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… il colore del quadrato A è lo stesso del quadrato B. Andrea d’Auria

… il colore del quadrato A è lo stesso del quadrato B.

Andrea d’Auria

PREMESSA

Fame, guerre, crisi, povertà, non riuscire ad arrivare a fine mese, dover lavorare otto ore al giorno, miseria, malattie, mancanze, sprechi, non riuscire a pagare il mutuo, dolore, stress, suicidio. È possibile che esista qualcosa che accomuni ognuna di queste problematiche? Può veramente esistere un filo conduttore che lega e unisce ognuno di questi aspetti, un fattore fondante che, se eliminato, possa indebolire consistentemente, se non addirittura risolvere, le piaghe che affliggono il mondo in cui viviamo? Nel corso di questo testo cercherò di rispondere a que- ste domande, facendo luce sull’origine e il funziona- mento del “sangue” che dà vita ad ogni istituzione uma- na: il denaro. Più precisamente, mi concentrerò sul modo in cui esso viene creato e su come questo abbia, senza alcun dub- bio, influenzato gran parte della storia.

L A

M O N E T A

Che cos’è il denaro? E la moneta? Spesso sono le domande più semplici che non hanno risposta, sono le cose più ovvie a non essere verificate. La moneta è un’unità di misura come lo è il chilometro, il grammo e il litro. È la rappresentazione di una quantità, non la quantità in sé. Dicendo questo voglio sottolineare che la moneta rappresenta un valore, ma non è il valore. Il denaro è carta paragonabile a quella che usiamo nei nostri bagni. Ma allora per quale ragione scambiamo una banconota da € 10 con merce per il valore effettivo di 10 euro, benché, di fatto, stiamo scambiando carta con merce di valore? Più precisamente potremmo formulare la domanda in questo modo: che cosa dà valore ai soldi? Noi. In quanto cittadini facenti parte di una società, noi diamo valore a dei pezzi di carta per facilitare gli scambi di merci che, prima dell’avvento della moneta, avvenivano esclusivamente secondo il siste- ma del baratto. Creiamo dunque una convenzione. Per que- sta ragione le persone, nel tentativo di facilitare tali scambi, hanno deciso di mettersi semplicemente d’accordo e di dare valore a dei pezzi di carta. Sono i cittadini che danno valore al denaro. Viene dunque spontaneo chiedersi quanto valga effettiva- mente una banconota. Una banconota di qualsiasi importo, considerato il costo di carta, inchiostro, filigrana, lavorazione ecc., ha un prezzo di

€ 0.30 [1]. Questo rappresenta il valore intrinseco, cioè

quello che un bene ha per sua natura in conseguenza al tempo necessario per produrlo e alla quantità disponibile di materiale utilizzato per crearlo (tanto più una cosa è rara o tanto più tempo è necessario per produrla, tanto maggiore

sarà il suo valore intrinseco).

Il valore intrinseco di una banconota (€ 0.30) differisce dal valore nominale (o di facciata) che è rappresentato dal nu- mero stampato su di essa.

Il denaro in circolazione nello Stato viene procurato dal

Governo mediante le banche centrali nazionali che, a loro volta, se lo procurano mediante la BCE (Banca Centrale Europea) che è l’unica autorizzata a stampare l’euro. Ve- dremo questo processo nel dettaglio più avanti.

L A

B AN C A

D ’ I T AL I A

L’istituzione nota anche col nome di Bankitalia vie-

ne ufficialmente definita un “Istituto di diritto pubblico” [2]. Tale affermazione è falsa,

o per lo meno ambigua.

Ciò che significa, di fatto, è che si tratta di un istituto le cui quote di partecipazione sono aperte al pubblico. Come possiamo notare dalla lista dei partecipanti al capitale [3], il 94% di essi è costituito da

aperte al pubblico. Come possiamo notare dalla lista dei partecipanti al capitale [3] , il 94%

società per azioni private, prime tra tutte Intesa Sanpaolo

S.p.A. e UniCredit S.p.A., mentre il restante 6% è possedu-

to da INPS e INAIL, le sole due istituzioni, su un totale di

64,

a carattere statale.

Ci

accorgiamo, dunque, che la nostra banca nazionale

(come del resto le banche nazionali di tutti i paesi del mon-

do, eccettuati un paio di Stati) è una S.p.A.

Bankitalia S.p.A. è una società privata. Per sciogliere ogni dubbio il Presidente del Consiglio in

carica nel 2006, Romano Prodi, in data 12 dicembre, ha approvato, insieme al Presidente della Repubblica Napoli- tano, la modifica dello statuto di Bankitalia.

È stata cancellata la parte che recitava: “In ogni caso dovrà

essere assicurata la permanenza della partecipazione

maggioritaria al capitale della Banca da parte di enti pubbli-

ci o di società la cui maggioranza delle azioni con diritto di

voto sia posseduta da enti pubblici”. La banca è a tutti gli effetti un’azienda privata. Ciò significa che Bankitalia può decidere arbitrariamente la politica monetaria del paese senza rendere conto allo Stato, e questo viene confermato dall’art. 4 del TUB [4] che esplicita che la Banca d’Italia “trasmette al parlamento” una relazione sull’operato. L’atto

di trasmettere implica un puro e semplice passaggio di dati

nel quale non è contemplato alcun dialogo o giudizio.

In altre parole, il governo italiano ha approvato una legge

palesemente incostituzionale svendendo la nostra sovrani-

tà monetaria ad una S.p.A. La situazione, per quanto scon-

certante, è analoga in tutta Europa: ogni banca nazionale

VECCHIO STATUTO:

ART. 3

Il capitale della Banca d’Italia è di 156.000 euro rappresenta- to da quote di partecipazione di 0,52 euro ciascuna (4). Le dette quote sono nominative e non possono essere possedute se non da:

a)

Casse di risparmio;

b)

Istituti di credito di diritto pubblico e Banche di interesse

nazionale;

c) Società per azioni esercenti attività bancaria risultanti dalle

operazioni

di cui all’ art. 1 del decreto legislativo 20.11.1990, n. 356;

d)

Istituti di previdenza;

e)

Istituti di assicurazione.

