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LA RELIGIONE E LA MORALE CATTOLICA SECONDO SIMONDE DE SIMONDI

Nel capitolo conclusivo ( CXXVII ) della Histoire des Rpubliques Italiennes au Moyen ge Sismondi si occupa di quelle che a suo avviso furono e sono ancora a inizio ottocento le 4 piaghe che avrebbero corrotto nei costumi e spezzato nellazione il popolo italiano, soprattutto a partire dalla Controriforma. [Uso il termine piaga per brevit ed efficacia, e non per cattiveria. Vorrei piuttosto stabilire un parallelo, mutatis mutandis, con lo scritto di A. Rosmini Le cinque piaghe dalla Chiesa cattolica ( del 1848 ) , vale a dire con l analisi critica del massimo filosofo cattolico dell 800 che gli cost l anno successivo la messa all Indice dei Libri Proibiti. Nulla accomuna, quanto alle loro posizioni, Rosmini e Sismondi. Resta piuttosto il fatto che nell 800, dopo l uscita dell opera rosminiana, il termine piaga, godette di una particolare popolarit]. Le 4 piaghe che per Sismondi avrebbero ammorbato l Italia sarebbero nell ordine: la religione cattolica (soprattutto vista sotto l aspetto della catechesi, della teologia morale, nonch della prassi etica ), l educazione, la legislatura, il senso dell onore. Il suo testo chiaro ed appassionato, ricco di riferimenti storici e all attualit della sua epoca, la Restaurazione post-napoleonica. Le sue tesi hanno anche il pregio di essere esposte secondo quello che , per l autore, il loro ordine di importanza. In queste note voglio occuparmi solo della prima piaga. Per giungere, nel lavoro interpretativo, alla massima chiarezza mi sembra necessario passare per una SINTESI SISTEMATICA DELLA CRITICA di SISMONDI ALLA RELIGIONE a ALLA MORALE CATTOLICA (con particolare riferimento all Italia ). Rimarcheremo e renderemo esplicite le premesse teoriche pi o meno latenti al suo discorso e cercheremo un nesso tra la teoria e le sue conseguenze pratiche. Cos avremo preparato al meglio il terreno per un confronto il pi fruttuoso possibile con la critica che ne fece Alessandro Manzoni nelle sue Osservazioni sulla morale cattolica. * * * *

Dal lavoro critico di Sismondi possibile ricavare ricorrendo all affilatezza dell armamentario filosofico questo schema: 1 ) La morale cattolica produce nei fatti e nella teoria qualcosa di pernicioso per la prassi umana: un eteronomia di fondo nella condotta di vita. Per chi avesse anche solo orecchiato un po Kant non potrebbe esserci accusa pi grave. Ma quali sarebbero i momenti di questo che per l etica moderna e contemporanea sarebbe il peccato capitale verso la ragion pratica ? Stando a Sismondi, credo, questi due: a ) L ingerenza del momento etico-religioso, di per s non puramente razionale e mondano, nell ambito etico-mondano. Princip, seppur sanio sacrosanti, provenienti da una religione rivelata, proprio perch dettati dall alto, destabilizzano il terreno proprio del giudizio etico, che e dovrebbe essere rigorosamente interumano. Per di pi, con la costante opera di predicazione di dogmi e di regole di comportamento rigorosamente codificate, unita ad un preciso catalogo di possibili pene ultramondane, il divino assume le forme di un istanza che interferisce costantemente, diuturnamente, nella vita di ogni singolo. E questa continua pratica di irruzione del divino nell umano per di pi mediata dalla casta sacerdotale, che acquista cos un potere immenso e diseducativo sulle coscienze. b ) Lo svilimento del momento principe di ogni giudizio e di ogni azione morale, cio dell autonomia del soggetto in quanto istanza razionale e fine in s. E l essere un fine in s,

