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Una politica economica per la decrescita


di Marino Badiale, Massimo Bontempelli
La principale questione che si pone a chi voglia dare spessore concreto al pensiero della decrescita quella della transizione dalla attuale societ della crescita ad una societ, appunto, della decrescita. Per prima cosa occorre precisare che ragionando su societ della crescita e societ della decrescita, si stabilisce una comparazione (che certo necessaria) tra termini eterogenei. Societ della decrescita significa societ svincolata dall'obbligo della crescita del prodotto interno lordo, cio della produzione rivolta al mercato, che tipico del capitalismo. Ma poich tutte le societ precapitalistiche sono state immuni da questo obbligo alla crescita (il che non significa, ovviamente, che non siano cresciute, in un senso o nell'altro, per periodi pi o meno lunghi, come, ad esempio, nei secoli XI, XII e XIII dell'Occidente feudale), l'espressione societ della decrescita non indica una configurazione definita di rapporti sociali di produzione, cio (usando il linguaggio marxiano molto appropriato in questo contesto) non indica una formazione sociale specifica. I fautori della decrescita non possono, allora, avere un modello determinato di societ, nel senso di cui si detto, al quale fare riferimento. La tipica domanda che viene posta a chiunque si opponga all'attuale capitalismo assoluto (dal punto di vista della decrescita, o da altri punti di vista) sempre: ma voi cosa proponete? Chi sostiene la decrescita non ha risposta per questo tipo di domanda, se la risposta richiesta l'indicazione di un modello determinato e preciso di organizzazione sociale. La decrescita, in riferimento ad una configurazione di rapporti sociali di produzione, pu essere definita soltanto in quella maniera logica che le filosofie di Kant e di Hegel hanno chiamato negazione indeterminata. Per capirci con una semplificazione, si tratta della stessa situazione logica che si ottiene negando un qualsiasi termine che indichi un oggetto empirico: cos, ad esempio, se l'espressione leone indica una specie animale ben determinata, l'espressione non leone non indica alcun animale determinato. La decrescita non capitalismo, ma appunto nel senso in cui cavalli, cani, gatti e cos via sono non leoni. Il pensiero della decrescita non pu che nascere dalla negazione della teleologia capitalistica. La societ capitalistica, infatti, una societ della crescita in un senso davvero unico nella storia. Non si tratta infatti di una societ nella quale si ha, ogni tanto o anche molto spesso, un periodo di crescita, ma piuttosto di una societ obbligata alla crescita, una societ nella quale i fondamentali meccanismi economici reggono solo se si ha crescita. Ci d al pensiero della decrescita una grandissima forza razionale e storica, e gli pone, nello stesso tempo, una formidabile difficolt di attuazione. La forza del pensiero della decrescita nasce dal fatto che la crescita capitalistica giunta ad un punto in cui incompatibile con il mantenimento di un ambiente di vita favorevole alla specie umana e con gli equilibri che garantiscono la coesione sociale delle collettivit umane. La difficolt che la crescita capitalistica ha comportato lestensione sempre maggiore degli ambiti sociali soggetti alla legge della valorizzazione del capitale. Per valorizzare il capitale e contrastare la caduta tendenziale del saggio di profitto gli agenti capitalistici devono rimodellare sempre nuovi ambiti sociali sullo stampo del rapporto sociale capitalistico, per cui prima tutti gli ambiti della produzione, e poi anche ambiti sociali come quello delleducazione, della scienza o dellassistenza vengono mercificati e ricondotti alla logica aziendale di investimenti profittevoli. Poich questo processo va avanti da pi di duecento anni, la societ in cui viviamo una societ nella quale il rapporto sociale capitalistico ha invaso lintero ambito sociale e modella lintero vivere collettivo. Ma incidere sul meccanismo della crescita significa destrutturare gli ambiti sociali che su di esso si reggono: e poich, appunto, esso ormai pervade lintera societ, significa destrutturare lintera societ. Un pensiero della decrescita che voglia essere storicamente serio, deve quindi essere incluso nel progetto di una forza squisitamente politica, ed ha bisogno di pensare, tra i suoi fini, anche quello di rimodellare alcuni

