Sei sulla pagina 1di 17

GIOVANNI FERRARO

TRA FILOSOFIA NATURALE E MATEMATICA. IL PARADOSSO DELLA ROTA ARISTOTELIS IN CARDANO, DE GUEVARA E GALILEO

Il paradosso della rota Aristotelis,1 formulato per la prima volta nei Problemi meccanici,2 opera di scuola aristotelica, fu, tra Cinquecento e Seicento, oggetto di uninteressante discussione che coinvolse vari studiosi di meccanica. Alcuni di loro si mantennero fedeli allinterpretazione tradizionale; ad esempio, nei loro scritti Alessandro Piccolomini e Bernardino Baldi si limitarono a chiarire e precisare le argomentazioni attribuite ad Aristotele senza introdurre alcuna novit.3 Baldi, in particolare, sostenne che la soluzione data nei Problemi meccanici non solo era assolutamente certa ma anche ricavata dalle sue vere cause,4 ossia da appropriati principi di filosofia naturale. Altri studiosi, invece, criticarono apertamente limpostazione dello pseudo-Aristotele e cercarono di offrire nuove soluzioni. Questarticolo ha lo scopo di esaminare le analisi e le soluzioni offerte da tre di questi studiosi: Girolamo Cardano, Giovanni de Guevara e Galileo Galilei. I primi due contribuirono a chiarire laspetto cinematico del movimento della ruota, mentre il terzo fece della rota
Sul paradosso della ruota, cfr. A. CARUGO, Il paradosso della ruota di Aristotele discusso da Baldi, Mersenne e Galileo in Bernardino Baldi (1553-1617), studioso rinascimentale: poesia, storia, linguistica, meccanica, architettura, Atti del Convegno di studi di Milano, 19-21 novembre 2003, a cura di E. Nenci, Milano, Franco Angeli 2005, pp. 317-350, I.E. DRABKIN, Aristotles Wheel: Notes on the History of a Paradox, Osiris, IX, 1950, pp. 162-198 e C.R. PALMERINO, Galileos and Gassendis solutions to the Rota Aristotelis Paradox: A Bridge between Matter and Motion Theories in Late Medieval and Early Modern Corpuscular Matter Theories, edited by C. Lthy, J.E. Murdoch & W.R. Newman, Leiden, Brill 2001, pp. 382-383. 2 ARIST., Mech., 847a 11- 858b 31. Le citazioni sono tratte dalla traduzione dei Problemi meccanici curata da Maria Elisabetta Bottecchia Deh (Soveria Mannelli, Rubbettino 2000). 3 Cfr. A. PICCOLOMINI, In Mechanicas quaestiones Aristotelis paraphrasis paulo quidam plenior, Romae, Apud Antonium Bladum 1547 e B. BALDI, In mechanica Aristotelis Problemata Exercitationes; adiuncta succinta narratione de autoris vita et scriptis, Moguntiae, typis et sumptibus Viduae Joannis Albini 1621. 4 Hc fere Philosophi est mens, cuius solutionem esse certissimam, et ex veris caussis non dubitamus (ivi, p. 149).
1

121

Aristotelis il punto di partenza per una minuziosa analisi dellinfinito e del continuo. Le loro concezioni presentano un notevole interesse non solo per il loro contenuto intrinseco ma anche perch aiutano a chiarire un aspetto del complesso rapporto tra filosofia della natura e matematica durante il delicato processo che condusse alla nascita della scienza moderna. *** Cardano affronta il paradosso della ruota nella proposizione 196 dellOpus Novum de Proportionibus,5 dove afferma che la soluzione data dallautore dei Problemi meccanici basata su una ingiustificata commistione tra filosofia naturale e matematica, contraria ai principi della filosofia di Aristotele. Per chiarire la natura di tale critica necessaria una breve discussione dellanalisi fornita dallo pseudo-Aristotele nei Problemi meccanici. Ivi, il paradosso della ruota viene introdotto con queste parole:
[Questione XXIV] Si pone un problema: perch mai il cerchio maggiore rotolando sviluppa una traiettoria uguale a quella del cerchio minore, quando siano solidalmente concentrici. Quando invece rotolano separatamente, il rapporto reciproco tra le traiettorie da essi sviluppate viene ad essere proporzionale al rapporto tra la grandezza di uno rispetto alla grandezza dellaltro. Inoltre, essendo uno e medesimo il centro di entrambi, la linea secondo cui rotolano viene ad essere ora della misura di quella autonomamente sviluppata dal cerchio minore, ora della misura di quella autonomamente sviluppata dal maggiore. Che dunque il maggiore ne sviluppi una maggiore chiaro. Infatti il tratto di circonferenza descritto da ciascun cerchio con il rispettivo diametro corrisponde ad un arco che visibilmente maggiore nel cerchio maggiore, minore nel minore. Per cui visibile che tali archi saranno nel medesimo rapporto che avranno fra di loro le linee secondo cui avranno ruotato. Ma altrettanto chiaro che sviluppano una traiettoria uguale quando siano solidalmente concentrici. E cos la traiettoria viene ad essere talora uguale alla traiettoria sviluppata dal cerchio maggiore, talora invece uguale a quella sviluppata dal minore.6

