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SOCRATE

1.La vita e la figura di Socrate

La personalità di Socrate segna un momento fondamentale, non solo della filosofia greca, ma dell'intera storia intellettuale dell'Occidente; infatti, la sua vita e la sua parola, sono state talmente profonde che sono state paragonate a quelle di un Cristo o di un Buddha. Di Socrate sappiamo abbastanza poco: egli nacque nel 470 o nel 469 ad Atene, in cui compì i suoi studi giovanili, studiò geometria ed astronomia. Socrate si tenne lontano dalla vita politica attiva: la sua vocazione era la filosofia, intesa come un esame incessante di se stesso e degli altri. Per dedicarsi alla ricerca filosofica, Socrate trascurò ogni attività pratica e visse in semplicità con la moglie Santippe e i figli. Tuttavia la sua figura non ha nessuno dei tratti convenzionali con cui la tradizione delineava gli altri sapienti: la stessa apparenza fisica di Socrate andava contro l'ideale ellenico dell'anima saggia in un corpo bello e armonioso; Socrate, infatti, era brutto e assomigliava a un Sileno. Eppure Socrate, che ha dedicato la sua esistenza alla filosofia ed è morto per essa, non scrisse nulla. Egli non scrisse nulla poiché ritenne che la ricerca filosofica non poteva essere condotta o continuata da uno scritto. Per Socrate nessuno scritto può suscitare e dirigere il filosofare; lo scritto può comunicare una dottrina, non stimolare la ricerca.

2.Il problema delle fonti e l'enigma di Socrate

Le testimonianze “classiche”

Il fatto che Socrate non abbia lasciato nulla di scritto genera delle grosse difficoltà nella ricostruzione del suo pensiero, anche per il fatto che le testimonianze indirette che possediamo non sono coerenti tra di loro. Tuttavia possiamo basarci sulle testimonianze di:

Aristofane: la testimonianza di Aristofane, contenuta nella commedia Le Nuvole, risale ai tempi dello stesso Socrate. Aristofane delinea Socrate come un intellettuale innovatore, accomunandolo ai Sofisti e presentandolo come un chiacchierone che infonde insegnamenti corruttori ai giovani. Appare evidente che tale testimonianza sia una contraffazione. Tuttavia, nonostante Aristofane presenti Socrate come “peggior sofista”, ci presenta un quadro storicamente accettabile di quelle che furono la formazione e le posizioni di Socrate tanto che, sia pur alla rovescia, il Socrate che Aristofane presenta coincide il Socrate spregiudicato e critico di tutti i chiacchieroni del bene, della tradizione, della sanità, che mette in discussione tutti gli insegnamenti, che irrita e fa vergognare di sé la gente che credeva di “sapere”.

Policrate: nella Accusa contro Socrate del 393, Policrate accusa Socrate di aver disprezzato le procedure della democrazia e nello stesso tempo, esprimendo il punto di vista della restaurazione democratica, si trova d'accordo con Aristofane nel rinfacciare a Socrate di aver corrotto i giovani e aver insegnato credenze contrarie allo stato.

Senofonte e i socratici minori: Senofonte ci presenta un Socrate per lo più moralista e predicatore; i socratici minori ci danno poche notizie e per lo più estremizzano qualche aspetto del pensiero socratico.

Platone: egli, nei suoi dialoghi, ci offre la più suggestiva ed amorosa presentazione di Socrate, da cui è scaturita l'immagine tradizionale di quest'ultimo.

Aristotele: egli schematizza Socrate come lo “scopritore del concetto” e il “teorico della virtù come scienza”.

