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Volume : 3 Numero : 52 Data : Novembre 2011 Sede : Gruppo Alternativa Liguria

Volume : 3 Numero: 52 Data: Novembre 2011 Sede: Gruppo Alternativa Liguria Di: Asta Paolo, Martini Claudio

Alternativa news

In collaborazione con: Megachip

Claudio Alternativa news In collaborazione con: Megachip IN QUESTO NUMERO 1 – Credit Suisse, gli ultimi
Claudio Alternativa news In collaborazione con: Megachip IN QUESTO NUMERO 1 – Credit Suisse, gli ultimi

IN QUESTO NUMERO

1 – Credit Suisse, gli ultimi giorni

dell’euro, almeno come lo conosciamo pag. 1 ]

2 – Nessun complotto. Solo un sistema

stupido – Da: Idee in movimento [pag. 2 ]

3 –

Messora [pag. 2 ]

Diciassette

tiranni

Di:

Claudio

4 – Mario Monti e il golpe finanziario –

Da: Idee in movimento [pag. 2 ]

5 – Monti il caudillo – Di: Uriel Fanelli [pag. 3/4 ]

6 –

Alternativa [pag. 4 ]

Il

governo

della

recessione

Di:

Governo

Marsili [pag. 4/5 ]

7 –

pericoloso

Di:

Lorenzo

8 – Monti, i suoi sponsor chi sono?

Pagheranno anche loro? – Di: Massimo Ragnedda [pag. 5/6 ]

9 – Chi salverà l’Euro? Opzioni, rischi e germanizzazione dell’Europa – Di:

Davide Taino [pag. 6/7 ]

10 – Fronte dei porci – Di: Guido Viale

[pag. 7/8 ]

CREDIT

SUISSE,

GLI

ULTIMI

GIORNI

DELL'EURO,

ALMENO

COME

LO

CONOSCIAMO

Rendimento Bpt e Bonos a 10 anni potrebbe salire sopra 9%

Milano, 21 nov - La fine dell'euro, almeno nella forma in cui lo abbiamo conosciuto fino ad ora, sembra essere arrivata. E' quanto scrivono gli analisti di Credit Suisse in uno studio pubblicato oggi dedicato alle sorti probabili della divisa comune. "Questo non significa che la rottura dell'eurozona sia molto probabile - si legge nel rapporto - ma sicuramente significa che devono succedere delle cose straordinarie, e possibilmente entro la metà di gennaio, per impedire la chiusura progressiva di tutti i mercati dei bond dell'eurozona, con la possibilita' che in concomitanza con questi eventi si verifichino attacchi speculativi anche alle banche piu' forti". Secondo gli analisti di Credit Suisse non si tratta di paradossi ma della logica "inesorabile" degli investitori che non sanno piu' esattamente che cosa stiano comprando sul mercato dei bond. "Nel breve periodo, questo non puo' essere risolto dalla Bce o da nuovi governi in Grecia, Italia o Spagna. Il problema e' che i mercati hanno bisogno di segnali credibili sotto forma di un'unione fiscale e politica ben prima che si possano modificare i trattati". Secondo la banca, questo nuovo trend significa la fine del modo con cui si e' proceduti sino ad ora, a strappi, a favore di misure piu' drastiche e risolutive di quanto non vorrebbero al momento tanto la Francia quanto la Germania. "Solo allora la Bce a nostro parere sara' disposta a fornire il ponte finanziario necessario per evitare un collasso sistemico e pensiamo che il dibattito sull'unione fiscale entrera' nel vivo gia' questa settimana quando la Commissione pubblichera' un nuovo rapporto sulle tre diverse opzioni per degli Eurobond garantiti vicendevolmente degli stati. Fino a che questo dibattito non giungera' a conclusioni concrete, i mercati continueranno a risentire di forti tensioni e un paradosso e' che la pressione sugli yield dei titoli di Stato di Italia e Spagna potrebbero peggiorare molto pur nel momento in cui i nuovi governi varano le riforme e non e' da escludere che i rendimenti salgano sopra il 9% per un breve periodo". "A dir la verita' - proseguono gli analisti - e' del tutto possibile vedere gli yield francesi salire sopra il 5% e persino gli yield dei bund salire durante la fase critica del dibattito sull'unione fiscale". "In breve - conclude il rapporto della banca elvetica - il destino dell'euro sta per esser deciso. E la pressione per arrivare ai necessari passi in avanti sul piano politico verra' probabilmente dagli investitori alla ricerca di una protezione contro le conseguenze assolutamente catastrofiche di un collasso dell'euro, uno scenario che le loro stesse paure dovrebbe alla fin fine aiutare a impedire".

PAGINA 1 – Alternativa news n°52

NESSUN COMPLOTTO, SOLO UN SISTEMA

STUPIDO - Da: idee in movimento

Quel che sta accadendo in questi giorni, fra politica ed economia, non riguarda alcun “complotto”. Il termine “complica” qualcosa che, nella realtà, potrebbe essere più semplice, a dispetto del comportamento “complice” degli attori in commedia. Chi, su carta o rete, tende a ridurre l’analisi della dittatura monetaria al mero gioco fra complottisti ed anticomplottisti, fra eretici ed ortodossi, alternativi e debunkers, rende uno scarso servizio, spesso interessato, ai propri lettori: confondendoli, spaventandoli o più semplicemente lasciandoli in balia di un apocalittico catastrofismo finanziario. Nessun complotto, dunque. Piuttosto, ci troviamo di fronte al naturale percorso di un sistema stupido. Stupido, poiché privo di uscita. Come un terminale internet. Stupido, appunto, poiché nato dall’euforia tecnocratica di una “storia finita” (Fukuyama) nella quale non restava in piedi che il mercato globale: fatto al volo, subito, immediatamente, per accumulare l’impossibile, per crescere l’impossibile, quanto il mondo, il giorno dopo la caduta dello spauracchio comunista. Questo hanno pensato negli anni ’90 le èlite neoliberiste occidentali:

aprire il più velocemente possibile nuovi mercati. E aprire al mondo i mercati già esistenti. Da qui la nascita del WTO e il poco noto, sempre troppo poco citato Uruguay Round, sino all’ingresso della Cina nell’Organizzazione stessa. In questi 20 anni l’Occidente ha così trasferito investimenti e produzioni nei nuovi mercati perdendo al suo interno competitività, produttività, risparmio e consumo. Un’ecatombe nascosta. Fatta di recessioni smentite o, piuttosto, coperte. Da cosa? Indovinato. Da un sistema finanziario che proprio negli anni ’90 veniva deregolamentato e fatto divenire – too big to fail – troppo grosso, troppo grasso, per poter fallire. Così, fra Cds (Credit Default Swap) e Cdo (Collateralized Debt Obligations), le menti del sistema bancario internazionale hanno tentato di mettere la spazzatura sotto il tappeto, drogando letteralmente i conti di Usa ed Ue. Ma nel 2007 è bastato un piccolo debito subprime inevaso per far crollare il castello di carte. Nei fatti, e non lo diciamo noi piccoli economisti di strada ma i dati di borsa, l’intero sistema bancario occidentale risultava tecnicamente fallito; e Lehman Brothers il più classico dei capri espiatori, il sacrificio religioso necessario a scongiurare possibili e più profonde prese di coscienza. Alla fine del mandato di Barack Obama ci troviamo, dunque, di fronte ad un’economia occidentale in recessione e ad un sistema finanziario atlantico a caccia, bava alla bocca, di ricchezze reali. Entrano così in gioco le speculazioni sui debiti sovrani dei paesi periferici, non protetti da un prestatore di ultima istanza come è la Fed (Federal Reserve) ed in balia delle stesse agenzie di rating americane; entrano in gioco i fiduciari periferici di importanti banche d’investimento come Goldman Sachs che, in Spagna, Irlanda, Portogallo, Italia e Grecia, attraverso meccanismi perfettamente democratici sembrano poter imporre tipiche misure di spoliazione. Se, quindi, il sistema bancario sostiene virtualmente e da una posizione tecnicamente fallimentare il costo delle obbligazioni dei debiti sovrani (BCE), banche e banchieri “privati” si preoccupano di riscattare, fisicamente, le ricchezze reali per essi e da essi attribuite. Non ci troviamo, dunque, di fronte ad alcun complotto, ma solo ad un percorso stupido di un sistema stupido, nato per tutelare il debito americano a scapito delle ultime energie produttive della vecchia Europa. Paghiamo così il provincialismo delle nostre classi dirigenti, illogicamente supine a difesa di quel sistema liberale e democratico apertamente fondato sul potere degli istituti finanziari. E lo facciamo, appunto, senza alcuna coscienza collettiva, ben felici di deprimere il nostro orizzonte temporale e le nostre capacità di crescita, fino a quando non sarà necessario, anzi, obbligatorio, uscire da questa strada senza sbocco. Una strada stupida. Una strada liberal- democratica.

PAGINA 2 – Alternativa news n°52

Diciasette tiranni - di Claudio Messora

Chi sono i signori presentati da Mario Monti? Li conoscete? Li

avete mai visti prima d'ora? Li avete mai sentiti parlare? Qualcuno di loro vi ha per caso spiegato cosa vuole fare? Siete d'accordo con lui? No, e come potreste: non sapete neppure chi siano. I loro nomi sono noti solo a pochi. Sono èlite provenienti da un'altra dimensione, apparse solo per i brevi istanti necessari a fare una foto di gruppo. Vi passano accanto nascosti dai vetri opachi delle auto blu: loro vedono voi, ma voi non vedete loro. Ne discendono solo per infilare porte girevoli e svanire nelle lussuose hall dei loro uffici di vetro. Opaco pure quello. Se provate a seguirli vi buttano fuori. Mica loro, che non ci fanno neanche caso: i loro sgherri. Non potete fargli domande: non rispondono. Non vi guardano mai negli occhi. Del resto, cosa potrebbero spiegarvi che voi possiate capire? Loro sono. Loro hanno. Loro possono. Loro arrivano e loro fanno. Ed è tutto.

La definizione di tiranno non è "colui che governa male":

tiranneggiando, appunto. I tiranni erano coloro che prendevano

il potere senza esserne pienamente legittimati. Questo governo

di banchieri, eletto dal Corriere della Sera, da Prodi, da Banca

Intesa, da CL e da Ruini, questo governo dei Passera, dei Profumo, delle donne più ricche d'Italia, questo governo degli ammiragli non è legittimato. La Costituzione non lo prevede. Il Parlamento che ha svolto le consultazioni non è stato eletto dal popolo ma nominato dai partiti. I partiti stessi non hanno più nessuna voce in capitolo: sono ostaggi del potere economico finanziario. Se mai osassero rifiutare il loro voto, un colpo di spread li metterebbe alla pubblica gogna. E loro non possono permetterselo: in fin dei conti, potrebbero perfino esserci nuove elezioni, in futuro. Questi diciassette tiranni, nella definizione classica del termine, avranno cambiato l'Italia prima ancora che voi abbiate imparato i loro nomi. E c'è ancora gente che si ostina a chiamarla democrazia.

MARIO MONTI E IL GOLPE FINANZIARIO

Da: idee in movimento

E’ talmente palese il paradosso, che se non facesse piangere

ci sarebbe quasi da ridere. Sono mesi, anzi anni che è

consolidata la certezza, tesi appoggiata trasversalmente da media, istituzioni politiche e gente comune,che la crisi economica sia frutto delle scellerate mosse dell’alta finanza,che, speculazione su speculazione ha fatto esplodere la bolla.

A lor signori però non basta aver piegato le economie reali di

mezzo mondo per poi essere salvati dai governi, no, loro i governi se li prendono direttamente. Super Mario Monti è l’uomo che piace ai mercati, e le testate giornalistiche, salvo

rarissime eccezioni, ne tessono subito le lodi. Un golpe di stato finanziario bello e buono. Il tecnico liberista usurpatore della sovranità popolare è uomo di spicco della Goldman Sachs, si, proprio quella banca d’affari che prima fra tutte ha speculato sui mutui subprime mettendo in ginocchio migliaia di poveri cittadini.

Il signor Monti è altresì presidente europeo della Trilateral

Commission e membro del comitato direttivo del Bilderberg Group nonché primo presidente del "Bruegel", un think-tank nato a Bruxelles nel 2005, composto e finanziato da 16 Stati membri dell'UE e 28 multinazionali. Cari italiani, probabilmente per vostro sommo gaudio non si ballerà più il bunga bunga, sarete troppo impegnati ad inchinarvi a sua maestà Banca Centrale Europea.

Monti il Caudillo

di Uriel Fanelli - keinpfusch.net.

Ho appena letto la composizione del

governo Monti, e devo dire una cosa: se qualcuno pensava che Berlusconi avesse tendenze fasciste o ricordasse un regime, beh, adesso sarà meglio che apra gli occhi, perché il governo Monti non ha somiglianza con un regime: non è altro che un governo corporativo che sarebbe piaciuto tanto a Gentile, praticamente identico a quello dei tecnocrati di Francisco Franco, con un più gli aspetti corporativi tipici del fascismo italiano. Credo che mai, nella storia della repubblica, si sia arrivati ad un simile livello di corporativismo. Sigourney Weaver, in "Avatar", disse qualcosa come "questi ci pisciano in testa e non perdono neanche tempo a dirci che è pioggia". Eh, circa. Per capire l'incredibile, facciamo una mappatura. Renato Balduzzi. CEIMS -> Fondazione CARIPLO, Compagnia di San Paolo,Fondazione CRAL. Corrado Clini: tramite GBEP -> EUBIA -> ENI. Francesco Profumo : Ansaldo, Finmeccanica, Breda, Microsoft, Mototola, Telecom, Pirelli. Giampaolo di Paola: made in N.A.T.O. Mario Monti (interim economia) : Goldman Sachs Mario Catania: made in UE. Elsa Fornero: Compagnia San Paolo, Associazione Fondazioni e Casse di Risparmio, Intesa San Paolo. Paola Severino: Eni. Corrado Passera: Mc Finsey, Poste, IntesaSanPaolo, etc etc. Credo ci sia poco da dire. Giulio Terzi di Sant'Agata: N.A.T.O. Lorenzo Ornaghi: ACLI, Coop Bianche Lombarde. Anna Maria Cancellieri: ENEL. Catricalà: Telecom Italia. Ora, se vi piace tanto un governo simile e lo chiamate "governo di tecnici", sappiate che non siete i primi. Un governo simile fu detto "governo dei tecnocrati" ed esistette gia' in Spagna ai tempi di Francisco Franco. I tecnocrati erano personaggi provenienti da Opus Dei, che però attuavano politiche suggerite dall'FMI dell'epoca, cioè politiche turboliberiste simili a quelle enunciate da Monti. Non c'è nulla di strano nelle proposte di Monti, per la semplice ragione che sono IDENTICHE a quelle del 'Desorollo" spagnolo. Se esaminiamo il curriculum vitae dei partecipanti al governo, addirittura, ci convinciamo ancora di più della similitudine con i tecnocrati di Francisco Franco, esaminando le aree accademiche di appartenenza: Renato Balduzzi,…

