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N.

FANHS
Rivista di cultura e religiosit pagana
Tutti i diritti riservati al sito www.phanes.jimdo.it, Roma 30 Novembre 2011. Rivista elettronica mensile Phanes, num. 4, Novembre 2011, Roma.

Personaggio del Mese:


Antonio Canova
DEIRDRE TARANIS ERO E LEANDRO LA VENERE CELTICA IL CARRO DI BRONZO DI STRETTWEG DIVIETI CULTUALI ISIACI ADONE, LA MORTE DI UN DIO IL FIUME ROSSO DI BIBLO RECENSIONI

SHUKRA LE PIANTE DI VENERE BIONE: IL COMPIANTO PER LA MORTE DI ADONE

Phanes n.4
PHANES
rivista di cultura e religiosit pagana

rivista mensile elettronica

Redazione:

Caporedattore

Jonathan Righi. [J.R.]


Redattore

Lorenzo Abbate. [L.A.]

Recapiti www.phanes.jimdo.com redazione.phanes@hotmail.it

Tutti i diritti sono riservati agli autori dei singoli contributi ed al sito www.phanes.jimdo.com. Ogni violazione del copyright e dei diritti di riproduzione saranno perseguiti a norma di legge. La riproduzione vietata, anche se parziale, se non previo accordo con il sito, che si occuper di contattare gli aventi diritto.

Roma 30. Novembre 2011.

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Phanes n.4

Il Natale alle porte, e gi fa capolino il prossimo numero, che uscir in concomitanza con il Solstizio dInverno. Nella scelta del filo conduttore per il quarto numero di Phanes abbiamo deciso di puntare lo sguardo sulla bellezza e su alcune delle sue manifestazioni nella compagine culturale pagana. Con questa iniziativa abbiamo riportato in vita grandissime personalit, divinit e storie, senza per dimenticarci altre tematiche meno coerenti che tuttavia sentivamo il bisogno di enucleare. La vera e propria linea di rivoluzione o meglio, innovazione, che la redazione ha deciso di seguire, quella dellelasticit. Ogni numero di Phanes fino ad ora, ha sempre racchiuso pi o meno rigidamente i suoi argomenti, squadrandoli con decisione secondo i capisaldi della filologia e della determinazione (quando possibile) storica. Il quid che abbiamo deciso di introdurre gradualmente, rappresentato da consigli, esperienze e praticit, ricavate non solo direttamente dalle scienze letterarie, ma in accordo con esse. Cercheremo di inserire ragionamenti sui quali stilare una linea di condotta per il culto degli Dei, appoggiandoci su paralleli e comparazioni nei casi in cui risulter impossibile ricostruire fedelmente prescrizioni, offerte e preghiere. Questo ragionamento a parer nostro, dar una nuova prospettiva agli articoli nella rivista, e permetter anche al lettore di potersi sintonizzare maggiormente con quelli che, rimanendo incolti, sarebbero solo dati storici senza sviluppo. Ad araldo del tema sulla bellezza, chi potevamo scegliere se non Antonio Canova, magnifico scultore, che ha sapientemente raffigurato alcune fra le pi belle divinit del mondo greco. Ci auguriamo come sempre che questo numero sia di vostro gradimento, e vi invitiamo a partecipare alle discussioni, o a comunicarci i vostri pareri e consigli, sul sito, pagina Facebook o blog, che come sapete sono a vostra disposizione. Buona lettura,

Jonathan Righi

Editoriale

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INDICE:
Personaggio del Mese: Antonio Canova 2 Bione: Il compianto per la morte di Adone Deirdre 5 Il Carro di bronzo di Strettweg

Pagina 1

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La pericolosa Bella.
35

Taranis

8 La Venere Celtica 37

Adone, la morte di un Dio

11 Il fiume rosso di Biblo 39

Ero e Leandro

16 Recensioni 41

Divieti cultuali isiaci

21

Le Piante di Venere

25

Shukra Il pianeta Venere.

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Indice

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Phanes n.4
ANTONIO CANOVA

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La parola genio sembra calzare a pennello ad una personalit artistica come quella di Canova. Non c' altra spiegazione al suo talento portentoso, se non quella di voler ricorrere proprio ad una benezione divina, ad un buon genio incarnato in quel suo corpo. Nato a Possagno alla fine del 1757 Canova solo un bambino quando palesa al mondo i primi segni della sua vocazione artistica: era una cena di gala, come tante, nella villa di Asolo del senatore Giovanni Falier, e Canova in maniera estemporanea, con un coltello da vivande, scolpiva in un panetto di burro un leone perfetto, semplicemente perfetto: per l'artista maturo un'operazione del genere sarebbe stata ridicola e di una semplicit quasi vicina all'offesa, ma il giovane scultore aveva solo sei anni, ed era completamente a digiuno di insegnamenti artistici. Colpito da questa bravura impressionante il Falier lo spinse e lo sovvenzion agli studi. Il resto della sua storia quella di una rapida ascesa alla notoriet ed alla ricchezza, alla fama ed alla eterna gloria. Ma non vogliamo dedicare questo numero all'artista Canova, o al suo talento di scultore, ma al suo sentimento, che riusc a trasfondere in maniera quasi misteriosa a quello che effettivamente altro non era in origine che un sasso, bianchissimo, ma pur sempre un semplice sasso. L'ammirazione di Canova per la scultura classica chiara ed evidente, quasi una monotona abitudine per la produzione neoclassica, che gi sul nascere si dimostrava, infondo, semplice riproposizione nostalgica e senza anima di un mondo lontano, amato ma non assimilato. Antonio invece cap il mondo di Omero, il mondo di Fidia, facendosi portatore attivo di quei valori di bellezza, perfezione ed atemporalit che gli artisti, sopratutto del IV-V secolo a.C. avevano, forse incoscientemente, messo a punto. La mimesi tra le opere di Canova e quelle originali classiche talmente forte

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che in fin dei conti risulta bassa, tanto da creare uno stacco inverso: se si osservasse un Apollo Parnopios di Fidia, ed un Perseo con la testa di Medusa di Canova, credo che in pochi avrebbero il coraggio di additare il Parnopios come classico e Perseo come moderna riproposizione di schemi classici. Certo, Canova basa la sua scultura su un ideale di quella classica, su una idea parzialmente astratta, ma la sua tecnica porta alla luce il chiaro tentativo di superare gli antichi colle loro stesse armi: disegno, progettazione d'insieme, realizzazione di bozzetti miniaturistici e poi di modelli a grandezza naturale, questo era il metodo approntato da Fidia per le sculture del Partenone, questo il modello tramandatoci da Canova per imprimere alla fredda pietra un movimento eterno, un soffio di vita che penetra nell'osservatore, che per un attimo, si sente totalmente astratto dal proprio mondo, trascinato in un universo di perfezione e sentimento, di pathos e statica mobilit. [L.A.]

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SEZIONE CELTICA

DEIRDRE TARANIS

A cura di

Jonathan Righi

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DEIRDRE
La Pericolosa Bella.

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Come non considerare la tragica vicenda della fanciulla chiamata Deirdre in questo numero di Phanes che abbiamo deciso di incentrare il pi possibile sul tema della Bellezza? La prima testimonianza che abbiamo di lei risale al IX sec. d.C.: la sua storia viene descritta nellintroduzione al Tain bo Cuailnge, facente parte del Ciclo dellUlster. Deirdre era figlia di Fedlimid, cantastorie del Re Conchobar dellUlster, alla nascita, come consuetudine, il druido Cathbadh lesse gli astri per prevedere il destino della bimba, e quindi assegnarle il nome pi appropriato. La profezia risult molto infausta, la nascitura infatti avrebbe causato grande scompiglio nel regno dIrlanda, e tradimenti e guerre; per questo si decise di ucciderla prima che potesse rovinare definitivamente il regno dellUlster(1). Il nome Deirdre viene ricondotto infatti allirlandese Deer-Drah, ossia cuore infranto o anche pericolo, paura. La sua bellezza sarebbe stata talmente travolgente ed assolutizzante da spingere il Re a risparmiarla rinchiudendola in una torre in attesa che crescesse per poi sposarla. I piani del sovrano furono disattesi, in quanto la ragazza, una volta raggiunta la maturit, riusc ad uscire dalla sua prigione: appena fuori vide suo padre adottivo impegnato a

sgozzare un vitello sulla neve, e nel mentre un corvo nellatto di bere il sangue sparso sul terreno. Grazie ad una improvvisa e quanto mai guidata ispirazione, Deirdre cap che luomo che avrebbe seguito ed amato avrebbe avuto i capelli neri come le piume dei corvi, la pelle bianca come la soffice neve e guance rosse come il sangue. La ragazza decise di

