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Dalla Caritas in Veritate lordine economico della ibridazione e le professioni

Nel contrapporre al primato dellindividuo quello del noi-tutti, allimpresa capitalis tica la non-profit, allo scambio il dono, la Caritas in Veritate ha ridefinito n on solo gli orizzonti delleconomia di mercato ma il suo fondamento di legittimit: la civilizzazione delleconomia, mediante libridazione delle forme storiche dellagi re economico, si atteggia ad altra faccia della restaurazione del politico. La Chiesa non ha soluzioni tecniche da offrire e non pretende - scrive Benedetto X VI - minimamente dintromettersi nella politica degli Stati. Ha per una missione di v erit da compiere, in ogni tempo ed evenienza, per una societ a misura delluomo, del la sua dignit, della sua vocazione . La Caritas in Veritate indica una visione del mondo e della vita che s custode di una verit rivelata ma che intende farsi azione, agire come forza tra le forze st oriche e come tale - pi che a sostituire, richiamandosi allautorit del magistero ec clesiastico, la verit del mercato con la verit della parola divina - mira a convince e della ragione del disegno teso a promuovere lo sviluppo umano integrale , profet izzato dalla Populorum progressio di Paolo VI . Questo il tempo nel quale il capitalismo - da mezzo divenuto fine - pretende di essere esclusivo e non ammette altra forma di organizzazione al di fuori di esso : Lideale della sovranit del mercato non un complemento, bens unalternativa alla dem crazia liberale scrive Eric Hobsbawn di fatto, esso unalternativa a ogni sorta di p olitica, poich nega la necessit di decisioni politiche, che sono esattamente le de cisioni sugli interessi comuni o di gruppo in quanto distinti dalla somma di sce lte, razionali o che siano, dei singoli individui che perseguono i propri intere ssi personali . E lultima e pi ambiziosa tappa di quella che Marx indicava come la ri voluzione permanente del capitalismo . LEnciclica respinge alla radice questa ideologia , mettendo in discussione la ste ssa autonomia delleconomico rispetto al politico e il postulato su cui si fonda, che vuole lordine spontaneo dellazione self-interest di per s funzionale al beness ere comune . Se vero che anche il processo di emancipazione dal politico muove dal presuppost o che leconomico non mai fine a s ma strumento , lEnciclica disconosce la validit de lla concezione ideologica nella quale questo processo si alimenta: quella dellind ividuo che, sgravato da vincoli morali e legami sociali, libero di perseguire il proprio particulare e, con ci stesso, realizza il bene comune . La sfera economica non n eticamente neutrale n di sua natura disumana e antisociale . Essa appartiene allattivit delluomo e, proprio perch umana, deve essere strutturat a e istituzionalizzata eticamente in quanto non va dimenticato che lo stesso merca to, ben lungi dallessere locus naturalis, trae forma dalle configurazioni cultural i che lo specificano e lo orientano e il profitto utile se, in quanto mezzo, orie ntato ad un fine che gli fornisca un senso tanto sul come produrlo quanto sul co me utilizzarlo. Lesclusivo obiettivo del profitto, se mal prodotto e senza il ben e comune come fine ultimo, rischia di distruggere ricchezza e creare povert . I temi di fondo, ora offerti alla riflessione, si raccolgono intorno a due crite ri di orientamento. Il primo consiste nel superamento della concezione naturalistica delleconomia, ch e apre alla decisione politica circa le forme organizzative e le regole dellagire economico nella convinzione che la crisi ci obbliga a riprogettare il nostro cam mino . LEnciclica, disconoscendo ogni pretesa riduzionista dellimpresa alla logica mercantile, ne rivitalizza le forme espressive. Il secondo nella necessit di per-formare lagire economico in funzione del bene del luomo che costituisce suo fine e misura, riconoscendo il primato della politica, che torna ad essere luogo e non gi mera rappresentazione della decisione . La Caritas in Veritate, nel prendere posizione a favore delleconomia di mercato, vi innesta una propria prospettiva teorica indicando nella ibridazione dei comport amenti economici lo strumento per la civilizzazione delleconomia. Accanto allimpresa privata orientata al profitto, e ai vari tipi di impresa pubb lica, devono potersi radicare ed esprimere quelle organizzazioni produttive che perseguono fini mutualistici e sociali - osserva Benedetto XVI - E dal loro recipr

