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Introduzione e definizione di norme di conflitto Con la locuzione diritto internazionale privato si indica quella branca del diritto interno

di uno Stato che disciplina rapporti tra soggetti privati, quando tali rapporti presentino elementi di estraneit, ovvero una qualche circostanza che pone in collegamento la vicenda oltre che con lordinamento italiano, con uno o pi stati esteri. Le norme di diritto internazionale privato sono volte a guidare il giudice nell'individuazione del diritto da applicare: per questo vengono chiamate norme di conflitto, in quanto risolvono il conflitto tra lex fori (cio la legge in vigore nello Stato del foro) e legge straniera. Si tratta di norme strumentali, perch non pongono una disciplina sostanziale del rapporto da regolare, ma indicano semplicemente al giudice qual la legge da richiamare per regolare tale rapporto. La norma di conflitto si compone di tre elementi: la categoria astratta (insieme degli istituti giuridici che la singola norma di conflitto disciplina), lestraneit (che si desume attraverso i criteri di collegamento), e i criteri di collegamento (ossia circostanze che il legislatore ritiene idonee ad esprimere una connessione di una fattispecie con un certo ordinamento). Attualmente le norme di conflitto sono contenute tutte nella legge 218/95, che ha riformato lintera materia che in precedenza era regolata dagli artt. 17-31 delle pre-leggi; i criteri di collegamento previsti dalle pre-leggi erano rigidi, criterio prediletto era quello della cittadinanza (ius sanguinis o ius soli) poich lItalia era paese di emigrazione e non di immigrazione, per cui lo Stato ci teneva a rimanere legato ai propri cittadini. Oggi la legge 218/95 copre tre diversi aspetti, infatti come afferma lart. 1 la legge determina *lambito della giurisdizione italiana, *pone i criteri per lindividuazione del diritto applicabile e *disciplina lefficacia delle sentenze degli atti stranieri. Caratteristiche delle norme di conflitto: 1) funzione bilaterale: esse sono volte a rendere applicabile a volta a volta la lex fori o il diritto straniero; 2) automaticit: fuori di dubbio che per le norme di conflitto valga il principio iura novit curia e che le parti non possano sottrarsi alla loro applicazione. Le norme di conflitto, in altre parole, sono ricomprese nella scienza del giudice, il quale tenuto ad applicarle senza che vi sia bisogno che le parti le invochino, a meno che non sia la legge stessa a prevederne la facoltativit (e qui sar necessario che l'interessato faccia richiesta per chiederne l'applicazione). Criteri di collegamento Ciascuna norma di conflitto contempla una categoria pi o meno ampia di fattispecie per la quale, per mezzo di un criterio di collegamento, provvede a determinare il diritto che il giudice dovr applicare. Per criterio di collegamento si intende quella circostanza che il legislatore considera idonea ad esprimere una connessione di una certa fattispecie con un dato ordinamento e che risulti determinante ai fini dell'individuazione della legge applicabile. Alcuni di questi elementi operano anche come titoli di giurisdizione (es.domicilio), ossia vengono impiegati dal legislatore anche nelle norme con le quali delimita l'ambito delle giurisdizione italiana, nel senso che fanno s che il giudice italiano abbia il potere-dovere di giudicare. Solitamente, ai fini della delimitazione della giurisdizione e dell'individuazione della legge applicabile viene dato rilievo a taluni elementi della fattispecie, che possono riguardare tanto i soggetti interessati quanto la situazione o la relazione in ordine alla quale viene richiesto l'intervento del giudice. Nel nostro sistema il criterio di collegamento principale il criterio della cittadinanza;

vengono infatti regolate in base ad esso le questioni relative allo stato ed alla capacit delle persone, i rapporti di filiazione, le successioni mortis causae e le donazioni, nonch la tutela e gli altri istituti a protezione degli incapaci. Altri criteri di collegamento sono: il domicilio e la residenza; la volont dei privati interessati; la prevalente localizzazione della vita matrimoniale. Per lungo tempo uno dei temi cruciali del dip ha riguardato la preferenza da accordare alla cittadinanza piuttosto che al domicilio. Il criterio della cittadinanza riflette l'appartenenza dell'individuo allo Stato e si carica di intensi significati politici ed ideologici. Il criterio del domicilio e quelli della residenza e della residenza abituale riflettono un legame meno politico ed ideologico e dipendono dalla localizzazione del centro degli interessi di una persona e dalla sua fisica permanenza di un dato luogo. In passato la scelta dell'uno piuttosto che dell'altro criterio sembrava rispondere ad indirizzi di politica legislativa che vedevano schierati sul fronte del criterio di cittadinanza gli Stati a forte emigrazione, interessati a tener vivo il legame con i propri cittadini all'estero, mentre sul fronte dei criteri di tipo domiciliare si schieravano gli Stati verso i quali si dirigevano importanti correnti di immigrazione, interessati all'integrazione degli immigrati. Ma si tratta di una schematizzazione valida pi per il passato che per il presente: non pochi legislatori (tra cui quello italiano) hanno mostrato la tendenza a confermare la scelta tradizionale a favore del criterio della cittadinanza. Per quanto riguarda la volont delle parti, essa ha un ruolo importante nel nostro sistema di dip, sia come titolo di giurisdizione sia come criterio di collegamento. Il principio della volont trova espressione sul piano processuale nelle norme che riconoscono alle parti il potere di prorogare ma anche di derogare la giurisdizione. Particolarmente lungo il percorso attraverso il quale la volont delle parti ha assunto rilievo ai fini della determinazione della legge applicabile. Gi nel XIV secolo, Bartolo da Sassoferrato ed i commentatori della sua scuola si richiamavano alla volont delle parti per ammettere una deroga al sistema della personalit della legge e sottoporre il contratto alla legge del luogo di conclusione o a quella del luogo di esecuzione. Lo straniero, concludendo il contratto o prevedendone lesecuzione in uno Stato diverso dal proprio, implicitamente manifesta la volont di assoggettarsi alla potest di tale Stato e cos consente che gli si applichi tale legge. Un passo ulteriore si ha nel XVI secolo, ammettendo la possibilit di un vero e proprio accordo tra le parti circa la legge che deve regolare il loro contratto. La Convenzione di Roma del 1980 stabilisce che le parti possono non solo designare la legge applicabile al contratto ma possono convenire, in qualsiasi momento, di sottoporre il contratto ad una legge diversa da quella che lo regolava. Il principio dellautonomia de contraenti riveste anche un profilo diverso, nel senso della possibilit delle parti di individuare i contenuti del contratto: per questo si manifesta oggi la preoccupazione di evitare abusi dellautonomia della volont, che potrebbe essere utilizzata per sottoporre il contratto ad una data legge straniera al fine di sottrarlo a certe norme inderogabili. La stessa Convenzione di Roma prevede che la scelta di una legge regolatrice straniera non sottrae il contratto alla prese delle norme inderogabili dellordinamento: in caso contrario avremmo un conflitto di leggi. Stessa questione vale per le disposizioni imperative di diritto comunitario, che non possono essere escluse da un accordo tra le parti (c.d. frode al diritto comunitario). pur vero che, a parte questi limiti, la convenzione di Roma valorizza al massimo il criterio della volont, consentendo che la scelta, oltre che espressa, possa risulta in modo ragionevolmente certo dalle disposizioni del contratto o dalle circostanze, possa riguardare tutto il contratto o solo una parte di esso, e possa