]. [

… Professore dell'Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano. Corrado Clini: Uniparma. Francesco Profumo: Politecnico. Giampaolo di Paola: Militare Mario Monti (interim economia): Goldman

Sachs

Mario Catania: La Sapienza. Elsa Fornero: Unitorino. Paola Severino: LUISS Corrado Passera: Bocconi Giulio terzi di Sant'Agata: Unimilano. Lorenzo Ornaghi: Università del sacro cuore

di milano.

Anna Maria Cancellieri: Uniroma Catricalà: LUISS In pratica, o cattolici, o tecnici di stampo liberale. Ora , per carità: Francisco Franco fu , tra i leader fascisti, forse quello che ha saputo agire più in sordina, quello che ha fatto meno cazzate evidenti, e tutto quanto. Ma ciò non toglie che quello che abbiamo oggi è un governo franchista , detto governo dei tecnocrati. E' una formula conosciuta ed applicata esattamente, o quasi, allo stesso modo, e non c'e' quasi dubbio sul fatto che anche in italia abbiamo una giunta

specializzata tra tecnocrati puri e cattolici. Esattamente come nella giunta dei tecnocrati di Francisco Franco. Ora, voglio dire, ma vi faceva proprio schifo Mussolini? Cioè, per dare al paese una governo fantoccio del tutto identico a quello dei tecnocrati di Franco avete tirato

in ballo di tutto. Ma non facevate prima a

finanziare un colpo di stato fascista? In ultima analisi si tratta di una composizione politica e tecnica praticamente identica a quella dei tecnocrati di Franco, e professionalmente e idealmente analoga a quello del primo governo di Mussolini:

3 ministri fascisti: Alberto De Stefani,

Giovanni Giuriati e Aldo Oviglio, oltre allo stesso Benito Mussolini,

2 popolari: Stefano Cavazzoni e Vincenzo

Tangorra,

2 democratico-sociali: Gabriello Carnazza,

poi fascista, e Giovanni Antonio Colonna di

Cesarò,

1 liberale salandrino: Giuseppe De Capitani

D'Arzago,

1 liberale giolittiano: Teofilo Rossi (come il

successore Orso Mario Corbino)

1 nazionalista, poi fascista: Luigi Federzoni,

2 militari: Armando Diaz e Paolo Emilio Thaon di Revel,

1 indipendente, poi fascista: Giovanni

Gentile. Allora la componente liberale l'abbiamo, la componente popolare l'abbiamo , abbiamo

quella nazionalista , quella militare anche ,

e pure l'indipendente, e abbiamo anche la

ministra democratica-sociale del welfare.

Come vedete, abbiamo un governo evidentemente franchista, del tutto…

… analogo ai tecnocrati spagnoli, e mutatis mutandis, essenzialmente una copia del primo governo presieduto da Benito Mussolini semplicemente aggiungendo la commistione corporativa industriale che mancò a Franco (per mancanza di industrie). Non è una cosa strana, se pensiamo che questa evoluzione è stata spinta proprio da un rottame del Novecento come Napolitano, il quale pur di sentire l'aria dei suoi bei tempi probabilmente si accontenta dell'odor di caudillo. Del resto, se guardiamo solo il dato economico i tecnocrati Franchisti fecero rialzare la Spagna. Se osserviamo tutto l'insieme, la cosa non fu proprio cosi' bella:

alcuni distretti divennero potentissimi e il resto della spagna si svuotò creando quella che oggi viene detta "Espaňa Profunda". Le campagne si spopolarono e a formare il nuovo ceto medio andò parte della piccola proprietà immobiliare che esplose di valore durante l'esodo dalle campagne. La maggior parte della popolazione non migliorò lo stile di vita, poiché il ceto medio era formato da "predestinati", e quindi fu un periodo di enorme emigrazione verso il Sudamerica e il resto d'Europa: gli immigrati spagnoli che vedo qui in Germania sono quasi tutti residui del periodo di Franco. Questo perché la componente cattolica del governo non colpì l'immobiliare e non colpi' la gerontocrazia, cioe' l'idea di accumulare ricchezze ed autorità col tempo. Così i giovani fuggivano dalla spagna, dal momento che alla fine le liberalizzazioni rendevano semplicemente più facile costruire banlieues di sottopagati: se si fanno riforme economiche ma non riforme sociali, e l'economia cresce, a beneficiarne è ovviamente chi è già in vantaggio, mentre gli altri si scannano in una guerra tra poveri. Non è molto diverso da quel che vedo per l'Italia, e nemmeno da quel che volevano, sotto sotto, alcuni personaggi della nobilta' nera italiana, o quello che aveva in mente Almirante. Un popolo povero e molto lavoratore, una piccola borghesia molto attiva , quasi turbolenta formata da proprietari di immobili, grandi industrie legate a doppio mandato col potere politico, societa' culturalmente immobile.

Come dicono gli spagnoli "si te gusta

E

se considerate che dietro agli applausi per monti c'è ancora l' IMF, lo stesso IMF che

collaborò coi caudilli di Franco, di certo non si muore per lo stupore. Ho soltanto una cosa da dire : almeno per decenza, li' a sinistra, evitate per favore di cantare Bella Ciao, e di fare la sparata dei partigiani. Sul piano politico, questa roba si

liceo

almeno decente lo sapreste. Si chiamava…

".

è

già

vista,

e

se

aveste

fatto

un

PAGINA 3 – Alternativa news n°52

… governo dei tecnocrati di Franco, ed era una versione leggermente più cattolica dei governi fascisti di Mussolini.

Non è niente di nuovo, non è niente di speciale, l'unica cosa che ripeto è questa: abbiate almeno la decenza di girare in camicia nera e di smetterla con quella roba di "Bella Ciao".

Che coi partigiani, i caudilli non ci andavano d'accordo.

Il governo della recessione - Comunicato di Alternativa.

