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24/01/11 22.16

Riga 31 Furio Jesi a cura di Enrico Manera e Marco Belpoliti 2010

Marco Belpoliti, Il sacrificio e la rivolta


Allinizio degli anni Sessanta il sacrificio ancora una questione centrale per Calvino. il modo con cui egli tenta di opporsi allo spreco del mondo. Lo ribadisce ne La strada di San Giovanni, dove ancora possibile ritrovare, nonostante i tanti fallimenti, una visione eroica della vita impersonata dal padre. Pavese stesso per Calvino limmagine stessa di questo sacrificio-spreco, che tuttavia rimanda a una pulsione autodistruttiva che nel suo scritto su di lui, Pavese e i sacrifici umani, assegna, con una lettura dal sapore lombrosiano, alla Langa, dove il suicidio e lautodistruzione sono un dato endemico. Cosa significhi veramente per Pavese il sacrificio strada su cui lo scrittore ligure non intende seguirlo , Calvino non lo dice esplicitamente, ma lo fa dire a un giovane studioso, Furio Jesi, di cui segue con attenzione il lavoro saggistico. Non dunque un caso che nella cartellina di lavoro in cui sono raccolte le varie stesure della Decapitazione dei capi, come ricorda Mario Barenghi, Calvino abbia inserito anche uno scritto di Jesi sul tema del sacrificio, La morale del sacrificio umano, apparso nella rivista Comunit nel 1970. Jesi una figura singolare di saggista e di studioso, probabilmente uno dei maggiori del dopoguerra, lunico capace di legare insieme in una scrittura davvero originale temi filosofici e letterari, scienza del mito e germanistica, egittologia e traduzione. Di origini ebraiche, Jesi ha seguito un percorso molto personale allinterno della cultura italiana degli anni Sessanta, debuttando giovanissimo su riviste specialistiche, ma anche partecipando direttamente alle lotte politiche e sindacali del Sessantotto. Due dei suoi libri pi noti, entrambi apparsi presso Einaudi, Letteratura e mito (1968) e Materiali mitologici (1979), illuminano il nesso che esiste tra la letteratura contemporanea e i temi della festa, della morte, della magia, della mistica, ma tracciano anche un percorso emblematico. Nel 1966 Jesi scrive un saggio di prefazione a La bella estate, edita nella collana Nue dellEinaudi; due anni dopo il saggio raccolto in Letteratura e mito. Non si pu fare a meno di pensare che questa importante prefazione sia una scelta di Calvino, o almeno compiuta con il suo attivo consenso, dato che, dopo la morte di Pavese, Calvino stesso ad occuparsi dellopera dellamico e maestro presso Einaudi, dalledizione di nuovi testi alla stesura dei risvolti. Jesi ha scritto quattro saggi su Pavese. Tre sono raccolti in Letteratura e mito, un quarto, che una sorta di bilancio a dieci anni di distanza, pubblicato in rivista. La lettura di Jesi non solo decisiva per capire linterpretazione che Calvino d di Pavese negli anni Sessanta, ma anche perch il giovane studioso fornisce una lettura originale del tema del sacrificio e lo collega alle vicende stesse della rivolta studentesca e operaia del 68.

