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Geert Lovink

Zero comments
Teoria critica di Internet

Prefazione di Stefano Zamagni


Conversazioni a cura di Deborah Duva, Miriam Invitti, Efrem
Milia, Matteo Pirola

Postfazione di Lisa Ponti

Bruno Mondadori
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Tutti i diritti riservati


© 2008, Pearson Paravia Bruno Mondadori S.p.A.

Titolo originale dell’opera: Zero Comments


© Geert Lovink

Traduzione dall’inglese di Alessandro Delfanti

Per i passi antologici, per le citazioni, per le riproduzioni grafiche, cartogra-


fiche e fotografiche appartenenti alla proprietà di terzi, inseriti in quest’o-
pera, l’editore è a disposizione degli aventi diritto non potuti reperire non-
ché per eventuali non volute omissioni e/o errori di attribuzione nei riferi-
menti.

È vietata la riproduzione, anche parziale o ad uso interno didattico, con


qualsiasi mezzo, non autorizzata.

Le fotocopie per uso personale del lettore possono essere effettuate nei li-
miti del 15% di ciascun volume dietro pagamento alla SIAE del compenso
previsto dall'art. 68, commi 4 e 5, della legge 22 aprile 1941 n. 633.
Le riproduzioni effettuate per finalità di carattere professionale, economico
o commerciale o comunque per uso diverso da quello personale possono es-
sere effettuate a seguito di specifica autorizzazione rilasciata da AIDRO,
corso di Porta Romana n. 108, 20122 Milano, e-mail segreteria@aidro.org e
sito web www.aidro.org

Realizzazione editoriale e Glossario: Agenzia X, Milano

La scheda catalografica è riportata nell’ultima pagina del libro.

www.brunomondadori.com
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Indice

1 Ringraziamenti

3 Orgoglio e gloria del Web 2.0


8 I crociati del free
14 Jihad su Internet in Olanda
19 «Abbiamo perso la guerra»
21 Danah Boyd e le dialettiche del controllo
28 Una fugace Discordia
30 Questa non è un’economia 2.0
35 Conclusione: oltre la cultura delle lamentele

39 Bloggare: l’impulso nichilista


43 Bloggare con qualità e raffinatezza
45 I blog non dicono nulla, sono come un martedì
qualsiasi
49 Blog senza frontiere
55 Critica della ragione di Internet
64 Aperta resistenza armata
69 Il nichilismo? Sono troppo cinico per credere
al nichilismo...
78 Occhi di serpente e carri merci
84 Blogito ergo sum
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89 La terra di Kizmiaz
92 Blogged off

95 New media art: alla ricerca dell’indecifrabile cool


98 Gli inizi
108 Sciogliere un consiglio di new media art
111 Il mito della pagina bianca
113 Un intermezzo di arte motivazionale
114 La stanca media art
117 Il desiderio di essere scienza
124 Dibattiti online su arte e scienza
128 Dentro ai cambiamenti istituzionali
131 L’arte elettronica e le Dot-com
136 I new media come guerra tra generazioni
138 Complotti dell’arte contemporanea
143 Evoluzione
145 Spazi sociali in rete
149 Intervento critico: Warren Neidich
151 Al di là dell’indecifrabile cool

157 Glossario
169 Note
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Ringraziamenti

Dopo Dark Fiber e Internet non è il paradiso, questo libro è il


terzo di una serie di studi sulla cultura critica di Internet, tutti
tradotti in italiano. Questa edizione contiene solo tre saggi su
Web 2.0, blog e new media art. L’edizione originale inglese è
stata pubblicata nell’agosto del 2007 dalla Routledge di New
York; contemporaneamente è uscita una traduzione in tede-
sco del manoscritto completo per Transkript Verlag, Bielefeld.
Vorrei ringraziare Matteo Pasquinelli e Franco Berardi che
mi hanno aiutato a trovare un editore italiano per il mio la-
voro. Sono grato ad Alessandro Delfanti per la traduzione.
La ricerca che ha dato vita a Zero Comments è stata con-
dotta dal 2003 al 2006. La maggior parte del lavoro è stata
fatta nel 2005-2006, durante la mia visita all’Institute of Ad-
vanced Study del Wissenschaftskolleg di Berlino; voglio rin-
graziare tutto lo staff del Wiko per il suo supporto. Il capito-
lo sul Web 2.0 è stato leggermente modificato e aggiornato,
quelli su blog e new media art sono rimasti identici all’edi-
zione originale.
È stato un onore rivestire, nel 2004, gli incarichi di professo-
re alla Hogeschool di Amsterdam, all’interno della School of
Interactive Media, e di professore associato nel programma
Media & Culture dell’Università di Amsterdam. Ringrazio in
particolare Emilie Rande, direttrice della School of Interactive

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Zero comments

Media, per il suo sostegno. Poco dopo essermi stabilito lì ho


potuto realizzare un sogno, fondando l’Institute for Network
Culture (INC), costruito insieme alla sua energica produttrice,
Sabine Niederer, che voglio ringraziare per il supporto devoto
e costante.
Infine, il mio debito più grande è con Linda Wallace, amore
della mia vita, complice di tutto ciò che faccio e in questo caso
anche mia editor principale, cui dedico questo libro.

