviene spesso nell'ottica della riscoperta di Kant. E in effetti, aggiunge Bourgeas, i fenomeni sociali, rispetto ai fenomeni naturali, hanno di specifico che oltre a contenere una verit di ordine intellettuale (su cui indago con gli strumenti della scienza), possiedono anche una verit di ordine morale, quindi un orientamento verso il bene. Di fronte a questo atteggiamento metodologico di carattere complesso (tenere insieme scienza ed etica), Bourgeas comincia a argomentare, pi dentro alla nostra problematica, in modo tale da contestare le idee evoluzioniste che tendono a togliere responsabilit alla politica e alla morale degli uomini in riferimento all'idea di progresso.

Bourgeas scrive in un periodo in cui le teorie evoluzioniste che sono nate in ambito di scienze naturali (Darwin) il darwinismo una scienza del progresso nata nell'ambito della biologia; ma che si proietta presto anche nell'ambito delle scienze sociali, dell'interpretazione della storia. Chi se ne impadronisce maggiormente Spencer in Inghilterra. La dottrina di Spencer sfrutta l'evoluzionismo per argomentare che come avviene per la natura, anche per gli uomini l'evoluzione avviene in termini spontanei, non di guida dall'alto ma attraverso tutta una forma di fenomeni spontanei che creano le condizioni per la selezione naturale. La dottrina spenceriana richiede per esempio che non ci sia un intervento dello stato ad alterare i meccanismi evoluzionistici. Il successo delle classi pi adatte a rappresentare il progresso va lasciato all'autonomia dei fenomeni sociali, non dei fenomeni politici. Bourgeas vuole contestare questa idea che la politica, la morale non abbiano nulla da dire nei confronti del progresso, e lo contesta affermando che l'idea della selezioni naturale, su cui si basa l'evoluzionismo sociale, un'idea che non si pu spingere fino a richiedere totale astensione da parte della politica nei confronti dei processi sociali. L'idea della selezione naturale non pu essere radicalizzata fino a chiedere una totale estraneit della politica rispetto ai processi evolutivi in ambito sociale. Questo perch, scrive Bourgeas, parlando di evoluzione, non esiste una sola legge evolutiva, ma esistono due leggi dell'evoluzione nella realt dell'esperienza storica dell'umanit. C' s la legge del libero sviluppo dell'individuo, ma esiste anche nella storia dell'evoluzione umana, la legge della dipendenza reciproca che Bourgeas definisce solidariet oppure legge della solidariet. L'evoluzione non avviene solo, come dicono i liberali intransigenti, lasciando liberi gli individui, ma anche tenendo presente che c' un'altra legge che vincola tale progrsso: la legge della solidariet, della dipendenza reciproca. Non dobbiamo sentire la seconda legge, ossia questa dipendenza reciproca fra individui, come una diminuzione della prima, come un ostacolo al libero sviluppo degli individui, come una diminuzione della prima legge, perch il libero sviluppo degli individui avviene solo in un ambiente sociale. Comporta anche una competizione, ma non una competizione selvaggia, bens una competizione ordinata. Non dobbiamo sentire il vincolo della solidariet come una limitazione della libert individuale, perch il perfezionamento degli individui avviene nella storia solo in un ambiente sociale. Comporta anche elementi di concorrenza, ma questa concorrenza efficace solo se avviene in modo regolato, se mantiene la compattezza della societ. La societ per Bourgeas un insieme di individui: l'essere sociale non prevarica quello individuale. L'aspirazione di Bourgeas di costruire una dottrina che tenga questi due elementi n equilibrio: l'individualit da un parte, la societ come somma di individui, che condizione dello sviluppo dell'individuo stesso, dall'altra. Siamo di fronte a questo equilibrio ricercato: l'individuo da una parte, la societ con le sue regole dall'altra. Mettere insieme queste due cose in s non dovrebbe essere impossibile, perch gi la natura umana predisposta a ricercare questo equilibrio. Per esempio gli uomini gi per loro azione intellettuale senza che nessuno gliela insegni, per loro predisposizione, sono capaci di elaborare dei diritti e anche di sentire dei doveri. C' una connotazione naturale gi a cui possiamo fare riferimento. Poi ovvio che le forme effettive, sia sul piano formale che concreto, di diritti e di doveri, cambiano, si arricchiscano, si chiariscono nel corso del tempo: si perfezionano e cambiano nel progresso storico; si incarnano in istituzioni sociali. La prima fra queste istituzioni la famiglia, in cui si costruisce la dimensione del diritto e del dovere contemporaneamente. Ma ci sono anche le istituzioni economiche (il diritto di propriet). Fino a quella pi ampia del tempo Bourgeas, in cui diritti e doveri trovano il loro perfezionamento effettivo: questa istituzione lo stato. Lo stato d definizione, arricchisce progressivamente e rende pi efficace la nozione di diritto e di dovere. Quindi la materia concreta sia del diritto che del dovere una materia storica, che cambia nel corso del tempo. Bourgeas, come i positivisti e come Spencer, crede all'evoluzione dell'umanit, quindi in essa ci sar continuamente da migliorare la nozione di diritto e quella di dovere. Sono nozioni non fisse, non definibili una volta per tutte: sono legate al progresso perci si modificano nel corso del tempo. Di fronte a nuovi problemi, spesso si procede a tentoni: non sempre le istituzioni riescano a intervenire immediatamente con il linguaggio migliore, ma procedono a tentativi. Gli stati legiferano e poi modificano la loro legislazione. Per alcuni criteri di fondo propri di ogni civilt li possiamo comunque definire. Alcuni concetti di fondo propri di ogni fase storica di questo rapporto fra diritti e doveri sono definibili una volta per tutte: 1. il principio che lega sempre diritto-dovere che la libert dello sviluppo fisico (quindi materiale), intellettuale (conoscenza) e morale (senso di giustizia) dell'individuo deve essere sempre limitato dalle facolt di sviluppo altrui. Il principio della solidariet ci dice che tutte queste facolt di sviluppo dell'individuo si possono spingere fino a qualsiasi punto ipotizzabile, per deve essere un punto limitato dal rispetto delle stesse facolt di sviluppo dei nostri simili. L'idea di sviluppo, ricondotta al rapporto fra diritto e dovere (quindi anche a un principio morale), comporta che lo sviluppo individuale diventa ingiusto se impedisce agli altri di perseguire gli stessi sviluppi. 2. La societ non pu essere interpretata per un verso come solo luogo di diritti, quindi non l'esaltazione dell'individualismo senza nessuna responsabilit; per un altro verso non fatta solo di doveri, quindi non deve richiedere l'alienazione dell'individuo alla societ. Deve invece porre in equilibrio questi due elementi, deve essere il luogo di una ripartizioni equa degli oneri e dei vantaggi. anch'esso un modello che cambia nel corso del tempo. Le regole specifiche di questi due principi (il nostro sviluppo individuale limitato dalle possibilit dello sviluppo altrui // il nostro vivere in societ un insieme equo di diritti e di doveri) cambiano nel tempo, perch le societ cambiano; cambia la fisionomia della societ. Per in ogni caso queste modificazioni specifiche non devono mai soffocare un'idea di fondo dell'uomo che ognuno di noi deve avere. Ci sono dei caratteri minimi nell'interpretare l'uomo che ogni societ deve cercare di rispettare. I caratteri minimi della nozione dell'uomo sono che esso deve essere concepito come un essere vivente, un essere pensante, un essere cosciente. Ogni organizzazione sociale giusta deve realizzare questi caratteri minimi dell'uomo. Questo comporta il riconoscimento non

solo 3 diritti, perch sarebbe troppo poco, ma di assicurazioni. La societ deve assicurare 3 cose, in virt di questi elementi minimi dell'umanit, a tutti i cittadini: deve assicura la vita (essere vivente), l'istruzione (essere pensante) e l'educazione (essere cosciente). Questo comporta una dottrina che Bourgeas stesso definisce di un quasi contratto di associazione umana. Perch usa questa parola? Perch non vuole essere un contratto sociale in senso forte, che nella visione di Bourgeas richiede un alienazione dell'individuo alla comunit. Bourgeas pi sensibile alla sfera individuale, quindi occorre s una mobilitazione sociale per assicurare tutte quelle cose, ma non deve richiedere l'alienazione: allora un quasi contratto. una forza di coesione che acquisisce senso sia nel progresso storico sia nella legge morale e che deve avere delle forme di riconoscimento adeguate al momento storico che il progresso attraversa. Per Bourgeas tutto questo significa istituzioni repubblicane. Nella modernit tutto questo gioco non pu che trovare realizzazione effettiva nella repubblica. Ultima osservazione: tutto questo avviene in un processo storico volto al progresso a proposito del quale Bourgeas riscopre un principio che nato col positivismo e che molto presente nel pensiero del suo tempo. l'idea che proprio in nome del progresso esiste un legame morale fra le diverse generazioni. Ogni generazione eredita molte cose sul piano materiale, intellettuale e morale dalle generazioni precedenti. Ha il dovere di non sprecare le cose che eredita, anzi di dare il suo contenuto e di consegnarlo alle generazioni successive. Le stesse argomentazioni, su tutt'altro versante, iniziano ad appartenere anche alle culture nazionaliste, secondo le quali necessario rispettare questo legame con le generazioni. Questo idea intesa in senso conservatore come legame alla patria. Ogni generazione deve essere in continuit con i valori nazionali.
Il filone liberale non favorevole

HERBERT SPENCER Ci trasferiamo in Inghilterra, dove a fine '800 riesplode un dibattito soprattutto in seno alla cultura liberale tra stato s/stato no. La discussione esplode in particolare dalla pubblicazione dell'ultimo grande scritto di Herbert Spencer, che si intitola L'individuo contro lo stato (1884). Linee fondamentali del pensiero di Spencer. prima di tutto uno scrittore di cose scientifiche. fra i fondatori della sociologia contemporanea. Questa opera scientifica dimostra un'aspirazione tipicamente positivistica di dare una spiegazione unitaria del mondo e della storia. Questa spiegazione unitaria risiede nel concetto di evoluzione, o trasferito nell'ambito storico, nel concetto di progresso. L'idea fondamentale di Spencer nell'affrontare la problematica storicosociale che la storia dell'umanit orientata verso il progresso. Il progresso comporta una dinamica ricorrente. Nel progredire si passa sempre da situazioni di omogeneit, di non differenziazione, a una condizione invece di distinzione, di specializzazione. Quindi elementi che si presentano all'inizio come molto omogenee dopo una fase di evoluzione le ritroveremo come molto pi differenziati e specializzati. Questo vale, osserva Spencer, anche per le societ, per i gruppi umani. La societ umana si sviluppa partendo da una condizione di tribalismo originario, da cui nascono poi situazioni molto pi complesse. Nella trib originaria ci sono poche differenziazioni economiche, di ordine intellettuale o politico; via via che si progredisce verso la contemporaneit incontriamo tutta una serie di fenomeni per cui questa omogeneit originaria tende a rompersi, a dare luogo a soggetti molto pi limitati ma anche pi specializzati. Si formano per esempio tutta una serie di situazioni che differenziano gli elementi inizialmente omogenei: per esempio dalla trib originaria si sono sviluppati meccanismi sempre pi evoluti di divisione del lavoro. La divisione del lavoro un elemento di differenziazione: non si fa pi tutti le stesse cose come in un'economia familiare, ognuno delegato a compiere pochi specifici compiti. Con il progredire della divisione del lavoro, la semplice societ omogenea delle origine si differenzia: si formano le classi sociali, differenti per ruolo sociale, compiti sociali ed economici. Anche la politica si specializza: se l'origine dell'autorit viene dalla famiglia, e il capo il grande padre; con la modernit si ha una differenziazione fra governanti e governati. Questi processi secondo Spencer avvengono soprattutto in forme spontanee, evolutive. L'evoluzione non dovuta a una cosciente programmazione degli uomini o di un parte dell'umanit, nemmeno chi investito del potere politico, ma avviene in forza spontanea, perch nel corso del tempo aumentano questi fattori che spingono verso la differenziazione e la specializzazione. Ci sono due leggi storiche fondamentali che ci spiegano il progresso dell'umanit. Queste due leggi fondamentali di carattere scientifico sono: 1. la lotta per la sopravvivenza, che Spencer dice di aver trovato come sua prima formulazione in Malthus quello sforzo continuo che dobbiamo fare per le risorse una immagine malthusiana e viene ripresa come immagine del progresso da Spencer. Gli uomini interagiscono in un ambiente in cui le risorse sono scarse, quindi questo crea nei gruppi umani una lotta per l'esistenza; 2. la selezione naturale dei pi adatti alle sfide dell'ambiente. Questo dice Spencer di trovarlo in Darwin. In Darwin il progresso era legato al fatto che gli esseri viventi reagiscono cercando di selezionarsi fra le specie o all'interno della stessa specie per rendere profittevoli gli elementi pi adatti all'esistenza. Il progresso in Spencer avviene attraverso la selezione naturale, trasferita dall'elemento naturale a quello storico-sociale. Quello che avviene in natura avviene in societ. I pi adatti a costruire una umanit pi efficace nei confronti delle difficolt che l'ambiente ci pone davanti.

Questo la base concettuale (per Spencer base scientifica) per dire che compito dello stato rispettare queste situazioni. La lotta per l'esistenza e la selezione dei pi adatti vanno lasciati alla spontaneit dei fenomeni sociali. L'ultima volta c'eravamo trasferiti in ambito inglese per costruire il dibattito intorno al ruolo dello stato nelle questioni sociali in ambito liberale. La discussione esplode anche per effetto della posizione di Spencer che riprende la posizione originaria del liberalismo contro lo stato sociale, argomentando che il progresso avviene per forze spontanee combinando insieme il principio malthusiano e Darwin. I processi di lotta per la sopravvivenza, da cui emergono i soggetti che presentano migliori qualit per vincere, che si trasferiscono nell'apparato biologico dell'umanit sotto forma appunto di selezione naturale, costituiscono gli elementi del progresso. In virt del progresso bisogna che questa meccanismo avvenga indisturbato. Nel libro Individualismo contro lo stato (1884) riappare, a proposito del progresso della storia, un'argomentazione che Spencer aveva gi avanzato nelle sue opere scientifiche. Si tratta della constatazione che nell'et moderna in particolare il progresso trova come forma il passaggio da quello che Spencer chiama un regime militare (che il regime della tradizione) a un regime industriale. La logica di costruzione dell'ordine all'interno di ciascuno di questi regimi completamente diversa. Regime militare non significa esercito: significa anche questo, ma soprattutto un mondo, l'antico regime, organizzato secondo logiche che appartengono anche al mondo militare, da qui la definizione. Non si parla di esercito, ma di organizzazione politica. Il regime militare, che un regime antico, basa la sua ricerca di ordine, la sua organizzazione, sul comando, che in genere proviene dall'alto, da un centro che ha un potere, e si trasferisce verso il basso. la logica del mondo militare: di fronte al comando si deve solo obbedire. La logica del mondo antico quella in cui chi investito del potere comanda, e gli altri obbediscono senza chiedersi se gli ordini siano giusti o meno. La logica invece del mondo industriale per raggiungere l'armonia completamente diversa. la logica del contratto. L'organizzazione militare basata sul comando; quella industriale, pi progredita, contemporanea a Spencer, sul contratto, sulla sottoscrizione reciproca di impegni. Gli impegni non sono obbligati ma liberamente scelti. In prospettiva, scrive Spencer, a mano a mano che il mondo industriale si organizzer sempre pi sulla logica del contratto (che riguarda lo scambio delle merci, l'organizzazione del lavoro, ma anche il mondo civile), probabilmente non avremo pi bisogno dello stato, di un potere superiore. Il potere superiore appartiene al passato. La logica contrattualista richiede impegni liberamente sottoscritti. Per questa ragione la cultura che meglio rappresenta il progresso in una societ industriale una cultura liberale, basata sulla libert. La libera sottoscrizione di impegni presuppone un mondo basato sulla libert, non sull'obbligo, quindi prevede un mondo che mette al suo centro l'ideologia liberale. Quello della libert anche il miglior fondamento morale di una societ industriale, perch essa si basa su impegni liberamente sottoscritti. Spencer sorvola sul fatto che poi molto impegni che sembrano liberamente sottoscritti in apparenza sono invece frutto di obblighi di tipo sociale ed economico: chi come alternativa ha solo la morte per fame sottoscrive qualsiasi contratto. Nella logica di Spencer questa sottoscrizione del contratto di lavoro corrisponde a una logica di libert. L'idea questa: il liberalismo al centro di un mondo contemporaneo, deve essere adottato come l'ideologia politica che spinge verso il progresso. Quale liberalismo per? il liberalismo delle origini. la rivendicazione di totale autonomia. il liberalismo esalta la responsabilit e la libert di scelta degli individui. Non il liberalismo che si costruito progressivamente nel corso dell'800 in Inghilterra. Spencer valorizza il liberalismo delle origini, 700esco. L'autentico liberalismo quello che separa economia e politica. Il liberalismo protettivo, che chiede allo stato non solo di garantire la liberalismo, ma anche di intervenire a favore di qualche gruppo sociale (il liberalismo di Bentham o di Mill) un liberalismo che Spencer rifiuta, perch la logica della protezione contraria alla logica della responsabilit e della libert. Fa un elenco esteso e scandaloso degli esempio che uno stato liberale o un partito liberale autentico non deve perseguire: niente assistenza per i poveri; ma anche tutto l'intervento dello stato negli affari privati, per esempio le ispezioni nelle fabbriche per vedere le condizioni dei lavoratori. Le condizioni di lavoro devono rimanere nella logica contrattualistica, non sono campo di intervento dello stato, senn si altera la libert di contratto. contrario le vaccinazioni obbligatorie, perch la salute questioni privata, individuale. Nella voluta, insistita polemica di Spencer anche l'istruzione pubblica una bestemmia. Non ha nulla a che vedere con i compiti dello stato. Qualsiasi politica sociale ha comunque un risvolto di carattere illiberare: comporta il pagamento delle imposte, e ogni imposta una intromissione nella libert dei cittadini, impedisce a colui che ha guadagnato di fare libero uso delle sue risorse. L'imposta comunque una riduzione di libert. Occorre essere rigorose su quali spese pubbliche ammettere e quali no: in prospettiva il meno possibile. L'organizzazione statale, finch sussister, deve essere un'organizzazione snella, senza quei compiti di carattere sociale che anche il liberalismo inglese del suo tempo comincia ad accettare. Questa la ragione generale. Qualche considerazione specifica: Spencer a un certo punto analizza anche tutta una serie di ulteriore ragioni che spingono a rifiutare l'intromissione dello stato nelle politiche sociali. Le politiche assistenziali per esempio hanno il torto di separare il giusto patimento dalle cattive azioni. Sotto questo passaggio ci sta l'immagine che primi responsabili della povert sono i poveri. In una logica contrattualista di responsabilit le cattive azione devono portare al loro giusto patimento, alle loro conseguenze. L'intervento assistenziale dello stato impedisce che ci sia questa corrispondenza: impedisce che i poveri paghino le conseguenze dei loro cattivi atteggiamenti. Questa una ulteriore ragione dell'eliminazione auspicata da Spencer di ogni politica sociale. Secondo elemento il fatto che le politiche sociali contraddicono il principio della selezione naturale. In genere vanno a proteggere i meno laboriosi, le classi meno attrezzate per interpretare quell'idea di sviluppo basato sul lavoro industriale. Proteggono quelle classi sociali che fanno parte del passato, che non interpretano il progresso. Spencer trova che le classi migliori

siano i grandi produttori. Nel suo soggiorno negli Usa esalta la figura del magnate, del grande capitano d'industria, che rappresenta un tipo umano pi adatto all'evoluzione. La protezione sociale protegge gli ultimi, i destinati a sparire. Terzo grande torto delle politiche sociali il fatto che estendono il potere di una istituzione come il governo, che nella visione di Spencer comunque nata da una aggressione, dall'imporsi di qualche monarca sui suoi simili. Il governo nasce sempre da un'aggressione alla libert: estendere le politiche sociali significa dare responsabilit a un governo che in quanto tale sempre contro la libert. Pensiamo alla visione di Paine, secondo cui questo valeva solo per il governo antico, autoritario. Spencer invece radicalizza che questa visione del governo come minaccia per la libert non cambia se a governare anzich un despota sono i parlamenti. In questo libro Spencer dice che non che il potere assoluto di un parlamento sia meno pericoloso per la libert di quelli dell'antico regime. Gli atti di un governo rappresentativo vanno visti con lo stesso sospetto di quelli del sovrano assoluto. C' una tendenza a trasferire le prerogative assolutistiche dell'antico regime a un'interpretazione ugualmente soverchiante dei ruoli del parlamento. Spencer dice che un'autentica cultura liberale si ribella a questo, indipendentemente dalla forma che il governo assume nel corso della storia. Occorre quindi correggere i peccati dei legislatori. I nostri legislatori, i liberali favorevoli alle politiche sociali, errano, dimenticano il criterio della libert come fondamentale, per varie ragioni: 1. per ambizione personale. Aiutare i poveri rende qualche volta una posizione onorifica, grata, da parte dei poveri stessi; 2. per interesse globale come classe politica: ci si mette d'accordo per scrivere una legge che manterr il carattere preminenti dei parlamentari stessi; 3. per ignoranza delle autentiche leggi sociali, che per Spencer sono quelle evoluzioni viste finora. Quest'ultimo errore che i governanti spesso fanno deve essere sostituito da una migliore capacit di saper prevedere le influenze anche negative che la legislazione deve avere in ambito sociale. Bisogna conoscere la societ e l'evoluzione; saper costruire legislazioni favorevoli a chi interpreta il progresso e capire che l'etica politica si distingue, non ha gli stessi fondamenti, dell'etica familiare. Questa si basa sulla protezione dei minori, ed inevitabile che nella famiglia si proteggano almeno per un certo periodo coloro che ne fanno parte. Ma la famiglia un ambiente privato: lo stato non una grande famiglia. Quindi l'etica politica non pu essere di carattere familiare ha a che fare non con minori ma con cittadini, che vanno ricondotti alla responsabilit delle loro azioni. Quindi l'etica di carattere politico l'etica della ricompensa secondo i meriti.
Il secondo liberalismo: gli idealisti oxfordiani

Contro questa posizione insorgono molti pensatori appartenenti a una cultura politica liberale di altro genere, che vede positivamente il ruolo dello stato anche in funzione dei valori di libert, e che elabora tutta una serie di idee decisamente diverse da quelle difese da Spencer che inseriscono le aspettative della politica liberale in una tradizione che vede in modo favorevole anche l'adozione della politica sociali. Vedremo 3 opere in successione di questo orientamento dislocate fra fine '800 e inizio '900, sempre in Inghilterra. Per i primi due autori siamo dentro a un movimento di pensiero che stato definito degli idealisti oxfordiani. Perch oxfordiani? Perch i rappresentanti di questo pensiero sono insegnanti universitari che insegnano a Oxford. Idealisti perch questi autori costruiscono la propria immagine del liberalismo mettendo in coordinazione da un lato la tradizione utilitarista (soprattutto come alla fine l'ha sistemata J.S. Mill). Ma l'utilitarismo da solo sembra a questi filosofi una dottrina eccessivamente economicista, quantitativa, eccessivamente individualistica. Allora cercano di contemperare l'impianto utilitarista, che per certi versi innegabile, con il richiamo alle grandi idee di carattere morale e politico che lo stesso '800 ha elaborato. Gli idealisti oxfordiani, che fanno tesoro della lezione utilitarista, riscoprono Hegel, la sua teoria dello stato (e quindi si riallacciano all'idealismo Hegeliano); riscoprono Kant, quindi sono anche in qualche misura neokantiani per la grande accentuazione del tema della coscienza aperta all'universalit. Bisogna mettere insieme queste varie fonti di ispirazione. Da un lato non bisogna considerare l'individuo esclusivamente come una macchina proiettata verso la propria soddisfazione. L'individuo non una macchina ma anche un essere morale, pensante. Si valorizza il bisogno, la spinta verso la felicit individuale, ma anche la possibilit di autocontrollo morale che la coscienza degli uomini rende possibile. Bisogna quindi guardare all'individuo che agisce in una societ che ha senso anche come comunit. La societ non va interpretata alla moda dei liberali intransigenti come una somma di egoismi e basta, ma qualcosa che si apre a valori comunitari. L'arte quella di non mettere i valori comunitari contro l'individuo, ma di coordinare questi aspetti. Il che significa che quando affrontiamo il tema dei compiti dello stato, per esempio il tema della legislazione, non possiamo guardare solo al punto di vista dell'individuo ma anche al punto di vista dello stato. Nella visione di questi autori la legislazione non pu, non deve avere come unica sua misura l'individuo nella sua anarchica autonomia. Nel momento in cui si legifera c' anche un senso comune che va disciplinato, c' una consistenza sociale che va mantenuta e se possibile ampliata. Tradotto in senso politico significa che nello scrivere una legge che sia liberale si deve tener conto del punto di vista individuale, ma bisogna considerare che essa ha portata comune: deve valere il punto di vista generale, che rappresentato dallo stato, dal governo. Questo significa poi dover ripensare rispetto a Spencer e continuare rispetto a Mill l'impianto della cultura liberale. THOMAS HILL GREEN Letture sui principi dell'obbligazione politica - 1879 L'obbligazione politica, cio il dovere di seguire le leggi e di partecipare alla vita politica, va collegata anzitutto a una teoria dei sentimenti morali. una formula che ha un'ascendente politico 700esco (anche in Tracy). Il sentimento morale nella sua prima formazione una caratteristica individuale: risiede nella coscienza individuale.

Quindi i principi morali risiedono nella coscienza individuale; ma non si fermano l. Non sono solo un carattere individuale. I sentimenti morali sono meglio chiariti anche nella dimensione collettiva. Ci sono due forze che creano questa operazione di affinamento dei sentimenti morali in ambito sociale: una l'opinione pubblica nel senso di sentire comune, costituisce un momento in cui i sentimenti morali si affinano, la coscienza morale trova maggiore forza anche di incidere nella realt. L'altro elemento sono le leggi positive dello stato, elemento in cui i principi morali diventano patrimonio comune. C' allora una dottrina che cerca di mettere in equilibrio l'origine individuale dei precetti morali e questo ampliamento sociale degli stessi principi. La morale individuale nasce da una serie di qualit, di caratteristiche, dell'uomo, del singolo individuo. Quali? 1. Il possesso di volont. Il possedere la volont la prima caratteristica di una configurazione morale dell'individuo; 2. poterlo fare secondo ragione. Il possedere la ragione la seconda caratteristica; 3. in una logica liberale, la libert di scelta. Se sono dotato di volont ma posso scegliere una cosa sola tale volont non serve a nulla. L'ambiente sociale poi in grado di ampliare le scelte individuale. Ambiente sociale significa per Hill Green stato, che sul piano della legislazione l'elemento pi importante e anche istituzioni intermedie fra l'individuo e lo stato. L'obbligazione politica quindi non si esaurisce nei rapporti fra individuo e stato, in mezzo ci sono delle istituzioni intermedie: 1. la famiglia. una istituzione intermedia fra individuo e stato 2. l'associazione, nel senso pi ampio del termine. Pu essere la societ di lavoro, un'organizzazione culturale etc. Che ruolo ha lo stato nella logica di questo rafforzamento dell'impegno morale? Lo stato originato secondo Hill Green dal compito di dare forza ai diritti che individui e famiglie sono disposti a riconoscersi reciprocamente. Lo stato secondo questa definizione non istituisce diritti, non li crea, perch Hill Green recuperando l'impianto giusnaturalista crede che i diritti abbiano una dimensione naturale degli uomini. Ma nel momento in cui lo stato riconosce i diritti, non fa semplicemente il compito di ripetere i diritti naturali. Nel momento in cui diventano argomento di una legge positiva, vengono chiariti, specificati, arricchiti, aggiornati all'evoluzione storica. Nel momento in cui lo stato scrive una legislazione che riguarda i diritti, lo stato specifica il contenuto, lo spiega. Spiega come tali diritti vanno esercitati e come vanno rispettati in condizioni storiche che cambiano. L'Inghilterra di fine '800 una societ industriale. Il linea di principio l'elaborazione dei principi pu essere scritta una volta per tutte, ma poi cosa significano un'operazione s di seconda battuta. Possiamo comunque, al di l delle contingenze storiche, elencare in linea di principio quali sono i diritti fondamentali. Sono per Hill Green i dritti alla vita e alla libert. Non la triade lockiana: sono due. Possiamo unire in un unico diritto, che il vero compito dello stato oltre che le aspettative dell'individuo: il diritto a una vita libera, free life. Il fine dello stato da un lato riscrivere continuamente i diritti perch vanno riaggiornati per dare applicazione allo sviluppo della libert. In questo ambito c' un diritto dovere morale dello stato, non solo a garantire ma anche a costruire libert. Nell'evoluzione storica, nella sua riscrittura continua dei diritti, lo stato a un certo punto si pone il compito non solo di garantire la libert ma anche costruire libert. Primo esempio fondamentale che cita l'istruzione pubblica, uno dei grandi mezzi con cui lo stato costruisce vita libera. Quindi la funzione dello stato tende ad articolarsi. Per poi deve anche costruire diritti, costruire le condizioni per una vita libera. Deve anche intervenire con la propria autorit laddove la libert individuale non controllata potrebbe essere di danno. Dove l'esercizio della libert crea i presupposti per creare un danno nell'ambiente sociale lo stato deve intervenire, sorvegliare ed eventualmente limitare la libert. Alcuni i campi sono: la salute, che un tema che ci rende tutti liberi. Se distribuiamo malattie non avremo certo la costruzione della vita libera. Tutto il tema della salute, che significa non solo curare ma anche prevenire le malattie possono costituire un campo di legittimo intervento dello stato in nome della vita libera. Lo stato che fa ci non uno stato illiberare ma uno stato costruttore di libert. Fra le situazioni che creano danno c' anche il numero eccessivo della popolazione: troppe persone con scarse risorse creano le condizioni per l'impoverimento comune. Anche uno stato liberale pu intervenire per indirizzare le scelte riproduttive degli individui. C' un'altra cosa fra gli interventi che lo stato potrebbe fare sempre nella logica di non creare danno, Hill Green indica anche l'assenteismo dei proprietari. Se la propriet assenteista, mantiene immobile, non produttiva, una parte della ricchezza nazionale, non esiste nessuna sacralit del diritto di propriet. Lo stato pu intervenire anche confiscando la propriet perch ne ha fatto cattivo uso. Con un ottica insistita a proposito del danno. Il tema del danno va poi rapportato alle conseguenze che subiranno le generazioni future. Non dobbiamo danneggiare la vita non solo dei contemporanei, ma anche alle generazioni future. La misura dei compiti dello stato non garantire l'esistente ma guardare allo sviluppo futuro della libert. Solo a queste condizioni rientra il diritto di propriet. La propriet non negata da Hill Green, tra le condizioni della vita libera: una vita libera ha bisogno anche della propriet e del riconoscimento di questo diritto. L'esercizio ditale diritto per non deve essere di danno agli altri, contro la compattezza e l'armonia sociale. Lo si dovrebbe gi capire attraverso la dottrina del retto dovere, ma questo nei fatti avviene e non avviene e quindi occorre anche qui ci sia una disciplina da parte dell'unico soggetto che pu sviluppare i temi di carattere generale, cio lo stato. Lo stato deve affrontare il problema dei non proprietari. Ci sono due libert fondamentali che ai proletari sono negate: la libert d'impresa. Nessun proletario in grado di costruirsi un'impresa da solo adeguata al mondo industriale. L'altra libert negata ai proletari quella di trasferire in via ereditaria quanto hanno costruito, perch non hanno nulla da trasferire. Il proletariato in senso rigoroso quella classe che non ha nulla da trasmettere. Sono menomazioni importanti rispetto a quell'idea di vita libera su cui ruota. Occorre quindi che lo stato ha l'obbligo di mettere in campo misure riequilibratici, che compensino i proletari di queste libert che non possono esercitare. Due sono indicate da Hill Green: uno l'istruzione, come presupposto