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Pavese stato per la generazione degli anni Sessanta uno scrittore di culto. I suoi libri sono passati di mano, letti e compulsati non solo da quelli che hanno partecipato al Sessantotto, ma anche dai loro fratelli minori. La ragione di questo interesse non solo determinata dallimportanza letteraria di Pavese, o dalla sua militanza comunista, ma proprio da quella mescolanza di mito e di politica, mitologie infantili e adolescenziali e sacrificio che implicita nella sua opera narrativa e saggistica, e che ha nel suicidio il suo punto estremo. Se si segue lo sviluppo del discorso di Jesi nel Sessantotto ha meno di trentanni e partecipa attivamente allautunno sindacale, sia come militante che scrivendo su riviste e giornali si comprende come in Pavese la morale del sacrificio e la rivolta contro il mondo degli adulti siano due questioni strettamente connesse. E questo ci permette anche di capire come e perch Calvino sia a un tempo attratto e respinto dal fondo mitico dello scrittore piemontese (La storia rivoluzionaria e lantistoria mitico-rituale hanno in questo libro la stessa faccia, parlano con la stessa voce, scrive in Pavese e i sacrifici umani). Cesare Pavese, il mito e la scienza del mito, il primo saggio di Jesi su Pavese esce nel 1964 in un celebre fascicolo della rivista Sigma che propone una nuova lettura dellopera dello scrittore di Santo Stefano Belbo. Lautore colloca Pavese sullo sfondo della letteratura e scienza del mito tedesca del Novecento, che poi il modo pi esatto dinterpretare le fonti dello scrittore senza tuttavia fare della mera filologia. Da George a Broch, da Walter Otto a Kernyi, il giovane mitologo torinese descrive lidea pavesiana del mito come realt unica, fuori del tempo e dello spazio, originaria e primordiale in quanto paradigma di tutte le realt terrestri che le somigliano, alle quali essa conferisce valore. Il mito ha per Pavese un valore simbolico assai vicino a quello di Kernyi (Un mito sempre simbolico; per questo non ha mai un significato univoco, allegorico, ma vive di una vita incapsulata che, a seconda del terreno e dellumore che lavvolge, pu esplodere nelle pi diverse e molteplici fioriture, Letteratura americana e altri saggi), e non nasce da unindagine puramente etnologica, ma dalle riflessioni compiute nellambiente della poesia germanica, pi vicina a Goethe che non ai romantici tedeschi. Il saggio di Jesi che fu la causa della rottura tra il giovane studioso torinese e lanziano mitologo ungherese, scandaglia quella zona oscura in cui il mito connesso alla morte. Concludendo larticolo, Jesi fa notare come la frequentazione del mito nella cultura tedesca del Novecento abbia significato la frequentazione della religione della morte, e di fronte al nazismo intellettuali come Thomas Mann o Karol Kernyi avevano scelto di vivere la propria colpa mascherandola allesterno sia con lironia, sia con una volontaria barriera fra s e gli altri. Pavese, cultore di Froebenius e degli altri autori della Collana viola si trov dinanzi alle medesime questioni e, scrive Jesi, poich lo scrittore non riconobbe che il compromesso faustiano era una via accettabile allarte, si mantenne ortodosso alla religione della morte, nei suoi aspetti pi nichilistici. Il sacrificio estremo di s nasce dallesclusione di quel compromesso che invece pratic Mann. La prefazione a La bella estate, che Calvino ha certamente tenuto presente nello scrivere larticolo Pavese e i sacrifici