Geert Lovink
Amsterdam, luglio 2007

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Orgoglio e gloria del Web 2.0

Bloggare è una forma di vanità: si possono adoperare termini ele-


ganti, parlare di “cambio di paradigma” o “tecnologia dirompen-
te”, ma la verità è che i blog sono sbrodolature adolescenziali senza
senso. Adottare lo stile di vita del blogger è l’equivalente letterario
di attaccare nastri colorati al manubrio della bicicletta. Nel mondo
dei blog “0 comments” è un dato inequivocabile: significa che una
certa cosa non interessa assolutamente a nessuno. La terribile ve-
rità dei blog è che le persone che scrivono sono molte di più di
quelle che leggono.
Stodge.org, The Personal Memoirs of Randi Mooney,
postato il 5 maggio 2005, (14) commenti

Nel 2005 la rete si era ripresa dal crollo delle Dot-com e, in li-
nea con l’economia globale, si stava reincarnando nel Web 2.0.
Mentre gli abitanti del cyberspazio oltrepassavano il miliardo,
blog, wiki e social network come Friendster, Orkut e Flickr
venivano presentati come la nuova frontiera del lavoro volon-
tario. “Comunità virtuali” era diventata un’espressione infla-
zionata, «associata a idee screditate sul cyberspazio come si-
stema indipendente e alle idee fallimentari delle Dot-com sulla
costruzione di comunità all’ombra di brand di massa, come i
forum sul sito della Coca-Cola»;1 si parlava piuttosto di scia-
mi, mobs e folle: i media erano diventati sociali.

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Zero comments

Dalla produzione collaborativa di contenuti per Wikipedia


al social bookmarking di Digg, c’era senza dubbio un nuovo
slancio. Se i blog erano “molto 2004”, la Bbc definì il 2005
“anno del cittadino digitale”.
Lo tsunami del giorno di Santo Stefano del 2004 mostrò in
modo molto crudo il potenziale di questi strumenti, mentre
pochi mesi dopo le bombe del 7 luglio a Londra e gli uragani
negli Stati Uniti obbligarono a riconoscere il fatto che nella
produzione di notizie i cittadini avevano un ruolo molto più
grande di quanto non fosse mai accaduto prima. La Bbc rice-
vette per e-mail 6500 immagini e video che mostravano gli in-
cendi al deposito di petrolio di Buncefield, qualche migliaio in
più di quelle ricevute dopo le bombe di Londra. Il report della
Bbc concludeva che i media cominciavano a sembrare più par-
tecipativi e inclusivi.
Il passo successivo fu la scelta di “You” come Persona dell’an-
no di “Time”, che riflette l’aumento fenomenale del numero di
utenti dei siti di social networking come MySpace (leggi: News
Corporation di Rupert Murdoch) e YouTube (leggi: Google). Il
2007 sarà l’anno della “critica della rete”?
Sempre più persone stanno cominciando a mettere in discus-
sione il modello economico del Web 2.0. Perché gli utenti do-
vrebbero continuare a pubblicare tutti quei dati privati, dai qua-
li una manciata di aziende ricava miliardi di dollari di profitti?
Perché dovrebbero cedere gratuitamente i loro contenuti men-
tre un pugno di imprenditori del Web 2.0 sta facendo i milioni?
Che prezzo siamo disposti a pagare per la gratuità? Perché non
usiamo la nostra “immaginazione collettiva” per escogitare mo-
delli sostenibili per una cyberinfrastruttura pubblica? È ora di
rompere il consenso liberista. Da sociale a socialista, il passo è
breve. È tempo di tornare a essere utopisti e cominciare a edifi-
care una sfera pubblica al di fuori degli interessi a breve termine
delle corporation e della volontà di regolamentazione dei gover-
ni. È ora di investire nell’educazione, ricostruire la fiducia e svin-
colarsi dalle retorica securitaria post-undici settembre.

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Orgoglio e gloria del Web 2.0

Invece delle classiche due fasi della cultura di Internet, pre-


ferisco distinguerne tre. La prima è il periodo scientifico, pre-
commerciale e solo testuale che ha preceduto il World Wide
Web. La seconda, il periodo euforico di speculazioni nel quale
Internet si è aperta al pubblico generico, culminato nella ma-
nia delle Dot-com della fine degli anni novanta. La terza, il pe-
riodo successivo al crollo delle Dot-com e all’undici settem-
bre, che con il Web 2.0 sta volgendo al termine. I blog, o we-
blog, sono un fenomeno intermedio interessante, che ha avuto
inizio attorno agli anni 1996-1997, durante la seconda fase di
euforia, ma sono rimasti fuori dagli schermi radar perché non
avevano al loro interno una componente di commercio elet-
tronico. Il cambiamento più rilevante che si è verificato negli
anni passati è stata la “massificazione” e successiva internazio-
nalizzazione di Internet, che nel 2005 ha oltrepassato il signifi-
cativo limite del miliardo di utenti.
Per la cultura dominante anglo-americana la “globalizzazio-
ne” di Internet è stata più evidente a causa della sua ignoranza,
voluta e organizzata, e della sua scarsa conoscenza delle lingue
straniere. Non tutti colgono il significato del fatto che i conte-
nuti in inglese siano scesi ben al di sotto del limite del 30 per
cento. Inoltre, la crescita ha portato a un’ulteriore “nazionaliz-
zazione” del cyberspazio, soprattutto attraverso l’uso delle lin-
gue nazionali, in contrasto con la presunta assenza di frontiere
della rete – che forse non è mai esistita: le aziende occidentali
di information technology sono più che felici di aiutare i regi-
mi autoritari con i firewall nazionali. Come si suol dire, il mon-
do è grande. Oggi la maggior parte del traffico Internet è in
spagnolo, mandarino e giapponese.2 Questa fotografia si com-
plica ancora di più se si prende in considerazione il potenziale
della convergenza di due miliardi di utenti di telefoni cellulari,
della blogomania in Iran, del fatto che la Corea del Sud possie-
da una delle più dense infrastrutture broadband e della cresci-
ta della Cina. Chi mai direbbe che Polonia, Francia e Italia so-
no fra le nazioni europee con più blog?