In altri termini, se due cerchi concentrici, C e , non fissati luno allaltro, ruotano sopra le rispettive tangenti, in un giro completo essi descrivono due segmenti XY e PR uguali alle lunghezze delle loro circonferenze (fig. 1). Se, per, i due cerchi sono fissati luno allaltro, descrivono segmenti la cui lunghezza dipende dal cerchio che funge da motore e trascina laltro. Se a fungere da motore il cerchio C, questo, in un giro completo, descrive il
G. CARDANO, Opus Novum de Proportionibus numerorum, motuum, ponderum, aliarumque rerum mensurandam, non solum geometrico more stabilitum, sed etiam variis experimentis et obervationibus rerum in natura, solerti demonstratione illustratum, ad multiplices usus accomodatum, et in V libros digestum, Basileae, ex officina Henripetriciana 1570, p. 221. 6 ARIST., Mech., 855a 28- 855b 4. 122
5

segmento PR, pari alla sua circonferenza, mentre il cerchio maggiore , trascinato da C, descrive, in un giro completo, un segmento XZ = PR minore della sua circonferenza (fig. 2). Se il motore il cerchio grande, esso descrive il segmento XY, pari alla sua circonferenza, mentre C descrive un segmento PS = XY che maggiore della sua circonferenza (fig. 3).

A P X a b R Y

Fig. 1

A P X a b R Z

Fig. 2

A P X a b S Y

Fig. 3 La spiegazione del paradosso offerta dallautore dei Problemi meccanici basata, in primo luogo, sullosservazione che una stessa forza in grado di muovere una grandezza pi lentamente o pi velocemente;7 ossia, una medesima forza pu avere effetti differenti qualora agisca su corpi aventi differenti propensioni al moto. Se un certo corpo, per sua natura non
7

ARIST., Mech., 855b 33-34. 123

dotato di moto, connesso a un altro corpo dotato di moto, questultimo funge da motore dellaltro; tuttavia, il corpo motore, quando connesso al corpo non dotato di moto, si muove pi lentamente che se fosse isolato. Per chiarire tale principio, Piccolomini prima 8 e Baldi poi9 ricorreranno al seguente esempio. Siano dati due corpi A e B, il primo leggero, ossia, secondo la filosofia naturale aristotelica, atto a muoversi verso lalto, il secondo pesante e quindi dotato di una naturale tendenza a muoversi verso il basso. Se i due corpi sono congiunti e si cerca di muovere A verso lalto, il suo movimento ostacolato da B e risulta pi difficile e lento di quanto sarebbe stato se non unito a B (fig. 4).

Fig. 4 In secondo luogo, lautore dei Problemi meccanici osserva che il moto di un corpo mosso non pu eccedere il movimento del corpo motore.10 Dunque, se il cerchio grande che muove il piccolo C, questo si muove esattamente quanto il grande; se invece, il cerchio piccolo C che muove il grande , allora questultimo che si muove nella stessa misura di C. Nel moto di due cerchi concentrici, uno solo si muove di moto proprio, laltro non contribuisce al moto ed spinto dal primo: il cerchio che viene spinto percorre la traiettoria nella misura in cui spinto.11 Nella trattazione dello pseudo-Aristotele il problema della ruota appare, pertanto, un problema di natura fisica, riguardante il movimento, che viene risolto appellandosi a due principi di filosofia naturale: P.1. Una medesima forza in grado di muovere una grandezza pi lentamente o pi velocemente.12
8 A. PICCOLOMINI, Parafrasi di Monsignor Alessandro Piccolomini arcivescovo di Patras sopra le Mecaniche dAristotele, Roma, Francesco Zanetti 1582, pp. 88-89. 9 B. BALDI, In mechanica Aristotelis Problemata Exercitationes cit., pp. 147-148. 10 ARIST., Mech., 855b 40 - 856a 1. 11 ARIST., Mech., 856a 2-9. 12 ARIST., Mech., 855b 33-34.

124

P.2. Se una cosa mossa da unaltra e non contribuisce al moto si muover necessariamente come il motore.13 La spiegazione pseudo-aristotelica del paradosso non fa uso del principio della composizione dei moti,14 per quanto lautore dei Problemi meccanici mostri di conoscere tale principio.15 In effetti, pi che sulla descrizione cinematica del movimento della ruota, egli interessato a determinare, nellambito della filosofia naturale, la causa che provoca il moto stesso: il moto del mosso dipende dal moto del motore che costringe il mosso a un determinato movimento. da notare, inoltre, che lo pseudo-Aristotele ignora del tutto laltra questione concernente il moto della ruota, che invece, come vedremo, trattata sia da Cardano che de Guevara ed assolutamente centrale nella discussione di Galileo: il problema della corrispondenza biunivoca tra circonferenze di diversa lunghezza. *** NellOpus Novum de Proportionibus, Cardano non accetta luso dei principi P.1 e P.2, in quanto, come detto, principi di filosofia naturale. Egli osserva:
Primum quod ipsemet Aristoteles de hoc nos docuit in primo Posteriorum dicens. Non est igitur ex uno in aliud genus transcendentem demonstrare, ut Geometricum Arithmetica. Et Averroes in Commento magno inquit, ea verba exponens. Fieri non potest, ut demonstratio transferatur de arte in artem. Et ibidem docet, quod neque ut amb prmiss sint communes, neque etiam maior tantum, sicut exponebat Alpharabices. Verum dicit, solum licet in artibus, qu sunt in comparatione generis ad speciem, ut sit conclusio veluti physica maior propositio, in subiecta scientia veluti medicina. Unde concludit Philosophus. Propter hoc Geometriae non licet demonstrare quod contrariorum una est scientia: sed neque quod duo cubi cubus, neque alij scienti quod alterius: nisi in his qu ita inter se habent ut altera sub altera sit, veluti perspectiva ad Geometricam, et harmonica ad Arithmeticam. Et post docet quod etiam non licet demonstrare ex communibus: hc igitur ratio est ex alienis genere atque communibus.16

