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Venerd 27 Ottobre 2006 laRinascitadella sinistra Sabato mattina Ania si alzata e si preparata la colazione.

e. Dopo aver pettinato davanti allo specchio i capelli grigi e lisci, ed essersi sistemata i lunghi orecchini, tornata in cucina, chinandosi leggermente per guardare se il fuoco dei fornelli era acceso sotto il caff. Allo stesso modo, quando scende in garage, si china per guardare sotto la sua auto. Lo fa sempre, da anni, ogni mattina. Perch sotto la sua auto ci pu essere una bomba. In questo periodo Ania abbastanza tranquilla. E appena tornata da Stoccolma, dove ha sentito ancora una volta l ammirazione intorno a s. In occidente la apprezzano, ma in patria ha dato fastidio a troppi. Non solo al governo russo, ma a quello ceceno. E non solo ai governi, ma anche ai terroristi , alle diverse anime della guerriglia in Cecenia, spesso in aperta ostilit tra loro. Seduta al tavolo della cucina, per, Ania non sta pensando alla Cecenia. Pensa al nipotino che sta per nascere, pensa ai suoi figli, Vera e Ilya, che non entrano in casa sua da tanto t e m p o . Ania ha preferito che si trasferissero dal padre, l uomo da cui si separata proprio per lo stress di quella vita difficile. Non sarebbero al sicuro in casa sua, Ania lo sa. Pensa a loro, e conclude in fretta la colazione: una colazione leggera, perch la salute di Ania da due anni non pi la stessa. Da quel viaggio a Beslan, nei giorni della tragedia

nella scuola. Sull aereo aveva bevuto un t ed era svenuta. Era finita in ospedale, avvelenata, e da allora non pi stata bene. Dopo la colazione, Ania si mette gli occhiali dall ampia montatura e si siede di fronte al computer. E prezioso, il suo computer. Contiene tutto ci a cui Ania sta lavorando. In questi giorni sono due le inchieste che la occupano di pi. Una contro Ramsan Kadyrov, il leader filo-russo della Cecenia, che appena due giorni fa Ania ha attaccato pubblicamente, in un intervista radiofonica. L altra sulle torture e i delitti commessi da agenti russi in Cecenia. Nel suo computer ci sono i nomi dei responsabili, per questo un computer prezioso, ma anche pericoloso. Ania scorre qualche appunto, sullo schermo del pc, poi apre le sue caselle di posta elettronica. Continua a usare le e-mail, nonostante sappia che sono controllate. Spesso non le riceve e ha scoperto che qualcuno risponde al suo posto, a monosillabi: Hi! , Hallo! . Cos chi le ha scritto crede che Ania abbia ricevuto i messaggi, ma lei non li ha mai potuti leggere. Per aggirare quelle interferenze c sua sorella, a Londra, un contatto sicuro. Del resto, Ania non si fida pi della posta elettronica da quando, nel 2001, un anonimo gli scriveva di essere un cecchino e di essere in procinto di arrivare a Mosca per ucciderla. Poche settimane prima Ania aveva accusato dei poliziotti di avere ucciso civili inermi in Cecenia. E quella era la risposta. Finora nessun cecchino le

ha sparato. E Ania si anche chiesta perch, ufficialmente, le abbiano concesso tanta libert. Ha potuto scrivere tutto ci che voleva, sulla Novaja Gazeta . Un po lo deve a Gorbaciov, che tra i proprietari del giornale: le autorit russe non possono mettersi contro di lui, sanno quanto sia noto e influente a 22 IVO SCANNER giallo del mese Il caso Politkovskaja In occidente, la giornalista apprezzata, ma in patria d fastidio a troppi. Non solo al governo russo, ma anche a quello ceceno ovest. Ma Ania consapevole anche che per Putin stato utile lasciarle mano libera, per dimostrarsi tollerante e democratico. Non poteva premere eccessivamente l acceleratore, Putin, c erano troppi affari importanti in ballo. Il gas, soprattutto. Ora per tanti contratti decisivi sono stati firmati e forse dimostrarsi liberali e permissivi non serve pi Lei diventata un simbolo. E i simboli rischiano. Da tempo Ania sa di dover temere anche dai nemici dei suoi nemici. Quale migliore occasione per gettare discredito su Putin se un giorno qualcuno attentasse alla vita della giornalista che ha criticato ferocemente il governo? Ma Ania ormai abituata a convivere con il pericolo. Mentre ancora davanti al computer, il cellulare squilla. Una delle decine e decine di telefonate che Ania riceve ogni giorno. Non si preoccupa pi delle intercettazioni, parla serenamente con tutti, russi o stranieri. Poi Ania spegne il

computer e si prepara per uscire. Nell ingresso, sistema le ultime cose nella borsetta, dove non dimentica mai il passaporto americano. Lo ha sempre con s, quel privilegio per essere nata a New York, da genitori diplomatici: un privilegio utile, per espatriare nei momenti di necessit. Va al lavoro, Ania. Esce dall appartamento nel centro di Mosca per raggiungere il suo giornale. Luned pubblicher un articolo sulle torture in Cecenia e deve sistemare gli ultimi documenti, le ultime immagini di accompagnamento. Quando esce sola, niente guardie del corpo, anche se alcuni anni fa la Novaja Gazeta l aveva fatta scortare per un breve periodo. Al giornale erano preoccupati: undici i giornalisti uccisi in Russia negli ultimi sei anni. QuelleA verNit La sua missione: la Cecenia. Con i suo Click to buy NOW! PDF-XChange Viewer www.docu-track.com Click to buy NOW! PDF-XChange Viewer www.docu-track.com

laRinascitadella Venerd 27 Ottobre 2006 sinistra E Ania era rimasta impressionata soprattutto dalla morte nel 2004 di Paul Klebnikov, un redattore di Forbes . Anche lui indagava sulla Cecenia, su quella che Ania chiama la sporca guerra . E una giornata come le altre, per Ania. In redazione, poi al pomeriggio di nuovo verso casa. In serata finir l articolo e lo invier al direttore. Nella strada di ritorno le sembra che una persona la stia seguendo, ma non ci fa caso. La stessa persona che aveva visto dietro di lei, riflessa in una vetrina, gi in mattinata. Ma Ania non pu permettersi la paranoia, altrimenti non vivrebbe pi. Cos scaccia dalla mente quel sospetto. Prima di rientrare, Ania entra in un supermercato vicino a casa, per fare la spesa. C una donna che la fissa, nel negozio, ma Ania non si preoccupa, gi sollevata dal non vedere pi il tizio che sembrava pedinarla. E poco prima delle 17 Ania, con le borse della spesa, varca il portone del suo palazzo. C un uomo alto, vestito di scuro, nell atrio del palazzo di Ania. Un cappello da baseball gli lascia in ombra il viso. Sotto il giubbotto ha qualcosa, su cui passa spesso le dita, per controllare che sia ancora al suo posto. E una pistola Makarov 9 millimetri. Quante volte

l ha usata in Cecenia! Non sbagliava un colpo, con quella pistola. Ma aveva imparato anche a piantare un pugnale nella tempia di un uomo, con un gesto rapido e implacabile. Lo chiamano Aleksej, ma non il suo vero nome. Prima di diventare un killer sotto contratto ha agito nelle battaglie cecene, dove la vita non valeva niente. Ora sta aspettando, paziente. La sua complice, nel supermercato a poca distanza, deve avvisarlo con il cellulare appena vedr Ania avvicinarsi al palazzo. I minuti passano lenti, fino a quando il segnale arriva. Aleksej si sistema il berretto sulla fronte, mette la mano sotto il giubbotto. Dal suo nascondiglio vede la giornalista aprire il portone ed entrare, accostarsi all ascensore. Le si para davanti. Punta la Makarov. Spara quattro colpi. Ora pu andare, il lavoro finito. Al computer di Ania, pieno di dati, di nomi, di documenti, ci penser la polizia. Lo sequestreranno, e tutti quei dati, quei nomi, quei documenti, spariranno come sparita Ania. giallo del mese 23 Nel 2004, Ania rimasta impressionata dalla morte di Klebnikov, un collega di Forbes . Anche lui stava indagando sulla sporca guerra NperiAcolose UNA REPORTER SUL CAMPO Anna Politkovskaja stata uccisa il 7 ottobre scorso, nel suo palazzo di Mosca. Le indagini sono in corso e non si conoscono ancora i mandanti dell omicidio. Aveva 48 anni ed era nata a New York da due diplomatici ucraini che lavoravano all Onu. Dopo gli studi a Mosca, si dedic subito al giornalismo: aveva collaborato a diverse testate fino ad approdare alla Novaja Gazeta , che ha

tra gli azionisti l ex presidente dell Urss Mikhail Gorbaciov. I suoi reportage dalla Cecenia fecero scalpore. Politkovskaja era implacabile nel denunciare le violenze dell esercito russo e gli abusi delle stesse autorit locali fedeli al Cremlino. Ma non si limitava a scrivere, agiva sul campo . Ad esempio organizzando, nel 1999, l evacuazione dell ospizio di Grozny in pericolo per i bombardamenti. E molti le hanno rimproverato i contatti troppo amichevoli con la guerriglia cecena, che si rifiutava di etichettare con il termine terrorismo . Nel 2001 verr arrestata e nel corso dell anno, temendo per la propria vita, si allontan per un certo tempo dalla Russia. Nel 2002 partecip alle trattative con i terroristi durante il sequestro di oltre 700 civili nel teatro Dubrovka di Mosca. Nel settembre 2004 prese un aereo per recarsi nell Ossezia del Nord, dove probabilmente avrebbe potuto svolgere un ruolo di mediatore nella vicenda degli ostaggi sequestrati in una scuola da un gruppo di integralisti islamici, ma si sent male dopo aver assunto una bevanda e non riusc a raggiungere Beslan. In seguito dichiarer di essere certa che si fosse trattato di un avvelenamento da parte dei servizi segreti russi. Dalle sue inchieste Politkovskaja trasse anche dei libri che in occidente le valsero premi e riconoscimenti. COSI SCRIVEVA DI PUTIN Putin stato eletto presidente nel marzo del 2000. Poco prima dell inizio della seconda guerra in Cecenia, nel 1999, era solo un colonnello semisconosciuto a cui era stata affidata la direzione dell Fsb (il nuovo nome del Kgb). Ma riuscito a bruciare le tappe della sua carriera, diventando il successore designato alla presidenza e primo ministro per volont di Boris Eltsin - all epoca affetto da continui problemi di salute - e della sua famiglia (la cerchia di persone pi vicine al trono del Cremlino). Nonostante il suo salto di carriera, per, Putin era un personaggio anonimo in Russia. La famiglia Eltsin decise allora che una guerra era il modo migliore per far crescere rapidamente la fama del successore alla presidenza che aveva promesso di tutelare il suo patrimonio. Cos Putin ha dichiarato guerra alla Cecenia, approfittando della possibilit di farsi conoscere che gli offriva l attualit: degli attentati a Mosca e a Volgodonsk avevano distrutto diversi edifici, e le bande di Basaev e Khattab stavano attaccando il Dagestan.

La guerra stata chiamata ufficialmente operazione antiterrorista nel Caucaso del nord in altre parole, lotta contro il terrorismo - mentre tutti i ceceni, per volont del Cremlino, sono stati dichiarati indistintamente banditi e terroristi e obbligati ad addossarsi collettivamente la responsabilit delle azioni criminali di alcuni loro concittadini. Allo stesso tempo, stato deciso che chiunque si dichiara contrario alla guerra deve essere considerato un nemico , complice dei ceceni e antipatriottico . I russi hanno subto un radicale lavaggio del cervello da parte di una speciale sottodivisione dell amministrazione presidenziale. E il lavaggio del cervello ha funzionato. (da Internazionale , 9 settembre 2004) oi reportage era diventata un simbolo I funerali della giornalista russa Anna Politkovskaja e, accanto, una Makarov 9 mm , l arma del delitto. In basso: Ramsan Kadyrov, leader ceceno filo-russo. A sinistra: Paul Klebnikov, il collega ucciso. A destra: Wladimir Putin Click to buy NOW! PDF-XChange Viewer www.docu-track.com Click to buy NOW! PDF-XChange Viewer www.docu-track.com

Quando in una casa suona il telefono e dall altro capo del filo non risponde nessuno, ci sono i motivi per essere inquieti. Oggi, nell epoca dei cellulari e dei telefoni che rivelano il numero di chi chiama, accade meno facilmente, ma nel 1990 una telefonata muta era una telefonata inquietante. E l inquietudine diventa angoscia, se quella telefonata muta arriva in una casa che sta aspettando in ansia notizie di un familiare. E l angoscia diventa paura, se quel familiare appena scomparso nel nulla. Il 13 settembre 1990, alle 12 e 30, il telefono di una casa nei pressi di Velletri suona. Non si sentono voci, solo i rumori di una strada. A rispondere a quella telefonata Marisa, una donna di trent anni. Dalla sera prima aspetta di sapere qualcosa sulla sorte di suo marito Davide. Il giorno precedente, infatti, Davide andato al lavoro come sempre, in un azienda di componenti elettrici vicino ad Ariccia, apparentemente tranquillo. L ultimo che dice di averlo visto vivo un collega, che Davide ha salutato prima di allontanarsi dalla fabbrica. Erano le 17. Non torner a casa, Davide. La moglie lo aspetter a lungo, poi girer tutta la notte per gli ospedali, mentre suo padre pattuglia la strada che il giovane tecnico di solito percorre per tornare dal lavoro. Ma non c traccia della sua Golf bianca. Non c traccia di Davide. Niente. Nessun motivo per un allontanamento, n un imprevisto impegno di lavoro, n una lite familiare, n una depressione... Da casa, del resto, Davide non ha nemmeno preso vestiti per stare lontano. E la sua vita sembrava

scorrere normalmente, lavoro, gite con la moglie e i due bambini, cene con parenti e amici. La notte passa senza che Davide dia sue notizie. Poi, alle 12 e 30, quella telefonata muta. Chi pu esserci all altro capo del telefono? Davide, che non ha il coraggio di parlare? Qualcuno che sa cosa sia accaduto? O forse solo una persona che ha sbagliato numero? Dopo quella telefonata, Marisa non pu che andare dai carabinieri per denunciare la scomparsa del marito. Deve essere successo qualcosa di grave, di imprevedibile. Ma l inquietudine, l angoscia e la paura erano pronte a moltiplicarsi. Attraverso il telefono. Perch il telefono suona ancora, il 14 settembre, alla stessa ora del giorno prima: le 12 e 30. E ancora una volta la cornetta resta muta, se si escludono i suoni di sottofondo, forse di una strada trafficata. Quando un marito sparisce e il telefono per due giorni consecutivi suona senza che nessuno parli, il cervello si mette in allarme e la memoria si mette in moto. E allora tornano alla mente episodi che normalmente sembrano insignificanti. Si cerca di ricordare quello che successo nei mesi e nei giorni precedenti all evento inspiegabile che ha sconvolto una famiglia. Un buco nella recinzione dietro casa, un improvviso i n c e n d i o dell auto, e poi strane incursioni nel viale che porta all abitazione di Davide e Marisa. Prima un furgone giallo, poi una macchina con a bordo due uomini in tuta, infine altri due personaggi che analizzano mappe nello stesso luogo e dichiarano di essere funzionari ministeriali. E poi perch, a gennaio, Davide

ha improvvisamente sentito l esigenza di chiedere il porto d armi? Tutti dubbi e domande senza risposta, impenetrabili come quel telefono che squilla a orari precisi. Le due chiamate misteriose hanno provocato inquietudine, angoscia e paura. Eppure nell attesa di un segnale qualsiasi che permetta di capire coIVO SCANNER Il telefono della famiglia ha continuato a squillare a lungo, ma non mai arrivata una notizia sulla sorte del tecnico militare Per anni tutte le istituzioni negarono le s Un destino an D A V Venerd 24 Novembre 2006 28 giallo del mese sa successo a Davide, si desidera che il telefono squilli, anche se dovesse restare muto. E il telefono squiller ancora, dopo alcune settimane, puntuale alle 12 e 30. E il 10 ottobre e questa volta qualcuno parla, dall altro capo del filo. Anzi, sembra aver cominciato a parlare prima ancora che venga alzato il telefono per rispondere. La persona molto cara a voi in buona compagnia. Una voce dall accento straniero pronuncia solo quella breve frase, poi interrompe la coLA STORIA Davide Cervia scomparve nel nulla il 12 settembre 1990. All inizio la stampa non si occup della sparizione di un semplice elettricista di provincia, ma a poco a poco emerse un aspetto inquietante della sua vita: Cervia era in realt uno dei pochi esperti italiani ed europei di guerre elettroniche, aveva seguito corsi avanzatissimi sui radar per la Marina e per alcune delle principali industrie belliche. Le indagini sono contrassegnate da ritardi, errori e veri e propri depistaggi. Inizialmente si voleva accreditare soprattutto la possibilit di una fuga d amore di Cervia. Poi, quando quella pista si rivel assurda, si ammisero le sue competenze in guerre elettroniche e si sugger che Cervia fosse in Iraq, rapito o di sua volont. Si parl anche di Libia, di sistemi d arma rubati dal Kgb, di oscuri traffici di armamenti e di segreti legati al caso Ustica. Ma la coincidenza tra la sparizione del tecnico di guerre elettroniche

e l inizio del conflitto iracheno resta la pi significativa. Un ipotesi, avanzata ad esempio da Remo Mazzacurati (Perch Berlusconi non poteva perdere, Synergon 1994), che Cervia servisse urgentemente e segretamente ad alcuni paesi allineati agli Usa nella guerra a Saddam, in particolare l Egitto o l Arabia Saudita. Chi cercava la verit, come il giornalista Gianluca Cicinelli (che al caso Cervia ha dedicato due libri, per Datanews e Avvenimenti), venne fatto oggetto di intimidazioni e portato ripetutamente in tribunale. Ancora oggi, a distanza di 16 anni, la sorte di Cervia un mistero. Con quel mistero, poi, si intreccer un altro episodio drammatico: nel 2002 viene trovato morto il tecnico informatico Michele Landi. Il suo apparente suicidio non ha mai convinto i familiari. E Landi, come Cervia, aveva lavorato al sistema Nato per il controllo militare dello spazio aereo. E Landi muore pochi mesi prima della seconda guerra all Iraq. Spar durante la guerra del Golfo Un sommergibile nell arsenale di La Spezia. In alto, a sinistra: marinai; a destra : un aereo di guerra elettronica Click to buy NOW! PDF-XChange Viewer www.docu-track.com Click to buy NOW! PDF-XChange Viewer www.docu-track.com

municazione. Tre ore dopo il telefono suona di nuovo. Adesso le parole sono in una lingua incomprensibile, forse arabo. E come nella prima telefonata il discorso dell ignoto interlocutore gi iniziato quando viene alzato il ricevitore. Forse sono nastri registrati. Forse. Ora il telefono ha cominciato a parlare, ma non d spiegazioni. Confonde ancora di pi, aumenta l inquietudine, l angoscia e la paura. Soprattutto dopo che un testimone ha dichiarato di aver visto Davide aggredito, narcotizzato e caricato di forza su una vettura. Un rapimento, dunque, non una incredibile fuga volontaria, come tentavano ostinatamente di dimostrare gli investigatori. Il telefono pu essere spaventoso, se nasconde nell invisibile qualcuno che non vuol farsi riconoscere. Trasmette suoni, il telefono, che possono terrorizzare. Una voce che parla in una lingua che non conosci impaurisce pi di una minaccia. E insinua dubbi, sospetti, pi che speranze. Il telefono continuer a ossessionare i familiari di Davide, nella loro tenace ricerca di una spiegazione alla scomparsa del loro congiunto. Il 20 gennaio 1991 squilla di nuovo il telefono, due volte. Ma non nella casa di Davide e Marisa, bens nella redazione di un programma televisivo di successo. Due telefonate anonime, due persone che si qualificano come ex colleghi di Davide. E non sono colleghi elettricisti della sua fabbrica di Ariccia. No, sono esperti molto, molto particolari. Persone in grado di operare sui pi moderni armamenti elettronici, indispensabili per il lancio di missili e per contrastare i missili nemici.