oco confronto sul mercato che ci si pu attendere una sorta di ibridazione dei com portamenti dimpresa e dunque unattenzione sensibile alla civilizzazione delleconomi a . E significativo che il discorso della Caritas in Veritate, con la sua gerarchia d i fini e valori che diventano criteri di giudizio, professi lesigenza di raccogli ere in unit le diverse esperienze e forme che connotano lagire economico. Respingendo lequazione fondante il capitalismo del XXI secolo, donde il mercato v iene a identificarsi con quello dellimpresa capitalistica , lEnciclica non propone la sostituzione di un paradigma con un altro - profit verso non profit - ma apr e ad un ordinamento strutturato sulla con-correnza delle forme storicamente assu nte dallintrapresa economica . Ad essere degradata la pretesa veritativa della ideologia della sovranit del merc ato ma non la utilit strumentale delle categorie che la connotano, come quella di impresa capitalistica, scambio, ordine del mercato . Esse per - proprio perch to rnate ad essere strumentali - sono relativizzate e diventano modello tra i model li: limpresa capitalistica (orientata al profitto) chiamata a convivere e confro ntarsi con quella pubblica e quella mutualistica e sociale che agiscono per il t ramite dei contratti di scambio, ma anche del dono e della cooperazione. Nel pensiero di Benedetto XVI, proprio questo reciproco confronto che destinato a determinare, favorendo lo scambio e la formazione reciproca tra le diverse tipolo gie di imprenditorialit, con travaso di competenze dal mondo non profit a quello profit e viceversa, da quello pubblico a quello della societ civile , quella sorta di ibridazione che costituisce il terreno vivificante di quella civilizzazione d elleconomia necessaria allo sviluppo umano integrale di Paolo VI. Siamo a un crocevia della riflessione: levento storico della variet dei co mportamenti di impresa, voluti dagli uomini e consolidatisi nel tempo, diviene c ategoria logica e principio costitutivo delleconomia di mercato. Lordine non fondamento e principio delle forme e categorie dellagire econo mico - si visto di sopra come Benedetto XVI non impone un modello di impresa e c on la sua ferma critica alla logica mercantile non pretende di sostituire un par adigma con un altro -, ma un posterius: la con-correnza nella storia delle diver se forme di impresa e strumenti misura della loro efficacia nonch modalit e criter io del campo di vigenza, la cui attualit deve essere preservata dal Diritto. Lessere storico si converte in dover essere giuridico: la con-correnza delle form e che i comportamenti di impresa hanno assunto nella storia diviene principio or dinatore del loro divenire. La civilizzazione delleconomia data dal processo inne scato dal confronto tra le esperienze storiche e il Diritto il garante della per manenza delle condizioni che lo consentono: la con-correnza si trasforma in conf ronto. NellEnciclica, il confronto non lo strumento per la selezione dellordine giuridico che consenta di meglio rispondere alla esigenze delluomo. Non c darwinismo normati vo . Il confronto piuttosto lo strumento attraverso il quale il diritto garantis ce la com-presenza dei diversi ordini ai quali lintrapresa economica pu fare ricor so per perseguire i propri fini. La civilizzazione delleconomica pi che lobiettivo di un ordine programmato razional mente il risultato della con-correnza, garantita dal Diritto, dei diversi compor tamenti dimpresa, voluti dalluomo e consolidati dal tempo .

Levento storico che preso in considerazione dalla Caritas in Veritate quello delli mpresa. Rimane sotterraneo nella Enciclica il fenomeno delle professioni intellettuali , che nella cronaca dei nostri tempi continuo tema di controversia: contestati i fondamenti teorici (dallautonomia statutaria alla funzionalizzazione); tentata las similazione al paradigma dellimpresa. Sulle professioni in atto una schmittiana battaglia dei valori per laffermazione della societ di mercato che ben esprime il pericolo che costituito dallappiattimen o culturale e dallomologazione dei comportamenti e degli stipi di vita denunciato da Papa Benedetto .

