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Raimondo Terramano

RETROSPETTIVA DELLA PROVINCIALE CASO 1


1. Il paese ha i suoi profumi, che non sono solo quelli delle rose o delle magnolie, non necessariamente i gelsomini appesi ai recinti come in ogni luogo genericamente profumato dai piccoli fiori bianchi. Questo paese ha lodore della terra, lodore delle coltivazioni che crescono sopra le zolle dure e sotto il sudore; ha il profumo dei terreni del Fucino, che si aggrappa anche agli abiti imbevuti di fatica. Il profumo della terra non lo pu sentire chiunque, non come le rose che profumano per mestiere; non si annusa in qualsiasi momento. Per riconoscere davvero il profumo della pianura coltivata bisogna averne sentito la mancanza per qualche anno, e aver abituato il naso e lo spirito ad altri odori distanti; quando si tendono di nuovo le narici a quegli aromi riconoscibili agli abitanti, e amanti, della conca, anche le zaffate di pollina o altri concimi naturali hanno un profumo ancillare, piacevole. Queste sensazioni olfattive si possono provare maggiormente in alcuni momenti della giornata: la sera allimbrunire, dopo il vespro, o molto tardi allinizio della notte fonda, quando anche la terra si avvia al riposo e sprigiona i sapori accumulati durante le ore diurne; oppure al mattino presto, quando vanno a riposare i fornai, e quando ogni clamore olfattivo si placato per la stasi notturna del paese e la terra si impadronisce del quinto senso, che stimola mescolando gli effluvi delle zolle con lumida rugiada che nottetempo s adagiata sulle foglie, gli arbusti e le coltivazioni. La rugiada c sempre, la compagnia del lavoratore mattutino.

Il profumo che sale dal Fucino e che pervade Luco dei Marsi nelle albe primaverili fino alle sere di fine estate un godimento destinato a quei pochi che adorano questa terra e ne odorano la vita. presente su tutta la piana, ma a Luco si inizia a sentire solo dal momento in cui si varca lingresso, oltrepassando il cartello su cui campeggia la scritta col nome del Paese (un tempo anche lindicazione della sua altitudine sul livello del mare) e i suoi gemellaggi ignoti con Paesi africani improbabili e non identificabili su mappe geografiche, contornati da quei fori simili a colpi di pistola (?) che qualcuno sembra aver lasciato chiss con quale intento, speranza o minaccia. Da quel cartello inizia Luco dei Marsi, direttamente sulla via Provinciale, che diventa alluopo via Duca degli Abruzzi. La via dingresso, per sua stessa forza e volont, sta formando un arco verde e rigoglioso con la chioma congiunta degli alberi sui due cigli opposti della strada; speriamo che ad alcuni venga lidea di incentivarli e potarli a dovere, cos da rendere pi accogliente lingresso al paese. Via Duca degli Abruzzi gli mancano gli alberi al centro e le aiuole per fregiarsi del titolo pi nobile di viale ma a lei va bene cos- si distende longilinea, snella, liquida da un capo allaltro dellabitato senza intoppi o interruzioni, tanto che ponendosi a guardare dallestremo lato del Crocifisso, peraltro in lieve rialzatura, si riesce a cogliere con lo sguardo laltro estremo lato del paese. Qualche amministratore illuminato ha saputo far abbattere, poco pi duna decina danni fa, quelledificio sghembo allintarsio con via Principe Umberto che ostacolava lo sguardo e il passaggio, e toglieva parte della sua bellezza alla nostra via Provinciale. Ora il suo scorrere fluido e lo sguardo si lancia oltre. Per chi nato, o ha vissuto la giovinezza a Luco, negli anni dai 60 agli 80, la Provinciale stata, e rimane, una fase della vita, una vita allinterno del paese. Gli anni 80 hanno segnato un periodo di sviluppo su vari fronti; i 90 sono stati anni di transizione e, verso la fine, di assestamento; la prima decade del 2000, o gli anni zero come alcuni li definiscono con riluttante rimando anche alla loro negativit,

