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INVENTARE L’ABITARE

Indagine sull’impatto dell’emergenza abitativa nel Co- mune di Roma. Valorizzazione delle buone prassi realiz- zate a livello locale ai fini dell’elaborazione di proposte per un nuovo welfare regionale.

Consiglio Regionale del Lazio

per un nuovo welfare regionale. Consiglio Regionale del Lazio Ass. Culturale Idealab_06 Coop. Inventare l’Abitare 3

Ass. Culturale Idealab_06

per un nuovo welfare regionale. Consiglio Regionale del Lazio Ass. Culturale Idealab_06 Coop. Inventare l’Abitare 3

Coop. Inventare l’Abitare

per un nuovo welfare regionale. Consiglio Regionale del Lazio Ass. Culturale Idealab_06 Coop. Inventare l’Abitare 3

Indice:

Introduzione

 

7

Capitolo 1 – Profili dell’abitare metropolitano: dal mercato ai diritti

9

1.1 Il mercato immobiliare: rendita vs inclusività

9

1.2 La lenta agonia dell’edilizia residenziale pubblica

13

1.3 Verso il Piano casa della Regione Lazio

15

1.4 Buone pratiche per il recupero urbano e il diritto all’abitare

17

Capitolo 2 – Una ricerca quali-quantitativa nel contesto dell’emergenza abitativa

romana

21

2.1 Obiettivi della ricerca e contesto generale

21

2.2 Analisi dei risultati

22

2.3 Descrizione delle domande aperte

25

Caso di studio 1 - La condizione abitativa di immigrati e rifugiati politici a Roma Focus “La buca degli afghani a via Ostiense” Focus “L’ex ambasciata somala” Focus “Ponte Mammolo”

42

Caso di studio 2 - Case senza gente e gente senza case: l’Italia e il panorama europeo Focus “Empty Homes e l’esperienza inglese” Focus “L’esperienza spagnola di Provivenda”

46

Appendice:

50

Testimoni privilegiati: intervista ad Antonello Sotgia e a David Romani

5
5

INTRODUZIONE

Intorno al tema della casa e dell’abitare si intreccia uno dei nodi fondamentali del ragionamento per un nuovo wel- fare, che sia in grado di bilanciare le esigenze di sostenibilità sociale con le sfide ambientali che i tempi ci impongono. La casa è un bene primario in assenza del quale si cade in un meccanismo di profonda e perversa precarietà esistenzi-

ale che investe tutti gli ambiti della propria vita. In questo senso la casa è importante non solo per il “tetto sulla testa”, che pure rappresenta il bisogno in senso stretto, ma anche per tutta una serie di aspetti relazionali e sociali che fanno della propria abitazione un punto da cui partire per autodeterminare la propria esistenza a 360 gradi. Il fenomeno di una sempre più marcata difficoltà nell’accesso a questo bene primario da parte di numerosi e diversi soggetti sociali rappresenta dunque oggi la sfida centrale per un welfare inclusivo che permetta a tutti, al di là del mercato e dei suoi meccanismi, di avere la possibilità di un futuro che altrimenti verrebbe negato. Giovani precari, anziani pensionati, immigrati sono alcune tra le categorie maggiormente escluse dal mercato degli affitti e della compravendita. Privi delle garanzie bancarie necessarie per l’acquisto di un’abitazione, con redditi mensili insufficienti a pagare gli affitti sempre più alti che caratterizzano le principale città italiane, i “precari della casa” vivono in un limbo fatto di molti traslochi, di lunghi spostamenti dalle periferie remote delle metropoli, di contratti al nero, di morosità, fino alla vera e propria disperazione degli sfratti forzosi.

Il dramma sociale rappresentato dall’impossibilità di avere una casa va dunque oggi ben al di là dello stereotipo del

“senza casa” come soggetto svantaggiato, con handicap, anziano, disoccupato di lungo periodo o donna sola con figli

a carico. Oggi sono privati della possibilità di accedere ad un’abitazione anche i cosiddetti working poors soggetti che

pur inclusi nel mercato del lavoro non hanno redditi continuativi e sufficienti per sostenere il costo dell’affitto o i tanti migranti che seppur regolari subiscono discriminazioni da parte di un mercato dell’affitto disposto a speculare anche su diffidenza e razzismo. Sono quasi 8 milioni le persone che in Italia vivono al di sotto della soglia di povertà relativa (980 euro per le coppie), il 13% della popolazione totale per la quale ad oggi non si sta approntando nessun sostegno sul piano dell’abitazione. Questa la panoramica di progressiva precarizzazione e finanche marginalizzazione di un sempre maggiore numero di persone afflitte dal problema casa che andremo ad analizzare nel presente contributo di analisi e di riflessione nel tentativo di restituire un quadro delle principali problematiche nonché delle pratiche e delle politiche potenzialmente in grado di invertire la tendenza in atto. L’attuale assetto delle politiche abitative risulta infatti del tutto inadeguato nel far fronte alle dimensioni e alle carat- teristiche di quella che ormai è da più voci definita come ‘emergenza abitativa’.

In realtà il fenomeno che andremo ad indagare lungi dall’avere le caratteristiche dell’emergenza si configura piuttosto come strutturale nella maggior parte delle grandi e medie città italiane che vedono il prezzo degli affitti crescere a dismisura nonostante lo stallo dei redditi e il gran numero di appartamenti invenduti e/o sfitti. In questo senso il problema dell’accesso all’alloggio e di una garanzia del diritto all’abitare nelle nostre città risulta strettamente legato al ragionamento sul contenimento di un mercato immobiliare onnivoro ed incapace di offrire soluzioni ai soggetti caratterizzati da reddito basso o discontinuo. Mercato che invece ha assunto un ruolo di primo piano grazie all’affermarsi alla fine degli anni ’90 di una cultura politica ultraliberista che ha prodotto un’ondata di liberalizzazioni e privatizzazioni in tutti i settori produttivi del paese, tra i quali non poteva ovviamente mancare il ricco ambito dell’edilizia pubblica e parapubblica. Si sono infatti promulgati in quegli anni provvedimenti come la legge 431 del 1998 per la liberalizzazione del mercato degli affitti o la chiusura del fondo ex Gescal quale principale canale di finanziamento dell’edilizia residenziale pubblica mentre nel frattempo si è dato l’avvio ai processi di dismis- sione del patrimonio pubblico che hanno progressivamente smantellato il preesistente sistema di protezione sociale creato dal patrimonio di case popolari ed enti pubblici previdenziali lasciando scoperte tra l’altro proprio le categorie del ceto medio in via di impoverimento e precarizzazione.

Il nostro vuole essere un modesto contributo che prova a fornire un quadro di quella che viene definita emergenza ab-

itativa, in particolare nel Comune di Roma, attraverso un’inchiesta quali-quantitativa condotta all’interno dei luoghi caratterizzanti l’attuale emergenza abitativa romana come occupazioni di stabili in disuso ad opera di movimenti per

il diritto all’abitare, residence privati destinanti dal Comune di Roma all’assistenza alloggiativa ed infine gli autorecu- peri, sperimentazione ormai decennale che si è data nella Regione Lazio e che metteremo al centro di una proposta di abitare inclusivo e sostenibile.

Siamo convinti infatti che la programmazione di politiche non possa prescindere da un’approfondita conoscenza fenomenologica della ‘emergenza abitativa’ e allo stesso tempo che oggi, in particolare dopo la riforma del titolo V della Costituzione, alle Regioni spetti un grande sforzo di ripensamento complessivo e di lungo periodo delle politiche abitative che scongiuri il rischio di un navigare a vista fatto troppo spesso di finanziamenti parziali e insufficienti per

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7

valutare invece l’ipotesi di una nuova modalità di intervento pubblico volta a garantire il diritto all’abitare per tutti at- traverso la conservazione, il recupero e la valorizzazione del patrimonio pubblico con finalità sociali legate all’edilizia pubblica e ai servizi.

La riforma del titolo V della Costituzione inoltre non solo assegna in maniera esclusiva alle regioni la questione abita- tiva complessivamente intesa ed in quanto risultante dalle decisioni in tema di edilizia ed urbanistica, ma fa rientrare tra le competenze regionali, anche se in forma concorrente con la legislazione nazionale, la materia di pianificazione e governo del territorio.

In questo mutato contesto normativo le Regioni divengono dunque lo snodo decisionale centrale di ogni intervento che possa rientrare nell’ambito delle cosiddette politiche abitative. Le responsabilità di governo delle politiche abita- tive oggi in capo alle Regioni sono rese più ardue da un contesto sociale ricco di problematicità e che risulta aggravato dalle amare conseguenze di scelte politiche nazionali risalenti ad ormai più di dieci anni fa che hanno progressiva- mente smantellato e destrutturato l’apparato welfaristico precedentemente approntato a garanzia del diritto alla casa.

La Regione Lazio, in particolare, governa un territorio già altamente urbanizzato nel quale però mancano i requisiti basilari di un’abitare sostenibile in primis nei termini di mobilità su rotaie e riduzione del consumo di suolo. Per questo crediamo che il governo regionale debba potersi avvantaggiare di un’attenta e capillare analisi sulle carat- teristiche dei fenomeni di sofferenza legati alla questione abitativa così come si articolano nel proprio territorio per essere in grado di delineare le strategie di breve, medio e lungo periodo in grado di dare risposte pertinenti, sostenibi- li ed adeguate alle esigenze dei propri cittadini e dei residenti in termini di accesso e garanzia di un alloggio a partire proprio dalle esperienze che in questi anni sono maturate ‘dal basso’ nei termini di recupero del patrimonio immobil- iare dismesso.

8
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CAPITOLO 1 - Profili dell’abitare metropolitano: dal mercato ai diritti

1.1 – Il mercato immobiliare: rendita vs inclusività

E’ un dato ormai noto che la maggior parte delle famiglie in Italia ha scelto la strada dell’acquisto dell’alloggio: risulta- no infatti vivere in un alloggio di proprietà circa l’80% degli italiani convinti della convenienza di investire sul bene ri- fugio per eccellenza sottraendosi allo stesso tempo ad un mercato degli affitti con costi che molto spesso sono equipa- rabili alle rate di un mutuo. Il problema che comincia a farsi consistente risulta oggi, anche alla luce dello scoppio della bolla dei mutui subprime americani, quello dell’accesso al credito e della solvibilità. L’accesso al credito è fortemente limitato dalla stretta creditizia che l’attuale fase economica impone e chi si rivolge oggi alle banche per richiedere un mutuo per l’acquisto di prima casa troppo spesso incontra l’indisponibilità delle stesse a finanziare la totalità del prestito richiesto escludendo di fatto tutti coloro che non dispongono di una già consistente liquidità di partenza. Sec- ondo i dati della recente commissione parlamentare sul mercato immobiliare 1 la concessione dei mutui alla famiglie è infatti calata, nel primo semestre del 2009, del 23%. I cambiamenti nel mercato del lavoro e la diffusione sempre più di massa di contratti di lavoro a tempo determinato o comunque a vario titolo precari ha inoltre contribuito ad aggravare la sofferenza delle famiglie: l’ABI stima in circa 360.000 nuclei familiari quelli a rischio insolvenza tanto da mettere in atto una proroga fino al luglio 2011 della possibilità di concordare una sospensione delle rate del mutuo già prevista sin dal febbraio 2010. Tra il 13% di famiglie italiane che hanno un mutuo acceso, una su cinque non riesce a rimborsare le rate nei tempi previsti: tra le prime cause emerse da una ricerca di Banca d’Italia ci sono la disoccupazi- one (19%), i redditi bassi (14,5%), single con figli (10%), i precari (8,5%) e i lavoratori part-time (7,9%). Tra le conseguenze più lampanti di questa sofferenza c’è l’aumento vertiginoso delle procedure di pignoramento salite secondo l’Adusbef del 70% nell’ultimo triennio coinvolgendo oggi circa 150.000 famiglie ovvero il 2,4% di quelle con un mutuo acceso. Nella città di Roma il numero dei pignoramenti è cresciuto nel trienno del 728%, seconda solo a Milano (+1.592) e Torino (+930). La tabella 1 riporta dati Eurostat rispetto al costo dell’abitazione evidenziando come la maggior parte delle famiglie italiane percepiscono come un debito pesante quello contratto per l’accensione del mutuo in misura molto maggiore da quello che risulta per gli altri paesi europei.

1 Commissione VIII: “Indagine conoscitiva sul mercato immobiliare, 29 luglio 2010

9
9

Tabella 1 - Percentuale di famiglie indebitate a causa del costo della casa (%)

 

2005

 

2008

Famiglie

Famiglie

Famiglie

Famiglie con

Famiglie

Famiglie

con

con debiti

senza debiti

pesanti debiti

con debiti

senza

pesanti

finanziari

finanziari

finanziari

debiti

debiti

finanziari

Austria

14.1

61.4

24.5

15.6

59.0

25.5

Belgio

31.2

34.8

34.0

31.0

35.3

33.6

Bulgaria

na

na

na

42.6

49.8

7.6

Cipro

63.2

30.9

5.9

66.4

30.4

3.3

Repubblica

24.4

64.3

11.3

22.3

68.7

9.0

Ceca

Danimarca

6.3

20.5

73.2

7.4

23.0

69.6

Estonia

26.9

53.7

19.4

14.3

61.0

24.7

Finlandia

19.7

56.3

24.1

20.1

56.8

23.1

Francia

20.9

30.8

48.4

29.5

25.2

45.3

Germania

24.1

59.3

16.6

23.8

59.8

16.4

Grecia

23.7

69.4

7.0

30.7

64.7

4.5

Ungheria

24.8

62.4

12.8

34.8

56.9

8.3

Irlanda

23.1

52.1

24.8

24.0

54.9

21.1

Italia

53.7

45.0

1.3

58.6

40.4

1.1

Lettonia

33.0

49.7

17.3

25.0

54.9

20.0

Lituania

36.7

48.3

14.9

27.9

55.6

16.5

Lussemburgo

28.6

46.4

25.0

35.6

45.3

19.1

Malta

37.9

43.8

18.3

30.2

51.9

17.8

Olanda

17.7

47.1

35.1

11.7

47.1

41.2

Polonia

46.4

42.4

11.2

37.7

51.4

10.9

Portogallo

23.5

58.2

18.3

37.8

48.6

13.6

Romania

na

na

na

38.1

58.4

3.5

Repubblica

40.3

53.3

6.5

32.5

58.1

9.4

Slovacca

Slovenia

32.5

58.2

9.3

33.6

54.0

12.4

Spagna

46.4

50.1

3.5

51.5

45.3

3.3

Svezia

13.3

36.4

50.4

10.4

36.9

52.7

Regno Unito

na

na

na

28.5

45.2

26.3

Fonte: Eurostat 2

La decisione di acquistare una casa attraverso un mutuo risulta molto spesso una scelta obbligata dall’assenza di un’offerta di abitazioni in affitto ad un canone conveniente. Molto spesso infatti il costo mensile di un mutuo cor- risponde o supera di poco quello del canone d’affitto spingendo la maggior parte di coloro che hanno possibilità di garanzie bancarie e di accesso al credito bancario ad optare per la prima soluzione. Il Cnel 3 in un recente studio sulle problematiche legate all’abitare calcola per chi percepisce intorno ai 14.000 euro an- nui un’incidenza delle spese abitativa che oscilla tra il 63 e il 94% del proprio reddito: un ammontare spropositato se si considera che una giusta incidenza è stimata intorno al 30%. Per rientrare in questa soglia di costi le famiglie di questa fascia retributiva dovrebbero dunque poter accedere ad al- loggi con un prezzo che oscilla tra i 250 e i 300 euro mensili ad oggi inesistenti nell’offerta del mercato privato quanto

da quella dell’edilizia pubblica. Gli attuali costi medi per un affitto vengono stimati dal Cnel tra i 740 euro mensili per un contratto in essere e i 1.100 euro dei nuovi contratti, appunto molto lontani dalla sostenibilità per la media delle famiglie italiane. Lo strumento del canone concordato non ha preso piede nel mercato della locazione arrivando al massimo a coprire il 15% dell’offerta complessiva e comunque raggiungendo una diminuzione tra il 10 e il 20% del canone rispetto a quello di libero mercato. Questa situazione ha determinato l’esplosione di un fenomeno di morosità da più parti definito ‘incolpevole’ proprio

legato ad un’insostenibilità del sistema complessivo della locazione più che ad una mancanza del singolo

uenze più drammatiche in termini sociali sono l’enorme numero dei procedimenti di rilascio forzoso degli immobili:

secondo dati del Ministero dell’Interno nel 2009 gli sfratti sono cresciuti del 17,6% rispetto all’anno precedente, per un totale di 61.484 provvedimenti emessi di cui 51.576 per morosità (questi ultimi aumentati rispetto all’anno precedente del 25,8%). Complessivamente le richieste arrivate all’autorità giudiziaria nel 2009 sono state 116.573 e 27.584 gli sfratti effettivamente eseguiti nello stesso periodo.

2 K.Dol, M.Haffner, Housing statistics in the European Union, OTB Research Institute for the Built Environment, Delft University of Technology, Settembre 2010

3 CNEL, La crisi degli affitti e il piano di edilizia abitativa. Osservazioni e proposte, Roma, 21 luglio 2010

Le conseg-

10
10

Il maggior numero si concentra proprio nel Lazio con 9.622 provvedimenti (pari al 15,6% del totale nazionale), seguito dalla Lombardia con 9.364 (pari al 15,2%), dall’Emilia Romagna con 7.016 (11,4%) e dalla Toscana con 6.411 (10,4%).

In quanto a sfratti effettivamente eseguiti con l’intervento dell’Ufficiale Giudiziario, il Lazio (con 2.910 pari al 10,5%

del totale nazionale) è invece terzo dopo la Lombardia (con 4.919 sfratti pari al 17,8%) e l’Emilia Romagna (3.370, pari

al 12,2%). A Roma e provincia si concentra il 91% del totale dei provvedimenti emessi nel Lazio pari a 8.729 di cui 6.455

per morosità (ovvero il 73%). La situazione degli sfratti è assurta a questione di vera e propria emergenza nella capitale dove le famiglie interessate dal fenomeno sono 1 ogni 191 rispetto ad una media nazionale pari ad su 401. Così come a livello nazionale il 52% dei provvedimenti emessi riguarda i comuni capoluogo di provincia anche su Roma si verifica che la maggior parte dei provvedimenti si concentra nel territorio metropolitano (87,2%) piuttosto che nella provincia

(12,8%).

Questa diffusa ‘morosità incolpevole’ non beneficia di nessun sostegno stante l’esclusione dai vari decreti di sospen- sione degli sfratti che si sono succeduti negli ultimi anni per le categorie protette e che hanno sempre e solo riguar- dato gli sfratti per finita locazione. Anche il sistema del buono affitto erogato dai comuni non sembra poter essere di alcuna utilità in questo contesto se si considera ad esempio che il Comune di Roma si accinge nella prima metà del 2011 ad erogare i soldi spettanti ai vincitori del bando 2008. Alla morosità incolpevole si aggiungono numerose altre

fattispecie di ‘precarietà abitativa’: si calcola infatti che siano oltre 230.000 le famiglie che in Italia sono costrette alla coabitazione e 70.000 quelle in alloggi precari 4

La tabella 2 sotto riportata indica la percentuale totale delle famiglie che in Europa vivono al di sotto della soglia di

povertà (calcolata in base al 60% del reddito medio nazionale) e quante di queste sono proprietarie della loro abitazi- one o invece in affitto. Al di là del dato allarmante della crescente povertà relativa presente nel nostro paese, quello

che risulta particolarmente significativo è l’elevata presenza di famiglie sotto la soglia di povertà anche tra chi decide

di acquistare casa. Infine la tabella riporta il dato percentuale delle famiglie che ricevono un sussidio per l’abitazione e

il suo valore medio annuo.

4 Camera dei Deputati, Commissione VIII: “Indagine conoscitiva sul mercato immobiliare”, Roma, 29 luglio 2010

11
11

Tabella 2 - Famiglie a basso reddito tra proprietari e coloro che ricevono un sussidio per l’abitazione

 

% di persone che vivono in famiglie a basso reddito (2008)

% di

Media annua

famiglie che

del sussidio

 

ricevono un

percepito (per

sussidio per

famiglia)

l’abitazione

Totale delle

Proprietari

In affitto

famiglie a

(% sul

(% sul

basso reddito

totale delle

totale delle

famiglie)

famiglie)

Austria

12

9

18

5,4

1.622

Belgio

15

10

28

n.p.

n.p.

Bulgaria

22

21

28

n.p.

n.p.

Cipro

16

15

30

n.p.

n.p.

Repubblica Ceca

10

7

17

3,0

467

Danimarca

12

8

20

20,8

2.764

Estonia

19

19

24

n.p.

9

Finlandia

13

9

27

19,8

1.951

Francia

13

9

22

19,8

2.470

Germania

15

8

24

11,0

n.p.

Grecia

20

19

25

n.p.

n.p.

Ungheria

12

12

25

n.p.

n.p.

Irlanda

18

13

26

n.p.

n.p.

Italia

20

16

29

5,5

1.188

Lettonia

21

24

36

4,0

125

Lituania

19

19

40

n.p.

n.p.

Lussemburgo

14

9

29

n.p.

n.p.

Malta

14

13

21

20,0

130

Olanda

10

6

20

15,4

1.708

Polonia

17

17

22

3,2

452

Portogallo

18

17

24

n.p.

n.p.

Romania

25

24

16

n.p.

n.p.

Repubblica

11

10

18

1,7

n.p.

Slovacca

Slovenia

12

11

25

n.p.

n.p.

Spagna

20

18

31

n.p.

n.p.

Svezia

11

7

23

3,8

1.979

Regno Unito

19

14

32

n.p.

n.p.

 

Fonte: Eurostat 5

 

Le prospettive di allargamento del mercato delle locazioni e della sua accessibilità auspicate tra le premesse della

legge 431 del 1998 non sembrano ad oggi aver dato riscontri positivi. Al contrario come si è già detto il mercato degli affitti continua ad essere fortemente subalterno a quello della compravendita e largamente inaccessibile proprio a molte di quelle categorie che trarrebbero maggior beneficio nella scelta dell’affitto piuttosto che dell’acquisto. Il nu- mero di abitazioni sul mercato degli affitti è 4.400.000 pari al 18,8% del totale a fronte di un 57,3% della Germania, del 47,3% dell’Olanda o del 40,7% della Francia.

I dati finora presentati sull’entità e la portata del fenomeno di sofferenza legato all’accesso ad un alloggio sono ancora più significativi del mancato funzionamento del mercato immobiliare in termini di inclusività se collocati all’interno

di un contesto come quello capitolino dove permangono numerosissimi appartamenti sfitti (circa 270.000) mentre da

un lato rimangono inalterati i prezzi di vendita e locazione e dall’altro si continua a costruire milioni di metri cubi di nuovo cemento pur essendo arrivato a quota 40.000 il numero di appartamenti di nuova costruzione rimasti inv-

5 K.Dol, M.Haffner,cit.

12
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enduti. Le politiche di nuova edificazione insistono infatti su un segmento di mercato, quello della compravendita di abitazioni residenziali per un ceto medio ancora abbiente, che sembra ormai aver da tempo saturato la sua domanda abitativa.