Tra le diverse forme dellattivit economica consolidatesi nella storia quella delle professioni intellettuali, pi di ogni altra, scepsi radicale nei confronti della ideologia della sovranit del mercato e dellimpianto assiologico fondato sullindivi dualismo e il calcolo utilitaristico. Le professioni costituiscono nella societ occidentale un modello rigorizzante del lagire economico tipicamente orientato in funzione della collettivit. Sono un ordi ne sapienziale che si traduce in una pratica basata sulla utilizzazione di saper i per la soluzione di problemi concreti che comporta modelli di eccellenza, lobbe dienza a regole e il conseguimento di valori comunitari , la cui legittimazione nella continuit storica. Se vero che la liquidazione del sistema medioevale delle corporazioni fu un primo , indispensabile passo vero laffermazione della libert nel mondo occidentale , altr es vero che tale liquidazione ben lungi dal determinarne il superamento ha dimost rato la intrinseca vitalit del modello professionale, che non ha conosciuto soluz ioni di continuit nella societ occidentale , espressione di quella forma caratteri stica di regolazione che si chiama diritto . La legge ha recepito - non creato - il sistema, che sin dallepoca dei Comuni prev ede meccanismi selettivi di accesso, tariffe e regole di condotta che non avevan o solo una funzione di autoorganizzazione degli interessi particolari di classe, ma concorrevano alle funzioni di governo degli interessi generali e a preservar e la moralit civica e religiosa della comunit . Ben per questo le professioni sono un ordinamento giuridico che, anche quando re cepito dalla legge, mantiene la sua autonomia perch si fonda non sulla forza del latto politico, ma sulla dimensione ontica della societ civile . Il vero che lideologia della sovranit del mercato dis-conosce le professio ni. Nella sua analisi dei processi di trasformazione connessi alleconomia di merc ato, osserva Polanyi ( il XIV capitolo Il mercato e luomo): Separare il lavoro dalle altre attivit della vita ed assoggettarlo alle le ggi del mercato significava annullare tutte le forme organiche di esistenza e so stituirle con un tipo diverso di organizzazione, atomistico e individualistico. Un simile schema distruttivo era ottimamente sostenuto dallapplicazione del princ ipio della libert di contratto. In pratica questo significava che le organizzazio ni non contrattuali della parentela, del vicinato, della professione e del credo dovevano essere liquidate poich richiedevano lobbedienza dellindividuo limitandone cos la libert. Rappresentare questo come un principio di non interferenza, cos com e i liberali erano soliti fare, era semplicemente lespressione di un pregiudizio incallito a favore di un tipo preciso di interferenza, e cio tale da distruggere i rapporti non contrattuali tra gli individui e da impedirne la spontanea ricost ruzione . Cos, ne La crisi sociale del nostro tempo Rpke scrive Alle esagerazioni razionalistiche del principio di concorrenza, prodotto dellegoi smo dei singoli, corrispose la cecit sociologica, con sui si fede dellindividuo at omizzato ed evanescente il fondamento delleco0nomia e si considerarono molesti vi ncoli le forme indispensabili di collegamento, quali la famiglia e le altre comu nit naturali (vicinato, comune, professione, ecc.) . Le dinamiche del contrasto sono state puntualmente rilevate anche dalla sociolog ia contemporanea, che con Eliot Freidson parla espressamente di attacco al profes sionalismo . In Italia, il contrasto continuamente alimentato dalla concezione che informa le politiche pro-concorrenziali delle Istituzioni di derivazione comunitaria, che mira ad uni-formare le regole del mercato secondo il modello dellimpresa capitali stica, da cui trae i valori dellindividualismo e della competizione . Questa conc ezione nega lautonomia statutaria delle professioni intellettuali, sconfessandone limpianto assiologico che trova espressione nei codici deontologici, che vuole le sercizio professionale (non libero, ma) orientato dalla gerarchia costituzionale

dei fini e che vede nei professionisti una comunit ordinata da vincoli di solida riet crescenti: nei confronti del cliente, dei colleghi, della collettivit tutta . A tal proposito, significativa la posizione dellAutorit Garante della Concorrenza e del Mercato. Nella sua ultima Indagine sul settore (2009), si legge che: lAutori t non disconosce limportanza del sistema ordinistico ma ritiene necessario procede re alla conformazione del sistema ai principi concorrenziali affinch ai professio nisti sia riconosciuta ed assicurata la pi ampia libert di iniziativa economica. I n questa prospettiva la potest deontologica deve avere ad oggetto profili etici c onnessi con il tema della responsabilit professionale, intesa come garanzia del c orretto