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Berlusconi, fascismo, antifascismo


Scritto da M. Badiale - M. Bontempelli - Gioved 06 Ottobre 2011 20:09 Pensieri lunghi ( http://www.megachip.info/component/content/category/32-pensieri-lunghi.html )

Un saggio di Marino Badiale e Massimo Bontempelli. Il saggio inedito che proponiamo qui di seguito ha il respiro, il passo e la corposit di un libro. Possiamo definirlo cos, possiamo dire che lultimo libro nato dalla feconda collaborazione di Marino Badiale e Massimo Bontempelli, interrottasi con la recente scomparsa di quest'ultimo.Si tratta di una riflessione spiazzante nata un anno fa, quando si coglieva gi la crisi irreversibile di un quindicennio, che in modi diversi dal famoso Ventennio ha segnato una nuova drammatica autobiografia della nazione.La situazione italiana si nel frattempo modificata, ma le riflessioni storiche e politiche di fondo contenute nel saggio sono attualissime, e molto utili alla vigilia di una stagione politica che romper gli schemi. Buona lettura.

Berlusconi, fascismo, antifascismo - Un saggio di Marino Badiale e Massimo Bontempelli.

2 1. Introduzione.
Lautunno del 2010 verr ricordato come linizio dellautunno o del tramonto di Berlusconi. Il segnale pi evidente di questo tramonto forse lattacco che i giornali da lui dipendenti hanno sferrato, allinizio di ottobre, contro Emma Marcegaglia, presidente della Confindustria. Si tratta evidentemente di una mossa disperata, dovuta allincapacit da parte di Berlusconi di gestire i problemi e gli scontri interni ai ceti dominanti italiani. E del tutto ovvio che egli non pu permettersi, senza minare le basi del suo potere, di attaccare i poteri rappresentati dalla Confindustria, e di portare lo scompiglio e linsicurezza fra gli stessi vertici del potere reale nel nostro paese.Il ciclo degli ultimi quindici anni della vita italiana, dominato, sul piano dellimmaginario diffuso, dalla discesa in campo di Berlusconi e dallantiberlusconismo delle sinistre, ha segnato lo sprofondare del nostro paese in una declino sociale, civile e morale che si tradotto in una ulteriore perdita di diritti dei lavoratori, in un costante abbassamento del reddito reale dei ceti medi e bassi, nella disgregazione del tessuto connettivo del paese, nel diffondersi della corruzione, nel controllo da parte della criminalit organizzata di vaste zone del territorio nazionale.Si tratta di fenomeni che stanno ormai mettendo in pericolo la coesione sociale e lunit politica del paese.Chi voglia opporsi a questa decadenza deve elaborare una interpretazione chiara e convincente di quanto sta accadendo, e noi intendiamo cominciare. Nel fare questo tenteremo di rispondere a tre domande. La prima: Berlusconi rappresenta un effettivo pericolo per la democrazia? E possibile cio che, di fronte alla prospettiva della propria definitiva sconfitta, Berlusconi tenti la carta di una eversione della democrazia? La seconda: se si ammette il pericolo di una dittatura berlusconiana, ha senso allora parlare del berlusconismo come di una forma di fascismo? E infine ha senso, per combattere un tale fascismo berlusconiano, proporre lo schema dellunit antifascista fra tutte le forze che si oppongono a Berlusconi? Si tratta, come evidente, di domande alle quali necessario rispondere se si vuole elaborare una strategia politica che blocchi la decadenza del nostro paese e allontani lo spettro della dissoluzione politica, sociale e morale della nazione italiana. Per chiarezza, anticipiamo subito le nostre risposte a queste tre domande. In primo luogo, riteniamo che Berlusconi rappresenti davvero un pericolo per la democrazia, e che la possibilit di una dittatura berlusconiana non sia esclusa. In secondo luogo, riteniamo che tale dittatura non avrebbe nulla di fascista, e che non avrebbe quindi senso proporre lo schema dellunit antifascista contro di essa. Nel seguito cercheremo di argomentare queste tesi.

2. Feudalit criminale.
La realt sociale e politica dellItalia di oggi espressione di fenomeni generali che fanno parte della fase attuale del capitalismo, ma possiede anche una sua specificit, legata sia ad aspetti storici di lunga durata sia alle dinamiche politiche degli ultimi anni. Volendo descrivere alcune di queste caratteristiche generali del mondo contemporaneo, abbiamo in passato usato le espressioni capitalismo assoluto o totalitarismo capitalistico[1]. Con esse intendiamo indicare il fatto che il rapporto sociale capitalistico divenuto assoluto, cio non ammette pi nessuna (relativa) autonomia di istituzioni non economiche. Lo Stato diventa unazienda, gli ospedali e le scuole diventano aziende, le stesse pi intime relazioni umane devono venir gestite in termini aziendali. Questo totalitarismo ha come ovvio effetto lo svuotamento di ogni senso della politica. Se ogni decisione sulleconomia imposta dai mercati e tolta alla politica, questultima si riduce ad una attivit vacua e autoreferenziale. E questo esattamente quello che succede: in tutto il mondo del capitalismo avanzato il ceto politico tende a non incidere minimamente sulla realt sociale, che abbandonata alle dinamiche delleconomia capitalistica. La politica in sostanza deve solo garantire la dinamica economica da ogni interferenza contraria, e raggiunge questo risultato appunto con la propria autoreferenzialit che la rende impermeabile alle sofferenze e ai conflitti che la dinamica economica fa sorgere nella societ. In cambio di questa garanzia il ceto politico pu vivere parassitariamente a spese della ricchezza sociale.

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Questa configurazione della realt sociale vale per tutto il mondo occidentale. Ad essa si aggiungono per, in Italia, quelle specificit alle quali abbiamo sopra accennato. Per comprenderle, occorre partire dal fatto che in Italia vi una tradizione storica per la quale la politica una forma abbastanza diffusa di sbocco occupazionale dei ceti medi. Le origini di questa particolarit storica andrebbero probabilmente ricercate nel modo stesso in cui si sviluppato in Italia il capitalismo industriale, con un forte intervento statale, ma per non andare cos lontano baster ricordare come questo aspetto della politica in Italia sia stato molto visibile durante il fascismo: Mussolini riusc infatti a neutralizzare gli aspetti pi eversivi del movimento fascista, e a fare del Partito fascista una semplice cassa di risonanza propagandistica della sua gestione per via burocratica dello Stato, grazie alla trasformazione dei quadri fascisti in funzionari stipendiati di enti statali o dello stesso Partito Nazionale Fascista. Se nellimmediato dopoguerra questo processo conosce una battuta darresto, perch il ceto politico emerso dalla Resistenza esprime una cultura diversa, esso per riprende rapidamente con la creazione degli apparati dei vari partiti di massa. Lepisodio emblematico di tale processo lo scontro che nella DC, poco prima della morta di De Gasperi, vede protagonisti lo stesso De Gasperi e Fanfani. Questultimo vuole in sostanza che il partito si crei una base elettorale indipendente dalla Chiesa, e per questo ha bisogno di un ceto di funzionari stipendiati che viene creato sfruttando le risorse occupazionali dellamministrazione pubblica. Gli altri partiti di massa della Prima Repubblica imiteranno il modello democristiano. A partire da queste premesse, attraverso una dinamica storica che sarebbe troppo lungo ricostruire qui, siamo arrivati alla situazione attuale, nella quale il ceto politico italiano appare come uno dei pi estesi, dei pi corrotti e dei pi rapaci dellintero mondo occidentale. Questo particolare fenomeno si deve alla sostanziale impunit di cui la corruzione politica ha potuto godere in Italia, con leccezione di pochi casi isolati e del momento storico di Mani Pulite. Le ragioni di questa sostanziale impunit stanno probabilmente in aspetti di lunga durata dellItalia, che da molto tempo sono stati indicati allattenzione pubblica (mancanza di senso dello Stato, familismo amorale). Il punto che qui vogliamo sottolineare che, in presenza di una occupazione delle strutture pubbliche da parte dei partiti, la sostanziale impunit della corruzione genera un ceto politico che si espande sempre di pi. Infatti, in mancanza di repressione dei comportamenti illegali, la forza di cui ciascun politico dispone nelle lotte per il potere direttamente proporzionale alle dimensioni delle propria corte di clienti. Il progressivo estendersi di queste corti clientelari, dovuto anche al progressivo venire meno, in larga parte dellopinione pubblica, di ogni tipo di resistenza alla corruzione generalizzata, crea alla fine un problema di risorse. Le stesse risorse statali diventano insufficienti e il ceto politico, per finanziarsi, si introduce nel mondo delleconomia, non ovviamente per dirigerla o indirizzarla (il che sarebbe in contrasto, come dicevamo allinizio, con la natura stessa della politica contemporanea), ma per diventare mediatore daffari e lucrare guadagni. Questo avviene in tanti modi diversi, per esempio grazie al controllo del territorio di cui dispone il politico e al fatto che necessaria la sua mediazione per mettere in opera progetti di costruzioni di un tipo o dellaltro, oppure grazie alla possibilit per il politico di far saltare agli imprenditori amici le lungaggini burocratiche effettivamente presenti in Italia. Il fenomeno Berlusconi si inserisce in questa dinamica e ne rappresenta la summa perfetta. La sostanza del fenomeno Berlusconi ci sembra infatti la seguente: Berlusconi riuscito a scalare tutti i gradini del potere economico e politico perch ha saputo trarre decisivi vantaggi competitivi da una sistematica e sfacciata violazione di ogni regola esistente. Negli anni Sessanta era soltanto un palazzinaro di modeste risorse, a cui spesso difettavano i denari da investire in nuove costruzioni. Bench partito da questa modesta base economica, negli anni Settanta diventato il pi grande imprenditore edile milanese, perch non ha rispettato quasi nessuna regola dell'attivit edilizia legale, e perch i suoi cantieri hanno veicolato capitali della mafia siciliana. Berlusconi non era un mafioso, ed all'inizio stato piuttosto ricattato dalla mafia palermitana dei Bontade, ma questo rende ancora pi significativo il fatto che egli si sia affermato violando le regole, perch lo ha fatto sfruttando una situazione esistente che gli consentiva di farlo. Negli anni Ottanta diventato il pi grande imprenditore televisivo italiano perch ha violato le regole allora esistenti sull'emittenza televisiva, sancite addirittura da una sentenza della Corte Costituzionale del 1976. Anche in questo caso, lo ha fatto perch poteva farlo, in quanto era protetto dal governo sfacciatamente corrotto di Bettino Craxi, al quale in cambio offriva il sostegno delle sue televisioni. Negli anni Novanta, prima ancora di presentarsi alle elezioni con un suo partito, ha manovrato grandi risorse finanziarie (senza le quali non avrebbe potuto primeggiare anche in politica) grazie a molteplici illeciti finanziari e a massicce evasioni fiscali, sfruttando la nota tolleranza dello Stato italiano verso gli evasori. L'intera vicenda mostra che Berlusconi non l'uomo che ha inventato i mali italiani, ma quello che ha saputo trarne il massimo vantaggio, e che, di conseguenza, ha contribuito ad aggravarli e diffonderli. Berlusconi, in altre parole, emerso ai vertici del potere italiano