È caduto, finalmente, uno dei governi più corrotti e ridicoli dell’intera storia italiana. Purtroppo ciò non è avvenuto per effetto di una lotta popolare contro le iniquità sociali volute dal governo Berlusconi, né di una rinascita morale contro la corruzione del paese, né dell’emergere

di un progetto politico di superamento delle follie del nostro attuale sistema politico-sociale. La fine del governo Berlusconi è, al contrario,

l’effetto di un attacco concentrico dei ceti dirigenti nazionali e internazionali, che giudicavano Berlusconi (correttamente, dal loro punto di vista) troppo debole per operare il massacro sociale di cui essi hanno bisogno per mantenere il loro dominio e rimpinguare le loro casse. Berlusconi cade perchè all’interno della sua coalizione esistevano freni alla realizzazione delle scelte antipopolari ordinate da Bruxelles. E soprattutto perchè il governo di centrodestra era privo dell’appoggio delle forze sociali e sindacali necessarie per sopire le legittime proteste alle pretese di rivoltare il mondo del lavoro, il sistema pensionistico e l’assetto dei beni comuni. Grazie al consenso di cui dispone, interno e internazionale, Mario Monti sarà in grado di condurre a termine la distruzione dello Stato sociale molto più efficacemente di Berlusconi. È per questo che è stato messo a capo del governo. Per privarci di tutto quello che due secoli di lotte popolari hanno conquistato: il superamento della povertà, i diritti e i contratti nazionali di lavoro, la scuola per tutti, una pensione decente, l’assistenza sanitaria. Tutto questo verrà cancellato, in nome della mitica “crescita” e dell’Europa. Ma questo scempio non servirà nemmeno a far ripartire la crescita, perché ci avviterà in una spirale di recessione economica e disperazione sociale. Alternativa denuncia con forza il fatto che il prossimo governo Monti ha l’esplicito incarico di attuare politiche di spoliazione del paese (svendita di proprietà pubbliche, privatizzazioni dei beni comuni), di aggressione al reddito e alle condizioni di vita e di lavoro dei ceti medi e popolari, di distruzione dei diritti; denuncia il ruolo giocato in questa crisi dal Presidente Napolitano, che travalicando i limiti del suo ruolo costituzionale si è fatto strumento di una manovra politica contraria agli interessi popolari; denuncia la secca perdita di democrazia realizzatasi con la riduzione dell’Italia a Stato commissariato da entità straniere e non democratiche come la BCE e il FMI. L’azione del governo Monti ci renderà tutti più poveri, più precari e meno liberi di oggi. Alternativa chiama tutte le forze popolari del paese ad una lotta intransigente contro questo governo il cui unico fine è la spoliazione del popolo italiano.

Governo pericoloso

di Lorenzo Marsili

SSSSi chiude ogni spazio per le alternative mentre bisognerebbe allargare sempre più la lotta per la democrazia europea «Non ci sono alternative» è una menzogna comunemente usata per coprire con un mantello di inevitabilità scelte economiche partigiane. Raramente questo ritornello è suonato così convincente a tante

persone come oggi, con i governi di Italia e Grecia messi di fronte alla scelta tra obbedienza o bancarotta. Al di là delle specifiche opinioni su Monti o Papademos

e i loro governi, non possiamo che dirci

fortemente preoccupati dalla riduzione della vita politica in Europa alla farsa di una competizione con un solo vincitore possibile. Indipendentemente dal fatto che Monti possa essere o meno una risposta valida alla crisi italiana, le condizioni di nomina costituiscono un precedente pericoloso, che vede tutte le democrazie europee minacciate dai mercati finanziari e dal loro ricatto di far cadere i paesi in default. Le élites continentali, che siano i leader di Francia e Germania, il gruppo di Francoforte, o i padroni delle banche e delle grandi imprese finanziarie che traggono profitto dalla situazione attuale, sono riuscite a sottrarre il potere ai cittadini usando la crisi economica per dirottare le…

PAGINA 4 – Alternativa news n°52

… istituzioni europee e il processo di integrazione, che, ora più che mai, appare ai cittadini e ai politici dei paesi debitori come una camicia di forza che paralizza quanti vorrebbero prendere decisioni contro l’inesorabile ortodossia economica. La sovranità nazionale è ufficialmente decaduta. Gli stati-nazione europei, nel loro tentativo suicida di bloccare un’unione federale preferendo mantenere quel poco che rimaneva della loro sovranità, hanno finito per consegnare questa stessa sovranità ai mercati finanziari e a élites non rappresentative. Questo è lapalissiano nel caso dei paesi “periferici”, ma non è meno rilevante per i paesi “centrali” e specialmente per la Francia: paesi che hanno ancora possibilità di decidere di seguire le stesse ricette di austerità imposte ai paesi del Sud, ma che non hanno più la possibilità di mettere in atto alcun modello alternativo, sotto minaccia di perdita della “tripla A” e del conseguente caos finanziario. La sovranità resiste in questi paesi solo nella misura in cui viene utilizzata per rispondere «sarò come tu mi vuoi». Ma non c’è sovranità senza la possibilità di scegliere di essere altrimenti. Altrettanto preoccupante è il tentativo manifesto di chiudere ogni spazio per quelle alternative reali che stavano maturando nell’ultimo anno con la Primavera araba, le proteste pan-europee degli indignados, il movimento Occupy…

… Wall Street e il successo della dialettica

che condannava l’ineguaglianza e il potere dell’1%. Sarà probabilmente una coincidenza che l’occupazione dello Zuccotti Park a New York, così come le occupazioni di suolo pubblico a Parigi e a

Zurigo, siano state smantellate dalla polizia nello stesso giorno in cui Monti è stato nominato Presidente del Consiglio in Italia. Ma è una coincidenza che la racconta lunga

e che svela il desiderio di chiudere ogni

spazio di critica del modello esistente e

delle risposte offerte finora alla crisi. Corriamo un doppio pericolo nella situazione attuale. Da un lato, il messaggio inviato all’opinione pubblica è che, al fine di porre rimedio all’attuale crisi economica, non esiste alternativa alle politiche di austerità e ad un ulteriore smantellamento del modello sociale europeo. Il benessere delle banche diventa equivalente al benessere delle persone, e qualsiasi politica economica divergente dalle raccomandazioni della Bce

o del Fmi viene bollata come immatura e

impossibile. Dall’altro lato, mentre tutte le forze politiche, sia in Italia che in Grecia, appoggiano senza riserve l’instaurazione di governi tecnocratici, larghi settori della popolazione che resistono a tale equivalenza, nella giusta convinzione che politiche alternative esistano e siano effettivamente praticabili, restano prive di rappresentanza politica. Si costruisce così un baratro tra i parlamenti e larghe fasce…

… dell’opinione pubblica. «Non ci rappresentano», uno degli slogan simbolo della protesta degli indignados, rischia ora di divenire una realtà per gran parte della popolazione, mettendo a serio repentaglio il funzionamento delle democrazie nazionali. L’importanza centrale della dimensione europea nel decidere del nostro futuro dovrebbe ormai essere evidente a tutti. Ma non c’è possibilità di riconquistare la capacità di decidere liberamente del destino della società e di aprire un varco a politiche alternative se non riusciamo a pretendere e ad ottenere una democratizzazione radicale dello spazio europeo, contro tutte le tendenze attuali di delega del potere a élites economico-finanziarie e al consenso dei mercati. La lotta per la democrazia deve essere ripresa con forza a livello europeo. La governance europea deve divenire veramente politica e democratica: ciò significa che partiti politici e movimenti devono offrire chiari programmi alternativi e avere il potere di realizzarli. E questo significa anche controllo democratico sull’economia europea. Le istituzioni europee e il processo di integrazione dovrebbero essere precisamente ciò che garantisce ai cittadini il potere di tornare a prendere le decisioni chiave sul proprio futuro. È necessario uno sguardo a lungo termine: o una prospettiva che propone obbedienza e austerità per la maggioranza, oppure una prospettiva che riaffermi il controllo dei cittadini sull’economia e sul loro futuro comune. Noi scegliamo la seconda di queste prospettive, e crediamo che tale scelta sia condivisa dalla maggioranza dei nostri concittadini europei. Le prossime settimane e i prossimi mesi saranno un terreno di prova cruciale per la maturità dei cittadini e dei movimenti europei di insorgere e pretendere democrazia, eguaglianza e istituzioni transnazionali capaci di garantire entrambe. Una grande campagna che porti i cittadini di tutta Europa a richiedere un profondo cambiamento radicale nelle strutture decisionali europee non è più rimandabile.