Le quote di partecipazione possono essere cedute, previo con- senso del Consiglio superiore, solamente da uno ad altro ente compreso nelle categorie indicate nel comma precedente. In ogni caso dovrà essere assicurata la permanenza della par- tecipazione maggioritaria al capitale della Banca da parte di enti pubblici o di società la cui maggioranza delle azioni con diritto di voto sia posseduta da enti pubblici.

di ogni paese europeo è una società per azioni posseduta per la maggior parte da enti privati. Allo stesso modo la BCE è a sua volta posseduta dalle banche nazionali, quin- di, di fatto, anch’essa privata [5]. Le cose non sono differenti oltreoceano: la FED (Federal Reserve), la banca centrale degli Stati Uniti, è del tutto svincolata e indipendente dallo Stato.

S IG N O R AG G I O

Abbiamo visto che cosa sono i soldi, abbiamo fatto luce

sulla natura dei partecipanti al capitale della Banca d’Italia

e di quella europea, e ora possiamo esaminare il nocciolo

della questione: come avviene la creazione di moneta. Il ragionamento, semplificando al massimo, consiste in questo: la banca stampa soldi e li presta allo Stato. Più

precisamente, la banca stampa una banconota, per esem- pio, del valore nominale di € 100 sostenendo una spesa di 30 cent (costo della carta, inchiostro ecc.). Questa banco- nota viene prestata allo Stato che dovrà restituirla insieme

a un interesse. In altre parole la banca stampa la bancono-

ta e la dà allo Stato chiedendo indietro il valore totale della banconota, quindi la banconota stessa, più un interesse. Potremmo riassumere così: il guadagno della banca in

questa manovra consiste nella differenza tra il valore nomi- nale della banconota più gli interessi e il valore intrinseco della stessa. Quindi: [€ 100 (valore nominale) + 2.5% di interessi] – € 0.30 (valore intrinseco) = € 102.20(guadagno della banca). Emerge chiaramente il carattere fraudolento del sistema in ogni suo passaggio. In primo luogo l’atto di prestare implica la proprietà. Pre- stando moneta ci si autoproclama arbitrariamente proprie- tari della stessa, infatti su ogni banconota in euro viene riportata la firma del governatore della banca. È facile ac- corgersi che, poiché è il popolo a dare valore al denaro, e

quindi a poter essere considerato il vero “portatore del va- lore nominale”, questo principio non può essere giusto. E qui ci si imbatte nel secondo punto truffaldino di questo sistema: nel momento in cui la banca “cede” la banconota allo Stato, il prezzo considerato per lo scambio è il valore nominale (quello scritto sulla banconota) e non il valore intrinseco. Questo vuol dire che lo Stato paga la banconota al prezzo intero di € 100 stampato su di essa, e non al prezzo di 30 cent più una somma per il servizio. Infine si ha il perno principale, la colonna portante della truffa: l’applicazione di un interesse sull’intero valore nomi- nale. Se lo Stato riceve € 100 dalla banca, ma questa ne rivuole indietro 100 più il 2.5%, quindi 102.5, dove vengono presi i soldi per pagare questi altri € 2.5? Dalla banca stessa. Poiché i € 2.5 in più non esistono, lo Stato è costretto a chiedere nuovamente dei soldi alla ban- ca (che seguiranno lo stesso sistema di produzione) en- trando in un circolo vizioso infinito di debiti che non potran- no mai essere saldati completamente. Tutto questo prende il nome di signoraggio o, più precisa- mente, di signoraggio primario.

L E

P RO VE

Oggi, grazie ad internet, siamo in grado di scovare, sebbe- ne con qualche difficoltà, quasi tutto quello che cerchiamo. Nel nostro caso le prove sono fornite dalle fonti ufficiali delle banche stesse e del diritto europeo.

T I T O L I

D I

S T A T O

I titoli di Stato sono il mezzo di scambio con cui lo Stato riceve il denaro [6]. Più precisamente stiamo parlando di BOT (buono ordinario del tesoro) ovvero titoli di debito pubblico. Il funzionamento di un titolo di debito pubblico è molto semplice: lo Stato dà un BOT, che di fatto è un’obbli- gazione, in cambio di un finanziamento del debito pubblico. In parole più semplici lo Stato chiede dei soldi e rilascia un documento secondo il quale quei soldi presi in prestito ver- ranno restituiti dopo tot tempo con l’aggiunta di una mag- giorazione, quindi se io do € 5 allo Stato in cambio di un BOT e il tempo stabilito è 1 anno, dopo 12 mesi mi verran- no restituiti i miei € 5 più un ulteriore euro. Questo è un modo formale per descrivere uno scambio di cartacce: lo Stato stampa i BOT mentre la BCE stampa gli euro, dopo- diché lo Stato dà i propri titoli alla banca e la banca dà i soldi allo Stato. Dunque, semplificando il discorso, possia- mo dire che la banca presta soldi allo Stato, perché alla scadenza dei BOT lo Stato dovrà restituire tutti i soldi rice- vuti più il 2.5% di interessi [7] sull’intero valore nominale.

I L

V A L O R E

N O M I N A L E

Il valore nominale corrisponde alla cifra stampata sulla banconota. Per poter comprendere al meglio la prova e le deduzioni logiche che dimostrano che la banca presta la banconota al valore nominale e non a quello intrinseco, bisogna introdurre due semplici concetti di economia: l’atti-

vo e il passivo. Queste sono due voci presenti nel bilancio di qualsiasi azienda. Tutto

vo e il passivo. Queste sono due voci presenti nel bilancio di qualsiasi azienda. Tutto ciò che viene segnato sotto la voce “attivo” corrisponde alle entrate e ai crediti, ovvero a tutto quello che entra in una società (per esempio per la vendita di un bene) oppure tutto quello che deve entrare perché creditrice nei confronti di terzi. Al contrario, sotto la voce “passivo” vengono segnate le uscite e i debiti, ovvero tutto ciò che è stato speso (per esempio per la produzione di un bene) e tutto ciò che la società deve ad altri. Secondo il diritto dell’Unione Europea il criterio di valuta- zione utilizzato per i crediti relativi all’emissione di banco- note della BCE segnate sotto la voce “attivo” del bilancio è il valore nominale [8]. E in effetti, se diamo uno sguardo al bilancio della BCE del 2010, sotto a quella voce, in attivo, sono registrati oltre 67 miliardi e mezzo [9]. Ma allora, se nel bilancio figura questo guadagno sproposi-

tato, per quale ragione nessuno se n’è accorto? Semplice:

quel guadagno non figura nell’utile della banca, cioè nel ricavato finale, perché viene azzerato in passivo dalla voce “banconote in circolazione” alla stessa cifra [10]. Ma per quale ragione la voce “banconote in circolazione” figura nel passivo del bilancio alla stessa identica cifra che troviamo in attivo? In passivo vengono registrati i debiti di una società oppure le uscite, come possono essere i costi di produzione di un bene. Poiché le banconote in circolazione non costituisco- no, di fatto, un debito per la banca, il campo si restringe. Abbiamo quindi ragione di pensare che quella cifra venga fatta passare per i costi di produzione delle banconote. Il costo di una banconota è di 30 centesimi, e stampare delle banconote non può arrivare a costare 67 miliardi. Quello che ha fatto la Banca Centrale Europea si chiama falso in bilancio.