Come possono essere ex colleghi di Davide? Ormai una verit venuta alla luce, nonostante la Marina e i carabinieri continuino a negarla. Perch c un segreto nella vita di Davide: in passato, quando era sottufficiale di Marina, ha frequentato dei corsi che lo hanno reso esperto nei complessi sistemi d arma per le cosiddette guerre elettroniche. Ha studiato sia in strutture militari che in industrie belliche. E stato addestrato all uso dei radar pi sofisticati sulle stesse fregate italiane che Marisa ha visto in tv partecipare alla guerra contro l Iraq. Nessuno, nemmeno i familiari, lo sapevano perch i tecnici addestrati alle guerre elettroniche erano tenuti per giuramento alla riservatezza pi totale. Quelle due telefonate anonime da parte di individui che sostengono di aver partecipato agli stessi corsi di Davide confermano cos un nuovo scenario: l uomo che sparito in un quieto pomeriggio di settembre possiede un abilit tecnica rara e inestimabile soprattutto nei giorni di una guerra come quella che si sta combattendo in Iraq. Quei radar, quei sistemi d arma, sono preziosi nelle nuove guerre che si giocano pi a distanza, con missili e aerei, che sul campo di battaglia. Eppure a lungo istituzioni e vertici militari negheranno quella realt e solo dopo tre anni saranno costretti ad ammettere ufficialmente che, s, Davide era uno dei massimi esperti di guerre elettroniche. Nella casa di Davide il telefono ha continuato a squillare, negli anni a venire. Telefonate di solidariet, richieste di interviste, inviti a dibattiti. E poi carabinieri, magistrati, ministri e deputati: non tutti interessati a scoprire

che fine ha fatto Davide, anzi spesso desiderosi di insabbiare e occultare. Inevitabile, poi, venuta la certezza che tutte le conversazioni telefoniche fossero regolarmente intercettate. Gli anni sono passati, il telefono ha continuato a squillare. Ma la telefonata cruciale, quella che annuncia una notizia definitiva sul destino di Davide, non mai arrivata. Gli investigatori tentarono ostinatamente di dimostrare che si trattava di una fuga volontaria: rifiutavano la tesi del sequestro o le sue competenze in guerre elettroniche ancora ignoto I D E L INCHIESTA IN TV La scomparsa di Davide Cervia stato il primo esempio di caso affrontato con grande abilit investigativa soprattutto dalla televisione. I maggiori elementi sulla vicenda, infatti, sono venuti non dalle indagini ufficiali, ma da programmi tv. Chi l ha visto?, all epoca condotto da Donatella Raffai, dedic molte puntate al caso Cervia. Saranno i giornalisti di quel programma a indagare sui misteriosi personaggi che si presentavano nei dintorni di casa Cervia prima della scomparsa di Davide. E soprattutto, sar lo staff della Raffai a ritrovare l auto di Cervia, grazie a una lettera anonima. Anche Samarcanda di Michele Santoro ebbe un ruolo importante, rivelando per la prima volta il nome di un supertestimone . Ambigua, invece, la funzione di Linea continua, trasmissione della berlusconiana Retequattro, che cerc di accreditare la pista della fuga volontaria. Infine, la moglie di Cervia scelse la tv, il programma Rai I fatti vostri, per dichiarare di aver ricevuto l offerta di un miliardo per non cercare pi Davide. giallo del mese Venerd 24 Novembre 2006 29 Click to buy NOW! PDF-XChange Viewer www.docu-track.com Click to buy NOW! PDF-XChange Viewer www.docu-track.com

Tre frammenti di tessuto e un biglietto recante la scritta N2 pregressa gamba sinistra; grosso frammento di miocardio, lingua in toto, e venti frammenti di visceri assortiti; due frammenti e un pezzo di carta recante la scritta baffi; grosso frammento di collo pi cinque altri frammenti. Questo elenco di reperti contenuto in un verbale che accompagna una scatola con undici vasi per i s t o l o g i a pieni di paraffina e formalina, pi cinquantotto vetrini di prelievi su una salma. Una scatola che per vent anni, fino al 2002, ha riposato in un armadio dell Istituto di medicina legale di Milano, nell archivio generale. Quei reperti erano frammenti di un corpo importante, il corpo di un uomo celebre, morto di morte violenta. Una scritta contrassegna i reperti: Calvi Roberto 2-11-82. Nei vasi si trovano frammenti di visceri prelevati nel corso della prima necroscopia , recita ancora il verbale medico. Quei pezzi di corpo, separati in undici vasi, appartenevano a un uomo che per anni aveva

attraversato con successo la finanza italiana. Rispettato, temuto, referente di fiducia per il Vaticano, ma anche per la massoneria, capace di costruire un vero e proprio impero b a n c a r i o . Prima di diventare una salma fatta a pezzi dai m e d i c i , quell uomo frequentava papi e cardinali, generali sudamericani, politici italiani di governo, imprenditori di antiche dinastie (Rizzoli) o di improvvisa fortuna (Berlusconi). Ma a un certo punto quelle frequentazioni non bastavano, e gli interlocutori pi assidui erano diventati Licio Gelli e una schiera di faccendieri, da Umberto Ortolani a Flavio Carboni. Le operazioni finanziarie si erano fatte sempre pi audaci, i giochi si erano spostati anche nell Euroipa dell est, per aiutare la Chiesa (e la Cia) a far cadere i regimi socialisti. E il sogno era quello di avere mano totalmente libera in Italia, per p o r t a r e avanti affari senza r e g o l e , s e n z a c o n t r o l l i : abbattere la

Costituzione, con il Piano di rinascita democratica di Gelli, sembrava il modo migliore per avere altro potere e altro denaro. Quando il castello di carte del Banco Ambrosiano cade in disgrazia, Calvi si trova abbandonato dai soIVO SCANNER Fu trovato impiccato a Londra, sotto il ponte dei Frati neri. I mattoni in tasca, le acrobazie impossibili di un suicidio dai troppi misteri ci impronunciabili del suo passato. I suoi ultimi giorni, prima di diventare una salma da consegnare alle autopsie, sono i giorni di un uomo in fuga. Braccato, inseguito. Da chi, non mai stato appurato con certezza, come in tutti i misteri italiani. Sapeva troppo, questo certo. E troppi erano stati danneggiati dal fallimento clamoroso della sua banca. Si dice che nella catastrofe della sua rete di istituti di credito avrebbero perso vari miliardi boss mafiosi del calibro di Riina, Provenzano e Madonia. Da mesi Calvi gira armato, sua figlia lo ha visto mettere metodicamente una pistola nella sua valigetta nera a soffietto dove tiene i documenti pi importanti. Una valigetta destinata a scomparire, dopo la sua morte, per poi essere consegnata al missino Pisan e mostrata spettacolarmente da Enzo

Biagi in tv, prima ancora che venisse consegnata agli investigatori: ma dentro ormai ci sono solo carte senza importanza, un agenda vuota, una foto di famiglia e tanti mazzi di chiavi. Aveva paura che lo ammazzassero, Roberto Calvi, se doveva portarsi una pistola nella borsa. E in ogni caso sapeva di rischiare molto, tanto da convincere i suoi familiari a scappare in America, al sicuro. Cos, nel giugno 1982, decide di far perdere le sue tracce. Il pomeriggio di venerd 11 giugno prende un aereo per Venezia, poi con un auto a noleggio va verso Trieste. L incontra misteriosi personaggi che devono agevolare la sua fuga all estero, per lui difficile da quando gli stato ritirato il passaporto, dopo l arresto e la condanna per esportazione illegale di capitali. E allora ottiene da complici oscuri anche un passaporto falso, intestato a Gian Roberto Calvini. Sembra uno scherzo, la scelta di quel nome, oppure un ostentazione di sicurezza e arroganza. O forse chi gliel ha procurato voleva metterlo nei guai. Comunque riesce a usarlo Ascesa e fine del socio di mons. Marcinku Il massone d R O B E LA FINANZA ANTICOMUNISTA Pochi ricordano che i finanzieri immischiati negli affari pi torbidi della storia italiana si dichiaravano fermamente anticomunisti, anzi rivendicavano le loro operazioni avventuriere in nome della lotta al comunismo. Proprio Roberto Calvi ne ha lasciato una testimonianza, nelle lettera inviata a Giovanni Paolo II il 5 giugno 1982: Sono stato io che, di concerto con autorit vaticane, ho coordinato in tutto il Sud America la creazione di numerose entit bancarie, soprattutto allo scopo di contrastare la penetrazione e l espandersi di ideologie filomarxiste . E aggiungeva, con tono intimidatorio: Sono proprio molti coloro che vorrebbero sapere da me se ho fornito armi o altri mezzi ad alcuni regimi di Paesi del Sudamerica per aiutarli a combattere i nostri comuni nemici, e se ho fornito mezzi economici a Solidarnosc o anche armi e finanziamenti ad altre organizzazioni di Paesi dell Est. E Michele Sindona, in un intervista rilasciata dopo la morte di Calvi dichiarava: Non si suicidato, stato ucciso... So soltanto

che gente che detesta Gelli, me e Calvi, perch siamo accesi anticomunisti. Io solo conosco fino in fondo l impero di Calvi, io solo sono a conoscenza dei veri legami con l America latina. Come lui ho tentato di stabilire un argine anticomunista ed in questo sono stato appoggiato dall ambasciata statunitense. Venerd 26 Gennaio 2007 28 giallo del mese Da sinistra, in senso antiorario: Mons. Marcinkus, Michele Sindona, Roberto Calvi, Jorge Rafael Videla, Flavio Carboni, Tot Riina e il cadavere di Roberto Calvi Click to buy NOW! PDF-XChange Viewer www.docu-track.com Click to buy NOW! PDF-XChange Viewer www.docu-track.com

senza difficolt, nessuno lo ferma. Va in Austria e il 15 giugno da Innsbruck vola a Londra con un aereo privato. Non pu soggiornare negli hotel di lusso a cui abituato, e prende una stanza in un residence poco appariscente, a Chelsea. Passer le ultime notti in quella cameretta, l appartamento 881, dove far le ultime riunioni della sua vita con una corte di personaggi che appaiono amici, ma forse sanno gi che il suo destino segnato. Dopo due giorni dal suo arrivo a Londra, Calvi riceve una notizia che deve impaurirlo ancora di pi. Gioved 17 giugno, infatti, cade dal quarto piano della sede del Banco Ambrosiano la sua segretaria, che per 25 anni gli era stata al fianco, certamente depositaria a sua volta di molti segreti. Aveva un forte esaurimento nervoso, si dir, e sulla scrivania lascia un messaggio di insulti per Calvi: Che vergogna, scappato. Sia stramaledetto per tutto il male che fa a tutti noi del Banco e del gruppo, della cui immagine eravamo a suo tempo cos orgogliosi. Un suicidio, apparentemente. Ma non tutti la pensano cos. Secondo me l hanno buttata di sotto, dir in seguito la moglie di Calvi in un intervista. Hanno trovato le scarpe sistemate per bene in ufficio. Un po strano, no? Io sono convinta che l hanno ammazzata, perch era l anello debole

della catena. Roberto Calvi, invece, sa di essere l anello pi importante di quella catena e la morte della sua segretaria non certo un buon segno, comunque siano andate le cose. Facile pensare che anche lui mediti di uccidersi, in quella situazione. Del resto, gi nella notte dell 8 luglio 1981 aveva inscenato un suicidio in carcere: 90 pastiglie di Valium, una ferita al polso. Un gesto molto plateale che aveva lasciato tanti dubbi. E forse, anche a Londra, pi che a un vero suicidio pensa a un altra messa in scena, per poter poi scomparire nel nulla. Qualcuno pu averlo indotto a credere che sia quella la strada giusta. Magari lo ha istruito su come allestire un finto suicidio, cosa portare con s per poi lasciare tutto su un cadavere ignoto e irriconoscibile. O forse non c stato nemmeno bisogno di quel trucco: un po di cloroformio e poi un killer abile che porta a termine il delitto. Tutti i forse sono rimasti aperti, dopo le 7 e 30 del 18 giugno, quando viene scoperto un cadavere appeso a un ponte sul Tamigi, semi immerso nell acqua. E il cadavere di Calvi: vestito con un abito leggero, senza cravatta, un orologio d oro al polso, fermo alle ore 1 e 50. In tasca soldi, passaporto, fogli di carta. E soprattutto molti chili di mattoncini, uno infilato anche nei pantaloni. Servivano per appesantirsi

e garantire una morte sicura nell impiccagione, o erano un segnale allusivo, dato che i mattoni sono simbolo massonico, cos come il ponte da cui penzola il cadavere, il ponte dei frati neri (nome di una loggia di E d i m b u r go)? Per le prime indagini britanniche certamente un suicidio: non stato drogato, non ci sono ferite sul corpo a parte i segni sul collo lasciati dal cappio. Ma difficile pensare che un uomo non pi giovan i s s i m o , che per di pi soffriva di vertigini, possa compiere vere e proprie acrobazie (sovraccaricato tra l altro dai mattoni), scendendo per una ripida scaletta a sei metri dalle acque del Tamigi, per poi aggrapparsi a dei tubi sospesi nel vuoto, assicurare una corda a un sostegno e impiccarsi. I dubbi sul suicidio cresceranno sempre pi negli anni a venire. Il corpo di Calvi diventa un oggetto da dissezionare, fino a essere frammentato in quegli undici vasi di formalina. La prima autopsia venne effettuata a Londra da un medico inglese, la seconda in Italia nel n o v e m b r e 1982. Ma quel corpo doveva rim a n e r e

senza pace: oltre alle due autopsie, nel 1998 venne ordinata la riesumazione della salma. O meglio di quel che ne rimaneva, come dimostrano gli undici vasi trovati a Milano. Si scoprir che non sono presenti lesioni ossee al collo, nonostante la corda di un metro e mezzo che dovrebbe averlo impiccato. Esami e accertamenti effettuati nel 2003 parlano di segni sul collo che potrebbero essere di strangolamento e non dovuti all impiccagione. E poi ci sono le suole delle scarpe, senza residui di zinco ramato, che invece rivestiva i tubi dell impalcatura su cui Calvi si sarebbe arrampicato per potersi impiccare. E mani e unghie sono perfettamente pulite, mancano le tracce di silicio o calcio che dovevano rimanere presenti se Calvi avesse toccato i mattoni che aveva indosso. La carriera di un grande protagonista della finanza italiana finisce cos in un macabro sezionamento. I pezzi del suo corpo rim a n g o n o vent anni chiusi in quella scatola. Ma anche attorno a quella scatola, dove riposavano la lingua e altri brandelli di Calvi, c il mistero. Viene trovata nel 2002, sembra per puro caso, da una dottoressa che si stava occupando

del trasloco dei reperti di quei locali. Una scatola abbandonata, mai messa a disposizione degli investigatori, nonostante contenesse reperti decisivi. Solo imperizia? Solo la notoria superficialit tutta italiana? La bancarotta, i soldi di Cosa Nostra, l ultima fuga con i documenti falsi. E il tragico presagio della morte della fedele segretaria cinkus, amico dei generali sudamericani del Vaticano E R T O giallo del mese Venerd 26 Gennaio 2007 29 LA SCALATA, IL CRACK, LA CADUTA Roberto Calvi nel 1946 cominci a lavorare al Banco Ambrosiano, un istituto finanziario definito la banca dei preti . Nel corso degli anni ne scal i vertici, fino a diventarne presidente. La sua ascesa stata caratterizzata da spregiudicate operazioni all estero, tramite la creazione di fantomatici istituti di credito in Centro e Sud America. E soprattutto si avvalso di stretti legami con lo Ior, la banca del Vaticano di monsignor Paul Marcinkus. Per acquisire altro potere Calvi si iscrisse alla P2 e partecip alla scalata per conquistare il Corriere della sera. Ma il Banco Ambrosiano entr in grave crisi e nel maggio 1981 Calvi venne arrestato per esportazione clandestina di valuta e condannato a 4 anni. In libert provvisoria, tent di far fronte al crack del suo impero finanziario, ma senza esito. Agli inizi del giugno 1982 fece perdere le sue tracce. Il 17 giugno venne trovato impiccato al Blackfriars Bridge di Londra. Le prime indagini parlavano di suicidio, ma in seguito verranno indagati per la morte del banchiere esponenti mafiosi, il faccendiere Flavio Carboni e Licio Gelli. I processi non sono mai arrivati ad accertare la verit, ma la moglie di Calvi continua a sostenere la sua tesi: La massoneria ha deciso di uccidere Roberto, poi la mafia ha fatto il suo lavoro che quello di ammazzare; per anche al Vaticano faceva comodo che Calvi morisse. Click to buy NOW! PDF-XChange Viewer www.docu-track.com Click to buy NOW! PDF-XChange Viewer www.docu-track.com

Nel cimitero di Ricaldone, vicino ad Alessandria, c una lastra di marmo bianco, con una foto ovale che ritrae un giovane bruno, dagli occhi cupi, ripreso di tre quarti. Sotto la fotografia, solo un nome, un cognome e due date: Luigi Tenco N. 21-3-1938 M. 27-1-1967. Quella lastra stata rimossa quasi quarant anni dopo, il 14 febbraio 2006. Dietro c era una cassa di zinco, che ospitava il cadavere in buona conservazione di uno dei cantautori italiani pi famosi negli anni Sessanta, un esponente della scuola genovese molto amato dal pubblico pi colto e intellettuale dell epoca. I resti di Tenco dovevano essere riesumati per scoprire, finalmente, la verit su una vicenda che aveva lasciato dietro di s tanti dubbi, tanti sospetti. Davvero il cantautore Luigi Tenco, trovato morto nella notte tra il 26 e il 27 gennaio 1967 in una stanza d albergo di Sanremo, si era suicidato dopo essere stato escluso dal Festival della canzone? Per rispondere a questa domanda, molti decenni dopo quella notte sanremese, il procuratore Mariano Gagliano aveva riaperto l inchiesta. Nel 2003 alcuni giornalisti avevano presentano istanza alla procura della Repubblica chiedendo la riapertura del caso. Qualche anno prima, due collaboratori

di una tv locale ligure erano venuti in possesso di una copia del fascicolo originale sul caso Tenco, per anni creduto p e r s o . Avevano q u i n d i s v o l t o indagini sulla vicenda, e alla fine si erano convinti a presentare un esposto contro ignoti per omicidio. A quel punto, la lastra del cimitero di Ricaldone doveva essere aperta, per cercare di cancellare tutti i sospetti su un episodio cos lontano nel tempo. Quando un proiettile mise fine alla sua vita, Luigi Tenco aveva 29 anni. Nonostante detestasse il Festival di Sanremo, aveva partecipato per le insistenze della sua casa discografica, e la sera del 26 gennaio 1967 sal sul palco dell Ariston insieme a Dalida, sua partner canora, ma anche suo amore tormentato. Proprio mentre si apprestava a cantare, Tenco pronunci una frase che sar spesso ricordata, dopo la sua morte i n a t t e s a : C a n t o questa e poi non canto pi. Chi era all Ariston (dato che i filmati di quella serata non esistono) vide un Tenco intorpidito e depresso eseguire con Dalida Ciao, a m o r e , ciao. La serata del festival and avanti e

presto arriv il verdetto: Ciao, amore, ciao bocciata dalla giuria, ottenendo solo il dodicesimo posto con 38 voti popolari su 900. E non venne nemmeno ripescata dalla commissione presieduta dal giornalista Ugo Zatterin che prefer il brano La rivoluzione di Gianni Pettenati. Alla fine dell esibizione di Tenco e Dalida, i fotografi immortalarono un battibecco tra i due cantanti, e dopo la sconfitta Luigi Tenco and a chiudersi nella sua stanza d albergo, la numero 219 IVO SCANNER Sul biglietto trovato in albergo scrisse: Ho dedicato cinque anni della mia vita a un pubblico che manda in finale Io, tu e le rose dell Hotel Savoy. Cosa sia accaduto nelle ore che passarono dal termine della serata festivaliera alla sua morte incerto. Si parl di un litigio telefonico con Dalida e di una telefonata alla fidanzata Valeria che per non lasciava presagire un gesto suicida. Tenco avrebbe bevuto almeno mezza bottiglia di grappa, in aggiunta a del Pronox, il suo tranquillante. Secondo il verbale di polizia, verso le due e trenta di notte Dalida buss alla porta della stanza 219, non sent risposta e apr, trovando Tenco a terra, appoggiato al letto. Morto. Accanto c era un biglietto: Io ho voluto bene al pubblico italiano e gli

ho dedicato inutilmente cinque anni della mia vita. Faccio questo non perch sono stanco della vita (tutt altro) ma come atto di protesta contro un pubblico che manda in finale Io, tu e le rose e una commissione che seleziona La rivoluzione. Spero che serva a chiarire le idee a qualcuno. Ciao. Luigi. Arriv un medico condotto, che subito concluse di essere di fronte a un suicidio. Sulla scena non giunger mai un medico legale, ma solo i poliziotti del commissario Arrigo Molinari. Il corpo venne prima messo in una cassa, fornita dall albergo, e trasportato all obitorio, poi il commissario Molinari decise di farlo riportare nella stanza del Savoy: si era reso conto, infatti, che bisognava scattare delle fotografie, per chiudere l inchiesta pi rapidamente. Il cadavere di Tenco fu CantoL queUsta Ie Venerd 23 Febbraio 2007 28 giallo del mese LE IPOTESI SULLA MORTE 1. Il suicidio. l ipotesi accreditata subito dopo la morte del cantante e ribadita dalle nuove indagini. A motivare il gesto di Tenco, la delusione per essere stato escluso dal Festival di Sanremo, ma anche i dissidi sentimentali con Dalida. 2. L omicidio per gelosia. Sono state fatte molte illazioni su questa possibilit. Tenco aveva fama di rubacuori. Un marito geloso o un amante tradita potrebbero aver inscenato il suicidio. 3. L omicidio per rapina. Nella