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umani, mette a fuoco il nesso tra la festa e il sacrificio. Il sacrificio umano, scrive il giovane studioso torinese, fu per Pavese lemblema di un vincolo sotterraneo, vissuto nelle profondit della coscienza, fra rituale e comportamento morale, fra mito e dovere. Il punto forte della lettura che Jesi fa del libro di Pavese proprio nellidea di un sacrificio non espiatorio, ma fondato su una morale. La vera festa, esperienza creativa per eccellenza, dice, persa per sempre e con essa la possibilit di raggiungere il mito attraverso lelemento collettivo. Per questo lartista, lo scrittore - e qui Jesi non pensa solo a Pavese, ma evidentemente anche a se stesso - pu superare lostacolo con la fede nellintimo rapporto tra mito e morale che proponeva il sacrificio quale orizzonte e fondamento dellagire e del suo equivalente per un artista: il creare. Jesi presuppone che la festa permetta alle realt incombenti sulla vita quotidiana di trasformarsi nella materia stessa del mito. Se dunque manca la festa, lartista avverte lobbligo morale di determinare egli stesso quella trasformazione nellunico modo ormai lecito, e cio superando il rimpianto e agendo, creando, narrando le vicende delloggi affinch attraverso il suo impegno morale loggi privato di festa tornasse ad essere il luogo e il tempo del mito. Pavese, interpretato attraverso Mircea Eliade e il suo mito delleterno ritorno, lartista che riconosce nel mito un simbolo etico, la legge cifrata di una virt dalla quale, quando ci si sottopone alla sua legge, si pu ottenere la morte. Questo il mito del dovere dello scrittore piemontese: sacrificio di s non come evento punitivo o espiatorio, ma fatale. Il linguaggio che Jesi usa per descrivere questo legame tra mito e morale non sempre cristallino, anche in ragione della forte concisione del ragionamento e della stessa oscurit che il tema comporta. Tuttavia i passaggi sono ricchi dimportanti osservazioni sulla stessa adesione di Pavese al comunismo, non certo dettata dal mito di una futura et delloro di benessere e giustizia sociale, cos come scrive Eliade a proposito del marxismo, ma come riflesso di una legge morale ineluttabile - appunto, del mito del sacrificio. Nel saggio successivo, la recensione al volume delle lettere edito a cura di Calvino nel 1966, raccolto anchesso in Letteratura e mito, Jesi parla della componente religiosa di Pavese, della confessione dei peccati: la coscienza della propria colpa lo spingeva a sottoporsi a una severa regola di comportamento, a un costante sacrificio di s, che, per essere compiuti, dovevano fondarsi innanzitutto sulla confessione. Il dovere, poi, per Pavese non certo passare in chiesa, ma il sacrificio di lavorare, di scrivere, di bruciare i propri miti, di rendere testimonianza duna legge interamente oscura, non salvatrice, ma fatale, che impone la norma morale e richieder come ultimo sacrificio la morte. Nel tirare le somme della sua riflessione, dieci anni pi tardi, Furio Jesi in una conferenza in Svizzera (Cesare Pavese e il mito: dix ans plus tard), parla dellunico mito che consente a Pavese di essere davanti al mito in accordo con la propria comunit, in tempi nei quali laccesso comunitario al mito impossibile: il mito del sacrificio. Ma il mito del sacrificio scrive nella relazione un mito di morte, il sacrificio una morte mitica. Per questo ho pi
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volte parlato di religione della morte nellopera di Pavese e nella persona stessa di Pavese. Per quanto sorretta da una conoscenza profonda della scienza del mito, oltre che della cultura tedesca dei primi decenni del secolo, quella di Jesi potrebbe presentarsi come una lettura culturale, se non fosse che si lega con una serie di questioni che riguardano lepoca stessa in cui stata formulata, il legame con le vicende politiche e intellettuali degli anni Sessanta e, pi in generale, con il ripensamento in termini esistenziali di quella cultura degli anni Venti del XX secolo che, nonostante i quasi ventanni di differenza, la stessa di Italo Calvino. Soffermiamoci su due testi che Jesi termina di scrivere tre anni dopo la prefazione a La bella estate. Si tratta di un lungo saggio, Spartakus, che reca come sottotitolo Simbologia della rivolta, consegnato alleditore Silva, lo stesso che ha pubblicato nel 1967 Germania segreta, ma che per varie vicende editoriali resta inedito, e del saggio Lettura del Bateau ivre di Rimbaud uscito nel 1972 sulla rivista Comunit, a cui Jesi collabora con una certa assiduit. Il tema dei due saggi lo stesso, e vi sono anche delle sovrapposizioni di pagine. Scrive a un amico la