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sull'onda di un preesistente e contestuale sviluppo, nel nostro paese, di un capitalismo mafioso associato ad uno Stato debole. Parliamo di capitalismo mafioso non nel senso stretto della parola, cio di un capitalismo i cui capitali provengano dai guadagni delle attivit della criminalit organizzata, ma in un senso pi lato e significativo. Pu considerarsi mafioso un capitalismo predatorio di risorse pubbliche, di cui ci si appropri, al di fuori di ogni regola pubblica, uscendo vittoriosi dagli scontri tra contrapposti interessi privati. Per il capitalismo mafioso cos inteso essenziale un controllo sulla politica, per controllare la concessione degli appalti e l'erogazione della spesa pubblica. Ci presuppone, a sua volta, uno Stato debole, dove per debole si intende qui politicamente incapace di dettare e far rispettare regole generali che disciplinino il perseguimento degli interessi economici particolari. L'egemonia politica di Berlusconi quindi stata espressione dell'ascesa al potere di una serie di potentati affaristici interni al capitalismo mafioso nell'accezione suddetta. Alla luce di questo contesto dell'egemonia politica di Berlusconi, appare chiaro il motivo profondo del suo attuale tramonto. Nessun regime istituzionale, infatti, pu reggersi di fronte alla violazione totale e sistematica di ogni vincolo di natura pubblica. Ogni regime conosce fenomeni pi o meno estesi di illegalismo rispetto ai suoi propri principi di legalit. Se per l'arbitrio dei suoi poteri diventa l'unico principio regolatore dei rapporti economici e sociali, l'organizzazione sociale e politica si sfalda alla fine, necessariamente, in una arena di feudi affaristico-criminali in reciproco conflitto almeno potenziale. Il capitalismo mafioso, inteso nel senso lato sopra indicati, si evolve quindi in una sorta di feudalesimo criminale. La realt dei ceti dominanti oggi in Italia, al tramonto di Berlusconi, si presenta quindi come una labile confederazione di potentati politico-imprenditoriali, in continua lotta per le risorse da accaparrare. Il sostanziale illegalismo di questi potentati esprime il carattere fortemente instabile della situazione. Un rispetto (sempre parziale e relativo) della legalit significa infatti, per i ceti dominanti, le protezione dagli effetti altrimenti devastanti dei loro conflitti. Lillegalismo significa che nessuna regola rispettata e in questa situazione nessuna configurazione del potere pu essere protetta. Tutto ci crea per la democrazia italiana un pericolo di tipo nuovo. Linsieme di questo mondo della corruzione politico-imprenditoriale ha bisogno di un potere politico che renda intoccabile la corruzione rendendo inoffensive e inoperanti le varie forme di controllo di legalit degli atti sociali. Poich questo non si pu fare allinterno del quadro delle regole di uno Stato di diritto, appare evidente che il mondo della corruzione politico-imprenditoriale rappresenta la base sociale di una possibile dittatura. Le caratteristiche di questa dittatura sarebbero naturalmente diverse da quelle delle dittature del Novecento. Invece di attivizzare le masse inquadrandole nei ranghi del Partito-Stato, la nuova dittatura cercherebbe la completa riduzione dei cittadini a fruitori passivi dello Spettacolo. E lobiettivo unificante di una tale dittatura non sarebbe n la gloria della Nazione n la Rivoluzione Proletaria, ma labbattimento di tutti i poteri di controllo sulla corruzione dei potenti. Si tratterebbe inoltre, come abbiamo accennato sopra, di una dittatura poco stabile, perch basata su potentati in feroce lotta fra di loro per le risorse. Una tale dittatura non verrebbe realizzata attraverso una presa violenta del potere (la marcia su Roma) ma attraverso lo stravolgimento del normale funzionamento dei meccanismi istituzionali. La Costituzione della Repubblica Italiana prevede infatti, come tutte le Costituzioni liberaldemocratiche, meccanismi di controllo che impediscono ad una maggioranza governativa di eccedere i limiti stabiliti del proprio potere e di conculcare i diritti della minoranza e dei cittadini in genere. Si tratta dei meccanismi che oggi vengono comunemente indicati con la formula inglese dei checks and balances. Il punto che nella nostra Costituzione tali meccanismi sono strettamente collegati al fatto che i Padri costituenti avevano immaginato per lItalia un meccanismo elettorale di tipo proporzionale, nel quale quindi un singolo partito aveva scarse possibilit di conquistare larghe maggioranze. Dato questo punto di partenza, la principale forma di controllo inserita nella nostra Costituzione legata al fatto che una serie di meccanismi cruciali per lequilibrio istituzionale (elezione del Presidente della Repubblica, cambiamenti della Costituzione), richiedono larghe maggioranze e quindi, allinterno di un meccanismo di voto proporzionale, richiedono laccordo fra forze diverse, rendendo quindi difficile che la singola forza politica possa occupare tutti questi punti nevralgici. Lo stravolgimento del sistema elettorale italiano, con labolizione del meccanismo proporzionale, ha eliminato questi delicati meccanismi di controllo, rendendo quindi possibile uno stravolgimento della Costituzione operato senza formalmente trasgredirla. Si pu infatti pensare ad una elezione che venga largamente vinta da Berlusconi e che dia vita ad un Parlamento largamente sotto il suo controllo, che lo elegga Presidente della Repubblica e che gli sottometta la maggioranza dei giudici della Corte Costituzionale. In tale situazione il Parlamento potrebbe votare qualsiasi legge che stravolga totalmente la nostra Costituzione ed essa verrebbe approvata sia dal Presidente della Repubblica sia dalla Corte Costituzionale. Esiste la possibilit che Berlusconi diventi il dittatore di una tale dittatura. Non lo scenario secondo noi pi probabile, nella situazione odierna (autunno 2010). E infatti evidente che i ceti dominanti italiani hanno deciso di liberarsi del personaggio Berlusconi, ed pure evidente che egli non gode dellappoggio degli Stati Uniti, che hanno sempre giudicato negativamente i suoi rapporti con la Russia di Putin. Pur non essendo leventualit pi probabile, la dittatura berlusconiana comunque una possibilit. Berlusconi si trova infatti in una situazione nella quale non esiste per lui alternativa tra una discesa nella rovina politica e personale e unascesa allesercizio di una dittatura di fatto.

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E ovvio come in una tale situazione tutti i suoi comportamenti pubblici siano suscitati da una pulsione incoercibile a stravolgere ogni regola costituzionale che si frapponga come ostacolo allascesa. Se tale stravolgimento fosse portato a compimento, ci ritroveremmo nella situazione appena indicata, con questuomo superficiale, vacuo, privo di ogni base culturale e senso dello Stato, nellalto seggio di Presidente della Repubblica, circondato da un parlamento con una maggioranza disposta a fare tutte le leggi da lui volute, e da una Corte Costituzionale riempita di membri da lui dipendenti, e mai disposta, quindi, ad abrogare le sue leggi anche se palesemente incostituzionali. La situazione attuale di Berlusconi mostra una certa analogia con quella di Mussolini nel 24, allindomani dellomicidio Matteotti. Anche in quel caso, vi erano evidenti segni di un inizio di sfaldamento del partito di regime, con passaggi allopposizione di diversi suoi esponenti. Anche il quel caso, la tensione politica era accentuata da problemi giudiziari del capo del governo (Mussolini aveva ricevuto tangenti dalla ditta petrolifera Sinclair Oil, una controllata della Standard Oil). Anche in quel caso, in sostanza, il capo del governo si trovava costretto alla scelta fra la rovina politica e personale e labbattimento delle regole democratiche con conseguente creazione di una dittatura personale. Sappiamo come finirono le cose allora. Oggi, lunico esito che potrebbe salvare Berlusconi sarebbe la creazione di una dittatura, nelle forme sopra indicate. Una simile dittatura sarebbe nata da, e si eserciterebbe su, una societ eticamente collassata, tenuta insieme dai circuiti del consumismo e dello spettacolo, con una parte della popolazione sempre pi privata di lavori, redditi, consumi e servizi, e quindi sempre pi marginalizzata dai processi sociali e ridotta ad elemento della loro disgregazione, ed unaltra parte della popolazione capace di ottenere e consumare risorse attraverso meccanismi corruttivi. La questione di fondo per voglia combattere contro la dissoluzione dellItalia sta per in questo: anche se leventualit di una dittatura berlusconiana non dovesse verificarsi, e Berlusconi fosse costretto a uscire di scena in un modo o nellaltro (e questo, ripetiamo, ci che riteniamo pi probabile), il sistema di feudalesimo criminale che ha portato al potere Berlusconi non verrebbe intaccato, e il pericolo che esso rappresenta per lItalia non verrebbe scalfito. Dallanalisi che abbiamo sopra svolto si possono infatti trarre precise indicazioni per il futuro, che sono le seguenti. In primo luogo, la fine dell'egemonia politica di Berlusconi non rappresenter alcun indebolimento di quel capitalismo mafioso su cui la sua egemonia stata costruita. Le forze sociali costitutive del berlusconismo rimarranno forti ed operanti come prima. In secondo luogo, le tensioni interne al capitalismo mafioso che sono all'origine del tramonto di Berlusconi non verranno attenuate, ma si riproporranno addirittura accentuate, sia per il crescente morso della crisi economica, sia per l'uscita di scena di Berlusconi. Fino ad ora, infatti, tali tensioni sono state attenuate proprio perch si sono trasferite sul personaggio Berlusconi, creando l'illusione prima che potessero essere regolate in maniera soddisfacente dal suo potere arbitrale, poi, che, rimosso Berlusconi, sparirebbero diversi problemi creati soltanto dai suoi interessi personali. Naturalmente non sar cos. Dopo Berlusconi continueranno come prima, ed anzi pi di prima, gli scontri fra cordate affaristico-mafiose prive delle risorse con cui soddisfare la fame di tutte, e tra gruppi sociali sempre pi estesi investiti dal malessere sociale. Assisteremo ad uno sgranarsi di episodi di guerra civile strisciante, non tra partiti o ideologie, ma tra gruppi sociali e territoriali. In terzo luogo, i governi che succederanno a quelli di Berlusconi potranno essere molto pi decenti e presentabili sul piano interno e internazionale. Il loro modo di operare all'interno dei palazzi del potere sar certamente meno scorretto, sguaiato e indecente di quello dei ministri dell'epoca berlusconiana. Tuttavia non saranno assolutamente in grado, per ragioni che qui sotto molto succintamente esponiamo, di contrastare la virulenza e la proliferazione del capitalismo mafioso che sta divorando l'Italia, e quindi di arrestare i processi di decadenza civile e sociale del paese. L'errore pi grave che si possa commettere in questa situazione infatti quello di considerare ragionevole che forze interne all'attuale ceto politico possano, dopo aver scalzato Berlusconi, invertire lattuale tendenza alla decadenza. Si tratta di un'illusione ottica creata da una forte e naturale pressione emotiva: cosa pu esserci di peggio di un Berlusconi che capovolge la situazione e riconquista governo e maggioranza? Cosa ci pu essere di pi orrendo di una maggioranza parlamentare che elegga Berlusconi presidente della Repubblica, e quindi custode e garante della Costituzione? Cosa ci pu essere di pi pericoloso di una dittatura berlusconiana sulla vita politica del paese? Questi esiti appaiono cos ripugnanti ad ogni persona sensata da far pensare che valga la pena, pur di evitarli, di promuovere alla guida del governo persino capi politici come Bersani, Rutelli, Casini e Fini. Chiunque, insomma, andrebbe bene purch Berlusconi uscisse dalla scena. Se ci si affida alla razionalit si pu capire quanto questa impostazione sia sbagliata. Per comprenderlo facciamo un passo indietro nella storia di questo paese. Berlusconi ha conquistato la guida del governo