ARIST., Mech., 856a 10-11. Gi nellantichit il principio della composizione delle forze fu applicato alla ruota da Erone di Alessandria, che, tuttavia, usa anche la spiegazione dello pseudo-Aristotele (cfr. I.E. DRABKIN, Aristotles Wheel cit., pp. 170-171). 15 Cfr., ad esempio, ARIST., Mech., 848b13-21 e 849b1-19. 16 G. CARDANO, Opus Novum de Proportionibus cit., p. 221.
14

13

125

Cardano si riferisce alla nozione aristotelica di autonomia delle scienze esposta negli Analitici posteriori,17 dove lo Stagirita sostiene che ogni scienza autonoma ed caratterizzata da un proprio genere (ci di cui la scienza tratta) e da un insieme di attributi (ci che la scienza dice intorno a quel genere) e che nelle dimostrazioni non si pu passare da un genere a un altro.18 Pertanto, non si possono provare verit geometriche usando laritmetica, in quanto questultima e la geometria hanno generi differenti, n si possono applicare dimostrazioni aritmetiche alle propriet delle grandezze a meno che queste non siano numeri. La geometria, a sua volta, pu provare solo le propriet delle linee in quanto linee. Ad esempio, non si pu mostrare che la linea retta quella pi bella, in quanto le qualit non appartengono alle linee in virt del loro genere ma attraverso propriet che condividono con altri generi. La filosofia aristotelica rende, per Cardano, inaccettabile una spiegazione del paradosso della ruota basata sui principi P.1 e P.2: la difficolt che emerge da tale paradosso interamente matematica19 e, pertanto, la soluzione deve essere di natura strettamente matematica, ossia derivata dallanalisi geometrica del moto. Matematica e filosofia naturale sono, quindi, concepite come discipline differenti e la prima non pu essere usata per lanalisi di questioni di filosofia naturale. Non per nulla chiaro quali siano, secondo il matematico pavese, i confini tra le due discipline, ma evidente che siamo molto lontano dallidea galileana della matematica come linguaggio essenziale per comprendere la natura.20 Per fornire la sua spiegazione del paradosso, Cardano osserva che, nel moto della ruota, il centro e si muove sempre lungo la linea me (si veda fig. 5); il moto progressivo del centro non , per, generato dal moto circolare o rotatorio del cerchio, in quanto nel moto circolare il centro rimane fermo;21 piuttosto, il movimento del centro si compie come se il cerchio fosse

ARIST., Analyt., 75a 37-75b 21. una la scienza di un solo genere: di tutte le cose che constano dei primi [principi di esso] e che [ne] sono parti, o affezioni per s di queste. Invece una scienza diversa da unaltra [quando] tutti i suoi principi n procedono dalle stesse cose, n gli uni dagli altri. Se ne ha un segno quando si sia pervenuti alle [proposizioni] anapodittiche: infatti esse devono essere dello stesso genere di quelle dimostrate. Si ha un segno anche di questo, quando ci che dimostrato mediante esse sia del medesimo genere, cio sia omogeneo (ARIST., Analyt., 87a 38-87b 4; trad. italiana ARISTOTELE, Organon, a cura di Marcello Zanatta, 2 voll., Torino, Unione TipograficoEditrice Torinese 1996, II). 19 Quid, quod non soluit difficultatem quae mathematica tota est et innititur manifestis principijs (CARDANO, Opus Novum cit., p. 222). 20 Cfr. nota n. 57. 21 Debuit enim ostendere quomodo tardius moveatur circulus maior ipso minore: hoc enim est necesse si eodem tempore debent qualia spatia pertransire. Accipiamus ergo quod manifestum est, scilicet vectionem esse hanc in qua e centrum perpetuo per quidistantem lineam fertur in m, nullum autem circulum progressus centri esse causam nisi ut rota movet currum et currus axem, [] ideo motus ille circularis non est, quia circularis motus fit manente centro, sed est circulus progrediens velut et punctum e (CARDANO, Opus Novum cit., p. 222).
17 18

126

trascinato da una fune.22 Di conseguenza, non vero, come affermato dallautore dei Problemi meccanici, che il principio del moto pu essere sia nel cerchio minore ab che nel cerchio maggiore cd; infatti, se poniamo che il moto non circolare ma traslatorio, allora la causa del moto sempre il cerchio massimo.23 Secondo Cardano, la radice dellerrore nella mancata distinzione tra moto circolare propriamente detto (motus per circulum) e il moto che oggi chiamiamo traslatorio (motus circularis), il quale s causato dal cerchio, ma mediante trascinamento rettilineo del cerchio stesso ed , quindi, rettilineo, non circolare:
[causa erroris] quia nesciuerunt distinguere inter motum per circulum et motum circularem, cum sit magnum discrimen: motus enim rot est per circulum, quia per circumferentiam eius, qu est circulus, non autem circularis.24

d b

f g

a c

Fig. 5 Cardano continua la sua analisi con uninteressante osservazione che mette in luce la questione della corrispondenza biunivoca tra circonferenze di diversa lunghezza. Il matematico pavese, infatti, nota che sia la circonferenza cd sia la circonferenza ab si muovono sopra segmenti di rette e cos singoli punti di cd toccano singoli punti di cg e singoli punti di ab toccano singoli punti af. Tuttavia, o la circonferenza cd non uguale al segmento cg o la circonferenza ab non uguale al segmento af, altrimenti se entrambe le circonferenze fossero uguali a entrambi i segmenti, che sono uguali tra di loro, anche le circonferenze ab e cd sarebbero uguali: il maggiore sarebbe allora uguale al minore, il che impossibile. 25 Di conseguenza, secondo Cardano, non pu essere valida largomentazione secondo cui se il