stanza d albergo di Tenco non c era denaro contante, solo un assegno da centomila lire. Ma la sera prima il cantante aveva vinto addirittura sei milioni al Casin. Dove sono finiti? 4. Un omicidio maturato nel mondo delle scommesse. Tenco sarebbe rimasto vittima di un giro pericoloso, quello delle scommesse sui cantanti: l esistenza di quel tipo di scommesse stato segnalato, molti anni dopo, dall ex commissario Molinari. 5. Una roulette russa. L ipotesi che Tenco possa essere rimasto coinvolto in un macabro gioco con la vita e abbia involontariamente messo fine alla sua esistenza. Un incidente, dunque. Nicola Di Bari. In alto: Claudio Villa e Iva Zanicchi; in basso: Luigi Tenco e a destra, Orietta Berti; nella pagina accanto: Dalida con Tenco e, in alto, Fabrizio De Andr Ada Montellanico, Quasi sera. Una storia di Tenco; Renato Tartarolo e Giorgio Carozzi, Ed ora avrei mille cose da fare; Marco Peroni e Gioacchino Lanotte, Luigi Tenco. Un miracolo breve IN LIBRERIA Era un cantautore introverso, gli inqui re Click to buy NOW! PDF-XChange Viewer www.docu-track.com Click to buy NOW! PDF-XChange Viewer www.docu-track.com

nuovamente disteso nella stanza 219, in una posizione diversa, con le gambe sotto un mobile. Una pistola gli venne messa nella mano destra. Le foto potevano essere scattate. Quella morte scomoda per lo show business di Sanremo doveva diventare il pi possibile comoda : tutto andava risolto in fretta, senza dubbi, senza clamori. Il festival, del resto, proseguir regolarmente, come se nulla fosse successo. Del resto Tenco era un uomo chiuso e introverso, sempre pessimista anche nei testi delle sue canzoni: per questo parve facile concludere rapidamente che si fosse suicidato. Non ci sar nessuna autopsia sul cadavere di Tenco, quel biglietto d addio era reputato sufficiente a chiudere il caso. Dopo essere andato in pensione, il commissario Molinari dichiarer di aver ricevuto le pressioni di un alto dirigente Rai per insabbiare la vicenda. E del resto lo stesso procuratore Gagliano che riapr il caso, parler di indagini frettolose, approssimative . Ma i dubbi sul suicidio circolarono immediatamente. Il fascicolo originale conteneva solo poche pagine e qualche fotografia, tuttavia sufficienti a creare illazioni. In una foto si nota il foro di un proiettile sulla tempia sinistra di Tenco. Ma il cantante non era mancino: perch si sarebbe sparato usando la sinistra? Si disse che il proiettile era rimasto nel cranio di Tenco, ma alcune tracce sullo stipite della porta fecero pensare a un secondo, misterioso, proiettile. E poi la pistola. Secondo i testimoni e le foto, Tenco stringeva in mano una Beretta calibro 22. Eppure Tenco possedeva un altra arma, una Walther Ppk calibro 7,65, comprata nel novembre 1966, regolarmente denunciata per difesa personale (non si mai appurato, tra l altro, perch il cantautore

avesse a c q u i s t a t o quella pistola e da cosa volesse difendersi). Tanti dubbi che per rimasero senza risposta. La Walther Ppk e il biglietto d addio vennero immediatamente restituiti alla famiglia, senza nessuna perizia. Il bossolo e gli altri reperti, invece, gi nel 1968 finirono all asta, acquistati per poche lire e poi giunti nelle mani di un fan del cantante. Da allora i misteri sono rimasti intatti. E alla morte di Tenco ha fatto seguito la fine tragica di altri protagonisti della vicenda. Il marito di Dalida si suicida qualche anno dopo proprio con una Walther Ppk 7,65. La stessa Dalida si toglie la vita. L ex commissario Molinari il 2 settembre 2005 viene ucciso nella sua abitazione vicino a Savona, sembra da un rapinatore. A cancellare tutti gli interrogativi arriva la conclusione della nuova inchiesta, alla fine dell estate 2006. Il cadavere di Tenco riesumato, la famiglia consegna il biglietto e la pistola Walther Ppk calibro 7,65. Dopo le analisi di esperti di balistica, medici legali e biologi, tutto sembrerebbe chiarito. Due fori nella scatola cranica indicano l entrata e l uscita del proiettile. La pistola sarebbe stata appoggiata sulla tempia destra, e il proiettile sarebbe uscito dalla tempia sinistra, per poi colpire lo stipite della porta e rotolare sul pavimento. Anche il bossolo trovato risulterebbe compatibile con la Ppk del cantante. Ora la lastra di marmo di nuovo al suo posto, la cassa di zinco di nuovo sigillata. Con la chiusura di quella tomba, anche il caso Tenco sembra chiuso. Almeno ufficialmente. Era una morte scomoda per lo show business

del festival di Sanremo, tutto andava risolto in fretta, senza dubbi, senza clamori a Ie poGi noIn pi LA PREGHIERA DI FABER Senti qui cosa ho scritto stanotte . E Fabrizio De Andr inizi a declamare quella che sarebbe diventata la sua laicissima Preghiera in gennaio dedicata all amico Luigi Tenco che era andato via. Il ricordo di un compagno di strada di Faber, Cesare Romana, ed contenuto nel libro Smisurate preghiere (edito da Arcana). Il giornalista, caro amico di Fabrizio, racconta: Me lo ricordo come ieri, quel gennaio del 67. Dietro il feretro, con Fabrizio, si camminava al passo stento dei cortei. C era Luigi, nella bara, Luigi Tenco . Fabrizio nella notte aveva scritto: Lascia che sia fiorito/ Signore, il suo sentiero/ quando a te la sua anima/ e al mondo la sua pelle/ dovr riconsegnare . A Luigi aggiunse non volevano fargli il funerale, un suicida, c voluta la dispensa del vescovo. Cos senti: Quando attraverser l ultimo vecchio ponte/ ai suicidi dir/ baciandoli alla fronte/ venite in Paradiso/ la dove vado anch io/ perch non c l inferno/ nel mondo del buon Dio , ti. Stanotte ho sognato di lui, zoppicava in mezzo a una processione. C erano dei vescovi e ridevano, lui sanguinava e nessuno parlava. Mi sono svegliato e messo a scrivere. E chios: Fanculo i vescovi. Venerd 23 Febbraio 2007 giallo del mese 29 ui renti stabilirono subito che fosse suicidio Click to buy NOW! PDF-XChange Viewer www.docu-track.com

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Il 4 maggio 1998, dentro le mura del Vaticano, una suora passa davanti a una porta aperta. Incuriosita entra nell appartamento e probabilmente grida, correndo subito via. Perch quello che vede uno spettacolo terribile. A terra ci sono due uomini, nel sangue. Ma guardando meglio c anche un terzo corpo, una donna seduta con la schiena appoggiata alla parete. Morta anche lei. Alla suora basta un occhiata per capire che in quella stanza avvenuto un eccidio, anche se non visibile nessuna arma. S a r e b b e stata quella suora, la cui identit non mai stata rivelata, a dare l allarme. Un allarme che fa tremare molti, perch quei tre corpi appartengono a persone importanti. Uno degli uomini che giacciono in quell appartamento addirittura il neo comandante della Guardia svizzera, Alois Estermann, di 44 anni, promosso da appena 9 ore. La donna uccisa la moglie di Estermann, la venezuelana Gladys Meza Romero, 49 anni. E l altro uomo, presto indicato come l omicida-suicida, un vicecaporale della Guardia svizzera, Cedric Tornay di 23 anni. Un delitto inquietante, dunque, un triangolo di morte nelle stanze della cittadella che rappresenta per il mondo il cuore della cristianit. In meno di 24 ore, prima che ci sia stata

un autopsia o una perizia sul luogo del crimine, la Santa Sede rende nota la sua versione ufficiale. A comunicarla ai giornali il portavoce stampa del Vaticano, Joaquin Navarro-Valls, ben noto nel lungo pontificato di papa Giovanni Paolo II. Da una prima sommaria ricognizione, possibile affermare che il comandante Estermann, la moglie e il vicecaporale Tornay sono stati uccisi con un arma da fuoco. Sotto il corpo del vicecaporale stata trovata la pistola d ordinanza del medesimo . Appare subito evidente che per il Vaticano tutto si spiega con un gesto di follia compiuto da Tornay. Poco dopo le 21 del 4 maggio, Tornay avrebbe prima sparato due colpi al suo comandante, poi avrebbe sparato anche a Gladys Meza Romero, quindi si sarebbe infilato la pistola in bocca uccidendosi: il proiettile avrebbe attraversato la scatola cranica conficcandosi nel muro. A poco a poco il Vaticano rivela le sue carte per dimostrare la propria tesi. Ecco che appare anche una lettera del suicida, indirizzata alla madre: Spero che tu mi perdonerai perch sono stati loro a costringermi a fare quello che ho fatto. Quest anno dovevo avere l onorificenza e il colonnello me l ha negata. Dopo tre anni, sei mesi e sei giorni passati a sopportare tutte le ingiustizie, l unica cosa che io volevo me l hanno rifiutata.... Tutto chiaro, dunque, una vendetta dettata dalla follia. E sono pronte le prove che descrivono Tornay come uno squilibrato. Nel suo cassetto compaiono ben 24 mozziconi di spinelli, quindi un drogato...

Ma non basta: l autopsia vaticana rivela che nel cranio di Tornay era presente una cisti che premeva sul lobo frontale. Ancora, il ragazzo aveva i postumi di broncopolmonite, a ulteriore conferma di un possibile stato psicofisico alterato. Non sarebbe la prima volta, del resto, che i soldati vaticani compiono gesti sanguinosi. L 8 aprile 1959 un altro comandante della Guardia svizzera era stato protagonista di un episodio analogo: il colonnello Robert Nunlist era stato colpito da 4 colpi di pistola sparati dal caporale Adolf Ruckert, che aveva poi tentato di suicidarsi, ma l arma s era inceppata. Nella migliore tradizione dei delitti insoluti italiani, anche se in questo caso siamo entro le mura vaticane, il prelievo delle salme non rispett nessuna regola per preservare intatta la scena del crimine. Eppure i giudici vaticani ci terranno a specificare scrupolosamente i dettagli dell inchiesta: Dieci perizie necroscopiche, anatomo-istopatologiche, tossicologiche, balistiche, grafiche e tecnicotelefoniche affidate a illustri specialisti; cinque rapporti di polizia giudiziaria affidati all ispettore generale del Corpo di vigilanza; trentotto audizioni di persone informate sui fatti; numerose richieste di informazioni e rapporti a uffici pubblici dello Stato della Citt del Vaticano e della Conferenza episcopale svizzera, nonch diversi servizi fotografici e rilievi tecnici. Tante perizie e indagini, per avvalorare una tesi gi data per certa a poche ore dal delitto, non hanno per convinto molti

osservatori. A partire dalla IVO SCANNER 4 maggio 1998: tre cadaveri eccellenti rinvenuti nel sangue e nessuna arma. E una suora a dare l allarme che scuote il Vaticano L eccidio del capo della Guardia svizze ra Intrigo nella c A L O Venerd 30 Marzo 2007 28 giallo del mese Una guardia svizzera. Da sinistra, in senso orario: Cedric Tornay, Gladys Meza R omero, il comandante Alois Estermann, papa Giovanni Paolo II e la basilica di San Pietro a Roma Click to buy NOW! PDF-XChange Viewer www.docu-track.com Click to buy NOW! PDF-XChange Viewer www.docu-track.com

madre di Tornay, la signora Muguette Baudat, che si battuta fin da subito per scoprire la verit. Aveva sentito per telefono il figlio, il giorno del delitto, ed era sereno e tranquillo. Le aveva detto d aver trovato lavoro in una banca svizzera. E anche l ultima fidanzata del vicecaporale dichiara che Cedric era allegro, pieno di vita. Non solo, i due ragazzi si erano lasciati un mese prima, ma erano rimasti amici e proprio per la sera del delitto l ex fidanzata era stata invitata da Tornay a una festa. La lettera di Tornay alla madre, poi, viene giudicata falsa da una perizia calligrafica voluta dagli avvocati della signora Baudat. E c o n t i e n e l indizio significativo di una possibile manipolazione: indirizzata alla madre, ma indicandone stranamente il cognome del secondo marito, come registrato nei documenti del Vaticano. Le contro-inchieste si sono susseguite e hanno sollevato dubbi senza risposta. La suora che ha scoperto i cadaveri (ammesso che sia mai esistita) non aveva visto l arma del delitto perch era sotto il corpo di Tornay, trovato a faccia avanti sul pavimento. Ma come possibile che il colpo del proiettile sparato in bocca non abbia scagliato all indietro il giovane, facendolo cadere di spalle? Molto strano, visto che la pistola d ordinanza di Tornay era una calibro 9,41, un arma potente, di grosso c a l i b r o . Quella pistola, poi,

avrebbe sparato cinque proiettili: ma sono stati trovati solo 4 bossoli. Secondo un libro, Bugie di sangue in Vaticano, il triplice omicidio non nemmeno avvenuto in quell appartamento: Tornay sarebbe stato aggredito alla fine del servizio, pochi minuti prima delle 19, trascinato in divisa e armato della pistola d ordinanza, in uno scantinato nel quale gli aggressori erano penetrati dall accesso situato verso la Porta di Sant Anna. Tornay sarebbe poi stato suicidato nel locale sotterraneo con una pistola silenziata calibro 7. E la sua arma di ordinanza utilizzata per uccidere i coniugi Estermann nel loro appartamento . Chi non si affida alla versione ufficiale di Navarro-Valls scava anche nella biografia dei coniugi Estermann. Per ammantare di eroismo il comandante ucciso, il Vaticano divulg la leggenda (poi risultata infondata) che Estermann, il 31 maggio del 1981, fosse stato il primo a proteggere il papa con il proprio corpo dai colpi sparati da Ali Agca. Ma sulla stampa emergono presto molti dettagli sulla promozione di Estermann a comandante: Estermann era legato alla chiacchieratissima Opus Dei e gli avversari dell organizzazione creata da San de Balaguer non vedevano di buon occhio quella ennesima occupazione di potere. Proprio nei giorni dei funerali delle tre vittime, poi, un quotidiano tedesco pubblica una notizia esplosiva: Alois Estermann, nome in codice Werder , era un informatore della Stasi, la polizia segreta della G e r m a n i a Est. Nonostante le imm e d i a t e smentite vaticane, tanti

fatti recenti, come lo scandalo dei vescovispia in Polonia, rendono verosimile persino quello scoop. Anche la moglie di Estermann era un personaggio di rilievo. Gladys Meza Romero, donna affascinante con un passato di modella, lavorava all ambasciata del Venezuela presso la Santa Sede. Ed era in stretti rapporti con l influente vescovo venezuelano Jos Rosalio Castillo Lara, lo stesso prelato che richieder immediatamente il trasporto e il seppellimento delle salme dei due sposi in Venezuela. Nonostante i misteri, il 5 febbraio 1999 il caso viene formalmente e definitivamente chiuso. Il G i u d i c e istruttore del Tribunale dispone l archiviazione degli atti . Su quello che avviene in Vaticano decide solo la giustizia vaticana. Eppure le perplessit e i dubbi non sono fugati. Tutt altro. E ci sono stranezze incomprensibili anche nei particolari meno noti della vicenda. Il Vaticano, ad esempio, sempre cos severo con i suicidi (come dimostrano le esequie negate a Piergiorgio Welby), ha fatto un eccezione davvero singolare in occasione del triplice delitto del 1998. Non solo le tre bare degli Estermann e di Tornay vennero collocate insieme, nella stessa camera ardente, ma, dopo il rito funebre per i due coniugi uccisi, la mattina del 6 maggio furono resi gli onori militari al vicecaporale Cedric Tornay da un picchetto di 40 alabardieri. La sua salma era vestita con l alta uniforme. Forse qualcuno sapeva come si erano svolti davvero

i fatti. Tante perizie e indagini, per avvalorare una tesi gi data per certa a poche ore dal delitto, non hanno convinto molti osservatori ze ra, di sua moglie e di un vicecaporale a citt leonina O I S giallo del mese Venerd 30 Marzo 2007 29 I LIBRI SULLA VICENDA Le diverse ipotesi sul delitto EstermannTornay sono state divulgate da tre libri. Il primo ad avanzare dubbi sulla versione ufficiale era firmato dai Discepoli della Verit , una sigla sotto cui si celerebbe un gruppo di ecclesiastici e di laici del Vaticano. Secondo il libro (Bugie di sangue in Vaticano, Kaos Edizioni, 1999), la versione dei fatti fornita dalla Santa Sede falsa. La spiegazione del triplice delitto andrebbe ricercata nell ostilit verso Alois Estermann da parte della fazione massonica del Vaticano: per impedire che un personaggio vicino all Opus Dei diventasse comandante delle guardie svizzere si sarebbe ricorsi all omicidio. In Vaticano si mormora che Alois e Gladys Estermann e Cdric Tornay sono stati uccisi da un commando formato da un killer spalleggiato da due complici. Si dice che qualcuno il commando l ha visto, ma non lo testimonier mai. Nello stesso anno usc anche un libro-inchiesta dello scrittore-editore Fabio Croce (Delitto in Vaticano. La verit, Fabio Croce Editore, 1999), dove si sostiene che l omicidiosuicidio sarebbe una messa in scena: il triplice delitto sarebbe opera di un killer che doveva eliminare Estermann, depositario di troppi segreti su traffici illeciti in Vaticano. Lo stesso Croce pubblicava quasi contemporaneamente anche un libro di racconti di Massimo Lacchei (Verbum dei et verbum gay, Fabio Croce Editore) che fece scalpore. Il libro, infatti, conteneva un racconto dove si immagina una relazione omosessuale tra due guardie svizzere. Suscit subito l attenzione dei giornali, e l autore dichiar di aver conosciuto personalmente proprio i due soldati papali uccisi e addirittura di aver passato una serata d amore con Tornay. La tesi del delitto gay stata riportata anche da Andrea Pini nel suo libro Omocidi (Stampa

Alternativa, 2002), ma ha suscitato le reazioni indignate della madre di Tornay. Nel 2002 un nuovo libro, ancora per le edizioni Kaos, ha pubblicato il testo integrale dell istanza di riapertura dell inchiesta sul delitto, firmata dai due avvocati della madre di Cdric Tornay (Jacques Vergs, Luc Brossolet, Assassinati in Vaticano. 4 maggio 1998. Dalla ragion di Stato alla Giustizia negata, Kaos Edizioni). La tesi esplicita: Tornay innocente. E stato assassinato . A supporto di quella tesi, gli avvocati Vergs e Brossolet citano in particolare i risultati della seconda autopsia sul corpo di Cedric Tornay, effettuata all Istituto di medicina legale di Losanna (dalla quale risulta che il foro sul cranio del ragazzo stato provocato da una pistola calibro 7 e non calibro 9,41) e la lettera che il vicecaporale della guardia svizzera avrebbe indirizzato alla madre, ritenuta una contraffazione. i. s. Dai traffici massonici alla tesi omosessuale Click to buy NOW! PDF-XChange Viewer www.docu-track.com Click to buy NOW! PDF-XChange Viewer www.docu-track.com

1947, PORTELLA DELLA GINESTRA 28 il giallo Il ruolo del governo americano nel massacro deciso a Roma IVO SCANNER E il 1947 e in un bar di Roma, in via del Traforo all angolo di via Rasella, ci sono delle persone intorno a un tavolino che discutono fra loro. Potrebbero essere impiegati di qualche ufficio del centro citt, dato che siamo nel cuore della Capitale, o lavoratori che prendono un caff durante un momento di pausa. Ma quelle persone non sono impiegati e non sono lavoratori in pausa. Un paio di loro sono personaggi con una lunga storia alle spalle, fascisti scampati alla Resistenza che stanno cercando di sovvertire il nuovo corso della politica italiana, attraverso varie organizzazioni come l Unione patriottica, guidata da un generale dei carabinieri. E con i fascisti c anche un rappresentante della nobilt nera di Roma, sempre disponibile a dare appoggio a qualsiasi piano eversivo. Ma insieme a quelle persone ce n una con un forte accento siciliano, che spesso usa intercalari in dialetto. Un uomo giovane, dallo sguardo un po beffardo, con un grosso anello all anulare destro. Ha una tasca della giacca piena di foglietti scritti in stampatello, con una calligrafia incerta. Si chiama Salvatore Giuliano, ma tutti lo chiamano Turiddu. E un bandito, ricercato, ma sempre capace di sfuggire alla giustizia. In quella chiacchierata al tavolino del bar di via del Traforo si decide il destino di tante persone che vivono, ignare, a moltissimi chilometri di distanza. Si decide la loro morte. In quella riunione al tavolino di un bar, molto probabilmente, si discute l organizzazione della prima strage del dopoguerra che anticipa la strategia della tensione proseguita per vari decenni. Tra un caff e un cappuccino quegli uomini stavano progettando un massacro. In provincia di Palermo c la