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una prima volta con le elezioni del marzo 1994, sull'onda di un sostegno popolare assai vasto, che aveva per il suo asse portante nelle forze e nelle capacit di influenza del capitalismo mafioso. Ci nonostante il suo governo durato soltanto dieci mesi, e nel 1995 l'evoluzione della vita politica italiana sembrava averlo messo definitivamente da parte. Il suo ritorno alla guida del governo nel 2001, con maggiore stabilit e pi penetranti poteri, avvenuto perch negli anni Novanta il capitalismo mafioso si rafforzato e maggiormente diramato nel paese. In quegli anni, per, non ha governato la destra, ma il centro-sinistra, con maggioranze estese fino a Rifondazione comunista. La logica implicazione di ci che i governi di centro-sinistra non hanno contrastato, ma anzi favorito, lo sviluppo delle forze sociali a cui Berlusconi apparteneva e da cui traeva sostegno. Sei anni di governi con maggioranze di centro-sinistra, dunque, hanno concimato il terreno per i successivi trionfi berlusconiani. N difficile trovare fatti che costituiscano prove decisive di ci che abbiamo visto implicato dalla stessa logica dell'intera vicenda. Secondo il senso comune di sinistra, uno dei migliori governi dell'epoca stato quello diretto da Carlo Azeglio Ciampi. Non c' dubbio che Ciampi sia una persona sobria ed individualmente per bene (lontanissimo dall'indecenza dei berluscones), e tuttavia stata la sua legge bancaria, emanata con decreto legislativo del 1 settembre 1993, ad aprire alle banche le praterie delle acquisizioni azionarie di societ industriali e delle speculazioni finanziarie, fornendo cos un alimento decisivo allo sviluppo del capitalismo mafioso. Ed stato il decreto-legge di Ciampi del 24 settembre 1993 a sancire che per le privatizzazioni che stavano per essere avviate non dovessero valere le regole della contabilit generale dello Stato, aprendo la strada alle svendite sottocosto e corruttive dei beni pubblici. Grazie a questa legge l'IRI di Romano Prodi ha potuto consegnare a prezzi irrisori, alla fine del 1993, una delle maggiori banche pubbliche italiane, il Credito Italiano, a una cordata di finanzieri italiani e stranieri (che l'hanno pagata in parte con danaro prelevato dalla banca stessa), dando cos una spinta decisiva ad una finanziarizzazione dell'economia funzionale allo sviluppo del capitalismo mafioso. Il primo governo Prodi, uscito dalle elezioni del 1996, che nel senso comune della sinistra passa come uno dei migliori governi dell'ultimo ventennio, ha dato il massimo impulso alla finanziarizzazione dell'economia ed al capitalismo mafioso con la sciagurata privatizzazione della STET nel 1997, senza la quale non avrebbe potuto verificarsi, anni dopo, il saccheggio della Telecom da parte di Tronchetti Provera, e l'uso della Telecom stessa per finalit illecite. Naturalmente ognuno di questi punti, e diversi altri ancora, andrebbero analizzati pi in dettaglio, cosa che qui non sensato fare[2]. Quel che vogliamo dire che l'epoca dei governi del centro-sinistra degli anni Novanta non ha favorito la rinascita di Berlusconi soltanto in quelli che sono considerati dall'opinione pubblica di sinistra i suoi errori (il non aver affrontato la questione del conflitto d'interessi di Berlusconi ed averlo legittimato come padre costituente nella Bicamerale di D'Alema), ma l'ha favorita anche e soprattutto con tante scelte di promozione del capitalismo mafioso che quell'opinione pubblica di centrosinistra ha voluto dimenticare. Berlusconi, sconfitto alle elezioni del 2006, tornato al governo pi prepotente di prima dopo altri due anni di governo Prodi. Insomma, ogni volta che ha governato il centro-sinistra, non ha fatto che preparare la strada al ritorno di una destra ancora pi incarognita. Tutto ci dipende dal fatto che il ceto politico di centro-sinistra non ha, per ragioni che tra poco diciamo, i mezzi culturali, le competenze, e le intenzioni concrete, di modificare le linee di tendenza dello sviluppo socio-economico. Ma se queste tendenze non vengono modificate, l'Italia non pu che precipitare sempre pi nel baratro. In maniera del tutto indipendente dal fatto che chi la dirige sia una personalit indecente come Berlusconi, o una personalit pi o meno presentabile o addirittura soggettivamente in buona fede. La lotta contro Berlusconi inutile se non pone al centro dellagenda la bonifica del terreno da cui nasce il berlusconismo, cio il terreno della dilagante corruzione politico-imprenditoriale. Se non si bonifica questo terreno, leventuale caduta di Berlusconi non risolver nulla, e i fenomeni degenerativi che ora associamo al nome di Berlusconi si riprodurranno in seguito a percorsi oggi imprevedibili. Torniamo alla situazione del nostro paese. L'Italia sta precipitando in un baratro spaventoso perch disfatta da un triplice collasso: della sua coesione sociale (crescenti ineguaglianze di reddito, devastante precarizzazione del lavoro e della vita, assenza di tutele sociali), del suo territorio (inquinamento dell'aria, dei suoli e delle acque, dissesto idrogeologico, invasione dei rifiuti), e della sua vita civile (corruzione generalizzata e capillare, giustizia lenta e costosa, mancanza di senso morale nelle relazioni sociali, inversione tra meriti e demeriti). L'esito pi probabile di futuri governi (siano essi governi ancora berlusconiani oppure no) sar, quindi, un caos sempre pi accentuato e la deriva del paese, magari pi lenta, verso la condizione di una specie di Somalia pi sviluppata e meno insanguinata. Sicuramente non questo l'esito gradito ai poteri che si sono ora orientati a scalzare Berlusconi ed a favorirne la successione. Per tali poteri, per, l'unica opzione confacente ai propri interessi, e praticabile di fronte allattuale crisi economica, quella di salvare se stessi e abbandonare i ceti medi e bassi alla devastazione sociale. Al di l delle loro intenzioni, quindi, essi produrranno tale esito. Su un periodo pi lungo, questa opzione non potr essere gestita all'interno delle forme istituzionali, anche soltanto esteriori, che hanno contrassegnato

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l'Italia del secondo dopoguerra. Lo sbocco finale di questa strada, se fosse percorsa per intero, sarebbe quindi uno stravolgimento autoritario che farebbe passare l'Italia da una specie di Somalia ad una specie di Cina, dove un potere forte verso i deboli e gerarchicamente coeso al suo interno, impone regole limitatrici degli scontri di potere ai vertici, e promotrici di uno sfruttamento feroce delle classi lavoratrici. In sostanza, se non interviene una decisa rivolta del popolo italiano contro gli attuali ceti dominanti, le uniche prospettive che abbiamo di fronte sono, nel breve periodo, quella di una dittatura berlusconiana da una parte e di governi antiberlusconiani, ma incapaci di arrestare la decadenza del paese, dallaltra. Nel medio-lungo periodo entrambe queste opzioni porteranno, per strade diverse, ad una soluzione di tipo cinese. Lo scenario che abbiamo fin qui delineato chiaramente uno scenario da incubo, nel quale viene messa in questione la stessa sopravvivenza della societ italiana. Ma questo incubo non fascismo. Per capire questo punto, e discutere le altre questioni di cui abbiamo accennato allinizio, dobbiamo adesso discutere cosa debba intendersi per fascismo.