2 aspetti dello Stato che consentano di fronteggiare le ricadute negative, in alcuni casi devastanti, di questa destrutturazione. Proviamo allora a delineare alcune delle difficolt che incontrer la transizione ad una societ della decrescita, e alcune idee per fronteggiarle. Per questo necessaria ancora una premessa. La transizione non pu che partire dalla societ che ci storicamente presente, quella, cio, della crescita. Non si pu, quindi, pensare di attivare il circolo virtuoso della decrescita facendo immediatamente leva sui benefici che essa apporta, perch tali benefici possono prodursi solo in assenza di potenti meccanismi sociali avversi, quali sono quelli operanti nella societ presente. Quali saranno dunque le difficolt contro le quali si scontrer un percorso di transizione alla decrescita, ammettendo che emerga una volont di avviarlo come volont politica, e non come illusione di una diffusione spontanea di nuove tecniche e nuovi comportamenti? La difficolt principale non sar la penuria di beni necessari. Nella nostra societ consumista e sprecona esistono molti tipi di produzione che possono essere ridotti, avviando un processo di decrescita, senza toccare la produzione dei beni fondamentali. Le armi sono lesempio pi ovvio ma ce ne sono altri. Una produzione alimentare indirizzata al consumo di cibi locali e stagionali farebbe di molto diminuire le necessit di trasporto e di impacchettamento dei cibi, e tutta una serie di attivit economiche legate a queste sfere potrebbero decrescere senza nessuna incidenza sullofferta di cibo. Ugualmente una manutenzione degli edifici esistenti, finalizzata al loro riuso, farebbe decrescere la produzione edilizia senza creare alcuna penuria di case abitabili, ed anzi aumentandone la quantit disponibile. La difficolt economica principale nellavviare un processo di decrescita non sar quindi legata alla penuria di beni: sar invece legata alloccupazione. Allinterno di una societ regolata dal meccanismo della valorizzazione del capitale, infatti, la decrescita in linea di principio ha, rispetto alloccupazione, gli stessi effetti di una recessione. Questultima affermazione una conseguenza del tutto logica, e anche banale, dei meccanismi della nostra societ della crescita, e della definizione stessa di decrescita. Vale per la pena di soffermarsi su di essa e di argomentarla, perch essa in parte oscurata, proprio negli ambienti intellettuali pi vicini al pensiero della decrescita, dallidea che il problema occupazionale del quale stiamo parlando possa essere risolto grazie allo sviluppo di una produzione nata dalla domanda di beni orientati alla salvaguardia dellambiente, al risparmio energetico e in generale alla conversione in senso ecologico dellintera societ. Ad esempio, la riconversione del patrimonio abitativo secondo criteri di risparmio energetico creerebbe ovviamente numerosi posti di lavoro. Si tende a pensare che la disoccupazione creata dalle iniziative di decrescita possa essere riassorbita dai nuovi posti di lavoro creati della riconversione ecologica delleconomia e della societ. In realt un riassorbimento della disoccupazione creata dal superamento dell'economia della crescita pu avvenire soltanto attraverso un potenziamento del ruolo e dell'intervento dello Stato nella sfera economica. Questa impostazione confligge con l'idea, molto diffusa tra i sostenitori della decrescita, che la decrescita stessa consista in una riduzione congiunta del ruolo dello Stato e del mercato. Dobbiamo quindi approfondire lanalisi di questa impostazione, e lo faremo nella seconda