Piana degli Albanesi, che ospita una vallata collinosa, Portella della Ginestra. L il primo maggio 1947 circa tremila contadini, con le loro famiglie, si riuniscono per celebrare la festa dei lavoratori, ma anche la recentissima vittoria del Blocco del Popolo alle elezioni per l Assemblea Regionale. Sono contadini combattivi, impegnati nella lotta per l occupazione delle terre, contadini che sperano nei partiti di sinistra per il loro riscatto e per liberarsi dalla piaga del latifondismo. Mentre quella folla si appresta ad ascoltare i discorsi dei sindacalisti, raffiche di mitra cominciano a falciare la vallata. Provengono dalle colline, dove cecchini nascosti sparano per uccidere. Muoiono 11 persone, tra cui due bambini, altre 30 restano ferite. Chi sparava dalle colline a Portella della Ginestra? Un rapporto dei carabinieri parl subito di elementi reazionari in combutta con i mafiosi locali. E presto verr la conferma proprio da Salvatore Giuliano, che si vant di aver guidato l attacco a quei contadini inermi. Non sorprendeva la sua rivendicazione, dato che Turiddu era un personaggio ambiguo, disponibile per la sua ambizione a qualsiasi compromesso. Era un bandito di campagna, ma importante per chi voleva concretizzare una strategia che destabilizzasse l Italia. Perch era un bandito che controlla il territorio . Giuliano cavalcava spregiudicatamente la politica, per interesse e per megalomania. Si era fatto alfiere del separatismo siciliano, coniugandolo all anticomunismo pi estremo. Del resto, era entrato in contatto con i fascisti fin dal 1944, quando sulle montagne tra Partinico e Montelepre ricevette addestramento militare da un gruppo nazifascista della Repubblica di Sal (lo testimonia un documento del controspionaggio Usa). E si era costruito con abilit un immagine di eroe romantico e spaccone, forse percependo il ruolo importante, gi negli anni Quaranta, dei mezzi di comunicazione

di massa. Posava volentieri per servizi fotografici, come un divo, mettendosi astutamente in posa: si faceva riprendere mentre fingeva di sparare, mentre guardava l obiettivo con gli occhi torvi e i pollici infilati gagliardamente nella cintura, oppure accanto all anziana madre. Tutto per accreditare la grandezza del suo personaggio e coprire meglio gli intrighi che stava compiendo. Dopo la strage, a Giuliano spettava di aiutare l organizzazione di un vero e proprio colpo di stato. Ma la sconfitta delle sinistre nelle elezioni del 1948 resero inutile il tentativo estremo di usare la forza per bloccare i comunisti . Cos anche Giuliano perse importanza La prima strage del dopoguerra ha un Artefice per il disegno destabilizzatore. E le sue interviste, le sue lettere ai giornali, il suo esibizionismo cominciarono a rivoltarsi contro di lui. Era servito per il massacro di Portella, ma sapeva troppo e parlava troppo. Mano a mano che si sentiva scaricato, cominciava anche a lanciare pericolosi avvertimenti, in particolare tentando di coinvolgere il potentissimo ministro degli Interni Mario Scelba. Cos perse gli appoggi che aveva meticolosamente costruito. E anche la mafia lo riteneva ormai scomodo. Cos, il 5 luglio 1950, la storia di Turiddu fin in un cortile di Castelvetrano, in una pozza di sangue. La versione ufficiale dei carabinieri si attribu il merito dell esecuzione: Giuliano, braccato dai militari, avrebbe tentato la fuga tra le vie di Castelvetrano e una sventagliata di mitra lo CONTRO I COMUNISTI Il bandito Giuliano cavalc spregiudicatamente diverse opzioni politiche, spesso in modo strumentale. E cerc di vendere il suo micropotere criminale agli Usa, in funzione anticomunista e per indebolire il primo governo postfascista. Il brano che segue fa parte della lettera che, nella primavera del 1947, Salvatore Giuliano invi al presidente degli Stati

Uniti Harry Truman, chiedendo sostegno per le proprie iniziative contro il Pci e per la secessione della Sicilia: Noi vogliamo unirci agli Stati Uniti d America. La nostra organizzazione ormai interamente compiuta: abbiamo gi un partito antibolscevico pronto a tutto, per eliminare il comunismo dalla nostra amata isola. Non possiamo pi tollerare il dilagare della canea rossa. Noi fortunatamente non crediamo nel paradiso che Stalin ha promesso. Noi risveglieremo la coscienza del popolo, scacciando il comunismo dalla nostra nobile terra, che fu fatta per la democrazia. Noi non permetteremo a questa gente ignobile di toglierci la libert. Signore, vi preghiamo di ricordare che centinaia di migliaia di uomini aspettano d essere liberati. Permettete, caro signore, che vi ossequi il vostro umilissimo e devoto servitore, Salvatore Giuliano. Gioved 10 Maggio 2007 Click to buy NOW! PDF-XChange Viewer www.docu-track.com Click to buy NOW! PDF-XChange Viewer www.docu-track.com

il giallo 29 IL RAPPORTO Tragico 1 maggio di sangue IL RAPPORTO DELLA questura di Palermo sulla strage di Portella della Ginestra: Il primo corrente, poco prima di mezzogiorno, pervenne alla compagnia esterna dei Carabinieri una grave notizia: in contrada Portella della Ginestra, territorio di Piana degli Albanesi, era stato sparato sulla folla che celebrava la festa del lavoro in concorso con le popolazioni di S.Giuseppe Jato e Sancipirello, e vi erano diversi morti e feriti. Dai primi accertamenti si pot stabilire che la mattina, come era stato praticato l anno avanti e come si era praticato anche gli anni anteriori al periodo fascista, molti elementi delle popolazioni dei Comuni di Piana degli Albanesi, di San Giuseppe Jato e di Sancipirello, appartenenti per lo pi alle rispettive Camere del Lavoro e accompagnati anche dai familiari, si erano recati, come d intesa, a piedi, a cavallo e anche su carri, in localit Portella di Ginestra, un pianoro sito in territorio di Piana degli Albanesi, tra i monti Pizzuta e Cometa, distante circa km 5 da Piana, allo scopo di celebrare la festa del lavoro e, nel contempo, fare una scampagnata. Tutti si radunarono attorno a una specie di podio, formato da un grosso masso di Pietra e da altri sassi sovrapposti, podio da dove, gli anni anteriori al fascismo, aveva parlato alle folle radunate per l identico scopo, il propagandista Barbato. Da esso, in attesa che giungesse l oratore ufficiale sign. Pedalino della Federterra si mise a parlare Schir Giacomo di Paolo e Damiani Calogero, calzolaio,

segretario della sezione del Psi di San Giuseppe Jato; ma non aveva dette che poche frasi, riscuotendo gli applausi della folla, che si sent una sparatoria. Non si comprese, da principio, di che si trattasse e molti credettero che fossero detonazioni di fuochi artificiali, in segno di giubilo. La sparatoria continu, con brevi intervalli tra una scarica e l altra. Dopo pochi minuti, accanto al sindaco di Sancipirello cadde, grondante sangue, un giovane di Piana degli Albanesi; cadevano, feriti, altri giovani ragazzi, cadevano anche animali che pascolavano l vicino. Allora si cap che si sparava sulla folla e tutti, presi dallo spavento, si sparpagliarono in diverse direzioni, oppure cercavano riparo dietro ai grossi sassi. avrebbe finito, mentre stringeva in pugno una pistola. Questa spiegazione della morte di Giuliano apparve subito poco convincente e presto si fece strada un altra verit: il bandito fu ucciso nel sonno da un suo cugino (e complice), Gaspare Pisciotta. Poi venne organizzata una messinscena per accreditare la tesi del conflitto a fuoco. Ora quello che sapeva troppo era proprio Pisciotta, luogotenente di Giuliano e tra gli attentatori di Portella della Ginestra. Al processo per la strage verr condannato, ma anche a lui si doveva tappare la bocca per sempre e segu la sorte del suo capo: sar ucciso misteriosamente in carcere, avvelenato secondo un copione che negli anni a venire leggeremo spesso in altre vicende oscure. Con la scomparsa di Giuliano e Pisciotta sembrava

che fosse svanito anche il problema di scoprire la verit sulla strage di cui erano stati esecutori. Il processo aveva evidenziato la complicit tra latifondisti, fascisti e banditismo mafioso per fermare le sinistre con una strategia terroristica. Una strategia che funzion: la grande avanzata delle sinistre che si era registrata in Sicilia venne bloccata. E gli effetti di quella strategia arriveranno fino ai nostri giorni, se si considera lo stato di difficolt estrema vissuto dalla sinistra in Sicilia, una regione diventata recentemente clamoroso serbatoio di voti per Forza Italia. Fascisti, latifondisti e mafiosi erano dunque i colpevoli di quella strage. Mancava un soggetto, per, sul banco degli imputati, un soggetto che solo oggi viene alla luce con chiarezza. Con il passare degli anni gli archivi dei servizi segreti di mezzo mondo hanno cominciato ad aprirsi, a desecretare documenti. E ostinati ricercatori e storici si sono messi sulle tracce di elementi nuovi per capire la verit sulla storia italiana pi oscura. Tra quei ricercatori c Giuseppe Casarrubea, che ha indagato per anni tra le carte dei servizi segreti americani, inglesi, italiani e sloveni. Quello che emerge il ruolo decisivo in quella strategia terroristica, e nella stessa strage di Portella della Ginestra, del governo americano. Spulciando tra gli archivi dei servizi, si scopre un documento del Sis del 25 giugno 1947, dove si parla proprio del bar di via del Traforo che abbiamo citato: il bandito Giuliano stato pi volte segnalato, anche e soprattutto in ordine ai suoi contatti con le formazioni clandestine di Roma. Fu precisato il luogo degli incontri con i capi del neofascismo (bar sito a via del Traforo, all angolo di via Rasella). E ad appena cinquanta metri dal bar Traforo c via Due Macelli e la casa di propriet di una duchessa che

ospit le riunioni di fondazione dell Unione patriottica anticomunista (Upa), un organizzazione clandestina appoggiata nell ombra dai servizi segreti americani. E per quei servizi a Roma agiva un personaggio, fra i tanti: James Jesus Angleton, nome in codice Artefice, esponente dell Oss, il servizio segreto americano da cui nascer la Cia. Angleton non ha ancora trent anni quando dirige il misterioso X-2, un ufficio dell Oss in Italia, e l altrettanto misterioso Oso (Office of Special Operations), una struttura ancora coperta dal segreto di Stato. Segaligno, con gli occhiali, Angleton rimarr ai vertici dello spionaggio americano per molti anni e la sua figura al centro anche del recente film di Robert De Niro The Good Shepherd. E nei documenti scoperti di recenti si scopre senza alcun dubbio il suo ruolo nel finanziamento dei gruppi eversivi che collaboravano con Giuliano. Il compito di Angleton, nell Italia degli anni 1944-1947, era quello di impedire l avanzata del Pci con ogni mezzo. La guerra fredda stava sorgendo, e per gli Usa l Italia era una zona decisiva dello scacchiere internazionale. A questo scopo servivano tutte le forze disponibili, dai superstiti fascisti ai mafiosi. Angleton si era distinto con una delle sue operazioni speciali gi nel 1945: organizz la fuga rocambolesca di Junio Valerio Borghese e di altri gerarchi fascisti, travestendoli da ufficiali americani a bordo di una jeep. Da quella decisione americana di proteggere uno dei pi spietati fascisti della Repubblica sociale nasce la nuova linea anticomunista postbellica: unire reduci del fascismo, aristocrazia nera e criminalit organizzata. Forse in quel bar di via del Traforo, all angolo di via Rasella, in quelle chiacchierate tra Salvatore Giuliano, fascisti e aristocratici, c era anche un uomo magro, di trent anni, con gli occhiali e dall accento americano. Turiddu doveva aiutare l organizzazione

di un colpo di Stato Angleton detto Artefice era ai vertici dello spionaggio Usa in italia Al centro: il poeta Buttitta a Portella della Ginestra (foto di Ferdinando Scianna). A sinistra: Salvatore Giuliano e, sotto, un dipinto di Guttuso Gioved 10 Maggio 2007 Gaspare Pisciotta e, in alto, una pietra commemorativa a Portella della Ginestra Click to buy NOW! PDF-XChange Viewer www.docu-track.com Click to buy NOW! PDF-XChange Viewer www.docu-track.com

1977, L ASSASSINIO DI GIORGIANA MASI 28 il giallo Gioved 31 Maggio 2007 Proiettili calibro 22 sparati da un fucile? IVO SCANNER La primavera del 1977 a Roma una primavera violenta. Le strade della citt sono continuamente teatro di scontri tra manifestanti e polizia. E circolano tante armi, si spara. In uno di quei giorni di primavera, mentre il centro della capitale avvolto dal fumo irrespirabile dei lacrimogeni, qualcuno ha una scorta di proiettili calibro 22. Tra auto ribaltate e candelotti che volano ad altezza d uomo, tra gente che scappa o che reagisce tirando sanpietrini agli agenti, qualcuno con pazienza carica e ricarica un arma con quei proiettili calibro 22. Spara pi volte. I suoi proiettili prima colpiscono un carabiniere a un polso, poi trafiggono alla schiena una ragazza che corre e un altra che le era davanti. La persona con i proiettili calibro 22 ha compiuto la sua missione e sparisce nel nulla. E avvenuto cos uno dei tanti delitti insoluti italiani, che da trent anni aspetta una spiegazione. Non il solito omicidio in famiglia, in una villa perbene o in una casa isolata. Non il solito triangolo diabolico. E nemmeno il classico delitto politico commesso da terroristi sui loro obiettivi mirati. Qualcosa di diverso e di pi inquietante. Quella violenta primavera romana del 1977 aveva portato, il 21 aprile, alla morte di un poliziotto. Il ministro degli Interni Francesco Cossiga proib tutte le manifestazioni pubbliche a Roma. Ma gioved 12 maggio 1977 era il terzo anniversario del referendum sul divorzio, e i radicali promossero una manifestazione a piazza Navona per rilanciare una raccolta di firme sulle loro proposte di referendum. Sul palco un grande striscione: Per un nuovo 13 maggio. Per una nuova vittoria popolare . Il movimento del 77 e i vari gruppi dell estrema sinistra si accodarono per un occasione di

protesta contro le misure repressive del governo. Nonostante fosse in vigore il divieto di manifestare, decine di persone fin dalle primissime ore del pomeriggio cominciarono a fluire verso piazza Navona. Il centro di Roma era in stato di assedio: centinaia di poliziotti e carabinieri in tenuta antisommossa, oltre a una miriade di agenti in borghese, spesso travestiti da autonomi. Fin dalle 15 cominciarono i tafferugli. Le forze dell ordine per sgombrare la zona attaccarono a colpi di manganello e calci di fucile, non vennero risparmiati i parlamentari, il primo a venire pestato fu il deputato Mimmo Pinto. Col passare dei minuti la situazione peggiorava. Le strade vennero disselciate e i sampietrini lanciati sugli agenti. Poi comparvero le prime molotov. Secondo i testimoni dell epoca, le molotov vennero confezionate sul posto, succhiando benzina con dei tubi dalle macchine in sosta e strappando magliette per creare l innesco della bomba incendiaria. Evidentemente non si prevedeva che il livello dello scontro si sarebbe innalzato fino a quel punto. Quando per sembrava che il peggio fosse passato, avvenne invece la tragedia. Stava gi facendo buio quando, poco prima delle 20, scatt una carica imprevista tra via Arenula e Ponte Garibaldi. I dimostranti cercarono di scappare correndo. Mentre fuggiva, una ragazza di 19 anni, Giorgiana Masi, venne colpita alla schiena da un proiettile e mor durante il trasporto in ospedale. Un altra ragazza, Elena Ascione, rimase ferita a una gamba. Un carabiniere, Francesco Ruggeri, risult ferito a una mano dallo stesso tipo di proiettile qualche decina di minuti prima.

Gli interrogativi e la polemica sull accaduto scattarono subito. Riferendo in parlamento Cossiga afferm: Riteniamo che non vi sia nulla da rimproverare alle forze dell ordine le quali, per il ristabilimento delle condizioni di sicurezza pubblica, sono legittimate dalla legge a usare fermezza e decisione e che anche in questa occasione hanno dimostrato grande senso di responsabilit e di moderazione. E sempre in aula il sottosegretario degli Interni Nicola Lettieri sostenne che gli agenti erano dotati solo di armi regolamentari Beretta calibro 9, aggiungendo: La Questura di Roma ha precisato che le forze di polizia impegnate nella circostanza non fecero uso di armi da fuoco, salvo che per il lancio dei candelotti lacrimogeni. Purtroppo per Cossiga e Lettieri esisteva ancora un giornalismo libero che permise di smentirli clamorosamente. Il Messaggero pubblic infatti delle foto inequivocabili, dove si vedono uomini in borghese tra le forze dell ordine, alcuni in giacca e cravatta, altri in jeans, maglia, fazzoletto sul volto e tascapane di Tolfa: impugnano pistole non d ordinanza, lunghi bastoni non in dotazione alle forze dell ordine e persino una bottiglia. Il Partito radicale e Lotta continua diffusero anche delle immagini filmate dove si vede chiaramente un poliziotto in divisa e casco che prende la mira con la pistola, accucciato dietro una colonna, e spara. Cossiga e Lettieri, dunque, avevano mentito. Ma allora chi

aveva ucciso Giorgiana Masi in REPORT Francesco Cossiga nel maggio 2005 alla trasmissione Report di Rai Tre ha alluso alla sua conoscenza della verit sulla morte di Giorgiana, ma ha aggiunto: Non lo dir mai se mi dovessero chiamare davanti all autorit giudiziaria, perch sarebbe una cosa molto dolorosa Cecchini nel cuore di Roma 12 MAGGIO 1977, ORA PER ORA Ore 13: Viene innalzato il palco di Piazza Navona per la manifestazione radicale; ore 14,15: Polizia e Carabinieri bloccano tutte le strade di accesso a Piazza Navona; ore 15: Partono le prime cariche nel corso delle quali viene picchiato il deputato di Dp Mimmo Pinto; ore 15,45: In Corso Vittorio avviene il primo lancio di candelotti lacrimogeni; ore 16: In Piazza della Cancelleria appaiono tra le forze dell ordine i primi uomini in borghese armati di pistola o bastoni; ore 16,30: Gli scontri dilagano anche in Largo Argentina, coinvolgendo autobus e passanti; ore 17-18: Cariche e candelotti ad altezza d uomo spingono i manifestanti verso il Lungotevere; ore 18: Gli scontri si intensificano e tra i dimostranti compaiono delle molotov; ore 19-19,54: I manifestanti sono dispersi in varie direzioni, la polizia e i carabinieri controllano con autoblindo Ponte Garibaldi,

mentre vigili urbani armati di pistola sono visti in direzione di Piazza Belli: ore 19,55: Una carica con lancio di lacrimogeni attacca i dimostranti sul Lungotevere e Ponte Garibaldi. Cadono colpite da proiettili Giorgiana Masi e Elena Ascione. Giorgiana muore, Elena rimane ferita. quel caldo giorno di maggio? L inchiesta venne chiusa nel 1981 con la dichiarazione di non doversi procedere per essere rimasti ignoti i responsabili del reato. Il fotografo Tano D Amico, che fece alcuni dei famosi scatti il 12 maggio, ha raccontato che alcuni mesi dopo l omicidio venne avvicinato in un bar da un ufficiale in divisa che lo salut e gli Nessuno ha mai voluto costituire una commissione parlamentare d inchiesta Sopra: agenti alla manifestazione del 12 maggio 77 a Roma. Al centro: manifestanti alla partenza del corteo (foto di Tano D Amico tratte da Gli anni ribelli , Editori Riuniti) Click to buy NOW! PDF-XChange Viewer www.docu-track.com Click to buy NOW! PDF-XChange Viewer www.docu-track.com