Le fonti e la critica odierna

Pur riconoscendo la centralità della testimonianza platonica tra tutte le fonti, il fatto che non esistano scritti di Socrate ha spinto alcuni studiosi a ritenere impossibile ogni ricostruzione del Socrate storico; per tale motivo si è arrivati a confermare che la filosofia di Socrate è e rimarrà un enigma insoluto. Ma all’affermazione che di Socrate non si conosca niente poiché le fonti a noi giunte sono solo delle “interpretazioni” della sua figura, si può obbiettare che:

1)

tramandate a noi dalle testimonianze e dalla tradizione;

2)

equivale a dire che lo abbiano “travisato”;

3)

fino dove è arrivato Socrate e dove invece è giunto Platone:

4)

troviamo solo dopo Socrate e che le fonti riferiscono esplicitamente a lui; bisogna mantenere vivo il “problema” Socrate, pur essendo coscienti della

problematicità e non‐definitività di ogni ricostruzione.

di Socrate non si sa né tutto né niente, bensì qualcosa, ossia tesi generali

l’ammettere che Platone e le altre fonti abbiano “interpretato” Socrate non

sulla base dell'esame comparato dalle varie fonti è possibile capire, in generale,

prima di Socrate, nella cultura greca e nei filosofi, mancavano alcuni motivi che

3. La posizione storica di Socrate

Socrate e l'Illuminismo greco; Socrate, i Sofisti e Platone

Per comprendere adeguatamente la figura di Socrate è indispensabile centrarne l'esatta collocazione storica e filosofica. Socrate affonda le sue radici nel mondo culturale di quell'Illuminismo greco di cui i Sofisti sono i maggiori rappresentanti. Infatti Socrate è legato alla Sofistica da una serie di rapporti, che sono:

l'attenzione per l'uomo e il disinteresse per le indagini intorno al cosmo;

la tendenza a cercare nell'uomo, e non fuori di esso, i criteri del pensiero e dell'azione;

l'atteggiamento spregiudicato e la mentalità razionalistica, anticonformistica ed

antitradizionalistica, portata a mettere tutto in discussione e non accettare nulla se

non attraverso la critica e la discussione;

l'inclinazione verso la dialettica e il paradosso.

Ciò che, invece, lo allontana dai Sofisti, è:

un più sofferto amore della verità e il rifiuto di ridurre la filosofia a retorica;

il tentativo di andare oltre il realismo conoscitivo e morale in cui si era

sviluppata la sofistica post-protagorea. In Socrate, infatti, vi è l'esigenza di far “partorire” agli uomini delle verità comuni, che, al di là dei loro soggettivi punti di vista, possano intellettualmente avvicinarli tra loro.

Socrate è quindi contemporaneamente figlio e avversario della sofistica. Inoltre è importante distinguere ciò che accomuna Socrate con Platone, ovvero l’esigenza di un superamento del relativismo sofistico, e ciò che li differenzia, ovvero l’umanesimo che è presente in Socrate e non in Platone.

4. La filosofia come ricerca e dialogo sui problemi dell'uomo

Sembra quasi certo che in un primo momento della sua vita Socrate ebbe un interesse per i naturalisti e per la loro indagine naturalistica. Ma deluso da tali indagini, il filosofo si convinse che alla mente umana sfuggono inevitabilmente i perché ultimi delle cose e che ad essa non è dato di conoscere con certezza l'Essere e i princìpi del mondo. Abbandonate tali indagini, Socrate cominciò ad intendere la filosofia come un’indagine in cui l’uomo, facendo se stesso problema, tenta con la ragione di chiarire sé a se stesso, rintracciando il significato profondo del proprio esser‐uomo. Per questo Socrate fece suo il motto dell’oracolo di Delfi “conosci te stesso”, vedendo in esso la motivazione ultima del filosofare. Per Socrate l’essere uomo è costituito dal rapporto di

sé con gli altri e, di conseguenza, egli fonda la sua filosofia sul dialogo interpersonale

in cui ognuno affronta e discute le questioni relative alla propria umanità. In tale

colloquio Socrate ha posto il valore stesso dell'esistenza: “Una vita senza esame non è degna di essere vissuta”.

