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Isola Nera

Speciale/

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Che.
Che.

Casa

di poesia e letteratura. La prima in Sardegna, in Italia, aperta alla creazione letteraria degli autori italiani e di autori in lingua italiana. Isola Nera uno spazio di libert e di bellezza per un mondo di libert e bellezza che si costruisce in una cultura di pace.
Direzione Giovanna Mulas. Coordinazione Gabriel Impaglione. mulasgiovanna@hotmail.com - ottobre 8- 05 - Lanusei, Sardegna

Una corrente liberatoria di vento inesorabile gira il mondo con le sue tre campane. Quanta mitraglia fucile missile in anticipo delle mille ed una morte impossibile. Invano quanto tiranno filo morsicatura sopra lessenza delle sue tre lettere infinite.
De Letrario de Utpolis, Gabriel Impaglione.

Vita
Cronologia 1928 - Il 14 giugno nasce a Rosario, in Argentina, da Celia de la Serna ed Ernesto Guevara Lynch. Trascorre i primi due anni a Puerto Caraguatay, nella provincia di Misiones, sulle rive dell'Alto Paran, ai margini della selva paraguaiana. 1930 - A due anni contrae l'asma in forma cronica e la famiglia costretta a trasferirsi in un clima asciutto. Viene scelta la cittadina di Alta Gracia, sulla Sierra di Crdoba. 1945-50 - Termina il liceo e si trasferisce con la famiglia a Buenos Aires. Trova un lavoro come impiegato municipale e si iscrive alla facolt di medicina. Da paziente si trasforma in collaboratore nel laboratorio di un celebre allergologo, il dottor Pisani. 1951-52 - Viaggia in motocicletta con l'amico Alberto Granado. L'obiettivo la visita dei pi celebri lebbrosari latinoamericani, ma il viaggio si rivela una fonte inesauribile di avventure ed esperienze. Si conclude a Miami nell'agosto del 1952, da dove il Che ritorna in aereo. 1953 - Supera in pochi mesi i quindici esami residui e s i laurea in medicina, con una tesi in allergologia. Riparte per un viaggio in America Latina. Gli interessi originariamente archeologici si trasformano man mano in politici. A La Paz, in Bolivia, assiste a un momento di crescita impetuosa del movimento ope raio e contadino, sotto il governo di Paz Estenssoro. Per scelta politica decide di andare a conoscere un movimento analogo in Guatemala. 1954 - In Guatemala da gennaio ad agosto. Partecipa attivamente al movimento sorto sotto il governo di Jacobo Arbenz, collaborando nel servizio sanitario e arruolandosi nelle brigate giovanili. Si avvicina agli ambienti del Pgt (il partito comunista) e comincia a darsi una formazione marxista. Lo aiuta una giovane artista di sinistra, la peruviana Hilda Gadea, della quale si innamora. La sposer in Messico due anni dopo, avendone la figlia Hildita. Un'aggressione di mercenari, organizzati in Honduras dalla Cia e guidati dal

colonnello Castillo Armas, pone termine al movimento in Guatemala. Arbenz abdica senza reagire e Guevara deve rifugiarsi nell'ambasciata argentina. 1955-56 - Ripara a Citt del Messico, dove sopravvive alla meno peggio facendo il fotografo ambulante e il venditore di libri, finch ottiene un posto nel reparto di allergia dell'ospedale generale. Termina alcune pubblicazioni scientifiche e riprende con vigore gli studi di marxismo. Conosce il gruppo degli esiliati cubani e si arruola come medico nella spedizione che preparano sotto la guida di Fidel Castro, l'eroe del Moncada. Partecipa ai corsi all'accampamento cubano e all'addestramento militare sotto la guida di un fuoriuscito della guerra civile spagnola, il gen. Bayo. L'accampamento viene scoperto e il Che arrestato con gli altri cubani. Per la loro scarcerazione compie uno sciopero della fame in prigione. Vi resta pi a lungo degli altri (57 giorni). Liberato salpa col "Granma" da Tuxpn, il 25 novembre, e sbarca a la Playa de las Coloradas, il 2 dicembre. 1957-58 - Sono gli anni della guerra rivoluzionaria. Costruisce la seconda colonna, che si forma a partire da quella diretta da Fidel. Sulla Sierra Maestra organizza il "territorio libero" di El Hombrito. Dirige, nella fase finale, una delle due colonne che devono realizzare l'invasione dalla Sierra all'Avana: campagna di Las Villas e vittoria nella battaglia di Santa Clara. 1959 - Membro dei governo rivoluzionario, diventa cittadino cubano. A giugno sposa Aleida March, dalla quale avr quattro figli: Aleidita, Camilo, Celia ed Ernesto. Tra giugno e settembre dirige una delegazione economica all'estero, in Egitto, India, Giappone, Indonesia, Sri Lanka, Pakistan, Jugoslavia, Marocco. Al ritorno nominato capo del Dipartimento di industrializzazione dell'lnra (Istituto per la Riforma agraria). A novembre nominato Presidente della Banca nazionale. 1960 - A ottobre-novembre compie una visita ufficiale in Cecoslovacchia, Urss, Cina, Corea, Rdt. 1961-64 - Dirige per quattro anni il Ministero dell'industria. E' la sua attivit principale, insieme a corsi di formazione (per se stesso, nelle materie necessarie al Ministero), viaggi diplomatici all'estero e una ricca produzione teorica in vari campi. Nel 1963-64 dar il via e animer il celebre "Dibattito economico" - su la legge del valore, i criteri della pianificazione, i rapporti tra economia di mercato e socialismo. Ne uscir sconfitto, ma dopo aver dato prova di notevoli capacit teoriche e profonda ispirazione democraticorivoluzionaria. Ad agosto del 1961 dirige la delegazione cubana alla Conferenza del Cies a Punta del Este, in Uruguay. Durante la Crisi dei missili, dell'ottobre 1962, gli viene affidato il comando della difesa sul fronte occidentale (Pinar del Ro). A luglio del 1963 compie un'importante visita nell'Algeria di Ben Bella. A marzoaprile del 1964 dirige la delegazione cubana alla Confe renza di commercio e sviluppo convocata dall'Onu a Ginevra. A novembre del 1964 a capo della delegazione cubana che a Mosca partecipa ai festeggiamenti per il 47' anniversario della Rivoluzione d'Ottobre. E' il suo terzo ed ultimo viaggio in Urss. Il 9 dicembre pronuncia un discorso a New York, all'Assemblea dell'Onu e pochi giorni dopo compare nella televisione americana, dove proclama apertamente le proprie posizioni rivoluzionarie sull'America latina. Senza tornare a Cuba, parte per un lungo viaggio in vari paesi africani. Il primo l'Algeria. 1965 - Tra gennaio e marzo visita il Mali, il Congo Brazzaville, la Guinca, il Ghana, il Dahorney, la Cina, la Tanzania. Il 24 febbraio interviene al Secondo seminario economico di solidariet afroasiatica di Algeri, dove denuncia lo sfruttamento mondiale dell'imperialismo, ma anche il profitto che i paesi "socialisti" ricavano dai meccanismi dello scambio ineguale. Si reca poi in Egitto dove pronuncia, accanto a Nasser, il suo ultimo intervento pubblico. Il 14 marzo rientra all'Avana, accolto dai massimi dirigenti. E' l'ultima volta che compare in pubblico. Nel periodo della "scomparsa" si reca come consulente militare in Congo e in Tanzania. A Cuba prepara la spedizione boliviana. 1966 - Ai primi di novembre compare in Bolivia, sotto falso nome e sembianze irriconoscibili. Raggiunge la zona di operazioni della guerriglia e comincia a tenere un diario. 1967 - Il 17 aprile viene reso pubblico il testo del "Messaggio alla Tricontinentale". Le agenzie di stampa cominciano a parlare della presenza del Che in Bolivia. Il 7 giugno il governo boliviano di Barrientos dichiara lo stadio di assedio. Il 24 giugno viene repressa nel sangue la rivolta dei minatori di Catavi e Huanuni. La guerriglia riporta qualche successo militare. Ma si divide in due gruppi che non riusciranno pi a ricongiungersi. Il 31 agosto, a Vado del Yeso, viene distrutto il gruppo di Joaquin, di cui fa parte anche "Tania la guerrigliera". Il 26 settembre, nella zona di Valle Grande, il gruppo del Che cade in un'imboscata. L'8 ottobre, alla Quebrada del Yuro, il gruppo accerchiato e il Che, ferito alle gambe viene catturato. Trasferito nella scuola del villaggio di Higueras, viene interrogato e poi lasciato per una notte senza cure. Al mattino del 9 ottobre viene ucciso con un colpo di pistola, per decisione ufficiale del governo. Il suo cadavere viene trasportato in elicottero a Valle Grande e successivamente sepolto in un luogo segreto nei pressi di quella stessa citt. Il mondo incredulo, attende la conferma della morte, che viene data da Fidel Castro, il 15 ottobre. Tratto dalla cronologia della vita di Roberto Massari, Che Guevara, Erre emme edizioni

Ernesto Che Guevara viene assassinato a La Higuera (Bolivia) il 8 ottobre 1967 alle 13:10 .

[...] Una vecchia contadina ha scoperto accidentalmente i guerriglieri, che cercano di comprare il suo silenzio con cinquanta pesos. "Ma ci sono poche speranze che mantenga il silenzio", si legge nel "Diario". Il giorno dopo, presso la Quebrada del Yuro, i diciassette uomini superstiti dell'iniziale gruppo di guerriglieri che ha iniziato l'avventura boliviana con

il "Che" vengono sorpresi da cinque battaglioni di ranger. Sei muoiono nello scontro, otto riescono a fuggire, tre sono fatti prigionieri. Tra loro, ferito, c' lo stesso Guevara, che rivela la sua identit e viene trasportato Lo stanno nel villaggio di La Higuera, distante otto chilometri. I prigionieri vengono aspettando il rinchiusi in una scuola. Il "Che" ripetutamente interrogato. Si rifiuta di rispondere alle domande. I militari sono al comando di Andrs Selich e di maggiore dei Miguel Ayaroa. Il 9 ottobre giunge sul luogo il cubano Felix Ismael Rodrguez Mendigutia, che entrato a far parte della Cia e tenta ranger Ayoroa e il inutilmente di far parlare il prigioniero. Felix Rodriguez aveva gi lavorato colonnello Selich, per la CIA qualche anno prima, nel tentativo della Baia dei Porci per rovesciare il regime castrista a Cuba. In mattinata, da La Paz giunge arrivato in l'ordine di ammazzare Guevara: a prendere la decisione hanno provveduto elicottero il presidente boliviano Barrientos e i funzionari dei servizi segreti americani che sono in perenne collegamento con Washington. A sparare i colpi mortali ci pensa il militare Mario Teran (gli assassini di Guevara moriranno tutti in circostanze misteriose negli anni successivi). Si chiudono in questo modo trentanove anni vissuti intensamente. Il cadavere - trasportato fin l con un elicottero - viene esposto all'ospedale Signore di Malta su un tavolaccio a fotografi, tv e giornalisti. Il "Che" ha gli occhi aperti, la divisa sbottonata. Il suo corpo viene sepolto di nascosto in un angolo della localit di Vallegrande, a duecentoquaranta chilometri a est di Santa Cruz (solo nel 1996 il governo boliviano ha autorizzato le ricerche in prossimit di un aeroporto per ritrovarne i resti). Le mani vengono tagliate e fatte arrivare a Cuba, affinch L'Avana prenda atto che Guevara davvero morto. Il 15 ottobre, in un discorso televisivo, Castro conferma a tutto il mondo la morte del "Che". Il 18 ottobre, nella Piazza della rivoluzione, si svolge la "veglia funebre" in memoria di quello che viene ribattezzato "il guerrigliero eroico". Vi partecipa una folla immensa e commossa. [...] Farla finita col Che per gli Stati Uniti e in special modo per la CIA un vecchio progetto, che risale ai tempi della Baia dei Porci. La CIA afferma regolarmente, fin da quel tentativo d'invasione abortito, che i giorni della rivoluzione cubana sono contati, e ha progettato un piano denominato "Cuba" (che rientra sotto la mastodontica e famigerata "Operazione Mangusta"), destinato ad eliminare, tra gli altri, Fidel, Ral e il Che. Gi nel gennaio del 1962 McGeorge Bundy, consigliere della presidenza per la sicurezza nazionale, Alexis Johnson per il Dipartimento di Stato, Roswell Gilpatrick per il Pentagono, John McCone per la CIA e Lyman Lemnitzer per lo Stato Maggiore sono stati riuniti nell'ufficio del Segretario di Stato per essere informati che il progetto "Cuba" era considerato PRIORITARIO. La decisione di sopprimere il Che era gi stata presa da tempo, molto prima della Bolivia... Viene deciso che il boia deve essere il sottufficiale Mario Teran, che per anche se si era offerto volontario, sul momento di agire non riesce ad uccidere il Che a sangue freddo. Gli ufficiali e l'agente della CIA Felix Rodriguez lo fanno bere, ma anche sbronzo Teran non riesce ad uccidere il Che, perch sparando con il suo mitra Uzi di fabbricazione belga riesce solo a ferirlo gravemente. Una pallottola al cuore lo finisce, colpo di grazia che nessuno dei presenti rivendicher, e che il rapporto segreto del G2 cubano attribuir a Flix Ramos. Da La Higuera il corpo viene trasportato in elicottero (la barella col cadavere sar legata ad un pattino) fino a Valle Grande che raggiunger verso le 16:30. Poi il cadavere viene portato in una lavanderia che servir da obitorio. Viene lavato dalle infermiere di guardia Susanna Osinaga e Graciela Rodrguez, prima che i medici Jos Martnez Osso e Moiss Abraham Baptista si occupino dell'autopsia. Il giorno dopo, il 10 ottobre 1967, il corpo viene esposto nell'obitorio per le fotografie di rito per poi tenere una conferenza precisando che il Che morto in battaglia per le ferite causate da un'imboscata dell'esercito, affermazioni che verranno subito smentite da molte voci e da molte contraddizioni tra i diversi racconti dei vari militari. "Verso le sette e mezzo di sera, Ernesto Guevara entr per la seconda volta in vita sua, questa volta sconfitto, nel villaggio di La Higuera, un misero agglomerato di non pi di trenta case di mattoni e cinquecento abitanti, che doveva il proprio nome al fatto che un tempo vi abbondavano i fichi, ormai scomparsi; un villaggio isolato, a cui si accede soltanto per una mulattiera non carreggiabile. La Higuera, un luogo in cui, secondo la credenza contadina, solo le pietre sono eterne. Fuori dal paese si sono raggruppati alcuni abitanti intimoriti. Una donna anziana, vent'anni dopo, racconter che vide passare il Che al centro di una processione davanti a casa sua a La Hguera, e che poi se lo portarono via in cielo... con un elicottero, dir alla fine, quasi accettando la spiegazione che le hanno dato tante volte e che le sembra inconciliabile col fatto che se ne and via in cielo. . I prigionieri e i morti della guerriglia sono condotti alla scuola, un edificio di mattoni crudi e tegole di altezza irregolare, con soli due locali separati da un tramezzo a cui si accede direttamente dall'esterno, pareti scrostate e porte di legno fuori squadra abbondano nella costruzione di mattoni e calce. In uno dei locali rinchiudono Simn con i cadaveri di Olo e Ren, nell'altro il Che, a cui danno un'aspirina per alleviare il dolore della ferita. Il Cinese, Juan Pablo Chang, ferito al volto, raggiunger i detenuti. E' stato arrestato nello stesso momento o in un secondo tempo? Le versioni sono contraddittorie. Il capitano Gary Prado invia lo stesso messaggio che ha ripetuto per tutto il pomeriggio, questa volta al telegrafo. Sono le otto e trenta di sera: "Pap ferito". Poi, insieme al maggiore Ayoroa e al colonnello Selch, esamina il misero contenuto dello zaino del Che: dodici rullini fotografici, due dozzine di carte geografiche corrette dal Che con matite colorate, una radio portatile, due libretti di codici, due taccuini con copie dei messaggi ricevuti e inviati, un quaderno

verde di poesie e un paio di quaderni (diari?) zeppi di appunti scritti con la fitta e frettolosa calligrafia del Che. Alle nove Selich chiede telefonicamente istruzioni al comando dell'VIII divisione. Dieci minuti dopo gli rispondono: "Prigionieri di guerra devono restare vivi fino a nuovi ordini comando superiore". Un'ora pi tardi arriva un nuovo messaggio da Vallegrande: "Tenga vivo Fernando fino a mio arrivo domattina presto in elicottero. Colonnello Zenteno". Intanto, a La Higuera, i tre ufficiali superiori cercano di interrogare il Che. Non ottengono nulla, rifiuta di parlare con loro. Prado racconta che Selich gli disse, "Che ne direbbe di raderlo, prima?", mentre tentava di strappargli la barba, e che il Che lo colpisce con una manata. Secondo il telegrafista di La Higuera, Selich va anche oltre; di fronte al rifiuto del Che di fornirgli qualsiasi informazione, lo minaccia di morte e gli toglie due pipe e l'orologio. Il villaggio in stato d'allerta, ci si aspetta da un momento all'altro l'attacco dei guerriglieri superstiti. Intorno alla scuola, sono state disposte una serie di sentinelle in due cerchi concentrici e una vedetta. Alle ventidue e dieci "Saturno" (Zenteno), dall'VIII divisione a Vallegrande, telegrafava al comandante in capo dell'esercito a La Paz (generale Lafuente) una proposta di chiave per trattare lo spinoso argomento della cattura del Che: "Fernando (il Che) 500. Vivo: 600, per telegrafo solo questo per il momento, il resto per radio, morto: 700. Buonasera. Ultima comunicazione conferma trovarsi nostro potere 500, pregasi dare istruzioni concrete se 600 o 700". Il comandante in capo rispondeva: "Deve restare 600. Massima riservatezza, ci sono infiltrazioni". I vertici dell'esercito boliviano si erano riuniti a La Paz per decidere il da farsi. Il messaggio iniziale era stato ricevuto dai generali Lafuente Soto (comandante dell'esercito) e Vzquez Sempertegui (capo di stato maggiore dell'esercito) e dal tenente colonnello Arana Serrudo (dei servizi segreti militari). Jorge Gaflardo ha lasciato una descrizione poco simpatica dei tre: Lafuente, tracagnotto, con una faccia da orangutan, barba folta, lo chiamano Chkampu (faccia pelosa in quechua); Vzquez, tarchiato, sorriso cinico, responsabile dei massacri dei minatori; Arana deforme, con un collo taurino che contrasta con il corpo molto scuro. Si recano dal generale Alfredo Ovando, Ministro della guerra, nel piccolo ufficio della cittadella militare di Miraflores; questi, quando riceve i tre ufficiali, fa chiamare il generale Juan Jos Torres, capo di stato maggiore delle Forze Armate, che occupa l'ufficio di fronte alla sala riunioni adiacente all'ufficio di Ovando. E' in questa sala che i cinque militari si riuniscono. Non escluso che siano stati consultati altri pezzi grossi delle Forze Armate, come il comandante della Forza aerea Len Kolle Cueto, che per un caso curioso il fratello del dirigente del Partito Comunista, Jorge Kolle. Non ci giunta alcuna testimonianza di ci che si disse in quella sala, soltanto della decisione finale. Una volta raggiunto un accordo, i generali lo comunicano al presidente Ren Barrientos, che d il suo benestare. Alle ventitr e trenta, il Comando delle forze armate invia al colonnello Zenteno a Vallegrande questo messaggio telegrafico: "Ordine presidente Fernando 700". E Che Guevara stato condannato a morte. Tanto per il biografo pi distaccato, quanto per quello pi partecipe, quelle diciotto ore a La Higuera sono disperanti. Ernesto Guevara vissuto lasciandosi dietro una scia di carte che registrano le sue impressioni, le sue versioni, a volte anche le sue emozioni pi intime; diari, lettere, articoli, interviste, discorsi, atti. E vissuto circondato di narratori, testimoni, voci amiche che raccontano e lo raccontano. Per la prima volta, lo storico pu ricorrere solo a testimoni ostili, molto spesso interessati a distorcere i fatti, a creare una versione fraudolenta. Quello che oggi sappiamo emerso con il contagocce nel corso di ventotto anni, frutto della caparbiet dei giornalisti, di ricordi tardivi al fine di costruirsi alibi. La Higuera una terra di parole in cui c' posto solo per gli interrogativi. Sa che lo uccideranno? Cosa pensa adesso di Simn Cuba, che tante volte ha rinnegato nel suo diario? Fa un bilancio dei compagni vivi, dei prigionieri e dei morti? Rimangono Pacho e Pombo con Inti, Dariel, Dario, il Nato e Tamayo; Huanca e il medico De la Pedraja sono fuggiti con i feriti. Lo avranno visto cadere nelle mani dei soldati? Tenteranno qualcosa? Trascorre quelle ore pensando ad Aleida e ai bambini, al piccolo Ernesto che praticamente non ha mai visto? Ai morti? Gli altri morti che hanno costellato la sua strada, Pamos Latour e Geonel, il Patojo, Camdo e Masetti; San Luis, Manuel, Valdo e Tania... e la lista interminabile. Sono i suoi morti, sono morti perch credevano in lui. Soffre per la ferita? Lui non ha mai abbandonato un prigioniero privo di cure, gli hanno dato un'aspirina per curare una ferita d'arma da fuoco. Ripensa alla sconfitta? Ultimo anello di una catena che si aggiunge, il gruppo di Puerto Mldonado, di Salta, adesso la sua, la guerriglia del Che. Cosa lo aspetta? Cinquant'anni di carcere? Una pallottola nella nuca? Non questa la prima sconfitta, chiss se sar l'ultima. Il suo diario si trova nella casa del telegrafista, a pochi metri da dove lo tengono prigioniero. Ci sono state altre sconfitte, ma per la prima volta in vita sua Ernesto Guevara un uomo senza carta n penna. Un uomo disarmato, perch non pu raccontare quello che sta vivendo. A La Higuera c' stato il cambio della guardia. Il Che sdraiato per terra, la ferita ha smesso di sanguinare. Uno dei soldati di sentinella nella stanza racconter anni dopo: "Una delle cose che vidi, e che mi sembr un oltraggio per il guerrigliero, fu che Carlos Prez Gutirrez entra, lo afferra per i capelli e gli sputa in faccia, e il Che non si trattiene e gli sputa a sua volta, inoltre gli d un calcio che gli fa fare un ruzzolone, non so dove l'abbia preso il calcio, ma vidi Carlos Prez Gutirrez a terra e Eduardo Huerta con un altro ufficiale che lo immobilizzano". Poco dopo un infermiere dell'esercito gli lava la gamba con del disinfettante; le cure non si spingono oltre.