intervenire non solo in occasione della stipulazione del contratto ma anche prima o in un momento successivo. Tra gli altri criteri di collegamento merita un accenno la prevalente localizzazione della vita matrimoniale. La definizione classica di criterio di collegamento risulta inappropriata rispetto ad essa: infatti essa consiste in una sintesi di criteri, che deve essere operata e valutata dal giudice per arrivare allindividuazione della legge competente. La legge italiana muta al riguardo, mentre la Relazione ministeriale si limita ad indicare che, per stabilire ove la vita matrimoniale sia prevalentemente localizzata, va tenuto conto sia della natura sia della durata delle connessioni atte a determinare tale localizzazione e che occorre passare attraverso la valutazione dellintero arco della vita coniugale, tenendo conto, oltre che della residenza dei coniugi, di ogni altra circostanza significativa. In tal modo si suggerisce allinterprete una valutazione non puramente quantitativa ma anche qualitativa delle circostanze rilevanti nel caso specifico, senza fornire indicazioni in merito alla loro indicazione. Ci sembra agevole tuttavia comprendere tra i fattori di contatto di natura personale da prendere in considerazione, oltre alla residenza, la cittadinanza o le cittadinanze di ciascuno dei soggetti interessati. Bisogna evidenziare per che una loro comune residenza non vada di per s considerata come espressione della prevalente localizzazione della vita matrimoniale. Non si pu infatti ignorare che la vita matrimoniale coinvolge, oltre ai coniugi, altri soggetti: i figli. Ecco dunque che la formula vita matrimoniale va letta come vita familiare, con la conseguenza che dovranno essere prese in considerazione anche la nazionalit e la residenza dei figli. Altri fattori di contatto di natura personale di sicura rilevanza sono il domicilio e la dimora di coloro che compongono il nucleo familiare; mentre tra quelli di natura territoriale vanno annoverati il luogo di celebrazione del matrimonio, quello di nascita dei figli biologici, quello in cui stato assunto il provvedimento di adozione. N pu escludersi la rilevanza di fattori meno immediati, come la lingua per mezzo della quale i coniugi comunicano tra loro e con la prole. Comunque, occorre procedere non solo ad una ricognizione quantitativa ma anche ad una valutazione qualitativa dei fattori di connessione: ci comporta che linterprete dovr confrontare i singoli fattori, dando loro un peso differente. Classificazione dei criteri di collegamento: - criteri giuridici e criteri di fatto. Il legislatore prende in considerazione un contatto dordine materiale tra il rapporto o la situazione giuridica da regolare, ed un certo Stato. Per indicare tale contatto vengono impiegate a volte espressioni per accertare il cui significato pu essere sufficiente ricorrere a mere rilevazioni fattuali (criteri di fatto); oppure necessario ricorrere a nozioni giuridiche (criteri giuridici). - criteri soggettivi e criteri oggettivi. I criteri di collegamento possono concernere una connessione tra rapporto o situazione da regolare ed un certo Stato che riguardi tanto i soggetti interessati (criteri soggettivi) quanto altri elementi del rapporto (criteri oggettivi). - criteri costanti e criteri variabili. Nel primo caso i criteri di collegamento non sono suscettibili di modificarsi nel tempo, mentre nel secondo caso lo sono. Ma nella maggior parte dei casi le norme che fanno uso di criteri variabili provvedono ad ancorarli ad un momento dato. Concorso di criteri di collegamento: La legge 218/1995 impiega spesso una pluralit di criteri di collegamento , i quali vengono fatti concorrere tra loro secondo due modalit distinte che portano ad identificare due tipi di concorso: il concorso successivo ed il concorso alternativo. Si ha

concorso alternativo quando la norma di conflitto considera vari aspetti della fattispecie da regolare, suscettibili di collegare la fattispecie stessa simultaneamente con pi ordinamenti giuridici, ritenuti in pari modo adatti a disciplinare la categoria di fattispecie cui la norma si riferisce. I casi di concorso alternativo nella nostro legge riguardano per lo pi la forma dei negozi ed il risultato al quale il legislatore tende quello di favorirne la validit. In questi casi non limporta lordine secondo cui i criteri di collegamento sono elencati: importa che latto soddisfi i requisiti di forma previsti dal diritto materiale di uno qualunque degli ordinamenti richiamati; inoltre non detto n che in concreto i criteri di collegamento funzionino in direzione di ordinamenti tutti distinti tra loro n che tutti i criteri alternativi siano idonei in concreto ad operare. Una conseguenza implicita nellimpiego di una pluralit di criteri di collegamento in concorso alternativo sta nel fatto che la parte che in una controversia intende far valere linvalidit formale di uno nei negozi suddetti dovrebbe dimostrare che esso non soddisfa i requisiti formali previsti da alcuna delle leggi richiamate. Anche questo evidentemente un aspetto del favor validitatis. Casi di concorso alternativo riguardano anche questioni sostanziali. Le applicazioni pi significative sono quelle che si rinvengono in materia di filiazione. Di questo gruppo di disposizioni la pi complessa riguarda i figli legittimi: legittimo il figlio considerato tale dalla legge dello Stato di cui uno dei genitori cittadino al momento della nascita del figlio. Questa disposizione, ispirata al favor legitimitatis, richiama alternativamente le leggi nazionali dei genitori al momento della nascita del figlio. Il criterio di collegamento il medesimo (ovvero la cittadinanza), ma viene riferito ai genitori disgiuntamente: il giudice italiano, nel decidere della legittimit del figlio ove i genitori abbiano cittadinanze diverse, tiene conto di quella delle due leggi che consente di arrivare a considerare legittimo il figlio. Si ha invece concorso successivo quando la norma di conflitto impiega in sequenza, ossia a cascata, due o pi criteri di collegamento, ciascuno dei quali destinato a subentrare a quello/i che lo precede quando questultimo non si rilevi in grado di funzionare in relazione al caso singolo di cui questione. I criteri sono elencati secondo una scala che riflette le valutazioni del legislatore circa lordinamento maggiormente adatto a regolare la fattispecie cui la norma si riferisce in ragione della maggiore o minore intensit della connessione con le varie realt sociogiuridiche che i criteri di collegamento denotano. Nelle norme di conflitto che impiegano il criterio della cittadinanza, ad esso viene sostituito, ove il soggetto cui il criterio riferito sia apolide, quello del domicilio o, in mancanza, quello della residenza; ove il soggetto possiede pi cittadinanze, previsto che a prevalere tra esse sia quella italiana o, in mancanza, quella dello Stato con il quale esso risulti pi strettamente collegato. I criteri di collegamento della volont della parte e della prevalente localizzazione del rapporto non vengono mai utilizzati da soli nelle nostre norme di conflitto. Quello della volont sempre collocato al primo gradino della scala, mentre allaltro riservato un ruolo sussidiario. Si gi osservato come i criteri di collegamento soggettivi possano condurre allindividuazione di leggi diverse. Nelle norme di conflitto che configurano un concorso successivo, la circostanza appena esaminata porta ad escludere il funzionamento del suddetto criterio e a far intervenire quello successivo, con funzione sussidiaria. La legge di riforma vuole infatti evitare gli inconvenienti cui condurrebbe lapplicazione cumulativa delle diverse legge nazionali: la tecnica del concorso successivo serve proprio ad evitare quello che veniva chiamato concorso cumulativo di criteri di collegamento e che comportava o la sottoposizione della fattispecie alla