A sostenere non già le famiglie in difficoltà bensì i costruttori in fase di crisi economica arrivano allora provvedimenti

come quelli dell’attuale piano casa nazionale in corso di implementazione nelle varie regioni che, ispirandosi al

modello del social housing, prevedono incentivi alla costruzione (in termini di aree e finanziamenti attraverso il fondo immobiliare pubblico-privato ad hoc gestito dalla cassa depositi e prestiti) per coloro che si impegnano a destinare temporaneamente il costruito alla locazione a canone calmierato rispetto a quello vigente sul mercato. Secondo lo studio del CNEL, il canone medio di locazione per gli alloggi in social housing non potrà essere inferiore ai 500-600 euro con un’incidenza dunque sul reddito mensile pari a non meno del 50%, ben oltre la soglia di sostenibilità sociale indicata come accettabile nella misura del 30%. Eppure il paradigma dell’housing sociale si va affermando come l’ultimo tassello di un processo di privatizzazione inteso come delega al privato e ai privati dei compiti e delle responsabilità che precedentemente erano pubbliche in tema di politiche abitative e persino urbanistiche. L’edilizia residenziale pubblica sembra cedere definitivamente

il passo ai privati cui si delega il compito di individuare le aree dei nuovi insediamenti residenziali, il numero e la

tipologia degli alloggi da realizzare e persino gli interventi di urbanizzazione da realizzare contestualmente. Si cerca insomma di creare nel mercato risposte ad esigenze che hanno a che fare proprio con l’indisponibilità del mercato a venire incontro ad un determinato segmento di domanda. Possiamo far risalire proprio alla legge 431/98, che deter- minò un significativo aumento dei canoni d’affitto, l’emergere di un meccanismo di messa a profitto degli alloggi al di

là del loro valore sociale e d’uso. Proprio la possibilità di gestire il bene casa come un investimento tra i più remunera-

tivi in assoluto ha infatti spinto un gran numero di proprietari di appartamenti all’interno delle grandi città, stante la legislazione vigente, a ritenere conveniente lasciare libero l’immobile in un momento di bassa richiesta piuttosto che vincolarsi per diversi anni ad un contratto d’affitto meno redditizio di quello che si potrebbe ottenere in una fase più

favorevole. Anche per questo motivo sono diffusissimi gli affitti al nero non registrati che, oltre a far risparmiare i soldi dovuti al fisco, soprattutto evitano al proprietario un vincolo che gli impedisce di alzare il tiro sui futuri guadagni: la commissione parlamentare stima che il loro numero si aggiri intorno alle 500.000 unità.

A livello dei grandi proprietari immobiliari questo ragionamento si è tradotto in un meccanismo chiamato securiza-

tion volto a scorporare il patrimonio immobiliare dei grandi gruppi dalle loro attività prettamente produttive attra-

verso la costituzione di apposite società immobiliari con l’obiettivo esclusivo di massimizzare la redditività del patri- monio, ovviamente al di là delle esigenze abitative che si manifestino sui territori. Si è dunque innescato un processo

di finanziarizzazione del mercato immobiliare che negli ultimi anni ha assicurato i profitti a 3 cifre tipici delle bolle

speculative che sono già cresciute e scoppiate in altri paesi. Le conseguenze di questo “sfruttamento intensivo” della rendita immobiliare ha avuto anche un impatto molto

pesante in termini di espansione urbanistica delle città, basti pensare ai 66 milioni di metri cubi di nuovo residenziale autorizzati dal Piano Regolatore Generale di Roma approvato nel 2008, a cui già la nuova amministrazione ha già ag- giunto ulteriori 17.600.000 metri cubi secondo una recente denuncia di Legambiente Lazio. L’espansione urbanistica,

a dispetto di una sostanziale stabilità demografica e dell’esodo di cittadini che la capitale verso i comuni limitrofi, ha conseguenze devastanti in termini di congestionamento della mobilità, mai adeguatamente sostenuta in termini

infrastrutturali nei processi di espansione, oltre che di deterioramento del territorio, delle relazioni umane che in esso

si instaurano e della qualità della vita complessivamente intesa.

1.2 - La lenta agonia dell’edilizia residenziale pubblica

Se si chiude il rubinetto prima o poi la vasca si svuota. Con la legge n°112 del 1998 si decide di chiudere la sezione del fondo autonomo per l’edilizia residenziale presso la

Cassa Depositi e Prestiti che aveva sino ad allora gestito ed erogato i fondi ex Gescal per l’edilizia sovvenzionata e i contributi statali per quella agevolata.

A 13 anni di distanza, è possibile trarre un bilancio degli effetti prodotti da questo drastico provvedimento che ha di

fatto chiuso il rubinetto per il pezzo forte delle politiche abitative nel nostro paese senza indicare un nuovo corso, nuove forme di finanziamento o nuove forme di housing pubblico. Lo facciamo seguendo i dati Federcasa 6 , secondo la quale i Fondi ex-Gescal, fino al 1998, avevano garantito un finanzia- mento di 1,5 miliardi di euro annui al settore dell’edilizia sovvenzionata. La chiusura del fondo e lo spostamento delle rimanenti risorse sotto la gestione della Cassa Depositi e Prestiti (circa 11,5 miliardi di euro) ha permesso, ancora per

6 Federcasa, Anna Maria Pozzo, Finanziamenti per la casa e opportunità per l’edilizia pubblica.

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qualche anno a seguire e fino ad esaurimento delle risorse, il finanziamento di programmi nazionali e regionali per la costruzione e la manutenzione straordinaria di edilizia sovvenzionata. Al 2001 le Regioni virtuose avevano già per lo più esaurito la quota parte loro destinata mentre rimanevano in cassa depositi e prestiti 878 milioni di euro. Quello

che ne risulta è ovviamente un brusco calo di edificazione di alloggi pubblici: se nel 1984 i nuovi alloggi di edilizia sov- venzionata, cioè con l’esclusivo finanziamento pubblico, sono stati 34.000 nel 2004 il loro numero è sceso a 1.900 su tutto il territorio nazionale, mentre per l’edilizia agevolata o convenzionata si è passati da 56.000 alloggi costruiti con

il contributo pubblico nel 1984 agli 11.000 edificati nel 2004 (come spiega il grafico che segue).

Grafico 1 - Andamento dell’edificazione di edilizia residenziale pubblica

N. N. Abitazioni (‘000) Abitazioni (‘000) 61 61 51 51 41 41 31 31 21
N. N.
Abitazioni (‘000)
Abitazioni (‘000)
61 61
51 51
41 41
31 31
21 21
11 11
1 1
interamente pubblico
interamente pubblico
contributo pubblico
contributo pubblico
Fonte: Federcasa
1984 1984
1985 1985
1986 1986
1987 1987
1988 1988
1989 1989
1990 1990
1991 1991
1992 1992
1993 1993
1994 1994
1995 1995
1996 1996
1997 1997
1998 1998
1999 1999
2000 2000
2001 2001
2002 2002
2003 2003
2004 2004

L’Italia si colloca tra le ultime posizioni in Europa per numero di case popolari (stock) e per percentuale di queste

ultime sul totale degli immobili residenziali. Nel 1980 le abitazioni sociali risultavano essere il 5% del totale dello stock immobiliare mentre nel 2008 la percentuale scende al 4%. Escludendo il confronto con i paesi di nuovo ingresso nell’UE e con quelli scandinavi che hanno percentuali intorno al 30%, possiamo prendere a riferimento il dato francese che nel 2008 vede un 17% di abitazioni sociali sul totale di quelle esistenti 7 .

A determinare questo arretramento delle politiche abitative italiane si è aggiunta l’altra gamba della politica di

liberalizzazione, quella della grande operazione di dismissione del patrimonio pubblico partita con scip 1 e scip 2 alla fine degli anni ’90. E’ ormai unanime il giudizio negativo sul mancato raggiungimento degli obiettivi finanziari delle operazioni di dismissione del patrimonio pubblico: solo per rimanere al dato degli alloggi di proprietà ex Iacp venduti dal 1993 al 2006, Federcasa ci segnala 155.000 alloggi venduti per un introito complessivo di 3.665 milioni di euro pari ad una media inferiore ai 23.700 euro ad alloggio. Accanto alla perdita patrimoniale e finanziaria in conto capitale che questa vera e propria svendita del patrimonio pubblico provoca, deve oggi affiancarsi una valutazione sul suo impatto sociale e sulle conseguenze che ha provocato nelle funzioni in capo agli ex Iacp trasformati, senza una visione organ- ica e complessiva, in agenzie per l’affitto e gestori di un patrimonio ormai misto pubblico/privato (20.000 condomini hanno oggi queste caratteristiche) con tutte le difficoltà che questo ha comportato e comporta in termini di aggravio dei costi per la gestione ordinaria e ancor più per la manutenzione straordinaria e la ristrutturazione urbana. Gli Iacp, nati nel 1971 come referenti per l’attuazione dei piani di edilizia residenziale pubblica, passarono alla fine degli anni settanta sotto il controllo delle Regioni che via via acquisirono la competenza esclusiva in tema edilizia e casa. Succes- sivamente nel 1990 la legge 142, istituendo e delegando la funzione di gestione del servizio case popolari, incoraggiò un processo di trasformazione non omogeneo degli ex Iacp che in molte regioni furono trasformati in enti pubblici economici ed assunsero la funzione Aziende Territoriali per l’edilizia residenziale, mentre in altre regioni rimasero enti pubblici non economici e qualcuna ha scelto infine la costituzione di vere e proprie srl. Ad un cambiamento del ruolo degli ex Iacp non sembra essere seguito un conseguente investimento economico finanziario in grado di sup- portare questi enti nelle nuove funzioni loro assegnate. Dai primi anni del 2001 si sono infatti susseguiti provvedi- menti che evidenziano una certa preoccupazione del legislatore per il fenomeno di crescente disagio abitativo come i numerosi decreti di sospensione degli sfratti che si sono prorogati fino al 2004. Questi provvedimenti però non accompagnati da alcuna copertura finanziaria né da progettualità in grado di risolvere la problematica sono stati og-

7 Cfr.K.Dol,M.Haffner, cit.67,nel quale risultano invece non pervenuti i dati della Germania post-riunificazione.

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getto di critiche sotto il profilo della costituzionalità proprio per la loro reiterazione a tempo indeterminato. Dal 2004 infatti i nuovi provvedimenti di sospensione degli sfratti hanno visto diminuire drasticamente la platea dei soggetti sottoposti a tutela prevista ormai solo per le categorie protette e solo per gli sfratti emessi per finita locazione, las- ciando così fuori tutti coloro che non riescono a pagare gli alti affitti richiesti per le abitazioni nelle principali città del nostro paese.

1.3 – Verso il Piano casa della Regione Lazio

Il primo nuovo stanziamento economico su un ‘piano casa’ dopo la chiusura dei fondi ex Gescal fu quello previsto

dalla legge 9 del 2007 che stanziò per l’edilizia residenziale pubblica la cifra di 543 milioni di euro su scala nazionale, molto lontana dagli stanziamenti dei piani casa conosciuti in passato e assolutamente insufficiente rispetto al cres- cente fenomeno di disagio abitativo sotto gli occhi di tutti. Queste risorse inoltre dopo una prima ripartizione tra le

regioni di soli 10 milioni di euro sono state distratte verso il fondo per l’edilizia a canone agevolato istituito dal Piano Casa Berlusconi come da articolo 11 del decreto legge 112 del 2008.

Il cosiddetto Piano Casa 1 ha sancito la scelta del modello del social housing come prospettiva strategica per fornire le

risposte necessarie alla problematica abitativa. Nel citato articolo 11 si fa riferimento ad un piano nazionale di edilizia abitativa volto a superare il disagio sociale ed il degrado urbano derivante dai fenomeni di alta tensione abitativa attraverso l’incremento di alloggi di edilizia res- idenziale. Le categorie di soggetti svantaggiati rispetto all’accesso al mercato vengono individuate come segue: nuclei

familiari a basso reddito, anche monoparentali o monoreddito; giovani coppie a basso reddito; anziani in condizioni

sociali o economiche svantaggiate; studenti fuori sede; soggetti sottoposti a procedure esecutive di rilascio; altri sog- getti in possesso dei requisiti di cui all’articolo 1 della legge n. 9 del 2007; gli immigrati regolari.

Il vero elemento di novità che il piano introduce nella legislazione italiana è quello della natura privata, anche se

sostenuta economicamente dal pubblico, di queste nuove edificazioni. Le risorse economiche pubbliche previste per il piano vengono infatti allocate in un fondo immobiliare aperto alla partecipazione dei privati. Ma quello che probabil-

mente rappresenta l’incentivo più interessante per i costruttori che si candidano ad eseguire i lavori per le abitazioni da destinare alla locazione a canone convenzionato è la possibilità di ottenere, attraverso accordi di programma o altro, nuovi diritti edificatori o l’aumento di quelli già riconosciuti. E’ proprio in questa nuova frontiera di cemento autorizzato che si colloca il vantaggio per il costruttore che dunque può costruire oggi anche laddove non aveva diritto

a farlo e considerare la quota di case da destinare al canone convenzionato un investimento di lungo periodo dal

momento che trascorsi i 25 anni potrà disporne a piacimento sul libero mercato. Paradossalmente però questa parte del piano, immaginata più come volano dell’economia a partire dal settore delle costruzioni che come misura di con-

trasto alla precarietà abitativa, non sembra essere andata a buon fine. Il dossier sullo stato di attuazione elaborato dal Ministero delle infrastrutture spiega infatti che i 200 milioni di euro destinati ad interventi di immediata fattibilità da parte degli ex Iacp sono stati largamente e utilmente impiegati in progetti di nuova edificazione o di acquisizione

di nuovo patrimonio immobiliare, nonostante le consuete disparità tra regione e regione che vedono la Lombardia in

testa per numero di interventi intrapresi e più arretrato il Lazio dove pure Roma ha ricevuto 42 milioni di euro (ovvero

il 23% del finanziamento complessivo). Al contrario i 377,8 milioni di euro stanziati per i progetti privati derivanti da

accordi di programma con le regioni giacciono ancora in attesa dell’approvazione da parte del Cipe. Nel frattempo in- oltre solo 14 regioni hanno approvato il proprio piano casa in grado di recepire le indicazioni nazionali. Anche il Lazio è tra quelle ancora in attesa di varare la nuova normativa che al momento in cui scriviamo è in discussione al Consiglio Regionale. Nel frattempo è arrivato anche il cosiddetto Piano Casa 2 che non si pone, nemmeno formalmente, l’obiettivo di elim- inare o ridurre il disagio sul versante abitativo ma piuttosto ha a che vedere con il rilancio del settore delle costruzi- oni nell’attuale fase di crisi e recessione. Al termine della Conferenza Stato-Regioni (31 marzo 2009), le regioni si sono impegnate a regolamentare, con proprie leggi, interventi che incentivino il miglioramento della qualità architettonica (per esempio con rispetto alla normativa antisismica) e/o energetica degli edifici attraverso l’attribuzione di premi di cubatura (dal 20 al 30 per cento). Un ampliamento fino al 50% è inoltre previsto per chi demolisce e ricostruisce edifici,

dismessi e non, anche di natura produttiva o turistico-ricettiva. Infine il piano per il rilancio del settore edile, come ap- pare più corretto definire, prevede un processo da parte delle regioni di semplificazione delle procedure necessarie per

la dichiarazione di edificabilità.

Su queste premesse poggia il piano casa della Regione Lazio dal titolo “Misure straordinarie per il settore edilizio ed interventi per l’edilizia residenziale sociale” che in nome della semplificazione burocratica apre la strada ad un

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depotenziamento degli strumenti pubblici per il governo del territorio. Le osservazioni presentate dall’INU 8 lanciano l’allarme per una serie di deroghe ritenute eccessivamente lesive delle esigenze di tutela relativamente alle zone agricole e ai casali storici, alle fasce costiere, fluviali e lagunari, alle aree con vincoli paesaggistici. La percentuale di ampliamento di tutti gli edifici compresi quelli non residenziali viene aumentata dal 10 al 20%, anche in deroga al PRG vigente. L’articolo 3 è ritenuto particolarmente problematico dagli urbanisti dell’INU i quali denunciano la pericolosità della possibilità di mettere mano con lavori di ristrutturazione (anche demolizione e ricostruzione ex novo) di tutti gli edi-

fici non residenziali fino a 20.000 mq. Il ricorso a ‘piani integrati per il riordino urbano e delle periferie’ da effettuarsi anche in variante ai PRG permetterà:

di

evitare un piano attuativo in variante e quindi il passaggio in consiglio comunale del procedimento urbanistico;

di

monetizzare le urbanizzazioni primarie (strade, fogne

)

e secondarie (verde, scuole, parcheggi, servizi pubblici

).

L’INU dimostra come questa deroga agli strumenti urbanistici vigenti potrebbe consentire di costruire alloggi per 600 nuovi abitanti senza alcuna verifica degli standard urbanistici e di sostenibilità con gravi danni per la città e i citta- dini che la abitano. Inoltre la monetizzazione degli oneri urbanistici (utile agli enti locali per fare cassa) sarà possibile per il 100% del dovuto per i comuni al di sopra dei 100.000 abitanti con l’evidente rischio di sovraccaricare i servizi esistenti senza aggiungerne di nuovi. Relativamente alla città di Roma l’applicazione del piano con riferimento ai centri storici così come individuati dal PTPR permette di ricomprendere i quartieri ormai centrali definiti dal PRG non coperti dal PTPR quali ad esempio Gar- batella, Monteverde Vecchio, Borgo Pio, Prati, Flaminio, Salario, Nomentano, Montesacro vecchio, Piazza Bologna, Appio, EUR, Ostia storica.

Ma il fatto davvero paradossale per quello che dovrebbe essere il piano casa regionale balza agli occhi leggendo l’articolo 12 che apre il capo III ‘Edilizia Residenziale Pubblica e Sociale’ dove al comma 1 si afferma di essere “in attesa della disciplina organica in materia di edilizia residenziale e sociale” mentre al comma 5 si stabilisce in 90 giorni il tempo utile per la definizione di un regolamento approvato dalla Giunta “per la disciplina dei criteri di attuazione e gestione degli interventi di edilizia residenziale sociale, dei requisiti per l’accesso e la permanenza nella stessa, dei

criteri per la determinazione del canone sostenibile e dei criteri e delle modalità per l’iscrizione all’elenco dei gestori di edilizia residenziale sociale e per la tenuta dello stesso”. Dunque da un lato non è dato conoscere nell’ambito del piano casa da mesi in discussione quale sia la definizione di edilizia residenziale sociale dall’altro si demanda alla Giunta un

sì gravoso compito da adempiere in soli 90 giorni.

Nello specifico delle misure messe in campo dalla Regione per garantire i livelli minimi essenziali di fabbisogno abita- tivo e “in attesa della riforma generale dell’edilizia residenziale pubblica” all’articolo 15 troviamo:

a) interventi di edilizia residenziale pubblica sovvenzionata a totale carico del soggetto pubblico;

b) interventi di edilizia agevolata e convenzionata;

c) interventi di edilizia residenziale sociale destinata al conone sostenibile o al riscatto;

d) interventi volti a sostenere le fasce sociali in difficoltà nell’accesso alla prima casa sul libero mercato dell’acquisto e

della locazione.

La vera novità di questo paniere di misure consiste in un finanziamento decennale previsto per l’edilizia sovvenzion-

ata che come abbiamo avuto modo di descrivere in precedenza è stata per lungo tempo depotenziata proprio a causa

della mancanza di risorse stanziate. E’ stato infatti previsto un finanziamento che deriva direttamente dalle entrate della tassa automobilistica regionale assicurando una costanza di risorse che potrebbe essere la condizione per un vero rilancio di questa misura fondamentale di sostegno per tutti coloro che rimarrebbero esclusi, anche in caso di sostegno economico, dal mercato dell’affitto e della compravendita.

La realizzazione di questi interventi troverà luogo attraverso vari meccanismi tra cui l’aumento della previsione edifi-

catoria delle aree già destinate ad edilizia residenziale pubblica e interventi di ristrutturazione urbanistica da effet- tuarsi con varianti ai piani di zona, programmi di zona e varianti urbanistiche. Per quanto riguarda invece l’edilizia residenziale sociale complessivamente intesa si prevede anche il ricorso alla cessione a titolo gratuito di aree o immobili da parte di proprietari all’amministrazione comunale (ex art.1 legge n°244/2007). Degli interventi su queste aree cedute il comma 5 dell’articolo 18 prevede che almeno la metà siano destinati ad edilizia sovvenzionata. La stessa percentuale minima di sovvenzionata all’interno della più ampia definizione di edilizia sociale non è però prevista per tutti le altre modalità di reperimento di aree o immobili da cui risulterà invece il maggior numero di abitazioni sociali

di quelle tra l’altro reperite in zone diverse da quelle dei piani di zona. L’inserimento della sovvenzionata in questi

interventi oltre a favorire la capacità di spesa da parte delle amministrazioni comunali dei finanziamenti previsti

8 Istituto Nazionale di Urbanistica-Sezione regionale del Lazio, testo consegnato in occasione dell’audizione presso la commissione urbanistica e casa del Consiglio Regionale del Lazio, 11 novembre 2010, Roma

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dalla Regione potrebbe avere un sicuro effetto positivo nel contrasto al fenomeno di ghettizzazione dei ceti sociali più deboli che ha in passato caratterizzato molti degli insediamenti di edilizia popolare.

1.4- Buone pratiche per il recupero urbano e il diritto all’abitare

Come avremo modo di approfondire in seguito, uno dei più evidenti paradossi delle grandi metropoli italiane è la forte incidenza dei vani vuoti nel complesso del patrimonio immobiliare, tanto pubblico quanto privato. A fronte delle

cifre dell’emergenza abitativa e della carenza di sedi appropriate per distribuire i servizi su tutta la superficie urbana, appare incredibile che città come Roma presentino una cifra considerevole di vani, o intere strutture, anche in buono stato, abbandonate. Circa 245.000 (secondo una stima riportata dal Corriere della sera del 17 settembre 2009). Cosa determina lo svuotamento, e successivamente, il mantenimento in stato di abbandono di queste strutture? Per quanto riguarda l’edilizia privata a scopo abitativo, in fasi storiche come questa, è l’impossibilità a collocare sul mer- cato un bene così oneroso come le case: interi quartieri di nuova edificazione stentano a popolarsi, con il conseguente espandersi di vere e proprie città fantasma ai limiti dell’espansione cittadina. Con le case spesso rimangono vuoti anche gli spazi per i servizi: scuole, vani commerciali. A Roma uno dei casi più evidenti è il quartiere di Porte di Roma, abitabile dal 2007 9. Qui, come ci ha anche dimostrato la recente cronaca nera cittadina, alla chiusura del centro com- merciale che sovrasta il quartiere, l’area diviene buia e pressoché inanimata.

In alcuni momenti di stagnazione del mercato, tenere vuoti i vani abitativi ha anche lo scopo di determinare un ap-

prezzamento degli immobili, da un lato attraverso un processo meramente speculativo che riduce “artificialmente”

la disponibilità di case, così da incrementarne il valore, dall’altro per il rifiuto dei proprietari di offrire sul mercato gli

alloggi disponibili ad un prezzo inferiore.

Oltre alle case vere e proprie, nelle nostre città rimangono vuoti anche molti altri edifici: uffici, scuole, recentemente anche caserme dell’esercito.

A rendere non più utilizzabile questo immenso patrimonio sono spesso trasformazioni produttive e sociali delle nos-

tre città e più complessivamente del paese, rispetto alle quali, evidentemente, l’amministrazione pubblica non riesce a stare al passo con proposte e soluzioni per la rifunzionalizzazione e il cambio di destinazione di queste strutture. Per un certo periodo uno dei fenomeni più evidenti è stata la grande disponibilità, nella città di Roma, di un patrimo-

nio scolastico inutilizzato. L’Italia notoriamente ha vissuto una fase trentennale di calo demografico: nel Lazio, la cifra media di componenti per famiglia è scesa tra i censimenti del 1961 e del 1981, da 3,7 a 3,0 persone 10 , nel 2003, la media

di componenti per nucleo è di 2,5 persone. 11

Per i movimenti attivi sul fronte dell’emergenza abitativa, questa grande disponibilità di immobili scolastici in disuso

e in stato di abbandono in molti quartieri della città, ha segnato un’importante stagione: le scuole abbandonate,

anche di recente costruzione, sono divenute lo sbocco naturale di chi ha avuto necessità di occuparle per farne alloggi

in attesa che le battaglie portassero ad assegnazioni di vere e proprie case popolari.