si badi bene, il requisito essenziale dell essere una persona. infatti il soggetto cogitante e responsabile, dotato di una sua coscienza tutta libera, colui che, agendo e progettando, compie intenzionalmente una scelta morale, immorale o amorale. Ma si noti bene: quando viene compiuta un azione immorale il soggetto agente non veramente autonomo. L autonomia non va confusa con l arbitrio, perch essa, quando non pregiudicata da istanze estranee, ma intatta ed effettiva, non pu che condurre a principi morali universali e a conformarvi l agire. Potremmo dire che lautonomia sia la fonte della morale e questa la scuola dell autonomia. A questo punto dobbiamo evitare un equivoco. Sia da Kant che dall ambiente calvinista ginevrino, di cui Sismondi faceva parte, non veniva affatto messa in discussione n la portata storica del Cristianesimo, n l esistenza di Dio quale Persona e quale Sommo Bene e non semplicemente quale Causa Prima dell universo. Dall etica protestante veniva piuttosto sottolineato questo punto fermo: nel piano divino, che ha messo al vertice del creato l uomo, questi un ente razionale ed autonomo. E l autonomia la fonte universale del suo agire morale e civile, una fonte che non una variabile dipendente della fede o della grazia. l uomo che deve esercitare da s, dal basso, con il sudore della fronte, queste doti e queste facolt, l uomo che ha da scoprire in s e nei suoi simili la razionalit, che con le sue forze ed i suoi sforzi impregna di moralit la sfera interumana. da qui che avviene anche l ascesa verso il Sommo Bene. Per l etica protestante il momento dell autonomia era ed il cardine e l unico luogo della sfera morale. Per chi poi era illuminista, era l indipendenza di questa sfera a fornire da sola un solido fondamento anche per la giurisdizione e per costituire da sola lo stato di diritto. Al contrario, la morale cattolica, invertendo il rapporto tra la sfera della morale e quella della religione rivelata, svuotava la morale della sua stessa essenza e veicolava una immagine distorta del divino. Di pi. Nel testo di Sismondi serpeggia un altra accusa grave alla Chiesa cattolica: quella di strumentalizzare la morale per fini confessionali. Date queste premesse non gli risultava difficile spiegarsi perch gli italiani, come compagine sociale d insieme e presi singolarmente nei loro comportamenti sociali, non avessero mai varcato la soglia della modernit. 2 ) Uno dei portati pi macroscopici della morale cattolica controriformistica fu il dilagare del casismo. Di che si trattava? In buona sostanza vennero fissati in un dettagliatissimo catalogo i precetti e i divieti morali; un catalogo che non lasciava spazio a dubbi, n ad eccezioni; un catalogo che risolveva secondo regole precise anche possibili dilemmi o conflitti tra vari principi o livelli dell agire; un catalogo che associava in modo biunivoco ai meriti morali dei premi di tipo salvifico e ai demeriti delle punizioni della stessa natura. Balza subito agli occhi che una tale concezione e pratica della morale non solo violava ab ovo il principio kantiano e calvinistico dell autonomia e dell assolutezza dell imperativo categorico, ma sradicava un caposaldo dell etica classica un caposaldo aristotelico che nel tardo Medioevo aveva trovato accoglienza anche nella scolastica cristiana (basti pensare ad Alberto Magno e a Tommaso d Aquino) : quello della cosiddetta frnesis, chiamata in latino prudentia. Con la frnesis, ovvero prudentia, si intendeva quella facolt dell intelletto e della riflessione necessaria per giungere all agire giusto e buono. Infatti, fatti salvi e dati per scontati i massimi princip etici, il grande problema per l uomo quasi sempre la loro applicazione. Per agire in modo etico non basta conoscere il principio universale, bisogna anche essere un uomo di giudizio, che lo sa interpretare in modo intelligente, pensandolo di volta in volta, adeguandolo alle persone con cui ha a che fare, cercando di capire se l agire della persona che si ha di fronte stato o intenzionale oppure no, se questa persona sapeva o non sapeva certe cose. Insomma per agire bene, anche conoscendo i principi e volendo agire conformemente, non si forse nemmeno alla met dell opera. Bisogna pure essere in grado