espletamento della professione a tutela della fiducia dei terzi, non dov endo invece incidere sui comportamenti economici degli iscritti . La pi che condivisibile proposizione circa lesigenza che la deontologia garantisca coloro che entrano in contatto con i professionisti non riesce a dissimulare il vero obiettivo dellinvocato intervento riformatore: attrarre le professioni nell a logica economica, di cui si rivendica il primato anche rispetto alla legge mor ale. Lobiettivo si realizza merc la negazione dellautonomia statutaria delle profes sioni. La formula data sempre nellIndagine, ove si legge che il fondamento ideolog ico della vigenza delle limitazioni, riscontrate nei codici deontologici esaminat i, appare ancora oggi risiedere nel mancato riconoscimento delle natura imprendit oriale dellattivit svolta dai professionisti . Ma lassoggettamento delle professioni ai principi comunitari della concorrenza no n implica, n logicamente n giuridicamente, che le attivit loro riconducibili abbian o natura imprenditoriale. Il punto che la disciplina comunitaria si applica all impresa e tale nozione di ela borazione giurisprudenziale: limpresa rilevante per il diritto comunitario della concorrenza comprende, secondo la Corte di giustizia europea, qualsiasi entit che eserciti unattivit economica, a prescindere dal suo status giuridico e dalle moda lit di finanziamento . La proposizione dellAntitrust circa la natura imprenditoriale dellattivit di impre sa svela il tentativo di andare oltre il piano giuridico e di dare un fondamento ontologico alla riconduzione delle professioni alla normativa sulla concorrenza . Le professioni sarebbero impresa non per convenzione di legge, ma perch tale l a loro natura. Qui va appena dato un accenno al fatto che impresa e professioni si differenzian o ontologicamente. Strutturalmente, da W. Sombart a J. Schumpeter si riconosce nella prima una or ganizzazione di attivit, per il tramite della combinazione dei fattori produttivi , che dalloriginaria separazione dellazienda rispetto alleconomia domestica si apr e alla limitazione di responsabilit e alle forme di segregazione patrimoniale, co n lobiettivo di potenziarne il dinamismo sul mercato; mentre la seconda, al pi, un a attivit organizzata - nella quale lutilizzazione del capitale e del lavoro hanno sempre carattere strumentale - ordinata dal principio della personalit della pre stazione, che richiede che lopera professionale sia se non resa, quantomeno diret ta dal soggetto in possesso delle necessarie qualifiche e abilit, con lobiettivo d i tutelare lutilit sociale anche al prezzo di comprimerne lespansione . Funzionalmente, limpresa amorale - secondo il giudizio di L. Von Mises - perch non ha altro fine che la soddisfazione del consumatore (o meglio, di ci di cui crede di aver bisogno ) e come tale libera di massimizzare il profitto; invece, la pro fessione morale in quanto la domanda di prestazione pu essere accolta solo se giu stificata - e soddisfatta nei termini in cui possa continuare ad esserlo - per c ui soggetta a vincoli che limpresa non conosce. Luniverso dei professionisti si alimenta in una cultura altra rispetto a quella d ellimpresa che, nella codificazione del 42, si connota per la sua libert - come dim ostrato nel saggio notissimo che Gustavo Minervini scrisse nel 1958 intitolandol o Contro la funzionalizzazione dellimpresa privata - e non incontra altro limite c he quello della ragione tecnica; lorizzonte del primo quello della responsabilit, della regola che orienta e vincola ad un fine che trascende linteresse del singol o, appartenendo ed esprimendo la comunit come tale .

La questione che con la proposizione della natura imprenditoriale delle professi oni lAntitrust intende non solo negare lautonomia statutaria, ma conformare il suo agire secondo il paradigma dellimpresa e, in specie, dellimpresa capitalistica. Lopposizione alla regola deontologica mira ad escludere che lagire professionale p ossa essere altrimenti orientato; con il che il dichiarato obiettivo di assicura re la pi ampia libert economica si traduce nellaffermazione dellinteresse egoistico, la cui forma pi elementare - quando il discorso, come per lAntitrust, fa riferiment o allimpresa - laspirazione al massimo guadagno pecuniario personale . Quella dellAntitrust una prospettiva inversa rispetto alla posizione della Corte di Giustizia europea che, di recente, ha riconosciuto che un attivit orientata in unottica professionale offre maggiori garanzie per la collettivit rispetto a quella imprenditoriale. La Corte non ha ancorato il suo giudizio ad un paradigma legislativo. Non ha esa minato luna o laltra disposizione o disciplina; non ha svolto alcuna comparazione o giudizio di merito circa le regole deontologiche: per i giudici dellUnione euro pea, la garanzia insita nellidealtipo