Oggi, con la sospensione della leva obbligatoria, a partire dal 2006, anche le strutture militari vanno via via svuotando- si. Sono molte, oltre 200, quelle che, in tutta Italia, sono passate al demanio in virtù della legge finanziaria del 2007.

Nella sola città di Roma si contano 15 siti militari tra quelli in disuso, anche da più di dieci anni, e quelli in via di immi- nente chiusura. Si tratta di immobili ed aree di grandi estensione, inserite nel cuore della cosiddetta ‘città consolidata’

e molto spesso rappresentano un patrimonio di grande valore architettonico e culturale negli contesti cittadini in cui

sono inseriti. E’ il caso ad esempio di Forte Boccea, famoso a Roma per essere il luogo dove avvenivano le fucilazioni dei partigiani nei mesi di occupazione nazista della città. Da tempo un attivo gruppo di cittadini e associazioni del territorio ne chiede la riapertura come museo della memoria. Molte delle caserme rappresentano anche una grande ricchezza e per questo sono rientrate nella contabilità del federalismo fiscale che le assegna ai comuni per cercare di arginare i danni dei pesanti vincoli finanziari imposti dal patto di stabilità interna. Il caso di Roma ha però seguito un canale preferenziale e l’accordo tra Comune e Governo ha previsto la costituzione di una Srl composta dal Comune stesso (nella quota del 20%) e dal Ministero della Difesa (per il restante 80%). La società dovrà massimizzare la vendita del patrimonio militare in dismissione e il Comune, in una sorta di conflitto di interessi pubblico, potrà far salire le quotazioni di mercato degli immobili assecondando i desideri dei potenziali acquirenti circa il cambio di destinazione d’uso. E’ evidente ad esempio che comprare un immobile che sono obbligato a destinare interamente ad uffici potrà rendere molto meno di uno che posso trasformare in case di pregio. Tutto il processo si attiverà in base alle offerte de- gli acquirenti consegnando loro il coltello dalla parte del manico nella scelta delle trasformazioni urbane di immense ed importanti aree nel cuore dei quartieri romani. Ma il piatto è molto ricco: l’intera operazione potrebbe portare oltre

9 C.De Leo, Apre Porte di Roma, il centro commerciale dei record, Corriere della sera, 26 luglio 2007

10 P.Ginsborg, Storia d’Italia dal dopoguerra ad oggi, Torino, Einaudi, 2006

11 http://demo.istat.it/bil2003/index.html

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3 miliardi di euro da dividere tra ministero della difesa e comune nelle percentuali su ricordate. Ricca però è anche l’occasione irripetibile per la città di Roma di rifunzionalizzare le caserme in base ai numerosi ed importanti bisogni di servizi e alloggi popolari sempre più pressanti nei quartieri metropolitani. Con un modesto investimento molte delle caserme potrebbero essere utilizzate per rispondere subito alle esigenze di servizi pubblici

quali asili nido, centri anziani, biblioteche comunali e quant’altro. Con riferimento all’emergenza abitativa, le caserme potrebbero rappresentare un’importante soluzione tanto nei termini di un loro impiego immediato per l’assistenza

alloggiativa (sotto forma di alberghi sociali, seconda assistenza per rifugiati politici, case famiglia

loro permanente destinazione a patrimonio residenziale pubblico. Una di queste strutture militare, l’ex deposito militare di via del Porto Fluviale è occupata dal 2003 da oltre un centinaio di nuclei in emergenza abitativa che hanno avviato un processo di recupero in senso abitativo dello stabile e oggi chiedono all’amministrazione comunale di non vanificare i loro sforzi e impegnarsi per portare a compimento l’autorecupero. Parallelamente al paradosso del patrimonio inutilizzato, un altro fenomeno che incide in maniera pesante sull’emergenza abitativa romana è dato dal fenomeno di progressiva espulsione di sempre più ampi settori sociali dalla città consolidata dovuto a due principali fattori. Da un lato le pressioni del mercato immobiliare che rendono ormai zone di pregio anche le periferie storiche romane: in quartieri un tempo popolari come S. Lorenzo, Pigneto, Garbatella, oggi gli immobili arrivano a costare circa 4000 euro al mq. 12 Dall’altro gli stessi piani di edilizia residenziale pubblica che prevedono assegnazioni in zone marginali e periferiche della città in espansione per lo più oltre il GRA, come nelle aree di Ponte di Nona e Casalmonastero. Tra la fine degli anni ‘90 e i primi 2000, era anche frequente la destinazione di buona parte delle famiglie assegnatarie verso i comuni della provincia. Proprio da queste premesse trae origine l’idea, divenuta poi una sperimentazione reale, dell’autorecupero nel contesto romano.

) quanto per una

L’autorecupero

Nei primi anni ‘90 al quartiere Collatino, periferia est della città, veniva costituita la cooperativa “Trasformare eco- logicamente casa, lavoro e territorio”: l’incontro tra 49 famiglie occupanti di uno stabile e l’associazione ambientalista Diametro. Nelle intenzioni della cooperativa, stava il recupero, attraverso forme ecocompatibili di edificazione, dello

stabile occupato, in via Rinaldo Rigola. L’esempio di via Rigola, autorecupero realizzato tra il 1999 e il 2003, ha segnato il passo, nel corso degli anni ‘90 per altri 12 progetti di autorecupero. 8 di questi fanno riferimento alla cooperativa “Inventare l’Abitare”, espressione di uno dei più longevi movimenti per il diritto all’abitare, il Coordinamento Cittadino

di lotta per la casa, mentre altri due, a Trastevere, in via Gustavo Modena e al Trionfale, in via San Tommaso d’Aquino,

sono stati portati avanti da cooperative legate al singolo edificio: rispettivamente “Abitare2000” e “Corallo”. 13 Nel dettaglio la cooperativa “Inventare l’abitare”, che conta oltre cento soci, tra single e famiglie, ha promosso otto interventi su edifici precedentemente occupati perché in disuso. Di questi otto, due sono conclusi e consegnati agli autorecuperanti: Via Isidoro Del Lungo a Monte Sacro è stato consegnato nel gennaio del 2008, Via Colomberti, in zona Serpentara, nell’agosto del 2009. Tre autorecuperi sono invece in fase di consegna: via Marica a Pietralata, Via De Grenet a Spinaceto e Via Saredo a Cinecittà. Altri cantieri di autorecupero devono ancora essere presi in consegna dalla cooperativa, in attesa che la ditta del Co-

mune finisca i lavori esterni: Via di Grotta Perfetta in zona Ardeatina, in carico al Comune dal 2005, Via delle Alzavole a Torre Maura, sospeso prima di iniziare dal 2007, Via dei Lauri a Centocelle, iniziato nel 2004.

La ripartizione dei lavori e dei relativi costi infatti è divisa tra Comune (o altro ente proprietario) che si sobbarca i

lavori di ristrutturazione esterna e delle parti comuni e la cooperativa che tramite un mutuo finanzia i lavori di ristrut- turazione interna degli appartamenti da realizzare (dividendone poi il costo tra le famiglie assegnatarie in base ai metri quadri che andranno ad abitare).

La proposta dell’autorecupero nasceva in un momento particolarmente critico per l’edilizia pubblica, con le prime

grandi operazioni di dismissione del patrimonio pubblico, e lo spostamento di parti consistenti dell’emergenza abita- tiva romana nei comuni della provincia. Da parte dei movimenti nasceva quindi l’esigenza di costruire una proposta che non solo soddisfacesse il bisogno di casa, ma garantisse anche una qualità della vita, evitando l’allontanamento dal tessuto urbano, dai servizi e dai flussi quotidiani.

Inoltre gli autorecuperi inseriscono porzioni di edilizia residenziale pubblica proprio nel cuore di quelle aree che abbi- amo visto essere particolarmente soggette alla crescita vertiginosa dei prezzi di mercato contrapponendosi al suddet-

to meccanismo di espulsione dei ceti meno abbienti dalla città consolidata (fenomeno di cosiddetta gentrificazione).

Nella prospettiva dei movimenti gli autorecuperi rappresentano anche uno strumento per intercettare l’emergenza

12 Borsino edilizia 2010 http://www.confedilizia.it/

13 A.Baduel, La mia casa è di recupero, D di Repubblica, 14 luglio 2007

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abitativa meno stringente, che, nonostante una certa stabilità economica o continuità di reddito, non riesce co- munque a venire a capo del problema dell’affitto o del mutuo. Hanno infatti diritto ad accedere a questa forma di abitare i cittadini che hanno un massimo 66mila euro l’anno di reddito, a fronte dei 18mila richiesti dall’ERP. Questo aumento delle fasce reddituali è dovuto all’impegno economico che gli autorecuperanti devono sostenere per vivere negli alloggi loro assegnati che comunque rimangono nella disponibilità dell’ente pubblico proprietario (nei

progetti della cooperativa Inventare l’abitare gli edifici sono tutti di proprietà comunale e gli appartamenti realizzati rientrano nel patrimonio disponibile del Comune di Roma) .

La cooperativa “Inventare l’abitare”, ad esempio, ha calcolato un spesa media, per i soci, tra i 18 e i 25 mila euro per

ogni appartamento. Per gli autorecuperanti, che accendono un mutuo ventennale, la rata mensile si aggira dai 2,60 ai 3,14 euro al metro quadro, ciò significa un canone di 150 euro al mese per 70 metri quadri.

Gli strumenti dell’autorecupero

Nel 1998 la Regione Lazio ha istituito la legge n.55, su “Autorecupero del patrimonio immobiliare” in cui si dà modo

a Regione, province, ai comuni, agli istituti autonomi per le case popolari (ex-Iacp), alle istituzioni pubbliche di as-

sistenza e beneficenza (IPAB), e agli altri enti pubblici territoriali di individuare immobili destinati a finalità differenti rispetto a quella alloggiativa, al fine di recuperarli. La legge autorizza questi enti ad agire non solo sugli immobili dismessi di loro proprietà, ma anche su stabili, abbandonati o in evidente stato di degrado, di proprietà pubblica o privata, prevedendone l’acquisizione (art.1).

E’ stata una conquista importante per i movimenti e le organizzazioni che promuovono l’autorecupero: non solo si

riconosce la legittimità di progetti che prevedono il riutilizzo di stabili e si costruisce un’alternativa reale alla cemen- tificazione e al nuovo consumo di suolo, ma anche perchè si dà modo alle associazioni cooperative di inquilini di poter partecipare alla spesa complessiva diminuendo l’onere a carico della proprietà, a cui competono solo le spese per le parti comuni e strutturali, secondo modalità descritte in dettaglio dalla stipula di una convenzione tra le parti (art.3).

Le cooperative risultano assegnatarie di un progetto di autorecupero attraverso una regolare gara pubblica, e diven-

gono il referente per l’assegnazione degli alloggi da parte della proprietà (art.6).

Un dato importante, in una fase storica di crisi economica, di cui uno dei più evidenti fenomeni è l’insostenibilità

di prestiti e mutui per i privati cittadini, è rappresentato dal meccanismo di garanzia che viene proposto

dall’autorecupero e che permette di superare per i singoli autorecuperanti lo scoglio della non solvibilità e dell’impossibilità di accesso al credito. Alla legge regionale, nel 2001, i movimenti sono riusciti ad aggiungere un protocollo d’intesa tra comune, regione, ministero dei lavori pubblici, con il quale sono stati stanziati dei finanziamenti sia per l’ assegnazioni di case sia per la costruzione di altri 6 progetti di autorecupero, questa volta legati direttamente alla legge regionale.

L’autorecupero come soluzione per l’emergenza abitativa

Perchè promuovere i progetti di autorecupero? Quali sono gli aspetti positivi per la proprietà e la cittadinanza? Dobbiamo tenere presente prima di tutto che in Italia sono soggetti a cementificazione, quotidianamente, circa 100 ettari di terreno: 100 campi di calcio che giornalmente vengono sottratti al patrimonio ambientale, all’uso pubblico, che vanno a gravare ulteriormente sulle risorse a disposizione delle amministrazioni locali. Al di là dell’impatto ambi- entale già grave in sé, la cementificazione significa carico antropico crescente su porzioni sempre più ampie di territo- rio: traffico e congestione di servizi, prima di tutto. Se, come abbiamo visto, centinaia di migliaia di vani (pari a circa 50.000 edifici 14 ) sono tutt’ora lasciati all’abbandono, significa che non solo è possibile attutire l’impatto ambientale e sociale di ulteriori espansioni urbane, ma che è anche possibile ridare nuova vita a spazi altrimenti destinati al degrado, con un riscontro positivo immediato in termini di riqualificazione urbana per i quartieri nei quali sono collocati. Inoltre, gli autorecuperi permettono di progettare soluzioni integrate di edilizia pubblica, in cui ospitare, nella stessa struttura, sia abitazioni che servizi: la proprietà pubblica dell’edificio garantirebbe una programmazione delle neces- sità legate al territorio, anche in funzione dell’aumento di popolazione che le assegnazioni produrrebbero. L’autorecupero propone alternative ecosostenibili all’edilizia tradizionale: la stessa legge n.55/1998 della Regione Lazio, prevede, alla definizione della graduatoria tra le cooperative partecipanti al bando per la realizzazione dei progetti, la preferenza per quelle cooperative che prevedano l’uso di materiali e tecnologie biocompatibile (art.5). Ad oggi, la bioedilizia è ancora considerata un “lusso”, nel panorama delle tecnologie edili: fin’ora solo nel progetto di

14

A.Baduel,cit.

19
19

Torre Maura è stato possibile progettare forme di alimentazione attraverso pannelli fotovoltaici. Questo è stato pos-

sibile grazie alla determinazione della cooperativa e dei suoi soci nei confronti dell’amministrazione comunale, ed in ogni caso il costo aggiuntivo del fotovoltaico è stato caricato interamente sulle famiglie assegnatarie.

Il dato più evidente è però di carattere economico. Sappiamo che le amministrazioni pubbliche, specie nelle grandi

città, lamentano una strutturale carenza di fondi per intervenire sulle emergenze sociali. Nella città di Roma, si è da

sempre fatto ricorso a molteplici provvedimenti legislativi nazionali di carattere eccezionale. Sono le molte leggi, più

o meno speciali per Roma Capitale, interventi legislativi che stanziano fondi straordinari per opere di pubblica utilità

legate al ruolo di capitale nazionale della città: per quella del 1990, legge n.396, i cui obiettivi sono stati solo in parte

attuati (art.1), erano previste circa 80 miliardi di vecchie lire. Per la più recente istituzione dell’ente Roma Capitale (de- creto legislativo n.156 del 2010), il governo ha previsto il finanziamento di un fondo strutturale pari a circa 200 milioni

di

euro.

Il

già ricordato fallimento delle operazioni di alienazione del patrimonio pubblico portate avanti con le operazioni

SCIP 1 e 2 (2001-2009) ha portato ad una perdita di 1,7 miliardi di euro 15 , oltre a costi sociali estremamente pesanti: la dismissione di patrimonio pubblico ha intaccato ulteriormente le già disastrose cifre dell’edilizia pubblica. L’Italia è fanalino di coda nelle statistiche europee riguardo a case popolari, con sole 4 abitazioni ogni 100 a prezzo di mercato 16 .

Le città, come già ricordato, sono soggette ad un’espansione rapida e decisamente squilibrata, rispetto alla capacità

dei comuni di rispondere alla domanda di servizi.

In questo contesto si può meglio apprezzare l’importanza dell’autorecupero che, abbattendo i costi in capo ad ammin-

istrazioni ed enti pubblici, permette loro di disporre nuovamente di strutture altrimenti destinate all’abbandono, con- vertendole all’uso abitativo e con un evidente vantaggio nella valorizzazione del patrimonio stesso. Dalle prime stime sui progetti avviati, si evince che le amministrazioni proprietarie degli immobili da autorecuperare sostengono meno della metà della cifra complessiva dei lavori, in quanto il 52%, corrispondente all’incirca ai lavori dei singoli vani e degli interni, è a carico delle cooperative e dei loro soci-inquilini. Con l’ulteriore vantaggio di stimolare processi partecipa- tivi nella cittadinanza interessata da condizioni di emergenza abitativa, alla definizione delle soluzioni e delle forme dell’abitare.

Nuovi orizzonti dell’abitare pubblico: l’autocostruzione

Nonostante fosse già prevista dalla sopra menzionata legge regionale 55 del 1998, solo recentemente a Roma si stanno finalmente aprendo spazi interessanti anche per la pratica dell’autocostruzione. L’assessorato ai Lavori Pub- blici del Comune di Roma ha infatti dato il via all’elaborazione di una delibera quadro che definisca le modalità dell’autocostruzione come strumento finalizzato al recupero delle strutture inutilizzate. Modellata sulla base delle normative regionali e comunali vigenti per l’autorecupero, il meccanismo dell’autocostruzione dovrebbe distinguersi

per il fatto che le quote di impegno (finanziario e di conduzione dei lavori) da ripartire tra ente proprietario e coopera- tiva non saranno più prestabilite dal dispositivo ma da concordare progetto per progetto.

Se implementato questo strumento permetterebbe di riutilizzare le molte aree pubbliche lasciate inutilizzate

all’interno del tessuto urbano così come i numerosissimi edifici fatiscenti o costruiti con materiali tossici come l’amianto non riutilizzabili attraverso un normale progetto di autorecupero e per i quali si renda invece necessaria la demolizione e la ricostruzione ex novo. L’autocostruzione, così come fin’ora sperimentata, viene ripresa dai modelli della cooperazione internazionale nei

paesi in via di sviluppo e si caratterizza per la presenza fisica sui cantieri dei soci delle cooperative promotrici. I futuri inquilini si sperimentano direttamente sul campo supportati dalle competenze tecniche di aziende edili professionali.

In Italia sono ad ora attivi 2 cantieri in Campania, 1 in Toscana e Veneto, 4 in Umbria, per un totale di 97 unità abitative

(di cui oltre 27 sono già state consegnate), 4 in Emilia Romagna (70 alloggi) e altrettanti in Lombardia (56 alloggi). 17

Di particolare interesse, per il contesto in cui è stato attivata, è l’esperienza di Pescomaggiore, comune dell’aquilano

colpito dal terremoto del 6 aprile 2009. L’organizzazione della cittadinanza intorno al progetto di ecovillaggio, cos- truito con innovativi sistemi di bioedilizia, alimentato con fotovoltaico, ha permesso di abbattere tempi e costi della ricostruzione post-sisma: il prezzo di edificazione è infatti di circa 650 euro al metro quadrato, un quinto del costo

15 www.sbilanciamoci.info

16 Intervista a W. De Cesaris, CubVideo, 29 Luglio 2009

17 Alisei Coop, Autocostruzione associata e assistita. Istruzioni per l’uso, Regione Campania, 2009

20
20

previsto dal progetto C.A.S.E. 18 L’esperienza che si tenta di implementare a Roma parte da premesse differenti e come nel caso dell’autorecupero non porterà necessariamente ad un impiego diretto degli inquilini-assegnatari nel cantiere prevedendo piuttosto il loro coinvolgimento attraverso le cooperative e le modalità fin’ora impiegate per l’autorecupero.

CAPITOLO 2. Una ricerca quali-quantitativa nel contesto dell’emergenza abitativa romana

2.1 - Obiettivi della Ricerca e contesto generale

La ricerca mira a valutare le condizioni dei soggetti che vivono in situazione di emergenza abitativa. All’interno delle

molteplici situazioni di emergenza abitativa nella città di Roma, la ricerca è stata delimitata ad alcuni ambiti specifici quali gli stabili occupati a scopo abitativo dai movimenti per il diritto all’abitare, i residence utilizzati dal Comune di Roma per l’assistenza alloggiativa e gli stabili dove riedono nuclei in attesa di auto recupero secondo le disposizioni della legge regionale 55/98. Questa scelta parte dal presupposto che la presente indagine non vuole analizzare tutti i singoli ambiti dell’emergenza romana ma intende tracciare alcune problematiche generali di cui i soggetti in emer- genza sono portatori. Nella prima parte di questo capitolo vengono introdotti gli obiettivi della ricerca, gli strumenti adottati e la metodologia utilizzata per la ricerca quantitativa e qualitativa. La parte centrale e quella conclusiva del capitolo approfondiranno l’analisi dei dati emersi combinate con le indicazioni emerse dalle risposte alle domande aperte. Il Questionario. Per la ricerca empirica abbiamo deciso di costruire un questionario semistrutturato composto da domande a risposta multipla e da domande aperte in cui l’intervistato è stimolato ad esprimere la propria opinione in merito ai temi proposti. Abbiamo suddiviso il questionario in tre aree: una prima area che raccoglie principalmente i dati anagrafici, la composizione del nucleo familiare, i percettori di reddito all’interno del nucleo, la professione svolta dal soggetto (considerando anche il tipo di contratto e il tempo di lavoro) e dove il soggetto vive. La seconda area riguarda le condizioni dell’emergenza abitativa dove vengono chieste informazioni relative alla precedente situazione alloggiativa dell’intervistato: si indaga la precedente residenza, in particolare si approfondiscono i termini di locazione

dell’alloggio, le eventuali condizioni di affitto e in caso di mancanza di contratto gli accordi informali tra il proprietario

di casa e il locatario. Inoltre vengono esplicitati i motivi relativi al cambio di abitazione risalendo indietro fino alla

terzultima residenza: l’obiettivo di quest’area è quello di definire la storia di emergenza abitativa di ogni soggetto intervistato. La terza ed ultima parte del questionario analizza i fattori dell’emergenza abitativa a partire dalla con- dizione e dalla valutazione soggettiva di ogni persona intervistata, arrivando infine alle risposte individuate dai sog-

getti per cercare di risolvere il proprio problema di casa e alla percezione degli stessi rispetto alla propria condizione attuale e alle politiche abitative in generale. In particolare le domande sulla percezione soggettiva dell’emergenza abitativa e sui limiti delle politiche pubbliche locali e nazionali sono articolate sotto forma di domanda aperta: questo perché l’obiettivo della ricerca è anche quello di far emergere elementi qualitativi rispetto alle problematiche relative

al diritto all’abitare.

Il campione e la somministrazione. Sono state intervistati 218 soggetti residenti nelle occupazioni abitative di via del Porto Fluviale 12, di via dei Radiotelegrafisti 44, di via Casale de Merode 8, di Corso d’Italia 6, di via Scolari18 e di via della Vasca Navale 6, via del Policlinico 137, via Bruno Pellizzi 55; le strutture di assistenza alloggiativa interessate sono state quelle di via Tineo e di via di Campo Farnia. Infine, i nuclei in auto recupero intervistati sono quelli residenti nel contenitore di via Pollio e quelli residenti nell’occupazione di via Ostuni 9. I questionari sono stati somministrati presso le attuali abitazioni degli intervistati nelle diverse strutture sopra elencate. Questo ha permesso al soggetto una maggiore libertà nelle risposte, trovandosi all’interno di un ambiente conosciuto, e la possibilità di esprimere incertezze o dubbi all’intervistatore in caso di difficoltà di comprensione della domanda. Molte delle famiglie intervistate sono straniere spesso con una limitata comprensione della lingua italiana:

18

www.pescomaggiore.org

21
21

ogni domanda del questionario è stata pertanto formulata con un linguaggio semplice e comprensibile cercando di evitare parole che potessero creare confusione tra una domanda e l’altra. Per lo stesso motivo, laddove si è ritenuto necessario, il questionario è stato compilato dall’intervistatore insieme al soggetto intervistato. Prima di compilare il questionario, è stata presentata la ricerca e i suoi obiettivi a ciascun soggetto ed è stata garantito l’anonimato come forma di tutela della privacy.