parte del nostro intervento. Vediamo intanto di argomentare il fatto che, se lasciamo fare ai meccanismi del mercato, la decrescita produce disoccupazione. Ammettiamo che la decrescita faccia sparire un certo numero di imprese che, vendendo annualmente beni o servizi per un importo pari a 100 unit monetarie, impiegano 10 unit di lavoro[1]. Abbiamo allora un problema di disoccupazione, e speriamo di riassorbirlo grazie a nuove imprese che producano beni e servizi compatibili con un processo di conversione ecologica della societ. Ma quale sar il volume delle vendite di queste nuove imprese? Se vogliamo che le nuove imprese ecologiche impieghino le 10 unit di lavoro, a parit di altre condizioni, anche esse dovranno vendere beni e servizi per 100 unit monetarie. Se ci riescono, abbiamo forse risolto i nostri problemi? No, perch in tal caso abbiamo salvato loccupazione, abbiamo avviato una conversione ecologica, e questo va benissimo: ma non c stata nessuna decrescita. Tanto era il PIL prima, tanto adesso. Se vogliamo decrescita, bisogna immaginare che il volume delle vendite delle nuove imprese sia minore di 100, diciamo 50: ma in tal caso le nuove imprese potranno occupare solo 5 unit di lavoro, e avremo quindi una

3 disoccupazione non riassorbita pari alle restanti 5 unit di lavoro[2]. In definitiva, se si esclude un intervento statale e si lascia fare alle leggi del mercato, la conclusione univoca: se c decrescita c disoccupazione, e se c una riconversione ecologica che salvi loccupazione vuol dire che non c decrescita. Per capire come si possa risolvere questo problema, occorre riprendere lelemento di verit che presente nella tesi che abbiamo test criticato, quella cio secondo cui sufficiente il passaggio ad una produzione riconvertita in senso ecologico. Lelemento di verit che esistono grandi esigenze sociali per soddisfare le quali necessario il lavoro di tutti i disoccupati che linizio di decrescita potrebbe creare. Lelenco di simili esigenze sociali, in un paese come lItalia, lunghissimo: c bisogno di un grande lavoro di manutenzione di infrastrutture fondamentali come le ferrovie, c bisogno di riqualificare il patrimonio edilizio, in particolare rendendolo pi adeguato in termini di risparmio energetico, c bisogno di un riassesto del territorio da un punto di vista idrogeologico, c bisogno di bonificare le aree inquinate dagli scarichi illegali di rifiuti, c bisogno di cambiare radicalmente il ciclo dei rifiuti in modo da eliminare alla radice il problema stesso. E si potrebbe continuare a lungo. Lavoro ce n dunque moltissimo, per soddisfare una serie di bisogni sociali fondamentali. Ma per le ragioni sopra addotte, il mercato non pu offrire il salario per pagare questi lavoratori. Daltra parte, non possiamo nemmeno fare affidamento sui meccanismi che sarebbero tipici di una societ della decrescita, dicendo per esempio che i lavoratori potrebbero accontentarsi di lavori a tempo e salario parziali procurandosi una parte dei beni col loro salario e unaltra parte tramite una rete di scambi non mercantili. Non possiamo dare questa risposta perch essa presuppone che sia gi instaurata una societ della decrescita, e questo appunto ci che non pu essere presupposto nella fase della transizione. Per capirci, se domani un gruppo di operai viene licenziato perch si chiudono le fabbriche di armi, o se ne riduce grandemente la produzione, chiaro che la risposta al loro dramma non pu essere quella di farsi lorto per scambiarne i prodotti con altri, o cose del genere: perch questa risposta avrebbe un senso allinterno di una societ della decrescita gi avviata, ma domani non c ancora una societ della decrescita, c ancora la societ della crescita, e dentro la societ delle crescita non esistono ancora i circuiti di scambi non mercantili che renderebbero sensata la risposta sopra accennata. E allora evidente che, se non si pu fare affidamento sul mercato, che anzi in presenza di decrescita genera disoccupazione, n sui circuiti della