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Evidenza e Latenza

Il fenomeno, l'apparire, infatti, il movimento del nascere e del perire, movimento che non nasce n perisce esso stesso, ma che in s e costituisce la realt e il movimento della verit. (G. W. F. Hegel, Fenomenologia dello Spirito)

La meraviglia all'origine di ogni sapere: ci si stupisce, di fatti, di ci che ancora non si possiede e, in generale, di ci che ci si pone prepotentemente davanti, perturbandoci. L'attivit dell'essere umano quindi originata da un dislivello tra ci che si e l'essere stesso, tra la soggettivit in quanto condizionata e l'essere come senza condizioni, come totalit antecedente ad ogni mutamento. Ma esattamente in cosa consiste questo dislivello? Nell'evidenza del divenire, come passaggio dalla possibilit alla non-possibilit, come progressivo esaurimento del non-ancora: nondimeno questa evidenza coglie il divenire come qualcosa che altro rispetto al soggetto: non mi dato conoscere (immediatamente) la struttura che presiede al mutamento (e che, in quanto struttura del mutamento, non muta essa stessa). Il sentimento che descrive questa contraddizione appunto l'angoscia: essa si riferisce infatti alla possibilit nel suo puro darsi come assenza di determinazione. Ma il possibile proprio il futuro, il non-ancora: ne segue che ogni sapere si presenta, originariamente, come tentativo di sopprimere l'angoscia che segue alla constatazione della precariet di ogni essere in quanto soggetto al divenire. Il futuro per anche nascondimento, ovvero eclissi della nostra prospettiva: la storia del pensiero l'insieme dei tentativi rivolti alla soppressione dell'angoscia, quindi alla rivelazione di ci che nascosto. Le religioni, in quanto foriere di una Weltanschauung, le scienze e le arti hanno come obiettivo l'anticipazione del possibile o ( se non altro) la conoscenza di ci che e non altro. Il post-moderno, estremo superiore di questo insieme di tentativi, pu essere considerato come la capitolazione definitiva (lo scetticismo per ogni forma di meta-narrazione), il crisma dello scacco del soggetto di fronte alla comprensione della totalit, che non lascia trasparire se stessa in nessuna struttura, schema o immagine. Ma se vero che la totalit ci esclusa, cosa rimane? La risposta : il soggetto e quanto esso stesso pone nel divenire. Nelle scienze (sopratutto la matematica) si ricerca ora non la struttura essenziale, bens quella logica, legata all'unificazione del maggior numero di discipline e sotto-strutture, con la tacita consapevolezza che quanto noi unifichiamo gi presente in noi. Conosci te stesso la massima del post-moderno, come quella dell'antichit: cos si chiude il cerchio. Questa vuole essere una trattazione sulla corrispondenza tra struttura ed oggetto denotato e quindi sui limiti intrinseci di qualsiasi rappresentazione che, in quanto tale, coglie solo aspetti parziali della realt.

Dall'insiemistica alla formalizzazione dell'algebra: il sistema formale


I matematici sono stati sempre persuasi di dimostrare delle verit o delle proposizioni vere. Evidentemente tale convinzione non pu essere che di ordine sentimentale o metafisico: non si pu certo giustificarla ponendosi sul terreno della matematica (Nicolas Bourbaki) L'et moderna ha rivelato quanto sia poco incontrovertibile la supposta verit matematica. A questo punto sorge la domanda: possibile circoscrivere il concetto di verit partendo da un linguaggio semanticamente limitato? La risposta della domanda risiede nella verit intesa come attribuzione di significato ai termini del linguaggio formale. Esistono sistemi di questo tipo nei quali possibile specificare il concetto di verit senza tuttavia uscire dall'ambito del sistema formale. Nondimeno, appena la struttura diviene pi potente, vien meno questa possibilit e la verit non pu trovare definizione all'interno del linguaggio formale. Questo fatto ben sintetizzato dal teorema di Tarski: La verit aritmetica non pu essere definita all'interno dell'aritmetica.1 Ne segue che nel caso di sistemi formali sufficientemente potenti da formalizzare l'aritmetica dei numeri naturali, non pu darsi definizione del concetto di verit nell'ambito del linguaggio formale. Si distinguono a questo punto due livelli comunicativi: quello del linguaggio oggetto (che rappresenta l'insieme delle proposizioni deducibili all'interno del sistema formalizzato) e quello del metalinguaggio (che invece rappresenta l'insieme delle proposizioni riferite al sistema in esame, e dunque esterno ad esso). Noi prenderemo in esame, per ora, il concetto di linguaggio formalizzato, ovvero l'insieme delle condizioni di validit poste all'interno di un metalinguaggio per garantire la rigorosit di un discorso. Struttura formalizzata: Noi tanto conosciamo a priori delle cose, quanto noi stessi poniamo in esse (Immanuel Kant, Critica della ragion pura) In primo luogo dobbiamo distinguere il significato semplicemente operativo assegnato ai segni, attraverso l'applicazione di regole sintattiche (formali), e quello eidetico, ovvero connesso alla relazione del segno con un oggetto fenomenologicamente evidente. (Il numero, per esempio, pu essere associato ad una certa immagine che ne contiene il senso esplicito, senza peraltro che vi sia, in tale immagine, una comprensione formale del concetto). Il significato eidetico quindi legato, in certo modo, al concetto di verit, intesa come corrispondenza tra segno e oggetto propriamente denotato dal segno (Veritas est adequatio rei et intellectus. Haec adequatio non potest esse nisi in intellectuci ricorda l'acquinate). Quello formale invece si riferisce alla coerenza degli enunciati con le condizioni dell'enunciazione preventivamente stabilite.
1 Considerazioni analoghe sul concetto di verit possono essere rintracciate all'interno della critica della ragion pura di Immanuel Kant: Orbene un criterio generale della verit dovrebbe essere tale da risultare valido per tutte le conoscenze , senza tener conto dei loro oggetti. Ma chiaro che, facendo in esso astrazione da qualsiasi contenuto della conoscenza (relazione con il suo oggetto), mentre la verit concerne proprio questo contenuto, totalmente impossibile e privo di senso andare alla ricerca di un contrassegno per la verit di tale contenuto della conoscenza; risulta cos chiaramente la impossibilit di esibire un carattere sufficientemente individuante, e nello stesso tempo generale, della verit. Poich sopra abbiamo gi designato il contenuto di una conoscenza come materia di essa, si dovr ora dire: non lecito richiedere un carattere generale della verit quanto alla sua materia, perch la cosa in se stessa contraddittoria (Logica trascendentale-III intorno alla divisione della logica generale in Analitica e Dialettica- B83 ,A 59)