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Zero comments

Le tecnologie come Internet vivono del principio del conti-


nuo cambiamento. Non c’è nessuna normalizzazione in vista.
La dittatura del nuovo continua a dettare legge, ed è l’eco del-
l’era Dot-com a far apparire il Web 2.0 così antiquato anche se
è molto recente. Possiamo disprezzare la sua implacabile in-
stabilità come un trucco di marketing e chiederci perché con-
tinuiamo a eccitarci per l’ultimo gadget o l’ultima applicazio-
ne; oppure, invece di ignorare il rumore del mercato e distac-
carcene, possiamo riconciliarci con il solito vecchio “cambia-
mento” e goderci le “rivoluzioni” preconfezionate. Dieci anni
dopo la sua apparizione e la rapida crescita della sua popola-
rità, la cultura di Internet è lacerata da forze contrapposte che
non permettono più di parlare di trend generali, né in senso
positivo né in senso negativo. Dato che domina il cambiamen-
to permanente e che sono stati introdotti massicci sistemi di
controllo, le decine di milioni di nuovi utenti che si aggiungo-
no ogni mese danno scrolloni inaspettati a questo mezzo di co-
municazione, interpretando ciò che è già dato e approprian-
dosi allegramente dei servizi, anche in forme che gli analisti di
mercato potrebbero non avere mai immaginato.
Se si vuole analizzare il Web 2.0, tuttavia, bisogna considera-
re la gestione della percezione come un aspetto della questio-
ne. La rete contiene opportunità straordinarie, che vanno ben
al di là dei sogni proibiti degli imprenditori che vogliono sem-
plicemente fare il tutto esaurito il più in fretta possibile. La sfi-
da è produrre riflessioni rigorose, che influiscano in tempo
reale sui dibattiti in Internet e che si basino su un coinvolgi-
mento informato. Del resto, nonostante la nuova generazione
di applicazioni e la crescita spettacolare della popolazione del-
la rete, e nonostante l’aumento del coinvolgimento degli uten-
ti, molti dei problemi che Internet si trova ad affrontare sono
rimasti gli stessi: il controllo da parte delle corporation, la sor-
veglianza e la censura, i “diritti di proprietà intellettuale”, i fil-
tri, la sostenibilità economica, la “governance”. In questo sag-
gio mi concentrerò in particolare su due aspetti: la tentazione

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Orgoglio e gloria del Web 2.0

di partecipare all’economia “free” – ovvero “libera/gratuita” –


e le questioni relative al controllo interno ai siti di social
networking, e il motivo per cui i giovani pensano di avere buo-
ne ragioni per ignorare questi problemi.
Il critico della rete Nicholas Carr si chiede se ci sia un argo-
mento da contrapporre alla moda del Web 2.0. «Tutto ciò che
il Web 2.0 rappresenta – partecipazione, collettivismo, comu-
nità virtuali, dilettantismo – diventa indiscutibilmente buono,
deve essere alimentato e applaudito, diventa simbolo del pro-
gresso verso una condizione più luminosa. Ma è davvero co-
sì?»3 I promotori del Web 2.0, dice Carr, «venerano il dilettan-
te e diffidano del professionista». Lo si vede nelle loro lodi a
Wikipedia e nella loro adorazione per il software open source,
nonché nella promozione dei blog come alternativa ai media
mainstream. La mia risposta è diversa da quella di Carr, che è
riluttante a riconoscere ciò che c’è di buono nel modello pro-
fessionale tradizionale. Le lodi liberiste per i dilettanti nasco-
no dal sospetto e dal rancore nei confronti delle grandi orga-
nizzazioni che diffidano delle ricette anarco-capitaliste sull’in-
novazione. Ma siamo già oltre la critica al comportamento dei
dinosauri istituzionali: le reti aperte minacciano i sistemi di ge-
stione della conoscenza chiusi e basati sulla proprietà intellet-
tuale. Nell’approccio liberista, il professionista diventa un
ostacolo a causa del suo comportamento simil-sindacale. Così,
il risultato della poca diversità di modelli economici è la rilut-
tanza a inventarne di nuovi per i professionisti (emergenti) che
si sono lasciati alle spalle il sistema del copyright ma cercano
disperatamente di guadagnarsi da vivere con il proprio lavoro.
Mi chiedo anche come contrastare le lodi acritiche nei con-
fronti dei dilettanti, come quelle contenute nel recente libro di
Andrew Keen, The Cult of the Amateur, non dal punto di vista
dell’establishment in pericolo ma da quello della sottoclasse
creativa, dell’intellighenzia virtuale, del precariato, della molti-
tudine che cerca di professionalizzare la sua posizione sociale
di lavoratore dei nuovi media. C’è bisogno di modelli economi-