5. I momenti del dialogo socratico

Il non-sapere

Per Socrate la prima condizione della ricerca e del dialogo filosofico è la coscienza

della propria ignoranza. Quando Socrate conobbe la risposta dell’Oracolo di Delfi, che

lo proclamava il più sapiente fra gli uomini, lo interpretò come se avesse voluto dire

che sapiente è solo chi sa di non sapere. Sostenere che vero sapiente è unicamente chi sa di non sapere è anche un modo polemico per dire che il filosofo genuino è colui che ha compreso che circa le cause e le strutture del Tutto non si può dire nulla con sicurezza. Tale affermazione, però, non equivale ad un'interpretazione di Socrate in chiave “scettica” poiché egli, seppur agnostico per quanto riguarda le questioni cosmologiche ed ontologiche, non lo è sui problemi etico-esistenziali; per tale motivo,

se riferita all'uomo, la formula socratica assume il significato di una denuncia polemica

di tutta quella categoria di individui che pretendono di saperla lunga sull'uomo,

credendosi in possesso di salde certezze sulla vita. Tuttavia Socrate non intende escludere la possibilità di una ricerca sull’uomo, anzi la incoraggia poiché solo chi sa di

non sapere cerca di sapere, mentre chi si crede già in possesso della verità, non sarà spinto a cercarla. Quindi la tesi socratica del non sapere non è una professione di scetticismo, poiché spinge ad indagare, ma solamente sui problemi fondamentali dell’uomo, ponendo dei limiti alla ricerca la quale non può spingersi fino alle supreme realtà di natura metafisica.

L'ironia

Nell'esame cui Socrate sottopone gli altri, coinvolgendo anche se stesso, la sua prima

preoccupazione è di renderli consapevoli della loro ignoranza. A tale scopo egli usa l'ironia, ovvero quel gioco di parole o teatro di “finzioni” attraverso cui il filosofo giunge a mostrare il non-sapere in cui si trovano. L'ironia è dunque il metodo utilizzato da Socrate per svelare all'uomo la sua ignoranza e per gettarlo nel dubbio e nell'inquietudine, impegnandolo nella ricerca. Facendo ironicamente finta di non sapere, Socrate chiede al proprio interlocutore, per lo più un personaggio illustre, di spiegargli ciò in cui egli è competente; dopo una lunga adulazione del suo sapere,

comincia a martellarlo di domande. Con l'utilizzo dell’arma del

dubbio e della

confutazione delle deboli risposte ricevute, il filosofo può mostrare alla persona che gli sta difronte l'inconsistenza delle sue persuasioni, provocando in lui vergogna. In questo modo, il filosofo arrivare al suo scopo principale: invogliare alla ricerca del vero. L’ironia è, quindi, una specie di sofistica “nobile” che tende alla purificazione e alla liberazione di ogni convinzione del vivere quotidiano.

La maieutica

Tutto ciò non significa che Socrate, dopo aver fatto il vuoto nella mente del discepolo,

si proponga di riempirla con una sua verità, quasi fosse un sorta di “lavaggio del

cervello”; Socrate, infatti, non vuole stimolare dall'esterno una propria dottrina, ma soltanto stimolare l’ascoltatore a ricercarne una propria. Da ciò la celebre “maieutica”, l’arte di far partorire. Così come la madre, una levatrice che aiutava le donne a partorire i bambini, Socrate era un ostetrico di anime, ovvero, aiutava gli intelletti a partorire il loro genuino punto di vista sulle cose. La verità deve essere una conquista personale e la filosofia un’avventura della mente di ciascuno; la vera educazione è, quindi, sempre auto‐educazione, ossia è un processo in cui il discepolo, grazie all'opera del maestro, viene aiutato a maturare autonomamente dal proprio interno.

6.

Socrate e le “definizioni”

Il concetto

Nella struttura a spirale del dialogo socratico, fatto di domande, risposte e obiezioni che si ripetono in continuazione, il punto focale è l'interrogativo “ti ésti” (che cos’è?), ossia la richiesta di una definizione precisa di ciò di cui si sta parlando. Spesso, a domande come “cos’è la virtù?”, veniva data una risposta a Socrate che era più che altro un’elencazione di “esempi” di virtù; a Socrate, però, non interessano degli esempi, ma una definizione precisa di virtù. Ai lunghi discorsi ammaliatori dei sofisti (macrologie), Socrate contrappose discorsi brevi (brachilogie), fatti di battute corte e veloci, volte ad obbligare l’avversario a risposte precise, che mostreranno la superficialità delle proprie convinzioni e si dispone ad una più sentita ricerca. La domanda “che cos’è?” rivela, dunque, due volti: uno negativo, che mette in crisi il dialogante spogliandolo delle proprie certezze, e uno positivo che mira a condurre il dialogante verso una definizione soddisfacente dell’argomento trattato. Aristotele attribuisce a Socrate il ragionamento induttivo, il quale porta ad un’affermazione generale che esprime il concetto, cioè la definizione della cosa.