2.2- Analisi dei risultati

È un dato ormai riconosciuto che la crisi produttiva degli ultimi anni e la conseguente flessione del tasso di occupazi-

one ha avuto fortissime ripercussioni, oltre che sulla popolazione straniera (per la quale la riduzione dell’occupazione

è stata del 2,5%, quasi il doppio rispetto a quella media italiana), sui giovani ovvero sulle classi di età comprese tra i 20

e i 34 anni, dove si registra una caduta del 6,3% (CIES Rapporto sulle politiche contro la povertà e l’esclusione sociale, anno 2010).

In generale questa situazione ha prodotto come effetto immediato un aggravarsi delle condizioni di vita della pop-

olazione, di cui l’emergenza abitativa è parte sostanziale e per questo oggetto di interesse di questa indagine. Uno

degli obiettivi generali che la presente ricerca si propone è pertanto quello di fotografare le condizioni economiche

e reddituali all’interno di una popolazione di soggetti in emergenza abitativa per verificare quali aspetti della crisi

abbiano influito o possano determinare l’inaccessibilità a un alloggio e più in generale possano ostacolare il diritto all’abitare.

A fronte di ciò vengono indagate nel campione in esame alcune dimensioni del mondo del lavoro quali la professione

attuale (successivamente codificata nell’inserimento dei dati come lavoro specializzato e lavoro non specializzato),

la forma contrattuale nella quale il soggetto è inquadrato (contratto dipendente a tempo indeterminato, contratto

dipendente a tempo determinato, lavoro autonomo, contratti a progetto o altre forme di contratti precari, forme di lavoro al nero o senza contratto, altre tipologie di impiego), il tempo di lavoro (part time o full time). Viene inoltre indagato il numero di percettori di reddito all’interno del nucleo familiare e, nel caso di più di un percettore oltre al soggetto intervistato, viene chiesto di indicarne la forma contrattuale .

Tabella 1. Italiani e lavoro

Lavoro specializzato

20,83%

Lavoro non specializzato

58,33%

Disoccupati

18,75%

Pensionati

2,08%

Totale

100,00%

La Tabella 1 e la Tabella 2 evidenziano le caratteristiche dell’occupazione nei nuclei in emergenza abitativa intervistati.

Di essi il 58% dei lavoratori italiani svolge professioni a bassa qualificazione a fronte del 67% dei lavoratori stranieri. In particolare i lavori più frequenti sono nel settore del commercio e dei servizi, specie nella ristorazione (cuoco, cameri- era, banchista o commessa) e i “ lavori manuali” quali facchinaggio, manovali in cantieri edili o di ristrutturazione ,

pulizie ecc

dini stranieri.

Significativo anche il dato della disoccupazione che sfiora il 19% per gli italiani ed è oltre l’11% per i citta-

Tabella 2. Stranieri e lavoro

Lavoro specializzato

16,39%

Lavoro non specializzato

67,21%

Disoccupati

11,48%

Pensionati

4,92%

Totale

100,00%

22
22

Questo dato potrebbe essere attribuito agli effetti della crisi occupazionale che si ripercuotono con maggiore forza proprio su quelle fasce deboli , come la popolazione straniera e il segmento giovanile italiano in condizione lavorativa precaria. (CIES Rapporto sulle politiche contro la povertà e l’esclusione sociale, anno 2010). La percentuale di occupati italiani con un lavoro qualificato è di quasi il 21%degli intervistati, a fronte del 16%circa dei lavoratori stranieri. Le professioni più frequenti rimangono comunque nell’ambito dell’edilizia (operai specializzati) e del terzo settore, in particolar modo quello turistico e di assistenza e cura a categorie svantaggiate.

Tabella 3. Italiani e stranieri e contratto

Italiani

Stranieri

Dipendente a tempo indeterminato

24,32%

45,10%

Dipendente a tempo determinato

5,41%

13,73%

Lavoro autonomo

5,41%

13,73%

Co.co.pro. o altri contratti precari

21,62%

0,00%

senza contratto/al nero

43,24%

27,45%

Totale

100,00%

100,00%

Andando ad analizzare le differenti posizioni contrattuali degli intervistati possono essere messi in evidenza i seg- uenti dati: mentre il 43% circa degli italiani ha un lavoro senza nessuna forma contrattuale, il 45% degli occupati

stranieri ha un contratto dipendente a tempo indeterminato. Inoltre, sempre per quanto riguarda gli stranieri, più del 13% dichiara di avere una posizione di lavoro dipendente a tempo determinato mentre più del 27% dichiara di essere

in una condizione di lavoro al nero. Questo dato, molto significativo, evidenzia come la condizione migrante oscilli tra

due polarità: da una parte è fortemente condizionata dalla presenza del contratto di lavoro senza il quale le persone

si ritroverebbero in una condizione di clandestinità. Infatti, con l’introduzione della legge Bossi-Fini del 2002 e del più

recente Pacchetto Sicurezza del 2009, il rilascio del permesso di soggiorno è previsto esclusivamente alle persone che dimostrino di avere un lavoro per il proprio mantenimento economico. Considerando anche che il campione interv-

istato risulta per lo più residente in Italia da diversi anni, si può ipotizzare che la condizione lavorativa si sia almeno

in parte stabilizzata nel tempo giustificando così l’alta percentuale di persone con un lavoro stabile. Dall’altra parte

ancora una grossa fetta di popolazione migrante risulta non contrattualizzata, dato che riflette sia gli effetti gener-

ali della crisi occupazionale, sia la difficoltà dello straniero a trovare un lavoro garantito attraverso i rari strumenti

di regolarizzazione previsti dalle leggi italiane, quali sanatorie e decreti flussi, strumenti per lo più inadeguati a far

fronte alla domanda della popolazione migrante presente nel nostro paese. Infine possiamo notare come la percen- tuale di lavoratori autonomi stranieri sia di quasi il 14% del totale degli occupati, più del doppio dei cittadini italiani intervistati che risultano poco più del 5%: questo dato evidenzia un’altra caratteristica del lavoro migrante, spesso non sufficientemente tenuta in considerazione, ovvero la tendenza, soprattutto per chi è in Italia da molto tempo, ad intraprendere esperienze commerciali private, siano esse piccole aziende o società o, come in questo caso, attività di vendita nei mercati della città. Per quanto riguarda la componente italiana del campione, come detto in precedenza, il dato più significativo risulta quello del lavoro non contrattualizzato che si attesta al 43% circa degli intervistati. Questo dato riflette in generale la flessione del mercato dell’occupazione per cui a Gennaio 2011,secondo i dati ISTAT, gli occupati risultano in diminuzione dello 0,5% nel confronto con l’anno precedente (-110 mila unità), diminuzione

che riguarda sia la componente maschile che quella femminile portando il tasso di disoccupazione all’8,6% con una crescita di 0,2 punti percentuali su base annua mentre, sempre in riferimento al mese di Gennaio 2011 gli inattivi tra i 15 e i 64 anni aumentano di 80 mila unità rispetto al mese precedente portando complessivamente il tasso di inattiv- ità i al 37,8%, dopo tre mesi in cui risultava stabile al 37,6% (ISTAT – occupati e disoccupati: stime provvisorie).

Tabella 4. Fasce d’età e contratti

Meno di

Tra i 31 e i 45 anni

Oltre

i

30 anni

45 anni

Dipendente a tempo indeterminato

18,83%

32,73%

36,00%

Dipendente a tempo determinato

4,17%

14,55%

0%

Lavoro autonomo

4,17%

3,64%

24,00%

Co.co.pro. o altri contratti precari

10,33%

9,09%

4,00%

Senza contratto/al nero

37,50%

30,91%

16,00%

Disoccupati

25,00%

9,09%

20,00%

Totale

100,00%

100,00%

100,00%

23
23

Nella Tabella 4 sono espresse le percentuali relative alla distribuzione delle diverse tipologie contrattuali nelle fasce d’età in cui è stato suddiviso il campione in esame. I dati emersi confermano quanto precedentemente esposto: nella fascia d’età che comprende i giovani al di sotto dei 30 anni le percentuali più significative emergono tra coloro che sono senza contratto (37,5%) e tra i disoccupati (25%) mentre circa il 10% circa degli intervistati dichiara di lavorare

con contratti precari. Questa distribuzione riflette infatti i dati ISTAT secondo i quali prosegue la crescita del tasso di disoccupazione giovanile che raggiunge il 29,4% (ISTAT- dati provvisori su occupazione e disoccupazione, Gennaio 2011). Alta la percentuale di chi è senza contratto anche nella seconda fascia d’età compresa tra i 31 e i 45 anni (30,91%)

a fronte di una presenza significativa anche di soggetti occupati a tempo indeterminato (32,73%). In questa fascia

d’età si concentra anche la presenza più significativa dei lavoratori dipendenti a tempo determinato che risulta del 14,55% mentre il 20% circa del campione di questa età si distribuisce tra lavoratori con contratti precari e disoccupati. Appartengono invece alla terza fascia i soggetti che in assoluto hanno una più alta frequenza di contratti di lavoro dipendente a tempo indeterminato (36%) e la maggioranza di coloro che dichiarano una posizione di lavoro autono- mo (24%). Tuttavia si rileva anche in questa fascia d’età una percentuale molto significativa dei disoccupati che appar- tiene al 20% dei soggetti intervistati. Degli occupati inoltre, il 60% circa ha un tempo pieno di lavoro rispetto a chi è impiegato solo part time. In generale si può pertanto affermare che la fragilità del mercato del lavoro e il conseguente aumento della disoccupazione nel nostro paese negli ultimi anni ha portato moltissime persone a cercare possibilità diverse per sostenere la propria emergenza abitativa in situazioni quali le occupazioni o altre forme di assistenza al-

loggiativa con una fortissima motivazione economica come verrà analizzato in seguito.

Tabella 5. Italiani e stranieri e residenza

Italiani

Stranieri

Occupazione

54,17%

77,05%

Residence

29,17%

19,67%

Auto recupero

16,67%

3,28%

Totale

100,00%

100,00%

A conferma di quanto emerso con i dati occupazionali, si può evidenziare come il fattore economico risulti stret-

tamente connesso alla attuale sistemazione alloggiativa. La Tabella 5 evidenzia come sia gli stranieri che i cittadini italiani intervistati risultano presenti in maggior parte negli stabili occupati e nei residence, sistemazioni temporanee ma che permettono nel contempo di fare fronte ad una sempre più impellente necessità economica. A conferma di ciò, si veda più avanti l’analisi delle domande aperte sui fattori positivi dell’attuale sistemazione (Tabella n….). Pos- siamo evidenziare inoltre da questi dati una differenza significativa tra gli italiani e le famiglie migranti che vivono in contenitori in attesa di progetti di auto recupero: i primi infatti risultano maggiormente coinvolti in questa rela- tivamente nuova esperienza di riutilizzo del patrimonio immobiliare rispetto alle famiglie straniere che vengono coinvolte solo nel 3%circa dei casi analizzati. Questa discrepanza è probabilmente dovuta sia a fattori temporali che economici. L’autorecupero infatti, previsto dalla legge regionale n.55/98, risulta un’esperienza relativamente recente e

che ha inizialmente coinvolto un numero esiguo di nuclei familiari, per lo più di cittadinanza italiana. In questi anni, a seguito dei protocolli tra Regione Lazio e Comune di Roma, altri progetti sono stati approvati e finanziati per cui anche le famiglie straniere che sono da anni in attesa di una soluzione abitativa hanno potuto accedere a questa possibilità.

Il fattore economico inoltre non è secondario: l’accesso all’autorecupero è basato su criteri di reddito più alti rispetto

all’ERP (66 mila euro invece di 14 mila) e in generale è necessario un impegno maggiore rispetto a quello dell’affitto in case popolari in quanto gli inquilini sono coinvolti nelle spese dei lavori di recupero attraverso la sottoscrizione di un mutuo ventennale con canoni a metro quadro più alti di quelli previsti dall’edilizia pubblica. Per concludere una prima analisi rispetto alla situazione alloggiativa delle famiglie intervistate vengono esposti nella Tabella 6 i dati relativi al tempo di permanenza in occupazione, nei residence e in attesa di auto recupero.

24
24

Tabella

6.

Da

quanto

Da

0

a

Da

3

a

5

Da 6 a 10 anni

Oltre i 10 anni

Totale

tempo

vivi

nell’attuale

2 anni

anni

sistemazione

     

Residence

 

34,62%

42,31%

 

19,23

3,85%

100,00%

Occupazione

 

33,48%

62,16%

 

4.05%

0,00%

100,00%

Auto recupero

 

15,22%

18,22%

 

11,00%

55.56%

100,00%

Dalla tabella 6 emerge che i soggetti del campione che vivono nelle occupazioni sono lì per la maggior parte da più

di 3 anni (62% circa) mentre il 33% circa degli intervistati, soprattutto appartenenti a esperienze giovanili più recenti,

risiede in occupazione da meno di due anni e nessun intervistato supera i dieci anni. Nelle prime due fasce si col- locano principalmente anche coloro che vivono nei residence: più del 34% vive lì da meno di due anni, mentre il 42% circa da un tempo che non supera i 5 anni, tranne in pochissimi casi che dichiarano di avere avuto già precedenti esperienze di assistenza alloggiativa in altri alberghi o residence, sintomo di una lunga e persistente situazione di emergenza. In ogni caso questo può essere spiegato dal fatto che i questionari sono stati somministrati a persone che vivono in strutture attive da circa 5 anni, di cui una era in precedenza uno stabile occupato poi affittato dal Comune di

Roma per far fronte all’emergenza abitativa (residence di via di Campo Farnia). Infine salta agli occhi l’alta percentuale

di soggetti che risiedono in contenitori in attesa di auto recupero da più di 10 anni, ovvero più del 55% degli interv-

istati. L’esperienza dell’autorecupero sul territorio romano infatti ha comportato, per i progetti finora realizzati, tempi

di attesa relativamente più lunghi rispetto all’assegnazione di alloggi popolari in quanto sperimentazione nuova e

necessariamente collegata ai tempi e in generale a procedure non rodate da parte delle amministrazioni pubbliche che vi partecipano. In generale possiamo affermare che i tempi di attesa per una soluzione definitiva verso alloggi popolari sono molto lunghi, tempi che diventano lunghissimi per i progetti di auto recupero che soffrono di continue fasi di avanzamento e blocco dei finanziamenti da parte delle pubbliche amministrazioni. Tenendo conto che l’ultimo censimento da parte del Comune di Roma degli stabili occupati che comprendono le famiglie in emergenza abitativa risale al 2007 e non sono ancora state fatte se non pochissime assegnazioni di case per lo più di risulta da parte del

Comune stesso, è evidente come la presenza di stabili occupati con centinaia di famiglie al loro interno rappresenti per

la città un tamponamento a costo zero per le casse pubbliche del dilagante fenomeno dell’emergenza abitativa. Cosa

che non può dirsi per i residence che risultano essere costosissimi per la pubblica amministrazione: nei 22 residence presenti sul territorio romano abitano infatti circa 1400 famiglie, pari a 3000 persone, mediamente in mini apparta- menti di circa 25/30 metri quadri. Per ogni persona nei residence il Comune paga mediamente 842 euro al mese. Per ogni famiglia mediamente 2140 euro al mese ma in qualche caso arriva fino a 4200 euro al mese (Inchiesta Unione Inquilini Roma, Dossier Residence , www.unioneinquilini.it ).

Nella seconda area del questionario vengono indagate le precedenti sistemazioni alloggiative e i motivi per i quali i soggetti si sono trovati ad avere un problema di emergenza abitativa.

Nella Tabella 7 sono esposti i dati sulle precedenti sistemazioni divisi per i cittadini italiani e stranieri. Il 20,41% degli italiani ha precedentemente vissuto in una casa di proprietà, cosa che ha riguardato solo il 3% circa degli intervistati stranieri. Questo dato è portato principalmente dalla fascia giovanile del campione che precedentemente viveva con il proprio nucleo familiare in una casa di proprietà. A loro si sommano casi di persone che sono state negli anni impossi- bilitate a mantenere costante il pagamento di un mutuo ritrovandosi senza alcun tipo di sostegno né di garanzia, casi

di

scissione del nucleo familiare dovuti a

separazioni ma anche a violenze domestiche.

Le

percentuali più elevate sia per i cittadini italiani che per gli stranieri sono quelle di chi risiedeva in affitto: questo

dato riguarda nello specifico il 51% degli italiani e quasi il 64% dei nuclei stranieri.

25
25

e precedente sistemazione

Tabella

7.

Italiani

stranieri

e

Italiani

Stranieri

Casa di proprietà

 

20,41%

3,28%

Casa in affitto

 

51,02%

63,93%

Ospite

10,20%

8,20%

Presso il datore di lavoro

 

0,00%

4,92%

Altro

18,37%

19,67%

Totale

100,00%

100,00%

Da una recente indagine Istat risulta che nel 2009 la maggioranza delle famiglie con stranieri vive in affitto o subaffit- to (58,7 % dei casi, contro il 16 % delle famiglie composte solamente da italiani), e il 23,1 % vive in abitazioni di proprietà (contro il 71,6 % delle famiglie italiane) (Istat, Le famiglie con stranieri: indicatori di disagio economico, Febbraio 2011). Per quanto riguarda la categoria “ospite”, essa sembra distribuita in maniera pressoché omogenea tra italiani e stranieri,segno del fatto che, non essendo all’oggi garantito dalle attuali politiche abitative comunali il passaggio da casa a casa, di fatto chiunque si sia trovato in una situazione di difficoltà si è necessariamente organizzato con amici

e parenti dove ha ricevuto un temporaneo periodo di ospitalità. Dato relativo solo al campione migrante è invece

quello delle persone che dichiarano di aver vissuto in precedenza presso il proprio datore di lavoro, per lo più come

badanti o collaboratrici domestiche. Alta la percentuale anche di chi dichiara di venire da differenti sistemazioni, non categorizzabili con quelle sopraesposte: scomponendo il dato troviamo tra le persone straniere un alto numero viveva in situazioni di fortissimo disagio quali la strada,in roulotte, in case dove pagavano il posto letto, nei campi nomadi

o in altre occupazioni abusive non appartenenti a movimenti di lotta organizzati. Soprattutto tra gli italiani sono

invece frequenti provenienza da case famiglia e da altre tipologie quali case dello studente o subaffitti in case popo- lari. Possiamo intendere questi valori, entrambi non trascurabili, come lo specchio di una realtà composta da una tale differenziazione di soluzioni alloggiative informali che risulta molto complicato riuscire a categorizzarle tutte: certo è che,per moltissimi dei casi inchiestati, entrare in un meccanismo di organizzazione e trovare una sistemazione in sta- bili occupati in condizioni di vita ancora molto precarie, significa uscire da situazioni ancora più dure, troppo spesso di totale esclusione sociale. Andando ad analizzare ulteriormente i soggetti che vivevano precedentemente in affitto, è stato indagata la regolarità della posizione contrattuale dell’alloggio.

Tabella 8. Italiani e stranieri senza contratto di affitto

Italiani

Stranieri

Totale

Senza contratto d’affitto

39,39%

60,01%

100,00%

Come evidenzia la Tabella 8 la maggioranza delle persone senza contratto d’affitto sono migranti: questo dato riflette la difficoltà per queste persone, ancora di più che per i cittadini italiani di regolarizzare la propria posizione alloggia- tiva, spesso a causa di complicazioni con i documenti di soggiorno che rendono il migrante ancora più ricattabile e “sotto scacco” da parte del proprietario di casa. Rientrano tra questi soggetti coloro che accettano di vivere in condizio- ni di sovraffollamento e di estremo disagio, a volte pagando prezzi di affitto anche molto alti e rimanendo schiacciati in circuiti di sfruttamento e clandestinità senza riuscire invece ad accedere a nessun tipo di strumento per la regolar- izzazione. Per moltissimi italiani d’altra parte non avere il contratto d’affitto registrato è quasi la norma: gli affitti in nero, da

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26

sempre la piaga degli studenti fuorisede, sono spesso la regola anche per tante famiglie che accettano accordi infor- mali con il proprietario di casa che dietro finte promesse di avere un prezzo più agevolato o maggiore flessibilità negli accordi spesso nasconde il mero tentativo di evasione fiscale o peggio situazioni in cui la casa non potrebbe essere affittata perché alloggio pubblico in subaffitto.

Si procede con l’analisi delle precedenti soluzioni abitative per valutare la condizione di sovraffollamento dei nuclei

intervistati. Nel questionario la domanda che indicava la predente situazione alloggiativa veniva seguita da una richiesta di specificare il numero delle persone conviventi e in quanti metri quadri o in quante stanze. Le risposte sono

state categorizzate in quattro fasce: da zero a due persone, da 3 a 5 persone, tra le 5 e le 10 persone e oltre le 10 persone.

La distribuzione del campione su queste fasce è rappresentata dal Grafico 1.

Grafico 1. Coabitazione

Coabitazione

dal Grafico 1. Grafico 1. Coabitazione Coabitazione Fascia 1 (0-2 persone) Fascia 2 (3-5 persone) Fascia

Fascia 1 (0-2 persone)dal Grafico 1. Grafico 1. Coabitazione Coabitazione Fascia 2 (3-5 persone) Fascia 3 (5-10 persone) Fascia

Fascia 2 (3-5 persone)Grafico 1. Coabitazione Coabitazione Fascia 1 (0-2 persone) Fascia 3 (5-10 persone) Fascia 4 (10+ persone)

Fascia 3 (5-10 persone)Coabitazione Fascia 1 (0-2 persone) Fascia 2 (3-5 persone) Fascia 4 (10+ persone) Come il grafico

Fascia 4 (10+ persone)(0-2 persone) Fascia 2 (3-5 persone) Fascia 3 (5-10 persone) Come il grafico evidenzia la percentuale

Come il grafico evidenzia la percentuale più significativa del campione intervistato viveva con un numero compreso tra le tre e le cinque persone, ovvero il 48,62%. Quasi il 35% invece viveva da solo o con al massimo altre due persone

mentre il restante 15% si divide tra coloro che vivevano con numeri superiori alle cinque persone e oltre le dieci. Molti

di questi soggetti coabitavano con altri nuclei familiari, spesso in affitto, come precedentemente esplicitato, o in altre

situazioni. Si è pertanto valutato di analizzare il dato complesso di coloro che vivevano insieme ad altri nuclei familiari incrociando questa percentuale con i metri quadrati dello spazio abitativo.

Tabella 9. Coabitazione con altri nuclei familiari / metri quadri

Meno

di

Tra i 30 e i 60 mq

Oltre

i

60

Altro

Totale

30 mq

mq

Fascia 1 (0-2 persone)

18,18%

45,45%

27,27%

 

9,09%

100,00%

Fascia 2 (3-5 persone)

5,56%

72,22%

22,22%

 

0,00%

100,00%

Fascia 3 (5-10 persone)

4,29%

57,14%

38,57%

 

0,00%

100,00%

Fascia 4 (oltre 10 persone)

0,00%

24,00%

76,00%

 

0,00%

100,00%

27
27

Per valutare il dato di sovraffollamento nella precedente sistemazione alloggiativa del campione sotto esame si pos- sono scegliere diversi criteri: lo standard previsto per l’abitabilità di un alloggio è relativo a criteri regionali variabili

sul territorio nazionale. Se si tiene in considerazione lo standard per alloggi ERP dell’Ater del Lazio, i criteri si abitabilità prevedono per un nucleo composto da una o due persone uno spazio non superiore a quarantacinque metri quadri, tra i quarantacinque e i sessanta metri quadri per nuclei da due o tre persone, tra i sessanta e i settantacinque per nuclei di quattro persone e non inferiore ai settantacinque per nuclei familiari oltre i 4 componenti (Regolamento regionale 20 Settembre 2000, n.2., “Regolamento per l’assegnazione e la gestione degli alloggi di edilizia residenziale pubblica destinata all’assistenza abitativa ai sensi dell’articolo 17, comma 1, della Legge regionale 6 agosto 1999, n. 12”).

