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Capitolo 1 INTRODUZIONE

1. Dallarte del costruire alla Scienza e Tecnica delle costruzioni

Luomo ha realizzato costruzioni fin da tempi antichissimi. Alcune opere hanno resistito per migliaia di anni e destano tuttora la nostra ammirazione. Si pensi ad esempio alle piramidi di Giza e ai templi di Luxor in Egitto, ai templi greci, alle costruzioni civili e religiose romane; o, andando a tempi relativamente pi recenti, alle cattedrali gotiche con le loro mirabili forme slanciate. Nessuna di queste costruzioni frutto di un calcolo, nel senso che diamo noi oggi a tale parola. Le dimensioni degli elementi ed i particolari costruttivi erano infatti dettati da regole empiriche che si erano andate via via definendo nel tempo. Queste erano basate sullesame del comportamento delle strutture realizzate e dei problemi da esse presentate. Ogni dissesto dava origine a modifiche che quando mostravano di essere efficaci venivano incorporate nelle regole costruttive. Si trattato in un certo senso di una continua sperimentazione dal vero sulle cui basi stata fondata larte del costruire. Il ricordo di tale modo di procedere permane anche oggi, tanto che una costruzione ben realizzata viene detta fatta a regola darte. I primi tentativi di tradurre tali regole in formulazioni matematiche risalgono al 17 e 18 secolo. Fu infatti nel 1638 che Galileo propose le prime formulazioni teoriche della resistenza a rottura di travi inflesse mentre oltre un secolo dopo, nel 1773, Coulomb cerc di definire

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Capitolo 1

quantitativamente la resistenza a rottura di archi in muratura. Il principio di elasticit lineare, destinato ad essere uno dei pilastri della Scienza delle costruzioni, fu invece formulato da Hooke nel 1678. Il 19 secolo vide giungere a piena maturit la teoria dellelasticit. Nel 1826 Navier propose un metodo organico per il dimensionamento di strutture, basato sullipotesi di comportamento linearmente elastico dei materiali costitutivi, e intorno al 1855 De Saint Venant formul il suo noto principio e forn la soluzione del problema della relazione tra caratteristiche della sollecitazione e stato deformativo e tensionale in travi prismatiche. Verso la fine del secolo furono infine sviluppati i criteri di resistenza basati sulla crisi puntuale del materiale (Rankine, 1875; Mohr, 1882; Tresca, 1871). Parallelamente venne affrontato il problema della valutazione delle caratteristiche della sollecitazione nelle strutture iperstatiche. I contributi pi rilevanti in questo secolo furono quelli rivolti alla risoluzione di schemi di travi continue col metodo delle forze (Clapeyron, 1852; Mohr, 1860; Bresse, 1865). Allinizio del 20 secolo vennero redatte le prime normative tecniche (Francia, 1906; Italia, 1907) che seguendo limpostazione di Navier imponevano unanalisi lineare elastica. Grazie alla linearit di comportamento, il margine di sicurezza tra carico di rottura e carico di esercizio pu essere garantito lavorando in termini di tensioni; ci port a denominare tale modo di procedere metodo delle tensioni ammissibili. Successivi sviluppi portarono al limit design o calcolo a rottura, finalizzato alla valutazione della capacit portante ultima della sezione (anni 40 e 50), allapproccio probabilistico, che tiene conto della variabilit dei carichi e delle caratteristiche dei materiali, e al metodo semiprobabilistico (anni 50 e 60). Per quanto riguarda la risoluzione di schemi iperstatici, nella prima met del secolo ebbero ampio sviluppo i metodi iterativi, che consentivano lanalisi manuale di telai (Cross, 1930; Grinter, 1937). Il progredire della tecnologia diede infine impulso alla metodologia matriciale, che sfrutta in maniera ottimale le potenzialit offerte dai calcolatori elettronici (anni 60 e 70).

Introduzione

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Il progresso teorico, brevemente delineato nelle pagine precedenti, ha portato ad una chiara indicazione del modo con cui lingegnere deve affrontare lesame di una struttura. Il primo problema quello della definizione di un modello per lo schema geometrico e per i carichi. Loggetto reale sempre abbastanza complesso e nel tradurlo in modello matematico inevitabile fare una serie di semplificazioni; spesso le incertezze sono tali da rendere necessario luso di pi modelli limite, per individuare una fascia entro cui sia compreso il reale comportamento della struttura. Una volta definito lo schema geometrico e di carico occorre passare alla sua risoluzione, cio alla determinazione di deformazioni e tensioni (o di spostamenti e caratteristiche di sollecitazioni); questa fase viene usualmente denominata analisi strutturale, anche se questo termine a volte utilizzato con una accezione pi ampia. Infine occorre effettuare una verifica, per controllare che la struttura sia in grado di sopportare le azioni che la solleciteranno durante la sua vita. Le tre fasi qui indicate sono riferite allo studio di una struttura esistente o comunque gi idealmente definita dal progettista. Nel caso di costruzioni ancora da realizzare, un compito preliminare dellingegnere quello del dimensionamento degli elementi strutturali; questo viene spesso fatto mediante un calcolo che segue le linee generali innanzi indicate, ma con modelli estremamente semplificati, anche se nelle situazioni pi comuni lesperienza stessa del progettista, eventualmente tradotta in formulette di uso immediato, a suggerire le dimensioni da adottare. In tempi ormai lontani tutte le problematiche e le conoscenze teoriche citate erano racchiuse in ununica disciplina, la Scienza delle costruzioni. Con tale nome intitolata lopera di Belluzzi1, che nonostante gli anni trascorsi (la sua prima edizione risale al 1941) costituisce tuttora, secondo me, un valido riferimento per numerosissimi problemi di Scienza e Tecnica delle costruzioni. Il progressivo aumento delle conoscenze ha reso necessario la suddivisione in due filoni, per lappunto Scienza e Tecnica delle costruzioni, che costituiscono nellattuale ordinamento universitario italiano due raggruppamenti disciplinari, capeggiati dalle omonime discipline, che includono materie quali Calcolo anelastico e a rottura, Teoria delle strutture e Dinamica (gruppo Scienza) o
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O. Belluzzi, Scienza delle costruzioni, 4 volumi, Zanichelli, Bologna.

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Capitolo 1

Costruzioni di ponti, Progetto di strutture e Ingegneria sismica (gruppo Tecnica). Proprio per la loro origine comune, Scienza e Tecnica delle costruzioni si presentano nel segno di una unitariet che non sempre consente una netta distinzione tra luna e laltra. Si pu dire in linea di massima che la Scienza delle costruzioni fornisce le basi teoriche generali. Essa ad esempio affronta in maniera esaustiva la teoria della trave, di De Saint Venant, per materiale omogeneo, isotropo, linearmente elastico e sviluppa le relazioni tra caratteristiche della sollecitazione, spostamenti, deformazioni e tensioni. Per quanto riguarda lanalisi strutturale, affronta lo studio di base dei sistemi isostatici (reazioni vincolari, diagrammi delle caratteristiche di sollecitazione) e iperstatici (metodo delle forze, metodo degli spostamenti) e fornisce strumenti essenziali quali il principio dei lavori virtuali e i teoremi di deformazione per sistemi elastici. La Tecnica delle costruzioni passa ad applicazioni tecniche, pi legate alla realt concreta. Ad esempio affronta il problema della non omogeneit del materiale (tipico del cemento armato) e dellinfluenza di legami costitutivi - del materiale non linearmente elastici. Nellambito dellanalisi strutturale, analizza procedimenti numerici specifici per la risoluzione di schemi strutturali pi comuni (travi continue, telai a maglie rettangolari) per passare poi allimpostazione generalizzata dellanalisi matriciale (ma in questo caso la distinzione tra Scienza e Tecnica delle costruzioni diventa meno netta, perch questo argomento pu far parte anche del corso di Teoria delle strutture, del gruppo Scienza). Nel corso di Tecnica vengono inoltre presentati i primi approcci al passaggio da oggetti reali a schemi di calcolo. I corsi successivi del gruppo Tecnica partono invece espressamente dallesame di oggetti reali (ponte, edificio, ecc.) e studiano quali modelli, teorici e tecnici, utilizzare per determinare le caratteristiche di sollecitazione e verificare o progettare le sezioni, nonch tutti i dettagli costruttivi necessari per una corretta esecuzione dellopera.