Il “concetto” e il relativismo sofistico

Socrate, contro i sofisti, ha sentito il bisogno di portare un po' d'ordine nel discorso interpersonale e ha visto la necessità di una precisazione linguistica dei concetti per permettere agli uomini di intendersi meglio fra loro e per trovare un punto d'accordo capace di superare le dissonanze delle loro opinioni. Così, con Socrate, comincia a delinearsi quella reazione al relativismo linguistico, conoscitivo e morale sofistico. Tuttavia Socrate non ha costruito una “scienza delle definizioni” o un “concetto del concetto”, e tanto meno ha inteso la definizione come una forma di sapere assoluto. L’unico modo per centrare storicamente Socrate, è quello di cogliere i complessi e sottili rapporti che lo uniscono e nello stesso tempo lo distanziano nettamente dai sofisti e da Platone.

7. La morale di Socrate

La virtù come ricerca

La morale di Socrate intende la virtù come ricerca e come scienza. La virtù era intesa, dai Greci, come il modo di essere ottimale di qualcosa; riferita all’uomo, la virtù era il modo migliore di essere uomo e di comportarsi nella vita. Tradizionalmente, la virtù veniva considerata come qualcosa di dato, ossia qualcosa di garantito dalla nascita o dagli dèi. I Sofisti, invece, sostenevano che la virtù fosse un valore, un fine, che dev’essere umanamente cercato e conquistato con sforzo ed impegno; essa dipende dall’educazione, in quanto virtuosi si nasce e non si diventa, e vi si arriva attraverso la paidéia (cultura). Socrate, come i Sofisti, sostiene che la virtù non è un dono gratuito, ma una faticosa conquista.

La virtù come scienza

Inoltre, Socrate sostiene che la virtù (intesa come arte del ben vivere e del ben comportarsi) è sempre una forma di sapere, ossia un prodotto della mente. Socrate tenta di sottoporre la vita al dominio dell’intelletto; infatti, dal punto di vista socratico, per essere uomini nel modo migliore è indispensabile filosofare nel senso più vasto del termine. Tanto più che per Socrate non esistono né il Bene né la Giustizia come entità assolute con cui commisurare le nostre azioni, in quanto il bene e il giusto sono valori umani che scaturiscono dal nostro ragionare. Per Socrate, infatti, non c’è una formula che stabilisca cos’è il bene, ma il bene è ciò che ragioniamo di caso in caso: il sapere socratico è sapere quando è bene fare questa o quella azione; ecco quindi il “razionalismo morale” di Socrate.

Unicità e insegnabilità della virtù

Intesa come sapere razionale, la virtù socratica può essere insegnata e comunicata a tutti e deve costituire un patrimonio per ogni uomo. Infatti, secondo Socrate, bisogna che ciascuno impari, oltre al proprio mestiere, anche il mestiere di vivere, ossia la scienza del bene e del male; uomo e filosofo sono, quindi, la medesima cosa. Da tale concezione della virtù Socrate trae alcune conclusioni. Innanzitutto la virtù è unica, in quanto ciò che gli uomini chiamano “le virtù” sono nient'altro che il plurale di quell'unica “virtù” che è la scienza del bene, senza la quale le virtù particolari cesserebbero di esistere poiché, ad esempio, comportarsi da giusti o da coraggiosi significa sapere quando e come è bene esserlo.