In base a i criteri Eurostat invece il dato di sovraffollamento può essere considerato come la percezione che la persona

intervistata ha rispetto alla disponibilità dello spazio dove vive 1 . Ancora diversi sono i criteri ASL che per un nucleo da una o due persone prevede uno spazio minimo di trentotto metri quadri. Questa difficoltà nella definizione unitaria

di quali siano i criteri di abitabilità di un alloggio permette di dare solo una parziale e indicativa descrizione dei dati

emersi: si è scelto quindi di tenere in considerazione, oltre al dato numerico dei metri quadrati riportati dagli interv- istati, anche la percezione soggettiva delle persone che riferivano di aver vissuto una condizione di sovraffollamento abitativo. Facendo riferimento alla Tabella 7, per quanto riguarda la prima fascia, ovvero coloro che coabitavano da sole o con una persona, non risulta un vero e proprio sovraffollamento: infatti il 18% circa degli intervistati dichiara di aver vissuto in

spazi fino a trenta metri quadri cioè di poco al di sotto dello standard che prevede per 2 persone un alloggio di almeno 38 metri quadri. La maggioranza della prima fascia si colloca nella seconda colonna, ovvero dichiara di aver avuto a disposizione uno spazio compreso tra i trenta e i sessanta metri quadri, mentre una percentuale del 27% coabitava

in spazi superiori ai sessanta metri quadri. Per quanto riguarda la seconda e la terza fascia si ha una concentrazione

quasi esclusiva tra coloro che vivevano tra i trenta e i sessanta metri quadrati e chi viveva in uno spazio più grande

di sessanta metri quadrati. Una percentuale minima dichiara comunque di aver vissuto in spazi estremamente pic-

coli, ovvero al di sotto dei trenta mq in condizione di estremo sovraffollamento. Si tratta di coloro che hanno vissuto affittando un posto letto o in strutture abbandonate e successivamente occupate da numerose famiglie. Le persone che appartengono alla fascia due e dichiarano di aver vissuto in spazi non più grandi di sessanta metri quadri potreb- bero già rappresentare potenzialmente un dato di sovraffollamento in quanto l’alloggio previsto per cinque persone non dovrebbe essere al di sotto di 70 mq per come previsto dalla regolamentazione regionale. D’altra parte è possibile acquisire come dato certo di sovraffollamento tutti coloro che appartengono alla terza e quarta fascia del campione e che dichiarano di aver sfruttato spazi che non superano i 60 mq: in questi casi all’emergenza abitativa si associa spesso una condizione di assoluta invivibilità che riflette quelle situazioni più drammatiche di coabitazione forzata e degrado.

Tabella 10. Italiani e sovraffollamento

In

meno di

Tra i 30 e i 60 mq

Oltre

i

60

Altro

Totale

30 mq

mq

Fascia 1

21,74%

43,48%

17,39%

 

17,39%

100,00%

Fascia 2

2,27%

59,09%

36,36%

 

2,27%

100,00%

Fascia 3

14,29%

57,14%

14,29%

 

14,29%

100,00%

Fascia 4

0,00%

0,00%

100,00%

 

0,00%

100,00%

1 In accordo con la metodologia correntemente utilizzata da Eurostat, un’abitazione viene considerata sovraffollata quando non ha a disposizione un numero adeguato di stanze, definite come:

- una stanza per la famiglia;

- una stanza per ogni coppia;

- una stanza per ogni componente di 18 anni e oltre;

- una stanza ogni due componenti dello stesso sesso di età compresa tra i 12 e i 17 anni di età;

- una stanza ogni due componenti fino a 11 anni di età, indipendentemente dal sesso.

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Andando più nello specifico possiamo ulteriormente discriminare tra cittadini italiani e stranieri nell’analisi di un eventuale dato relativo al sovraffollamento: gli italiani, come mostrato nella Tabella 10, si distribuiscono per la prima fascia maggiormente in spazi oltre i 30 mq ovvero in più del 60% dei casi; quasi il 22% del campione è rappresen- tato da coloro che invece vivevano in uno spazio molto piccolo sotto i trenta metri quadri da soli o in coabitazione che rappresentano l’unico dato di sovraffollamento per questa prima fascia. Emerge infine una percentuale signifi- cativa di situazioni (17,39%) che non possono essere categorizzate perché afferenti ad altra sistemazione (strada,

studentati,case famiglia). A fronte di questo, nella Tabella 11 dove sono esposti gli stessi dati relativi al sovraffollamen-

to per i cittadini migranti, appare evidente come la percentuale di chi coabitava in poche persone sia meno della metà

rispetto agli italiani, ovvero l’8% circa.

Tabella 11. Stranieri e sovraffollamento

In

meno di

Tra i 30 e i 60 mq

Oltre

i

60

Altro

Totale

30 mq

mq

Fascia 1

8,33%

75,00%

8,33%

 

8,33

100,00%

Fascia 2

16,67%

53,33%

26,67%

 

3,33%

100,00%

Fascia 3

16,00%

56,00%

24,00%

 

4,00%

100,00%

Fascia 4

0,00%

11,11%

78,67%

 

10,22%

100,00%

La

sofferenza più forte è espressa da coloro che vivevano tra i 30 e i 60 mq condividendo lo spazio alloggiativo con più

di

5 persone: questo avviene nel 57% dei casi per gli italiani e nel 56% dei casi per i cittadini migranti. Un’ipotesi di

situazioni alloggiative potenzialmente sovraffollate sono quelle evidenziate in giallo in entrambe le tabelle: ovvero coloro che in uno spazio compreso tra i 30 e i 60 mq vivevano con più di 3 persone fino a un massimo di 5. Migranti e accesso all’alloggio: alcune considerazioni qualitative. Presentiamo a questo punto la prima parte di analisi sulle risposte alle domande aperte presenti nel questionario che indagano la percezione del cittadino migrante di es- sere discriminato nella ricerca di un alloggio. Dalle risposte emerse osserviamo che tale percezione risulta positiva nei due terzi degli stranieri intervistati. Prima di capire meglio quali motivazioni vengono date dagli intervistati per de-

scrivere il modo in cui si sono sentiti discriminati risulta necessario fare un paio di considerazioni rispetto alle persone che hanno risposto negativamente a questa domanda. Innanzitutto si nota una chiara polarizzazione rispetto all’età delle persone che hanno risposto negativamente: infatti notiamo come, all’interno di questo gruppo che ha risposto negativamente un numero di persone di quasi due terzi hanno un’ età inferiore ai 35 anni, molti dei quali provenienti da paesi latinoamericani; un altro discreto numero di risposte negative alla stessa domanda sono state invece date da persone di più di 60 anni. Ne possiamo trarre alcune ipotesi causali: le persone che si trovano in Italia da molti anni, quelle che ci sono nate o che comunque ci vivono sin dalla giovane età hanno una percezione diversa rispetto alla discriminazione nei loro confronti. Da un lato la lunga permanenza sul suolo italiano ha origine in periodi dove i flussi migratori erano di gran lunga inferiori a quelli degli ultimi anni, con una stigmatizzazione minore rispetto alla percezione della figura dello straniero, che oggi viene visto sempre più spesso come l’”invasore”o comunque una figura sociale legata a criminalità

e violenza. I ragazzi e le ragazze che invece si trovano qua dalla loro nascita o sin dalla giovane età hanno oggi molti

più strumenti e possibilità’ per costruirsi delle reti sociali solide che non li facciano sentire parte di un gruppo distinto

e sottomesso dalla popolazione nativa.

Anche l’elemento della lingua sembra giocare un ruolo fondamentale rispetto alla percezione della discriminazione:

come evidenziato in precedenza, molte delle persone che hanno detto di non essersi sentite discriminate provengono da paesi latinoamericani. Anche la quasi totalità delle persone di età compresa tra i 35 e i 60 anni che hanno dato la stessa risposta negativa provengono da paesi latinoamericani. E’ evidente che tra i diversi fattori che determinano una condizione di esclusione, la facilità con la quale le persone che parlano spagnolo come prima lingua hanno di apprendere l’italiano e quindi di entrare in relazione con il mercato del lavoro, degli affitti e anche di avere accesso all’informazione e agli uffici pubblici, e’ di gran lunga superiore a quella di persone che parlano lingue molto diverse

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quali l’arabo per esempio, che obbliga ad un impegno di gran lunga maggiore per riuscire ad ottenere informazioni anche solo scritte. Restano comunque un grande numero di persone che hanno descritto diversi problemi legati al fatto di essere mi-

granti. Analizziamo ora quali sono i principali. Vi sono molte motivazioni per le quali gli intervistati stranieri dicono

di aver avuto problemi nella ricerca di un alloggio, motivi che possono essere divisi e organizzati in categorie quali at-

teggiamenti discriminatori e pregiudiziali, l’inaccessibilità’ al mercato degli alloggi e la discriminazione delle politiche amministrative locali e nazionali, da intendere queste ultime come tutte le deliberazioni normative e le disposizioni di legge nazionali che riguardano l’immigrazione. I risultati emersi sono rappresentati nel Grafico 2.

I risultati emersi sono rappresentati nel Grafico 2. Rispetto alla discriminazione nel rapporto diretto con i

Rispetto alla discriminazione nel rapporto diretto con i proprietari di casa nella ricerca di un alloggio, essa è descritta esplicitamente nei questionari come razzismo: i pregiudizi e gli atteggiamenti di intolleranza sono quelli che ricor- rono più frequentemente nella percezione dei migranti, con alcuni esempi specifici rispetto al colore della pelle e alla mancanza di fiducia diffusa verso persone di origine diversa da quella Italiana. Uno degli aspetti citati in molti questionari e’ il fatto che molti privati non affittano a stranieri, ponendo questa dis- criminante prima ancora di capire se le persone in cerca di alloggio abbiano o meno le risorse sufficienti ad affrontare

la

spesa di un affitto: questa per molti intervistati, è ritenuta uno dei motivi che alcuni intervistati citano come causa

di

situazioni di sovraffollamento e ricatto permanente in cui i migranti sono costretti a vivere. Diverse persone interv-

istate riportano anche la scelta di molte agenzie di non affittare a stranieri. Il dato che emerge in maniera significa-

tiva dalle risposte date e’ quello di prezzi maggiorati per gli stranieri, questione citata da circa un quarto delle persone che hanno risposto positivamente alla domanda sui problemi riscontrati nella ricerca di un alloggio. Anche la richiesta

di molte più’ garanzie rispetto agli italiani e la difficoltà di ottenere un contratto regolare sono descritti come elementi

caratterizzanti che compromettono una eguale accessibilità a parità’ di risorse economiche rispetto ai nativi bianchi. Questo forte elemento di discriminazione rafforza un processo di esclusione di tipo etnico dal mercato degli alloggi, che aggrava la condizione dei migranti in un mercato degli alloggi che e’ già di per se escludente per larghe fasce della cittadinanza. Atteggiamenti discriminatori e razzisti emergono anche nella difficoltà della ricerca di un lavoro e per quanto riguarda le retribuzioni più basse per migranti a parità di impiego, elementi che incidono in maniera sostan- ziale nella ricerca di un alloggio. L’ inaccessibilità’ agli alloggi sopra descritta non dipende esclusivamente dai pregiudizi dei privati, ma come già men- zionato questo meccanismo viene implementato dalle politiche discriminatorie messe in atto dalle amministrazioni locali e dal governi che si sono succeduti negli anni. Rispetto alle politiche discriminatorie, l’elemento che emerge in maniera più decisiva dai questionari e’ legato ai molti requisiti specifici per gli stranieri richiesti per legge, non solo per poter affittare regolarmente un alloggio ma anche per poter accedere alle case popolari. Come conseguenza di queste politiche escludenti, diversi intervistati riportano un senso di sfiducia rispetto alle amministrazioni che utiliz- zano i migranti come fonte di sfruttamento e criminalizzazione, escludendoli dalle possibili soluzioni che le già inade-

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guate politiche abitative offrono. Una più bassa percentuale è rappresentata anche da coloro che ritengono il fatto di avere dei figli a carico o co- munque di essere parte di un nucleo numeroso elemento distintivo della percepita discriminazione di accesso all’alloggio: questo dato è rappresentato nel grafico 2 come “altro” e conferma la realtà vissuta da molte famiglie, anche non migranti, di maggiore difficoltà nel trovare un affitto con un nucleo di più persone principalmente perché questo rappresenterebbe una problema in più al momento di un eventuale rottura dei termini di affitto formali e non. Ritornando all’analisi quantitativa, il Grafico 3 mostra le principali motivazioni portate dagli intervistati sul motivo per cui hanno abbandonato la precedente sistemazione alloggiativa. Grafico 3. Perché hai lasciato la precedente sistemazione alloggiativa.

hai lasciato la precedente sistemazione alloggiativa. Il 30 % del campione afferma di aver lasciato la

Il 30 % del campione afferma di aver lasciato la propria abitazione per motivi economici: questo dato rappresenta la conferma di un sostanziale impoverimento delle famiglie in particolare quelle più numerose che, secondo i parametri Istat e Eurostat, tra gli anni 2008 e 2009, risultano sempre più impossibilitate a far fronte a spese impreviste, mentre sono in aumento quelle che sono state in arretrato con debiti diversi dal mutuo (dal 10,5 del 2007 al 14,0 per cento di quelle che hanno debiti) e quelle che si sono indebitate che sono arrivate al 16,5 per cento dal 14,8 di tre anni fa (Fonte

Istat: distribuzione del reddito e condizioni di vita in Italia, Dicembre 2010). Il 16% è rappresentato dalla parte giovanile del campione che afferma di aver lasciato la precedente sistemazione per fattori legati all’emancipazione dal proprio nucleo familiare: anche in questo caso, la scelta di un alloggio in stabili occupati risiede nell’impossibilità a sostenere una spesa di affitto eccessivamente alta a fronte di nessun tipo di stabilità lavorativa e di reddito. L’8% degli intervistati afferma di aver abbandonato al propria abitazione precedente perché troppo piccola, fatto do- vuto principalmente all’ allargamento del nucleo familiare e ai ricongiungimenti familiari: moltissime delle famiglie migranti intervistate infatti, dopo un breve periodo di instabilità e dopo lunghi percorsi per la regolarizzazione del proprio titolo di soggiorno, scelgono di portare in Italia anche i figli minori o i coniugi o i parenti più prossimi con la speranza di garantire loro una prospettiva futura nel nostro paese. In merito agli sfratti per morosità o per finita locazione, i dati emersi rilevano una minima percentuale di entrambi: il totale del 9% può essere interpretato consid- erando che probabilmente i movimenti organizzati per il diritto all’abitare non hanno intercettato queste fasce della popolazione che finora ha goduto di una situazione economica più o meno stabile e che solo negli ultimi anni sta sof- frendo di un forte fenomeno di impoverimento. Infine, una grossa fetta degli intervistati dichiara di aver lasciato la propria sistemazione alloggiativa per motivi che per semplicità sono stati accorpati nella categoria “altro” del Grafico 3 e che vengono esposti in particolare nel Grafico

3.1.

Possiamo notare che il 14% dichiara che il proprio alloggio precedente non era vivibile: fanno parte di questa percen- tuale tutti coloro che dichiarano di aver dormito in stanze sovraffollate o perchè affittavano in nero un posto letto. Un altro 14% è rappresentato da coloro che in seguito alla preassegnazione della casa popolare si sono spostati da situazioni instabili in soluzioni di assistenza alloggiativa come i residence o gli alberghi pagati dal comune. Il 16% invece imputa alla perdita di lavoro e ai conseguenti problemi economici connessi a questo la perdita della precedente

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sistemazione: tra questi ritroviamo coloro che non sono riusciti a sostenere un mutuo già aperto

sistemazione: tra questi ritroviamo coloro che non sono riusciti a sostenere un mutuo già aperto e coloro che hanno rinunciato allo spazio dove vivevano in affitto perché non più capaci di sostenerne le spese. Infine un ulteriore 16% è rappresentato da chi afferma di aver volontariamente lasciato il proprio alloggio perché voleva migliorare le proprie condizioni di vita in vista di una prospettiva di maggiore stabilità e sicurezza: di fronte all’estrema difficoltà di accesso al mercato degli affitti e dei mutui, queste persone hanno iniziato una battaglia per la rivendicazione di una più alta qualità della vita per loro e per un futuro per i propri figli a partire dalla lotta per l’assegnazione di una casa popolare. Volendo andare più a ritroso nell’analisi della storia, a volte lunga, di ricerca di un alloggio e del percorso che queste persone hanno fatto per arrivare alla loro attuale situazione, si è scelto di chiedere anche le precedenti sistemazioni. Riportiamo di seguito, nel Grafico 4 e nel Grafico 4.1, i dati emersi rispetto alle motivazioni legate al cambiamento di residenza ancora precedenti a quelle sopra riportate.

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Scegliendo di evidenziare solo i dati più significativi, vediamo anche il 22% riporta ancora un fattore economico come motivo principale di spostamento alloggiativo, mentre il 13% ha avuto necessità di spazi più grandi per la propria famiglia. L’11% infine è relativo a coloro che hanno scelto di emanciparsi dal proprio nucleo familiare mentre il 33% , definito come altro, si divide come rappresentato nel Grafico 4.1: anche in questo caso il 27%, che rappresenta la per-

centuale più alta, è di coloro che dormivano per strada o in baracche in condizioni molto difficili o impossibili di vita. Il 20%, rappresentato integralmente da donne straniere, dichiara di aver precedentemente abitato presso il proprio da- tore di lavoro, in quanto assunte come assistenti per anziani o disabili, colf o collaboratrici domestiche: secondo i dati Istat, nel 2009 in Italia questo ha riguardato una famiglia su cinque di stranieri che vivevano nel 60% dei casi a titolo gratuito presso queste famiglie (Istat, Le famiglie con stranieri: indicatori di disagio economico relativo all’anno 2009, Febbraio 2011). Il 13% dei casi riportano di essere stati ospitati presso amici o parenti e la stessa percentuale riporta di aver vissuto in un centro di accoglienza per migranti o per richiedenti asilo. Purtroppo rimane un dato del 20% che non è analizzabile in quanto non esplicitato nelle risposte. La terza area del questionario ha provato a definire quali percorsi nelle reti formali e informali le persone in emergen- za abitativa hanno compiuto e quali risposte hanno ottenuto sia da parte degli enti pubblici preposti, quali il Comune

e i servizi territoriali, sia dalle organizzazioni sindacali e di base.

Tabella 12. Quando ti sei trovato/a in emergenza abitativa a chi ti sei rivolto/a per primo?

Italiani

Stranieri

Comune

10,42%

14,75%

Servizi sociali del municipio

2,08%

6,56%

Sindacato o associazioni degli inquilini

2,08%

0,00%

Amici/ parenti

25,00%

27,87%

Movimenti per il diritto all’abitare

56,25%

50,82%

Altro

4,17%

0,00%

Totale

100,00%

100,00%

La Tabella 12 descrive i risultati alla domanda “Quando ti sei trovato/a in emergenza abitativa a chi ti sei rivolto/a per primo?” distribuendo le percentuali tra i cittadini italiani e stranieri intervistati. La maggioranza sia dei primi che dei secondi indica i movimenti di lotta per la casa come referenti preferenziali per il proprio problema di emergenza abita-

tiva: questo avviene nel 56,25% dei casi per gli italiani e in più del 50% dei casi per i migranti. Questo dato così definito può essere interpretato in parte con una generale sfiducia verso gli attori istituzionali che per primi dovrebbero essere in grado di raccogliere un dato di disagio sociale: il Comune è menzionato solo nel 10,42% dei casi per gli italiani e nel 14,75% dei casi per i cittadini stranieri. A questi possiamo aggiungere i servizi sociali del territorio che però rappresen- tano un’opzione possibile solo in una misura molto limitata. A fronte di ciò, emerge una netta preferenza per le reti informali più o meno vicine. Al secondo posto infatti si collocano gli amici e i parenti come prima possibilità di aiuto

e sostegno: questo è vero nel 25% degli intervistati italiani e per oltre il 27% di quelli stranieri. È proprio attraverso

queste reti più prossime che le persone entrano in contatto con i movimenti di lotta per la casa: spesso infatti hanno già intrapreso questo percorso altri membri della famiglia ed è quindi più semplice avere accesso alle informazioni e alle possibilità di organizzazione, in maniera particolare per i migranti che sfruttano i luoghi di ritrovo della propria comunità per mettere in moto meccanismi di mutuo aiuto e scambio di informazioni.

33
33

Come ultimo dato quantitativo viene presentata in Tabella 13 e nei grafici seguenti le forme di accesso che sia i citta- dini migranti che quelli italiani hanno avuto a forme welfaristiche di sostegno al reddito in forma diretta o indiretta.

Tabella 13. Hai mai ricevuto forme pubbliche di sostegno al reddito?

Italiani

Stranieri

SI

19,15%

14,75%

NO

80,85%

85,25%

Totale

100,00%

100,00%

Dalla tabella è evidente che la stragrande maggioranza del campione sia italiano che straniero non ha mai avuto accesso a forme di aiuto da parte del settore pubblico: questo è vero per l’85% degli stranieri, spesso esclusi da forme di sostegno pubbliche per motivi inerenti i tempi di soggiorno ma anche per più dell’80% degli italiani. Se andiamo a chiedere il motivo di tale esclusione dalle minime seppur esistenti forme di aiuto e sostegno al reddito diretto e indiretto, possiamo rilevare come il 43% del campione non ha mai presentato domanda, mentre il 40% pur avendola presentata non ha avuto risposta o ha ricevuto un diniego (Grafico 5). Grafico 5. Se non hai avuto sostegni pubblici, perché?

5). Grafico 5. Se non hai avuto sostegni pubblici, perché? Non presentare domanda, non tentare nemmeno

Non presentare domanda, non tentare nemmeno un accesso a piccoli sostegni economici, in particolar modo in un periodo di crisi occupazionale e da parte di nuclei già in emergenza abitativa, ci dà modo di percepire la sfiducia delle persone verso sussidi che non arrivano mai o che sono basati su criteri che riguardano una bassissima percentuale di persone. La stessa percezione di coloro che hanno effettivamente tentato di accedere a qualche tipologia di sussidio ma ne sono comunque rimasti esclusi. Per quei pochi che hanno invece potuto usufruire di minime forme di sostegno economico, essi sono rappresentati nel 24% dei casi da buono casa e forme di aiuto all’affitto, nel 18% dei casi all’assistenza alloggiativa come rappresentato nel Grafico 6. Grafico 6. Se hai avuto accesso a forme di sostegno pubblico, quali?

alloggiativa come rappresentato nel Grafico 6. Grafico 6. Se hai avuto accesso a forme di sostegno
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Un altro 18% è rappresentato da coloro che hanno fatto recentemente richiesta per il reddito minimo, secondo la Legge regionale del 20 marzo del 2009, che risultano beneficiari ma che ancora non hanno ricevuto l’erogazione. Il 41% categorizzato come “ altro” invece è riferito a diverse tipologie di assistenza, quali case famiglie, centri di rifugio per migranti, centri per richiedenti asilo.