LA MORTE DI PAPA LUCIANI 28 il giallo Gioved 28 Giugno 2007 Chi voleva eliminare Giovanni Paolo I IVO SCANNER Vaticano, 29 settembre 1978, ore 5 e 30. Il segretario particolare del papa cerca Albino Luciani, che da 33 giorni diventato pontefice, nella cappella dove di solito a quell ora si reca a pregare. Non lo trova. Si dirige alla stanza privata del Santo padre. Entra. Il papa sul letto, con la luce accesa. Nelle mani stringe un libro, l Imitazione di Cristo. Non si muove. morto. Il segretario d l allarme. Questa la versione ufficiale sulla morte di Giovanni Paolo I, una morte che a distanza di quasi trent anni continua a suscitare polemiche. Riavvolgiamo la pellicola e torniamo a quella stessa mattina, ma con un altro copione. Vaticano, 29 settembre 1978, ore 5 del mattino. Suor Vincenza Taffarel, che da tempo si prende cura di papa Luciani, porta come sempre un caff leggero per il pontefice, come sempre batte due o tre volte alla porta e lascia la tazza del caff all esterno della camera da letto papale. Dopo qualche minuto la suora torna e vede che il caff ancora al suo posto. Ribatte alla porta: nessuna risposta. Entra, sposta la tenda che separa il letto dal resto della stanza. Adagiato sul fondo del letto c il papa, immobile. Il corpo tiepido. Suor Vincenza gli sente il polso, ma non ci sono pulsazioni. Nelle mani il pontefice stringe alcuni fogli con degli appunti. La suora d l allarme. Questa seconda versione sul ritrovamento del papa stata raccontata proprio da Suor Vincenza, presto allontanata dal Vaticano. Chi ha mentito? Chi ha

davvero trovato per primo il papa ormai defunto? E in che posizione era il corpo del papa? Cosa stringeva tra le mani? Sembrerebbero dettagli insignificanti, ma non lo sono: immediatamente, infatti, si sollevarono dubbi sulla scomparsa di papa Luciani. Sembrava incredibile che a un mese dalla sua elezione il papa fosse morto, cos improvvisamente, dopo essere sempre apparso sorridente e sereno, senza un sintomo di malessere. Come noto i dubbi si sono accresciuti giorno per giorno, alimentati proprio dal comportamento della Chiesa. Nonostante le circostanze straordinarie del decesso di Giovanni Paolo I, non venne effettuata alcuna autopsia. Il medico che analizz il corpo del papa parl di infarto miocardico. Si istitu una piccola commissione di cardinali che accett (pur senza avallarlo) il primo referto medico. Poi si procedette all imbalsamazione del pontefice, ufficialmente senza altri esami medici. Certo che alla morte di Luciani molti tirarono un sospiro di sollievo. Erano sfuggiti alla rimozione dal proprio incaIL PADRINO Nel film Il Padrino parte III, diretto da Francis Ford Coppola nel 1990, si assiste esplicitamente all omicidio di papa Albino Luciani: il pontefice viene avvelenato su ordine di una rete criminale che vede uniti mafia, politica, settori del Vaticano e della finanza

Gli appunti del pontefice scomodo A sinistra: Papa Luciani con i bambini. In basso: ancora il Pontefice con a lato lo stemma papale. Sotto: Michele Sindona conosciuto come il banchiere di Dio . Nella pagina accanto, dall alto in senso orario: Jean Villot, segretario di Stato; Papa Luciani durante l Angelus; Giulio Andreotti; Paul Marcinkus, presidente dell Istituto opere religiose e Roberto Calvi, banchiere Alla morte di Paolo VI si apr una lotta tra i massoni dello Ior e l Opus dei rico, ad esempio, il potentissimo segretario di stato del Vaticano, cardinale Jean-Marie Villot, e il capo dello Ior, la banca del papa, monsignor Paul Marcinkus. Quando il 6 agosto 1978 era morto Paolo VI, inizi una dura battaglia per la successione, che vedeva contrapposte in particolare due fazioni: da una parte le logge massoniche vicine allo Ior e dall altra la tentacolare Opus Dei. Il 26 agosto un conclave brevissimo elesse papa il patriarca di Venezia, Albino Luciani: nell impossibilit di mediare tra le diverse opzioni in campo, si scelse un can...................................................................... ......... ................................. Click to buy NOW! PDF-XChange Viewer www.docu-track.com Click to buy NOW! PDF-XChange Viewer www.docu-track.com

il giallo 29 Gioved 28 Giugno 2007 TEORIA DEL COMPLOTTO Marcinkus possibile mandante? I sostenitori della teoria del complotto a proposito della morte di papa Luciani hanno indicato esplicitamente un possibile mandante: monsignor Paul Marcinkus. Di Marcinkus si parlava addirittura gi nel 1970 tra le pagine del celebre La strage di Stato: La centrale di finanziamenti Usa al neofascismo italiano la Continental Illinois Bank di Cicero, Illinois, che concentra enormi capitali provenienti in massima parte dall industria bellica americana. La Continental fornisce la copertura finanziaria alla italiana Banca Privata Finanziaria, della quale si serve Michele Sindona. La Continental, inoltre, una delle maggiori consociate dell Istituto per le Opere di Religione, la centrale della finanza vaticana il cui nuovo responsabile monsignor Paul Marcinkus, originario di Cicero. Amante della bella vita, elegante, giocatore di golf, capace di intessere rapporti con governi e politici (della sua amicizia si vantato Giulio Andreotti), Marcinkus era stato guardia del corpo di Paolo VI (si narra che proprio lui devi il pugnale di un attentatore, durante un viaggio papale nelle Filippine) prima di essere posto alla guida dello Ior. Mino Pecorelli, il giornalista misteriosamente assassinato, sul suo settimanale Op del 12 settembre 1978 pubblic l elenco di oltre 100 prelati e religiosi cattolici che sarebbero stati affiliati alla massoneria, appartenendo a una Gran Loggia Vaticana: tra i nomi c erano Marcinkus e il Segretario

di Stato Jean Villot. In seguito a quell articolo papa Luciani avrebbe ordinato un inchiesta interna. E molti testimoni ricordano che il pomeriggio precedente alla sua morte, Giovanni Paolo I ebbe un burrascoso incontro proprio con Villot. Con la morte di Luciani, monsignor Marcinkus perdeva un pericoloso avversario, ma doveva andare incontro a guai con la legge: nel 1987 la magistratura italiana emise un mandato di cattura contro di lui per il crack dell Ambrosiano, ma Marcinkus aveva passaporto diplomatico vaticano e in base ai Patti Lateranensi non si diede seguito all indagine. Marcinkus morto in Arizona il 20 febbraio 2006. I. S. TRADIZIONALISTA MA INCONTROLLABILE In uno dei suoi primi discorsi papa Luciani disse: La propriet privata per nessuno un diritto inalienabile ed assoluto. I popoli della fame interpellano in maniera drammatica i popoli dell opulenza. Un papa che a pochi giorni dalla sua elezione pronuncia frasi del genere non poteva che dare fastidio a molti. Soprattutto a quanti avevano deciso di utilizzare la Chiesa per una vera e propria crociata contro il comunismo, con l obiettivo di dare la spallata finale ai regimi socialisti dell est europeo. Come poteva prepararsi a quella battaglia un papa che tuonava contro la propriet privata e l opulenza occidentale? Insomma, qualcuno cap che il nuovo papa, invece di essere un remissivo pontefice di transizione, era incontrollabile . Chi lo aveva conosciuto nel corso della sua carriera ecclesiastica, del resto, aveva notato il suo carattere volitivo, addirittura irremovibile. Era un tradizionalista, non certo un rivoluzionario, ma gi nel 1968 aveva dimostrato un apertura controcorrente verso la pillola anticoncezionale. Nei suoi

discorsi usava un linguaggio semplice, adatto ai mass media, capace di comunicare molto pi del suo predecessore: un ulteriore pericolo, se il papa si fosse fatto megafono di posizioni sgradite ai settori pi oltranzisti della Chiesa. didato apparentemente debole, incapace di nuocere ai due schieramenti contrapposti, disponibile a lasciare mano libera a chi stava lottando per la supremazia. Un calcolo sbagliato, perch al contrario papa Luciani dimostr subito una personalit fortissima, dietro l apparenza mite e sorridente. Innanzitutto rifiut molte ritualit tradizionali (disse no all incoronazione, alla tiara e alla sedia gestatoria, abbandon il plurale maiestatis rivolgendosi alla folla in prima persona), poi si espresse contro la Chiesa delle ricchezze e per la trasparenza delle operazioni finanziarie ecclesiastiche, arrivando a sostenere che un vescovo non poteva presiedere una banca. Dopo la morte di Luciani si cercato di accreditare un immagine del papa come di un uomo malato, debole fisicamente (altri sostengono esattamente il contrario: il medico personale del papa ha detto di non avergli mai prescritto medicinali perch non ce n era nessun motivo). Forse, se davvero Luciani era di salute fragile, si sperava cinicamente in un suo aggravamento abbastanza rapido per il carico eccessivo di lavoro (ma nessuno poteva prevedere che la sua salute sarebbe crollata in soli 33 giorni), mentre nel frattempo si aggiustavano i rapporti di forza e le spartizioni del potere curiale. O forse divenne necessario affrettarne la fine. Monsignor Maffeo Ducoli, vescovo di Belluno, alle telecamere di Giovanni Minoli ha

dichiarato che sulla morte del Papa vennero date dal Vaticano comunicazioni non del tutto precise ed esatte. E ha aggiunto: In quel momento una parola, anche una sola parola, poteva far esplodere delle bombe. Proprio le menzogne sulle circostanze del ritrovamento del corpo, per, si trasformarono in bombe. Si neg che il papa fosse stato trovato morto da una suora, perch probabilmente la si riteneva un ipotesi sconveniente per un pontefice. Ma per quale ragione mentire sul libro che il papa teneva tra le mani? La notizia che si trattasse dell Imitazione di Cristo venne data alla stampa di tutto il mondo dal gesuita Padre Francesco Farusi, ex direttore della Radio vaticana. Poche ore dopo Farusi scopr di aver dato un informazione falsa: la verit era che il papa impugnava degli appunti, dei quali non si detto e non si dir nulla. Secondo il giornalista David Yallop, che scrisse un libro-inchiesta di successo (In nome di Dio) per dimostrare che il papa era stato ucciso, in quegli appunti c era il nuovo organigramma della curia: nei fogli ci sarebbe stata la conferma che il papa voleva rimuovere Marcinkus e proprio questa sarebbe stata la causa dell omicidio, per Le menzogne sul ritrovamento del corpo si trasformarono in bombe Yallop si trattava insomma della pistola fumante . A uccidere il Papa, secondo Yallop, era stato un veleno estratto da una pianta, la Digitale purpurea. Le bombe temute da monsignor Ducoli si sono moltiplicate

insieme alle innumerevoli versioni sulla morte del Papa. Il teologo Gianni Gennari sostiene, sulla base delle confidenze di un alto prelato, che un medico consigli al papa di assumere un calmante e che Luciani avrebbe sbagliato la dose: l errore avrebbe provocato una vasodilatazione e quindi il decesso. A sua volta Don Giacomo Marzorana, del Centro Papa Luciani , ha citato un ennesima versione di quanto accadde quella notte: il pontefice sarebbe morto nel suo ufficio e poi trasportato nella sua stanza ormai cadavere. Le stesse gerarchie ecclesiastiche contribuiranno a complicare il quadro. Nel 1987 il Vaticano allarmato dalle polemiche crescenti assegna allo scrittore John Cornwell il compito di scrivere un libro sulla fine di Giovanni Paolo I, concedendogli libero accesso alle stanze vaticane. Cornwell sostiene che il papa mor per un grumo di sangue entrato in circolo e che il decesso avvenne tra le 21.30 e le 22.30. Ma Suor Vincenza, alle 5 del mattino, trov il corpo ancora tiepido, e quando i tecnici di medicina legale videro il corpo intorno alle 10 affermarono che la morte risaliva a 4 o 5 ore prima, in base al colorito e alla rigidit del cadavere. Inoltre Cornwell rivela che la veste da notte del papa era strappata. Perch? Luciani sarebbe morto in piedi, cadendo poi in terra (tesi sostenuta anche dal periodico 30 giorni, diretto da Giulio

Andreotti). Il suo segretario lo avrebbe sollevato per metterlo sul letto e in quell operazione la veste si sarebbe strappata. Ma lo strappo potrebbe avere una ragione molto pi inquietante, una lotta contro degli assassini. Tra i tanti misteri che circondano la morte di Papa Luciani, infatti, c anche quello di un libro del 1988 su una suora tedesca ritenuta veggente, Erika Holzach: la donna afferma di aver avuto una visione dove Giovanni Paolo I viene ucciso da due uomini, entrati nella sua stanza con una siringa. Sembrerebbero affermazioni assurde, basate su indimostrabili percezioni extrasensoriali, ma la prefazione al libro su suor Erika era di uno stimatissimo teologo, Hans Urs Von Balthasar. Si trattava di un messaggio trasversale per qualcuno? Allusioni in codice sono senz altro contenute in un altro libro recente che in forma romanzesca appoggia la tesi della cospirazione, La morte del Papa (2006), scritto da Lus Miguel Rocha sulla base di documenti che gli sarebbero stati consegnati da un misterioso agente segreto. Chi non si affidata a perifrasi stata la moglie di Roberto Calvi, un altra vittima eccellente degli intrighi di quegli anni. In un intervista a L Europeo nell agosto 2006 la signora Calvi affermava: La mia opinione che papa Luciani l abbiano ucciso. Perch non volevano che scoprisse le malefatte all interno del Vaticano e dello Ior. Marcinkus aveva paura che il papa scoprisse i suoi segreti. Con la scomparsa di Albino Luciani, il conclave poteva finalmente sancire i nuovi rapporti di forza. Il 16 ottobre 1978, con il sostegno dell Opus Dei, Karol Wojtyla viene eletto papa.

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IL CASO VERSACE 20 il giallo Gioved 2 Agosto 2007 Certezze, ipotesi e illazioni sul delitto dello IVO SCANNER E Al 1116 di Ocean Drive, una strada signorile di fronte al mare di Miami, un uomo sta facendo colazione, in una cucina grande e sontuosa. Come grande e sontuosa l intera villa, arredata con gusto bizzarro, senza limiti al lusso, le pareti tappezzate di quadri dal valore inestimabile, protetta da una cancellata di ferro istoriato. Improvvisamente un rumore inatteso scuote l uomo che sta facendo colazione. Dopo un attimo un altro rumore, identico. E poi il frastuono di gente che grida. L uomo esce di corsa, vede il cancello aperto e un corpo riverso sui gradini della villa. E sconvolto: davanti a lui in una pozza di sangue c Gianni Versace, il suo compagno da oltre 15 anni. Gianni Versace, uno degli stilisti pi famosi del mondo, italiano, ma che da tempo aveva scelto di vivere a Miami. Ogni mattina Versace si recava a piedi al News Cafe, un locale a quattro isolati di distanza dalla sua villa la Casuarina sull affollata Ocean Drive, per comprare i giornali e fare colazione. Non aveva guardie del corpo, perch non riteneva di correre rischi. Anche quel marted mattina, intorno alle 8 e 30, era uscito per la consueta tappa in quel locale. Al suo ritorno era stato avvicinato da un uomo sui vent anni, proprio mentre varcava il cancello della villa. Secondo alcuni testimoni, l uomo spar un primo colpo mentre si trovava alle spalle di Versace, centrandolo alla testa. Poi gli spar di nuovo quando era a terra. Inseguito da alcuni passanti, l assassino punt la pistola ma senza sparare e

il 15 luglio 1997.

scomparve nel parcheggio di un garage. Il compagno di Versace, Antonio D Amico, aveva sentito gli spari mentre faceva colazione e si era precipitato all esterno, trovando lo stilista morente. Un ambulanza port Versace al Jackson Memorial Hospital. I medici poterono solo constatarne la morte: ucciso da due proiettili calibro .40. La polizia setacci la zona e nel vicino garage, dove qualcuno aveva visto fuggire l assassino, venne trovato un pick-up Chevrolet, parcheggiato l da quasi 5 settimane: all interno, il passaporto di un certo Andrew Phillip Cunanan e un assegno a suo nome. La polizia conosceva bene Cunanan, dato che era sospettato per due delitti, uno dei quali commesso con una Golden Saber calibro .40. Il venticinquenne Cunanan venne subito descritto come un serial killer, possibile responsabile di altri due, se non tre delitti, nella zona di Miami. Di certo si sa che Cunanan, figlio di una famiglia cattolica di origini filippine, era vissuto a lungo a San Diego. A scuola era diventato noto per la sua omosessualit ostentata, ma era un bravo studente e si era iscritto all universit. Quando la sua famiglia incontr grossi problemi economici, nel 1988, Andrew raggiunse il padre nelle Filippine, ma torn presto in America e inizi a cercare la compagnia di anziani gay benestanti. Ma col passare del tempo le sue amicizie danarose sfumarono e si trov in un periodo molto difficile, doveva vivere di espedienti, spesso millantando identit fasulle. Inoltre probabilmente temeva di aver contratto l Aids. E a quel punto che sarebbe scattata in lui la sindrome dell assassinio compulsivo, diventando quello che i

criminologi chiamano spree killer: un omicida che, spinto da rabbia e frustrazione, compie diversi assassinii a distanza di poco tempo, senza curarsi di non lasciare tracce e spesso togliendosi la vita dopo i delitti. Insomma, Cunanan era il personaggio ideale per risolvere il caso rapidamente e senza dare adito a dietrologie di nessun tipo. Scatt la caccia all uomo. L Fbi promise 10.000 dollari a chiunque fornisse informazioni per arrestarlo, mentre la polizia di Miami temeva addirittura che Cunanan potesse essersi depilato e travestito da donna per sfuggire alla cattura. La caccia si concluse il 25 luglio. Il custode di una casa galleggiante, nel porto a poca distanza dalla villa di Versace, sent uno sparo provenire dall interno dell imbarcazione e chiam la polizia. Le forze dell ordine circondarono tutta la zona e restarono appostate per ben A sinistra: Gianni Versace. A destra: la copertina del Time dedicata all omicidio dello stilista. Da sinistra, in senso antiorario: il presunto assassino Andrew Cunanan, il produttore e regista Chico Forti, e il compagno di Versace Antonio D Amico Cunanan era il personaggio ideale per chiudere il caso in fretta ...................................................................... ......... ................................. Gianni, un mistero lungo Click to buy NOW! PDF-XChange Viewer www.docu-track.com Click to buy NOW! PDF-XChange Viewer www.docu-track.com

il giallo 21 Gioved 2 Agosto 2007 stilista reggino IL SILENZIO La censura di casa Versace Gianni Versace stato ammirato e vezzeggiato in vita da centinaia di personalit della moda, della politica e dello spettacolo: ma attorno alla sua tragica fine sembra calata una coltre di silenzio apparentemente inspiegabile. Lo dimostrano le difficolt incontrate dal regista James Kent per girare il suo documentario Fashion Victim: The Killing of Gianni Versace (Bbc, 2001). Kent ha raccontato al Sunday Times, il 26 agosto 2001, le peripezie che ha dovuto affrontare: quasi nessuno, nel mondo della moda o tra i vip che conoscevano Versace, ha voluto rilasciare dichiarazioni. Il regista ha scritto a 60 amici di Versace (da Elton John a Sylvester Stallone, da Richard Avedon a Karl Lagerfeld), ma ha ricevuto solo dinieghi. Naomi Campbell aveva accettato un intervista, ma il giorno dell appuntamento diede forfait. Jennifer Lopez, da parte sua, fece bloccare e gettare a terra il cameraman dalle sue guardie del corpo. La conclusione di Kent fu che era stato dannatamente pi facile riprendere gli amici di Gring, quando aveva girato un documentario sui nazisti. Lo sbarramento sembra partire proprio dalla famiglia Versace. Lo stesso Kent racconta che, mentre girava delle scene all esterno degli uffici di Versace a Parigi, si ritrov circondato da avvocati della famiglia dello stilista che gli fecero capire di non gradire le sue investigazioni. Anche la grande editoria ha dovuto fare marcia indietro quando ha cercato di

gettare luce sul caso Versace. Il giorno stesso del delitto, la casa editrice Little Brown (di propriet della potente Time Warner) annunci l uscita imminente di una biografia dello stilista, scritta dal giornalista Christopher Mason, Undressed: The Life of Gianni Versace. Ma il libro non stato mai pubblicato. Sul sito di Amazon, la principale ditta presente in rete per la vendita d i libri, a distanza di 10 anni c ancora la scheda di quella biografia scomoda e persino la copertina, ma con questa avvertenza: Attualmente non disponibile. Non sappiamo quando o se questo libro torner in magazzino. I. S. Lo stilista reggino ucciso a Miami il 15 luglio 1997 aveva designato nel suo testamento la nipote Allegra come erede unica dell enorme patrimonio. Allegra, nata dalla relazione di Donatella Versace col suo exmarito Paul Beck, aveva dieci anni all epoca dell assassinio dello zio, cos la gestione del patrimonio di famiglia stata assunta dalla sorella dello stilista. Gianni Versace chiamava la nipote la mia principessa , e che il legame fosse forte si capisce anche dalla reazione emotiva di Allegra alla scomparsa di Gianni: si dice infatti che i problemi di anoressia che affliggono la ragazza siano da imputare proprio alla perdita affettiva dello zio. 5 ore. Poi attaccarono con i gas lacrimogeni e le truppe speciali Swat irruppero nella barca. Trovarono un uomo coricato su un letto, che indossava solo un paio di boxer. Aveva il volto devastato da un colpo di pistola calibro .40. Era Andrew Cunanan. Il capo della polizia Richard Barreto forn la sua spiegazione degli avvenimenti: Cunanan ha capito di essere in trappola, senza

alcuna via di uscita. Miami Beach stata saturata di agenti e il killer sapeva che non sarebbe mai sfuggito alla caccia della polizia. Per questo ha deciso di togliersi la vita. Con la morte di Cunanan il caso Versace sembrava definitivamente risolto. Ma proprio il presunto suicidio dell assassino impediva di sapere perch lo stilista era stato ucciso. Quale motivo aveva spinto Cunanan ad appostarsi di fronte alla villa di Ocean Drive e giustiziare Versace? I tentati- vi di scoprire una conoscenza tra Cunanan e Versace non portarono mai a nulla di sicuro. Secondo alcuni, i due potrebbero essersi incontrati anni prima, a San Francisco. E tra loro potrebbe esserci stata una relazione che ha fatto scattare una morbosa gelosia nel giovane filippino. Ma possibile che nessuno dell entourage di Versace avesse mai visto Cunanan? A poco a poco i dubbi sulla frettolosa versione della polizia cominciarono a crescere. Davvero Cunanan era il solito mitomane, come l assassino di John Lennon? E il profilo dello spree killer non forse diverso da quello di chi uccide una persona famosa? Ci si cominci a interrogare sui veri contorni del delitto Versace. Un investigatore privato, Frank Monte, si disse convinto che Versace fosse stato ucciso dalla mafia e che i suoi parenti sapessero la verit. Per sostenere la sua tesi pubblic anche un libro, The Spying Game, e venne portato in tribunale dalla famiglia dello stilista, che si riteneva diffamata. Il processo fece solo aumentare la popolarit del detective che ora gestisce una fiorente agenzia investigativa e continua a vendere il proprio libro, nonostante la scarsa attendibilit delle sue affermazioni. Si cerc di scavare nella vita di