decrescita, che non si sono ancora dispiegati, c un unico modo nel quale si pu riassorbire la disoccupazione creata dalle prime misure decresciste di politica economica del periodo della transizione: lintervento dello Stato. Lintervento dello Stato necessario per due motivi: in primo luogo, il passaggio di grandi gruppi di lavoratori da un tipo di lavoro ad un altro ha ovviamente bisogno di misure giuridiche e amministrative e di strumenti organizzativi che solo lo Stato pu fornire, nelle condizioni date. In secondo luogo, e questo il punto pi importante, se il mercato non fornisce un salario a questi lavoratori, esso dovr essere fornito dallo Stato. In sostanza, la disoccupazione creata dalle prime misure decresciste dovr essere riassorbita tramite assunzioni statali dei lavoratori disoccupati. Lo Stato deve provvedere ad organizzare i nuovi lavori in risposta ai bisogni sociali sopra accennati, e deve inoltre provvedere agli stipendi dei nuovi lavoratori. Si pone allora, ovviamente, il problema di reperire le risorse necessarie per finanziare la nuova occupazione creata dallo Stato. Nel discutere di questo problema porteremo argomenti sotto qualche aspetto simili ad alcuni di quelli che vengono proposti all'interno di un'economia dello sviluppo, in particolare in relazione alla crisi economica attuale. La cosa non deve sorprendere, perch il problema dell'occupazione, nella fase iniziale che quella della quale stiamo parlando, si pone in relazione a quello dello sviluppo, e perch recessione e decrescita hanno alcuni (ma solo alcuni!) aspetti in comune, specie se vengono prese in considerazioni nellottica del senso comune, dominato dallimmaginario della crescita. E quindi inevitabile che certe misure secondo noi necessarie per combattere gli elementi negativi insorgenti nella transizione ad una societ della decrescita possano assomigliare a misure proposte per combattere lattuale crisi economica. La prima risposta al nostro problema attuale (dove trova lo Stato le risorse per assumere i disoccupati?) naturalmente quella dello stampare denaro. Oggi

4 lItalia non lo pu fare, perch il nostro paese ha ceduto la propria sovranit monetaria alla BCE, ma si potrebbe appunto pensare che una precondizione politica per la transizione alla decrescita sia il recupero della sovranit monetaria e luscita dellItalia dalla zona euro, e forse dallUnione Europea. Purtroppo questo non sarebbe sufficiente. Se anche lItalia recuperasse la sovranit monetaria, lo stampare denaro per pagare i salari di nuove, massicce assunzioni statali dei disoccupati creerebbe inflazione. Il nesso tra l'aumento della carta-moneta circolante e lo sviluppo dell'inflazione non certo automatico. Keynes, nel suo famosissimo libro Teoria generale dell'occupazione, dell'interesse e della moneta, pubblicato nel 1936, ha dimostrato che una maggiore domanda di beni, attivata da un aumento della quantit di moneta circolante, non crea inflazione nella misura in cui, nel sistema economico, esistono capacit produttive non utilizzate. Un famoso economista keynesiano, Samuelson, nel suo libro del 1948, Economia, ha per dimostrato che un aumento della quantit di moneta circolante, in determinate circostanze, pu generare un aumento dei prezzi anche in presenza di capacit produttive non utilizzate. Non c' qui lo spazio per addentrarci in queste questioni di teoria economica, e quindi diciamo in maniera qui necessariamente dogmatica (che potr, comunque, essere oggetto di spiegazione successiva) che, nelle circostanze dell'Italia attuale, e nel contesto dell'attuale situazione economica globale, una significativa immissione di liquidit nell'economia italiana genererebbe inflazione. L'inflazione monetaria non necessariamente un fenomeno negativo per l'economia reale, che pu, in certi casi e in una certa misura, tollerarla, e dalla quale pu essere stimolata ad aumentare l'occupazione. Nell'attuale sistema dei cambi, per, l'inflazione genera la svalutazione della moneta del paese in cui si