Ninfa Arteaga, la moglie del telegrafista, si offre di portare da mangiare ai prigionieri; il sottufficiale di guardia rifiuta. Lei risponde: "Se non mi lasciate dare da mangiare a lui, non lo do a nessuno". Sua figlia Elida porta un piatto al guerrigliero cieco (il Cinese Chang?) in un'altra stanza. Ultimo pasto del Che sar un piatto di minestra di arachidi. Il sottotenente Toti Aguilera entra nella stanza. "Signor Guevara, sotto la mia custodia." E il Che gli chiede una sigaretta. Aguilera gli domanda se medico, il Che conferma e aggiunge che anche dentista, che ha cavato dei denti. Il tenente si aggira per la stanza cercando di trovare uno spunto di conversazione. Alla fine fugge, non c' possibilit di comunicazione con quel personaggio chiuso che esce dal mito, ferito; non riesce ad annullare quella distanza che il Che ha sempre imposto anche ai suoi, per non parlare degli estranei e, a maggior ragione, dei nemici. Diversi soldati entrano in seguito nella stanza. Parlano di tutto, a frammenti, controvoglia. C' religione a Cuba? E' vero che lo vogliono scambiare con dei trattori? Lei ha ammazzato il mio amico? Lo insultano. Dicono che un sottufficiale, vedendolo rannicchiato in un angolo della stanza, gli abbia chiesto: "Sta pensando all'immortalit dell'asino?". Guevara, al quale gli asini sono sempre stati molto cari, sorride e risponde: "No, tenente, sto pensando all'immortalit della rivoluzione che tanto temono coloro che voi servite". Verso le undici e mezzo un paio di soldati rimangono soli con il Che, senza sottufficiali n ufficiali. Il Che parla con loro, chiede di dove sono. Sono entrambi originari dei distretti minerari, uno figlio di un minatore. Parlano. I due soldati pensano che magari possono fuggire con lui. Uno di essi esce dalla scuola per vedere com' la situazione fuori. Il villaggio sempre in stato d'allerta. Ci sono tre anelli di guardie, il terzo formato da uomini di un altro reggimento. Lo comunicano al Che Raccontano che disse: Non vi preoccupate, sono sicuro che non rimarr prigioniero per molto tempo, perch molti paesi protesteranno per me, quindi non c' bisogno, non vi preoccupate tanto, non credo che mi succeda nient'altro. Uno dei due gruppi di guerrigliero superstiti riuscito a sfuggire all'accerchiamento dell'esercito. Inti Peredo racconta: "In quella notte di tensione e d'angoscia ignoravamo completamente cosa era successo e ci chiedevamo a voce bassa se non fosse morto un altro compagno oltre ad Aniceto". All'alba scendono di nuovo nella gola e dopo una breve attesa si spostano verso il secondo punto d'incontro, a qualche chilometro da La Higuera. Alarcn aggiunge: "Ci dirigemmo verso il secondo punto d'incontro, vicino al Ro el Naranjal. Dovevamo tornare unaltra volta in direzione di La Higuera e l'alba ci sorprese vicino al villaggio". E l'alba del 9 ottobre. Dall'ambasciata degli Stati Uniti a La Paz partono cablogrammi diretti a Washington. L'ambasciatore Henderson comunica al Dipartimento di stato che il Che si trova "tra gli uomini catturati, malato gravemente o ferito"; i consiglieri di Lyndon Johnson esperti di questioni latino-americane, basandosi su fonti della CIA, riferiscono che Barrientos afferma di avere il Che e di voler verificare l'identit dell'uomo che stato catturato mediante le impronte digitali. A La Higuera sta sorgendo il giorno, i prigionieri sentono il rumore di un elicottero, le sentinelle sono allertate. Un apparecchio trasporta il colonnello Zenteno, venuto da Vallegrande accompagnato dall'agente della CIA Flix Rodrguez. I due si dirigono verso la casa del telegrafista, in cui si trovano i documenti rinvenuti nello zaino del Che. Agli ordini del maggiore Ayoroa, i ranger rastrellano i canaloni alla ricerca dei superstiti. Il capitano Gary Prado fornisce la versione ufficiale: "Un'operazione ha inizio la mattina del 9 ottobre, perlustrando palmo a palmo i canaloni. La compagnia A trova le grotte in cui si erano rifugiati il Cinese e Pacho che mentre gli intimavano di arrendersi sparano e uccidono un soldato, provocando la rapida reazione dei ranger, che con mitragliatrici e bombe a mano li riducono al silenzio". E curioso che in un altro punto della sua versione dica che i soldati gli riferirono della "presenza di un guerrigliero", non di due. Perch se c'erano due uomini nella gola i superstiti non li videro la notte prima? Perch non c' nessuna annotazione sul diario di Pacho in data 8 ottobre? A La Higuera, il colonnello e l'agente della CIA entrano dove rinchiuso il Che. Anni dopo, un soldato racconter: "Uno dei comandanti ebbe una discussione piuttosto violenta con il Che e aveva accanto una persona, sar stato un giornalista, che registrava con una specie di registratore molto grande appeso sul petto". Nella versione di Rodrguez, le cose si svolgono in modo pi civile. Fanno uscire il Che dalla scuola e gli chiedono il permesso di fargli una foto. Flix si mette accanto al guerrigliero. Verso le dieci del mattino il maggiore Nino de Guzmn, pilota dell'elicottero, fa scattare laPentax dell'agente della CIA. La foto giunta fino a noi: il Che un arruffio di capelli, sul volto una certa amara desolazione, la barba sporca, gli occhi semichiusi per la stanchezza e il sonno, le mani unite come se fossero legate. Ci saranno un altro paio di fotografie quella mattina, scattate da soldati, molto simili alla prima: in entrambe, il comandante Guevara, sconfitto, rifiuta di guardare l'obiettivo, Zenteno si dirige verso il Churo per supervisionare il rastrellamento in corso. Intanto Rodrguez, con la sua Rs48 portatile, invia un messaggio cifrato. Selich, che lo osserva, molto preciso: "Aveva un potente radiotrasmettitore che install immediatamente e con cui trasmise un messaggio cifrato in chiave di sessantacinque gruppi circa. Subito dopo install su un tavolo al sole una macchina fotografica montata su un dispositivo con quattro gambe telescopiche e cominci a scattare fotografe".

Gli interessano in particolare i diari del Che, il libro con le chiavi e l'agenda con indirizzi di tutto il mondo. I militari e l'agente della CIA si trovano nel patio davanti alla casa del telegrafista. Fotografando il libro di chiavi, Rodrguez commenta: "Ne esistono solo due esemplari al mondo, uno ce l'ha Fidel Castro e l'altro qui". Selich ritorna a Vallegrande in elicottero con i due soldati feriti. Alle undici e trenta Zenteno ritorna a La Higuera accompagnato da una scorta e dal maggiore Ayoroa e trova l'agente della CIA impegnato nell'operazione di fotografia. I militari lo guardano fare. Zenteno si limita a un breve commento e Rodrguez gli assicura che copie delle foto gli saranno consegnate a La Paz. "Nessuno obiett alle fotografie, nessuno si oppose" dir pi tardi il maggiore Ayoroa. Nella solitudine della stanza in cui rinchiuso, il Che chiede ai suoi guardiani di lasciarlo parlare con la maestra della scuola, Jula Cortez; secondo la sua testimonianza, il Che le disse: "Ah, lei la maestra. Lo sa che sulla o di "so" non ci vuole l'accento nella frase "Adesso so leggere"? Indica la lavagna. "Certo, a Cuba non ci sono scuole come questa. Per noi questa sarebbe una prigione. Come fanno a studiare qui i figli dei contadini? E antipedagogico". "Il nostro un paese povero." "I funzionari del governo e i generali, per, girano in Mercedes e hanno un mucchio di altre cose... vero? E questo quello che noi combattiamo." "Lei venuto da molto lontano a combattere in Bolivia." "Sono un rivoluzionario e sono stato in molti posti." "Lei venuto a uccidere i nostri soldati." "Guardi, in guerra o si vince o si perde." In quale momento il colonnello Zenteno trasmise ad Ayoroa l'ordine presidenziale di assassinare il Che? Felx Rodrguez cerc forse di convincerlo a non ucciderlo, visto che il Che in que l momento poteva essere pi utile vivo e sconfitto che morto? Almeno cos afferma l'agente della CIA nelle sue memorie; Zenteno, nelle successive dichiarazioni, non ne fa menzione. Rodrguez racconta che parl con il Che per un'ora e mezza, e che il comandante gli chiese anche di trasmettere a Fidel il messaggio che la rivoluzione latino-americana avrebbe trionfato e di dire a sua moglie di risposarsi ed essere felice. Ma quell'ora e mezza non fu in realt che un quarto d'ora, e altre fonti militari sono concordi nell'affermare che il Che disse a Rodrguez che era un verme al servizio della CIA, che lo chiam mercenario e che si limitarono a scambiarsi insulti. Alle undici e quarantacinque, Zenteno prende il diario e la carabina del Che e insieme a Rodrguez parte con l'elicottero appena ritornato. A mezzogiorno il Che chiede di poter parlare di nuovo con la maestra. Lei non vuole, ha paura. Intanto, a cinque-seicento metri dal villaggio, i guerriglieri sopravvissuti stanno aspettando che faccia notte per muoversi. Alarcn 8 racconta: "L venimmo a sapere che il Che era ottobre prigioniero (...) Sentivamo le notizie da una radiolina 1967 che avevamo e che disponeva di un auricolare (...) Credevamo che si trattasse di una falsa informazione messa in giro dall'esercito. Per verso le dieci del mattino dicevano gi che il Che era morto e (...) parlavano di una foto che lui portava in tasca, con sua moglie e i suoi figli. Quando noi cubani sentimmo questo, ci guardammo fissi mentre le lacrime cominciavano a s cenderci in silenzio (...) Quel particolare ci dimostrava che il Che era morto in combattimento, senza che ci passasse per la mente che era ancora vivo e a poco pi di cinquecento metri da noi". A met mattina Ayoroa chiese un volontario tra i ranger per fare il boia. Il sottufficiale Mario Tern chiese che gli lasciassero ammazzare il Che. Un soldato ricorda: "Sosteneva che nella compagnia B erano morti tre Mario e in loro onore dovevano dargli il diritto di ammazzare il Che". Era mezzo ubriaco. Il sergente Bernardino Huanca si offr di assassinare i compagni del Che.

Che

Passata l'una, Tern, basso, tracagnotto - non sar stato alto pi di 1,60 per sessantacinque chili di peso entr nella stanzetta della scuola in cui si trovava il Che con un M-2 in mano che gli aveva prestato il sottufficiale Prez. Nella stanza accanto, Huanca crivellava di pallottole il Cinese e Simn. Il Che era seduto su una panca, con i polsi legati, le spalle al muro. Tern esita, dice qualcosa. Il Che risponde:"Perch disturbarsi? Sei venuto a uccidermi". Tern fa un movimento come per andarsene e spara la prima raffica rispondendo alla frase che quasi trent'anni dopo dicono abbia pronunciato il Che: Spara, vigliacco, che stai per uccidere un uomo. "Quando arrivai il Che era seduto sulla panca. Quando mi vide disse: Lei venuto a uccidermi. Io non osavo sparare, e allora lui mi disse: Stia tranquillo, lei sta per uccidere un uomo. Allora feci un passo indietro, verso la porta, chiusi gli occhi e sparai la prima raffica. Il Che cadde a terra con le gambe maciullate, contorcendosi e perdendo moltissimo sangue. io ripresi coraggio e sparai la seconda raffica, che lo colp a un braccio, a una spalla e al cuore". Poco dopo il sottufficiale Carlos Prez entra nella stanza e spara un colpo sul cadavere. Non sar l'unico:

anche il soldato Cabrero, per vendicare la morte del suo amico Manuel Morales, spara contro il Che. I diversi testimoni sembrano concordare sull'ora della morte di Ernesto Che Guevara: verso la una e dieci del pomeriggio di domenica 9 ottobre 1967. La maestra grida contro gli assassini. Un sacerdote domenicano di una vicina parrocchia ha cercato di arrivare in tempo per parlare con Ernesto Guevara. Padre Roger Schiller racconta: "Quando seppi che il Che era prigioniero a La Higuera trovai un cavallo e mi diressi laggi. Volevo confessarlo. Sapevo che aveva detto sono fritto. lo volevo dirgli: "Lei non fritto. Dio continua a credere in lei". Per strada incontrai un contadino: "Non si affretti, padre" mi disse. "Lhanno gi liquidato"". Verso le quattro del pomeriggio il capitano Gary Prado ritorna al villaggio dopo l'ultima incursione dei ranger nelle gole vicine. All'ingresso del paese il maggiore Ayoroa lo informa che hanno giustiziato il Che; Prado ha un moto di sdegno. Lui l'ha catturato vivo. Si preparano a portare via il corpo in elicottero. Prado gli lega la mandibola con un fazzoletto perch il volto non si scomponga. Un fotografo ambulante ritrae i soldati che circondano il cadavere adagiato su una barella. Sono foto domenicali, di paese, mancano solo i sorrisi. Una foto immortala Prado, padre Schiller e donna Ninfa accanto al corpo. Il sacerdote entra nella scuola, non sa cosa fare, raccoglie i bossoli e li mette via, poi si mette a lavare le macchie di sangue. Vuole cancellare parte del terribile peccato: aver ucciso un uomo in una scuola. A Mario Tern hanno promesso un orologio e un viaggio a West Point per frequentare un corso per sottufficiali. La promessa non sar mantenuta. L'elicottero si alza in volo, con il cadavere del Che Guevara legato ai pattini. Tratto dal libro "Senza perdere la tenerezza" di Paco Ignacio Taibo II, Casa Editrice Il Saggiatore, 1997.

I resti del Che


"SPERO CHE DIO ABBIA UN POSTO PER ME"

di Igor Man intervista con Guevara 36 anni fa a Cuba

Che.
Isola Nera/21

Si, quelle ossa sono sue. La terra amara d Villagrande, lontana e sola ha finalmente restituito a Ernesto Guevara (Lync) de Serna detto Che, la sua identit finale. Da Harlem a Calcutta, da Palma di Montechiaro a Gaza, dalla Quinta a de' Condotti, insomma dai ghetti ai salotti, ogni giorno incontriamo il Che: sulle magliette dei ragazzi che quando mor, or trent'anni, per mano d'un sergente boliviano ubriaco, nemmeno erano nati. Ma Guevara non soltanto trendy come lo fu la kaffia di Arafat durante l'intifada: e oggi indossa la T-shirt col barbone e il sigaro di Guevara sa che quelo " uno gagliardo tosto, diciamo mitico". Epico, ma ai ragazzi basta e avanza anche perch la loro vaghezza misteriosamente colma di tenerezza. Nell'aprile del 1970, in Giordania, fui un giorno in una di quelle fogne a cielo aperto che pudicamente chiamiamo "campi profughi". In una tenda dove lavoravano (in nero) tre donne palestinesi cucire magliette per un commerciante di Amman, spiccava il poster del Che, quello ricavato da Giangi Feltrinelli dal celebre fotogramma Korda. Chiesi se sapessero chi fosse quel tipo col basco e quelle risposero che era "un combattente della libert han detto ch' morto ma forse ancora vivo". Osvaldo Soriano ha scritto che l'esempio del Che stato frainteso al punto da portare alla morte molti giovani nel mondo; al punto da trasformare piccoli ragazzi incauti in terroristi (che oggi invocano piet). Malato di "volontarismo", cultore di una utopia romantica (ma feroce), Guevara stato ammazzato dalle sue stesse contraddizioni generose pi che da un lurido sottufficiale ubriaco. Uomo-simbolo, il Che ha scatenato la generazione del benessere: ogni sfilata, ogni comizio degli esaltanti Sessanta (e dei terribili Settanta) porta l'impronta di Guevara. Quegli anni, ha scritto Maurizio Chierici, erano cominciati con i Beatles, il volo di Gagarin, la pillola antifecondativa e finiscono "nel segno di una giovinezza sacrificata che contamina ogni cosa". Perch? Forse - la risposta possibile -, perch a far da battistrada a Guevara un fenomeno importantissimo per il successo della sua immagine: la Pop Art-Andy Warhol. Guevara fu un eroe tragico perch i fatti gli han dato torto "No disparen, soy el Che", dice ai soldati boliviani che gli puntano addosso il mitra. Brandisce la carabina con una mano sol poich l'hanno ferito. Mal coperto da una sorta di giacca vento bluastra che non riesce celare una camicia lacera, senza pi bottoni; i calzoni kaki brandelli, rozzi mocassini piedi coperti da calze di lana verde a righe gialle, tenta portarsi a ridosso d'un pietrone

"Soy el Che", ripete fiero ma senza arroganza, rassegnato oramai, eppure il "berretto verde" boliviano che lo cattura dir che quelle parole ("Soy el Che") gli trapassano le viscere. Il comandante Guevara e i suoi ultimi guerriglieri sono in rotta dal 26 di settembre del 1967 sfuggiti all'imboscata all'Abra del Batan, consumano il conto alla rovescia. Lucidamente. Un testimone dir a Lucio Lami: "Li vedemmo arrivare a La Higuera in tarda serata, verso le otto, mas o meno. Il Che, claudicante perch ferito al polpaccio destro, procedeva appoggiandosi a due soldatitos. Dietro, scortato, veniva Willy il boliviano. Seguivano alcuni campesinos con in spalla i morti". Chiudono il Che e Wlly in un'aula della scuoletta. Mentre la radio convulsamente ripete all'alto comando: "Papa est con nosotros" (Papa lui, Guevara), un caporale redige pignolescamente l'inventario del "materiale trovato indosso al prigioniero e nella borsa a tracolla del medesimo catturato": un altimetro, quattro orologi di compagm caduti, una pistola calibro 45, un coltello da caccia Solingen, una pipetta da mat con relativo recipiente, mezzo sigaro, 20 mila pesos, 1500 dollari, 2 agende del diario, sussidiari di storia e geografia della Bolivia, la fotografia dei figli, una carta topografica annotata di pugno del Che, un passaporto di servizio. A un tenente che viene a trovarlo, il comandante Guevara chiede un'aspirina e intanto gli spiega come medicarlo. Si vuole che sussurri, quasi a se stesso, queste parole: "Abbiamo fallito... per il momento ma la causa rimane, rimane". La mattina del 9 di ottobre gli slegano le mani: arriva infatti il colonnello Ramos ("quello della Cia"). "Tu mi prendesti a calci, fu a Cuba, ricordi?", dice Ramos. "Vendicati, che aspetti", dice il Che, ma l'altro: "Non ne sono capace" sorride e gli tira 1 barba: dapprima con (finta) dolcezza, poi a strappo ed il Che lo schiaffeggia: "Sei un verme, non sei cambiato Ramos". Forse con quella frase Guevara ha firmato la sua condanna a morte, chiss, ma di li a poco, nel catoio dov'egli consuma il suo ultimo tempo di vita, irrompe un sergente col mitra spianato.. S' ubriacato per darsi coraggio e tuttavia non riesce a sparare finch il Che: "Matame, hijo de puta", gli ordina. E quello finalmente spara. Il resto storia nota: portano il Che e gli altri con l'elicottero a Vallegrande, e li lo seppelliscono: ai margini della pista di volo, esattamente dove, ora, hanno riesumato le sue ossa, frammiste a quelle degli altri guerriglieri rimasti fedeli al loro comandante davvero sino alla morte. Povere ossa, se le stanno a Castro, a Fidel baster una tibia del suo vecchio compagno dimenticato per celebrare, una, volta ancora, se stesso.

Hasta Siempre
(di Carlos Puebla) Abbiamo imparato ad amarti sulla storica altura dove il sole del tuo coraggio ha posto un confine alla morte. Qui rimane la chiara, penetrante trasparenza della tua cara presenza, Comandante Che Guevara. La tua mano gloriosa e forte spara sulla storia quando tutta Santa Clara si sveglia per vederti. Qui rimane la chiara ... Vieni bruciando la nebbia come un sole di primavera, per piantare la bandiera con la luce del tuo sorriso. Qui rimane la chiara ... Il tuo amore rivoluzionario ti spinge ora a una nuova impresa dove aspettano la fermezza del tuo braccio liberatore. Qui rimane la chiara ... Continueremo ad andare avanti come fossimo insieme a te

e con Fidel ti diciamo: Per sempre, Comandante! Qui rimane la chiara ...

Julio Cortzar
Avevo un fratello
Yo tuve un hermano Avevo un fratello. Non ci vedevamo mai ma non aveva importanza. Avevo un fratello che stava in montagna mentre io dormivo. L'ho amato a modo mio, ho preso la sua voce libero come l'acqua, ho camminato a tratti vicino alla sua ombra. Avevo un fratello. Non ci vedevamo mai ma non aveva importanza. Avevo un fratello che stava in montagna mentre io dormivo. L'ho amato a modo mio, ho preso la sua voce libero come l'acqua, ho camminato a tratti vicino alla sua ombra. Non ci siamo visti mai ma non aveva importanza, il mio fratello ben sveglio mentre io dormivo. Un fratello che mi indicava dietro la notte la sua stella eletta.

Carlos Puebla
Si fermi il Canto! Que para el son! Ti possono anche uccidere nella carne con un torrente di fuoco, per mai ti uccideranno nella parola e ancor meno nel pensiero. Si fermi un momento il canto, tacciano le chitarre in un omaggio di silenzio per Che Guevara... ...ricominci il canto. Pu la tua carne umana soccombere all'acciaio ma l'acciaio, nemmeno lui, pu resistere al tuo esempio. Si fermi un momento il canto, tacciano le parole per ascoltare il cuore di Che Guevara... ...ricominci il canto. Sei nato a Vallegrande bench dicano che tu sia morto,

solo cos nascono gli uomini per la Storia e il Tempo. Si fermi un momento il canto, il tempo di asciugare una lacrima una lacrima di polvere da sparo per Che Guevara... ...ricominci il canto.

Francesco Guccini Stagioni


Quanto tempo passato da quel giorno d'autunno di un ottobre avanzato, con il cielo gi bruno, fra sessioni di esami, giorni persi in pigrizia, giovanili ciarpami, arriv la notizia... Ci prese come un pugno, ci gel di sconforto, sapere a brutto grugno che Guevara era morto: in quel giorno d'ottobre, in terra boliviana era tradito e perso Ernesto "Che" Guevara... Si offuscarono i libri, si rabbui la stanza, perch con lui era morta una nostra speranza: erano gli anni fatati di miti cantati e di contestazioni, erano i giorni passati a discutere e a tessere le belle illusioni... "Che" Guevara era morto, ma ognuno lo credeva che con noi il suo pensiero nel mondo rimaneva... "Che" Guevara era morto, ma ognuno lo credeva che con noi il suo pensiero nel mondo rimaneva... Passarono stagioni, ma continuammo ancora a mangiare illusioni e verit a ogni ora, anni di ogni scoperta, anni senza rimpianti: " Forza Compagni, all'erta, si deve andare avanti! " E avanti andammo sempre con le nostre bandiere e intonandole tutte quelle nostre chimere... In un giorno d'ottobre, in terra boliviana, con cento colpi morto Ernesto "Che" Guevara... Il terzo mondo piange, ognuno adesso sa che "Che" Guevara morto, mai pi ritorner, ma qualcosa cambiava, finirono i giorni di quelle emozioni e rialzaron la testa i nemici di sempre contro le ribellioni... "Che" Guevara era morto e ognuno lo capiva che un eroe si perdeva, che qualcosa finiva... "Che" Guevara era morto e ognuno lo capiva che un eroe si perdeva, che qualcosa finiva... E qualcosa negli anni termin per davvero cozzando contro gli inganni del vivere giornaliero: i Compagni di un giorno o partiti o venduti, sembra si giri attorno a pochi sopravvissuti... Proprio per questo ora io vorrei ascoltare una voce che ancora incominci a cantare: In un giorno d'ottobre, in terra boliviana, con cento colpi morto Ernesto "Che" Guevara... Il terzo mondo piange, ognuno adesso sa che "Che" Guevara morto, forse non torner,

ma voi reazionari tremate, non sono finite le rivoluzioni e voi, a decine, che usate parole diverse, le stesse prigioni, da qualche parte un giorno, dove non si sapr, dove non l'aspettate, il "Che" ritorner, da qualche parte un giorno, dove non si sapr, dove non l'aspettate, il "Che" ritorner !

Roberto Vecchioni
Celia de La Serna Non scrivi pi, e non ti sento pi, so quel che fai e ho un po' paura, sai. Son senza sole le strade di Rosario, fa male al cuore avere un figlio straordinario: a saperti l sono orgogliosa e sola, ma dimenticarti... una parola... Bambino mio, chicco di sale, sei sempre stato un po' speciale, col tuo pallone, nero di lividi e di botte, e quella tosse, amore, che non passava mai la notte; e scamiciato, davanti al fiume ore e ore, chiudendo gli occhi, appeso al cuore. O madre, madre, che infinito, immenso cielo sarebbe il mondo se assomigliasse a te! Uomini e sogni come le tue parole, la terra e il grano come i capelli tuoi. Tu sei il mio canto, la mia memoria, non c' nient'altro nella mia storia, a volte sai, mi sembra di sentire la "poderosa" accesa nel cortile: e guardo fuori: "Fuser, Fuser ritornato!", e guardo fuori e c' solo il prato. O madre, madre se sapessi che dolore! Non quel mondo che mi cantavi tu: tu guarda fuori, tu guarda fuori sempre, e spera sempre di non vedermi mai; sar quel figlio che ami veramente, soltanto e solo finch non mi vedrai.