notte stessa della fine della stesura di Spartakus: finito ed ha assorbito lessenziale di tutto il tessuto connettivo del mio fronte di lavoro, dal trattato mitologico agli articoli sindacali, alle poesie, al romanzo vampiresco. Per questo, tutte le sue pagine sono il risultato di una contesa ai ferri corti col tema. Di che tema si tratta? La rivolta. La rivolta designa per Jesi un movimento insurrezionale diverso dalla rivoluzione. La rivolta, scrive, sospende il tempo storico e instaura in modo repentino un tempo in cui tutto ci che si compie vale per se stesso, indipendentemente dalle sue conseguenze e dai suoi rapporti con il complesso di transitoriet o di perennit di cui consiste la storia. La rivoluzione sarebbe invece interamente e deliberatamente calata nel tempo storico. Spartakus un libro strano, a tratti ellittico, o meglio, come scrive Jesi in quella lettera, completamente fuori tema, che prende spunto dalle vicende dellinsurrezione spartachista del gennaio del 1919 per le vie di Berlino, guidata da Rosa Luxemburg e Karl Liebknecht e terminata nella repressione e uccisione dei partecipanti e dirigenti del partito rivoluzionario comunista. Ma questo solo lo spunto, dal momento che a Jesi interessa mettere a fuoco un tema che si lega ai mesi appena trascorsi, quelli della contestazione studentesca e lautunno caldo delle fabbriche italiane. La coppia rivolta/rivoluzione connessa alle vicende politiche, ma anche allidea di creazione letteraria, o meglio, come scrive con acume Andrea Cavalletti nella prefazione delledizione del volume, al tempo della scrittura e istante della rivolta. E nel libro, come nel saggio sulla poesia di Rimbaud, tutto questo collegato al tema del sacrificio. Non si parla esplicitamente di Pavese, ma la questione la stessa dei saggi sullo scrittore piemontese. Lesperienza della rivolta in definitiva unesperienza mitica, dal momento che costituisce una epifania: La rivolta, infatti, positiva non perch prepari il dopodomani, ma in quanto ne suscita lanticipata epifania (insieme con la sconfitta nelloggi); La rivolta incompatibile con la strategia rivoluzionaria, poich non preparazione del
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domani, ma parto del dopodomani. In alcune pagine dedicate a Mircea Eliade, Jesi discute il mito delleterno ritorno, della rigenerazione del tempo, della riconquista dellinnocenza in modo assai simile alle pagine dedicate a Pavese nel saggio del 1966, e rivela come in quello scritto parlando di Pavese, del suo corteggiare il mito, in realt egli parlasse di se stesso. La rivolta, specifica in un passo del secondo capitolo, dedicato ai simboli del potere, , nel profondo, la pi vistosa forma autolesionistica di sacrificio umano. Al tempo stesso - e qui il sacrificio umano acquista la sua forma pi alta la rivolta un istante di folgorante coscienza. Il problema posto dai capi spartachisti, che non si mettono in salvo dopo il fallimento della rivolta, : lecito farsi uccidere?. Cavalletti nella prefazione sottolinea come per Jesi il compito del mitologo, lultimo stadio del processo di demitologizzazione sia spezzare il circolo vittima-sacrificatore: il sacrificio del rivoltoso non sar pi tale, il circolo vittimasacrificatore verr spezzato, se il tempo della scrittura, non pi delimitabile nello spazio della morte [] consister precisamente nel vivere questa morte; il tempo della scrittura non sar pi quello sospeso della rivolta solitaria se la rivolta, la sospensione stessa, sar distruzione che non si sottrae allo scorrere della storia. In Lettura del Bateau ivre di Rimbaud, di tre anni successivo, Jesi rivisita i medesimi argomenti prendendo spunto invece che dalle vicende del movimento spartachista dalla celebre poesia di Rimbaud, che interpreta come esperienza della rivolta in cui non difficile vedere riflesse le vicende del maggio francese o i fatti delloccupazione dellUniversit di Torino, e pi indietro nel tempo le vicende di Piazza Statuto, una delle prime rivolte operaie spontanee che precedono le vicende sindacali della fine degli anni Sessanta, e