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Zero comments

ci che sostengano i dilettanti più ambiziosi, che vogliono gua-


dagnarsi da vivere con il loro lavoro. È nostro dovere trasfor-
mare i dilettanti in professionisti, farla finita con i lavori precari
e fare in modo che i nuovi media siano un terreno fertile di pro-
sperità economica e non un’occupazione notturna: «Tutti sono
professionisti». A questo problema si collega il dibattito, sem-
pre importante, su standard professionali, certificazioni e codi-
ci: cos’è il Web design, chi può farlo, quanto costa? Se può far-
lo chiunque, questo significa che tutti sono dotati della stessa
sensibilità estetica? I nuovi compiti legati alle reti informatiche
come rientrano nelle istituzioni esistenti, quali ospedali, sinda-
cati, aziende metalmeccaniche e musei? Non possiamo rispon-
dere prima di avere codificato le pratiche lavorative, proprio
come hanno fatto in passato le gilde e come stanno facendo in
questo momento le organizzazioni professionali. Lo scopo del-
la professionalizzazione del lavoro sui nuovi media è creare set-
tori nuovi e separati, oppure sarebbe meglio dissolvere questi
compiti all’interno delle professioni esistenti?

I crociati del free

I frammenti dell’ideologia di Internet degli anni novanta stan-


no ancora fluttuando qua e là. Per lo più si tratta di idee “age-
volanti” che affascinano gli utenti giovani e amanti della li-
bertà; prendiamo il blogger Ian Davis, per il quale il Web 2.0
«è un’attitudine, non una tecnologia. Riguarda il fatto di per-
mettere e incoraggiare la partecipazione attraverso le applica-
zioni e i servizi open. Con open intendo aperti tecnicamente
ma anche, ancora più importante, aperti socialmente, con di-
ritti che garantiscano l’uso dei contenuti in contesti nuovi ed
eccitanti. Certo, la rete ha sempre avuto a che fare con la par-
tecipazione: senza, non sarebbe nulla; è proprio il suo risultato
più grande, la creazione di una rete di link, a incoraggiare la
partecipazione sin dal principio».4 Oppure prendiamo l’at-

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Orgoglio e gloria del Web 2.0

traente autodefinizione di Digg: «Digg è completamente lega-


to ai contenuti potenziati dagli utenti. Ogni articolo è pubbli-
cato e votato dalla comunità di Digg. Condividi, scopri, eti-
chetta e promuovi le notizie che ritieni importanti!». Deco-
struire il richiamo di questo tecno-liberismo su una rivista ac-
cademica o una mailing list non basta, perché il discorso anar-
co-capitalista sul “cambiamento” non verrà nemmeno scalfi-
to. Nessun dissidente si è ancora levato in arene pubbliche più
grandi per opporsi all’ipocrisia che sta dietro alle parole
“free” e “open”. Bisognerebbe chiedere ai guru del free di
scovare un modello economico innovativo ogni volta che “li-
berano” una nuova attività sociale o economica.
Jimmy Wales, il fondatore di Wikipedia, ha stilato una lista
ancora più visionaria delle Dieci cose che saranno gratuite, ispi-
rata al discorso di David Hilpbert al Congresso internazionale
di matematica tenutosi a Parigi nel 1900, che proponeva venti-
tré importanti problemi matematici irrisolti. Oltre agli ovvi
Dizionario free ed Enciclopedia free, nella lista ci sono libri
scolastici di base, mappe, comunità, editoria scientifica, musi-
ca e arte ma anche programmazione televisiva, motori di ricer-
ca e formati di file.5 L’ambiguità che Richard Stallman non è
mai riuscito a far passare alla storia, cioè che “free”, per lui,
non significa gratuito ma esprime piuttosto la possibilità di
modificare un codice informatico, non dovrebbe più essere ri-
prodotta. Per me invece non c’è alcun collegamento immedia-
to tra gratuità e libertà. L’ideologia del free (nel senso di free
beer, birra gratis) attrae e accontenta milioni di persone misti-
ficando e nascondendo il fatto che i suoi promotori, e in gene-
rale la classe virtuale, in qualche punto della catena intascano i
soldi. L’ideologia del free, nonostante le buone intenzioni, sta
evitando il problema dell’economia della cosiddetta “società
della conoscenza”, mentre i crociati del free evitano sistemati-
camente di discutere il loro modello economico, e parlano del-
l’altro – l’utente, il programmatore, il cittadino, il blogger ecc.
– che deve essere liberato.

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L’enfasi posta da Lessig, O’Reilly, Kelly, Ito e molti altri sul


