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Cernobbio, Forum Ambrosetti, 4 settembre 2011 Competitività e crescita Intervento di Corrado Passera

Il tema di oggi è forse il più importante di tutti. Dobbiamo crescere di più. Dobbiamo farlo per creare nuovi posti di lavoro. Stiamo sottostimando la dimensione del disagio legato alla mancanza di posti di lavoro, che sta creando, sia nel nostro Paese, che in

Europa. Non parlo dei 2 milioni di disoccupati rilevati dalle statistiche ufficiali: parlo dei circa 7-8 milioni fra disoccupati, inoccupati scoraggiati, sottoccupati, false partite iva, falsi studenti, lavoratori sospesi dal lavoro, ecc. Quel mondo di famiglie in grande difficoltà, quella moltitudine di persone seriamente preoccupate, quando il timore non farcela si trasforma in un misto di rabbia e risentimento. Dobbiamo crescere di più per garantire la tenuta del nostro welfare. Noi siamo abituati a dare per scontato che tutto sia dovuto, che tutto sia sempre disponibile, che tutti possano beneficiare di strumenti come la pensione o l’assistenza sanitaria, l’istruzione gratuita. Ma attenzione: con questo livello di crescita queste conquiste di civiltà vengono messe seriamente in pericolo. Dobbiamo crescere di più perché altrimenti i nostri conti pubblici non saranno sostenibili. Non sono pochi coloro che, in giro per il mondo, cominciano a pensare che forse non saremo più in grado di far fronte ai nostri impegni. È una cosa impensabile, anche se molti la ritengono un’ipotesi più che realistica. La BCE non può continuare a tempo indefinito a sostenere i nostri titoli. Possiamo crescere di più, sappiamo che è così, lo sappiamo perché lo dice l’andamento delle nostre esportazioni, lo dimostrano le tante unicità che l’Italia

ha e che nessuno ci può portar via. Lo sappiamo e lo abbiamo già dimostrato in più di una occasione.

Dobbiamo crescere di più in tutte le componenti del PIL: consumi, investimenti privati, investimenti pubblici, esportazioni nette. Sono tutti obiettivi alla nostra portata. Però non c’è la pietra filosofale, non c’è

la ricetta facile, non c’è la soluzione “bella e pronta”. L’unica cosa certa è che serve un piano integrato che metta insieme tutte le cose, un piano condiviso e perseguito con coerenza fino in fondo: serve tanto impegno affinché i motori della crescita sostenibile lavorino tutti insieme. Dobbiamo fare tante cose in contemporanea perché, come sappiamo, nella vita vera dell’economia e della società ”tout se tient”. Motore numero uno: la competitività delle imprese. Qui siamo già forti, l’Italia ha, soprattutto nelle imprese

di piccola e media dimensione, una capacità, un’energia, un ammontare di risorse imprenditoriali

riscontrabili in pochi altri paesi. Qui bisogna fare delle cose molto tangibili, molto concrete, che possano giovare sia agli imprenditori, sia a chi nelle aziende ci lavora. Occorre premiare fiscalmente in maniera importante chi investe in internazionalizzazione e in innovazione. Bisogna favorire chi investe nelle aziende, rendere più facili le fusioni, favorire la crescita dimensionale e il rafforzamento delle imprese stesse. Dobbiamo recuperare produttività. Forse questa, di tutte le cose, è la più importante. Rispetto ai nostri concorrenti più diretti, in questi anni abbiamo perso molti punti sia in termini di produttività del lavoro, sia in termini di salari. Siamo bassi sui salari e siamo bassi sulla produttività: il peggio che può succedere in un