22 23

Ivi, pp. 222-223. Ivi, p. 223. 24 Ibid. 25 Ibid. 127

cerchio mosso fatto ruotare sopra qualche segmento in modo tale da ritornare allo stesso punto, facendo un giro perfetto, allora la sua circonferenza uguale al segmento.26 Cardano convinto che la distinzione da lui operata tra moto traslatorio e moto rotatorio o circolare possa spiegare anche tale difficolt. Infatti, in una rivoluzione completa i singoli punti della ruota si muovono insieme al centro del moto rettilineo (cio hanno anche un moto traslatorio); mentre nel moto puramente rotatorio sono immobili, perch tanto retrocedono in una met della rotazione quanto avanzano nellaltro.27 In altri termini, lapparente uguaglianza delle circonferenze di differenti lunghezze dovuta al moto traslatorio della ruota i cui punti vengono trascinati tutti per la stessa lunghezza, mentre il moto circolare fa ora avanzare ora retrocedere i singoli punti per cui lo spostamento ad esso dovuto si compensa. *** Anche Giovanni de Guevara, nel suo commentario ai Problemi meccanici,28 critica la soluzione tradizionale del paradosso della ruota29 e afferma che il movimento del cerchio lungo la sua circonferenza un moto misto composto dai seguenti moti: 1) un moto rotatorio, in virt del quale il cerchio ruota e gira intorno al suo centro; 2) un moto traslatorio, per effetto del quale il cerchio, seguendo il moto dellasse, si muove nel piano in linea retta nella direzione cui tende lasse stesso.30 Qualora il cerchio non abbia una propria rotazione e venga trascinato sul piano, si muoverebbe di moto retto e con un punto toccherebbe lintera lunghezza del piano su cui viene spostato. Invece, se il cerchio ruota senza traslare, il suo movimento sarebbe circolare e, con tutte le parti e con tutti i punti della sua circonferenza, toccherebbe la medesima parte o il medesimo punto su cui inizialmente poggiava.31 Inoltre, la linea tracciata dal cerchio sul
Non ergo valet argumentum, iste circulus circumfertur super rectam aliquam, ita ut cum redit ad idem punctum rectam perambulavit ad unguem, ergo illius peripheria est qualis illi rect (ibid.). 27 Ivi, p. 224. 28 G. DE GUEVARA, In Aristotelis mechanica commentarii, Romae, apud Iacobum Mascarduma 1627. 29 Ivi, pp. 205-224. 30 Ac primo quidem stabiliatur, motum cuiuslibet circuli secundum absidem, esse motum quendam mixtum ex duplici latione; una qua circumvoluitur, seu circa proprium centrum fertur in gyrum; altera vero qua ad motum axis recta fertur super planum quo versus tendit ipsemet axis (ivi, p. 215). 31 si circulus stans absque sui rotatione raperetur super planum, vere moveretur motu recto, ac per unicum punctum totam plani longitudinem super quam fertur attingeret. Si vero circumvolueretur absque progressu, aut latione axis, vere moveretur circulariter ac per omnes partes, punctaque su peripheri, eandem plani partem, vel punctum in quo sistebat attingeret (ibid.). 128
26

piano, astraendo dalla sua rotazione, commisurata al movimento rettilineo effettuato insieme allasse: essa, infatti, potrebbe essere tracciata dal medesimo cerchio anche senza rotazione, ma non senza movimento rettilineo.32 Questa riduzione del moto della ruota alle sue componenti spiega, secondo de Guevara, il paradosso. Invero, il cerchio trasportato percorre in linea retta uno spazio pari a quello percorso dal cerchio deferente, poich il cerchio trasportato si sposta non in virt della propria rotazione e per una distanza commisurata alla propria circonferenza, ma per il fatto di essere trascinato e trasportato. Di conseguenza, il cerchio trasportato avanza in linea retta nella misura in cui trasportato dal cerchio deferente nonostante che, nello stesso tempo, descriva un circuito maggiore o minore, del quale non si deve tenere conto.33 Invece, il cerchio deferente, che si muove in virt propria, percorre uno spazio maggiore o minore a seconda della sua circonferenza; poich tutto il suo movimento in avanti dovuto alla sua rotazione, esso non pu che descrivere una linea sul piano uguale alla sua circonferenza.34 Lanalisi del paradosso fatta da de Guevara , quindi, strettamente di natura matematica, basata sulla descrizione cinematica del moto e non su principi di filosofia naturale. De Guevara prosegue poi tale analisi mostrando che in ogni cerchio il rapporto tra le velocit del moto rotatorio e il moto traslatorio uguale al rapporto tra la circonferenza del cerchio e la distanza percorsa sulla propria tangente in una sola rivoluzione.35 De Guevara, tuttavia, si rende conto che, oltre allaspetto strettamente cinematico del problema, occorre considerare anche la questione della corrispondenza biunivoca tra linee di differenti lunghezze. Egli osserva che sia il cerchio deferente che il cerchio trasportato toccano successivamente tutte le singole parti divisibili che si trovano nella medesima linea del piano con lo stesso numero di loro parti proprie; tuttavia, il cerchio deferente le tocca in modo che le parti in contatto siano uguali e commisurate, mentre il cerchio mosso le tocca solo in modo diseguale.36 Vi sono, pertanto, due tipi di tangenza:

32

un primo tipo di tangenza in cui il contatto uguale e commisurato,

Deinde vero stabiliatur lineam, qu a circulo, prdicto modo describitur super planum, abstrahendo a rotatione spontanea, vel coacta ad motum alterius, ex natura sua non describi nisi iuxta mensuram lationis, seu motus recti, qui simul cum axe conficitur in anteriora, et cuius virtute describitur. Etenim ipsa describi posset ab eodem circulo etiam sine rotatione, per unicum punctum [] non autem sine recta aliqua latione (ibid.). 33 Ivi, p. 216. 34 circulum deferentem, vel alium, qui seorsum per se super planum circumvoluatur, quo maior ipse fuerit, maius spatium recta in sua revolutione percurrere, quo vero minor, minus. Quia cum tota eius progressio fiat ex vi propri rotationis, non nisi qualem su peripheri lineam in plano potest describere (ibid.). 35 Ivi, p. 217. 36 dicendum est tam circulum deferentem, quam circulum delatum omnes, ac singulas partes divisibiles, quae sunt in eadem linea plani per totidem partes suas successive attingere: hoc tamen discrimine, quod circulus deferens illas attingit commensurative, et adquate, circulus vero delatus nonnisi inadquate (ivi, pp. 217-218). 129

un secondo tipo in cui il contatto diseguale.

Il contatto uguale e commisurato di due quantit dipende dallesatto combaciare di parti uguali di entrambe cos che esse possono coesistere nello stesso luogo. Tuttavia, evidente che quando gli spazi percorsi sono diseguali, tale disuguaglianza degli spazi deve essere presente pure nei luoghi di contatto, per cui le parti non possono combaciare esattamente37 e le infinite parti indeterminate di cui sono composte le linee, si toccano in modo inadeguato (o, come egli dice, diseguale).38 Per spiegare meglio come possa avvenire il contatto diseguale, de Guevara afferma che quando il cerchio minore mosso da quello maggiore, una parte pi piccola di esso sempre in contatto con una parte pi grande del piano, in quanto il cerchio minore con il suo movimento rettilineo attraversa il piano pi velocemente di quanto possa ruotare lungo un arco della propria circonferenza e, quindi, viene in contatto con il piano non in misura corrispondente a tale arco, ma in misura maggiore. Ci che manca in estensione al cerchio minore compensato dalla maggiore velocit con cui avanza nella sua traslazione rettilinea e, per tale motivo, viene in contatto con una parte del piano pi lunga della propria circonferenza.39 ***

Nam contactus adquatus, et commensuratus duarum quantitatum, fit per qualem applicationem partium qualium utriusque quantitatis ad coexistendum simul in eodem spatio loci: partes autem qualiter applicari non possunt per lationes inquales, nam ea est inqualitas in applicatione, qu est in ipsis lationibus, sive lationes cadant in utramque quantitatem, sive in alteram tantum (ivi, p. 218). 38 Ibid. 39 Ivi, p. 219. Tra gli ultimi decenni del Cinquecento e i primi del Seicento, vari altri studiosi si occupano della rota Aristotelis. Tra di essi, ricordo Giovanni Battista Benedetti e Marin Marsenne. In Diversarum speculationum mathematicarum et physicarum liber (Taurini, Apud haeredes Nicolai Bevilaquae 1580), Benedetti rifiuta la spiegazione tradizionale del paradosso e con una dimostrazione geometrica tende a trasformare il problema in mero problema meccanico che evita questioni di filosofia naturale. A suo parere, il moto dei due cerchi il risultato di due movimenti che possono essere nella stessa direzione o nella direzione opposta. Si ha la prima situazione quando il motore il cerchio maggiore per cui il moto del minore risulta composto da moti concordi e riesce a descrivere una lunghezza pari alla circonferenza del cerchio maggiore. Si ha il secondo caso, quando il cerchio maggiore, mosso dal minore, risulta soggetto a moti discordi. In Quaestiones Celeberrimae in Genesim, cum accurata textus explicatione (Lutetiae Parisiorum, sumptibus Sebastiani Cramoisy 1623, coll. 68-69), Marsenne sembra invece cercare la soluzione in un argomento di filosofia naturale: il processo di rarefazione e condensazione. A suo parere, si avrebbe unespansione della circonferenza del cerchio minore quando mosso dal maggiore; viceversa, una contrazione della circonferenza grande nellaltro caso. Tuttavia, lo stesso matematico francese non sembra del tutto convinto della spiegazione e si chiede come sia possibile che il cerchio minore tocchi successivamente tutte le parti e tutti i punti di una linea di lunghezza pari alla circonferenza maggiore. Marsenne accenner in altre occasioni alla questione XXIV dei Problemi meccanici e finir poi per sostenere, richiamandosi allesperienza, la tesi di uno scivolamento dei cerchi (cfr. M. MARSENNE, Les Mchaniques de Galile mathematicien & ingenieur du duc de Florence. Avec plusieurs additions rares, & nouvelles, utiles aux architectes, ingenieurs, fonteniers, philosophes, & artisans, Paris, H. Gunon 1634). 130

37

Il paradosso della ruota di Aristotele esaminato da Galileo nellambito della discussione sulla natura del continuo, dellinfinito e degli indivisibili che si trova nella prima giornata dei Discorsi e dimostrazioni matematiche.40 Facendo uso di una strategia innovativa, il matematico pisano cerca di ridurre lanalisi del movimento dei cerchi a quella dei poligoni regolari. Si considerino, ad esempio, i due esagoni di cui alla fig. 6 e si supponga che lesagono interno HIKLMN sia mosso da quello esterno ABCDEF. Dopo una rotazione completa, entrambi gli esagoni hanno percorso la stessa distanza AS pari al perimetro di ABCDEF, in quanto durante la rotazione lesagono interno HIKLMN compie dei salti che compensano il suo minore perimetro (nel primo passo della rotazione K si sposta in O e vi un salto da I a O, ecc.).