diritto di remixare i contenuti mainstream tocca una questio-
ne importante ma non cruciale, dato che molti aspiranti artisti
producono da sé i propri lavori. Affermare che la produzione
culturale odierna è fatta solo di citazioni è un pessimo cliché
postmoderno. L’attenzione per i dilettanti giovani e innocenti
che vogliono solo divertirsi e il risentimento contro i profes-
sionisti non sono casuali: è più difficile che i dilettanti si alzino
e reclamino una parte del surplus in rapida crescita (in termini
sia simbolici sia monetari) creato da Internet. I professionisti
di vecchia data capiscono quali implicazioni ci sarebbero per i
produttori di contenuti se un gigante come Google dovesse
controllare i flussi di denaro al posto degli editori di libri. Per
questo è importante immaginare fonti di reddito sostenibili
che vadano al di là degli attuali sistemi di copyright.
I vizi dell’architettura di Internet devono essere resi noti (e
non restare indiscussi), di modo che le sue virtù possano avere
la meglio. L’ideologia del free come componente chiave della
rete, infatti, fa parte del viscido linguaggio del business. Nel
suo saggio The Destruction of the Public Sphere Ross McKib-
ben afferma che l’arma più potente del managerismo di mer-
cato è stata il suo vocabolario: «sappiamo bene come agisce
questo linguaggio. Dobbiamo stare sul vertice della piramide,
sperare di essere in un centro di eccellenza, disprezzare le in-
dustrie dominate dai produttori, desiderare di avere molti for-
nitori diversi, umiliarci di fronte ai nostri diretti superiori an-
cor più che davanti alla direzione, consegnare i risultati e dare
possibilità di scelta. Quelli che prima erano studenti, pazienti
e passeggeri ora sono clienti».6 Secondo McKibben si tratta di
un linguaggio che è stato concepito nelle business school, che
in seguito è penetrato nello stato e ora infesta tutte le istituzio-
ni. Esso «non ha un vero predecessore storico ed è singolar-
mente seduttivo. Pretende di essere neutrale: per questo tutte
le procedure devono essere “trasparenti” e “robuste”, e tutti
devono essere “affidabili”. È duro ma funziona, perché il set-

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Orgoglio e gloria del Web 2.0

tore privato sul quale si basa è duro ma funziona. È efficiente;


assorbe i rifiuti; fornisce tutte le risposte. Ha guidato la cultu-
ra aziendale della Thatcher. È più potente del tipo di linguag-
gio preso in giro da Flaubert nel Dizionario dei luoghi comuni
perché, per quanto possa risultare ridicolo, determina il modo
in cui le nostre élite politiche (ed economiche) pensano il
mondo».
«Cederai tutto gratuitamente (accesso libero, no copyright);
ti farai pagare solo per i servizi supplementari, che ti renderan-
no ricco.» Ecco il primo dei “Dieci comandamenti liberali co-
munisti” pubblicati da Olivier Malnuit sulla rivista francese
“Technikart”. La persona che più di chiunque altro incarna
questi valori è il venture capitalist, hacker e attivista giappone-
se Joi Ito. Slavoj Žižek ha citato i comandamenti di Malnuit e
ha classificato Bill Gates e George Soros come comunisti libe-
rali: «Il nome di questa nuova realtà nella neolingua comuni-
sta liberale è smart. Smart significa dinamico e nomade contro
burocratico e centralizzato, dialogo e collaborazione contro
autorità centrale, flessibilità contro routine, cultura e cono-
scenza contro vecchia produzione industriale, interazione
spontanea contro gerarchia stabile. [...] Il loro dogma è una
versione nuova, postmoderna, della mano invisibile del mer-
cato del vecchio Adam Smith: il mercato e la responsabilità so-
ciale non sono antitetici ma possono essere riuniti con recipro-
co vantaggio».7 Žižek continua affermando che i comunisti li-
berali sono pragmatici, infatti odiano l’approccio astratto.
«Oggi non esiste una classe operaia sfruttata, ci sono solo pro-
blemi concreti da risolvere: la fame in Africa, la condizione
delle donne musulmane, la violenza del fondamentalismo reli-
gioso.» A questo punto, la conclusione di Žižek non suona
sorprendente: «non dovremmo farci illusioni: i comunisti libe-
rali sono il nemico di ogni vera lotta progressista». I comunisti
liberali distribuiscono con una mano parte di quello che han-
no arraffato con l’altra. Qui siamo al cuore dell’ideologia di
Internet, che ci impedisce di vedere quanto paghiamo vera-

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Zero comments

mente, troppo felici di entrare nell’economia del dono rappre-


sentata dal free.
Žižek menziona la necessità, per problemi come razzismo,
sessismo e antisemitismo, di costruire alleanze con i comunisti
liberali. E Internet? Non è il momento di abbandonare le al-
leanze con i liberisti, proporre l’esodo e opporsi a loro e ai lo-
ro doppi fini? Felix Stalder e Konrad Becker, di Vienna, rias-
sumono lo scontro per la libertà dei media in modo netto:
«l’obiettivo è ideare nuovi modi per permettere all’informa-
zione di scorrere liberamente da un luogo all’altro, da persona
a persona. Piuttosto che accrescere la frammentazione, infor-
mazioni e culture devono essere risorse prodotte e usate in
modo collaborativo, non controllate da singoli proprietari. La
gente deve essere libera di appropriarsi dell’informazione, a
seconda dei suoi desideri e bisogni storici e personali, invece
di essere obbligata a consumare i prodotti standardizzati di
McMondo».8 Credo che si possano continuare a diffondere
questi appelli per la libertà soltanto se si oppongono al “free”.
Non possiamo continuare a supportare acriticamente Creative
Commons, l’open source e le piattaforme di sapere aperto a
tutti come Wikipedia se le loro premesse ideologiche non ven-
gono messe in discussione.
«Signore, ti prego, dacci un’altra bolla!» ho letto su un ade-
sivo. È importante notare come la moda Web 2.0 del 2007 si
differenzi dall’era delle Dot-com della fine degli anni novanta.
I giorni dei portali vuoti sono passati da un pezzo, e al loro po-
sto le band e i brand stanno inseguendo le orde nomadi degli
utenti nel tentativo di aumentare la propria popolarità. La co-
sa positiva, rispetto al 1999, è che abbiamo capito che la gente
non si accalca nella rete per il commercio elettronico ma per
conversare.9 Invece dell’espressione «Web 2.0» strombazzata
da Tim O’Reilly, Trebor Scholz preferisce parlare di «Web me-
dia amichevoli» e in un post sulla sua lista iDC ha scritto: «il
Web 2.0 è un’altra bolla fraudolenta pensata per fregare gli in-
vestitori con una falsa novità. È uguale a quello che fa McDo-