Ernesto Guevara Poesie


E seminata nel sangue della morte

Poesie

mia lontana con radici cangianti sotto un tempo di pietra, Solitudine! fiore nostalgico di pareti viventi, Solitudine del mio transito prigioniero sulla terra. E qui Sono meticcio,grida un pittore dalla tavolozza accesa, sono meticcio,mi gridano gli animali perseguitati, sono meticcio,declamano i poeti peregrini, sono meticcio,riassume l'uomo che mi incontra nel dolore giornaliero d'ogni angolo, e perfino l'enigma di pietra della razza morta accarezzando una vergine di legno dorato: meticcio questo grottesco figlio del mio ventre. Anch'io sono meticcio in altro aspetto: nella lotta in cui uniscono e respingono le due forze che si contendono il mio intelletto, le forze che mi chiamano assaporando delle mie viscere lo strano sapore del frutto imballato prima di prenderlo maturo all'albero. Mi volgo nel limite dell'America ispana ad assaporare un passato che ingloba il continente. Il ricordo sfugge con soavit indelebile come il suono lontano di una campana.
La "Vieja Maria" era una vecchietta ammalata gravemente d'asma, lavandaia molto povera e ricoverata nell'ospedale messicano in cui lavorava Guevara. Questi le dedic attenzioni molto particolari e piene di affetto, assistendola fino alla notte in cui mor.

Vecchia Maria, stai per morire, voglio parlarti seriamente. La tua vita stata un rosario completo di agonie, senza un uomo amato, salute o denaro, solo la fame da esser ripartita; voglio parlare della tua speranza, delle tre distinte speranze che la figlia tua fabbric senza sapere come. Prendi questa mano di uomo che sembra di bimbo, nelle tue levigate dal sapone giallo. Strofina i tuoi duri calli e le pure nocche, contro la soave vergogna delle mie mani di medico. Ascolta, nonnina proletaria: credi nell'uomo che giunge, credi nel futuro che non vedrai mai. Non pregare il dio inclemente, che per tutta una vita trad la tua speranza. Non chiedere clemenza alla morte, per veder crescere i bruni oggetti delle tue carezze; i cieli son sordi e in te comanda il buio; al di l di tutto avrai per una vendetta rossa, lo giuro sull'esatta dimensione dei miei ideali; tutti i tuoi nipoti vivranno l'aurora, muori in pace, vecchia combattente. Stai per morire, vecchia Maria; trenta progetti di sudario diranno addio con lo sguardo, un giorno di questi, quando te ne andrai. Stai per morire, vecchia Maria, rimarranno mute le pareti della sala quando la morte si congiunger all'asma e faranno all'amore nella gola tua. Queste tre carezze forgiate nel bronzo (l'unica luce che allevia la tua notte), questi tre nipoti vestiti di fame, rimpiangeranno le nocche delle vecchie dita

dove sempre incontravano un sorriso. Questo sar tutto, vecchia Maria. La tua vita stata un rosario si deboli agonie, senza l'uomo amato, salute o allegria, solo la fame da essere ripartita, la tua vita fu triste, vecchia Maria. Quando l'annuncio del riposo eterno, avr intorbidito il dolore delle tue pupille, quando le tue mani di sguattera perpetua avranno assorbito l'ultima ingenua carezza, pensa a loroe piangi, povera vecchia Maria. No! Non farlo! Non supplicare il dio indolente, che tutta una vita trad la tua speranza e non chiedere clemenza alla morte, la tua vita fu vestita orrendamente di fame, termina vestita d'asma. Voglio annunciarti, tuttavia, con voce bassa e virile di speranza, la pi rossa e virile delle vendette, voglio giurarlo sull'esatta dimensione dei miei ideali. Prendi questa mano di uomo che sembra di bimbo, nelle tue levigate dal sapone giallo. Strofina i tuoi duri calli e le pure nocche, contro la soave vergogna delle mie mani di medico. Riposa in pace, vecchia Maria, riposa in pace, vecchia combattente, tutti i tuoi nipoti vivranno l'aurora, LO GIURO.

Quando saprai che sono morto non pronunciare il mio nome perch si fermerebbe la morte e il riposo. Quando saprai che sono morto di sillabe strane. Pronuncia fiore, ape, lagrima, pane, tempesta. Non lasciare che le tue labbra trovino le mie dieci lettere. Ho sonno, ho amato, ho raggiunto il silenzio. PARTIAMO, ardente profeta dell'aurora, per sentieri nascosti e abbandonati, per liberare il verde coccodrillo che ami tanto. PARTIAMO vincitori di coloro che ci umiliano, lo spirito pieno delle stelle ribelli di Mart, giuriamo di trionfare e di morire. Quando riecheggier il primo colpo di fucile e si sveglier in uno stupore virginale tutta la macchia, al tuo fianco noi combatteremo, noi ci saremo. Quando la tua voce sparger ai quattro venti riforma agraria, giustizia, pane e libert, al tuo fianco, con le stesse parole, noi ci saremo. E quando verr alla fine del viaggio la salutare azione contro il tiranno, al tuo fianco, aspettando l'ultima battaglia, noi ci saremo.

E se il ferro interromper il nostro viaggio, chiediamo un sudario di lacrime cubane per coprire le ossa dei guerriglieri trasportate dalla corrente della storia americana.

Dal Diario del Viaggio con Alberto Granado


Il viaggio inizia alla fine di dicembre del 1951 e si conclude per Ernesto a Miami, alla fine di agosto dell'anno successivo.

La decisione di partire
Era un mattino di ottobre. Ero andato a Crdoba approfittando delle vacanze del 17. Sotto il pergolato della casa di Alberto Granado sorbivamo mate zuccherato e commentavamo tutte le ultime traversie di quella "vita da cani", mentre ci accingevamo a riparare la Poderosa II (Una motocicletta Norton, con 500 cc di cilindrata, e che battezzai in tal modo perch veniva a sostituire la Poderosa I, una bicicletta che negli anni da studente avevo utilizzato in maniera infaticabile. Nota di Alberto Granado). Lui si lamentava di aver dovuto abbandonare il posto nel lebbrosario si San Francisco de Chanar e del lavoro cos mal retribuito nell'Ospedale spagnolo. Anch'io avevo dovuto lasciare il mio posto, ma diversamente da lui, ero molto contento di averlo fatto; certo, anch'io avevo alcune inquietudini, dovute, pi che altro al mio spirito sognatore: ero stanco della facolt di Medicina, di ospedali, di esami. Sui sentieri del sogno arrivammo a remoti paesi, navigammo per mari tropicali e visitammo tutta l'Asia. E all'improvviso, materializzata come fosse una parte dei nostri sogni, sorse la domanda: " E se ce ne andassimo in Nord America?" "In Nord America? E come?" "Con la Poderosa, diamine". Cos venne deciso il viaggio che di l in poi si sarebbe attenuto ai lineamenti generali con cui era stato tracciato: l'improvvisazione. I fratelli di Alberto si unirono a noi e con un giro di mate fu sigillato l'impegno ineludibile di ciascuno a non tirarsi indietro finch non avessimo visti realizzati i nostri desideri. Il resto fu un monotono affaccendarsi in cerca di permessi, certificati, documenti - vale a dire nel superare tutta la gamma di barriere che le nazioni moderne oppongono a chiunque voglia viaggiare. Per non compromettere il nostro prestigio, decidemmo di annunciare solo un viaggio in Cile. Il mio compito principale era dare il maggior numero di esami prima di partire; quello di Alberto, mettere a punto la moto per il lungo tragitto e studiare il persorso. Tutto l'aspetto trascendente della nostra impresa ci sfuggiva in quel momento: vedevamo solo la polvere della strada e noi sulla moto, impegnati a divorare chilometri nella fuga verso il Nord..... Gli esperti in leprologia L'ospitalit cilena, non mi stanco di ripeterlo, una delle cose che rende pi gradevole una visita a questa terra vicina. E noi ne godevamo con tutta la pienezza delle nostre risorse "caratteristiche". Mi stiracchiavo pigramente tra le coperte, apprezzando il valore di un buon letto e soppesando il contenuto calorico della cena della sera prima. Passavo in rivista gli ultimi avvenimenti: l'infida foratura della Poderosa II che ci aveva lasciato a met strada sotto la pioggia, l'aiuto generoso di Ral, il proprietario del letto in cui dormivamo; l'intervista giornalistica sull' "Austral" di Temuco. Ral era uno studente di veterinaria, apparentemente non molto assiduo, proprietario di un camioncino su cui aveva caricato la povera moto e con il quale ci aveva portato sino a questo tranquillo villaggio del centro del Cile. A onor del vero, c'era stato un momento in cui il nostro amico aveva desiderato di non averci mai conosciuti, visto che rappresentavamo una bella scocciatura per il suo riposo; ma si era scavato la fossa da solo, con le sue smargiassate sui soldi che spendeva per le donne, cui aveva poi aggiunto un invito diretto ad andare a visitare un "cabaret" e passarci la notte. Tutto a sue spese ovviamente. Questa fu la ragione per cui prolungammo la nostra permanenza nella terra di Pablo Neruda, dopo un'animata discussione nella quale si dibatt a lungo e con calore. Ma alla fine, ovviamente, giunse l'atteso imprevisto che ci permise di rimandare la visita a quel luogo di svago tanto interessante e, in compenso, rimediammo branda e cena. All'una di notte ci lanciammo a pancia vuota a divorare tutto ci che c'era in tavola, che era gi abbastanza, pi qualcos'altro che portarono poi, e ci appropriammo del letto del nostro ospite, poich stavano sgombrando la casa, visto che il padre veniva trasferito a Santiago, e quasi non restavano pi mobili. Alberto, imperturbabile, sfidava il sole del mattino a turbare il suo sonno di pietra, mentre io cominciavo a vestirmi lentamente: un compito che per noi non era di estrema difficolt visto che la differenza fra gli indumenti da letto e quelli da giorno, era rappresentata in genere dalle scarpe. Il giornale ostentava tutta la sua pienezza cartacea, cos in contrasto con i nostri poveri e rachitici quotidiani; ma a me interessava solo una notizia locale che trovai in caratteri abbastanza grandi nella seconda pagina: DUE ESPERTI ARGENTINI IN LEPROLOGIA ATTRAVERSANO IL SUDAMERICA IN MOTOCICLETTA e poi, a caratteri pi piccoli: si trovano a Temuco e desiderano visitare Rapa Nui (nome indigeno dell'Isola di Pasqua). L era il condensato della nostra audacia. Noi, gli esperti, gli uomini chiave della leprologia sudamericana, con tremila malati in trattamento e una vastissima esperienza, conoscitori dei centri pi importanti del continente e ricercatori sulle condizioni sanitarie del medesimo, ci degnavamo di fare una visita al paesino

pittoresco e malinconico che ci stava accogliendo. Supponevamo che essi avrebbero saputo valorizzare in tutta la sua portata l'onore che avevamo fatto a quel villaggio, ma non ne sapemmo molto. Ben presto tutta la famiglia fu riunita intorno all'articolo e ogni altra notizia del giornale fu oggetto di olimpionico disprezzo. Cos, circondati dall'ammirazione di tutti, ci congedammo da loro, da quella gente di cui non ricordiamo neppure il cognome. Avevamo chiesto il permesso per lasciare la moto nel garage di un signore che viveva fuori del paese e l ci dirigemmo, scoprendo che non eravamo pi un paio di vagabondi pi o meno simpatici con una moto al traino; no, eravamo GLI ESPERTI e come tali venivamo trattati. Impiegammo tutto il giorno a riparare e mettere a punto il motore e ogni momento quella morettina della domestica si avvicinava con qualche regalino commestibile. Alle cinque, dopo uno "spuntino" luculliano, offerto dal padrone di casa, ci congedammo da Temuco diretti a nord... Clandestini Passammo la dogana senza alcuna difficolt, diretti coraggiosamente verso il nostro destino. Il piccolo cargo da noi scelto - il San Antonio - era al centro della febbrile attivit del porto ma, date le sue dimensioni ridotte, non aveva bisogno di attraccare direttamente per essere raggiunto dai montacarichi. Non c'era da fare altro che aspettare che il cargo accostasse per salire a bordo e cos ce ne restammo filosoficamente in attesa del momento propizio, seduti sui nostri zaini. A mezzanotte cambi il turno degli operai e in quel momento accostarono; ma il capitano del molo, un tipo con faccia poco amichevole, si ferm sulla passerella a controllare l'entrata e l'uscita del personale. Il manovratore del montacarichi, che nel frattempo ci eravamo fatti amico, ci consigli di aspettare un altro momento perch il tipo era una mezza carogna e cos inizi una lunga attesa che dur tutta la notte, riscaldandoci dentro il montacarichi, un vecchio macchinario che funzionava a vapore. Spunt il sole e noi sempre l ad aspettare con gli zaini sul molo. Le nostre speranze di salire si erano gi dissipate quasi completamente, quando apparve il capitano e con lui una nuova passerella che prima era in riparazione, di modo che si stabil un contatto permanente fra il San Antonio e la terraferma. A quel punto, ben istruiti dal manovratore, entrammo come fosse casa nostra e ci mettemmo con tutti i bagagli nella parte riservata agli ufficiali, chiudendoci in un gabinetto. Di l in poi il nostro compito si sarebbe limitato a dire con voce nasale "non si pu" o " occupato", nella mezza dozzina di volte in cui qualcuno si avvicin. Era gi mezzogiorno e il cargo era salpato da poco, ma la nostra allegria era abbastanza diminuita, perch la latrina intasata, apparentemente da molto tempo, emanava un odore insopportabile e il calore era molto intenso. Verso l'una Alberto aveva vomitato tutto ci che aveva nello stomaco e alle cinque del pomeriggio, morti di fame e ormai lontani dalla costa, ci presentammo davanti al capitano per informarlo della nostra presenza come clandestini. Questi rimase piuttosto sorpreso vedendoci di nuovo e in quelle circostanze, ma per fare un po' di scena davanti agli altri ufficiali ci strizz l'occhio in modo vistoso, mentre chiedeva con voce tonante: "Credete che per essere viaggiatori basti infilarsi nella prima nave che si incontra? Non avete pensato alle conseguenze?". La verit era che non avevamo pensato a nulla. Chiam il nostromo e lo incaric di darci un lavoro e qualcosa da mangiare. Fummo contenti di divorare la nostra razione; ma quando mi resi conto che io ero incaricato di pulire la famosa latrina, il cibo mi and di traverso e, mentre scendevo protestando tra i denti, seguito dallo aguardo beffardo di Alberto incaricato di pelar patate, confesso di aver provato la tentazione di dimenticare tutto ci che si scritto sulle regole del cameratismo e di chiedere un cambio di incarichi. E' che non c' giustizia! Lui aggiunge la sua buona porzione alla porcheria l accumulata e io la pulisco. Dopo avere coscienziosamente svolto i nostri compiti, il capitano ci mand di nuovo a chiamare; questa volta per raccomandarci che non dicessimo nulla dell'incontro precedente: avrebbe fatto in modo lui che non ci accadesse nulla all'arrivo ad Antofagasta, dove il cargo era destinato. Per dormire ci diede la cabina di un ufficiale fuori servizio e quella notte ci invit a giocare a canasta e a bere qualche bicchiere insieme... La notte, dopo alcune sfiancanti partite di canasta, guardavamo il mare immenso, pieno di riflessi verdi e bianchi, uno accanto all'altro, appoggiati al parapetto, ma ognuno molto distante, impegnato a volare col proprio aereo verso le stratosferiche regioni del sogno. L capimmo che la nostra vocazione, era viaggiare in eterno per le strade e i mari del mondo. Sempre curiosi; osservando tutto ci che fosse apparso davanti ai nostri occhi. Annusando ogni angolo, sempre con discrezione, senza mettere radici in nessuna terra, n fermarci ad indagare sul substrato di qualsiasi cosa: la periferia ci sarebbe bastata. Mentre tutti i pensieri sentimentali che il mare ispira passavano attraverso la nostra conversazione, le luci di Antofagasta cominciarono a brillare in lontananza, verso nordest. Era la fine della nostra avventura come clandestini o, per lo meno, la fine di questa avventura, giacch la nave sarebbe tornata a Valparaiso.... Ad Antofagasta L abbiamo fatto amicizia con una coppia di operai cileni che erano comunisti. Alla luce di una candela che ci illuminava mentre preparavamo il mate e mangiavamo un pezzo di pane e formaggio, i lineamenti contratti dell'operaio conferivano una nota misteriosa e tragica, mentre nel suo linguaggio semplice ed espressivo raccontava dei suoi tre mesi di carcere, della moglie affamata che lo seguiva con fedelt esemplare, dei suoi figli lasciati a casa di un vicino caritatevole, del suo inutile peregrinare in cerca di lavoro, dei compagni scomparsi misteriosamente, dei quali diceva che fossero stati gettati in mare.

I due infreddoliti, nella notte del deserto, accoccolati uno contro l'altra, erano una viva rappresentazione del proletariato di una qualunque parte del mondo. Non avevano neppure una misera coperta con cui riscaldarsi, cos abbiamo dato loro una delle nostre e nell'altra ci siamo arrangiati alla meglio Alberto ed io. Fu una delle volte in cui ho sofferto di pi il freddo, ma in cui mi sono sentito anche un po' affratellato con questa strana, per me, specie umana... Alle otto del mattino abbiamo trovato un camion che ci avrebbe portato fino al villaggio di Chuquicamata e ci siamo separati dalla coppia che era diretta verso le miniere di zolfo sulla Cordigliera; un luogo dove il clima pessimo e le condizioni di vita cos dure che non viene richiesto il libretto di lavoro, n quali siano le idee politiche. L'unica cosa che conta l'entusiasmo con cui l'operaio si va a rovinare la vita in cambio delle briciole che gli permettono di sopravvivere. Nonostante si fosse ormai perso nella distanza che ci separava il profilo sbiadito della coppia, vedevamo ancora il volto straordinariamente risoluto dell'uomo e ricordavamo l'ingenuit del suo invito: "Venite compagni, mangiamo insieme; venite, anch'io sono un nullafacente". Dimostrava in tal modo nel fondo il suo disprezzo per il parassitismo che coglieva nel nostro vagare senza meta. E' veramente triste che vengano prese misure repressive contro persone di questo genere. Lasciando da parte il pericolo che pu rappresentare o meno per la vita sana di una collettivit, il "verme comunista" che si era annidato in lui era nient'altro che un naturale anelito a qualcosa di migliore, una protesta con la fame inveterata che si era tradotta nell'amore per que lla dottrina estranea, la cui essenza non avrebbe mai potuto capire, ma la cui traduzione in "pane per il povero" era fatta di parole che erano alla sua portata, di pi, che colmavano la sua esistenza. Ed eccoli i padroni, biondi ed efficienti amministratori impertinenti che ci dicevano nel loro mezzo spagnolo: "Questa non una citt turistica; vi dar una guida che vi mostri gli impianti in mezz'ora e poi farete il favore di non disturbarci ulteriormente: abbiamo molto da fare". Lo sciopero era incombente. E la guida, cane fedele dei padroni yankee: "Questi gringos imbecilli; perdono migliaia di pesos al giorno in uno sciopero, per non dare qualche centesimo in pi a un povero operaio. Quando il mio generale Ibanez salir al potere tutto questo finir". E un capetto poeta: "Questi sono i famosi scavi a gradinata che permettono uno sfruttamento totale del minerale di rame. Molti come voi mi chiedono un mare di cose tecniche, ma raro che si interessino a quante vite siano costati. Non sono in grado di rispondervi, ma grazie ugualmente per le domande, dottori." Fredda efficienza e rancore impotente si sposano male con la grande miniera, uniti nonostante l'odio per la comune necessit di vivere e speculare sugli uni e sugli altri; vedremo se un giorno vi sar pi un minatore disposto a prendere il piccone con piacere o ad avvelenarsi i polmoni con cosciente allegria. Dicono che laggi, da dove proviene la fiammata rossa che abbaglia oggi il mondo, sia gi cos: questo dicono. Io non lo so... Le terre di Viraco cha (Essere creatore e allo stesso tempo, eroe culturale nell'antica religione peruviana, venerato in modo particolare nel celebre Tempio di Cuzco) A met pomeriggio, con il cielo nuvoloso che incombeva col suo peso grigio sulle nostre teste, attraversammo uno strano posto in cui l'erosione aveva trasformato le pietre enormi su bordo della strada in castelli feudali dalle torri merlate, volti bizzarri dallo sguardo inquietante e una quantit di mostri fiabeschi che sembravano montare la guardia a quel luogo, proteggendo la tranquillit dei personaggi mitici che certamente lo abitavano. La pioggerella ch ci sferzava il viso gi da un po', cominci ad aumentare e si trasform rapidamente in un acquazzone. Il conducente del camion chiam "i dottori argentini" e ci fece salire a "cassetta", vale a dire nella parte anteriore del veicolo, il massimo della comodit da quelle parti. Facemmo subito amicizia con un maestro di Puno che il governo aveva licenziato perch aprista (Militante dell' Apra: Alianza Popular Revolucionaria Americana. Fu fondata in Per da Victr Ral Haya de la Torre nel 1924. Nel periodo in cui Ernesto era in Per, Haya era stato mandato in esilio dalla dittatura militare). L'uomo, che aveva sangue indigeno nelle vene, oltre ad essere aprista - un fatto che per noi non significava niente - era un indigenista attento e profondo, che ci dilett con mille aneddoti e ricordi della sua vita di maestro. Seguendo il richiamo del sangue, egli aveva preso le parti degli aymar (gruppo indigeno di cui ancora non si stabilita la precisa collocazione linguistica) nell'annosa disputa che appassiona gli studiosi delle civilt della regione, e contro i coyas (in senso generale l'aristocrazia degli Incas) che egli qualificava furbi e codardi. Il maestro ci forn la spiegazione dello strano comportamento dei nostri compagni di viaggio: giungendo nel punto pi alto della montagna, l'indio lascia sempre alla Pachamama, la madre terra, tutte le sue pene, e come simbolo depone una pietra che va a formare piramidi come quella che avevamo visto. Ebbene, giunti gli spagnoli come conquistadores della regione, cercarono immediatamente di estirpare quella credenza e impedire il rito, con risultati nulli; i fati decisero allora di "sparare con le loro stesse armi" e piazzarono una croce in cima alla piramide. Ci accadeva quattro secoli fa (ne parla gi Garcilaso de la Vega e a giudicare dal numero di indios che si erano fatti il segno della croce non era granch ci che i religiosi erano riusciti ad ottenere). Lo sviluppo dei mezzi di trasporto ha fatto s che i fedeli sostituissero la pietra con uno sputo di coca, al quale si attaccano le pene che resteranno con la Pachamama. La voce ispirata del maestro acquistava strane sonorit quando parlava dei suoi indios, della ribelle razza aymar che un tempo aveva tenuto in scacco gli eserciti dell'Inca, e calava di tono riferendosi allo stato attuale degli indigeni, istupiditi dalla civilt e dai loro compagni impuri - i loro acerrimi nemici - i meticci, i