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attendere il suo destino permanendo nella torre; lunico contatto umano che era costretta ad avere era la poetessa Leabharcham, la sua dama di compagnia. Deirdre decise di sfogarsi con lei raccontandole dellispirazione che aveva avuto, ed in un eccesso di gentilezza, la poetessa confess di sapere dellesistenza di un uomo che possedeva tutte le qualit che la ragazza aveva segnalato. Questi era Naoise, uno dei figli di Uisnech; Deirdre, oltre modo determinata, inizi a cercarlo ed infine riusc ad incontrarlo. Le sue straordinarie doti oratorie e la sconvolgente bellezza fecero il resto. Naoise rimase sedotto, e si convinse di dover fuggire con la ormai donna; riun i suoi due fratelli ed iniziarono un lungo viaggio attraverso lIrlanda prima, e la Scozia poi, ben sapendo che il Re infuriato li avrebbe seguiti. Conchobar infatti, pazzo di gelosia e dolore, sguinzagli il suo intero esercito per trovare i traditori ed ucciderli, e poi riappropriarsi della donna. Il sovrano decise di agire dastuzia inviando un falso messaggio di perdono alla coppia tramite il valoroso quanto ignaro condottiero Ferghus. Deirdre comprese subito linganno ma lingenuo Naoise decise di accettare la tregua del Re, speranzoso di

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riguadagnare il proprio onore. Deirdre ed i tre fratelli tornarono nellUlster ad Emain Macha: qui i tre uomini trovarono la morte, massacrati da Eoghan figlio di Duracht, guerriero del loro signore, Deirdre invece venne imprigionata per un altro anno, in attesa di essere punita. La donna venne convocata a corte, e Conchobar le chiese quale fosse luomo

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che pi detestava; lei rispose che lunico uomo che avesse mai odiato era Eoghan, assassino del suo amore. La decisione di Conchobar fu terribile, la condann a vivere per il resto della sua vita, assieme ad Eoghan, sposandolo. Durante il viaggio per, disperata, Deirdre si gett dal carro che la conduceva, rompendosi la testa su una roccia sporgente. Le conseguenze furono disastrose, Conchobar costrinse i suoi uomini a seppellire i corpi dei due amanti luno accanto allaltro, a pochi metri di distanza, infilzati da due pali di tasso perch non potessero pi avvicinarsi. Questo gesto crudele fece avverare la profezia del Druido, quindi Ferghus il valoroso decise di disertare assieme a molti altri guerrieri e di allearsi alla nemica giurata dellUlster, la Regina Medb del Connacht. I dolori del Re non si fermarono qui, infatti dopo molti anni dallomicidio dei due giovani amanti, i due pali che li trafiggevano fiorirono abbondantemente, crescendo ed intrecciandosi sino al di sopra della cattedrale di Armagh(2). Deirdre una figura emblematica ed instabile, che grazie alla sua femminilit riesce a sovvertire i canoni di lealt ed onore tanto preziosi per gli irlandesi(3). Gi dalla nascita, questa donna ha sempre rappresentato un pericolo per la tradizione e per la sovranit maschile; in effetti al termine della storia, il risultato pratico pi palese, laccrescimento delle forze della matriarcale Medb, Signora della Terra degli Incantesimi(4). Le discussioni sul tema della presunta divinit di Deirdre sono molte, in questo

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articolo ci limitiamo a considerare la ricorrenza del tema della fanciulla semidivina (solitamente sopravvissuta a qualche disgrazia), contesa fra il Dio giovane dellAnno Nuovo (Giove) e il Dio Anziano dellAnno Passato (Saturno). [J.R.]

NOTE: 1. O FOLAIN 1954. 2. MAC CANA 1983. 3. O LEARY 1987. 4. Per comprendere a pieno la figura di Medb in relazione al suo potere matriarcale, si accenner un aneddoto dal significato lampante: la Regina viene descritta nellatto di assaggiare letteralmente la terra del suo regno, per scoprire la presenza di scontri, guerre o malattie. Il suo collegamento con la dimensione magica del creato innegabile, come innegabili sono i suoi tratti di Mater cinica e potente, che la rendono assolutamente compatibile con le considerazioni che abbiamo fatto.

SCIOGLIMENTO DELLE SIGLE: -O FOLAIN 1954: E. O FOLAIN, Irish Sagas and Folk-Tales, Oxford 1954. -MAC CANA 1983: P. MAC CANA, The honour of women in early Irish literature, 1983. -O LEARY 1987: P. O LEARY, Celtic Mythology, Londra 1987.

Immagini: p.5, Il lamento di Deirdre, J. Bacon, 1905.

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TARANIS

Nella schiera delle divinit celtiche che pi sono entrate in contatto con la c u l t u r a romana, troviamo Taranis, il Dio tonante. Lucano(1) descrive nella Pharsalia il suo culto come pi crudele di quello della Diana scitica, mentre Cesare lo indica come parte di una triade di divinit maschili con un ruolo preponderante(2). Come di consueto nellinterpretazione romana, i vari storici hanno constatato delle similitudini fra Taranis e Giove, come viene fatto anche fra Dispater e Giove. Il dato successivo che viene dato sul Dio celtico che questi immischiato nelle questioni di guerra, considerazione che renderebbe comprensibile lutilizzo di sacrifici umani per cultuarlo. Da Chester, Tours ed Orgon provengono circa sette dediche a Taranis, alcune delle quali si rivolgono tuttavia al fulmine. Grazie a questo tipo di iscrizioni siamo in grado di

definire con maggior precisione il tipo di concezione che i Celti avevano per le loro divinit: Taranis stato erroneamente assimilato dai romani nel loro Giove, tuttavia imprescindibile lintercambiabilit che per il popolo celtico avevano la divinit e la sua manifestazione fisica. Taranis, in quanto Dio, non diverso dalla sua produzione, ossia dal fulmine, mentre Giove diviene tonante solo considerando un epiteto (assumendo quindi altri ruoli prevalenti nella sua figura). Quindi Taranis di per s comparabile con la scarica elettrica celeste, egli il Dio del lampo, delle tempeste e del rombo di tuono nonch della pioggia: tutti questi domini lo inquadrano fra le divinit della battaglia e nel contempo anche fra quelle della fecondit. Probabilmente Taranis, pi anticamente, impersonava la potenza sovrannaturale dei fenomeni celesti, e solo successivamente stato decifrato in un culto misto, e quindi inserito nelle dediche e sugli altari per poi essere considerato pi similmente a come i

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romani consideravano le loro divinit. Il suo nome deriva dal gaelico tarann che significa fulmine, e spesso nelliconografia munito di vari attributi riconducibili alla sfera celeste: questi attributi sono la ruota, laquila, la mazza ed il maglio. Gli stessi oggetti appartengono anche a diverse altre divinit maschili come Dispater e Daghda. La venerazione moderna di Taranis abbastanza diffusa, io stesso ho avuto modo di conoscere due persone impegnate nella pratica del suo culto. In questo articolo vogliamo fornire un suggerimento utile riguardo agli aromi da portare in offerta al Dio (come anche a tutti gli Dei folgoranti): prendendo a Maestri gli Inni Orfici, osserveremo che i profumi di Zeus Folgoratore(3), e di Zeus Lampeggiante(4), sono rispettivamente Storace ed incenso. In questi due Inni, ossia il numero 19 ed il 20, viene descritto Zeus nel suo aspetto di padrone delle piogge, delle tempeste, delle saette, del rombo di tuono, degli uragani e delle correnti nuvolose. Grazie a queste considerazioni possiamo sentirci di consigliare lutilizzo di queste due resine in offerta al Dio Taranis. Non sono presenti preghiere antiche o moderne su questa divinit. [J.R.]
3. Hymn. orph. 19. 4. Hymn. orph. 20.

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Immagini : p, 8, Taranis-Giove, Le Chatelet Gourzon Haute Marne. p. 9, Ruota dorata, Muse d'Archologie Nationale, Haute Marne, Balesme.

NOTE: 1. LUC. Phars. I, 444-6. 2. CAES. De bel. Gal. VI, 18.