I principi che ogni assiomatica ( ) deve rispettare sono i seguenti: Consistenza Sintattica: ( ) (Non possiamo derivare contemporaneamente una formula ben formata e la sua negazione) Completezza Sintattica: ( ) (Per ogni formula ben formata possiamo derivare o la fbf stessa oppure la sua negazione). Consistenza semantica: Affinch un sistema formale sia semanticamente consistente deve avere un modello Un modello l'attribuzione di significato a tutti gli enunciati del linguaggio formale stesso, quindi un particolare modello che assegna, per ogni insieme di lettere enunciative, un valore di verit (1 o 0). La struttura generale invece data da: Un insieme di caratteri (alfabeto): Denotiamo questo alfabeto con . Una qualsiasi disposizione finita di caratteri detta stringa. L'insieme di tutte le stringhe viene indicato con *2. All'interno di questo insieme possiamo definire un operazione binaria detta concatenazione di stringhe. Se s e t sono due stringhe, la loro concatenazione, indicata con s*t, definita come la sequenza di caratteri in s seguita dalla sequenza di caratteri in t. Questa operazione associativa, ma non commutativa. L'elemento neutro la stringa vuota. Quindi un monoide, un semigruppo (dotato di propriet associativa) con elemento neutro, chiuso rispetto a tale operatore (nel senso che l'operatore associa ad ogni coppia di elementi appartenenti all'insieme, un terzo elemento appartenente all'insieme stesso). Una grammatica: che specifica quali sequenze finite di questi simboli sono formule ben formate (stringhe di simboli sintatticamente corrette). La grammatica deve essere ricorsiva, nel senso che deve esistere un algoritmo3 per decidere se una sequenza di simboli o meno una formula ben formata. Una grammatica formale costituita da: 1. Grammatica generativa: sistemi di regole grazie alle quali tutte le possibili stringhe nella lingua da descrivere sono generate tramite la riscrittura successiva di stringhe che cominciano con un simbolo iniziale predefinito. Formalizza quindi l'algoritmo generativo. 2. Grammatica analitica: un sistema di regole che presuppone una stringa arbitraria come input e che successivamente riduce o analizza questa stringa di input finali concedendo ad un operatore booleano un risultato del tipo s/no indicando se la stringa di input o non parte della lingua descriva dalla grammatica. Un sottoinsieme dell'insieme delle formule ben formate: gli assiomi del sistema formale. L'insieme deve essere ricorsivo. Alcune regole di inferenza: tali regole associano fbf ad n-uple di fbf. Pi dettagliatamente, una regola di inferenza un sotto-insieme di tutte le n+1 uple di fbf: le prime n formule di ognuna di queste n+1 uple si dicono premesse, mentre l'ultima si dice una loro conseguenza. Ogni fbf o un assioma oppure derivabile a partire dagli assiomi mediante le regole di inferenza specificate.
2 L'insieme di tutte le stringhe pu essere definito nei termini del calcolo combinatorio come:
n

D n ,k
k =1

* ovvero come la somma di tutte le disposizioni possibili.

3 Un algoritmo un complesso di operazioni meccaniche su simboli, tali da poter essere riprodotte da qualsiasi
dispositivo a stati discreti (Una macchina di Turing, per esempio). Macchina un sistema fisico capace di eseguire tali operazioni attraverso tre stadi distinti: la ricezione dell'informazione (input), l'elaborazione della risposta (computazione) e l'emissione del risultato (output).

Insiemistica e numeri: Dio cre i numeri naturali. Il resto opera dell'uomo (Leopold Knoenecker) Il concetto intuitivo di insieme divenne oggetto di trattazione sistematica agli albori del XX secolo sopratutto per opera di Cantor. Come per ogni concetto intuitivo, esso importava una serie di contraddizioni e di aporie, sintetizzabili nell'antinomia di Russell: sia A l'insieme contenente gli insiemi che non contengono se stessi come elemento. L'insieme A contiene se stesso? Se la risposta si, allora, per via della definizione data, A non dovrebbe appartenervi. Se invece la risposta no, allora, sempre per via della definizione, A dovrebbe appartenervi. In ogni caso si giunge ad una contraddizione (A appartiene e non appartiene a se stesso). Questo dissidio pu essere dissolto opportunamente da una assiomatica che specifichi, in anticipo, i limiti del concetto di insieme. Come ci si poteva attendere, una concettualizzazione rigorosa di un oggetto ne implica sempre una limitazione nell'ambito di certe condizioni di validit specificate in un meta-linguaggio. L'assiomatica pi nota quella di Zermelo-Fraenkel, ed quella che noi prenderemo in esame. In essa, possiamo rintracciare una definizione accurata del concetto di numero. Prima di introdurre l'assioma dell'infinito (che formalizza l'insieme induttivo) verr esposta la definizione data da Frege in Grundlagen der Arithmetik: numero il numero di una classe. Il numero di una classe l'insieme di tutti gli insiemi dotati della cardinalit dell'insieme di riferimento. 0 appunto l'insieme di tutti gli insiemi dotati della stessa cardinalit dell'insieme vuoto, 1 l'insieme di tutti gli insiemi dotati della stessa cardinalit dello 0. E cos via, procedendo per ricorsione (reiterazione). La conseguenza immediata di questa definizione formale la constatazione della radice puramente operativa del numero, con il quale noi designiamo una propriet comune a certi insiemi, ovvero quella di poter essere messi in comunicazione attraverso l'applicazione di una funzione biiettiva. (suriettiva et iniettiva). Nell'ambito dell'assiomatica di Zermelo, l'esistenza dell'insieme dei numeri naturali viene specificata dall'assioma dell'infinito4: ( x)( x ( y)( yx y{ y })x) A questo punto possiamo introdurre il concetto di struttura algebrica, concatenato a quello di insieme induttivo (ma non necessariamente vincolato a quest'ultimo).