quali scaricano su di loro tutto il rancore per la propria ibrida esistenza. Parlava della necessit di creare scuole che orientino l'individuo all'interno della societ di cui parte e lo trasformi in un essere utile; della necessit di cambiare l'intero sistema di insegnamento attuale che nelle poche occasioni in cui educa un individuo (ma che lo educa secondo i criteri dell'uomo bianco), lo restituisce pieno di vergogne e rancori, inutile per servire ai suoi simili indios e con grandi svantaggi per lottare in una societ bianca che gli ostile e non vuole accoglierlo nel pro prio seno. Il destino di questi infelici quello di vegetare in qualche oscuro posto della burocrazia e morire con la speranza che qualcuno dei suoi figli, per l'azione miracolosa di quella "goccia" conquistatrice che ancora scorre nel suo sangue, riesca a raggiungere gli orizzonti che egli ha sempre anelato e che hanno riempito la sua vita fino all'ultimo istante. Nel convulso gesticolare delle mani si intuiva la confessione di un uomo tormentato dai propri travagli e dallo stesso affanno che egli attribuiva al personaggio ipotetico utilizzato come esempio. E non era forse lui il tipico prodotto di un'"educazione" che ferisce chi la riceve come un favore, solo per l'ansia di dimostrare il potere magico di quella "goccia", anche se dovesse provenire da un'indegna meticcia, comprata dai denari di un cacicco, o dallo stupro che un signorotto ubriaco si degnato di infliggere alla sua serva indigena? Ma il viaggio era ormai al termine e il maestro smise di parlare. Dopo una curva attraversammo il ponte sul vasta fiume che all'alba era stato solo un ruscelletto. Cuzco La parola che meglio pu definire il Cuzco "evocazione". Un'impalpabile polvere di altre ere sedimenta tra le sue strade, sollevandosi in una miscela di laguna fangosa quando si calpesta il suo substrato. Ci sono due o tre Cuzco, o meglio, due o tre forme di evocazione: quando Mama Ocllo lasci cadere il chiodo d'oro nella terra e questo vi penetr completamente, i primi Incas capirono che l era il luogo scelto da Viracocha a domicilio permanente dei suoi figli prediletti, che avrebbero cos abbandonato il nomadismo per giungere da conquistatori nella loro terra promessa. Con le narici dilatate dall'ambizione di nuovi orizzonti, videro crescere il formidabile Impero mentre la vista oltrepassava la debole barriera delle montagne circostanti. E il nomade che quell'espansione aveva convertito in Tahuantinsuyo, prese a fortificare il centro dei territori conquistati, l'ombelico del mondo: Cuzco. E cos sorse, imposta dalle necessit difensive, l'imponente Sacsahuamn che domina la citt dalle alture, proteggendo i palazzi e i templi dalla furia dei nemici dell'Impero. Questo il Cuzco, il cui ricordo emerge dolente dalla fortezza devastata dalla stupidit del conquistatore analfabeta, dai templi profanati e distrutti, dai palazzi saccheggiati, dalla razza abbruttita; questo che invita ad ergersi guerriero e a difendere, mazza alla mano, la libert e la vita dell'Inca. Ma vi un Cuzco che si vede dall'alto, spiazzando le rovine della fortezza: quello dai tetti di tegole colorate, la cui dolce uniformit spezzata dalla cupola di una chiesa barocca e che scendendo ci mostra solo le sue strade strette, con i vestiti tipici dei suoi abitanti e i suoi colori da quadro paesaggistico; quello che invita a fare il turista svogliato, a passarvi superficialmente sopra e a godere della bellezza di un invernale cielo plumbeo. Ma vi anche una Cuzco vibrante che mostra nei suoi monumenti il valore formidabile dei guerrieri che conquistarono la regione, e che si esprime nei musei e nelle biblioteche, nelle decorazioni delle chiese e nei tratti chiari dei condottieri bianchi che ancora oggi ostentano l'orgoglio della conquista; quello che invita a impugnare l'acciaio e, in sella a un cavallo dai fianchi ampli e dal galoppo vigoroso, fendere la carne indifesa della nuda moltitudine la cui muraglia umana si disperde e scompare sotto i quattro zoccoli della bestia. Ognuno di questi aspetti del Cuzco si pu ammirare separatamente e a ognuno dedichiamo una parte della nostra permanenza... Nel lebbrosario di San Paolo Il gioved mattina, giorno in cui non si lavora nella zona malati del sanatorio, siamo andati col dottor Montoya sull'altra sponda a cercare qualcosa di commestibile e abbiamo percorso un braccio del Rio delle Amazzoni, comprando a prezzi molto bassi papaie, iucca, mais, pesce, canna da zucchero e abbiamo anche pescato qualcosa: Montoya un pesce normale ed io una mota. Al ritorno un vento forte increspava il fiume e il guidatore Roger Alvarez se l' fatta sotto, quando ha visto le onde riempire la barca; io gli ho chiesto di lasciarmi il timone, ma non me lo ha voluto dare e abbiamo accostato alla riva, aspettando che il vento calasse. Solo alle tre del pomeriggio siamo arrivati alla colonia e abbiamo fatto preparare i pesci, togliendoci la fame soltanto a met. Roger ci ha regalato una maglietta ciascuno e a me anche dei pantaloni, sicch ho potuto aumentare il mio patrimonio spirituale. La zattera era quasi pronta e le mancavano soltanto i remi. La sera, una delegazione di malati venuta a farci omaggio di una serenata, nella quale dominava la musica autoctona cantata da un cieco; l'orchestra era composta da un suonatore di flauto, uno di chitarra e uno di fisarmonica che non aveva quasi pi le dita: i sani aggiungevano un sassofono, una chitarra e un chillador (chitarrino dai suoni striduli). E' poi venuto il momento dei discorsi e quattro malati, a turno, hanno declamato come potevano i loro interventi, a pezzi e bocconi; uno di loro, disperato per il fatto di non riuscire ad esprimersi, ha concluso con "tre urr per i dottori". Alberto ha ringraziato a sua volta con toni accesi per l'ospitalit ricevuta, dicendo che le bellezze naturali del Per erano nulla in confronto alla bellezza emotiva di quel momento, che lo toccava in modo cos profondo da non riuscire a parlare: "Posso soltanto", ha detto aprendo le braccia con gesto e

intonazione peroniane, "dire grazie a tutti voi". I malati hanno sciolto gli ormeggi e l'imbarcazione con il suo carico si allontanata dalla riva, al suono di un valzerino, e alla luce fioca delle lanterne che conferivano un aspetto fantasmagorico alle persone. Siamo andati a bere un bicchiere a casa del dottor Bresciani e, dopo aver scambiato quattro chiacchiere, a dormire. Il venerd era il giorno della nostra partenza e quindi al mattino siamo andati a fare una visita di commiato ai malati, e dopo aver scattato qualche foto siamo tornati con due magnifici ananas, dono del dottor Montoya; abbiamo fatto un bagno e poi a pranzo; verso le tre del pomeriggio sono cominciati i saluti e alle tre e mezzo la zattera col nome di Mambo-Tango si staccava dalla riva seguendo la corrente. Aveva come equipaggio noi due e, per un primo tratto, il dottor Bresciani, Alfaro e Chvez, il costruttore della zattera. Ci hanno accompagnato sino al centro del fiume e l ci siamo affidati ai nostri mezzi...

Che.
Lettera ai lebbrosi
Nel 1987, uno studioso cubano ha potuto ripercorrere una parte dell'itinerario compiuto dalla coppia Guevara-Granado. E' il geografo Antonio Nunez Jimenz, che ne fornisce il racconto nel suo libro "En canoa del Amazonas el Caribe, el Conejo-Grijalbo. Quito 1989, pp. 111-4. Il soggiorno nel sanatorio di San Paolo descritto nel capitolo intitolato "Ricordo del Che a San Pablo de Loreto". Ne traduciamo i brani pi significativi, insieme al testo di una lettera del Che. Il 14 aprile cominciamo a discendere in canoa il Rio delle Amazzoni per 74 chilometri, fino a San Pablo de Loreto, un piccolo villaggio in cui erano stati raccolti i lebbrosi del Per. Lungo la strada che percorriamo, parallela al fiume, vi sono dei piccoli negozi da cui entrano ed escono clienti. Incrociamo un anziano ch si presenta come Isaas Silva Lozano. Veniamo subito a sapere che, non solo a conosciuto il Che, ma da lui stato operato. Ci mostra, sul braccio, la cicatrice di quell'intervento chirurgico. "Conservo un grato ricordo del dottor Guevara. Era molto giovane quando arriv qui. Rimase circa una mese con noi, a curarci. Quando part da San Pablo lo fece in una zattera", racconta Isaas. E prosegue: "Guevara mi salv la vita. Avevo il braccio con un'orrenda infiammatura. Il dolore si irradiava in tutto il corpo e i calmanti non potevano farci nulla. Aspettavo solo che la morte mi liberasse dal mio male. Il medico di qui mi aveva detto di non potermi operare; ma Guevara, vedendo che soffrivo tanto, disse di poterlo fare lui. Il medico obiett che non aveva l'attrezzatura necessaria; Guevara insistette e disse che sapeva dove trovare gli strumenti per l'intervento. In seguito mi raccontarono che il medico aveva paura che con l'operazione gli contagiassi la mia malattia. Alla fine il giovane Guevara si seppe imporre al medico pi anziano e mi oper. Quando ebbe finito, mi pose una benda al braccio e con fare malizioso mi disse: "Bene, fatta. Vattene a casa e trovati un'amichetta!". Mi accompagn poi nel posto in cui dormivo e il giorno dopo venne a prepararmi la colazione. Il braccio gi non mi faceva pi male. Ora tutti mi conoscono col nome di "Che", perch quando seppi che egli lottava per la rivoluzione a Cuba e in altre parti del mondo, divenni un suo sostenitore. Pensi, avevo vissuto dieci anni di sofferenze, fino a quando Guevara non era venuto a curarmi qui, a San Pablo de Loreto". Isaas fa una pausa nel suo racconto, guarda verso l'alto come per organizzare i propri pensieri e alcuni secondi dopo riprende: "Il Che era un giovane veramente allegro, alto e abbastanza magro. Era molto corretto, molto umanitario. A San Pablo non c' alcun monumento dedicato a lui ma ci vorrebbe". Isaas ci porta alla sua misera casa di legno, sulle rive del Rio delle Amazzoni. Vuole mostrarci e leggerci la lettera che Ernesto Guevara scrisse ai malati di San Pablo, per il tramite di Misael Rosell Arvalo che faceva da intermediario tra il lebbrosario e le citt amazzoniche, in risposta a un'altra lettera in cui i lebbrosi gli avevano espresso la loro gratitudine. L'anziano ci legge la lettera del Che, da una copia vecchia e malridotta. (Sulla lettera dei lebbrosi, ricevuta in Messico, abbiamo una testimonianza della prima moglie del Che, la peruviana Hilda Gadea, in "Che Guevara: anos decisivos" Aguilar, Mexico 1972, pp.137-8. "Pochi giorni dopo che c'eravamo sposati (18 agosto 1955), arriv un lettera dal Per. Non era per me, ma per Ernesto e non veniva dalla sua famiglia. Guardai il mittente: Lebbrosario di San Pablo ecc. "Che sar?" mi chiesi, "Forse un'offerta di lavoro?". Quando Ernesto torn dall'ospedale gliela diedi e quale non fu la nostra sorprsa: era dei malati di quel lebbrosario che erano stati curati da lui. Scritta in termini molto affettuosi, piena di ricordi e di auguri perch si era sposato. "Probabilmente ha scritto loro Granado", mi disse Ernesto. Insieme c'erano due

fotografie: una in cui il gruppo formava una ruota e un'altra giocando a pallone... Mi commosse veramente la delicatezza di sentimenti dei malati nello scrivergli e nel ricordarsi di qualcuno che si era avvicinato a loro senza pregiudizi. Ernesto fu molto contento di aver ricevuto quella lettera, rispose quasi immediatamente e raccont agli amici intimi il fatto che gli era capitato"). Citt del Messico, agosto 1955 Misael Rosell Arvalo Colonia San Pablo Loreto, Per Mio egregio amico; ho ricevuto da poco la sua cortese lettera, datata con un anno di ritardo, dovuto al fatto che da vari anni non vivo nel mio paese. Per questo le rispondo immediatamente, pregandola di scusarmi per il ritardo involontario. Sono molto grato a lei e ai suoi compagni di sventura per la prova di amicizia che mi hanno dato inviandomi la fotografia di un gruppo. Le dir che ricordo quasi tutti, anche se non i loro nomi. Avrei voluto mandarle un nuovo indirizzo, ma purtroppo non ho potuto lavorare a problemi affini alla lebbra, a causa delle difficolt che ho avuto nel convalidare il mio titolo. Mi ero quasi dimenticato dell'impegno che avevamo assunto, il dottor Granado ed io, di dedicare le nostre energie ad alleviare, sia pure in minima parte, le angustie dei nostri fratelli malati, quando la sua lettera me lo ha opportunamente ricordato, rammentandomi in particolare l'impegno che non stato rispettato da parte mia. Il dottor Granado invece lo sta facendo per la sua parte. Amico, la prego di credermi quando le dico che ho fatto tutto il possibile per lavorare sul problema del morbo di Hansen. Ma lei sapr certamente come sono le burocrazie dei nostri paesi. Il fatto di non aver conseguito il titolo in una universit messicana mi impedisce di lavorare come medico in posti ufficiali e mi vedo costretto a guadagnarmi da vivere con la medicina privata. Ormai sta per terminare il mio permesso di soggiorno in Messico e non credo di poter risolvere il problema della comunicazione epistolare, ma in tutti i modi far del mio meglio nel prossimo paese in cui andr dopo il Messico......(parole illeggibili) per ci che lei mi chiede, nel quadro delle mie possibilit attuali. Se nell'ospedale rimangono ancora alcuni dei medici e del personale sanitario, la prego di salutarli a mio nome. Ugualmente, se passa da quelle parti il dottor Pesce, gli trasmetta i miei saluti. In quanto a lei e ai membri della Colonia, esprimo i miei sentimenti fraterni pi calorosi e invio un saluto ampio e cordiale. Se deve farmi avere qualche messaggio o desidera semplicemente scrivermi delle lettere, per mantenerci in corrispondenza, la prego di inviarle al Consolato, dove passer a ritirarle. Non le d un indirizzo stabile, come le ho detto, perch sto per andarmene. Abbia la certezza che sempre la ricorda, il suo amico che ora si congeda. Fraternamente Ernesto Guevara

Cartas lettere
Lettera a un figlio (di Celia de la Serna de Guevara) (E' l'ultima lettera della madre. Scritta il 14 aprile 1965 e mai recapitata, la lettera ha avuto un drammatico destino. Guevara era "scomparso" da poche settimane-a fine marzo-per iniziare il periodo di preparazione-addestramento che l'avrebbe portato di l a breve in Congo e, un anno dopo, in Bolivia. Fedele alle norme della clandestinit, aveva scritto alla madre mentendo sulle ragioni della propria assenza: un mese di lavoro volontario avrebbe dovuto renderlo temporaneamente irraggiungibile e cinque anni di lavoro in una fabbrica all'interno lo avrebbero allontanato dalla capitale. Ma il Che era un pessimo mentitore. La madre non credette a queste storie e si insospett riguardo al destino del figlio. Scrisse la lettera che pubblichiamo, l'affid all'amico Ricardo Rojo e questi, ad un sindacalista argentino, ma per una serie di circostanze, la lettera non giunse mai all'Avana. Il 19 maggio Celia si spense a Buenos Aires per il tumore che l'aveva colpita anni prima. Il Che prosegu per il suo destino verso Nancahuazu e Ricardo Rojo rese pubblica la lettera solo nel 1968, in un libro edito a Buenos Aires (Mi amigo el Che), contemporaneamente tradotto in varie lingue, fra le quali l'italiano (Mondadori, Milano 1968). Rojo si attir critiche molto dure per gli intenti scandalistici che da pi parti si vollero vedere nella sua pubblicazione e ci fece s che anche di questa drammatica lettera, col passare del tempo, si perdesse la memoria. Ma ora, chiariti i malintesi "organizzativi" tra madre e figlio, e ormai lontane le drammatiche circostanze in cui fu scritta, essa merita di essere riscoperta; ci offre infatti una testimonianza preziosa sull'atto conclusivo di questa grande vicenda affettiva e intellettuale tra madre e figlio; una delle pi affascinanti che ci sia dato conoscere per la nostra epoca e certamente decisiva nell'itinerario umano del Che. Buenos Aires, 14 aprile 1965) Mio caro, le mie lettere ti sembrano strane? Non so se abbiamo perduto il tono naturale con cui ci parlavamo o se non abbiamo sempre parlato altro che con il tono leggermente ironico di chi vive da un lato e l'altro del Plata, reso ancora pi ermetico dal nostro stesso codice famigliare. Il fatto che una grande inquietudine mi ha fatto sempre abbandonare il tono ironico per un'espressione pi diretta. Sembra che sia allora che le mie lettere diventino incomprensibili e che tu le trovi strane, enigmatiche. Questo tono diplomatico adottato per

la nostra corrispondenza mi costringe a leggere tra le righe il loro significato nascosto e a interpretarlo. Ho letto la tua ultima lettera come leggo le notizie pubblicate su "La Prensa" o "La Nacin" di Buenos Aires, ricavando, o cercando di farlo, il vero significato e l'importanza di ogni frase. Eccomi quindi immersa in un oceano di incertezze, in preda ad un'angoscia ancora maggiore. Non user un linguaggio diplomatico. Sar molto sincera. Trovo che sia pura follia che i rari individui capaci di occuparsi dell'organizzazione a Cuba passino un intero mese a tagliare la canna da zucchero, con tutti i buoni macheteros che vi sono in mezzo al popolo. Farlo come lavoro volontario, nelle ore che normalmente si dedicano al riposo o a distrarsi, il sabato o la domenica, altra cosa. Ci acquista anche un senso valido se lo si fa a tempo pieno per dimostrare in maniera efficace, i vantaggi e la necessit di utilizzare le macchine per tagliare la canna, poich dal raccolto e dalla quantit di zucchero prodotto verr la valuta pregiata di cui ha bisogno Cuba. Un mese abbastanza lungo. Devono esserci delle ragioni che ignoro. Veniamo ora al tuo caso personale. Se pensi veramente, dopo questo mese, di dedicarti alla gestione di una fabbrica-compito svoltocon un certo successo da Castellanos e Villegas-mi sembra che la follia arrivi all'assurdo, soprattutto se conti di consacrarti a questo lavoro per cinque anni, con lo scopo di diventare un vero "quadro". Dal momento che conoscevo l'accanimento con cui non volevi perdere nemmeno un giorno al Ministero e quando ho visto che il tuo viaggio all'estero si prolungava cos tanto, mi sono chiesta: continuer Ernesto ad essere Ministro dell'industria al suo ritorno a Cuba? A chi stata data ragione, chi ha avuto la meglio nella discussione sui motivi che devono aver portato a questa decisione? Indovino solo a met le risposte. Se tu devi dirigere un'impresa, vuol dire che hai smesso d'essere ministro. Baster sapere chi stato nominato al tuo posto per capire se la divergenza stata risolta alla maniera di Salomone. In tutti i modi, il fatto che passi cinque anni a dirigere una fabbrica, una perdita di tempo troppo grande per uno come te. E non tua madre che ti parla. E' una vecchia donna che aspira a vedere il mondo intero convertito al socialismo. Credo che se ti ostini nei tuoi propositi, non sarai un buon servitore del socialismo mondiale. Se, per una ragione o u n'altra, la strada chiussa a Cuba, c' in Algeria un certo Ben Bella che sarebbe ben contento che tu gli andassi ad organizzare l'economia nel suo paese o che gli fornissi i tuoi consigli in tale compito; lo stesso vale per quanto riguarda N'Krumah in Ghana. Certo, saresti sempre uno straniero. Ma pare che questo debba essere il tuo destino. Che lettera! Una vera predica! Avrei voglia di strapparla, ma partir ugualmete. Sono stata felice di ricevere le foto della tua famiglia. Tutti i tuoi figli sono adorabili, anche se nessuno mi ricorda i tuoi lineamenti o la tua espressione. Sono contenta che abbiate posto termine alla "produzione", perch sono stata proccupata per l'ultima gravidanza di Aleida. G. e J. non fanno che parlare della bellezza del tuo amore segreto. Avrei voluto vederla anch'io in fotografia. E' un tipo cos esotico, ha una grazia e una dolcezza cos orientali che la sua bellezza si potrebbe paragonare a quella di Florencia, la figlia maggiore di Roberto, e questo quanto dire. J. mi ha raccontato che volevi dargli una notizia che mi riguardava e che ci sei rimasto con un palmo di naso, perch lui l'aveva gi appresa da me:15 a 0! Sia G. che J. sono rimasti molto ben impressionati dal cammino compiuto da Cuba sul terreno dell'organizzazione. Per cambiare argomento, credo di averti gi detto che Luis e Celia si erano separati. Luis voleva andare a lavorare a Cuba. E' una persona di grandi doti. Ma ora non sa che decisioni prendere perch si chiede come andranno le cose. Appena un mese fa Juan Martn ha avuto un altro figlio. S, mi rattrista di non poter venire a Cuba per ora. Mi piacerebbe tanto trovarmi vicino a te, non foss'altro che per dirti tutte le mattine "buongiorno caro" e "arrivederci caro". Ripetute un giorno dopo l'altro, queste parole acquistano un certo valore. Avrei voluto anche conoscere Celia e il piccolo Ernesto e ascoltare il chiacchiericcio di Aliucha. Sar per un'altra volta... Ti abbraccio, abbraccio forte te e i tuoi. Celia Non dimenticare di abbracciare Eliseo da parte mia. La "Geologia cubana" che mi hai mandato tramite il dottor Catalano mi ha posto un problema di coscienza. In effetti, il dottor Catalano occupa un posto importante al Ministero delle miniere nel governo di Illia e si fa prendere per il naso da una nipote demoscristiana. Forse bisognerebbe fargli la stessa dedica che Beethoven scrisse per Napoleone, dedicandogli la sua Quinta sinfonia:"Al grande uomo che siete stato".
(Tratto da:"Ernesto Che Guevara, uomo compagno, amico..." a cura di Roberto Massari ed. erreemme)

El cambio no se produce automticamente en la conciencia, como no se produce tampoco en la economa. Las variaciones son lentas y no son rtmicas; hay periodos de aceleracin, otros pausados e incluso, de retroceso. Lettera di addio ai genitori Cari vecchi, Un'altra volta sento sotto i miei talloni la costola di Ronzinante e torno sulla vecchia strada. Quasi dieci anni fa vi ho scritto un'altra lettera di addio. Ricordo che con voi mi lamentavo di non essere un miglior soldato e anche un medico migliore; la seconda cosa non mi interessa pi. Come soldato, ora, non sono poi cos male. Nel profondo nulla cambiato, salvo che sono molto pi cosciente e il mio marxismo si fortificato e depurato. Credo nella lotta armata come unica soluzione per i popoli che lottano per la loro liberazione e sono coerente con quello in cui credo. Certamente molti mi chiameranno avventuriero, e lo sono, ma di un tipo diverso e di quelli che mettono a disposizione la propria pelle per dimostrare la propria verit. Pu essere che questa lettera sia quella definitiva. Non lo cerco, ma dentro il logico calcolo delle possibilit. Se sar cos, ricevere il mio ultimo abbraccio. Vi ho voluto molto bene, solo che non ho saputo esprimere la mia affettuosit; sono estremamente rigido

nelle mie azioni e credo che a volte anche voi non mi abbiate capito. Certo, non era facile capirmi. D'altra parte, credetemi, soltanto oggi una volont, che ho acquisito quasi con ricerca d'artista, mi permette di sostenere due gambe deboli e i miei polmoni stanchi. Ricordatevi ogni tanto di questo piccolo condottiero del secolo ventesimo. Un bacio a Celia, a Roberto, Juan Martn, a Beatriz, a tutti. Un grande abbraccio dal vostro figliol prodigo, recalcitrante, per voi. Ernesto. Ai figli (1965)

Cari Hildita, Aleidita, Camilo, Celia ed Ernesto, se un giorno leggerete questa lettera, sar perch non sono pi tra voi. Quasi non vi ricorderete di me e i pi piccoli non ricorderanno nulla. Vostro padre stato un uomo che ha agito come pensava e di certo stato coerente con le proprie idee. Crescete come buoni rivoluzionari. Studiate molto per poter dominare la tecnica che permette di dominare la natura. Ricordatevi che l'importante la rivoluzione e che ognuno di noi, da solo, non vale nulla. Soprattutto, siate sempre capaci di sentire nel pi profondo qualsiasi ingiustizia commessa contro chiunque, in qualsiasi parte del mondo. E' la qualit pi bella di un rivoluzionario. Per sempre, bambini miei, spero di vedervi ancora. Un bacione e un abbraccio da Pap

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(Cronache della Rivoluzione Cubana)