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hanno delineato, almeno per Luco dei Marsi, una decisa curvatura di decadenza. Questo si reso evidente proprio e soprattutto nellabbandono che il paese ha fatto della sua strada principale. Per crescere da buon luchese era necessario sprecare ladolescenza su e gi per quella via, con tappe nei vari bar di cui il paese ricco, come la sosta ai box di un circuito automobilistico. Nessun trenta/quarantenne luchese di oggi stato risparmiato da tale lusso! Alcuni hanno trovato lavoro per la provinciale, altri vi hanno trovato moglie o marito, ma tutti vi hanno lasciato qualcosa: almeno un paio di scarpe! Lodierna desertificazione di via Duca degli Abruzzi coincide anche con lesasperante e incontrollata ondata di immigrazione che da ogni parte dellest Europa e nord Africa si abbattuta sul Paese (intendo qui sia il borgo che lo Stato) dagli inizi degli anni 90 e che dalla fine di questi anni ha assunto proporzioni non pi gestibili e gestite. Lungi dallessere una risorsa, come a volte limmigrazione, a Luco questo diventato un fenomeno talmente massificato e volontariamente incentivato da alcune amministrazioni e parte della popolazione, che ormai impossibile assorbire o integrare. La conseguenza peggiore di ci la devianza sociale e culturale a cui il paese soggetto. Nel concreto, oggi via Duca degli Abruzzi colonizzata da una serie di capannelli di extracomunitari (molti dei quali nel frattempo son diventati comunitari); ognuno di questi conta tra le quattro e le dieci persone, tanto da raggiungere il ragguardevole numero complessivo costante di oltre due/trecento individui, concentrati in prevalenza nei dintorni di Piazza Indipendenza (altro luogo storico sottratto o abbandonato dai luchesi, per mancanza di volont o di spazio) o ai margini di Piazza Umberto I. Ma questo tema sarebbe troppo lungo e delicato da trattare e potr essere argomento di altre dissertazioni, questa solo una retrospettiva sulla via Provinciale. 2.

Il Corso principale di Luco dei Marsi ha una origine piuttosto recente, risale infatti agli inizi del secolo scorso, data la presenza fino al 1877 del Lago Fucino. Il paese transitava fino ad allora lungo le due vie da Capo e da Piedi che univano su due livelli sormontanti le porte daccesso a est e a ovest. Questo giustifica in parte il tracciato rettilineo, frutto forse di un primo approccio architettonico, un abbozzo di piano regolatore urbanistico, da sviluppare a valle della grande via. Tutto il paese nuovo si costituisce infatti intorno a Via Duca degli Abruzzi, con una certa regolarit, e negli anni si sviluppa a sud della stessa via, verso i terreni emersi dal lago. A parte le Chiese, tutti gli edifici pubblici sorgono allinizio del 900 intorno a questa strada, compreso il vecchio asilo, di cui oggi, disgraziatamente, non resta pi traccia, edificato sul ciglio della seconda via importante Annamaria Torlonia, parallela alla Provinciale. Ledificio dellasilo, di solo un piano di elevazione ma con molte stanze a disposizione data la sua forma a ferro di cavallo, era contornato da un bel giardino, anche se poco curato. Un nuovo progetto comunale degli anni 90, avviato alla fine di queglanni, ha dato vita a un imponente edificio polivalente con funzione di centro culturale e principalmente costruito intorno a un teatro. Ledificio teatrale in genere, nella sua storiografia, ha avuto uno sviluppo architettonico legato alla sua funzionalit, per proporsi soprattutto come spazio sociale e momento di aggregazione collettiva. La sua origine, di una evidente religiosit pagana piena di senso durante loscurantismo medievale, giustificava laggregazione delle masse intorno allidolo, allicona sacra. La necessit avvertita nellincedere dellumanit verso il secolo dei lumi di uno spazio idoneo alla rappresentazione, che nel frattempo si era spogliata dei caratteri oziosamente religiosi, ha dato nuova vita alledificio teatrale. Liberatosi dal retaggio ecclesiastico e affrancato dalle sue costrizioni, mantenute soltanto nella scaramantica avversione simbolica alla porpora cardinalizia che costringeva il teatrante medievale a unintera quaresima di immobilit, e quindi digiuno forzato per mancanza di guadagno, il teatro, inteso come luogo, si rinnova e si ricrea in spazio sociale.