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Orgoglio e gloria del Web 2.0

nald’s quando riammucchia i suoi strati di carne unta per ven-


dere un prodotto completamente nuovo ogni sei mesi».10 Ep-
pure le applicazioni cui ci riferiamo quando parliamo di Web
2.0 sono relativamente nuove, così come le decine di milioni di
utenti che usano social network come Digg e Facebook e siti
come Wikipedia. E non dimentichiamo gli scambi economici
tramite eBay, Second Life e soprattutto Craigslist.
Nello stesso thread di quella mailing list, l’esperto di tecno-
logia Andrea Schiffler si diceva affascinato dal modo in cui il
Web 2.0 rappresenta una riscoperta di tecnologie esistenti.
Strumenti come il sistema Rss, introdotto per la prima volta da
Netscape nel 1999, il linguaggio Ajax e il Dhtml erano già dif-
fusi nelle aziende basate sui browser e sono stati trasformati in
un fenomeno sociale. Sarebbe fuori luogo classificare i settan-
ta e rotti milioni di utenti di MySpace come mere vittime dei
corporate media solo perché a un certo punto la News Corp di
Rupert Murdoch ha comprato il sito: sembra difficile che i
consulenti delle corporation, gli hacker e i mediattivisti ab-
bandonino il modello broadcast per accettare completamente,
al di là del bene e del male, l’uso massiccio della produzione di
contenuti da parte degli utenti e delle reti di amici. Lo sdegno
per quelli di America online, imprigionati nei loro schifosi
prodotti Microsoft, è profondo, ma in realtà non fa che mo-
strare che le élite dei primi programmatori hanno perso da un
pezzo la presa sulla rete.
I promotori del Web 2.0 sono stati giustamente accusati di
pompare i siti emergenti per poterli vendere ai venture capitali-
st, che ne cambiano la direzione e allontanano gli utenti, i quali
a quel punto si spostano di modo che da qualche parte possa ri-
partire un nuovo ciclo. Certo, questa non è la fine della storia.
Secondo Jon Ippolito «respingere le innovazioni che stanno
dietro al Web 2.0 semplicemente perché i venture capitalist
stanno usando questa sciocca definizione per spremere denaro
agli investitori è come liquidare il movimento ambientalista
perché i politici britannici hanno cominciato improvvisamente

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a sventolare bandiere verdi per corteggiare gli elettori nell’an-


no del voto. Non confondiamo gli avventurieri con le comu-
nità». Saul Albert ammette: «non c’è nulla di sbagliato nel busi-
ness se si riesce a mantenere il delicato equilibrio tra i miei bi-
sogni e gli imperativi di finanziatori e inserzionisti». Poi fa l’e-
sempio di del.icio.us, che a un certo punto, proprio prima di
essere comprato, ha avuto la possibilità di rimpiazzare (uccide-
re) Google con un’infrastruttura di sapere pubblico dal basso.
Juha Huuskonen del festival Pixelache di Helsinki ricorda ai
partecipanti che «per un’organizzazione/servizio/strumento
sembra indispensabile mantenere la propria immagine di “bra-
vi ragazzi”, cosa che per i servizi commerciali in futuro potreb-
be diventare sempre più difficile. Una questione complessa e
importante è il modo di relazionarsi con i monopoli, nel caso di
servizi commerciali come Google ma anche di progetti come
Wikipedia. Il ruolo magico dei “dittatori benevoli” come Jim-
bo Wales per Wikipedia o Linus Thorvalds per Linux non
sembra essere una soluzione duratura».

Jihad su Internet in Olanda

Una delle sfide più grandi affrontate durante il lavoro di ricer-


ca per questo libro va al di là di Internet in senso stretto e ri-
guarda l’assassinio del regista olandese Theo van Gogh, avve-
nuto il 2 novembre 2004 a opera del fondamentalista musul-
mano Mohammed Bouyeri, a due isolati dal mio appartamen-
to nella zona est di Amsterdam. Diversi mesi prima, van Gogh
aveva girato un film sulla condizione delle donne nell’Islam in-
sieme all’allora membro del parlamento olandese Ayaan Hirsi
Ali. A mio parere l’uso dei “nuovi media” da parte del fonda-
mentalismo islamico violento ha posto una gamma di proble-
mi che vanno bel al di là delle dispute contro i troll che ho de-
scritto nelle mie pubblicazioni precedenti. I moderatori delle
liste, le community online e i provider si trovano costantemen-