Introduzione

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2.

Definizione del modello di calcolo

La definizione del modello di calcolo il primo passo necessario per analizzare una struttura. Pi precisamente, occorre definire uno schema geometrico ed un modello per i carichi, ma anche un legame costitutivo per il materiale nonch il tipo di analisi da svolgere. Nel passato le potenzialit di calcolo erano molto limitate ed era necessario adottare modelli molto semplici. Ad esempio, le travi ed i pilastri di un edificio soggetto a soli carichi verticali venivano analizzati separatamente (con lo schema di trave continua le prime, come singole aste soggette a sforzo assiale i secondi). In presenza di azioni orizzontali si rendeva necessario ricorrere a modelli pi complessi, che tenessero conto delle interazioni tra i diversi elementi, ma difficilmente si andava oltre lo schema di telaio piano. Ovviamente, il progettista era ben consapevole dei limiti del modello utilizzato e cercava di compensarne la grossolanit abbondando nelle sezioni e nelle armature. Con lavvento dei calcolatori elettronici diventato facile utilizzare modelli anche notevolmente complessi, che ci forniscono indicazioni pi dettagliate sul comportamento delle strutture. Non dobbiamo per trascurare alcuni rischi connessi a questa evoluzione. Innanzitutto, il problema della modellazione diventato molto pi rilevante proprio perch molto pi numerose di prima sono le possibilit a disposizione; la scelta ora pi delicata ed il rischio di adottare un modello non appropriato maggiore. In secondo luogo, il computer non commette errori di calcolo ma chi lo utilizza pu sbagliare a fornirgli i dati; tanto pi il modello complicato tanto maggiore sar, in genere, la quantit di informazioni da fornire e corrispondentemente crescer la possibilit di un errore. Infine, la disponibilit di modelli sofisticati pu generare la falsa convinzione di poter conoscere veramente il comportamento delle strutture; non bisogna invece dimenticare che anche il programma di calcolo pi sofisticato ci fornisce solo una vaga immagine della realt, perch questultima sempre molto pi complessa di qualsiasi modello. Qual allora il modo pi giusto di operare? A costo di sembrare banale, io sono convinto che occorra usare in ogni situazione il modello pi semplice (tra quelli validi per il caso in esame) e soprattutto usare solo modelli di cui si capisca bene il significato. Contemporaneamente, im-

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portante usare modelli, anche grossolani, che forniscano immediatamente lordine di grandezza delle sollecitazioni, in modo da poter controllare i risultati forniti dai modelli pi esatti.

3.

Analisi strutturale

Un primo aspetto da chiarire nel parlare di analisi strutturale se e come il comportamento della struttura influenzato dal modo in cui le azioni che la cimentano variano nel tempo. In generale, una volta superata la fase transitoria di costruzione una parte dei carichi (ad esempio il peso proprio degli elementi strutturali) si pu considerare permanente; unaltra parte invece (i cosiddetti sovraccarichi) varia nel tempo, ma in maniera abbastanza lenta. Si parla in questo caso di carichi statici. Ben diverso leffetto delle raffiche di vento su elementi deformabili, come antenne e tralicci, o del moto del terreno durante un sisma. Si parla in tal caso di carichi dinamici ed una analisi che tenga espressamente conto della rapida variazione delle azioni nel tempo detta analisi dinamica. In secondo luogo, occorre esaminare in che modo il comportamento della struttura influenzato dalla legge costitutiva dei materiali di cui sono costituiti gli elementi che la compongono. Un legame elastico lineare consente di ipotizzare una analoga relazione lineare tra azioni e deformazioni. In caso contrario si deve effettuare unanalisi che tenga conto delle non linearit meccaniche. Affinch la relazione tra azioni e deformazioni sia effettivamente lineare anche necessario che siano trascurabili gli effetti del secondo ordine, ovvero che lo spostamento del punto di applicazione dei carichi non influenzi sostanzialmente lequilibrio. Quando ci non avviene, occorre effettuare unanalisi che tenga conto delle non linearit geometriche. Altri termini usati per far riferimento a questo problema sono: effetto P-, dai simboli utilizzati per la forza assiale e lo spostamento ortogonale allasse nelle prime trattazioni, oppure effetto instabilizzante dei carichi verticali, perch un caso molto comune lincremento di sollecitazioni flessionali nei pilastri a causa dello sbandamento orizzontale dei traversi su cui sono applicati carichi verticali (fig. 1).

Introduzione

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Fig. 1 - effetto P- o effetto instabilizzante dei carichi verticali

Il tipo di analisi effettuato in assenza di complicazioni di tipo meccanico o geometrico denominato analisi lineare. Un aspetto molto importante che in essa valgono il principio di sovrapposizione degli effetti e di unicit della soluzione. Ci comporta vantaggi operativi tali da rendere questo approccio estremamente conveniente. Si finisce cos col ricorrere ad esso anche in situazioni in cui non sarebbe rigorosamente applicabile. Ad esempio, nel metodo degli stati limite, di cui si tratter pi avanti, che mira a valutare la resistenza ultima della struttura si usa convenzionalmente unanalisi lineare per determinare le caratteristiche della sollecitazione indotte dai carichi e si tiene conto della reale non linearit della legge costitutiva del materiale solo nella fase finale di verifica delle sezioni. Per tenere conto delle non linearit meccaniche occorre innanzitutto definire il legame costitutivo del materiale e le conseguenti relazioni tra momento M e curvatura per la sezione. Ad esempio, per una sezione a doppio T in acciaio (fig. 2) il momento cresce linearmente con fino al valore My, che corrisponde alla curvatura y per la quale si raggiunge lo snervamento nel bordo della sezione. Allulteriore crescere di la tensione nellala rimane costante ed il momento cresce di poco, per il contributo della sola anima. Solo col raggiungimento della curvatura h per la quale inizia lincrudimento dellacciaio nelle fibre di bordo il momento riprende a crescere in maniera significativa.

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M Mu My

Fig. 2 - diagramma momento-curvatura per una sezione a doppio T in acciaio

Landamento del diagramma momento-curvatura si presta ad essere schematizzato con una bilatera, cio ipotizzando un tratto elastico ed uno perfettamente plastico. Si pu cos immaginare che, una volta raggiunto il momento massimo, allulteriore crescere del carico il concio di trave si potr deformare con rotazione relativa tra le sue facce senza incremento di momento, come se fosse presente una cerniera. Si pu allora suddividere lanalisi di una generica struttura in pi fasi lineari. Inizialmente si risolve lo schema di struttura integra e si valuta il carico per il quale si raggiunge il momento limite nella sezione pi sollecitata. Poi si considera uno schema variato, che contiene una cerniera nella sezione plasticizzata e si valuta con esso lincremento di sollecitazione indotto da un incremento di carico, sommando i valori del momento a quelli ottenuti nella prima fase. Si continua quindi a variare lo schema finch la struttura diventa labile oppure si raggiunge in corrispondenza di una cerniera un valore di rotazione relativa tanto elevato da portare alla sua rottura completa. Nelle diverse fasi occorre per controllare che la rotazione di ciascuna cerniera continui a crescere nello stesso verso; in caso di inversione, infatti, lo scarico del materiale sarebbe elastico e la sezione si comporterebbe in maniera monolitica. Il termine comunemente utilizzato per indicare questo modello di comportamento della sezione cerniera plastica, per differenziarlo dalla cerniera reale che consente rotazioni relative in entrambi i versi. Unanalisi siffatta denominata analisi elastico-perfettamente plastica. La figura 3 mostra un semplice esempio di analisi elastico-perfettamente plastica. Lo schema quello di trave continua a due campate di luce uguale, una volta iperstatica, con carico uniformemente distribuito.