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Dietro la spinta di questa grande tradizione e col desiderio di consegnare al paese il suo teatro, finalmente una innovazione positiva, il suo luogo di culto pagano, fonte di cultura e spazio di sfogo alle velleit artistiche luchesi e marsicane, e ancora con la pregevole intenzione di dare ai luchesi un nuovo elemento di aggregazione e di sviluppo economico (perch anche di questo si tratta), lamministrazione comunale dei primi anni 90 avvia la costruzione di quella che con le migliori e pi ottimistiche intenzioni- diventa in breve tempo una cattedrale nel deserto. Ledificio, ancor oggi in fase di cantiere statico, fermo da dieci anni: nelle cattedrali costruite nei deserti pare almeno che raramente un beduino ci si fermi a pregare. Secondo alcune tesi pubblicate negli ultimi anni che si sono occupate di strutture teatrali abruzzesi e hanno analizzato anche leterno e immobile cantiere di Luco dei Marsi, il progetto agli antipodi della reale funzionalit teatrale, in un rapporto inversamente proporzionale come la musica di Al Bano e Romina Power starebbe a quella di Miles Davis, o come un vegetariano a una bistecca di maiale. Il lodevole progetto del centro culturale polivalente non , evidentemente, riuscito, nonostante lingente applicazione di forza economica. Probabile attenuante di tale fallimento pu essere lonesta fede riposta nella Provvidenza: anche luomo non votato alla professione cattolica pu affidarsi alla convenienza bifronte della fortuna, nella convinzione che il risparmio anche se pubblico- rappresenta una chiara mancanza di fiducia verso la Provvidenza! Cos anche Luco si inserito nella lista dei Comuni che possono vantare una bellissima opera incompiuta. Luco dei Marsi perde dunque lopportunit, da non sottovalutare, di essere il primo paese della Marsica ad avere un vero e proprio teatro; perde lopportunit di anticipare in questo i pi grandi centri di Celano, che oggi vanta una sua stagione teatrale, e di Avezzano che, con analoghe vicissitudini e lentezze, oggi fa vanto di un moderno e funzionale teatro. Naturalmente ogni paragone in rapporto alla dimensione del centro urbano che si va a considerare.

Probabilmente questo il momento da cui pu farsi decorrere il graduale, ma non molto lento, declino del paese. Nella sua fase di crescita e di sviluppo, nel suo fiorire come esempio e guida per alcuni vicini e amici agglomerati urbani marsicani, Luco dei Marsi subisce uninterruzione allo sviluppo e inizia di conseguenza un progresso regressivo: qualcosa che smette di crescere, inevitabilmente marcisce! Come lalbero a cui viene estirpata la radice durante la primavera; o come linnamorato che al culmine della sua curva damore verso lessere amato, viene da questo pugnalato con larma del tradimento o, ancor peggio, con quella dellimprovvisa e immotivata indifferenza. Cos sembra essere stato abbandonato Luco dei Marsi. Il paese si ritrae, dunque, forse cercando nel proprio seno gli elementi e la forza dello sviluppo o forse paventando il rischio dellopportunit di una crescita che lo avrebbe reso pi ricco, pi moderno, pi aperto verso lesterno ma nel contempo pi responsabile, attore protagonista costretto a gestire il proprio ruolo di centro di attrazione dinvestimenti e di polo socio culturale, in una Marsica per certi versi ormai guasta e per altri ancora acerba e bisognosa di maturazione. Gli ostacoli al nostro sviluppo, spesso celati dietro orrendi tentativi di rinnovamento dellarchitettura urbana o del camminamento pedonale, hanno arrecato danni enormi prima di tutto alla popolazione: una comunit affiatata si ritrova e si ricrea intorno al buon operato dei centri di gestione pubblica, trae stimolo positivo dallattivismo del capo e dal buon governo degli eletti. Diversamente, limmobilit stimola lozio, e la staticit linedia; nei gruppi sociali questo tende alla devianza! Dunque vero che in una casa con gli stipiti delle porte bassi, gli abitanti tendono ad ingobbire e allobbedienza. 3.