sviluppa. Ci significherebbe, per l'Italia, dover pagare a prezzi molto pi cari i beni di importazione. Anche qui, in una situazione di decrescita gi avanzata, il problema non sarebbe grave, perch una societ della decrescita riduce grandemente gli scambi commerciali con lestero. Ma allinizio della transizione, in una situazione nella quale lItalia dipende fortemente dalle importazioni di energia (per fare solo un esempio), lo scatenamento dellinflazione avrebbe come effetto indiretto un aumento paralizzante dei costi di attivit economiche ancora necessarie. Lo stampare denaro non quindi la soluzione del problema. Nemmeno lo il ricorso al debito di Stato: in generale esso uno strumento da utilizzare con cautela per i suoi rischi di automoltiplicazione (i debiti pregressi possono essere pagati soltanto con nuovi debiti, il cui costo maggiore, sia perch vi si devono aggiungere gli interessi da pagare, sia perch le aliquote di tali interessi crescono al crescere del debito), e nella situazione attuale delle finanze pubbliche italiane ovviamente impossibile pensare ad un ricorso massiccio ad esso. Le risorse aggiuntive potrebbero allora essere trovate attraverso il prelievo fiscale? Vi qui un problema evidente: la decrescita decrescita del Pil, e ci che il fisco preleva sempre una quota del Pil, per cui se diminuisce questo diminuisce anche quello, a parit di altre condizioni. Un aumento del prelievo fiscale a Pil decrescente possibile solo in due modi: o con laumento delle aliquote esistenti, o con uno spostamento del carico fiscale. Le aliquote dell'imposta sul reddito attualmente vigenti, dopo le controriforme di Prodi e di Berlusconi, colpiscono pi duramente i redditi bassi che quelli elevati. Un aumento delle aliquote sui redditi pi elevati, che le riportasse ai livelli vigenti nell'Italia democristiana, sarebbe doveroso per ragioni di giustizia, e per rispettare la norma costituzionale che esige la progressivit delle imposte, ma non sarebbe risolutivo. Negli ultimi trent'anni sono, infatti, continuamente aumentate le ricchezze delle classi sociali pi elevate, con la creazione di enormi patrimoni nati spesso dalla speculazione finanziaria. Ci che occorre quindi estendere il prelievo fiscale a questi patrimoni, perch soltanto in questo modo si pu ripristinare una situazione di giustizia, ribaltando la redistribuzione dei redditi a favore dei ceti superiori avvenuta negli ultimi trent'anni, e si possono ricavare le risorse necessarie per finanziare la nuova occupazione. Un tale spostamento del carico fiscale sulle classi pi elevate esige due cambiamenti del sistema del prelievo tributario: il passaggio dalle imposte dirette a quelle indirette e il passaggio dalle imposte sul reddito a quelle sul patrimonio. Entrambe queste proposte devono essere spiegate, in particolare la prima. In effetti, storicamente il passaggio dalle imposte indirette a quelle dirette (cio il passaggio inverso a quello

5 che noi proponiamo) ha avuto un indubbio effetto positivo, perch ha permesso in sostanza la progressivit dellimposizione fiscale. Il fatto di tornare allimposta indiretta pu sembrare un regresso, e occorre quindi precisare il senso di quanto diciamo. Non stiamo naturalmente proponendo di tornare alle imposte sui generi di largo consumo e di prima necessit. Ci stiamo riferendo a imposte che colpiscano merci la cui produzione da scoraggiare, nellottica di una societ della decrescita. Cos, dovrebbero essere pesantemente tassate tutte le merci di lusso e tutte quelle merci la cui compravendita finalizzata a operazioni speculative sui mercati finanziari. Infine, dovrebbe essere pesantemente tassata la pubblicit. Questo tipo di tassazione avrebbe naturalmente leffetto di ridurre la produzione dei beni tassati, ma questo sarebbe un effetto collaterale altamente positivo. Ci che differenzia una politica economica per la decrescita da una lotta alla recessione , fra laltro, proprio il fatto che certe produzioni devono venire scoraggiate e tendenzialmente