di giudicare un contesto e una situazione, di pi, bisogna essere capaci di andare a cercarsi i mezzi giusti per raggiungere il fine voluto. Per diventare un uomo di giudizio, occorre esercitare di continuo il tatto, la capacit di vedere e prevedere le cose, occorre imparare a conoscere la chimica che emanano i propri simili, occorre possedere vari registri di azione, per graduarla, per aggiustarla. Infine, bisogna saper capire, quando si presentano dei conflitti tra i princip, quale va sacrificato e quale invece va fatto valere. Tutto questo finiva sotto le ruote dentate del casismo. Sismondi non fa parola delle basi teoriche della sua critica. Passa piuttosto in rivista alcuni inconvenienti in cui incorre il casismo. Cerca degli esempi cardinali e li analizza. Eccone quattro: a ) La BENEVOLENZA, ovvero l amore per il prossimo, viene trasformata in un precetto programmatico. Ogni cattolico deve sempre mostrarsi benevolente, in qualsiasi situazione. Con l abitudine, questo diviene un modo di comportamento standard, una seconda natura. Come corollario, questo habitus vieta ovviamente che si parli male del prossimo. Altrimenti si incorre in un peccato. Gli effetti negativi che ne scaturiscono sarebbero per Sismondi questi: * ) ammutolisce la critica degli altri; viene cos a mancare per l altro il feed-back al suo agire, viene meno il rimprovero o il richiamo alla distinzione tra virt e vizio; ** ) non venendo abbastanza allenato il senso critico, si indebolisce in rapporto alla nostra stessa coscienza la voce della verit che parla in noi; *** ) in pi si crea una difformit, una discrepanza abituale tra parola e pensiero, aprendo cos la strada all ipocrisia; **** ) siccome ci si abitua ad attribuire anche agli altri lo stesso tipo di atteggiamento ipocrita, si diventa diffidenti rispetto agli altri e alla parola detta. [ Insomma, la benevolenza programmatica, di facciata, una vera scuola di doppiezza, e quella che dovrebbe essere una virt si rovescia in un vizio ]. b ) La CARIT la massima virt per il Cristianesimo. Ma che ne fa il casismo cattolico ? Lega il precetto evangelico ad una pratica precisa e lo monetizza in termini salvifici. Con i seguenti effetti: * ) nella morale entra un punto di vista utilitaristico; ** ) il donare, una volta codificato e raccomandato alla pratica quotidiana, si inflaziona e diventa una pratica ipocrita e spesso infingarda; *** ) sperando in un maggior successo salvifico, il fedele dona ai religiosi questuanti piuttosto che agli istituti di pubblica carit; a soffrirne furono lo spirito civico e quegli istituti che allora garantivano una certa neutralit confessionale. [ Insomma: utilitarismo e doppiezza e, in sovrappi, danno per lo spirito pubblico ]. c ) La SOBRIET e la CONTINENZA sono tipiche virt domestiche che assicurano l equilibrio e l equit nell ambito familiare, o nel privato di chi si avvia a metter su famiglia. Di per s sarebbero virt da costituire ed esercitare quotidianamente dentro la trama dei rapporti interpersonali, cos da giungere liberamente a moderare, a governare gli istinti e a sublimarli. Invece di questa disciplina interiore il casismo tridentino mise in primo piano una strettissima rete di precetti da seguire, l ascetica ritualizzata dei digiuni, delle vigilie e delle penitenze, il dovere di consumare certi cibi magri in determinate occasioni, il voto di verginit e via dicendo. Le conseguenze furono inevitabilmente queste: * ) La repressione ingrandiva il senso del proibito dando ancora pi forza e maggior peso ai bisogni repressi; ** ) Portava a cercare l eccezione, vale a dire lo sfogo di questi bisogni, ad esempio portava , in certi momenti, agli eccessi della gola o alla libidine, oppure ad un impudicizia strisciante. [ Vale la pena sottolineare che questi sbandamenti da un eccesso all altro erano in s nefasti ed impedivano di seguire la tipica strategia aristotelico-tomistica del giusto mezzo, della moderazione. Infatti, in questa tradizione di pensiero era nella pratica della mediet che si