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Non raro che la Provinciale, anche oggi in un ultimo soffio di vitalit, assuma i caratteri del crocevia di razze e culture; ma, ahim, si tratta di razze e culture sempre e solo della conca fucense. Quellintegrazione multietnica e globale che da un lato si invoca e dallaltro si paventa, lungi ancora da venire. La storia millenaria delle popolazioni che hanno abitato il nostro territorio, i Marsi in primis, sarebbe da insegnare fin dalle scuole elementari per stimolare quel sano orgoglio campanilistico che, lungi dal volersi identificare con insano fanatismo, necessario a creare una sana coscienza, prima di tutto di Marsicani. Come Italiani, tristemente risaputo, abbiamo un carente senso di Patria, tranne durante le partite ufficiali di calcio gli altri sport, in Italia, contano ancora troppo poco e pagano lo scotto di dar ancora poco guadagno- durante le quali mostriamo comunque di improvvisare lInno Nazionale come bellezza, secondo solo alla Marsigliese-. Tuttavia, nel nostro piccolo, sfoggiamo un orgoglioso campanilismo localistico, ed ogni marsicano si sente a tratti diretto discendente di quei figli di Marte, quando non, addirittura, di Marte stesso. Questo accade, in maniera divertente, nelleterna disputa tra il nostro Luco dei Marsi e il confinante Trasacco, sul quale pu vantare, da sempre e per sempre, almeno due piccole vittorie: la bellezza della via Provinciale di cui sopra; ma soprattutto lappendice al nome, di cui trans aquas non possono fregiarsi, del titolo di dei Marsi come suffisso allidentificativo del paese. Laccesa diatriba tra le parti si placa allorch gli abitanti dei rispettivi paesi si incontrino in narrazioni epiche di giornate e nottate trascorse ad ingollare bevande (leggermente) alcoliche. Per suggellare la pace del momento i contendenti innaffiano le strette di mano con la bevanda che meglio gli si conf, e ogni mano che stringe laltra nellalleanza portatrice di una nuova caraffa piena. Normalmente le strette di mano si susseguono continue e allegre per diverse ore. Anche nella bevanda si riconosce loriginalit: dedito e votato il trasaccano, per parlare convenzionale dimostrato dai fatti, al dio Gambrino e alla sua bevanda

bionda e luppolata; votato e fedele il luchese al dio Bacco e al suo nettare degli dei. Nel conviviale i due vicini di casa sanno far vanto di un comune orgoglio di marsicani. Per tornare coi piedi sulle strade del nostro amato paese, in questa retrospettiva che si interroga e vorrebbe comprenderne i pochi sviluppi e i molti regressi di questi ultimi tre lustri, giusto il caso di notare come la via principale Duca degli Abruzzi, che consente vanto al paese per la sua ampiezza, linearit e luminosit, sia diventata in pochi anni un deserto (dove posso costruire la mia bella cattedrale, sulle macerie della nostra storia e sulle ceneri del rigoglioso bosco). Ritengo che Luco dei Marsi abbia almeno due architetture urbane invidiabili: la prima proprio via Duca degli Abruzzi, di cui parliamo; laltra la piazza Umberto I, molto grande e regolare e in posizione di belvedere da cui, gettando lo sguardo oltre ledificio comunale e le scuole, si pu dominare gran parte della piana fucense. Un luogo capace di accogliere sui suoi sampietrini e sotto lombra dei suoi tigli gran parte degli abitanti del paese e, soprattutto nelle ricorrenze festive, molti ospiti forestieri anche in questo purtroppo il declino evidente-. Alle spalle la piazza sovrastata dalla grande e ricca chiesa che protegge, sprona, vaticina e resiste. Lo sguardo dinsieme pieno, gratifica, dallalto fino al fondo della via principale col suo giardino e limbocco del Montanaro; sorte favorevole ha fatto sparire una bandiera arcobaleno, simbolo della pace, che ha campeggiato per anni sulla facciata delledificio comunale, alquanto anacronistica, inadatta e utilizzata a vessillo di partito che andava osservata, nel contesto paesano, con una certa punta di ironia, quasi un mistero buffo; per fortuna oggi la facciata del Comune tornata ricca del solo araldo del paese e dal tricolore che ci rammenta il senso di Patria e dEuropa. La piazza di Luco potrebbe aspirare al ruolo di agor, come centro di raccolta e dincontro delle idee, spazio aperto in cui il paese si incrocia e dialoga, propone e