non può arrivare a costare 67 miliardi. Quello che ha fatto la Banca Centrale Europea si

R I SE RV A

F R AZ I O N AR I A

Diversamente dal signoraggio primario, che è caratteristico delle banche centrali, poiché sono le sole a poter stampare moneta in quella maniera, esiste un altro modo di creazio- ne del denaro che invece è proprio di ogni singola banca. Questo viene definito “metodo di creazione della moneta basato sulla riserva frazionaria” e, sostanzialmente, è ciò che accade ogniqualvolta viene effettuato un mutuo o un prestito. Questo sistema viene esaustivamente spiegato nei docu- menti ufficiali della Federal Reserve [11]. Ciò che avviene è molto semplice. Spiegato in termini matematici corrisponde alla seguente equazione:

R =

1

.

10

C

dove C = capitale e R = riserva disponibile. In altre parole, la banca ha stabilito che all’interno delle proprie casse deve rimanere disponibile il 10% del capitale

totale, il resto può essere utilizzato per investimenti, presti-

ti, mutui ecc

se la banca ha € 100 di capitale, deve mantenere il 10% di riserva (quindi € 10) mentre il resto può utilizzarlo per pre- stiti o mutui. È più che ragionevole dedurre che quei € 10 vengano sottratti al capitale per essere lasciati come riser- va mentre la banca può utilizzare in diverso modo gli altri € 90, ovvero: il capitale della banca è € 100, quindi la banca

Quello che sarebbe logico presupporre è che

ne presta 90 e ne tiene come riserva 10. Questo è logico, si, ma non è ciò che avviene. La banca, in realtà, presta fino a dieci volte il valore del suo capitale considerando il capitale stesso come riserva. Questo significa che se una banca ha 100 euro di capitale, ne presta fino a 900 semplicemente stampando carta. I

suoi € 100 di capitale diventano quel 10% di “riserva frazio- naria”. Sono i 100 euro totali a costituire la riserva, quindi

la banca può stampare il restante 90% e darlo in prestito.

Vuol dire che se il capitale è € 100, la banca lo moltiplica per 10 e considera un capitale di € 1000, dopodiché tiene nelle sue casse una riserva del 10%, quindi i 100 euro ini- ziali, e ne presta 900.

Come possiamo notare la formula matematica funziona tranquillamente:

C = capitale, R = riserva frazionaria,

R =

1

.

10

C

R =

1000

.

10

R = 100

Secondo la formula, la riserva della banca deve corrispon- dere a 100 euro. € 100 sono in possesso della banca e quindi, poiché la formula funziona, la banca può considerare il proprio capi- tale di € 1000 invece che di 100 e può prestare € 900 che non ha. Ma allora, che cosa dà valore a questi soldi se, di fatto, vengono creati dal nulla? I soldi che sono già in circolazione. O più esattamente, noi

stessi come società. Poiché siamo noi a dare valore ai sol- di, se la massa monetaria aumenta a dismisura come, in

effetti, sta accadendo, i soldi diventano di più e più facili da ottenere. In questo modo perdono “credibilità”. Più precisa- mente e concretamente, perdono potere d’acquisto. Que- sto fenomeno si chiama inflazione, ed è provocato proprio da questo sistema di creazione del denaro. Più esaustivamente potremmo dire che la truffa sta nell’ar- ricchimento di poche persone che, molto banalmente, stampano carta senza alcuna copertura aurea [12]. Si tratta

di una truffa perché, secondo un qualsiasi contratto di mu-

tuo, viene ipotecato, in garanzia del prestito, un bene di egual valore dello stesso. Questo vuol dire che se il cliente non riesce a saldare il proprio debito e quindi non riesce a pagare il mutuo, la banca si riserva il diritto di pignorare un “bene di egual valore” come, per esempio, la casa. Ma la

casa non è di “egual valore” dei soldi ricevuti per il prestito, poiché la banca li ha stampati senza alcuna copertura. La casa, al contrario, ha un valore intrinseco che non perderà mai. La banca, invece, ha stampato dei numeri sulla carta e ha deciso di prestarla come se fosse il valore in sé, e non la rappresentazione del valore, come sarebbe giusto. Essa ha stabilito arbitrariamente il valore della carta. E noi? Noi

ci

crediamo.

Il

metodo di creazione della moneta basato sulla riserva

frazionaria viene riconosciuto anche col nome di signorag-

gio secondario.

IL FALSO MITO DELLA RIPARTIZIONE DELL’UTILE

L’art. 39 dello statuto di Bankitalia stabilisce che il totale dei dividendi per gli azionisti non deve superare un massi- mo del 10% del capitale, mentre il 20% dev’essere tenuto

a riserva e il restante 70% viene devoluto allo Stato [13].

Prendiamo in esempio la solita banconota da € 100, e sup- poniamo che l’interesse ammonti al 10%. Come spiegato in precedenza avviene lo scambio dei titoli e delle banco-

note, al termine del quale lo Stato avrà in circolazione

€ 100 e la banca sarà creditrice nei confronti di questo per

110 euro. Supponiamo, ora, che lo Stato restituisca tutti i

€ 100 alla banca, la quale registrerebbe un utile per quella

cifra e quindi, di conseguenza, devolverebbe 70 di quei € 100 allo Stato. Ora lo Stato può pagare l’interesse del

10% dando, appunto, altri 10 euro alla banca che alla fine intasca € 40. Dove sta l’inghippo? Partendo dal presupposto che questo sistema sarebbe comunque truffaldino, perché la banca guadagnerebbe ben

€ 40 per aver stampato il numero 100 su un foglio di carta,

non è comunque un esempio realistico, per il semplice mo- tivo che esso prevede che lo Stato restituisca tutti i soldi in circolazione. Questo significa che dovrebbe ritirare tutti i soldi di ogni cittadino, dal primo all’ultimo centesimo, per

restituirlo alla banca, il che, ovviamente, è impossibile. Ma

la questione è molto più tecnica di quello che appare. Poi- ché Bankitalia, come dimostrato in precedenza, falsa il bi- lancio facendo figurare anche in passivo le banconote in circolazione, lo spropositato guadagno derivante dall’emis- sione di moneta non figura nell’utile della banca, quindi il 70% devoluto allo Stato verrà calcolato su una cifra irriso- ria che non rispecchia minimamente il guadagno reale.