forgiavano le virt etiche ]. d ) La MODESTIA, scrive Sismondi, la pi amabile qualit degli uomini superiori o di valore. Una virt che per sempre convive e deve convivere con il GIUSTO ORGOGLIO e con una certa sicurezza di s. Questo per sostenere l uomo nei momenti di grande difficolt, o di grande debolezza, o per consolarlo nelle avversit. Ma che ne fecero i casisti ? Della modestia fecero scempio, traendone fuori invece l UMILT programmatica, un vizio che genera l ipocrisia alla Tartufo. Una disposizione malsana in cui, sotto la cenere dell ossequiosit, cova il disprezzo insolente per gli altri. [ Anche in questo caso mediet e virt vanno a farsi benedire ]. 3 ) Un ulteriore conseguenza del casismo tridentino fu, secondo Sismondi, la giuridicizzazione dell etica. Infatti il casismo attribuiva al catalogo delle norme una sorta di valore giuridico, indirizzava la scelta e l azione in base a precisi precetti, e le legava in modo univoco a determinati premi o a determinate pene. Il quadro delle norme di riferimento diventava s chiarissimo, ma snaturava la riflessione morale, che da un atto intimo, proprio del foro interno, diveniva il render conto del proprio operato dinanzi al tribunale di una coscienza esterna. Per di pi il giudizio si articolava in una sorta di conteggio ragionieristico del dare e dell avere. Formulato in modo ancor pi chiaro: quell unit coscienziale tra l agire ed il giudicare, che propriet distintiva dell etica, veniva scissa per distribuirsi in due coscienze: l una agente e l altra giudicante. Ma questa duplicit non poteva non pregiudicare sia l etica che il diritto. Inoltre si faceva largo l idea che esistessero determinati automatismi tra l azione e la valutazione della stessa. Come se non bastasse, si aggiungevano altri due gravi danni. Uno era di natura teologica: Dio tendeva ad assumere le sembianze di un giudice e di un contabile. Laltro era di tipo ecclesiologico: data anche la complessit e scientificit della materia, diveniva indispensabile l intervento specialistico della casta sacerdotale. Ma anche secondo un altro criterio il danno fu enorme. La Chiesa cattolica, giuridicizzando l etica da un punto di vita religioso, si infiltrava anche nel diritto, spezzando o allentando il legame mondano tra etica e diritto. In una concezione rigorosa etica e diritto sono due piani diversi ma collegati. Diversi perch nell etica fondante e fondamentale l aspetto coscienziale-intenzionale ( che scaturisce da e rivela lautonomia del soggetto ), mentre invece il diritto si accontenta dell aspetto interumano oggettivo, in fondo esteriore. Collegati perch entrambi si sviluppano in primo luogo su di un piano tutto mondano e civile. La razionalit da un lato e l impatto sulla societ civile dall altro dovrebbero essere le uniche loro fonti. E la comunit civile, nella sua neutralit confessionale, dovrebbe essere la sola a decidere le norme del diritto, a decidere cosa conformit o violazione del diritto, a stilare il catalogo delle pene. 4 ) Per Sismondi il momento istituzionale che permise il consolidarsi di tutte quelle distorsioni di cui abbiamo appena riferito fu il sacramento della confessione. Del resto era forse questo, agli occhi dei protestanti, la maggiore piaga ecclesiale del cattolicesimo romano. Simondi non si stanca di ripetere che la pratica della confessione aveva questo effetto pernicioso: diffondeva tra i fedeli l idea che la salvezza dell anima poteva essere disgiunta dalla condotta di vita. Il ginevrino dipinge a colori vividi il paradosso di questo sacramento. Chi avesse vissuto in modo dissoluto, giunto vicino al trapasso, poteva sgravarsi dei suoi peccati, farsi cancellare con un colpo di spugna tante immoralit, ed ottenere il lasciapassare della salvezza. Al contrario, chi avesse vissuto in modo probo, ma avesse peccato poco prima di morire senza poter accedere al sacramento della confessione, sarebbe stato dannato. La forza sacramentale di questo istituto lo rendeva efficacissimo nell influenzare le coscienze e nell esercitare il controllo sui fedeli , ma al contempo rendeva relativo e depotenziava tutto l armamentario di precetti e di divieti, cos dettagliatamente codificato, che il cattolicesimo aveva edificato per guidare il popolo di Dio. Insomma, questo edificio

valeva e non valeva. Concedeva infatti delle scappatoie ad una rigorosa condotta di vita. Ecco perch tanto nefasta fu la sua influenza sui costumi e sulla societ intera. Non compito nostro integrare il giudizio di Sismondi con elementi che mancano al suo testo. Ma il pensiero va subito a Papa Paolo IV, citato nel capitolo in questione come l iniziatore della Controriforma. Questo papa fece s che la Confessione divenisse la principale forma di pressione e di controllo contro l eresia. Impose tra l altro che ogni sacerdote domandasse per prima cosa al confessante se lui, o altra persona di sua conoscenza, si fosse reso colpevole di eresia. In caso affermativo, il sacerdote doveva invitarlo ad auto-denunciarsi all Inquisizione o spingere altri, rei di eresia, a fare lo stesso. 5 ) La religione cattolica era per Sismondi a tutti gli effetti una religione fortemente sacerdotale. Ma quali erano a suo parere i momenti che la costituivano in quanto tale? Innanzitutto il clero, per il voto e la pratica del celibato, sradicato dal legame familiare, in buona parte non condivide il tipo di esperienza quotidiana che fanno i laici. Giocoforza sviluppa un forte spirito di corpo e diventa una vera casta. Per di pi, questa casta viveva letteralmente delle donazioni concesse dai peccatori e delle indulgenze. Eccoci di nuovo all influsso del sacramento della confessione, cui si aggiungeva anche quello dell estrema unzione. Nel fedele che aveva tanto peccato in vita, ad un certo punto, si faceva largo il bisogno di far cancellare i propri peccati e diventava dunque prodigo. Questa pratica rafforzava enormemente il potere del clero, che si trovava a sua volta ad incentivarla. Come abbiamo gi rilevato pi sopra, l enorme sviluppo del casismo, assieme alla Confessione, rendeva indispensabile una categoria di specialisti, depositari dell etica, dispensatori di rampogne e assoluzioni. Non dovrebbe destar meraviglia se la sottomissione all autorit venne percepita come un valore in s. La Chiesa, dettando tramite la gerarchia sacerdotale le norme di vita e di comportamento, e divenendo cos l istanza di mediazione in vista della salvezza, diffondeva e legittimava il principio d autorit. Se poi entrava in simbiosi con il potere politico, oppure lo esercitava direttamente essa stessa, legittimava anche l autorit temporale o addirittura si legittimava come tale.

Beppe Vandai Heidelberg, 29 / 05 / 2011