dell'emancipazione anche economica, per questa non basta a risolver i problemi sociali; la misura della propriet il salario, e di conseguenza lo stato ha il dovere di controllare che i salari siano adeguati alla vita dignitosa dei lavoratori. C' un vero e proprio controllo dei prezzi dei salari che indicato fra i compiti di uno stato. BERNARD BOSANQUET un continuatore diretto del pensiero e dellimpostazione di Hill Green e nel 1989 scrive un libro importante per questo movimento intitolato Teoria filosofica dello stato(1989). Obiettivo dichiarato di Bosanquet quello di sanare la contraddizione tra individuo e stato, contraddizione argomentata soprattutto dal pensiero liberale. quella situazione per cui reciprocamente ognuno di questi due termini sento l'altro come un ostacolo alla sua azione. L'individuo sente lo stato come limitatrice delle sue facolt; lo stato sente l'individuo come un ostacolo al suo intervento di carattere politico perch deve sempre considerare la sfera intangibile dell'individualit. Questa contraddizione va sanata. Bosanquet si confronta con la tradizione inglese, analizzando i tentativi che sono stati fatti per sanare tale contraddizione. Uno stato il tentativo di Bentham, che ha dato molto rilievo alla legge, per poi interpretandola come impostazione di carattere individualistico. Spencer ha invece esagerato dalla parte opposta: niente stato, niente legge, ma tutto sull'autonomia dell'individuo. Mill ha cercato di tenere insieme le due cose, ma in modo oscillante, non chiaro. Bosanquet invece convinto che dobbiamo costruire un tessuto unitario in cui questi elementi non vengano vissuti sotto forma di contraddizione. Dobbiamo, nel momento in cui affrontiamo i fondamenti filosofici dello stato tenere in considerazione anche il punto di vista collettivo, popolare. Dobbiamo recuperare non solo la lezione dei liberali ma anche le tradizioni dei democratici, in particolare di Rousseau. Bosanquet richiama la necessit di un ritorno a Rousseau. Bisogna concepire non solo l'individuo ma anche la nozione di popolo come fondamento di uno stato moderno per porre, attraverso la legge dello stato, gli individui non solo in una relazione negativa (impedire che si facciano del male nel rispetto specifico delle individualit) ma anche in una interpretazione positiva: costruzione di un ordinamento comune che, senza cancellare le individualit, le riconduca a un equilibrio sociale, collettivo. Detto esplicitamente nel testo di Bosanquet: la legge comune che guarda all'armonia comunitaria deve servire a curare gli egoismi. La legge comune tutela l'individualit ma deve anche cambiarne il senso, deve curarla, perch gli eccessi d'individualit portano all'egoismo e alla chiusura nei confronti dei bisogno sociali. Bisogna ripensare alla legge come forma di cura dell'egoismo, come un'operazione non solo giuridica ma anche morale. Bosanquet, come il suo maestro Hill Green, pensa che la libert non sia rispetto dell'esistente, ma sia soprattutto progetto per il futuro, sia costruzione. Il ruolo della politica in rapporto alla libert non quella di garantire le libert esistenti ma quello di costruire nuove libert. La libert non qualcosa che esiste che lo stato garantisce ma che deve costruire. Richiamo filosofico dell'autore quello di identificare un fine comune che riguarda insieme l'individuo, la societ e lo stato. Occorre identificare un fine comune, non scopi divergenti, di questi tre elementi. Lo scopo comune realizzare le condizioni per una vita migliore (Best Life), con un apporto individuale, sociale e politico. La vita migliore va interpretata in prospettiva, oggetto di una visione dinamica che accentua il tema della costruzione. Per essere pi precisi, nel testo di Bosanquet la vita migliore si costruisce attraverso il perfezionamento delle capacit umane. Per cui l'intervento dello stato e della politica, il punto di vista della societ va valutato non sul metro dell'interferenza con le attivit individuali, ma va valutato in funzione della costruzione o meno del perfezionamento delle qualit umane. Ci scritto in un respiro democratico: questa idea della vita migliore va interpretata nel modo pi esteso possibile, come aspirazione di tutti i cittadini. Bosanquet non un socialista, sempre un liberale e l'intervento dello stato non deve essere soffocante. L'intervento della politica deve avere il senso dello stimolo e della rimozione degli ostacoli affinch molte di quelle realizzazioni che stanno dentro al concetto di perfezionamento siano realizzate per larga parte dai cittadini stessi. L'esempio maestro l'istruzione. Lo stato dovrebbe intervenire fortemente attraverso le sue capacit finanziaria, organizzativa etc soprattutto nel campo dell'istruzione, che costituisce un mezzo principale affinch soggetti pi istruiti perseguano per conto loro le condizioni migliori per la propria vita. Un altro elemento attorno al quale Bosanquet insiste molto l'abitazione. Ritiene che bisogna intervenire per le abitazioni delle classi pi basse, per gli alloggi operai. Il risanamento dei quartieri popolari un intervento pubblico necessario che non risolve i problemi complessivi della classe operaia ma pone le basi per una vita migliore. Sono tutti elementi parziali che non risolvono automaticamente i problemi delle classi lavoratrici ma sono elementi indiretti che possono porre le condizioni che facciano scattare l'emancipazione delle classi pi povere. Siamo sempre sulla falsa riga di quello visto a proposito di Hill Green. Qualcosa di apporto specifico di Bosanquet rispetto a Hill Green che anche Bosanquet mette l'azione dello stato al di sopra di una serie di istituzioni intermedie di carattere parziale che agiscono fra popolo e stato famiglia e associazione erano i richiami di Hill Green, ma non sviluppati . In Bosanquet questo tema delle socializzazioni intermedie che servono per costruire una vita migliore una parte molto pi insistita. Bosanquet descrive una societ, fino alla sua organizzazione politica che lo stato, attraverso una piramide istituzionale fatta di 5 passaggi di cui lo stato il pi alto. Interessanti sono le altre 4. 1) La prima istituzione la famiglia. il primo luogo in cui gli individui sono educati all'universalit. il primo luogo in cui la nostra individualit entra a confronto con l'esistenza degli altri, di un gruppo. Questo primo momento di una educazione all'universalit arriver a concepire la cittadinanza come ideale interlocutore. La famiglia non concepita come chiusa, ma come aperta verso il mondo: in essa impariamo che esistono gli altri e che esistono le esigenze comuni, un senso comunitario. 2) L'istituzione immediatamente superiore in questa piramide ideale la propriet. Da liberale, Bosanquet non nega la propriet privata ma risale in modo rigoroso e selettivo a Locke, interpretando in modo stretto la prima immagine

intorno alla propriet che Locke aveva costruito e cio che la propriet anzitutto si legittima attraverso il lavoro. Il lavoro produttivo l'autentico titolo di legittimazione della propriet. Bosanquet insiste facendo tornare un filone liberale in modo rigoroso: nega la propriet a cui non corrisponde un impegno di carattere produttivo. Il lavoro non l'impresa, non quello dell'imprenditore ma l'intervento operativo attorno a un'azione/impresa economica. 3) La terza istituzione quella del distretto. la comunit locale, qualcosa di pi vasto rispetto al mero territorio economico, organizzata anche sotto il profilo amministrativo e di istituzioni politiche. Il distretto una comunit locale fatta di uomini (il vicinato): la parte della societ che ci pi vicina, in cui fisicamente viviamo, il piccolo luogo di vita degli uomini (una citt, un municipio) in cui affiniamo le nostre relazioni sociali attraverso i legami di vicinato. fatto anche di paesaggio e ambiente geografico, di ambiente anche sotto il profilo edilizio. La nostra ricerca sempre quella motivata dalle condizioni della vita migliore. Allora nell'ambito del distretto dobbiamo avere un buon rapporto con il vicinato, ma abbiamo diritto ad avere un buon rapporto anche con il nostro ambiente e paesaggio, perch influiscono sul nostro modo di pensare e sentire. Una brutta costruzione ci fa infelici. un richiamo esplicito all'intervento di tipo urbanistico: Bosanquet denuncia le bruttezze delle periferie. 4) Quarta istituzione la classe. Gli individui agiscono ed appartengono a delle classi. Partecipano dei costumi delle classi di cui fanno parte. Anche qui Bosenquet dice che dobbiamo stare attenti (un socialista avrebbe combattuto lo spirito di classe), che vanno eliminati gli eccessi. Lo spirito di casta, le classi chiuse, l'elemento di chiusura verso chi sta in una classe inferiore da eliminare. Non dobbiamo esagerare l'appartenenza di classe trasformandola in uno spirito di casta. Per Bosanquet dice che non va bene neanche l'eccesso opposto: eliminare totalmente le forte di identificazione di classe. L'eliminazione di ogni distinzione di classe un elemento che Bosanquet critica. L'aspirazione, propria soprattutto delle cultura socialista del suo tempo, di abolire ogni distinzione di classe vista come elemento negativo, portatore di inconvenienti, perch se ben interpretata (cio in senso democratico), l'appartenenza di classe crea riconoscimento sociale, distinzione, merito. Le classi che meglio vivono la dimensione sociale e coltivano riti e abitudini utili in ambito sociale o che rendono migliore la vita sociale non vanno eliminate in nome di un appiattimento di tutti i nostri costumi, ma tenute in considerazione. Le distinzioni di classe, non quelle che sono offensive, ma quelle che corrispondono a meriti, purch aperte, vanno coltivate. Senza per dire che i poveri costituiscono una classe meritevole perch stimolano la solidariet fra le classi. Il sottoproletariato non una classe che ha un merito. La povert un problema che non ha nulla a che vedere con la costruzione della vita migliore ed un problema che va eliminato, non va preservato indefinitivamente. LEONARD HOBHOUSE Non strettamente un continuatore sul piano accademico degli idealisti, ma lo sicuramente sul piano del pensiero, soprattutto per un'opera importante, considerata uno dei capisaldi del pensiero liberale novecentesco, intitolata Liberalismo (1911). Hobhouse ancor pi dei primi due un pensatore liberale che dialoga volentieri con la cultura socialista. Prima di scrivere quest'opera sul liberalismo aveva scritto un'impegnata opera storiografica sulla tradizione laburista in Inghilterra. Il primo discorso che riguarda Hobhouse lo stesso iniziale di Bosanquet: confronto con la storia del liberalismo, in particolare con il liberalismo britannico 700esco, analizzando come esso sia nato come esaltazione dell'individuo. Nelle condizioni del '700 era inevitabile costruire un'idea liberale che rivendicasse un'autonomia nei confronti dei poteri autoritari, ma gi nell'800 alcuni autori hanno iniziato a smussare questo impianto di tipo individualistico: Bentham con l'idea di felicit generale; Mill con la sua correzione del lassez faire. Questa evoluzione va ripresa nel liberalismo 900esco: Hobhouse si dichiara contrario alle tesi di Spencer e dice che bisogna riprendere quel filone che ha iniziato a far dialogare il motivo dell'individualit con il motivo dell'equilibrio sociale. Definisce la libert di Spencer una libert antisociale. Non ci serve quella libert antisociale, ma ci serve ricostruire il profilo dottrinario del liberalismo anche nel suo sottofondo sociale. Perch questa operazione? Perch la scelta sociale dimostra che l'armonia fra i vari appetiti individuali non si riesce a raggiungere in forme spontanee. Occorre un'architettura superiore. Solo un potere superiore riesce a coordinare in un quadro armonico le aspettative individuali. Questo potere superiore il potere dello stato. Hobhouse pur da liberale dimostra un'esplicita continuit con l'importanza che al ruolo dello stato aveva dedicato Hegel. Anche l'hegelismo va smussato da certe tensioni autoritarie e riporlo in un legame pi proficuo con il tema delle libert. Per tutte le libert hanno necessariamente bisogno di un quadro politico e sociale per diventare effettivamente praticabili. Questo richiamo a un potere disciplinatore superiore avviene per tutti i tipi di libert. Detto questo, il nostro autore si mette a elencare tutti i vari tipi di libert che possiamo concepire, mettendoli in 5 categorie, dal pi politico al meno politico. Dimostra cos come l'intervento statale sia necessario per costruire qualsiasi tessuto di carattere liberale. L'idea di essere liberi contro lo stato un'idea che non funziona, diventa fautrice di soprusi e non di realizzazione delle libert. 1. La libert civile consiste per Hobhouse nel diritto di tutti ad essere trattati secondo quanto stabilito dalla legge. Questo gi presuppone l'esistenza della legge, quindi uno stato legiferante; un potere che amministri la giustizia secondo i criteri della legge stessa; un potere che la faccia valere in modi uguali senza che si creino discriminazioni nel rapporto tra cittadini e leggi. Il criterio liberale gi teorizzato dall'700 l'uguaglianza di tutti davanti alla legge, ma questo presuppone tutta una serie di responsabilit pubbliche per garantire che questo avvenga effettivamente. 2. Seconda categoria di libert libert personale. Non solo la libert di fronte agli abusi della giustizia, ma anche le libert legate agli affinamenti delle attivit di carattere intellettuale degli individui: sono le libert di

pensiero, di culto. Sono libert che nella tradizione liberali necessitavano solo di tutela, non di disciplina. Su questo punto per Hobhouse ricorda le osservazioni di J.S. Mill a proposito della libert, il cui criterio per ogni libert quello che ognuno pu fare quello che vuole fino a che non crea danno al prossimo. Questo principio volto soprattutto alle libert di carattere economico, ma gi Mill aveva ipotizzato, nel saggio sulla libert, che in realt il criterio del danno pu avvenire anche attraverso l'esercizio del pensiero. Hobhouse nella sua analisi delle libert riprende questa osservazione. Occorre quindi un potere politico che sorvegli che anche le attivit intellettuali e di culto non costruiscano danni per gli altri. Anche qui c' la necessit di una presenza del potere politico, di una sorveglianza. 3. Terza categoria la libert di azione in ambito sociale (le libert di carattere economiche). Non si pu assumere solo il punto di vista individualistico, perch nella libert di azione ci sono anche equilibri di ordine sociale. L'esempio che fa Hobhouse il sindacalismo: l'associazione dei lavoratori uno strumento di libert per il numero pi alto, non una costrizione per le libert individuale. Legislazione che tuteli l'attivit sindacale non antiliberale ma uno strumento di libert per la classe lavoratrice. Ma questa idea degli interventi si estende ben oltre su l campo della libert di azione: la disciplina delle professioni, la legislazioni sul lavoro e delle fabbriche, gli interventi assistenziali per i pi deboli. Sono tutti elementi che presuppongono un intervento dello stato, una disciplina sociale. Non sono materie che possono essere delegati agli appetiti individuali, perch l l'appetito del pi forte poi prevale in termini ingiusti nei confronti dei pi deboli. Questi interventi secondo Hobhouse devono ripristinare l'uguaglianza dei punti di partenza. In un'ottica liberale competitiva economica siamo convinti che la concorrenza ha dei criteri di giustizia. La concorrenza poi corrisponde a dei meriti: chi lavora di pi, chi coltiva di pi la propria intelligenza, chi ha dedizione nel lavoro giusto che abbia di pi. Per quando questi vantaggi si cominciano ad ereditare il merito personale non c' pi. I figli degli imprenditori in questa competizione partono avvantaggiati. Allora uno dei compiti dell'intervento della politica in ambito sociale non quello di cancellare i meriti ma quello di ricostruire un'equit nella competizione. Non si deve ereditare le differenze del passato, che tendono ad accumularsi e a diventare premio per qualcuno non meritato. Si deve ristabilire continuamente le condizioni di uguaglianza dei punti di partenza: una delle ragioni di intervento dello stato in ambito economico. 4. La libert di azione in ambito familiare. Anche su questo punto Hobhouse tende a creare un equilibrio fra autonomia dei soggetti e azione dello stato. Per cui per un verso le famiglie devono essere indipendenti nel fissare i criteri dell'educazione all'interno della famiglia, quindi questo spetta alle autonome valutazioni familiari; per lo stato ha anche il compito di garantire anche nell'ambito delle politiche familiari un livello minimo di libert accettabile in ambito sociale. Per esempio, anche se gli indirizzi familiari sono di autonomia delle famiglie, compito della politica tutelare i diritti dei minori quando la famiglia non lo fa adeguatamente. Come gi in Mill, c' l'istruzione pubblica: un'azione dello stato a cui lo stato pu anche legittimamente obbligare in nome della tutela dei diritti dei minori, anche se le famiglie nello loro scelte hanno orientamenti diversi. 5. Ancor pi poi ci sono compiti dello stato nell'ultima categoria che evoca Hobhouse, che la libert politica. Per quanto riguarda la libert politica, compito dello stato assicurare il suffragio universale e la libert fiscale. Ci significa che l'azione fiscale dello stato deve essere soggetta al controllo del parlamento: deve essere cio oggetto di legge. Poi tre tipi di libert, che vengono dati in successione, e che danno alla politica il compito di evitare qualsiasi discriminazione: la libert locale, che significa autonomia delle istituzioni locali perch non ci siano differenze di carattere territoriale; la libert razziale, cio nessuna discriminazione nei confronti di chi di razza diversa; libert nazionale: nessuna discriminazione contro il valore della nazione, contro l'idea dell'indipendenza della nazione. C' qualcosa di pi da sottolineare: la concezione anche da parte di Hobhouse della libert internazionale, che significa azione degli stati, della politica, in funzione della pace. Ci significa anche lotta agli armamenti. Secondo questo liberale che guarda anche ai valori della societ e che concepisce anche qualche messaggio del socialismo, la politica liberale aggiornata deve tenere insieme l'individuo e i bisogni sociali: deve tener conto di una politica che da un lato deve garantire le autonomie e le libert, ma dall'altro deve anche favorire l'elevazione morale della nazione (tema anche degli oxfordisti) e l'equilibrio fra i cittadini. Ci sono molte esemplificazioni di questo impegno: c' il diritto al lavoro, il diritto a un salario minimo di comodit di vita per chi lavora, l'intervento dello stato nel fissare la durata della giornata lavorativa. Di originale c' che Hobhouse si auspica che quanto stabiliscono i contratti collettivi di lavoro, quelli sottoscritti dai sindacati, vengano recepiti dalla legislazione, in modo che non vi si possa andare contro. Cos anche l'imprenditore fuori dalle organizzazioni sindacali non potr imporre qualsiasi contratto crede ai suoi lavoratori. Per tutelare queste possibilit di discriminazione, Hobhouse si augura che quanto viene stabilito a difesa del lavoro nella contrattazione collettiva diventi disegno di legge in modo da valere per tutti. Hobhouse consapevole che tutte questi obbiettivi limitano la libert dell'imprenditore, per a fronte di questa limitazione perseguono l'obbiettivo di ampliare la libert di un numero di soggetti molto pi ampio, che quello dei lavoratori. Si sacrifica la libert di qualcuno ma si amplia quella di un numero pi vasto di soggetti. Hobhouse osserva anche che il principio cardine del liberalismo che ognuno responsabile delle sue scelte, in una societ industriale avanzata nei fatti si presenta in modo molto disuguale, perch per coloro che sono in grado di influenzare le scelte economiche questo principio vale; ma il lavoratore dipendente di una grande impresa del mondo industriale avanzato non ha pi nessuna possibilit di incidere sulle scelte economiche complessive: non lui il responsabile delle scelte imprenditoriali ed economiche della nazione, che ormai avvengono a livelli ben superiori della sua possibilit di

incidenza. Allora nel momento in cui condizioni economiche portano il soggetto per esempio a perdere il lavoro, non possibile dire che sua responsabilit. giusto quindi che la politica lo sostenga. Un'ultima osservazione: un ostacolo alle politiche sociale tradizionalmente, in una visione liberale, la rivendicazione di autonomia per quanto riguarda il diritto di propriet. Ogni spesa sociale comporta una limitazione del diritto di propriet, perch il fisco ci prender qualcosa dei nostri beni. Ogni politica sociale comporta una limitazione del diritto di propriet, che stato uno degli argomenti usati tradizionalmente dalla cultura liberale contro le politiche sociali. Hobhouse osserva che anche su questo piano bisogna diventare pi dinamici in un'ottica liberale: soprattutto bisogna valutare accanto alla difesa del diritto di propriet tutto quello che i proprietari, nel senso pi ampio del termine, debbono alla societ stessa. Il ragionamento alla base che ogni successo individuale di un'iniziativa professionale (che garantito dal diritto di propriet), avviene per anche per effetto di tutto quello che ognuno di noi ha ricevuto nella sua vita dalla societ. Non un qualcosa che avviene in termini strettamente individualistici, nei nostri successi professionali ed economici noi raggiungiamo un determinato livello di risultato non solo perch siamo capaci, ma anche perch esprimiamo in quell'azione molte cose che abbiano ricevuto dalla societ. A cominciare dall'istruzione, da un determinato livello tecnologico e di conoscenze, che un prodotto di un'azione sociale e non del singolo che di volta in volta le sfrutta. Sono patrimonio sociale. Allora nel momento in cui viene chiesto di contribuire alla tenuta dell'ambiente sociale e allo sviluppo di alcuni servizi sociali attraverso una parte della mia propriet, sto restituendo alla societ qualcosa che dalla societ ho ricevuto. Questo il cardine filosofico di molti impegni di carattere sociale. A conclusione di questi discorsi sullo stato sociale in Inghilterra verso la fine dell'800, il tema dell'istruzione centrale, pi che altrove. Nel sistema tedesco, il discorso pi significativo quello previdenziale. E forse questo marchio di origine rimane nell'organizzazione britannica fino ai nostri giorni.
Il filone socialista

Vediamo un momento di progettualit politica di ispirazione socialista sempre in ambito inglese che ci interessa per introdurre l'impianto della cultura politica socialdemocratica a inizio '900. Uno dei passaggi che avvicinano il socialismo alla socialdemocrazia matura avviene in Inghilterra con la scuola dei Fabiani, formatasi nel 1887. Questa scuola deve il suo nome ad un'opera: Saggi Fabiani, che escono nel 1889. Il nome formale di questa scuola di pensiero societ fabiana; il nome viene da Quinto Fabio Massimo, console romano, capo militare che aveva combattuto contro Annibale, vincendolo grazie alla tattica del temporeggiamento. E in effetti passato alla storia con l'appellativo di temporeggiatore, perch non aveva mai preso la guerra diretta contro Annibale, ma aveva cercato di ritardare lo scontro diretto aspettando il momento favorevole. L'idea quella di rappresentare la lotta per il proletariato. I problemi del proletariato non si risolvono sulle piazze in uno scontro frontale, soprattutto quando tale scontro cos sproporzionato da essere perdente. La soluzione di tali problemi richiede tempi maturi. Da qui il prendere come emblema un temporeggiatore. Questo non significa riformismo di bassa tacca; ma momenti di grande impegno, tanto che il loro slogan una volta che il momento arrivato bisogna battere duro. I componenti di questa societ hanno una grande importanza nella storia del socialismo inglese perch diventeranno la componente intellettuale nel momento in cui sar fondato, non molti anni dopo, il partito laburista inglese, che nasce per unificare su scala politica le lotte sindacali del proletariato britannico. A fondarlo sono una parte dei leader delle Trade Union e questo gruppo di intellettuali che provengono dalla societ fabiana. Componenti sono George Bernard Shaw e i coniugi Sidney e Beatrice Webb, personalit importanti sul piano ideologico. Shaw era pi un letterato; mentre i coniugi Webb sono gli ideologi del movimento. Nel '900 diventeranno dei grandi storici della poor law, scrivono una storia dell'assistenzialismo inglese in due volumi molto curata. Nel momento in cui sono scritti i saggi fabiani, l'idea appunto di perseguire soprattutto una via di riforma. In questi saggi, cosa c'? Anzitutto c' una radicale critica del mondo industriale esistente; questo perch nel sistema industriale capitalistico valore di scambio e utilit sociale sono separati. Quello che il senso di quella organizzazione economica (cio la ricerca del profitto in base al valore di scambio) non corrisponde a un criterio di utilit sociale. Anzi, ha creato tutta una serie di fenomeni anti sociali che vengono descritti e denunciati: il lavoro femminile nelle fabbriche, il lavoro infantile, la povert operaia, lo sfinimento dell'operaio. Sono cose indotte dal sistema industriale che fanno s che tale sistema, in mano al capitalismo anarchico, sia da condannare. Bisogna porre dei rimedi a questa situazione. Si gi cominciato a fare qualcosa: quel po' di legislazione sociale e industriale che si scritta in Inghilterra nella seconda met dell'800 va nella direzione giusta, ma poco. Sono inizi di un movimento che valido (siamo agli antipodi di Spencer): bisogna rafforzare quella tendenza attraverso un punto di vista che non sia solo liberale ma anche di un socialismo riformatore. Se quelli sono inizi episodici, bisogna studiare un percorso di uscita sistematica dalla questione sociale. un'uscita in due tempi. Primo tempo: occorre la democrazie politica. Bisogna arrivare immediatamente al suffragio universale, anche quello femminile. Si riconosce esplicitamente il grande peso in ambito storico che hanno avuto in Inghilterra i cartisti. Per a democrazia politica ha senso, in un'ottica socialista, solo se l'anticamera della democrazia sociale, di riforme esplicitamente definite dai fabiani come riforme classiste. La democrazia sociale ha bisogno di riforme di classe, cio favorevoli al proletariato: imposta progressiva e all'interno di un sistema impositivo progressivo forte tassazione della rendita; legislazione di fabbrica, che significa difesa dei salari e fissazione per legge dell'orario di lavoro; istruzione; assistenza agli anziani, ai malati, ai disoccupati, senza premiare gli oziosi;

industrie municipalizzate, pi in generale sistema di imprese pubbliche. Per alcuni servizi essenziali potrebbero essere imprese statali; per iniziative pi circoscritte imprese municipalizzate, che possono avere di assicurare servizi ma anche avere di dare un lavoro ai disoccupati. L'idea che l'intervento dello stato deve costruire un sistema produttivo e un sistema di propriet pluralistico, non solo capitalistico. In ultima istanza, a forza di riforme, l'obbiettivo arrivare a un sistema in cui i mezzi di produzione siano di propriet sociale; i mezzi di consumo di propriet individuale. Sono per un'articolazione fra una gestione pubblica dei mezzi di produzione e una gestione privata dei mezzi di consumo. Dobbiamo costruire progressivamente un sistema pluralista in cui siano imprese di diversa imputazione proprietaria, in cui devono agire imprese nazionalizzate, imprese municipali, imprese private, imprese associate. Intorno a questa situazione saranno molto pi forti le possibilit di garantire quei diritti che fanno parte delle aspettative socialiste: dove non sar sufficiente l'impresa privata, interverranno l'impresa pubblica, cooperativa, socializzata. Questa un'idea nuova. Nel welfare state maturo, quello della seconda met del '900, la Gran Bretagna dar un'impronta progettuale forte e l'industria pubblica sar una delle componenti essenziali del progetto. Questo rimarr soprattutto nel modello britannico (per esempio nella versione tedesca e italiana sar molto pi debole), con le nazionalizzazione di forti settori, per esempio quello delle banche. Ultima cosa da dire: il tema su cui nell'immediato questi autori si esercitano il tema della riduzione della giornata lavorativa, cio la rivendicazione delle 8 ore. Nel 1891 Webb, con un economista che si chiamava Harald Cox, scrive un'opera intitolata La giornata di 8 ore, che la grande rivendicazione del momento. Occorre ridurre l'orario di lavoro: il grande motivo di questo libro. Nell'immediato significa riconoscere la durata massima della giornata lavorativa a 8 ore. Perch giusto? giusto ridurre l'orario di lavoro intanto per alleviare la fatica degli operai, ridurre il loro consumo fisico. Quindi una misura di salute. Ma ridurre l'orario di lavoro significa aumentare il tempo libero, quindi dare ai lavoratori maggiore disponibilit di svago, di cura della famiglia, dare pi tempo per acculturarsi e per poter partecipare alla vita politica, agli affari civili. Webb e Cox sanno che questo problema pu presentare degli inconvenienti nel momento in cui una legge riduca la giornata lavorativa. Esprimono anche l'eventualit che forse un qualche consenso di parte imprenditoriale si potrebbe prendere: riducendo la giornata la si pu anche organizzare e razionalizzare meglio. Non detto che si risolva sicuramente in una riduzione della produzione. Le imprese pi avanzate sono in grado di assorbire tranquillamente una riduzione dell'orario del lavoro senza danni. Ci possono essere pericoli per le piccole imprese. Per i vantaggi sono tali per cui queste difficolt non devono scoraggiare i tentativi di arrivarci. Ci possiamo arrivare in vari modi, con rivendicazioni in vari campi: il primo campo la liberalit imprenditoriale, convincere gli imprenditori che pu essere un vantaggio anche loro. Liberalit come intervento generoso da parte degli imprenditori. Avere operai meno sfiniti, non necessariamente un male. La seconda linea potrebbe essere la contrattazione, la lotta sindacale, che in genere per richiede costi duri. Quindi il conflitto di carattere sindacale che costringe gli imprenditori come categoria richiede scioperi e sacrifici. La via legale, giuridica, dell'intervento legislativo da parte dello stato. Tra le tre possibili, la preferibile la legge dello stato, perch non fa appello alle decisioni dei singoli, uniforma le decisioni e non costa i danni di una lunga lotta di carattere sociale. Allora la migliore la legislazione dello stato. Su questo punto, concludono questi due autori, non valgono le tradizionali obiezioni di parte liberale contro l'intervento dello stato. Non vale l'obiezione che l'intervento dello stato non lo desideriamo perch costringe e non libera. In questo caso infatti si libera la maggioranza dei lavoratori. Non vale l'obiezione che risolvendo lo stato i problemi, non stimola i cittadini ad aiutarsi da s perch nel caso della riduzione di tempo del lavoro, la misura proprio fatta perch i lavoratori abbiano pi tempo per curare i propri affari. L'apporto della socialdemocrazia alla questione dei diritti sociali e dello stato sociale Continuiamo nell'ambito del pensiero socialista affrontando quella che sar la componente principale del welfare state 900esco, cio la componente socialdemocratica. Vediamo alcuni momenti di formazione della cultura socialdemocratica, che nasce dal ceppo marxista come sua correzione. La cultura socialdemocratica si sviluppa fortemente a cavallo fra otto e novecento, soprattutto nell'ambito della seconda internazionale, e poi diventa una delle cultura che maggiormente spingono verso lo sviluppo del welfare state nel XX secolo. Prima di entrare nello sviluppo della cultura socialdemocratica, occorre fare un richiamo alla cultura marxista e al ruolo che gioca nel nostro argomento (la questione sociale, l'intervento dello stato come strumento di riduzione dei conflitti sociali). Il marxismo originariamente gioca in modo ambivalente nei confronti di questi prospettiva. Da un lato l'impianto di pensiero marxista, che diventa quasi il pensiero ufficiale del movimento operaio mondiale fra fine '800 e inizio '900, accentuando la sua attenzione attorno alla questione del proletariato, all'impoverimento relativo del proletariato (rispetto all'arricchimento della borghesia), favorisce l'attenzione del potere politico in Europa attorno al problema proletario. Agisce quanto meno sotto forma di denuncia come cultura che sollecita indirettamente l'attenzione della politica nei confronti del proletariato. Lo stato sociale bismarckiano nasce proprio in questo senso: risponde ai problemi denunciati dal movimento operaio organizzato, pur volendolo stroncare. Denunciando le sofferenze del proletariato, il marxismo contribuisce quindi a influenzare la ricerca della politica di risolvere il problema degli operai. Per un altro lato per la cultura del marxismo una cultura che si pone quasi in senso antitetico rispetto allo stato sociale: lo stato esistente che sollecitato ad intervenire con proprie riforme a favore dei proletari. Questa fiducia che lo stato esistente possa essere uno strumento di miglioramento effettivo delle condizioni proletarie qualcosa che non appartiene al marxismo delle origini. L'impianto di pensiero che Marx costruisce estraneo a quelle che saranno le