Versace, per trovare una spiegazione al delitto. Gianni, di famiglia calabrese, con i fratelli Santo e Donatella aveva creato un vero e proprio impero, costruito negli anni del craxismo grazie anche ai legami mai nascosti con il Psi. Ma i rapporti tra i fratelli non erano idilliaci, come ha ricordato in un libro recente anche Antonio D Amico, il compagno di Versace, che oggi lamenta di non potersi nemmeno pi avvicinare alla villa dove sono custodite le ceneri di Gianni, per un veto dei familiari. Attorno alla societ di Versace giravano miliardi di lire, con importanti partecipazioni societarie in Italia e all estero (secondo il settimanale Il Mondo solo per i rapporti con i media la Gianni Versace Spa investiva circa 70 miliardi l anno). Studiando il risvolto economico del marchio Versace, altri giornalisti hanno continuato a indagare. E Mario Guarino arrivato a prospettare un torbido reticolo tra mondo dell alta moda e criminalit organizzata. Gli incredibili profitti dell industria della moda avevano attirato l attenzione della grande finanza, ma anche di chi operava nell intreccio tra affari e politica. E le grandi mafie internazionali avevano trovato un nuovo canale per ripulire il proprio denaro. Tra tante illazioni, una cosa sicura: nonostante le certezze inossidabili della polizia di Miami, nessuna spiegazione sul delitto Versace ancora riuscita ad essere

convincente. IL CASO FORTI Al delitto Versace si aggiunta un altra vicenda oscura. Il regista e produttore italiano Chico Forti poco dopo l assassinio dello stilista acquist i diritti per la casa galleggiante dove era morto Cunanan. Il suo scopo era di girare un documentario sul delitto Versace e dedicargli un museo proprio in quell abitazione galleggiante. Ma la casa venne misteriosamente semiaffondata e le autorit di Miami decisero di distruggerla. Forti realizz comunque un video per Rai Tre, Il sorriso della Medusa, che accusava la polizia di Miami e metteva in dubbio la versione ufficiale sull omicidio Versace e il suicidio di Cunanan. Il colpo di scena avviene pochi mesi dopo: Forti arrestato con l imputazione di aver ucciso il figlio di un imprenditore. Tra i suoi accusatori, proprio alcuni poliziotti di Miami. Il 15 giugno 2000 Forti stato condannato all ergastolo per omicidio di primo grado. LA CLASSIFICA Nel marzo scorso il settimanale Time ha incluso il delitto Versace nella classifica dei Venticinque maggiori crimini del secolo . Accanto al rapimento del piccolo Lindbergh, al caso Black Dhalia e al processo di O. J. Simpson, compare anche l assassinio di Versace, al ventunesimo posto dieci anni Si arrivati

a prospettare legami tra alta moda e criminalit Click to buy NOW! PDF-XChange Viewer www.docu-track.com Click to buy NOW! PDF-XChange Viewer www.docu-track.com

bombardamenti israeliani. Niente pi falangisti come responsabili, allora, ma guerriglieri palestinesi. A supporto di quella tesi ecco arrivare il secondo personaggio grottesco della vicenda, dopo la Corr, il neofascista Elio Ciolini, sedicente supertestimone della strage di Bologna. Ciolini rifer di aver appreso che i due giornalisti avevano assistito per caso, a Beirut, a una riunione tra un ministro italiano, un terrorista neofascista, un dirigente della Oto Melara e alcuni leader palestinesi. Quindi sapevano troppo e sarebbero stati eliminati. Quelle indimostrabili tesi della presunta guerrigliera e del depistatore neofascista diventeranno per una sorta di verit assoluta. Degli intrecci affaristici attorno al traffico d armi si perse ogni memoria. La soluzione pi facile era attribuire ai palestinesi la responsabilit del duplice sequestro di persona e in particolare al Fronte democratico per la liberazione della Palestina (Fdlp), l ala marxista dell Olp. Si cercher di incastrare George Habbash, uno dei leader carismatici della resistenza palestinese, ma senza riuscire a trovare prove contro di lui. Fin in carcere, invece, il colonnello Giovannone con l accusa di aver violato segreti di Stato, ma l unico che subir una condanna sar l appuntato dei carabinieri Damiano Balestra, addetto all ufficio cifra dell ambasciata italiana a Beirut: avrebbe passato al colonnello Giovannone i telex della Farnesina. Sono passati 27 anni dalla scomparsa dei due giornalisti e ancora si attende di sapere la verit. Ma non sono mai finite le speculazioni e i tentativi di depistaggio. L ultima triste boutade sul caso Toni-De Palo di un anno fa ed firmata da una figura simile a tante altre incontrate in questa vicenda intricatissima. Si chiama Dimitri Buffa, stato giornalista di La Padania, poi candidato nelle liste del Partito radicale, infine insignito del titolo

di Cavaliere d Onore dei Principi Salomonici di Shekal dal Presidente dell Istituto Culturale della Comunit Islamica Italiana, Abdul Hadi Palazzi. Buffa ha scritto nell agosto 2006 un articolo su L opinione per sostenere che la strage di Bologna stata compiuta dall Olp. E per avvalorare la sua tesi ecco ricomparire la vicenda dei due giornalisti scomparsi a Beirut tanti anni fa: Buffa non ha dubbi, Toni e De Palo sono stati fatti morire di lupara bianca dai palestinesi di Habbash e Arafat, perch seguivano un indagine giornalistica che aveva ad oggetto il traffico di armi tra Olp e Brigate rosse. L ennesimo polverone senza prove, l ennesimo diversivo. il giallo 23 Gioved 27 Settembre 2007 IL DEPISTATORE CIOLINI Le novit esplosive Il neofascista Elio Ciolini non si limitato a intorbidare le acque del caso Toni-De Palo. Nel 1982, detenuto per truffa in Svizzera, si invent che la strage alla stazione di Bologna era stata organizzata da una loggia massonica ed eseguita da un tedesco e da un francese per coprire un operazione finanziaria delle partecipazioni statali italiane. Quelle false rivelazioni gli sono costate una condanna a nove anni per calunnia. Ciolini ha alternato carcerazioni, scarcerazioni e latitanze, sempre punteggiate da dichiarazioni esplosive . In un intervista da latitante disse di appartenere a un servizio per la lotta al comunismo che fa capo alla Nato (probabili, comunque, sono i suoi legami con i servizi segreti francesi). Poi nel 1992 parl di un fantomatico progetto di golpe e sue sono anche le rivelazioni su un progetto di attentato a Berlusconi e su una riunione all estero in cui la mafia avrebbe deciso la cosiddetta stagione delle stragi. Insomma, una carriera da vero esperto in depistaggi. I. S. che scoppia il conflitto tra Giovannone

e l ambasciatore italiano a Beirut, Stefano D Andrea, vicino al governo centrale di Beirut e cio ai cristiano-falangisti. D Andrea da tempo rimproverava a Giovannone un eccesso di protagonismo. E ora ecco la goccia che fa traboccare il vaso: Giovannone accusa del rapimento proprio gli amici libanesi di D Andrea. Inizi cos un duello che contribu a intorbidare le acque: due versioni si fronteggiavano (sono stati i palestinesi, sono stati i falangisti), probabilmente entrambe infondate. In quei primi momenti prevalsero le posizioni di Giovannone, che trovavano il sostegno del governo, segnando la sconfitta dell ambasciatore. Il ministro degli Esteri, il Dc Emilio Colombo, trasfer D Andrea a Copenaghen e present un esposto alla magistratura contro l ambasciatore proprio per il suo comportamento nel caso Toni-De Palo. Nel frattempo si era affacciato sulla scena un primo, incredibile personaggio, Edera Corr. Legata alla massoneria, la Corr effettu diversi d e p i s t a g g i , contattando i De Palo per dire loro di avere le prove che Graziella era viva e che erano in corso trattative per liberarla. In una conferenza stampa del marzo 1981 anche i familiari di Graziella e Italo dichiaravano di avere la certezza che i due giornalisti fossero vivi e in buone condizioni di salute, in base alle assicurazioni fornite loro dalle autorit italiane e palestinesi, e che il buon esito della vicenda vicino. A rafforzarli nella speranza Yasser Arafat in persona nel maggio dello stesso anno dichiar: Mi risulta che Graziella

sia viva. Far tutto il possibile perch possa tornare a casa sana e salva. In giugno, poi, Abu Ayad, allora responsabile dei servizi di sicurezza palestinesi, confermava: L Olp ha svolto un indagine. I risultati ci danno forti speranze che Graziella sia ancora viva e bisogna cercarla nel settore falangista del Libano . Ayad sosteneva di avere quella speranza dopo l interrogatorio di elementi neonazisti, anche italiani, arrestati dai servizi di sicurezza palestinesi. Le famiglie dei due giornalisti si rivolsero anche a monsignor Hilarion Capucci, l arcivescovo pi vicino alla resistenza palestiIl colonnello dei carabinieri Stefano Giovannone del Sismi sapeva intessere rapporti di collaborazione sia con i governi locali, sia con i palestinesi: aveva una guardia del corpo palestinese ed era ricevuto spesso al quartier generale dell Olp. Incarnava, tra gli uomini dei servizi, il ponte verso i palestinesi, prezioso per la politica estera italiana dell epoca. Accusato di aver rivelato informazioni segrete sul caso Toni-De Palo, Giovannone ha sempre negato, dicendo di aver solo eseguito gli ordini. Da parte di chi, e con quali scopi, non dato saperlo. IL SEGRETO Nel 1984 sul caso Toni-De Palo venne imposto il segreto di Stato. La decisione fu presa dall allora presidente del Consiglio, Bettino Craxi. Un gesto che contribu ad archiviare la vicenda. Le richieste di cancellare il segreto di Stato sono rimaste senza esito LA FALSA RIAPPARIZIONE Edera Corr era partita per il

Libano poco dopo la scomparsa di Toni e De Palo, il 3 ottobre 1980. Cosa dovesse fare in Libano resta un mistero. Ma per qualche giorno il suo nome si intrecci, anzi si sovrappose, a quello di Graziella De Palo. Venne infatti segnalata in un albergo del settore falangista di Beirut una giornalista italiana di nome Graziella De Palo e con un aspetto molto simile alla ragazza scomparsa. La donna sosteneva di voler intervistare Bashir Gemayel, ma non era la De Palo miracolosamente riapparsa, bens Edera Corr. Dopo aver lasciato quella traccia inquietante, per avvalorare la tesi che Graziella si trovava nel settore falangista della citt, la donna divent protagonista di un altro depistaggio. Il 6 ottobre avvert l ambasciatore D Andrea di aver ricevuto una telefonata in cui si afferma che i cadaveri dei due giornalisti si trovano all ospedale americano. D Andrea la mattina dopo and a controllare nella camera mortuaria e non trov riscontro alle parole della Corr. Persino il capo del Sismi, il generale Santovito, dichiar di aver accertato di persona, recandosi in Libano, che tra i cadaveri nell ospedale americano non c erano i corpi di Graziella e Italo, salvo ammettere poi di aver mentito per ragioni di Stato . I. S. nese, ma senza esito. Nel novembre 1982 ecco il colpo di scena. I giornali riportano indiscrezioni sull indagine condotta dal sostituto procuratore Giancarlo Armati. Una presunta guerrigliera dell Olp di origine italiana avrebbe rivelato al giudice che Italo Toni lavorava per i servizi segreti ed era in Libano per spiare le fortificazioni palestinesi del sud e passare le informazioni agli israeliani. Per

questo sarebbe stato rapito e ucciso da una formazione combattente dell Olp. Graziella De Palo, invece, sarebbe rimata prigioniera e avrebbe perso la vita sotto i Dall alto in senso orario: Graziella De Palo, Italo Toni (i giornalisti misteriosamente scomparsi a Beirut nel settembre 1980), Yasser Arafat, Emilio Colombo, Giancarlo Armati, Elio Ciolini, George Habbash e Giuseppe Santovito All ambasciata dissero: Se non torniamo entro 3 giorni venite a cercarci Click to buy NOW! PDF-XChange Viewer www.docu-track.com Click to buy NOW! PDF-XChange Viewer www.docu-track.com

IL CASO PETRONE 28 il giallo Gioved 15 Novembre 2007 IVO SCANNER Anni di piombo, anni di violenza politica, anni di vittime innocenti a destra e a sinistra, anni terribili. Cos vengono ormai raccontati gli anni Settanta, e il 1977 in particolare. La storia rimaneggiata oggi per dimenticare la complessit di quel periodo ha un solo obiettivo: riabilitare la destra e descrivere gli scontri anche violentissimi di quegli anni come una sorta di gazzarra tra facinorosi, tutti uguali, tutti aggressori e vittime allo stesso modo. Troppo facile, perch ci sono delitti commessi in quegli anni che non possono essere ridotti a scontri tra opposte fazioni . Ci furono morti programmate, decise a tavolino, per eliminare persone scomode. E il caso di un delitto che ha lasciato un segno profondo nella generazione che si affacciava alla politica negli anni Settanta: l assassinio di Benedetto Petrone. La sera di luned 28 novembre 1977 un gruppo di fascisti armati di mazze, catene, cacciaviti e coltelli esce dalla sede del Movimento sociale italianodestra nazionale di Bari: sono stati avvisati della presenza di alcuni rossi nel centro cittadino. Scatta l aggressione. I giovani della Fgci obiettivo dell agguato cercano di fuggire, ma uno di loro, il diciottenne Benedetto Petrone, non riesce ad allontanarsi in fretta, perch invalido e zoppica. Nei pressi di Piazza Massari, a pochi metri dal portone di ingresso della prefettura, i fascisti lo accerIn carcere solo il chiano e lo pugnalano. Un altro ragazzo della Fgci, Francesco Intran, di 16 anni, tenta di aiutarlo, ma viene ferito gravemente. Benedetto muore prima di arrivare in ospedale. Il giorno dopo in piazza Prefettura si riuniscono migliaia di persone, tra rabbia e dolore. Nonostante gli inviti del Pci

alla calma, molti manifestanti, L AMBIENTE C era aria di violenza, di tragedia imminente GIANFRANCO CARBONE Ricordo gli anni settanta a Bari, citt tradizionalmente di destra. Sono gli anni della ristrutturazione capitalistica, in cui i poteri forti si confrontano duramente: la potente lobby del mattone, con la borghesia bottegaia e quella delle professioni. Tutti ampiamente rappresentati da una Dc i cui leader nazionali, Moro, Donat Catten, Fanfani, Andreotti sembrano lontani e Vito Lattanzio il leader locale pi potente, quello che ha le code alla porta del suo studio e dispensa lettere di raccomandazione e affari. Segno evidente dello scontro tra le correnti e i potentati democristiani l aumento delle percentuali elettorali del Msi, terzo partito in citt dopo Dc e Pci che passa inspiegabilmente dal 15% al 21% nel 1972. Verr ridimensionato a conclusione dei giochi. Poi c un aria di violenza, di tragedia imminente. La strategia strisciante delle intimidazioni delle aggressioni nelle vie pi frequentate ed eleganti della citt, off limits per i giovani di sinistra. Strategia della tensione e teorema degli opposti estremismi, ad avvalorare nella maggioranza benpensante l idea che non esista alternativa al potere consolidato delle caste. Sono anche gli anni del movimento operaio e di quello studentesco che sperimentano un unit d azione che supera vecchi schemi e antiche separatezze tra intellettualit e lavoro manuale. Operai e studenti uniti nella lotta si grida nei cortei. La Destra impone ovunque, da Milano a Reggio Calabria un clima di scontro civile senza precedenti. A Bari i neofascisti caricano cortei di liceali di giorno e di notte assaltano militarmente le scuole occupate. Sono gli anni in cui da una nota sezione barese del Msi partono le spedizioni punitive contro studenti e democratici. Contemporaneamente e negli stessi luoghi, si va saldando un legame con la malavita organizzata, dimostrato

da inchieste di Pubblici ministeri coraggiosi. Spaccio e ideologia si fondono, picchiatori fascisti sono reclutati per azioni criminali. La citt apparentemente sonnecchia ma schierata. Non sta con comunisti e capelloni , fautori di disordine sociale. Anni duri: necessaria la mobilitazione e l impegno del movimento sindacale, dei Partiti comunista e socialista e dei tanti gruppi extraparlamentari che all interno dei quartieri popolari fanno argine a un clima di odio crescente verso ogni tentativo di democratizzazione della vita della citt. Qualcosa sembra cambiare con le elezioni del 75 e del 76 ma il clima di violenza aumenta in maniera esponenziale. Il 1977 vede le strade del centro, specie quelle a ridosso della citt vecchia diventare sempre pi infrequentabili, ronde armate di neofascisti scorazzano indisturbate a poca distanza da questura, prefettura, comando dei vigili urbani. Il punto di partenza e di organizzazione la sede provinciale del Msi l a due passi. C un invisibile confine tra la citt borghese ed affarista e il borgo antico, insieme operaio e sottoproletario. Gli eleganti mazzieri fascisti sono le guardie di confine. Guardo la foto di Benedetto, gli eroi son tutti giovani e belli canta Guccini. La notte in cui fu ucciso, ero di turno in ospedale. La voce dell arrivo del corpo di un giovane operaio ucciso dai fascisti si sparse immediatamente anche tra i lavoratori delle corsie. Ricordo che alle sei del mattino eravamo l, in piazza Prefettura, con un gruppo di infermieri smontati dal turno di notte, arrivati spontaneamente insieme a centinaia di altri cittadini a segnalare che la misura era colma. L assassinio di Benny sembra rappresentare un punto di svolta. La citt sembra svegliarsi dal suo torpore e si mobilita in difesa di una agibilit democratica fino ad allora negata. Tre giorni di grandi manifestazioni sino al funerale e la deposizione di una lapide che diverr ufficiale solo anni dopo. Non furono giorni normali. Segnarono

una voglia di partecipazione i cui segni non si sono spenti a distanza di trenta anni. Dell inchiesta non ricordo o meglio non voglio ricordare: ufficialmente la morte di Benny stata la conclusione tragica di una rissa tra opposti estremisti. La coscienza della Citt sa che non cos. Qualcosa davvero cambiato da quel 28 novembre, forse solo il necessario a evitare il ripetersi del dispiegarsi della violenza. Oggi siamo in una fase analoga: i cosiddetti poteri forti della citt si riorganizzano, modificando le sfere di influenza dei comitati d affari. Forse quella sera di novembre di trenta anni fa, ci ha fornito una dose di anticorpi sufficiente a non commettere errori di sottovalutazione. Perch il giovane operaio comunista, Benedetto Petrone, non sia morto invano. Il delitto Petrone sconvolse Bari e la Gazzetta del Mezzogiorno dedic ampio spazio, all epoca, alla vicenda. Nonostante uno sciopero nazionale per la libert di stampa, i sindacati ottennero una dispensa per la Gazzetta, in modo da consentire un edizione speciale di quattro pagine sui funerali di Benedetto. E il giornale s impegn a devolvere il ricavato delle vendite alla famiglia Petrone. Ma oggi siamo in pieno revisionismo storico e anche a la Gazzetta hanno deciso di pentirsi. Il sito Internet del quotidiano, infatti, riporta una ricostruzione degli avvenimenti, a firma Nicola Mascellaro, dove si legge che gli articoli della stessa Gazzetta sul caso Petrone erano cos grondanti di quella tipica retorica di sinistra, da far impallidire la miglior edizione straordinaria... de l Unit. E si arriva quasi a giustificare i missini che sfasciarono una decina di autovetture di dipendenti de la Gazzetta, accusata di essere organo del regime al servizio del Pci. L accusa -scrive Mascellaro- dopotutto, non totalmente infondata. Da qualche tempo il giornale, sia pure con molta misura, non lesinava lodi al Pci di Berlinguer. A Bari mai cercati i mandanti de A sinistra: Benedetto Petrone. A centro pagina: piazza Prefettura il giorno dopo l omicidio Click to buy NOW! PDF-XChange Viewer www.docu-track.com Click to buy NOW! PDF-XChange Viewer