L A

L E G G EN D A

D E L

PI L

Per PIL si intende il valore complessivo di beni destinati al consumo finale e di ser-

vizi prodotti all’interno di un Paese in un interval- lo di tempo (solitamente un anno). È facile sentir dire che “la creazione di moneta non è libera e svincolata ma segue l’andamento del PIL”, e questo è in parte vero. Dico che lo è solo in parte perché non esiste nessuna legge o nessun regolamento che stabilisca che all’aumentare del PIL si debba aumentare la moneta in circolazione. Se ne deduce che questa è una semplice regola dettata dal buonsenso. Quello che toglie un po’ di “buon” al “senso” è

PIL: Prodotto Interno Lordo

regola dettata dal buonsenso. Quello che toglie un po’ di “buon” al “senso” è PIL: Prodotto

il fatto che anche nei casi in cui venga rapportata al PIL, la produzione di moneta segue sempre lo stesso percorso. Inoltre, nella formula in cui avviene oggi, la produzione di moneta non è tanto un’”immissione di denaro nello Stato” quanto un “finanziamento del debito pubblico”. Questo si- gnifica che quanto più grande sarà il debito, tanti più soldi potranno essere chiesti alla banca. Questo fino a quando la banca deciderà che lo Stato è diventato insolvente, allo- ra smetterà di finanziare il debito pubblico e comincerà a reclamare i soldi prestati.

C O L LO C AM E N T O

D E I

TI T OL I

D I ST AT O

Non è inusuale la diceria secondo cui le banche non inta- scano il guadagno dei titoli di Stato perché possono solo distribuirli ad aste autorizzate. Ciò che si dimentica di dire è che coloro che possono partecipare a queste aste sono esclusivamente le banche e le imprese d’investimento [14]. Questo significa che se Bankitalia mette all’asta i titoli di Stato, e questi vengono comprati, per esempio, da UniCre- dit, che è azionista di Bankitalia, il guadagno rientra nel loro circolo. O meglio, non ne esce mai.

U N

PO ’

DI

S TO R I A

“Il y a deux Histoires: l’Histoire officielle, menteuse, qu’on

enseigne, l’Histoire ad usum delphini; puis l’Histoire se-

crète, où sont les véritables causes des événements, une histoire honteuse”.

In una semplice frase, Balzac, riassume il principio fonda-

mentale di quasi tutta la storia umana, oserei dire.

Ci sono due Storie: la Storia ufficiale, menzognera, che si

insegna, la Storia ad usum delphini; poi c’è la Storia segre-

ta, in cui vi si trovano le vere cause degli avvenimenti, una

Storia vergognosa. Tutta la storia è disseminata di una quantità immonda di

bugie, così tante bugie che, sfortunatamente, non riuscire- mo mai a rivelare completamente. Nel corso di questo saggio, non potendo, mio malgrado, ricostruire la storia nella sua completezza, mi limiterò a tracciare alcuni punti fondamentali per spiegare in che mo-

do le banche da sempre, e le multinazionali in seguito, ab-

biano di fatto manovrato la politica degli Stati comportan- dosi come gli unici soli veri padroni assoluti ed autoprocla- mati.

Possiamo far risalire le origini di questo modello di schiavi-

tù al 1694, anno in cui William Paterson, banchiere londi-

nese, fece approvare, previo consenso del parlamento in-

glese, il progetto della “Bank of England” [15]. Al suo debu-

to la banca centrale indebita immediatamente lo Stato pre-

stando 1.2 milioni di sterline.

La Banca d’Inghilterra fu la prima banca centrale che stam- pò ed emise le cosiddette “notes of bank”, ovvero banco- note, al posto della moneta-oro utilizzata fino ad allora. Più o meno contemporaneamente, precisamente nel 1743, a Francoforte, un orafo di nome Amschel Moses Bauer, proprietario della “ditta dello Scudo Rosso”, diede il via alla propria attività di prestiti e finanziamenti. Suo figlio, Mayer Amschel, ereditò dal padre la società e in onor d’essa fece cambiare il proprio nome in “Rothschild” (scudo rosso). Mayer ebbe cinque figli a cui insegnò tutto ciò che sapeva sull’attività economica e finan- ziaria, dopodiché decise di mandarli nelle capitali più im- portanti di allora per aprire filiali ed espandere l’impero che stava creando: Londra, Parigi, Vienna, Napoli e lasciò il primogenito a Francoforte. Nathan, figlio di Mayer, inviato a Londra, si sposò con la figlia di uno dei più ricchi mercanti londinesi. Questo favorì non poco la sua attività. Si specializzò in operazioni finan- ziare speculative su titoli britannici ed esteri, cambi valute, metalli preziosi ecc Nathan finanziò e indebitò il duca di Wellington consenten- dogli di formare un potente esercito in grado di fronteggiare Napoleone. E così andò: il duca sconfisse l’esercito france- se ripetutamente.

esercito in grado di fronteggiare Napoleone. E così andò: il duca sconfisse l’esercito france- se ripetutamente.