indicazioni dello stato sociale. Originariamente la prospettiva del marxismo non la prospettiva delle riforme sociali, ma bens una prospettiva rivoluzionaria. Non volta a strappare riforme di carattere sociale presso lo stato esistente ma proiettata verso la rivoluzione, verso il superamento dello stato esistente, la cancellazione dello stato borghese. Quindi un primo elemento di distinzione verso quello che sar lo stato sociale il fatto che il marxismo predica la rivoluzione e non la riforma. Un altro elemento che porta fuori dall'ipotesi dello stato sociale che oltre la rivoluzione politica, il marxismo predica una rivoluzione sociale di tipo radicale: predica il superamento del capitalismo. Quindi non ipotizza che si possa sostanzialmente modificare la situazione propria del capitalismo, che lo sfruttamento del lavoro. L'autentica soluzione della questione operaia non viene dalle riforme avanzate in questo periodo, ma dal superamento del modo di produzione. La rivoluzione politica fa da anticamera alla rivoluzione economico-sociale. Terzo elemento, collegate ai primi due, il fatto che nella visione del primo marxismo, non si ritiene lo stato un ente neutro nei confronti del conflitto sociale. Il primo marxismo non ritiene hegelianamente che lo stato incarni in s l'interesse generale, la libert collettiva, ma giudica lo stato uno strumento del dominio di classe. Questo significa che lo stato esistente uno stato borghese, che non potr mai contraddire sostanzialmente gli interessi del capitalismo, perch l'elemento politico connesso al dominio economico. Per fare gli interessi del proletariato, bisogna cambiare contemporaneamente regime politico e economico attraverso un processo rivoluzionario. Per la verit poi non che gli obbiettivi dello stato sociale non appaiono mai nella visione di Marx e del marxismo originario, solo che appaiono necessariamente collegati al superamento della situazione politica esistente, sono visti come una fase di transizione fra il movimento rivoluzionario e la costruzione effettiva del socialismo. Il manifesto del partito comunista (1848), che la vera bibbia del marxismo sul piano del movimento politico, afferma che dopo la rivoluzione ci sar bisogno di una serie di misure di transizione che avvicinino la societ rivoluzionata al socialismo. una specie di decalogo di 10 punti di quali sono le misure immediate che il partito comunista una volta conquistato il potere dovrebbe fare. Sono alcuni obbiettivi propri del welfare state (per esempio l'imposta progressiva, il credito nazionale, le nazionalizzazioni di alcuni settori produttivi, l'istruzione pubblica, la legislazione di fabbrica). Sono tutti elementi che nell'impianto marxista impossibile ottenere dal sistema politico esistente: occorre rovesciare i rapporti di forza. In conclusione quindi una posizione dialettica: da un lato nasce come cultura del movimento operaio, che vuole le riforme; per un altro verso per c' gi una polemica radicale contro lo stato sociale, portatore di riforme molto parziali che non risolvono il problema autentico del proletariato, cio quello dello sfruttamento. Progressivamente il marxismo inizia ad aprirsi ad altre via oltre a quella rivoluzionaria. Ci avviene nell'ambito della seconda internazionale. Nel 1864 si fonda la prima internazionale, che durer fino al 1872. l'internazionale dei movimenti, in cui emerge poi la figura di Marx come segretario. Il marxismo nascente sfrutta questa occasione per diventare cultura egemone nell'ambito del movimento operaio. Progressivamente si forma la seconda internazionale, che gi organizzativamente diversa dalla prima. Se la prima era fatta di gruppi, di movimenti, la seconda si scopre essere un'organizzazione non di movimenti ma di partiti, perch nel frattempo in tutti i paesi si erano formati partiti che avevano come obbiettivo quello di costruire un punto di vista nazionale per le lotte del proletariato. Alcune volte sono pi di uno, in concorrenza fra loro, come in Francia; talvolta uno solo. Questi partiti hanno un'ottica di unificazione delle lotte del proletariato in ambito nazionale, e poi confrontare queste esperienze nell'ambito internazionale. Il paese che si dimostra essere pi avanti in questa direzione la Germania: l'Spd il pi rappresentativo della II internazionale. Il partito nazionale attua una politica nazionale e si trova in una situazione ben diversa dal 1848. Quando Marx scriveva il manifesto, il proletariato europeo non aveva il diritto di voto da nessuna parte. Nel periodo della II internazionale, si sono allargati, anche per effetto della spinta dei movimenti popolari, le dimensioni dei suffragi. Allora il partito che rappresenta il proletariato nazionale si trova di fronte il dilemma se partecipare o meno alle elezioni. Inizialmente valgono tutta una serie di veti: prevalgono le ipotesi astensionistiche rispetto a quelle delle partecipazioni. Ma poi siccome la democrazia va avanti, i partiti socialisti iniziano a porsi il problema che porsi sempre al di fuori ha poco senso. Quindi si compie la scelta di entrare nella competizione elettorale. Avviene quasi subito che i partiti socialisti conquistino la loro rappresentanza in parlamento, talvolta anche significativamente. In parlamento la forza operaia agita interessi della classe lavoratrice, quindi sollecita misure a favore di essa. Di fronte a tutte queste trasformazioni si inizia a modificare le attese di quello che il movimento marxista o i partiti della classe operaia in generale. Di fronte a queste sollecitazioni,si pone il problema di costruire una teoria politica adeguata, ed quello che si comincia a fare nella fine del '800. Data di inizio il 1891: programma di Erfurt, congresso del partito socialdemocratico tedesco. L'ideologo del partito, Kautskji, scrive il programma, che il primo documento sistematico che prospetta tutto quanto detto prima: partecipazione alle elezioni, scelta della politica democratica, attenuazione del discorso rivoluzionario a favore di una via democratico-parlamentare al socialismo. C' un secondo momento, il 1895: l'anno della pubblicazione di un volume, in cui Engels raccoglie tutti gli scritti di Marx sulla Francia (post 1848; post fondazione Comune). Engels scrive una lunga prefazione a questi scritti di Marx, contestualizzandoli, datandoli. Afferma Engels che nel 1850 lui e Marx pensavano che l'unica soluzione dei problemi fosse la rivoluzione di piazza perch le condizioni erano diverse da quelle attuali. Oggi invece di fronte alle novit aperte dalla democrazia, possiamo attuare anche una strategia diversa. un testo molto importante, pi che sul piano teorico, su quello della propaganda politica: un intervento di Engels pesa infatti moltissimo sul piano della comunicazione. La raccolta di questi scritti Lotte di classe in Francia. In questa prefazione Engels mette alcuni punti fermi. Dice che noi abbiamo parlato della rivoluzione, ma ora si pu capire che la rivoluzione non una spallata, ma un processo lungo: la rivoluzione richiede tutta una serie di misure e di interventi successivi. Si tratta di rivoluzionare un sistema economico-sociale, non solo di conquistare con la violenza il potere. Seconda correzione delle

ipotesi di Marx e Engels di 40 anni prima: avevamo previsto, scrive Engels, che il progredire della societ capitalistica avrebbe semplificato la situazione di classe, la situazione sociale del capitalismo avanzato attorno alla contrapposizione fra borghesia capitalistica ed il proletariato. Ci sarebbero state solo due classi antagonistiche: borghesia capitalistica e proletariato. Questa semplificazione non avvenuta: abbiamo visto che anche una societ a capitalismo sviluppato mantiene una forte presenza di ceti medi, commercianti, intellettuali, piccola propriet che Marx ipotizzava sarebbe scomparsa e che invece ha mantenuto in alcuni settori una forte incidenza. Una politica nazionale deve tener presente che la societ che ha di fronte una societ complessa con una forte presenza di ceti medi che hanno bisogni propri. C' una situazione pi complicata con cui bisogna fare i conti. Terza correzione: l'ipotesi di Marx e Engels era quella della rivoluzione come unica prospettiva di emancipazione, interpretata come conquista violenta del potere. La democrazia ha aperto nuovi spazi, ha reso possibile la tattica legalitaria, cio lavorare secondo quanto la legge prevede dentro la legislazione esistente. una tattica, non una strategia, nel senso che non una scelta sistematica e indiscussa, ma legata all'opportunit della via legalitaria. Una volta raggiunto il potere per via legalitaria, si cercher di attuare il socialismo. L'adozione della tattica legalitaria legata anche al fatto che si presenta nelle condizioni attuali pi profittevole rispetto alla scelta rivoluzionaria, per il semplice fatto che la scelta rivoluzionaria in un paese avanzato come quello tedesco sarebbe una tattica suicida, perch ormai la forza militare dello stato rende possibile la repressione di qualsiasi movimento rivoluzionario. La nostra emancipazione non pi possibile interpretarla in termini militari. La sconfitta del '48 e del '71 dimostrano come allo scontro militare diretto vincono le forze statali. Nel 1895 Engels sembra di poter fare una valutazione pessimistica delle possibilit di vittoria di uno scontro rivoluzionario militare. Quarta modifica importante, legata anche a questo, il ripudio della violenza offensiva da parte del proletariato, perch sarebbe perdente. Il proletariato deve dismettere la violenza d'attacco, ma deve rispondere casomai con la violenza difensiva. Cambiano quindi i dati del problema. La linea indicata la via parlamentare, in modo tattico, cio sfruttandola per avvicinarsi al potere. Una volta raggiunto il potere, poi costruiremo il comunismo. La scelta tattica non strategica. Chi invece aggiunge qualcosa di pi in modo significativo in questo prospettiva BERNSTEIN. Entra giovane nella socialdemocrazia tedesca, colpito dalle leggi bismarckiane costretto negli anni '80 a riparare in Inghilterra, dove vive quasi tutti gli anni '80; poi torna in Germania. In Inghilterra entra a contatto con i fabiani, quindi con l'idea di avvicinamento al socialismo di tipo gradualistico. Diventa uno dei dirigenti della socialdemocrazia tedesca, e si deve a una sua serie di argomentazioni il dibattito che si scatena tra la fine dell'800 e inizio '900 e che impegna la seconda internazionale, attorno al tema se e come si debba scegliere la via legalitaria oppure la via della rivoluzione. il dibattito che passer alla storia come Bernstein Debatt. originato dalla posizione di Bernstein che egli esprime in una serie di articoli sulla rivista ufficiale del partito fra il 1896 e il 1898, che vengono raccolti in un volume dal titolo I presupposti del socialismo e i compiti della socialdemocrazia (1889). Faremo due soli esponenti di questo dibattito: Kautskji e Luxemburg. Di questo dibattito fa parte anche il Che fare? di Lenin che invece ribadisce invece l'ipotesi rivoluzionaria. Cosa scrive di cos scandoloso Bernstein? C' in Bernstein un avvicinamento selettivo al pensiero di Marx. Ci sono alcuni aspetti del marxismo che Bernstein recepisce, riprende; altri che invece circoscrive o addirittura rifiuta. Del marxismo recepisce la rappresentazione della societ capitalistica come di una societ in cui il proletariato soffocato, sfruttato, se non trova misure di difesa. quindi una visione critica del capitalismo liberista, senza alcuna disciplina di carattere politico. C' la continuit con il materialismo storico, se esso significa centralit della questione economica nell'ambito dello sviluppo storico. Ma altri aspetti li condivide meno o li toglie di mezzo. Se il materialismo storico significa che la questione economica ha ruolo fondamentale per la storia, Bernstein d'accordo; se materialismo storico significa prevedere quale sar la conclusione della storia, ricavare dal marxismo un destino unico per l'umanit, Bernstein non pi convinto. Se materialismo storico sar certezza del comunismo, Bernstein non lo condivide. Altra idea che nasce dai testi di Marx che il capitalismo sia destinato inevitabilmente al crollo: una valutazione di parte socialdemocratica che dice che il capitalismo prima o dopo sar preda delle sue stesse contraddizioni. L'idea del crollo, che d una visione deterministica del socialismo, visto da Bernstein come un'idea che non ha corrispondenza nella realt e anche per l'azione di una forza politica come la socialdemocrazia, che deve reagire e non aspettare questo crollo. Inoltre, dice Bernstein, il capitalismo sta dimostrando, dopo la depressione, nuova vitalit e capacit di attenuare le proprie contraddizioni. Dimostra capacit di attenuare la sua contraddizione principale, quella con il proletariato, attraverso le riforme sociali, che sono un esempio di come il capitalismo riesce a riformarsi, a prevenire lo scontro finale predetto da Marx. L'atteggiamento di Bernstein vuole quindi uscire dal dogmatismo presente dalla tradizione marxista. Il buono del marxismo va quindi posto in confronto positivo con altri filoni di pensiero. Per esempi Bernstein fra i tanti che nella seconda met dell'800 riscopre Kant, riscopre l'idea di morale, il senso di lavorare per l'altro, che presuppone un impegno morale legato alla considerazione dell'individuo, non solo della classe. Non c' solo il socialismo marxista, ma anche tutto un socialismo che ha esaltato l'associazionismo che nasce dal basso. Proudhon un autore che fa capolino esplicito negli scritti di Bernstein. Egli tende a riprenderlo: ci sono altre tradizioni con cui bisogna fare i conti. In particolare bisogna fare i conti con la democrazia, con il suffragio elementare, con i parlamenti. La struttura del potere stata modificata dall'avvento progressivo della democrazia. Si apre quindi una serie di nuove considerazioni e di nuove possibilit: la via democratica. La scelta di Bernstein una scelta strategica, a differenza di Engels. La via parlamentare un valore in s: non va attraversata perch pi utile della rivoluzione, ma perch la linea democratica deve essere un criterio di riferimento anche per il futuro, che non deve essere un socialismo calato dall'alto ma sul consenso dal basso, basato sul voto dei cittadini. Il voto dei cittadini non serve solo per prendere il potere. C' un valore di democrazia che devo prendere a prescindere. Questi valori in s si proiettano anche su cosa fare una volta che i socialisti avranno la

maggioranza in parlamento: sicuramente costruiremo una forza d'investitura operaia che ha come punto di riferimento l'emancipazione del lavoro, l'uscita della classe operaia dalla povert, ma sempre in una logica di tipo pluralistico, non in una logica di tipo individualistico forzato. Va dato per scontato che non c' un solo scopo nella storia, dobbiamo costruire progressivamente un mondo pi giusto attraverso il sistema democratico e pratiche di tipo liberare, che significano possibilit di dissenso, ascolto delle opinioni diverse. Si proceder attraverso questo meccanismo molto lentamente, senza sapere quale sar il risultato finale, forze non ci sar nemmeno. Frase di Bernstein molto contestata quella che dice il movimento tutto, il fine non nulla. Non il fine che ci deve muovere, anche perch non uno solo, quello che conta il muoversi, la soluzione dei problemi volta per volta, tenendo conto di due riferimenti. Da un lato non la politica statale che fa tutto: la soluzione del problema sociale non solo questione di governo, ma anche di azione che nasce dal basso. Ci sono altri soggetti oltre allo stato che si muovono a favore del proletariato: i sindacati, le cooperative. Sindacalismo e associazionismo cooperativo sono due strumenti che vanno tenuti in considerazione dalla politica socialdemocrazia, in termini di autonomia, non di assorbimento. un'emancipazione pluralistica del proletariato che comporta anche una pluralit dei soggetti: il partito, lo stato, il sindacato, la cooperativa. Ultima considerazione: tutta questa politica gradualista del socialismo non va costruita in disprezzo dei valori liberali, ma attraverso il dialogo con essi. Il socialismo di Bernstein tiene conto della democrazia come valore, dell'individuo come valore, della libert come valore, che non vanno calpestati in nome del socialismo, ma devono anche essere strumento di stimolo per il socialismo. Ripensiamo, dice Bernstein, alla parola di borghese: l'abitante del borgo, nasce come cittadino. La cittadinanza, che stato il borghese per primo a rivendicare, non deve diventare privilegio di classe. Il socialismo deve spingere la borghesia a recuperare quell'idea di cittadinanza che destinata ad accomunare socialismo e liberalismo. Quelle libert, in mano ai soli liberali, erano privilegio: il socialismo deve costruire le condizioni affinch siano di tutti. Il passaggio nell'ambito della cultura marxista dall'impianto rivoluzionario originario a quello riformatore avviene soprattutto nei dibattiti che attraversano la II internazionale. Fra questi dibattiti il pi significativo quello che riguarda le tesi di Bernstein, lanciate prima in una serie di articoli e poi raccolti in un'unica opera. Tra le varie voci che intervengono nel dibattito che segue la posizione di Bernstein ne affrontiamo due che si caratterizzano anche per l'importanza del ruolo dei loro autori. Il primo di questi CARL KAUTSKY. l'estensore del programma di Erfurt, il congresso socialdemocratico che sposa la linea dell'azione parlamentare in modo definitivo. Kautsky sar per tutto il passaggio fra 8 e '900 l'ideologo riconosciuto della socialdemocrazia tedesca. La posizione di K hanno il carattere dell'ufficialit molto pi di quelle di Bernstein, che per certi versi considerato un eretico. La posizione di Kautsky sulla scia di Engels, almeno negli scritti di fine '800, ossia accettazione della via parlamentare, ma una accettazione fondamentalmente tattica, non strategica. Il pensiero intorno al socialismo di Kautsky si forma fra gli anni '80 e '90, affidato a vari scritti. La sistemazione delle sue idee anche dal punto di vista divulgativo (essendo l'ideologo del partito) avviene con un'opera intitolata Catechismo socialdemocratico. una sintesi della sue idee in forma divulgativa, proprio come il catechismo religioso. Vediamo le sue idee di fondo. Come primo aspetto, in tutti gli scritti di questo periodo di Kautsky c' una analogia fra marxismo e evoluzionismo. Kautsky forse quello che maggiormente interpreta una tendenza tipicamente del marxismo della seconda internazionale, che quella di unire Marx e Darwin. Definisce il marxismo come scienza del progresso umano, cos come l'evoluzionismo la scienza del progresso naturale. Ci sono due considerazioni da fare in questo apparentamento: uno che l'evoluzionismo ci ha insegnato che il progresso sicuro, che la natura si muove verso la direzione del progresso. La selezione che sostiene l'evoluzione fatta per far sviluppare le specie pi adatte alla natura, quindi la storia naturale ha un corso evolutivo prevedibile, orientato al progresso. La stessa prevedibilit del progresso appartiene al marxismo, alla storia delle societ. Le societ si evolvono verso una sempre maggiore diffusione dei vantaggi della produzione, pi semplicemente avanzano verso il socialismo, e questo processo sicuro, analogamente a quanto l'evoluzionismo stabilisce per il progresso in ambito naturale. Quindi la prima considerazione che Kautsky ricava da questa analogia sta nella certezza dello sbocco socialista. Ci ricavabile da osservazioni di carattere scientifico. Certezza del socialismo significa anche una certa patina di determinismo che si inserisce nella visione di Kautsky. Questo determinismo potrebbe condurre anche a un certo appiattimento delle volont, nel senso che l'arrivo del socialismo dato come sicuro, non ha bisogno del continuo intervento della volont umana. Questo determinismo che si respira nelle opere di Kautsky significa anche che (esattamente come avviene nel progresso in natura) bisogna rispettare dei passaggi necessari, bisogna aspettare che i fenomeni maturino, bisogna attendere i tempi maturi per il socialismo. L'avvento del socialismo sicuro ma anche lento, graduale, fatto di maturazioni successive. Bisogna che maturino le condizioni storiche per l'arrivo del socialismo. Qui viene messa da parte intenzionalmente l'idea che il socialismo sia espressione della volont e della lotta rivoluzionaria. Prima considerazione che si pu trarre da questo discorso dell'analogia fra marxismo e evoluzionismo questa sicurezza del socialismo accompagnata per a un'idea di tempi lunghi di costruzione del socialismo stessa. Il che significa, secondo grande motivo generale delle opere di Kuatsky, costruire anche una politica socialdemocratica di tipo gradualistico. Anche la prospettiva politica deve essere di tipo gradualistico. Gli obbiettivi della socialdemocrazia si costruiscono per tappe. Kautsky ne indica 3, che sono anche indicazioni di azione politica. 1. Va consolidato il partito socialdemocratico come avanguardia del proletariato. Questo consolidamento del partito richiede, per i suoi membri e soprattutto per i suoi dirigenti, una specifica preparazione di carattere tecnico (conoscenza dei problemi e delle cose) e di carattere morale (quindi qualit superiori anche in ambito morale). Sono due i soggetti sociali che possono conferire questa preparazione tecnica e morale al partito

socialdemocratico: da un lato gli intellettuali, che per definizione hanno a che vedere con le conoscenze teoriche e scientifiche, dall'altro gli operai qualificati, il cui ruolo basato sull'esperienza tecnica che questi acquisiscono nel mondo del lavoro. un'idea di partito molto diversa da quella di Lenin. La coscienza alla classe, secondo Lenin, proviene dall'esterno, dagli intellettuali, perch hanno vedute di carattere generale, mentre gli operai sono inevitabilmente parziali nella visione del mondo. Qui invece c', pi in linea alla tradizione marxista, ancora un'idea di apporto dentro al partito degli operai. Questa partecipazione all'azione del partito importante per quelle avanguardie operaie perch solo nel partito si riesce ad avere punti di vista generali. Quindi l'avanguardia operaia fuori dal partito rischiano di assumere punti di vista corporativi, particolari. L'ingresso del partito anche un affinamento delle possibilit di avere punti di vista di carattere generale. Primo momento di questo politica gradualistica quindi consolidare il partito come avanguardia operaia, un partito che abbia precise qualit di carattere morale e adeguate conoscenze di carattere tecnico. 2. Il secondo momento la conquista dell'egemonia da parte del partito socialdemocratico. Questo avviene per via elettorale. L'ipotesi lanciata da Kautsky la via elettorale parlamentare, per con una sovrapposizione mai ben chiarita da Kautsky. Egli scrive in questi anni che la linea del partito quella di attraversare la competizione elettorale, di attrezzarsi per diventare forza egemonica ossia maggioritaria; nel momento in cui la socialdemocrazia diventer forza di governo istituir la dittatura del proletariato. Questo il segno che la via democratica una via strumentale, tattica, non strategica; perch serve per far raggiungere alla forza del socialismo la maggioranza. Una volta che diventa maggioritaria, costruir la societ socialista attraverso procedure che sono quelle, secondo Kautsky, della dittatura del proletariato: si costruir un'azione politica interamente classista. C' una strana sovrapposizione che verr rimproverata a Kautsky tra un linguaggio di tipo riformatore e un retaggio del linguaggio rivoluzionario precedente. 3. Una volta forza di governo, la socialdemocrazia costruir un sistema di tipo socialista, ossia costruir una economia nazionale a carattere socialista, quindi basata sulla propriet statale dei mezzi di produzione. Questo nuovo mondo socialista avr come suo perno organizzativo e politico il parlamento nazionale. Il sistema socialista basato sull'imposizione della propriet collettiva avr come suo riferimento permanente non l'esecutivo, ma il parlamento rappresentativo. In sintesi: via democratica, ma la democrazia un mezzo, non un fine, per costruire il socialismo. Una volta raggiunto il potere si comincer a intervenire con legislazioni favorevole al proletariato: l'ultima istanza l'eliminazione della propriet privata dei mezzi di produzione; transitoriamente si faranno leggi favorevoli al proletariato. Kautsky pensa soprattutto alla legislazione industriale. Opera del 1899, che entra a piedi uniti nel Bernstein Debatt : Bernstein e il programma socialdemocratico. Su alcuni punti Kautsky critica apertamente Bernstein, soprattutto sul punto in cui Bernstein aveva criticato l'idea tipica del marxismo della seconda internazionale del crollo del capitalismo e della semplificazione sociale del capitalismo maturo nella contrapposizione fra borghesia e proletariato. Bernstein diceva che il capitalismo si stava autoriformando e che il mondo comunque era molto pi complesso. Kautsky invece ribadisce le convinzioni fondamentali del marxismo della seconda internazionale: il vero scontro tra borghesia e proletariato, tra capitale e lavoro; il crollo del capitalismo sta di fronte a noi, non magari immediato, ma sicuramente il sistema capitalistico verr superato. Quindi c' la ripresa dell'idea che la contrapposizione va risolta attraverso una rivoluzione dei metodi di produzione e della formazione economico sociale, stabilendo chiaramente che rivoluzione un concetto economico sociale, non significa scontro violento, ma processo graduale, trasformazione progressiva. Questa rivoluzione si apparenta all'evoluzione in senso democratico delle societ a capitalismo avanzato. Questa rivoluzione un dato economico sociale. un processo graduale che riguarda la sfera economica e sociale. Quella rivoluzione economico-sociale accompagnata da trasformazione politiche, dallo sviluppo della democrazia. Questa evoluzione democratica in corso, e ci sono dei fattori, che Kautsky elenca, che identificano questo processo espansivo della democrazia: la conquista della libert di coalizione da parte dei cittadini, cio libert di associazione sia economico sociale che politica, come il partito. Ogni gruppo di cittadini ha la libert di costruire il proprio partito. Libert di stampa, strettamente connessa all'evoluzione del sistema democratico. Le forze del movimento operaio organizzato in origine sono molto sensibili al tema della libert di stampa, perch costituisce uno strumento vitale di propaganda. diverso dalla tradizione borghese del giornalismo: serve a dare voce all'opposizione. Il suffragio universale, che il motore che permette la vittoria elettorale della socialdemocrazia. Elemento curioso il servizio militare obbligatorio, come garanzia di democrazia, come facente parte del processo democratico. Per esempio, nella tradizione della sinistra italiana, soprattutto dopo il fascismo, si pensato che un esercito di popolo molto meno utilizzabile per manovre reazionarie di un esercito di mestiere, e quindi pi affidabile sul piano democratico. Poi c' anche l'idea del servizio militare obbligatorio come palestra di cittadinanza, e questo presente in Kautsky. La partecipazione al servizio militare anzitutto un elemento ugualitario; e in secondo luogo un momento effettivo, fisico, oltre che simbolico, di partecipazione nazionale. Per esempio nella tradizione italiano, oltre che tedesca, un momento di acquisizione di cittadinanza effettiva per il mondo contadino. Tutta la letteratura dopo la prima guerra mondiale parla dell'acquisizione della nazionalit dei contadini che avvenuta attraverso il servizio militare. Si trova anche in Gramsci. C' una continuit di questa idea: il servizio militare obbligatorio come momento di ingresso nella cittadinanza delle classi popolari. Questo motivo presente in Kautsky in questa idea di evoluzione democratica.

Va quindi costruito un sistema gradualista, ma questo gradualismo ha un fine, uno scopo, mentre Bernstein dice che importante il movimento e non lo scopo. Kautsky ricorda che l'obiettivo il socialismo. Questo movimento graduale ha un campo politico-istituzionale: la lotta politica che il partito socialdemocratica far in parlamento, oltre che nella propaganda elettorale. Ma, almeno transitoriamente, finch non ci sar l'egemonia della socialdemocrazia, Kautsky la vede come una lotta, un'insieme di rivendicazioni che ha bisogno di diversi ambienti che si mobilitino, non solo l'ambito parlamentare. Quindi l'azione della socialdemocrazia non solo proiettata verso quella parlamentare ma deve farsi sentire anche nella vita sociale, attraverso le dimostrazioni, la propaganda politica. Per le forze politiche emergenti, la possibilit di poter gestire liberamente la propaganda una rivendicazione importante, proprio per poter diffondere nel proletariato le idee del partito. Questo movimento graduale ha vari soggetti, che anche costruzione dal basso, ma non solo, e che prima o dopo deve coagularsi in una guida politica. La guida politica fondamentale di tutto questo processo sta nel partito. Il partito deve porsi obiettivi chiari per il futuro. Prima o dopo questa linea politica si concentrer nella conquista del potere politico e poi costruzione della societ socialista. Kautsky rifiuta anche l'idea di Bernstein che il socialismo sia un completamento dei valori liberali, sia la continuazione del liberalismo. Per Kautsky il socialismo il superamento del liberalismo, non il completamento di esso. Esso nato per l'individualit, il socialismo invece esalta la collettivit. Altra voce di questo dibattito quella di ROSA LUXEMBURG. Di origine polacca, trapiantata in Germania, dove diventa esponente rilevante del partito socialdemocratico tedesco. Parteciper al Bernstein Debatt; ha poi una complessa evoluzione di pensiero nel corso del '900: rimane sempre dialetticamente sospesa tra organizzazione o spontaneit, tra partito e movimento dal basso, tra riforme e rivoluzione. Durante la Grande Guerra esce dalla socialdemocrazia, sar nei movimenti rivoluzionari post guerra, tra gli animatori della cosiddetta Lega di Spartaco, dove sar coinvolta nel tentativo rivoluzionario a fine 1918, fino all'omicidio nel 1919 da parte di squadre reazionarie. La Luxemburg tra i primissimi a intervenire nel dibattito sulle tesi di Bernstein, gi nel '98, quando gli scritti di Bernstein non sono ancora stati raccolti in volumi. Nel 1898 pubblica uno scritto dal titolo Riforma sociale o rivoluzione?. Prima osservazione della Luxemburg su questo dilemma: cosa dobbiamo scegliere, riforma o rivoluzione? La scelta non si pu porre in astratto. Un metodo o un altro non pu essere valido comunque. La scelta della linea non pu essere astratta, dipende dalle contingenze, dalle situazioni, dalle condizioni. Una rivoluzione sicuramente perdente non si tenta. Va vista la situazione oggettiva della classe operaia, se essa disponibile o meno alla rivoluzione. Non va nemmeno pensata come una scelta alternativa tra l'uno e l'altro elemento. Riforma sociale e rivoluzione vanno interpretate in modo connesso, sono strettamente collegate l'una all'altra. Le stesse riforme non che vadano rifiutate solo perch sono riforme: bisogna vedere se esse agevolano il processo rivoluzionario oppure se lo allontanano, se servono o no alla costruzione del socialismo. Il riformismo fine a se stesso non ha senso, ma le riforme non vanno condannate aprioristicamente, perch possono essere strumenti utili di preparazione di un processo rivoluzionario. Per esempio tutte le riforme che danno agibilit al movimento dei lavoratori non vanno rifiutate. I due elementi vanno pensati insieme. Va visto se c' continuit tra un aspetto e l'altro. C' quindi, nella visione della Luxemburg, una disponibilit a discutere seriamente tutte le proposte di Bernstein. Non che la via riformistica solo uno strumento tattico: il discorso delle riforme va affrontato assieme a quello della rivoluzione, va capito nei diversi contesti storici-politici e anche soggettivi dei movimenti proletari nazionali, per l'utilit che possono avere. C' quindi una disponibilit pragmatica a discutere senza preclusioni a priori le tesi di Bernstein. La confusione che fa Kautsky fra riforme e linguaggio rivoluzionario per accontentare la fraseologia del partito sono aspetti che convincono poco la Luxemburg: le sembra che in questo modo manchi un affrontare serio e sereno delle problematiche in campo. Sar lei stessa a rimproverare ci a Kautsky. Quindi, affrontiamo seriamente le tesi Bernstein e tutte le sfere in cui Bernstein ha indicato ci sia un cammino per l'emancipazione pacifica del proletariato. Soprattutto Bernstein aveva indicato come sfere dell'emancipazione proletaria da perseguire in forma pacifica il sindacalismo, la cooperazione e le riforme sociali. Sono tre forme di possibile emancipazione che, prese a se stante, hanno ciascuna delle potenzialit e dei limiti. Per esempio: il sindacalismo ha senz'altro ruolo positivo, efficace. Se il ciclo economico favorevole, l'azione sindacale permette di avere un miglior salario e migliori condizioni di lavoro. Quando il ciclo economico favorevole tale azione decisamente utile. Per il sindacalismo ha un limite: non il sindacato che governa la produzione, e quindi nemmeno governa il ciclo economico. In qualche misura, l'azione sindacale subisce le condizioni di un economia governata dall'impresa capitalistica. C' un limite in questa emancipazione: quando i momenti sono favorevoli, il sindacalismo le pu sfruttare per migliorare le condizioni, ma quando sono sfavorevoli non pu fare niente, e il fatto che siano sfavorevoli non dipende da lui. La cooperazione ha anch'essa una forte potenzialit: associa i lavoratori nella guida di un'associazione che pu avere significato di consumo o significato produttivo. Ha un'alta possibilit di associazionismo fra i lavoratori: pu creare la figura dell'operaio associato che diventa parzialmente anche proprietario dell'azienda in cui opera, in cui lavora. Per la cooperazione ha anch'essa un limite: finch agisce in un sistema capitalistico, destinata a diventare sempre pi capitalistica anch'essa, quindi ad agire secondo una logica capitalistica. Non potr andare in perdita, dovr rispettare il mercato, tratter i soci nei momenti di difficolt come il capitalista in difficolt tratta i dipendenti. Perch la logica dell'economia di mercato non permette alla cooperazione di fare grandi riorganizzazioni sociali. La cooperazione in realt quando agisce come entit produttrice in un sistema capitalistico assomiglia a un'impresa capitalista. Questo il limite della cooperazione.