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IL CASO MUSA SADR 26 il giallo Gioved 20 Dicembre 2007 Sull Alitalia le sue ultime tracce IVO SCANNER Un passaporto con due visti per la Francia e l Italia. E tutto quello che rimane, a distanza di quasi trent anni, di uno dei massimi leader politicoreligiosi degli sciiti libanesi, l imam Musa Sadr. La sua scomparsa avvenne il 31 agosto 1978 e da allora non si saputo pi nulla della sua sorte. Un giallo, un mistero, che si colloca tra una miriade di intrighi internazionali e dove l Italia ha giocato indubbiamente un ruolo. Perch le ultime tracce di Sadr sono su un volo Alitalia per Roma. Musa Sadr era il leader degli sciiti del Libano e con il suo movimento Amal aveva una posizione decisiva nella complicata vicenda medioorientale. Le sue tesi per la laicizzazione del Libano erano accompagnate da un pragmatismo che metteva al primo posto gli interessi della comunit sciita. Per questo si opponeva alla guerra civile in Libano e voleva allontanare dal suo paese le presenze straniere, comprese quelle palestinesi. A questo scopo effettuava continui viaggi nei diversi paesi arabi, per incontri ai massimi livelli. Tra Sadr e Mohammar Gheddafi non correvano buoni rapporti, per il protagonismo del colonnello libico nelle vicende medioorientali, ma da tempo voleva incontrarlo, secondo alcuni per convincerlo a limitare le sue ingerenze in Libano, secondo altri solo per ottenere finanziamenti. Il presidente algerino Hawari Boumedienne, che desiderava una riappacificazione tra Sadr e Gheddafi, si fece carico di

organizzare un incontro tra i due in Libia. E cos che il 24 agosto 1978 il governo libico invita ufficialmente in Libia l imam Musa Sadr e due suoi collaboratori, il giovane sceicco Mohamad Yacoub e il giornalista di Beirut Abbas Badr Al Din. Il giorno dopo sono in Libia, ma devono attendere per ottenere un appuntamento con Gheddafi. Nel frattempo Sadr incontra dei funzionari governativi e rilascia interviste. Il 30 agosto parlando con un giornalista del Kuwait ribadisce le sue posizioni: i fratelli arabi si devono unire contro le minacce di Israele. Il 31 agosto alle 13 e 30 Musa e i suoi due accompagnatori escono dall hotel per recarsi finalmente in visita a Gheddafi, come confidano ad alcuni giornalisti: l ultima volta in cui vengono visti. Salgono su un automobile di stato e da quel momento spariscono nel nulla. Per 5 giorni di Musa e dei suoi due compagni di viaggio non si hanno pi notizie. Musa non telefona n ai familiari, n ai collaboratori. E nessuno sembra cercarli. Sadr doveva presenziare, il primo settembre, alle celebrazioni per il nono anniversario della presa del potere da parte di Gheddafi. Ma non si presenta. Solo il 6 settembre da Beirut vengono chieste notizie di Sadr alle autorit libiche. Non ottenendo risposta, il governo libanese il 10 settembre avanza una richiesta ufficiale di spiegazioni alla Libia. Si apprende cos che Sadr e i suoi due compagni sarebbero partiti per Roma il 31 agosto, a bordo del volo Alitalia 881.A quel punto si moltiplicano le voci incontrollate sul destino dell imam. Si dice che sia stato rapito ad Amsterdam, che si tro-

La Libia e vi in Iran per partecipare all insurrezione islamica, oppure in Siria, in Irak, a Malta. Addirittura una delle voci lo vuole sul lago di Como, nelle mani di agenti libici. Secondo cablogrammi delle ambasciate americane di Parigi, Teheran e Beirut, l imam dopo la data della scomparsa era stato a colloquio con l ayatollah Khomeini in Iraq oppure con il presidente Assad in Siria, e le fonti diplomatiche davano quelle notizie come provenienti dalla moglie stessa di Sadr. Sempre le ambasciate americane daranno una versione drammatica della scomparsa dell imam: durante una lite con funzionari libici sarebbe stato ucciso accidentalmente. In Libano, intanto, la sparizione di Sadr aveva gettato nella disperazione i suoi seguaci. NoSi opponeva alla guerra civile in Libano e non voleva presenze straniere IPOTESI RAPIMENTO Nonostante Musa Sadr venga considerato dagli sciiti alla stregua di un martire, come se fosse morto, sulla sua sorte ci sono opinioni divergenti. Il figlio dell imam, Sadr al-Din Sadr, un fermo sostenitore della tesi di un rapimento a opera di Gheddafi. A suo parere, tra l altro, suo padre sarebbe ancora in Libia, vivo ma prigioniero. Sadr al-Din Sadr ha affermato che alcuni prigionieri politici libici, liberati dopo anni di detenzione, avrebbero visto una lettera di Musa Sadr, dove veniva spiegato che si trovava in condizioni di prigionia. L Iran ha definito il rapimento Sadr una questione nazionale, e l ex presidente iraniano Mohammad Khatami stato uno dei pi ostinati nel chiedere la verit sulla vicenda. A sinistra: un immagine dell imam Musa Sadr. A centro pagina: manifesto del gruppo Amal con l immagine di Musa Sadr. La scritta in arabo significa imam della nazione e della resistenza .

A sinistra: la bandiera del Libano. Nella pagina accanto: il logo del gruppo Amal e, in basso, il cortile interno di una moschea CHI Nato in Iran il quattro giugno 1928, Musa Sadr (o Moussa al Sadr) figlio di un imam e si laureato nel 1956 all universita di Teheran. Dopo aver studiato con alcuni prestigiosi ayatollah in Iraq, si trasferisce nel sud del Libano nel 1956 e diventa immediatamente uno dei leader pi carismatici della comunit sciita. Unendo politica e religione, riesce a conquistare molti consensi con tesi populiste che mirano al riscatto degli sciiti libanesi, all epoca marginalizzati e poverissimi. Il nemico di tutti noi, musulmani, cristiani e tanti altri, affermava, sono la povert e l ignoranza; la nostra vittoria la convivenza pacifica, vivere insieme nelle rispettive diversit. Sadr era sostenitore del dialogo interreligioso tra cristiani e musulmani, decisivo nella intricata situazione politica del Libano. Si opponeva alle incursioni israeliane, ma non simpatizzava per i palestinesi: riteneva che in Libano si giocasse una guerra degli altri. Il 20 gennaio 1975 fonda il movimento Amal (in arabo speranza , ma acronimo di Distaccamenti della resistenza libanese ). Dopo la sua misteriosa scomparsa diventato un icona sia per Amal che per Hezbollah che ogni anno ne celebrano il ricordo con grandi manifestazioni. l imam perduto Click to buy NOW! PDF-XChange Viewer www.docu-track.com Click to buy NOW! PDF-XChange Viewer www.docu-track.com

C una bottiglia di whisky in cima a una collina, a nord di Roma, nei dintorni di Sacrofano. E in piedi, quasi vuota, perfettamente chiusa, appoggiata sul terreno tra l erba che costeggia campi di grano. Marca Laphroaig, celebre whisky scozzese di malto. E una bottiglia di whisky importante, misteriosa, decisiva. Perch accanto a quella bottiglia c un cadavere. Ha il viso, il collo e una mano d i v o r a t i da morsi di animali. Sulla tempia destra una grossa ferita per un colpo di pistola sparato a contatto , come scriveranno i periti. Il corpo disteso sulla schiena, le gambe incrociate. E non il cadavere di un barbone, morto magari di freddo dopo un ubriacatura. E il cadavere di un uomo che occupa da giorni le pagine dei quotidiani. E un manager molto noto, un uomo che stato alto dirigente statale per poi prestare le sue consulenze a grandi enti e banche. Ed sparito dal 18 febbraio 1993, dopo essere entrato all improvviso nelle indagini sulle tangenti Enimont. Ufficialmente nulla di gravissimo, un colloquio con i giudici e la notizia che un magistrato vuole ascoltarlo su alcuni documenti delle Partecipazioni statali spariti e trovati a casa sua. Ma qualcosa lo preoccupava al punto da decidere di non dormire nella propria abitazione, il giorno prima della scomparsa, chiedendo ospitalit a un amico, l ingegnere

socialista Vittorio Cavallari. La mattina dopo si era recato nello studio del senatore Giulio Andreotti: forse sperava in un appoggio, conoscendo l influenza ben nota di Andreotti sulla procura di Roma. Ma quell app o g g i o non l aveva ottenuto. E probabilmente era convinto di non poter pi sfuggire n ai magistrati n ad altre persone preoccupate dei tanti segreti di cui era venuto a conoscenza in vent anni di attivit. Il suo comportamento nei giorni precedenti alla scomparsa, per, non faceva prevedere che volesse farla finita. Certo, le lettere che lascer sembrano scritte da un uomo terrorizzato, ma tra le ultime persone che lo hanno visto vivo pochi lo descrivono come una persona sull orlo del suicidio. Anzi, qualcuno lo trova perfettamente normale. Il custode della sua villa, ad esempio, si dice certo che fosse tranquillo, per niente preoccupato. E un altro testimone, illustre, lo conferma. Giulio Andreotti, che ha visto il manager proprio il giorno della sua scomparsa, non nota nessuna a g i t a z i o n e nell uomo che ha di fronte. Eppure poche ore dop o quell uomo sarebbe morto, per un colpo di pistola nella tempia. Il manager non d pi sue notizie

dal pomeriggio del 18 febbraio, tuttavia la sparizione, stranamente, viene resa pubblica solo cinque giorni dopo. E subito i familiari affacciano l ipotesi del suicidio. S, temiamo un gesto disperato. Mio padre stava male, aveva paura, si portato dietro la sua pistola. Credo che non abbia retto..., dice il figlio ai giornali. Una delle piste che si seguono prima del ritrovamento del corpo, in realt, quella della fuga. Per sottrarsi ai magistrati, e forse anche ad altri rischi, il manager poteva aver scelto di scappare all estero. Sul suo cadavere, infatti, oltre alla patente, ai documenti e alle carte di credito verr trovato anche il passaporto. Perch portarlo con s nel momento del suicidio? Dopo aver evitato di presentarsi davanti ai magistrati, il manager era andato in una trattoria, scrivendo per ore sul suo block notes una decina di lettere che invier a diversi destinatari: la exmoglie, i figli, due giornalisti di L Espresso e Panorama, e altri conoscenti. Lettere piene di amarezze e di accuse alla magis t r a t u r a . In una delle lettere, poi, accenna a un c o l l o q u i o avuto con una persona mai identificata che lo avrebbe turbato. Chi era quella persona e cosa gli aveva detto di tanto terribile? Certo che dopo molte telefonate, dopo l incontro con Andreotti e con quello sconosciuto interlocutore, il manager ha cambiato il suo comportamento: ha liquidato

bruscamente i suoi avvoIVO SCANNER Il corpo del manager stato rinvenuto dopo una settimana dalla morte. I vestiti erano intatti, il viso e le mani divorate dagli animali cati e non si presentato agli appuntamenti importanti della giornata. Poi il manager scompare nel nulla. L ultimo testimone lo vede a bordo della sua Audi 80, mentre scrive un ennesimo biglietto che lascia sul cruscotto insieme ad altre tre lettere. Sembra quasi, dir qualcuno, che il manager abbia fatto di tutto per essere notato, perch molte persone potessero raccontare di averlo visto mentre scriveva i messaggi d addio di un suicida. Prima di allontanarsi sulla collina, a poche centinaia di metri dalla sua villa, dove verr trovato cadavere, il manager ha preso una bottiglia di whisky, ultimo tassello per avvalorare il gesto disperato di un uomo distrutto. Ma proprio quella bottiglia di whisky, rimasta miracolosamente in piedi per una settimana, solo uno dei tanti elementi che portano a sollevare dubbi sul suicidio del manager. Quella bottiglia, e quel manager, sarebbero rimasti sulla collina dal 18 al 25 febbraio, quando il corpo viene scoperto da due carabinieri a cavallo. Ma nessuno, durante le ricerche, li ha visti. Gli elicotteri che hanno sorvolato la zona non se ne sono accorti, anche se il corpo in uno spazio aperto, visibilissimo. E le pattuglie che battono i campi circostanti non lo trovano. Anche l auto della vittima viene scoperta solo quattro giorni dopo la

L ex direttore delle Partecipazioni stata La bottiglia d S E R LA MADRE DI TUTTE LE TANGENTI La fine misteriosa di Sergio Castellari appartiene alla lunga scia di sangue che ha caratterizzato la vicenda Enimont, quella che Antonio Di Pietro defin la madre di tutte le tangenti . Per dodici anni Castellari era stato direttore generale delle Partecipazioni statali, poi si era dimesso, in polemica con il governo che non gli dava garanzie sul suo futuro professionale. Da allora era diventato consulente dell Eni e della Deutsche Bank. Ma il 12 febbraio 1993 il suo nome era entrato nelle indagini sulle tangenti Enimont. Quando scompare, il 18 febbraio 1993, Castellari ha 63 anni. Una settimana dopo viene trovato cadavere, apparentemente per suicidio. Nelle lettere che lascia alla famiglia, a conoscenti e giornalisti, Castellari accusava la magistratura di averlo ricattato chiedendogli di confessare per evitare il carcere. Quello di Sergio Castellari non l unico suicidio eccellente nella vicenda Enimont. Lo seguiranno nella stessa fine Gabriele Cagliari, il 20 luglio 1993, e tre giorni dopo Raul Gardini. Ma altri risvolti, ancora pi inquietanti, sono emersi nel corso delle indagini. Le tangenti per le quali i magistrati tenevano sott occhio Castellari potevano non essere solo relative a Enimont, ma anche ad altri scandali internazionali. Castellari, inoltre, poteva dare fastidio a chi conosceva il suo ruolo in una vicenda che riguarda il traffico di uranio. Negli anni in cui l Italia aveva deciso l embargo di prodotti nucleari verso Iran e Iraq, all epoca in guerra tra loro, qualcuno aveva invece progettato di aggirare l embargo e fornire agli iraniani quattro potenti generatori a vapore. E tra le carte di Castellari vennero trovati proprio dei documenti relativi a un contratto per l acquisto di materiale nucleare da parte di un grande gruppo industriale italiano. Venerd 5 Gennaio 2007 30 giallo del mese Click to buy NOW! PDF-XChange Viewer www.docu-track.com Click to buy NOW! PDF-XChange Viewer www.docu-track.com

scomparsa del manager. Si trovava in una stradina perfettamente visibile proprio dalla sua villa: nessuno, per, l aveva notata. Proprio come era accaduto a un altra auto legata a un mistero italiano, l auto di Davide Cervia, l esperto di radar militari sparito nel nulla tre anni prima. Quella bottiglia di whisky importante, misteriosa, decisiva, perch rappresenta uno dei grandi enigmi attorno alla morte del manager che le sta accanto. Il corpo del manager doveva trovarsi l, sulla collinetta, da una settimana. Ma in quei giorni nella zona il vento soffiava forte, la pioggia era stata torrenziale. Eppure quella bottiglia rimasta in piedi, diritta, immobile. Nemmeno gli animali che hanno devastato il corpo del manager l hanno fatta cadere. Del resto, la bottiglia non l unica cosa strana su quella collina. Come la bottiglia rimasta intatta, cos gli abiti che indossa il cadavere (il giaccone verde, la giacca di tweed, le calze in tinta, la camicia bianca, gli stessi vestiti con cui stato visto dagli ultimi testimoni), non sembrano aver sofferto della lunga esposizione alle intemperie. E poi la pistola, una grossa Smith and Wesson 38: ha il cane caricato ed incredibilmente inserita nella cintura della vittima. Come ha fatto un suicida a ricaricarla dopo lo sparo mortale e a riporla nella cinta? Anche l ipotesi che nella caduta il cane si sia alzato e la pistola si sia infilata nella c i n t u r a sembra inc r e d i b i l e . Ma non impossibile,

rendendo cos ancora pi complicato accertare la verit. Quella bottiglia di whisky ha un altra, ennesima, stranezza. Non ci sono impronte digitali, non c traccia di saliva come se chi ha bevuto lo avesse fatto con un bicchiere, cos come non ci sono impronte sulla pistola. E tutto troppo pulito e ordinato, sulla collina vicino a Sac r o f a n o . Gli animali che hanno sfigurato il viso della vittima non hanno toccato i vestiti n altre parti del corpo. E persino le suole delle scarpe non sono infangate. Ma non c solo la bottiglia di whisky vicino al corpo del man a g e r . Sull erba, tra le g a m b e del cadavere, viene trovato il mozzicone di un sigaro olandese, l altra met in una tasca. E anche quel sigaro contiene dei misteri. Quando verr analizzato, mesi dopo, si scoprir che non ci sono tracce del Dna del manager. Anzi, i giornali riporteranno con clamore che probabilmente la saliva rimasta sul tabacco appartiene a una donna. Ci sono tante cose, d u n q u e ,

sul luogo di quello strano suicidio. E quella bottiglia di whisky, pulita, senza impronte, straordinariamente in piedi, non davvero l unico mistero sulla collina vicino a Sacrofano. Un suicidio? Niente impronte sulla pistola, infilata nella cintura e con il cane alzato, n sul mozzicone di sigaro trovato accanto alle sue gambe statali era indagato per il caso Enimont a del mistero G I O giallo del mese Venerd 5 Gennaio 2007 31 LE QUATTRO IPOTESI Ipotesi 1: Castellari si suicidato. Il funzionario si sarebbe ucciso per non andare in carcere, incapace di reggere alla vergogna. E la tesi sostenuta dalla famiglia e quella apparentemente pi fondata. Ma le troppe contraddizioni e misteri attorno alla vicenda hanno fatto sollevare molti dubbi su questa versione. Persino i medici legali hanno detto di non poter escludere il delitto. Ipotesi 2: Castellari stato spinto al suicidio. Qualcuno (interessato alla vicenda Enimont o ai traffici di uranio) ha terrorizzato il manager, al punto di convincerlo a compiere un gesto estremo. E forse le stesse persone lo hanno assistito quando si sparato. Ipotesi 3: Castellari stato suicidato . Qualcuno lo ha ucciso simulando un suicidio, per impedirgli di parlare nei colloqui imminenti con i magistrati. E forse Castellari ha incontrato i suoi assassini convinto che lo potessero aiutare in una fuga all estero. Ipotesi 4: La simulazione. E l ipotesi pi fantasiosa, paradossale. Il corpo trovato non quello di Castellari e le mutilazioni al volto sono state inferte ad arte per permettere all ex dirigente delle Partecipazioni statali di fuggire e cambiare identit. LAZIO Roma 16 gennaio, Teatro Quirino, via delle Vergini 7 - Forum sullo Spettacolo; ore 10 introduce Vincenzo Cal, direzione Pdci Roma, presiede Paola Pellegrini, responsabile Cultura Pdci, interventi d apertura: Marco Giorgietti, direttore generale Eti, Fabio Nobile, Segretario Pdci Roma, ore 11 intervengono: Albanese, Buccellato, Brancati, Buontempo, Comencini, Consani, Cortellesi, Crozza, D Alfonso, Ghini, Haber, Laurito, Lizzani, Mafai, Ovadia, Pellegatta, Placido, Piccioni, Sbordoni, Scaparro, Scola, Storti, Testa, Tranfaglia; ore 13.30 pausa; ore 14.30 ripresa lavori, presiede Alfio Cortonesi, responsabile Cultura

Pdci Roma, intervengono: Amidei Migliano, Feriaud, Gobbi, Mancini, Mastropietro, Peliti, Petronio; ore 17 conclude Oliviero Diliberto, interverr il Ministro dei Beni Culturali Francesco Rutelli ABRUZZO L Aquila 9 gennaio ore 17,30 Palazzetto dei Nobili - Dibattito sulla situazione del Medio Oriente , intervengono Maurizio Musolino, giornalista de la Rinascita, Fulvio Grimaldi, regista, Stefano Chiarini, giornalista del Manifesto Il ritrovamento di Castellari. Da sinistra, in senso orario: Andreotti, Di Pietr o, Gardini e Cagliari Appuntamenti Sono pubblicate in questo spazio le iniziative segnalate dalla Direzione nazionale del Pdci Click to buy NOW! PDF-XChange Viewer www.docu-track.com Click to buy NOW! PDF-XChange Viewer www.docu-track.com