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SEZIONE GRECO ROMANA

ADONE: LA MORTE DI UN DIO ERO E LEANDRO

A cura di Lorenzo Abbate

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ADONE, LA MORTE DI UN DIO

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Definire le origini di un culto significa, spesso, ripercorrere le rotte dei contatti civili e commerciali di una civilt, dei suoi scambi economici che divengono man mano, coll'avanzar della fiducia e della comunanza, interscambi culturali. Adone una divinit legata indissolubilmente ai rapporti col vicino oriente antico: gi dal nome si evince questa genealogia. Adon Signore, i suoni della lingua semitica sembrano non mentire, mentre differenti e nebulosi gli escamotage mitici per giustificare l'adozione di questa nuova divinit nel pantheon del frastagliato mondo greco: osannato come Dio, e abbassato al livello di semidio (1). Prima di analizzare la sua essenza, forse il caso di ripercorrere la storia canonica della sua vita: figlio di un incesto, nasce dalla corteccia della madre, Mirra, trasformatasi in albero dopo l'unione col padre Cinira. Non si pu capire l'amore e la tragedia dalla quale fu generato Adone se non si ricordano le colpe dei personaggi (2): la madre di Mirra aveva vantato la propria figlia come pi

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bella di Afrodite, p or t a nd o la ragazza stessa a disattendere i sacrifici alla Dea. L'ira di Afrodite s i e r a concentrata sulla madre ed era pronta a ricadere sulla figlia: innamorando Mirra del padre, e portando questa a giacere per nove notti con lui, avrebbe causato la distruzione della famiglia. Nove notti passarono, e per nove notti la figlia ed il padre divisero il letto; alla nona notte, il padre, incuriosito e spinto dalla voglia di conoscere chi tanto ardentemente lo desiderasse accost un lume al viso della fanciulla: era la figlia. Cinira tent di uccidere la giovane nel letto infamante, ma questa sfuggita supplic gli Dei di essere risparmiata, e Afrodite stessa esaud la sua preghiera di salvezza trasformandola in un albero di mirra, salvezza di una vita ed eterna prigione. La corteccia si ruppe, lentamente, e l'unico sfogo delle partorienti, le urla, erano mute, ma le lacrime potevano ancora scendere sulla pelle prima liscia e tesa ed ora fibrosa e coriacea: ma non erano lacrime salate,

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erano profumate, erano resina, erano mirra. Il bambino che si fece spazio nel tronco rugoso venne accolto dalle mani delle Naiadi. Sin dalla nascita il bambino era caratterizzato da una bellezza indescrivibile, ed Afrodite, che aveva fatto s che questi fosse il frutto di una colpa infamante, ne rimase s t r e g a t a , indissolubilmente infatuata ed innamorata. E cos, nascostolo in una cassa buia, per proteggerlo, Afrodite lo affid alla custodia di Persefone, sicura che quella tomba temporanea non sarebbe stata mai aperta da altra mano che non dalla sua; ma si sa, la curiosit donna, e tipica sopratutto delle Dee, e una volta aperta la cassa, Adone non ebbe pi la possibilit di risalire al mondo dei vivi. L'una l'aveva salvato alla nascita, l'altra lo aveva custodito indenne una volta nato: entrambe vantavano il diritto di poter mantenere il fanciullo presso di loro. Afrodite, turbata dall'ira e dal desiderio, si precipit da Zeus affinch le restituisse il suo pupillo ed innamorato, ma questi, capendo la determinazione della Dea, non

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si pronunci, delegando la decisione alla musa Calliope. Le contendenti ricevettero un verdetto che le soddisf entrambe, ponendo per le basi per la predilezione di una delle due: quattro mesi dell'anno saranno da trascorrere con Afrodite, quattro con Persefone, ed i rimanenti quattro saranno a scelta di Adone. Sposo ora di una Dea celeste ed ora di una Dea ctonia, Adone si pone come una divinit legata ai cicli naturali, estate, inverno e stagioni di mezzo, ma anche ai cicli di rinascita e morte: dall'Olimpo al regno di Ade, e nuovamente dagli inferi fino alle

dimore del cielo. Il mito tuttavia prevedeva anche tappe fisiche per la sua discesa agli inferi: Ares, infuriato per la scoperta del tradimento fece in modo che durante una caccia, un cinghiale squarciasse la coscia dell'eterno efebo, lasciandogli modo di baciare per l'ultima volta l'amata Afrodite, prima di morire tra le sue braccia: Giace il bellissimo Adone

sui monti, ferito da un dente / Da bianco dente alla bianca sua coscia, e per mal di Afrodite / Alito fievole esala; il sangue vermiglio gli riga / Le nivee carni, e di fra le palpebre languono gli occhi;/ Sulle

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labbra sfiorisce la rosa, ed intorno alle labbra / Muore anche il bacio che Cipride mai non vi coglier pi. / Bacio di lui non pi vivo a Cipride ancor piacerebbe, / Ma inconsapevole Adone che lei lo baci moribondo. (3). Una divinit, un semidio
dalle immense prerogative? Il potere di Adone era analizzabile a pi livelli: da un lato l'evidente collegamento coll'efebia, colla bellezza, e con l'eros (4), dall'altro una complessa rete di somiglianze lo collegavano ai rituali misterici orfici e dionisiaci. Adone proprio come Dioniso era morto, e assurto all'eternit: i cicli naturali erano legati a questo, e l'alternanza delle stagioni(5) erano parte del bagaglio dei poteri che i fedeli gli attribuivano durante le molte celebrazioni a lui tributate: immortale fanciullo capace

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di vagare tanto in luoghi di morte quanto in luoghi celesti, non poteva non essere collegato alle mitiche credenze sulla rinascita, e di qui le tarde assimilazioni ad Osiride. Estremamente interessante potrebbe essere porre un parallelo tra le figure di Antinoo e di Adone: due casi estremamente simili. Antinoo fanciullo amante di un imperatore divinizzato, morto in circostanze misteriose, forse come sacrificio per prolungare la vita di Adriano; Adone, paredros dichiarato(6) di Afrodite, morto in virt ed a causa del suo amore. Antinoo divinizzato e presto assimilato a Dioniso ed ad Osiride, divinit di resurrezione, proprio come Adone. Su Adone restano alcune fonti molto

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interessanti, da un lato poetiche, come il lungo e splendido compianto per la sua morte(7) tramandato nel corpus degli idilli teocritei, e dall'altro teologico-religiose come l'inno orfico tributatogli, ma anche irriverenti, come il dialogo lucianeo nel quale Afrodite e Persefone baccagliano sul comune amante (8). Lo stesso Luciano ci descrive perfettamente, nell'ambito di una sua enigmatica operetta, l'origine semitica del culto, legato a questa misteriosa Dea Siria, ed alla triade ieropolitana (ad Edessa) Adad-Atargatis-Adonis (9). Queste le fonti, queste le suggestioni; ci chiediamo se al giorno d'oggi ci sia spazio per una divnit cos confusa, cos nebulosa eppur cos chiara nelle sue grosse unioni di opposti: vita e morte, fertilit e aridit, femminilit e mascolinit, un'altra divinit panthea o piuttosto una complessa figura troppo spesso sottovalutata e resa semplicemente il trastullo di Venere? [L.A.]
6. Hymn. Orph. 55, 7.

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7. si veda larticolo Bione: Il compianto per il lamento di Adone, in Phanes n.4 p.30 e sgg. 8. Luciano, Dialoghi degli dei, 11. 9. Luciano, Dea Syria, 28.

Immagini: p.11, Venere ed Adone, Antonio Canova. p.12, Venere e Adone, Veronese, 1592. p.13, Venere e Adone, T. Vecellio, 1553. p.14, Il risveglio di Adone, J. W. Waterhouse, 1900.

NOTE: 1. Teocrito, Idilli, 15, 137. 2. Il mito narrato splendidamente da Ovidio, Metamorfosi, X. 3. Compianto di Adone, vv. 7 sgg. 4.Dolce germoglio di Cipride, virgulto di

Eros / generato nei letti di Persefone dalle amabili trecce Hymn. Orph. 55, 8-9.
5. Ti spegni e ti accendi nelle belle stagioni ricorrenti (5) e ancora Favorisci la vegetazione Hymn. orph. 5 e 6.

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ERO E LEANDRO: AMORE E MORTE.