3. Cos il fascismo?
Che cosa stato il fascismo? La ricerca di una risposta a questa domanda stata naturalmente viva fin dal sorgere del fascismo. Alcune delle pi note risposte ad essa contengono elementi di verit che possono essere valorizzati pur allinterno di una critica degli aspetti parziali ed insufficienti di tali risposte. Secondo Benedetto Croce, il fascismo una malattia morale che ad un certo momento ha colpito il popolo italiano, degradandone progressivamente autonomia di pensiero, sentimenti di solidariet, percezione della realt. E vero, ma troppo vago. Quale malattia? Per fare un paragone medico, c unenorme differenza tra un malato di cuore e un malato di fegato, e dire di uno qualsiasi dei due che stato colpito da una malattia fisica non determina tale malattia in maniera adeguata. Lattribuzione di una malattia ad un organismo sociale, poi, pu valere come criterio interpretativo soltanto se include la sua genesi ed il suo meccanismo di propagazione. Secondo Piero Gobetti, il fascismo il venire a galla di tutti i vizi atavici diffusi nella societ italiana (conformismo, disinteresse per la verit delle cose, indifferentismo etico, schiena piegata ai potenti di turno, volubilit di comportamenti, volgarit di stile comportamentale) ed il loro coagularsi in un intreccio autoritario di potere. E vero, ma di una verit parziale, perch illumina soltanto il fascismo italiano (Gobetti morto prima di poter conoscere altri fascismi) e soltanto un lato di esso. Rimane non illuminato laltro lato del fascismo, la sua novit storica, senza la quale non si capisce lo stesso coagularsi in unit degli antichi vizi. Secondo i marxisti dellepoca, il fascismo una controrivoluzione preventiva della borghesia rispetto ad una rivoluzione proletaria non ancora avvenuta, ma gi preannunciata dallOttobre russo. E vero, ma fuorviante, in primo luogo perch lascia indeterminata una caratterizzazione essenziale della novit storica del fascismo, vale a dire la forma specifica della controrivoluzione preventiva, senza la quale un dittatore fascista non si distingue da un dittatore poliziesco tradizionale, in secondo luogo perch sottintende la creazione del fascismo da parte della grande borghesia capitalistica, che invece lo ha soltanto piegato ai suoi scopi dopo la sua formazione ed il suo primo sviluppo. Per Luigi Salvatorelli il fascismo lautoidentificazione politica di ceti medi in declino ottenuta come autoaffermazione compensatoria sul piano istituzionale di un arretramento su quello socioeconomico. Limportante acquisizione veritativa di intestare il fascismo non alla grande borghesia capitalistica, ma ai ceti medi e piccolo-borghesi, e di comprenderlo come una loro politicizzazione al di fuori delle vecchie categorie politiche, qui bilanciata dallerrore di intenderlo come manifestazione reattiva al loro declino, mentre successive ricerche sociologiche hanno appurato che, al contrario, il fascismo stato, in tutta Europa, estrinsecazione espressiva di una tumultuante ascesa dei ceti medi. Una parte significativa della storiografia tedesca del dopoguerra (Arendt, Bracher, Mosse, Kogan, Hildebrand) ha interpretato il fascismo come regime totalitario. E vero che il principio del totalitarismo politico, orgogliosamente rivendicato come superamento di un invecchiato liberalismo, forma essenziale del fascismo. Ma altrettanto essenziale il contenuto di questa forma, senza la cui specificazione il totalitarismo diventa, come nella Arendt, categoria generica inclusiva sia del fascismo sia del comunismo. Il principio del totalitarismo politico forma costitutiva del fascismo in quanto d forma alla societ attraverso i suoi specifici contenuti ideologici. Tali contenuti sono la cultura dellinegualitarismo e della gerarchia (non a caso Gerarchia il nome di una delle pi importanti riviste dellItalia fascista), il ripudio aprioristico di qualsiasi genere di solidariet internazionale in nome di una concezione di selezione darwiniana dei popoli attraverso i loro conflitti di potenza[3], il nazionalismo illiberale ed organicista come unico legame di appartenenza dellindividuo alla societ, lirregimentazione delle masse nel culto del capo e come mezzo di formazione di uno spirito patriottico e guerriero.

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La forma del totalitarismo e la sua articolazione in questi contenuti costituiscono la proiezione ideologica attraverso cui i ceti medi si danno identit politica. Essi possono compiere collettivamente una simile proiezione unitaria perch sono a quellepoca culturalmente omogenei. La loro omogeneit culturale data dal loro legame sociologico con costumi e schemi mentali premoderni, che li rende ostili alle classi modernizzatrici, la borghesia capitalistica e il proletariato di fabbrica, tra le cui dinamiche si sentono stretti come in una tenaglia. La comprensione del totalitarismo politico come proiezione ideologica di ceti medi che ne fanno in tal modo il principio cardine della loro autoidentificazione politica nel fascismo, permette di comprendere anche quanto ci sia di vero nelle teorie che, a partire dal Salvatorelli (e non senza qualche contiguit con esse dellinterpretazione di Togliatti[4], la cui obbedienza moscovita gli impediva di avvicinarcisi troppo), hanno concepito il fascismo appunto come una produzione politica tipica della collocazione sociologica e dellimmaginario mentale dei ceti medi. Il fascismo stato infatti lautorappresentazione dei ceti medi attraverso cui avvenuta in Europa, tra le due guerre, la loro politicizzazione da una condizione antecedente di estraneit alla politica, e di adesioni soltanto individuali a partiti di destra o di sinistra. Esso stato cos organicamente connesso ai ceti medi da aver funzionato da strumento della loro costituzione in classe. Prima del fascismo i ceti medi non sono una classe sociale. Nel caso dei capitalisti industriali e dei proletari di fabbrica, si tratta di gruppi sociali la cui caratterizzazione in termini di classe sta direttamente nella loro collocazione nel processo produttivo, e quindi logicamente indipendente da ogni loro estrinsecazione politica. Prima del fascismo, invece, i ceti medi, nonostante lomogeneit dei loro schemi mentali e dei loro costumi sociali, non manifestano alcuna unitariet di reazione agli eventi storico-politici, non si comportano cio da classe, perch non lo sono, in conseguenza della loro collocazione esterna alla produzione di plusvalore entro una societ di cui quella produzione costituisce lossatura strutturante. Costituendosi come classe sul terreno politico, non sociale, i ceti medi vi portano, come gi notava Gramsci, unideologia priva di concretezza che riflette la loro mancanza di legami concreti con la struttura della produzione sociale. Nazionalismo, ducismo, gloria guerriera, superamento dei conflitti di classe nella nazione, e quindi terza via corporativistica oltre lantinomia tra capitalismo e comunismo: si tratta di istanze ideali che hanno certamente avuto grande peso nellimmaginario politico del fascismo, ma solo come astratte utopie incapaci di incidere sui processi storici. Il fascismo ha detto di se stesso di essere anticapitalista, senza mai saper individuare alcun mezzo concreto per cominciare a superare il capitalismo in qualche suo aspetto, ed anzi, appoggiandosi concretamente al capitalismo come condizione per rimanere al potere, si reso strumento della controrivoluzione preventiva della borghesia capitalistica contro il proletariato. A parole nemici della lotta di classe sia dei capitalisti sia degli operai, i fascisti, non sapendo e non potendo agire contro i primi, si sono maramaldescamente accaniti contro gli operai, spianando la strada alla violenta reazione capitalistica. Poich le utopie ideologiche del fascismo non coprivano la concretezza della vita quotidiana dei ceti medi, essi hanno riempito la loro vita di fascisti con le connotazioni squallide, ma concrete, della loro vita quotidiana. Una caratteristica del fascismo italiano stata quindi quella di associare alla retorica astratta della dedizione agli interessi superiori della nazione, secondo la formula allepoca pi ripetuta, il perseguimento concreto dei pi bassi interessi privati; allemozione epidermica e temporanea per le mete di grandezza della patria indicate dal duce, unindifferenza totale per la dimensione delletica nazionale nelle scelte quotidiane; alle pompose dichiarazioni di riconoscimento fascista della dignit e nobilt di ogni lavoro (si pensi alla Carta del lavoro del 1927), una pratica di brutale sfruttamento del lavoro operaio e contadino. Altre caratteristiche socioculturali dei ceti medi italiani, come lacriticit di pensiero, il conformismo, la spontanea sottomissione autoumiliante ai potenti, erano richieste come tali dal fascismo, che le trasfigurava come fede nel duce, appartenenza alla nazione, riconoscimento del valore spirituale delle nuove gerarchie. Linsieme di questi processi ha fatto davvero del fascismo, in Italia, il luogo di coagulo e di consolidamento degli atavici vizi italiani. Ed ha reso davvero il fascismo, per il modo in cui ha legato le masse a mete bugiarde, a retoriche falsificatrici, ed a bassezze quotidiane, una malattia morale del popolo italiano. Come si vede, una concezione del fascismo come totalitarismo politico nato dalla proiezione ideologica attraverso cui si realizza la politicizzazione dei ceti medi in grado di includere quanto c stato di vero in tutte le interpretazioni che sono state date del fascismo stesso. Occorre per individuare la precisa angolazione da cui utilizzare la categoria di totalitarismo, altrimenti il suo uso pu ingenerare aporie e confusioni. NellItalia fascista, ad esempio, lassetto dei poteri non totalitario. E vero che gli enti statali e parastatali, i mezzi di comunicazione di massa (radio, giornali, riviste, cinema), la scuola, le associazione sportive, ricreative e formative, lorganizzazione sindacale operaia, le forze di polizia, rispondono ad ununica logica centralizzata di comando, che non lascia spazio ad alcuna autonomia e differenziazione di scelte, e che perci una logica totalitaria. Questo non poco. Tuttavia a questa unica logica di comando sottratta, in virt del Concordato, la Chiesa cattolica, che si muove autonomamente nella societ italiana, con le sue scuole, il suo associazionismo, le sue opere di carit. Le Confindustria e le organizzazioni padronali nelle loro manifestazioni pubbliche esibiscono le camice nere dei loro esponenti e si dichiarano dedite esclusivamente a perseguire gli obiettivi indicati dal Duce, ma di fatto tutelano lo svolgimento delle attivit imprenditoriali secondo la logica del profitto economico,