abbandonate. Questo ovviamente implica che le entrate di queste imposte sono destinate a ridursi. Si tratta di entrate che devono essere utilizzate soprattutto per finanziare grandi progetti di trasformazione delleconomia in senso decrescista. La tassazione delle transazioni finanziarie risponde a un criterio elementare di giustizia, ma ha un senso soltanto all'interno di una societ della crescita, nella quale il capitale che non trova sbocchi produttivi sufficienti alla sua valorizzazione si sposta sempre pi sulla speculazione finanziaria. Ci risulta chiarissimo dagli studi compiuti del secolo scorso da un grande economista non adeguatamente apprezzato, Hyman Minsky. Egli ha dimostrato come lo sviluppo di una sempre pi ampia, articolata e complessa strumentazione finanziaria, da un lato sia non un semplice artificio, ma una necessit dello sviluppo capitalistico, e, come, per, dall'altro lato, sia l'elemento generativo delle sue crisi sempre pi devastanti[3]. Sulla base di questa analisi si pu capire come, nella prospettiva di un'economia della decrescita, non possa essere accettato lo sviluppo di una finanza sovrapposta all'economia reale, ancorch utilmente tassata, e come, d'altra parte, la scomparsa di tale finanza faccia precipitare la crisi dell'economia della crescita, e costituisca, quindi, un elemento decisivo per l'avvio della decrescita. Si tratta, in sostanza, di proibire legislativamente tutto il sistema degli strumenti finanziari derivati e delle operazioni ad alta leva finanziaria. Basterebbe, per una tale proibizione, ritornare alle legislazioni bancarie e finanziarie esistenti fino alle soglie degli anni Novanta, da cui il cosiddetto sistema bancario ombra stato esentato con una serie di disposizioni specifiche (negli Stati Uniti, ad opera dell'amministrazione Clinton). Occorre, poi, come si detto, un passaggio dalle imposte sul reddito a quelle sul patrimonio. Le imposte sul reddito non sono lo strumento pi adatto per trarre risorse dalle classi ricche, perch ormai esistono molti modi per eluderle col rendere difficile laccertamento del reddito. E vero che esistono pure molti modi per occultare i patrimoni, ma una tassa sul patrimonio presenta i seguenti vantaggi: in primo luogo, spesso il patrimonio ha una natura fisica (ville, yacht) che lo rende pi difficile da occultare. In secondo luogo, se anche un patrimonio mobile pu essere occultato, comunque pi difficile occultare un grosso patrimonio rispetto a un reddito; infine, una volta individuato un grosso patrimonio, esso non pu pi sparire da un anno allaltro e ad esso si pu quindi ritornare negli anni successivi, mentre un reddito, per esempio di un libero professionista o di un imprenditore, pu variare grandemente da un anno allaltro. Unimposta sul patrimonio, per avere effetti redistributivi, deve essere globale (cio riguardare tutto il patrimonio) e ordinaria (cio permanente). Date queste caratteristiche, laliquota pu e deve essere molto bassa (non maggiore dell1 per cento). Sar soprattutto questa tassa patrimoniale a finanziare i salari dei nuovi assunti dallo Stato, combattendo cos la disoccupazione indotta dalla decrescita. Unultima fonte di entrate per lo Stato, da indirizzare alle nuove assunzioni, potr infine venire dalla diminuzione di numerosi capitoli di spesa: le spese militari (in particolare quelle per le missioni militari allestero), i costi della casta politica, che devono diminuire tagliando il numero di membri della casta e diminuendone grandemente gli emolumenti, e soprattutto i costi della corruzione in cui sono coinvolti politici e imprenditori. Passiamo adesso allultima questione che affrontiamo in questo scritto. Quale tipo di occupazione dovrebbe essere organizzata dallo Stato con le risorse recuperate nei modi sopra