4 L'assioma dell'infinito sintetizza una serie di tentativi rivolti alla formalizzazione dell'insieme induttivo (dei numeri naturali): celebre fu l'assiomatica di Giuseppe Peano (matematico italiano) che si propose di specificarne le caratteristiche in 5 punti: 1. 0 2. n S (n) 3. S (n)=S (m) n=m 4. ( n)[S (n)=0] 5. P(0) P [S ( n)] n P( n) (Se una propriet vale per lo 0, ed essa vale anche per il successore di qualsiasi numero, allora vale per tutti i numeri appartenenti all'insieme induttivo. Questo assioma noto con il nome di principio di induzione.)

Struttura algebrica Prendiamo in considerazione un generico insieme A. E' possibile definire al suo interno un operatore che associ ad ogni coppia di elementi di un insieme un terzo elemento, anch'esso appartenente all'insieme. Tale insieme vien detto chiuso rispetto a tale operatore: chiamiamo (A; ) struttura algebrica. La legge di associazione definita completamente dalla generica funzione

f : A X A A
Nel nostro caso, il nostro insieme sar quello induttivo (dei numeri naturali) N e l'operatore l'addizione. La struttura algebrica ( ;+ .) caratterizzata dalle seguenti propriet: Associativit: infatti a , b , c( a+ b)+ c=a+ ( b+ c) Esistenza dell'elemento neutro 0: a a+ 0=0+ a=a Commutativit: a , ba+ b=b+ a

Se, in aggiunta, avesse avuto anche l'elemento simmetrico -a per ogni a appartenente a N, la struttura cos configurata si sarebbe chiamata gruppo abeliano. Strutture pi complesse implicano un numero pi elevato di operatori: per esempio, il concetto di anello associato ad una particolare struttura algebrica dotata di due operatori binari (A,,*) dove (A,) un gruppo abeliano l'operatore * gode della propriet distributiva a destra dell'operatore : a , b , c A a(b c)=ab ac esiste in A un elemento neutro e rispetto all'operatore *. (in tal caso l'anello si dice dotato di elemento di unit) esiste in A per ogni elemento, un elemento detto simmetrico (escluso l'elemento neutro) tale che aa=aa=e (se sono soddisfatte tutte le condizioni precedenti parliamo di campo) Lo scopo della trattazione riferita alle strutture algebrica mira a svelare i presupposti a cui tacitamente si acconsente nel loro uso, senza per averne coscienza. Queste operazioni aritmetiche elementari furono prese per vere indipendentemente da ogni contesto: in realt, la loro pretesa universalit deriva unicamente dalla facilit con la quale queste propriet potevano economizzare un gran numero di operazioni e quindi agevolare il calcolo e l'amministrazione dei beni. E infatti la totalit delle discipline matematiche ebbe origine da necessit pratiche, legate alla contabilit, per poi divenire rami autonomi resi via via pi rigorosi e saldi. Principio della scienza quindi l'utilit o,sarebbe meglio dire, l'efficacia operativa. Con ci si intende che quanto la matematica doveva garantirsi (sia nel caso della rudimentale agrimensura egiziana, sia nella pi raffinata geometria euclidea) era (ed ancora) una sequenza dimostrativa coerente, tale da assicurare un risultato sottinteso da certe condizioni (ipotesi). La scienza ha lo scopo di assicurare e tener fermo, e questo il significato del termine di episteme, all'interno del quale Platone faceva rientrare anche le matematiche. L'elaborazione dell'algebra astratta permette di portare alla luce l'insieme delle condizioni di validit dei nostri calcoli. In senso post-moderno, l'epistemico il completamente rivelato, il non-nascosto: enunciazione completa dei fondamenti.

Algebra Booleana Quanto ora prenderemo in esame sar una costruzione elaborata da George Boole nel suo libro Analisi matematica della logica (1847) con il quale egli si proponeva di mostrare la possibilit di un trattamento calcolistico (mediante operazioni algebriche) di oggetti quali proposizioni e classi(non solo numeri). Con ci i procedimenti dimostrativi potevano essere affidati a operazioni di natura algebrica, computabili da una macchina a stati discreti ( una macchina di Turing, per esempio). Definizione operativa: Sia data un insieme parzialmente ordinato ( B , .) nel quale, per ogni coppia di elementi (a,b) esista un massimo comune minorante a b ed un minimo comune maggiorante a+ b . e+ . sono due operazioni che godono delle seguenti propriet: a+ a=a 0. a a=a a+ b=b+ a 1. a b=b a (a+ b)+ c=a+ (b+ c ) 2. (a b)c=a (b c) a+ (b c)=a 3. a (a+ b)=a Si dice algebra di Boole (B,,+) un insieme con due operazioni che godono delle propriet 1,2,3 sopra enunciate ma anche: 4 a (b+ c)=( a b)+ (a c) Dal momento che poi un'algebra di Boole pu essere visto come un insieme parzialmente ordinato, si richiede che: 5 un minimo 0 ed un massimo 1, e 6 per ogni elemento a esista un -a (complemento) tale che a+ (a)=1 : a a=0 In un'algebra di Boole valgono anche le seguenti propriet: (a b)=a+ (b) (a+ b)=a b (Leggi di De Morgan) (a)=a a b b a Esiste una corrispondenza tra i concetti di unione e di intersezione con gli operatori booleani sopra definiti: associando ad ogni sottoinsieme di un X parzialmente ordinato, una n-upla di 0 e di 1, possiamo calcolare aritmeticamente gli elementi che appartengono alla loro reciproca intersezione o unione. (Tutto questo, presupponendo che l'algebra con la quale si lavori sia binaria, ovvero dotato unicamente di due soli valore di verit tale che 0<1).
X ={a , b , c , d , e } A={a , c , d } B={b , d }=(10110) (01010) A B

L'intersezione di A con B data dall'applicazione dell'operatore alle n-uple dei due sottoinsiemi. Pertanto: AB = 10110 01010= 00010 L'unione si ottiene dall'applicazione dell'operatore +: AB = 10110+01010=11110 L'insieme complementare di A rispetto a X invece l'insieme definito dall'applicazione dell'operatore (vero quando il suo argomento falso, e viceversa): Ac = -(10110)= 01001 Pertanto AB=(d) A+B=(b,c) e -A(b,e).