Amore da un lato dona sensazioni ineffabili, dall'altro annebbia la vista e rende non calcolati e calcolabili i rischi. La storia si svolge sulle coste dell'Asia minore, nello stretto canale marino che separa le citt di Abido e di Sesto. Un braccio di mare, poche, pochissime miglia, che fanno credere a portata di mano l'altra citt: ma le pochissime miglia che le separano sono funestate da correnti pericolosissime. Sopravvenne la festa

pandemia di Afrodite / a Sesto celebrata in onore di Adone e Citera;" (2)e tutti dalle
citt circostanti andarono a rendere omaggio alla Dea. Una delle sacerdotesse preposte al culto di Afrodite era proprio Ero leggiadra, per sorte, progenie di

stirpe divina / Di nozze ignara, sacerdotessa di Cipride (3); la fanciulla


abitava una torre isolata, lontana dalla citt e lontana dalle persona, colla cola compagnia di una lucerna e di una vecchia nutrice: Casta e pudica/ mai

Quella che narreremo in questo articolo una storia molto triste(1), la storia di una sacerdotessa di Afrodite e del suo amante: prima che una storia religiosa sicuramente una storia d'amore, o meglio d'Amore: una testimonianza della potenza, della forza, delle infinite capacit di questo Dio. Se Afrodite spesso accostata all'amore, per suo figlio a donare l'amore, incontrollabile fanciullo/Titano insolente e distruttore: se

aveva preso parte a riunioni di donne / n mai era stata in un leggiadro coro danzante di giovani fanciule, / onde non suscitare l'invidia e il biasimo loro [] / Attena sempre a propiziarsi Citerea Afrodite, / sovente ella tent di placare con primizie Amore, / e sua madre celeste, temendo la fiammeggiante faretra, / ma non le valse a evitare i dardi infuocati. (4).
Leandro invece era un giovane di

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bellissimo aspetto giunto dalla vicina Abido per celebrare le feste della divina coppia Afrodite/Adone, e, come ammette lo stesso Museo, per osservare le splendide fanciulle che abitavano Sesto. Ero, nelle sue funzioni di sacerdotessa si reca al tempio per officiare, assieme alle altre fanciulle, i sacri riti: "degna davvero sacerdotessa di Cipride (per la bellezza). /

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l'innamorato intese i suoi deboli cenni, /

con gesto risoluto ne afferr la veste finemente lavorata/ e la condusse nei recessi del sacro tempio (7). Ma Ero
combattuta, dentro di se sa che quella passione volere divino, ma la sua educazione, i suoi pregiudizi la spingono a rifiutare le attenzioni di Leandro ed anche solo l'idea di concedersi a lui. Ero gli dice Non ti concesso di toccare la

cos lei ministra della Dea di gran lunga la prima fra le donne / quale novella Afrodite appariva." (5). Alla vista della
sacerdotessa, ormai chiaramente incarnazione terrena della divinit tutti i giovani le rivolgono i loro sguardi, ammaliati da questa bellezza che non pu essere frutto di semplici congiunture terrene, ma deve, sicuramente essere frutto, del divino spirito incarnato. Leandro la scorge: O Lenadro

sacerdotessa di Cipride divina/ n di giungere al letto di vergine fanciulla (8),


ma il discorso in risposta di Leandro dimostra sia le capacit retoriche di un giovane, ma ancor pi le capacit argomentative a cui pu spingere Amore: "A te ministra di Cipride siano care le

dall'infelice passione, alla vista dalla nobile fanciulla / non sopportavi che il tuo cuore si sfinisse in segreti tormenti / e d'un subito vinto dai dardi infuocati, pi non volevi restare in vita senza la splendida Ero (6). Ormai Leandro era
conquistato, ma Ero ancora non sapeva della sua esistenza: fu cos che nel tempio, dimora sacra della Dea, Ero fu portata a volgere lo sguardo verso la folla dei fanciulli, e vi scorse nitidamente Leandro, e sopratutto scorse la sua passione, che la fece arrossire: il desiderio era palese dall'una e dall'altra parte. Leandro, trasse audacia dal suo sentimento, Ero passione e rossor verginale. L'audacia di sentimenti si fece azione, e il giovane avvicin, celato dal buio della notte la sacerdotessa, che debolmente cerc di divincolarsi, ma

opere d'amore, / Vieni celebra il rito nuziale della Dea / Non a vergine s'addice il servizio di Afrodite, / non s'allieta Cipride di vergini fanciulle. Se tu vuoi / Conoscere la dolce legge d'amore che addolcisce il cuore; / accoglimi quale supplice e qualora tu lo voglia come compagno amante, / di Eros preda di caccia e dai suoi dardi colpito;" (9). Ed ancora: "ma a te mi invi Cipride, n fu l'accorto Ermes mia guida. / Tu certo sai d'Atalanta la vergine d'Arcadia / che un tempo fugg il talamo nuziale dell'innamorato Melanione / preferendo la propria castit. Ma Afrodite irata tutto il suo cuore invase di colui ch'ella prima disamava. / Anche tu cedi, amata mia, e non risvegliare l'ira di Cipride." (10). La
caduta di Ero ben intuibile, e la disperazione si fonde al desiderio nella fanciulla, trascinata da un sentimento d'amore terreno e trattenuta da quello di

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un amor sacro. Ma i problemi da risolvere per vivere questo amore sono seri e di difficile risoluzione: un mare tempestoso divide i due amanti, quello dei divieti dei genitori e quello profondo, buio, pericoloso, dal quale la stessa Afrodite nacque: ma cosa non pu affrontare una amore appena sbocciato? I due ragazzi decidono di affrontare i rischi e di essere sposi di notte e fanciulli sperati di giorno. Ero porr un lume sulla sommit della torre ogni notte, e Leandr affronter i flutti a nuoto, sfidando la sorte, avendo come unica guida la fiamma dell'amore. Ma ti scongiuro, amore, che l'impetuoso

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sarebbe stato quella stessa lampada che avrebbe benedetto sia la loro prima unione, ma che sarebbe stata anche il mezzo per le successive unioni segrete. Le notti trascorsero, e Leandro si affidava speranzoso e desideroso ai flutti, che stremato, lo partorivano purificato dall'altra sponda, pronto per la sua sposa trepidante. Ma breve tempo dur la vita

soffio del vento/ non faccia spegnere questa lampada lume della mia vita; / o subito andrei incontro a morte sicura. (11).
I due ragazzi si uniscono in un matrimonio segreto, e il loro testimone

loro e per poco / goderon degli insonni errabondi imenei. / Quando fu la stagione del gelido inverno / che agita il turbine d'orrende tempeste, / anche l'incerto abisso e l'umido fondo del mare / batteva il soffio dei vente impetuosi/ e dagli uragani era flagellato in tutta la sua vastit; (12): il loro amore avrebbe dovuto
essere sospeso dall'infuriare dei venti, ma cos non fu, e Ero, ingenua ed innamorata espose il lume anche in una notte di tempesta. Leandro non seppe resistere, e si affid a quel mare che si confondeva col cielo per l'altezza delle proprie onde: Lo sventurato

Leandro preso dai vortici inesorabili / implor pi volte Afrodite Thalassia / e lo stesso Poseidone signore del mare / e non lasci neppure Borea, immemore della sua sposa ateniese, / ma nessuno gli venne in aiuto; non tenne Eros lontane le Moire (13).
Leandro affog. Ero sconvolta da un presentimento che troppo

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sapeva di realt rimase sveglia tutta la notte nell'attesa, imprecando contro i venti. Giunse l'alba e di Leandro non v'era traccia su tutto il mare: abbassato lo sguardo agli scogli il corpo dell'amato era l, dilaniato, esanime. Lei che era Cipride in terra, adesso piangeva con lo stesso sentimento quell'Adone terreno, morto in virt del suo amore: in terra si compiva quello che sull'Olimpo si continuava dai tempi dei tempi: Adone moriva, per risorgere presto, e di Cipride moriva la parte pi felice, che sarebbe rinata solo alla venuta dell'amato ormai divenuto immortale. Ero, sconvolta dal dolore lacera le sue vesti e si getta dalla torre, morendo proprio accanto al corpo del suo amato: Trov cos la morte Ero insieme 8. vv. 126-7. 9. vv. 141-9. 10. vv. 152-7. 11. vv. 216-8. 12. vv. 291-7. 13. vv. 319-23. 14. vv. 342-3.

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col morto nell'estrema gioirono.(14).


NOTE:

compagno / e anche morte l'uno dell'altra [L.A.]

1. Il mito di Ero e Leandro argomento di un poemetto di 343 esametri greci scritto da Museo (detto Epico). leggibile in MUSEO, Ero e Leandro, a c. L. MIGOTTO , Pordenone 1992. Tutte le citazioni che seguono sono tratte da questo poemetto. 2. vv. 42-3. 3. vv. 30-2. 4. vv. 33-41. 5. vv. 66-8. 6. vv. 86-9. 7. vv. 117 sgg.