paese. Dobbiamo lavorare su entrambe queste dimensioni. E’ possibile farlo. Dobbiamo mettere più soldi in tasca alla gente, dobbiamo lavorare sul cuneo fiscale, su alcuni istituti retributivi ormai assolutamente superati, recuperando in produttività in maniera decisiva. Qui, lo sappiamo tutti, perché tutti lavoriamo in azienda, ci vuole uno sforzo concertativo, come in altre fasi della storia abbiamo saputo fare. Già solo in questo modo possiamo rimettere in moto 5/10 punti percentuali su entrambe queste variabili, che sono determinanti sia per stimolare i consumi, sia per aumentare la competitività delle aziende. Dobbiamo ridurre i costi dell’energia perché è una debolezza strategica e perché siamo molto vulnerabili come paese. Dobbiamo continuare a lavorare bene, come abbiamo fatto anche nella prima fase della crisi, in campo creditizio. Dobbiamo fare meglio tante cose, anche se insieme abbiamo superato una crisi impressionante, due/tre anni fa: ammaccati, ma con le nostre gambe, lavorando tutti insieme, il governo, le aziende, le banche. E’ stata una bella prova, dura ma formativa. Adesso siamo di nuovo molto sottopressione. Fortunatamente avevamo messo da parte un po’ di riserve e quindi adesso possiamo continuare ad andare avanti con le spalle abbastanza coperte. Però, proprio ora corriamo tutti insieme un grande rischio: rischiamo di vedere schizzare al cielo il costo del credito. Se non diamo risposte convincenti ai timori che si sono accumulati sul nostro debito pubblico, il costo del credito delle banche e delle imprese potrà andare di gran lunga oltre i livelli di guardia. La maniera per aggiustare questa diga che si sta rompendo è quella di approvare con grande rapidità una manovra per il pareggio dei nostri conti che sia concreta e credibile: questo è il minimo da fare per arginare un fiume in piena che potrebbe travolgerci tutti. Il nostro paese ha dimostrato di sapere intervenire efficacemente nella gestione dei conti pubblici: siamo uno dei pochi paesi in Europa che hanno già un saldo primario positivo e siamo dunque nelle condizioni di ottenere presto anche il pareggio del saldo complessivo. Dobbiamo ridurre l’indebitamento forzoso che grava sulle aziende a causa dei pagamenti ritardati sia della Pubblica Amministrazione, che delle grandi imprese. Non è soltanto una questione pubblica, ma è anche un problema che interessa l’intera filiera di fornitura e sub-fornitura, dalle grandissime aziende in giù. Stiamo parlando di qualcosa quantificabile in circa 100 miliardi di indebitamento sbagliato che grava su tante piccole imprese. Quindi, in sintesi, dobbiamo ridisegnare la fiscalità a favore del lavoro dell’impresa, utilizzando modalità sagge ed equilibrate sia di razionalizzazione dell’imposizione indiretta, sia di revisione organica della fiscalità sulle rendite finanziarie, come si sta già facendo. Però, la competitività delle imprese, lo sappiamo, non è sufficiente se intorno ad esse è l’intero sistema Paese a non funzionare, se il motore numero due, cioè l’efficienza del sistema paese, si è completamente bloccato. E qui sono tante le cose da fare, anche se ce ne sono alcune immediatamente funzionali alla crescita. Il ritardo infrastrutturale ha raggiunto ormai cifre nell’ordine dei 200/300 miliardi: serve al più presto un piano strutturale almeno decennale in grado di colmarlo efficacemente. Le risorse si possono trovare: possono venire dal pubblico, dal privato o dalla comunità europea. Noi tocchiamo con mano ogni

giorno, attraverso la nostra banca dedicata, quanto le infrastrutture, se fatte in modo corretto e rispettando i tempi, possano cambiare il volto produttivo di una regione, aumentando la forza competitiva e la produttività totale dei fattori impiegati nella zona dove vengono costruite. Bisogna investire di più in formazione e istruzione. Troppi ragazzi e ragazze in Italia abbandonano la scuola dell’obbligo; troppi diplomati e laureati non trovano lavoro; troppi posti che le aziende offrono rimangono scoperti per mancanza di competenze e di personale adeguatamente qualificato. Dobbiamo, sempre riferendoci al sistema paese, impiegare più risorse nel contrasto alla criminalità e, in generale, in tutto ciò che è sicurezza e giustizia. Sembra quasi che non si possa intervenire sul tema della giustizia. Tutti noi sappiamo che, anche lasciando da parte tutti i temi “ideologici”, si possono fare grandissimi passi in avanti solo mettendo a posto il funzionamento della giustizia, in modo particolare quella civile. E questo tema non è un qualcosa di estraneo all’economia o alla società tout court: è uno dei temi più sentiti dalla gente, ed è una delle ragioni per cui soffriamo più di altri della mancanza di investimenti dall’estero. C’è anche il tema della Pubblica Amministrazione, dei costi diretti e indiretti della cattiva amministrazione. Dobbiamo ridurre gli oneri della burocrazia sulle aziende e dare dei segnali chiarissimi e non titubanti, sulla riduzione dei costi della politica. Però sappiamo, dall’esperienza dei migliori paesi che crescono, che la crescita sostenibile non scaturisce solo dalla competitività, ma proviene anche dal resto della società, dalla sua coesione, dal suo dinamismo. Noi sappiamo che in tanti casi, anche se le cose non funzionano al meglio, se ci sono l’energia, la voglia, la velocità delle decisioni, si possono muovere le montagne come fossero piume, e in questo il nostro paese può fare parecchio. Coesione sociale vuol dire valori condivisi, vuol dire rispetto delle regole, vuol dire welfare. Il tema del welfare è un tema legatissimo alla crescita perché è ciò che dà il senso del dire “ne vale la pena”, che il futuro non fa paura, che le diseguaglianze possono essere, almeno all’inizio, nelle condizioni di partenza, ridotte e gestite. E questo è un motore fortissimo di crescita. Nel campo del welfare non partiamo male, anzi. In campo previdenziale dobbiamo accelerare il completamento di una riforma che ci mette davanti ad altri in termini di efficienza del sistema previdenziale. Lo abbiamo fatto prima e meglio di altri, ma il lavoro da fare è ancora lungi dall’essere compiuto. Il sistema sanitario non ci deve scappar di mano:

può diventare un’area di crescita. Dobbiamo far di più per le famiglie, dobbiamo far di più per l’integrazione, dobbiamo far di più per l’inserimento degli immigrati. Terzo settore e impresa sociale possono fare moltissimo in questo campo. È vitale il dinamismo, ovvero l’energia che c’è dentro in tutto questo. È vitale la meritocrazia: ne continuiamo a parlare, ma non la mettiamo mai in pratica. Non ci devono più essere carriere basate soltanto sull’anzianità: chi è bravo deve poter arrivare fino in fondo. Poi c’è il tema dei processi decisionali: su questo fronte, il federalismo potrebbe essere una grandissima occasione per chiarire, una volta per tutte, chi fa che cosa, a quale livello e con quali risorse.

I quattro motori sono come quattro ruote di un’auto su cui tutti siamo seduti. Basta che una sia sgonfia che tutto si ferma. Come sistema bancario l’impegno è totale, ce l’abbiamo messa tutta, anzi, siamo stati quasi accusati di aver creduto troppo in questo paese, con i nostri 500 miliardi di finanziamenti al sistema Paese, pari quasi ad un terzo del PIL. Tuttavia, la nostra fiducia nelle potenzialità dell’Italia è assolutamente ben riposta, e sentiamo come nostra la responsabilità di impegnarci fino in fondo. Tutto deve essere sostenibile, anche dal punto di vista dei conti pubblici: questo è il messaggio conclusivo su cui credo tutti noi possiamo concordare. I nostri conti saranno sostenibili solo se, oltre ad aver azzerato il deficit - cosa che possiamo fare - avremo dimostrato anche di saper crescere e di saper ridurre lo stock di debito pubblico. Solo quando scenderemo sotto la soglia del 100% di debito pubblico rispetto al PIL , potremmo considerarci in sicurezza. Per questo dobbiamo subito intervenire sia sul patrimonio pubblico (con cessioni, privatizzazioni e valorizzazioni), sia chiedendo un sacrificio, magari piccolissimo, anche sul grande patrimonio privato. Sacrificio accettabile in un quadro di strategie coerenti. La regola è semplice: se si hanno i conti economici a posto, si può sistemare anche lo stato patrimoniale; se dimostriamo che le risorse così raccolta non andranno nella fornace della spesa e degli sprechi per gli italiani non sarà affatto difficile seguirci. Questa, e concludo veramente, è la responsabilità più grande che tutti abbiamo. Appena finita questa manovra, che dovrà essere chiusa in tempi rapidi, dobbiamo metterci tutti insieme a lavorare al piano della crescita e alla riduzione del debito pubblico complessivo. È un obiettivo che può e deve essere condiviso da tutte le parti politiche, di destra e di sinistra, e i modi per farlo si possono trovare. È il compito della classe dirigente di questo paese. Non è un compito tecnico, è un compito soprattutto di grandissima politica, perché le resistenze saranno forti, perché i cambiamenti da introdurre saranno radicali, perché bisogna suddividere equamente sacrifici e benefici, perché dobbiamo scegliere le priorità in maniera saggia e lungimirante. Il tempo a nostra disposizione sta per scadere. Grazie.