Modelizzazione booleana dei circuiti Ci si pu servire dell'algebra booleana per rappresentare in maniera astratta uno schema circuitale qualsiasi. Chiamiamo circuito un sistema in grado di canalizzare informazione sotto forma di segnali. S la sorgente di questi segnali, mentre con R denotiamo il ricevitore. Il flusso di informazione regolato da opportuni interruttori che inibiscono il segnale o ne permettono il passaggio. Le lettere A,B,C ecc.. indicano gli interruttori e i segmenti circuitali regolati dagli interruttori. L'analisi del circuito inizia assegnando un valore numerico ad ogni interruttore: 0 quando spento (ed inibisce l'informazione); 1 se acceso (e trasmette il segnale). Esiste inoltre una corrispondenza ben precisa tra disposizione degli interruttori all'interno del circuito e i relativi operatori booleani associati ad essi. Prendiamo in esame il seguente circuito:

Il segnale giunge al ricevitore se e soltanto se ad ogni interruttore associato un valore di verit 1: questo equivale a dire che , prendendo in considerazione l'insieme di tutte le possibili combinazioni, esso corrisponde al massimo valore di verit assegnabile al circuito nel suo complesso. Ma si gi visto che l'operatore specifica proprio questa condizione (essendo A , BC A B ( A B) ovvero AB un minimo comune maggiorante del circuito).

In questo caso invece l'informazione viene trasferita a patto che almeno uno degli interruttori sia accesso. In termini logici almeno una delle variabili deve assumere un valore di verit pari a 1. Nel calcolo booleano l'operatore che formalizza questa condizione appunto +. Infatti si visto che ( A+ B) A B) ovvero A+B un massimo comune minorante del circuito. Considerazioni ( analoghe valgono anche per l'operatore (negazione): ad esso associato quel segmento circuitale che assume valore 1 quando il suo argomento vale 0 e viceversa. In tal caso un circuito denotato da AA non garantisce il trasferimento dei dati: logicamente la proposizione cos configurata detta contraddittoria, essendo sempre falsa, per ogni valore di verit assegnato alle proposizioni atomiche.

Simbolo e ulteriorit: Charles Baudelaire


La lettera insegna i fatti, l'allegoria ci a cui devi credere, il senso morale ci che devi fare, l'anagogico ci a cui devi tendere (Agostino di Dacia) L'istituzione di un legame tra fenomeno e struttura soggiacente non un obiettivo esclusivo delle scienze: la letteratura, da sempre, ha tentato di interpretare o dare un ordine al corso disordinato degli eventi umani. Fu a partire dal medioevo che cominci a delinearsi una sistematica volta alla classificazione dei possibili significati impliciti in un testo qualsiasi: una categorizzazione che, come si pu facilmente intuire, doveva rispecchiare il piano provvidenziale di Dio. Gli esegeti medievali erano soliti distinguere 4 livelli : quello letterale ovvero denotativo, che rispecchiava il semplici accadere, l'apparenza; l'allegorico che (come suggerisce la radice etimologica allon agoreuo) riferiva qualcosa di altro, a cui il fatto vi si congiungeva per analogia; il senso morale, inteso come insieme di norme direttamente deducibili dagli eventi narrati; e infine l'anagogico, il pi alto, che suggerisce la verit essenziale celata dal mondo, custodita dalla provvidenza e dalle sacre scritture. Ogni cosa, per l'uomo medievale, nascondeva pi di quanto esso presentasse direttamente alla coscienza: solo attraverso un'adeguata operazione ermeneutica era possibile riportare alla luce questo significato riposto sotto la scorza fenomenica. Un analogo rapporto lega il simbolista moderno alla realt ma con una differenza: se per il dotto medievale il rapporto con Dio, con l'essenziale, era privo di problematicit , lo stesso non pu dirsi dei decadenti, per i quali era invero impossibile raggiungere un senso ultimativo e definitivo dell'esistenza, a cui si pu soltanto tendere senza per mai afferrare completamente quanto suggerito dalla rete segreta delle analogie. Nei fiori del male (1857) di Baudelaire, uno dei padri del simbolismo moderno, la Natura concepita alla stregua di un tempio di viventi pilastri, da cui, tra foreste di simboli, escono confuse parole. A ben vedere emerge un'altra significativa differenza con il teologismo medievale: il modernismo di Verlaine, di Baudelaire, di Mallarm, caratterizzato da un febbrile dinamismo, accompagnata da una complessiva sfiducia nei confronti delle modalit conoscitive discorsive razionali. Quanto rimane esclusivamente l'intuizione, con il quale si intende un atto estatico di contemplazione dell'assoluto, che trascina il poeta momentaneamente fuori dal tempo per condurlo alla visione delle cose fisse ed eterne. Il superamento di questa realt non pu avvenire per opera dell'intelletto o della ragione, cos almeno pensavano i simbolisti, dal momento che queste ultime si fermavano esclusivamente a determinazioni singolari, fissate dal principio di identit logica: ma quanto vi di essenziale non si lascia incastonare in formule congelate, essendo coincidenza degli opposti, suprema contraddizione per l'intelletto raziocinante. Sotto quest'ottica la poesia non poteva non avere un ruolo fondamentale: essa dischiude il sancta sanctorum ove in eterna e originaria unione, quasi in un'unica fiamma, arde ci che separato nella natura e nella storia, e ci che nella vita e nell'agire come nel pensiero deve eternamente fuggirsi5 ovvero l'Assoluto. Corrispondenze E' un tempio la Natura ove viventi / pilastri a volte confuse parole / mandano fuori; la attraversa l'uomo/ tra foreste di simboli dagli occhi / familiari. I profumi e i colori/ e i suoi si rispondono come echi lunghi che di lontano si confondono/ in unit profonda e tenebrosa / vasta come la notte ed il chiarore./ Esistono profumi freschi come/ carni di bimbo,dolci come gli obi,/ e verdi come praterie, e degli altri/ corrotti, ricci e trionfanti, che hanno l'espansione propria alle infinite/ cose, come l'incenso, l'ambra, il muschio,/ il benzoino, e cantano dei sensi/ e dell'anima i lunghi rapimenti.