Stesso discorso riguarda la legislazione economica e sociale, i sistemi previdenziali obbligatori, la riduzione per legge dell'orario di lavoro etc. Queste servono al proletariato, hanno una potenzialit, per anche via, rimanendo in un ambito politico ha dei limiti legati alla compatibilit con un sistema capitalistico. Si spinge fin dove si spinge il vantaggio del capitale: molte riforme sociali servono prima di tutto al capitalismo per pacificare la situazione sociale, per guadagnare il consenso del proletariato, per prevenire moti di carattere rivoluzionario. Sono limiti che la Luxemburg identifica nella legislazione sociale. Essa non si pu spingere, finch il mondo rimane capitalistico, fino a risolvere interamente i problemi della classe operaia, perch in un sistema capitalistico essa una classe sfruttata. Quindi le riforme vanno viste secondo le contingenze, la situazione, i rapporti con le speranze rivoluzionarie. Non vanno negate in s, ma sono momenti parziali, hanno loro limiti intrinseci, che al di fuori di una politica unitaria, di un rovesciamento del mondo, sono destinati a scontare limitazioni. Concludiamo il discorso su Rosa Luxemburg. Lo scritto con cui Luxemburg partecipa al dibattito sulle tesi di Bernstein Riforma sociale o rivoluzione?. Abbiamo illustrato due aspetti: 1. la risposta a questo interrogativo. Non un quesito a cui si d una risposta univoca e astratta, poich essa dipende alle contingenze oggettive; 2. discute a fondo le tesi di Bernstein, osservando che Bernstein ha sottolineato tre ambiti in cui si pu realizzare l'emancipazione del proletariato: il sindacalismo, la cooperazione e la riforma sociale. Sono tre ambiti che non vanno rifiutati, che non sono portatori soltanto di disinganni o di deviazioni dal fine rivoluzionario per il proletariato, sono ambiti in cui si possono dare dei risultati positivi anche se parziali. Non comportano un'autentica soluzione dei problemi del proletariato. Sono risultati parziali e neanche acquisiti una volta per tutti ma, comunque, hanno un doppio risvolto di utilit nella visione della Luxemburg. Lotta sindacale, cooperazione, riforma sociale intanto migliorano, anche se parzialmente, la condizione materiale del proletariato. Classi lavoratrici meno angosciate dalla miseria saranno anche soggetti sociali e politici migliori. In questo senso c' quindi un risultato materiale che non va sottovalutato. Ancor meno non va sottovalutato il risvolto politico culturale: attraverso la lotta sindacale, il proletariato non risolve radicalmente i suoi problemi, ma impara a risolverli, affinando la coscienza di classe. Questo importante per la Luxemburg per come ella interpreta la coscienza di classe. La coscienza di classe non solo l'elaborazione di una ideologia, ma si forma anche nella vita quotidiana, si forma nell'esperienza. Ha certo bisogno di essere organizzata in un sistema di pensiero, ma non il sistema di pensiero che risolve tutta la formazione della coscienza di classe, che si affina anche nell'esperienza quotidiana, per esempio nell'organizzazione del lavoro. La lotta di classe quindi esperienza e anche azione. Il sindacalismo presuppone una lotta, un impegno, presuppone azione. L'azione, la lotta, costituiscono un'ulteriore strumento di formazione della coscienza di classe. Questi elementi non possono essere condannati perch per esempio il sindacato non pu che essere portato a rivendicazioni economistiche e non riesce ad avere visioni di carattere generale. Questo pu darci che sia un limite di queste esperienze, per all'interno di esse c' l'azione diretta del proletariato. un altro momento in cui si sviluppa la coscienza di classe del proletariato. Il proletariato va interpretato dai soggetti che intendono rappresentarlo non come un'idea astratta. un insieme di uomini e donne fatte di carne e ossa. La coscienza di classe non opera soltanto degli intellettuali, come affermava Lenin. Sugli ultimi anni della sua vita ci sar una diretta polemica fra la Luxemburg e Lenin proprio attorno a questi temi. C' quindi una visione dialettica delle tesi di Bernstein e anche della posizione di Kautsky, che rappresenta la posizione ufficiale del partito. La Luxemburg osserva esplicitamente che Kautsky ha un torto nella sua posizione: quello di sovrapporre, senza chiarirne gli elementi, la scelta della linea democratica e un linguaggio che continua a parlare di rivoluzione. Il torto fondamentale di Kautsky quindi quello di avallare una linea riformatrice continuando per a usare un linguaggio rivoluzionario. Il che significa, trattandosi dell'ideologo ufficiale della socialdemocrazia tedesca, non creare una linea politica cristallina. Kautsky per un altro verso per ha ragione, secondo la Luxemburg, a difendere le istituzioni democratiche. La democrazia importante per la causa del proletariato. Il movimento operaio organizzato non deve disprezzarla, perch pone le condizioni per una pi efficace presenza e azione del proletariato. Anzi, afferma la Luxemburg, probabilmente noi socialisti ci troveremo nelle condizioni di difendere la democrazia borghese di fronte alla borghesia che, vedendo un quadro democratico diventare pi complesso per l'egemonia borghese, avr tendenze antidemocratiche di ritorno a regimi autoritari. Di fronte alle tendenze neo-autoritarie della borghesia le forze del proletariato devono difendere la democrazia. Le esperienze successive sia politiche che di pensiero della Luxemburg possono essere interpretate alla luce di una dialettica forse irrisolta fra spontaneit e organizzazione. Lenin poi la taccer di spontaneista. Ma in realt rimane invece sospesa fra tutti e due questi elementi: la spontaneit da un lato, l'organizzazione dall'altro. Ci sono momenti legati alle contingenze politiche in cui accentua un aspetto, momento in cui ne accentua un altro, senza risolvere questa tensione interna al suo pensiero. Quindi per esempio la Luxemburg tra le autrici della socialdemocrazia europea una di quelle che maggiormente valorizzano le esperienze delle lotte spontanee del proletariato europeo: le lotte che nascono dal basso come quella per le 8 ore, gli scioperi di massa che nascono direttamente dalla classe e non dai sindacalismi ufficiali. Queste lotte spontanee sono valorizzate dalla Luxemburg, sono il momento in cui si crea la lotta di classe. Ma per un altro verso la Luxemburg afferma sempre che queste lotte spontanee devono avere una teoria, per essere efficaci devono saldarsi a una visione generale dei problemi, devono trovare prima o dopo una struttura organizzativa. La spontaneit ha dei difetti. Quindi s alle lotte spontanee, ma poi ricondotte alle istanze di tipo organizzativo. Fra queste, la Luxemburg continua a sottolineare l'importanza del partito. Anche nell'idea che essa ha del partito convivono diverse tensioni: il partito presuppone organizzazione, per l'organizzazione non deve essere spinta fino al punto da creare una struttura burocratica chiusa al suo interno. Gli eccessi di burocratismo sono messi negativamente in luce dalla Luxemburg. Ci significa organizzazione aperta: all'interno del partito deve esserci circolazione delle idee, non centralismo democratico. Questa critica alla burocrazia e ai suoi pericoli nel partito della classe operaia vale sia per il

partito riformista sia per il partito rivoluzionario. Anche il partito bolscevico dimostra presto (gi nel '18) tendenze burocratiche: la tendenza a chiudere la scelta della linea politica nel gruppo dirigente che poi lo impone al resto del partito, non lo propone. Il partito che ha questi pericolo deve essere affiancato dalle esperienze spontanee del proletariato. Verso la fine della I guerra mondiale queste esperienze iniziano ad avere un nome: i consigli operai. il discorso sull'organizzazione consiliare. Sono organizzazione spontanee di base che nascono nelle fabbriche, non sono emanazione del partito. In Russia abbastanza presto questa esperienza verr fagocitata dal partito. Invece la Luxemburg auspica una dialettica aperta, in cui ognuno ha il suo ruolo. Il partito non deve soffocare il consiglio, perch l c' la volont diretta del proletariato. Oltre a questa dialettica aperta, nella visione della Luxemburg la causa del proletariato comporta processi di liberazione anche di carattere morale e individuale, privato. Un esempio su cui la Luxemburg lavora la liberazione della donna, che nella tradizione comunista viene riassunta nella liberazione del proletariato: una volta che il proletariato avr fatto al sua rivoluzione, non avremo pi problemi neanche per le donne. La Luxemburg osserva che non affatto vero, che in ambito familiare esiste una oppressione specifica della donna che non la rivoluzione proletaria e basta che risolver. All'interno dell'emancipazione del proletariato va tenuto in considerazione uno spazio specifico di liberazione familiare per la donna. L'oppressione borghese quindi non un solo fatto strutturale economico, ma anche un fatto etico, morale. In generale c' il rifiuto della disciplina autoritaria. La lotta alla burocrazia anche lotta a qualsiasi tensione di tipo autoritario dentro le organizzazioni del proletariato. Non ci devono essere tendenze autoritarie, oltre che burocratiche, altrimenti si crea una continua catena di dipendenza di carattere autoritari. Gi il sistema di fabbrica, secondo la Luxemburg, un monumento all'autoritarismo, un rapporto di tipo autoritario che si crea fra imprenditore e lavoratori. Queste dipendenze di carattere autoritario fra un essere superiore investito di tutta l'autorit e gli altri che devono obbedire non pu essere certo riprodotto nell'organizzazione del proletariato. Il che significa, all'interno del partito, permanentemente aperta la discussione. La libert di opinione, anche all'interno del partito, viene vista come un valore irrinunciabile. Non un valore borghese, ma costituisce un elemento di liberazione che non pu che avere seguito anche nelle organizzazioni del proletariato. Scrive la Luxemburg testualmente che nelle organizzazione operaie bisogna sempre mantenere vivo il diritto a pensare diversamente, anche dalla direzione del partito. Le idee date come maggioritarie devono sempre essere pronte ad essere discusse. La libert di opinione un elemento cardine anche della azione spontanea del proletariato. Il filone austro-marxista C' tutto un filone di pensiero politico in gran parte primo novecentesco facente parte dello schieramento socialista che stato definito storiograficamente austro-marxismo. La definizione nasce in ambito geografico: quasi tutti questi autori per un certo periodo operano a Vienna, una delle pi importanti citt della cultura europea di primo '900. Questa corrente del marxismo che si sviluppa in ambito viennese tende ad espandersi nel resto della cultura di lingua tedesca, ma anche altrove. Perch ci interessa? un filone del marxismo che si caratterizza per uno studio approfondito, dialettico, del ruolo dello stato. un marxismo che abbandona per alcune versi le tensioni internazionaliste dell'origine del movimento e l'idea che lo stato sia solo gendarme del capitale come scriveva Marx. L'attenzione che pongono alle potenzialit dello stato in questo gruppo di pensatori significativamente importante. OTTO BAWER Ha un ruolo importante nella storia del marxismo perch il primo pensatore marxista di un certo peso che si confronta con l'idea di nazione. Scrive nel 1907 un libro che rimasto importante per la cultura marxista mondiale intitolato La questione delle nazionalit e la socialdemocrazia. Il marxismo era sorto come internazionalista: non c'era una grande sensibilit per la questione nazionale. L'idea di fondo che il proletariato deve essere internazionale perch deve confrontarsi con un capitalismo che anch'esso non nazionale ma proiettato verso il mondo. In un secondo momento invece ci sono le esperienze nazionali, ma vengono prima vissute che teorizzate. Nel proletariato ci si comincia ad organizzare in partiti nazionali perch si deve fare la linea parlamentare all'interno di un determinato sistema politico, ma senza una grande teorizzazione dell'elemento nazionale. Bawer il primo a prendere in mano gli spunti precedenti e a costruire una teoria socialdemocratica della nazione, scrivendo intanto che la nazione un prodotto storico. Non un elemento esistente da sempre, non un elemento naturale ma storico. Qui c' una distinzione dal nazionalismo di destra. Il nazionalismo di destra pone gli elementi costitutivi, identificativi del patrimonio nazionale (la lingua, i costumi, la cultura nazionale) come elementi originari della nazione, quindi come elementi quasi di un sedimento naturale dentro al patrimonio naturale. Bawer osserva che effettivamente le componenti della nazione sono quelle che anche i nazionalisti hanno tirato fuori, ma sono essi stessi non naturali, bens storici, prodotti dalla storia e quindi destinati a modificarsi, ad arricchirsi. Non esiste un costume nazionale a cui possiamo essere eternamente fedeli. I costumi certo caratterizzano l'esperienza complessa della nazione. Le esperienze culturali, politiche, economiche della nazione sono anch'esse prodotti storici. La nazione un prodotto della storia: non c' un origine da scoprire, c' da valorizzare un processo storico. In questo processo storico innegabile che la nazione moderna sia stata in gran parte una costruzione della borghesia. La nazione stata costruita dalla borghesia perch la dimensione nazionale era funzionale a interessi borghesi molto forti. Costruire un sistema nazionale significa unificare territori dispersi, in modo da poter imporre determinati comportamenti omogenei alla popolazione che stava dentro la nazione, andando contro agli usi locali, andando contro il particolarismo dei singoli territori. una costruzione che stata inizialmente voluta dalla borghesia, che per rendere efficace il suo progetto economico aveva bisogno di mercati estesi, di unificazione dei mercati. Quindi

la nazione nata anche come formazione di un mercato nazionale. Serviva alla borghesia anche l'unificazione degli ordinamenti: non era possibile, di fronte alle questioni essenziali dell'economia, che ognuno si comportasse in modo diverso. Occorreva una legislazione unitaria. Per lo stato nazionale servito storicamente alla borghesia ma la socialdemocrazia non deve rifiutare o non analizzare, perch la dimensione nazionale serve anche all'emancipazione del proletariato, al successo della strategia socialdemocratica. In che senso? Nel senso che intanto l'unificazione nazionale ha razionalizzato la vita economica e sociale della popolazione, in senso ampio, anche dal punto di vista culturale, dei valori. Nella visione di Bawer, la dimensione nazionale era dimensione della ragione. Le dimensione territoriali, quelle legate strettamente al piccolo ambiente di villaggio delle aree rurali, quella in cui continuano ad attecchire costumi irrazionali, convincimenti premoderni, paure di tipo atavico, comportamenti di tipo inefficace rispetto alla razionalit del mondo moderno. Quindi non c' da rimpiangere l'autonomismo della dispersione territoriale precedente alla nazione, anzi. Nella dimensione nazionale la socialdemocrazia trova un quadro di uniformit e di razionalit che pu sfruttare anche per l'emancipazione del proletariato. La dimensione nazionale serve anche alla lotta del proletariato e alla politica delle formazioni di carattere nazionale della socialdemocrazia. Anzi, spetta a loro, secondo Bawer, risolvere uno dei problemi irrisolti dello stato nazionale borghese: la dicotomia fra nazione e stato. La nazione il popolo, lo stato la sovrastruttura politica, il governo. Nella condizione borghese questi due elementi sono tra loro in contraddizione, perch lo stato opprime la popolazione, stabilendo l'ordine con la forza. La socialdemocrazia ha il compito storico di sanare questa contraddizione. Risolvendo i fondamentali problemi di equilibrio in ambito economico e sociale porr le condizioni entro la nazione per far assorbire lo stato dalla nazione, per costruire una dimensione autenticamente democratica in cui lo stato non sar pi il padrone della nazione, ma sar un mero elemento organizzativo della vita nazionale .questo avviene cambiando i dati della situazione economica. In fondo lo stato sempre un istituzione politica. Le istituzioni politiche sono legate alla struttura economica. Cambiando struttura economica cambieremo anche istituzioni politiche. Bawer non si dilunga in cosa sar questa trasformazione: nel processo storico che queste soluzioni verranno adottate. Di certo andando verso una economia di tipo socialista quella distinzione fra governanti e governanti dovr venire meno e quindi ci sar questa soluzione della contraddizione fra stato come apparato e nazione come popolo. Tutto questo poi a differenza del nazionalismo del suo tempo che il nazionalismo borghese aggressivo in ambito internazionale, e quindi vede gli stati nazionali in competizione, c' una visione imperialistica dei rapporti internazionali. Invece la socialdemocrazia una volta che si sar impossessata per via elettorale del governo nazionale inizier una politica pacifista di cooperazione e non di competizione sul piano internazionale, ma senza cancellare la dimensione nazionale. Ci saranno anche organismi di tipo internazionale, ma Bawer non vede la fine degli stati nazione. Continueranno a vivere e a partecipare a questa cooperazione gli stati nazionali, nel rispetto delle specificit delle singole nazioni. l che s'incarna la razionalit della politica e quindi le aspettative della socialdemocrazia. Questa insistenza sulla nazione si lega anche se indirettamente al discorso sullo stato sociale. Tutte le pratiche sullo stato sociale fino ai nostri giorni hanno avuto dimensione centrale nello stato nazionale: sono state politiche statali di dimensione nazionale. Nel corso del '900 poi tutte le politiche sociali si condensano attorno al tema della cittadinanza, tipico tema dello stato nazionale. Testo di Bawer uscito nel 1920 si intitola Bolscevismo o socialdemocrazia?, in cui affronta il problema della rivoluzione russa appena inaugurata, mettendo a confronto l'esperienza sovietica con l'esperienza socialdemocratica inglese, facendo vedere che queste due esperienze si differenziano in un punto essenziale. Hanno come obiettivo comune la costruzione dell'uguaglianza, ma si differenziano in un punto fondamentale: il modello sovietico si propone di ridurre le disuguaglianze partendo dall'alto, in forma autoritaria, esercitando un forte potere politico nei confronti della societ. Che questa operazione avvenga in forme autorevoli e provenga dall'alto nell'esperienza russa non scandalizza Bawer, nel senso che siamo di fronte un paese arretrato, che solo in questo momento si sta affacciando a processi di equilibrio sociale e quindi la forte presenza del potere politico in questo processo comprensibile. Per l'esperienza inglese altra cosa. Quindi quel modello che in un paese arretrato come la Russia pu funzionare, sarebbe ben diverso se ci si ripromettesse, come parte dell'internazionale comunista vorrebbe, di esportarlo verso l'Europa occidentale. Il problema dell'armonia di carattere sociale in Inghilterra si pone in modo molto diverso da come si presenta in Russa. Qual' la prospettiva delle speranze della societ inglese che Bawer sottolinea? Non il ruolo dello stato, soprattutto quello che matura partendo dal basso, direttamente dalla societ civile, dal mondo economico. La definizione era cominciata subito prima la I guerra mondiale: il cosiddetto socialismo delle gilde, cio fondamentalmente delle associazioni, delle corporazioni. Il termine gilda indicava le comunit di lavoro ed impresa, le corporazioni di origine medievale. la terminologia che rinvia a un'associazione che nasce dal basso, per il momento orientata verso la cogestione fra capitale e lavoro. il tentativo di tenere insieme propriet e lavoro attraverso soluzioni di partecipazione dei lavoratori al capitale azionario, che tipico della cogestione. In prospettiva questo movimento di associazione che nasce dal basso destinato a diventare sempre pi socializzato, ad avere sempre pi attenzione per il momento del lavoro e sempre meno per la tutela capitale. Riassumendo: socialismo delle gilde, ossia associazionismo delle corporazioni che nascono dal basso. un associazionismo che nell'ambito dell'impresa capitalistica pu prospettarsi nel breve periodo anche soluzioni legate alla cogestione, cio ingresso dei lavoratori associati nella gestione dell'impresa e nel capitale dell'impresa attraverso la forma della propriet azionaria. In prospettiva per ci si augura che l'azione del movimento operaio inglese socializzi sempre pi questa esperienza riducendo la parte del capitale privato e invece dando sempre pi ruolo direttivo nell'economia al lavoro associato. Questo tema della cogestione spesso si accomuna, a partire dalla grande guerra, ai temi propri dello stato sociale. Lo troviamo in Germania per esempio, anche come forma di prevenzione della rivoluzione. Viene addirittura recepito dalla costituzione di Weimar. Lo troveremo poi negli anni '50, legato al modello scandinavo, alla Svezia in particolare, dove molto intervento di carattere sociale dello

stato si lega all'idea della cogestione, del ruolo anche direttivo e non solo contestativo dei sindacati. un tema che presente in Bawer, che non esclude una serie di compiti. Per Bawer questo movimento ha due soggetti politici: il partito laburista e le Trade Unions. Soprattutto dal lato del partito continuano ad essere indicati una serie di compiti anche dello stato. Quindi un socialismo che nasce dal basso ma che non esclude il ruolo della politica per favorire questo processo. E il ruolo della politica quello di porre le condizione per arrivare all'autogoverno economico: la democrazia politica, quindi suffragio universale; costumi legati alla partecipazione nell'ambito della cittadinanza; l'istruzione; la riduzione dell'orario di lavoro, che rende pi ampio il tempo libero e quindi anche il tempo di addestrarsi e cos via. RUDOLF ILFERDING Siamo sempre nell'ambito dell'austro marxismo. Di questo autore importante soprattutto un libro: Il capitale finanziario, del 1910. la prima opera dopo qualche spunto di Marx in cui da parte marxista si affronta il tema del capitale finanziario, quindi il tema dell'alta finanza. un libro di economia, che si conclude per con un capitolo di carattere politico. Prima cosa: nell'analisi di Ilferding c' una grande attenzione al ruolo che nel capitalismo maturo esercita il capitale finanziario. un ruolo molto pi importante rispetto alle origini della rivoluzione industriale. La rivoluzione industriale in gran parte si era basata sull'autofinanziamento delle imprese. La figura dominante del primo motore dello sviluppo industriale era l'autofinanziamento. Nel capitalismo maturo, che presuppone investimenti molto pi estesi rispetto alle origini, questo autofinanziamento non pi sufficiente, e quindi le grandi imprese ricorrono al capitale finanziario per il finanziamento delle loro attivit e delle innovazioni di carattere tecnologico. Tutto questo si muove in un processo volto alla concentrazione. Gran parte dell'analisi sul processo capitalistico in atto fra fine '800 e primo '900 che si sviluppa all'interno della II internazionale volto verso questo tema della concentrazione. Le forze produttive si stanno concentrando attorno a grandi settori produttivi. Sul piano dell'economia industriale c' un processo legato alla concentrazione. Ilferding a questa analisi aggiunge l'osservazione che come si stanno creando monopoli di carattere produttivo, cos la tendenza in atto la creazione di monopoli in ambito finanziari: i grandi istituti di creditole grandi banche costituiscono l'ossatura del capitale finanziario moderno. Ci si muove verso un monopolismo. Ilferding scrive che la concentrazione monopolistica delle banche che determina la concentrazione monopolistica dell'impresa. (Non guarda invece ai processi inversi, che comunque ci sono). Questa concentrazione del piano produttivo e del piano finanziario si basa su nuovi modelli di raccolta e gestione del credito. Ilferding tra i primi ad analizzare la societ per azioni. La societ per azioni aveva origini ottocentesche, diventa tipico fenomeno novecentesco, quando si vendono nel mercato piccole anche a piccole quote azioni sia delle imprese che delle banche. Siamo nel 1910, e Ilferding acuto ad osservare che c' questa tendenza a costruire un modello che si completer effettivamente nell'esperienza del mondo occidentale nel corso del'900, quindi il secolo che segue la teorizzazione di Ilferding. C' quindi questa tendenza alla societ per azioni, che permette a un numero elevato di persone di entrare formalmente all'interno della propriet finanziaria di una impresa capitalistica o di un istituto di credito. Per Ilferding per questo non ha nulla a che vedere con la democrazia economica. Ci saranno teorizzazioni delle societ per azioni come forma di democratizzazione del capitale: tutti possiamo diventare azionisti di un'impresa e quindi possiamo entrare nel merito della gestione di essa. Ma Ilferding, acuto nell'analisi, osserva che questo processo non un'autentica ed effettiva democratizzazione del capitalismo, per la semplice ragione che questa dispersione del capitale nella societ per azione ha il suo contraltare nel dominio degli amministratori, nella formazione di quello che oggi chiamiamo management. Si ha come risvolto di tipo non democratico il dominio quasi incontrastato nell'ambito delle societ per azioni dei manager. A fronte dell'effettiva diffusione delle quote azionarie, c' un'ulteriore concentrazione di potere nei manager. Quando il capitale era di tipo individuale, era la propriet capitalistica che esercitava il suo dominio assoluto. Qui c' una posizione diversa, ma non c' un'autentica democratizzazione del capitale. Comunque si va verso un mondo diverso da quello della prima rivoluzione industriale: gigantismo da un lato, quindi concentrazione della produzione dentro grandi imprese, e altrettanto accade per il credito. Questo gigantismo porta con s l'imperialismo, quindi la competizione su scala mondiale fra i paesi per la conquista di mercati, materie prime. Risvolto di questa competizione internazionalismo il protezionismo e non pi libera concorrenza. Sono i tre grandi aspetti del capitalismo moderno. Contraddizioni esterne: imperialismo e protezionismo conducono lotta, all'apertura di conflitti internazionali, destinati a rinfocolare i conflitti interni, perch di questi fenomeni il proletariato consumatore a pagarne le spese. Tensioni che si proiettano verso l'esterno e che a loro volta sono destinate a risvegliare la lotta di classe all'interno. Per risolvere queste contraddizioni, necessario il socialismo, necessario superare la dimensione capitalistica, anche quella della socializzazione apparente del credito, della finanza, che avviene attraverso la societ per azioni. Nella visione di Ilferling ci deve avvenire attraverso la conquista per via pacifica, elettorale delle forze del proletariato della maggioranza e quindi del governo politico. Il proletariato, attraverso questa via elettorale, si impadronisce dello stato. Una volta che il proletariato si impadronito dello stato, lo stato si impadronir del capitale finanziario: render statali le grandi banche, i grandi istituti di credito. A quel punto, siccome il credito che determina le scelte economiche, non ci sar nemmeno bisogno di dare luogo a ulteriori socializzazioni in ambito produttivo, perch lo stato padrone del credito muover l'economia nazionale attraverso gli obiettivi che lo stato stesso attraverso la leva del credito potr perseguire (quindi produzioni legate ai bisogni popolari, controllo dei prezzi che siano equilibrati con i salari etc). La ricetta di questo ultimo capitolo banale rispetto alla massa di aspetti prima analizzati: l'idea che basta impadronirsi delle banche per costruire il socialismo un po' sempliciotta. Dopo la Grande Guerra, Ilferding si impegner ancor pi direttamente in ambito politico: entra nell'Spd tedesca e sar

pi volte ministro delle finanze della repubblica di Weimar (sar poi vittima dei nazisti gi durante la II guerra mondiale). Successivamente costruir un'idea di emancipazione del proletariato identificando due forze convergenti che devono operare per questo obiettivo: uno rimane lo stato, l'altra forza il sindacato. Allo stato vanno conferiti poteri: controllo dei prezzi e dei salari, riduzione per legge dell'orario di lavoro, assicurazione sociali anche contro la disoccupazione. Il sindacato ha un doppio ruolo nella societ. Ilferding sottolinea che importante che non sia corporativo, che non sia troppo geloso degli interessi degli aderenti, degli iscritti, dei settori che rappresenta meglio. Il pericolo del sindacalismo quello del corporativismo. Un sindacato che sia attento agli interessi generali ha due ruoli importanti da svolgere: deve contribuire alla formazione di una democrazia aziendale, che significa possibilit per tutti i meritevoli di accedere a ruoli dirigenziali all'interno delle aziende. Il sindacato deve avere voce in capitolo per la scelta dei dirigenti; e seconda cosa il sindacato deve tendere alla democrazia economica: difesa dell'interesse generale contro gli interessi settoriali. Questo non riguarda pi le singole aziende ma l'interesse economico nazionale nel suo complesso. Democrazia economica significa ribadire in ambito di apparato produttivo nazionale gli interessi generali. MAX ADLER Ultimo vero esponente dell'austro-marxismo Max Adler. Ricordiamo due opere degli anni '20, in corrispondenza alla repubblica di Weimar. La prima La concezione dello stato nel marxismo (1922). Adler si confronta spesso in negativo con Kelsen e con la sua teoria pura del diritto: il diritto come esclusivamente positivo, la cui coerenza interna al diritto stesso e della capacit potestativa dello stato nel momento in cui esercita la funzione legislatrice. Si ricava dalla teoria di Kelsen l'autonomia del giuridico. Invece Max Adler riprende uno dei punti centrali e ormai consolidati della teoria politica, della concezione dello stato in ambito marxista, e mette lo stato in stretta connessione col mondo sociale e col mondo economico. C', scrive Adler, un'unit sociologica tra stato e societ. Il fatto originario la societ. La societ il fatto originario nell'esperienza umana. La societ si forma sulla necessit della produzione, attorno ai problemi e agli interessi di carattere economico, attorno al tema della produzione. La societ fatto originario basato sulla produzione destinato a evolversi nella storia. Di questo fenomeno, la societ come produzione, lo stato la sovrastruttura politica, nella visione di Adler, quindi una dimensione organizzativa collocata in un'epoca storica come quella moderna. Lo stato sovrastruttura: non si interpreta assestante, ma collegato alla societ, quindi all'organizzazione della produzione. Quindi anche nello stato come sovrastruttura si riflette il dominio di classe che caratterizza le societ. Il dominio di classe, tra l'altro, non un fattore solo economico. Il dominio di classe si esercita anche nella cultura e nelle relazioni politiche, fra forze politiche e fra classi sociali. Il dominio di classe un fenomeno economico, ma anche culturale e politico. Sono gli stessi anni o quasi delle riflessioni di Gramsci intorno all'egemonia (interpretazione del dominio di classe come un complesso di dominio). Quindi c' un impostazione di carattere scolasticamente quasi marxista, scolasticamente nel senso che recupera in queste affermazioni quello che alla base della concezione di Marx e poi del marxismo. Questo non significa per che tutti gli atti posti in essere dallo stato o che tutti gli scopi che lo stato persegue siano corrispondenti sistematicamente agli interessi di classe. Lo stato fa parte del dominio di classe. Ma questo non significa che tutti i suoi atti siano riconducibili agli interessi di classe, e non abbiano invece una valenza di interesse generale. Adler elenca quelli che sono, anche all'interno di un sistema capitalistico, i compiti dello stato che hanno carattere generale: I. l'amministrazione della giustizia II. l'istruzione III. la tutela del patrimonio artistico IV. l'assistenza (per il mantenimento in vita di tutti i cittadini) V. l'igiene pubblica, lo sconfiggere le malattie (per avere un ambiente sano) Ci non significa che anche su questi campi non si manifestino interessi capitalistici o di parte. La salute per esempio, ovvia condizione riguardante la felicit per la natura umana, vista da un capitalista pu essere utile per usare al meglio la forza lavoro. Perseguire la salute significa anche operai pi efficienti, e per molte forze di governo pu significare avere soldati migliori. Non detto quindi che non si possano anche in questi obiettivi generali inserire gli interessi parziali, in ambito economico, politico o militare, ma ci non toglie che ci sia anche un interesse generale. Questo significa che questi fini vanno perseguiti. Una forza politica organizzata del proletariato, il partito socialdemocratico, si batter affinch questi punti siano effettivi obiettivi politici perseguiti dallo stato, pur sapendo a priori che anche in questo caso la soluzione definitiva il socialismo esteso. Lo stato sociale, invece, finch rimane nell'ambito di una struttura economico-sociale di tipo capitalistico, ha molte cose buone da realizzare, ma rimarr inevitabilmente incompiuto, sar sempre un intervento parziale, che su questi temi ridurr l'entit dei problemi, ma non li risolver radicalmente. Ridurr l'impatto dei problemi, ma non li risolver radicalmente perch in qualche misura fanno parte delle conseguenze di un sistema economico capitalistico. La soluzione integrale dei problemi ha bisogno del socialismo. Teniamo anche presente su questo punto specifico che le riforme sociali, che sono l'ossatura dello stato sociale, nascono da due esigenze: dalla pressione della classe operaia tramite partito e sindacato, ma anche, pi moderatamente, dall'interesse del capitale, che ha un interesse fondamentale di raffreddare la lotta di classe, ridurre le contestazioni, abbassare i toni della lotta. Adler scrive nel '22: c' stata la rivoluzione russa e due rivoluzioni sfiorate per poco in Italia e in Germania. Le riforme sociale talvolta servono anche al capitalismo. Spesso gli istituti dello stato sociale scarica sul pubblico problemi di mantenimento e efficacia della classe lavoratrice per i quali non deve pi rispondere il privato: specie l'assistenza, l'infortunistica, le malattie, la pensione. Se la guarigione dell'operaio malato la dovesse sostenere l'impresa sarebbe uno svantaggio. Questo significa che attorno a queste riforme e al loro senso effettivo, si crea una competizione: si creano nuove forme armoniche, pacifiche, di lotta di classe, in cui il capitalismo