disciplina maggiormente rigorosa o ad un difficile ed artificioso contemperamento di discipline diverse. La qualificazione Quando si tratta di determinare il diritto applicabile ad un rapporto che presenta elementi di estraneit, la prima operazione che bisogna compiere la qualificazione. Secondo il dizionario della lingua italiana la qualificazione consiste nel definire persona o cosa nei suoi caratteri ed unoperazione frequente in molti rami del diritto. Il giudice deve sempre interpretare le norme e rapportare ad esse i connotati del caso sottoposto al suo esame: deve cio vedere se una determinata norma contempli un certo caso o meno. Nel campo del dip, ciascuna norma di conflitto impiega suoi propri criteri di collegamento e conduce ad un differente risultato, cio allapplicazione del diritto di questo o di quello Stato. Dopo aver accertato di avere giurisdizione, il giudice deve pertanto decidere quale norma di conflitto si adatti al caso sottopostogli, ossia a quale norma di conflitto sia riconducibile la fattispecie portata al suo esame e per fare ci compie unopera di qualificazione. Tale operazione consiste nella determinazione del significato delle formule giuridiche mediante le quali ciascuna norma di conflitto delimita il proprio ambito materiale di applicazione. attraverso la norma di conflitto appropriata che il giudice perviene allindividuazione della legge applicabile: la qualificazione serve appunto per identificare la norma di conflitto appropriata. A ben vedere, anche per accertar di avere giurisdizione il giudice ha gi dovuto compiere unoperazione analoga, definendo senso e portata delle espressioni giuridiche per mezzo delle quali le norme mediante cui viene delimitato lambito della giurisdizione italiana determinano la propria sfera dazione. In definitiva, tale operazione si configura come un problema di interpretazione. Per quanto concerne le norme di conflitto autonomamente poste dal nostro legislatore, la qualificazione deve essere operata sulla base del diritto italiano ossia sulla base della lex fori, mentre per le norme di conflitto poste da atti comunitari la qualificazione deve essere operata sulla base del diritto comunitario e per quelle di origine convenzionale deve tenersi conto di tale loro natura. Non pu trovare accoglimento la tesi secondo cui la qualificazione dovrebbe essere operata alla luce dellordinamento competente a regolare la fattispecie: ad individuare tale ordinamento (ossia la lex causae) si giunge infatti applicando la norma di conflitto. Inadeguata sembra anche la tesi secondo cui per determinare lambito di applicazione delle norme di conflitto ci si dovrebbe avvalere degli strumenti della comparazione giuridica che consentirebbero di risalire ad un significato comune idoneo a comprendere gli istituti dei vari sistemi giuridici nazionali rivolti al medesimo scopo. Infatti questo non sempre vero, e comunque si trascura un dato fondamentale: ovvero lappartenenza delle norme di conflitto ad un dato ordinamento giuridico statale alla cui ricostruzione ed interpretazione non si pu che procedere in maniera unitaria. Per questo sempre corretta la tesi, largamente condivisa in dottrina ed in giurisprudenza, secondo la quale la qualificazione va operata lege fori, cio sulla base dellordinamento cui la norma di conflitto appartiene. Sono necessarie per due precisazioni: in primis il giudice chiamato a valutare dei fatti non nella loro stretta materialit ma in relazione agli effetti che se ne vogliono tratte mediante la domanda giudiziale di cui investito; in secondo luogo si deve tenere conto non solo del diritto materiale ma anche delle valutazioni poste dalle norme di conflitto e della funzione che il legislatore assegna a tali norme. In sostanza, occorre s muovere dalla lex fori, ma dando alle espressioni impiegate nelle norme di conflitto un significato

pi ampio ed elastico di quello che essi hanno nei corrispondenti precetti di diritto materiale. Il fatto che si debba procedere alla qualificazione sulla base della lex fori suscettibile di produrre una conseguenza che pu apparire paradossale: pu darsi che la soluzione di un caso sia diversa a seconda che venga sottoposto ad un giudice di uno Stato piuttosto che di un altro, anche se essi hanno identiche norme di conflitto. Un esempio dato dal caso Bartholo del 1889. Si trattava di decidere se la signora Marie Aquilina, vedova di Franois Bartholo, avesse diritto ad una parte dei beni del marito. I coniugi, originari di Malta, dove si erano sposati, si erano poi trasferiti in Algeria e algerina era lultima cittadinanza del marito. Il diritto di Malta considerava la questione come successoria, mentre quello algerino come attinente ai rapporti tra coniugi. Entrambi prevedano che per le questioni successorie si applicasse la legge nazionale del defunto al momento della morte e per quelle matrimoniali la legge nazionale comune al momento della celebrazione: per gli esiti del caso sarebbero stati diversi se a deciderlo fossero stati i giudici di Malta in luogo di quelli di Algeri. Infatti primi avrebbero considerato la questione come ereditaria e quindi applicato il diritto materiale vigente in Algeria; i secondi hanno considerato la questione come attinente ai rapporti tra coniugi e quindi applicato il diritto materiale vigente a Malta. Per ottenere soluzioni uniformi non sufficiente lidentit delle norme di conflitto: occorre fare in modo che venga loro assicurata uninterpretazione uniforme ed questo un obiettivo che pu essere perseguito solo attraverso la stipulazione di accordi tra Stati. Infatti le considerazioni fatte prima, che ci hanno condotto a riconoscere la necessit di procedere alla qualificazione secondo la lex fori e pi precisamente secono la sistematica e lo spirito della legislazione italiana, valgono soltanto per le norme poste autonomamente dal legislatore italiano e non valgono invece per le norme poste mediante convenzioni internazionali o atti comunitari. Per linterpretazione di tali norme il giudice italiano non deve utilizzare i canoni interpretativi propri del nostro ordinamento giuridico ma quelli propri dellordinamento internazionale e relativi allinterpretazione dei trattati (art.2 c.2 legge 218/1995). Va aggiunto poi che lesigenza di uninterpretazione uniforme (o autonoma) riguarda la stessa determinazione dellambito oggettivo di applicabilit della convenzione, con la conseguenza che lambito di applicazione delle norme di dip comune (cio quelle contenute nella legge 218/1995) ha carattere residuale: la loro portata, risulta per esclusione rispetto alla portata delle norme pattizie. La funzione primaria delle convenzioni di dip proprio quella di permettere, mediante lapplicazione di norme di conflitto uniformi, il superamento dei particolarismi ed il raggiungimento di soluzioni uniformi in tutti gli Stati contraenti, anche se non mancano casi nei quali gli Stati contraenti rinunciano a formulare una definizione convenzionale di nozioni che pure sono importanti per il funzionamento della convenzione stessa e quindi si accontentano di perseguire una ridotta armonizzazione internazionale delle soluzioni. La regola dellinterpretazione autonoma stata da tempo affermata dalla Corte di Giustizia; in mancanza di una lex fori comunitaria, affinch possa essere ricostruita una nozione autonoma necessario che esistano principi comuni tra gli Stati membri. Depeage e frazionamento La maggior parte delle norme di conflitto riguarda una categoria pi o meno ampia di fattispecie giuridiche. Tuttavia, alcune norme di conflitto contemplano determinati aspetti idonei ad assumere rilievo in ordine a pi categorie di fattispecie: in tal caso il legislatore opera un frazionamento della fattispecie individuandone taluni aspetti a cui cerca di dare