che segnano anche la nascita delle riviste operaiste (Classe operaia e Quaderni rossi). Si pu amare una citt, scrive con identiche parole in Spartakus e Lettura del Bateau ivre di Rimbaud si possono riconoscere le sue case e le sue strade nelle proprie memorie pi remote e segrete; ma solo nellora della rivolta la citt sentita veramente come lhaut-lieu e al tempo stesso come la propria citt: propria poich dellio e al tempo stesso come degli altri; propria, poich campo di una battaglia che si scelta e che la collettivit ha scelto; propria, poich spazio circoscritto in cui il tempo storico sospeso e in cui ogni atto vale di per se stesso. Ci si appropria di una citt fuggendo o avanzando nellalternarsi degli attacchi, molto pi che giocando da bambini nei suoi cortili o per le sue strade, o passeggiandovi con una donna. Nellora della rivolta non si pi soli nella citt. Lallusione alla leggenda della partecipazione di Rimbaud ai combattimenti della Comune di Parigi nel 1870, di cui, precisa Jesi, in realt egli stato il profeta. Bateau ivre, scrive lautore, si muove su un doppio miraggio di abolizione del tempo storico: il sacrificio umano e il rimpicciolimento, cio linfanzia. Lidea dellinfanzia come sospensione del tempo storico, se non di sua abolizione, chiaramente una ripresa di motivi di Walter Benjamin, autore che Jesi ha letto e studiato con grande costanza, tanto da pensare negli stessi anni di farne oggetto di un
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libro specifico. Nel trattare di Pavese, Jesi aveva scritto del rapporto intimo che esiste tra morte e infanzia (la morte sta sul limitare delle esperienze infantili), che riprende nel saggio su Rimbaud e nelle pagine che aprono Letteratura e mito: Orfani e fanciulli divini, ispirate a Rilke, Pound, Eliot, ma anche al Pavese degli scritti sul mito. Chiudiamo questa digressione nelle pagine di Furio Jesi, accennando alle questioni della scrittura. In Spartakus si parla dello scrivere come un ritirarsi in se stessi (Scrivere Immensee, sintitola il paragrafo in cui se ne parla in modo diffuso); unesperienza che non ha che fare con il comunicare, ribadisce Cavalletti, ma che vicina a quella del simbolo, secondo la formula usata da Bachofen e ripresa da Jesi: simbolo riposante in se stesso. Pavese con la sua morale, con la religione della scrittura, compie esattamente questa esperienza, la quale, non a caso si conclude con la morte, con il sacrificio di se stesso. Jesi invece ipotizza, attraverso la rivolta, alla pari del mito abolizione del tempo storico, un sacrificio estremo che spezza appunto la stessa logica sacrificale, ma senza ricorrere ad alcuna religione rivelata, ma per mezzo di unesperienza estatica. Scrivere Immensee attingere al mito stesso. Scrivere conoscere una grande malinconia e al tempo stesso provare una grande felicit. Nella lettura che Jesi fa del tema della rivolta e del suo significato estatico, c la presenza di elementi messianici provenienti da Benjamin e dellanarchismo di Bakunin che Cavalletti cita con precisione, alla fine della sua introduzione, da Stato e anarchia. lo stesso anarchismo giovanile, temperato dal razionalismo adulto dellex militante comunista degli anni di ferro, che si sente echeggiare nel sottofondo della Decapitazione dei capi, l dove Calvino conduce una critica del potere, di ogni forma di potere, sia statalistico che rivoluzionario, e immagina di vedere sfilare i capi rivoluzionari sottoposti alle amputazioni rituali: Gi li vediamo sfilare per le vie imbandierate il giorno del loro insediamento: arrancando con la gamba di legno chi ancora avr una gamba intera; o spingendo la carriola con un braccio chi ancora avr un braccio per spingerla, i visi nascosti da maschere piumate per nascondere le scarnificazioni pi ripugnanti alla vista, alcuni inalberando il proprio scalpo come cimelio. In quel momento sar chiaro che solo in quel minimo di carne che loro rester potr incarnarsi il potere, se un potere avr ancora da esistere. [in Marco Belpoliti, Settanta].

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