Introduzione

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Analisi lineare

Analisi non lineare

fase 1

fase 2 totale
Fig. 3 - analisi lineare e non lineare di una trave continua

Nella prima fase il momento massimo si ha in corrispondenza dellappoggio centrale. Quando tale valore raggiunto si passa a uno schema nel quale le due campate non sono pi continue (nel senso che la rotazione degli estremi di trave a sinistra e a destra dellappoggio centrale non sono pi uguali) ed il carico produce solo momento positivo. Complessivamente si hanno quindi, rispetto allanalisi lineare, valori minori del momento negativo allappoggio centrale e valori maggiori del momento positivo in campata. Dai risultati ora mostrati si possono trarre indicazioni utilizzabili anche senza svolgere effettivamente unanalisi elasto-plastica. Quando i risultati di unanalisi elastica mostrano in una sezione valori del momento flettente un po pi alti del dovuto, possibile accettarli comunque invocando il comportamento plastico, purch vi sia una sufficiente riserva di resistenza in quelle sezioni nelle quali il momento aumenterebbe e a condizione che la sezione abbia sufficiente capacit deformativa plastica (duttilit). Questo modo di procedere sempre stato seguito dagli ingegneri esperti ed ora codificato nella normativa europea che lo denomina analisi elastica con ridistribuzioni e ne definisce i limiti di applicabilit. Lanalisi elastico-perfettamente plastica solo una dei possibili modi per tenere conto delle non linearit meccaniche. Spesso, specie per strutture in cemento armato, il comportamento della sezione molto lontano da quello che porta al modello di cerniere plastiche. Unanalisi non lineare pi sofisticata potrebbe essere svolta suddividendo ogni asta in conci molto piccoli ed utilizzando la reale legge momentocurvatura per determinare la relazione complessiva tra carichi, caratteristi-

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Capitolo 1

che della sollecitazione e deformazioni. Lonere numerico di tale impostazione la rende per, almeno per ora, inadatta ad applicazioni professionali.

4.

Verifica delle sezioni

La verifica delle sezioni lultimo passo per esprimere un giudizio sulla sicurezza della struttura. Mi sembra interessante mettere in evidenza come il concetto di sicurezza sia variato negli anni. Il Belluzzi nella prima pagina del suo testo afferma che La Scienza delle costruzioni studia gli effetti prodotti dalle forze che sollecitano una costruzione e determina le condizioni cui devono soddisfare le diverse parti di questa affinch possano sopportare tali forze. Cinquantanni dopo, la normativa europea (Eurocodice 2, punto 2.1) fissa, come requisito fondamentale della progettazione, il principio che Una struttura deve essere progettata e costruita in modo che: con accettabile probabilit rimanga adatta alluso per il quale prevista, tenendo nel dovuto conto la sua vita presupposta e il suo costo; con adeguati livelli di accettabilit sia in grado di sopportare tutte le azioni o influenze, cui possa essere sottoposta durante la sua realizzazione e il suo esercizio, e abbia adeguata durabilit in relazione ai costi di manutenzione. Si pu notare una differenza fondamentale tra le due impostazioni. Nella prima si parla di condizioni da soddisfare per sopportare le forze, in una versione deterministica di relazione causa-effetto. Nella seconda si passa invece ad un approccio probabilistico (accettabile probabilit, adeguati livelli di accettabilit). Inoltre nel primo caso ci si preoccupa solo della resistenza, mentre nel secondo si evidenzia una duplicit di problemi, legati a fatti quotidiani (rimanere adatta alluso) ed eccezionali (sopportare tutte le azioni). Queste differenze rispecchiano levoluzione di pensiero, cui si gi accennato nel primo paragrafo e che sar oggetto del prossimo capitolo, che ha portato al cosiddetto metodo probabilistico degli stati limite.

Capitolo 2 METODI DI VERIFICA


1. Metodo delle tensioni ammissibili

Il metodo delle tensioni ammissibili ha avuto unimportanza fondamentale per tutto il 20 secolo. Esso infatti nato con le prime normative tecniche, promulgate a inizio secolo, ed ancora oggi utilizzato dalla quasi totalit degli ingegneri italiani. Nonostante tanta gloria, il metodo sembra per avviato ad un rapido declino. Le norme tecniche europee1,2 non lo prendono proprio in considerazione ed anche lultimo decreto ministeriale3, pur consentendone luso, non fornisce indicazioni aggiornate ma si limita a rinviare a un decreto precedente4. Le resistenze da parte di chi non vuole cambiare, soprattutto per la fatica che comporta il rimettersi a studiare ed il doversi abituare a un nuovo modo di procedere, sono state e sono ancora molto forti. Tuttavia la richiesta di corsi di aggiornamento per laureati che chiariscano le nuove imposta1

Eurocodice 2, Progettazione delle strutture di calcestruzzo, Parte 1-1: Regole generali e regole per gli edifici, ENV 1992-1-1, dicembre 1991. Eurocodice 3, Progettazione delle strutture di acciaio, Parte 1-1: Regole generali e regole per gli edifici, ENV 1993-1-1, aprile 1992. D.M. 9 gennaio 1996, Norme tecniche per il calcolo, lesecuzione ed il collaudo delle strutture in cemento armato, normale e precompresso e per le strutture metalliche. D.M. 14 febbraio 1992, Norme tecniche per lesecuzione delle opere in cemento armato normale e precompresso e per le strutture metalliche.

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zioni normative sempre pi pressante ed facile prevedere che tra un certo numero di anni chi non si sar adeguato rester inesorabilmente tagliato fuori dal mercato. Dal punto di vista didattico il metodo delle tensioni ammissibili rimane comunque un ottimo punto di partenza per affrontare il problema della verifica delle sezioni. Inoltre la metodologia su cui basato deve essere applicata in tutte le verifiche relative agli stati limite di esercizio, che costituiscono un aspetto non trascurabile del metodo degli stati limite. Il metodo si basa sullipotesi che il legame costitutivo - del materiale sia linearmente elastico e la verifica consiste nel controllare che in nessun punto si superi un valore della tensione, definito valore ammissibile. La linearit del legame costitutivo consente di effettuare unanalisi lineare e rende applicabile tutti i principi studiati nel corso di Scienza delle costruzioni, a condizione che il materiale sia omogeneo; in particolare, nel caso molto frequente di strutture costituite da aste monodimensionali possibile utilizzare la teoria di De Saint Venant, che fornisce agevolmente lo stato tensionale corrispondente alle caratteristiche della sollecitazione ottenute dal calcolo. I valori ammissibili delle tensioni sono pari al valore di rottura diviso per un opportuno coefficiente di sicurezza, che dipende dal materiale stesso. In particolare, la tensione ammissibile c del calcestruzzo circa un terzo della sua resistenza cubica caratteristica Rck mentre la tensione ammissibile s dellacciaio un po pi della met della sua tensione di snervamento caratteristica fyk. Data lentit dei coefficienti di sicurezza assunti, si pu ritenere che lipotesi di linearit del legame costitutivo sia abbastanza verosimile nel valutare lo stato tensionale indotto dai carichi di esercizio. Il metodo non fornisce per informazioni sufficienti sul margine di sicurezza rispetto al collasso, perch al crescere del carico la non linearit del materiale diventa rilevante. Il rapporto tra carico di collasso e carico di esercizio pu quindi essere molto diverso, in dipendenza dalla forma della sezione e dal materiale che la costituisce. Si pensi ad esempio a sezioni in acciaio, materiale per il quale la linearit della legge - si mantiene fino allo snervamento, al quale segue un ampio tratto plastico

Metodi di verifica

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con deformazioni a tensione costante. Per una sezione a doppio T soggetta a flessione semplice il momento ultimo Mu maggiore di circa il 15% rispetto al momento My corrispondente al raggiungimento della tensione di snervamento nelle fibre estreme; la differenza dovuta al contributo dellanima, nella quale lo stato tensionale pu ulteriormente crescere dopo che lala si snervata. Se la sezione fosse rettangolare (piena) questo contributo sarebbe pi rilevante ed il momento ultimo Mu sarebbe maggiore del 50% rispetto a My . Nonostante questi limiti, il metodo delle tensioni ammissibili sicuramente affidabile. I valori ammissibili delle tensioni sono stati definiti usando coefficienti ben calibrati; inoltre i progettisti esperti adottano semplici regole di buona progettazione che aiutano a superare i limiti del metodo e ad evitare grossi errori. A riprova di ci, il comportamento delle strutture ben progettate si sempre rivelato soddisfacente.