una disciplina pi appropriata mediante distinte norme di conflitto. Questultime possono avere carattere trasversale, in quanto regolano un aspetto che comune ad una pluralit di categorie di fattispecie, oppure possono isolare un singolo aspetto della fattispecie differenziandone la disciplina a seconda delle differenti categorie di negozi. Questo fenomeno, che prende il nome di depeage, comporta linsorgere di un particolare problema di qualificazione essendo necessario determinare rispettivamente lambito di applicazione della norma di conflitto che regola la fattispecie e di quella che ne regola un certo profilo. A questo fenomeno, che ha una lunga tradizione, recentemente se ne affiancato un altro, detto frazionamento, previsto dalla Convenzione di Roma del 1980 sul diritto dei contratti, che consente ai contraenti di designare la legge applicabile a tutto il contratto o ad una parte di esso. Ai sensi della suddetta convenzione, la parte eventualmente non regolata sottoposta alla legge del paese con cui il contratto presenta il collegamento pi stretto; inoltre previsto che si possa applicare a parti del contratto, anche ove non previsto dai contraenti, leggi di stati differenti, purch per le parti in questione vi sia un collegamento pi stretto con lo stato differente. Il frazionamento si distingue dal depeage perch ad operare il frazionamento stesso nel primo laccordo dei privati o la valutazione del giudice, mentre nel secondo il legislatore. Inoltre il frazionamento non riguarda i profili particolari della fattispecie contrattuale, solitamente oggetto di depecage, ma prevalentemente il contenuto stesso del rapporto contrattuale. Le c.d. norme di funzionamento: art.13-19 legge 218/1995 Le norme di conflitto vere e proprie, volte ad indicare il diritto applicabile, sono precedute da alcune regole di funzionamento (art.13-19), nelle quali il legislatore ha provveduto a regolare espressamente talune questioni generali della materia. Art.13 ed il problema del rinvio Il problema consiste nel capire se il richiamo di un ordinamento straniero da parte delle norme di conflitto si riferisca solo alle norme materiali di tale ordinamento oppure includa le norme di dip del medesimo, e dunque se queste ultime possano produrre un rinvio dallordinamento straniero individuato come applicabile dalla norma di conflitto italiana a quello di un altro Stato. A far emergere il problema stata una vicenda successoria ottocentesca: il c.d. caso Forgo. Forgo, cittadino bavarese, figlio naturale di genitori bavaresi, aveva vissuto a lungo in Francia senza per acquistare n la cittadinanza francese n il domicilio. Egli, morendo nel 1869 senza testamento, aveva lasciato uningente patrimonio mobiliare situato in Francia. Applicando il diritto materiale bavarese leredit sarebbe spettata ad alcuni collaterali materni del de cuius, mentre per il diritto materiale francese leredit sarebbe spettata allo Stato. I giudici francesi con una prima serie di sentenze stabilirono che la fattispecie dovesse essere regolata dal diritto bavarese, avendo Forgo conservato in Baviera il proprio domicilio dorigine. A questo punto, per, la P.A. francese ricorse in Cassazione sostenendo che la questione dovesse essere regolata dal diritto francese visto che, secondo la legge bavarese dellepoca, il domicilio legale del testatore in materia successoria era il luogo di residenza abituale del defunto. Particolarmente importante la massima ricavata da tale pronuncia: una successione mobiliare regolata dalla legge francese quando le norme di diritto internazionale privato della legge straniera designata dalla norma di conflitto francese declinano lofferta di competenza e rinviano al diritto interno francese. Infatti secondo il diritto bavarese si deve applicare la legge del luogo ove i beni mobili o immobili sono situati e quindi la legge francese la sola applicabile. Esistono due tipi di rinvio: il rinvio