Monti,

sono? Pagheranno anche

loro? - di Massimo Ragnedda. Lettera aperta al nuovo Presidente del Consiglio.

Gentile professore, mi permetto di scriverle una lettera pubblica per farle qualche domanda. Abbiamo tutti notato il cambio di stile (finalmente un po’ di sobrietà e serietà), la sua professionalità e signorilità. Aspetti che, personalmente, mi rendono particolarmente felice, ma che da

soli, vien da sé, non bastano. Dopo anni di volgarità e teatrini molto tristi, una persona per bene, normale e incensurata ci sembra un miracolo (come Enrico Letta le ha ricordato in quella lettera privata divenuta pubblica), mentre dovrebbe essere la conditio sine qua non per fa politica. Ma non è sullo stile che voglio interloquire con Lei. Come nostro presidente del Consiglio dovrà prendere delle decisioni molto difficili in nome e per conto degli italiani. Sinora lei ha goduto di un trattamento molto speciale da parte dei media nazionali: un po’ come i telegiornali Mediaset o il TG1 e il TG2 trattavano il suo predecessore. Converrà con me che questo

non è giornalismo. Il cambiamento di stile

chi

i suoi sponsor

lo vogliamo anche in queste cose: la possibilità di avere risposte a domande concrete. L’opinione pubblica ha il diritto di sapere, al di là della sbornia di entusiasmo, da chi è guidata e quali sono, al di là dei proclami, i suoi obiettivi di governo. Insomma, vogliamo sapere chi pagherà la crisi.

Mi permetto, perciò, di farle qualche

domanda. Sarò chiaro e diretto, nel solco del nuovo stile da Lei inaugurato. Secondo Lei c’è la Goldman Sachs dietro all’ondata di speculazioni che ha in pochissimo tempo innalzato artificialmente lo spread tra i buoni del tesoro italiani e quelli tedeschi portando così alle dimissioni del suo predecessore? E se si, per quale…

… motivo? Lo chiedo a lei perché, oltre che esimio economista, è stato consulente della Goldman Sachs (come Gianni Letta e Mario Draghi). La domanda non è sul suo passato (a proposito è solo passato?) ma sulla più stringente attualità. Per amor di cronaca, ricordo, che lei non ha alcun ruolo esecutivo o dirigenziale all’interno della banca, ma è dal 2005 International Advisor per la suddetta e potente banca d’affari. Chi meglio di Lei allora può rispondere alla domanda se questa banca ha condizionato (e, chissà, magari continuerà a farlo) o meno l’andamento dei mercati favorendo speculazioni spregiudicate che hanno contribuito alla progressiva crisi finanziaria di questi ultimi anni? È così? Come cittadini abbiamo il diritto di sapere e ora Lei come rappresentante della politica economica del nostro paese ha il dovere civile e morale di aiutarci a capire. Sia Lei che il premier greco Lucas Demetrios Papademos, oltre ad essere tecnici nominati presidenti del consiglio senza passare dalla legittimità popolare, avete un passato in comune nei grossi organi finanziari internazionali: crede si tratti di una banale coincidenza? Glielo chiedo sinceramente e senza dietrologia:

crede che il vostro passato (non del tutto passato) nei grandi organismi della finanza internazionale abbia influito sulla vostre nomine? E se sì, perché la grande finanza internazionale ha spinto per farvi insediare, non democraticamente, alla guida di un Paese sovrano? Questo influenzerà la vostra politica economica? Proprio in queste ore il suo collega greco ha iniziato l’opera di svendita dello Stato sovrano greco:un piano di privatizzazioni che dovrebbe fruttare 1,7 miliardi quest’anno e 9,3 miliardi di euro nel 2012. Tra le altre cose venderà ai privati l’Opap, attiva nelle scommesse sportive e il gruppo raffiniero Hellenic Petroleum. Saranno inoltre privatizzati i comparti dell’acqua e del gas naturale. Ci può rassicurare che questo non succederà in Italia? E’ a conoscenza che quasi 27…

milioni di persone in Italia qualche mese

fa

hanno chiaramente detto che l’acqua è e

deve rimanere pubblica? Lei è presidente onorario del think-thank Bruegel, un gruppo di pressione politico intellettuale finanziato da 16 Stati e 28 multinazionali con lo scopo di influire privatamente sulle politiche economiche comunitarie. Questo suo incarico può, in qualche misura, influire sulla gestione dei beni comuni di uno Stato sovrano? Qualcuno avanza il sospetto che a Lei spetti l’ingrato compito di vendere i gioielli di famiglia, ad esempio ENI, ENEL, FINMECCANICA, e sempre i soliti dietrologi,

pensano che Lei li venderà proprio alle multinazionali con le quali in questi anni ha stretto rapporti di collaborazione. Si sente

di escludere nella maniera più netta questa

ipotesi? Si impegna pubblicamente a non privatizzare i gioielli di famiglia? Perché

svendere (e a chi?) le poche aziende che producono un reddito? Le faccio questa domanda perché qualora

lei vendesse a privati i gioielli di Stato, viene il legittimo sospetto che siano proprio queste multinazionali e le banche ad aver creato la crisi, portato gli stati sull’orlo del fallimento, così da far nominare primo ministro un tecnocrate neoliberista cresciuto nei loro ambienti, per (s)vendere le aziende buone. Si sente

di rassicurarci su questo punto?

Lei è una delle persone più importanti della Trilaterale (organizzazione fondata nel

1973 per iniziativa di David

Rockefeller, presidente della Chase Manhattan Bank, e di altri dirigenti del gruppo Bilderberg e del Council on Foreign Relations, tra cui Henry Kissinger e

Zbigniew Brzezinski). A Lei spetta il compito

di coordinare il lavoro del nucleo europeo

dell’organizzazione. Ci spiega cosa è

esattamente la Trilaterale e quale sia il suo personale ruolo all’interno di questa

organizzazione?