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svincolata da quella del totalitarismo politico. Il Duce capo del governo, ma il Re rimasto capo dello Stato (a differenza della Germania, dove Hitler dopo la morte di Hindenburg ha cumulato le due cariche), con poteri residuali deboli in situazioni normali, ma assai rilevanti nelle emergenze storiche. La polizia fascista, ma lArma dei carabinieri dipende dal Re prima che dal governo (saranno infatti i carabinieri ad arrestare Mussolini il 25 luglio 1943), e cos la Regia Marina, nella quale durante lepoca fascista paradossalmente la tessera fascista ostacola anzich promuovere la carriera. Lassetto dei poteri dellItalia fascista, in presenza di una Chiesa, di una Confindustria e di articolazioni delle Forze Armate sottratte allunicit del comando politico, non pu dirsi compiutamente totalitario. Se ne dovrebbe allora dedurre che il fascismo non totalitarismo ma una specie di semitotalitarismo? Ovviamente questo non possibile, perch quello di totalitarismo un concetto qualitativo, non quantitativo, per cui non vi pu essere un totalitarismo a met, esattamente come una cosa perfetta a met in realt imperfetta. Si potrebbe allora argomentare che il fascismo non un totalitarismo, ma una forma di autoritarismo repressivo e poliziesco. Ma dicendo questo si cancellerebbe quella distinzione fra destra illiberale conservatrice e destra illiberale fascista che ha segnato la storia europea della seconda met degli anni Trenta e della prima met degli anni Quaranta. Come dare un significato, senza questa distinzione, a contrapposizioni di figure politiche quali quelle tra Franco e Jos Antonio in Spagna, tra Ptain e Doriot in Francia, tra Dolfuss e Seyss-Inquart in Austria, tra Horthy e Szalasi in Ungheria, tra Re Carol e Codreanu in Romania? Concependo il fascismo non come totalitarismo, ma come autoritarismo repressivo e poliziesco (magari riservando la categoria di totalitarismo al solo comunismo) si recupererebbe una coerenza nelle definizioni, ma su un piano astratto a partire dal quale si perderebbe ogni capacit di individuare concrete differenze storiche, e quindi ogni valenza storiografica. Renzo De Felice riuscito a differenziare il fascismo dalla destra illiberale conservatrice connettendo questa ad un tradizionalismo premoderno, e quello ad una prospettiva modernizzatrice di promozione dello sviluppo tecnico e di costruzione di un pi elevato tipo duomo. Cos differenziato dalla destra illiberale conservatrice, il fascismo al pari di essa, secondo De Felice, un sistema politico ed ideologico non totalitario, mentre totalitario il nazismo. La conseguenza di questa impostazione, consapevolmente tratta da De Felice, che fascismo e nazismo sono due sistemi politici ed ideologici eterogenei, e che non quindi possibile costruire una nozione di fascismo che includa tutte le potenze che hanno combattuto sotto tale vessillo la Seconda Guerra Mondiale. Si ritorna per, con queste tesi di De Felice, ad una categorizzazione storiografica priva di presa sulla storia concreta. Nella storia concreta, infatti, fascisti e nazisti si sono sentiti parte di una stessa corrente politica, di una stessa etica totalitaria, e di uno stesso assalto militare alla conquista dellEurasia, e la storiografia deve rendere ragione della storia concreta, non smentirla. Occorre dunque rendere ragione dellunitariet del fenomeno fascista e della sua caratterizzazione totalitaria. A questo proposito sono fondamentali gli studi di Emilio Gentile, il pi penetrante interprete contemporaneo del fascismo[5]. Gentile ha convincentemente argomentato, da una parte, che per comprendere il fascismo occorre recuperare la sua connessione con la categoria di totalitarismo e, dallaltra parte, che ai fini di tale comprensione occorre individuare la forma specifica di tale connessione. Il totalitarismo caratterizza il fascismo non come forma organizzazione sociale e politica compiutamente realizzata, ma come suo imprescindibile elemento motivazionale e propulsivo. Nei vari fascismi storicamente esistiti, cio, lassetto dei poteri non mai compiutamente totalitario, quanto meno perch ogni fascismo si consolida al potere e diventa regime con il sostegno di decisivi interessi capitalistici, dei quali quindi deve accettare le logica dellautoreferenzialit economica refrattaria a qualsiasi comando politico totalitario. Nel fascismo italiano, in particolare, il sistema dei poteri lascia uno spazio di autonomia ad alcuni di essi (come si visto sopra, quelli della Chiesa, degli industriali e di settori militari legati al Re), sottraendoli alla logica di pura esecuzione del comando politico centralizzato alla quale sono invece sottomessi gli altri. Tra questi e quelli, per, non c una coesistenza statica, ma una tensione derivante dalla spinta innovativa del comando politico. Cos nel 1931 Mussolini invia una spedizione squadristica a sfasciare alcune sedi dellAzione cattolica, per costringere la Chiesa cattolica a ridurre i suoi spazi organizzati di formazione dei giovani, e avvicinarsi cos ad un monopolio educativo del regime. Cos negli anni Trenta viene creata la nuova Aviazione come Arma esclusivamente fascista contrapposta alla Marina regia, e nellEsercito c un sordo conflitto tra uomini del Duce e uomini del Re nel controllo delle carriere degli ufficiali. Cos Mussolini interviene talvolta nelle sfera economica per imporvi scelte politiche contrastate dalla Confindustria, come la rivalutazione della lira nel 1926. C insomma una pulsione a sottomettere al comando politico aree che non gli sono ancora sottomesse, vale a dire una pulsione alla realizzazione del totalitarismo politico, che caratterizzante del fascismo come tale. Il fascismo, insomma, tale se, dando luogo ad un sistema di poteri non totalitario, lo pensa orientato ad evolversi secondo una teleologia totalitaria, non importa quanto capace di operare effettivamente in senso trasformativo, e quanto invece puramente velleitaria. Questa teleologia totalitaria del fascismo come sistema politico ed ideologico fa s che esso si

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caratterizzi come totalitarismo nelle sfera dellideologia, e come tradizionalismo nelle sua concreta sfera socioeconomica, con una continua tensione, flebile o aspra a seconda dei frangenti storici, tra questi due suoi momenti. Lideologia illiberale e totalitaria del fascismo (illiberale in quanto totalitaria, altrimenti il suo illiberalismo sarebbe quello della destra tradizionalmente autoritaria), non che laltra faccia caratterizzante del fascismo stesso, il cesarismo. Cesarismo significa che la totalit sociale pu essere unificata da fini condivisi soltanto in un punto di essa, cio nellindividualit di un uomo dotato, per un suo carisma personale, della capacit di esprimere da solo, e lui solo, il bene comune. Cesarismo viene ovviamente da Giulio Cesare, che guid Roma verso obiettivi di grandezza illuminati dal suo intuito divino, non dalle leggi n dalle attribuzioni di qualsiasi magistratura da lui ricoperta, tanto che a chi gli offr durante i Saturnali una corona regale rispose non sum rex, sum Caesar. Il cesarismo si riprodotto in et moderna come napoleonismo, di cui Hegel ha colto il senso definendo Napoleone lo Spirito del mondo a cavallo. E si riproduce nel fascismo come principio del Duce, o del Fuhrer, o del Conducator, e via dicendo. Se il Duce luomo che esprime nella sua volont la volont generale di Rousseau, esprimendo cos lorganicit del vincolo di tutti nella nazione, il liberalismo non ha pi senso. Non ha senso, cio, far scaturire dal libero confronto di idee e opzioni divergenti decisioni politiche orientate al bene comune, dato che al bene comune guida la sola volont del Duce. Non ha senso il pluralismo liberale in se stesso, perch se la nazione comunit organica, le spinte divergenti insite nel pluralismo liberale possono soltanto indebolirne la fibra e infine distruggerla, proprio come un organismo fisico andrebbe incontro alla morte se fegato, polmoni e cuore funzionassero in maniera pluralistica, cio ognuno autonomamente dagli altri. La necessit di realizzare il suo principio cesaristico, ovviamente indicata e promossa dal suo Duce, radica in ogni fascismo una ben radicata pulsione a costruire il totalitarismo politico, con ricorrenti pressioni intrusive in quei settori dove vigono logiche autonome dal comando politico (economiche, religiose o altro che siano). Il totalitarismo politico che caratterizza il fascismo vive nella sua sfera ideologica, e non diventa mai, se non in modo parziale o in circostanze particolari come la guerra, un effettivo principio di disciplina politica dei poteri sociali. Ci non toglie che sia un elemento importante, perch la sua ricorrente pressione sui poteri sociali crea nuovi stili comportamentali, e perch in particolari momenti storici in cui i poteri sociali autonomi diventano contingentemente confliggenti ed indeboliti rispetto al comando politico, pu arrivare a sopraffarli. NellItalia del 1943, ad esempio, quando la Corte, gli Stati maggiori ed i capitalisti passano dalla parte degli Alleati, il fascismo si fa forza repubblicana, milizia armata e organizzazione spoliatrice. Il totalitarismo politico a cui perviene nella concretezza storica non va oltre lesperienza negativa, e asservita alloccupazione tedesca del paese, della RSI. In vicende come questa (e nelle analoghe vicende di altri paesi europei) il fascismo svela il suo invalicabile limite storico, dato dalla sua genesi nelle utopie astratte di ceti medi svincolati dai processi di produzione della ricchezza sociale, cio quello di non poter concretizzare la sua ideologia del totalitarismo politico se non come distruzione senza ricostruzione del tessuto sociale, e di non poter costruire opere di utilit e coesione sociale (come qualche volta riuscito a fare) se non mettendo da parte nei fatti il totalitarismo politico, che daltra parte nel fascismo lunico antidoto alla corruzione morale. Se si capisce che il fascismo stato tutto questo, si capisce anche che nel nostro orizzonte storico non esiste un pericolo di risorgenza del fascismo, mancandone tutti gli elementi. Manca ogni omogeneit di costumi sociali e schemi mentali dei ceti medi, che sono frantumati e differenziati dalle loro diverse collocazioni in una societ piena di interne sconnessioni. Manca la nazione come luogo di appartenenza e radice identitaria. Manca il primato della politica, che oggi ridotta ad attivit di sensali parassitari delleconomia, per cui lautorappresentazione di una classe nella politica, quale stato il fascismo, impensabile. Mentre il capo di allora, il Duce, aveva un seguito di massa in quanto percepito, nellottica del cesarismo, come la guida infallibile della nazione al di sopra dei comuni mortali, il capo di oggi percepito dai comuni mortali come uno di loro, connotato dalla loro stessa meschinit, che ha riscattato in virt dei grandi successi ottenuti con la sua furbizia, cos riscattandola in loro. Un capo simile (della cui immagine ideale, sintende, luomo politico Silvio Berlusconi solo una delle realizzazioni possibili) non potrebbe mai irregimentare gli italiani in un ordine guerriero, n, tanto meno, potrebbe far loro affrontare una guerra vera, come fece il fascismo. Il suo governo potrebbe certo suscitare violenza contro le sempre pi ampie sacche di emarginazione prodotte dalla sua politica, ma non potrebbe esercitarla sotto forma di bastonature squadristiche e condanne di tribunali speciali nei confronti di una dissidenza politica borghese. Un altro aspetto dal quale si percepisce la differenza fra lattuale situazione italiana e il fascismo quello legato al ruolo della Lega Nord. E fin troppo facile, infatti, rilevare che limportanza, per la politica berlusconiana, di un partito anti-italiano come la Lega Nord fa a pugni con ogni pretesa di assimilare il berlusconismo ad un movimento nazionalista come il fascismo. La rilevanza della Lega Nord va compresa e valutata attentamente. Si tende infatti, specie negli ambienti intellettuali, a sottovalutare la sua azione in senso lato culturale, e a prenderla in considerazione solo sul piano politico, per via degli evidenti aspetti di rozzezza, incultura, grossolanit intellettuale ed umana dei suoi esponenti, a tutti i livelli. Ma la storia fatta anche dagli incolti, rozzi e grossolani. Ci che la Lega Nord sta realmente facendo, con le sue manifestazioni culturali (nel senso che alla parola d lantropologia) quello di creare e diffondere un nuovo senso comune, basato sulla chiusura in piccoli orizzonti e piccole comunit,

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sullesclusione di chiunque sia percepito esterno alla comunit (compresi, per esempio, i portatori di handicap), sulla creazione di capri espiatori, sulla legittimazione (per il momento soltanto verbale) della violenza. Il fatto che contenuti di questo tipo siano agiti ripetutamente in parole, slogan, discorsi, manifestazioni, e rappresentino ormai un aspetto permanente della vita politica del paese, crea appunto la legittimazione di un senso comune che ne faccia il proprio fondamento. Questo senso comune, con la sua carica di violenza ed esclusione, in sostanza una delle premesse di una possibile guerra civile e di una conseguente dissoluzione del paese. Pur avendo molti aspetti in comune col fascismo, il carattere localistico e anti-nazionale del leghismo lo rende lontanissimo da quello[6].

