Sei sulla pagina 1di 2

TEORIA NICHILISTA DILETTANTE

INTRODUZIONE

Provenendo da un passato cattolico che mi sono ormai lasciato alle spalle in favore di un pensiero mio ed indipendente, non ho mai potuto fare a meno di interrogarmi sull’effettiva esistenza di una vita al di là della morte, sull’esistenza di un’entità perfetta e trascendente come Dio e, più in generale, se è veramente possibile parlare di eternità.

Penso che qualunque discorso filosofico, qualunque scoperta scientifica, qualunque creazione umana non abbia alcun senso se destinata a vanificarsi. Che senso avrebbe vivere per consumare un’esistenza precaria e finita in un mondo e in un universo altrettanto insignificanti e destinati a dissolversi? Noi esseri umani e la vita in generale potremmo non essere altro che passaggi di una complicatissima equazione materialistica e rientreremmo quindi nei calcoli insensati di un enorme meccanismo a ingranaggi che si muove in un’evoluzione senza meta (non ci renderebbe più vivi di quello che già non siamo l’attuazione di una filosofia di esaltazione dei sensi come quella epicurea). Partendo dal pensiero che questi presupposti siano tanto astratti quanto superficiali, ho cercato di cogliere un significato più implicito e segreto dell’esistenza.

TEORIA

Osservando i processi di trasformazione in natura, penso che tutte le cose inanimate cerchino di giungere al nulla (che solo noi esseri umani possiamo contemplare con il pensiero) nelle forme di morte, decomposizione, ecc… senza tuttavia pervenirci poiché, appena “credono” di essere sfociate nel nulla, in realtà non sono altro che passate ad una fase successiva della loro esistenza. In questa seconda fase gli attributi che aderiscono alla sostanza sono tali che non si riconosce più la sostanza precedente (si pensi ad esempio ad un fiore che da vivo appassisce ed infine ritorna alla terra fondendosi con essa, ormai privo della sua essenza di fiore). Eppure, proprio tra gli attributi del secondo stato, si può annoverare anche la sua derivazione da uno stadio che non è più presente (insomma, quello che Kant circoscriveva alla categoria di sussistenza- inerenza come sostanza che permane al di là dei cambiamenti di stato, penso che non sia altro che un attributo assegnato dal nostro pensiero allo stato trasformato che di per sé è essenzialmente qualcosa di completamente diverso e nuovo). Il primo stadio non raggiunge quindi il nulla ma si ripresenta come attributo della sostanza successiva.

La mia conclusione è che ogni singolo componente della realtà “tenda” al nulla pensato senza mai raggiungerlo, quindi la realtà non si dirige verso l’evoluzione ma è in continua tensione verso la sua fine.

Allo stesso modo si può pensare per le cose cosiddette animate poiché le loro mutazioni contemplano semplicemente, oltre al deperimento fisico, uno scambio di energia con l’esterno (in questo consisterebbe infatti la loro vita: essa è una fonte di energia interna che viene lentamente rilasciata all’esterno conservandosi in un ciclo biologico e fisico potenzialmente infinito).

Discorso diverso è invece necessario fare nei confronti della realtà che va al di là della concretezza:

l’astrattezza.

Con il termine astrattezza mi riferisco a tutto ciò che rende la vita (umana) estranea all’enorme meccanismo che la vedrebbe come un semplice ingranaggio. In essa rientrano i sentimenti (non gli istinti né le sensazioni che sono presenti anche negli animali, privi di autocoscienza) e il pensiero. Quando un uomo muore, il suo cadavere risulta come un insieme di materia organica che si avvia ad un processo di decomposizione e di rilascio di energia con l’esterno. Fino a qua, niente di diverso rispetto a quanto già

visto. Tuttavia ci si può rendere conto di come l’astrattezza (che per me non risente di categorie universali ma è soggettiva poiché condizionata dal personale temperamento e dall’ambiente e dalle circostanze che l’hanno caratterizzata) non si conserva a differenza della materia e dell’energia dato che “scompare” con la morte.

L’astrattezza si realizza nel momento della morte fisica in una mancanza rispetto all’insieme e, con la sua fine, si annullerebbe anche la nostra identità.

Tutto si risolverebbe in questa mancanza se l’astrattezza non ponesse con la sua stessa affermazione anche l’infinito: per svilupparsi e modellarsi, essa ha bisogno di qualcosa di perfetto con cui confrontarsi, un appiglio solido (per quanto illusorio ed astratto esso possa essere) a cui aggrapparsi per non essere abbandonata totalmente alla sua imperfezione. Questo qualcosa di perfetto può essere Dio, un ideale, il credere persino di non aver bisogno di nulla di superiore… L’idea di perfezione che viene intesa in modi diversi a causa della soggettività contiene però l’unico principio universale: la credenza.

Il credere in qualcosa presente al di là di noi, perfetto ed eterno fa sì che quel qualcosa sia infinito e imperituro in quanto la stessa credenza è un concetto a priori.

CONCLUSIONE

L’astrattezza, nonostante sia l’unica parte della realtà che conosca veramente la fine, è anche in grado di garantire la sopravvivenza infinita della credenza, trascendentale in quanto legata all’affermazione della stessa astrattezza.

E’ come se l’astrattezza e la nostra stessa identità si sacrificassero per una superiore perfezione che al contempo non potrebbe esistere senza l’esistenza (anche se limitata) dell’uomo.

Se, sulla linea di un pensiero hegeliano, una volta che il genere umano si sarà estinto, non esisterà più alcuno spirito in grado di determinare la realtà, io non penso che l’umanità possa avere una tale rilevanza sul piano esistenziale-storico dell’universo, nonostante il fatto che adesso esista permette che ci sarà un’entità illimitata anche dopo la sua fine (in questo aspetto penso di essere persino più storicista di Hegel).

Ritengo che la mia filosofia, sempre se così si possa chiamare, non è definitiva e non chiude alcun ciclo, anzi, spero che lo scontro-incontro con altri pareri mi porti a continuare a modellarla per avvicinarmi alla verità che sono conscio sia irraggiungibile (e non solo da me).