Quando Napoleone fuggì dall’isola nella quale era stato esiliato e tornò in Francia, dove riuscì a formare un nuovo

esercito, il duca di Wellington, sempre sostenuto dai finan- ziamenti di Nathan, fronteggiò i francesi a Waterloo insie- me ad altre forze europee. Si suppone che un agente fidato dei Rothschild, posiziona- to sul lato nord del campo di battaglia, vicino alla Manica, fu il primo a conoscere l’esito dello scontro e lo comunicò con 24 ore d’anticipo sul corriere personale di Wellington,

a Nathan, il quale si precipitò alla Borsa dove tutti, sapen-

do dei suoi agganci informativi, aspettavano che facesse qualcosa per capire l’esito della guerra. L’Inghilterra aveva vinto, ma lui cominciò a vendere titoli britannici. Tutti, chia- ramente, dedussero che l’Inghilterra dovesse aver perso, e

che quindi l’economia dello Stato sarebbe crollata perché costretta a dover pagare tutti i debiti di guerra. Il valore dei titoli britannici calò a picco e ognuno cominciò a svendere quelli che possedeva. Nel frattempo i Rothschild, tramite

i propri agenti, cominciarono

ad acquistare segretamente questi titoli. In poche ore Na- than acquisì il dominio del mercato azionario inglese e della Banca d’Inghilterra. Questo fatto viene narrato ne “Il romanzo dei Rothschild”,

mercato azionario inglese e della Banca d’Inghilterra. Questo fatto viene narrato ne “Il romanzo dei Rothschild”,

libro che la famiglia in questione ha fortemente osteggiato mediante un processo legale che aveva come scopo la prevenzione della pubblicazione del testo. I Rothschild per- sero la causa e il libro venne pubblicato [16]. Più o meno analogamente, tutti e cinque i fratelli Roth- schild operarono la stessa politica finanziaria di prestiti ba- sati sulla riserva frazionaria, indebitando interi Stati e ac- quisendo la proprietà di istituzioni pubbliche. Finanziarono le reti ferroviarie in Francia, Italia ed Austria. Al giorno d’oggi il loro monopolio non è diminuito, nono- stante ben poche persone abbiano anche solo sentito no- minare il nome “Rothschild”. Sono proprietari e finanziatori, per esempio, della Transport for London (linee metropolita- ne), Shell, Volkswagen, ING, Intesa Sanpaolo, Eni, Uni- banco, British Energy, Finmeccanica [17], TFI (televisione francese), Endemol [18], Vodafone, Tiscali, Deutsche Tele- kom [19], Alitalia [20], Erg, UBI Banca, Ferretti, AXA, Banca Popolare Italiana, Barilla [21] e molti altri.

N E L

O L T RE O CE AN O …

F R AT T E M PO

In America la situazione era diversa. Nel 1690 la colonia inglese della Baia del Massachusetts aveva stampato, per la prima volta, la propria moneta non gravata da debito, poiché non emessa da una banca centrale privata. Seguirono, nel 1703, il South Carolina e poi tutte le altre colonie.

L’economia ameri- cana pareva im- pennarsi, e questo non piacque all’In- ghilterra che, nel 1742,

L’economia ameri- cana pareva im- pennarsi, e questo non piacque all’In- ghilterra che, nel 1742, emanò il

British Resump- tion Act con il qua- le stabiliva che ogni tipo di tassa

o debito dovesse

essere pagato in oro [22]. L’immediata conseguenza fu una grave depressione nelle colonie, che poté essere riparata

solo con la disobbedienza al provvedimento. Quando le

colonie disattesero i provvedimenti del parlamento inglese, questo approvò il Currency Act (1764) [23] con il quale, oltre a ribadire l’obbligo del pagamento di debiti e tasse in oro, vietava esplicitamente ai funzionari delle colonie di emettere la propria valuta, generando disoccupazione e malcontento.

Si suppone che sia questa la causa principale dello scop-

pio della rivoluzione americana, e non la ridotta tassa sul

tè, che sarebbe stata, invece, accettata di buon grado se

l’Inghilterra non avesse tolto alle colonie la possibilità di stampare la propria valuta. Verso la fine della rivoluzione, l’America aveva un disperato bisogno di fondi. Fu conces-

so a Robert Morris di aprire una banca centrale privata, la

Bank of North America, fatta a immagine e somiglianza

della Banca d’Inghilterra, e a essa venne affidato il mono- polio dell’emissione di moneta. Sfruttando i fondi concessi all’America dalla Francia come capitale della banca, Morris applicò senza controllo la crea- zione di moneta basata sulla riserva frazionaria prestando denaro che non aveva, creandolo dal nulla.

L’inflazione decollò e, accortisi del pericolo, non rinnovaro- no il documento di concessione della banca che perse il monopolio. Coinvolti nella Bank of North America vi furono Thomas Willing (presidente), Robert Morris (fondatore) e Alexander Hamilton.

Il nuovo Congresso fondò una nuova banca centrale, di

proprietà privata. Il presidente era Thomas Willing, i fonda- tori Hamilton e Morris. Nel 1790 Alexander Hamilton divenne ministro del Tesoro,

e nel 1791 fece approvare al Congresso una legge che

conferì alla prima banca centrale americana, la BUS (Bank

of United States), uno statuto ventennale. La banca fu au-

torizzata a stampare denaro sulla base della riserva frazio- naria, e il capitale iniziale doveva essere immesso per il 20% dallo Stato e per l’80% da privati. Tuttavia, sfruttando un artifizio bancario, i “privati” non versarono mai la propria quota. Lo Stato versò 2 milioni di dollari, e sulla base di questi due milioni vennero prestati, creandoli dal nulla, i restanti 8 milioni ai detti “privati” che li reinvestirono nella banca. I risultati non furono buoni. James Madison, quarto presidente degli Stati Uniti, con

l’aiuto del vicepresidente George Clinton, non rinnovò lo statuto e fece chiudere la banca centrale ricominciando la stampa statale della moneta. Due anni dopo l’Inghilterra cominciò una guerra che non poté sostenere perché già coinvolta sul fronte francese, e che abbandonò nel 1814. Fino all’inizio del XX secolo continuarono ad alternarsi di- versi sistemi bancari quasi sempre al centro di operazioni criminose. Agli inizi del Novecento i potenti erano i Rockefeller, i Mor- gan e i Rothschild. Essi cercarono di fare pressioni sul go- verno per l’introduzione di una banca centrale privata, ma i precedenti insuccessi avevano contribuito a erigere un’osti- nata avversione verso questo tipo di istituzione da parte del Congresso e del popolo. J.P. Morgan, che allora era considerato parecchio influente in ambito di finanza, mise in circolazione la voce di una possibile insolvenza da parte di una delle più importanti banche di New York. Questo provocò una disastrosa corsa agli sportelli, ed era proprio ciò che Morgan aveva pro- grammato: un incidente finanziario per minare l’opinione pubblica e convincerla della validità della proposta di una banca privata e indipendente dallo Stato. Il Congresso condusse un’indagine guidata dal senatore Nelson Aldrich, divenuto un membro dei Rockefeller trami- te matrimonio e spesso, pare, coinvolto in questioni di car- telli bancari. Superfluo dire che Aldrich consigliò l’istituzio- ne di una banca centrale, andando perfettamente incontro a ciò che attendevano i banchieri internazionali da

tempo.