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Orgoglio e gloria del Web 2.0

te nella scomoda posizione di doversi confrontare con una


cultura Internet andata fuori controllo, ma che essi vorrebbe-
ro mantenere libera e aperta. Anche Mohammed B. (come è
stato chiamato dalla stampa olandese fino alla sua condanna) e
i suoi amici facevano un uso intenso di Internet per discutere e
diffondere le loro idee. Per esempio operavano in diversi fo-
rum di discussione e avevano le loro pagine Web personali.
Partecipavano a siti di jihadisti – spesso con i gruppi di Msn,
per esempio, sotto il nome di “5434” e “tawheedwljihad”.11
Non si può capire il caso van Gogh senza prendere in consi-
derazione la crescita dei cosiddetti “shocklog” (shock+blog).
Gli shocklog olandesi sono un interessante sottogenere di
quello che gli ottimisti di professione come Dan Gillmor chia-
mano “We Media”; si posizionano deliberatamente ai margini
dell’industria dell’informazione: si tratta di cultura partecipa-
tiva, ma con risultati sgradevoli e indesiderati. I post degli
shocklog servono a testare le frontiere della cultura politically
correct dei media occidentali. Secondo una voce (poi cancella-
ta) di Wikipedia, gli shocklog sono «blog che usano lo shock e
la calunnia per gettare fango sulle vicende in corso, sui perso-
naggi pubblici e sulle istituzioni. Di solito gli autori degli
shocklog commentano una notizia in modo provocatorio e in-
giurioso, spesso con il risultato di stimolare commenti ancora
più offensivi, come minacce di stupro e assassinio. Occasio-
nalmente gli shocklog inciteranno il lettore a intraprendere
qualche azione (online), di solito un attacco contro un obietti-
vo specifico».12
I più grandi shocklog olandesi sono Geenstijl, Jaggle, Rete-
cool e Volkomenkut. I visitatori unici stimati per questi siti va-
riano da 25.000 a 38.000 al giorno. Questi shocklog, che in
olandese vengono chiamati anche “treiterlogs”, non si limita-
no a postare contenuti offensivi, ma attirano una folla di per-
sone che spesso vogliono esprimere le proprie frustrazioni; so-
no gli outsider del sistema, che si sentono esclusi dall’establi-
shment progressista e liberale, ma in molti casi gli argomenti

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delicati che vengono discussi su questi siti anticipano i senti-


menti della società olandese, in particolare riguardo ai musul-
mani e altre minoranze.
Lo stesso van Gogh era coinvolto attivamente nella rete
olandese con il suo sito De Gezonde Roker (Il fumatore sano),
e nel 2004 in Olanda i blog erano all’apice della loro popola-
rità. La moda del blog aveva il vento in poppa e le celebrità,
dai ministri ai cantanti, ne avevano uno personale. Ma nella
mia storia dell’uso della rete le chat cospiratorie, i discorsi di
odio e razzismo online e la condivisione peer-to-peer di video
di decapitazioni nei mesi che hanno preceduto l’assassinio di
van Gogh segnano il compimento della “democratizzazione”
di Internet: da quel momento in avanti non si poté più parlare
legittimamente del potenziale democratico dei nuovi media.
Internet e i telefoni cellulari sono penetrati nella società a tal
punto da far sembrare ridicolo anche solo interrogarsi sul-
l’“impatto” delle tecnologie su di essa, come se ne fossero an-
cora al di fuori: Internet e la società, perlomeno in Olanda, si
sono fusi completamente. Perché dovremmo sorprenderci se
i “perdenti radicali” (secondo un’espressione di Hans Ma-
gnus Enzensberger)13 pubblicano siti Web, trasferiscono file,
si scambiano messaggi via e-mail, discutono su forum e new-
sgroup, si parlano via chat o instant messaging oppure fanno
videoconferenze?
Nell’ottobre del 2005 il ricercatore dell’Università di Am-
sterdam Albert van Benschop ha pubblicato un rapporto sul
caso van Gogh nel quale sottolinea il ruolo dei nuovi media.
Per Benschop Internet è una condizione di libertà ma anche
un rifugio per opinioni imbarazzanti. Theo van Gogh, proprio
come il suo killer, aveva imparato a usarla. Del resto, come
opinionista, van Gogh era stato cacciato da molti giornali per i
suoi articoli straordinariamente offensivi – scritti che tuttavia
per le leggi olandesi erano legali. Cacciato nel nome della tol-
leranza e delle libertà individuali, valori che stanno al cuore
dell’Olanda. Seguendo l’analisi di Benschop dobbiamo colle-

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Orgoglio e gloria del Web 2.0

gare lo spostamento a destra della politica olandese sotto Pim


Fortuyn (assassinato nel 2002) con una particolare lettura del-
la libertà su Internet. Theo van Gogh, del resto, considerava
Internet l’unico media sul quale poter parlare liberamente.
Benschop, nella sua “Cronaca di una morte politica annuncia-
ta”, sostiene che «l’ascesa del populismo fortuynista in Olan-
da si è accompagnata con un forte indurimento e un imbarba-
rimento dello stile del dibattito politico. Era difficile non ac-
corgersi che molti utenti di Internet contribuivano a questa
polarizzazione. Molti forum di discussione sono degenerati in
rifugi per persone che si insultano e calunniano pesantemente
a vicenda e che arrivano addirittura a minacciarsi di morte».14
La polarizzazione avvenuta nella società dopo l’undici set-
tembre è ulteriormente amplificata dall’architettura libertaria
della rete, che assicura libertà di parola assoluta e incondizio-
nata.15 Secondo Benschop «le comunicazioni via Internet non
hanno ripercussioni immediate sulla vita sociale locale dei sin-
goli partecipanti. Per questo essi si sentono (più) liberi di
esprimersi in modo disinibito. È proprio per questo motivo
che su Internet le comunicazioni sono caratterizzate da due
manifestazioni estreme del comportamento sociale: un’ecces-
siva e insolita dolcezza nei confronti degli altri (“netslutting” o
“flirting”) e l’insulto o addirittura la minaccia (“netshitting” o
“flaming”)». I giovani musulmani olandesi visitavano siti tipo
“Come prepararsi alla Jihad”, che chiama alla guerra in Cece-
nia, e sul sito per giovani marocchini mocros.nl Theo van Go-
gh era stato minacciato di morte per mesi. Già nell’aprile 2004
su un forum di mocros.nl era stata pubblicata una fotografia
del regista con la scritta «Quando arriva il turno di Theo?».
Sulla sua gola, sulla testa e sul torace era disegnato un bersa-
glio con sette buchi di pallottola. «Allah si sbarazzerà veloce-
mente di questo maiale in senso letterale e figurato.» Moham-
med B. usò la rete per trovare testi sull’Islam radicale tradotti
in olandese.
Il rigetto dell’assassinio da parte del pubblico fu altrettanto