M G F N H I

L C K O P Y Z T R V

A C

E F B

Fig. 6

Per Galileo, il moto dei cerchi concentrici perfettamente analogo a quello dei poligoni, purch si assuma che il cerchio sia un poligono con infiniti lati. Sotto tale ipotesi, quando il
GALILEO GALILEI, Discorsi e dimostrazioni matematiche, intorno a due nuove scienze attenenti alla mecanica & i movimenti locali, in Leida, Appresso gli Elsevirii 1638; ristampato in Le opere di Galileo Galilei. Edizione nazionale sotto gli auspici di Sua Maest il Re dItalia, a cura di A Favaro, VIII, Firenze, G. Barbra 1898, pp. 39-318. 131
40

cerchio grande funge da motore, la linea descritta dai suoi infiniti lati uguale in lunghezza alla linea descritta dagli infiniti lati del cerchio minore, in quanto, nel movimento del minore va considerato l'interposizione di spazi vuoti tra i suoi lati.41 La distinzione tra quanto e non-quanto permette di evitare alcune elementari obiezioni allidea che una figura geometrica possa essere pensata come laggregato di infinite componenti. Una di queste obiezioni la seguente: se una linea composta da infinite parti, essa infinita perch la somma di infinite quantit uguale allinfinito. La risposta di Galileo che i lati del cerchio non son quanti, ma bene infiniti,42 ossia i lati del cerchio non appartengano alla categoria delle quantit per cui non ha senso sommarli in modo analogo alle quantit; lessere quanto , per il matematico pisano, contraddittorio con lessere infinito: dire che il cerchio ha infiniti lati significa, di per s, dire che i suoi lati sono non-quanti. La distinzione tra quanto e non-quanto permette, inoltre, a Galileo di rifiutare lipotesi che avvenga un trascinamento dei punti della circonferenza minore lungo qualche particella della linea CE. Invero, essendo i punti di contatto infiniti anche gli strascichi sopra la CE (cio i segmenti lungo i quali i punti sono trascinati) sarebbero infiniti, ma gli strascichi sono quanti e segmenti e circonferenze possono essere suddivisi solo in un numero finito di quanti, altrimenti la somma di infinite parti quante darebbe luogo a linee infinite. Tuttavia, segmenti e circonferenze possono essere suddivisi in un numero infinito di punti, in quanto i punti sono non-quanti e sono necessari infiniti di loro per ottenere un segmento o una circonferenza.43 Per tale ragione il contatto tra la circonferenza e la sua tangente deve necessariamente essere punto-punto e non punto-segmento. Galileo osserva, inoltre, che se B il punto di contatto del cerchio maggiore con la sua tangente, il punto di contatto del cerchio minore con la sua tangente CE si deve necessariamente trovare sul segmento AB e, quindi, unico (si veda fig. 6).44 La dicotomia quanto/non-quanto non limitata agli enti geometrici ma si estende agli oggetti fisici, che sono anchessi, per Galileo, composti da indivisibili. Il matematico pisano osserva che le parti quante di una linea possono essere disposte in modo da ottenere unestensione maggiore della linea originaria solo interponendo degli spazi vuoti. Invece, le parti non-quante di una linea, cio i suoi infiniti indivisibili, possono essere disposte in modo da ottenere unestensione maggiore della linea originaria con l'interposizione non di spazi
Ivi, pp. 68-70. G. GALILEI, Discorsi e dimostrazioni matematiche cit., p. 70. Poco dopo, Galileo nota che le parti quante di una linea sono numerate, ossia possono essere contate e saranno uguali a un certo numero n (ivi, p. 71). 43 Ivi, p. 70. 44 Nel caso della ruota, il contatto del cerchio minore costituito da infiniti punti parte pieni e parte vacui ed anche i vacui sono non quanti, essendo infiniti (ivi, p. 70).
42 41