2.

Calcolo a rottura

Il calcolo a rottura stato sviluppato intorno alla met del secolo corrente, con lobiettivo di valutare la resistenza ultima delle strutture. Nella sua impostazione pi generale esso consiste nella determinazione del meccanismo di collasso dellintera struttura, e del carico che porta ad esso, a partire dalla conoscenza dei valori delle caratteristiche di sollecitazione che inducono la plasticizzazione e la rottura di ciascuna sezione. Queste sono ovviamente determinate tenendo conto della non linearit del legame costitutivo - del materiale. Spesso per, pi semplicemente, si utilizza unanalisi strutturale lineare e si controlla che in ogni sezione le sollecitazioni indotte da carichi maggiorati mediante un coefficiente di sicurezza siano minori del valore di collasso della sezione stessa. Data la linearit dellanalisi, ci equivale a confrontare le caratteristiche di sollecitazione indotte dai carichi di esercizio con valori pari a quelli di rottura divisi per il coefficiente di sicurezza. Il calcolo a rottura riesce ad ovviare ad alcune critiche rivolte al metodo delle tensioni ammissibili, ma non esso stesso esente da problemi. In particolare, nel caso di strutture in cemento armato si impone

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Capitolo 2

lo stesso margine di sicurezza ad acciaio e calcestruzzo, che offrono invece garanzie ben diverse. Inoltre esso trascura del tutto le condizioni di esercizio, che possono invece presentare problemi di diverso genere.

3.

Approccio probabilistico

3.1. Richiami di teoria delle probabilit Si definisce variabile aleatoria, qui indicata col simbolo X, una variabile che rappresenta il risultato di un esperimento che pu fornire valori casuali, intendendo con ci valori non definibili a priori. Il generico valore assunto da essa sar indicato col simbolo Xi. Come esempio di variabile aleatoria si pu citare, nel nostro ambito tecnico, il valore Rc della tensione di rottura fornito da una prova di schiacciamento di un cubetto di calcestruzzo.

frequenza a) distribuzione di frequenza Numero limitato di prove

12

16

20

24

28

32

36

40

resistenza [MPa]

b) densit di probabilit

Numero molto elevato di prove

12

16

20

24

28

32

36

40

resistenza [MPa]
Fig. 1 - tensione di rottura fornito da una prova di schiacciamento di un cubetto di calcestruzzo

Metodi di verifica

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Dato un insieme di n valori casuali X1 ... Xn possibile suddividerli in un numero finito di intervalli (classi). Si indica col termine frequenza il numero di valori che ricadono in una classe, mentre con distribuzione di frequenza si intende listogramma che rappresenta i valori della frequenza nelle diverse classi (fig. 1a). Quando si aumenta lampiezza del campione (cio il numero di valori) e si riduce lampiezza delle classi listogramma tende ad una curva continua che viene detta funzione di densit di probabilit (fig. 1b). Due parametri molto importanti per esaminare un insieme di valori casuali sono il valore medio e lo scarto quadratico medio , definiti rispettivamente da

1 n

X
i =1

1 n

(X
i =1

) 2

Si definisce inoltre come frattile il valore al di sotto del quale ricade una assegnata percentuale dei valori aleatori. Ad esempio, il frattile 5% il valore al di sotto del quale ricade solo il 5% dei valori aleatori, mentre frattile 95% quello al di sotto del quale ricade il 95% dei valori. Una distribuzione statistica molto utilizzata, sia perch ad essa sono riconducibili molti fenomeni aleatori che per le propriet di cui gode, la distribuzione normale Gaussiana, la cui funzione di densit di probabilit ha un caratteristico aspetto a campana. Questo tipo di distribuzione definita in maniera completa se si conoscono e ed un qualsiasi frattile pu essere calcolato a partire da essi. Si ha ad esempio frattile 5% = 1.64 frattile 95% = + 1.64 Sia i carichi agenti su una struttura che la resistenza dei materiali da cui essa costituita possono essere considerate variabili aleatorie. Quando si fa riferimento a una generica azione F assume particolare importanza, pi che il valore medio, un valore che abbia bassa probabilit di essere superato, in particolare il frattile 95%. Tale valore denominato valore caratteristico ed contraddistinto con il pedice k. Per le resistenze f, invece, si considera come valore caratteristico fk il frattile 5%, perch in questo caso linteresse principalmente rivolto ad un valore che sia garantito con sufficiente probabilit.

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Capitolo 2

3.2. Verifica probabilistica Lapproccio probabilistico mira a valutare la probabilit di collasso ed a controllare che essa sia inferiore ad un valore (molto piccolo) considerato accettabile. Per far ci occorre innanzitutto conoscere la funzione di densit di probabilit dei carichi e della resistenza dei materiali. Si deve quindi determinare la relazione tra queste funzioni e la probabilit di collasso, tenendo conto della non linearit del legame costitutivo - del materiale. Se il metodo di analisi strutturale lineare questo viene fatto separatamente per ciascuna sezione; se non lineare occorre farlo globalmente per lintera struttura. Questo modo di procedere pu essere chiarito con un semplice esempio. Si consideri uno schema isostatico, una mensola con una forza allestremo (fig. 2), e si faccia riferimento solo alla sezione di incastro, nella quale il momento flettente massimo. In realt questo non del tutto corretto perch per la casualit della resistenza la rottura potrebbe avvenire in unaltra sezione, meno sollecitata ma pi debole; per semplicit trascuriamo questa eventualit. La densit di probabilit ipotizzata per il carico F mostrata nella figura 3a. La densit di probabilit del momento che sollecita la sezione di incastro MS pu essere ricavata immediatamente, poich per la semplicit dello schema il momento ottenuto moltiplicando la forza per la lunghezza della mensola (che si suppone assegnata in maniera deterministica) e la sua distribuzione probabilistica analoga a quella del carico (fig. 3b). Si consideri ora la densit di probabilit della resistenza f del materiale (fig. 4a) e si supponga che la legge - del materiale dipenda solo da tale parametro.

F Schema: l
Fig. 2 - schema considerato nellesempio

M=Fl

Metodi di verifica

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carico a) carico

b) momento momento sollecitante sollecitante

Fk

MS k

MS

Fig. 3 - densit di probabilit di carico e momento sollecitante

Per ciascun valore della resistenza possibile ricavare il momento di rottura MR, tenendo conto della non linearit del legame costitutivo. Al variare di f il momento di rottura varier in proporzione ed quindi immediato ricavarne la funzione densit di probabilit (fig. 4b). Occorre ora confrontare il momento sollecitante col momento di rottura. Un approccio possibile, anche se molto oneroso dal punto di vista del calcolo, sarebbe quello di prendere a caso un valore del carico ed uno della resistenza (conformemente alla densit di probabilit) e vedere se la sezione riesce a sopportare le sollecitazioni indotte dal carico. Ripetendo questa operazione un numero estremamente grande di volte si avrebbe una indicazione della probabilit di collasso. Se le funzioni densit di probabilit del momento sollecitante e del momento di rottura sono note, lo stesso risultato pu essere ottenuto pi facilmente. Con riferimento a un generico valore M1 del momento, la probabilit che MS sia uguale a M1, o pi precisamente che sia contenuto in un intervallo di ampiezza dM centrato su M1, pari al

resistenza a) resistenza

b) momento di rottura momento di rottura

fk

MR k

MR

Fig. 4 - densit di probabilit di resistenza e momento di rottura

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Capitolo 2

nuto in un intervallo di ampiezza dM centrato su M1, pari al valore della funzione densit di probabilit in M1 moltiplicata per dM, cio allarea tratteggiata in figura 5. Analogamente la probabilit che MR sia minore di M1 fornita dallarea sottesa dalla parte della curva densit di probabilit di MR posta a sinistra di M1. La possibilit che entrambe le condizioni si verifichino data dal prodotto delle due aree e la probabilit di avere MR < MS fornita dallintegrale del prodotto delle due aree.