indietro ed il rinvio altrove. Il primo si ha quando una controversia relativa alleredit di un cittadino di uno Stato B domiciliato nello Stato A venga portata davanti ai giudici dello Stato A, il cui dip sottopone le successioni per causa di morte al diritto dello Stato di cui il defunto era cittadino al momento della morte, mentre a sua volta il dip di B le sottopone al diritto dello Stato dellultimo domicilio. Si crea quindi un circolo senza fine di richiami da A a B e viceversa. Il secondo si ha quando le norme di dip dello Stato A richiamano il diritto dello Stato B, le cui norme di dip richiamano il diritto dello Stato C. In tal caso la catena si spezza quando il dip di C utilizza come criterio di collegamento il domicilio oppure un altro criterio che richiama quello stesso ordinamento: in poche parole, lo Stato C accetta il rinvio. Altrimenti la catena di richiami proseguirebbe. In merito a tale problema, il legislatore del 1865 era rimasto muto, la giurisprudenza aveva assunto posizione negativa, pienamente confermata dallart.30 delle disp. prel. del Codice del 1942. Esso stabiliva che, quando si deve applicare una legge straniera, si applicano le disposizioni della legge stessa senza tener conto del rinvio da essa fatto ad altra legge. Lart.13 c.1 legge 218/1995 stabilisce che, quando richiamata una legge straniera, si tenga del rinvio operato dal dip dellordinamento richiamato al diritto di un altro Stato: a) se il diritto di tale Stato accetta il rinvio; b) se si tratta di un rinvio alla legge italiana. I due commi successivi introducono altre limitazioni. Non si deve tenere conto del rinvio: a) nei casi in cui le disposizioni della presente legge rendono applicabile la legge straniera sulla base della scelta effettuata in tal senso dalle parti interessate, in relazione; b) in relazione alla forma degli atti; c) in relazione alle obbligazioni non contrattuali (c.2). Sul primo limite, esso volto a garantire lautonomia dei privati ai fini della scelta della legge destinata a regolare il loro negozio, che altrimenti sarebbe del tutto disattesa e contraddetta; sul secondo, esso volto a salvaguardare la validit dellatto, che altrimenti rischierebbe di essere vanificata dal rinvio; meno evidenti sono le ragioni dellultima eccezione. Il c.3 stabilisce che per laccertamento della filiazione, la legittimazione ed il riconoscimento del figlio naturale si tiene conto del rinvio soltanto se esso conduce allapplicazione di una legge che consenta lo stabilimento della filiazione (favor filiazionis). Il c.4 chiarisce infine che, nelle materie in cui il legislatore si appropriato di una convenzione internazionale, nazionalizzandola e generalizzandone lapplicazione, si debba seguire, quanto al rinvio, la soluzione adottata dalla convenzione stessa. Lart.13 non contempla lipotesi dellautorinvio: ovvero quando la norma di conflitto italiana e quella dellordinamento straniero utilizzino il medesimo criterio di collegamento; in tal caso il nostro giudice deve applicare il diritto materiale di questultimo. Non contempla neanche il caso del rinvio altrove non accettato, cio quando il dip dellordinamento straniero richiamato dalla nostra norma di conflitto rinvii allordinamento di uno Stato terzo il quale peraltro non accetta il rinvio. Ai sensi dellart.46 c.1, il giudice italiano deve applicare la legge nazionale del defunto. Problemi: - il rinvio manifesta difficolt di funzionamento in presenza di norme di conflitto flessibili (come quelle che prevedono un concorso di criteri di collegamento), mentre sembra funzionare meglio nellambito di sistemi di dip rigidi; - mal si adatta anche al criterio della cittadinanza; - con il rinvio al diritto straniero, sembra che si debba tenere conto della qualificazione che delle fattispecie viene data nellordinamento straniero richiamato. Ci trova conferma nellart.15, in base al quale la legge applicata secondo i propri criteri di interpretazione,

con il risultato che si potrebe pervenire ad una qualificazione discordante da quella operata in partenza alla luce del nostro ordinamento. Osservazioni conclusive: - manca una prassi giurisprudenziale significativa sullart.13; - lart.13 impone un compito oneroso al giudice italiano, impegnandolo a compiere complicate valutazioni e simulazioni circa il funzionamento di uno o pi sistemi di dip; inoltre non in grado di assicurare larmonia internazionale delle soluzioni, poich prescinde dalleventualit che anche gli ordinamenti interessati usino a loro volta lo stesso meccanismo, dando luogo ad un circolo vizioso; Conseguenza: rischio di snaturare le scelte di politica legislativa operate nella norma di conflitto. Anche per questo sembra preferibile procedere ad uninterpretazione restrittiva di tale articolo. C chi sostiene che, nel caso di rinvio altrove, quando lordinamento richiamato non accetti il rinvio, si dovrebbe procedere di rinvio in rinvio fino a raggiungere un ordinamento che accetti il rinvio; oppure che non sarebbe da considerare vincolante lesclusione del rinvio operata dal c.2 lettera b ma si dovrebbe impiegare il rinvio per integrare il favor validitatis cui si ispirano le nostre norme di conflitto. In realt tali tesi vanno respinte, sia per le considerazioni appena fatte, sia per il fatto che lart.12 delle disp. Prel. Sancisce il primato dellinterpretazione letterale sugli altri criteri ermeneutici (approvato anche da dottrina e giurisprudenza) e che sembra difficile compiere congetture, come sostengono alcuni, circa lintenzione del legislatore. Art.14 - conoscenza della legge straniera applicabile Sul trattamento processuale del diritto straniero richiamato dalle norme di conflitto sono state prospettate due tesi opposte. La prima considera come mero fatto il diritto straniero e quindi conduce a far gravare sulle parti lonere di provare al giudice il contenuto del diritto straniero, e ad escludere che si possa impugnare per cassazione la sentenza di un giudice di merito per far valere la violazione o lerrore di interpretazione del diritto straniero; la seconda considera il richiamo ad esso operato come idoneo ad integrarlo con valenza giuridica nel nostro ordinamento. La dottrina si era pronunciata a favore della seconda tesi, mentre la giurisprudenza era pi incerta. Ora la legge a sancire il principio iura novit curia. Lart.14 c.1 stabilisce che laccertamento della legge straniera compiuto dufficio dal giudice e prosegue con lindicazione dei mezzi di cui egli pu avvalersi (collaborazione di istituzioni ed esperti nella ricerca di informazioni sul diritto straniero, aiuto delle parti mediante i mezzi di prova ecc..). Quando le disposizione del diritto straniero restano ignote al giudice italiano, tale circostanza non pu risolversi in un diniego di giustizia: la risposta da ricercare nella lex fori, ovvero nel diritto materiale comunemente applicato dal giudice italiano. Ma si tratta di una soluzione residuale. Infatti lart.14 c.2 prevede che, di fronte alla inconoscibilit della legge richiamata, si esplori la possibilit di applicare la legge richiamata mediante altri criteri di collegamento eventualmente impiegati in successione dalla medesima norma di conflitto, e solo come ultima ratio si proceda ad applicare la legge italiana. Il principio iura novit curia vale anche con riguardo allart.13: in tal caso laccertamento del dip straniero dovrebbe essere compiuto dufficio dal giudice e tale accertamento dovrebbe includere la riqualificazione della fattispecie alla luce dellordinamento straniero richiamato. Il giudice italiano deve cio individuare quale tra le norme di conflitto dellordinamento straniero sia applicabile al caso di specie. Qualche problema pu sorgere sullart.14 c.2: quando il giudice italiano non in grado di accertare quanto previsto dalla competente norma di conflitto