132

vuoti ma di infiniti indivisibili vuoti, ossia di entit non-quante. Ci vale non solo per le linee ma anche per le superfici e i solidi, che possono essere considerati composti da infiniti atomi non-quanti. Invero, se fossero divise in parti quante, potremmo disporle in spazi pi ampi di quello originariamente occupato dal solido solo con linterposizione di spazi quanti vuoti; invece, se risolviamo il solido nei primi componenti, che sono non-quanti ed infiniti, allora possiamo concepire tali componenti sparsi in spazio immenso senza l'interposizione di spazi quanti vacui, ma solamente di vacui infiniti non quanti;45 cos, se ammettiamo, ad esempio, che loro sia composto di infiniti indivisibili, allora possiamo immaginare che un piccolo globetto doro possa essere dilatato fino a riempire uno spazio grandissimo senza ipotizzare linterposizione di spazi quanti vuoti tra le sue parti.46 Per Galileo, gli indivisibili, allo stesso tempo, sono entit matematiche e fisiche, punti geometrici e atomi fisici: la nozione di indivisibile sembra congiungere matematica e filosofia naturale, rendendo possibile lapplicazione della matematica, scienza astratta, ai fenomeni naturali. La spiegazione galileana del paradosso della ruota pone unulteriore questione che pu essere formulata come segue. La rotazione dei vari cerchi concentrici r, aventi centro A e raggio 0<r<AB, genera segmenti tutti uguali a BF, ma anche il punto A, caso limite dei cerchi r, genera un segmento AD uguale a BF, pertanto anche il punto A viene ad essere uguale al segmento BF (si veda fig. 6). Non solo, quindi, aggregati infiniti di diversa lunghezza possono diventare uguali tra di loro, ma un singolo punto pu divenire uguale a un segmento infinito. Si tratta di una situazione sconcertante che Galileo affronta sostenendo che non un caso isolato e che anzi esistono altre situazioni dello stesso tipo. Infatti, egli mostra come luguaglianza tra le aree delle corone circolari GION costituenti il solido ADEBOI, oggi detto scodella di Galileo, e le aree dei cerchi di diametro HL formanti il cono CDE, d luogo come caso limite alluguaglianza tra la circonferenza di diametro AB e il punto C, qualora GN si muova con continuit, parallelamente a se stesso, fino a coincidere con AB (fig. 7).47

Fig. 7

45 46

Ivi, p. 71. Ibid. 47 Ivi, pp. 73-75.

H P

133

Unaltra importante obiezione allidea che le linee siano composte da infiniti indivisibili costituita dal fatto che, qualora si confrontino linee di differenti lunghezze, si potrebbe affermare lesistenza di infiniti maggiori di altri infiniti. Per Galileo, tale obiezione deriva dalla natura finita del nostro intelletto per cui assegniamo allinfinito attributi che sono propri delle cose finite e terminate, come gli attributi di maggioranza, minorit ed ugualit.48 Tali attributi non appartengono agli infiniti, in quanto impossibile dire di due infiniti se uno maggiore, minore o uguale allaltro. proprio per provare che non esiste quella che oggi detta una relazione dordine tra insiemi infiniti che Galileo dimostra lesistenza di una corrispondenza biunivoca tra i numeri quadrati e tutti i numeri (naturali) nonostante i primi siano solo una piccola parte dei secondi. Mentre nella matematica cantoriana, tale corrispondenza dimostra lequipotenza tra linsieme dei quadrati e linsiemi dei naturali, in Galileo la stessa corrispondenza costituisce la prova che non esiste alcuna relazione dordine tra moltitudini infinite.49 Galileo insiste molto sulla repugnanza e contrariet di natura, che incontrerebbe una quantit terminata nel trapassar allinfinita,50 ossia sulla differenza incolmabile tra finito e infinito, e ritiene che un valido argomento a favore di tale tesi sia costituito dal seguente ragionamento geometrico.

H I K L A O C B D E G F

Fig. 8
Ivi, p. 78. Per Galileo, la diversit tra linfinito e il finito tanto radicale che non solo linfinito non pu essere confrontato con un altro infinito ma neanche con un finito: non ha senso, cio, dire che un infinito maggiore di un finito. A sostegno di tali tesi, Galileo osserva che quando si considerano moltitudini finite di numeri progressivamente crescenti, i numeri quadrati contenuti in esse diventano sempre pi rari; mentre nel numero infinito i quadrati non possono esser manco che tutti i numeri [] adunque landar verso numeri sempre maggiori e maggiori un discostarsi dal numero infinito (ivi, p. 79). Il comportamento dellinfinito non pu, quindi, neanche essere approssimato dal comportamento di numeri molti grandi. 50 Ivi, p. 83.
49
48

134

Si consideri un segmento AB (si veda fig. 8), il cui punto medio sia O, e si prenda un punto C situato tra O e B. Si supponga che il punto C si muova con continuit descrivendo il cerchio passante per i punti L, K, I, H, soddisfacenti la seguente legge: le coppie di segmenti ottenuti al muoversi di C (AL e BL, AK e BK, AI e BI, AH e BH, ) mantengono fra di loro la medesima proporzione che hanno AC e BC, ossia AL : BL = AK : BK = AI : BI = AH : BH = = AC : CB. Il cerchio descritto dal punto C diventa sempre pi grande allavvicinarsi di C ad O. Se si considera il caso limite in cui C coincide con O, si ottiene non una circonferenza ma la retta perpendicolare ad AB; tale retta pu essere pensata come la circonferenza di un cerchio che Galileo afferma essere infinito in quanto pi grande di tutti gli altri cerchi. Poich la circonferenza di un cerchio infinito51 una retta, chiaro che il passaggio da un cerchio finito a un infinito, muta talmente lessere, che totalmente perde lessere e il poter essere.52 Nonostante le difficolt esaminate, il continuo deve, per Galileo, essere necessariamente pensato come entit composta da infiniti indivisibili, in quanto la sua suddivisione continuata perpetuamente produce infinite parti che, in quanto infinite, sono non-quante. Un aristotelico potrebbe obiettare che la divisione del continuo potenzialmente infinita ma attualmente finita; tuttavia, la distinzione tra potenziale e attuale non aiuta, secondo Galileo, la comprensione del continuo: se si prende, egli dice, una linea e la si divide in venti parti, vero che queste parti saranno in potenza prima della divisione, in atto dopo, in ogni caso, per, la loro somma uguale al segmento originario. Allo stesso modo, le infinite parti del continuo, in atto o in potenza che siano, prese insieme sono esattamente uguali alla quantit da cui si originano; di conseguenza sono non-quante. Galileo ritiene, inoltre, che si possa distinguere e risolvere tutta la infinit in un tratto solo (artifizio che non mi dovrebbe esser negato),53 ossia ritiene che con un solo atto mentale si possa passare dalla divisione ripetuta e illimitata allindivisibile che costituisce la soluzione finale del processo illimitato di suddivisione. A complicare la questione vi il fatto che, come stato gi osservato, lindivisibile galileano non , o almeno non solo, il punto immateriale
Per un notevole precedente di tale concezione, si veda N. VON KUES, De docta ignorantia in IDEM, Werke, herausgegeben von P. Wilpert, Berlin, de Gruyter 1968, VI, pp. 2-100. 52 G. GALILEI, Discorsi e dimostrazioni matematiche cit., pp. 83-85. Galileo osserva anche che se si piega una linea formando un quadrato o un poligono di quattro, otto, quaranta, cento o mille lati, si ha una mutazione bastante a ridurre allatto quelle quattro, otto, quaranta, cento e mille parti che prima nella linea diritta erano [] in potenza, cos quando si forma un poligono di infiniti lati, cio una circonferenza, si pu asserire di aver ridotto all'atto quelle infinite parti che prima erano potenzialmente contenute nella linea retta (ivi, p. 92). 53 Ivi, p. 93. 135
51