4. Che fare?
Dopo questo esame sulla natura del fascismo, riprendiamo lesame della situazione italiana. La domanda naturale, a seguito delle analisi fin qui svolte, naturalmente: che fare? Come opporsi al pericolo effettivo di dissoluzione della societ italiana? Se tale pericolo fosse quello del fascismo, la risposta sarebbe chiara e dettata dalla storia: di fronte al pericolo fascista occorre una politica di unit antifascista, quel tipo di politica che ha permesso la lotta del CLN e il trionfo dellantifascismo. E in sostanza questo il modello che viene continuamente richiamato da molti antiberlusconiani. Noi riteniamo che questo modello sia oggi del tutto inapplicabile. Come lattuale capitalismo feudal-criminale, del quale il berlusconismo lespressione pi chiara, non fascismo, cos lopposizione alle dinamiche distruttive di tale capitalismo non pu definirsi antifascismo. Si pu anzi affermare che nellattuale fase storica lantifascismo (in quanto, beninteso, pratica politica, e non assunto etico-culturale) non sia pi attuale. La tesi sullesaurimento di senso politico, nella realt contemporanea, dellopposizione fascismo/antifascismo, si argomenta in maniera molto semplice. Lantifascismo definito dallessere opposizione e contrasto al fascismo e al nazismo. Ma il fascismo e il nazismo sono stati sconfitti nella Seconda Guerra Mondiale, e da allora non hanno pi alcuna esistenza storicamente significativa. Non c, da pi di sessantanni, nessun fascismo da contrastare, e lantifascismo non ha quindi nessun senso. Le obiezioni a questa tesi possono assumere forme molto diverse, ma in sostanza si riducono a due: in primo luogo, si contesta lassunto che oggi non esista pi alcun fascismo storicamente rilevante. In secondo luogo, si obietta che difendere lattualit dellantifascismo significa in realt difendere gli ideali che hanno ispirato la lotta antifascista e che sono depositati nella Costituzione Italiana. Per cui chi riconosce il valore di tali ideali (e fra questi vi sono gli autori di questo saggio) perci stesso riconosce lattualit e il valore dellantifascismo. Esaminiamo allora queste due obiezioni. La discussione sul fascismo svolta in precedenza ci permette di capire in che senso affermiamo che oggi non esiste nessun fascismo storicamente rilevante. Vogliamo dire che non esiste nessun movimento politico storicamente rilevante che si proponga un obiettivo di controllo politico totalitario della societ diretto alla mobilitazione e attivizzazione permanente delle masse con lo scopo di coinvolgere le masse stesse in una attiva politica di conquiste imperialistiche. Ovviamente, ci sono oggi fascisti e nazisti, ma si tratta di piccole realt insignificanti. Nei casi in cui lestremismo di destra stato coinvolto in progetti eversivi si sempre trattato di piccole realt completamente subalterne a strategie organizzate e portate avanti da forze di tuttaltra natura. La risposta a questi dati di fatto, da parte di chi sostiene lattualit dellantifascismo, sta in sostanza in un cambiamento del significato dei termini, per cui si chiama fascismo ogni forza politica e ogni tendenza culturale che abbia in comune col fascismo propriamente detto alcune caratteristiche come la violenza, il rifiuto della democrazia e delluniversalit dei diritti umani, il maschilismo, il sospetto nei confronti della libert della cultura e dellelaborazione intellettuale. Si tratta di una mossa abituale nella sinistra italiana, nella quale sempre stata operante la comoda tendenza a qualificare come fascista chiunque esprimesse punti di vista diversi da quelli egemoni allinterno della sinistra stessa. Questa impostazione chiaramente espressione di un errore logico, paragonabile a quello contenuto nel seguente pseudo-ragionamento: tutti i salmoni sono pesci, quindi tutti i pesci sono salmoni. Se chiaro lerrore contenuto nella frase appena enunciata, dovrebbe anche essere chiaro come un errore dello stesso tipo sia contenuto negli pseudo-ragionamenti di chi afferma che, poich il fascismo attacca la democrazia, allora chi attacca la democrazia fascista (per concludere magari che Berlusconi fascista), e poich il fascismo violento, allora chi violento fascista, e poich il fascismo maschilista, allora chi maschilista fascista. Questo errore logico porta ad un sostanziale svuotamento della nozione di fascismo, ridotta ad una astrazione priva di determinazioni storiche. Laltro argomento fondamentale di chi difende lattualit politica dellantifascismo sta, come si detto, nel rivendicare lattualit e il valore dei principi ideali che hanno ispirato la lotta antifascista. Questo argomento ha un nocciolo di verit (che , appunto, il valore pi che mai attuale dai principi emersi nella lotta antifascista e trasfusi

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nella nostra Costituzione), ma si pu mostrare come anchesso contenga un errore logico, dovuto in questo caso alla confusione di piani diversi. E lo stesso errore che commetterebbe chi, volendo difendere il valore dellunit italiana, si definisse oggi antiaustriaco, con la motivazione che storicamente lunit dItalia stata ottenuta con la lotta contro lAustria. Lerrore sta nel confondere lattualit di un certo insieme di valori ideali con la contingenza storica nella quale quei valori si sono concretamente affermati. E verissimo che in Italia alcuni valori fondamentali di libert si sono storicamente affermati nella lotta antifascista, come pure vero che il valore dellunit italiana si affermato nella lotta contro limpero austroungarico. Ma da questo non ne discende che chi ritiene attuali i valori in questione debba dichiararsi antifascista o antiaustriaco. Lattualit di un insieme di valori va difesa contro chi li minaccia, ma la minaccia pu essere diversa nelle diverse fasi storiche. Cos, chi oggi difende lunit e la sovranit italiane si dichiarer forse antileghista, forse antieuropeista, o forse qualcos'altro ancora: ma certamente non antiaustriaco. Allo stesso modo, chi difende i valori che hanno ispirato la lotta antifascista, e che sono stati depositati nella Costituzione italiana, deve difenderli contro chi li minaccia: ma poich, come s detto, non c oggi nessun fascismo che minacci quei valori, non ha senso che chi in essi si riconosce basi la sua identit politica attuale sull'antifascismo. Non difficile indicare concretamente da dove vengono le minacce agli ideali che hanno animato la lotta contro il nazifascismo. Basta ricordare che si tratta dei valori fondamentali che si sono depositati nella nostra Costituzione: da una parte i diritti liberaldemocratici tipici della tradizione moderna dello Stato di diritto, dallaltra i diritti sociali rivendicati dalle lotte popolari e socialiste. Per cui nella nostra Costituzione compaiono da una parte la sovranit popolare e i diritti individuali, dallaltra, in varie forme, i principi della giustizia sociale e lidea che leconomia deve svolgersi rispettando principi di coesione sociale. Ricordiamo infine il ripudio della guerra di aggressione, stabilito dallart.11 della nostra Costituzione. Esso contiene un rifiuto dellimperialismo, visto che questultimo non pu mai prescindere dalluso o dalla minaccia dellaggressione militare. Poniamoci la domanda: da dove vengono oggi le minacce a questi valori? Abbiamo visto in questi ultimi decenni, in Italia e nei paesi occidentali, un attacco generalizzato alle conquiste che i lavoratori e in generale i ceti subalterni avevano ottenuto nella fase precedente, quella del trentennio seguito alla Seconda Guerra Mondiale. La direzione in cui si mosso il nostro mondo, con velocit diverse a seconda dei luoghi e dei tempi, e in ogni caso accresciute dalla recente crisi economica, quello del ritorno ad un crudele capitalismo disegualitario del tipo precedente appunto alla Seconda Guerra Mondiale. Un altro fenomeno al quale abbiamo assistito negli ultimi decenni quello del tentativo statunitense di consolidare la propria egemonia mondiale, sempre pi debole sul piano strettamente economico, attraverso un rinnovato militarismo aggressivo, che ha coinvolto lintero Occidente in guerre di aggressione. Questi due aspetti del mondo moderno sono in chiara contraddizione con gli ideali della lotta antifascista, depositati nella nostra Costituzione. Un altro fenomeno di questi decenni lemergere del problema ecologico. Si tratta di una tematica recente e quindi non presente nella Resistenza antifascista. Possiamo per affermare che la lotta contro la distruzione ambientale coerente con lispirazione che sta alla base della Costituzione e dei documenti fondamentali dellONU ispirati dalla lotta antifascista: la difesa della dignit umana e dei diritti dei popoli e dei gruppi oppressi implica in modo naturale la difesa dellambiente nel quale vivono gli esseri umani. Infine, per quanto riguarda lItalia, i fattori di crisi di civilt che abbiamo fin qui elencato si innestano su antichi problemi del nostro paese (scarso senso dello Stato, sudditanza a potenze straniere, tolleranza verso illegalit e corruzione, per dirne solo alcuni) che non sono mai stati affrontati. Leffetto combinato delle dinamiche internazionali e dei difetti nazionali crea nel nostro paese una situazione di profonda disgregazione morale e civile nella quale gli attuali ceti dirigenti (politici ed economici) cercano solo il proprio tornaconto personale. Simbolo di tutto questo loscena casta politica italiana. La conseguenza di queste considerazioni che chi voglia combattere in nome dei valori che furono della Resistenza antifascista deve combattere contro le dinamiche socioeconomiche dellattuale capitalismo mondializzato, contro limperialismo statunitense, contro la casta politica italiana. Questi sono i nemici. Ha senso chiamare fascismo linsieme di questi nemici? Evidentemente no. Il capitalismo di per s non fascista, e sicuramente gli USA non sono un paese fascista. Allo stesso modo, la classe dirigente italiana non fascista, nella sua grandissima maggioranza, ma anzi proviene da partiti antifascisti. La conclusione molto semplice: se la difesa dei valori che furono della Resistenza antifascista implica oggi il contrastare nemici che fascisti non sono, non ha senso che tale difesa si caratterizzi come antifascista.

5.Lunit antifascista.
Unazione di difesa del paese dal processo di dissoluzione incipiente non pu quindi trovare fondamento nel modello dellunit antifascista. Finora abbiamo portato gli argomenti teorici, vediamo adesso qualche ulteriore argomento pi legato alla pratica politica.