In un memorabile documento prodotto dalla Commissione Trilaterale nel 1975…

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dal titolo “The Crisis of Democracy” e

spiegare, per evitare facili dietrologie, cosa sia il gruppo Bilderberg? Si sa che la zona è stata completamente militarizzata, soldati e servizi segreti di mezzo mondo a vostra difesa. Perché? Non crede che l’opinione pubblica abbia il diritto di sapere cosa si decide in quelle stanze segrete? È lecito pensare che la sua partecipazione a quel vertice abbia spianato la strada alla sua elezione (pardon, nomina) a presidente del Consiglio? D’altronde, sia Clinton che Blair, parteciparono al meeting proprio un anno prima della loro elezione. Ci può rassicurare in merito? Lei è stato rettore di una grossa Università privata e forse non ha la percezione della distruzione della scuola e della Università pubblica portata avanti negli ultimi anni. Mi permetto di farle notare qualche dato: con la legge 133 del 2008, alla scuola pubblica italiana sono stati sottratti in 3 anni più di 8 miliardi di euro e 140.000 lavoratori. L’obiettivo, nel piano di stabilità, è quello di assegnare, entro il 2015, soltanto il 3,7% del PIL alla spesa per l’istruzione (mentre nel 2010 era il 4,2% e in Europa supera oggi il 6%). Quali intenzioni ha il suo governo in merito? Continuare a tagliare i finanziamenti alla scuola e alla Università pubblica e regalare i finanziamenti alle scuole e alle Università private? Infine, il Vaticano, come ben noto, non paga Ici, Irpef, Ires Imu, Tasse immobiliari e doganali, gas, acqua e fogne. Tutto a carico dei contribuenti italiani. Possiede quasi il 30% del patrimonio immobiliare Italiano e con l’8 per mille toglie quasi 1 Miliardo di Euro all’anno all’Italia. Lei ha detto che è necessario che paghi anche chi, sinora, non ha pagato: si riferisce anche al Vaticano? Certo di una sua Cordiale risposta Le auguro buon lavoro. Massimo Ragnedda, precario della ricerca.

firmato da Michel Crozier, Samuel P. Huntington e Joji Watanuki si parla esplicitamente di eccesso di democrazia statunitense che inficia l’efficienza della Casa Bianca, o riporto testualmente, «L’efficiente conduzione di un sistema politico democratico usualmente ha bisogno di una certa misura di apatia ed ignavia da parte di una fetta della popolazione» (pag. 124). Democrazia che inficia l’efficienza? Sistema democratico che per funzionare ha bisogno di apatia e

ignavia da parte della popolazione? Sono

affermazioni antidemocratiche e che vanno contro la volontà dei cittadini. Cosa pensa

di

queste definizioni scritte nere su bianco

dalla Commissione di cui fa parte? È disposto, qualora proponga delle scelte “lacrime e sangue”, a sentire l’opinione dei

cittadini o crede che l’opinione dei cittadini infici le scelte dell’esecutivo? Non vorremmo che succedesse quanto accaduto in Grecia qualche settimana fa quando l’ex premier ha proposto un referendum (ovvero chiedere ai cittadini greci di esprimersi sulla crisi) ed è stato subito sostituito da Lucas Demetrios Papademos, anche lui membro della Trilaterale, ex governatore della Banca di Grecia e vice Presidente della BCE. Si sente

di

rassicurarci su questo punto?

 

In

un convegno tenuto alla LUISS qualche

tempo fa lei ha esplicitamente dichiarato:

«Non dobbiamo sorprenderci che l’Europa

abbia bisogno di crisi, e di gravi crisi, per fare passi avanti. I passi avanti dell’Europa sono per definizione cessioni di parti delle sovranità nazionali a un livello comunitario. È chiaro che il potere politico, ma anche il senso di appartenenza dei cittadini a una collettività nazionale, possono essere pronti a queste cessioni solo quando il costo politico e psicologico del non farle diventa superiore al costo del farle perché

c’è

una crisi in atto, visibile, conclamata».

   

Che significa che l’Europa ha bisogno di

crisi e che solo in seguito a questa gli stati sono pronti a cedere parti della sovranità? Visto che la crisi è stata in parte indotta dalle speculazioni finanziarie è azzardato pensare che tali speculazioni siano create ad hoc per spingere la collettività nazionale

a

fare cessioni che altrimenti non

accetterebbero? Ci può dare rassicurazioni

in

merito?

Dal 9 al 12 giugno 2011 a St. Moritz in

Svizzera si è riunito l’esclusivo gruppo

Bilderberg:

tra

gli

invitati

risultano

5

italiani: Lei, Giulio Tremonti (da quel momento in poi spina nel fianco del governo), John Elkann (Fiat), Franco Bernabè (Telecom), Paolo Scaroni (ENI). Quali decisioni sono state prese in quella sede? E per conto di chi? Ci può…

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Chi salverà l'Euro? Opzioni, rischi e germanizzazione dell'Europa

La Bce, il fondo salva Stati, la riforma dei trattati: una corsa contro il tempo. Si parla di un piano B: l'unione fiscale tra Berlino e Parigi.

di Danilo Taino - corriere.it. «Vi sento ma non vi ascolto», amava dire ai governi il primo presidente della Banca centrale europea, Wim Duisenberg: per

sottolineare l'indipendenza dell'istituzione. Mario Draghi, che dal 1° novembre occupa

lo stesso ufficio ma in un mondo più

scomodo, ieri ha detto che nemmeno lui li ascolta. Ciò nonostante - ha aggiunto - ha qualcosa da dirgli: di sbrigarsi con il fondo salva Stati che essi stessi hanno deciso di costituire da mesi ma non hanno ancora reso operativo. Perché non saranno lui e la sua Bce a dare retta a quei governi e tanti consiglieri che

vorrebbero vederli impegnati a comprare,

senza se e senza ma, titoli del debito sovrano dei Paesi in crisi. Non sarà la banca

di Francoforte a coprire i debiti fuori

controllo. Il compito di occuparsi dei bilanci

pubblici e di salvare i Paesi partner è dei governi. Punto. Non è l'angelo salvatore Con ciò, Draghi ha sgombrato il campo da

un'insistenza che stava montando. Barack Obama e i suoi consiglieri, Nicolas Sarkozy

e parecchi professori francesi, economisti e

politici dei Paesi mediterranei, giornali europei di sinistra e di destra: tutti a dire che solo la Bce può salvare l'euro, dichiarando che comprerà senza limiti btp,

bonos spagnoli, oat francesi e così via. Cioè stampando moneta. Persino giornali non certo lassisti come il Financial Times e l 'Economist si sono chiesti se, in extremis, di fronte alla non impossibile imminenza del disfacimento dell'euro, non sarebbe giustificato un intervento della Bce. Se si arriverà a quel punto, si vedrà: per ora, Draghi lo esclude.

E il presidente della tedesca Bundesbank, Jens Weidmann, ha detto che si

tratterebbe di un atto «illegale», non previsto dai trattati europei. La discussione e lo scontro in atto in Europa in questi giorni si sono condensati attorno

al ruolo della Bce come prestatore di ultima

istanza perché, per la prima volta da quando è nato, è diventato chiaro che l'euro potrebbe smembrarsi. Lo hanno ammesso la sera dello scorso 2 novembre Angela Merkel e Nicolas Sarkozy quando dissero al (in quei giorni) primo ministro greco George Papandreou che Atene doveva decidere se restare nella moneta unica o uscirne. La crisi del debito, che già aveva raggiunto livelli drammatici, fece un salto di qualità. Quello che tutti….

… pensavano era confermato dai due azionisti di riferimento dell'euro, Germania

e Francia.

Dieci anni d'oro Nel decennio scorso, sostenere che l'euro avrebbe potuto autodistruggersi era eresia. La moneta comune marciava trionfante:

inflazione sotto controllo; tassi d'interesse minimi; economie in crescita; valuta che si rafforzava nei confronti del dollaro. Nel 2006, al summit di Davos, un economista che poi diventerà una star per avere previsto la crisi del 2008, Nouriel Roubini,

osò sostenere che Grecia, Portogallo e Italia avevano i conti così fuori controllo che rischiavano di far saltare l'euro. Il ministro Giulio Tremonti, presente al dibattito, lo invitò a tornarsene in Turchia. Per dire che l'ipotesi di rottura era considerata da quasi tutti impensabile. Il fatto che oggi la ipotizzino Merkel e Sarkozy dà il senso del

crollo

fiducia.