di una geometria astratta, ma anche latomo su cui basare linterpretazioni dei fenomeni naturali e quindi la filosofia della natura: lipotesi dellindivisibile pu, dice il matematico pisano, trarci fuori di molto intrigati labirinti e permetterci di comprendere i fenomeni della coerenza dei solidi, della rarefazione e della condensazione. Ed proprio il fenomeno della rarefazione che offre una spiegazione di come, nel moto dei cerchi concentrici, la linea descritta dal cerchio minore sia maggiore della propria circonferenza, quando il cerchio maggiore a fungere da motore; la condensazione, invece, spiega come il cerchio maggiore descriva una linea retta minore della sua circonferenza quando mosso da quello minore. Nella sua spiegazione Galileo fa di nuovo ricorso allanalogia con i poligoni.

C L K

H A b

I B

M c

Fig. 9

Supponendo che il poligono maggiore sia mosso dal minore, quando il punto K descrive larco KM, il lato KI si sovrappone ad IM. Nello stesso tempo, IB torna indietro descrivendo l'arco Bb, cos che quando il lato KI viene a coincidere con MI, il lato BC del poligono maggiore coincider con la linea bc e, quindi, avanza solo di un segmento Bc minore della sua lunghezza. Per tale motivo, il poligono maggiore descrive una retta minore della sua circonferenza.54

B
54

Ivi, pp. 94-95. 136

Fig. 10 Tale analisi, a parere di Galileo, pu essere applicata al moto dei cerchi concentrici. Gli infiniti lati indivisibili del cerchio maggiore hanno infiniti indivisibili ritiramenti [] fatti nellinfinite instantanee dimore de glinfiniti termini de glinfiniti lati del minor cerchio, e con i loro infiniti progressi, eguali a glinfiniti lati di esso minor cerchio, compongono e disegnano una linea eguale alla descritta dal minor cerchio, contenente in s infinite soprapposizioni non quante, che fanno una costipazione e condensazione senza veruna penetrazione di parti quante, quale non si pu intendere farsi nella linea divisa in parti quante, quale il perimetro di qualsivoglia poligono, il quale, disteso in linea retta, non si pu ridurre in minor lunghezza se non col far che i lati si soprapponghino e penetrino lun laltro. Questa costipazione di parti non quante ma infinite, senza penetrazione di parti quante, e la prima distrazione di sopra dichiarata de glinfiniti indivisibili con linterposizione di vacui indivisibili, credo che sia il pi che dir si possa per la condensazione e rarefazzione de i corpi, senza necessit dintrodurre la penetrazione de i corpi e gli spazii quanti vacui.55 Nella spiegazione galileana del paradosso della ruota gioca, quindi, un ruolo centrale una nozione di indivisibile, che punto matematico ma anche atomo fisico. Mentre Cardano, nel suo Opus Novum de Proportionibus, aveva rigidamente distinto la filosofia naturale dalla descrizione matematica del moto, pur spostando lattenzione verso questultima, la spiegazione galileana fonde insieme filosofia naturale e matematica, in accordo alla concezione, chiaramente formulata nel Saggiatore,56 secondo cui il libro della natura scritto in linguaggio geometrico.57

Ivi, pp. 95-96. G. GALILEI, Il Saggiatore. Nel quale con bilancia esquisita e giusta si ponderano le cose contenute nella Libra Astronomica e Filosofica di Lotario Sarsi Sigensano scritto in forma di lettera allillustrissimo e reverendissimo Monsignore D. Virginio Cesarini Accademico Linceo Maestro di Camera di N. S., Roma, Appresso Giacomo Mascardi, 1623; ristampato in Le opere di Galileo Galilei cit., VI, pp. 199-372. 57 La filosofia scritta in questo grandissimo libro che continuamente ci sta aperto innanzi agli occhi (io dico luniverso), ma non si pu intendere se prima non simpara a intender la lingua, e conoscer i caratteri, ne quali scritto. Egli scritto in lingua matematica, e i caratteri son triangoli, cerchi, ed altre figure geometriche, senza i quali mezi impossibile a intenderne umanamente parola; senza questi un aggirarsi vanamente per un oscuro laberinto (ivi, p. 232).
56

55

137