5 F.W.J. Schelling- Sistema dell'idealismo trascendentale.

La poesia segue un andamento ascensionale riproponendo il percorso conoscitivo seguito dal poetaveggente: tutto parte dalla molteplicit frammentaria e proteiforme della natura per poi giungere alla totalit incondizionata (le infinite cose) attraverso la progressiva unificazione delle sfere sensoriali (originariamente separate). Ma si tratta pur sempre di un percorso incidentato, nel quale si pu essere sviati continuamente, esattamente come in un bosco, all'interno del quale nulla ci appare nitidamente, essendo la luce filtrata dalle fronde degli alberi. Il simbolo appunto ci che rinvia continuamente, senza mai giungere ad approdo certo: attraverso il simbolo noi vediamo in penombra, in maniera confusa. L'assoluto, l'abisso originario, l'identit di soggetto e oggetto, colto a livello formale dalle numerose sinestesie, completamente al di l di qualsiasi parola: il simbolismo baudeleriano sembra doversi concludere necessariamente in apofatismo, poich nulla pu dirsi se non ci che quanto appare non che un pallido riflesso dell'unit soggiacente. In ci il poeta riconosce la propria inferiorit, proclamando (paradossalmente) la superiorit del linguaggio poetico a scapito di quelli formalizzati: questi circoscrivono arbitrariamente settori della totalit credendo di coglierla meglio di quanto in realt non faccia la poesia, la quale piuttosto lascia impregiudicato il mistero, preservandolo dalla profanazione dei razionalisti.

Il caldo ed il freddo: urti e molecole.


Caldo e freddo sono sensazioni avvertite con una certa nitidezza dal corpo: non di meno, presi per come si presentano, per come sono esperiti fenomenologicamente, importano innumerevoli contraddizioni. Cos la stessa cosa pu sembrarci fredda o calda a seconda che la nostra temperatura corporea esterna sia maggiore o minore rispetto a quella del corpo considerato. In altri termini, le sensazioni di questo tipo risultano affette da troppe variabili e non ci consentono di individuare la struttura soggiacente di questi fenomeni. In primo luogo dobbiamo chiarire in cosa consista esattamente la temperatura: essa una misura dell'energia interna del corpo, quindi della sua agitazione molecolare. Connesso al concetto di temperatura il calore, una forma di energia che transita da un punto qualsiasi a temperatura maggiore ad una minore. La fuga di calore comporta sempre una diminuzione dell'energia interna del corpo, quindi anche della sua temperatura: questo processo continua fino a che non si instaura un equilibrio termico tra i due corpi. Sembra quindi che il calore abbia una direzione privilegiata di propagazione, come molti altri fenomeni connessi con la dissipazione dell'energia: questo importante aspetto trova la sua giustificazione ed esplicitazione nel modello cinetico dei gas. Modello cinetico dei gas Come si gi avuto modo di chiarire in precedenza, la formalizzazione di concetti intuitivi o di sensazioni importa sempre una circoscrizione delle condizioni di validit del modello stesso, al di l delle quali l'aderenza non affatto garantita. Nel nostro caso lo spazio di validit del modello cinetico dei gas determinato dalle seguenti assunzioni:
Le particelle devono avere tutte la stessa massa e il loro moto casuale (nessuna direzione viene privilegiata) Le molecole si muovono esclusivamente di moto traslatorio: la traiettoria seguita pertanto rettilinea, mentre la direzioni varia solo in occasione dell'urto con altre particelle o con le pareti del recipiente. I momenti angolari delle particelle sono nulli: ci implica l'assenza di qualsiasi moto rotatorio o vibratorio. Le distanze tra le particelle sono mediamente grandi rispetto alle dimensioni delle particelle: in termini pi semplici, il gas deve essere rarefatto. Inoltre il loro volume deve essere trascurabile rispetto al volume complessivo del contenitore: ci ci garantisce che le particelle possano essere considerate alla stregua di punti materiali. Tra le particelle non intervengono forze a distanza: le interferenze delle une sulle altre avvengono solo per mezzo di urti meccanici. Si escludono inoltre effetti relativistici e quantistici. Gli urti sono tutti elastici non implicano dissipazione di energia cinetica o dispersione di quantit di moto.

Partendo da questi presupposti possiamo asserire che ogni urto contro la parete implica sempre una variazione di quantit di moto pari a p=2mv x lungo la direzione delle ascisse, mentre nulla rispetto alle ordine in quanto i vettori quantit di moto prima e dopo l'urto rispetto a questa direzione hanno stesso verso e intensit. l La molecola compie un viaggio pari ad l in un intervallo di tempo dato da (in base alle leggi vx della cinematica). La durata del tempo di andata e ritorno a seguito dell'urto della particella quindi fornito da 2l vx La frequenza degli urti invece data dal suo reciproco. Moltiplicando la frequenza per la variazione di quantit d moto per urto si ottiene la quantit di moto trasferita alla parete per ogni singolo urto ogni secondo. 2mv x v2 {p} 2l t= =m x vx l t= Per la seconda legge della dinamica (espressa in funzione della quantit di moto) questo rapporto rappresenta la forza media esercitata sulla parate da quella molecole (per ogni urti). Moltiplicando tale forza per il numero delle molecole del contenitore otteniamo la forza media esercitata dall'insieme di tutte le molecole. mv 2 x F med = N l Dividendo per la superficie , il risultato la pressione esercitata dalle molecole del gas all'interno del recipiente cubico. p= Nmv 2 x

l3 Si supposto anche che la molecola presenti un andamento complessivamente casuale: in questo caso la velocit di una direzione deve essere uguale a quella di qualsiasi altra direzione (non ve ne sono di privilegiate altrimenti si violerebbe una delle assunzioni del modello).
1 2 2 2 2 2 2 2 2 2 2 v x =v y =v z v =v x + v y + v z =3 v x v x = v 3 Pertanto in base all'equazione precedente.