cerca di concedere il minimo indispensabile che serve a lui e la classe lavoratrice vuole ottenere molto di pi, in relazione ai propri bisogni. Questa competizione occupa tutto il campo fra il socialismo, massimo obbiettivo dei proletari, e il riformismo pi limitato possibile, voluto dall'impresa. La seconda opera di Adler che si intitola Democrazia politica e democrazia sociale (1926): un testo meno teorico perch raccoglie una serie di conferenze che aveva tenuto a un pubblico operaio. Tema di partenza come reagire alla disaffezione che le masse stanno dimostrando nei confronti della democrazia. C' questo pericolo delle masse lavoratrici che abbandono la prospettiva democratica. c' una ragione di fondo oggettiva, non un capriccio delle masse: tale ragione che la democrazia non sta sanando la condizione di povert delle masse stesse, il suffragio universale non risolve i problemi sociali e la condizione di povert delle masse. Questo dipende dal fatto che la democrazia conosciuta in gran parte democrazia borghese, e quindi individualistica, che non valorizza l'elemento della partecipazione e della solidariet sociale. Per la democrazia ha aperto degli spazi all'azione proletaria, quindi bisogna rivitalizzare la democrazia, ridargli come in origine uno spirito rivoluzionario. Dare uno spirito rivoluzionario alla democrazia non vuol dire ritornare alla violenza, ma dare un senso sociale all'azione democratica, vuol dire ricondurre la democrazia ai bisogni della societ e non dell'individuo. Quindi dare senso alla democrazia rivolgendola verso la trasformazione sociale. Significa fare due cose in Adler. 1. Unire la democrazia politica alla democrazia economica. In concreto significa dare un assetto democratico alla burocrazia statale, inserire elementi di democrazia nell'azienda, nei luoghi di produzione. Rappresentanze interne, di fabbrica, consigli operai, devono essere tra gli strumenti della democrazia. Devono essere realizzati. I consigli operai sono stati recepiti dalla costituzione di Weimar, ma uno degli elementi meno applicati, anche perch interviene spesso la giurisprudenza ordinaria che d sempre ragione agli imprenditori. Questo processo non ha avuto seguito nel concreto. Adler insiste perch la democrazia politica diventi anticamera di quella economica. 2. La democrazia economica si deve unire a quella che Adler chiama democrazia funzionale. Significa che la democrazia deve funzionare, deve essere al servizio effettivo degli interessi della maggioranza, cio i lavoratori dipendenti. Come classe la maggioranza della popolazione costituita dai lavoratori dipendenti, operai e impiegati. L'azione politica effettiva deve rispondere agli interessi degli operai e degli impiegati, la maggioranza, il che comporta una consultazione permanente e sistematica del parlamento politico con le forze sociali che rappresentano gli interessi delle classi lavoratrici. Queste sono in primo luogo i sindacati dei lavoratori. Prima di fare le leggi il parlamento dovrebbe sempre consultare le rappresentanze sindacali. WALTHER RATHENAU un autore tedesco. Anch'egli come gli austro-marxisti si collega strettamente all'esperienza della repubblica di Weimar, ne ministro per la ricostruzione fino al 1922, quando sar ucciso da un nazionalista in un attentato dell'estrema destra. Ha come pensatore un origine non di derivazione marxista n socialista; ma originariamente nelle cose che scrive a inizio '900 dimostra di appartenere a quel filone della cultura europea che enfatizza il motivo della decadenza della cultura occidentale, del mondo contemporaneo come elemento di decadenza rispetto alla grandezza di pensiero del passato. Questo tema presente in Nietzsche, poi in Oswald Spengler (autore tedesco: Il tramonto dell'occidente). Siamo dentro a un insieme culturale legato al tema della decadenza, al tema del mondo contemporaneo come un mondo di bassa qualit in quanto mondo quantitativo anzich qualitativo. Rathenau all'inizio dentro a questo ambiente e lo si vede soprattutto da un'opera che pubblica nel 1904 intitolata Debolezza, paura, scopo. C' un richiamo aristocratico all'uomo del passato, all'uomo della tradizione occidentale: era un uomo eroico. La realizzazione della natura umana avveniva attraverso i grandi gesti. La figura che rappresenta meglio questa tradizione l'eroe. Oppure questa grande tradizione si incarna nel filosofo, nell'attivit del pensiero, nella gioia di esso. un'immagine anche nietzschiana (uno dei titoli di Nietzsche La gaia scienza, cio la filosofia). Quindi la gioia del pensiero puro, disinteressato, della filosofia. La civilt industriale ha spazzato via questa tradizione, creando un uomo nuovo e cambiando la dimensione esistenziale dell'umanit stessa. La civilt industriale ha cambiato l'esistenza dell'uomo soprattutto attraverso un'istanza di organizzazione. Il mondo industriale a differenza del mondo precedente un mondo organizzato. Sono molti i fenomeni propri della civilt industriale che Rathenau elenca per dimostrare questa modifica radicale del mondo che poi sfocia anche nel cambiamento degli uomini. in gioco la divisione del lavoro, la tecnica, la scienza positiva, la scienza che crea non pi creativit intellettuale ma disciplina intellettuale (lo scienziato non inventa, studia). La sua azione intellettuale applicata attraverso un richiamo alla razionalit, non quella del letterato, dell'artista, del filosofo, cio dell'intellettuale del passato. quella dell'intellettuale applicato, e l'applicazione richiede disciplina di carattere intellettuale. un mondo basato sulla produzione e sullo scambio di massa; mentre il mondo antico era un mondo di autosufficienza sul piano economico. un mondo accentrato: prevale la centralizzazione in ambito politico e economico, mentre il mondo feudale era un mondo decentrato. Questa uniformit e disciplina costruita anche attraverso l'accentramento politico ed economico. Sul piano sociale ed anche fisico dello spazio degli uomini questo accentrarsi delle masse si traduce in urbanesimo, altro fenomeno indotto dalla civilt industriale. In sintesi Rathenau osserva: all'epoca degli eroi subentrata l'epoca dei mercanti. Questo significa passaggio delle attivit umane dal disinteresse all'interesse: l'eroe si sacrifica per un fine, il mercante agisce in vista dell'ottenimento di un interesse dal suo ruolo economico. Questo produce nell'uomo moderno un senso di paura, di vuoto, di debolezza, nei confronti del pensiero puro, nella ricerca dei valori universali, del senso della vita, degli scopi che trascendono la nostra esperienza singola. L'uomo moderno, l'uomo della civilt industriale, se si pone questi obbiettivi di carattere universale, superiore, non sa pi darsi risposte. Di fronte al pensiero puro ne esce attraverso l'angoscia, la debolezza, la paura (che

sono parole chiave del titolo dell'opera); mentre trova spiegazione se si pone degli scopi quantitativi, meccanici, degli obbiettivi tangibili, concreti. Sono obbiettivi specifici, propri dell'agire economico. Sono obbiettivi non mediati dalla filosofia, ma dalla tecnica. Rathenau dentro a questo tipo di osservazioni, che poi preludono ad ulteriori osservazioni sulla realt e sul mondo industriale. Il mondo industriale un mondo in cui non conta pi la qualit o le doti aristocratiche dei singoli di grado elevato, ma conta il numero. In un mondo che volto a diventare interamente una grande officina, la qualit conta sempre meno, conta invece sempre pi il numero. Non conta pi lo slancio, conta il lavoro. Non pi l'elemento passionale di creazione a contare, ma il lavoro. Ci avviene anche in uno dei campi che erano tradizionale appannaggio dell'eroe: il campo militare. Rathenau osserva che le guerre moderne non si vincono pi attraverso l'eroismo dei combattenti, ma attraverso gli armamenti, l'organizzazione dell'esercito e la disciplina dei militari. Non pi il grande combattente a vincere la battaglia, ma l'esercito pi organizzato. Per, un po' come avviene in Nietzsche, che denunciata la decadenza del mondo contemporaneo, ha uno scatto di reimposizione dell'individuo attraverso lo scatenamento delle passioni, ugualmente presente in Rathenau un tentativo di uscire da questa situazione. Da tutta questa osservazione di decadenza, Rathenau non ricava un senso di nostalgia nei confronti del passato, un semplice rimpianto del mondo degli eroi, anche perch la civilizzazione cammina, va avanti. Rimpiangere il passato sarebbe un atteggiamento sterile; anche perch ormai la civilt industriale si imposta e continua ad avanzare indipendentemente dalla volont degli intellettuali che sentono questo impoverimento intellettuale. Allora c', quasi per reazione, un appello all'intellettuale a cercare di ritrovare brani, pezzetti di umanesimo anche in un mondo che si va disumanizzando in nome della tecnica. C' un invito all'intellettuale a cercare di trovare elementi di difesa qualitativa dell'umanit che solo operazioni intellettuali possono costruire. La tecnica irrimediabilmente relativistica: non ci d un tessuto unitario, ma ci d gli strumenti per raggiungere un determinato scopo che non pu che essere parziale. Il mondo industriale nel suo complesso ha diversificato questi fini. Non sono fini dell'umanit nel suo complesso, ma relativi. Lo sviluppo della scienza contemporanea inoltre tende a rendere sempre pi incontrollabile da parte di un solo intellettuale l'insieme della conoscenza. Scienza e tecnica finiscono anch'esse per darci una visione parziale del mondo. La conoscenza contemporanea fa s che ci sia di fronte al singolo intellettuale solo una parte di verit. C' una disintegrazione delle conoscenze. Questo un dramma irrisolvibile per Rathenau, ma anche una sfida per cercare di ritrovare segni comuni, pensare di restaurare anche in un mondo industriale valori umani in quanto tali. Si cerca di ricostruire un nuovo umanesimo, che tenga conto della contemporaneit. C' un'ansia, attenzione, aspirazione a che l'intellettuale sappia indicare valori umani accomunanti e sappia costruire segni comunitari, che ci apparentino in quanto uomini. La scienza e la tecnica separano gli uomini nei ruoli economici, nei ruoli sociali, nelle conoscenze. Il mondo industriale un mondo fondamentalmente lacerato: ci sono tutta una serie di lacerazioni (io-massa, materia-spirito, libert-costrizione). C' sempre l'aspirazione all'individualit, ma in una societ di massa si pone in termini complessi, lacerati. un mondo che ormai si muove secondo i dettami delle masse, non secondo i dettami dell'individuo. Di fronte a questo mondo lacerato bisogna ritrovare tessuti connettivi, parziali inevitabilmente, per che cerchino di ritrovare altre qualit dell'attivit umana. La ricerca di segni che accomunino spetta al filosofo, all'intellettuale. Questo per il punto di partenza di Rathenau, che poi tender ad attenuare questo richiamo di carattere aristocratico, soprattutto nel confronto con l'esperienza traumatica della Grande Guerra. La Grande Guerra ha un effetto dialettico nelle posizioni di Rathenau nelle sue visioni del mondo. Da un lato la conferma che le vecchie certezze non rappresentano pi la realt (la caduta degli imperi una sanzione politica di ci). La Grande Guerra per nella sua esperienza concreta ha anche risvegliato un senso comunitario. Di fronte alla difficolt della guerra, le popolazioni hanno riscoperto valori solidali, hanno riscoperto di far parte di una comunit. Le difficolt della guerra stimolano anche la solidariet economica, insegnano che l'economia non pu pi essere affidata alla dispersione individualistica, ma ha bisogno di essere ripensata in senso comunitario. Ci non significa comunismo, ma significa riscoprire i valori del lavoro, tentare di ricostruire un equilibrio in termini di ricchezza. Queste argomentazioni slegate confluiscono in una seconda opera del 1919 di tono quasi socialdemocratico intitolata Lo stato nuovo. Stato nuovo perch la guerra e i suoi disastri hanno dimostrato che una delle parti pi rilevanti della concezione tradizionale dello stato, lo stato come potenza, non ha pi ragione di esistere. Lo stato come potenza qualcosa che la guerra ha spazzato via. Se lo stato come potenza destinato a scomparire, occorre riscoprire altre concezioni dello stato che non siano pi di tipo utilitaristico ma di tipo etico, morale. Ricostruzione armonica della comunit nello stato basata su valori di solidariet, su mobilitazioni di tipo morale. Questo vale all'interno (ricostruire una comunit morale), vale anche verso l'esterno: ridefinire i compiti nello stato nella politica internazionale come compiti etici, come volti alla pace. Dopo l'esperienza della guerra diventa quasi naturale pensare in questi termini. Bisogna abbandonare il discorso utilitaristico (costruiamo lo stato potenza perch utile nel conflitto economico internazionale e nell'imperialismo), un vicolo ceco: conduce alla guerra. Ridefiniamo lo stato come comunit, non come potenza. Lo stato anche un essere morale. Questo essere morale volto al bene deve essere proiettato anche verso l'esterno, costruendo una via di pace. Impegno morale richiede anche una riformulazione di carattere economico e sociale basata sul rovesciamento del principio concorrenziale proprio dell'economia politica tradizionale. Bisogna riscoprire, e la guerra ha gi posto dialetticamente le condizioni, il valore dell'essere per gli altri e non dell'essere per s. Questo prelude poi a un'idea di stato anche sul piano istituzionale, organizzativo. Lo stato nuovo nuovo in 2 sensi. Uno gi detto: da stato potenza a stato comunit; da stato utilitaristico a stato morale. In un altro senso lo stato nuovo perch deve modificare i propri assetti istituzionali. Il passaggio a uno stato nuovo non pu incentrarsi sul parlamento. Deve ritrovare nuove forme di carattere rappresentativo ma non quelle di tipo parlamentare. Il parlamentarismo ha prodotto una situazione inadeguata per costruire un mondo nuovo. Questo sistema di scelta dei

rappresentanti ha creato parlamenti inaffidabili sul piano morale e incompetenti sul piano della conoscenza. Il parlamentarismo corrotto, disponibile al compromesso. Rathenau d il suo contributo alla ricerca di altre forme di rappresentanza. Superamento della democrazia di carattere parlamentare. Se c' un ceto di cui ci si pu fidare per ritrovare disponibilit all'interesse generale non il ceto dei parlamentari, ma la burocrazia statale. Le dirigenze dei vari campi dell'amministrazione sono selezionati e formati in modo tale che sul piano dell'esistente ci si pu fidare molto pi della burocrazia che dei parlamentari. I burocrati intanto sono fissi: fanno il loro lavoro sistematicamente, una professione. Sono conoscitori dei problemi in cui intervengono. Hanno competenza. Sono quel ceto che pu agire in termini di interesse comunitario (qui riprende Hegel). Bisogna dare una nuova struttura al potere politico, sia in ambito territoriale sia in ambito centrale, che agisca su basi funzionali. Ci vorr una rappresentanza, ma non del generico cittadino, bens dei vari interessi in cui si esplica l'esperienza della cittadinanza, la vita concreta dei cittadini. Si deve costruire sistemi di rappresentanza sia a livello locale sia a livello centrale che non facciano capo alla volont generica del singolo cittadino, ma faccia capo a tutti quei ruoli effettivi in cui si concretizza la vita concreta dei cittadini. Sia in termini locali che centrali dovremmo per esempio avere una rappresentanza dell'elemento militare. L'esercito avr un suo numero di rappresentanti nelle istituzioni di carattere locale e centrale. molto farraginoso il discorso di Rathenau, quello che interessante il concetto che ci sta dietro: un concetto fondamentalmente di tipo corporativo. Rappresentanze non solo del ceto militare ma anche di quello ecclesiastico, che rappresenta la spiritualit della nazione. Le chiese avranno rappresentanza all'interno delle istituzioni politiche. Poi anche il mondo produttivo: le imprese e i lavoratori; quindi rappresentanze che hanno investitura sindacale. Rappresentanze del mondo culturale, del mondo commerciale. Rathenau ci d solo le indicazioni di fondo: si deve costruire una rappresentanza non pi basata sulla generica rappresentanza, che non funzionale. La rappresentanza non va fatta attraverso la tradizionale selezione politica, ma attraverso le funzioni sociali. Fra le funzioni sociali ci sono la funzione militare, religiosa, economica, produttiva, commerciale e culturale. un elenco aperto. Non il singolo cittadino che sceglie i suoi rappresentanti, ma le associazioni di questi settori funzionali che indicheranno i loro rappresentanti (anche qui riprende Hegel). Un'esperienza di questo tipo stata quella della camera della corporazioni nel fascismo, ma non ha mai creato una vera partecipazione del basso. L'idea quella di costruire un sistema politico pi competente attraverso la mediazione delle specifiche attivit dei cittadini, non attraverso la generica cittadinanza. Questo a livello locale. Va ricondotto poi a un consiglio di carattere nazionale, di cui per non si capiscono i veri poteri. Ci sono due soggetti che gestiscono l'autorit politica centrale: i grandi burocrati dello stato da un lato, e la rappresentanza centrale, nazionale, dei vari interessi specifici dall'altro. Rathenau avvertito della discutibilit di questo progetto: un progetto in cui di tutte queste istanze si discute molto, ma non si capisce bene dove sia poi il luogo delle autorit, dove si prendano effettivamente le decisioni ultime. La necessit di trovare l'accordo fra tutte queste espressioni della funzionalit sociali con la burocrazia difficile. La discussione identificata come uno dei grandi mali della democrazia, ma Ratheau vede in essa un elemento positivo, che sta proprio nella comunicazione. In questo elemento di discussione c' un ammaestramento al dibattito pubblico, a questa sistemazione dei problemi della comunit nazionale. C' quasi un invito a non avere timore della discussione perch il sale della nostra partecipazione alla comunit nazionale. Se qualcuno risolve al di sopra della discussione, talvolta la soluzione pu essere efficace, ma ci ha gi riportato a strumenti, a tecnica, e non a quella realt discorsiva che un nuovo umanesimo deve ritrovare e che lo stato nuovo deve applicare al suo interno. C' quindi una indicazione etica, culturale, della vita politica, pi che l'elemento decisionale, che visto invece in un secondo piano. Questa idea della funzionalit della rappresentanza una posizione di una certa ricchezza intellettuale.

IL PENSIERO DELLA DESTRA EUROPEA 900ESCA Come questo pensiero si esprime per quanto riguarda la questione sociale? Esiste uno stato sociale che stato definito totalitario proprio della destra che ha fondamenti e categorie organizzative diverse da quelle visti finora. La prima guerra mondiale influisce fortemente sulla storia dello stato sociale, e soprattuto sui rapporti fra la sfera politica (lo stato) e l'economia (la vita economica della nazione). L'esperienza della guerra e dell'immediato dopoguerra hanno un forte rilievo per i temi dello stato sociale. Ci avverr anche nella seconda guerra mondiale, tanto che il progetto che costruisce il welfare state contemporaneo non per caso sar scritto all'interno della seconda guerra mondiale. C' qualche storico del welfare che ha coniato anche il termine warfare, giocando sull'assonanza wel war: ci ha messo il rinvio alla parola guerra invece che al termine benessere, proprio per indicare che i periodi di guerra sono stati importanti, vantaggiosi per la costruzione dello stato sociale. La ragione generale di questo intuitiva: i periodi di guerra sono periodi in cui importante stringere le fila della nazione, creare un forte consenso all'interno del paese nel momento in cui esso proiettato in un conflitto di carattere internazionale. Questa creazione di un solido fronte interno legato anche alle riforme sociali, alla capacit di attirare all'interno del consenso anche le classi lavoratrici. Nella prima guerra mondiale ci sono poi due ragioni che spingono verso un maggior intervento dello stato in ambito economico e sociale. Intanto nel periodo bellico ci sono le necessit di un'economia di guerra, che non sono quelle della vita normale delle nazione: occorre assicurare rifornimenti agli eserciti, sia sotto forma di armamenti, che di viveri, che di attrezzature; occorre non perdere il contatto con il fronte interno, cio con la popolazione che non combatte direttamente ma che sostiene lo sforzo bellico. Sono obiettivi che spingono gi nella Grande Guerra tutti gli stati belligeranti a intervenire fortemente in ambito economico, stabilendo le produzioni degli armamenti e degli altri generi di necessit, controllando il rapporto fra prezzi e salari (controllo che molti riformatori sociali volevano da 100 e pi anni). La situazione particolare del momento agevola tutta una serie di interventi dello stato nell'economia: assicurazione delle produzioni, organizzazione del lavoro (c' per esempio il problema di sostituire i maschi giovani mandati al fronte: ricorso organizzato di massa al lavoro femminile). C' quindi tutta una serie di interventi dello stato in ambito economico che in periodo di guerra vengono esaltati e creano un precedente che poi avr continuazione anche nelle economie di pace. Primo fattore che spinge a questo intervento quindi la guerra stessa. Le esigenze della guerra fanno s che il ruolo dello stato nel controllare la vita economica della nazione diventi molto pi ampio rispetto alla situazione precedente. Poi tra la fine della guerra e l'immediato dopoguerra c' da far fronte alle conseguenza della guerra stessa, che sono esse stesse eccezionali e non possono essere fronteggiate, almeno nel primo periodo, rinviando al mercato. Le conseguenza della guerra spingono ad adottare tutta una serie di misure economiche e sociali da parte di tutti gli stati. Pensiamo al problema dei milioni di morti provocati dei morti. Un problema di massa che va fronteggiato con l'intervento pubblico quindi quello delle vedove e degli orfani. Anche gli invalidi sono un problema perch non possono essere immessi subito nella produzione. Ci sono poi i problemi indiretti: c' per esempio lo sconvolgimento della realt economica precedente la guerra con i fenomeni di crisi successivi al conflitto. In Germania questo ha una caratterizzazione radicale, uno shock autentico: c' la scomparsa del valore della moneta precedente della guerra. C' una fortissima inflazione che porter alla costruzione di una nuova parit monetaria. una situazione che va a distruggere tutti i risparmi precedenti la guerra. Per esempio vengono a non valere pi niente molti sistemi pensionistici costruito con il sistema bismarckiano. Il crollo di valore dei fondi pensionistici crea di necessit un intervento da parte dello stato. La necessit di fronteggiare la crisi del dopoguerra comporta dunque un intervento statale. C' poi, in prospettiva, un terzo fenomeno che va tenuto in considerazione e che crea le condizioni affinch gli stati occidentali si pongano con maggior seriet e interesse il problema delle condizioni delle classi lavoratrici, ed la rivoluzione russa. il crearsi di un modello concorrente a quello occidentale che per un lungo periodo sar un modello per il proletariato occidentale. Creer subito tentativi rivoluzionari da parte del proletariato occidentale. Il comunismo orientale un modello che costituisce un mito, uno strumento di riferimento per il proletariato occidentale. Si crea quindi quest'altro problema: affrontare i problemi del proletariato occidentale affinch non cada preda della propaganda rivoluzionaria, del mito del comunismo. Secondo molti storici del welfare state la presenza della guerra fredda e del modello sovietico costituir una delle ragioni di fondo per realizzare le riforme di carattere sociale. Questo il quadro. Gi nell'immediato dopoguerra ci sono interventi dello stato per assicurare scuola, diritti, sopravvivenza dignitosa agli orfani, tentativi di controllare i livelli dell'occupazione affinch ci sia riassorbimento della disoccupazione creata dal rientro di parte della forza lavoro dal fronte etc. C' anche una teorizzazione. Tutto questo serie di progetti di politiche sociali cominciano ad incarnarsi, in modo pi ampio e sistematico rispetto a quanto non fosse avvenuto nell'800, nelle carte costituzionali. Questo avviene soprattutto con la costituzione della repubblica di Weimar, scritta nel 1919, che ha due obbiettivi principalmente. La maggioranza governativa in Germania nella repubblica appena proclamata di tipo socialdemocratico, e quindi risente sia dei problemi del dopoguerra sia della concorrenza con il comunismo. Di fronte a questa situazione, la costituzione della repubblica di Weimar sente l'esigenza di costruire un programma molto esteso di interventi di carattere sociale per la repubblica appena nata. Per esempio, la prima costituzione occidentale a scrivere solennemente il diritto al lavoro. C'

il diritto alla salvaguardia della salute e della capacit di lavorare (quindi impegno dello stato contro malattie e infortuni). C' per la prima volta la tutela della maternit. C' il sostegno economico alla vecchiaia. C' il controllo dello stato sulla suddivisione della propriet terriera, cio la riforma agraria. Con la fine dell'impero va in crisi la casta una delle ossature sociali del vecchio impero guglielmino: la nobilt prussiana. Affinch il tramonto del dominio feudale non vada a vantaggio di una nuova forma di grande propriet, lo stato viene indicato come il soggetto che deve controllare fortemente questo passaggio in modo che le terre vadano in mano ai lavoratori, per creare la piccola propriet coltivatrice. La costituzione di Weimar prevede il riconoscimento di fronte a tutti delle clausole stabilite dai contratti collettivi di lavoro, che vengono ad assumere forza di legge, impegnando anche coloro che non sono iscritti ai sindacati. Sono riconosciuti, come ultimo aspetto, i consigli operai, le associazioni operaie nelle fabbriche. Questi consigli non sono un soggetto contestativo, ma partecipativo: devono avere un ruolo riconosciuto, istituzionale nell'organizzazione del lavoro all'interno delle imprese. Devono avere un ruolo di contrattazione interna alle fabbriche. Il riconoscimento costituzionale dei consigli in vista anche di una futura cogestione: partecipazione dei lavoratori associati nella gestione anche del capitale dell'impresa, non solo dell'organizzazione del lavoro. Tutto questo non baster a salvare la repubblica di Weimar. Questo impegno di carattere sociale costituir un forte impegno economico da parte dello stato. Nel periodo fra le due guerre ci sar un'ulteriore tracollo sul piano economico per il mondo occidentale: la crisi del '29. L'effetto sociale pi grave di tale crisi sono i milioni di disoccupati del mondo occidentale. Allora dopo la grande crisi l'intervento dello stato ripensato non solo per quanto riguarda tutto l'apparato previdenziale, ma legato soprattutto al diritto al lavoro e al ruolo che i governi possono occupare di fronte alle crisi occupazionali. Si creano qui soprattutto due modelli che agiscono in particolare negli anni '30. C' la linea che vuole lo stato attivo nel creare nuovi posti di lavoro, attraverso i grandi progetti pubblici. il modello scandinavo, che si realizza particolarmente in Svezia, e pone le basi di uno degli stati sociali pi compiuti dopo la seconda guerra mondiale. Ma anche la linea principale d'intervento degli Stati Uniti d'America. Fino agli anni '30 gli Usa sono rimasti ai margini dello stato sociale vero e proprio. Ci sono stati interventi pubblici quasi esclusivamente riguardanti l'infortunistica, sulla spinta di una forte iniziativa sindacale, per in gran parte i problemi della classe lavoratrice sono stati demandati al mercato o fatti oggetto di accordi fra organizzazione sindacali, dei lavoratori e imprenditoriali. un mondo particolare: per un lato c' l'individualismo tipico del capitalismo americano, per un altro ci sono stati le grandi presenze dell'organizzazione sindacale; ma finora c' poco stato. La grande crisi modifica il quadro. C' la formazione del famoso new deal nel periodo roosveltiano, la cui realizzazione pi significativa sono quelle grandi opere pubbliche destinate a riassorbire la disoccupazione, con tentativi di dirigismo statale piuttosto significativo. Corollario importante delle grandi opere pubbliche che per concorrere le imprese alla realizzazione di quelle opere devono assicurare una serie di condizioni ai lavoratori stabiliti dallo stato. C' questo modello scandinavo e americano: azione dello stato per creare nuovi posti di lavoro. C' invece poi la reazione pi tradizionale del mondo tedesco e inglese, che quella di non intervenire significativamente con gli investimenti pubblici, ma di aspettare il rilancio del mercato e nel frattempo intervenire con misure di salvaguardia a sostegno dei disoccupati. Nel corso dei due decenni che dividono le due guerre mondiali si comincia poi a formare uno stato sociale anche nei regimi che costruiscono un sistema totalitario di destra: il regime del fascismo italiano e il nazismo tedesco. Sperimentano tutti e due questi modelli: un intervento crescente da parte dello stato con obbiettivi di carattere sociale. Per esempio, la Germania nazista recupera la tradizione sociale iniziata con Bismarck delle assicurazioni obbligatorie, rinforza l'intervento finanziario dello stato, aggiunge l'obbligo delle assicurazioni anche per i lavoratori autonomi. C' un grande intervento anche finanziario e organizzativo in ambito della salute, di prevenzione della malattia. Sono interventi che assumono sempre pi un carattere ideologico. Sono strettamente legati alle parole d'ordine e ai fini del regime. Per esempio la politica legata alla salute assume un carattere dichiarato di tipo eugenetico. Si garantisce la salute migliore della popolazione tedesca, e ci assume carattere apertamente razziale. L'assistenza medica per esempio esclude la parte ebraica della popolazione dagli stessi diritti. Il concetto di razza ariana diventa un'importante limitazione di carattere ideologico, che agisce su tutto l'intervento dello stato: la politica scolastica, sanitaria, sulla maternit etc. Si tutela la maternit non perch sia un diritto ma perch un dovere, legato a dare figli alla patria. Anche la politica sulla maternit quindi una politica ideologica, selettiva. Anche nell'Italia fascista ci saranno tutta una serie di interventi di disciplina da parte dello stato in ambito di vita sociale della nazione, con forte carattere ideologico (basti pensare, per esempio, all'inquadramento dei giovani, ideato non tanto per garantire il diritto all'istruzione, ma per costruire una visione culturale legata alle intenzioni del regime). Il discorso di carattere ideologico che sostiene in un'ottica del pensiero di destra europeo le riforme sociali basato sull'obbiettivo di inserire una classe tradizionalmente estranea all'ordine nazionale nel quadro di fedelt alla nazione. L'obbiettivo di tutte queste politiche smussare le tendenze rivoluzionarie del proletariato e inserirle in un quadro organico e armonico di politica nazionale. Il problema del proletariato non rimandato al mercato, ma diventa oggetto di politica nazionale. Proprio per questo opportuno che tutto questo lavorio che avviene fra queste due guerre anche in termini di procedure oggettive sul piano ideologico viene ricondotto al pensiero nazionalista europeo. Il pensiero nazionalista europeo ha due versanti nazionali.