Nel 1910 ci fu un incontro a porte chiuse in una delle tenu-

te di J.P. Morgan, nel quale venne redatto il Federal Reser-

ve Act (FRA), legge che istituiva una banca centrale. Al-

drich propose la legge in parlamento. Woodrow Wilson divenne presidente nel 1913, grazie an-

che, e probabilmente soprattutto, all’appoggio datogli dai banchieri. Si suppone che questo accadde perché promise

di firmare il FRA.

Due giorni prima di Natale, quando quasi tutto il congresso era a casa con la famiglia, venne approvato il FRA, e Wil- son, come d’accordo, lo firmò. Venne convinta l’opinione pubblica dicendo che la Federal Reserve avrebbe funto da stabilizzatore economico. Poten- zialmente avrebbe potuto essere vero, ma quello che av- venne in realtà fu la creazione di uno strumento per mani- polare le crisi e il panico. Tra il 1914 e il 1919 l’offerta di moneta venne aumentata del 100% mettendo a disposizione una grossa quantità di denaro per banche minori che concessero numerosi presti-

ti e finanziamenti. Poi, nel 1920, la FED ritirò gran parte

della moneta circolante, provocando il crollo di oltre 5400

banche che si trovarono costrette a far rientrare i prestiti e

a fronteggiare la corsa agli sportelli. La Federal Reserve

centralizzò il suo potere, ma non fu tutto. Tra il ’21 e il ’29

venne immesso nuovamente un grosso quantitativo di de- naro che provocò gli stessi effetti del decennio precedente. Inoltre, venne introdotto un nuovo tipo di prestito, il Margin

Loan: prestito a margine. La truffa era basata sul fatto che si poteva acqui- stare

Loan: prestito a margine. La truffa era basata sul fatto che si poteva acqui- stare un titolo pagando solo il 10% del suo valore, ma questo poteva essere ri- chiamato in qualsiasi mo- mento e il saldo doveva essere effettuato entro 24 ore. È facile intuire che co- sa successe: la FED ritirò grosse quantità di denaro e tutti furono costretti a ven- dere i titoli, a pagare i debi- ti, i prestiti, ci fu una nuova disastrosa corsa agli sportelli e 16 mila banche crollarono. Oggi si ricorda questo avvenimento col nome di “Grande Depressione”. Questa situazione consentì ai banchieri, che nel frattempo erano usciti silenziosamente dal mercato per non restare coinvolti nell’ondata di panico, di acquistare a prezzi stracciati banche rivali e, addirittura, in alcuni casi, intere società. Con la scusa di porre fine alla depressione, nel 1933, la Federal Reserve rastrellò tutto l’oro in circolazione [24]. Chi non consegnava l’oro era soggetto ad una pena detentiva di 10 anni. Gli americani vennero derubati dei loro averi. Questa manovra aveva lo scopo di eliminare il cosiddetto “Gold Standard”, ovvero il corrispettivo aureo, quindi in

riserve d’oro, del denaro in circolazione. Alla fine del 1933 ciò avvenne. Sulle banconote venne cambiata la dicitura “convertibile in oro” in “moneta a corso legale”. Nel corso della Prima Guerra Mondiale Wilson dichiarò la neutralità; tuttavia, come sappiamo, non fu una decisione permanente. “Lusitania” è il nome della imbarcazione che attraversò l’Atlantico, nonostante l’ambasciata germanica avesse fatto pubblicare un articolo sul New York Times, nel quale di-

pubblicare un articolo sul New York Times, nel quale di- chiarava esplicitamente che la nave sarebbe

chiarava esplicitamente che la nave sarebbe stata affonda- ta in quanto, secondo il tragitto, avrebbe dovuto attraversa- re acque in zona di guerra [25]. Lusitania salpò comunque e venne affondata dai sottomari- ni tedeschi, come preannunciato. Pochi giorni dopo l’America cominciò una guerra che fruttò

200 milioni di dollari a J.D. Rockefeller, senza contare il guadagno di tutta la moneta emessa a debito per le impel-

lenti necessità belliche di quel momento (vennero prestati allo Stato circa 30 miliardi di dollari). A sostegno dell’ipotesi secondo cui gli Stati Uniti entrarono in guerra per difendere gli investimenti e gli enormi prestiti fatti in Gran Bretagna e Francia [26], ci sono i tempi politici: l’esercito statunitense cominciò la battaglia in Europa solo nel 1917, l’ultimo anno della guerra, proprio quando l’Impero tedesco marciava sul territorio francese e l’Impero Austro-Ungarico sfondava le linee italiane, dunque proprio nel momento in cui le forze dell’alleanza sembravano avere una concreta possibilità di vincere la guerra.

È un’ottica tanto triste quanto crudelmente vera: la guerra

è un immenso business.

Nella Seconda Guerra Mondiale l’entrata degli Stati Uniti venne decretata dall’attacco giapponese a Pearl Harbor. Pochi mesi prima di tale attacco gli Stati Uniti bloccarono le importazioni di petrolio americano in Giappone [27], fecero

prestiti alla Cina nazionalista e aiutarono economicamente

e militarmente la Gran Bretagna, entrambe acerrime nemi-

che dello Stato nipponico [28]. Inoltre l’America procedette alla confisca di tutti i beni giapponesi su territorio statuni- tense [29]. Tutto questo fa presupporre l’intenzione dell’allora presi- dente Roosevelt di provocare un attacco che potesse cam- biare drasticamente l’opinione pubblica riguardo l’entrata in guerra, che prima di Pearl Harbor era fortemente contraria.

Si ha, dunque, ragione di credere che molto probabilmente l’attacco fu provocato e voluto. Ci sono addirittura ipotesi (non confermate) secondo cui il presidente americano ignorò volutamente l’attacco, nonostante ne fosse stato informato dai servizi segreti. Nel frattempo la Germania nazista era sostenuta quasi completamente dalla multi- nazionale I. G. Farben, la cui partner principale era la Standard Oil di proprietà dei Rockefeller che trassero un enorme guadagno finan- ziando l’industria bellica na- zista [30].

finan- ziando l’industria bellica na- zista [30] . J . F. KE N NE D Y

J .