( N mv 2 ) p= 3V Naturalmente questa equazione descriverebbe la pressione del gas se la velocit delle molecole fosse identica in ogni istante: naturalmente questo non avviene. La velocit presenta una distribuzione che pu andare da 0 a infinito e che dipende dalla temperatura del corpo. Per rimediare a questo inconveniente ci si serve del valore medio del quadrato delle velocit molecolari. (v 2 + v 2+ ..+ v 2 ) N v = 1 2 N
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Da cui segue la relazione di Joule Clausius in base alla pressione esercitata dalle molecole del gas: ( N mv ) 1 p= pV = ( N m v 2 ) 3V 3 Sappiamo inoltre che, a livello sperimentale, Dunque eguagliando le due espressioni pV =N k b T (equazione di stato)
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1 2 N k bT = N m v 3 1 2 mv pertanto: Ma l'energia cinetica di traslazione equivale a 2 1 3 2 mv = k b T 2 2 L'espressione cos ricavata formalizza un concetto ben preciso: quanto noi chiamiamo temperatura ( che, a sua volta, pu essere considerato come una misura oggettiva delle sensazioni di caldo o di freddo) pu essere vista , a livello esplicativo, come l'espressione macroscopica dell'energia cinetica media di traslazione delle particelle. Tenendo conto di questa espressione possiamo ricavare un altro parametro costituto velocit quadratica media: essa non coincide tuttavia n con la velocit pi probabile n con quella media. Non di meno questa espressione, pur fornendoci un modello esplicativo efficace della temperatura, non risolve l'altro quesito iniziale: per quale ragione il calore fluisce spontaneamente da un punto a temperatura maggiore verso uno a temperatura minore? La domanda pu essere riformulata in questi termini: perch mai la materia esibisce un comportamento aleatorio a livello microscopico e una linea di evoluzione irreversibile a livello macroscopico? La risposta si trova nella seconda legge della termodinamica. Seconda legge della termodinamica: sistemi e trasformazioni Prima di intraprendere l'analisi dell'irreversibilit fisica, occorre introdurre i rudimenti del lessico della termodinamica. Il sistema il concetto fondamentale: con esso noi intendiamo un certo quantitativo di materiale circoscritto da limiti fisici o immaginari. Quanto esterno al sistema detto ambiente esterno. Se pu innescarsi un flusso di materia dal sistema verso l'ambiente esterno o viceversa, il sistema detto aperto. Chiusi sono quelli nei quali la massa permane la stessa (costante). Tra i sistemi chiusi noi distinguiamo quelli che effettuato scambi di energia con l'esterno e quelli che, al contrario, non scambiano alcuna forma di energia con l'ambiente esterno: questi sono detti completamente isolati (su di essi non viene compiuto lavoro n viene fornita alcuna fonte di energia). Lo stato del materiale del sistema costituito da un'insieme di parametri (per esempio, il Volume, la Pressione ecc..). Un qualsiasi variazione dei parametri di stato viene chiamata trasformazione termodinamica (detta ciclica se lo stato iniziale coincide con quello finale). Le trasformazioni che possono essere ripercorse in senso inverso (cio, tali da aver attraversato una serie continua di stati di equilibrio intermedi) sono reversibili. Quelle che invece non possono essere ripercorse in senso inverso (per via dei numerosi stati di non equilibrio attraversati nel corso del processo) sono irreversibili. Queste ultime sono le pi significative per lo scopo della nostra trattazione, proprio perch sono connesse con l'evoluzione dei sistemi in una direzione privilegiata. Per studiarle ci occorrer introdurre un modello astratto che esemplifichi il funzionamento di un qualsiasi dispositivo in grado di compiere lavoro ovvero la macchina termica. Essa assorbe calore da una sorgente ideale, ne utilizza una parte per svolgere lavoro e restituisce parte del calore all'ambiente esterno. Esempi concreti di questo modello sono le turbine a vapore, che sfruttano l'energia prodotta da combustibili fossili, reazioni nucleari o calore residuo diffuso sulla crosta terrestre.

Il rendimento di una macchina termica rappresenta esattamente il rapporto tra il lavoro effettuato e la quantit di calore assorbita dalla sorgente. L = Q assorbito In base al primo principio della termodinamica possiamo dedurre alcune propriet connesse con il rendimento della macchina termica. Ipotizziamo che essa compia una trasformazione ciclica: in tal caso lo stato iniziale del sistema equivarr a quello finale. Dunque U (che rappresenta la variazione di energia interna) 0: infatti, quest'ultima dipende esclusivamente dai parametri che definiscono il sistema, non gi dalla trasformazione eseguita per raggiungere quegli stessi parametri ( in gergo si dice che l'energia interna una funzione di stato del sistema). Per il primo principio della termodinamica L=Qassorbito Q ceduto Ovvero la quantit di lavoro compiuta dal sistema in una trasformazione ciclica equivale alal differenza tra il calore assorbito e quello ceduto: inoltre si suppone che il calore assorbito provenga da una sorgente ad alta temperatura , mentre quello ceduto fluisca verso una sorgente termica pi fredda. Dunque sostituendo il valore del lavoro cos interpretato nell'espressione precedente ne risulta: = (Q calda Q fredda ) Q =1 fredda Qcalda Qcalda