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dispone; come in una perfetta democrazia platonica, il candidato (cos appellato proprio perch si presenta al pubblico nella sua veste candida, anche fuor di metafora) si mescola al popolo e si fonde alle sue necessit, prima ancora di diventarne portavoce e poi risolutore o realizzatore. Ma anche questo ambizioso ruolo stato evaso dalla collettivit e non stato centrato dalla nostra invidiabile piazza, limitandone il merito al passeggio domenicale post funzione religiosa, alle scorribande notturne, e da qualche anno al baratto clandestino di sostanze psicotrope. Oppure alla triste goliardia delle anacronistiche feste dellUnit (o di un 1 maggio declassato a mera festa di partito pubblicizzata ancora con imbarazzanti manifesti sullo sfondo di Pellizza da Volpedo) che addirittura allontana dal luogo molti (pressoch poco tolleranti) cittadini. Alcuni dei quali non hanno ancora compreso perch sia stata smantellata la statua del monumento ai caduti. Si ipotizza ma probabilmente si tratta degli stessi malpensanti e intolleranti di cui sopra- che lo stile decisamente lineare, le forme squadrate, quel marmo bianco, fiero e solido del monumento che per decenni ha vigilato su Luco, anche dalle cartoline, fosse troppo evocativo ed emanasse un vago richiamo allo stile fascista. Smantellare il passato per rimpiazzarlo con edifici pi adatti al tempo che corre, annullando cos la storia e il nostro passato, potrebbe sembrare un atto egoistico nei confronti dei posteri. Ma anche questa unaltra storia. Il nostro tempo ha sostituito il vecchio monumento in piazza con un nuovo altare disegnato da un noto artista marsicano, pi piccolo del precedente, di non facile comprensione ma comunque bello e simpatico. Pare tuttavia che non si tratti di un originale bens di una copia, anche mal riuscita. Sulle retrovie del monumento, lungo la balaustra di pietra che limita lampia balconata affacciata su via Duca degli Abruzzi, al giorno doggi siedono e si sporgono esclusivamente uomini non italiani, che hanno conquistato con pazienza e costante occupazione fisica anche questo spazio; non pi luchesi, dunque, n di giorno, n di sera.

4. Accade spesso che uomini o donne di non proprio avvenente aspetto estetico, mettano in gioco qualit del carattere non aperte alla vista che li rendono attraenti e interessanti. Accade anche che queste qualit finiscano per essere tanto importanti da far sottovalutare laspetto estetico e questi uomini o donne si trovino circondati da pi spasimanti o amanti di quanti ne possa vantare il belloccio di turno. Pu accadere, ancora, che in una stessa persona si possano trovare entrambe le qualit di cui sopra, cio una bellezza estetica e una attrattiva interiore. E qui non c gioco per nessuno. Il paragone utile a spiegare questaspetto del paese. Luco dei Marsi ha avuto la fortuna di essere dotato di una bellezza estetica e architettonica a parte la strada Provinciale e la Piazza di cui sopra, possiede un caratteristico borgo originario che un tempo cresceva alle pendici del lago, chiese importanti, un convento immerso nella montagna e natura a perdita docchio- e nella stesso tempo ha una popolazione allegra, intraprendente, colorita e a tratti folcloristica, comunque compatta e solidale; giovani ancora entusiasti, sani e forti. Tutto questo rischia di andare verso la discesa irreparabile. Nessuna valorizzazione ha incentivato la bellezza del paese che, con un po di ottimismo e di pubblicit, potrebbe puntare addirittura sulla risorsa del turismo. Lentusiasmo e la vitalit, quelle capacit organizzative che rappresentano i caratteri nascosti agli occhi e di cui i luchesi sono ricchi, sembrano sopiti, non si sa come, non si sa perch. Insieme alla poca cura per la bellezza estetica, il paese in questi anni ha limitato anche gli spazi, fin quasi a eliminarli del tutto. Oltre al teatro mancato e al centro polivalente in sosta, oggi Luco carente di qualsiasi struttura sportiva. Ma se i ragazzi vogliono davvero praticare uno sport c un buon circolo bocciofilo dove riunirsi e imparare a tirar di boccia. Ai margini del paese, sul fronte del margine decisionale, pare si stia profilando una soluzione al doloroso declassamento della Provinciale.