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estremo. Sui siti e sui forum marocchini – prima che si autoli-


mitassero – si potevano leggere molti contributi di islamici che
asserivano che finalmente il porco infedele aveva avuto ciò che
si meritava, che Allah avrebbe trionfato e che van Gogh aveva
ricevuto una giusta dose della sua stessa medicina. «Gloria al
martire che ha ucciso Theo van Gogh! Ecco la fine sanguinosa
che aspetta i sionisti e i loro servi!» Secondo Albert Benschop,
«molte persone hanno trasformato il loro dolore per la morte
di van Gogh in un’aggressività enorme verso tutto ciò che per-
cepivano come “culturalmente impuro”. Siamo stati troppo
deboli e dovremmo contrattaccare. “Nel nostro paese non
possiamo più esprimere le nostre opinioni” (Angelica). A par-
te il gigantesco risentimento per la trasgressione della libertà
di parola e la violenza senza senso, la gente strillava per avere
più violenza: la vendetta. “Forse la prossima volta che un
imam apre il becco per parlare della società olandese dovrem-
mo farlo fuori” (anonimo). “Chi dà fuoco alla prima moschea?
Spero che ne andranno in fiamme molte” (un olandese).
“Olandesi, svegliatevi! È giunto il momento di farci giustizia
da soli a partire dalle aree svantaggiate” (Henk). “Gettiamo
questa feccia fuori dal paese e chiudiamo le porte!” (Leo)».
Un po’ troppo, per la famosa tolleranza olandese.
Le società in fermento, come quella olandese, producono
più dati (digitali) di quanti sia possibile processarne. Sono po-
chi i ricercatori in grado di monitorare tecnicamente e lingui-
sticamente una simile moltitudine di chat, blog e siti in rapido
movimento. Il dettagliato studio empirico di Albert Benschop
reclama un supplemento di analisi critica e teorica e uno spo-
stamento degli Internet studies, dal costruttivismo soft e dalla
Ideologiekritik verso un approccio non-critico che sia pronto a
scavare nei loschi fatti quotidiani della network society. Dob-
biamo accantonare le teorie che identificano Internet con la
democrazia, il rafforzamento dell’identità e il bene. Il caso di
Theo van Gogh non è unico: anche l’autore di Smart Mobs,
Howard Rheingold, ha dovuto correggere la sua visione otti-

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Orgoglio e gloria del Web 2.0

mistica del modo in cui le tecnologie mobili stanno potenzian-


do gli sciami di persone che agiscono per il bene. Il potere dei
molti può portarci in qualsiasi direzione. Durante gli scontri
avvenuti nel dicembre 2005 sulla spiaggia di Sydney, per esem-
pio, migliaia di manifestanti furono mobilitati per mezzo di
Sms che esortavano a ripulire le spiagge dai libanesi e da chi
aveva sembianze mediorientali.16 In un altro caso, i membri
della gang Pcc detenuti a San Paolo paralizzarono la metropoli
orchestrando una campagna di intimidazione fuori delle loro
celle, usando Sms e una rete tv che mostrava un’intervista regi-
strata con un cellulare in cui una persona si presentava come il
leader di Pcc.17 In risposta, il governo brasiliano progettò una
legge che obbligasse gli operatori telefonici a installare attrez-
zature per bloccare i segnali provenienti dalle prigioni.

«Abbiamo perso la guerra»

La portata delle misure contenute nell’Homeland Security


Act dell’amministrazione di George W. Bush, riprese intera-
mente e ben volentieri dai governi della coalizione, hanno im-
pedito di scavare più a fondo nell’ideologia di Internet: per il
ritorno di idee liberiste pure e rispettabili, tra cui essere cool e
controculturali, dobbiamo ringraziare le misure prese in tutto
il mondo per combattere la guerra al terrore. Nel 2005, invece
di mostrare il solito ottimismo, Frank, un importante hacker
del Chaos Computer Club tedesco, ha scritto una “Dichiara-
zione di resa”. Il titolo era “Abbiamo perso la guerra. Benve-
nuti nel mondo di domani”.18 Questo manifesto indica che la
strategia egemonica costituita dalla semplice rivendicazione di
una posizione superiore nella conoscenza da parte dei pro-
grammatori rispetto ai poteri costituiti non funziona più.
Frank chiede ai suoi sostenitori di riflettere sul significato del-
l’attitudine underground oggi. Il testo si apre con la misteriosa
frase «perdere una guerra non è mai una cosa carina». La sua

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