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BREVE STORIA SUL RAZZISMO

I pregiudizi razziali in senso stretto, come coscienza della superiorità "biologica" della propria
"razza", si sono sviluppati nell'epoca moderna, alla fine del XVIII sec., per giustificare una
politica nazionalistica e colonialistica.

Nei confronti degli schiavi negri, nei primi tempi del colonialismo, gli europei avevano un
disprezzo legato alla condizione sociale e non al sangue. Il nero non veniva considerato di per
sé inferiore al bianco, anche se l'arretratezza scientifica e tecnologica veniva usata per
sottomettere le popolazioni non-europee.

Una prima giustificazione delle differenze "razziali" venne avanzata quando cominciarono a
farsi strada delle posizioni favorevoli all'emancipazione degli schiavi negri (vedi ad es. la
Rivoluzione francese e il cosiddetto mito del "buon selvaggio", contrapposto all'uomo civilizzato
ma disumano, perché avido e prepotente).

Nei tempi antichi gli uomini potevano essere perseguitati per motivi religiosi, politici, sociali,
culturali... ma non lo sono mai stati per motivi biologici.

E' vero che in Grecia Aristotele giustificava la schiavitù dicendo che "per natura" alcuni
comandavano e altri obbedivano (schiavi cioè si nasce non si diventa), ma questa differenza
era -secondo lui- determinata dal "caso" e comunque non comportava l'eliminazione fisica dello
schiavo, né si riteneva che, in via del tutto eccezionale, uno schiavo non potesse, una volta
affrancato dal padrone, arrivare ai livelli di una persona libera. Aristotele credeva che
l'attitudine fisica a comandare o a servire dipendesse dall'inclinazione del carattere: in tal
modo non si rendeva conto di quali differenze sociali potevano impedire a uno schiavo di
comandare o comunque di far valere le sue reali potenzialità (da notare che molti schiavi,
almeno all'inizio, furono popolazioni libere vinte in guerra).

I "barbari" (altro concetto razzista, che tarda a morire) erano considerati tali, dai greci e dai
romani, per motivi culturali non biologici (anzi, sul piano biologico, molti li consideravano
superiori, perché più robusti fisicamente dei latini). Il disprezzo che si aveva per la loro
arretratezza culturale, tecnica, scientifica, militare ci ha sempre impedito di cogliere gli aspetti
positivi del loro stile di vita, dei loro valori tribali.

I greci e i romani, più che legare il sangue alla razza, legavano il concetto di cittadinanza (che
rendeva giuridicamente liberi) a quello di civiltà (che rendeva superiori nello "spirito"). La
cittadinanza (cioè il privilegio di appartenere a un popolo evoluto) veniva concessa soltanto a
chi accettava i valori della civiltà greco-romana e da questa civiltà veniva riconosciuto idoneo.
Era un privilegio sociale, politico e giuridico, non certo biologico. In virtù di questo privilegio il
cittadino poteva guardare con disprezzo le altre culture e civiltà.

Nel Medioevo i cattolici europei si consideravano superiori a tutte le altre popolazioni del
mondo non solo per motivi culturali ma anche e soprattutto per motivi religiosi: di qui il
disprezzo e le persecuzioni di ebrei, musulmani, eretici, pagani (incluse le guerre all'interno
dello stesso cristianesimo, fra cattolici e ortodossi, fra cattolici e protestanti). Naturalmente vi
furono anche dei cattolici - come ad es. Bartolomeo de Las Casas- che sostennero
l'uguaglianza degli uomini, a prescindere dalle loro differenze etniche o religiose. D'altra parte
gli stessi vangeli erano chiaramente orientati verso l'uguaglianza universale degli uomini.

Il disprezzo biologico non è che una sofisticazione usata per giustificare meglio quello culturale.
Nel XVIII sec. si formò una vera e propria ideologia razzista. Essa partiva dalla differenza dei
tratti somatici e del colore della pelle per affermare una differenza di carattere biologico
ereditario e quindi una inferiorità intellettuale e morale, oltre che genetica.