2.3 – Descrizione delle domande aperte

Nella costruzione del questionario da somministrare al campione preso in considerazione, sono state poste una serie

di domande aperte per far emergere, oltre alle informazioni di tipo anagrafico e fattuale della condizione lavorativa,

della composizione del nucleo e altre informazioni pratiche, anche degli elementi qualitativi che permettessero di analizzare che percezione hanno le persone sottoposte al questionario rispetto ad alcuni elementi difficilmente de- scrivibili in tabelle o attraverso delle risposte multiple. Verranno descritti in una prima parte gli aspetti significativi della percezione che i soggetti intervistati hanno ris- petto alla propria attuale sistemazione, mentre in seguito cercheremo di capire che tipo di indicazioni emergono dai questionari rispetto alla percezione personale dell’emergenza abitativa e ai limiti dell’intervento delle istituzioni e alle possibili proposte. Aspetti positivi e negativi dell’attuale sistemazione alloggiativa. La richiesta di menzionare due aspetti di carattere

“positivo” e due aspetti di carattere “negativo” rispetto all’alloggio che attualmente si abita, apre a valutazioni preva- lentemente di tipo qualitativo: le risposte, di tipo aperto, offrono infatti un quadro che possiamo in parte suddividere

in

generiche categorie. La scelta di impostare le risposte in forma “aperta”, ha infatti necessariamente portato a defini-

re

delle aree di riferimento dei fattori espressi nei questionari: un’area che raccoglie i fattori economici, una rispetto

alla relazionalità e ai meccanismi mutuali, una sulla progettualità e la prospettiva di attivazione politica che incentiva

la partecipazione a movimenti di lotta per la casa.

I dati rispetto alla percezione in “negativo” delle soluzioni alloggiative osservate, possono essere genericamente sud- divise in fattori relazionali (in particolare rispetto alle differenze culturali di cui sono portatrici le tante nazionalità

coinvolte nell’indagine), in fattori riferibili al livello di impegno che la lotta per la casa richiede, e alle relazioni, non sempre scontate, con i territori in cui si vive. Anche la precarietà degli alloggi rappresenta un elemento di disagio riscontrato frequentemente. Questo rispecchia in particolare due aspetti: lo stato strutturale di alcuni palazzi, sia occupati che assegnati, e il rischio, specie per le occupazioni più giovani, di venir sgomberati dalla forza pubblica, con quanto consegue in termini di incolumità personale e dei propri cari, oltre che per la paura di ritrovarsi nuovamente

in emergenza stringente.

Per concludere, dobbiamo tenere in considerazione che ogni questionario aveva spazio per due risposte “positive” e due “negative”, per cui i dati vanno rapportati con questa scelta di metodo. Rispetto ai fattori economici, la percezione positiva delle soluzioni, per quanto precarie, è abbastanza scontata: la

scelta dell’occupazione o la richiesta di un’assistenza presso le istituzioni pubbliche, sono strettamente connesse ad una necessità economica.

Se già il nostro paese presentava una evidente fragilità dal punto di vista dell’esclusione sociale ben prima della at-

tuale crisi economica e finanziaria, l’andamento degli ultimi 3 anni rispetto al mercato del lavoro ha ulteriormente aggravato la situazione, con un calo dell’occupazione del 2,4% tra il primo trimestre 2008 e lo stesso periodo del 2010 (CIES Rapporto sull’esclusione sociale 2010). I fattori economici risultano infatti determinanti nel 33% dei casi circa del campione che li ritiene la motivazione più importante della propria scelta abitativa. Gli spazi che ospitano l’emergenza abitativa, siano occupazioni, residence, o strutture intermedie nel passaggio da oc- cupazione ad assegnazione, sono spazi urbani, soggetti alle dinamiche di “fiducia e paura” che rappresentano, sintet- icamente, lo spettro delle relazioni tra cittadini nelle metropoli globali (Baumann, 2005). All’interno degli spazi dell’emergenza abitativa, forse ancora più facilmente che altrove, si mescolano stili di vita indi- viduali, e identità collettive, che propongono modalità di relazione spesso inedite agli stessi soggetti che li abitano. I fattori relazionali legati alle condizioni di coabitazione e condivisione di spazi comuni sono tra i più citati all’interno dell’indagine.

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Dobbiamo prima di tutto riflettere su alcune questioni: la prima è, appunto, la multiculturalità dei soggetti in emer-

genza abitativa, la seconda, importante dal punto di vista della relazione con “l’esterno”, delle soluzioni alloggiative, è il fattore “comunitario” sul quale va ricomponendosi la società italiana negli ultimi 2 decenni. Rispetto alle problematiche di interesse collettivo, va infatti sempre più diffondendosi la percezione locale, se non addirittura individuale, dell’interesse. L’attenzione dei cittadini è sempre meno rivolta al funzionamento e all’accessibilità dei servizi in generale, e sempre più alla qualità delle singole prestazioni che li riguardano da vicino:

“non chiedono la riforma del sistema della sanità, ma il funzionamento del “loro” ospedale; non chiedono la riforma del lavoro, ma il “loro” lavoro” (Tremonti, 2009).

Le occupazioni di casa al centro dell’analisi in questo non rappresentano propriamente un elemento di discontinuità,

ma in se racchiudono esperienze e percezioni utili per una definizione alternativa dell’abitare. Le condizioni materiali

degli edifici, solitamente non destinati all’abitazione all’origine, impongono, soprattutto nelle prime fasi della storia

di occupazione, una condivisione dei servizi (bagni e cucine). A questo aspetto, che viene comunemente definito in

“negativo”, fa però da contrappeso la possibilità, attraverso appunto la coabitazione, di intessere reti mutuali, che permettono la circolazione di informazioni, l’allargamento di relazioni oltre il proprio nucleo familiare o comunitario, utili per l’accesso al mondo del lavoro, la soluzione di problematiche quotidiane, là dove né i servizi pubblici, né le reti parentali, possono ovviare: evidente è l’utilità della “comunità occupante” per le madri single. Anche in questo caso la percentuale di coloro che ritengono le reti di mutualità un elemento positivo determinante nella propria scelta è di

più del 36% dei casi.

In una città come Roma la dinamica del mercato degli affitti ha ristrutturato la composizione sociale dei territori e

l’orientamento produttivo. Se osserviamo il centro storico, si è svuotato di oltre 250.000 persone in circa 50 anni, in parte a causa dell’andamento demografico generale del paese, ma in misura ben superiore, per il processo di espul- sione che ha accompagnato la richiesta di maggiori spazi per l’economia di servizi (Berdini 2008). Anche la periferia

storica consolidata, quella sorta tra gli anni ‘20 e il secondo dopoguerra, sta vivendo, nell’arco sud-orientale della città, un meccanismo di apprezzamento degli immobili, che privilegia soluzioni in sovraffollamento (frequenti per esempio nel contesto giovanile e studentesco) o condanna a ulteriore allontanamento i cittadini. La stessa edilizia residenzi- ale pubblica prevede l’allontanamento, anche oltre il limite del GRA delle nuove edificazioni come la zona di Ponte di Nona. Roma si va ad equiparare con le altre metropoli europee, i cui flussi produttivi sono ormai allargati ben oltre gli stessi confini municipali.

La soluzione dell’occupazione, nella percezione del soggetto intervistato, rappresenta anche una maniera di miglio-

rare la propria qualità della vita dal punto di vista degli spostamenti, della prossimità alle relazioni consolidate della propria esistenza, dell’inserimento in territori dotati di servizi: “L’abitare e l’appartenenza ad un territorio sono frutto

delle relazioni con il territorio circostante, con gli altri cittadini, con il tessuto commerciale, i servizi, i collegamenti, le istituzioni e si riflette nei sogni e nei bisogni delle persone” (Cortellesi, Venezia, Carelli 2007). Nel caso degli autorecu- peri, ad esempio, la preservazione di queste relazioni rientra nel novero delle rivendicazioni che sottostanno alla scelta

di questa soluzione abitativa.

Altro aspetto relativo alla qualità della vita emerso tra i soggetti più giovani, è la possibilità di costruire in uno spazio abitativo sufficientemente grande, un progetto di esistenza autonomo dal nucleo familiare o in convivenza con il/

la partner. Prendendo in considerazione il Rapporto CIES sull’esclusione, osserviamo che tra i dati più evidenti della

crisi in Italia abbiamo la flessione dell’occupazione giovanile (20-34 anni), calata del 6,3% nel biennio 2008-2010 (CIES, Rapporto 2010), con una ricaduta evidente sulle possibilità di emancipazione per single e giovani coppie. Nel nostro campione, è del 25%la percentuale che indica come un miglioramento della propria qualità di vita la possibilità di andare a vivere in occupazione poiché essa è considerata un passo verso la costruzione di un futuro di assegnazione dell’alloggio. Il campione a cui è stato sottoposto il questionario proviene da condizioni abitative che, per quanto precarie, sono inserite in un quadro generale di attivismo intorno al diritto all’abitare.

A Roma sono centinaia gli occupanti abusivi che agiscono individualmente.

Quelle monitorate sono invece occupazioni che hanno a riferimento movimenti più organizzati, che tengono insieme,

in rete, numerosi spazi nella città. Anche gli autorecuperi sono frutto di organizzazioni socio-politiche strutturate.

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Queste organizzazioni, animate principalmente dagli stessi soggetti che vivono nelle occupazioni o che hanno otte-

nuto una stabilità abitativa attraverso la mobilitazioni, sono percepite, oltre che come soluzione “assistenziale”, anche come spazio di attivazione e costruzione di consapevolezza delle problematiche abitative. Questa consapevolezza non riguarda unicamente l’accesso agli alloggi popolari e alle forme di assistenza, ma anche in generale i processi che governano il mercato immobiliare e le politiche pubbliche. Nell’ultimo decennio i movimenti

si sono aperti a reti più ampie, aumentando lo spettro delle rivendicazioni e le alleanze, avvicinando anche soggetti e

collettività impegnate su altri versanti della partecipazione alle politiche urbanistiche locali e nazionali. Picchetti, tendopoli simboliche, manifestazioni sono divenute uno degli aspetti più frequenti dello scenario politico

capitolino, coinvolgendo tutti gli enti locali. Ne sono stati esempi in questi ultimi anni diverse iniziative svolte sotto l’assessorato alla casa del Comune di Roma, come quello del Dicembre 2009 che ha visto centinaia di famiglie accam- pate sotto i portici di Lungotevere de Cenci in attesa di risposte da parte dell’amministrazione capitolina sul piano casa della città; oppure l’occupazione di monumenti o siti particolarmente significativi quali il Colosseo nel mese

di febbraio del 2010 o i tetti dei musei capitolini nel settembre del 2009 a seguito dello sgombero dell’occupazione

dell’ex ospedale Regina Elena. Queste mobilitazioni, proseguite per settimane, hanno coinvolto centinaia di persone residenti nelle occupazioni mettendo in piedi meccanismi di organizzazione e mutuo aiuto particolarmente onerosi. Tra gli intervistati, l’attivazione è percepita in maniera duplice: da una parte, positivamente, si constata la crescita individuale che viene prodotta dal dibattito interno alle occupazioni e ai movimenti, dall’altra però, emerge in maniera

diffusa la fatica che la mobilitazione continua produce: i lavori precari, saltuari e part-time, frequenti tra chi si trova

in emergenza abitativa, sono difficilmente compatibili con i tempi della lotta per la casa. Nel nostro campione infatti,

quasi il 30% degli intervistati ha indicato l’attivazione politica come risorsa e fattore positivo a fronte di un 16% circa che la indica come una scelta troppo onerosa e poco compatibile con la precarietà di vita, in particolare con le dif- ficoltà legate alla ricattabilità sul posto di lavoro. Tuttavia in moltissimi casi la mobilitazione continua dei movimenti aut organizzati per il diritto alla casa diventa una scelta non opzionabile in quanto la necessità di avere “un tetto sulla testa” rappresenta la priorità anche di fronte alla precarietà lavorativa.

Per quanto riguarda lo stato delle strutture, esso è indicato come fattore negativo da diversi intervistati: spesso infatti gli stabili occupati, dismessi da anni, presentano notevoli carenze dal punto di vista strutturale e impiantistico. Sono per lo più le famiglie che li vanno ad occupare che si occupano di ristrutturare gli spazi e adeguarli alle necessità abi- tative dei nuclei in emergenza, anche se spesso alcune carenze permangono facendo si che la percezione della struttu-

ra sia comunque molto precaria. Per chi vive nei residence, questa problematica non è centrale: gli spazi dell’assistenza

alloggiativa sono infatti nuovi e totalmente ristrutturati, anche se spesso si tratta di unità abitative piccole di 25/30 mq (Unione Inquilini, dossier residence). La problematica più frequente è quella della guardiania e del controllo ris- petto alle persone che vi accedono: infatti in queste strutture è presente una gestione esterna che limita la presenza

di persone ospiti che ogni volta che si recano a trovare amici o parenti che risiedono nel residence, sono obbligate a

consegnare il documento all’ingresso e a dichiarare il tempo di permanenza nella struttura. L’impossibilità per molti

di ospitare la propria famiglia nell’unica soluzione alloggiativa disponibile risulta pertanto una problematica forte,

cosa che nelle occupazioni abitative non esiste in quanto le famiglie riescono ad organizzarsi autonomamente anche nella gestione dell’ospitalità a nuclei esterni. Come già detto, la condizione di disagio che gli occupanti esprimono rispetto alla precarietà della loro casa, va artico- lata anche rispetto al timore costante di essere sgomberati. Questa condizione non riguarda solo occupazioni “giova- ni”, ma anche quelle “consolidate”, dove, naturalmente, il rischio di perdere una stabilità acquisita e una qualità di vita migliore è più alto. L’esempio dell’ex ospedale Regina Elena occupato per oltre due anni e sgomberato il 1 settembre 2009, dimostra quanto concreto sia questo rischio: oltre 200 nuclei familiari divisi e spostati in strutture di accoglien- za, solo in parte adeguate ad accogliere questo tipo di emergenze, in aree assai distanti dall’edificio sgomberato (Mon- teverde, Vermicino, Grotte Celoni), con evidenti disagi per quanto riguarda il lavoro e la scolarizzazione.

Percezione dell’emergenza abitativa, i problemi delle politiche e le proposte dal basso. In questo paragrafo cercheremo

di capire che tipo di indicazioni emergono dai questionari rispetto alla percezione personale dell’emergenza abitativa (

Cos’è per te l’emergenza abitativa?), ai limiti dell’intervento delle istituzioni e alle possibili proposte ( Secondo te quali

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sono i limiti dell’intervento dello Stato e degli enti locali rispetto al diritto alla casa e quali le possibili proposte?). Le due domande aperte volte a far emergere gli aspetti più soggettivi della condizione di emergenza abitativa hanno portato alla luce elementi comuni. La scelta di formulare domande le cui risposte potevano andare a sovrapporsi è stata basata sulla necessità di fornire diversi spunti ai soggetti con l’obiettivo di raccogliere dei dati qualitativi las- ciando più’ spazio agli intervistati per esprimere più liberamente possibile le proprie conoscenze ed opinioni rispetto alle questioni più generali relative alle politiche abitative locali e nazionali. Alcuni dei limiti delle politiche pubbliche in tema di diritto all’abitare e delle proposte vengono menzionati attraverso una percezione che parte da un punto di vista della propria esperienza personale, così come quest’ultima rimane cen- trale per immaginare da quali interventi le amministrazioni potrebbero dovrebbero ripartire per affrontare il diritto

alla casa per tutte e tutti.

dati delle due domande, che ci offre un quadro complessivo rispetto alle molte questioni toccate. L’aver posto queste domande in maniera aperta ha fatto sì che fossero molte le questioni affrontate dai diversi intervistati. Alcune ten- denze generali sono comunque osservabili.

Gli elementi qualitativi rispetto alle risposte date emergono dall’analisi combinata dei

Limiti dell’intervento pubblico e possibili proposte. Sono molteplici i problemi menzionati dagli intervistati rispetto all’intervento delle amministrazioni locali o nazionale, risaltano pero’ almeno tre aspetti che emergono in maniera distinta dalle risposte dei questionari. L’aspetto più citato e’ sicuramente quello della speculazione e la cementificazi- one con alcune specifiche menzioni rispetto ad una percepita corruzione da parte degli organi competenti. Un altro aspetto, che lascia trapelare tra le altre cose una buona consapevolezza rispetto alle responsabilità della ges- tione pubblica dell’emergenza abitativa, e’ una diffusa percezione della mancanza di un piano di edilizia popolare ed un quadro di politiche abitative adeguate ad affrontare l’emergenza abitativa. Diverse persone hanno inoltre esplicita- mente fatto riferimento all’insufficienza dei fondi stanziati per affrontare tale emergenza e la svendita del patrimonio pubblico. Il terzo aspetto che trova una diffusa percezione da parte degli intervistati e’ la mancanza di concretizzazi- one degli impegni che le amministrazioni prendono e la distanza dai cittadini. E’ questo un ambito che sembra essere legato alla specifica condizione di soggetti in emergenza abitativa legati ai movimenti per il diritto all’abitare che molto spesso hanno a che fare con le amministrazioni; che sembrano voler ascoltare le istanze dei movimenti ma che spesso finiscono per temporeggiare nell’attuazione concreta delle innumerevoli promesse fatte durante le manifes- tazioni; promesse che una volta disattese creano un diffuso senso di sfiducia nei confronti degli interlocutori istituzi- onali come molti intervistati riferiscono. Rispetto alle possibili proposte d’intervento, gli ambiti che sono stati menzionati più spesso dagli intervistati sono un paio: da un lato un gran numero di persone ha parlato della necessita’ di costruire case pubbliche/popolari, con molte articolazioni più specifiche rispetto al fatto che questi alloggi dovrebbero essere costruiti per i soggetti che vivono una condizione di precarietà generalizzata (nuclei monoreddito, giovani single, disoccupati etc.). L’altro ambito di proposta uscito in maniera significativa dalle risposte è quello del recupero e della riqualificazione di spazi in disuso da attu- arsi nelle forme di autorecupero e autocostruzione, due proposte concrete che molti intervistati sembrano conoscere direttamente, per conoscenza di progetti già esistenti o come proposte di alcuni movimenti per il diritto all’abitare. Il grande numero di edifici vuoti e abbandonati viene menzionato molte volte come uno dei problemi legato ai limiti dell’intervento pubblico.

Più Case, meno Profitto. Dall’analisi dei questionari, nell’ambito delle possibili proposte per le amministrazioni, sono descritte una serie di proposte che partono da un senso pragmatico molto diffuso, infatti nella formulazione di una possibile proposta molti intervistati non descrivono quello che vorrebbero e basta, ma, probabilmente coscienti del fatto che le casse pubbliche non hanno mai fondi sufficienti per soddisfare tutte le richieste che vengono fatte alle

amministrazioni, pongono delle possibili proposte nella formula di “più case al posto di

sibilità di inversione di investimenti economici per soddisfare la richiesta di case pubbliche. In diverse occasioni si

trovano proposte più generali nella formula “più case, servizi e beni comuni al posto di

ma la maggior parte delle

risposte degli intervistati punta a chiedere maggiori investimenti nelle case popolari. Tra le proposte fatte da molti intervistati c’è quella di costruire più case invece di sprecare fondi pubblici nei residence, spesso descritti come uno

”,

”,

proponendo diverse pos-

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spreco enorme di soldi che potrebbe servire appunto per costruire nuove case. Questo tipo di proposta emerge in maniera molto diffusa nei questionari somministrati nei residence stessi, proposta descritta spesso in relazione ad un senso di frustrazione nel sapere dei costi elevatissimi di una sistemazione temporanea che non sembra offrire né prospettive né tranquillità temporanea da parte di chi ci abita. Molti intervistati invece propongono come soluzioni possibili per le amministrazioni di costruire più case al posto di costruire nuovi centri commerciali e grandi opere, esempi che fanno emergere la percezione di sproporzione tra le pochissime risorse investite nell’emergenza casa e le dimensioni faraoniche di questi tipi di costruzione e invasione della città con tutti i costi esorbitanti annessi alla loro realizzazione. Alcuni intervistati hanno esplicitato la proposta di veder costruire più case invece degli investimenti militari, proposta che ha trovato probabilmente diversi sostenitori in un momento in cui il comune di Roma si appresta a svendere molti

stabili e caserme per finanziare il ministero della difesa. Il fatto che alcune delle persone intervistate vivessero in una

di queste caserme (quella di via del Porto Fluviale) ha offerto la possibilità recente per queste famiglie di immaginare

una proposta di recupero dello spazio alternativa alla valorizzazione del Comune di Roma che tenga dentro un’idea di finalità sociale e abitativa per queste famiglie e per la città tutta. L’altra possibile soluzione proposta da molte persone è legata non solo ad un fattore economico, indirettamente legato alla proposta, ma ad un elemento geografico. Infatti c’è un numero considerevole di persone che propone di costruire o ricavare più case nelle zone centrali della città. La questione della distanza dai centri produttivi della città

è posta in molti casi da persone che hanno abitato per anni in zone con elevata accessibilità ai servizi e si trovano

adesso a vivere in strutture più distanti e isolate, o viceversa, dopo anni di lunghi spostamenti per raggiungere i posti

di lavoro sono riusciti ad avvicinarsi alle altrimenti inaccessibili zone più interne grazie alla scelta di aver occupato e

non vorrebbero doversi allontanare nuovamente dai territori dove si stanno costruendo una vita con tutte le relazioni sociali che questo comporta. La questione della gentrificazione sembra assumere un ruolo sempre più importante in

anni dove si pensa ad allargare le città a dismisura con la pianificazione di nuovi quartieri satellite sempre più distanti

e scollegati dalla città e dai servizi. Esempi come quello di Ponte di Nona dove sono state consegnate le ultime case

popolari costruite dal Comune di Roma lasciano sempre più persone col dubbio quanto davvero sia meglio avere una casa popolare a 50 km dal proprio lavoro piuttosto che nelle occupazioni spesso collocate in zone centrali dove è sem- plice avere accesso a servizi, lavoro e scuole.

Percezione dell’emergenza abitativa. Da una prima osservazione delle risposte su cosa sia per gli intervistati l’emergenza abitativa, la mancanza di un posto dove vivere, l’impossibilità di arrivare a fine mese e il non poter pagare l’affitto o un mutuo sono gli elementi caratterizzanti che il maggior numero di intervistati ha nominato, lasciando ad intendere che la maggior parte delle persone che si trovano in emergenza abitativa percepiscono tale emergenza come un problema del singolo soggetto o nucleo. Da una più attenta ed approfondita osservazione delle risposte, emerge invece un quadro diverso. Anche se durante la somministrazione del questionario si è chiesto di partire dalla propria esperienza per descrivere l’emergenza abitativa, molti intervistati hanno voluto evidenziare elementi di carat- tere più generale, parlando di aspetti non immediatamente riconducibili all’emergenza abitativa quali un più gener-

ale senso di precarietà di vita di cui l’emergenza abitativa è una parte sostanziale. Diverse sono invece le risposte che legano l’emergenza abitativa direttamente alla crisi economica e finanziaria come per esempio il calo dell’occupazione

e il problema della continuità del reddito.

Precarietà e Lavoro. Molti intervistati hanno nominato la questione della precarietà e del lavoro per descrivere l’emergenza abitativa, in particolare la precarietà diffusa sembra essere un elemento caratterizzante dell’emergenza abitativa per molti intervistati, così come la mancanza di lavoro. Elementi che vengono nominati da molte persone anche in relazione ai problemi relativi all’intervento pubblico e alle possibili soluzioni. Rispetto alla precarietà come elemento descrittivo di una condizione generale di vita, alcuni esempi specifici emersi sono quello della precarietà per le famiglie monoreddito, già menzionato rispetto alla proposta di costruzione di case popolari per soggetti con queste caratteristiche. Altro elemento descritto spesso esplicitamente come caratterizzante dell’emergenza abitativa in relazione alla precarietà è la mancanza di un reddito minimo garantito, elemento che

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ritroviamo sia nelle possibili proposte come necessità di welfare per giovani, lavoratori precari, sia nella parte legata

ai problemi dell’intervento pubblico delle istituzioni, dove diverse risposte parlano appunto della mancanza di un

welfare per i single, studenti e disoccupati tra le categorie maggiormente nominate. Diversi intervistati parlano più in generale della redistribuzione delle ricchezze come proposta per risolvere l’emergenza abitativa. Per tornare invece alla questione del lavoro, la perdita del lavoro, l’impossibilità di combinare lo studio con il lavoro e in maniera predominante il ricatto costante del lavoro da dover accettare a tutte le condizioni per poter pagare un

affitto, sono aspetti emersi nella descrizione dell’emergenza abitativa, ma anche nell’ambito delle proposte la richiesta

di un lavoro è un tipo di proposta concreta che esce da molti questionari.