dellordinamento straniero richiamato da una norma di conflitto italiana che impiega un solo criterio di collegamento, egli deve applicare il diritto materiale di quellordinamento; se la norma di conflitto italiana utilizza una pluralit di criteri di collegamento, si deve ritenere che il giudice italiano sia costretto a ripiegare sui criteri sussidiari. Art.15 - interpretazione del diritto straniero applicabile Secondo tale articolo la legge straniera applicata secondo i propri criteri di interpretazione e di applicazione nel tempo. Il profilo temporale merita di essere richiamato: se nellordinamento richiamato sono intervenuti mutamenti quanto alla disciplina della situazione giuridica in questione, sono le norme di diritto intertemporale (in particolare, le norme transitorie della nuova legge) dellordinamento richiamato e non quelle del foro ad indicare al giudice se applicare la legge nuova o quella vecchia. Ovviamente i principi concernenti linterpretazione e lapplicazione della legge straniera devono trovare applicazione sia riguardo al diritto materiale sia riguardo al dip dellordinamento richiamato dalla norma di conflitto italiana. A tale disposizione ci si deve rifare anche per risolvere leventuale dubbio che la norma straniera applicabile non sia conforme alla Costituzione dello Stato a cui appartiene. Se nellordinamento straniero il sindacato di costituzionalit operato direttamente da ciascun giudice (controllo diffuso), allora consentito anche al giudice italiano di verificarne la conformit ai precetti costituzionali cui subordinata; se nellordinamento straniero il controllo di costituzionalit accentrato, cio demandato ad un apposito organo, il giudice italiano dovr tenere conto delle decisioni gi adottate dallorgano stesso, ma non sar in grado di attivarlo chiedendo egli stesso di pronunciarsi sulla costituzionalit di tali disposizioni. Inoltre opera anche il limite dellordine pubblico: solitamente esso dovrebbe intervenire solo dopo aver positivamente risolto il quesito circa la conformit di quella norma alla Costituzione dellordinamento cui essa appartiene. Ma se il dubbio di costituzionalit riguarda principi costituzionali che trovino riscontro nellordinamento italiano, il suo superamento ed una soluzione corretta del caso potranno essere ottenuti attraverso lo strumento dellordine pubblico: infatti, se le conseguenze che dallapplicazione di una norma dellordinamento straniero richiamato deriverebbero nel nostro ordinamento risultassero in conflitto con i principi sanciti dalla nostra Costituzione, il giudice italiano in nessun modo potrebbe utilizzare quella norma straniera per risolvere il caso di specie. Art.18 - richiamo di ordinamenti plurilegislativi Gli stati plurilegislativi sono quegli Stati in cui vigono pi legislazioni civilistiche, vuoi su base territoriale (conflitti interlocali), vuoi su base personale (conflitti interpersonali). Nel primo caso abbiamo normative differenti nelle varie zone in cui lo Stato suddiviso; nel secondo caso ciascuna delle diverse legislazioni applicabile ad una determinata categoria di persone (fenomeno, piuttosto frequente in passato, ormai ridottosi con la decolonizzazione). A risolvere entrambi i tipi di conflitto dovrebbe provvedere lo stato centrale, attraverso lemanazione di norme attributive di competenza; il problema si pone anche indirettamente, ossia quando una delle nostre norme di dip indichi come applicabile il diritto di uno Stato plurilegislativo. Le norme di conflitto italiane sono peraltro formulate in modo da richiamare nel loro complesso gli ordinamenti di altre entit di tipo statuale. Lart.18 sancisce che se nellordinamento dello Stato richiamato coesistono pi sistemi normativi a base territoriale o personale, la legge applicabile si determina secondo i criteri utilizzati da quellordinamento. evidente come tale disposizione si conformi alla regola generale di cui allart.15, cos come evidente che

tale scelta fosse una conseguenza obbligata dellopzione di fondo compiuta dal legislatore del 1995 di mantenersi fedele al criterio della cittadinanza, di per s idoneo a rimandare solo ad ordinamenti di tipo statuale. Soluzione diverse sono possibili in quei sistemi di dip che utilizzano come criterio di collegamento principale un criterio territoriale di tipo domiciliare (vedi i paesi di common law). Nelleventualit che il diritto interlocale dellordinamento richiamato indirizzi verso il luogo del domicilio o della residenza e che questo si trovi in uno Stato terzo, sembra che sia possibile per il nostro giudice tenere conto del rinvio effettuato dal diritto interlocale dellordinamento richiamato. I criteri secondo cui lordinamento complessivo distribuisce le varie fattispecie tra i sotto-ordinamenti possono essere previsti dal legislatore straniero oppure elaborati dalla giurisprudenza o messi in luce dalla dottrina. Se in nessun modo il giudice italiano riesce ad individuare tali criteri, egli deve, secondo lart.18 c.2, applicare il sistema normativo con il quale il caso di specie presenta il collegamento pi stretto. Sar pertanto lo stesso giudice italiano, attraverso la valorizzazione dei singoli elementi di contatto, a determinare leffettiva attinenza della fattispecie al singolo sotto-ordinamento. Art.16 - ordine pubblico Il nostro ordinamento, mentre si apre verso i valori giuridici esterni per mezzo delle norme di dip, si munisce anche di strumenti idonei ad operare nella direzione opposta: tra questi il principale la clausola o eccezione di ordine pubblico, il cui fine primario quello di preservare larmonia interna dellordinamento, precludendo lapplicazione di norme straniere suscettibili di produrre effetti inaccettabili, ovvero non compatibili con i principi etici, economici, politici e sociali che condizionano il modo dessere del nostro ordinamento giuridico. Il c.1 dellart.16 prevede che la legge straniera non applicata se i suoi effetti sono contrari allordine pubblico. Prima di esso, lart.31 disp.prel.cod.civ. conteneva un riferimento anche al buon costume e agli atti di Stati esteri, agli ordinamenti e agli atti di qualunque istituzione o ente, nonch alle private disposizioni. In tal modo si evitano duplicazioni rispetto alla disciplina dei contratti e a quella del blocco dellefficacia di sentenze ed altri provvedimenti di Stati esteri (oggi prevista dagli artt. 64-65 legge 218/1995). Inoltre si supera il dibattito sullunitariet delle nozioni di ordine pubblico interno ed ordine pubblico internazionale. azione del diritto applicabile straniero sia in contrasto con i principi costituzionali italiani. In passato si operava tale distinzione sulla base della considerazione che linderogabilit delle norme italiane risponde ad esigenze differenti, sicch pu valere in assoluto o in relazione a fattispecie totalmente interne. In altre parole, svariate norme italiane, pur non derogabili per mezzo di volizioni private e quindi obbligatorie in situazioni totalmente interne (ordine pubblico interno), possono cedere il passo allapplicazione, prevista dalla norma di conflitto, di una disposizione straniera, senza che da ci derivino conseguenze intollerabili per il nostro ordinamento (ordine pubblico internazionale). In sintesi, linsieme delle norme non derogabili dai privati (ordine pubblico interno) pi ampio e comprende dentro di s lordine pubblico internazionale, ossia linsieme dei principi etici, economici, politici e sociali che determinano i caratteri essenziali degli istituti del nostro ordinamento giuridico. Laggettivo internazionale non compare negli art.16-64-65 ma si deduce dalla collocazione sistematica di esse e da una pronuncia della Cassazione, secondo la quale il concetto di ordine pubblico di cui allart.64 non si identifica con il c.d. ordine pubblico interno (cio con qualsiasi norma imperativa dellordinamento civile), ma con quello di ordine pubblico internazionale, costituito dai soli principi fondamentali e caratterizzanti