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Perch si prospetti una soluzione, dallaltro lato ci deve essere qualcuno che ha individuato il problema. Se non v soluzione, non v problema ma uno stato di fatto. Se la soluzione c, allora il problema risolto dunque non c pi. La compagine attuale a cui competono le decisioni in merito al paese ha circoscritto i mali che affliggono via Duca degli Abruzzi allintenso traffico automobilistico che imperversa a tutte le ore, causandone labbandono da parte dei luchesi che, per sfuggire al rischio di investimento e allinquinamento dei tubi di scappamento, si rifugiano nei bar o in anfratti ignoti, alimentando cos la desertificazione. Se, dunque, lattraversamento di TIR o automobili folli rappresenta il problema, la soluzione deviarli su altre direttrici stradali. Il progetto (definitivo) di un ponte che servir alloccorrenza, compare improvvisamente circa due anni fa, pochi mesi dopo lultima tornata elettorale. Un ponte moderno da far invidia a molti paesi, per rilanciare leconomia, il turismo, la socialit del paese, ma soprattutto per dar nuova vita alla via Provinciale. Questo fa ben sperare sulle intenzioni di rinnovamento, ma lascia perplessi immaginare cha con meno della met del costo del ponte si riuscirebbe a portare a termine il centro polivalente (teatro e annessi) e ad arginare la desertificazione invadente. Si potrebbe addirittura ipotizzare una nuova struttura sportiva o una ristrutturazione di quella esistente- che comprendesse uno stadio da calcio o calcetto (ho appena accennato che questo lo sport maggiormente gradito dai luchesi e dagli italiani in genere). Ma se ci accadesse non potrebbe essere lungo la via Provinciale, quindi non rientra nei nostri discorsi odierni. Nel frattempo il paese, interdetto, si interroga. Ors, luchesi, quando sar finito il ponte e non ci sar pi traffico a disturbare i nostri passi, non deludiamo le aspettative: torniamo a calcare gli argini della strada! Non i marciapiedi, come si suole, ma lesterno della carreggiata come a Luco si sempre usato.

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5. La piccola navicella luchese, che per secoli stata sostegno e sviluppo delleconomia e della socialit marsicana, ha ammainato le vele e ristagna nella memorie delle acque lacustri, divenute poi bacino di terra fertile e orgoglio dellabitante e dellagricoltore paesano. A nulla vale, oggi, giustificare che la nave luchese ha arrotolato le vele e i gonfaloni perch su tutta la piana calato il vento, e senza vento le vele non si gonfiano. Le navi da attacco, quelle con i cannoni, e le navi da difesa, quelle con gli scudi, hanno ampie fiancate allestite con remi lunghi che spingono avanti la prua a forza di braccia e solcano i mari pi impervi. Anche quelli su cui non soffia pi il vento. Dalla cabina del capitano sembra essersi svitato il timone, qualche zuzzurellone ha pensato bene di portarselo a casa allultimo attracco e prima che la nave salpasse di nuovo, carica degli stessi stanchi marinai di sempre, ma ancora piena di nuove e ottimistiche speranze e di belle illusioni. Ma non solo il timone si perso: dei forti remi, le pale che dovrebbero spingere al largo la nave, son rimasti solo gli occhielli vuoti su cui essi fanno giogo e forza: ogni marinaio se n portato a casa uno, il suo; da qualche parte ci potrebbe anche essere un bricconcello marinaio che ha a casa ben due remi, forti, robusti, con i quali, chiss?, gioca nella vasca da bagno mentre la nave intera, la grande nave luchese, esempio per molti vascelli marsicani, ristagna nella palude e tenta ancora di vantarsi di ormai andati lustri (e lustrini!). Quando il paese non ci piace pi e non ci appartiene, rivolgiamo lattenzione al di fuori di esso. Quindi siamo spinti a guardare e desiderare la roba e la donna daltri, contravvenendo cos al 9 e 10 Comandamento che, per estensione, si pu applicare ad ogni situazione della vita. Alcuni vanno via da Luco non per studio o per lavoro ma perch insoddisfatti, incapaci di agire in un ambiente arido, rancorosi verso qualcosa o qualcuno che ha ridotto a presidio altrui, togliendolo ai luchesi, il paese pi vivo e ricco della Marsica. Ma ovunque si decida di fuggire,

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anche nelle pi grandi metropoli, non si trover mai lo stesso flusso di memorie, il passato passeggio, lalcova domestica del bar di cui pullula la Provinciale; farla rivivere potrebbe rappresentare un tentativo di rinascita e riconciliazione. In ogni caso ritengo che sia pi semplice e di gran lunga pi piacevole la vita del paese: muoversi in una citt troppo grande come fare lamore con una donna troppo grassa, non si trova mai la strada!

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Raimondo Terramano
Retrospettiva della Provinciale Caso 1

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