MS

MR

M1
Probabilit che MS=M1

MS

MR

M1
Probabilit che MR<M1
Fig. 5 - densit di probabilit di momento resistente e momento di rottura e valutazione della probabilit di collasso

Metodi di verifica

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Lapproccio probabilistico comunque un po troppo complesso per un uso comune. Esistono soluzioni analitiche del problema solo per casi semplici, in particolare in ambito lineare, mentre la soluzione numerica sempre possibile ma estremamente onerosa. Per questi motivi esso viene utilizzato solo in ambito di ricerca.

4.

Approccio semiprobabilistico

Il fatto che la probabilit di collasso sia calcolabile come integrale del prodotto della due aree innanzi descritte (fig. 5) porta alla considerazione, semplice ed intuitiva, che essa sar tanto pi bassa quanto pi disgiunte saranno le due funzioni di densit di probabilit. Si pu allora assumere che la probabilit che leffetto dei carichi superi la capacit resistente della struttura sia accettabilmente bassa se le caratteristiche della sollecitazione corrispondenti ad un frattile molto elevato dei carichi, ad esempio il 995 per mille, sono minori dei valori di rottura corrispondenti ad un frattile molto basso della resistenza, come il 5 per mille (fig. 6).

momento dovuto ai carichi

momento di rottura

MSk MSd
MSk = MS (Fk) MRk = MR (fk) MSd = MS (Fk F) MRd = MR (fk /M)

MRk MRd

momento dovuto al carico caratteristico Fk momento di rottura per la resistenza caratteristica fk momento dovuto al carico di calcolo Fk F momento di rottura per la resistenza di calcolo fk /M

Fig. 6 - verifica semiprobabilistica, mediante confronto tra momento sollecitante e momento resistente di calcolo

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Capitolo 2

Questa impostazione detta semiprobabilistica, perch consente di effettuare una verifica che abbia una valenza probabilistica ma sia eseguita seguendo la stessa metodologia utilizzata in situazioni deterministiche. Allo schema vengono infatti assegnati carichi ben definiti (corrispondenti al frattile prescelto) ed in base ad essi si determinano le caratteristiche della sollecitazione (con analisi lineare o non lineare). Separatamente vengono calcolati i valori limite delle caratteristiche di sollecitazione nella sezione, sulla base di valori assegnati della resistenza ed utilizzando un opportuno legame costitutivo non lineare per il materiale. Il confronto tra caratteristiche di sollecitazioni di calcolo e caratteristiche di sollecitazioni limite consente di esprimere un giudizio sulla sicurezza della struttura. I valori del carico e della resistenza da utilizzare sono denominati valori di calcolo e sono indicati col pedice d (iniziale della parola inglese design, cio progetto) e possono essere messi in relazione con i valori caratteristici mediante opportuni coefficienti. In particolare, il valore di calcolo Fd di una azione ottenuto amplificando il valore caratteristico Fk mediante un coefficiente F , mentre il valore di calcolo fd della resistenza messo in relazione al valore caratteristico fk mediante un coefficiente riduttivo 1/M .

Fd = Fk F

fd =

fk M

I valori pi idonei per F e M possono essere determinati mediante analisi probabilistiche. In effetti numerosi sono stati gli studi effettuati per ottenere indicazione quantitative, ma i valori proposti dalla normativa sono stati definiti soprattutto in maniera tale da avere una buona concordanza con il metodo delle tensioni ammissibili.

5.

Uso dei coefficienti di sicurezza nei diversi metodi

Prima di procedere oltre, opportuno fare alcune considerazioni comparative sul come vengono utilizzati i coefficienti di sicurezza nei metodi innanzi descritti. Far riferimento alla verifica di una sezione, prescindendo dal tipo di analisi strutturale, lineare o non lineare.

Metodi di verifica

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Nel metodo delle tensioni ammissibili il coefficiente di sicurezza applicato tutto alle resistenze. La verifica pu essere indicata analiticamente dallespressione

fk M S ( Fk ) < M R M
nella quale il momento resistente MR valutato con una legge costitutiva del materiale lineare. Nel calcolo a rottura il coefficiente di sicurezza invece applicato tutto ai carichi. Si pu scrivere

M S ( F Fk ) < M R ( f k )

ed il momento MR valutato con una legge costitutiva del materiale non lineare. Se il tipo di analisi strutturale lineare la condizione equivale a

M S ( Fk ) <

1 M (f ) F R k

Nel metodo semiprobabilistico, infine, sono applicati due coefficienti di sicurezza, separatamente ai carichi e alle resistenze. Per questo motivo il metodo detto anche metodo dei coefficienti parziali. La condizione di verifica diventa

f M S ( F Fk ) < M R k M
ed MR valutato anche in questo caso con una legge costitutiva del materiale non lineare.

6.

Metodo degli stati limite

Il metodo degli stati limite rappresenta la formulazione completa del criterio di verifica, alternativo al metodo delle tensioni ammissibili, che integra lapproccio semiprobabilistico con verifiche nelle condizioni di esercizio. Si definisce in generale come stato limite uno stato al di l del quale la struttura, o una sua parte, non soddisfa pi le esigenze di comportamento per le quali stata progettata.

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Capitolo 2

Occorre distinguere tra due situazioni limite completamente differenti, denominate rispettivamente stato limite ultimo e stato limite di esercizio. Lo stato limite ultimo corrisponde al valore estremo della capacit portante (limite di collasso) o ad altre forme di cedimento strutturale che possono mettere in pericolo la sicurezza delle persone (quali ribaltamento o instabilit). Lo stato limite di esercizio uno stato al di l del quale non risultano pi soddisfatti i requisiti di esercizio prescritti; comprende quindi situazioni che comportano un rapido deterioramento della struttura (come tensioni di compressione eccessive o fessurazione, per il calcestruzzo) o la perdita di funzionalit (deformazioni o vibrazioni eccessive). 6.1. Verifiche allo stato limite ultimo Per garantire una sufficiente sicurezza nei confronti del collasso sarebbe a rigore necessario esaminare il comportamento della struttura con analisi non lineari, ma ci comporterebbe un onere di calcolo non accettabile per un comune progettista. quindi prassi comune adottare lanalisi lineare anche quando ci si preoccupa dello stato limite ultimo. Le normative consentono anche di effettuare, in casi particolari, redistribuzioni del momento per tener conto in maniera approssimata di un comportamento inelastico globale. Ovviamente unanalisi non lineare sempre consentita, ma tale possibilit non in genere sfruttata. Il criterio di verifica adottato quello gi definito come metodo semiprobabilistico o metodo dei coefficienti parziali. Il valore di calcolo della generica azione F quindi determinato moltiplicando il valore caratteristico Fk per il coefficiente parziale F , mente il valore di calcolo della generica propriet f del materiale (resistenza o altro) ottenuto dividendo il valore caratteristico fk per il coefficiente parziale M. Nel valutare le caratteristiche limite della sollecitazione in una sezione si utilizza sempre una legge costitutiva del materiale non lineare. 6.2. Verifiche allo stato limite di esercizio Poich in condizioni di esercizio lo stato tensionale ben distante dai valori di rottura, sia la legge costitutiva del materiale che il metodo di analisi strutturale adottato sono sempre lineari. In quanto ai carichi,

Metodi di verifica

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si utilizzano per essi valori aventi una probabilit di essere superati maggiore rispetto a quelli utilizzati per le verifiche allo stato limite ultimo (e quindi pi bassi). Si distinguono condizioni di carico rare, frequenti o quasi permanenti, con probabilit di superamento via via maggiori e valori del carico progressivamente minori.