Affitti e Sfratti. Il problema degli affitti come già detto risulta essere uno degli elementi predominanti nel descrivere

la percezione di che cosa sia l’emergenza abitativa, molte volte menzionato come il maggior fardello economico per

riuscire ad arrivare a fine mese. Sono frequenti i riferimenti ad un mercato degli affitti troppo alto o alla sproporzi- one tra stipendi e affitti. Sproporzione che diventa insormontabile nei molti esempi dati da intervistati con famiglie con monoreddito, persone che hanno perso il lavoro, si sono separate dal coniuge, emancipate dal nucleo familiare o anche semplicemente in pensione. Come conseguenza dell’impossibilità di pagare l’affitto viene menzionata la ques- tione degli sfratti sia come limite dell’intervento pubblico dove viene menzionato spesso il grande numero degli sfratti senza possibili alternative per chi si trova in mezzo ad una strada sia come elemento caratterizzante dell’emergenza abitativa. E’ nell’ambito delle proposte che invece i questionari rivelano un dato significativo nel un numero significa-

tivo di persone intervistate propone tra le possibili soluzioni per risolvere l’emergenza abitativa il ribasso degli affitti e

lo stanziamento di fondi per regolare il mercato degli affitti.

Migranti e diritti. Nonostante l’elevato numero di persone migranti intervistate, la maggior parte delle risposte alle domande aperte sulla condizione di emergenza abitativa non hanno in prima battuta esplicitato problemi relativi alla condizione di migrante, anche se alcuni aspetti hanno trovato comunque spazio nelle risposte date. In particolare, l’aspetto nominato più spesso è quello della mancanza di diritti su un piano generale, dentro il quale è ricompreso il diritto all’abitare per tutti, italiani e migranti, Anche la ricattabilità sul posto di lavoro, già descritta prima, viene elen- cata molte volte come elemento distintivo, anche se non esclusivo, della percezione dell’emergenza abitativa da parte dei migranti. Altre menzioni vengono fatte alla precarietà legata ai documenti così come per alcuni all’inaccessibilità agli affitti regolari per chi non ha i documenti: la ricattabilità dettata da una condizione di irregolarità di soggiorno costringe spesso le famiglie straniere a accettare di vivere in situazioni di grave deprivazione abitativa. Secondo i dati Istat, particolarmente significativo per la condizione abitativa è l’indice di sovraffollamento per le famiglie migranti che su un dato nazionale arriva fino al 37,2% contro il 14,6% delle famiglie italiane (Istat, Le famiglie con stranieri: indi- catori di disagio economico per l’anno 2009). Solo in pochi intervistati, nell’ambito delle proposte concrete parlano di un aiuto per gli stranieri. Queste considerazioni si aggiungono a quelle fatte precedentemente sulla percezione da parte dei migranti di una vera e propria discriminante etnica sull’accessibilità agli alloggi siano essi in affitto o in altre forme di locazione. Futuro e Dignità. Un altro aspetto che viene menzionato molte volte con formulazioni diverse è quello dell’incertezza per il futuro; l’elemento che nella descrizione dell’emergenza abitativa viene esplicitato come mancanza di prospet- tive o l’impossibilità di sviluppare progetti di vita, per i migranti diventa anche l’impossibilità di radicare il proprio progetto migratorio nel nostro paese. Lo stesso aspetto emerge anche alle risposte sui limiti dell’intervento pubblico, dove l’incertezza per il futuro viene nominata esplicitamente come conseguenza delle carenze delle amministrazioni che non prospettano soluzioni che guardino al futuro per risolvere l’emergenza abitativa. La diffusa sensazione di pre- carietà ricorre spesso nei termini di mancanza di una stabilità, cosi come l’impossibilità di costruirsi una prospettiva dignitosa. L’espulsione forzata dalla città, anche se è già stata ricompresa tra gli aspetti legati ai limiti dell’intervento pubblico, rappresenta un elemento ricorrente anche tra le risposte circa la percezione di incertezza per il futuro in quanto costringe ad interrogarsi circa la qualità della vita e delle relazioni umane e sociali che si andranno ad incon- trare nei quartieri di edilizia popolare cui si è destinati. Per concludere l’analisi dei dati relativi alla domanda sui limiti dell’intervento pubblico, occorre sottolineare come

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emerga costantemente da un lato un senso di sfiducia generalizzato verso le istituzioni e dall’altro la voglia di pren- dere parola e partecipare alla costruzione e ridefinizione del proprio futuro. Possibilità che molti intervistati percepis- cono di poter attuare all’interno di un processo collettivo di costruzione di alterità come quello dei movimenti per il di- ritto all’abitare in funzione di una proposta di soluzione per il loro problema abitativo. In questo senso le occupazioni di stabili abbandonati rappresentano una soluzione che, seppur temporanea, risulta efficace per tamponare la propria emergenza abitativa mentre si costruiscono insieme ad altri degli strumenti per proporre soluzioni concrete, senza attendere che queste arrivino dall’alto.

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CASO DI STUDIO 1 : La condizione abitativa di immigrati e rifugiati politici a Roma

Per la prima volta nella storia dell’umanità la metà della popolazione mondiale vive in aree urbane (UN- Habitat,

2006). Inoltre, secondo le ultime stime delle Nazioni Unite nei prossimi 25 anni la crescita della popolazione mondiale

si concentrerà soprattutto nelle aree urbane. Da una parte questo potrebbe essere considerato come un trend posi-

tivo dal momento che le città sono state per lungo tempo celebrate come i “motori della crescita” e l’urbanizzazione

è stata vista come processo indispensabile per lo sviluppo di una nazione. Tuttavia con il 31,6% della popolazione

urbana che vive in aree urbane informali (urban slums) (Un-Habitat 2003), più che motori della crescita sembra che le città siano diventate “discariche umane” (Davis, 2006).

In questo complesso scenario, le migrazioni internazionali pongono nuove sfide per quanto riguarda la gestione delle

città. La multi-etnicità oggi costituisce una delle principali caratteristiche della città contemporanea. Tuttavia, le città sembrano tendere non all’integrazione dei migranti ma al contrario alla loro esclusione e segregazione all’interno

di aree informali. I crescenti flussi di migrazioni internazionali e l’intensificazione dei problemi di povertà urbana cost-

ringono la maggior parte dei migranti a dover trovare soluzioni alloggiative informali e non adeguate, che tendono a rafforzare il circolo vizioso della povertà e delle divisioni della società.

Al

momento ci sono circa 214 milioni di migranti internazionali (Caritas e Migrantes, 2010), la maggior parte dei quali

si

dirige verso le aree urbane dove le possibilità di trovare un lavoro sono maggiori (Balbo 2005). Come sottolinea le

Gales (2002) la traduzione urbana dell’immigrazione è ben nota: gli immigrati si installano massicciamente nelle grandi città1 dove posso accedere più facilmente all’economia informale, ed a network di conoscenze. Molti dei mi- granti giunti in città in cerca di lavoro s’insediano stabilmente modificando la morfologia sociale, la struttura eco- nomica e anche la configurazione fisica della città (Alessandria, 2006). Grazie alle migrazioni internazionali le città sono ormai diventate il luogo d’incontro delle diversità, d’individui origi-

nari di molti paesi e di coesistenza di molte culture (Sassen, 2006). Tuttavia molto spesso le tradizioni culturali, sociali

e religiose dei migranti differiscono da quelle del paese ospitante, cosa che rende la loro integrazione all’interno del

contesto urbano più difficoltosa. Molti dei migranti una volta arrivati in un nuovo contesto urbano preferiscono stabi-

lizzarsi all’interno di comunità di persone provenienti dalla stessa area geografica, che possono fornire il sostegno ed

i network informali che generalmente le istituzioni locali sono incapaci di fornire (Balbo, 2005). Spesso tra le comu-

nità immigrate si organizzano veri e propri spazi sociali con propri codici, gerarchie e pratiche (Le Gales, 2002). Questi network informali sono di vitale importanza per i migranti perché appena arrivati in un nuovo contesto urbano li aiutano a trovare una abitazione a basso ed un lavoro. Tuttavia se da una parte i network informali sono importanti per l’inserimento abitativo e lavorativo dei migranti dall’altra tendono a creare comunità chiuse e a rafforzare la segregazione urbana. Inoltre la maggior parte dei migranti solitamente si va ad aggiungere ai livelli più poveri della popolazione urbana ed, in particolare, sembra che invece di essere inclusi all’interno delle città i migranti vengano segregati sia economicamente che socialmente ai margini delle stesse. Per tutte queste ragioni ci sembra quindi fondamentale che i decisori delle città garantiscano condizioni materiali ed organizzative adeguate ad accogliere ed integrare i nuovi cittadini.

I dati riguardanti la presenza di immigrati presenti in Italia mostra un aumento esponenziale a riprova di un fenom- eno ormai di primaria importanza ed in rapida crescita.

Negli ultimi venti anni la popolazione immigrata in Italia è cresciuta di quasi venti volte: nel 1990 erano presenti circa mezzo milione di immigrati, mentre all’inizio del 2010 erano 4 milioni e 919 mila persone (1 immigrato ogni 12 resi- denti) (dati Caritas e Migrantes 2010).

La presenza di immigrati nella città di Roma è la più elevata d’Italia, con una popolazione straniera nel 2010 di 320.409

persone, il 9% in più rispetto a gennaio del 2009 (dati Caritas 2010). Roma appare essere quindi essere ormai una città multi-etnica, tuttavia questo non si traduce con la presenza di pari opportunità per cittadini italiani e stranieri. Infatti gli immigrati costituiscono oggi in Italia la parte più consistente dell’esclusione abitativa. L’ultimo ventennio italiano è stato caratterizzato da una parte dalla crisi dell’edilizia residenziale pubblica e dall’altra da una crescente difficoltà di accedere ad una casa sul mercato sia della vendita che dell’affitto. Dal 1984 al 2004 c’è stato un drammatico calo nella produzione di edilizia pubblica, fino ad arrivare nel 2004 alla costruzione di solamente 1.900 alloggi in tutto il paese. La mancanza di edilizia pubblica è particolarmente grave in un contesto come quello romano in cui 32.000 persone sono in lista per una casa popolare (sito del Comune di Roma). A questo scenario si uniscono le difficoltà economiche dei costi dell’acquisto dell’abitazione primaria oppure dal pagamento dell’affitto, tanto più che a rivolgersi al mercato dell’affitto sono proprio le fasce più deboli della popolazione. Ormai a Roma le dif- ficoltà ad accedere una casa non riguardano una fascia ristretta dei cittadini, ma l’emergenza abitativa coinvolge circa 40 mila famiglie, circa 100 mila persone (dati Caudo e Sebastianelli 2007) tra immigrati, famiglie sotto sfratto, famiglie

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a

basso reddito, giovani precari ed anziani.

Il

fenomeno dell’immigrazione in Italia è stato considerato per molto tempo come un fenomeno temporaneo, al quale

destinare di conseguenza un numero limitato di risorse. Tuttavia la stabilizzazione negli ultimi anni del fenomeno migratorio e la sua intensificazione ha portato ad un aumento della domanda di abitazioni a basso costo da parte degli immigrati che si è andata ad aggiungere alla domanda, ancora non soddisfatta, di molti cittadini italiani. Questo

ha portato ad una sorta di “concorrenza” tra nuclei familiari a basso reddito italiani ed immigrati nella difficile ricerca

di abitazioni a basso costo (Asal 2001) e vista la mancanza di case popolari, attualmente la ricerca di una casa passa

inevitabilmente attraverso il libero mercato. Quindi i nuclei familiari più vulnerabili sia italiani che stranieri devono concorrere tra loro nel libero mercato per la ricerca di un’abitazione. Tuttavia, nel libero mercato gli immigrati ven- gono discriminati sia per quanto riguarda l’affitto che l’acquisto di una abitazione. Baldini e Federici (2010) con la loro ricerca2 hanno testato la disponibilità dei proprietari ad affittare a stranieri, arrivando alla conclusione che esiste una chiara discriminazione nei confronti degli immigrati e che una parte dei proprietari non è disposta a concedere una

casa in affitto agli stranieri. Gli immigrati risultano quindi svantaggiati nella ricerca della casa rispetto ai nuclei famil- iari italiani.

Il buon funzionamento del mercato degli affitti è fondamentale per favorire l’integrazione degli immigrati e di con-

seguenza queste prassi discriminatorie non hanno “permesso, in questi anni di continui e consistenti flussi migratori, una soddisfacente integrazione nel tessuto sociale urbano, originando tensioni specialmente in alcune zone general- mente povere della città. Ciò ha influito negativamente anche sull’unità familiare dato che una delle condizioni pre-

vista dalla normativa per richiedere il ricongiungimento familiare è la disponibilità ad un alloggio autonomo” (Caritas

e Migrantes, 2010: 196).

Anche per quanto riguarda l’accesso alle case popolari, in base alla legge n.189 del 2002 (legge Bossi-Fini), si richiede che lo straniero sia in possesso di carta di soggiorno, di permesso di soggiorno di almeno due anni e che eserciti rego- lare attività lavorativa autonoma o subordinata o sia titolare dello status di rifugiato o di protezione sussidiaria (Cari- tas 2010). Di conseguenza tutti i migranti regolari che lavorano nel mercato nero o coloro che non hanno un regolare permesso di soggiorno sono esclusi dall’edilizia residenziale pubblica. Viste le difficoltà ad accedere ad una abitazione sul mercato e la mancanza di assistenza da parte dello Stato, i mi- granti illegali sono solitamente costretti a vivere in urban slums3 (abitazioni informali) senza servizi sanitari o educa- tivi, negli argini dei fiumi, lungo le rotaie, in fabbriche o edifici occupati. La difficoltà o l’impossibilità di accedere ad un alloggio, non solo per la mancanza di risorse finanziare, anche se la povertà è sicuramente un fattore che intensifica i disagi abitativi dei migranti, è un importante fattore di non integrazione, di esclusione e di mancanza di coesione sociale (Coin, 2004). Infine, se si esamina la condizione abitativa degli immigrati si nota la tendenza ad una polarizzazione delle situ- azioni abitative: da un lato, gli immigrati di vecchio insediamento che negli anni sono riusciti a stabilizzare la propria condizione abitativa, dall’altro si assiste ad una persistente precarietà o ad un peggioramento per le componenti più deboli ed all’inizio del proprio percorso migratorio (Asal 2001), come ad esempio i rifugiati politici.

Le condizioni abitative dei rifugiati politici presenti a Roma

Secondo la Convenzione sullo status di rifugiato firmata a Ginevra il 28 luglio 1951, un rifugiato è « colui che, (

temendo a ragione di essere perseguitato per motivi di razza, religione, nazionalità, appartenenza ad un determinato

gruppo sociale o per le sue opinioni politiche, si trova fuori del Paese, di cui è cittadino e non può o non vuole, a causa

di questo timore, avvalersi della protezione di questo Paese: oppure che, non avendo la cittadinanza e trovandosi fuori

del Paese in cui aveva residenza abituale a seguito di tali avvenimenti, non può o non vuole tornarvi per il timore di

cui sopra». I rifugiati politici sono quindi costretti a lasciare il proprio paese di origine e quello “che contraddistingue

)

il

rifugiato dal migrante tout court è la mancanza di un progetto migratorio in termini di prospettive di lavoro e di reti

di

lavoro e ciò rende il percorso individuale più complicato” (Caritas 2009: 274).

In

Italia sono presenti circa 38 mila rifugiati richiedenti asilo politico a livello nazionale, circa 10 mila sarebbero ospi-

tati nel Lazio, di cui 6 mila nella sola capitale. La situazione abitativa dei rifugiati presenti a Roma è particolarmente critica, da una parte per la mancanza di un sistema di accoglienza adeguato e dall’altra per la difficoltà a trovare al- loggi a basso costo sul mercato e la difficoltà di trovare un lavoro. Per legge i rifugiati hanno diritto ad un periodo di accoglienza di circa un anno all’interno del Sistema di Protezione

per Richiedenti Asilo e Rifugiati (SPRAR). A Roma esistono 22 strutture per l’accoglienza dei richiedenti asilo e rifugiati

in convenzione con il Dipartimento delle Politiche Sociali del Comune di Roma per un totale di 1.366 posti. Nel 2008

sono stati accolti 1.435 persone: 381 afghani, 178 eritrei, 107 dalla Guinea, 65 ivoriani, 569 iracheni e 43 fra etiopi e nige- riani. Tuttavia i posti all’interno dei centri di accoglienza sono insufficienti ed a Novembre 2009 risultano essere 3.426

le persone in attesa di essere accolte in una delle 22 strutture di romane (Corriere della Sera, 11 Maggio 2010).

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L’intero sistema italiano di accoglienza dei rifugiati si basa su soluzioni temporanee ed emergenziali, fin dall’approvazione della prima legge in materia di rifugiati la legge 39/90 (chiamata anche legge Martelli), in cui non

solo non si parlava di case per i rifugiati o di soluzioni di lungo periodo, ma al contrario si preoccupava che l’intervento per i rifugiati non si configurasse come abitativo. Con i finanziamenti della legge Martelli sono stati costruiti i primi centri di accoglienza, che “hanno una utilità nel breve periodo. Nel lungo periodo al contrario, essi contribuiscono a cronicizzare il ricorso a soluzioni di emergenza e rischiano di sostituire quelle definitive” (Coin 2004: 145). I centri di accoglienza danno solo una risposta di breve periodo ai problemi abitativi dei rifugiati politici, ma mancano com- pletamente percorsi di autonomia individuale per i rifugiati, di formazione professionale e linguistica, che permet- tano di integrarli veramente all’interno della città e di renderli indipendenti dal punto di vista abitativo e lavorativo.

Di conseguenza, una volta finito il periodo di permanenza nei centri, i rifugiati si trovano senza un alloggio e senza la

possibilità economica di trovarne uno sul mercato e sono costretti a trovare soluzioni abitative alternative ed infor- mali: dalla costruzione di piccole baraccopoli all’occupazione di edifici in disuso. Il direttore del Consiglio italiano per i rifugiati, Christopher Hein ha denunciato come fossero “almeno duemila i richiedenti asilo a Roma che vivono in con- dizioni di alloggio e sanitarie drammatiche; si tratta di sudanesi, etiopi, somali, eritrei e afgani che avrebbero diritto ad essere assistiti ma che non hanno alcun aiuto dallo Stato e dall’amministrazione”4. Inoltre l’associazione Medici per i Diritti Umani (Medu) ha segnalato come quasi tutti i rifugiati politici della Capitale (il 93%) sono senza fissa dimora e come il 21% soffre di malattie all’apparato respiratorio dovute a condizione abitative precarie. A gravare sulla situazione dei rifugiati, inoltre, influiscono anche i tempi per ottenere l’accoglienza che si ag- girano all’incirca intorno ai 6 mesi. Nonostante la Convenzione sullo status dei rifugiati sancisca l’equiparazione fra i cittadini dello Stato ospitante e i ri-

fugiati in materia civile, di esercizio della professione e di assistenza, tutto questo nella realtà non avviene ed i rifugia-

ti, categoria vulnerabile per eccellenza, nella maggior parte dei casi sono costretti a vivere in insediamenti informali

per anni. Di seguito sono riportati tre approfondimenti sulle condizioni abitative di alcuni rifugiati afghani, eritrei e somali presenti a Roma.

Focus “La Buca degli Afghani ad Ostiense”

Tipologia di insediamento: Vera e propria baraccopoli Numero di abitanti: circa 150 persone Nazionalità: Afghanistan

Breve storia:

Questa comunità è formata da circa 150 persone, sono per lo più giovani di etnia pashtun, hazara, tagika, tutti uomini. Sono arrivati quasi tutti attraverso la Grecia. Sono richiedenti asilo o titolari di permessi di soggiorno per motivi umanitari e come tali hanno diritto a un’assistenza sociale e sanitaria parificata a quella dei cittadini italiani. E’ da anni, fin dal 2006, che i profughi afghani che arrivano a Roma si accampano nei pressi dell’Air Terminal, nei pressi della Stazione Ostiense. Per anni hanno vissuto in quella che poi è stata sopranominata “buca”, lo scavo di un cantiere per la costruzione di un edificio, in cui hanno costruito baracche o hanno vissuto in tende, senza acqua, elettricità e servizi igienici. Quando il 23 Ottobre 2009 la proprietà del cantiere dove sorgeva “la buca” ha deciso di sgomberarli

per poter procedere con i lavori è iniziato il loro iter tra centri di accoglienza, ricostruzione del campo ad Ostiense e nuovi sgomberi. Per trovare una soluzione almeno temporanea il Comune di Roma il 12 Novembre 2009 ha portato i rifugiati afghani che vivevano nella “buca” presso il CARA (Centro di Accoglienza per Richiedenti Asilo) di Castelnuovo

di Porto, in provincia di Roma. Il primo Dicembre 2009 sono stati spostati al campo allestito all’Ex-Fiera di Roma per

l’Emergenza Freddo. Tuttavia con la fine dell’inverno gli afghani sono tornati nella zona dell’Air Terminal ed hanno costruito un nuovo accampamento sempre all’interno del cantiere ma non più nella “buca”. All’inizio hanno vissuto

in tende, ma con il passare dei mesi hanno ricostruito le baracche. La proprietà dei cantieri a Luglio 2010 ha chiuso

l’unico rubinetto di acqua potabile nel campo e ha nuovamente dato un ultimatum di poche settimane dopo di che avrebbero provveduto allo sgombero del campo per poter continuare i lavori. Il 14 Luglio 2010 le associazioni umani- tarie ed i profughi afghani hanno occupato l’assessorato alle Politiche Sociali del Comune di Roma per chiedere una soluzione al problema ed un incontro con l’assessore Sveva Belviso. Nell’incontro è stato deciso che il 19 Luglio 2010 il campo degli afghani ad Ostiense sarebbe stato sgomberato dal Comune di Roma ed i profughi afghani portati in due centri di accoglienza: il Forlanini e la Casa della Pace in cui sarebbero potuti rimanere fino al 30 Settembre per dare tempo alle Istituzioni (Comune, Provincia e Regione) di trovare una soluzione di lungo periodo. Da allora, i rifugiati condotti nei centri di accoglienza continuano a vivere in una situazione di forte precarietà, mentre alla Stazione Ostiense gli arrivi non si arrestano: abbattuto l’insediamento informale degli afghani la situazione non è

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infatti cambiata, continuando ad arrivare giovani afghani in fuga dal loro paese in guerra, con le istituzioni incapaci di trovare soluzioni di lungo periodo alla questione. Secondo Eva Gilmore di Yo, Migro! “il flusso non si ferma perché la stazione Ostiense è ormai un punto di arrivo e di transito noto da parte dei richiedenti asilo che vengono dalla rotta dell’est quindi in particolare afghani ma anche curdi, irakeni, iraniani, pakistani. La stazione Ostiense è un punto di riferimento dove chi arriva può trovare quanto meno una rete primaria di aiuto da parte di chi vive la nella loro stessa situazione, lo è da tanti anni e continuerà ad esserlo. E’ un punto nella mappa di chi fugge dalle guerre, e c’è bisogno di costruire degli interventi specifici sul campo

ad Ostiense che vanno dall’accoglienza primaria all’orientamento sui diritti dei rifugiati politici”. Quindi “gli arrivi con- tinuano ed è da anni che funziona così perché è da anni che puntualmente si ricrea un insediamento, si crea il caso, l’emergenza, si interviene con soluzioni più o meno parziali, il campo viene sgomberato e tempo sei mesi il problema

si ricrea”.