Il nazionalismo francese MAURICE BARRS Ha un origine repubblicana, quasi di sinistra come pensatore politico. socialisteggiante. Negli anni '80 dell'800 esordisce in ambito politico con queste posizioni di sinistra. Scrive 2 o 3 memorie sul centenario della rivoluzione di stampo nettamente repubblicano, distinguendosi per dalla repubblica in essere in quel momento in Francia (cio la terza repubblica). La repubblica descritta nei suoi scritti come la repubblica del compromesso, della borghesia e non del popolo. C' una forte critica antiborghese. Scrive pezzi quasi giacobini di esaltazione di una repubblica pi aperta alle istanze popolari che era quella dell'origine dei rivoluzionari francesi. C' una critica alla parte borghese della tradizione repubblicana francese e invece un richiamo ai valori popolari, che significa richiamarsi anche alle riforme sociali. Per esempio, negli scritti degli anni '80-'90 appaiono sovente richiami alla necessit di costruire un sistema pensionistico decente. C' un richiamo all'imposta progressiva, all'intervento della politica nell'organizzazione del lavoro industriale, al controllo dell'organizzazione delle aziende affinch non siano un nemico dei loro lavoratori. C' il tema dell'educazione operaia, che non riguarda solo i figli degli operai, ma anche i lavoratori stessi. Barrs progressivamente, gi dall'inizio degli anni '90, comincia ad assumere anche un carattere nazionalista. Tutto questo comincia ad essere richiesto per i lavoratori francesi, per il proletariato francese. Si comincia a richiedere la protezione dei lavoratori francesi di fronte agli stranieri. Si inizia ad eccentuarsi questo aspetto nazionalistico. Fra l'altro in questo periodo Barrs si avvicina a Boulanger. Ci sono i primi segni di un discorso che rimane d'ispirazione sociale (anche il Boulangismo era un movimento popolare), ma comincia a radicalizzare sempre pi l'elemento nazionalistico, che ha anche l'elemento razziale. Contro la tradizione della nazione aperta propria dei rivoluzionari francesi, il nazionalismo di fine '800 comincia a dire che francese significa figlio di un francese, sangue francese, tradizione e cultura francese, non significa solo stare in Francia da qualche generazione. Quindi si difende il popolo in quanto popolo francese, la classe operaia in quanto classe nazionale. Nel '92-'92 Barrs scrive un pamphlet dal titolo Contro gli stranieri, in cui richiede prima di tutto di difendere il lavoro francese dagli immigrati. Cominciano a manifestarsi i primi elementi di una cultura nazionalista. Oltre alla difesa del lavoro francese, c' una critica contro gli aspetti cosmopolitici, internazionalisti del capitalismo. Il capitalismo per vocazione cosmopolita, non nazionale ovviamente quello ebraico. Ecco che, di fronte a queste immagini che partono dal pensiero sociale, si comincia a costruire un'immagine, che sar molto forte nel nazionalismo francese, di tipo antisemitico. Questo discorso di carattere antisemitico nasce attraverso considerazioni di carattere sociale ed economico che affermano la necessit di difendere il lavoratore francese dalla concorrenza del lavoratore straniero, poi anche dalla sua borghesia. Continua questa vena populista e antiborghese in Barrs che gli fa dire che dobbiamo difendere l'elemento nazionale dalla borghesia riconducendo parte della borghesia alle sue responsabilit nazionali. Ma c' una parte della borghesia che tradizionalmente dipinta dalla cultura di destra senza patria: il capitalismo giudaico, degli ebrei. Da qui la costruzione di una dottrina di tipo antisemita. L'antisemitismo sar uno dei cementi di carattere ideologico del nazionalismo francese. Va ricordato anche che c' un antisemitismo di sinistra che ogni tanto fa capolino nel pensiero francese che ce l'ha con gli ebrei non perch sono ebrei ma perch rappresentano tradizionalmente l'immagine del capitalista, che, secondo una visione di estrema sinistra, lo sfruttatore del popolo. C' un antisemitismo in personaggi moderati come Proudhon, August Blanqui (antisemita per ragioni di classe). Barrs un po' reintroduce questo filone. Cerca di raccordare alcuni elementi di tradizione della sinistra: giacobinismo, anti borghesismo, esaltazione del popolo, anche della costruzione di una cultura politica popolare, di una idealit politica a misura del proletariato, che uno dei grandi compiti dell'intellettuale in politica secondo Barrs. Anche le riforme hanno un senso non se rimangono fini a se stesse, o isolate l'una dall'altra, ma se si ricompongono in un ideale. Possiamo richiamare il proletariato a lotte parziali, per un sistema pensionistico, per le 8 ore lavorative, per imposte progressive, per la difesa del posto di lavoro, per il popolo ci seguir, scrive Barrs, se sapremo ricondurre questi elementi parziali in un immagine generale di carattere ideale: la lotta per qualcosa di superiore, la lotta che costituisca un ideale. Alle classi lavoratrici dobbiamo offrire un ideale. Altri offrono il socialismo, la rivoluzione, Barrs dagli anni '90 in avanti comincia ad offrire la nazione. Il grande ideale da richiamare anche per le classi lavoratrici la costruzione dell'armonia nazionale, la grandezza della Francia. Il momento nazionale assume sempre pi rilievo fino alle opere mature del nazionalismo di Barrs, che sono scritte a cavallo fra i due secoli, rimanendo sempre per (a differenza di Morras), anche quando assumer una posizione reazionaria rispetto alla terza repubblica, un repubblicano. Mentre Morras si augurer la restaurazione della monarchia, Barrs rimane sempre fermo all'idea repubblicana. Ormai la repubblica fa parte del genio francese, quindi nel momento in cui si d una grande idealit al popolo occorre rimanere fermi al principio repubblicano, ormai incorporato nel genio del popolo francese. Per la vera idea repubblicana non la repubblica degli affaristi al potere. l'idea repubblicana da ricostruire partendo da queste considerazioni che guardano al popolo rinnovato, alla nazione rinnovata. Questo quello che sorregge le sue grandi opere di carattere nazionalista che scrive in questo periodo. un ciclo di romanzi, 3 o 4, che poi avranno un titolo comune: L'energia nazionale. Vedono la luce fra il 1897-1902. C' poi un'opera di carattere teorico che si intitola Scene e dottrine del nazionalismo, che vede anch'essa la luce nel 1902. Una delle linee conduttrici di queste opere fortemente nazionaliste di Barrs costituita dalla contestazione del valore

della libert, visto soprattutto nel suo versante individuale come libert dell'individuo, a cui Barrs contrappone il concetto di necessit. Nella sua visione necessit significa che l'io, il soggetto, non libero nelle sue azioni, non svincolato dalle sue appartenenze, ma necessariamente condizionato, ispirato, da quelle che sono le sue appartenenze collettive. La pi importante di queste appartenenze in cui l'io si trova necessariamente ad agire la partecipazione alla storia del popolo. Ognuno di noi in qualche misura determinato dall'appartenenza alla storia di uno specifico popolo, di una nazione. Il primo elemento importante quindi questa polemica contro l'individualismo, contro la libert individuale, quando contraria a qualsiasi legame nazionale e storico. In effetti, in particolare in uno dei romanzi che compongono l'Energia nazionale, Gli sradicati, la descrizione proprio questa: giovani della periferia francese che si illudono di andare a realizzare se stessi a Parigi e si trovano senza radici, finiscono per essere dei falliti e degli alienati, e ritornano come sconfitti all'ambiente iniziale, in cui possibile ritrovarsi in continuit con la tradizione. La nazione fatta di diverse generazioni strettamente legate l'una all'altra. La nazione simbolicamente un corpo vivente, che si incarna in una generazione che segue l'altra, il che crea quel famoso legame di responsabilit, di unione fra le varie generazioni. Noi in qualche misura dipendiamo da coloro che ci hanno preceduti, anche nell'ambito della cultura e del pensiero. Quella che sembra la creazione di una generazione in realt ispirazione antica, continuazione di questo corpo vivente. Scrive Barrs che gli antichi parlano attraverso di noi: ci illudiamo di essere coloro che inventano le cose, ma i fondamenti sono sempre quelli, perci sono i progenitori che parlano attraverso di noi, e noi contemporaneamente abbiamo il dovere della responsabilit nei confronti di chi ci seguir. La nazione come corpo vivente un'immagine di carattere organicistico. Siamo necessitati da questa appartenenza di carattere nazionale. Strettamente collegato a questo, c' l'idea di energia concreta, che significa intervento nella storia. L'energia deve tener conto di questa continuit, di questo parlare dei nostri antenati attraverso di noi. Ci sono due aspetti che si legano strettamente a questa immagine dell'energia nazionale, proprio legato a questa continuit con il passato: il culto dei morti, primo momento importante di una cultura civile adeguata al nazionalismo; e, secondo aspetto strettamente legato al primo, la nostra vita dev'essere all'altezza del passato, degna della grandezza della patria, di quello che ci ha preceduto in questa successione tra generazioni, dentro per un'unica idea, che quella appunto della nazione. Culto dei morti, guardare al passato, mantenimento delle tradizioni nazionali: sono simboli che si sviluppano in questo periodo, tipici di ogni nazionalismo. Erano gi un culto positivista, ma avr tutta una declinazione patriottica, militarista, tradizionalista. Da questi culti verr tutta la ritualit del ricordo dei caduti della patria nel primo dopoguerra. Barrs ha un ruolo di primo piano nel costruire questo immaginario, questa ritualit di carattere patriottico. Questo carattere patriottico sfocia in una famosa definizione di nazione di Barrs: la nazione il possesso comune di un antico cimitero e di una eredit indivisa. Quindi c' la sottolineatura dell'elemento comunitario in ambito nazionale. L'eredit anche sul piano economico si presenta come indivisa: ci sono echi del passato socialista o socialisteggiante del passato di Barrs, che ora sono riproposti in un quadro nazionalista. Bisogna tenerci lontano da quelli che Barrs chiama astrazioni, e cio principi che non hanno la concretezza dell'esperienza nazionale e patriottica. Sul piano economico per esempio astrazione il capitalismo incondizionato, di tipo individualistico, senza nessuna responsabilit sociale. un'astrazione, un principio astratto, non segue la concretezza dei rapporti dell'individuo con la nazione. Spesso quest'astrazione appartiene ad altri, fuori dalla nazione, concetto del capitalismo internazionale, e non radicato nella tradizione. Questo capitalismo che si prefigura di essere svincolato dalle appartenenze nazionali non per nulla straniero, spesso giudaico, ebraico. Di qui la continuazione di parole d'ordine di tipo antisemita. Questa polemica contro l'astrazione individualistica in ambito economico non sfocia per nell'esagerazione opposta, cio nello statalismo: c' anche l un assolutismo che non funziona. un principio astratto, secondo Barrs, pensare di contrapporre all'individualismo capitalistico lo stato accentratore che concentra su di s nelle istituzioni nazionali tutti i poteri. Lo stato accentratore non funziona perch soprattutto l sul piano delle politiche nazionali si fa sentire l'influenza del parlamento. una polemica contro la terza repubblica. Nel parlamentarismo si fanno sentire alcuni dei difetti della politica nazionale: la corruzione, gli interessi economici nei servizi pubblici, il dominio dei non esperti. Quel possesso indiviso, comune dell'ereditariet economica, cultura e politica costituita nella nazione che si concentra nell'immagine del cimitero ha maggiore capacit di realizzarsi nella realt territoriale, nel piccolo luogo. Nella piccola provincia si ritrova l'autenticit delle relazioni di ristretto ambito, in cui maggiormente si manifesta la tradizione. La citt tende a distruggere, a creare modelli cosmopoliti, mentre il piccolo centro tende a essere pi custode della tradizione. Il piccolo centro quello pi legato al mondo contadino, che descritto come il mondo pi sentimentalmente, spontaneamente nazionale, legato maggiormente alla continuit, perch esso economicamente vive legato alla terra. Ci contribuisce alla creazione della terra in senso fisico come mito ricorrente del nazionalismo. Da qui poi la grande necessit di difendere il territorio nazionale, come simbolo fisico della continuit nazionale. L'essere attaccati alla terra anche economicamente che proprio del contadino significa essere attaccati alla dimensione fisica della nazione. Tutto questo ha risvolti anche di carattere economico sociale. Come si conducono le ricchezze? Barrs non reazionario per la politica, ma lo per in ambti della sua grande idealit economica. Disprezza l'industria come luogo del grande capitalismo, preferisce l'agricoltura, configurazioni tradizionali rispetto a ci che volto al progresso. In ambito economico inclina verso la nostalgia del mondo rurale del passato. La propriet e l'economia andrebbe organizzata su base locale, attraverso un'idea organizzativa fondamentalmente di tipo corporativo: creare in sede locale degli istituti legati alle municipalit in cui possano confluire le azioni organizzative in ambito economico sia dei proprietari che dei lavoratori; meglio ancora se la figura tipica del contadino francese che proprietari-coltivatori. Sulla base territoriale si annida meglio l'attaccamento ai valori patriottici. Lavoro e capitale devono avere un ruolo paritetico nell'organizzazione della vita economica.

CHARLES MAURRAS La rivista del movimento che fa capo a Maurras l'Action Franaise; diventer movimento politico nel primo '900 fino alla seconda guerra mondiale. Se Barres repubblicano, Maurras un filomonarchico, si augura il ritorno a una struttura del potere in Francia di tipo monarchico, come era prima del 1789. Su questo scrive una delle sue opera pi importanti: Inchiesta sulla monarchia, del 1901. Il vecchio Maurras far una sintesi di tutte le sue idee politiche che si intitoler appunto Le mie idee politiche e vedr la luce nel 1937, in cui omaggia molto il fascismo italiano come organizzazione politica pi vicina alle sue idee. Il pensiero di Maurras, pi di quello di Barrs, si identifica in negativo, come un pensiero polemico contro i valori della rivoluzione liberal-democratica dell'89, contro l'idea di autonomia dell'individuo. Quello che, secondo Maurras, hanno predicato i rivoluzionari dell'89 l'insurrezione dell'individuo, quindi l'individuo che in nome della sua libert non pi obbligato a obbedire, a mantenere ferma la sua adesione all'ordine generale. L'individualismo un atto di ribellione contro l'ordine storico. L'individuo come volont autonoma un'astrazione perch l'individuo in realt non libero, ma bilanciato dalla necessit. Maurras si dilunga su quali sono queste necessit vincolanti per l'individuo, e se egli non accetta questa continuazione compie un atto di insurrezione contro l'armonia della storia e del mondo. Il primo vincolo la tradizione. l'ereditariet, anche sul piano biologico. Mentre Barrs rimaneva su l piano del patrimonio culturale, Maurras indica anche i legami di sangue, razziali, tra quelli che ci obbligano alla continuit. Noi siamo non solo i continuatori di una tradizione culturale rispetto ai nostri antenati, siamo anche i loro figli e nipoti sul piano fisico, del sangue, e questo ci condiziona. Ci sono vaghi echi positivistici nell'Action Francaise. C' anche un filone positivista nazionalista che si appropria in modo abusivo della tradizione comtiana: si recupera il concetto di ereditariet etc, per ricondurlo a un discorso di carattere politico. Questi sono legami non solo politico culturali, ma anche etnici, razziali: ereditariet in questo senso. L'individualit astrazione, finzione, idea. La realt che noi come individui invece siamo dentro a tutto questo crogiolo di legami di sangue e culturali che sono sintetizzabili dalla nazione. Altra astrazione contro cui combatte la democrazia politica, che ha costruito un'altra finzione, che l'idea dell'uguaglianza fra gli uomini. una finzione, nel senso che gli uomini sono diseguali fra loro. Ma, al di l di questo, c' anche qui un problema di insubordinazione da sanare. Come la libert fa s che l'individuo possa obiettare nei confronti del potere, la democrazia, l'idea di uguaglianza, impedisce che nell'organizzazione politica si formi una gerarchia riconosciuta. Se siamo tutti uguali, nessuno pu arrogarsi il potere di guidare la politica nazionale. La democrazia impedisce la formazione di ogni ordine stabile, perch per Maurras esso ha bisogno della gerarchia e della disuguaglianza in favore dei migliori. Quindi c' una polemica contro i valori tradizionali della rivoluzione, e distacco esplicito da ogni costituzionalismo, cio da ogni regolamentazione per legge non solo dei rapporti politici, ma anche dei limiti d'intervento del potere politico. Questo perch la legge giusta non quella che viene votata secondo le regole, ma quella che ha riscontro nell'oggettivit, cio che risolve problemi oggettivi. Quindi la legge giusta non quella votata in parlamento, ma quella efficiente, che funziona, legata quindi ai problemi che vanno affrontati. Possono esserci poi molto cortocircuiti populisti e autoritari in osservazioni di questo genere. Problema economico-sociale, che ci che ci interessa maggiormente. Bisogna ritornare a uno spirito di sistema, a uno spirito nazionale tra diseguali, perch gli uomini e le classi sono diseguali tra loro, hanno diversi ruoli e diverse dignit. Questo significa sul piano sociale significa protezione dei pi deboli da parte dei pi forti. C' quindi un messaggio di carattere sociale anti-individualistico, anti-liberistico, legato all'idea che s si costruisce una gerarchia, ma le antiche gerarchie che fanno parte del genio nazionale (spesso era una visione edulcorata della realt della tradizione storica) avevano come sottofondo di principio che le le classi elevate hanno il dovere della protezione dei pi deboli. Non li abbandonano alle loro difficolt sociali, ma li proteggono. Questa idea di protezione presuppone una specifica organizzazione politica: cerchiamo una organizzazione gerarchica. La forma di governo che meglio rappresenta lo spirito gerarchico la monarchia. A differenza di Barrs, Maurras sogna il ritorno alla monarchia, perch per lui la forma di governo che meglio rimette le cose a posto. Le cose a posto sono che le decisioni, cio l'autorit, si pongono in alto, l'obbedienza in basso. La democrazia invece vuole rovesciare questo, mettendo l'autorit in basso, perci non funziona. Questa una caratteristica che appartiene gi alla natura, ma appartiene anche alla storia, alla specifica storia della Francia. La grandezza della Francia per Maurras appartiene solo a epoche in cui hanno governato le monarchie. La monarchia ha poi tradizionalmente al di sotto un'organizzazione sociale basata sulle gerarchie, sul predominio dei migliori, delle classi pi elevate. Sono le vecchie classi dell'antico regime. L'aristocrazia dev'essere formata dai nobili di sangue e dal clero cattolico. La monarchia quindi mantiene sotto di s una societ gerarchica, basata sul dominio delle classi privilegiate dell'antico regime: nobili e clero. Sono queste classi che devono riprendere un ruolo significativo anche in ambito economico. Anche in economia occorre un sistema gerarchico: dominio e ordine realizzato da chi comanda, dai superiori. Occorre il corporativismo: vede l'esperienza italiana e la esprime concettualmente. L'idea corporativa il riunire sotto la guida di chi ha maggiore dignit di carattere sociale la gestione della vita economia. Le corporazioni sono da stabilire in sede territoriale e locale. In pi rispetto a Barrs, Maurras aggiunge la necessaria presenza (oltre al capitale e al lavoro) di un soggetto mediatore, il clero cattolico, che ha una necessaria influenza verso le classi popolari, perch il cattolicesimo media fra le varie classi, addolcisce i costumi delle classi superiori, alle quali indica l'attenzione per i poveri per le classi inferiori. Il cattolicesimo richiamato anche come elemento di ordine nella societ. C' quindi un richiamo forte non solo simbolico ma anche organizzativo al sistema corporativo, che ha come compito fondamentale proprio quello di proteggere i pi deboli, di inserire il proletariato nel quadro nazionale, smussandone le spinte rivoluzionarie. Per far questo ne vanno risolti i problemi materiali del proletariato: occorre

grande attenzione per i salari, per la sicurezza del posto di lavoro etc, che non lo stato sociale della III repubblica, che pure fa riforme di carattere sociale, perch quello stato sociale a basa ugualitaria e quindi supera le distinzioni fra le classi. Invece questo stato sociale, questa attenzione per le condizioni di vita delle classi lavoratrici sempre legato alla distinzione dei ruoli, all'elemento disegualitario, gerarchico, che costituisce il perno di un sistema di tipo nazionalista che guarda molto al passato. Il nazionalismo italiano Le esperienze concrete delle politiche sociali in Italia da parte della destra si concretizzano nel regime fascista. Mettiamo alcuni punti di carattere generale per illustrare poi alcuni aspetti legati esclusivamente all'organizzazione economica-sociale e all'idea di protezione delle classi lavoratrici nell'ordine nazionale. Riguardo a questo tema, una prima cosa introduttiva il profilo ideologico dichiaratamente eclettico della cultura fascista. La cultura fascista raccoglie spunti che provengono da varie direzioni. Fra queste, molto sono quelle che sono in grado di ispirare politiche di carattere sociale e attenzione per i rapporti fra capitale e lavoro. Negli anni '30, in fase avanzata della pubblicazione dell'enciclopedia Treccani, che una delle grandi realizzazioni culturali del fascismo, si pone il problema di stilare la parola fascismo. A Gentile viene l'idea di affidarla Mussolini. Alla voce fascismo dell'enciclopedia italiana proprio tutta orientata all'eclettismo della tradizione culturale del fascismo. In questo eclettismo Mussolini indicava la forte presenza di tre fonti di ispirazione, tutte e tre utilizzabili per il nostro discorso, che poi continuer in riferimento ad alcuni autori. Prima fonte di ispirazione il nazionalismo. Si tratta del nazionalismo italiano, uno degli elementi entrati organicamente nel movimento prima e nel partito fascista dopo, ma pi in generale il nazionalismo europeo, in particolare quello francese: Mussolini fa riferimento esplicito all'Action Francaise. Riprende da esso proprio il progetto dell'inserimento del proletariato nell'ordine nazionale. Questo inserimento il grande problema sia del nazionalismo francese che italiano. Quindi primo elemento la tradizione nazionalista, che per il pensiero sociale significa affrontare la questione operaia perch in quella prospettiva c' la possibilit di inserire il proletariato nell'ordine nazionale. Secondo filone della cultura fascista il sindacalismo, specie quello italiano di primo '900. Molti sindacalisti erano passati al fascismo: non tanto i gruppi dirigenti della Cgil, ma tutto quel movimento sindacalista spontaneo nato nel primo '900 che si era autodefinito anarco-sindacalismo o sindacalismo rivoluzionario era in parte confluito nel fascismo dopo la prima guerra mondiale. Esso porta al fascismo la sensibilit per il tema sindacale e per l'incidenza dei problemi del lavoro in qualsiasi configurazione di temi politici contemporanei. Il filone sindacalista porta ovvia, immediata attenzione al tema del lavoro, in modo poi pi o meno conflittuale all'interno del fascismo. In certi periodi i rapporti tra regime e sindacati sono stati piani, in altri problematici, soprattutto quando il sindacato assume un ruolo di protesta. Terza indicazione, quella che un po' anche patente ufficiale della cultura altra del fascismo, la filosofia di Gentile, cio l'attualismo gentiliano, che aveva come obiettivo quello di risolvere e superare la scissione propria della cultura liberale tra individuo e stato, tra individuo e collettivit. la ricerca di una cultura politica e di una azione politica capace di ricondurre le aspettative dell'individuo non in un individualismo esasperato, che rifiuta la dimensione statale, ma che invece entri in armonia con le esigenze anche di autorit propria dello stato. Ricerca di una filosofia politica e poi di una pratica politica che metta insieme aspettative individuali ed esigenze statali, sempre all'interno di un quadro autoritario. Un po' tutti questi filoni (nazionalismo, sindacalismo, attualismo gentiliano) finiscono per confluire nella proposta politico-economica pi significativa del periodo fascista, in cui il fascismo italiano segna in parte una certa originalit: la proposta corporativa. Si tratta di costruire istituti di disciplina dei rapporti economici sia nell'agricoltura sia nell'industria, disciplina basata sulla partecipazione a queste istituzioni sia dell'elemento del capitale sia dell'elemento del lavoro: capitalisti da una parte e lavoratori dall'altra. Devono intervenire in questi istituti di disciplina come soggetti associati, non come rappresentanze individuali. Quindi il titolo per entrare nel sistema corporativo diventa il sindacato, l'appartenenza sindacale, che dovrebbe valere sia per lavoratori che per imprenditori. (Quindi la disciplina del lavoro e dell'impresa costruita attraverso la mediazione delle organizzazioni sindacali e all'interno di questo costruzione di un sistema di tipo corporativo). Tutto questo richiamo ai sindacati da un certo punto in avanti comporta per un regime di sindacato unico, quindi il superamento della libera dinamico sindacale dal 1926 quando solo i sindacati fascisti sono legittimati ad agire. Questo il quadro ideologico verso cui si muove il pensiero sociale all'interno del regime fascista. Vediamo ora alcuni autori che incidono maggiormente nella configurazione dell'idea corporativa e delle politiche sociali connesse al corporativismo (ricordiamo l'organizzazione dell'infanzia, l'inquadramento dei giovani, il sistema pensionistico pubblico, il diritto alle ferie pagate). Prima cultura da richiamare anche livello nazionale italiano il nazionalismo. La componente nazionalista forse ancor pi di quella sindacalista agisce fortemente prima nel costruire le categorie politiche su cui poi si muover la politica economica fascista e poi nel gestire parte di questa politica, almeno sul piano giuridico. Questo importanza del filone nazionalista anche nella gestione dei sistemi giuridici del fascismo rappresentata da Alfredo Rocco. ALFREDO ROCCO Rocco un giurista di formazione nazionalista noto per il codice Rocco, che un codice penale. Ma stato a lungo, soprattutto negli anni '20, il grande regista di tutta la legislazione fascista, non solo quella penalista. A Rocco in parte va fatta risalire anche quello che sul piano progettuale pi che effettivo il grande manifesto in ambito sociale del fascismo, cio la carta del lavoro, adottata nel 1927. Sono due le persone che pi ci lavorano: uno Giuseppe Bottai, ministro delle corporazioni a cavallo fra gli anni '20 e '30, che un po' il suggeritore politico della carta del lavoro, e

l'altro, che il suo sistematore giuridico, appunto Alfredo Rocco. Rocco approda al fascismo dal nazionalismo organizzato: un fondatore del movimento nazionalista italiano, e sul piano dell'ideologia nazionalista da lui espressa un momento importante uno scritto del 1914 intitolato Che cos' il nazionalismo. Poi ci sono una serie di interventi successivi, sulla stampa e nei discorsi. Anche in Rocco il nazionalismo si identifica in negativo, come opposizione ai valori della rivoluzione francese, come Maurras. Anzi, allarga il campo dei nemici, degli avversari del nazionalismo. Partendo dai valori della rivoluzione francese mette in campo anche quelli che secondo lui sono stati continuatori, nel corso dell'800, di tali principi. Sono 4 le correnti politiche contro cui il nazionalismo deve combattere: l'idea nazionale, scrive Rocco, si oppone congiuntamente al liberalismo (l'idea dell'individuo libero), alla democrazia (il tema dell'uguaglianza in politica), al socialismo (quindi superamento di ogni distinzione anche in ambito economico) e anarchismo. Sono quattro i nemici dell'idea nazionale, secondo Rocco tutti sviluppi pi o meno continuati della rivoluzione francese. Perch l'idea nazionale li combatte? Perch sono ideologie che conducono inevitabilmente da un lato alla disgregazione, disgregando qualsiasi appartenenza collettiva, creando situazioni sociali di individualismo, di mancata compattezza, spingono l'attenzione ai soli interessi contingenti, materiali. Il socialismo in particolare viene indicato come responsabile di un basso materialismo nella visione del mondo di chi accetta quell'ideologia. Pi in generale, tutti e 4 conducono al rifiuto dell'autorit. L'idea nazionale vuole invece costruire invece un principio legato all'autorit. Queste 4 ideologie impediscono che si crei un forte stato nazionale, mentre il forte stato nazionale una esigenza della modernit. Non solo la nazione e lo stato nazionale; ma anche uno stato nazionale forte, compatto, coeso. Questo perch la modernit fatta di competizione fra stati. Sul piano internazionale c' gi in atto un conflitto che caratterizza tutta la modernit, che un conflitto non solo di carattere politico, ma anche per il controllo dell'economia mondiale. Di fronte a questa contesa internazionale, occorre quindi uno stato nazionale forte, che abbia in s il carattere dell'autorit, della disciplina, della gerarchia, del sacrificio nei confronti prima della nazione, dei doveri prima dei diritti. Tutto questo avviene in una rappresentazione della societ che complessa in Rocco, in cui la nostra vita sociale ha anche una dimensione di carattere individuale. C' una serie che dall'individuo conduce alla famiglia, come societ nazionale, da essa alla municipalit, che l'organizzazione di carattere territoriale, e dalla municipalit fino allo stato nazionale. Ma il soggetto forte di questa serie non l'individuo, bens lo stato. il soggetto forte a cui dobbiamo fare riferimento per costruire un sistema gerarchico, basato sull'autorit. uno stato in cui le decisioni sono rappresentate al vertice, cio nella dimensione statale di questa serie. Questo particolarmente importante, perch la storia in generale, e la storia moderna in particolare, il campo di una lotta fra il principio di organizzazione, rappresentato dallo stato, e il principio di disgregazione. La disgregazione avviene attraverso l'individualismo. Occorre che l'individuo sia ricondotto a quelle varie esperienze sociali, e in particolari all'obbedienza dello stato, perch lo stato che rappresenta l'organizzazione. Societ nazionale e stato sono secondo la cultura nazionalista organismi viventi, che si perpetuano, che continuano nella storia attraverso le varie generazione. Rocco a questo tema che era proprio anche dei nazionalismi francesi aggiunge l'immagine che come tutti gli organismi viventi, le societ nazionali e gli stati nascono, crescono e poi decadono, muoiono. C' in questi organismi viventi una fase ascendente e una fase discendente. Per mantenere o costruire la fase ascendente, avendo successo nelle lotte internazionali, occorre accentuare l'organizzazione dello stato. Il campo internazionale il campo della lotta fra nazioni organizzate e nazioni disorganizzate. Vincono le nazioni organizzate, che sono quelle che accentuano il tema dello stato, e all'interno di questo accentuano il tema del governo, l'autorit. Il messaggio politico evidente: se volete perdere sul campo internazionale, coltivate pure il socialismo, l'anarchismo, quelle ideologie che spingono verso la rottura, la concorrenza interna. La vera realizzazione del compito della nazione si ricerca sul piano della lotta esterna. l che avviene la competizione. Per essere vincenti, bisogna essere organizzati, compatti, coesi. L'individuo deve essere ricondotto all'ordine nazionale; ma anche le classi devono essere ricondotte ad un'armonia sociale ed economica sotto il valore della nazione. Queste sono tutte le sfide che si presentano al nazionalismo e che comportano la necessit di inserire il proletariato all'interno dell'ordine nazionale. Rocco ha varie proposte in questo senso. Il nodo pi importante dunque quello della contrapposizione sul piano internazionale fra nazioni organizzate e nazioni disorganizzate. Il mondo visto come luogo di competizione, che sono destinate a vincere le nazioni con una maggiore organizzazione. L'istanza dell'organizzazione di carattere nazionale richiede l'inserimento nell'ordine nazionale del proletariato. La costruzione di una nazione organizzata richiede l'inserimento del proletariato nell'ordine nazionale. il solito obbiettivo del nazionalismo, quello di ricondurre all'interno della dinamica nazionale una classe che si distinta per tutto l'800 per le sue tensioni rivoluzionarie. Ci sono 3 mezzi, scrive nel '14 Rocco, per costruire questo inserimento. Prima di tutto il corporativismo. Secondo elemento la nazionalizzazione dei sindacati, sia operai che imprenditoriali. Questo inserimento delle classi produttive nell'ordine nazionale pi facile da ottenere le organizzazioni sindacali, non attraverso gli operatori economici che si presentano svincolati, individualistici. Nazionalizzazione nel senso di sottolineare che i sindacati appartengono all'ordine nazionale, non sono organizzazioni autonome dal quadro della costruzione della nazione. Gi esistevano organizzazioni in questo senso, l'obbiettivo di Rocco di nazionalizzarle. Rocco ipotizza anche l'obbligo dell'iscrizione alle organizzazioni sindacali sia per i lavoratori che per gli imprenditori: questa porre questa appartenenza non pi come facoltativa. Quindi inquadramento sia degli imprenditori sia dei lavoratori nelle organizzazioni sindacali. Terzo elemento il protezionismo. Una delle forme della lotta della competizione economica internazionale nel passaggio fra '800 e '900 quella attraverso le tariffe protezionistiche. Proteggere attraverso la leva fiscale i prodotto nazionali vuol dire indirettamente proteggere il lavoro nazionale. un elemento che introduce il proletariato nell'ordine nazionale.