Capitolo 3 NORMATIVA
1. Normativa tecnica

Le regole servono a chi non sa regolarsi. Ho sentito citare pi volte questa frase, attribuita di volta in volta a differenti personaggi, tutti autorevoli, e non saprei a chi darne realmente la paternit. Come ogni frase presa a se stante, si presta a numerose interpretazioni, anche contrastanti. A me piace citarla per ricordare che la responsabilit di un progetto sempre del singolo ingegnere e ci che veramente importante la sua capacit di affrontare e risolvere un problema con la sua testa. Con ci non intendo dire che le norme non contano. Ritengo anzi che la normativa debba essere vista come una guida autorevole, da prendere sempre in considerazione. Essa per non deve mai essere accettata in maniera acritica: per fare un buon progetto non sufficiente rispettarla alla lettera, ma occorre a volte integrarla e interpretarla; inoltre ogni norma contiene anche prescrizioni prive di validit generale, la cui applicazione pu essere a volte inutile. Non tutti concordano con questa mia visione della norma. In particolare, per quanto riguarda le norme tecniche italiane linterpretazione pi comune che esse debbano considerarsi cogenti, cio che le regole applicative in esse contenute devono essere obbligatoriamente rispettate, fin nei dettagli. La frase che ho citato allinizio pu forse essere vista anche come un segno di insofferenza nei confronti di una impostazione tanto restrittiva.

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Capitolo 3

La normativa tecnica europea stata invece concepita con una impostazione prestazionale, che privilegia gli obiettivi da conseguire. In essa vi una chiara distinzione tra principi, cio affermazioni generali, requisisti e modelli analitici per i quali non ammessa alternativa, e regole di applicazione, che hanno pi un carattere orientativo e possono essere sostituite da altre, che consentano di raggiungere gli stessi obiettivi. Questo almeno nelle intenzioni del legislatore, perch in realt la classificazione fatta per i singoli punti della norma non del tutto esente da critiche. 1.1. Normativa italiana Lattuale normativa italiana basata su due leggi: Legge 5/11/71 n.1086, Norme per la disciplina delle opere di conglomerato cementizio armato, normale e precompresso, ed a struttura metallica; Legge 2/2/74 n.64, Provvedimenti per le costruzioni con particolari prescrizioni per le zone sismiche. Queste leggi definiscono i principi generali e affidano al ministero dei lavori pubblici il compito di emettere periodicamente decreti ministeriali contenenti indicazioni pi specifiche. Gli ultimi decreti emessi sulla base delle indicazioni della legge 1086 sono: D.M. 14/2/92, Norme tecniche per lesecuzione delle opere in c.a. normale e precompresso e per le strutture metalliche; D.M. 9/1/96, Norme tecniche per il calcolo, lesecuzione ed il collaudo delle strutture in c.a. normale e precompresso e per le strutture metalliche. Il decreto del 96 ha sostituito il precedente, che per rimasto valido per la parte che riguarda le verifiche col metodo delle tensioni ammissibili. Esso inoltre ha consentito luso degli Eurocodici 2 e 3. Sulla base delle indicazioni della legge 64 sono stati emessi i seguenti decreti: D.M. 16/1/96, Norme tecniche relative ai criteri generali per la verifica di sicurezza delle costruzioni e dei carichi e sovraccarichi; D.M. 16/1/96, Norme tecniche per le costruzioni in zona sismica.

Normativa

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Esistono inoltre documenti preparati dal Consiglio Nazionale delle Ricerche (Istruzioni CNR) che sono solo orientativi e non hanno valore di normativa, anche se in qualche caso i decreti ministeriali fanno espressamente riferimento ad essi. In particolare: CNR 10011/86, Costruzioni in acciaio. Istruzioni per il calcolo, lesecuzione, il collaudo e la manutenzione; CNR 10022/84, Costruzioni di profilati di acciaio formati a freddo; CNR 10024/86, Analisi mediante elaboratore: impostazione e redazione delle relazioni di calcolo. In definitiva, per quanto riguarda i metodi di verifica strutturale lattuale normativa italiana consente queste tre possibilit: metodo delle tensioni ammissibili, regolato dal D.M. 14/2/92; metodo degli stati limite, regolato dal D.M. 9/1/96; metodo degli stati limite, regolato dagli Eurocodici 2 e 3, con i parametri fissati dal D.M. 9/1/96. La tendenza normativa chiaramente orientata verso un completo recepimento degli Eurocodici e quindi questultima impostazione verr utilizzata come principale metodo di riferimento per le applicazioni che verranno svolte durante il corso. 1.2. Normativa europea Col procedere dellunificazione europea si sentito il bisogno di norme tecniche che guidassero i progettisti strutturali in maniera unica in tutti i paesi dellUnione Europea. Sono cos nati gli Eurocodici, che stanno man mano affiancando le normative nazionali, con lobiettivo di sostituirle del tutto. Sono pronti o in preparazione nove Eurocodici: Eurocodice 1, Azioni; Eurocodice 2, Progettazione delle strutture di calcestruzzo; Eurocodice 3, Progettazione delle strutture di acciaio; Eurocodice 4, Progettazione di strutture miste acciaio-calcestruzzo; Eurocodice 5, Progettazione di strutture in legno; Eurocodice 6, Progettazione di strutture in muratura; Eurocodice 7, Progettazione di fondazioni; Eurocodice 8, Progettazione di strutture in zona sismica; Eurocodice 9, Progettazione di strutture in alluminio.

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Capitolo 3

2.

Panoramica delle principali normative

2.1. Decreto Ministeriale 9/1/96 Il decreto stato pubblicato sul supplemento ordinario alla Gazzetta Ufficiale n.29 del 5/2/96. Esso organizzato nel seguente modo: Decreto contiene le formule di rito di approvazione delle norme tecniche riportate in allegato; nellart.1 specifica che ammesso luso del metodo degli stati limite, del metodo delle tensioni ammissibili (secondo le indicazioni del D.M. 14/2/92) e delle norme europee sperimentali Eurocodice 2, parte 1-1 ed Eurocodice 3, parte 1-1; nellart.2 impone che il progettista adotti in maniera unitaria ed integrale uno (e uno solo) dei metodi citati. Parte generale contiene le considerazioni generali, comuni al cemento armato e allacciaio; rinvia al D.M. 14/2/92 per quanto riguarda il metodo delle tensioni ammissibili; fornisce indicazioni sulle combinazioni delle azioni da considerare per le verifiche agli stati limite ultimi ed agli stati limite di esercizio. Parte I. Simbologia Sezione I. Prescrizioni generali e comuni fornisce indicazioni su calcestruzzo (par. 2.1), acciaio da cemento armato normale (par. 2.2) e acciaio da cemento armato precompresso (par. 2.3), nonch prescrizioni sul collaudo statico (par. 3) Sezione II. Calcolo ed esecuzione fornisce indicazioni sui metodi per il calcolo delle sollecitazioni (par. 4.1), sulle verifiche allo stato limite ultimo (par. 4.2) e sulle verifiche allo stato limite di esercizio (par. 4.3); contiene inoltre regole pratiche di progettazione (par. 5), norme di esecuzione (par. 6) e norme complementari relative ai solai (par. 7). Cemento armato normale e precompresso