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SEZIONE MISCELLANEA
LE PIANTE DI VENERE DIVIETI
CULTUALI

ISIACI

A cura di Lorenzo Abbate

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Phanes n.4
DIVIETI CULTUALI ISIACI

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Nell'editoriale di Phanes n.2 si parlato di una occasione ben precisa nella quale ci siamo trovati direttamente coinvolto in un ampio discorso riguardante i culti isiaci. Al mio domandare in che modo loro, moderno e compatto gruppo di fedeli isiaci, si regolassero riguardo ai molti divieti che tale culto comportava, mi sono sentito rispondere che la maggior parte di questi erano solo delle superstizioni, che nulla toglievano o aggiungevano alla loro fede. Mi sono allora ripromesso di pubblicare un articolo per smentire tale teoria, che vede nelle prescrizioni ed in divieti antichi secoli solo un ostacolo superstizioso alla propria pratica cultuale. Se gli antichi, che canonizzarono un dato culto, prescrivevano delle regole di culto, queste, devono essere considerate, prese in analisi ed adottate dai moderni, o al massimo, analizzate, conosciute, e non seguite, con la coscienza per che se questi divieti esistono, ed erano rispettati, avevano un loro fondamento forte, ed una loro funzionalit decisiva nell'ambito delle celebrazioni. Questo passo che riporto con piccolissimi tagli, comprende i capitoli 3-8 del De Iside et Osiride di Pultarco, scritto prezioso come l'oro per chi intenda avvicinarsi a divinit come Iside, nella sua tipizzazione (o forse semplificazione ?) greco-romana, ad

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Osiride e Serapide. Spero che la lettura di questo passo possa portarvi a ragionare sul valore dei divieti, sul peso che questi debbano avere nelle pratiche religiose di noi moderni, e quali, se e perch possano essere tacitate. un fatto, Clea, che il farsi

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crescere la barba e portare il mantello logoro non bastano a fare il filosofo; cos naturalmente, gli abiti di lino e le tonsure non bastano a fare un sincero adoratore di Iside. , invece, un vero Isiaco colui che ha ricevuto, per via legittima, ci che indicato nei riti liturgici su questi di, e che ricerca, con ragione e con sapienza, la verit contenuta in quei riti.
[4]. Vero che i pi non si rendono

deporre la loro chioma radendo e levigando i loro corpo, s da farli uniformemente lisci e glabri, e poi indossare e portare pelli di animali! Noi dobbiamo credere che, quando Esiodo dice: non tagliare, nel fiorente convito degli di, il secco dal verde, mondando con ferro rilucente l'arboscello dai cinque rami egli voglia insegnare che gli uomini debbano essere gi puri da tali cose, per celebrare degnamente la festa, e non proprio in mezzo alle sacre cerimonie operare tale purificazione e tagliare le unghie troppo cresciute! Quanto al lino, esso sputa dal seno della terra immortale e produce un frutto buono a mangiarsi e ci fornisce una veste semplice e pura e cos lieve che non opprime, pur offrendo riparo contro il calore, adatta perci ad ogni stagione; e, come dicono, non va soggetta per nulla a generare insetti: ma quest'argomento qui fuor di luogo. sacerdoti hanno tanta ripugnanza per tutto ci che naturalmente superfluo, che non solo schivan la maggior parte dei legumi e, tra le carni, quelle di montone e di porco, che lasciano un grande residuo, ma escludono persino il sale dalle vivande durante certi periodi di speciale santit; per questo si appellano a varie altre ragioni e, in particolare, al fatto che il sale rende oltremodo desiderosi di bere e di mangiare, stuzzicando l'appetito. Considerare, poi, il sale impuro perch, al dire d'Aristagora, molti minuti insetti vi muoion dentro, rappresi per il fenomeno
[5]. I

conto di queste cose tanto comuni e piccole: per quale ragione, cio, i sacerdoti si recidano i capelli e indossano versi di lino. Alcuni non si dan proprio pensiero di saper tali cose; altri dicono che i sacerdoti, per riverenza verso la pecora, si astengono sia dalla lana sia dalle carni; che si tonsurano in segno di lutto; e che portano vesti di lino per il colore che la pianta del lino dispiega nel suo fiorire, somigliante all'azzurro etereo che cinge il mondo. Ma l'unica vera ragione, tra tutte, si trova nella parola di Platone: All'impuro non lecito toccar cosa pure. Ora, non c' nulla di casto e di puro nella materia residua e rifiutata dal cibo; ma proprio da tali residui nascono e vegetano lana, peli, capelli ed unghie. Sarebbe quindi ridicolo che i sacerdoti, nella castit del loro costume, dovessero

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della cristallizzazione, una ingenuit bell'e buona. anche detto che abbeverano Apis all'acqua di un pozzo speciale e lo allontanano assolutamente dalle acque del Nilo, non gi perch le credano impure per via del coccodrillo, come alcuni pensano: nulla infatti cos in onore, presso gli Egiziani, come il Nilo. La ragione che, bevendo acqua del Nilo, ci s'impingua, sembra, e si diventa per lo pi obesi. Naturalmente, gli Egiziani non vogliono che n Apis n loro stessi si riducano in questa condizione; al contrario, essi desiderano che i loro corpi cingano le anime, agili e leggeri, e non soffochino e opprimano la parte divina col predominio e la preponderanza della parte mortale.
[6]. Vino, poi, i ministri dei dio in

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avevano combattuto un tempo contro gli di, appunto perch da costoro, caduti e mescolati alla terra, erano spuntate, secondo la loro credenza, le viti. Ed ecco perch l'ubriacarsi toglie loro il senno e li rende vittime di allucinazione: poich s'impregnano del sangue dei loro antenati.
[] [7]. Non che si astengono, tutti gli

Heliopoli non ne introducono affatto nel tempio, poich di oggigiorno non conveniente bere, mentre stanno sotto lo sguardo del loro signore e re. Gli altri ne bevono, ma poco. Hanno, poi, molti periodi di particolare santit, in cui sono completamente astemii, e trascorrono allora il tempo dedicandosi allo studio della filosofia, imparando e insegnando le cose divine. I re usano bere una limitata quantit di vino in virt di una prescrizione sacra come Ecateo attesta: essi sono anche sacerdoti. L'uso del bere sorse a datare dal regno di Psammetico; prima non bevevano vino, n lo usavano nelle libazioni come qualcosa di gradito agli de; anzi, al contrario, credevano ch'esso fosse il sangue di coloro che

Egizi, da ogni pesce di mare, ma solo da alcuni; per esempio, quei di Ossirinco si astengono dai pesci presi con l'amo; poich , venerando il pesce ossirinco (il luccio), temono che l'amo abbia a restare impuro, se vi s'impiglia l'ossirinco. I Syeniti si astengono dal fagro; sembra, invero, che questo pesce faccia la sua apparizione contemporaneamente alla inondazione del Nilo ed abbia cos l'aspetto di chi annuncia, spontaneo messaggero, la crescita del fiume a gioia delle genti. I sacerdoti per, si astengono da tutti i pesci; e, al nono giorno del primo mese, non c' Egiziano comune che non mangi del pesce cotto dinanzi alla porta di casa; i sacerdoti, ripetiamo, non ne assaggiano neppure, ma lo bruciano solamente dinanzi alle porte. Tra le due ragioni che spiegano tale usanza l'una di natura religiosa [] l'altra evidente e un po' banale, in quanto dichiara che il pesce cibo non necessario e non ricercato [] . Insomma, gli Egiziani credono che il mare sia derivato da una purulenta materia e che giaccia fuori dal confine del mondo, che non ne sia, infine, n parte n elemento, ma un corrotto e morboso residuo di estranea natura.

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[8]. [] Vero invece, che i

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sacerdoti si astengono religiosamente dalla cipolla e ne hanno ripugnanza e se ne guardano, perch essa l'unica pianta che naturalmente attecchisce e fiorisce al calar della luna. Non poi cibo adatto, la cipolla, sia per chi digiuna sia per chi in festa, perch, a prenderla, nel primo caso vien sete, nel secondo vien da piangere. Tant' pure del porco: lo stimano immondo, interdetto al sacrificio; sopratutto perch si crede che si accoppi al calar della luna e perch i corpi di coloro che bevono il suo latte si maculano di lebbra e di ruvida scabbia. Circola poi, un'altra storia: ch'essi, cio, sacrificano il porco per poi mangiarlo, una volta sola, al plenilunio, a memoria del fatto che Tifone, inseguendo un maiale alla luce del plenilunio, trov l'arca di legno, in cui giaceva il corpo di Osiride, e la fece a pezzi []. [L.A.]
Immagini: p.21, Iside, J. Cheere, 1767.