storico, ancora prima che giuridico, del pr ofessionista . Si presuppone, per definizione: cos scrivono i giudici, dando pubblico affidamento al la visione del ruolo del professionista come missione, quia nos sacerdotes appell at . Lapproccio in chiave economica della sentenza, per la quale uneventuale violazione da parte del farmacista delle regole normative e deontologiche sarebbe disincen tivato dal rischio di pregiudicare il valore dellinvestimento e, ancor pi, la prop ria esistenza professionale non riesce a svalutare il significato di quel riferi mento alla formazione e allesperienza -che, poi, si traducono in regola deontolog ica - come elementi di un modello la cui estraneit ontologica alla ragione utilit aristica lo rende funzionale a ruoli di garanzia. Nellesercizio professionale i modelli di condotta espressi dalla norma deontologi ca sono orientati alla cooperazione. Il Giuramento dei medici prevede limpegno a promuovere lalleanza terapeutica con il p aziente basata sulla fiducia reciproca. Nel Preambolo del Codice deontologico degli Avvocati dellUnione europea si legge che lavvocato: tanto il consigliere quanto il difensore del suo cliente. La regola deontologica norma di solidariet. Essa non riguarda il professionista come tale - il professionista non mai indivi duo - ma come appartenente alla comunit , intesa come universitas, ossia come cor po sociale di cui parte e nella quale svolge il ruolo che la legge ha stabilito . Attraverso gradi crescenti di generalit, essa (im)pone la solidariet nei confron ti del cliente , dei colleghi e quindi della collettivit , che pensata non come societas ossia quale alleanza di scopo - ma come unit organica in funzione e ne llambito della quale il professionista ha e svolge il suo ruolo . La deontologia destinata a influire sulla libert di iniziativa del singolo, impon endogli dei vincoli che riducono lo spazio del mercato. Nel lavoro quotidiano, il professionista si trova di fronte a opzioni che non po ssono essere governate solo dallinteresse egoistico, proprio o del cliente. Lanali si economica ha messo in luce le esternalit positive della transazione profession ale: il medico, nellassistere il paziente, protegge la salute pubblica; lavvocato nel difendere il cliente garantisce il funzionamento della giustizia; lingegnere, nel progettare adeguatamente linfrastruttura, assicura condizioni di sicurezza p er tutti coloro che la useranno. Il professionista non pu anteporre il proprio interesse egoistico allesigenza di p residiare il valore che la legge istituiva pone e la regola deontologia realizza . Tale vincolo destinato a segnare il contesto nel quale il professionista chiamat o a esercitare la sua iniziativa economica. A segnarlo e a differenziarlo rispet to a quello dellimpresa . Lincontro domanda-offerta non la premessa, ma il risulta to ultimo, ed eventuale, del rapporto tra cliente e professionista. Lo scambio p

resuppone che la domanda del primo sia stata accolta non per volont del secondo, ma perch oggettivamente necessaria. Un principio che trova applicazione anche a tutela del soggetto avverso il quale viene richiesta la prestazione professionale. Lart. 49 del Codice deontologico f orense - intitolato Pluralit di azioni nei confronti della controparte - vieta allav vocato di aggravare con onerose o plurime iniziative giudiziarie la situazione de bitoria della controparte quando ci non corrisponda ad effettive ragioni di tutel a della parte assistita . Al professionista cos chiesto di operare virtuosamente salvaguardando linteresse d ella collettivit e tenendo conto dei vincoli sociali . Con Simone Weil, potremmo pertanto dire che lorizzonte del professionista pi che m ai quello dell obbligo , che affatto estraneo allideologia della societ di mercato. abolissero i privilegi esclusivi delle corporazioni, e si revocasse lo statuto dellapprendistato, entrambi vere usurpazioni della libert naturale . Lappello di Ada m Smith, dopo essere stato fatto proprio dalla Rivoluzione francese , oggi il pr ogramma pro-concorrenziale dellAntitrust, la cui posizione, sorda alla autonomia dellidealtipo professionale, ci dice che tale modello non tollerato e che la poli tica dellisoformismo organizzativo basato sullimpresa capitalistica non consente e ccezioni . Proprio qui emerge la ragione profonda del conflitto in tema di professioni inte llettuali: costituendo un ordinamento giuridico che ha fondamento sul primato de lla comunit esse sono continuo scandalum dinanzi alla pretesa della giustificazio ne naturalistica del mercato e dellimpresa capitalistica come suo paradigma. Si comprende, allora, lo scontro con la volont di potenza di quella parte dellappa rato tecnocratico di derivazione comunitaria che vuole la realt socio-economica d ominata dalla concorrenza, con una funzione di questa