È successo che, per quasi tutto il primo

decennio di vita (l'atto di nascita è il 1°

gennaio 1999) l'euro ebbe la fortuna di crescere in un mondo dominato da due

forze poderose: la Cina che produceva merci a basso prezzo e impediva l'inflazione

in tutto il mondo e il presidente della Fed

(la banca centrale americana) Alan Greenspan che immetteva liquidità quasi illimitata nell'economia globale, così tenendo bassi i tassi d'interesse. Quando il

circolo Pechino-Washington è saltato, con

la crisi dei subprime 2007-2008, anche per

l'euro più niente ha funzionato. La grande crisi

Ci si è accorti che, in dieci anni, le economie

dell'Eurozona invece che convergere avevano preso a divergere, in termini di competitività e di conti pubblici. Venuta a mancare l'enorme liquidità degli anni precedenti, i mercati si sono accorti delle differenze e hanno iniziato a chiedere rendimenti sempre più alti per comprare titoli del debito sovrano dei Paesi deboli. La

crisi è così iniziata e si è via via ingigantita, nella convinzione degli investitori che il problema fosse strutturale, che non ci fosse convergenza tra i 17 membri dell'Eurozona.

A questo si sono aggiunti errori dei governi,

che non sono mai sembrati in grado di controllare la crisi, e si è così arrivati a oggi.

tedesca

L'alternativa

Se la Bce non interverrà, dunque, chi salverà l'euro? L'unica a rispondere è Frau Merkel. La cancelliera dice che l'origine della crisi è la mancanza di un governo economico comune, quindi occorre darselo. Perciò bisogna cambiare i trattati:

per creare un Fondo monetario europeo e per stabilire regole di bilancio pubblico più stringenti e con sanzioni automatiche comminate dalla Corte di giustizia europea. C'è il tempo per farlo? Il ministro degli Esteri tedesco Guido Westerwelle ha proposto che il vertice Ue di dicembre…

della

instauri una convenzione che in un anno

 

decida i cambiamenti da fare, che poi dovrebbero essere approvati dai 27 Paesi Ue. Uno sforzo gigantesco e lungo. La

Fronte dei porci

di Guido Viale - il manifesto.

scommessa della signora Merkel è che nel frattempo entri in funzione il fondo salva Stati (Efsf) e che tutto ciò - denaro del fondo e prospettiva di governo comune dell'economia - basti a convincere i mercati della futura architettura solida dell'euro.

E l'ambiente? È scomparso dai radar, soffocato dalla paura dello spread, della crisi, del default. Non solo in Italia ma in tutta Europa; e in tutto il mondo. Non solo a livello locale, ma anche a quello globale. Tra il 28 novembre e il 10 dicembre si terrà a Durban (Sudafrica) la Cop 17, l'ultima conferenza sul rinnovo degli accordi di Kyoto per il contenimento delle emissioni che sono all'origine dei cambiamenti climatici. Scienziati di tutto il mondo, riuniti nell'Intergovernmental Panel on Climate Change (Ipcc) insistono nel mettere in guardia i governi che il tempo per evitare una catastrofe irreversibile che cambierà i connotati del pianeta Terra e le condizioni…

Se

non bastasse, si parla sottovoce di un

piano B: un'unione fiscale tra Berlino e Parigi, con l'emissione di un bond comune.

La

Germania garantirebbe il debito della

Francia, per preservare il cuore della moneta unica, in attesa che gli altri - a quel punto probabilmente sospesi dall'euro - convergano sui più forti. Quello che si dice ancora più sottovoce è che è in corso la germanizzazione dell'Europa.

di sopravvivenza della specie umana sta per scadere; e che misure drastiche devono

essere adottate per realizzare subito un cambio di rotta. Ma a Durban, come a Cancun (2010) o a Copenhagen (2009) non succederà niente. La delegazione europea, che aveva le posizioni più avanzate, ha ormai rinunciato - a causa della "crisi" - a proporre agli altri governi vincoli più stretti (e quella italiana non ha mai avuto

qualcosa da dire). Se stampa e media avessero dedicato alla minaccia di questa catastrofe imminente anche solo la metà dell'attenzione dedicata allo spread, il 99 per cento della popolazione mondiale sarebbe scesa in piazza con i forconi per costringere i rispettivi governanti a prendere provvedimenti immediati.

A

livello locale il nostro paese - ma anche il resto d'Europa - viene sconvolto sempre più

spesso dal dissesto di interi territori, con morti e danni incalcolabili. Cielo (clima) e terra (suolo) si uniscono nel provocare disastri che non hanno altra origine che l'incuria e il

profitto, e che mille "piccole opere" di salvaguardia del territorio (invece di poche "Grandi opere" che concorrono al suo dissesto) potrebbero invece prevenire.

Di

tutto questo non troverete la minima traccia nella presentazione del nuovo governo, dove

la

parola ambiente non viene mai nominata. La cultura ambientale, che è ormai "scienza

della sopravvivenza", è fuori dall'orizzonte mentale di Mario Monti, e probabilmente dei suoi

ministri (sicuramente del nuovo ministro dell'Ambiente, da sempre oppositore degli accordi

di

Kyoto, che ripropone - appena apre bocca - l'opzione nucleare all'indomani del

referendum che l'ha affossata. D'altronde è sempre stato lui il vero ministro dell'ambiente, dietro la faccia di cartapesta della Prestigiacomo: alla faccia della "discontinuità"). Eppure la cultura ambientale potrebbe e dovrebbe essere una bussola per la riconversione del sistema economico (e di ogni prodotto che usiamo o consumiamo, dalla culla alla tomba). Oltre a contribuire a salvarci dai disastri, rappresenta un'opportunità unica per difendere e promuovere l'occupazione - per di più altamente qualificata - e per salvare impianti, competenze e capacità produttive di imprese che ogni giorno vengono chiuse, vuoi

per

delocalizzazioni, vuoi per crisi di mercato, vuoi per speculazioni selvagge.

Ma per questo bisognerebbe mettere al centro del programma di governo una politica industriale, una vera politica agroalimentare, una politica di salvaguardia dell'ambiente, un piano per l'occupazione. Neanche di tutto questo c'è la minima traccia nel discorso di Monti. Non a caso: nella sua cultura, a decidere tutto - cioè che cosa, perché, come e per chi produrre - deve essere "il mercato", la profittabilità dell'investimento; a cui al massimo si può offrire un incentivo per rendere "profittevole" qualche infrastruttura che altrimenti non

lo

sarebbe.