Sulla sierra con Fidel


Prefazione di Saverio Tutino Editori Riuniti

Sensibile e ombroso come un cavallo di razza. Garretti delicati, criniera ribelle e fluente. Quando era poco pi di un ragazzo, a ventitre anni. Ernesto Guevara, detto pi tardi "El Che", soffriva di asma, stava per laurearsi in medicina, si era quasi fidanzato, ma aveva soprattutto bisogno di conoscere il mondo. La laurea era importante, ma pi urgente era conoscere la vita degli uomini, per capire anche se stesso; il proprio ruolo nell'esistenza degli altri. Dal suo diario sappiamo tutto: part in motocicletta da Buenos Aires con l'amico Alberto e per molti mesi girarono per l'America Latina, andando dovunque potessero trovare i segni della storia e la presenza degli uomini. Davanti ad una vecchietta morente, a Valparaiso, "El Che" si domandava che cosa, a quel punto, potesse pensare della propria sofferenza quella persona poverissima; e credette di capire che si sentiva di peso per la sua famiglia, alla quale non poteva dare pi niente. Negli occhi di quella vecchietta, aveva visto - racconter poi - una personificazione del proletariato di tutto il mondo. Le piccole cose lo portavano alle grandi cose. Rifletteva sull'amore con un certo scetticismo: le carezze passano, resta l'impronta dell'altro, come tutti gli altri. L'uomo era al centro delle sue osservazioni, ma lui gi cominciava a tradurre quello che aveva imparato dai libri che si leggevano allora (le ideologie, i dogmi, il comunismo di Mao e di Lenin e quello di cui parlavano Sartre e Antonio Gramsci) in una visione globale capace di confrontare le idee sull'uomo con un'azione, che gli pareva possibile, per la salvezza dell'umanit. Due anni dopo, nel 1955, Ernesto Guevara si incontr con Fidel Castro in Messico e si arruol nella rivoluzione cubana. Si era convinto che il proletariato di tutto il mondo doveva liberarsi al pi presto dalla sua condizione di schiavit rispetto alla locomotiva capitalistica che trainava i vagoni dell'economia universale. E trovava nella rivolta nazionale e popolare dei cubani, una strada che gli pareva giusta per estendere quella ribellione a tutta l'America latina. Il giovane medico argentino si arruol e and a combattere sulla Sierra Maestra dove venne ribattezzato col nomignolo di "el Che". Quando si incontrano per strada gli argentini dicono "Che", come noi diciamo "Hei tu...". Gli rest quel nomignolo mentre lui, nella sua mente registrava gli e pisodi che poi ha racontato in questo libro. Pi tardi Ernesto Guevara diventato un mito, tanto che ancora oggi si vede rinascere tra i giovani il bisogno di identificarsi nella sua immagine. Molti vogliono credere in quelle che si pensa siano state le sue idee. Pochi lo conoscono. Qualunque iniziativa che porti l'emblema del suo look guerrigliero destinata al successo. Alcuni ne approfittano per vendere qualsiasi cosa su di lui - come quell'ambulante che vidi un giorno al mercato di Bogot offrire l'immagine del Che applicata ad una svastica nazista. E le sue cose pi belle, i suoi racconti, i diari, spesso li offrono amputati o interpretati in modo arbitrario, non chiariti nel loro contesto reale. Oppure si stampano libri basati sul sentito dire appena orecchiato qua e l, durante un viaggio nell'esotismo dell'utopia dimenticata. Il pregio di questo libro consiste invece nella sua semplice offerta di una sorta di diario della guerriglia di Cuba, scritto da lui, non ancora contaminato da polemiche teoricopolitiche e pieno di un'esemplare misura e sensibilit narrativa. Da questi racconti, o pasajes, come li aveva intitolati lui, si ricava un'immagine perfetta del personaggio Guevara: attento e scrupoloso nella conoscenza delle persone che lo circondano, come nel riflettere subito sugli avvenimenti e nel trarre lezione dall'esperienza. Tutto questo, senza pedanteria e, soprattutto, senza retorica. Ricordo di lui il modo di parlare agli operai, diverso da tutti gli altri. Non suonava mai la tromba o il trombone, n faceva rullare il tamburo: ragionava, quasi con timidezza, timoroso di offendere col suo sapere qualcuno che magari non sapeva. La notte, non gli piaceva passarla in tertulias (conversari) o fiesticitas sabrosas (festicciole saporite). Preferiva stare solo nel suo studio, prendere appunti, leggere libri difficili, scrivere lettere con quel suo stile asciutto, autoironico, concreto. Tutto il resto della sua vita noto eppure appartiene ad una storia non del tutto decifrata. Sappiamo come morto. Dopo aver vinto a Cuba, Castro aveva scelto una politica di prudenza che sviluppava attraverso collegamenti con tutti i movimenti di liberazione nazionale, collegamenti che per tendevano soprattutto a sorvegliare perch non compromettessero la linea di coesistenza pacifica portata avanti dall'URSS, che nel frattempo rea diventata potente alleata di Cuba e aiutava i suoi progressi sociali. Guevara, dopo qualche anno, decise che il suo ruolo non poteva restare quello di un pacifico amministratore in un paese libero, s, ma grazie ad un'economia sovvenzionata e ad una supergaranzia delle grandi potenze, mentre tanti piccoli paesi non erano ancora nemmeno sovrani a casa propria. Fidel Castro, dal canto suo, non poteva aprire un pubblico dibattito con Guevara su questioni cos delicate. Si adatt quindi, a favorire fino ad un certo punto i progetti del Che e lo fece accompagnare da un gruppo di militari cubani in una prima spedizione nel Congo. Poi, quando questa fall per mancanza di aiuti adeguati e per divisioni interne fomentate da diverse parti, accett volentieri anche di aiutare il suo amico argentino a raggiungere la Bolivia: se non l'avesse fatto, probabilmente i sovietici avrebbero sospeso l'invio del petrolio a Cuba a tempo indeterminato. Su questi delicati compromessi, nessuno finora ha avuto interesse a spendere molti dollari per procurarsi documenti che pure dovrebbero esistere, negli archivi del kgb. Oppure arrivato per primo chi ha ancora interesse a non divulgarli. Del resto, importa relativamente poco stabilire fin dove arrivasse la lunga mano dei servizi sovietici, intenti solo a far fallire la disperata impresa in Bolivia del medico argentino, tornato alla guerriglia. Tutti i movimenti di liberazione che erano stati abbozzati in questo senso nei paesi vicni e con i quali il Che sperava di collegarsi, erano gi stati individuati e colpiti, decapitati, quando lui giunse sul posto. E all'interno della Bolivia, era stato fatto in modo che il Che fosse isolato o tenuto in contatto solo con chi, come i dirigenti del pc boliviano, si era impegnato formalmente a sabotarne l'azione. Ma questa materia di altre inchieste che si faranno certamente in futuro. Per adesso si soltanto appurato dove, pi o meno, sono stati stati

sotterrati nell'ottobre del 1967 i resti umani di Ernesto Guevara. Poi, a poco a poco, emergerano altri ricordi, oltre a quelli dei suoi compagni cubani della spedizione in Bolivia. Nel frattempo la cosa migliore che possiamo fare ricordare lui, attraverso quello che ci ha lasciato; in primo luogo i suoi scritti privati, la sua voce inconfondibile. Evitando magari di ricostruire un mito che non serve a unire in una politica comune le persone emarginate di un continente troppo sfruttato; e cercando invece di capire il passato, con le sue luci e i suoi errori, per orientarci meglio nel presente. Il Che, come l'ho conosciuto, era un uomo ancora giovane, ostinato e coerente con le proprie idee. I cubani lo guardavano con un'ammirazione speciale. Sua madre, una coscienza rara di donna moderna, parlava con una certa apprensione di questo figlio cos diverso anche dai suoi compagni. Quando il Che spar da Cuba, pens che l'avessero chiuso per punizione in un campo di lavoro in una parte remota dell'isola. Sapeva comunque che suo figlio si sentiva solo. Un internazionalista puro in una rivoluzione nazionalista, tinta di socialismo, non dava di s l'immagine di un uomo politico. E' difficile comunque dare di s l'immagine di un uomo politico, in un mondo pieno di finzioni. Certo il Che, come l'ho conosciuto, non avrebbe tollerato lo sfruttamento fino all'abuso della propria immagine, per scopi commerciali o anche politici da lui non condivisi. Avrebbe preferito far conoscere la propria verit, tutta intera, anche a costo di apparire come stato: un sognatore, sconfitto dalla congiura di molti compromessi a fondo perduto.

Da tempo stavamo pensando a come scrivere una storia della nostra rivoluzione che ne comprendesse i molteplici aspetti e momenti. I capi della rivoluzione hanno espresso pi volte - in privato o in pubblico - il loro desiderio di scrivere questa storia, ma le occupazioni sono tante, gli anni passano e il ricordo della lotta insurrezionale si va dissolvendo nel passato, senza che i fatti che ormai apprtengono alla storia dell'America siano chiaramente fissati. Per questa ragione diamo inizio ad una serie di ricordi personali degli assalti, delle battaglie, delle scaramucce e dei combattimenti ai quali partecipammo. Non nostro proposito fare questa storia frammentaria soltanto attraverso i ricordi e alcune annotazioni; al contrario, desideriamo che il tema sia svolto da tutti coloro che lo hanno vissuto. Il nostro limite personale, dovuto al fatto di aver combattutto in un punto preciso e delimitato della superficie di Cuba durante tutta la lotta, ci ha impedito di partecipare a combattimenti e ad episodi di altre localit; crediamo che, per rendere possibile a tutti coloro che presero parte all'impresa rivoluzionaria il compito di raccontarla e, nello stesso tempo, per farlo ordinatamente, possiamo incominciare dalla prima battaglia, ossia dalla sola cui partecip Fidel, che fu contraria alle nostre armi: l'imboscata di Alegra de Pio. I sopravvissuti di questa azione sono molti e ciascuno di essi invitato a lasciare la testimonianza dei suoi ricordi, perch siano messi insieme a completare meglio la storia. Chiediamo soltanto che chi racconta sia strettamente veritiero, che non dica mai qualcosa di non esatto allo scopo di mettere in luce una posizione personale o per esaltarla o per fingere di essere stato da qualche parte. Chiediamo che , dopo aver scritto qualche cartella, nel modo in cui ciascuno pu, a seconda della sua istruzione e delle sue attitudini, si faccia l'autocritica pi seria possibile per togliere ogni parola che non si riferisce ad un fatto estremamente certo, o nella cui certezza l'autore non abbia piena fiducia. Dal canto nostro, noi cominciamo i nostri ricordi con questo spirito. Ernesto Che Guevara

SULLA SIERRA CON FIDEL, stralci Cronache Della Rivoluzione Cubana

LA BATTAGLIA DI LA PLATA
L'assalto ad una piccola caserma situata alla foce del Rio La Plata, nella Sierra Maestra, fu la nostra prima vittoria ed ebbe una certa risonanza, ben oltre l'impervia regione in cui si svolse. Fu per tutti un richiamo all'attenzione, la dimostrazione che l'Esercito ribelle esisteva ed era disposto a lottare, per noi fu la riconferma delle nostre possibilit di vittoria finale. Il 4 gennaio 1957, a poco pi di un mese dall'assalto di sorpresa di Alegra de Pio, sostammo sul Rio Magdalena, che separato dal La Plata da un costone che parte dalla Sierra Maestra e termina nel mare, dividendo le due piccole conche. Facemmo anche alcune esercitazioni di tiro ordinate da Fidel per addestrare un poco gli uomini; alcuni sparavano per la prima volta nella loro vita. Facemmo anche un bagno, dopo aver ignorato l'igiene per molti giorni e, quelli che poterono, cambiarono la loro biancheria. In quel momento avevamo 23 armi efficienti: nove fucili con mirino telescopico, cinque carabine semiautomatiche, quattro automatiche, due Thompson, due pistole mitragliatrici e un fucile calibro 16. La sera di quel giorno superammo l'ultima altura prima di giungere in prossimit di La Plata. Seguivamo un angusto sentiero nel bosco, percorso da pochissime persone e aperto proprio per noi da un contadino della regione, Melchide Elia, a colpi di machete. Il nome del contadino ci era stato dato dalla nostra guida Eutimio, che in quell'epoca era

per noi indispensabile ed era l'immagine stessa del contadino ribelle; qualche tempo dopo fu per arrestato da Casillas (un colonnello della tirannia), che invece di ucciderlo, lo compr con un offerta di 10.000 dollari e un grado nell'esercito, in cambio dell'uccisione di Fidel. Fu molto vicino a realizzare il suo tentativo, ma gli manc il coraggio di farlo; ci nonostante la sua opera valse a rivelare i nostri accampamenti. In quell'epoca Eutimio ci serviva lealmente; era uno dei tanti contadini che lottavano per la terra contro i possidenti della regione, e chi lottava contro i possidenti, lottava nello stesso tempo contro la guardia rurale che era al servizio di quella classe. Durante la marcia di quel giorno, prendemmo prigionieri due contadini, che risultavano parenti della guida; uno di essi fu posto in libert, l'altro fu trattenuto come misura precauzionale. Il giorno seguente 15 gennaio, avvistammo la caserma di La Plata, la cui costruzione non era ancora terminata, con le sue lamine di zinco e vedemmo un gruppo di uomini seminudi sui quali si riconosceva, tuttavia, l'uniforme del nemico. Potemmo osservare che, alle sei della sera, prima del tramonto del sole, giungeva una lancia carica di guardie, che sbarcava alcuni uomini e ne caricava altri. Poich non comprendevamo bene questi movimenti, decidemmo di rinviare l'attacco al giorno dopo. Dall'alba del 16 ponemmo sotto osservazione la caserma. Il guardacoste si era ritirato durante la notte; facemmo delle esplorazioni, ma non si vedevano soldati da nessuna parte. Alle tre del pomeriggio decidemmo di avvicinarci alla strada che sale alla caserma seguendo il fiume per cercare di vedere qualcosa; sul far della notte attraversammo il Rio La Plata, che non molto profondo, e ci appostammo sulla strada; dopo cinque minuti prendemmo prigionieri due contadini. Uno degli uomini aveva precedenti come delatore; quando seppero chi e ravamo e quando gli dicemmo che non avevamo buone intenzioni se non avessero parlato chiaro, ci diedero delle informazioni importanti. Nella caserma c'erano dei soldati, all'incirca una quindicina e poi doveva passare uno dei tre pi famosi fattori della regione: Chicho Osorio. Essi appartenevano al latifondo della famiglia Laviti che aveva creato un enorme feudo e lo manteneva col terrore e con l'aiuto di individui come Chicho Osorio. Poco dopo comparve il nominato Chicho, ubriaco, a cavallo di un mulo e con un negretto a cavalcioni. Universo Sanchez gli intim l'alt a nome della guardia rurale, e lui rapidamente rispose "Mosquito". Era la controparola. Nonostante il nostro aspetto patibolare, forse per il grado di ubriachezza di quel soggetto, potemmo ingannare Chicho Osorio. Fidel, con aria indignata, gli disse di essere un colonnello dell'esercito che veniva ad indagare sulla ragione per la quale i ribelli non erano stati gi liquidati; che lui s, andava sulla montagna, per questo aveva la barba; che era una "vergogna" ci che l'esercito stava facendo; insomma parl oiuttosto male della capacit operativa delle forze nemiche. Con grande soggezione Chicho Osorio raccont che effettivamente le guardie se ne stavano nella caserma, che mangiavano soltanto senza fare niente; che facevano delle ricognizioni senza importanza, e dichiar enfaticamente che bisognava liquidare tutti i ribelli. Incominciammo cautamente a fare un'indagine sulla gente amica e nemica della zona, chiedendo di essa a Chicho Osorio e, naturalmente, interpretandolo a rovescio: quando Chicho diceva che qualcuno era cattivo, avevamo gi una ragione per dire che era buono. Cos mettemmo insieme una ventina di nomi e il delatore continuava a parlare; ci raccont come aveva ucciso due uomini in quei luoghi e aggiunse: "Ma il mio generale Batista in seguito, mi lasci libero". Ci disse che aveva appena finito di dare degli schiaffi a un contadino che era stato un "po' maleducato" e che, inoltre, secondo le sue stesse parole, le guardie erano incapaci di far questo e li lasciavano parlare senza punirli. "Guardi, - disse mostrando un paio di scarpe di fattura messicana - sono di uno di quei figli di...che uccidemmo". Cos, senza saperlo, Chicho aveva firmato la sua condanna a morte. Infine, persuaso da Fidel, acconsent a guidarci per sorprendere i soldati e dimostrare loro che erano molto mal preparati e che non facevano il loro dovere. Ci avvicinammo alla caserma, avendo come guida Chicho Osorio, anche se personalmente non ero molto sicuro che quell'uomo non si fosse reso conto dello stratagemma. Tuttavia continu in perfetta buona fede, poich era cos ubriaco che non era in grado di discernere. Al momento di attraversare nuovamente il fiume per avvicinarci alla caserma, Fidel gli disse che i regolamenti militari stabilivano che il prigioniero doveva essere legato; l'uomo non oppose resistenza e continu ad essere prigioniero, anche senza saperlo. Spieg che gli unici corpi di guardia erano all'ingresso della caserma in costruzione e nella casa di un altro fattore chiamato Honorio, e ci guid verso un luogo prossimo alla caserma per il quale passava la strada per il Maco. Il compagno Lus Crespo, oggi comandante, fu inviato in esplorazione e torn dicendo che le informazioni del fattore erano esatte, poich si vedevano le due costruzioni e il puntino rosso della sigaretta della guardia nel mezzo. Quando eravamo pronti ad avvicinarci dovemmo nasconderci e lasciar passare tre guardie a cavallo che portavano un prigioniero a piedi. Pass accanto a me e ricordo le parole del povero contadino che diceva: "Io sono come voi", e la risposta dell'uomo, che identificammo dopo per il caporale Basol: "Sta zitto e cammina, prima che ti faccia camminare a frustate". Noi credemmo che quel contadino fosse fuori pericolo per il fatto che non era nella caserma, esposto alle nostre pallottole nel momento dell'attacco; tuttavia, il giorno seguente, quando si seppe della battaglia e dei suoi risultati, fu assassinato vilmente nel Maco. Avevamo preparato l'attacco con ventidue fucili a disposizione. Era un momento importante, poich avevamo poche pallottole: bisognava prendere la caserma a tutti i costi. Non prenderla significava consumare tutte le munizioni e rimanere praticamente indifesi.

Il compago tenente Julito Daz, caduto poi gloriosamente a El Uvero, con Camilo Cienfuegos, Benitez e Calixto Morales, con fucili semiautomatici, avrebbero circondato la casa di foglie di palma all'estrema destra. Fidel, Universo Sanchez, Lus Crespo, Calixto Garcia, Fajardo - oggi comandante, con lo stesso cognome del nostro medico, Piti Fajardo, caduto sull'Escambray - ed io, avremmo attaccato al centro; Ral Castro con la sua squadra e Almeida con la sua, alla sinistra. Ci avvicinammo cos alla posizione nemica sino a giungere ad una quarantina di metri. C'era una buona luna. Fidel inizi la sparatoria con due raffiche di mitragliatrice e fu seguito da tutti i fucili disponibili. Immediatamente tutti i soldati furono invitati ad arrendersi ma senza alcun risultato. Al momento dell'inizio del fuoco fu giustiziato il delatore e assassino, Chicho Osorio. L'attacco aveva avuto inizio alle due e quaranta del mattino e le guardie opposero pi resistenza di quella che ci si aspettava; c'era un sergente che aveva un M-1, e rispondeva con una scarica ogni volta che gli intimavamo la resa; fu dato l'ordine di far esplodere le nostre vecchie granate di tipo brasiliano. Lus Crespo tir la sua, io la mia. Ma non esplosero. Ral Castro tir dinamite senza miccia e anch'essa non fece nessun effetto. Bisognava dunque avvicinarsi e dar fuoco alla casa anche a rischio della propria vita. Tent di farlo per primo Universo Sanchez, ma fall, dopo di lui neppure Camilo Cienfuegos riusc a farlo, e infine, Lus Crespo ed io ci avvicinammo a una capanna, e Lus le appicc il fuoco. Alla luce dell'incendio vedemmo che era semplicemente un luogo dove si conservavano i frutti della piantagione di cocco che era l accanto, ma serv ugualmente a spaventare i soldati, che abbandonarono la lotta. Uno, fuggendo, and quasi a sbattere contro il fucile di Lus Crespo che lo fer al petto e gli tolse l'arma. Continuammo a sparare contro la casa. Camilo Cienfuegos al riparo di un albero, spar contro il sergente che fuggiva ed esaur le poche cartucce di cui disponeva. I soldati, quasi senza difesa, erano colpiti senza misericordia dalle nostre pallottole. Camilo Cienfuegos entr per primo, dalla nostra parte, nella casa dalla quale giungevano grida di resa. Facemmo rapidamente il bilancio dello scontro, in armi e munizioni: catturati otto Springfield, un mitragliatore Thompson e un migliaio di colpi; noi avevamo consumato all'incirca un cinquecento colpi. Inoltre avevamo cartucciere, combustibile, coltelli, biancheria, qualcosa da mangiare. Essi avevano avuto due morti e cinque feriti, pi tre prigionieri. Alcuni, insieme al sergente Honorio, erano fuggiti. Da parte nostra, neanche un graffio. Demmo fuoco alle case dei soldati e ci ritirammo, per badare subito ai feriti, tre dei quali molto gravi, che presto morirono, come sapemmo dopo la vittoria finale. Li lasciammo alla cura dei soldati prigionieri. Uno di questi soldati successivamente si arruol fra gli uomini del comandante Ral Castro e raggiunse il grado di tenente, morendo in un incidente aereo dopo che la guerra era stata vinta. Il nostro atteggiamento verso i feriti era sempre l'opposto di quello dell'esercito di Batista che, non solo assassinava i nostri, ma abbandonava i suoi. Col tempo, questa differenza produsse i suoi effetti e fu uno dei fattori della vittoria. Con mio grande dispiacere, in quanto medico sentivo la necessit di conservare riserve per le nostre truppe, Fidel ordin di dare ai prigionieri tutte le medicine disponibili per la cura dei soldati feriti, e cos facemmo. Lasciammo anche in libert gli altri e alle quattro e trenta del mattino del 17 andammo verso Palma Mocha, dove giungemmo all'alba, addentrandoci rapidamente per cercare le zone pi impervie della Sierra Maestra. Uno spettacolo penoso si offriva i nostri occhi; un caporale e un fattore avevano assicurato la sera precedente, a tutte le famiglie presenti, che l'aviazione avrebbe bombardato tutta la zona e iniziarono un trasferimento verso la costa. Poich nessuno sapeva che noi eravamo in quei luoghi, era chiaramente una manovra fra i fattori e la guardia rurale per spogliare i guajiros delle loro terre e di quanto gli apparteneva. Ma la loro menzogna aveva coinciso col nostro attacco e adesso diventava realt, cos che in quel momento si diffuse il terrore e fu impossibile arrestare l'esodo contadino. Questo fu il primo combattimento vittorioso dell'esercito ribelle; in questoe nel combattimento successivo, accadde per la prima e ultima volta nella vita del nostro esercito, che ci trovassimo ad avere pi armi che uomini...I contadini non erano pronti ad entrare nella lotta e le comunicazioni con le basi delle citt erano praticamente inesistenti.