6 descritti? Qui si vede come la transizione alla decrescita si differenzi dal contrasto alla recessione tipico delle politiche economiche indirizzate allo sviluppo. Infatti, da un punto di vista di lotta alla recessione, se si sceglie di adottare una politica keynesiana di sostegno statale alloccupazione, non ha molta importanza quale sia loccupazione che viene finanziata. Dal punto di vista della decrescita la cosa invece molto importante. E chiaro che bisogner finanziarie quelle forme di occupazione che servono a indirizzare la societ nella direzione della decrescita. Per far questo, per, dobbiamo avere unidea delle trasformazioni economiche attraverso le quali soltanto pu dispiegarsi una societ della decrescita. E nostra opinione che una societ della decrescita possa sorgere a partire dallattuale societ della crescita grazie alla creazione di una estesa rete di servizi sociali pubblici e gratuiti, che sarebbe allinizio finanziata dallo Stato, nei modi sopra indicati. Il punto fondamentale sta nel fatto che tali servizi sociali diventerebbero parte del reddito reale dei cittadini, e questo permetterebbe di mantenere relativamente basso il loro reddito monetario. Cos, se ciascuno avesse a disposizione, offerti gratuitamente dallo Stato, servizi come trasporti, assistenza sanitaria, luoghi di ricreazione e svago come palestre e parchi, e cos via, non avrebbe bisogno di incrementare il proprio reddito monetario per pagarsi quei servizi. E poich una parte notevole della popolazione sarebbe coinvolta nella produzione di questi servizi, un tale sistema di Welfare State decrescista potrebbe venire sempre pi attivato da uno scambio non mercantile di servizi, appunto secondo le idee fondamentali della decrescita. Diventando cos un elemento di una organizzazione sociale fondata sulla decrescita, questa rete di servizi sociali si inscriverebbe allinterno di una rete pi vasta di scambi non mercantili, riducendo quindi progressivamente le necessit del finanziamento. I lavori pagati dallo Stato, allinizio del periodo di transizione, dovrebbero indirizzare la societ in questa direzione. Cos una grande opera di manutenzione e rafforzamento della rete ferroviaria (che andrebbe naturalmente rinazionalizzata) dovrebbe favorire il passaggio dal trasporto privato al trasporto pubblico, mentre una grande lavoro di riadattamento del patrimonio edilizio, assieme al suo miglioramento in termini di consumi energetici, permetterebbe di offrire a tutti i cittadini case ad elevato risparmio energetico senza ulteriori consumi di territorio. La produzione automobilistica, per fare un altro esempio, dovrebbe essere riconvertita alla produzione di mezzi per il trasporto pubblico, che sarebbero poi venduti alle amministrazioni locali: in questo modo non si ha in senso proprio decrescita (si tratta pur sempre della produzione e della vendita di una merce, lautobus invece dellauto, e di lavoratori che vengono pagati con un salario monetario), ma si creano le condizioni per una politica di decrescita come offerta di trasporto pubblico gratuito in sostituzione del trasporto privato. Le linee generali che abbiamo fin qui tracciato indicano sono, naturalmente, solo idee generali, che avrebbero bisogno di essere discusse e articolate. Si potrebbe partire da qui per impostare il confronto, che noi giudichiamo necessario, fra i teorici della decrescita e gli economisti critici dellortodossia neoliberista. Genova-Pisa, gennaio 2011.
[1] Le unit di misura ovviamente non contano in questo che un semplice esempio immaginario: 100 unit monetarie possono essere 100 mila o cento milioni di euro, 10 unit di lavoro possono essere 10 o 10 mila lavoratori. [2] Tutto questo, come si detto, vale a parit di altre condizioni, in particolare nellipotesi che i due gruppi di imprese presentino la stessa intensit di lavoro. Questa ipotesi pu essere falsa in casi specifici, ma a noi interessano gli effetti macroeconomici, quindi il dato aggregato, e a questo livello ci sembra non ci siano ragioni per pensare che le imprese ecologiche presentino una maggiore intensit di lavoro. [3] Si veda per esempio H.P. Minsky, Keynes e l'instabilit del capitalismo, Bollati Boringhieri 2009 (ed. or. 1975).