latteggiamento etico-giuridico dellordinamento di un certo periodo storico. Va ricordato inoltre che la clausola di ordine pubblico sottratta alla disponibilit delle parti e deve essere applicata dufficio dal giudice. Se vero che la clausola di ordine pubblico d allo Stato la facolt di negare lapplicabilit di una norma straniera ed il riconoscimento di una sentenza straniera, a rigore quello che la clausola di ordine pubblico addossa al giudice un vero e proprio obbligo. Il rischio quello di invocare con troppa frequenza la clausola dellordine pubblico, con un conseguente conferimento di margini piuttosto ampi di discrezionalit al giudice circa laccertamento degli elementi che configurano il contrasto e la potenziale rottura della coerenza interna del nostro ordinamento. Per arginare tale tendenza molto legge di dip recenti indicano che lincompatibilit deve essere manifesta: ci significa che il ricorso allordine pubblico deve essere uneccezione a cui ricorrere solo quando gli effetti dellapplicazione di una data norma straniera sarebbero dirompenti. Il limite dellordine pubblico relativo nel tempo e nello spazio. La relativit nel tempo discende dalla possibilit che mutino i caratteri dellordinamento del foro: ad esempio, lintroduzione della legge sul divorzio ha introdotto la possibilit di applicare leggi divorziste straniere, prima esclusa dal limite dellordine pubblico. La relativit nello spazio discende dai differenti valori che improntano i vari sistemi giuridici, alcuni dei quali impediscono lapertura a soluzioni che sono invece del tutto corrette per altri: in questo caso emerge la difficolt di contemperare larmonia interna ed il rispetto delle diverse identit culturali. Se da un alto non concepibile una chiusura sistematica del nostro ordinamento di fronte a leggi che rispecchiano culture differenti, dallaltro il coordinamento tra i vari ordinamenti non pu prescindere dal rispetto di alcuni principi universali, di ordine pubblico realmente internazionale in quanto propri della Comunit degli Stati. Tali principi dovrebbero essere presenti ai giudici di tutti gli Stati o almeno di quelli i cui ordinamenti si conformano ai valori universalmente accettati: in base a ci il giudice dovrebbe opporre il limite dellordine pubblico allapplicazione di leggi straniere che, ad esempio, prevedano impedimenti al matrimonio su basi religiose. In tal senso si pronunciata anche la corte di Strasburgo. Stesso discorso vale anche per alcuni principi che costituiscono la ragion dessere dellUnione europea e dellappartenenza ad essa: evidente che lespressione ordine pubblico includa anche lordine pubblico comunitario, diventato parte integrante dellordine pubblico degli Stati della Comunit Europea. I legislatori rinunciano a fornire criteri rivolti a consentire la determinazione dei valori tutelati dalleccezione di ordine pubblico, riconoscendo al riguardo il ruolo decisivo del giudice. Quello del giudice un compito delicato, che impone grande equilibrio. Come metro di riferimento egli deve adottare i principi di fondamentale importanza per il nostro ordinamento, considerandolo nella sua interezza e tenendo presenti i connotati economici, etici, sociali e politici che lo caratterizzano. La singola norma potr essere invocata non perch idonea a far scattare il limite dellordine pubblico ma in quanto particolarmente espressiva di un valore che rientra nellarea protetta dal limite. La consapevolezza dellesistenza di valori di carattere internazionale allinterno dellarea meritevole di essere protetta dal limite dellordine pubblico stata sfruttata dalla giurisprudenza italiana per giustificare una diversa graduazione del limite stesso a secondo che pi o meno intensa fosse la connessione con la realt sociale italiana della fattispecie considerata. Si cos recuperata la distinzione tra ordine pubblico interno ed ordine pubblico internazionale, facendo operare questultima nozione rispetto a situazioni e rapporti che presentavano una tenue connessione con lordinamento italiano.

Per converso, lordine pubblico interno stato fatto operare rispetto a situazioni e rapporti che, sebbene non totalmente interni, presentavano connessioni molto significative con lordinamento giuridico italiano. Tale orientamento appare criticabile, soprattutto perch il dip italiano non fornisce alcun appiglio per modulare il rigore del limite dellordine pubblico: sicch sembra difficile costruire la categoria dellordine pubblico attenuato, tanto pi che per giustificare leffetto attenuato dellordine pubblico il giudice dovrebbe dimostrare la tenuit del collegamento tra la fattispecie e lordinamento italiano, esercitando una discrezionalit ulteriore rispetto a quella insita nellindividuazione dei principi da opporre allingresso in Italia di valori di altri Stati. La dottrina delleffetto attenuato dellordine pubblico stata recentemente ripresa in Francia per quanto riguarda il dip della famiglia. Tale orientamento volto ad escludere in via di principio il ricorso al limite dellordine pubblico, consentendo la facolt di bloccare lingresso nellordinamento di istituti intollerabili solo laddove la fattispecie concreta presenti legami forti con il foro. La clausola di ordine pubblico rappresenta un limite successivo rispetto alloperare del dip. Essa infatti destinata a funzionare quando la norma di conflitto ha gi condotto allordinamento straniero e allinterno di questo si pervenuti allindividuazione della norma applicabile alla fattispecie. a questo punto che la clausola di ordine pubblico interviene richiedendo al giudice non di esprimere un giudizio di valore sulla bont dellordinamento richiamato ma una valutazione concreta degli effetti che dallapplicazione della disposizione deriverebbero nel nostro ordinamento. Se il giudice reputa che tali effetti urtino contro uno dei principi cardine del nostro ordinamento, non applica la disposizione straniera. Che legge deve applicare il giudice se la disposizione straniera contraria allordine pubblico? La soluzione non pu essere sempre quella del ricorso alla lex fori: infatti vi sarebbe il rischio che essa possa incentivare il ricorso alleccezione di ordine pubblico, spingendo il giudice a farne uso per la propensione a vedere la propria legge come la migliore o per la mancanza di volont di addentrarsi su un terreno non familiare come il diritto straniero. In primo luogo bisogna notare che, dove in giudizio viene fatta valere una pretesa basata esclusivamente su una determinata norma straniera, se il giudice accerta che la norma straniera non pu trovare applicazione, deve limitarsi a rigettare la domanda; inoltre pensiamo a quelle sentenze che fanno operare leccezione di ordine pubblico solo nella misura strettamente necessaria, cercando quindi di rispettare il pi possibile la competenza del diritto straniero. Lart.16 c.2 stabilisce che, ove il limite dellordine pubblico precluda lapplicazione della legge straniera cui la norma di conflitto conduce mediante il suo primo criterio di collegamento, si debba progressivamente esplorare la possibilit di applicare in sequenza le leggi richiamate dagli altri criteri di collegamento eventualmente contemplati dalla norma di conflitto. In mancanza, si applica la legge italiana (lex fori), non essendo concessa al giudice la possibilit di rifiutarsi di giudicare. Art.17 - norme di applicazione necessaria Lart.17 prende in considerazione quelle norme del nostro ordinamento che, in ragione del loro oggetto e del loro fine, si applicano, oltre che alle situazioni ed ai rapporti giuridici totalmente interni, anche a quelli che presentano qualche elemento di estraneit rispetto al foro e che potrebbero trovarsi sottoposti ad una legge straniera. Si tratta di norme per le quali lordinamento esige lapplicazione a tutte le situazioni che rientrino nel suo campo di applicazione, anche in presenza di un richiamo alla legge straniera. Al contrario delleccezione di ordine pubblico, che interviene come limite successivo