ARROYO DEL INFIERNO


Lo Arroyo del Infierno un piccolo torrente dal breve corso che sbocca nel Rio Palma Mocha. Lungo il suo corso, allontanandoci dal Palma Mocha e salendo i pendii delle colline che lo circondano, giungemmo a un piccolo spiazzo circolare nella boscaglia dove erano due piccole capanne e l stabilimmo il nostro accampamento lasciando naturalmente vuote le case contadine. Fidel, che calcolava che l'esercito sarebbe venuto a cercarci e che, pi o meno ci avrebbe individuato, decise di preparare in questa regione un'imboscata per ingannare il nemico, e dispose la gente in conseguenza. Fidel sorvegliava costantemente le linee e le ispezionava per rendersi conto dell'efficacia della difesa. La mattina del 19 gennaio stavamo ispezionando le truppe quando accadde un incidente che avrebbe potuto

Che

avere gravi conseguenze. Come trofeo della battaglia di La Plata mi ero preso un casco completo da caporale dell'esercito batistiano e lo portavo con molto orgoglio; ma andando a ispezionare gli uomini, passammo lontano dai sentieri, l'avanguardia ci sent arrivare da lontano e vide il gruppo capeggiato da uno che portava il casco. Fortunatamente in quel momento si stava facendo pulizia alle armi e il solo fucile che funzionava era quello di Camilo Cienfuegos, che spar su di noi, anche se immediatamente si accorse del suo errore. Il primo colpo non fece centro e il fucile automatico si incepp impede ndogli di continuare a sparare. Questo episodio dimostra quale era il nostro stato di tensione, mentre aspettavamo la battaglia come una liberazione. Sono quelli i momenti nei quali anche coloro che hanno i nervi pi saldi avvertono un certo tremore alle ginocchia e tutti aspettano con ansia che si inizi finalmente il combattimento. Ma noi non avevamo tutto questo desiderio di combattere; lo facevamo perch era necessario. All'alba del 22, si udirono alcuni spari isolati nella zona del Rio Palma Mocha e ci ci spinse a mantenere in condizioni ancora migliori le nostre linee, ad avere maggiore attenzione e ad aspettare l'apparizione ormai imminente delle truppe nemiche. Poich si supponeva che i soldati fossero vicini, non ci fu n colazione n pranzo. Con il guajiro Crespo avevamo scoperto un pollaio e facevamo un uso discreto delle uova lasciandone sempre uno perch continuassero a deporle. Quel giorno, a causa degli spari uditi durante la notte, Crespo decise che dovevamo mangiarci l'ultimo uovo e cos facemmo. Era mezzogiorno quando vedemmo una figura umana in una delle capanne e pensammo che qualcuno avesse disobbedito all'ordine di non avvicinarsi alla casa. Ma non era cos; l'esploratore della capanna era un soldato della dittatura. Ne apparvero successivamente sei e subito se ne andarono, e ne rimasero tre. Potemmo vedere il soldato di guardia strappare dell'erba mentre guardava sospettoso da tute le parti, e mettersela nelle orecchie in un tentativo di mascheramento e sedersi all'ombra, tranquillamente, senza alcun timore sul volto chiaramente visibile sul mirino telescopico. Lo sparo di Fidel, che apr il fuoco, lo fulmin poich riusc solamente a lanciare un grido, qualcosa come "Ahi! Mamma mia" e cadde per non rialzarsi. la sparatoria divenne generale e i due compagni dello sfortunato soldato caddero anch'essi. Presto scoprii che nella capanna pi vicina alla mia posizione c'era un altro soldato che tentava di sottrarsi al nostro fuoco. Gli si vedevano soltanto le gambe, poich la mia posizione elevata faceva s che il tetto lo coprisse. Sparai in quella direzione una volta e fallii; il secondo colpo prese in pieno l'uomo che cadde lasciando il suo fucile infilato in terra con la baionetta. Coperto dal guajiro Crespo, raggiunsi la casa, dove potei osservare il cadavere e portargli via le cartucce, il fucile e alcune altre cose. L'uomo aveva ricevuto una pallottola in mezzo al petto e doveva avergli spaccato il cuore e la sua morte era stata istantanea; presentava gi i primi sintomi della rigidit cadaverica, a causa forse della stanchezza dell'ultima giornata. La battaglia fu di una ferocia straordinaria e subito dopo fuggimmo ciascuno dalla sua parte, dopo aver raggiunto dal canto nostro gli obiettivi che ci eravamo proposti. Facendo il bilancio, cons tatammo di aver consumato 900 colpi circa e di averne recuperati 70 da una cartucciera piena e un fucile: fu il Garand che tocc al comandante Almejeiras, che lo port per buona parte della guerra. Contammo quattro morti tra i nemici, ma alcuni mesi dopo venimmo a sapere, con l'arresto di un delatore, che i caduti erano stati cinque. Non era una vittoria completa, ma neppure una vittoria di Pirro. Avevamo misurato le nostre forze e avevamo superato la prova. Questo miglior di molto il nostro morale e ci permise di continuare ad arrampicarci per tutto il giorno verso i monti pi inaccessibili per sfuggire all'inseguimento di gruppi pi numerosi dell'esercito nemico. Finimmo cos per passare dall'altro lato della montagna e camminavamo parallelamente alle truppe di Batista, che erano anch'esse fuggite, e avevano tagliato le stesse cime delle montagne per andare verso l'altro versante. Per due giorni le nostre truppe e quelle del nemico marciarono quasi insieme, senza rendersene conto; una volta dormirono in due capanne separate appena da un piccolo fiume come il La Plata. Il tenente che comandava la pattuglia si chiamava Snchez Mosquera e il suo nome divenne famoso sulla Sierra Maestra per ogni tipo di ruberia. E' bene spiegare che i colpi uditi da noi poche ore prima dell'azione erano stati sparati per assassinare un "ragazzotto haitiano" che si era rifiutato di guidare i soldati sino al nostro nascondiglio. Se non avessero commesso quell'assassinio non ci avrebbero trovato cos all'erta. Eravamo nuovamente sovraccarichi, poich molti di noi portavano due fucili; in questa situazione camminare non era facile, ma evidentemente il morale dominante era diverso da quello che avevamo dopo il disastro di Alegra de Pio. Pochi giorni prima avevamo sconfitto un gruppo inferiore di numero, trincerato in una caserma; adesso avevamo sconfitto una colonna in marcia superiore per numero alle nostre forze e avevamo potuto sperimentare l'importanza che ha in questo tipo di guerra la liquidazione delle avanguardie, poich un esercito non pu muoversi senza avanguardie.

ATTACCO AEREO
Dopo il combattimento vittorioso contro le forze di Sanchez Mosquera, avevamo camminato lungo le rive del Rio La Plata e, tagliato il Magdalena, eravamo tornati nella zona del Caracas, che gi conoscevamo. Ma l'ambiente era ora molto diverso da quello nel quale avevamo vissuto la prima volta, quando ci eravamo nascosti su quello stesso altipiano e tutto il popolo ci appoggiava; adesso le truppe di Casillas erano passate

di l seminando il terrore. I contadini se ne erano andati e restavano soltanto le loro capanne vuote e qualche animale che noi sacrificavamo per mangiare. L'esperienza ci insegnava che non era opportuno vivere nelle case, per cui, dopo aver passato la notte in una di esse, la pi isolata, salimmo sulla montagna e ci accampammo presso una sorgente, quasi sulla cima dell'altipiano di Caracas. L mi trovai a rispondere a Manuel Fajardo, che mi chiedeva se erea possibile che perdessimo la guerra. La nostra risposta, indipendentemente dall'euforia di una qualche vittoria, era sempre la stessa: la guerra sarebbe stata vinta, indiscutibilmente. Mi spieg che me lo chiedeva perch il gallego Morn gli aveva detto che non era possibile vincere la guerra, che eravamo perduti e lo aveva invitato ad abbandonare la lotta. Misi Fidel a conoscenza dell'accaduto, ma il gallego Morn lo aveva gi informato. Capii che Fidel stava saggiando in quel modo il morale delle truppe. Convenimmo che non era questo il sistema pi adatto e Fidel fece un piccolo discorso incitando ad una maggiore disciplina e spiegando tutti i pericoli che si potevano correre se essa veniva meno. Annunci inoltre che tre delitti sarebbero stati puniti con la pena di morte: la insubordinazione, la diserzione e il disfattismo. La situazione in quei giorni non era molto allegra; la colonna non si era ancora consolidata, priva ancora di uno spirito temprato nella lotta e di una chiara coscienza ideologica. Un giorno uno, un giorno l'altro, i compagni si assentavano, chiedevano incarichi a volte molto pi rischiosi nelle citt, ma ci significava la fuga di fronte alle dure condizioni della vita alla macchia. Tuttavia, essa continuava il suo corso. Il gallego Morn si rivel instancabile nel cercare da mangiare e nel tenere i contatti con in contadini delle localit vicine. La mattina del 30 gennaio eravamo in questa situazione. Eutimio Guerra, il traditore, aveva chiesto un permesso per andare a vedere sua madre malata e Fidel glielo aveva dato, dandogli anche del denaro per il viaggio. Secondo lui, il viaggio sarebbe durato alcune settimane, ma noi ignoravamo una serie di fatti che urono poi spiegati chiaramente dal suo comportamento successivo. Riunendosi nuovamente alla colonna, Eutimio disse che una volta arrivato nei pressi di Palma Mocha si era reso conto che le forze del governo erano sulle nostre tracce e che aveva tentato di venire ad avvertirci; ma non aveva trovato che alcuni cadaveri di soldati nella campagna di Delfn, uno dei guajiros sulle cui terre si era svolta la battaglia di Arroyo del Infierno, e che aveva seguito le nostre tracce per la Sierra fino a trovarci l. In realt era accaduto che lui era stato fatto prigioniero e stava gi lavorando come agente del nemico e aveva accettato di ricevere del denaro e un grado nell'esercito per assassinare Fidel. Secondo il piano, Eutimio era partito dall'accampamento il giorno precedente; il 30 mattina, dopo una notte fredda, mentre stavamo cominciando ad alzarci, udimmo un rombo di aerei che non era distinguibile, poich eravamo su una montagna. La cucina accesa era a circa duecento metri pi in basso, vicino ad una piccola conca d'acqua dov'era l'estrema avanguardia. Improvvisamente si udirono il rombo di un aereo da combattimento, il ticchettio di alcune mitragliatrici e, poco dopo le bombe. La nostra esperienza era molto scarsa in proposito e sentivamo spari da tutte le parti. I proiettili calibro 50 esplodevano urtando il suolo e ci dava l'impressione che venissero dalla montagna, mentre si udivano anche gli spari delle mitragliatrici dall'aria. Ci fece pensare di essere attaccati da forze di terra. Mi fu affidato il compito di aspettare l'avanguardia e di raccogliere alcuni oggetti che avevamo abbandonato a causa dell'attacco aereo. Il punto di riunione era Cueva del Humo. Mi fu compagno in quel momento Chao, veterano della guerra spagnola. Stavamo aspettando da qualche tempo l'arrivo di alcuni compagni scomparsi, ma non incontrammo nessuno. Seguimmo le orme della colonna, camminando secondo una linea imprecisa, con un gran carico, fino a quando decidemmo di sederci a riposare in una radura del bosco. Pi tardi, sentendo un rumore e osservando del movimento, vedemmo avanzare l'attuale comandante Guillermo Garca e Sergio Acua. Appartenevano al distaccamento d'avanguardia e venivano a unirsi al gruppo. Dopo qualche discussione, Guillermo Garca ed io andammo all'accampamento per tentare di vedere che cosa succedeva, dal momento che non si udiva nessun rumore e che gli aerei erano scomparsi. Vedemmo uno spettacolo desolante. La cucina era stata colpita con una precisione che non si ripet, fortunatamente, durante il resto della guerra. Il fornello era stato fatto a pezzi dalla mitraglia e una bomba era esplosa esattamente al centro del campo della nostra avanguardia, ma non aveva trovato nessuno naturalmente. Il gallego Morn e un compagno erano andati in esplorazione e torn solo Morn ad annunciare che aveva visto gli aerei da lontano, che erano cinque e che non c'erano pi truppe nelle vicinanze. Noi cinque continuammo a camminare, con il grande fardello, in mezzo allo spettacolo desolante delle case dei nostri antichi amici completamente bruciate. Tutto ci ce trovammo in una di esse fu un gatto che miagol penosamente e un porco che usc grugnendo, sentendo la nostra presenza. Della Cueva del Humo conoscevamo il nome, ma non sapevamo esattamente dov'era. Sicch passammo la notte nell'incertezza, sperando di vedere i nostri compagni, ma temendo di incontrare il nemico. Il 31 prendemmo posizione sulla cima di un altipiano che dominava delle terre da seminare, nelle quali supponevamo che dovesse trovarsi la Cueva del Humo. Facemmo alcune esplorazioni senza trovare niente. Sergio, uno dei cinque, credette di vedere due persone, ma tard ad avvisarci e non riuscimmo a raggiungere nessuno. Uscimmo con Guillermo ad esplorare la valle sino al fondo, lungo le rive del Aj dove un amico di Guillermo ci diede qualcosa da mangiare, ma la gente era tutta molto spaventata. Questo amico ci comunic che tutta la mercanzia di Ciro Fras era stata presa dalle guardie e bruciata; le mule erano state requisite e il conducente ucciso; il negozio di Ciro Fras bruciato e la moglie arrestata. Gli uomini che erano passati la mattina erano agli ordini del comandante Casillas, che aveva dormito nelle vicinanze della casa. Il 1 febbraio

restammo nel nostro piccolo accampamento, praticamente all'aperto, rimettendoci dalla fatica delle marce del giorno prima. Alle undici del mattino si ud una sparatoria dall'altra parte dell'altipiano e dopo, pi vicino, delle grida lamentose come di qualcuno che chiedeva aiuto. Tutto ci esaur i nervi di Sergio Acuna, il quale lasci silenziosamente la sua cartucciera e il suo fucile e abbandon la guardia che gli era stata affidata. Segnammo sul nostro diario che si era portato via un sombrero da guajiro, una scatola di latte condensato e tre salsicciotti. In quel momento ci dispiacque molto per il latte condensato e le salsicce. Alcune ore dopo udimmo del rumore e ci preparammo a difenderci, non sapendo se il disertore ci aveva tradito. Ma apparve Crescencio con una lunga colonna composta da quasi tutti i nostri e con nuovi arruolati di Manzanillo comandati da Roberto Pesant. Dei nostri mancava Sergio Acuna, il disertore, e i compagni Calixto Morales, Calixto Garca e Manuel Acuna; e una nuova recluta di recente arruolata che si era smarrita nella sparatoria di quel primo giorno. Scendemmo nuovamente nella valle del Aj, e lungo la strada furono ripartite alcune cose portate da quelli di Manzanillo, compresa un'atrezzatura chirurgica e biancheria per tutti. Fu emozionante ricevere in quel momento un cambio di biancheria con le iniziali fatte dalle ragazze di Manzanillo. Il giorno seguente, 2 febbraio, a due mesi dallo sbarco del Granma, il gruppo era omogeneo; vi si erano arruolati una decina di uomini provenienti da Manzanillo e ci sentivamo pi forti e pi pieni di coraggio che mai. Discutemmo a lungo su come si era verificata la sorpresa e l'attacco aereo: fummo tutti d'accordo che il fumo che veniva dalla fiamma aveva guidato gli aerei fin l. Per molti mesi e forse per tutta la guerra, i ricordi di quella sorpresa pesarono sull'animo di tutti e sino alla fine non si fecero fuochi all'aria libera durante il giorno, per paura di qualche spiacevole conseguenza. Ci sembrava impossibile, e credo che non sia passato a nessuno per la mente, che sull'aereo da ricognizione, che noi chiamavamo "il capretto", ci fosse il traditore Eutimio Guerra, che spiegava a Casillas dove noi eravamo: ma era cos. La malattia di sua madre era un pretesto di cui si era servito per andare a cercare l'assassino Casillas. Ancora per qualche tempo Eutimio Guerra continu a giocare un importante ruolo negativo nello sviluppo della nostra guerra di liberazione.

No hay ms cambios que hacer; o revolucin socialista revolucin

o caricatura de

LA BATTAGLIA DI UVERO
() Deciso il punto dell'attacco, ci rimaneva da precisare esattamente il modo della realizzazione. Dovevamo risolvere problemi importanti come verificare il numero di soldati esistente, il numero delle sentinelle, il tipo di comunicazioni che usavano, le strade di accesso, la popolazione civile e la sua distribuzione, ecc. Per tutto questo ci serv magnificamente il compagno Caldero, oggi comendante dell'Esercito ribelle, che era genero dell'amministatore della segheria, a quanto credo di ricordare. Supponevamo che l'esercito avesse dati pi o meno esatti sulla nostra presenza nella zona, perch furono catturati un paio di delatori muniti di documenti di identit, i quali si confessarono inviati da Casillas per accertare la posizione dell'Esercito ribelle e i suoi punti abituali di riunione. Lo spettacolo dei due uomini che imploravano clemenza era davvero ripugnante e a volte pietoso, ma le leggi della guerra, in quei momenti difficili, non potevano essere dimenticate ed entrambe le spie furono giustiziate il giorno seguente. Quello stesso giorno, 27 maggio, si riun lo stato maggiore con tutti gli ufficiali e Fidel annunci che entro 48 ore ci sarebbe stata la battaglia e che dovevamo rimanere con uomini e cose pronti per partire. Nessuna indicazione di venne data in quel momento. Caldero sarebbe stato la guida poich conosceva perfettamente la caserma di Uvero, tutti i suoi ingressi, le sue uscite e le sue strade di accesso. Ci mettemmo in marcia durante la notte. Era una lunga marcia, di circa 16 km, ma interamente in discesa per le strade che la Compagnia Babn aveva costruito proprio per le sue segherie. Impiegammo tuttavia circa otto ore di marcia, interrotta da una serie di precauzioni straordinarie che bisognava prendere, soprattutto via via che ci avvicinavamo al luogo del pericolo. Infine furono dati gli ordini per l'attacco; erano molto semplici; bisognava prendere i posti di guardia e crivellare di colpi la caserma, che era di legno. Si sapeva che la caserma non aveva altre difese salvo alcuni tronchi abbattuti, dislocati nelle vicinanze. I punti forti erano i posti di guardia di tre o quattro soldati ciascuno, sistemati strategicamente nei dintorni della caserma. Essa era dominata da un'altura situata giusto di fronte e che doveva costituire la sede dello stato maggiore per la direzione della battaglia.

Era possibile avvicinarsi sino a pochi metri dalla costruzione attraverso l'intrico della macchia. Un'istruzione perentoria imponeva di mettere una cura speciale nel non sparare contro i depositi, poich c'erano donne e bambini. compresa la moglie dell'amministratore, la quale era a conoscenza dell'attacco ma non volle uscire di l per evitare in seguito qualunque sospetto. I civili costituivano la nostra maggiore preoccupazione mentre andavamo ad occupare i posti per l'attacco. La caserma di Uvero era situata sulla riva del mare, sicch per circondarla avevamo bisogno di attaccarla soltanto da tre punti. Sulla postazione che dominava la strada che, da Peladero costeggia il mare, e che anche noi utilizzammo in parte, furono inviati i plotoni comandati da Jorge Sots e Guillermo Garcia; Almeida doveva occuparsi di liquidare una postazione collocata di fronte alla montagna, pi o meno a nord; Fidel sarebbe rimasto sulla collina che domina la caserma e Ral doveva avanzare col suo plotone di fronte. A me, col mio fucile mitragliatore e gli aiutanti, fu assegnato un posto intermedio; Camilo e Almejeiras dovevano avanzare di fronte alla montagna, in realt fra la mia posizione e quella di Ral, ma sbagliarono direzione a causa della notte e iniziarono l'attacco combattendo alla mia sinistra invece che alla mia destra; il plotono di Crescencio Perez doveva avanzare lungo la strada che partendo da Uvero va a Chivirico e impedire l'arrivo di qualsiasi specie di rinforzi che venissero da quella zona. Si era pensato che l'azione finisse in breve tempo, data la sorpresa e invece, i minuti aumentavano senza che potessimo collocare gli uomini nella posizione ideale prevista; le notizie arrivavano tramite le guide, Caldero e uno pratico della zona di nome Eligio Mendoza; vedevamo avanzare il giorno e venire la penombra che precede il mattino senza trovarci in una posizione che ci permettesse di sorprendere il nemico, coem avevamo pensato in un primo momento. Jorge Sots ci avvert che dalla sua posizione non dominava il punto assegnatogli , ma era ormai tardi per iniziare nuovi mevimenti. Quando Fidel apr il fuoco col suo mirino telescopico, riconoscemmo la caserma dal fuoco degli spari che risposero dopo pochi secondi. Io stavo su una piccola elevazione del terreno e dominavo perfettamente la caserma, ma ero molto lontano, per cui avanzammo per cercare posizioni migliori. Tutti avanzavano: Almeida in direzione del posto di guardia che difendeva l'ingresso della casermetta dal suo settore; e alla mia sinistra, si vedeva il berretto di Camilo con un panno sulla nuca, come un casco della legione straniera, ma con le insegne del Movimento. Avanzavamo in mezzo alla sparatoria generale e con tutte le precauzioni richieste da questo tipo di battaglia. Alla piccola squadra si andavano unendo dei combattenti che rimanevano isolati dalle loro unit, un compagno di Piln chiamato "Bomba", il compagno Mario Leal e Acuna si unirono a quella che ormai costituiva una piccola unit da combattimento. La resistenza si era fatta dura ed eravamo giunti alla parte piana e sgombra nella quale bisognava avanzare con infinite precauzioni, perch il fuoco del nemico era continuo e preciso. Dalla mia posizione, a 50-60 metri appena dagli avamposti nemici, vidi due soldati uscire a corsa sfrenata dalla trincea di fronte; sparai a entrambi, ma si rifugiarono nel deposito che per noi era sacro. Continuammo ad avanzare anche se ormai non rimaneva che un piccolo tratto di terreno, senza la minima pianta per nascondersi e le pallottole sibilavano minacciosamente attorno a noi. In quel momento udii un gemito accanto a me e alcune grida in mezzo alla battaglia; pensai che si trattasse di qualche soldato nemico ferito e avanzai strisciando, e intimandogli la resa. In realt era il compagno Leal, ferito alla testa. Feci una rapida ispezione alla ferita, con entrata e uscita nella regione parietale; Leal stava perdendo i sensi, mentre incominciava la paralisi delle membra di un lato del corpo, non ricordo esattamente quale. L'unica benda che avevo a portata di mano era un pezzo di carta che gli misi sulla ferita. Joel Iglesias lo port indietro, poco dopo, mentre noi continuavamo l'attacco. Poco dopo anche Acua cadde ferito. Noi ormai avanzavamo senza sparare avendo di fronte una trincea ben sistemata dalla quale ci si rispondeva al fuoco. Stavamo riprendendo coraggio e raccogliendo le nostre forze, per prendere d'assalto il rifugio poich era il solo modo di mettere fine alla resistenza, quando la caserma si arrese. Tutto questo stato raccontato in pochi minuti, ma dur approssimativamente due ore e quarantacinque minuti dal primo sparo al momento in cui riuscimmo a impadronirci della caserma. Alla mia sinistra alcuni compagni dell'avanguardia, mi pare precisamente Victor Mora e alcuni altri, prendevano prigionieri alcuni soldati che opponevano un'ultima resistenza e, dalla trincea di tronchi, di fronte a noi, emerse un soldato facendo segno con la mano di voler consegnare la sua arma. Da tutte le parti cominciarono a levarsi grida di resa; avanzammo rapidamente sulla caserma e udimmo un'ultima raffica che, lo seppi successivamente, spezz la vita del tenente Nano Diaz. Arrivammo sino al deposito, dove prendemmo prigionieri i due soldati che erano sfuggiti alla mia mitragliatrice e anche il medico e il suo assistente. Col medico, un uomo canuto e flemmatico di cui non conosco quale sorte abbia avuto in seguito - non so se attualmente stia con la rivoluzione - successe un caso curioso: le mie nozioni di medicina non sono mai state molto ampie; la quantit di feriti che stava arrivando era enorme e la mia vocazione in quel momento non era quella di dedicarmi ai servizi sanitari. Ma, quando andai a consegnare i feriti al medico militare, mi chiese quanti anni avevo e quando mi ero laureato. Gli spiegai che erano ormai alcuni anni e allora mi disse francamente: "Guarda, ragazzo, occupati tu di tutto questo, perch io mi sono appena laureato e ho molta poca esperienza". L'uomo, fra la poca esperienza e il timore comprensibile provocato dalla situazione, al vedersi prigioniero si era dimenticato anche l'ultima parola di medicina. Da quel momento dovetti ancora cambiare il fucile con la mia uniforme di medico che, in realt, consist semplicemente in una lavata di mani. Dopo la battaglia, una delle pi sanguinose che avevamo sostenuto, incominciammo a collegare i fatti fra di loro, per cui divenne possibile averne un'idea pi generale, e non vederla pi soltanto dal punto di vista della mia partecipazione personale.