Questi sono i temi enunciati da Rocco nel '14. Fino agli inizi degli anni '30 il grande regista della legislazione fascista: la sua realizzazione pi nota il codice penale, ma lavora anche sulla legislazione sindacale. Con la legislazione sindacale del '26 Rocco ha l'occasione di tradurre alcuni dei suoi principi di riorganizzazione del mondo produttivo in termine di giurisdizione. Quali sono i pilastri di questa legislazione sindacale? Sono articoli di legge ma anche concetti politici: 1. il riconoscimento dei sindacati come persone giuridiche di diritto pubblico. Quindi non associazioni private, ma riconoscimento pubblico dei sindacati attraverso l'istituto della registrazione, che un atto giuridico con cui il governo autorizza un determinato sindacato ad agire. per un altro verso anche un marchingegno sul piano giuridico per non mettere fuorilegge apertamente i sindacati liberi, ma costruire un quadre nel quale il governo riconoscer un unico sindacato: il suo. 2. Il valore universale dei contratti collettivi, ovviamente se sottoscritti dai sindacati riconosciuti. 3. Il principio che i conflitti del lavoro vengono obbligatoriamente demandati, per la loro soluzione, ad una magistratura specifica: la magistratura del lavoro, che nasce in questo periodo. I conflitti di lavoro diventano oggetto di un'azione della magistratura, e non pi di una lotta fra le classi sociali. A fronte di questo rinvio del conflitto del lavoro, la legislazione del '26 istituisce il divieto di sciopero e di serrata. Rinvio obbligatorio, di fronte a ogni conflitto, alla magistratura: non sono pi riconosciute le tradizionali forme di organizzazioni sindacale, sciopero e serrata. Questi sono i temi affrontati da Rocco. Il tema dell'inserimento del proletariato nell'ordine nazionale per meglio competere sul campo internazionale si traduce da un certo punto in avanti, negli anni che preludono alla prima guerra mondiale, nel mito dell'Italia nazione proletaria. nazione proletaria perch non ha possessi coloniali nello scacchiere internazionale, e perch la sua forza maggiore il numero dei suoi lavoratori. Questo mito comincia a crearsi anche come parola d'ordine politica in Italia soprattutto in connessione con la guerra di Libia. Con la nuova missione coloniale dell'Italia si costruisce questo mito della nazione proletaria, che raggiunge anche qualche frangia della cultura socialista (Pascoli: La grande proletaria s' mossa). Questo mito comporta anche scambi di immagini fra nazionalismo e socialismo. In ambito nazionalista quello che insiste maggiormente su questi temi un altro autore, giornalista e scrittore, pi adatto a creare immagini mobilitanti. Enrico Corradini. ENRICO CORRADINI in origine l'animatore del nascente movimento nazionalista. Lavora nelle riviste fiorentine di primo '900, Il Regno in particolare, e poi nel 1910 il regista del primo congresso nazionale del movimento nazionale, che non a caso si tiene a Firenze. Questo autore si impegna a costruire questa immagine proletaria della nazione italiana, sempre in vista dello sbocco verso l'esterno, del carattere internazionale della competizione. Esempio di questo discorso che si muove verso l'esterno: nel congresso di Firenze del 1910, Corradini che legge la relazione introduttiva indica in 3 le urgenze pi immediate per la nazione italiana. Queste urgenze sono: la scuola, il rinnovamento dell'istruzione in senso nazionalista ma anche con maggiore coinvolgimento delle classi popolari; le terre irredente (Trento e Trieste); l'emigrazione, che fra fine '800 e inizio '900 diventa un enorme problema per l'Italia, che vede uscire dal suo paese milioni di lavoratori. Osserva Corradini che due questioni su tre sono questioni interne e anche questioni esterne. Le terre irredente vanno conquistate a chi le occupa, quindi a potenze straniere. L'emigrazione un problema che proietta l'Italia verso l'esterno. Si ritorna a quel collegamento fra l'armonia sociale da costruire attorno alla nazione e le politiche espansionistiche. Corradini si sforza di conferire a questi discorsi un linguaggio di carattere sociale. Vuole conquistare i sindacalisti. Su questi temi ruota un suo scritto intitolato Nazionalismo e socialismo (1914). Ci sono delle analogie fra questi due movimenti, hanno dei punti di vicinanza. Tutti e due si rivoltano contro il capitalismo individualistico. un nemico per entrambi. Secondo tratto che avvicina nazionalismo e socialismo la sensibilit che entrambi i movimenti hanno nei confronti delle sofferenze del proletariato. un tema sentito da entrambi. Una volta dette le analogie, Corradini si sforza di creare le linee di distinzione. Prima differenza: il socialismo vuole distruggere il capitalismo; invece il nazionalismo lo vuole ricondurre entro gli scopi della nazione. Seconda differenza: il socialismo interessato soprattutto alla distribuzione della ricchezza, pi che alla produzione. Trascurando il fenomeno della produzione, un movimento che tende a distruggere le basi produttive dell'economia nazionale. Il nazionalismo invece sa che per distribuire meglio bisogna anzitutto produrre di pi, quindi un movimento che costruisce. Altra differenza: il socialismo predica la lotta di classe, il nazionalismo la conciliazione fra le classi. Ultima differenza: il socialismo pensa di trovare le risorse per migliorare le condizioni del proletariato all'interno, togliendole ai borghesi, mentre le risorse autentiche per migliorare le condizioni dei lavoratori stanno all'esterno, vanno conquistate fuori dei confini nazionali. Basta pensare, sotto questa prospettiva, a tutta la propaganda anche mobilitante sul trovare posti di lavoro all'esterno: le colonie come luogo come luogo dove riallocare sotto il controllo italiano i lavoratori eccedenti. La colonia il luogo in cui muovere i lavoratori italiani, che sarebbero poi sempre in patria. Ci sono quindi molto differenze ma anche analogie. C' in comune il modo di dialogare con i sindacalisti. Anche con i sindacalisti il nazionalismo ha molte affinit. C' quasi un aristocraticismo comune: noi andiamo alla ricerca degli eroi, della grande dedizione alla causa nazionale; i sindacalisti vanno in cerca degli eroi della causa del lavoro, esaltano le qualit superiori applicate alla produzione industriale. Se loro dismettono i loro costumi di carattere internazionalista,

ma capiscono che i problemi del lavoro si risolvono dentro la nazione, si possono creare momenti di collaborazione. quanto avviene, per una parte, in merito al corporativismo. L'ingresso della parola corporativismo nel linguaggio politico italiano avviene per merito dei sindacalisti italiani di primo '900, come Arturo Labriola, uno di quelli che pi sistemano l'idea corporativa. presente questo motivo in Alceste De Ambris, figura alla guida dello sciopero di Parma. una delle guide riconosciute del sindacalismo rivoluzionario; ha occasione di proporre le sue idee anche in termini di progettualit politica a Fiume, dove collabora strettamente a D'Annunzio. De Ambris non aderir mai al fascismo, rimane ancorato a una posizione di sinistra e va in esilio volontario all'estero; per ha questa collaborazione. De Ambris scrive la prima stesura della costituzione della repubblica fiumana. L'idea appunto quella corporativa: il corporativismo come sviluppo del sindacalismo. In che senso? Il sindacalismo rivoluzionario nasce come organizzazione che difende i lavoratori contro le imprese capitalistiche, quindi coma forma di resistenza e lotta della classe operaia. L'organizzazione di istituti legati a vari settori produttivi, a cui si comincia a dare il nome di corporazioni, dovrebbe avere soprattutto questo significato: di fare delle associazioni dei lavoratori dei soggetti non solo di contestazione ma di organizzazione del lavoro e della produzione. In prospettiva, farne i proprietari del mondo produttivo. L'obbiettivo del corporativismo costruire istituti in cui si uniscano capitale e lavoro, a cui si d il nome di corporazione. Dovrebbe radunare anzitutto gli aderenti a un determinato mestiere, di un determinato settore produttivo. La corporazione legata alle appartenenze di mestiere e ai settori produttivi. Anche i sindacati sono nati cos. Nelle corporazioni i sindacati che rappresentano il lavoro dovrebbero essere in grado progressivamente di rappresentare sempre pi anche il capitale; e le corporazioni in cui si incontrano capitale e lavoro diventare i proprietari dell'impresa. Si tratta anche di socializzare il capitale, in questo modo. Occorre entrare in una dimensione collettiva e non pi individuale della propriet e gestione delle imprese. Questo l'obbiettivo del corporativismo socialista. Nel momento in cui si presenta come corporativismo fascista, molto pi timido: la corporazione il luogo in cui si discute il problema del lavoro. Non c' mai la fusione totale fra capitale e lavoro. L'impianto corporativo nasce dal sindacalismo. A un certo punto il nazionalismo e il fascismo se ne appropriano cercando di conferire aspetti non suoi: compattezza nazionale, spirito gerarchico. Il corporativismo sindacalista ha un'origine anche anarco-sindacalista: non ha l'idea che tutto venga ricondotto a una struttura nazionale; sul piano locale si creano le corporazioni, che mantengono un grado di autonomia. Nel momento in cui invece l'idea corporativa entra nella dimensione del nazionalismo, ovviamente deve fare i conti con la nazione: si mantengono alcune prerogative ideologiche delle origini, ma si tende a ripensarle all'interno della responsabilit nazionale. Non ci saranno pi le corporazioni in sede locale e basta ma anche un forte potere centrale che le organizzi. A proposito di corporativismo, vediamo la sua teorizzazione nel fascismo. Ci sono due personaggi che vanno richiamati: Bottai e Spirito. GIUSEPPE BOTTAI il primo ministro delle corporazioni fino agli anni '30, poi fu allontanato da questo ruolo perch effettivamente pensava che il sistema dovesse in primo luogo tenere in considerazione le esigenze dei lavoratori. Bottai importante per il ruolo politico, ma anche per quello teorico: insegna anche all'universit economia corporativa. Ha quindi anche la possibilit di teorizzare, scrivendo vari libri sul tema. Ricordiamo la realizzazione che Bottai sul piano giuridico progettuale realizza insieme con Rocco: la carta del lavoro. Viene approvata nel 1927. I principi fondamentali sono: anche in ambito economico la nazione superiore all'individuo. Questo significa principio del dovere del lavoro. Il lavoro una responsabilit nei confronti della nazione. Riconoscimento giuridico dei sindacati e dei contratti collettivi: recepimento dei principi della legge del '26. Istituzione delle corporazioni come luogo della disciplina economica e del lavoro. La propriet privata riconosciuta, legittimata, ma anche indicato che responsabile nei confronti della nazione. Non pi svincolata dagli obblighi nazionali. Possibilit per lo stato di intervenire nella vita economica della nazione o indirettamente o anche istituendo proprie imprese. Questa istituzione di imprese statali pu avvenire per scelte strategiche o in settori dove i privati sono manchevoli. Quindi spazio sul piano progettuale all'impresa pubblica. Bottai su queste cose teorizza in un libro L'economia fascista del 1930. L'economia corporativa viene esaltata come forma di opposizione all'economia liberale. L'economia corporativa presuppone e accetta il controllo dello stato, mentre quella liberale spinge verso l'autonomia degli operatori economici. Inserimento del proletariato nell'ordine nazionale era l'obbiettivo dei nazionalisti, viene ripreso spesso da Bottai, con una sottolineatura interessante: per inserire il proletariato nell'ordine nazionale non si fa appello al generico popolo, ma ai lavoratori come classe produttrice. Si fa appello ai produttori. C' una riscoperta in senso autoritario di Saint Simon: nell'ideologia corporativa del fascismo si ritrovano tutta una serie di parole-chiave saint simoniane. Il corporativismo, scrive Bottai, un nuovo contratto sociale. Questo un nuovo contratto sociale che ha anche una sua portata ugualitaria, non per di un ugualitarismo astratto (siamo tutti ugualmente cittadini, ma poi ognuno lasciato al suo destino in ambito sociale ed economico), ma un ugualitarismo concreto, che avviene nell'identificare il cittadino con il lavoratore. Il ruolo politico e sociale dominante non quello del cittadino, ma il cittadino in quanto lavoratore. Questa una qualit che propria potenzialmente di tutti, nel privilegiare in modo uguale il concetto di produttore, nell'accettare le diseguaglianze non basate sui privilegi e sulle tradizioni, ma basate sui meriti produttivi. Questo comporta tutta una serie di conseguenze.

L'individuo deve scomparire dal riferimento dell'economia corporativa. Al posto dell'individuo come soggetto economico dobbiamo mettere l'aggregato economico e professionale. Non si deve ragionare in ambito economico in termini individualistici ma in termini di aggregati. Ricercare nello stato la sintesi fra interessi economici e interessi etici. Tra gli interessi etici Bottai sottolinea l'importanza del salario, che deve essere adeguato alla dignit del lavoratore. Solidariet fra produzione e lavoro. Quindi Bottai convinto che sia possibile la convivenza fra la disciplina economica e il diritto di propriet riconosciuto agli imprenditori. Per occorrono istituzioni politiche adatte a costruire le condizioni di questa convivenza tra capitalismo e esigenze nazionali. Prima di tutto un ministero: il ministro delle corporazioni, a cui faccia riferimento tutta l'organizzazione corporativa nazionale. Poi organi rappresentativi: dei consigli corporativi, sia su scala nazionale, sia su scala territoriale. Il collocamento nel lavoro deve diventare pubblico, quindi introduzione degli uffici di collocamento statali. Tutto questo ha un senso nei confronti della nazione legato all'esercizio di diritti e di doveri. Diritti e doveri appartengono ai lavoratori, ma anche alle imprese. La logica dei doveri non riguarda solo il dovere del lavoro dei lavoratori, ma anche i doveri che gli imprenditori hanno nel momento in cui organizzano un'attivit produttiva: hanno il dovere un salario che sia adeguato, di dare contribuzioni, etc. Diritti e doveri sono dunque equamente distribuiti. Il tutto nell'obbiettivo dell'elevazione della classe lavoratrice. L'elevazione del lavoratore presuppone anche istruzione. Bottai come ministro dell'istruzione a fine anni '30 guider un importante riforma scolastica che riguarda soprattutto l'istruzione tecnico-professionale, mentre Gentile aveva fatto la riforma dei licei. UGO SPIRITO un diretto collaboratore di Bottai. Negli anni '30 scrive vari saggi sul corporativismo, raccolti successivamente in un'edizione complessiva nel 1970 sotto il titolo generale Il corporativismo. Per una parte le idee di Spirito sono analoghe a quelle di Bottai, per un altro verso le posizioni di Spirito radicalizzano il tema del corporativismo dal lato dell'impegno sociale, dell'attenzione ai problemi sociali che comportano anche una maggiore critica rispetto a Bottai dell'economia individualistica. C' una posizione polemica contro le categorie economiche individualistiche, come gi in Bottai. Spirito accomuna a questa critica il cosiddetto liberismo, ossia la totale libert individualistica in ambito economico, sia a livello interno che internazionale. una critica alle categorie dell'individualismo, criticate perch si tratta di concezioni astratte. Spirito specifica che l'idea che l'economia debba essere affidata interamente alle pulsioni individuali ha il torto di astrarre rispetto all'idea di organismo sociale. Invece, anche in ambito economico, al tema di organismo sociale che occorre fare riferimento. C' una polemica dottrinaria aperta, in Spirito,contro l'economia politica di segno liberale. L'economia politica tradizionale ha il torto di avere descritto l'individualismo in ambito economico come una legge naturale, mentre in realt l'individualismo non applicazione di una legge naturale, ma deviazione dall'ordine naturale. L'ordine naturale invece deve tener conto dell'organismo sociale, del fatto che ognuno di noi appartiene a un campo pi vasto. Il grande torto dell'economia politica di avere presentato come naturali elementi che invece sono deviazioni dell'ordine naturale. L'individualismo non il riferimento che dobbiamo attraversare per costruire un'armonica economia, ma invece il concetto di organismo sociale. Questo significa intanto pi o meno radicale polemica contro l'individualismo di carattere economico. Per c' anche una polemica contro il socialismo, in quanto dominio di uno spirito burocratico in ambito economico. Il torto del socialismo costruire un sistema economico di tipo burocratico. C' una scissione tra libert e autorit da un lato, fra individuo e societ. Di fronte a questa scissione, capitalismo individualistico e socialismo hanno entrambi torto, perch assolutizzano una parte sola di questa antinomia, risolvono in modo autoritario la scissione fra individualit e societ, o fra libert e autorit. Il capitalismo assolutizza dalla parte dell'individuo e della libert; il socialismo esagera dalla parte opposta: mette tutto in mano all'autorit, alla societ. Spirito come Gentile prende atto dell'articolazione presente nella natura umana, di una scissione autorit-libert, che come il contrasto societ-individuo. Sono elementi che si presentano alla realt dell'umanit in termini contrastanti. L'uomo subisce questa scissione: insieme sollecito ad essere un essere sociale, ma sente se stesso come individuo; si spinge verso la libert, ma nel frattempo viene anche frenato dall'autorit. I due grandi contendenti finora in campo sul piano ideologico, liberalismo e socialismo, hanno entrambi il torto di non armonizzare questo contrasto, ma di risolverlo da una parte sola. Occorre invece trovare una via intermedia, una terza via, in cui la nazione si prenda carico di questa scissione senza cancellare nessuno dei due elementi. Occorre s un quadro di autorit in ambito economico, ma senza cancellare l'individuo. Non va cancellata l'iniziativa privata. L'individuo non deve essere negato, ma ricondotto alla sua responsabilit nei confronti dell'armonia nazionale. I comportamenti economici in parte rimangono individuali, ma l'impresa privata si spera di riuscire a statalizzarla, non nel senso di sostituirla con la propriet statale, ma nel senso di inserirla nell'ambito di un ordinamento statale, che non pu che essere nella visione di Spirito un ordinamento corporativismo. Le conseguenze sul piano organizzativo dell'economia nazionale che Spirito trae da questa sua posizione generale cominciano dagli anni '30 a diventare sempre pi socialisteggianti. L'idea degli istituti pubblici che controllino l'economia capitalistica un'idea che tende ad essere sempre pi ampia. Intanto la dimensione pubblica della produzione nazionale si estende anche al tema della distribuzione. Non solo la produzione della ricchezza, ma anche la sua distribuzione, deve essere ricondotta a criteri di armonia nazionale, di

equilibrio fra le classi. Spirito si augura che gli istituti corporativi abbiano uno peso maggiore di quanto Bottai ipotizzava nel controllare prezzi e salari, quindi in funzione anche delle esigenze dei lavoratori. Spirito gerarchico in ambito economico. La gerarchia fra le varie classi un principio che abbiamo visto in tutti questi autori di destra. Spirito accentua in questa gerarchia il ruolo significativo dei tecnici. Pi che i capitalisti, sono i tecnici, in quanto organizzatori della produzione, che devono avere un ruolo predominante nell'organizzazione dell'economia nazionale. Accentuazione del tema dell'uguaglianza, non nel senso ugualitario di appiattimento perch c' il rispetto delle gerarchie, per tutti uguali di fronte al lavoro. Partecipazione a pieno titolo di tutti all'azione economica della nazione. In questa idea c' una sottolineatura delle aspettative di tutti i lavoratori, in quanto il lavoro il merito di appartenenza sociale. C' questa nuova forma di uguaglianza che confluisce in un'altra immagine che compare nei suoi ultimi scritti. Spirito evoca l'immagine di un comunismo gerarchico, in termini positivi. Purch sia gerarchico, il sistema corporativo descritto come un sistema comunista, che non mette gli operatori economici e le classi sociali in concorrenza l'uno con l'altro. Comunismo significa senso di unione. Questo richiamarsi continuamente all'idea di economia nazionale richiede un pi significativo ruolo dello stato rispetto a quanto si era teorizzato in precedenza. Lo stato che nella tradizione del corporativismo precedente era visto soprattutto come uno dei soggetti che devono prevenire il conflitto fra capitale e lavoro, e quindi aveva soprattutto una funzione legata alle condizioni dei lavoratori, assume nella visione di Spirito un ruolo pi strategico, molto pi organizzativo dell'intera economia: lo stato deve dare direzioni ampie anche su cosa produrre, su quali sono gli interessi principali per l'economia nazionale. Deve avere un ruolo d'indirizzo molto forte, e ci presuppone l'istituto della programmazione economica, anch'esso di tradizione saint simoniana. Lo stato deve stilare un bilancio preventivo dell'iniziativa economica nazionale. In questo bilancio deve fissare bisogni, produzioni, trattamento del lavoro, prezzi e cos via. Questo per quanto riguarda il ruolo dello stato. Cosa devono diventare in prospettiva le corporazioni? Le corporazioni sono soprattutto luoghi in cui si discutono le questioni del lavoro, prevenendo i conflitti fra capitali e lavoro, e in cui si riconduce a azione istituzionali quello che altrove affidato alla lotta sindacale. Il sindacalismo ricondotto all'equilibrio nazionale attraverso l'azione corporativa, con il concorso di 3 soggetti: sindacato dei lavoratori, rappresentanza degli imprenditori, e lo stato come mediatore. Nella prospettiva di Spirito, le corporazioni dovrebbero progressivamente diventare qualcosa di pi. Da luogo della prevenzione del conflitto sociale, dovrebbero diventare le intestatarie della propriet d'impresa. Nelle corporazioni si dovrebbero fondere gli elementi del capitale e del lavoro, chiamati a diventare entrambi proprietari. Questa appunto l'autentica terza via fra capitalismo e socialismo, che comporta l'ingresso dei capitalisti nelle imprese come amministratori. I capitalisti non possono continuare ad essere solo quelli che prestano capitale, devono essere impegnati nella guida diretta dell'impresa, come funzionari della corporazione. Dall'altro verso i lavoratori devono essere elevati a ruolo di co-proprietari. Quindi ci saranno diverse quote. Ci sar una quota rilevante di prestatori di capitale, ma ci sar anche una quota di propriet che va distribuita ai lavoratori. Dentro questa istituzione, i lavoratori attraverso le loro organizzazioni componenti la corporazione diventano in parte proprietari anch'essi, quindi avranno una parte degli utili oltre che dei salari. Tutto questo funziona solo con la presenza anche in sede imprenditoriale dello stato. Quindi presenza di rappresentanti dello stato non solo nelle corporazioni (dove ci sono gi), ma anche entro i consigli di amministrazione delle singole imprese. Spirito ipotizza che dentro ogni impresa ci deve essere un consigliere di amministrazione delegato del governo che controlli il funzionamento del sistema. Si tratta di ricostruire la propriet delle imprese e di estendere l'azione dello stato sia dal punto di vista del bilancio preventivo sia dal punto di vista di questa capillare presenza dello stato all'interno delle imprese. Controlla che la programmazione avr seguito anche nella concretezza. Ugo Spirito passa a simpatie di sinistre. Alcune di queste immagini le ritroveremo sul piano istituzionale durante la Repubblica di Sal che,per riconquistare gli appoggi che aveva perso nella classe operaia settentrionale rispolverer tutte queste idee. I progetti di carattere giuridico istituzionale ruotano attorno a questi principi: per esempio, per poter entrare nell'ordine economico della nazione, obbligatoriet dell'iscrizione nelle associazioni sindacali, non solo per i lavoratori ma anche per l'imprenditore. Era requisito obbligatorio che questi fosse impegnato in una qualche operazione nell'impresa, quindi che vi lavorasse. il lavoro e non il capitale che crea merito sociale: si cerca di costruire questa immagine di imprenditore meritevole.

Riepilogo dell'economia keyenesiana Breve riassunto dell'ultimo capitolo del trattato di Keynes, che riguarda le sue prospettive di ordine politico. Ci serve perch l'economia keynesiana apre un nuovo orizzonte autorizzando l'intervento dello stato nell'economia capitalistica. Di questa atmosfera fa parte la formulazione pi compiuta del welfare state nel mondo contemporaneo che avviene in Inghilterra durante la seconda guerra mondiale con i famosi piani Beveridge. Un primo elemento importante dell'economia keynesiana il fatto che Keynes nega la legge Say, secondo cui i sistemi economici capitalistico, se lasciati all'economia del mercato, tendono spontaneamente a muoversi verso la piena occupazione. Partendo da una determinata situazione economica di equilibrio, i fattori principali della produzione, che sono lavoro e capitale, vengono retribuiti sotto forma di salari e profitto, la cui somma va a costituire il reddito nazionale. Il reddito, una volta prodotto e distribuito, si divide in consumo e risparmio. Questo risparmio per destinato integralmente a diventare investimento. Quello che spinge il risparmio a diventare investimento il saggio di interesse. L'investimento nuova domanda di lavoro. Nel momento in cui il risparmio viene investito, verr investito in attivit produttiva e quindi crea una nuova domanda di lavoro, e a sua volta distribuir dell'altro reddito. Un imprenditore pu sbagliare scelta, ma fino a che non produce, dovr pagare le materie prime e i lavoratori. Pu darsi che quella produzione sia sbagliata: quel mercato, per esempio, era gi saturo. Per intanto il pagamento avvenuto e i lavoratori appena stipendiati si rivolgeranno al mercato per i loro bisogni. Questo significa nella visione di Say che ci possono essere crisi di carattere settoriale, perch si possono sbagliare gli investimenti e le scelte produttive. Anche se si sbaglia, il capitalista si sposter di produzione, investendo in un'altra linea d'impresa. Ci sono molte semplificazioni in questa teoria, per esempio il fatto che ci possa essere fatto tranquillamente. Ci sono tutta una serie di vincoli tecnologici, etc, non previsti. L'idea di fondo comunque che ci possono essere squilibri di carattere temporale o settoriale, ma la tendenza del sistema verso un equilibrio di piena occupazione. Keyenes parte da ci per esprimere qualche dubbio pessimistico su entrambi questi elementi, soprattutto in vista di una crescita del sistema. A mano a mano che un sistema economico capitalistico progredisce avvengono due fenomeni che rendono sempre pi difficile costruire quella uguaglianza di reddito fra consumo e investimenti attraverso il risparmio. Il primo squilibrio avviene fra i due termini. In un'economia industriale agli inizi, in cui non c' un'enorme ricchezza da distribuire, possiamo ipotizzare che i consumi rappresentino una voce preponderante della configurazione effettiva di quel mondo economico. A mano a mano invece che ci si arricchisce, che il reddito aumenta, la voce del consumo secondo Keynes destinata a diventare meno rappresentativa rispetto alla precedente. Non che se guadagno di pi automaticamente consumo in proporzione pi in rapporto a quanto di pi ho risparmiato. Se guadagno poco, consumer nel cibo, nella casa e nel vestito tutto il mio reddito. Se inizio a guadagnare di pi, non consumo di pi. Non manger di pi, al massimo passer dal pesce alla carne. Tra quelle due voci, consumo e risparmio, il consumo tende a diventare sempre meno rilevante e automaticamente, in proporzione, diventer sempre pi rilevante il risparmio. Cosa avviene dal lato del risparmio? I classici dicevano che attraverso i movimenti del saggio d'interesse il risparmio era destinato integralmente a diventare investimento. irrazionale trattenere moneta. Keynes invece dice che in vista di aspettative future migliori di quelle precedenti, soprattutto in momenti di crisi o di difficolt di scelta, pu essere razionale aspettare, trattenere moneta, e non investire. Se il saggio d'interesse molto basso pu essere tale da non incoraggiare gli investimenti, quindi di suggerire non di rischiare i capitali, bens di aspettare occasioni di investimento migliori. Quindi ulteriori difficolt. Gi una difficolt il fatto che il consumo immediato stimolo per l'economia produttiva. All'inizio rappresenta una voce forte, dopo una voce meno forte. Quindi ci che immediatamente stimola la produzione ha meno incidenza di una volta. Questo significa che si possono dare equilibri di sotto occupazione, e configurazioni di equilibrio del mercato a cui corrisponde una sotto occupazione, ossia la disoccupazione. Tutto questo compreso nella sua opera pi famosa, che si intitola Teoria generale dell'occupazione, dell'interesse e della moneta. Ci possiamo trovare in una configurazione dell'economia nazionale in cui ci sia un equilibrio di sotto occupazione, cio una presenza di disoccupati, che non possono essere riassorbiti facendo appello ai capitali privati, perch se non hanno ragionevole speranza di realizzarsi rimangono risparmio nelle tasche di chi li possiede. Allora il dipi per riassorbire la disoccupazione non pu che offrirlo lo stato. Il capitale pubblico non ragiona in termini di speculazione sui capitali, ma in termini di bisogno sociale. L'unico soggetto che pu risolvere quella mancanza di investimento del capitale non pu che essere lo stato. In questo senso il new deal stato spesso apparentato all'economia keynesiana. Tutto questo richiede un investimento pubblico: intervento del capitale pubblico per mettere in azione imprese produttive che assorbano la disoccupazione. Per la teoria, di quale imprese si tratti assolutamente indifferente: sar una scelta di carattere politico. L'importante che si riassorba la disoccupazione. Non occorre nemmeno, scrive Keynes, degli enormi investimenti, perch basta partire, poi esiste un effetto moltiplicatore nell'investimento, che creer effetti benefici molto pi ampi di quelli iniziali nel sistema economico esistente. Per l'occupazione, obbiettivo fondamentale dello stato sociale, dall'economia keynesiana deduciamo il concetto che in determinate condizioni, quando c' un equilibrio di sotto-occupazione, l'unico soggetto che pu rovesciare la situazione economica lo stato. Perch tutto questo sia efficace occorre che lo stato abbia la possibilit di controllare il sistema monetario del paese. Deve avere la possibilit di controllare sull'emanazione di moneta, sul mercato dei capitali. Nasce da questa idea le ipotesi di istituire