Virtù, felicità e politicità

In secondo luogo, Socrate, tende a far coincidere il campo delle virtù propriamente umane con i valori dell'interiorità e della ragione, cioè con l'anima. Secondo Socrate i veri valori non sono quelli legati alle cose esteriori (ricchezza, fama, potenza) e nemmeno quelli legati al corpo (saluta fisica, bellezza, vigoria), ma solamente quelli legati all'anima. Questa tendenza socratica ad esaltare i valori dell'interiorità e del sapere non autorizza tuttavia un'interpretazione “ascetica” del suo messaggio; Socrate, infatti, ritiene che la morale non sia un esercizio di autocommiserazione, bensì un modo di essere che mira alla “utilità” e alla “felicità” della vita. Solo il virtuoso che segue la ragione è felice, mentre il non-virtuoso che segue l'istinto e non ragiona non lo è. In poche parole, Socrate non intende abolire i valori vitali del benessere, del vigore, ecc., ma sottoporli alla disciplina della ragione che li farà diventare dei beni maggiori. In terzo luogo, la virtù di cui parla Socrate, tende a risolversi nella politicità, poiché, essendo l'uomo un essere sociale, l'arte del sapere vivere si concretizza nell'arte del sapere vivere con gli altri. Una politica così intesa mira a quel ragionare-insieme sulle Cose della città da cui deve scaturire il bene comune.

I “paradossi” dell'etica socratica

Dalla teoria della virtù come scienza, Socrate ne fa derivare i paradossi secondo cui “nessuno pecca volontariamente” e “chi fa il male, lo fa per ignoranza del bene”. Con tali tesi, Socrate intende dire che nessuno fa il male volontariamente o sapendo di farlo, poiché chi opera il male è semplicemente un individuo che ignora quale sia il vero bene; infatti chi agisce fa sempre ciò che per lui è bene. Di conseguenza, se, ad esempio, scambia un vizio per un bene, ciò è dovuto alla sua ignoranza che, al di là di un'apparenza momentanea di piacere, non sa cogliere la futura realtà di patimento. Un altro paradosso del socratismo è la massima secondo cui è preferibile subire il male che commetterlo. Tale principio si connette al “Vangelo laico” di Socrate, basato sulla convinzione che solo la virtù e la giustizia rendono l'uomo felice, mentre l'immoralità e l'ingiustizia gli portano solo infelicità.

8. La discussione critica sulla morale di Socrate: le accuse di

“intellettualismo”, “formalismo” e “relativismo”

Il razionalismo morale di Socrate, che identifica la virtù come sapienza e il vizio come ignoranza, è stato accusato di sopravvalutare troppo la funzione dell'intelletto nel comportamento umano, dimenticando la presenza della volontà e la forza della parte istintiva-affettiva della nostra psiche. Di conseguenza, Socrate è stato tacciato di “intellettualismo etico”, poiché egli, non distinguendo fra intelletto e volontà o non dando sufficiente importanza ai fattori emotivi, avrebbe esagerato la potenza della ragione. Un'altra imputazione che si è rivolta a Socrate è quella di “formalismo etico”, in quanto egli, limitandosi a dire che la virtù coincide con la scienza, non definirebbe in concreto la virtù e non specificherebbe il comportamento che ogni uomo dovrebbe

seguire. Tuttavia, tale accusa risulta essere un fraintendimento poiché Socrate volle limitarsi ad offrire all'uomo lo schema generale del ben comportarsi e volle invogliare l'uomo a ragionare su quale sia il bene di volta in volta, senza pretendere di stabilire quale sia il bene concreto. Questo razionalismo etico non deve essere confuso con una forma di soggettivismo o relativismo morale che lascerebbe l'uomo privo di saldi criteri ; infatti, l'imperativo socratico di agire secondo ragione, facendo scaturire il bene di volta in volta, si accompagna alla convinzione che il bene sia morale solo se rispetta la propria e l'altrui dignità.