La battaglia si svolse pi o meno cos: Fidel diede l'ordine col suo sparo, di aprire il fuoco, tutti incominciarono ad avanzare sugli obiettivi fissati e l'esercito a rispondere con un fuoco nutri to, diretto in molti casi contro l'altura dalla quale il nostro capo dirigeva la battaglia. A pochi minuti dall'inizio dell'azione Julio Diaz mor al fianco di Fidel, raggiunto alla testa da una pallottola. I minuti passavano e la resistenza continuava accanita senza che si potessero raggiungere gli obiettivi. Il compito pi importante al centro era quello di Almeida, incaricato di liquidare in tutti i modi la postazione, per permettere il passaggio delle sue truppe e di quelle di Ral che marciavano frontalmente contro la caserma. I compagni raccontarono poi che Eligio Mendoza, il conoscitore della zona, prese il suo fucile e si gett nella battaglia. Uomo superstizioso, aveva un "santo" che lo proteggeva e quando gli dissero di stare attento, rispose sprezzante che il suo "santo" lo difendeva da tutti; pochi minuti dopo cadeva attraversato da una pallottola. Le truppe nemiche, ben trincerate, ci respingevano con alcune perdite ed era molto difficle avanzare nella zona centrale. Lungo il settore della strada di Peladero, Jorge Sots tent di aggirare la posizione con un aiutante, chiamato "il polizia", ma costui fu immediatamente ucciso dal nemico e Sots dovette gettarsi in mare per evitare una morte sicura; da quel momento la sua partecipazione alla battaglia fu completamente nulla. Altri membri del suo plotone tentarono di avanzare, ma furono ugualmente respinti; un compagno contadino, di cognome Vega, mi pare, fu ucciso; Manals ferito a un polmone; Quike Escalona ebbe tre ferite: al braccio, alla natica e alla mano, mentre tentava di avanzare. Il posto di guardia, trincerato dietro un forte riparo di tronchi d'albero, sparava con fucili mitragliatori e con fucili semiautomatici, provocando perdite fra i nostri uomini. Almeida ordin un attacco finale per tentare in tutti i modi di ridurre al silenzio i nemici che aveva di fronte; furono feriti: Cilleros, Maceo, Hermes Leyva, Pena e lo stesso Almeida alla spalla e alla gamba sinistra, e fu ucciso il compagno Moll. Ci nonostante questo assalto valse a superare il posto di guardia e la strada della caserma fu aperta. Dall'altro lato il preciso fuoco della mitragliatrice di Guillermo Garcia aveva liquidato tre difensori, il quarto fu ucciso mentre fuggiva. Ral. col suo plotone diviso in due parti, avanz rapidamente sulla caserma. Fu l'azione dei due capitani Guillermo Garcia e Almeida, a decidere il combattimento; ciascuno liquid la postazione che gli era stata assegnata rendendo possibile l'assalto finale. Deve essere messo in rilievo anche il comportamento di Lus Crespo, che lasci lo stato maggiore per partecipare all'assalto. Nel momento in cui la resistenza nemica si sfaldava, mentre andavamo ad occupare la caserma, sulla quale era stato innalzato un fazzoletto bianco, qualcuno dei nostri uomini probabilmente spar di nuovo, e dalla caserma risposero con una raffica che colp alla testa Nano Diaz, la cui mitragliatrice aveva strage fino a a quel momento, in mezzo al nemico. Il plotono di Crescencio quasi non partecip alla battaglia perch la sua mitragliatrice si incepp e la sua partecipazione consist nel controllare la strada di Chivirico. L furono arrestati alcuni soldati in fuga. La lotta era durata due ore e quarantacinque minuti e nessun civile era stato ferito, nonostante il numero dei colpi sparati. Quando facemmo il bilancio della battaglia, ci trovammo di fronte al seguente quadro: da parte nostra, sei compagni erano morti: Moll, Nano Diaz, Vega, "il Polizia", Julito Diaz e Eligio Mendoza; feriti molto gravemente erano Leal e Cilleroso; feriti pi o meno gravemente: Maceo a una spalla, Hermes Lyva al torace, Almeida, braccio e gamba sinistri; Quike Escalona, braccio e mano destri; Manals, un colpo al polmone, senza sintomi pi gravi; Pena, un ginocchio e Manuel Acua, al braccio destro. In totale, quindici compagni fuori combattimento. Il nemico aveva avuto 19 feriti, 14 morti, altri 14 prigionieri; coi fuggiti faceva un totale di 53 uomini, al comando di un sottotenente, che espose la bandiera bianca dopo essere stato ferito. Se si considera che i nostri combattenti erano un'ottantina e i loro 53, si ha un totale di 133 uomini circa, dei quali 38, cio pi di un terzo, rimasero fuori combattimento in poco pi di due ore e mezzo di battaglia. Fu un assalto di uomini che avanzavano a petto scoperto contro altri che si difendevano con poche possibilit di protezione. Si deve riconoscere che da entrambe le parti si diede prova di coraggio. Per noi, inoltre fu la vittoria che segn la maturit della nostra guerriglia. A partire da questa battaglia, il nostro morale crebbe enormemente, la nostra decisione e le nostre speranze di vittoria aumentarono anch'esse, e per quanto i mesi successivi siano stati di dura prova, eravamo ormai in possesso del segreto della vittoria sul nemico. Questa azione segn la sorte delle piccole caserme situate lontano dai maggiori concentramenti del nemico, che furono smantellate in poco tempo. Una delle prime pallottole della battaglia spezz la linea telefonica tagliando la comunicazione con Santiago, e a mala pena un aereo fece delle evoluzioni una o due volte sul campo di battaglia, senza che l'aviazione nemica si facesse sentire; solamente qualche ora dopo giunsero gli aerei da ricognizione, quando eravamo ormai in cima alla montagna. Della concentrazione di fuoco da parte nostra parla, oltre ai 14 morti, il fatto che tre dei cinque pappagalli che le guardie avevano nella caserma, furono uccisi. Bisogna pensare alla grandezza di questi animaletti per farsi un'idea di ci che piovve addosso a quell'edificio di tavole. Il nuovo incontro con la professione medica ebbe per me alcuni momenti molto emozionanti. Il primo ferito che curai, data la sua gravit, fu il compagno Cilleros. Una pallottola aveva spezzato il suo braccio destro e, dopo aver attraversato il polmone, si era apparentemente incastrata nella colonna vertebrale, privandolo del movimento delle due gambe.

Il suo stato era gravissimo e mi fu possibile dargli soltanto qualche calmante e cucirgli frettolosamente la ferita al torace perch respirasse meglio. Tentammo di salvarlo nell'unico modo possibile in quei momenti: portandoci via i quattordici soldati prigionieri e lasciando due feriti: Leal e Cilleros in mano del nemico e con la parola d'onore del medico del posto. Quando lo comunicai a Cilleros, dicendogli le parole confortevoli di rigore, mi salut con un sorriso pieno di tristezza che voleva dire pi di tutte le parole in quel momento ed esprimeva la sua convinzione che tutto ormai era finito. Lo sapevamo anche noi ed io fui tentato in quel momento di deporre un bacio di congedo sulla sua fronte ma, in me pi che in qualsiasi altro avrebbe significato la sentenza di morte per il compagno e il dovere mi diceva che non potevo rendere pi amari i suoi ultimi momenti col dargli conferma di cui egli aveva la certezza quasi assoluta. Mi congedai nel modo pi affetuoso e con enorme dolore dai combattenti che rimanevano nelle mani del nemico. Essi gridavano che preferivano morire vicino a noi, ma noi avevamo anche il dovere di lottare fino all'ultimo per le loro vite. Rimasero l, affratellati con i 19 feriti dell'esercito batistiano, che erano stati curati anch'essi con tutto il rigore scientifico del quale eravamo capaci. I nostri due compagni furono curati decentemente dall'esercito nemico, ma uno di essi, Cilleros, non arriv neppure a Santiago. L'altro sopravvisse, ma pass prigioniero nell'Isla de Pinos tutto il resto della guerra e porta ancora oggi le tracce indelebili di quell'importante episodio della nostra guerra rivoluzionaria. Dopo aver caricato su uno dei camion di Babn la maggior quantit possibile di articoli di ogni tipo, soprattutto medicine, partimmo per ultimi, verso i nostri rifugi della montagna dove giungemmo ancora in tempo per curare feriti e salutare i caduti, che furono sotterrati presso una svolta della strada. Si prevedeva che la repressione sarebbe stata molto forte e si decise che gli uomini capaci di camminare dovevano frapporre una certa distanza fra questa localit e le guardie, mentre i feriti sarebbero stati affidati a me, ed Enrique Lopez si sarebbe incaricato di trovarmi un nascondiglio e alcuni aiutanti per trasportare i feriti e tutti i contatti per poter ricevere le medicine e curarli come si deve. All'alba durava ancora il racconto degli episodi della bataglia; quasi nessuno dormiva o si dormiva a tratti e ciascuno si univa ai gruppi raccontando le proprie imprese e quelle che aveva visto compiere dagli altri. Per curiosit statistica presi nota di tutti i nemici uccisi, secondo questi racconti, nel corso dellaa battaglia; risultarono pi numerosi dell'intero gruppo che ci si era opposto. Ciascuno aveva ornato le sue imprese con la fantasia sulla base di questa e di altre esperienze simili. Da allora decidemmo che i dati dovevano essere avallati da pi persone. Nella nostra esagerazione, esigevamo persino qualche oggetto di ogni soldato caduto come prova della reale perdita subita dal nemico. La preoccupazione della verit sempre stato il tema centrale delle informazioni dell'Esercito ribelle e noi cercavamo di infondere nei compagni il rispetto profondo per essa e il sentimento della necessit di anteporla a qualunque vantaggio transitorio. Al mattino, vedemmo partire l'esercito vincitore che ci salutava con tristezza. Con me restarono i miei aiutanti Joel Iglesias e Oate, un conoscitore dei luoghi chiamato Sinecio Torres e Vilo Acua, oggi comandante dell'Esercito ribelle, che rimase per accompagnare suo zio ferito ().

Primo dei due interventi nella IX sessione dell'Assemblea Generale dell'ONU (11/12/64)
Signor presidente, signori delegati, la delegazione di Cuba a questa Assemblea ha il piacere di adempiere, in primo luogo, al grato dovere di salutare l'ingresso di tre nuove nazioni nel novero di quelle che qui discutono i problemi del mondo. Salutiamo cio, nelle persone dei loro Presidenti e Primi Ministri, i popoli della Zambia, del Malawi e di Malta e facciamo voti perch questi paesi entrino a far parte fin dal primo momento del gruppo di nazioni non allineate che lottano contro l'imperialismo, il colonialismo e il neocolonialismo. . Facciamo pervenire i nostri rallegramenti anche al Presidente di questa Assemblea, la cui investitura ad una cos alta Isola carica ha un singolare significato, poich essa il riflesso di questa nuova fase storica di Nera/21 straordinari trionfi per i popoli dell'Africa, fino a ieri soggetti al sistema coloniale dell'imperialismo e che oggi, nella loro immensa maggioranza, nell'esercizio legittimo della loro libera determinazione, si sono costituiti in stati s ovrani. suonata ormai l'ultima ora del colonialismo e milioni di abitanti d'Africa, Asia e America latina si sollevano per conquistare una nuova vita ed impongono il loro insopprimibile diritto all'autodeterminazione e allo sviluppo indipendente delle loro nazioni. Le auguriamo, signor Presidente, il migliore successo nel compito che le stato affidato dai paesi membri. Cuba viene ad esporre la sua posizione sui punti pi importanti di controversia e lo far con tutto il senso di responsabilit che comporta il far uso di questa tribuna, ma al tempo stesso rispondendo al dovere imprescindibile di parlare con piena franchezza e chiarezza. Esprimiamo il desiderio di vedere questa Assemblea mettersi alacremente al lavoro e andare avanti;

La Storia dovr tener conto dei popoli d'America

Che.

vorremmo che le Commissioni iniziassero il loro lavoro senza doversi arrestare al primo confronto. L'imperialismo vuole trasformare questa riunione in una vana tribuna oratoria, e non vuole che vengano risolti i gravi problemi del mondo; dobbiamo impedirlo. Questa Assemblea non dovrebbe essere ricordata in futuro soltanto per il numero IX che la contraddistingue. Al raggiungimento di questo fine sono tesi i nostri sforzi. Riteniamo che sia nostro diritto e nostro dovere agire in questo modo, dato che il nostro paese uno dei punti di costante frizione, uno dei posti in cui i princpi che sono a sostegno dei diritti dei piccoli paesi alla loro sovranit sono messi alla prova giorno per giorno e minuto per minuto e, il tempo stesso, una delle trincee della libert del mondo, una trincea a pochi passi dall'imperialismo nordamericano, e che mostra con la sua azione, con il suo esempio quotidiano, che i popoli possono liberarsi e possono mantenersi liberi nelle attuali condizioni dell'umanit. Indubbiamente oggi esiste un campo socialista sempre pi forte, provvisto di armi di dissuasione sempre pi potenti. Ma per sopravvivere sono necessarie anche altre condizioni: mantenere la coesione interna, avere fede nel proprio destino e possedere una decisione irriducibile di lottare fino alla morte in difesa del paese e della rivoluzione. A Cuba queste condizioni ci sono, signori delegati. Notevoli sono i passi in avanti compiuti dal mondo in questo campo; tuttavia l'imperialismo - soprattutto quello nordamericano - ha la pretesa di far credere che la consistenza pacifica sia di uso esclusivo delle grandi potenze della terra. Noi esprimiamo qui la stessa posizione sostenuta dal nostro Presidente al Cairo e che doveva poi essere alla base della Dichiarazione della Seconda Conferenza dei Capi di Stato e di Governo dei Paesi non Allineati: e cio che la consistenza pacifica non deve essere limitata soltanto ai potenti, se si vuole garantire la pace del mondo. La coesistenza pacifica deve essere praticata fra tutti gli stati, indipendentemente dalla loro importanza, dalle relazioni storiche che li legavano in precedenza e dai problemi sorti fra alcuni di essi in un momento dato. Attualmente, il tipo di coesistenza pacifica alla quale noi aspiriamo non viene rispettata in un gran numero di casi. Il regno di Cambogia, semplicemente perch ha una posizione neutrale e non ha voluto piegarsi alle macchinazioni dell'imperialismo nordamericano, stato oggetto di ogni tipo di attacchi proditori e brutali lanciati dalle basi che gli yankee hanno nel Vietnam del Sud. Il Laos, paese diviso, stato anch'esso oggetto di aggressioni imperialiste di ogni tipo; il suo popolo, massacrato dal cielo; gli accordi firmati a Ginevra, violati, e una parte del territorio in costante pericolo di essere attaccato impunemente dalle forze imperialiste. La Repubblica Democratica del Vietnam, che conosce tutte queste storie di aggressione come pochi popoli sulla terra, ha visto ancora una volta violate le sue frontiere, ha visto come gli aerei da bombardamento e da caccia nemici sparavano contro le sue installazioni, come le navi da guerra nordamericane, violando le acque territoriali, attaccavano i suoi porti. In questo momento, sulla Repubblica Democratica del Vietnam pesa la minaccia dei guerrafondai nordamericani estendano apertamente sul suo territorio e sul suo popolo la guerra che da diversi anni stanno conducendo contro il popolo del Vietnam del Sud. L'Unione Sovietica e la Repubblica Popolare Cinese hanno seriamente ammonito gli Stati Uniti. Ci troviamo di fronte ad una situazione in cui in pericolo la pace del mondo; non solo, la vita di milioni di esseri di tutta questa zona dell'Asia costantemente minacciata, poich dipende dai capricci dell'invasore nordamericano. La coesistenza pacifica, inoltre, stata messa a dura prova anche a Cipro, a seguito delle pressioni del governo turco e della NATO, che hanno costretto il popolo e il governo ciprioti ad una eroica ed energica difesa della loro sovranit. In tutti questi paesi l'imperialismo cerca di imporre la sua versione della coesistenza pacifica: sono i popoli oppressi, in alleanza con il campo socialista, che debbono dire quale sia la vera coesistenza, ed obbligo delle Nazioni Unite appoggiarli. Bisogna anche chiarire che il concetto di consistenza pacifica deve essere ben definito, non soltanto per quanto riguarda i rapporti fra stati sovrani. In quanto marxisti, abbiamo sempre sostenuto che la coesistenza pacifica fra le nazioni non comporta la coesistenza fra sfruttatori e sfruttati, fra oppressori ed oppressi. Il diritto alla piena indipendenza, contro ogni forma di oppressione coloniale, , inoltre, un principio proclamato in seno a questa Organizzazione. Per questo esprimiamo la nostra solidariet ai popoli, ancora oggi soggetti al dominio coloniale, de lla Guinea detta portoghese, dell'Angola e del Mozambico, massacrati per il delitto di chiedere la propria libert, e siamo disposti ad aiutarli nella misura delle nostre forze, coerentemente con la Dichiarazione del Cairo. Esprimiamo la nostra solidariet al popolo di Portorico e il suo leader, Pedro Albizu Campos che, con un ennesimo atto di ipocrisia, stato rimesso in libert all'et di 72 anni, privo quasi della parola, paralitico, dopo aver trascorso in carcere tutta la vita. Albizu Campos il simbolo dell'America ancora irredenta e indomita. Anni e anni di prigione, pressioni quasi insopportabili nel carcere, torture mentali, la solitudine, il totale isolamento dal suo popolo e dalla sua famiglia, l'insolenza del conquistatore e dei suoi lacch nella terra che lo vide nascere: nulla riusc a piegare la sua volont. La Delegazione di Cuba, a nome del suo popolo, tributa un omaggio di ammirazione e di gratitudine ad un patriota che d lustro e dignit alla nostra America. I nordamericani si sono ostinati per anni a voler trasformare Portorico in una vetrina di cultura ibrida; lingua spagnola con inflessioni inglesi, lingua spagnola con cerniera sul dorso per piegarla davanti al soldato yankee. Soldati portoricani sono stati utilizzati come carne da cannone nelle guerre dell'impero, come in Corea, e addirittura per sparare contro i propri fratelli, come nel massacro perpetrato dall'esercito nordamericano, alcuni mesi fa, contro il popolo inerme di Panama, uno dei pi recenti crimini Fra tutti i problemi scottanti che debbono essere trattati da questa Assemblea, uno di quelli che per noi hanno maggior significato e di cui crediamo sia necessario dire una definizione che non lasci dubbi in nessuno, quello della consistenza pacifica fra stati con diversi regimi economico sociali.

dell'imperialismo yankee. Eppure, nonostante questa tremenda violazione della sua volont e del suo destino storico, il popolo di Portorico ha conservato la sua cultura, il suo carattere latino, i suoi sentimenti nazionali, che da soli dimostrano l'indomabile vocazione all'indipendenza esistente nelle masse dell'isola latinoamericana. Dobbiamo anche avvertire che il principio della consistenza pacifica non comporta il diritto di ingannare la volont dei popoli, come succede nel caso della Guyana detta Britannica, dove il governo del Primo Ministro Cheddy Jagan stato vittima di tutta una serie di pressioni e di manovre e dove stato rinviato il momento di concedere l'indipendenza, per poter trovare il sistema di eludere le aspirazioni popolari e assicurarsi la docilit di un governo diverso dall'attuale, frutto dell'intrigo, al quale concedere una libert castrata a questo pezzo di terra americana. Quali che siano le vie che la Guayana dovr seguire per ottenere la libert, Cuba esprime al suo popolo il suo appoggio morale e militante. Dobbiamo aggiungere, inoltre, che le isole della Guadalupa e della Martinica sono in lotta per la propria autonomia da tempo, senza successo, e questo stato di cose non deve continuare. Ancora una volta, leviamo la nostra voce per denunciare al mondo quello che sta succedendo in Sud Africa; la brutale politica dell'apartheid viene applicata sotto gli occhi delle nazioni del mondo. I popoli dell'Africa sono costretti a sopportare che in quel continente sia ancora riconosciuta ufficialmente la superiorit di una razza sull'altra, che si commettano impunemente degli assassinii in nome della superiorit razziale. Le Nazioni Unite non faranno dunque nulla per impedirlo? Vorrei riferirmi specificamente al doloroso caso del Congo, unico nella storia del mondo moderno, che indica come si pu offendere nella pi assoluta impunit, col cinismo pi insolente, il diritto dei popoli. All'origine di tutto ci vi sono le ingenti ricchezze del Congo che le potenze imperialiste vogliono mantenere sotto il proprio controllo. Nell'intervento che ebbe a fare in occasione della sua prima visita alle Nazioni Unite, il compagno Fidel Castro disse che tutto il problema della coesistenza fra le nazioni si riduceva al problema dell'appropriazione indebita di ricchezze altrui, ed egli fece la seguente affermazione: "cessi la filosofia della spoliazione e cesser la filosofia della guerra." Ma la filosofia della depredazione non solo non cessata, anzi continua pi forte che mai e, per questo, le stesse forze che si servirono del nome delle Nazioni Unite per perpetrare l'assassinio di Lumumba, assassinano oggi migliaia di congolesi in nome della difesa della razza bianca. Come possibile dimenticare il modo in cui fu tradita la speranza che Patrice Lumumba pose nelle Nazioni Unite? Come potremmo dimenticare gli intrighi e le manovre che seguirono all'occupazione di quel paese da parte delle truppe delle Nazioni Unite, sotto i cui auspici agirono impunemente gli assassini del grande patriota africano? Come potremmo dimenticare, signori delegati, che chi si sottrasse all'autorit delle Nazioni Unite in Congo, e non proprio per ragioni patriottiche ma in virt della lotta fra imperialisti, fu Moise Ciombe, che diede inizio alla secessione del Katanga con l'appoggio belga? E come giustificare, come spiegare che, alla fine di tutta l'azione delle Nazioni Unite, Ciombe, cacciato dal Catanga, ritorna padrone e signore del Congo? Chi potrebbe negare il tristo ruolo cle gli imperialisti fecero svolgere all'Organizzazione delle Nazioni Unite? Riassumendo: stato messo in moto tutto un vistoso apparato per evitare la scissione del Katanga e oggi, il Katanga al potere, le ricchezze del Congo in mano agli imperialisti... e le spese debbono essere pagate da degne nazioni. Un buon affare per i mercanti della guerra! Per questo il Governo di Cuba appoggia la giusta posizione dell'Unione Sovietica, che rifiuta di pagare le spese di questo crimine. Per colmo di scherno, ci gettano ora in faccia queste ultime azioni che hanno riempito di indignazione il mondo intero. Chi sono gli autori? Paracadutisti belgi, trasportati da aerei nordamericani decollati da basi inglesi. Ci viene in mente che pochi anni or sono, ieri quasi, un piccolo paese d'Europa, lavoratore e civilizzato, il regno del Belgio, era invaso dille orde hitleriane; la nostra coscienza era amareggiata dal sapere che questo popolo era massacrato dall'imperialismo tedesco e lo vedevamo con affetto. Ma quest'altra faccia della medaglia imperialista era sconosciuta ai pi. Forse son figli di patrioti belgi, morti in difesa della libert del proprio paese, quelli che assassinano a freddo migliaia di congolesi in nome della razza bianca cos come essi furono soggetti al tallone tedesco perch la loro percentuale di sangue ariano non era abbastanza alta. Perch non possiamo chiamare diversamente quelli che sono andati a compiere azioni cosi "umanitarie" nel Congo. Animale carnivoro che si nutre di popoli inermi; ecco a che cosa riduce l'uomo l'imperialismo, questo ci che distingue il "bianco" imperiale. Tutti gli uomini liberi del mondo debbono prepararsi a vendicare il crimine del Congo. Forse molti di quei soldati, trasformati in subumani dalla macchina imperialista, pensano in buona fede di difendere i diritti di una razza superiore; ma in questa Assemblea la maggioranza costituita da popoli che hanno la pelle abbronzata da diversi soli, colorata da diversi pigmenti, e che hanno capito perfettamente che le differenze fra gli uomini non vengono dal colore della pelle, ma dal tipo di propriet dei mezzi di produzione, dai rapporti di produzione. La Delegazione Cubana invia il suo saluto ai popoli della Rhodesia del Sud e dell'Africa Sudoccidentale, oppressi da minoranze di coloni bianchi. Al Basutoland, alla Beciuania e allo Swaziland, alla Somalia francese, al popolo arabo della Palestina, ad Aden e ai protettorati, a Oman e a tutti i popoli in conflitto con l'imperialismo o il colonialismo, e ribadisce loro il suo appoggio. Si augura inoltre che venga raggiunta una giusta soluzione al conflitto fra la repubblica sorella di Indonesia e la Malaisia. Signor I nostri occhi liberi si aprono oggi su nuovi orizzonti e sono capaci di vedere quello che ieri la nostra condizione di schiavi coloniali ci impediva di osservare: cio che la "civilt occidentale" nasconde sotto la sua vistosa facciata una realt di iene e di sciacalli.