1978: IL CASO FAUSTO E IAIO 28 il giallo Gioved 24 Gennaio 2008 Due ragazzi del Leoncavallo IVO SCANNER Tre ragazzi sono in piedi sul marciapiede e si trovano a 5-6 metri da me. Contemporaneamente un altro giovane leggermente piegato e si comprime lo stomaco con entrambe le mani. Odo tre colpi attutiti che l per l sembrano petardi tanto che penso che quel gruppo di quattro persone sta scherzando. Non vedo alcuna fiammata di arma da fuoco. I tre giovani sul marciapiede scappano velocemente mentre quello che piegato su se stesso cade in terra. Solo allora comprendo che successa una cosa pazzesca e mi avvicino al giovane caduto. Scorgo la fisionomia di un ragazzo steso per terra in una pozza di sangue. Posso senz altro affermare che quello che cade per primo Lorenzo Iannucci mentre quello gi steso a terra Fausto Tinelli. Nessuno dei due ragazzi pronuncia alcuna parola, neppure un invocazione di aiuto. Altrettanto fanno gli assassini che fuggono nel silenzio, avviandosi verso via Leoncavallo. Queste parole sono state pronunciate agli investigatori da Marisa Biffi, una semplice passante destinata a diventare testimone oculare di uno dei delitti pi inquietanti degli anni Settanta, l assassinio di Fausto Tinelli e Lorenzo (Iaio) Iannucci. La scena descritta dalla testimone avvenne la sera di sabato 18 marzo 1978, in una strada della periferia industriale di Milano: via Mancinelli, quartiere Casoretto. Fausto e Iaio sono due ragazzi di 18 e 19 anni, uno studente, l altro un giovane lavoratore, entrambi frequentano il centro sociale Leoncavallo,

punto di riferimento della sinistra extraparlamentare , come veniva definita allora. Quella sera sono tranquilli, si incontrano alle 19 e 30 in un osteria vicino al centro sociale e poi si incamminano per andare a cena a casa di Fausto. Hanno deciso di assistere a un concerto dopo aver mangiato, che si terr pi tardi al Leoncavallo. Ma non arriveranno mai n a cena n ascolteranno mai quel concerto. Mentre camminano verso via Monte Nevoso, dove abita Fausto, improvvisamente cambiano strada e si dirigono in una via secondaria, poco illuminata. L un killer in impermeabile bianco li uccide entrambi. Anche se i testimoni lo descrivono meno che ventenne, non un killer sprovveduto: per uccidere avvolge l arma, una 7,65 con silenziatore, in un sacchetto di plastica per non lasciare i bossoli sull asfalto. Spara otto colpi e centra i corpi di Fausto e Iaio. Insieme al killer ci sono altri due giovani, a volto scoperto, mentre due complici sono appostati poco distante. Spariscono tutti nel nulla, non si sa nemmeno come, se a bordo di auto, di moto o semplicemente a piedi.Q uell esecuzione spietata sconvolge la citt e l Italia, in un momento che gi altamente drammatico. Il giorno del delitto, infatti, non un giorno qualsiasi. Aldo Moro stato rapito dalle Br due giorni prima, e proprio in quello stesso 18 marzo, quando avviene l assassinio di Fausto e Iaio, arrivano Una spietata esecuzione ai giornali la foto di Moro prigioniero e il primo comunicato brigatista. La disperazione dei familiari, degli amici e dei compagni di Fausto e Iaio non riesce a darsi una spiegazione di un delitto cos spietato. Gli investigatori in

quei primi giorni lanciano solo pesanti insinuazioni senza alcun riscontro: Fausto e Iaio potrebbero essere stati uccisi da una faida dell estrema sinistra o per faccende di droga. Poi, cinque giorni dopo il delitto, una telefonata anonima all Ansa annuncia che in una cabina telefonica del quartiere Prati a Roma c un volantino: Comunicato numero L inchiesta porta alla destra eversiva, ma nessuno pagher per quelle morti Click to buy NOW! PDF-XChange Viewer www.docu-track.com Click to buy NOW! PDF-XChange Viewer www.docu-track.com

culture 28 Gioved 17 Aprile 2008 Spiata dall Fbi perch rossa IVO SCANNER Il 27 aprile 1970 un agente speciale dell Fbi, Richard W. Held, scrive al direttore della sua organizzazione, il temuto J. Edgar Hoover: Si richiede il permesso dell Ufficio di rendere pubblica la notizia che Jean Seberg, notissima attrice cinematografica, incinta di (omissis) del Black Panthers Party (Bpp) (omissis) dandone notizia a giornalisti di gossip di Hollywood e nella zona di Los Angeles. Si ritiene che la possibile pubblicazione della vicenda della Seberg possa metterla in difficolt e servire a indebolire la sua immagine pubblica. Ai pi giovani, a meno che non siano cinefili, il nome di Jean Seberg dice poco, ma negli anni Sessanta e nella prima met dei Settanta il suo volto era uno dei pi celebri del cinema internazionale. Ma aveva un difetto: era fin da ragazza una sostenitrice dei movimenti per i diritti civili e contro il razzismo. Tanto bastava all Fbi di Hoover per considerarla una pericolosa comunista , una minaccia allo stile di vita americano. Dall esigenza di distruggere la rossa Seberg nasce l idea di diffondere una notizia falsa sfruttando l amicizia dell attrice con Hakim Jamal e Raymond Hewit, seguaci di Malcolm X ed esponenti delle Pantere nere. Il 6 maggio 70 ecco la risposta di Hoover al suo agente speciale: Per proteggere la fonte sensibile dell informazione da un possibile coinvolgimento e per assicurare il successo del tuo piano, l Ufficio ritiene che sarebbe meglio attendere approssimativamente altri due mesi fino a che la gravidanza

della Seberg sia evidente a tutti. Ma l agente non aspetta il tempo suggerito dai suoi superiori e l operazione di disinformazione ha subito successo: il Los Angeles Times il 19 maggio nella rubrica di Joyce Haber pubblica il pettegolezzo creato ad arte dall Fbi. La Haber non cita mai il nome di Jean Seberg, rendendo ancora pi sordido il trabocchetto. La chiama Miss A, la definisce bellissima e bionda, giunta a Hollywood qualche anno prima, recente interprete di un musical di successo, sposata a un fascinoso europeo, amica intima di rivoluzionari di colore. Per il lettore dell epoca non c erano dubbi sull identit della misteriosa attrice. E il pezzo si concludeva con lo scoop esplosivo: Miss A aspetta un figlio da un dirigente delle Pantere nere . La notizia rapidamente ripresa da Newsweek e amplificata dalla stampa di destra: negli Usa di quegli anni, una DISSIDENTI Il Counter Intelligence Programme (Cointelpro) era un progetto dell Fbi di J. Edgar Hoover, attivo tra il 1956 e il 1971, che usava la tecnica della diffamazione contro i dissidenti, i comunisti, il movimento per i diritti dei neri. Tra le provocazioni del Cointelpro, una falsa lettera su carta intestata dell Fbi in cui si affermava che un leader delle Black Panther,

Raymond Hewit, era un informatore, affinch i suoi compagni lo ritenessero un traditore La misteriosa morte dell attrice di Fino all ultimo respiro di Godard. Che aveva un difetto: sosteneva i movimenti per i diritti civili donna bianca che partorisce un figlio negro fa scandalo. Il 3 giugno 1970 l agente speciale Held invia al suo direttore copia dell articolo apparso sul Los Angeles Times: la missione compiuta. Intanto, Jean Seberg traumatizzata. E al settimo mese di gravidanza e forse sono i sonniferi per poter dormire in quei giorni di scandalo che contribuiscono ad anticipare le doglie: d alla luce una bambina prematura che muore due giorni dopo, l 8 settembre 1970. E la bambina bianca. Per smentire definitivamente la provocazione orchestrata dall Fbi, Jean indice una conferenza stampa mostrando ai giornalisti il corpo della neonata e anche al funerale pretende una bara scoperchiata, perch tutti vedano che la bimba non di colore. Appoggiata dal marito di allora, Romain Gary, l attrice fa anche causa a tre giornali, vince e ottiene pubbliche scuse. Ma secondo Gary la perdita del figlio influ molto sulla psiche di Jean, inducendola a intenti suicidi. La diffamazione aveva lasciato il segno e Jean Seberg trova tutte le porte chiuse a Hollywood. Deve cos tornare in Europa, dove appare in numerosi film italiani, francesi, inglesi e spagnoli. Ma sulla sua carriera ormai pesava quello scandalo, mentre in America le Pantere

nere venivano distrutte metodicamente e i suoi amici morivano spesso misteriosamente. Lo stesso Hakim Jamal viene ucciso nel 1973. Il telefono di Jean era intercettato, le stanze d albergo che la ospitavano erano ispezionate in sua assenza, veniva sempre pedinata. L Fbi intimidiva persino i fan che le chiedevano autografi, interrogandoli e perquisendoli. Per Jean Seberg era inevitabile la IL GIALLO DEL MESE Jean Seberg In alto, e a sinistra: Jean Seberg. In basso: Alberto Bevilacqua la fine di un icona Click to buy NOW! PDF-XChange Viewer www.docu-track.com Click to buy NOW! PDF-XChange Viewer www.docu-track.com

culture 1970 Il ricatto all attrice incinta Il grande nemico di Jean Seberg era J. Edgar Hoover, direttore dell Fbi per 40 anni. Esperto in ricatti, anche contro i presidenti degli Stati Uniti, Hoover considerava l attrice un pericolo per la sicurezza nazionale, a causa dei suoi legami con le Pantere nere. In un documento scriveva: Jean Seberg ha fornito appoggio finanziario al Bpp (Black Panther Party) e dovrebbe essere neutralizzata. Per rovinarle la carriera, Hoover utilizz quindi il famigerato Counter Intelligence Programme (Cointelpro), che permetteva all Fbi di inscenare provocazioni contro i dissidenti. Diversi documenti riservati dell Fbi, resi pubblici in base al Freedom Of Information Act, rivelano che Hoover ordinava di utilizzare lettere anonime per accusare esponenti delle Pantere nere di omosessualit o di aver rubato fondi del partito. Nel maggio 1970, l Fbi di Los Angeles autorizza un suo agente a inviare una lettera sotto falso nome a una rubrica di gossip del Los Angeles Times, per diffondere la notizia che Jean aspetti un figlio da un esponente del Black Panther Party. L agente speciale che architett l operazione contro Jean Seberg era Richard W. Held. Questo il testo del suo memorandum a Hoover: Si propone l invio a giornalisti delle seguente falsa lettera: Stavo proprio pensando a te e mi sono ricordato che ti devo un favore. Dunque ero a Parigi la settimana scorsa e mi sono imbattuto in Jean Seberg, che era incinta. Pensai che lei e Romaine fossero

tornati insieme, ma mi ha confidato che il bambino di (omissis) delle Black Panthers, un (omissis). Pensavo che ne potresti fare uno scoop prima degli altri. Stai bene e a presto. Baci, Sol . Le precauzioni consuete devono essere prese dalla Divisione di Los Angeles per evitare l identificazione dell Ufficio come fonte della lettera se sar data l approvazione . In seguito Held divenne Sac (Special Agent in Charge) a San Francisco, ed stato accusato anche di un attentato ai danni di un attivista di Earth First . Held si ritir poi dall Fbi e divenne capo della sicurezza per la Visa International. IVO SCANNER depressione. Dal 1975 non lavora pi. Poi, nell agosto 1979, quando Jean non ha ancora compiuto 41 anni, improvvisamente si perdono le sue tracce. La sera di sabato 8 settembre 1979 un poliziotto fuori servizio nota una Renault coperta di foglie e polvere, a rue du General Appertin, in un quartiere residenziale vicino agli Champs-lyses. Apre lo sportello e trova un corpo raggomitolato sul sedile posteriore. E una donna bionda, Jean Seberg. Ha la pelle macchiata da bruciature di sigaretta. Vicino al cadavere in avanzato stato di decomposizione ci sono molti flaconi vuoti di medicine e una bottiglia di acqua minerale. I medici diranno che la morte risaliva a molti giorni prima, probabilmente subito dopo la scomparsa nel nulla dell attrice. Ufficialmente si trattava di suicidio

per overdose di barbiturici. L autopsia rivel che nel sangue dell attrice il livello di alcol era dell 8 per cento per litro. Ma gi BELLA E ANTICONFORMISTA Jean Seberg era odiata dai reazionari americani perch incarnava la donna non conformista, detestavano la sua immagine di spirito libero per certi versi molto trasgressiva. Aveva i capelli biondi tagliati corti, alla maschietta , a incorniciare un volto innocente per sottolineare un androginia e un ambiguit sessuale dirompente per gli anni Sessanta. Il suo viso ingenuo e pulito faceva contrasto con i personaggi a volte torbidi che interpretava. Figlia di un farmacista dell Iowa, nata il 13 novembre 1938, ancora adolescente Jean incontra il regista Otto Preminger che la fa esordire in Saint Joan (1956) e la dirige ancora accanto a Deborah Kerr e David Niven in Bonjour Tristesse (1957), tratto da un romanzo di Franoise Sagan e girato in Francia. Il film diede inizio al mito dell attrice presso il pubblico francese, un successo che esplose nel 1959 con Fino all ultimo respiro di Jean-Luc Godard. Da allora la sua carriera si consolid e Jean Seberg apparve in decine di film a fianco di grandi star internazionali, diventando un icona degli anni Sessanta. Ma non rinunciava all impegno politico, culminato nel fatidico 1968. La Cia era preoccupata delle sue attivit e ne inser il nome nel Security Index, iniziando a pedinarla. In nessuno dei documenti riservati che sono stati resi pubblici si d conto di attivit illegali dell attrice, ma l Fbi non smise mai di intercettare le conversazioni private dell attrice con gli esponenti del Black Panther Party. Proprio pochi giorni prima della morte di Jean, l Fbi aveva reso pubblici i documenti che rivelavano l operazione di discredito inscenata contro l attrice (ma che erano gi in possesso dei legali della Seberg da tre anni). L attrice rimase scomoda anche dopo la morte: sembra che The United States Information Agency (Usia), l agenzia governativa che curava l immagine americana all estero, abbia ostacolato in tutto il mondo la riprogrammazione dei suoi film. I. S. il 6 per cento di alcol provoca il coma. Nessuna bottiglia di alcolici venne trovata sull auto o nei dintorni: se la donna era gi cos intossicata come aveva fatto a guidare e a

parcheggiare la sua auto? Molti, da allora, sono convinti che Jean Seberg sia stata suicidata . Su tutta la vicenda sceso il silenzio, troppo scomodo ricordare un episodio tanto oscuro e drammatico. Ma pochi giorni fa, a quasi trent anni dalla tragedia, ci sono state delle rivelazioni, in Italia, che potrebbero riaprire il caso. Sul Magazine del Corriere della sera, il 27 marzo scorso, il regista e scrittore Alberto Bevilacqua ha parlato della morte annunciata di Jean Seberg. L attrice nel 1971 aveva recitato in un film di Bevilacqua, Questa specie d amore, a fianco di Ugo Tognazzi e Fernando Rey, e il regista avrebbe raccolto delle sue confidenze clamorose: Stanno per uccidermi , mi ripeteva Jean. Mi parlava di quanti complottavano contro di lei, per la sua appartenenza a gruppi eversivi, fra questi Le tigri nere. Io l ascoltavo e non le credevo. Pensavo a una sua mania di persecuzione. Non ritenevo verosimili le mostruosit che prospettava. Mi ripeteva: Mi troveranno morta magari sotto un ponte, magari imbottita di droga, io che non ho mai preso nessuna d r o g a . Un atroce fine che avvenne come me l aveva descritta, sotto un ponte di Parigi. Il nostro Bevilacqua confonde tigri con pantere e non rinuncia a usare il linguaggio della Cia descrivendole come gruppi eversivi , cos

come sbaglia quando scrive che l attrice stata trovata morta sotto un ponte. Ma le memorie di Bevilacqua sono molto i m p o r t a n ti, perch rivelano per la prima volta che Jean Seberg temeva di essere uccisa. E descriveva con cura proprio il metodo che sarebbe stato scelto: non un colpo di pistola, non un finto incidente, ma la somministrazione di sostanze micidiali. Oggi, dopo quasi 30 anni, le rivelazioni di Bevilacqua sulle paure dell attrice: Stanno per uccidermi, diceva. Mi troveranno imbottita di droga 29 A destra: JeanPaul Belmondo con l attrice e la locandina di Fino all ultimo respiro . In basso: Edgar Hoover. Sotto: una manifestazione delle Pantere nere Gioved 17 Aprile 2008 Click to buy NOW! PDF-XChange Viewer www.docu-track.com Click to buy NOW! PDF-XChange Viewer www.docu-track.com

culture 22 Gioved 22 Maggio 2008 IL GIALLO DEL MESE RILEVAMENTI Spiaggia di Capocotta, sul litorale romano, 1953. Durante i rilievi di carabinieri e polizia, alcuni giornalisti partecipano attivamente alle indagini, sono Italo Fasan (l ultimo a destra nella foto), assieme al collega Lucchi, cronisti, tra i fondatori di Paese Sera, storica testata nata nel 1949. Il caso Montesi fu uno dei casi dell epoca in cui la scena del crimine era aperta al contributo anche della stampa IL LINGUAGGIO Il caso Montesi provoc anche dei cambiamenti importanti nel linguaggio politico italiano. Innanzitutto cre il termine capocottari , evocando la zona di Capocotta dove sarebbero avvenuti i festini a base di sesso e droga al centro del processo. Se la propaganda politica dei comunisti aveva gi coniato il termine forchettoni per etichettare il clientelismo e l affarismo democristiano, ora c era un epiteto nuovo e ancora pi tagliente. Gian Carlo Pajetta, dirigente e deputato del Pci, lanciava dagli scranni di Montecitorio quel grido che suonava come un accusa a un intera classe dirigente: Capocottari! . E proprio con il caso Montesi viene coniato il concetto di questione morale , grazie a un editoriale in prima pagina su l Unit del 17 febbraio

1954 firmato da Pietro Ingrao, allora direttore del quotidiano: Collegate all affare Montesi, in una successione drammatica, sono venute le rivelazioni, o almeno le denunce, circa un torbido settore di affari equivoci, di traffici di droga, di corruzione, che sconfinava nel mondo politico ufficiale. E il caso giudiziario si mutato in una seria questione morale. I. S. Un omicidio che sconvolse gli scenari politici IVO SCANNER Cocaina. Politica corrotta. Amicizie scomode tra ministri e imputati. Spionaggi oscuri e depistaggi di poliziotti e carabinieri. Moralisti che in realt nascondono segreti inconfessabili. Magistrati che diventano star. Ragazze disposte a tutto. Questione morale. Sono passati 55 anni, ma il caso Montesi contiene ingredienti che potrebbero essere di oggi. Anticipati con pi di mezzo secolo di anticipo. Un delitto senza colpevoli, come tanti degli anni a venire, che ebbe come vittima una ragazza romana di 21 anni. Tutto comincia l 11 aprile 1953, quando il cadavere di Wilma Montesi viene trovato sulla spiaggia di Torvajanica, a pochi chilometri da Roma. I genitori la cercavano da due giorni. La ragazza semisvestita, priva in particolare del reggicalze che allora tutte le donne portavano e che Wilma indossava il giorno della scomparsa, come confermano i familiari. L autopsia rivela che la ragazza morta per annegamento, nient altro. I genitori pensano subito al suicidio, ma nel giro di pochi giorni si ricredono: forse qualcuno ha ucciso Wilma. Eppure la questura di Roma ha un altra idea, che far scalpore. La ragazza sarebbe morta in seguito

a un malore, provocato da una sindrome premestruale, mentre faceva un pediluvio nelle acque del mare per guarire un irritazione cutanea al calcagno. La tesi del pediluvio, a suo modo grottesca, era un tentativo maldestro per chiudere immecoraggio di fare esplicitamente il nome di Piccioni. Ma l establishment giornalistico e politico ha la consegna del silenzio, perch incombono le elezioni. A due settimane da quell articolo su Vie Nuove, infatti, si tengono le importanti elezioni politiche che vedono sconfitta la legge truffa maggioritaria voluta da Alcide De Gasperi. Dopo la disfatta si apre, cos, una lotta nella Dc per la supremazia nel partito, e Attilio Piccioni uno dei favoriti. A quel punto, il caso Montesi diventa occasione per la battaglia interna alla Democrazia cristiana, da parte di chi vede la possibilit di bloccare la scalata di Piccioni ai vertici del partito. Incominciano a muoversi soggetti oscuri, dentro le istituzioni e le forze dell ordine, non pi per insabbiare i risvolti inquietanti del delitto Montesi, ma per amplificarli. A dare il la ci pensa un giovane giornalista in cerca di successo, Silvano Muto. Ha appena Montesi: caso irrisolto di un delitto moderno diatamente le indagini. Ma tanta fretta e una spiegazione cos assurda non convincono i giornalisti, che si trasformano da subito in investigatori. Ed ecco che circolano le prime voci: un personaggio noto sarebbe implicato nella morte di Wilma Montesi. Chi sia, all inizio un mistero. Poi cominciano le soffiate . E il figlio di un ministro. Un giornale satirico di destra pubblica una vignetta allusiva: un piccione che ha nel becco un reggicalze. Una vignetta apparentemente incomprensibile, se non fosse che nel 1953 c un alto dirigente democristiano che si chiama Attilio Piccioni e che ha un figlio, Piero, molto noto nel

mondo dei salotti romani. Ed ecco che la politica entra nel giallo. Il quotidiano ufficiale del Pci, l Unit, e il fiancheggiatore Paese sera cominciano a chiedere chiarezza. Ed un altro periodico vicino ai comunisti, Vie Nuove, che per primo ha il I giornalisti non si accontentarono delle frettolose spiegazioni degli inquirenti e cominciarono a indagare rivelando ben presto i retroscena