Ipotizziamo che la quantit di calore scambiata con la sorgente fredda sia equivalente a quella scambiata con la sorgente calda: il lavoro compiuto dalla macchina sar equivalente a zero e anche l'efficienza tender a quel valore. Analiticamente la funzione del rendimento termico ha un suo minimo per Q fredda =Q calda . Assume invece un massimo in Q fredda =0 : si tratta, in ogni caso, di un valore limite non raggiungibile dalla funzione dal momento che ci implicherebbe una conversione completa di energia termica in energia meccanica: che esattamente quanto vietato dal secondo principio della termodinamica: 0 1 < Questo principio stato formulato da Lord Kelvin sebbene ne esista un'espressione alternativa scoperta da Rudolf Clausius: impossibile realizzare una trasformazione termodinamica il cui solo risultato sia il trasferimento di calore da una sorgente pi fredda ad una pi calda. L'equivalenza dei due enunciati pu essere dimostrata con facilit per assurdo6: Se vero l'enunciato di Kelvin ma falso quello di Clausius allora lecito credere che una certa quantit di calore Q fredda possa fluire da una sorgente fredda ad una pi calda, spontaneamente. Supponiamo che tra le due sorgenti sia posta una macchina termica: essa assorbe calore pari a Qcalda dalla sorgente pi calda, compie del lavoro meccanico e restituisce un quantitativo di calore Q fredda alla sorgente pi fredda. Nel complesso la sorgente a temperatura inferiore ha ceduto la quantit di calore e poi l'ha riassorbita: lo scambio di calore globale pertanto nullo. La sorgete calda ha invece ceduto una quantit di calore data da Qcalda Q fredda . Dunque l'effetto complessivo quello di aver trasformato tutta la quantit di calore assorbita in lavoro meccanico, senza cedere nulla alla sorgente fredda. Ma si era supposto che tale trasformazione fosse impossibile: ne segue chiaramente che i due enunciati sono legati tra loro in maniera inscindibile.

6 Due espressioni si dicono logicamente equivalenti quando si co-implicano vicendevolmente ovvero : A B l'una vera quando vera anche l'altra. Pertanto se due espressioni sono equivalenti dal punto di vista logico, la negazione dell'una e l'affermazione dell'altra portano ad una contraddizione.

L'entropia e la disuguaglianza di Rudolf Clausius: Gli enunciati introdotti precedentemente, oltre a sancire l'impossibilit di una certa classe di fenomeni, evidenzia l'esistenza di una direzione privilegiata di evoluzione dei sistemi: sarebbe utile a questo punto poter disporre di una grandezza fisica in grado di definire la spontaneit di una data trasformazione. Questo parametro appunto l'entropia che rappresenta il grado di disordine di un sistema o la sua capacit di effettuare un lavoro utile. Quando l'entropia di un sistema raggiunge un massimo, la capacit di effettuare lavoro si annulla: tutta l'energia potenziale viene convertita in energia cinetica o dispersa sotto forma di calore. L'entropia correlata al calore e alla temperatura: la sua variazione durante una trasformazione reversibile a temperatura costante (ovvero una isoterma) : S = Q T

Inoltre supponendo che la trasformazione venga compiuta da una macchina di Carnot reversibile : Q fredda T fredda Qcalda Q fredda Q calda Q fredda = = + =0 Q calda T calda T calda T fredda T calda T fredda Nel caso delle macchine termiche irreversibili, il calore ceduto alla sorgente fredda sempre minore rispetto al calore ceduto alla medesima sorgente da una macchina reversibile. Se la trasformazione reversibile comporta n scambi di calore Q1 ,Q 2 .. ,Q n con sorgenti date da T 1, T 2 ..T n possiamo generalizzare l'espressione precedente in questo modo. n Q ( T i )=0 i=1 i Mentre nel caso delle macchine irreversibili: n Q ( T i )< 0 i=1 i Generalizzando per qualsiasi trasformazione reversibile e irreversibile: n Q ( T i ) 0 i=1 i Ipotizziamo a questo punto di passare da uno stato A ad uno stato B: l'entropia dello stato finale pu essere espressa in questi termini: n Qi S B=S A+ ( ) i =1 T i n Qi Se la trasformazione da A a B reversibile il termine ( ) uguale a 0 , pertanto l'entropia i=1 T i iniziale equivale a quella finale. Ne segue che l'entropia complessiva di un sistema chiuso nel quale avvengono solo trasformazioni reversibili rimane costante (non diminuisce n aumenta). Nel caso la n Qi trasformazione fosse irreversibile il termine ( ) assumerebbe valore negativi. Dunque i=1 T i l'entropia finale sarebbe maggiore di quella iniziale: in altri termini, esiste una direzione privilegiata di evoluzione del sistema, che quella a entropia maggiore.

Macrostati e microstati: evidenza e probabilit

Dice la Ragione: << Solo in apparenza una cosa dolce o amara, solo in apparenza calda o fredda, solo in apparenza ha un colore; in realt esistono solo gli atomi e lo spazio vuoto>>.. (Democrito fr. 125) Uno degli obiettivi principali del XIX secolo fu quello di comporre l'apparente contraddizione tra il moto reversibile degli atomi (quindi la loro casualit) cos come stato delineato dalla teoria cinetica dei gas, e l'irreversibilit degli eventi macroscopici. Bench infatti fenomeni quali quello del calore potessero essere spiegato nei termini di moti di particelle microscopiche, non si comprendeva la ragione per la quale l'evoluzione di un sistema dovesse seguire una direzione privilegiata. A tale problema Boltzmann diede la sua risposta, di natura eminentemente statistica: solo in apparenza noi crediamo che certi eventi siano necessari, in realt essi sono probabili ed emergono in corrispondenza del comportamento complessivo di un numero sufficientemente grande di particelle in continua interazione reciproca. In primo luogo occorre distinguere nettamente i macrostati dai microstati: con questi ultimi infatti noi intendiamo le possibili disposizioni di atomi che danno origine ad un fenomeno macroscopico. Ci possiamo servire di una analogia figurativa: supponiamo di avere due scatoloni e quattro palline contrassegnate. Possiamo combinare le palline in qualsiasi modo (3-1 , 2,2 , 4,0 e cos via): nel caso in cui ci interessi unicamente il numero di palline contenute in uno scatolone (senza distinguere tra le sfere contrassegnate) parliamo di macrostati. A un macrostato per possono essere associati pi microstati: immaginiamo di avere un certo schema di distribuzione delle palline. Questa distribuzione pu essere realizzata collocando, in ogni casella una sfera contrassegnata, quindi riconoscibile. Ne segue che ad un macrostato sono associati pi microstati (eccetto quelli a ordine maggiore, caratterizzati da un solo microstato associato). Boltzmann conclude, in base a principi statistici, che il macrostato privilegiato dall'evoluzione di un sistema isolato quello a cui associato il maggior numero di microstati: ovvero quello pi probabile. In termini formali l'entropia e la probabilit di osservazione di un macrostato sono legati dalla seguente legge S=k B lnP Infatti nel caso di un macrostato caratterizzato da un unico microstato (ordine massimo) P=1 , ovvero S=0. 7 Si potrebbe ribadire che la natura probabilistica dell'esperienza derivi unicamente dall'ignoranza delle cause fondamentali che agiscono a livello atomico e subatomico: ma qui si cadrebbe in errore, proprio perch il comportamento aleatorio inerisce agli enti microscopici in modo essenziale. Almeno, questo quanto sembra riferirci l'interpretazione di Copenaghen della quantomeccanica. I principi fondamentali della meccanica quantistica fanno infatti presupporre che non esiste alcuna realt obiettiva se non quella dell'esperimento osservativo che rivela ora un comportamento, ora l'altro, della medesima realt, nella quale per ogni cosa coincide con l'altra. Una delle conquiste pi stupefacenti di questa disciplina sta nel riconoscimento di una natura agli enti microscopici: in determinate condizioni (opportunamente predisposte) gli elettroni (oggetti corpuscolari) possono presentare un comportamento analogo a quello delle onde (diffrazione, interferenza, riflessione); e vale anche il contrario (fotone appunto la particelle associata all'onda elettromagnetica). Un passo avanti in questo senso costituito dall'ipotesi di De Broglie in base alla quale: h h = = p ( m v)