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La politica dellunit antifascista stata la politica giusta nella situazione storica degli anni Trenta e Quaranta. Questo fatto dipende per da quegli aspetti del fascismo che abbiamo sopra esaminato, in sostanza dal suo essere una forma di totalitarismo politico (per quanto non perfettamente realizzata). Il totalitarismo politico per definizione un controllo totale di ogni forma di espressione politica. Ma allora chiunque esprima pubblicamente, in qualsiasi forma, il proprio antifascismo, sta gi introducendo fessure nel monolite totalitario e quindi sta gi rischiando di persona. E questo il fondamento dellunit antifascista: tutti gli antifascisti possono unirsi, dai monarchici ai comunisti, perch ciascuno, per il semplice fatto di prendere posizione pubblica contro il regime, mette in crisi un elemento essenziale del regime stesso (il totalitarismo) e ciascuno per questo rischia la repressione. Per dirla in un altro modo, in un regime di totalitarismo politico non si pu essere critici interni al regime. Il totalitarismo impone che chi vuole fare politica deve scegliere: o la piena integrazione ai dettami del regime o lopposizione aperta. Questo si pu vedere confrontando le vicende di Galeazzo Ciano e Ivanoe Bonomi. Dopo che lalleanza fra Hitler e Mussolini ormai acquisita, Ciano acquisisce la convinzione soggettiva che tale alleanza sia un clamoroso errore e decide di fare quanto possibile per ostacolarla. Ma in pratica non pu fare nulla: non pu intervenire sulla stampa criticando le scelte politiche di Mussolini, non pu esplicitamente discutere le proprie idee allinterno del partito, non pu fare in sostanza nulla che Mussolini non voglia. La sua volont di opposizione non pu tradursi in azione politica. Ivanoe Bonomi, invece, tenta in vari momenti, negli anni Trenta, di condizionare Mussolini, e lo fa a partire da idee non dissimili da quelle di Ciano (in sostanza: sottrarre lItalia allalleanza con la Germania e alla guerra, accettare di dare spazio politico ad un antifascismo moderato). Ma poich Bonomi fa, o tenta di fare, effettive azioni politiche, immediatamente emarginato e di conseguenza spinto verso lantifascismo vero e proprio. Ripetiamo il punto essenziale: in un regime di totalitarismo politico, non si pu essere un oppositore parziale, un critico interno. E questo a rendere efficace allepoca la politica dellunit antifascista: in un regime di totalitarismo politico la scelta di opporsi al governo la scelta di opporsi al complesso del potere, ed quindi tutto quello di cui c bisogno. Dovrebbe allora essere chiara la differenza con la situazione odierna. Il regime di feudalesimo criminale che domina oggi in Italia non ha nulla di totalitario nella sfera politica. Si pensi, per capire la differenza, ai contrasti interni al PdL, che sono contrasti fra feudi di malaffare e corruzione contrapposti. Contrasti di questo tipo ve ne sono naturalmente anche nel fascismo e nel nazismo, ma qui essi sono costretti entro una corazza rigida: non certo permesso a nessuno, nellItalia o nella Germania degli anni Trenta, di separarsi dal PNF o dal NSDAP per formare un altro partito, per quanto alleato dei primi. Lo stesso succede, naturalmente, in quellaltra forma di totalitarismo politico che il regime staliniano: ai congressi dei Partiti Comunisti la relazione del Segretario sempre approvata in maniera unanime, poi ognuno la interpreta come giudica pi conveniente. Insomma, in tutti questi casi di totalitarismo politico vi , al di sopra dei potentati in lotta, un arbitrato vincolante che invece nel PdL non c. Proprio questa situazione mostra come manchino le basi per una politica di unit antifascista: il semplice dichiararsi oppositore di Berlusconi non mette in questione lattuale regime, a differenza dell'epoca fascista, quando dichiararsi oppositore di Mussolini significava gi contrapporsi al regime allora esistente. Al tempo del fascismo anche un oppositore liberale moderato fuori del sistema, nel nostro tempo del feudalesimo criminale garantito dalla Casta politica anche un Vendola interno al sistema. Che cosa si ricava da questa differenza? Che oggi pensare all'unit antifascista contro Berlusconi non solo sbagliato, perch Berlusconi non fascista, ma disastroso per gli alleati che ci si pu ritrovare. Si pensi a quanto abbiamo detto nel paragrafo precedente su quali siano i veri nemici che dobbiamo combattere. Nessuno fascista: non lo sono gli Stati Uniti, non lo sono le lites politiche ed economiche del mondo attuale, non lo la casta politica italiana. Una politica di unit antifascista porterebbe dunque oggi allalleanza con tanti che sono i nemici pi veri e pericolosi di chi voglia combattere lincipiente crisi di civilt. E per questo che la tesi dellattualit dellantifascismo in senso politico , oggi, ben pi che un errore intellettuale. Unultima osservazione: nellambito della sinistra, fascista non un termine scientifico che descrive una certa realt storica, piuttosto un termine carico di significati emotivi. Qualificando qualcosa come fascista si intende squalificarla sul piano morale, si intende manifestare il proprio rifiuto morale. Fascista un termine peggiorativo, per cui, simmetricamente, se noi diciamo che Berlusconi non fascista, sembra che questo voglia significare che lo stiamo difendendo o che stiamo dicendo che non cos malvagio come molti pensano a sinistra. Non questa la nostra intenzione. Dire di qualcosa che non fascista non da parte nostra una difesa. Si pu benissimo affermare che il totalitarismo delleconomia abbinato allinsignificanza della politica, che la sostanza del nostro tempo, delinea una realt sotto certi aspetti anche peggiore del fascismo.

6. Alcuni esempi.

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Il gravissimo errore rappresentato, nella realt del dopoguerra, dal mantenimento dellantifascismo come criterio attuale dell'azione politica lo si pu capire da vari esempi. Uno dei pi evidenti la politica del compromesso storico perseguita dal Partito Comunista Italiano negli anni Settanta. Ricordiamo di cosa si tratta. L11 settembre 1973, in Cile, un colpo di Stato militare, sostenuto dagli Stati Uniti, abbatte il governo democraticamente eletto delle sinistre di Unidad Popular, uccide il presidente Salvador Allende e instaura la feroce dittatura di Augusto Pinochet. Questi avvenimenti hanno una forte eco in Italia, perch lesperienza cilena di una alleanza delle sinistre capace di esprimere un governo progressista aveva suscitato nella sinistra italiana grande simpatia e senso di affinit. Il fatto che tale esperienza venga soffocata dalla violenza di un colpo di Stato sembra rappresentare un cupo monito per la sinistra italiana. Il gruppo dirigente del PCI legge questa vicenda come la sanzione dellimpossibilit per una alleanza politica delle sinistre di arrivare al governo dellItalia, o di rimanervi, e propone allora una alleanza fra le sinistre e la forza politica che aveva governato lItalia nel dopoguerra, cio la Democrazia Cristiana. Si tratta di una scelta politica che avr effetti disastrosi per la sinistra e per lItalia. In quel momento in Italia, sotto leffetto dei grandi movimenti degli anni Sessanta, vi una fortissima spinta al cambiamento, e i partiti di governo, e in particolare la Democrazia Cristiana, appaiono screditati e incapaci di tenere il passo coi mutamenti nella societ. Proponendo una politica di compromessi e alleanze con i partiti al potere il PCI dilapida nel corso degli anni Settanta il proprio prestigio di partito di opposizione e lintero capitale di spinta al cambiamento che agitava la societ italiana di quegli anni. Il fallimento della politica del compromesso storico totale: il PCI non riuscir nemmeno ad accedere al governo, partiti corrotti come la DC avranno ancora almeno un decennio di tempo per continuare la loro opera di corruzione, prima di essere travolti da Mani Pulite allinizio degli anni Novanta, e in Italia non si riuscir ad avviare un mutamento del paese in senso progressista, come era sembrato allora possibile. Non ci sembra eccessivo affermare che molti dei mali attuali del nostro paese derivino dalla disgraziata politica del compromesso storico, sostenuta dal PCI negli anni Settanta[7]. Ma come stato possibile che un rovesciamento radicale di politica, dalla contrapposizione frontale alla DC alla proposta di alleanze e compromessi, venga accettato dal corpo dei militanti e dallopinione pubblica influenzata dal PCI? E qui che interviene, a nostro avviso, lerrore teorico dellantifascismo e dellunit antifascista. Infatti il colpo di Stato cileno viene visto come espressione di fascismo, il pericolo di un colpo di Stato militare in Italia viene visto come un pericolo fascista, e la politica di compromesso storico viene letta come una politica di unit antifascista che serve a impedire la possibilit di un colpo di Stato fascista. E solo inserendosi in questo meccanismo ideologico di immediata presa sulle persone di sinistra, che la politica di compromesso storico viene fatta accettare. Se riprendiamo in esame levento che ha fornito lo spunto iniziale alla politica del compromesso storico, cio il colpo di Stato in Cile, cominciamo a capire dove sta lerrore della lettura antifascista. Il punto fondamentale che il golpe cileno certamente opera di forze interne al Cile, ma tali forze possono vincere solo grazie al fatto che si fanno strumento della volont statunitense. Sono gli Stati Uniti lattore principale, e il golpe il risultato della volont statunitense di affossare lesperienza di Unidad Popular. Le forze politiche cilene pi vicine agli USA, come la Democrazia Cristiana cilena, in sostanza appoggiano il golpe (la DC cilena passer allopposizione solo pi tardi). Torniamo allora allItalia. Cera in Italia in quel momento la possibilit di un colpo di Stato come quello cileno? Probabilmente s. Ma si sarebbe appunto trattato di un evento come quello cileno, cio di un colpo di Stato voluto dagli USA e operato dalle forze politiche locali alleate dagli USA, cio, in Italia, essenzialmente dalla DC (o da parti della DC) e dai suoi alleati, eventualmente con la collaborazione subalterna di neofascisti veri e propri. E questo il punto cruciale: la politica del compromesso storico, proposta allo scopo di evitare un possibile colpo di Stato, da una parte non individuava con chiarezza il motore ultimo di un eventuale colpo di Stato (gli USA), dallaltra proponeva lalleanza proprio con le forze politiche che sarebbero stati gli strumenti italiani del colpo di Stato stesso. Si trattava di una evidente assurdit, che rendeva completamente assurda, e destinata al fallimento, la politica del compromesso storico. Ma questa assurdit ha potuto essere accettata da buona parte dellopinione pubblica di sinistra proprio perch rientrava nello schema dellantifascismo. Si vede qui con chiarezza come questo schema rappresenti ormai un diaframma che impedisce di cogliere la realt, un vero e proprio ostacolo cognitivo, e come esso generi di conseguenza drammatici errori politici. Lesempio appena svolto della politica di compromesso storico del PCI degli anni Settanta ci permette di capire uno dei punti cruciali della discussione che stiamo svolgendo. Il punto cruciale il ruolo degli Stati Uniti. Abbiamo detto sopra che la politica imperiale statunitense rappresenta oggi una delle principali forze che spingono il mondo in una direzione opposta a quella indicata dagli ideali che hanno ispirato la lotta antifascista, ideali depositati nella nostra Costituzione. Chi si ispira a quegli ideali deve dunque contrastare la politica imperiale statunitense. Anche se gli Stati Uniti non sono un paese fascista. Prendendo in considerazione problemi politici di maggiore attualit, linsufficienza dell'antifascismo come criterio di azione politica risulta confermata. Consideriamo ad esempio le aggressioni statunitensi a Irak e Afghanistan. Si tratta di guerre

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imperialistiche che vanno nettamente contrastate da chi abbia a cuore gli ideali espressi dalla lotta antifascista degli anni Trenta e Quaranta: i diritti dei popoli ad opporsi alloppressione, il rifiuto della guerra di aggressione. Ma ha senso opporsi a queste guerre in nome dellantifascismo? Da una parte, gli USA in queste guerre assumono la figura dellaggressore imperialista, e in questo senso ricordano certamente la Germania nazista. Dallaltra parte con queste guerre gli USA hanno abbattuto regimi politici che certamente non erano democratici, e questo ricorda ovviamente il ruolo avuto dagli USA nella Seconda Guerra Mondiale nellabbattere i regimi fascisti europei. Ma allora gli USA in queste guerre sono fascisti o antifascisti? Evidentemente non sono n luna n laltra cosa, e ci che questo esempio mostra appunto il fatto che non ha senso pensare alla realt contemporanea secondo lo schema fascismo/antifascismo. Se si rimane allinterno di tale schema, semplicemente non si capisce pi nulla della realt attuale.