Nel XIX sec. si passa a interpretare la storia come una competizione tra razze forti e razze
deboli. La decadenza delle grandi civiltà viene spiegata con l'incrocio delle razze che
impoverirebbe la purezza del sangue.

Queste tesi furono adottate dal nazismo, che mirò all'eliminazione fisica delle cd. "razze
inferiori", ivi incluse alcune categorie sociali (ebrei, slavi, zingari, zigani, pazzi, handicappati,
omosessuali...). Ciò però non vuol dire che il nazismo credesse (nei suoi ranghi intellettuali)
nel valore scientifico di queste tesi, che è peraltro indimostrabile, in quanto non siamo in grado
di risalire alla formazione originaria delle presunte "razze". Il nazismo si era appropriato di
queste tesi perché gli tornavano utili per sconvolgere l'assetto del mondo, determinato a ovest
dal potere di G.B. e Francia; a est dal potere dell'URSS; oltre oceano dal potere degli USA. La
Germania, convinta di avere grandi potenzialità inespresse, si sentiva tagliata fuori dalla
possibilità di dominare una parte del mondo (essa ad es. non aveva potuto partecipare alla
spartizione delle colonie).

Per quanto riguarda il fascismo italiano, Mussolini non solo non ha mai creduto al concetto
biologico di "razza" (né lo riteneva utile per affermare il proprio nazionalismo), ma era anche
convinto che proprio dalla fusione delle razze potevano nascere individui migliori. Questo
tuttavia non gli impedì di considerare gli slavi e i neri come dei popoli sottosviluppati da
sottomettere, né di perseguitare gli ebrei, dopo l'alleanza con la Germania.

Dobbiamo ancora usare il concetto di "razza"? Sì, se lo usiamo in maniera puramente


convenzionale, per indicare il colore della pelle. Per il resto tutti gli uomini appartengono alla
stessa specie, tutti sono derivati da uno stesso ceppo ancestrale, tutti hanno in comune lo
stesso patrimonio genetico.

Se vogliamo distinguere le popolazioni sul piano culturale, dobbiamo parlare di gruppi etnici
(eventualmente "misti"), nel senso che l'uomo è un "prodotto culturale".

Oggi tuttavia appare chiaro che il pregiudizio razziale è determinato da fattori di carattere
socioeconomico (come i conflitti fra le classi sociali). Prendiamo ad es. i matrimoni misti. Là
dove i matrimoni misti sono molto osteggiati e dove gli individui vengono giudicati in base alla
loro appartenenza al gruppo, lì esiste una differenza di classe o di casta. Le classi più elevate
danno più importanza all'estrazione sociale, alla nascita, alla buona famiglia, al parentado... e
non vogliono, di solito, matrimoni con individui di classi inferiori. L'uomo di classe elevata
innalza alla propria classe la donna che sposa; l'uomo di classe inferiore la abbassa. Nel mondo
occidentale la stratificazione delle classi sono determinate, tendenzialmente, per linea paterna.
Se però l'uomo bianco sposa una donna nera, facilmente i figli vengono relegati alla casta della
madre.

Le prime teorie razziste, basate sulla superiorità biologica e culturale di una razza sull'altra,
comparsero e si svilupparono nel '500, col sorgere dei grandi imperi coloniali; cioè quando
spagnoli e portoghesi iniziarono il traffico degli schiavi africani da utilizzare nelle miniere e nelle
piantagioni americane di cotone.

La teoria dell'inferiorità razziale era stata creata per giustificare lo sfruttamento dei neri da
parte dei bianchi. Fu solo nell'Ottocento che gli schiavisti cominciarono a perdere le loro
battaglie: in Inghilterra la schiavitù venne abolita nel 1808, in Francia nel 1848, in Olanda nel
1863. Lo schiavismo aveva trovato i suoi più accaniti sostenitori tra gli aristocratici possidenti
del sud degli Stati Uniti. Qui la schiavitù venne abolita da Abramo Lincoln nel 1861.