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Sezione III. Eurocodice 2 costituisce il Documento di Applicazione Nazionale (o NAD, National Application Document) dellEurocodice 2 e contiene le prescrizioni sostitutive, integrative o soppressive da applicare nellutilizzare tale normativa in Italia. Parte II. Simbologia Sezione I. Prescrizioni generali e comuni pag. 76-82 fornisce indicazioni sullacciaio (par. 2.1-2.3), sulle saldature (par. 2.4), su bulloni e chiodi (par. 2.5-2.7), nonch prescrizioni sul collaudo statico (par. 3) Sezione II. Calcolo ed esecuzione fornisce tra laltro indicazioni sugli stati limite (par. 4.0), sul materiale base (par. 4.1), sulle unioni con bulloni e chiodi (par. 4.2-4.4), sulle unioni saldate (4.5); contiene inoltre norme di calcolo relative alla verifica di stabilit (par. 5), indicazioni sulle prove su strutture e modelli (par. 6) e regole pratiche di progettazione e di esecuzione (par. 7). Sezione III. Eurocodice 3 contiene le prescrizioni sostitutive, integrative o soppressive da applicare nellutilizzazione dellEurocodice 3. Parte III. Manufatti prefabbricati prodotti in serie Parte IV. Costruzioni composte da elementi in metallo diversi dallacciaio Parte V. Norme per travi composte acciaio-calcestruzzo Acciaio

Allegati 1-7 prescrivono i controlli da effettuare sui diversi materiali. 2.2. Eurocodice 2 LEurocodice 2, parte 1-1, stato approvato dal Comitato europeo di normalizzazione (CEN) nel dicembre 1991 come norma europea provvi-

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Capitolo 3

soria (ENV). La traduzione ufficiale italiana stata pubblicata nel gennaio 1993 dallUNI (ente italiano di unificazione). Il gi citato D.M. 9/1/96 autorizza luso di tale norma e fornisce specifiche prescrizioni integrative, sostitutive e soppressive delle indicazioni contenute nellEurocodice stesso; la parte I, sezione III, del decreto costituisce il Documento di Applicazione Nazionale (NAD) previsto dal Comitato europeo di normalizzazione. lEurocodice 2 organizzato nel seguente modo: Cap. 1. Introduzione indica lo scopo dellEurocodice e riporta la simbologia. Cap. 2. Basi del progetto riporta i requisiti fondamentali (punto 2.1), le definizioni generali relative a stati limite, azioni e propriet dei materiali (punto 2.2), le combinazioni di carico da usare per verifiche agli stati limite ultimi e agli stati limite di esercizio (punto 2.3), indicazioni sulla schematizzazione della struttura e sui metodi di analisi (punto 2.5). Cap. 3. Propriet dei materiali fornisce indicazioni sul calcestruzzo (punto 3.1), sugli acciai per armature (punto 3.2), sugli acciai per precompressione (punto 3.3) e sui dispositivi di precompressione (punto 3.4); lintero capitolo sostituito dai punti 2.1, 2.2, 2.3 e 4.3.4.1 del D.M. 9/1/96. Cap. 4. Progetto delle sezioni e degli elementi fornisce indicazioni sui requisiti di durabilit (punto 4.1), riporta i dati di progetto per i materiali (punto 4.2), le prescrizioni da seguire per gli stati limite ultimi (punto 4.3) e per gli stati limite di esercizio (punto 4.4). Cap. 5. Prescrizioni costruttive fornisce tra laltro indicazioni sulla disposizione delle armature, ancoraggi e sovrapposizioni (punto 5.2) e sugli elementi strutturali (punto 5.4). Cap. 6. Cap. 7. Esecuzione e qualit dellesecuzione Controllo di qualit

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Appendici 1-4 riportano ulteriori disposizioni relative agli effetti della deformazione del calcestruzzo dipendenti dal tempo, allanalisi non lineare, agli stati limite ultimi indotti da deformazioni strutturali, alla determinazione delle deformazioni. 2.3. Eurocodice 3 LEurocodice 3, parte 1-1, stato approvato dal Comitato europeo di normalizzazione (CEN) nellaprile 1992 come norma europea provvisoria (ENV). La traduzione ufficiale italiana stata pubblicata nel giugno 1994 dallUNI (ente italiano di unificazione). Il gi citato D.M. 9/1/96 autorizza luso di tale norma e fornisce specifiche prescrizioni integrative, sostitutive e soppressive delle indicazioni contenute nellEurocodice stesso; la parte II, sezione III, del decreto costituisce il Documento di Applicazione Nazionale (NAD) previsto dal Comitato europeo di normalizzazione. lEurocodice 3 organizzato nel seguente modo: Cap. 1. Introduzione indica lo scopo dellEurocodice e riporta la simbologia. Cap. 2. Principi di progettazione riporta i requisiti fondamentali (punto 2.1), le definizioni generali relative a stati limite, azioni e propriet dei materiali (punto 2.2), le combinazioni di carico da usare per verifiche agli stati limite ultimi e agli stati limite di esercizio (punto 2.3), indicazioni sulla durabilit (punto 2.4) e sulla resistenza al fuoco (punto 2.5). Cap. 3. Materiali fornisce indicazioni sullacciaio strutturale (punto 3.2) e sugli elementi di giunzione, come bulloni e chiodi (punto 3.3). Cap. 4. Stati limite di servizio fornisce principalmente i valori limite degli spostamenti verticali ed orizzontali.

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Capitolo 3

Cap. 5. Stati limite ultimi fornisce i valori dei coefficienti parziali M ed i criteri generali di verifica (punto 5.1) e indicazioni sui metodi di analisi, sulla schematizzazione, sulle imperfezioni e sui problemi di stabilit (punto 5.2); riporta una classificazione delle sezioni trasversali in base alla capacit di deformazione plastica (punto 5.3); fornisce le prescrizioni da seguire per verificare la resistenza delle sezioni trasversali (punto 5.4), la resistenza delle membrature allinstabilit (punto 5.5), la resistenza allinstabilit per taglio (punto 5.6), la resistenza dellanima alle forze trasversali (punto 5.7), nonch prescrizioni specifiche per strutture a maglie triangolari (punto 5.8) e membrature composte (punto 5.9). Cap. 6. Collegamenti soggetti a carichi statici fornisce tra laltro i valori dei coefficienti parziali M da usare nella verifica dei collegamenti (punto 6.1), una classificazione dei collegamenti stessi (punto 6.4), indicazioni sui collegamenti bullonati (punto 6.5) e saldati (punto 6.6), nonch prescrizioni specifiche per i collegamenti trave-colonna (punto (6.9) e per i giunti di base (punto 6.11). Cap. 7. Fabbricazione e montaggio riporta indicazioni sulle tolleranze nella preparazione dei pezzi e nel montaggio Cap. 8. Cap. 9. Progettazione integrata da prove Fatica

Appendici riportano ulteriori disposizioni, normative o informative, relative a problemi specifici; nel documento approvato dal CEN sono state inserite solo le appendici B, C, E, F, J, K, L, M, Y.

3.

Azioni e loro valore di calcolo

Le problematiche fondamentali relative alle azioni vengono prese in esame nella parte generale del D.M. 9/1/96 e, in maniera un po pi dettagliata, nei punti 2.2.2 e 2.3 degli Eurocodici 2 e 3. Lentit delle azioni (carichi variabili, neve, vento, variazioni termiche) definita nel D.M.