rispetto al funzionamento della norma di conflitto, le norme di applicazione necessaria escludono a priori lapplicazione delle norme di conflitto. Un esempio di norme di applicazione necessaria dato dagli art.85-89 del Codice Civile in materia matrimoniale: essi sanciscono una serie di impedimenti (come il divieto di matrimonio tra zio/a e nipote) che devono essere rispettati non solo dallufficiale di stato civile richiesto di celebrare un matrimonio in Italia, ma anche dal giudice richiesto di pronunciarsi in ordine alla validit di un matrimonio ovunque celebrato ed indipendentemente dalla cittadinanza dei coniugi. Accanto a tali norme, ve ne sono altre che vengono definite norme autolimitate che provvedono esse stesse a delimitare il proprio ambito di applicazione. Il ruolo del giudice nellapplicazione di tali norme diverso da quello rivestito nellapplicazione delleccezione di ordine pubblico: vero che possiede anche in tal caso un certo margine di discrezionalit, ma qui deve concentrare la sua attenzione sullordinamento del foro e su una sua specifica regola, senza operare raffronti con valori giuridici esterni; anzi, con riferimento alla categoria delle norme autolimitate il giudice deve solo interpretare quanto la norma stessa dice circa il proprio ambito spaziale di applicazione. In definitiva, si pu dire che le norme di applicazione necessaria mirano a preservare larmonia e la coerenza interna del nostro sistema giuridico, ignorando programmaticamente lobiettivo dellarmonia ed uniformit internazionale delle soluzioni, che invece frustrato solo in via di eccezione dal limite dellordine pubblico. Conviene comunque ricordare che le norme di applicazione necessaria spesso disciplinano solo aspetti particolari e circoscritti di una fattispecie: per gli aspetti residui di essa la norma di conflitto svolge il suo compito. inoltre indubbia la possibilit che il legislatore imponga lapplicazione di determinate norme materiali del foro nonostante il richiamo di un diritto straniero operato dalla norma di conflitto; qualche dubbio pu sorgere in relazione a norme di conflitto di origine convenzionale, rispetto alle quali ci si pu chiedere se uno Stato contraente, dando prevalenza ad una propria norma di applicazione necessaria, non compia un illecito internazionale. Una risposta negativa a tal punto sembra deducibile da unimportante decisione della Corte Internazionale di Giustizia sul caso Boll e dallart.7 c.2 della Convenzione di Roma in materia di obbligazioni contrattuali. La presenza di norme di applicazione necessaria nella generalit degli ordinamenti giuridici d luogo a due problemi che lart.17 non risolve, in quanto si occupa solo di norme italiane di applicazione necessaria. Il primo concerne la presenza di norme di questo tipo nellordinamento straniero su cui cade il richiamo operato dalla nostra norma di conflitto; il secondo invece il caso in cui tali norme siano presenti in un altro ordinamento straniero con il quale la fattispecie da regolare presenti una connessione. Nel primo caso non ci dovrebbero essere spostamenti di competenza legislativa rispetto alla previsione della norma di conflitto italiana e la loro imperativit pu essere riconosciuta in base al principio secondo cui la legge straniera applicata secondo i suoi criteri di interpretazione (art.15). Nel secondo caso non facile identificare le ragioni ed i precisi confini entro i quali la norma di applicazione necessaria dellaltro ordinamento straniero dovrebbe essere applicata dal giudice italiano sebbene appartenga ad un ordinamento diverso da quello verso il quale lo indirizza una nostra norma di conflitto. A tal proposito sembra applicabile lart.7 c.1 della Convenzione di Roma del 1980 che autorizza il giudice a dare efficacia alle norme di applicazione necessaria di un terzo Stato sulla base di concrete valutazioni attinenti al caso di specie. Art.19 - apolidi, rifugiati, pluricittadini

Una difficolt emerge in relazione alla qualificazione del criterio di collegamento della cittadinanza. Infatti la legge sulla cittadinanza (legge 91/1992) permette esclusivamente di stabilire se una persona possiede o no la cittadinanza italiana ma non pu funzionare verso gli altri Stati: non possibile, sulla base della legislazione italiana, stabilire di quale Stato, diverso dal nostro, un individuo sia cittadino. Questo criterio di collegamento, per sua natura, non suscettibile di venire qualificato lege fori: gli Stati possono solo conferire o negare la cittadinanza, n sono assoggettabili a controllo da parte di altri Stati in quanto tale materia rientra nella competenza esclusiva (c.d. dominio riservato) di ciascuno di loro. Ne consegue che il giudice pu trovarsi di fronte ad individui che nessuno Stato considera propri cittadini (apolidi) come pure individui che possiedono pi di una cittadinanza. Il fenomeno della plurima cittadinanza tende anzi a presentarsi con frequenza sempre maggiore, a cui va aggiunto il grave fenomeno dei rifugiati. Lart.19 legge 218/1995 provvede con disposizioni distinte, che indicano quali tra le diverse cittadinanze debba prevalere per i pluricittadini e quali criteri sussidiari debbano funzionare per apolidi e rifugiati. Con riferimento queste ultime categorie di individui il c.1 indica, come criteri sussidiari rispetto a quello della cittadinanza, nellordine il criterio del domicilio e quello della residenza. Il c.2 non indica criteri di collegamento sussidiari rispetto alla cittadinanza ma si limita a fornire una chiave di scelta tra le varie cittadinanze, distinguendo innanzitutto se tra esse vi sia o meno la cittadinanza italiana. infatti previsto che questultima prevalga sempre, con la conseguenza di rendere applicabile la nostra legge, mentre se concorrono solo cittadinanze straniere stabilito che a prevalere sia la cittadinanza (e a venire applicata sia la legge) dello Stato con il quale lindividuo ha il collegamento pi stretto. In tal modo si rinunciato a formulare una soluzione unitaria, e questo potrebbe comportare il verificarsi di discriminazioni vietate a livello comunitario. Riguardo al c.2, va detto che ad orientare il giudice nellindividuare di quello tra gli Stati con il quale il soggetto risulta pi strettamente collegato varranno diversi indizi, a cominciare dal domicilio e dalla residenza, nonch dalla relativit continuit, durata ed attualit, ma anche altri, come ad es. la lingua parlata.