Il razzismo contemporaneo nacque in Europa nella seconda metà del sec. XIX. Il suo fondatore
fu il conte de Gobineau, che scrisse un libro sull'ineguaglianza delle razze umane. Alla fine del
secolo scorso l'inglese Chamberlain, forte ammiratore dei tedeschi, riprese le teorie di de
Gobineau, sostenendo che ogni uomo, solo per il fatto di appartenere a una certa razza,
possiede delle qualità destinate a realizzare determinati fini. Per quanto riguarda i tedeschi il
loro fine particolare è il dominio del mondo. Con Chamberlain nasce anche la giustificazione
teorica dell'antisemitismo e la valorizzazione del concetto di "razza ariana".

Tutte le sue idee vennero accettate dal nazismo. Hitler, nel libro Mein Kampf, affermò che
l'incrocio delle razze determina il decadimento fisico e spirituale della razza superiore. E' inutile
ricercare -diceva Hitler- quale sia la razza originaria portatrice della cultura umana: ciò che
conta sono i risultati attuali, nel senso che la razza superiore è quella che riesce a dimostrare
d'essere la più forte e la migliore in ogni campo. E quella tedesca coincide con la razza ariana.

Le accuse di Hitler agli ebrei furono molto pesanti. Egli sosteneva che l'ebreo, una volta
arricchitosi, è in grado di influenzare il potere politico contro gli interessi della stessa nazione;
se invece l'ebreo non si arricchiva diventava un comunista, per cui in entrambi i casi egli
aspirava al dominio del mondo.

Hitler chiedeva allo Stato tedesco di porre al centro della politica demografica il concetto di
razza, per spopolare l'Europa e creare lo "spazio vitale" indispensabile all'espansione del popolo
tedesco. Inoltre per impedire che nascano bambini malati o difettosi, ovvero che nascono,
grazie alla scienza, individui "puri". A tale scopo occorreva realizzare dei lager di sterminio, di
lavoro delle razze inferiori e di sperimentazione scientifica (trapianti, operazioni senza
anestesia, inoculazione di malattie, ecc.). Le razze da sterminare erano principalmente quella
slava, ebraica, zingari, e tutti gli uomini deboli o malati.

Da tempo l'antropologia ha abbandonato il concetto di razza come legato ad esigenze pratiche


di classificazione scientifica. Lo si usava per distinguere i vari gruppi umani sulla base di
caratteristiche fisiche che si trasmettono ereditariamente. Ora invece si ammette che non
esistono particolari attitudini esclusive di una determinata razza, che la rendono superiore a
un'altra. Le maggiori capacità di un gruppo sono da attribuire a circostanze storiche,
geografiche, sociologiche, non certamente a congenite differenze intellettuali e morali. Il
concetto di razza andrebbe quindi sostituito con quello di gruppo culturale.

Da questo punto di vista sarebbe opportuno valutare anzi rivalutare tutte le civiltà, in rapporto
alla storia di ciascuna di esse, e non sul modello arbitrario di una sola civiltà (ad es. quella
occidentale). Una civiltà è il frutto di quelle condizioni di vita (materiali, sociali e culturali) che
si sono presentate durante il corso degli eventi. Cinquemila anni fa, p.es., gli egiziani
avrebbero potuto considerare gli europei degli esseri inferiori o incivili. Il tempo non può essere
il metro per misurare lo sviluppo di una civiltà. Mutamenti culturali che per alcuni popoli hanno
richiesto dei secoli, per altri possono realizzarsi nel giro di pochi anni.

Semmai è un altro l'aspetto da considerare, se si vuole parlare di sviluppo di una civiltà: la


capacità di adattamento al mutare delle condizioni di vita e dei fattori ambientali. E' questa
capacità, innata in ogni essere umano, che permette a una civiltà di svilupparsi più o meno in
fretta, di modificarsi. Si potrebbe qui aggiungere che i popoli le cui civiltà hanno camminato più
lentamente sono quelli vissuti nell'isolamento, cioè con pochi contatti con i popoli vicini. Lo
scambio delle esperienze, delle conoscenze, delle abilità tecniche ed operative è sempre stata
la molla che ha fatto scattare l'esigenza di un mutamento.