Al momento la stazione Ostiense continua ad essere una tappa fissa per gli afghani che arrivano in Italia, con la dif- ferenza che, rispetto al recente passato, non essendoci più l’insediamento informale i nuovi arrivati sono costretti a dormire sui binari della stazione.

Focus “Ex-Ambasciata Somala”

Tipologia di insediamento: edificio occupato Numero di abitanti: circa 140 persone Nazionalità: Somalia

Breve storia L’ambasciata somala è stata chiusa nel 1990 in seguito alla caduta del governo di Mogadiscio. Già dal 2003 l’edificio ormai abbandonato è stato occupato da rifugiati politici somali, che non avendo nessun altro posto hanno deciso di dormire nella loro ex-ambasciata. L’ex-ambasciata somala si trova in una delle zone più belle di Roma piena di verde e bei palazzi. Se dal di fuori sembra di trovarsi davanti ad un elegante palazzo, dentro dopo 7 anni di abbandono, senza manutenzione ed elettricità, le condizioni di degrado sono indescrivibili:“senza corrente elettrica, con solo due bagni

a disposizione, in un’atmosfera irrespirabile per la puzza, tra i topi che circolano in mezzo ai materassi umidi adagiati

sui pavimenti” (La Repubblica 30 Dicembre 2011). In seguito ad un recente fatto di cronaca (lo stupro il 26 febbraio di una ragazza all’interno dell’edificio dell’ambasciata) l’ex-ambasciata è stata sgomberata e come racconta un giornalista di Repubblica: “i rifugiati sono stati abbandonati a se stessi in mezzo alla strada, braccati dalle forze di polizia che non permettevano loro di stazion- are in nessuna area, senza che venisse predisposto dal Comune e dalla altre istituzioni, un minimo piano di accoglien- za in qualche struttura” (La Repubblica, 27 Febbraio 2011).

Focus “Ponte Mammolo”

Tipologia di insediamento: vera e propria baraccopoli Numero di abitanti: circa 100 persone Nazionalità: Eritrea

Breve storia In un terreno vicino alla fermata della Metro di Ponte Mammolo da sette anni si è insediato un gruppo di rifugiati eritrei, che negli anni ha costruito delle abitazioni con legno, lamiera e in qualche caso mattoni. La comunità di Ponte Mammolo è una comunità ormai stabile che si è data anche un nome portatore di un messaggio di sperata integrazi- one: “Comunità La Pace”. La comunità negli anni è cresciuta e si è auto-organizzata per l’approvvigionamento di acqua ed elettricità: è stato acquistato un generatore comunitario e periodicamente viene comprata la benzina per farlo funzionare. L’elettricità arriva tutti i giorni dalle 8 di sera a mezzanotte. Nel 2006 a causa di un incendio la maggior parte delle baracche sono bruciate, e gli abitanti con grandi sacrifici hanno dovuto ricostruirle. Infine recentemente la comunità ha anche costruito due bagni in muratura. Nonostante rispetto ad altri insediamenti informali quello di Ponte Mammolo sia ben organizzato, è comunque una soluzione emergenziale e Simon, uno degli abitanti racconta: “io sono arrivato in Italia 7 anni fa, dopo essere stato 3 giorni a Crotone, sono arrivato a Roma. Non avevo nessun posto dove dormire così insieme ad altri 500 ragazzi provenienti dal Corno d’Africa siamo andati a dormire alla stazione Tiburtina. Fino a quando un amico non mi ha detto che altri rifugiati eritrei si erano insediati in un terreno a Ponte Mammolo. Sono andato la anche io e piano

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piano mi sono costruito questa casa in legno. Fino a quando non troverò un’altra soluzione migliore rimarrò qua, ma questa non il mio posto, è una soluzione di emergenza”.

Riflessioni conclusive

La casa è un presupposto fondamentale per l’inclusione degli immigrati all’interno della società, secondo Somma

(2004) la casa ha “la funzione di favorire l’educazione e l’emancipazione dei lavoratori…[è] quindi un’indispensabile premessa alla loro integrazione”. L’attuale situazione abitativa di molti immigrati e della maggior parte dei rifugiati politici presenti a Roma è quindi un chiaro segnale di mancanza di integrazione all’interno della città. Le società sono costruite anche spazialmente, e le modalità in cui le città vengono costruite e abitate influenza anche la società e può

amplificare certe tendenze e ridurne altre. Le città sono quindi il risultato fisico delle diverse politiche urbane (Piles, 1999) ed è importante considerare che il modo in cui le città vengono pianificate influenza le dinamiche sociali dal momento che “le relazioni sociali sono inevitabilmente correlate alle relazioni spaziali” (Peach, 1975). La concentrazi- one di popolazione disagiata e vulnerabile produce effetti di chiusura e contribuisce a rafforzare la ghettizzazione e la segregazione urbana degli abitanti. È quindi di fondamentale importanza analizzare e risolvere il problema abitativo

di immigrati e rifugiati politici.

“E’ indiscutibile che le politiche per risolvere la condizione abitativa degli immigrati non siano adeguatamente affron- tate, tant’è che oggi è l’immigrato ad adattarsi al mercato e non viceversa” (Caritas e Migrantes, 2010: 196).

La domanda abitativa degli immigrati e dei rifugiati politici si distingue per la complessità dei fattori che concorrono

a determinarla, dati dalla capacità di reddito, dalla composizione del nucleo famigliare, dalla rete di relazioni, dalla nazionalità, dalle specificità e dalla durata del progetto migratorio e dal grado di integrazione sociale. Ad esempio le tre situazioni sopra riportate dei rifugiati afghani, somali e eritrei sono tre insediamenti informali che presentano caratteristiche estremamente diverse, a testimonianza del fatto che la domanda di abitazioni a basso costo da parte di immigrati sia una domanda variegata, che rispecchia esigenze diverse. L’insediamento di Ponte Mammolo è una comunità stabile e auto-organizzata, mentre l’insediamento degli afghani

non ha avuto la possibilità di stabilizzarsi e quindi i suoi abitanti si trovano dopo anni in una situazione ancora estre- mamente precaria ed emergenziale. L’accampamento dei profughi afghani ad Ostiense (la cui storia e caratteristiche sono riportate nel primo approfondi- mento), svolgeva sia funzione di prima accoglienza per i nuovi arrivati, che anche quella di rifugio di lungo periodo per i profughi afghani che non hanno un lavoro e quindi la possibilità di pagare un affitto. L’insediamento sorgeva all’interno di un cantiere, di conseguenza non si può pensare ad una soluzione di recupero dell’insediamento in situ, ma si dovrebbe prevedere una strategia di breve periodo per l’accoglienza dei nuovi arrivi giornalieri, ed una strategia

di lungo periodo per i rifugiati politici che intendono restare nella città di Roma. Mentre per l’insediamento di Ponte

Mammolo di rifugiati eritrei, dove da sette anni sono state costruite delle piccole baracche e si è formata una comu-

nità stabile, in un terreno inutilizzato, se ci fosse la volontà politica si potrebbe pensare ad un progetto di auto-costru- zione di case in situ affidata direttamente ai rifugiati eritrei.

E’ importante sottolineare che non esistono soluzioni standard ai problemi abitativi di immigrati e rifugiati politici,

ma ogni tipo di intervento deve essere multi-settoriale, e deve essere pensato in base al contesto di riferimento. Tut- tavia, la condizione sine qua non per trovare una soluzione al problema ci sembra essere la volontà politica di trovare soluzioni di lungo periodo, piuttosto di mettere in atto politiche repressive di sfratti e sgomberi forzati.

Caso di studio 2 - Case senza gente e gente senza case: l’Italia e il panorama europeo

2.1) Case senza gente e gente senza case

L’attuale crisi abitativa non è dovuta, come nel dopo guerra, alla mancanza di case, ma ha radici più profonde da

trovare nell’attuale sistema neoliberista, che ha messo in crisi la pianificazione delle città ed ha trasformato le città da bene comune a bene di consumo. A partire dalla seconda metà degli anni ’90 una parte del sistema imprenditoriale e finanziario, complici le banche e la liberalizzazione degli affitti, ha puntato sull’aumento spropositato dei valori immo- biliari. Il crescente numero di persone che non riescono ad accedere al bene casa non è quindi dovuto alla mancanza

di

abitazioni. Infatti negli ultimi 50 anni lo stock abitativo in Italia è più che raddoppiato, passando da una situazione

di

deficit di abitazioni nel 1951, in cui erano presenti 11.814.402 famiglie per 11.410.685 abitazioni, ad una situazione di

netto surplus nel 2001, in cui troviamo 21.810.767 famiglie per uno stock abitativo di 27.291.993 abitazioni.

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Tabella 1:

Tabella 1: Questi dati, quindi, dimostrano in maniera inconfutabile come in Italia ci siano molte più

Questi dati, quindi, dimostrano in maniera inconfutabile come in Italia ci siano molte più abitazioni che famiglie:

27 milioni di abitazioni contro 22 milioni di famiglie. Considerando poi che in economia al crescere dell’offerta di un determinato bene ci dovrebbe essere una conseguente diminuzione del prezzo di quello stesso bene risulta che, non- ostante l’aumento delle abitazioni costruite, non ci sia stata una riduzione dei valori immobiliari, ma al contrario “si è assistito a un trasferimento di ricchezza verso la rendita immobiliare” (Berdini 2008: 125). Secondo dati Ance e Nomisma (riportati da Berdini 2008) in meno di 10 anni, dal 1996 al 2006 il valore medio degli im- mobili su scala nazionale è aumentato del 69%. Le città sono quindi diventate un bene economico. A riprova di questa affermazione l’Economist ha stimato che nei

paesi occidentali, tra il 1997 ed il 2007, il valore degli immobili è cresciuto esponenzialmente passando da 30 trilioni di dollari a 70 trilioni di dollari. Un incremento tale non ha precedenti nella ricchezza prodotta da nessun’altra attività produttiva. “Il mutato rapporto tra economia e città ha trasformato quest’ultima in una sorta di banca dalla quale at- tingere risorse economiche” (Caudo 2010, 9). Secondo Berdini (2008) il rilancio dell’edilizia invece di dare una casa a chi ne ha bisogno è solo servito ad aumentare le speculazioni immobiliari nella città di Roma. “La lobby della rendita ha evidentemente un peso troppo grande in Italia” (ibid. 142). L’urbanistica quindi invece di frenare la finanziarizzazione delle città è servita ad assecondarla. In questa situazione di surplus di abitazioni e di finanziarizzazione della città si continua a costruire invece di utiliz- zare lo stock abitativo esistente. Di conseguenza in Italia, come in molti Paesi d’Europa, è crescente la preoccupazione per il fenomeno del consumo di suolo. “Non consumare territorio non vuol dire non costruire. Vuol dire solo passare dal nuovo al recupero… Non consumare territorio potrà servire inoltre a contrastare la deriva di un eventuale protago- nismo degli operatori immobiliari” (Consumo di suolo zero, 2010). Non consumare territorio vuol dire riutilizzare spazi vuoti già urbanizzati, recuperare edifici e fabbriche in disuso, rimettere sul mercato le migliaia di abitazioni sfitte presenti in Italia, arrivare ad una piena utilizzazione del patrimonio edilizio privato e pubblico. In Europa, la Germania si è data l’obiettivo quantitativo di ridurre del 75% gli attuali consumi di suolo entro il 2020.

Il Regno Unito ha messo in campo una serie di azioni che vanno dalla costituzione di green belt, all’adozione di limiti minimi di densità per le aree di nuova crescita urbana (Vitilio 2010).

E a Roma qual è la situazione?

A

Roma, su 1.715.000 abitazioni, 245.000 abitazioni, una su sette, sono oggi vuote (La Stampa, 22 Luglio 2009) a fronte

di

una emergenza abitativa che sfiora le 100.000 unità tra immigrati, famiglie sotto sfratto, famiglie a basso reddito,

giovani precari ed anziani (Caudo e Sebastianelli 2007). Ci troviamo quindi in una situazione paradossale di “case senza gente e gente senza case”. Tuttavia rimettendo sul mercato questo enorme patrimonio sfitto (e quindi inutilizzato) si potrebbe: da una parte dare una casa a prezzi calmierati a coloro che al momento sono esclusi dal mercato dell’affitto e dall’altra aumenter- ebbe il reddito delle migliaia di famiglie che mantengono le loro abitazioni vuote per paura di un mercato dell’affitto sregolato. In conclusione, per arrivare ad una piena utilizzazione del patrimonio (sia pubblico che privato) si dovrebbe:

Prevedere sanzioni per i proprietari di immobili vuoti, incentivando in questo modo il mercato dell’affitto;

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Legalizzare l’occupazione di immobili inutilizzati, come in Inghilterra dove lo “squatting” non è un crimine, ma una controversia del diritto civile (Sezione 6 dell’Atto di Legge Criminale 1977), che deve quindi essere risolta tra gli occu- panti e i proprietari. Inoltre, gli occupanti dopo 10 anni diventano proprietari dell’immobile; Attivare un meccanismo simile a quello degli Empty Home Officers in Inghilterra; Creare Organizzazioni di intermediazione immobiliare sociale come Provivenda in Spagna.

2.2) Buone pratiche in Europa

Focus “Empty Homes e l’esperienza inglese”

La

Empty Homes, creata nel 1992, è una Organizzazione Non Profit che ha come obiettivo principale quello di rendere

di

nuovo disponibili le case vuote per coloro che vivono in condizione di emergenza abitativa. Fin dalla sua nascita

Empty Homes si è impegnata in campagne di sensibilizzazione e di lobbying riguardo alla necessità di utilizzare le case vuote e nella realizzazione di studi e ricerche a riguardo. Empty Homes è diventata il punto di riferimento delle amministrazioni locali durante le operazioni condotte dagli Empty Houses Officers, uffici locali che hanno il compito di monitorare le case lasciate sfitte da più di sei mesi, le ab- itazioni pericolanti e quelle in disuso. Infatti secondo la Regulatory Reform – Housing Assistance del 2002, “ogni ente locale deve garantire il riutilizzo delle case disabitate promuovendo investigazioni patrimoniali e visite presso i propri- etari degli stabili, e proporre sussidi per la messa a norma e la ristrutturazione delle case lasciate in disuso da molto tempo”. Nel Regno Unito se qualcuno viene a conoscenza di una casa vuota può rivolgersi all’Empty Houses Officer, il quale cercherà il proprietario per convincerlo dei vantaggi di rimettere sul mercato l’abitazione. Se questa contrattazi- one non andasse a buon fine, il governo locale ha il potere di decidere: la vendita coatta dell’abitazione o di comprare l’abitazione senza il permesso del proprietario. Se invece l’abitazione vuota è del governo si può procedere con una Public Request to Order Disposal che obbliga le autorità pubbliche a vendere gli edifici non utilizzati. Inoltre, il 21 Ottobre 2010, Eric Prickles, il Ministro delle Comunità Locali, ha dichiarato che il governo ha stanziato 100 milioni di sterline per riportare in uso le case vuote. Questa iniziativa fa parte del National Affordable Housing Pro- gramme, programma governativo lanciato nel 2008, che ha come obiettivo quello di mettere a disposizione 155.000 nuove abitazioni ogni anno.

Focus “L’esperienza spagnola di Provivenda”

Mentre in Italia il mercato abitativo è caratterizzato dalla mancanza di una componente non-profit privata, in molti paesi europei è invece presente ed è di fondamentale importanza nella tutela delle fasce più deboli. La mancanza dello scopo di lucro delle Organizzazione Non Profit assicura che venga perseguito l’interesse delle fasce più deboli della popolazione, mentre la mancanza della burocrazia statale rende più semplice il processo decisionale e più brevi i tempi di gestione e realizzazione. Germania, Olanda, Regno Unito, Austria e Svezia hanno quote consistenti di abitazioni in affitto sociale, non solo per- ché hanno costruito molte abitazioni di edilizia pubblica, ma anche perché “sono riusciti a creare un sistema di regole che ha portato una quota di operatori privati ad investire nell’edilizia sociale” (Somma, 2004: 139). L’esempio di Provivenda in Spagna è un esempio positivo di una organizzazione che si occupa di instaurare uno scambio fiduciario tra proprietari e inquilini. Grazie alla “intermediazione immobiliare sociale” in Spagna Provivenda ha rimesso sul mercato più di 30.000 abitazioni ad affitti calmierati. Provivenda è una organizzazione Non Profit spagnola nata nel 1999 che promuove programmi di alloggio di carattere sociale per gruppi con problemi di accesso alla casa come giovani, immigrati ed altri gruppi di persone. Provivenda fa

da mediatore tra gli affittuari ed i proprietari degli appartamenti, a cui fornisce una assicurazione sulla casa, e garan- tisce il pagamento dell’affitto.

La

ricerca delle case e la contrattazione per il loro affitto viene effettuata da Provivienda, che poi le cede agli inquilini.

In

alcuni casi, il proprietario contratta direttamente con l’inquilino e Provivienda garantisce per il primo anno, il paga-

mento della rendita. Tutte le procedure necessarie per la contrattazione vengono effettuate da Provivienda senza costi né per il proprietario né per l’ inquilino. Inoltre, Provivenda offre gratuitamente ai proprietari delle case:

Un’assicurazione contro ogni genere di rischio; Assistenza tecnica: ogni mese, puntualmente, la rendita viene riscossa dagli inquilini e accreditata ai proprietari. Inol- tre, gli inquilini vengono istruiti sull’uso e la manutenzione della casa, delle sue attrezzature e degli elettrodomestici e sono previsti interventi immediati in caso di guasti, attraverso il ricorso all’assicurazione, che a questo scopo viene

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stipulata. In caso di mancato pagamento, si inizia il procedimento giudiziale. Assistenza sociale agli inquilini. Provivenda solo a Barcellona ha recuperato circa 30.000 appartamenti sfitti e invenduti trovando alloggio a più di 67.000 persone (Vita, 24 Dicembre 2010).

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TESTIMONI PRIVILEGIATI: DAVID ROMANI

Chi sei? Di cosa ti oc cupi o si oc cupa la struttura di cui fai parte? Cosa ti lega alla problematica dell’abitare a Roma?

Sono David Romani operatore sociale che lavora in un centro di accoglienza del Comune di Roma per immigrati, in

particolar modo per rifugiati. Chiaramente il fatto dell’accoglienza e il fatto che le persone, le famiglie si fermino a vi- vere un tot di tempo in questi posti è già un primo tentativo di risolvere la problematica dell’abitare. Poi chiaramente

ci si scontra con i limiti di questa città e quindi con quella che è la fuori uscita da questi posti e quindi l’abitare vero,

quello ognuno nella sua casa.

Quali sono i soggetti sociali di cui ti oc cupi e che incontri nella tua attività di ricerca o di inizia- tiva politica e sociale? Di quali problematiche specifiche sono portatori?

Nel centro dove lavoro vengono accolte famiglie principalmente di rifugiati e quindi c’è tutta la problematica dell’assenza in questo paese di una legge sull’asilo politico e tutte le problematiche legate al primo ingresso in questa città – la lingua, i problemi sanitari, le questioni relative alla scuola – tutta una serie di questioni burocratiche che come centro aiutiamo a svolgere all’interno di un principio di integrazione. Ovviamente la problematica specifica sulla questione dell’abitare inizia nel momento della fuoriuscita dal centro. Qui hanno una serie di aiuti, minimi, miserabili ma che in un modo o nell’altro riescono a farli sopravvivere almeno fino a quando sono nel centro. In teoria questi centri dovrebbero garantire l’aiuto nella ricerca di una casa e di un lavoro ma qui ci veniamo scontrare con i limiti di una città come questa dove trovare una casa è una cosa particolarmente complessa sia per un italiano che comunque ha garanzie, relazioni e rapporti, figuriamoci per una famiglia di migranti che deve garantire comunque un reddito che difficilmente riesce a garantire. Quindi raramente il passaggio dal centro di accoglienza è verso una casa in affitto

o cose del genere, purtroppo spesso e volentieri, soprattutto in questa fase economica dove la crisi sta tagliando le

gambe a tutti i settori più deboli, si rientra nel circuito dell’assistenza ed è difficile uscirne. Si rientra in altri centri, poi

si passa il tempo, poi si torna in altri centri finchè alla fine vengono messi in un modo o nell’altro per strada.

La difficoltà legata alla ricerca di una abitazione e quindi alla chiusura di una fase di assistenza è legata comunque alle contraddizioni di una città come questa. Intanto spesso noi supportiamo queste persone nella ricerca e sono tan-

tissimi gli annunci di affitti che non vogliono stranieri. Anche lì dove non è esplicitato nulla sull’annuncio, la maggior parte delle volte quando si tratta di famiglie migranti senza busta paga giù pronta è difficile che comunque possano decidere di affittare.

Le possibili soluzioni che abbiamo individuato, almeno per la mia esperienza sono raramente la possibilità di affittare

una casa a meno che non si cerchi nell’estrema periferia fuori dal raccordo dove si possono abbassare un po’ i prezzi, perché possano essere accessibili. Altrimenti altre soluzioni sono quelle di prendere casa insieme ad altre famiglie e quindi comunque coabitazioni forzate che spesso arrivano a creare diversi problemi, diverse difficoltà. Qualcuno si va a far sfruttare per cui magari manda la famiglia nel meccanismo assistenziale che magari per madre e bambino

è più accessibile e si va a infilare in un appartamento in 6 o 7 persone pagando prezzi incredibili. Altra soluzione che riscontriamo praticata da queste persone è l’occupazione delle case. Esistono diverse realtà che si muovono in questa città a da questo punto di vista e raccolgono tanta di quella che è la domanda di emergenza abitativa dei migranti, ovvero delle persone che attraversano questi centri. Un’altra problematica specifica è che queste persone che arrivano

in Italia da paesi diversi spesso arrivano qui con professionalità e studi che qui non vengono riconosciuti e quindi con

delle competenze specifiche con le quali non possono fare niente, come per esempio ingegneri che lavorano ai mercati generali o cose del genere. Quindi per quanto potrebbero avere un lavoro da professionista o le competenze per farlo non gli sono riconosciuti gli studi e quindi anche questo è un problema. Stessa cosa per la patente, alcuni paesi hanno accordi con l’Italia per utilizzare qui la patente di guida, per altri questa possibilità non esiste. Questo dipende dagli accordi tra i vari paesi: se non c’è l’accordo su quella questione non sono riconosciuti né gli studi né la patente. Ovvia- mente questo significa che ci sono delle relazioni politiche che influenzano questa possibilità e che vanno ben al di là delle esigenze delle singole persone.

Quali sono le principali caratteristiche della metropoli Roma e quali i processi di trasformazione urbana in atto? In che modo incidono sull’ac cessibilità degli alloggi?

I processi urbanistici di questa città sono molto simili a quelli di altre capitali europee. Si va verso la definizione di una

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metropoli con un centro-vetrina e l’espulsione degli abitanti verso la periferia. Roma ha una ulteriore particolarità

che è quella di essere fatta a scacchiera per cui esistono quartieri che vengono rivalutati in virtù della svalutazione dei quartieri che ci sono accanto. Chiaramente la popolazione migrante non può accedere che a questi settori più svaluta- ti. Per assurdo, per quelli che sono i meccanismi commerciali, anche questa presenza diventa un fattore svalutante per la vendita del patrimonio che esiste in questi quartieri. Quindi abbiamo delle grosse concentrazioni in alcuni quartieri particolari che spesso offrono dei meccanismi di sfruttamento come le coabitazioni di cui parlavamo prima ma che in qualche modo to