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LE PIANTE DI VENERE

Nelle tradizioni popolari europee, spesso troviamo piante e fiori ai quali sono stati dati nomi molto particolari, pi o meno coerenti con quelli propriamente botanici. Le piante che vedremo sono, in accordo col tema di questo mese, collegate alla Dea Venere.(1)

propriet di rinvigorire il corpo sfiancato

dopo gli incontri amorosi e di risvegliare la potenza sessuale quando debole per let avanzata. Altra citazione classica del
Pettine di Venere, proviene da Aristofane (3) , che burla Euripide sostenendo che la madre non commerciava ortaggi bens Scandix.

La prima di queste il Pettine di Venere (Scandix pecten Veneris), reperibile nellItalia Centro meridionale, infestante e dallaspetto realmente somigliante ad un piccolo pettinino. Questa piantina ha delle protrusioni appuntite che sono sintetizzate dal termine scandix , proveniente dal greco scazo ossia pungo. Oltre a questa specie, abbiamo anche la australis, che sostiene Plinio(2), ha la

La Scarpetta di Venere (Cypripedium calceolus), appartiene alla famiglia delle Orchidaceae, ed la seconda piantina che prenderemo in considerazione: gli indiani dAmerica la utilizzavano contro i dolori alla testa(4).

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La prossima pianta appartiene alla famiglia delle Crassulaceae, il suo nome Cotyledon umbilicus Veneris, ed chiamata Ombelico di Venere(5). Le sue foglie a dischetto con una leggera depressione centrale, spiegano il perch di questo nome: Ippocrate la consiglia per il vigore e lappetito sessuale, e per gli attacchi epilettici. Le zone nelle quali cresce sono Europa del Sud, Guinea ed Etiopia.

Capelvenere (Adiantum capillus Veneris), forse la pi famose delle piante che portano il nome della Dea, appartiene alla famiglia delle Adiantaceae, ed un altro dei suo nomi barba di Giove(6). Questa felce cresce appesa sulle pareti di grotte umide e nascoste di Europa, Africa ed America Centrale. Il termine Adiantum proviene da adiantos, ossia che non si bagna, dato proprio grazie alle propriet impermeabili delle foglie. Teocrito riporta il Capelvenere come presente nella fonte dove Hylas degli Argonauti cerc acqua per la sua nave. Altri la associano alle offerte da donare a Plutone, vista la recondit e loscurit delle grotte dove la si pu raccogliere. Infine, ricordiamo come nel XVII sec. venisse utilizzata in infusione assieme al the per produrre une bevanda chiamata bavarese. Il

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Lultima pianta che prendiamo in considerazione, e ella quale purtroppo non sono riportate altre informazioni se non quelle botanico/biologiche, lAgrostemna coronaria, ossia il Labbro di Venere, che si dice facesse parte della flora che rivestiva il bagno di Afrodite(7). [J.R.]

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NOTE: 1. DE GUBERNATIS 1878. 2. PLIN. Nat. hist. XII 81-2. 3. ARISTOPH. Acarn. 300. 4. PIGNATTI 1982. 5. LOCKTON 2009. 6. PIGNATTI 1982. 7. DIERBACH 1981.

SCIOGLIMENTO DELLE SIGLE: -DE GUBERNATIS 1878: A. DE GUBERNATIS, La mythologie des plantes, Parigi 1878. -PIGNATTI 1982: S. PIGNATTI, Flora dItalia, Bologna 1982. -LOCKTON 2009: A. LOCKTON, Species Account: Umbilicus rupestris, Londra 2009. 1981: J. DIERBACH, Mythologica, Liechtestein 1981. -DIERBACH

Flora

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SEZIONE OMNIA ALTERA

SHUKRA

BIONE: IL COMPIANTO PER LA MORTE DI ADONE LA VENERE CELTICA RECENSIONI

IL CARRO DI BRONZO DI STRETTWEG IL FIUME ROSSO DI BIBLO

A cura di Jonathan Righi

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Phanes n.4

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SHUKRA
Il Pianeta Venere.

Fra i Navagrahas(1) troviamo Shukra, ossia il pianeta Venere. Egli il figlio del saggio Bhrigu, il quale gli insegn le discipline che lo portarono alla conoscenza suprema. Shukra decise di divenire il protettore ed il Maestro degli Asuras, ossia dei nemici delle divinit, e di proteggerli: per questo scopo inizi a cultuare Shiva il quale gli diede il potere di riportare alla vita gli Asuras morti. Si presenta in questo aspetto come protettore dellequilibrio fra energie opposte; non dimentichiamo tuttavia la sua competenza nellinsegnamento dei Mantra, degli incantesimi e dellalchimia, nonch il suo dominio sulla bellezza, sulla sensualit, su salute, pioggia ed Arte. Il metallo collegato al pianeta Venere largento, la pietra il diamante, la direzione verso la quale rivolgersi per pregarlo Sud-Est ed il numero a lui sacro il sei. Qui di seguito riportiamo una delle preghiere che vengono rivolte a Shukra:

Mi inchino a Shukra, che profumato, Della polvere del sandalo e del gelsomino, Il grande Guru dei demoni, Detentore di tutte le scritture, Discendente del saggio Bhrigu. Om, io mi inchino a Shukra.
[J.R.]

Himakunda mrinalabham Daityanam Paramam Gurum Sarvashastra pravaktharam Bharghavam prnamamyaham Om Shukrayaha Namaha.
Preghiere e Testi Sacri

NOTE:
1. Si veda larticolo Navagrahas, in Phanes n.0 a p. 37 e sgg.

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Phanes n.4
BIONE: IL COMPIANTO
PER LA MORTE DI ADONE

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Bione nacque a Flossa presso Smirne, verso la fine del II secolo a.C.. Il corpus bucolico ci ha tramandato il suo maggior componimento, l'Epitafio di Adone, in 98 esametri e Giovanni Stobeo diciassette frammenti tratti dai suoi carmi bucolici. La morte di questo poeta fu pianta da un suo scolaro ed amico, nel carme, forse artificoso e poco sentito chiamato Canto funebre per Bione.

Ahi! Adone io compiango: morto il bellissimo Adone. Morto il bellissimo Adone: rispondono al pianto gli Amori. Nelle purpuree tue coltri, o Cipride, pi non dormire; Svegliati, misera, in lugubre veste avvolgiti, e il seno Battiti, e a tutti ora grida: morto il bellissimo Adone. Ahi! Adone io compiango: rispondono al pianto gli Amori. Giace il bellissimo Adone sui monti, ferito da un dente Da bianco dente alla bianca sua coscia,

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Phanes n.4
e per mal di Afrodite Alito fievole esala; il sangue vermiglio gli riga Le nivee carni, e di fra le palpebre languono gli occhi; Sulle labbra sfiorisce la rosa, ed intorno alle labbra Muore anche il bacio che Cipride mai non vi coglier pi. Bacio di lui non pi vivo a Cipride ancor piacerebbe, Ma inconsapevole Adone che lei lo baci moribondo. Ahi! Adone io compiango: rispondono al pianto gli Amori. Ahi! Crudele crudele ferita ha nel femore Adone, Ma pi profonda ferita ha Cipride fitta nel cuore. A lui dintorno i fedeli suoi cani ulularono a lungo, E si lamentano ancora le Oreadi Ninfe; Afrodite Con i capelli disciolti va per le selve vagando Piena d'angoscia, discinta, coi piedi nudi, e mentre ella Corre, la graffiano i rovi e colgono il sangue divino. Ella, levando alte grida, percorre le vaste vallate, Chiama l'Assirio suo sposo e innumere volte lo invoca...