che esorbita dalla dimensi one puramente tecnica per acquisirne una squisitamente politica. Non un caso che quando si parla di riforma delle professioni la parola dordine, p er anni, stata liberalizzazione. Merc la evocazione del condivisibile valore dell a libert, il mezzo diventato fine, con il risultato non di ridefinire la funzion e di una categoria giuridica, quale quella del professionista, ma di proporre un dis-ordine nel quale la libert si riduce al potere di agire avendo il nudo profi tto come fine. Ecco perch quello sulle professioni ha la grandiosit di un conflitto ideologico; a d essere coinvolte sono le grandi categorie di interpretazione e trasformazione del reale: politico ed economico, con i loro predicati: comunit e individuo, libe rt e responsabilit, profitto e solidariet. Non sta agli scopi di queste pagine discutere il disegno della Caritas in Verit ate; preme piuttosto avvertirne il significato complessivo. Che di raccogliere c ome ordine le diverse esperienze storiche dellagire economico nella convinzione c he la civilizzazione delleconomia sia data propria dallibridazione di tali esperie nze. Tra queste c quella delle professioni intellettuali. Come ha riconosciuto la Corte di Giustizia europea, il professionista svolge un ruolo di garanzia, che risulta estraneo allimpresa in quanto tale. Nella concezione modana delleconomia, le professioni appaiono come un modello int erpretativo che diventa sistema di azione nel quale si rinvengono i principi del paradigma professato dallEnciclica: lesigenza che lattivit economica sia strutturat a eticamente e la sua funzionalizzazione al bene comune , secondo un ordine nel quale gli interessi e i diritti incontrino e si tengano assieme al dovere , all a libert responsabile e alla solidariet . Poco o punto possiamo ipotizzare sulle ragioni del silenzio dellEnciclica; ma sol o riaffermare lattualit di una tradizione che dalla civilt dei Comuni vede il lavor o come actus personae nel segno della umanizzazione del mercato e della societ prom osso dallEnciclica. La architettura, la medicina, la avvocatura sono scelte di vocazione, non di uti lit; sono pratiche scelte soprattutto per il piacere e lautorealizzazione, perch ri spondono ad una visione della vita che si riconosce nei valori insite nelle stes

se . Non si cura il paziente (solo) per lonorario, ma per passione per la medicin a e amore per il prossimo; non si progettano edifici (solo) per far soldi, ma pe r il gusto del bello e dellarte tecnica; non si fa lavvocato per mero profitto, ma per compassione e civismo. Niente affatto retaggio del passato, le professioni sono un fattore decisivo del sistema Paese in quanto fondamentali per assicurare quellinquadramento morale-po litico-istituzionale che essenziale per far s che leconomia di mercato possa svolg ere la vivifica funzione che le propria . E questo per due ordini di motivi. Il primo, ha carattere giuridico. Le professioni sono uno strumento di politica legislativa per il tramite del quale lordinamento pu sottrarre lagire economico a l self-interest e orientarlo alla realizzazione dei valori collettivi, che cos po ssono trovare autonomo riconoscimento e tutela. E la linea tracciata dalla Corte di Giustizia europea. Allo stesso tempo, lesercizio professionale strumento di attuazione spontanea del lordine costituzionale dei fini e concorrendo a definire lorizzonte di azione del limpresa e dei cittadini, dei cui interessi e bisogni allo stesso tempo ausilio e giudice, evita che la libert degeneri in arbitrio. Il secondo ordine di motivi ha carattere morale. Il genere di pratica che le professioni esprimono naturalmente preordinata al co nseguimento dei valori insiti nella pratica stessa e ad essa collegati. Si tratt a di valori intrinsecamente comunitari e che traducono lordine costituzionale dei fini nella societ civile, interpretandone ma anche orientandone la vita . Le pro fessioni, pertanto, sono essenziali nellalimentare, spesso costruire, sempre pres ervare quel tessuto di fiducia e virt civili che costituisce pre-condizione e pri ma risorsa dello sviluppo economico e sociale . La storia dimostra come le profe ssioni, pi che dellagire economico, sono espressione della vis activa e cos sono di per s un fattore civilizzante in quanto luogo nel quale le virt possono fiorire i n ben-essere. Esse - ancor pi dellimpresa civile e di quello dellimpresa sociale sono un modello di interpretazione della realt e assieme un sistema di azione che esprime fini che si collocano al di l delleconomia e pertanto, con la loro esiste nza, ne misurano lo spazio, restituendola alla dimensione sua propria - la tecni ca -, con ci stesso falsando ogni sua pretesa di conformare la societ civile . Antonio Maria Leozappa Pubblicato in Economia, Azienda e Sviluppo, n. 1/2011 Cacucci Editore, Bari.