7. Uso politico.
E evidente infatti che oggi laccusa di fascismo, privata di ogni concretezza storica, solo uno strumento di lotta fra frazioni contrapposte della nefasta casta politica che ci affligge, in particolare uno strumento della casta di centrosinistra nella sua lotta contro la casta di centrodestra[8]. Si tratta di uno strumento perfettamente simmetrico a quello rappresentato dallaccusa di comunismo, frequentemente lanciata dai politici di centrodestra, e in particolare da Silvio Berlusconi[9], nei confronti del centrosinistra. Ci si pu chiedere perch centrodestra e centrosinistra continuino ad agitare immagini fantasmatiche di realt storiche morte e sepolte, come appunto comunismo e fascismo. Il punto qui rappresentato dal fatto che la casta politica, di destra, centro o sinistra, non pu parlare della realt effettiva del paese, dei problemi reali che affliggono il popolo italiano, perch da una discussione seria su questi temi emergerebbe il carattere parassitario e distruttivo della casta stessa, assieme alla sostanziale futilit delle sue contrapposizioni interne (fra centrodestra e centrosinistra). Le due frazioni della casta si inventano allora gli inesistenti comunisti o fascisti per spostare il dibattito dal piano della realt, nella quale i ceti popolari sono attaccati dalle devastanti politiche portate avanti dai governi di ogni colore, mentre destra e sinistra fanno tranquillamente i loro affari litigando sulla spartizione del bottino, a un piano onirico nel quale il popolo di sinistra pu sognare di essere lultimo baluardo contro il fascismo, e il popolo di destra pu sentirsi protetto, grazie a Berlusconi, dai pericolosissimi comunisti. Per combattere la crisi di civilt cui questo sistema ci sta portando, e al suo interno la gravissima crisi morale, sociale, politica ed economica del nostro paese, bisogna per prima cosa ricominciare a parlare della realt, e contrapporsi frontalmente allinsieme della casta politica italiana, in tutte le sue fazioni. E urgente oggi la nascita di unarea culturale e politica di radicale opposizione nei confronti delle dinamiche mortifere del capitalismo contemporaneo, delle politiche imperiali statunitensi, dellinsieme della casta politica italiana. Agitare lo spettro del fascismo, chiamando allunit antifascista, ha esattamente lo scopo di impedire la nascita di unarea di questo tipo e di mantenere legate al ceto politico di centrosinistra quelle fasce di opinione pubblica che si stanno da esso distaccando. Genova-Pisa, fine 2010-inizio 2011

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16 [1]
Si veda per esempio M.Badiale, M.Bontempelli, La sinistra rivelata, Massari Editore, Bolsena 2007, in particolare alle pagine 169-175.

[2] Maggiori dettagli in M.Badiale, M.Bontempelli, La sinistra rivelata, cit. [3] Questi due primi contenuti separano in maniera netta il totalitarismo fascista da quello comunista. [4] P.Togliatti, Corso sugli avversari, Einaudi, Torino 2010. [5] Per una sintesi del lavoro di Emilio Gentile, si veda E. Gentile, Fascismo. Storia e interpretazione, Laterza, RomaBari 2005.

[6]

In questa sezione abbiamo delineato alcuni caratteri generali dei fascismi europei e ci siamo soffermati in particolare sul fascismo italiano. Non nostra intenzione analizzare qui le differenze specifiche fra i vari fascismi. Ci sembra per importante, per la rilevanza del tema, sottolineare rapidamente un aspetto secondo noi fondamentale dell'altra grande realizzazione storica del fascismo europeo, cio il nazismo. Noi interpretiamo il nazismo come il punto culminante della fase imperialistica della storia dei paesi occidentali. Il nazismo una forma di totalitarismo politico, e presenta quindi gli stessi caratteri che abbiamo sopra descritti in riferimento al fascismo, ma nel caso del nazismo la forma totalitaria ha come suo contenuto principale ed essenziale limperialismo. Limperialismo naturalmente nasce prima del nazismo, nasce dalla realt politica ed economica dellEuropa del secondo Ottocento, che ovviamente non ha nulla di totalitario. Esso rappresenta per un momento di crisi di tale realt, una crisi che pu essere definita come crisi della civilt occidentale, perch, pur nascendo come effetto di dinamiche ad essa interne, limperialismo implica necessariamente ladesione a opzioni politiche e ideali, come il colonialismo e il razzismo, che sono in contraddizione con i valori fondanti della civilt occidentale (ci riferiamo qui alla nozione di civilt occidentale che abbiamo analizzato in M.Badiale, M. Bontempelli, La civilt occidentale, Il Canneto, Genova 2010). Limperialismo quindi uno dei due poli di una contraddizione la cui dinamica agisce nella parte finale del XIX secolo e in buona parte del XX. Vogliamo dire con questo che i valori fondanti della civilt occidentale (la libert individuale, i diritti umani, i diritti dei popoli, e cos via), cos brutalmente negati dalle politiche imperialistiche occidentali, non rappresentavano solo una copertura ipocrita di quelle stesse politiche (il che non vuol dire, naturalmente, che essi non abbiano svolto anche questa funzione): rappresentavano un punto di riferimento per chi a quelle pratiche si opponeva, una sorgente continua di forze spirituali di contrasto allimperialismo, insomma laltro polo di una contraddizione che ha agito storicamente. Gli esempi di come quei valori di libert si siano concretizzati in realt storico-politiche sono innumerevoli: si pu pensare al movimento di opinione pubblica internazionale che gi allinizio del Novecento combatte lo sfruttamento brutale e omicida al quale viene sottoposto il Congo belga, oppure a come il pensiero di Lenin faccia proprio il principio, tipico della civilt occidentale, dellautodeterminazione dei popoli, e come su questa base il movimento comunista internazionale sostenga poi le lotte di liberazione dei popoli colonizzati, o infine a come, nel secondo dopoguerra, tali lotte di liberazione suscitino nei paesi occidentali ampi movimenti di opinione pubblica a loro sostegno. Ma il punto in cui questa effettualit storica dei principi della civilt occidentale si vede pi chiaramente sta forse nel fatto che le lotte di liberazione che, nel secondo dopoguerra, portano alla fine degli imperi coloniali, avvengono proprio sulla base di principi ideali e riferimenti culturali tipici della civilt occidentale, o da essa derivati: i gruppi dirigenti di tali lotte si ispirano in sostanza o a forme di nazionalismo rivoluzionario o a forme di marxismo rivoluzionario, o a una miscela dei due (anche se il marxismo non interno alla civilt occidentale, ne comunque un suo figlio, ribelle ma legittimo) . A questo punto possiamo allora capire in che senso il nazismo rappresenta il punto culminante dellimperialismo: nel senso che il nazismo risolve la contraddizione fra imperialismo, colonialismo e razzismo da una parte, e principi della civilt occidentale dallaltra, e la risolve sopprimendo il secondo corno della contraddizione. La Germania nazista rappresenta lesempio perfetto di uno Stato che assume compiutamente la dimensione dellimperialismo, del colonialismo e del razzismo come proprio fondamento e per far ci sopprime integralmente i principi della civilt occidentale. Nel nazismo i principi dellimperialismo, del colonialismo e del razzismo diventano principi universali. Si potrebbe in questo senso parlare del nazismo come di una forma di imperialismo assoluto: una ideologia, una politica, una forma di organizzazione sociale che si sforza di dispiegare integralmente e compiutamente nella societ umana i principi dellimperialismo, del colonialismo e del razzismo e di rimuovere ogni possibile ostacolo a tale dispiegamento. Di conseguenza, il nazismo non

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ha nessuna remora a ridurre a colonia lintera Europa sotto il suo dominio e a trattare i popoli europei nello stesso modo in cui questi hanno trattato i popoli coloniali, rendendo chiaro anche agli europei lorrore del colonialismo. La guerra antinazista per necessit oggettiva una guerra che delegittima il colonialismo e limperialismo. La vittoria contro il nazismo quindi la vittoria contro il gravissimo pericolo di regressione umana e civile che il suo imperialismo assoluto rappresentava, la vittoria dei quei principi della civilt occidentale (libert degli individui e dei popoli) che rappresentano valori umani universali. Non a caso, con la fine della Seconda Guerra Mondiale che si avvia il processo di decolonizzazione che porter alla fine degli imperi coloniali di Francia e Inghilterra.

[7]

Questo giudizio deve essere precisato nel senso seguente. In primo luogo i tanti mali attuali del nostro paese hanno sotto certi aspetti radici pi lontane, sotto altri pi recenti, rispetto agli anni Settanta del Novecento: ci che sfuggito, in quegli anni, loccasione di un'autentica politica riformatrice che cominciasse ad affrontarli. In secondo luogo, nessuno pu ovviamente sapere se una diversa politica da parte del PCI avrebbe avuto successo oppure no. Di certo, la politica del compromesso storico ha significato non tentare neppure una battaglia per un rinnovamento dell'Italia di cui il PCI era, evidentemente, strutturalmente incapace.

[8]

Un paio di esempi recenti delluso della nozione di fascismo in senso antiberlusconiano: sul Fatto Quotidiano del 21 maggio 2010 Paolo Flores DArcais afferma che la legge sulle intercettazioni rappresenta un primo tassello di un vero e proprio FASCISMO (scritto proprio cos, con le maiuscole). Su Repubblica del 25 agosto 2010 Dario Franceschini fa un esplicito paragone con la Resistenza per sostenere la necessit di una grande alleanza antiberlusconiana.

[9] Chi volesse prendere sul serio le parole di Berlusconi, dovrebbe concludere che si tratta dellunico importante uomo
politico occidentale che crede nellesistenza del comunismo.

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