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Ahi Ahi Citerea! Rispondono al pianto gli Amori. Il bel suo sposo ha perduto, ha perduto il divino fulgore. Grazia e bellezza era a Cipride fin quando Adone viveva; Ma con Adone si spento il suo fascino! Dicono tutte le balze, e le quercie lamentano Adone, E della pena che soffre Afrodite si dolgono i fiumi, Lacrime versano al lutto di Adone le fonti montane, I fiori per il dolore si arrossano e Citerea Per tutti i poggi e le valli fa udire il suo flebile canto. Ahi ahi Citerea! morto il bellissimo Adone. Eco al compianto risponde: morto il bellissimo Adone. Chi per l'amore infelice di Cipride non piangerebbe? Come ella vide e cap l'insanabile piaga di Adone E vide il sangue vermiglio sul femore che vi sfioriva, Tese le braccia, proruppe in un gemito: Adone, rimani, Misero Adone rimani, che un'ultima volta a te venga, Fra le mie braccia ti stringa e mescoli labbra con labbra. Svegliati un attimo, Adone, e donami un

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Ben pi potente, e a te deve venire ogni cosa ch' bella. Tutto a me male ed io sento irrimediabile angoscia E piango Adone a me morto, e di te, Persefone io temo, Caro, sei morto; e vol la mia felicit come sogno, Vedova or Citerea, sono orfani in casa gli amori. Teco il mio fascino spento, perch t'arrischiavi alla caccia Bello come eri perch bramavi lottar colle fiere. ultimo bacio, Baciami tu lungamente fin quando il bacio tuo viva, Fin quando sulla mia bocca tu aliti, e infondo al mio cuore Il tuo respiro discenda, e il tuo dolce filtro io ne sugga, E del tuo amore mi imbeva: conserver tale bacio Come lo stesso Adone, poich, infelice, mi fuggi, Tu fuggi, Adone, lontano, andandotene verso Acheronte, A un re truce e selvaggio ed io, ahim sventurata, Io vivo invece, che sono Dea e non posso seguirti. Ma tu, Persefone, accogli il mio sposo, poich di me sei Tale di Cipride il pianto: rispondono al pianto gli Amori, Ahi! Adone io compiango: morto il bellissimo Adone. Quante son lagrime che versa Cipride, tanto anche il sangue Che versa Adone, ed il tutto al suolo si germina in fiore. Nasce dal sangue la rosa, l'anemone nasce dal pianto. Ahi! Adone io compiango: morto il bellissimo Adone. Pi non piangere, Cipride, in mezzo alle selve il tuo sposo. Letto non per Adone giaciglio di povere fronte, Il letto tuo Citerea, deve accogliere Adone pur morto, Pur morto bello, egli bello pur morto,

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che pare dorma. Ponilo sulle tue morbide coltri ove un tempo giaceva Fra le tue braccia, la notte, affranto in un sonno divino, Nel letto d'oro che brama accogliere Adone anche inerte. Su di lui getta corone e fiori, che tutti con lui, poich'egli morto, che i fiori con lui pure muoiano tutti. Su di lui versa gli unguenti di Assiria, versa i profumi: Tutti i profumi periscano se Adone per, tuo profumo. Giace disteso su veli di porpora il tenero Adone; A lui d'intorno gli Amori effondono pianti e singulti; Han per Adone recise le chiome, sul letto ha deposto Chi le saette e chi l'arco e chi la faretra e chi l'ala, L'uno il sandalo ha sciolto di Adone, altri in aureo catino Portano l'acqua ed un altro gli lava le cosce piagate, Un altro, dietro, col muover dell'ali ventila Adone. Ahi ahi Citerea! Rispondono al pianto gli Amori. Sopra le soglie Imeneo tutte le sue fiaccole ha spento,

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Le nuziali ghirlande ha disperso, non pi canta Imene!, Or non pi Imene!, che il suo ritornello, egli canta, ma Ahi! Ahi! Ma con pi lamentevole voce che non Imeneo Pure le Cariti piangono il figlio di Cinira Adone, Morto il bellissimo Adone, dicendosi l'una coll'altra. Ahi! Con un grido pi acuto di quel che tu levi, o Dione, Anche le Moire piangono e chiamano Adone nell'Ade; Con i loro incanti lo vogliono attrarre, ma lui non le ascolta: Non che non voglia, ma Core non gli consente l'andare. Cessa il tuo lutto Afrodite, per oggi trattieni il compianto. Piangere ancora un altr'anno e ancora dovrai lagrimare.
[Trad. di Annunziato Presta] Questo carme, con l'espressione violenta

del pathos, ricorda l'arte barocca, la grande arte delle sculture di Pergamo e del Bernini. Nel pianto disordinato, appassionato, tristissimo, come un'eco del sentimento orientale: c' qualcosa di molle e di voluttuoso, e, insieme, di sfrenato, di selvaggio, di orgiastico. Quale abisso c' tra questo poeta e il timido classicista Mosco! Con Bione comincia

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qualche cosa di novo nella poesia greca, che generalmente plastica, che ama le linee armoniche del disegno, che ama poco il colore, diventa in Bione soltanto colore. Ma sulla stessa linea di Bione Catullo: nell'Epitalamio di Peleo e Teti, nell'elegia ad Allio, pi ancora nell'Attis, la composizione p barocca, ed erompe senza freno il pathos. E il continuatore di Bione sar, nella poesia greca, Nonno. Bione un decadente; ma il suo carme un capolavoro. Non il frigido poemetto di Museo, ma il carme di Bione merita d'esser detto l'ultimo fiore della poesia greca: strano, purpureo fiore, dall'acuto e inebbriante prufumo (G. Perrotta, Storia della Letteratura Greca, Firenze 1984 vol. 3, p. 154). [L.A.]

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IL CARRO BRONZEO
DI STRETTWEG

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Questo strabiliante manufatto stato rinvenuto in Austria, nei pressi della citt di Judenburg nel 1851, e datato al VII sec. d.C. in una tomba di Halstatt. Questo oggetto cultuale costituito da una piattaforma rettangolare poggiata su quatro ruote ad otto raggi ciascuna; sulla piattaforma sono disposti a corteo dodici guerrieri, quattro cavalli e due cervi. Al centro si erge una figura femminile ben pi alta degli altri personaggi (circa 32 cm), proprio grazie a questa osservazione

possiamo dedurre si tratti di una divinit o comunque di una rappresentante del culto. La Dea mantiene con le braccia alzate una coppa di bronzo, nella quale ipoteticamente sarebbero stati inseriti i liquidi delle offerte perch potessero consumarsi. Boucher(1) sostiene si tratti della rappresentazione di una caccia rituale, presieduta dalla divinit corrispondente, che potremo forse identificare in Drunemetona, o in altre divinit femminili silvane. La

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rappresentazione squisitamente celtica, come si potr facilmente osservare dalla dimensione esagerata delle corna dei due cervi: come detto in altri articoli di questa rivista, lenfasi posta sugli attributi degli animali nelliconografia, un mezzo per esaltare le propriet caratteriali e simboliche degli stessi(2). In questo caso il cervo assume il ruolo di mediatore fra le potenze naturali e la realt materiale comprensibile, portatore di vigore sessuale, aggressivit, saggezza, longevit, dignit e araldo degli Dei silvani (ad esempio Cernunnos). Questo affascinante carro uno dei pochi superstiti del corredo rituale appartenente alla dimensione religiosa celtica. [J.R.]
NOTE: 1. BOUCHER 1976. 2. Lo stesso fenomeno pu essere riscontrato nelliconografia dei cinghiali, dei quali vengono sottolineate le setole sul dorso.

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SCIOGLIMENTO DELLE SIGLE: -BOUCHER 1976 : S. BOUCHER, Recherches sur

les bronzes figurs de Gaule pre-romaine et romaine, Parigi 1976.


Immagini : p. 35, visione laterale del Carro. p.36, Dea Centrale eretta sul carro.

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LA VENERE CELTICA

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Quella che vedete in immagine una statuetta di una cos chiamata Venere Celtica: statuette come questa vennero prodotte prevalentemente nella Gallia centrale e nel Rhineland. Appaiono a tutti gli effetti come simulacri nudi di una divinit celtica dellAmore, tuttavia agli occhi dellappassionato sar facile ricordare che persino durante la dominazione romana, quasi nessuna divinit celtica assunse caratteristiche esclusive di divinit amorosa, come quelle

che si possono riscontrare in Afrodite o in Venere. La preziosa archeologia ci comunica i tipi di luoghi nei quali sono stati fatti i ritrovamenti, per aiutarci quindi a comprendere le possibili funzioni di queste bellissime divinit. Queste Veneri, purtroppo non eccessivamente abbondanti, vennero scoperte allinterno di tombe, case e sorgenti: la funzione tombale quella di proteggere i corpi e le anime dei defunti, quella domestica di portare abbondanza e

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serenit al nucleo familiare, quella dei ritrovamenti sorgivi collegata alla guarigione. Questo culto era limitato alla dimensione privata oppure si estendeva anche a livello pubblico e sociale? Linkenheld(1) ci fa notare che non esistono statue monumentali di queste Veneri, e che quindi sicuramente potremo scartare la seconda opzione. Probabilmente le piccole statuine erano utili ad un culto proprio di chi spontaneamente decideva di inserirle nella venerazione domestica. Liconografia degli attributi varia, e comprende ruote e diversi simboli solari, aprendo la possibilit di poter considerare queste Veneri come Dee almeno in parte celesti. [J.R.]
NOTE: 1. LINKENHELD 1929.