il ministero del tesoro, cio una guida politica dell'economia monetaria nazionale. Autorit politiche devono avere possibilit di controllo del mercato dei capitali. Le conseguenze politiche sono poche. Keynes elenca 4 punti fondamentali: 1. non essendo automatico l'equilibrio di piena occupazione, per seguirla occorrono integrazioni pubbliche sul fronte dei capitali, il che presuppone un ruolo dello stato, quello di raccogliere e investire i capitali necessari all'assorbimento dell'occupazione. 2. Lo stato deve favorire gli investimenti produttivi, anche aldil delle politiche anticicliche. Deve impedire che la ricchezza prodotta da una nazione si concentri nelle mani di soggetti che non investono nella produzione. La figura contro cui combattere colui che vive di reddita. Era nella figura di J.S. Mill il grande proprietario terriero, ma nella visione di Keynes anche il grande redditiero finanziario, che specula nella finanza anzich investire nella produzione. Keynes auspica l'eutanasia del reintr: il redditiero va eliminato a fin di bene, a vantaggio della societ. Come si elimina il rientr? Mill e ora Keyens affermano che questo obiettivo ha uno strumento nella politica fiscale. In pi, controllo sistematico dello stato sui mercati dei capitali, sui mercati finanziari. Richiede disciplina pubblica degli investimenti e del sistema finanziario nel suo complesso. Da qui nascono le ipotesi di istituzioni delle banche centrali come uniche autorizzate a battere moneta. Idea di un ministro del tesoro: sorveglianza politica sul sistema finanziario. Keynes insiste su questo punto: anche questo discorso preludio a 1 idea pi ampia: lo stato, di fronte ai problemi dell'economia contemporanea, deve farsi programmatore. Deve avere un ruolo ampio, articolato di governo della vita economica nazionale. Deve essere programmatore della raccolta e dell'uso dei capitali, per muoverli verso l'investimento produttivo. Nei limiti del possibile lo stato dovrebbe avere il potere di governare i movimenti della popolazione, di cercare di costruire il pi rapidamente possibile una situazione in cui la popolazione rimanga stabile, e ci sia anche controllo sulla riproduzione della popolazione. Va costruito un sistema demografico stabile: n aumenti n cali indesiderati della popolazione, perch altrimenti non si crea 1 sistema economico che duri. Perci non solo liberale, anche dirigista. l'autentico sentire di Keynes. un estesa capacit programmatoria dello stato. 3. Quando Keynes parla del reddito che si distribuisce in costumi e risparmi, auspicava che la quota di risparmio non aumentasse troppo con l'aumento del reddito, perch ricchezza che si ferma e non produce. Perci terzo compito della politica statale sostenere indirettamente i consumi. Lo sviluppo dell'occupazione richiede che si espanda non il risparmio, ma che si espandano fortemente i consumi. il primo inizio, la prima argomentazione in ambito economico della futura politica dei consumi, lo sviluppo capitalistico basato sugli alti consumi dei lavoratori piuttosto che sui loro bassi salari. il primo mattone della costruzione della societ dei consumi. Conseguenza ulteriore sul piano politico: chi consuma di pi in proporzione sono i ceti bassi e medio basso, perch hanno reddito pi basso. I redditi alti non si trasformano in maggiori consumi, ma in risparmio, mentre i redditi bassi vengono spesi in proporzione maggiore. Perci lo stato deve agire verso la redistribuzione dei redditi dall'alto verso il basso. Va portata pi ricchezza prodotta ai ceti bassi togliendola alle classi pi elevate, perch queste sono risparmiatrici e non consumatrici. Questo sar un punto di forza dello stato sociale del II dopoguerra. Keynes ne d una giustificazione di carattere economico. desiderabile che parte del reddito prodotto non rimanga in mano a chi pi forte, ma vada a chi pi in basso, perch cos aumentano i consumi, aumenta la produzione e si sostiene l'occupazione. 4. A conclusione della sua opera, afferma che va ripensato il problema delle disuguaglianze di carattere economico. Su queste si basa la competizione capitalistica. Vanno bene ma a determinate condizioni: le disuguaglianze sono giuste se corrispondono alle differenze di merito, se proporzionate ai meriti. Perci, le disuguaglianze vanno bene, ma devono essere abbastanza limitate, perch non ha nessun senso la costruzione di grandissime fortune personali, nessuno merita 1000 volte pi di qualcun altro. una sproporzione sociale e non ha senso in economia, in un economia che voglia essere pi equa e pi durevole. Prima i ceti ricchi erano giustificati come risparmiatori, nell'economia politica tradizionale: erano gli investitori. Keynes toglie costoro dal piedistallo: ora interessa pi il consumo che il risparmio. Ora il mantenimento del risparmio sempre meno importante. Perci le disuguaglianze ci devono essere ma devono corrispondere a disuguaglianze di merito. Con ironia, Keynes dice che c' una giustificazione sociale della ricchezza enorme: alcuni soggetti sono pacificati dal possedere grandi masse di denaro, cos non possono fare danni in altri sensi. WILLIAM BEVERIDGE un inglese, non un socialista anche se molte posizioni somigliano a quelle socialdemocratiche. un liberale inglese: non quindi il liberista, ma aperto all'intervento dello stato come costruttore di libert. Ha diretto la London School of Economics, tra il '19 e il '37, l'istituto universitario in cui nel '900 si discute di pi dello stato sociale. Il suo contributo diventa di primo piano nella seconda guerra mondiale, in cui il governo di guerra, ma conservatore, di Churchill, decide a un certo punto nel '41 di studiare sistematicamente il problema sociale in vista di avere delle indicazioni per la politica dello stato in rapporto alla societ. Si crea una commissione la cui direzione affidata a Beveridge. La commissione Beveridge elabora due documenti, due relazioni, nel periodo della guerra. La prima la relazione sulle assicurazioni sociali e sui servizi affini del 1942, e poi nel '44 relazione sull'impiego integrale del lavoro in una societ libera. Verr ripreso nell'immediato dopoguerra dai laburisti, dal governo di Attlee, primo ministro laburista inglese nel '45. lo stato sociale di ispirazione laburista prende spunto dalle relazioni Beveridge, specie dalla prima. La prima relazione indica chiaramente uno scopo per tutti i soggetti politici: collaborare a una politica di progresso sociale, cio combattere il bisogno e tutti gli altri mali connessi con il bisogno, cio con la povert. Sono 4 questi mali: 1. la malattia 2. l'ignoranza

3. l'incuria 4. l'inoperosit Per combattere questi mali occorre estendere l'assicurazione sociale a quasi tutti i cittadini. Perch quasi tutti? Fa una distinzione: un conto la previdenza sociale, un conto l'assistenza. L'assistenza deve valere solo per gli inabili al lavoro, coloro che non hanno alcuna protezione sociale. Quindi i poveri inabili al lavoro vanno assistiti. una minoranza per. La maggioranza dei cittadini invece, in grado di lavorare, deve avere assicurata l'assicurazione sociale, la previdenza, che significa un sistema previdenziale pubblico, obbligatorio, e significa fissare standard minimi di trattamento, che siano dignitosi, che permettano di superare il bisogno, compatibili con la dignit di essere umano. Ci si arriver per via contributiva, e dove non basteranno le contribuzioni interverr lo stato. Gli standard minimi saranno integrati dallo stato. Continua attenzione preventiva, tra l'altro, rispetto ai possibili abusi di questo sistema. Non si pu chiedere all'azione pubblica di andare oltre gli standard minimi: il di pi non viene cancellato, ma fa parte dei meriti privati. Il di pi, se proviene da contribuzioni individuali, nei privati. Questo sistema richiede anche dei progetti collaterali: i servizi affini che sono nel titolo della relazione, per sconfiggere il bisogno. Sono tre i servizi affini indicati nella parte pubblica della relazione: 1. assegni familiari per i figli minori, sostanziosi perch c' il problema dell'educazione; 2. servizi sanitari pubblici; 3. politiche di stabilit occupazionale, che condizione per perseguire le politiche previdenziali e assicurative. Questo nella parte pubblicata della relazione. Ma c' una parte inizialmente segreta, pubblicata nel secondo dopoguerra: ci sono aspetti che sembravano troppo socialisti al momento della loro elaborazione, perci il governo conservatore pensa meglio di mantenerlo solo negli ambienti di governo. Ci sono altri campi di intervento dello stato, che sono: controllo dei prezzi e dei salari come compito della politica; costruire un forte progetto di edilizia operaia: il problema delle abitazioni per la classe operaia, che avr molto seguito in tutta Europa soprattutto nel primo decennio dopo la seconda guerra mondiale; Un pi incisivo e sistematico intervento dello stato nell'istruzione pubblica. un tema sempre visto come argomento centrale. Beveridge salta qualche perplessit tradizionale inglese dei liberali sull'istruzione pubblica, tipo Mill che era favorevole all'istruzione pubblica ma non di stato. Beveridge invece fa un po' piazza pulita di queste preoccupazione ed indica l'intervento statale nell'istruzione una misura assolutamente da perseguire. Da questo quadro complessivo, viene fuori un campo di interventi molto esteso, mai costruito fino ad allora, dell'azione previdenziale, protettiva nei confronti delle classi popolari da parte dello stato. L'importanza proprio in questa ampiezza degli interventi che riguardano l'infanzia, la vecchiaia, il lavoro, la salute, l'istruzione. Si segue tutta la vita del cittadino: lo slogan costruito dai laburisti dopo lo guerra la protezione da parte dello stato dalla culla alla tomba. Questi progetti hanno come misura, come riferimento, il cittadino. vero che molti istituti sono pensati per le classi lavoratrici, perch sono quelle pi povere e pi fragili in ambito sociale. Ma l'idea che i servizi pubblici devono valere per tutti: il soggetto che ora identificato come destinatario della politica sociale, non pi uno dei soggetti ottocentesco, ma il cittadino. C' una logica universalistica in questo progetto, che fa riferimento all'idea di cittadinanza. l'ultimo salto di qualit per le politiche sociali. Si identifica come compito della politica quello di proteggere il cittadino. L'altro piano il tema dell'occupazione, come perseguire la piena occupazione. Si ribadisce che l'occupazione importante anche per i sistemi assicurativi. Che definizione da Beveridge di piena occupazione? Beveridge d una definizione di occupazione non statica, ma dinamica: piena occupazione non tutti occupati, ma la presenza di un certo numero di posti vacanti che siano maggiori dei disoccupati presenti in un sistema economico. Quindi non devono essere tutti occupati, perch sarebbe un'occupazione statica, non ci sarebbe possibilit di cambiare, sarebbe frenata anche l'aspirazione al miglioramento. Non tanto la piena occupazione un concetto di dare stabilit una volta raggiunta all'occupazione esistente, perch una certa disoccupazione ci sar sempre nei sistemi economici, e di per s, in una logica liberale, non nemmeno una disgrazia. Ovviamente non pu essere di massa. Se c' un po' di disoccupazione c' anche la possibilit di cambiare posto di lavoro. La piena occupazione senza possibilit di cambiare posto di lavoro un elemento costrittivo, statico, che non l'augurabile definizione della piena occupazione per Beveridge. L'importante per che i posti di lavoro vacanti siano in numero uguale o superiore ai disoccupati esistenti, e che siano quindi in una possibilit di raggiungere in ogni momento la piena occupazione, che siano occupabili in tempi brevi. Se per esempio ci fossero posti vacanti superiori ai disoccupati esistenti, ma richiedessero un'altissima preparazione, per esempio la laurea, e i disoccupati fossero tutti con la licenza elementare, la disoccupazione rimarrebbe: quindi dev'esserci un dato numerico accettabile, ma anche un dato qualitativo accettabile. Questo significa, intanto, che si deve costruire una mentalit, un'opinione pubblica e un'azione politica, che non pretenda pi, come il vecchio liberalismo, di essere neutrale nei confronti dei conflitti. Si tratta di costruire opinione pubblica e indirizzi politici che non aspirino ad essere neutrali nei conflitti del conflitto capitale-lavoro, ma che prendano le parti dei lavoratori. Il mercato del lavoro a volte va forzato, va condizionato a vantaggio dei lavoratori disoccupati che aspirano ad essere occupati. Non alterare una legge della natura, alimentare una giusta aspirazione di giustizia sociale, perch il male peggiore l'inoperosit, il non avere un posto di lavoro, che una situazione che indebolisce il riconoscimento di carattere sociale dei lavoratori e sospinge i disoccupati ai margini della vita sociale. Uno dei mali peggiori da evitare quindi la disoccupazione permanente. giusto quindi essere dalla parte del lavoro, nel mercato del lavoro, e quindi costruire le condizioni pi adeguate per la piena occupazione. Bisogna che politica e opinione pubblica affrontino quelle che sono le cause della

disoccupazione. Quando c' una disoccupazione di massa e stabile, persistente, bisogna andare a cercare i fattori fondanti. I fattori che creano disoccupazione possono essere: una domanda di beni insufficiente (e qui abbiamo le politiche di tipo keyensiano che abbiamo gi visto); una domanda di beni adeguata ma con difficolt a diventare strumento di piena occupazione, per 2 ragioni: o perch richiede lavori difficilmente eseguibili dai disoccupati esistenti, o perch richiede condizioni di eccessiva scomodit per la forza lavoro esistente. Per esempio una localizzazione dell'attivit produttiva eccessivamente concentrata in una zona. Quindi questa disoccupazione sarebbe assorbibile ma per ragioni economiche o tecnologiche andrebbero concentrate gli investimenti in un'unica zona del paese, mentre la disoccupazione quasi sempre si distribuisce dappertutto. Allora andrebbe chiesto a tutti i disoccupati di dover cambiare residenza. Ci sono le condizioni per riassorbire la disoccupazione, ma c' una scarsa tendenza della classe imprenditoriale ad ampliare il numero dei lavoratori occupati, per ragioni magari di prudenza in prospettiva. Per esempio gli imprenditori hanno una scarsa disponibilit ad ampliare i lavoratori della propria impresa a causa della legislazione favorevole ai lavoratori: per esempio se l'attivit poi va male, non pi possibile licenziarli perch la legge me lo impedisce. Sono tutti temi che ritagliano altrettante responsabilit della sfera politica, perch di fronte alla domanda di bene insufficiente bisogner intervenire con i capitali pubblici (Keynes); di fronte ai problemi di carattere strutturale si dovr lavorare sulle politiche sociali. Senza un posto in cui vivere, il disoccupato non attraversa il paese per andare a lavorare altrove. Ma se gli assicuriamo che avr una casa, sar invogliato a farlo. ci che accaduto in Italia negli anni '60 per i lavoratori meridionali. Dove gli imprenditori hanno scarsa propensione ad aumentare il numero degli occupati si cercheranno le condizioni per esempio attraverso discriminazioni di carattere giuridico e fiscale affinch siamo invogliati ad investire in posti di lavoro. Il tutto deve per avvenire in una societ libera, che ancora mantiene tutta una serie di prerogative riguardanti le scelte dell'individuo e del singolo imprenditore. Ci deve essere possibilit di scelta anche in ambito politico. un mondo libero quello che deve affrontare questi problemi. Ci significa che non dovremo essere gelosi delle nostre libert. Siamo dentro una societ libera e quindi c' un richiamo al senso di responsabilit: non tutto deve fare lo stato o il governo, altrimenti entriamo in un sistema autoritario. La libert permette delle garanzie, di fronte alla libert ci sono anche delle conseguenze dialettiche, il dover tenere conto sia di libert che di responsabilit. Vediamo alcuni esempi di questa dialettica fra libert e responsabilit sempre in funzione delle politiche sociali ed economiche su cui Beveridge insiste. Esempio: in un sistema libero i governi possono cambiare, perch si va a votare e quindi si pu cambiare maggioranza. Ci fa parte della libert, si potranno modificare anche alcuni elementi delle scelte di carattere politico, ma esiste una responsabilit che lega i vari governi. Un nuovo governo non pu stravolgere radicalmente la politica economica del governo che l'ha preceduto, perch esso ha costruito tutta una serie di politiche sociali, di riconoscimenti di diritti, di azioni che vanno verso determinati obbiettivi. Occorre un senso di responsabilit che lega diversi governi. C' si autonomia, ma in continuit con quello precedente. II elemento. Tutta l'azione politica deve muoversi verso la piena occupazione, che la condizione augurabile per qualsiasi sindacalismo. Nella piena occupazione, siccome non c' lo spettro della disoccupazione, si pu cercare di forzare la situazione, chiedendo per esempio salari pi elevati. Anche qui c' un richiamo all'autocontrollo e alla responsabilit. Il sindacalismo deve sapere che lo sforzo per raggiunto la piena occupazione uno sforzo congiunto, verso il quale dev'essere responsabile, perci non pu sfruttare la piena occupazione per costruire sacche di privilegi. Le rivendicazioni devono essere dentro con quello che compatibile con il regime di piena occupazione. III elemento, che riguarda pi i singoli: in un regime di piena occupazione posso fare come mi pare, perch se mi licenziano posso trovare subito un altro lavoro. Ma se tutti ragioniamo cos si crea una condizione di disordine industriale e produttivo in un sistema che richiede disciplina. Allora non sarebbe cos illiberale se a fronte della piena occupazione scrivessimo delle regole che riguardano la disciplina all'interno dei luoghi di produzione, se costruissimo delle penalit ancora pi pesanti per i lavoratori del licenziamento che non rispettassero i loro doveri. IV elemento l'argomento keynesiano. La piena occupazione richiede poco risparmio. Keynes diceva che occorre il controllo statale dei mercati finanziari. Ma su questo punto Beveridge ha qualche dubbio. In una logica liberale fin dove si pu spingere lo stato a porre le condizioni per obbligare i cittadini un uso piuttosto che un altro del loro reddito? Uno stato liberale per tradizione uno stato che ritiene che l'uso della propria ricchezza spetti all'individuo. Anche qui allora va ricercato il giusto dosaggio tra libert e responsabilit. vero che la libert consiste anche nel poter fare un libero uso del nostro reddito, ma tale uso non deve essere anti sociale, non deve negare gli obiettivi comuni. La lezione di stasera vuole essere un affresco conclusivo sul piano dottrinario e della realt di dove conduce tutto quello che abbiamo incontrato finora a proposito dello stato sociale. Un primo elemento che riguarda la seconda met del '900 fino ai giorni nostri che in merito ai nostri argomenti del welfare state il periodo pu essere suddiviso in due grandi momenti: il momento dello sviluppo, del grande successo del welfare state del mondo occidentale che va dalla seconda met degli anni '40 fino a tutti gli anni '70 del '900, in cui le politiche sociali conoscono quasi ovunque una fase espansiva; e poi abbiamo il rovesciarsi della situazione a partire dalla fine degli anni '70. Il passaggio a due presidenze nell'ambito occidentale sintetizzano questa situazione: l'avvento della Tatcher in Inghilterra e di Reagan negli Stati Uniti. Sono avvenimenti che segnano il rovesciamento degli indirizzi politici per quanto riguarda l'intervento sociale dello stato. Inizia ad avere riconoscimento politico la liquidazione delle

politiche sociali in nome del neo liberismo, idea sorta all'inizio degli anni '70. Secondo motivo di carattere problematico, tutto sommato ancora irrisolto, che riguarda l'interpretazione del welfare state, vedere se le politiche sociali sono state una linea politica frutto dell'interazione politica degli stati capitalistici con l'avvento di governi favorevoli a questa linea, ossia se siano state frutto di azioni soggettiva da parte dei governi; oppure se non siano state il frutto anch'esse di lotte di carattere sociale. In altre parole, se le politiche sociali sono state frutto di uno stato capitalista che tendeva a auto-riformarsi o se sono state frutto di rivendicazioni, di lotte nascenti dal basso, per esempio di azioni di carattere sindacale. un tema che qualsiasi indagine sul welfare state non soddisfa a pieno, lascia sospeso, perch le riforme sociali sono state razionalizzazione del sistema politico e insieme anche frutto di lotte sociali. Un sociologo Ralf Dahrendorf, nella sua prima opera importante, definiva le riforme sociali come frutto moderno di una lotta di classe, che in precedenza si sviluppava intorno alla rivoluzione nelle fabbriche e ora tende ad inserirsi in ambito politico. Protagonisti del welfare state sono l'esperienza britannica dei labouristi, i socialdemocratici tedeschi, le democrazie nordiche. Pi a intermittenza altri paesi hanno dato il loro contributo: la Francia, l'Italia, dove in particolare si sentito l'impegno dei movimenti cristiani, come la Dc, sostituendo il ruolo che altrove hanno svolto le socialdemocrazie. Cos' successo in sintesi in questi paesi nel periodo di sviluppo del welfare state? In sintesi, il welfare state ha agito in 3 direzioni: 1. hanno ripreso e consolidato i diritti gi avviati a riconoscimento da parte degli stati occidentali. Una prima operazione stata rinforzare sul piano pratico il riconoscimento di diritti gi agitati fin da inizio '800. Fra questi diritti sono ribaditi fortemente il diritto alla salute, che aveva gi avuto molti riconoscimenti sul piano ideologico e talvolta progettuale, che diventa oggetto di riforma sanitarie a carattere nazionale. Sul piano delle assicurazioni: costruire le condizioni affinch le prestazioni siano basate non solo sulla contribuzione ma anche sui livelli di dignit fissati in ambito politico. Quello alla previdenza pubblica un diritto gi costruito che si consolida. Altro campo il diritto all'istruzione, che in tutti i paesi ottiene ulteriori e forti riconoscimenti. Questi diritti vengono concretamente perseguiti in modo molto pi solido che in precedenza. 2. C' anche una moltiplicazione dei diritti, che prima erano poco perseguiti oppure addirittura ignoranti. L'abitazione operaia per esempio, il diritto alla casa nel secondo dopoguerra diventa campo di politiche sociali. Il diritto alla sicurezza del posto di lavoro si affaccia. Salario corrispondente ai bisogni e non alle condizioni del mercato: il diritto al salario come misura legata al bisogno e non solo alla produttivit del lavoro. Tutti i diritti di carattere ambientale, nuovi diritti sociali che iniziano ad essere agitati nella seconda met del '900. 3. Terza novit: tendono a moltiplicarsi, oltre ai diritti, anche i soggetti, fino a diventare il cittadino il riferimento centrale delle politiche sociali. Lo stato sociale nato per i poveri, proseguito per gli operai, tende ad inglobare altri soggetti come le madri, i disoccupati, gli immigrati etc, fino a concentrarsi attorno al tema della cittadinanza. Si pu ricordare l'opera che ha fatto epoca di un sociologo, Marshall, (1964): Cittadinanza e classe sociale. centrato sul tema dello sviluppo dei diritti nella storia dell'occidente. All'inizio della sua opera costruisce un'immagine pi inglese che europea, ma comunque rappresentativa di una tendenza generale: l'immagine della contemporaneit come sviluppo progressivo dei diritti. Il '700 inizia col reclamo dei diritti civili. L'800 stato il secolo dei diritti politici, la lotta per la democrazia. Il '900 il secolo dei diritti sociali, la lotta alla realizzazione per tutti. Perci il nuovo principio che regge lo stato sociale contemporaneo la cittadinanza, i diritti legati alla cittadinanza, e quindi ci sar una serie di lotte attorno allo status di cittadino. Il welfare state ha poi dei corollari, oltre al tema delle politiche sociali. Ci sono due ordini di corollari che sono diventati importanti nell'esperienza concreta del welfare state: intanto il fatto che le relazioni fra politica e economia si sono ampliate non solo con le politiche sociali ma anche con il farsi da parte degli stati occidentali imprenditori in proprio. In analogia, in prosecuzione con gli obbiettivi dello stato sociale, lo stato oltre ad aver costruito le politiche sociali, spesso stato indotto a diventare imprenditori in proprio: l'impresa pubblica. Le nazionalizzazioni sono state per lungo periodo uno dei cardini dell'intervento dello stato in ambito economico. Il laburismo inglese inizia nazionalizzando il settore minerario. Questo intervento dello stato ha avuto da sempre anche ragioni di carattere sociale. Lo stato deve intervenire nell'economia perch ci sono settori strategici che nessuno riesce a tenere in piedi, ma anche perch le opportunit del capitale pubblico di favorire l'occupazione maggiore di quello privato. Il secondo corollario, oggi abbandonato quasi totalmente, il fatto che proprio perch il sistema economico diventa qualcosa di molto complesso, con ragioni di profitto ma anche con obbiettivi di carattere sociale, l'economia nazionale ha bisogno di una programmazione economica. La programmazione in un certo periodo ha avuto un forte peso: in Italia stato forte soprattutto negli anni '60. Tutto questo inizia ad andare in crisi, a varie forme di crisi che si trascinano fino ad oggi. Ci a partire dagli anni '70. Il welfare state va in crisi anzitutto perch c' una crisi politica che si apre a partire dalla fine degli anni '70. Da un lato una crisi politica interna dei paesi che sono stati all'avanguardia dei modelli di politica sociale. Forze che per 2-3 decenni sono state radicate iniziano a subire il ricambio delle forze conservatrici, risentendo della crisi del mondo comunista. Ne sono indirettamente coinvolte bench avessero poco a che fare con il socialismo reale. Si perde anche un puntello per le loro politiche sociali. Viene anche teorizzato che la guerra fredda una buona condizione per le politiche sociali, perch c' la concorrenza con il modello alternativo. Ci sono poi gli abusi legati alla politiche sociali, che creano disaffezioni nei confronti delle forze che hanno sostenuto tale sistema. Da un altro lato c' poi una crisi esterna, internazionale, legata all'indebolimento dello stato nazionale come centro della politica e della mediazione sociale del mondo contemporaneo. Gli stati non sono pi il luogo deputato alla sovranit, non sono pi l'unico riferimento

potestativo e politico. Da un lato aumentano le funzioni delle organizzazioni internazionali, dall'altro ci sono le rivendicazioni localistiche che incidono. C' poi tutto quello che ruota alla globalizzazione, e quindi alla sovranit economica che sfugge al controllo statale. Questo indebolisce le politiche sociali. A questa crisi di ordine politico si aggiunge una crisi ideologica di reazione a quanto avvenuto in precedenza. I decenni fra anni '40 e '50 si esaltano i valori della solidariet, della sinistra. Dagli anni '70 si impone progressivamente la cultura dell'individualismo. C' poi un terzo elemento: l'inevitabile incontro delle difficolt di copertura finanziaria. una crisi di carattere finanziario perch quegli istituti che ampliano il riconoscimento dei diritti costano sempre pi, richiedono un prelievo fiscale sempre pi alto, a fronte del quale ci sono le prime forme di protesta da parte dei ceti che pagano le imposte. Il fenomeno leghista attecchisce inizialmente come fenomeno fiscale. C' infine una crisi di carattere oggettivo. Il welfare state a un certo punto diventa vittima dei suoi stessi successi. Diventa difficile mantenere gli standard di trattamento precedenti. Facciamo un esempio: in Italia il welfare state inizia negli anni '50 a essere solido. In Italia negli anni '50 un figlio di operai andava a scuola fino a 13 anni, e rispettando le leggi la stragrande maggioranza andava a lavoro a 14, un lavoro stabile, con qualche anno di apprendistato, e il primo impiego era anche l'ultimo, spesso. Si continuava a versare i contributi fino a 60 anni, e a 62 questa persona moriva. Coprire bisogni sociali non era quindi complicato, perch c'erano molti e stabili contributi. Oggi la situazione diversa: la scuola di massa, conquista del welfare state, ha fatto s che la stragrande maggioranza della popolazione vada a lavoro molto pi in l con gli anni. Spesso questo ingresso tardivo ulteriormente tardato da molti anni di precariato. Da queste condizioni oggettive, ci sono tutte una serie di polemiche contro il welfare state nate negli ultimi tempi che hanno nutrito la cultura neoliberiste. Perch ci si oppone oggi alle politiche sociali? le politiche sociali costano finanziariamente, sono pagate dalle imposte. Questo costo un costo crescente. Essendo oggetto di trattativa giuridico-politica sindacale, le politiche sociali possono dar luogo a distorsioni corporative. Per sua natura le politiche sociali, essendo basate sull'azione dello stato e dei suoi organi, soffrono di eccessivi vincoli di carattere burocratico. Sono complesse, lente; nella complicazione della procedure sprecano risorse. In quanto legate alla dimensione politica, fatta anche di momenti elettorali, creazione del consenso etc, le politiche sociali possono avere un potere correttivo o una funzione di carattere clientelare. Si mette in piedi politiche sociali non tanto per un obbiettivo oggettivo, ma perch favorire determinati gruppi sociali porta voti. L'idea che il pubblico, in qualsiasi campo si applichi, meno efficiente del privato (Mill). Il fatto che le politiche sociali, in quanto politiche e quindi oggetto che si incarna in una legislazione per sua natura uguale per tutti, finiscono per essere livellatrici nei loro trattamenti, rinunciando quindi all'idea di merito. C' stata quindi una critica talvolta anche demolitrice che afferma che lo stato deve tornare alle sue funzioni minime. Di fronte a questa demolizione di carattere ideale, cosa si sta argomentando? Come si cerca di ovviare a queste polemiche? Intanto secondo alcuni si dovrebbero progressivamente annullare tutte le politiche sociali. Il neoliberismo intransigente cerca lo svuotamento progressivo delle funzioni dello stato. In realt poi una politica che nemmeno i governi liberisti hanno applicato fino in fondo, perch di difficile applicazione: n la Tatcher n Reagan hanno complessivamente attuato quanto detto nei loro programmi. La Tatcher ha ridotto l'intervento dello stato in termini di produttivit, ma non in termini scolastici e sanitari. Lo smantellamento radicale una via che nessuno ha percorso. A rendere impraticabile questa linea poi l'emergere sempre pi del tema della sicurezza, specie dopo l'11 settembre. Dopo il 2001 diventato fondamentale in occidente questo tema. Le politiche sociali producono anche sicurezza. Cosa sono le cose che effettivamente sono perseguite? una riduzione concertata delle prestazioni con le forze sindacali, fra le forze politiche di governo e opposizione. una riduzione limitata; ricerca di maggiore efficienza nei servizi pubblici. Si cerca di inserire criteri di efficienza nei servizi pubblici, che magari provengono da modelli del servizio privato. Ridurre tutti i vincoli e gli aspetti di carattere burocratico nell'intervento dello stato, semplificandolo. In America si a cominciato in modo diverso: per esempio la proposta del salario di cittadinanza. l'idea sviluppata negli Usa negli anni '90 che per spendere meno e semplificare l'intervento si potrebbe distribuire a tutti i bisognosi una quota con cui arrangiarsi. Questa quota deve essere soggetta al criterio della minore desiderabilit. Questo serve, perch si tratta di una rinuncia a competere con una merce sempre pi scarsa, che il lavoro. Cercare di trasferire gli interventi pubblici dall'idea della realizzazione di condizione di carattere standard desiderate all'idea invece dello stimolo affinch siano poi i cittadini stessi a perseguire attraverso il loro merito successivo le proprie condizioni di benessere. Non realizzare il benessere, ma le condizioni minime affinch il benessere vero e proprio sia conseguito dai singoli come merito personale. Passaggio dal welfare al well-self. Integrare il welfare state con il volontariato nascente dal basso.