Compito del governo, per Monti, è solo rilanciare la "crescita" (la parola più vuota del vocabolario politico, accanto ai termini, altrettanto vuoti, di "riforme" e di "modernizzazione"). Dalla "crescita" dipenderebbe il rilancio dell'occupazione, la salvaguardia di quel che resta

del

welfare, il futuro e la dignità delle donne e dei giovani, oggi ai margini del mercato del

lavoro o tartassati da un'occupazione precaria. Ma la "crescita", per Monti e quelli come lui - e sono tanti! - è solo un rapporto contabile: quello tra Pil e debito. Non volendo, o non sapendo come ridurre il debito, non c'è che da puntare su un aumento

del

Pil, comunque sia: con la produzione di armi (della cui riduzione infatti non parla); con le

Grandi opere (che verranno incentivate, a spese del bilancio - e del debito); forse anche…

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… con le spese per la riparazione dei danni delle alluvioni o di una

gestione criminale dei rifiuti (modello Impregilo in Campania: un buon caso di studio di privatizzazione dei servizi pubblici locali) e

quant'altro: tutte cose che comunque "fanno Pil". In questa visione del mondo anche le donne e i giovani non sono che poste contabili:

alle prime, per promuoverne l'occupazione, si propone un

trattamento fiscale di favore invece di servizi per l'infanzia e per gli anziani non autosufficienti e regole per la conciliazione dei tempi di vita e di lavoro; ai secondi, uno scambio contabile tra assunzioni e libertà di cacciare dal lavoro i "vecchi" (che dovranno comunque continuare a lavorare fino a settant'anni da qualche altra parte: ve

lo immaginate una persona di sessantanove anni assunta in un call-

center?).

E se la "crescita" non viene? Se "i mercati" non reagiscono agli

stimoli di Monti? Che ne sarebbe del suo programma? E della sua

promessa di salvare il paese e l'euro? E come potrà mai esserci

"crescita" in Italia - e una "crescita" sufficiente a pagare gli interessi del debito pubblico, e magari anche a riportarlo al 60 per cento del Pil (750 miliardi in meno) - se tutti i paesi europei, Germania compresa, e anche gli Stati Uniti, stanno imboccando la strada di una nuova recessione? Di quel double dip tanto paventato e ora, molto probabilmente, arrivato? E quanta crescita ci potrà essere ancora in un mondo avviato a precipizio verso l'esaurimento delle risorse e una stagione di crescenti sconvolgimenti climatici?

In queste domande senza risposta si può misurare tutta la miseria

della cultura del prof. Monti. Non solo la vacuità del suo discorso programmatico, forse particolarmente insulso - a parte i riferimenti alle misure feroci imposte dalla Bce, che non lasciano prevedere un futuro gradevole per chi le dovrà subire sulla propria pelle - per non scontentare le opposte esigenze dei partiti che lo sostengono;

ma anche quella degli editoriali del Corriere della sera - suoi e dei suoi sodali della Bocconi - che hanno preceduto e preparato la sua "discesa in campo". Una miseria in cui balza agli occhi la continuità con la "cultura" del governo che l'ha preceduto, evidenziata dagli elogi per la rivoluzione di Marchionne (santificata da Sacconi) e per

la riforma Gelmini (il ministro dell'istruzione più ignorante di tutti i

tempi). È la cultura del liberismo. "Vero" o falso che sia, la cosa non

cambia: perché il liberismo è comunque e sempre una rappresentazione falsa, mitologica e sviante della realtà, che impedisce di capire quello che succede nel mondo e, soprattutto, fa da copertura a interessi - scientemente o inconsapevolmente protetti - che stanno portando il pianeta, e la sua economia, verso il disastro. Una cultura tanto vuota e pericolosa, ma anche tanto egemone, da indurmi in altre occasioni di definirla, con un termine preso a prestito, "dittatura dell'ignoranza". Non spaventiamoci, allora, se vediamo la Lega, o i "giovani" e gli energumeni del Pdl gridare slogan simili ai nostri: vengano a

difendere la Val di Susa dal duo Cota-Fassino, i territori del Veneto

e della Lombardia dagli scempi di Zaia e Formigoni, o la trasparenza

dei bilanci delle banche dove si sono incistati come termìti. Non lo faranno. Ma se noi nella protesta non ci saremo, saranno loro a trarre profitto da scontento e frustrazioni. Il terreno su cui…

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… ciascuno di noi - ciascuno di coloro che sentono di appartenere a quel 99 per cento degli abitanti della terra calpestato dagli interessi

del rimanente 1 per cento - si dovrà misurare con questo governo

nei prossimi mesi e anni è dunque innanzitutto il confronto tra la

cultura espressa da Monti e una cultura totalmente altra; e tra le conseguenze e le iniziative che derivano da queste opposte visioni. Loro possono contare sulla forza del denaro - e quanto denaro!

Da dieci a quindici volte il valore del Pil del mondo: più o meno un

milione di miliardi di dollari - e sulla forza delle armi - quelle impiegate in Iraq, in Libia e in Afganistan, tutti "episodi" di cui Monti nemmeno fa cenno - ma anche quelle della militarizzazione della Val di Susa e dell'inceneritore di Napoli: per imporre a una popolazione renitente quelle Grandi opere che uccidono territorio, socialità e salute. Noi invece possiamo contare su un moto di indignazione che ribolle in tutto il mondo, sulla consapevolezza di dover salvare la Terra e le nostre vite dal disastro - e sulla volontà di farlo - ma anche su mille e mille esperienze e pratiche di lotta, di organizzazione, di modi di lavorare, di stare insieme, di consumare e di produrre, dentro cui sono cresciuti i nostri saperi e la nostra cultura. Tutte cose poco appariscenti che oggi possono sembrare piccole e insignificanti, ma che sono il sale della Terra e una bussola per navigare verso il futuro. Questi saperi dobbiamo valorizzarli e diffonderli; fare di tutti coloro che ci circondano e con cui entriamo in rapporto degli "esperti" di

fonti rinnovabili, di efficienza energetica, di agricoltura sostenibile,

di alimentazione sana, di gestione dei suoli, di riconversione

dell'edilizia, di mobilità flessibile, di cultura dell'anima; perché è

con queste conoscenze che si costruiscono le piattaforme rivendicative condivise; che si può proporre la riconversione della fabbriche in crisi; e la riforma della scuola, dell'università e della ricerca in un legame diretto con i problemi di una comunità e non con gli interessi di un consiglio di amministrazione; e l'autogoverno

di un territorio; e una piattaforma di governo veramente

alternativa. Ma dobbiamo diventare tutti anche "esperti" di finanza, promuovendo un grande audit pubblico sul debito; perché tutti devono sapere come si è formato quel debito, chi lo detiene, e come si può evitare di pagarlo, o di pagarne almeno una parte, o di non esserne comunque schiacciati.

Temo, come tutti, il default, il fallimento dello Stato italiano, la fine dell'euro, la dissoluzione dell'Europa; e i disastri che ne potrebbero conseguire. Ma sono anche certo che lungo la strada prospettata

da Monti non ci sarà alcuna "crescita"; che con lui il default é

dietro l'angolo, anche se non prima di aver impoverito, con misure inutili e feroci, tutto il paese; e che il default prossimo venturo è meglio affrontarlo per via negoziale. Magari promuovendo un "fronte dei porci" - cioè dei cosiddetti Pigs - come propone Tonino Perna, per non lasciare che quel default si consumi, abbattendo le finanze degli Stati una dietro l'altra, come tanti birilli. Perché la cornice di ogni prospettiva politica alternativa passa attraverso la liberazione dai vincoli del debito e dallo strapotere della finanza. Andiamo avanti.