7 In aggiunta all'entropia fisica, possiamo definire un'altra grandezza (l'entropia di informazione) caratterizzata dalla stessa formula, eccetto per la costante moltiplicativa. Questo parametro rappresenta una misura della mancanza di informazione dettagliata relativa ad un sistema fisico, quindi sulla possibile disposizione di elementi che lo costituiscono. Informazione ed entropia sono dunque correlati da una relazione di proporzionalit inversa: una maggiora quantit di informazione implica un grado minore di entropia.

Ove con intendiamo la lunghezza d'onda associata al corpuscolo, mentre h la costante di planck. Tale modello aveva il pregio di poter spiegare per quale ragione le orbite nucleari si presentassero discretamente, ovvero discontinuamente. Questo comportamento trova la sua ragione nel fatto che l'onda associata all'elettrone in rivoluzione attorno al nucleo atomico fosse un'onda stazionaria. L'altra grande scoperta ,il principio di indeterminazione di Heisenberg ribadiva l'essenzialit del comportamento aleatorio della materia, infatti: h p x (2 ) Ci significa che il prodotto delle incertezze sulla quantit di moto e sulla posizione , nel caso h migliore, uguale a . Questo infatti il migliore grado di precisione raggiungibile nella (2 ) misura simultanea della posizione e della quantit di moto.

Il carme 85 e la trascendenza dell'emotivit: Catullo


Odi et amo. Quare id faciam, fortasse requiris. Nescio, sed fieri sentio et excrucior La disadorna e disarmante semplicit dei versi del liber catulliano lascia stupefatti: non di meno essa rivela (come proprio di ci che risulta da consumata abilit e raffinata sensibilit per i moti dell'anima) un universo segreto di passioni, di affetti in continua lotta e armonizzazione reciproca. Alla stregua di una formula matematica elegante ma efficace essa condensa il senso ultimo della autocoscienza, che la contraddizione stessa (.. puntualizza Hegel), l'opposizione dinamica dei contrari (dell'amore e dell'odio, della e della direbbe Empedocle). La scuola neoterica, a cui Catullo stesso apparteneva, introduce infatti un genere estraneo alla radice prettamente operativa del mondo romano (se si esclude Orazio): e questa la ricerca disinteressata del s contenuta nella lirica soggettiva, la cui radice risiede nel mondo greco, in particolare nei componimenti della lirica monodica di Saffo, di Anacreonte, a cui esplicitamente si rifanno i neoteroi. Si potrebbe quasi osare dicendo che in effetti la lirica soggettiva porta alla luce il nascosto, il conflitto passionale occultato dalle norme sociali (che Catullo stesso invita a infrangere con il suo gioioso appello a Lesbia: Vivamus mea Lesbia..): in esso risorge a nuova luce l'individuo, prima celato dalle strutture di potere repubblicane e dal suo mos maiorum. Non si creda per che Catullo esortasse al tradimento e al crimine: egli piuttosto invocava una vita slegata da qualsiasi impegno e finalizzato unicamente al proprio sviluppo interiore che, non di meno, costellato di sofferenze e contraddizioni come quelle implicate nel foedus d'amore con Lesbia. L'aspetto pi curioso del carme 85 appunto la resa perfetta della tragicit della vita, del sentir aspramente una condizione che non si in grado di comunicare (Nescio si limita a dire il poeta , aggiungendo che questo stato lo affligge come un supplizio), e quindi di codificare il contenuto emozionale. L'impossibilit di riferire in maniera chiara e distinta questi suoi affetti nasconde pertanto anch'essa una sfiducia segreta nei confronti della ragione (non sarebbe stato possibile per un Lucrezio asserire di avere un'affezione e non dimeno di non riuscirla a esplicitare con la parola, che appunto ) che lo accomuna ai simbolisti e ai romantici. In un certo senso, i componimenti di Catullo sono propriamente monastici , discorsi del s con s medesimo , e in ci si avverte un precorrimento di motivi introspettivi di matrice agostiniana e destinati a riscuotere ampio successo in et moderna (si pensi agli scritti prettamente autobiografici di un Cartesio o di un Pascal).

Kandiskij e l'atto estetico come produttivit intrinseca del s.


In principio era l'Azione.. (Goethe)

La rappresentazione della Terra


..ci che interessa, in matematica, e in misura grandissima anche in fisica, non la natura intrinseca dei termini con i quali si ha a che fare, ma la natura logica delle loro correlazioni. Di due relazioni simili, possiamo dire che hanno stessa struttura( Bertrand Russel- Introduzione alla filosofia matematica)