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16/1/96, Norme tecniche relative ai criteri generali per la verifica di sicurezza delle costruzioni e dei carichi e sovraccarichi. La norma europea corrispondente a questultimo lEurocodice 1, non ancora utilizzabile in Italia. 3.1. Classificazione delle azioni Le azioni vengono distinte principalmente secondo la loro variazione nel tempo. Si ha: peso proprio, carichi fissi azioni permanenti G Q carichi variabili di esercizio, carichi di vento azioni variabili o di neve esplosioni, urto di veicoli azioni eccezionali A precompressione P Questultima in realt unazione permanente, ma viene trattata separatamente per ragioni pratiche. Le azioni possono per essere distinte anche in base alla loro variazione nello spazio. Si ha: se sono applicate in una posizione ben defi azioni fisse nita (per esempio il peso proprio) se possono essere applicate in posti diversi, azioni libere dando luogo a diverse disposizioni di carico (carichi mobili) Si indica col pedice k il valore caratteristico delle azioni (Gk Qk Ak Pk ) che viene definito in genere dalle norme. Per le azioni variabili, oltre al valore caratteristico si considerano altri valori, corrispondenti ad una probabilit di superamento via via maggiore: valore di combinazione 0 Qk valore frequente 1 Qk valore quasi permanente 2 Qk I coefficienti sono definiti dalle norme; il D.M. 9/1/96 prescrive:
0 carichi variabili per abitazioni per uffici, negozi, scuole per autorimesse carichi da vento e neve 0.7 0.7 0.7 0.7 1 0.5 0.6 0.7 0.2 2 0.2 0.3 0.6 0

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Capitolo 3

3.2. Valori di calcolo per verifiche agli stati limite ultimi Il valore di calcolo del carico ottenuto amplificando il valore caratteristico mediante il coefficiente F . In presenza di pi carichi variabili indipendenti occorre sceglierne uno come principale e ridurre gli altri prendendone il valore di combinazione; questa scelta sar ovviamente fatta in modo da massimizzare le caratteristiche di sollecitazione ed in caso di incertezza occorrer provare le diverse alternative. In maniera simbolica il valore di calcolo del carico fornito dallespressione

Fd = G Gk + P Pk + Q Qk1 + Q

i= 2

0i

Qki

La norma italiana prescrive i seguenti valori per i coefficienti parziali di sicurezza del carico: = 1.4 (1.0 se il suo contributo aumenta la sicurezza) G = 0.9 (1.2 se il suo contributo diminuisce la sicurezza) P = 1.5 (0 se il suo contributo aumenta la sicurezza) Q Per le azioni permanenti si definisce normalmente un unico valore caratteristico; per esempio, il peso proprio di un elemento pu essere valutato in base alle sue dimensioni nominali ed al peso specifico medio del materiale. Sia gli Eurocodici (punto 2.2.2.2) che il D.M. 9/1/96 (par. 5.1) specificano che devono essere definiti due valori caratteristici distinti, uno superiore Gk,sup ed uno inferiore Gk,inf , solo nel caso di azioni permanenti caratterizzate da un valore elevato del coefficiente di variazione o che sono suscettibili di variazione durante la vita della struttura (per esempio alcuni carichi permanenti addizionali). Normalmente si adotta un solo valore di calcolo delle azioni permanenti per tutte le parti della struttura. Ad esempio in una trave continua il peso proprio e i carichi fissi sono moltiplicati per 1.4 in tutte le campate, anche quando si mettono i carichi variabili solo in alcune campate per massimizzare i momenti positivi o negativi. Si considerano indipendenti la parte favorevole e quella sfavorevole delle azioni permanenti, utilizzando quindi valori di calcolo differenti, solo quando ci veramente rilevante, in particolare nel caso di verifiche di equilibrio statico (Eurocodice 2, punto 2.3.2.3).

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3.3. Valori di calcolo per verifiche agli stati limite di esercizio Nelle verifiche agli stati limite di esercizio si possono definire tre combinazioni di carico: combinazione rara combinazione frequente combinazione quasi permanente

Fd = Gk + Pk + Qk 1 + 0i Qki
i=2

Fd = Gk + Pk + 11 Qk 1 + 2i Qki
i=2

Fd = G k + Pk + 2i Qki
i =1

Si utilizzer luna o laltra di queste combinazioni in funzione del tipo di verifica da effettuare e delle indicazioni della normativa. Quando vi un solo carico variabile, il valore di calcolo del carico definito in maniera univoca. Invece quando vi sono pi carichi variabili indipendenti occorre scegliere come carico variabile principale quello che genera le massime caratteristiche di sollecitazione; non sempre immediato capire quale sia la situazione pi gravosa e in caso di incertezza necessario provare tra pi alternative. 3.4. Esempio Normalmente la scelta del carico variabile principale immediata, o addirittura non necessaria perch ne agisce uno solo. Per mostrare come comportarsi in casi di particolare complessit possiamo prendere in esame una copertura di capannone, non praticabile, costituita da una trave ad unica campata (fig. 1), sulla quale agiscono oltre al peso proprio G i carichi variabili uniformemente distribuiti Q1 (sovraccarico per manutenzione) e Q2 (neve) ed un carico sospeso Q3.

Qk1 Qk2 Gk Qk3 l = 15 m

Gk = 4.0 kN m-1 Qk1 = 1.0 kN m-1 Qk2 = 1.6 kN m-1 Qk3 = 11 kN

Fig. 1 - Schema geometrico e carichi

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Capitolo 3

I valori dei coefficienti sono definiti dalle norme solo per la neve; si ipotizza che i valori relativi agli altri carichi siano stati forniti dal committente; si assume quindi:
0 sovraccarico per manutenzione neve carico sospeso 0.7 0.7 0.7 1 0.5 0.2 0.6 2 0.2 0 0.3

Calcoliamo i valori delle caratteristiche della sollecitazione che insorgono prendendo di volta in volta uno dei tre carichi variabili come carico principale. 1) carico variabile principale: sovraccarico per manutenzione per lo stato limite ultimo si ha:

G G k + Q (Q1k + 0 Q2 k ) = 14 4 + 15 (1 + 0.7 1.6) = 8.78 kN m 1 . . Q 0 Q3k = 15 0.7 11 = 11.6 kN .

e quindi

q l 2 F l 8.78 15 2 116 15 . Md = + = + = 290.4 kN m 8 4 8 4


per lo stato limite di esercizio, combinazione rara, si ha:

G k + Q1k + 0 Q2 k = 612 kN m 1 .
e quindi Md = 201.0 kN m

0 Q3k = 7.7 kN

per lo stato limite di esercizio, combinazione frequente, si ha:

G k + 1 Q1k + 2 Q2 k = 4.50 kN m 1
e quindi Md = 138.9 kN m

2 Q3k = 3.3 kN

2) carico variabile principale: neve per lo stato limite ultimo si ha:

G G k + Q ( 0 Q1k + Q2 k ) = 9.05 kN m 1
Md = 298.0 kN m

Q 0 Q3k = 11.6 kN

e quindi

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per lo stato limite di esercizio, combinazione rara, si ha:

G k + 0 Q1k + Q2 k = 6.30 kN m 1
e quindi Md = 206.1 kN m

0 Q3k = 7.7 kN

per lo stato limite di esercizio, combinazione frequente, si ha:

G k + 2 Q1k + 1 Q2 k = 4.52 kN m 1
e quindi Md = 139.5 kN m

2 Q3k = 3.3 kN

3) carico variabile principale: carico sospeso per lo stato limite ultimo si ha:

G G k + Q ( 0 Q1k + 0 Q2 k ) = 8.33 kN m 1
Md = 296.2 kN m

Q Q3k = 16.5 kN

e quindi

per lo stato limite di esercizio, combinazione rara, si ha:

G k + 0 Q1k + 0 Q2 k = 582 kN m 1 .
e quindi Md = 204.9 kN m

Q3k = 110 kN .

per lo stato limite di esercizio, combinazione frequente, si ha:

G k + 2 Q1k + 2 Q2 k = 4.20 kN m 1
e quindi Md = 142.9 kN m

1 Q3k = 6.6 kN

Si pu vedere come in questo caso il valore massimo del momento per la verifica allo stato limite ultimo si ha assumendo come carico variabile principale la neve. Questa condizione pi gravosa anche per la combinazione rara dello stato limite di esercizio, mentre per la combinazione frequente il valore massimo del momento ottenuto assumendo come carico variabile principale il carico sospeso. Per la combinazione quasi permanente non ha senso parlare di carico variabile principale, perch ciascun carico variabile moltiplicato per il relativo coefficiente 2 . Per essa si ha

G k + 2 Q1k + 2 Q2 k = 4.20 kN m 1
e quindi Md = 130.5 kN m

2 Q3k = 3.3 kN