9. La religione di Socrate

Socrate tende a dare alla sua opera un carattere religioso; egli, infatti, considera il filosofare come una missione che gli è stata affidata da una divina, e parla di un demone che lo consiglia in tutti i momenti decisivi della sua vita, guidandolo nelle scelte. Questo demone può essere interpretato come la voce della coscienza, anche se, molto probabilmente, esso è più della semplice voce della coscienza: è il concetto religioso, non semplicemente morale. Egli, per obbligo del buon cittadino, prestava un ossequi agli dei; ma, ammettendo solo la divinità, ritiene gli dei solo manifestazioni di quest’ultima. La divinità è quindi garante dell’ordine del mondo, della giustizia e del bene ed è custode del destino degli uomini. Dunque, la religiosità di Socrate, non si basa su credenze, ma anima la ricerca filosofica.

10. La morte di Socrate

L'accusa

Gli insegnamenti e le idee di Socrate erano ormai diffuse ad Atene, quando tre democratici (Meleto, Anito e Licone) lo denunciarono alla città con l’accusa di non riconoscere gli dei tradizionali della città, ma di introdurne di nuovi, e corrompere i giovani; pena: la morte. Di fronte a tali accuse, Socrate poteva tentare di scagionarsi o scappare da Atene, ma non volle e continuò a sostenere il suo “compito educativo” nei confronti degli Ateniesi dichiarando che non lo avrebbe mai lasciato poiché era un ordine divino. Socrate, con una piccola maggioranza, fu riconosciuto colpevole; tra l’andare in esilio e proporre una pena adeguata al verdetto, egli, sarcasticamente, disse di esser degno di essere nutrito a spese pubbliche nel Pritanèo come si faceva per i grandi della città. A tale affermazione seguì una nuova accusa con maggioranza più ampia e con pena di morte.

Le cause storiche e politiche del processo

Nella paradossale affermazione di qualche filosofo che sostiene che la cosa più importante della vita di Socrate fu la sua morte, c'è qualcosa di vero: infatti Socrate deve ringraziare il suo processo e la sua morte per la fama che gli hanno comportato. La morte e il processo di Socrate, per molti anni, sono apparsi poco chiari, ma oggi si collocano in un preciso contesto storico-politico della Grecia Antica. Atene era appena uscita dal regime oligarchico e filospartano dei Trenta Tiranni, e aveva appena restaurato una democrazia particolarmente conservatrice che si chiudeva nei confronti delle novità rivoluzionarie di qualsiasi tipo. Di conseguenza, un uomo come Socrate, indipendente in fatto di religione e “spregiudicato” in filosofia, poteva apparire un elemento particolarmente pericoloso. Gli studiosi attuali, tuttavia, pensano che l’accusa a Socrate sia stata solo un pretesto giuridico dietro cui si celava un più remoto motivo di ostilità dei democratici nei confronti del filosofo: in primo luogo, infatti, Socrate concepiva il governo come arte e competenza da affidare a poche persone solidamente preparate in materia; in secondo luogo, Socrate era inequivocabilmente legato da rapporti di amicizia con esponenti della gioventù ultra- aristocratica di Atene che aveva ordito il colpo di stato dei Trenta Tiranni.

Significati filosofici e ideali

La morte di Socrate, che fu costretto a bere la velenosa cicuta, ha un alto significato ideale ed esistenziale, poiché testimonia la piena fedeltà di Socrate a sé stesso e ai suoi princìpi teorici. Platone ci presenta Socrate come un uomo che, avendo insegnato la giustizia ed il rispetto delle leggi, non poteva, con una fuga, essere ingiusto verso le leggi di Atene e smentire, nel momento decisivo, tutta la sua opera di maestro. Per Socrate chi rifiuta le leggi del proprio Stato o della propria civiltà cessa di essere uomo; le leggi si possono cambiare e migliorare, ma non violare, altrimenti verrebbe meno la stessa vita in società. Tale tesi di Socrate ci permette di capire perché tra il morire restando fedele al suo pensiero, e salvarsi venendo meno a quest’ultimo, scelse la prima opzione. Ma questa morte, al di là del caso specifico di Socrate, manifesta il tragico soccombere dell'intellettuale nei confronti del potere organizzato delle forze politiche. Per questo motivo, Socrate è apparso il primo martire del pensiero occidentale, ed il suo nome è divenuto un esplicito atto di condanna delle prepotenze dei politici, ed un appello alla salvaguardia dell'autonomia dell'intellettuale nei confronti del potere.