Presidente, uno dei temi fondamentali di questa Assemblea il disarmo generale e completo. Esprimiamo il nostro accordo per quanto riguarda il disarmo generale e completo; propugnamo, inoltre, la distruzione totale delle bombe termonucleari e appoggiamo la proposta per la convocazione di una conferenza di tutti i paesi del mondo che realizzi queste aspirazioni dei popoli. Il nostro Primo Ministro ha ammonito, nel suo intervento davanti a questa Assemblea, che la corsa agli armamenti ha sempre condotto alla guerra. Vi sono nuove potenze atomiche nel mondo e le possibilit di uno scontro aumentano. Noi riteniamo che questa conferenza sia necessaria per arrivare alla totale distruzione delle armi termonucleari e, come prima misura, suggeriamo la proibizione totale degli esperimenti. Al tempo stesso, bisogna stabilire chiaramente l'obbligo per tutti i paesi di rispettare le attuali frontiere dei diversi stati; di non esercitare alcuna azione aggressiva, neppure con le armi convenzionali. Nell'unirci alla voce di tutti i paesi del mondo che chiedono il disarmo generale e completo, la distruzione di tutto l'arsenale atomico, la cessazione assoluta della fabbricazione di nuove bombe termonucleari e degli esperimenti atomici di qualsiasi tipo, riteniamo necessario sottolineare che deve essere rispettata anche l'integrit territoriale delle nazioni e deve esser fermato il braccio armato dell'imperialismo che non meno pericoloso per il fatto che impugna armi convenzionali. Coloro che hanno assassinato migliaia di cittadini congolesi inermi, non si sono serviti dell'arma atomica; sono state le armi convenzionali, impugnate dall'imperialismo, a provocare tanta morte. Anche se la realizzazione delle misure qui auspicate renderebbe inutile dirlo, bene precisare che noi non potremmo aderire a nessun patto regionale di denuclearizzazione finch gli Stati Uniti manterranno basi aggressive nel nostro stesso territorio, a Portorico, a Panama e in altri stati americani, nei quali essi ritengono loro diritto installare, senza alcuna restrizione, sia armi convenzionali che nucleari. Senza contare che le ultime risoluzioni dell'OEA contro il nostro paese, che potrebbe essere aggredito invocando il trattato di Rio, rendono necessario il possesso di tutti i mezzi difensivi a nostra disposizione. Crediamo che se la Conferenza di cui abbiamo parlato raggiungesse tutti questi obiettivi, cosa difficile, disgraziatamente, essa sarebbe la pi importante nella storia dell'umanit. Per assicurarne il successo sarebbe indispensabile la presenza della Repubblica Popolare Cinese che renderebbe un fatto obbligato la realizzazione di una riunione di questo tipo. Ma sarebbe molto pi semplice per i popoli del mondo riconosce re la verit innegabile che esiste la Repubblica Popolare Cinese, i cui governanti sono gli unici rappresentanti del suo popolo, e attribuirle il seggio che le spetta, attualmente usurpato dalla cricca che ha il suo potere con l'appoggio nordamericano, la provincia di Taiwan. Il problema della rappresentanza cinese alle Nazioni Unite non pu essere considerato in alcun modo come se si trattasse di un nuovo ingresso nell'Organizzazione; si tratta invece di restaurare nei suoi legittimi diritti la Repubblica Popolare Cinese. Dobbiamo rifiutare energicamente il complotto delle "due Cine." La cricca di Ciang Kai-shek non pu continuare ad essere rappresentata alle Nazioni Unite. Si tratta, lo ripetiamo, di espellere l'usurpatore e di insediare il legittimo rappresentante del popolo cinese. Mettiamo in guardia, inoltre, contro l'insistenza del governo degli Stati Uniti nel presentare il problema della legittima rappresentanza della Cina all'ONU come una "questione importante," allo scopo di imporre il quorum straordinario consistente nei due terzi dei membri presenti e con diritto al voto. L'ingresso della Repubblica Popolare Cinese alle Nazioni Unite veramente una questione importante per il mondo intero; ma non per il meccanismo interno delle Nazioni Unite, per cui deve rappresentare una semplice questione di procedura. In questo modo sarebbe fatta giustizia; ma sarebbe quasi altrettanto importante del fare giustizia dimostrare per una volta che questa augusta Assemblea ha occhi per vedere, udito per sentire, una propria lingua per parlare, un criterio preciso per prendere delle decisioni. La diffusione delle armi atomiche fra i paesi della NATO e, in particolare, il possesso di questi strumenti di distruzione in massa da parte della Repubblica Federale Tedesca, allontanerebbero ancora di pi la possibilit di un accordo sul disarmo, cui strettamente legato quello della riunificazione pacifica della Germania. Finch non sar raggiunta una intesa chiara, si dovr riconoscere l'esistenza di due Germanie, la Repubblica Democratica Tedesca e la Repubblica Federale. Il problema tedesco non pu essere risolto se non con la partecipazione diretta ai negoziati della Repubblica Democratica Tedesca, con pieni diritti. Faremo soltanto un accenno ai temi dello sviluppo economico e del commercio internazionale, cui l'ordine del giorno riserva ampio spazio. Proprio quest'anno si tenuta la Conferenza di Ginevra, nella quale sono stati affrontati un gran numero di problemi relativi a questi aspetti dei rapporti internazionali. Gli avvertimenti e le previsioni della .nostra delegazione sono stati confermati pienamente, per disgrazia dei paesi economicamente dipendenti. Vogliamo semplicemente ricordare che, per quanto riguarda Cuba, gli Stati Uniti d'America non hanno adempiuto alle raccomandazioni esplicite formulate da quella Conferenza e, recentemente, il governo nordamericano arrivato addirittura a vietare la vendita di medicinali a Cuba, togliendosi definitivamente la maschera di umanitarismo con la quale aveva cercato di nascondere il carattere aggressivo del blocco contro il popolo di Cuba. D'altra parte, vogliamo ripetere ancora una volta che le tare coloniali che impediscono lo sviluppo dei popoli non si esprimono soltanto attraverso rapporti di tipo politico. Il cosiddetto deterioramento della ragione di scambio non altro che il risultato dello scambio diseguale fra paesi produttori di materie prime e paesi industriali che dominano i mercati e impongono la illusoria giustizia costituita dallo scambio uguale di valori. Finch i popoli economicamente dipendenti non si saranno liberati dai mercati capitalistici e, costituendo un solido blocco con i paesi socialisti, non avranno imposto nuovi rapporti fra sfruttatori e sfruttati, non vi sar sviluppo economico solido, e in alcune situazioni vi sar regresso, e i paesi deboli torneranno a cadere sotto il dominio politico degli imperialisti e dei colonialisti. Infine, signori delegati, necessario che si sappia chiaramente che nella zona dei Caraibi sono in corso manovre e preparativi di aggressione contro Cuba. Sulle coste del Nicaragua, soprattutto, ma anche in

Costarica, nella zona del Canale di Panama, nelle Isole Vieques di Portorico, in Florida, con ogni probabilit in altri punti del territorio degli Stati Uniti e forse anche in Honduras, si stanno addestrando mercenari cubani e di altra nazionalit e non certo per scopi pacifici. Dopo uno scandalo clamoroso, il governo di Costarica, si dice, ha ordinato lo smantellamento di tutti i campi di addestramento di esiliati cubani esistenti in quel paese. Nessuno in grado di dire se si di un atteggiamento sincero o di una semplice manovra diversiva, dovuta al pericolo che i mercenari che si addestravano in quel paese commettessero qualche malefatta. Speriamo che si abbia una chiara coscienza dell'esistenza reale di basi di aggressione, come noi andiamo denunciando da tempo, e si rifletta sulla responsabilit internazionale che ha il governo di un paese che autorizza e favorisce l'addestramento di mercenari per attaccare Cuba. opportuno far presente che le notizie sull'addestramento di mercenari in diversi punti dei Caraibi e la partecipazione a tali iniziative del governo nordamericano, riportata in modo del tutto naturale dai giornali americani. Che noi sappiamo, nessuno in America latina ha protestato ufficialmente per questo. Cosa che ci mostra il cinismo con cui gli Stati Uniti maneggiano i loro servi. Gli acuti ministri degli Esteri dell'OEA, che ebbero occhi per vedere stemmi cubani e trovare prove "irrefutabili" sulle armi yankee presentate dal Venezuela, non vedono i preparativi di aggressione che sono cos evidenti negli Stati Uniti, come non sentirono la voce del presidente Kennedy che si dichiarava esplicitamente aggressore di Cuba a Playa Girn. In alcuni casi s i tratta di una cecit provocata dall'odio delle classi dominanti dei paesi latinoamericani contro la nostra Rivoluzione; in altri, ancora pi tristi, ci il risultato degli abbaglianti splendori di Mammona. Come tutti sanno, dopo i terribili fatti noti come crisi dei Caraibi, gli Stati Uniti sottoscrissero con l'Unione Sovietica determinati impegni che culminarono col ritiro di un certo tipo di armi che le continue aggressioni di quel paese - come l'attacco mercenario di Playa Girn e le minacce di invasione della nostra patria - ci avevano costretto ad installare a Cuba per un atto ali legittima e irrinunciabile difesa. I nordamericani volevano, inoltre, che le Nazioni Unite ispezionassero il nostro territorio, cosa che noi rifiutammo nel modo pi reciso, dato che Cuba non riconosce il diritto degli Stati Uniti, n di chiunque altro al mondo, di decidere il tipo di armi che pu possedere all'interno delle sue frontiere. In questo senso potremmo aderire soltanto ad accordi multilaterali con uguali obblighi per tutte le parti. Come ha detto Fidel Castro: "Finch esister il concetto di sovranit quale prerogativa delle nazioni e dei popoli indipendenti, quale diritto di tutti i popoli, noi non accetteremo l'esclusione del nostro popolo da questo diritto. Finch il mondo sar retto da questi principi, finch il mondo sar retto da questi concetti ed essi avranno valore universale, perch sono universalmente accettati e consacrati da popoli, noi non accetteremo di essere privati di nessuno di questi diritti, noi non rinunceremo a nessuno di questi diritti." Il signor Segretario Generale delle Nazioni Unite, U Thant, comprese le nostre ragioni. Senza dubbio gli Stati Uniti volevano attribuirsi una nuova prerogativa arbitraria e illegale: quella di violare lo spazio aereo di qualsiasi piccolo paese. Cos il cielo della nostra patria ha continuato ad essere solcato da aerei U-2 e da altri tipi di apparecchi spia che, nella pi assoluta impunit, navigano nel nostro spazio aereo. Abbiamo fatto tutti i passi necessari al fine di far cessare le violazioni aeree, cos come le provocazioni che i marines yankee attuano contro i nostri posti di vigilanza nella zona di Guantnamo, i voli radenti di aerei sulle nostre imbarcazioni e su navi di altra nazionalit in acque internazionali, gli attacchi pirata contro navi di diversa bandiera e l'infiltrazione di spie, di sabotatori e di armi nella nostra isola. Noi vogliamo costruire il socialismo; ci siamo schierati apertamente con coloro che lottano per la pace; abbiamo dichiarato di appartenere al gruppo di paesi non allineati, anche se siamo marxisti-leninisti perch i non allineati, come noi, lottano contro l'imperialismo. Vogliamo la pace, vogliamo costruire una vita migliore per il nostro popolo e, per questo, facciamo di tutto per evitare di cadere nella trappola delle provocazioni architettate dagli yankee. Ma conosciamo la mentalit dei governanti americani; vogliono farci pagare a caro prezzo questa pace. E noi rispondiamo che questo prezzo non pu oltrepassare i limiti della dignit. E Cuba riafferma, ancora una volta, il suo diritto di tenere sul suo territorio le armi che, riterr opportuno tenere e la sua opposizione a riconoscere il diritto di qualsiasi potenza, per grande che sia, a violare il nostro suolo, le nostre acque territoriali o il nostro spazio aereo. Se in qualche assemblea Cuba sottoscrive accordi collettivi, li rispetter fedelmente; ma finch questo non accadr, conserva pienamente tutti i suoi diritti, come qualsiasi altra nazione. Di fronte alle pretese dell'imperialismo, il nostro Primo Ministro proclam i cinque punti necessari a garantire una solida pace nei Caraibi." Essi sono: Primo : Cessazione del blocco economico e di tutte le misure di pressione commerciale ed economica che gli Stati Uniti applicano in tutte le parti del mondo contro il nostro paese. Secondo: Cessazione di tutte le attivit sovversive, lancio o sbarco di armi ed esplosivi dall'aria o dal mare, organizzazione di invasioni di mercenari, infiltrazione di spie e di sabotatori, tut te azioni che vengono effettuate a partire dal territorio degli Stati Uniti e di alcuni paesi complici. Terzo: Cessazione degli attacchi pirata che vengono effettuati a partire da basi esistenti negli Stati Uniti e a Portorico. Quarto: Cessazione di tutte le violazioni del nostro spazio aereo e navale da parte di aerei e navi da guerra nordamericane. Quinto: Ritiro della Base navale di Guantnamo e restituzione del territorio cubano occupato dagli Stati Uniti. Nessuna di queste elementari esigenze stata soddisfatta, e dalla Base Navale di Guantnamo continuano le azioni di provocazione contro le nostre forze. Detta Base si trasformata in un covo di malfattori e in una catapulta per la loro introduzione nel nostro territorio. Annoieremmo questa Assemblea se facessimo una relazione anche approssimativa della quantit di provocazioni di ogni tipo. Basti dire che il loro numero,

compresi i primi giorni di questo mese di dicembre, stato di 1.323, soltanto nel 1964. La lista comprende provocazioni minori, come la violazione della linea di confine, lancio di oggetti dal territorio controllato dai nordamericani; atti di esibizionismo sessuale da parte dei nordamericani di ambo i sessi; insulti verbali. Ve ne sono altri di carattere pi grave, quali spari con armi di piccolo calibro, maneggiamento di armi prendendo di mira il nostro territorio e offese al nostro simbolo nazionale. Gravissime provocazioni sono: superamento della linea di demarcazione, con incendio di installazioni del lato cubano e spari con fucili, fatto ripetutosi 78 volte nel corso dell'anno, con il bilancio doloroso della morte del soldato Ramn Lpez Pea, a seguito degli spari provenienti dai posti nordamericani situati a 3,5 chilometri dalla costa a nord-ovest. Questa gravissima provocazione fu fatta alle 19,07 del giorno 19 luglio 1964, e il Primo Ministro del nostro Governo disse pubblicamente, il 26 luglio, che qualora il fatto si fosse ripetuto sarebbe stato ordinato alle nostre truppe di respingere l'aggressione. Al tempo stesso venne dato ordine di ritirare le linee avanzate delle forze cubane verso posizioni pi lontane dalla linea di demarcazione e di costruire adeguate casematte. 1.323 provocazioni in 340 giorni fanno circa quattro al giorno. Soltanto un esercito perfettamente disciplinato e con il morale del nostro pu resistere ad una tale somma di atti ostili senza perdere la testa. Quarantasette paesi riuniti nella Seconda Conferenza dei Capi di Stato o di Governo dei Paesi non Allineati, al Cairo, decisero, all'unanimit: "La Conferenza, rendendosi conto con preoccupazione che le basi militari straniere rappresentano, in pratica, un mezzo per esercitare pressioni sulle nazioni, e per ostacolare la loro emancipazione e il loro sviluppo, secondo le loro concezioni ideologiche, politiche, economiche e culturali, dichiara di appoggiare senza riserve i paesi che cercano di ottenere la soppressione delle basi installate nel loro territorio e chiede a tutti gli stati l'immediata evacuazione delle truppe e delle basi che essi hanno in altri paesi. "La Conferenza ritiene che il mantenimento da parte degli Stati Uniti d'America di una base militare a Guantnamo (Cuba), contro la volont del governo e del popolo cubano e contro le disposizioni della Dichiarazione della Conferenza di Belgrado, costituisce una violazione della sovranit e dell'integrit territoriale di Cuba. "La Conferenza, considerando che il governo di Cuba si dichiara disposto a risolvere la sua controversia col governo degli Stati Uniti d'America circa la base di Guantnamo su basi di uguaglianza, chiede vivamente al Governo degli Stati Uniti di intavolare negoziati con il Governo cubano il fine di evacuare quella base." Il governo degli Stati Uniti non ha dato alcuna risposta a quella istanza della Conferenza del Cairo e pretende di mantenere occupato indefinitamente con la forza un pezzo del nostro territorio, a partire dal quale attua aggressioni come quelle esposte in precedenza. L'organizzazione degli Stati Americani, che i popoli chiamano anche Ministero delle Colonie nordamericano, ci ha condannati "energicamente," anche se ci aveva gi espulsi dal suo seno, ordinando ai paesi membri di rompere le relazioni diplomatiche e commerciali con Cuba. L'OEA ha autorizzato l'aggressione al nostro paese, in qualsiasi momento, con qualsiasi pretesto, violando le pi elementari leggi internazionali e ignorando completamente l'Organizzazione delle Nazioni Unite. A quella misura si opposero con il loro voto l'Uruguay, la Bolivia, il Cile e il Messico; il governo degli Stati Uniti del Messico ritenne nulla la sanzione anche dopo che era stata approvata. Da allora non siamo pi in relazione con i paesi latinoamericani, ad eccezione di quello stato, e possiamo ritenere questa la realizzazione di una delle fasi precedenti all'intervento diretto da parte dell'imperialismo. Vogliamo chiarire, ancora una volta, che la nostra preoccupazione per l'America Latina ispirata dai legami che ci uniscono: la lingua che parliamo, la cultura che alimentiamo, il padrone che abbiamo avuto in comune. Che non siamo animati da nessun'altra ragione per desiderare la liberazione dell'America latina dal giogo coloniale nordamericano. Se qualcuno dei paesi latinoamericani qui presenti decidesse di ristabilire le relazioni con Cuba, noi saremmo disposti a farlo sulla base dell'uguaglianza e non in base al criterio che sia un dono fatto al nostro Governo il riconoscere Cuba come un paese libero del mondo; poich questo riconoscimento lo abbiamo conquistato con il nostro sangue nei giorni della lotta di liberazione , lo abbiamo conquistato col sangue nella difesa delle nostre spiagge dall'invasione yankee. Anche se respingiamo la pretesa volont di ingerenza negli affari interni degli altri paesi che ci viene attribuita, non possiamo negare la nostra simpatia verso i popoli che lottano per la propria liberazione e dobbiamo onorare l'impegno del nostro governo e del nostro popolo di esprimere apertamente al mondo intero il nostro appoggio morale e la nostra solidariet con i popoli che lottano in qualsiasi parte del mondo per rendere reali i diritti di piena sovranit proclamati dalla Carta delle Nazioni Unite. Sono gli Stati Uniti invece che intervengono; lo hanno fatto da sempre in America Latina. Cuba conosce questa verit dalla fine del secolo scorso; ma la conoscono anche la Colombia, il Venezuela, il Nicaragua e l'America Centrale in generale, il Messico, Haiti e Santo Domingo. In questi ultimi anni, oltre al nostro popolo, hanno provato l'aggressione diretta Panama, dove i marines del Canale spararono a sangue freddo sul popolo inerme; Santo Domingo, le cui coste furono violate dalla flotta yankee per evitare lo scoppio della giusta collera popolare dopo l'assassinio di Trujillo; e la Colombia, la cui capitale fu presa d'assalto a seguito della ribellione provocata dall'assassinio di Gaitn. Interventi dissimulati si attuano attraverso le missioni militari che partecipano alla repressione interna, organizzando le forze destinate a tal fine in un buon numero di paesi, e anche in tutti i colpi di stato, detti "gorilazos," che con tanta frequenza si vanno ripetendo nel Continente americano in questi anni. Concretamente, le forze degli Stati Uniti intervengono nella repressione dei popoli del Venezuela, della Colombia e del Guatemala, che lottano con le armi per la loro libert. Nel primo di questi paesi non solo sono consiglieri dell'esercito e della polizia, ma dirigono anche i genocidi effettuati dall'aria contro la popolazione contadina in vaste regioni insorte, e le societ yankee ivi installate fanno pressioni di ogni tipo perch l'ingerenza diretta aumenti. Gli imperialisti si preparano a reprimere i popoli americani e stanno formando l'internazionale del crimine. Gli Stati Uniti intervengono in America traendo a pretesto la difesa delle libere istituzioni. Verr il giorno in

cui questa Assemblea avr acquistato una maturit maggiore e chieder al governo nordamericano di garantire la vita della popolazione negra e latinoamericana che vive in questo paese, e che in maggioranza nordamericana di origine o d'adozione. Come pu costituirsi o definirsi guardiano della libert chi assassina i propri figli e li discrimina ogni giorno in base al colore della pelle, chi lascia in libert gli assassini dei negri, e per di pi li protegge, mentre punisce la popolazione negra che esige il rispetto dei suoi legittimi diritti di libert? Sappiamo che oggi l'Assemblea non in condizioni di chiedere spiegazioni su questi fatti; ma deve essere assolutamente chiaro che il governo degli Stati Uniti non guardiano della libert, ma perpetra lo sfruttamento e l'oppressione contro i popoli del mondo e contro buona parte del suo stesso popolo. Al linguaggio ambiguo con cui alcuni delegati hanno presentato il caso di Cuba e dell'OEA noi rispondiamo con parole chiare e proclamiamo ad alta voce che i popoli d'America chiederanno conto ai governi prevaricatori del loro tradimento. Cuba, signori delegati, libera e sovrana, senza catene che la leghino a nessuno, senza investimenti stranieri nel suo territorio, senza proconsoli che orientino la sua politica, pu parlare a fronte alta in questa Assemblea e dimostrare la giustezza della frase: "Territorio Libero di America" con cui stata battezzata. Il nostro esempio dar i suoi frutti nel continente, come gi in certa misura sta accadendo in Guatemala, Colombia e Venezuela. E se il nemico non piccolo neppure la nostra forza disprezzabile, poich i popoli non sono isolati. Come afferma la Seconda Dichiarazione dell'Avana: "Nessun popolo dell'America latina debole, perch fa parte di una famiglia di duecento milioni di fratelli che soffrono le stesse miserie, sono animati dagli stessi sentimenti, hanno lo stesso nemico, aspirano tutti ad uno stesso destino migliore e godono della solidariet di tutti gli uomini e le donne del mondo. "Questa epopea che sta davanti a noi la scriveranno le masse affamate degli indios, dei contadini senza terra, degli operai sfruttati; la scriveranno le masse progressiste, gli intellettuali onesti e brillanti che sono cos abbondanti nelle nostre sofferenti terre d'America latina. Lotta di masse e di idee, epopea che sar portata avanti dai nostri popoli maltrattati e disprezzati dall'imperialismo, i nostri popoli sconosciuti fino ad oggi, che gi cominciano a non farlo pi dormire. Ci considerava come un gregge impotente e sottomesso e gi comincia ad aver timore di questo gregge, gregge gigante di duecento milioni di latinoamericani nei quali il capitalismo monopolistico yankee vede gi i suoi affossatori. . Ora questa massa anonima, questa America di colore , scura, taciturna, che canta in tutto il continente con la stessa tristezza e disinganno; ora questa massa quella che comincia ad entrare definitivamente nella sua storia, comincia a scriverla col suo sangue, comincia a soffrirla e a morire; perch ora per le campagne e per i monti d'America, per le balze delle sue terre, per i suoi piani e le sue foreste, fra la solitudine o il traffico delle citt, lungo le coste dei grandi oceani e le rive dei fiumi comincia a scuotersi questo mondo ricco di cuori ardenti, pieni di desiderio di morire per 'quello che suo,' di conquistare i suoi diritti irrisi per quasi cinquecento anni da questo o da quello. Ora s la storia dovr prendere in considerazione i poveri d'America, gli sfruttati e i vilipesi, che hanno deciso di cominciare a scrivere essi stessi, per sempre, la propria storia. Gi si vedono, un giorno dopo l'altro, per le strade, a piedi, in marce senza fine di centinaia di chilometri, per arrivare fino agli 'olimpi' dei governanti e riconquistare i loro diritti. Gi si vedono, armati di pietre, di bastoni, di machetes, dovunque, ogni giorno, occupare le terre, immergere le mani nelle terre che gli appartengono e difenderle con la loro vita; si vedono con i loro cartelli, le loro bandiere, le loro parole d'ordine, fatte correre al vento, per le montagne e lungo le pianure. E quest'onda di commosso rancore, di giustizia reclamati, di diritto calpestato, che comincia a levarsi fra le terre dell'America latina, quest'onda ormai non si fermer. Essa andr cresce ndo col passar dei giorni; perch formata dai pi; dalle maggioranze sotto tutti gli aspetti, coloro che accumulano con il loro lavoro le ricchezze, creano i valori, fanno andare le ruote della storia e che ora si svegliano dal lungo sonno di abbrutimento al quale li hanno sottomessi. "Perch questa grande umanit ha detto basta e si messa in marcia. E la sua marcia, di giganti, non si arrester fino alla conquista della vera indipendenza per cui sono morti gi pi di una volta inutilmente. Ora, ad ogni modo, quelli che muoiono, moriranno come quelli di Cuba, quelli di Playa Girn; moriranno per la loro unica, vera e irrinunciabile indipendenza." Tutto ci, signori delegati, questa nuova disposizione di un Continente, dell'America, plasmata e riassunta nel grido che, ogni giorno, le nostre masse proclamano come espressione irrefutabile della loro decisione di lotta, paralizzando la mano armata dell'invasore. Motto che conta sull'appoggio e la comprensione di tutti i popoli del mondo e, soprattutto, del campo socialista, con alla testa l'Unione Sovietica. Questo motto : Patria o Morte.

"L'ora della sua rivincita, l'ora che essa stessa si scelta, viene indicata con precisione da un estremo all'altro del continente

Fonti: http://www.hastasiempre.it

Y si todos furamos capaces de unirnos, para que nuestros golpes fueran ms slidos y certeros, para que la ayuda de todo tipo a los pueblos en lucha fuera an ms efectiva, qu grande sera el futuro, y qu cercano!

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