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SCIOGLIMENTO DELLE SIGLE: -LINKENHELD 1929: E. LINKENHELD, Sucellus et Nantosuelta, Parigi 1929.

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IL FIUME ROSSO DI BIBLO.

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Non un luogo raggiungibile e visitabile questa volta, ma un luogo del mito (non sappiamo se il fenomeno esista ancora), che fu suggestione per le civilt e i religiosi antichi. Luciano di Samosata ci tramanda, in una sua operatta minore, il Dea Syria, una descrizione delle feste adonie di Biblo: Ho visto a Biblo un

grande tempio di Afrodite Biblia, nel quale si celebrano anche cerimonie in onore

di Adone. Mi sono fatto iniziare a queste cerimonie. Gli abitanti di Biblo sostengono che la storia di Adone, ferito a morte da un cinghiale, si sia svolta proprio nella loro regione. A ricordo di questo evento si celebrano annualmente in tutta la regione dei riti orgiastici, durante i quali si battono il petto, piangendo e mostrando un grande dolore. Quando hanno finito di lamentarsi e piangere,

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dedicano dei doni funebri ad Adone, come morto, ma l'indomani dicono che egi sia vivo e lo collocano in cielo. Inoltre si radono la testa, come gli Egizi per la morte del bue Apis, Le donne che non vogliono tagliarsi i capello, devono in qualche modo pagare una ammenda che consiste nel prostiuire i loro corpi per un giorno. Solo gli stranieri, del resto possono godere dei loro favori, e il prezzo della prostituzione offerto ad Afrodite. (Luc.
Dea Syr. 28) Le feste cadevano in un periodo ben preciso, ma la loro data era sostanzialmente variabile di alcuni giorni, infatti l'inizio dei festeggiamenti era sancito da un singolarissimo evento naturale: Nel territorio di questa citt si

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vede ancora un fenomeno straordinario: un fiume che scende dal monte Libano e sbocca in mare. Gli si dato il nome di Adone. Ogni anno le sue acque si mutano in sangue, e , dopo aver perso il proprio colore naturale, si disperdono in mare, arrossandone un lungo tratto di costa: il fenomeno indica agli abitanti di Biblio che questo il momento di prendere il lutto. Si dice infatti che in questi giorni Adone fosse ferito a morte sul monte Libano (Luc. Dea Syr. 30).
[L.A.]

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FRANCESCO MARIA AMATO, La cucina di Roma antica, int. Di G. MANNINO, Roma 2004 pp. 145.
Fin qui la nostra rivista si sempre spinta ad analizzare una cultura tramite le fonti storiche, archeologiche, letterarie pi affidabili giunteci, ma in questo modo si corre il rischio di dimenticare che quelle civilt antiche erano vive, vitali; le loro strade pullulavano di persone, mercanti, animali, maleodoranti miasmi e odori sopraffini, di bellezze ineguagliabili e di lordure degne del terzo mondo. E questo libro ci riporta proprio a questo piano materiale della civilt romana: i suoi odori, i suoi sapori, i suoi gusti e le sue perversioni culinarie. Sfruttando una fonte nota e deliziosa ( proprio il caso di dirlo?), ovvero il De re coquinaria di Apicio, l'autore ripropone le ricette classiche della Roma imperiale. Anche solo a sfogliare questo volume potrebbe ai pi venire l'acquolina in bocca, anche se questi piatti sfuggono totalmente dal panorama gastronomico moderno: antipasti di polpette di aragosta (p.51), di zucche ripiene (p. 54), crostini di formaggio (p. 57), e poi salse e salsine per tutti i gusti, fino ad arrivare a prelibatezze del tempo che richiedevano una lunga preparazione, e che, credo, nessuno desideri assaggiare in maniera irrefrenabile, come le lumache ingrassate con latte vaccino (p. 59). Poi primi, quasi solo zuppe a base vegetale e farinate, secondi ancora allettanti come arrosti di qualsiasi animale, dalla lepre al cinghiale, dall'agnello al pollo; unica costante in quasi tutte le ricette, anche in quelle dove meno te lo potresti aspettare? Il garum, un intruglio del quale i romani andavano letteralmente matti, tanto da impiantarne fabbriche maleodoranti in ogni sobborgo di citt; e data la sua onnipresenza, per ogni vero neo-romano, ne riportiamo la ricetta... (p.31) Si prendano pesci grassi come sardine,

acciughe; quindi si uniscano sale, erbe aromatiche secche come l'aneto, la menta, il finocchio, il sedano, la mentuccia, l'origano, la ruta. Di queste erbe si disponga un primo strato nel fondo di un vaso. Si faccia quindi un altro strato di pesci, interi se sono di piccole dimensioni, a pezzi se pi grossi. Si copra con uno strato di sale spesso due dita e si ripeta l'operazione dei tre strati fino a che il vaso sia colmo. Si chiuda e si lasci macerare il tutto per sette giorni. Poi per altri venti giorni si rimesti il tutto. Allora si raccolga il liquido che cola

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avendo cura di filtrarlo attraverso un panno...delizioso no? Scherzi ed ironia a parte, io


sinceramente, sarei curioso di assaggiarlo, ma di certo non di appestare la casa con pesce in salamoia semi-putrefatto! Il libro non si limita alle ricette di Apicio, ma conduce uno spoglio della maggior parte degli autori classici e alto medievali, per ricavarne quanto pi possibile, spiegandolo poi a parole proprie col supporto dei testi. La cosa pi difficile di queste ricette risiedeva proprio nelle dosi degli ingredienti, espresse in sistemi a noi assolutamente non congeniali e conosciuti: alla fine del libro presente un lessico che spiega le corrispondenze delle misure e le corrispondenze dei nomi degli ingredienti, altra cosa di difficilissima interpretazione/comprensione per un lettore/cuoco moderno.... Buon appetito! [L.A.]

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LAURENTINO GARCA Y GARCA, Pupils, teachers and schools in Pompeii, childhood, youth and culture in the Roman era, Roma 2005.
Il volume, del quale purtroppo non esiste alcuna traduzione italiana, una nuova proposta dell'editore Bardi, sempre attento alle tematiche della cultura e della religione romana, ci permette, attraverso i ritrovamenti archeologiche e le evidenze letterarie della citt sommersa dalle lave del Vesuvio, di ripercorrere il cammino della scolarizzazione dei fanciulli della citt, passando poi a generalizzare il cammino allargandolo all'intera area di influenza romana. Il sistema educativo antico investigato dai primi livelli dell'insegnamento fino ai primi passi nel mondo scolastico, arrivando fino al periodo di licenza e di approccio alle carriere che richiedevano chiaramente unadeguata istruzione. Lo studio ripercorre la storia della cultura a Pompei tramite un approccio preciso alle evidenze archeologiche che attestano scuole, stanze dedicate all'insegnamento e librerie/biblioteche private. La differenza del metodo di insegnamento e delle modalit di approccio degli studenti sorprendentemente distante da quello moderno, non vogliamo dire migliore o peggiore, ma decisamente differente. L'insegnamento privato prevedeva un certo curriculum, quello pubblico un altro, con risultati decisamente differenti; quest'ultimo in particolar modo permise una buona alfabetizzazione di base, di cui attestazione palese la enorme mole di graffiti, pitture parietali, e annunci ritrovati sulle pareti della citt romano-partenopea, tutte testimonianze che stanno scomparendo, distrutte dall'incuria e dal vandalismo: ci che era vivido e luccicante nel Settecento, per noi ora sopravvive solo grazie alle riproduzioni ed alle incisioni approntate in quel periodo. Speriamo che questo volumetto, infondo agile e ben leggibile anche da chi non sia peritissimo nella lingua inglese, possa servire a farvi capire quale era il lavoro di studio, apprendimento e trasmissione della cultura romana, e di quanto vi sia alle spalle di un semplice Titire tu patulae recubans sub tegmine fagi, verso che oggi come allora segnava l'inizio degli studi linguistici latini degli studenti. [L.A.]
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BIBLIOGRAFIE GENERALI:

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TARANIS: -STUART PIGGOT, The Druids, New York 1985. -MIRANDA GREEN, Tanarus, Taranis and the Chester Altar, 1982. -MIRANDA GREEN, The Sun Gods of Ancient Europe, Londra 1991.

ERO E LEANDRO: -MUSEO, Ero e Leandro, a c. L. MIGOTTO , Pordenone 1992 -G SOLIMANO, Ero e Leandro: considerazioni sull'origine del mito, Miscellanea GrecoRomana, Genova 1966. -E. MERONE, Luci ed ombre nel poemetto di Museo, in Giornale Italiano di Filologia, 5, 1952.

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