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psicologia dello sport

Giovani calciatori: motivazioni e gratificazioni


di Aldo Zerbini O rmai da tempo (circa ventanni) che svolgo periodiche ricerche sul mondo giovanile calcistico e non. A tale riguardo, ringrazio infinitamente dellospitalit la rivista lAllenatore, dove i miei lavori hanno trovato sempre un degno risalto. Tutti conosciamo lo stato della ricerca in Italia: quella psicologica e sociale, specialmente in ambito sportivo-calcistico, viene tenuta ancora sottoterra. Non interessa a nessuno e non c un euro da investire per seguire con scrupolo levoluzione delle generazioni di ragazzi che corrono dietro al pallone. Nonostante questo, il sottoscritto e pochi altri, ogni tanto, sentono lobbligo morale e professionale di tastare il polso, sentire il cuore dei giovani. Sperando che qualcuno (dirigenti e tecnici) leggendo (leggono?) le relazioni, come la presente, vi trovi qualche spunto per migliorare innanzitutto il clima generale del calcio giovanile, premessa (speranza) di cambiamenti anche per i grandi. Il campione da me sottoposto al sondaggio, mediante questionario, stato pari a 310 ragazzi praticanti calcio che si presentavano alla visita didoneit sportiva nellUnit Ospedaliera di Medicina Sportiva della asl 4 di Terni. Gi dal primo dato, ossia let, emerge prepotentemente il segno dellabbandono precoce di quanti praticano il calcio. A diciotto anni quelli che restano e si presentano alla visita sono solo il 5% del totale, mentre dodicenni e tredicenni sono pari quasi al 40%. Il calo maggiore si ha tra la fascia dei sedici-diciassette anni (circa il 25%) e quella dei diciotto, dove il 20% denota di aver perso ogni motivazione, non si diverte pi e se ne va. dagli anni Ottanta che questo fenomeno si ripete senza che si attivi qualcuno che conta e agisca per cambiare uomini (dirigenti e formatori) e strategie preventivo-educative (metodi e contenuti), istituendo severi controlli (punizioni) dei comportamenti negativi. E allora, passiamo a esaminare alcuni dei motivi che con molta probabilit causano la fuga dal calcio di tanti giovani. Tra i profili della demotivazione ci pu essere anche lo scarso talento, ma potrebbero esserci anche qualit sociali e capacit intellettive fuori dal normale non riconosciute, oppure il disagio di chi lento e necessita di tempo. Queste ferite, inferte da addetti ai lavori, non solo tecniche, incidono sulla dignit di un ragazzo in corso di maturazione. Dal grafico (Fig. 1) emerge che pi del 20% dei giovani non pienamente soddisfatto del proprio rendimento. Linsoddisfazione acuta rilevabile intorno ai sedici anni. Le cause pi probabili sono laver praticato uno sport per cui i soggetti non erano molto portati, ma anche laver avuto allenatori inadatti allet evolutiva e impreparati alla formazione dei giovani: istruttori che si preoccupano di curare solo il proprio orticello (fascia di et), cui manca la visione unitaria di un processo che continuo. Si lavora pervicacemente sulla fisicit delle prestazioni e sul risultato immediato, emarginando gli aspetti psicologici e la qualit del gioco. Di conseguenza i ragazzi accumulano esperienze socializzanti insufficienti, che non consentono loro di vivere con soddisfazione i diversi gruppi di appartenenza e in queste condizioni non trovano gli stimoli allimpegno individuale per migliorarsi. Solo il 18% (Fig. 2) dichiara di non essersi mai fatto male e sebbene sia un dato di superficie in quanto non sappiamo nel dettaglio il tipo dincidente e il danno riportato dai ragazzi, comunque un segnale che conferma come i rischi di infortuni ci siano eccome, specie tra i giovani calciatori, a

causa, come gi detto, di un gioco sempre pi fisico, aggressivo, con allenamenti duri e frequenti. Per non parlare dello stress dovuto alle tante partite. Daltronde, basta vedere quello che succede ai corpi dei calciatori professionisti per rendersi conto della gravit del fenomeno. Da considerare, inoltre, che dietro ogni aspetto considerato in questa ricerca c tutta una serie di infortuni psicologici e sociali che non vengono mai rilevati, ma che sono intensamente sentiti da chi li subisce. specie se adolescente. Appena un terzo dei ragazzi afferma di non avvertire tensione (Fig. 3), a riprova dellesagerata importanza che viene data dai tecnici, dai genitori e dagli stessi giocatori alla partita. Lansia prodotta dal bisogno della vittoria per sentirsi forti, lper la paura di perdere e sentirsi in crisi con se stessi e con gli altri genera profondi sentimenti di disagio, un elemento che poi incide negativamente sul percorso sportivo dei ragazzi. La precocit delle tensioni nervose, come appunto quella di dover vincere da subito (a 6 anni!), e dei sensi di colpa per le sconfitte nonch il loro accumulo nel tempo provocano il rigetto del calcio da parte del giovane. Collegato al punto precedente (Fig. 4), pu capitare (nel 48%) di arrivare a litigi tra i protagonisti a causa delle sconfitte subite, di disaccordi su chi gioca e chi no, di allenamenti poco divertenti, di favoritismi legati alle simpatie del mister. La fragilit emotiva, lincapacit di tollerare gli altri, il duro egoismo, se non narcisismo, la scarsa socializzazione e quindi la difficolt a comunicare fanno s che un ragazzo, al primo intoppo-frustrazione, si metta a litigare coi compagni. Gli educatori delle scuole calcio non concedono spazio sufficiente al pensiero dei loro allievi, non c tempo per conoscere cosa provano e quindi non allenano di fatto i loro rapporti sociali. Quanto anzidetto non pare accadere nei rapporti tra genitori e allenatori, e infatti meno del 20% dei ragazzi (Fig. 5) dichiara di averli visti discutere nelle forme pi accese tanto da provocare in loro un turbamento. Il dato ricavato dallindagine un dato positivo, perch riduce a sporadiche occasioni il fatto di vedere il desolante spettacolo di forti conflitti tra educatori. Resta comunque da verificare i perch e lintensit degli scontri, per saltuari che siano. Una buona cooperazione tra gli educatori rafforzerebbe la motivazione sportiva dei loro ragazzi e quindi sarebbe molto salutare per tutti. Quasi la met (48%) della popolazione investigata sogna di diventare qualcuno nel calcio (Fig. 6). Questo testimonia lo scarso senso della realt da parte dei giovani, che anche frutto di una proiezione dei genitori e degli stessi mister, che attendono dai figli e dagli allievi quei successi che a loro sono invece mancati e li vivono in forma vicariante attraverso di essi. I grandi, spesso, percepiscono il successo, anche effimero, come un toccasana delle frustrazioni che subiscono quotidianamente. . * Aldo Zerbini, psicologo dello sport zerbinialdo@virgilio.it http://www.giocontatto.tk/