F.

KE N NE D Y

E

I L

VI ET N AM

Anno 1963. Dopo aver dichiarato pubblicamente, in uno dei suoi discorsi, di opporsi fortemente alle società segrete che cercano di conquistare il potere [31], il 4 giugno John Fitzgerald Kennedy firma l’ordine esecutivo 11110 liberan- do l’America dallo schiavismo bancario [32]. Con una firma il presidente statunitense aveva autorizzato l’emissione di oltre 4 miliardi di dollari sulla base delle riserve argentee da parte del ministero del tesoro. Sulle banconote non compariva più la dicitura “Federal

Reserve Note”, bensì “United States Note”. Kennedy era l’uomo giusto nel posto giu- sto, e questa fu la ragione che scatenò l’attentato contro di lui. Ciò che avvalora questa ipotesi è il fatto che, subito dopo l’assassinio, il presidente Johnson interruppe l’attività del Tesoro avviata da Kennedy e fece ritirare tutte le banconote da esso emesse restituendo, di fatto, il monopolio dell’emissione alla Federal Reserve, nonostante l’ordine esecutivo 11110 non fosse stato abro- gato fino al 1987. Nel 1964 ebbe inizio la guerra del Vietnam in seguito a quello che viene ricordato come “l’incidente del Golfo del Tonchino”. Due cacciatorpediniere americane vennero di- strutte da due torpedinieri vietnamiti e questo causò una dura reazione da parte del governo statunitense che diede il via ad una guerra particolare, in quanto non mirava real- mente ad uno spostamento di confini o a una qualche sorta di conquista. Quella guerra doveva semplicemente esistere perché generava un immenso guadagno. Per chi? Per J.D. Rockefeller, per esempio, che sosteneva l’industria bellica statunitense, ma anche quella sovietica [33] che forniva gli armamenti ai vietnamiti. Questa accezione di “guerra fatta per durare” viene rafforzata se si dà uno sguardo alle rego-

ai vietnamiti. Questa accezione di “guerra fatta per durare” viene rafforzata se si dà uno sguardo

le d’ingaggio americane. Per qualche assurda ragione non potevano essere bombardate le postazioni di contraerea fino all’accertamento che fossero operative, i soldati statu- nitensi non potevano attaccare per primi, non potevano distruggere obbiettivi strategici ecc. [34]. Inoltre, l’indizio fondamentale che ci induce a pensare con una modesta certezza che si trattò di un complotto, riguarda il fatto sca- tenante del conflitto: l’incidente del Golfo del Tonchino. Alcuni sostengono che la National Security Agency mani- polò l’informazione per creare un falso. Le due cacciator- pediniere non furono silurate, l’incidente non avvenne mai

[35].

.

C O N C L US IO NE

“Il male dei mali”. Questo è il modo in cui spesso viene definito il signoraggio, e alla luce di quanto detto un’affer- mazione simile non stona di certo. Il signoraggio è il male di ogni male nella misura in cui ogni male dipende dal denaro. Supponiamo che uno Stato sia formato da dieci persone. In questo Stato vengono immesse, dalla banca, cento mo- nete, quindi ogni persona possiede dieci monete. La banca fissa un interesse del 10%, questo significa che se ha pre- stato cento monete, ne vorrà indietro centodieci. Ciò vuol dire che ognuno, nonostante abbia solo dieci monete, do- vrà restituirne undici per far si che il debito possa essere pagato. La banca ha creato una mancanza e, di conse- guenza, un bisogno, senza aver fatto praticamente nulla. Che cosa succede dunque? Una delle dieci persone nello Stato perderà tutto, mentre gli altri nove guadagneranno, dalle dieci monete che quella persona ha perso, ciascuno la propria moneta in più per pagare gli interessi. Tanto più il debito è grande, maggiore sarà il numero di persone che perderanno ogni cosa.

per pagare gli interessi. Tanto più il debito è grande, maggiore sarà il numero di persone

Il signoraggio è lo strumento che le banche centrali usano per creare scarsità. Nella realtà, questo si traduce concretamente in un mutuo che non si riesce a pagare, in una busta paga troppo pic- cola ecc. E quando una persona non riesce ad arrivare a fine mese sarà costretta a farsi fare un prestito. Questo, ovviamente, comporta altri interessi, e poi ancora e ancora, interessi su interessi finché nessuno le concederà più un prestito, e allora si passerà alla fase successiva: confisca dei beni. È questo il modo in cui l’omino nell’esempio perde tutto: viene derubato. Se invece, al contrario, riuscirà a lavorare abbastanza, a reggere la competizione e ottenere la sua undicesima mo- netina, significherà che avrà lavorato sodo, producendo beni o servizi, e alla fine avrà letteralmente regalato al ban- chiere le sue sudatissime undici monete ma, soprattutto, tutta la manodopera messa a disposizione per guadagnar- sele. Questa si chiama schiavitù. La stessa cosa succede anche a livelli più ampi. Lo Stato raccoglie il denaro per le proprie spese attraverso le tasse, e la maggior parte delle nostre tasse finisce nelle tasche del creditore del debito pubblico. Questo significa che le persone devono lavorare otto ore al giorno, sei gior- ni alla settimana per guadagnare uno stipendio che gli pos- sa consentire di pagare le tasse e, quindi, di saldare un debito illegale. Allo stesso modo il signoraggio è legato ai tagli nelle istituzioni pubbliche.

Quanto più alta è la cifra che lo Stato utilizza per ingrassa- re l’usuraio, tanto più bassa sarà la quantità di soldi che restano per le spese pubbliche. E la questione non si ferma qui, al contrario, cresce e rag- giunge livelli ancora più ampi. Prendiamo come esempio il Fondo Monetario Internazio- nale (FMI), che dietro tanti buoni propositi resta, di fatto, una banca. Quando il FMI concede un prestito, immetten- do valuta estera in uno Stato (dollari), ovviamente richiede il saldo del prestito maggiorato di un interesse, e qui ci im- battiamo nel solito problema: dove può, uno Stato, prende- re i soldi per pagare l’interesse se tutta la moneta è emes- sa allo stesso modo? Questo sistema indebita interi popoli che nel momento in cui vengono dichiarati insolventi sono costretti a svendere le proprie risorse, privatizzare le pro- prie istituzioni statali, l’acqua, il sistema scolastico ecc. Anche questa è schiavitù.

privatizzare le pro- prie istituzioni statali, l’acqua, il sistema scolastico ecc. Anche questa è schiavitù. 33

Questa non è una riduzione della realtà all’economia e dell’homo sapiens all’homo oeconomicus. Lo scopo non è

il profitto, ma il potere. L’economia viene piegata e stru-

mentalizzata per controllare il potere. Diventa chiara e concreta l’idea secondo cui il ruolo della

politica nel mondo di oggi non è altro che una facciata volta

a coprire un retroscena di interessi al di sopra di ogni valo-

re o ideale umano. Viene concessa l’illusione della scelta spacciando l’”usurocrazia” per democrazia, mettendosi, per altro, facil- mente al riparo da sommosse e malcontenti. Tuttavia è impossibile ostinarsi a definire “democrazia” una forma di governo in cui il popolo non esercita completamente la pro- pria sovranità, sancita dalla Costituzione stessa. “La sovranità appartiene al popolo”, recita l’articolo 1 della nostra Costituzione. Anche quella monetaria. Finché i cittadini non riotterranno la proprietà della loro mo- neta, non potranno essere proprietari, di conseguenza, del proprio lavoro. Ovvero, se i cittadini sono costretti a lavora- re per la quasi totalità della loro vita per poter pagare qual- cosa che appartiene loro intrinsecamente, significa che vengono sfruttati e che quindi la loro forza lavoro non è più

loro. Questo vuol dire che se l’Italia è una repubblica fon- data sul lavoro, il nostro Stato è fondato su una proprietà delle banche.

Il lavoro deve appartenere alla persona. Non alla banca.

Nella realtà in cui viviamo siamo stati letteralmente deruba-

ti del nostro lavoro.

Il

cittadino non è più il padrone assoluto della propria vita.

E

nemmeno della propria indipendenza.

E nemmeno della propria libertà. “La dignità gratuita non esiste”, Giacinto Auriti.

I P S E

D I X I T

“Non è scandaloso che certi banchieri siano in prigione, è scandaloso che ce ne siano in libertà” Honoré de Balzac

(Scrittore francese)

“E’ un bene che il popolo non comprenda il funzionamento del nostro sistema bancario e monetario, perché se acca- desse credo che scoppierebbe una rivoluzione prima di domani mattina” Henry Ford

(Imprenditore e fondatore della Ford)

"I politici non sono altro che i camerieri dei banchieri” Ezra Pound

(Poeta e scrittore d’ispirazione fascista)

“Il banco trae beneficio dall'interesse su tutta la moneta che crea dal nulla” William Patterson

(Fondatore della Banca d’Inghilterra)

“Permettetemi di emettere e gestire la moneta di una na- zione, e mi infischierò di chi ne fa le leggi” Amschel Mayer Rothschild

(Banchiere tedesco e fondatore della Rothschild Bank)

“L'attuale creazione di denaro dal nulla operata dal sistema bancario è identica alla creazione di moneta da parte di falsari. La sola differenza è che sono diversi coloro che ne traggono profitto” Maurice Allais

(Ingegnere, fisico ed economista francese, Premio Nobel per l'economia 1988)

“Assurdo dire che il nostro paese può emettere $30,000,000 in titoli ma non $30,000,000 in moneta. En- trambe sono promesse di pagamento; ma una promessa ingrassa l'usuraio, l'altra invece aiuta la collettività” Thomas Edison

(Inventore e imprenditore statunitense)

“Fin dalla nascita le grandi banche agghindate di denomi- nazioni nazionali non sono state che società di speculatori privati che si affiancavano ai governi” Karl Marx

(Filosofo, economista e teorico del comunismo)

"Non è tollerabile che una banca centrale, isolata, che non ha nessuna responsabilità né l'obbligo di spiegare quello che fa, possa continuare a creare disoccupazione mentre i governi stanno zitti" Franco Modigliani

(Premio Nobel per l'economia nel 1985)

“Se gli Americani consentiranno mai a banche private di emettere il proprio denaro, prima con l'inflazione e poi con la deflazione, le banche e le grandi imprese che ne cresceran- no attorno, priveranno la gente delle loro proprietà finché i loro figli si sveglieranno senza tetto nel continente conquista- to dai loro padri. Il potere di emissione va tolto dalle banche e restituito al po- polo, al quale esso appartiene propriamente”. Thomas Jefferson

(Politico, scienziato e 3º presidente USA)

«Un potere illimitato e una dominazione economica dispotica si trovano concentrati in pochissime mani. Questo potere diviene particolarmente sfrenato quando sia esercitato da coloro che, controllando il danaro, amministrano il credito e ne decidono la concessione. Essi somministrano – per così dire – il sangue all’intero organismo economico e ne arresta- no la circolazione quando loro convenga; tengono in pugno l‘anima della produzione, in guisa che niuno osi respirare contro la loro volontà».

S.S. Pio XI, Enciclica "Quadragesimus Annus" (1931)

(Papa della Chiesa Cattolica)

F O N T I

[1]: “Alla sorgente della moneta: la Banca Nazionale Svizzera”, testo fornito dalla BNS, pag. 45 [2]: Banca d’Italia [3]: Banca d’Italia [4]: Testo unico delle leggi in materia bancaria e credi zia, art. 4. [5]: Banca Centrale Europea [6]: Banca d’Italia [7]: Banca d’Italia – Relazione al parlamento del 2008, pag. 23 [8]: Modifiche della Banca Centrale Europea del 14 dicembre 2009 agli allega I e III della decisione BCE/2006/17, punto 9.2 so o la voce “ATTIVO” [9]: Bilancio BCE del 2010, pag. 3 [10]: Bilancio BCE del 2010, pag. 4 [11]: Modern Money Meccanichs [12]: In seguito ai Tra a di Bre on Woods non esiste più ufficialmente la copertura in oro [13]: Statuto Banca d’Italia, art. 39 [14]: Banca d’Italia – Collocamento, Acquisto e Concambio di Titoli di Stato, pag. 4 [15]: Wikipedia [16]: New York Times – Redazionale, “ROTHSCHILDS SUE TO SUPPRESS BOOK”, 28 novembre 1912 [17]: N M Rothschild & Sons

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S I T O G R A F I A

D E L L E

F O N T I

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