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oltre freud
Antonio Vigilante 2

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© 2005-2006 Antonio Vigilante
3 Muntu / Oltre Freud

Oltre Freud

Carl Gustav Jung, 5


La Psicologia Individuale, 12
Wilhelm Reich, 14
Psicoanalisi e marxismo: Fromm, 17
L'analisi esistenziale, 22
La terapia centrata sul cliente, 25
La psicologia transpersonale, 27
La psicoanalisi oggi, 29
Antonio Vigilante 4
5 Muntu / Oltre Freud

Per molti dei suoi critici, la psicoanalisi è, più che una verificabile teoria
scientifica, una sorta di concezione religiosa, che si impone con la
suggestione delle sue immagini più che per la serietà dei suoi enunciati.
Comunque si giudichi questa critica, è certo che la storia della psicoanalisi
dopo la morte di Freud fa pensare a ciò che accade dopo la morte dei
fondatori delle religioni: da una parte c'è chi custodisce l'insegnamento del
fondatore, rappresentando l'ortodossia; dall'altra ci sono gli eterodossi,
quelli che sviluppano e interpretano il messaggio, spesso con esiti molto
lontani dalle intenzioni del fondatore. Nel caso della psicoanalisi,
l'ortodossia è rappresentata dalla International Psychoanalytic
Association, presieduta dalla figlia di Freud, Anna. Ma i contributi più
interessanti sono quelli provenienti da coloro che si sono allontanati dal
pensiero freudiano, elaborando teorie originali e coraggiose, che
studieremo nel presente percorso.

Carl Gustav Jung


Tra i successori di Freud, Carl Gustav Jung è l'unico che a lui si possa
paragonare per l'influenza avuta sulla cultura contemporanea. Se Freud si
è interrogato sul significato di fenomeni culturali come l'arte e la religione,
Jung, guidato dalla sua concezione dell'inconscio collettivo, ha studiato in
modo approfondito le rappresentazioni mitologiche e religiose dei diversi
popoli, oltre all'arte ed alla letteratura, alle filosofie orientali ed
all'alchimia. La sua ricerca si colloca dunque in una zona di confine, dove
lo studio della psiche si incontra con la ricerca etnografica e antropologica.
Nei suoi primi studi, Jung si è occupato delle psicosi ed in particolare della
dementia praecox, termine con cui si individuava ciò che oggi si chiama
schizofrenia (Psicologia della dementia praecox è il titolo di una delle
prime opere di Jung, del 1907). Al centro della riflessione in questa fase è il
concetto di complesso. Jung aveva notato che, chiedendo ai pazienti di
rispondere ad una parola-stimolo, si verificavano a volte delle pause
eccessive, mentre altre volte il paziente rispondeva con grande
precipitazione. I tempi di reazione troppo brevi o troppo dilatati erano
indice, per Jung, dell'esistenza di una precisa realtà psichica: il complesso.
I contenuti della vita psichica sono organizzati in unità minime, che
assomigliano alle molecole di un corpo e che possiedono una particolare
Antonio Vigilante 6

tonalità affettiva. Jung fa l'esempio dell'incontro con un vecchio amico, che


in passato mi ha causato una situazione spiacevole. La percezione
sensoriale (l'immagine dell'amico) e le componenti intellettuali (il mio
giudizio sull'amico, i ricordi eccetera) si uniscono saldamente con i
sentimenti che provo per quell'amico, in modo tale che si può affermare
che il complesso ha una sua “tonalità affettiva”1.
Il metodo dei tempi di reazione fu adoperato in qualche caso da Jung come
una sorta di test della verità. Si sospettava che un ragazzo di diciotto anni
avesse compiuto dei furti nella casa del suo protettore. Per verificare la
fondatezza del sospetto, Jung sottopose il giovane ad un test
dell'associazione, sottoponendogli una lista di parole alle quali gli si
chiedeva di rispondere con la prima parola che gli venisse in mente.
Trentasette di queste parole erano state scelte strategicamente per evocare
la situazione del furto, e furono proprio queste parole a tradire il giovane,
che rispose ad esse con un tempo di reazione decisamente maggiore, in
qualche tempo inceppandosi anche nella risposta. Alla fine, quando gli si
rivelò lo scopo del test ed il suo risultato, il giovane confessò in lacrime il
suo furto. Le parole scelte da Jung, e mimetizzate tra le altre, erano riuscite
a portare alla luce il complesso legato al furto.2
I complessi sono autonomi rispetto alla coscienza, possono spingersi fino
ad assumere una identità propria, a presentarsi come un Io distinto. La
coscienza stessa, del resto, è un complesso, una massa di rappresentazioni
unite dalla tonalità affettiva data dal proprio corpo. In altri termini, l'Io
esprime psicologicamente l'insieme di tutte le sensazioni legate al corpo.
Rispetto al complesso dominante dell'Io, i complessi risultano inconsci; la
patologia psichica nasce dal loro conflitto inconscio, e pertanto va
affrontata individuando analiticamente i complessi che ne sono la causa e
procedendo quindi ad istituire tra essi un legame.

La libido

Jung comprende fin dall'inizio l'importanza degli Studi sull'isteria e


soprattutto della Interpretazione dei sogni, difendendo l'opera freudiana
dalle critiche e dal vero e proprio scherno con cui fu accolta da parti
consistenti della scienza ufficiale dell'epoca. Con Freud, Jung condivide la
distanza dalla psicologia sperimentale, con il suo procedimento analitico
che lascia inesplorate le grandi realtà della psiche umana. Scrive Jung:
“Chi vuol conoscere la psiche umana apprenderà ben poco dalla psicologia
1 C. G. Jung, Psicologia della dementia praecox (1907), in C. G. Jung, Opere, Bollati
Boringhieri, Torino 1965, vol. 3, pp. 117 segg.
2 C. G. Jung, La diagnosi psicologica del dato di fatto (1905), in C. G. Jung, Elementi
di psicologia, a cura di A. Carotenuto, Newton Compton, Roma 1995, pp. 51 segg.
7 Muntu / Oltre Freud

sperimentale. È meglio che appenda al chiodo la toga dello studioso, dica


addio al suo gabinetto di consultazione e vada per il mondo, con cuore
umano, a vedere con i propri occhi gli orrori delle carceri, dei manicomi e
degli ospizi, le sordide bettole di periferia, le Borse, i convegni dei
socialisti, le chiese, i revival e le estasi delle sette, per sperimentare di
persona amore e odio, la passione in tutte le sue forme. Ritornerà molto
più informato, saprà molto di più di quanto gli insegnerebbero poderosi
tomi alti un palmo e potrà essere per i suoi pazienti un vero psicologo.”3 È
stato Freud, il “geniale medico viennese”, ad inaugurare questa nuova
psicologia, che non se ne sta nel chiuso di un laboratorio, ma investiga il
mondo umano nella sua complessità. Jung non condivide, tuttavia, la
centralità che nella riflessione freudiana assume il sesso. Già nella
Psicologia della dementia praecox, Jung considera il complesso sessuale
come uno dei tanti complessi che sono all'origine dei nostri disturbi
mentali, negando ad esso quella valenza generale ed originaria che ha in
Freud. Sarà questa differenza di interpretazione che porterà alla rottura tra
Freud e Jung, con la pubblicazione di un'importante opera di quest'ultimo,
La libido, simboli e trasformazione (1914).
Freud aveva riconosciuto, nei Tre saggi sulla sessualità, che la libido può
spostarsi, investendo di carica sessuale degli oggetto che non ne hanno
alcuna (lo stesso bacio era per Freud un esempio di questo fenomeno, dal
momento che la bocca non è legata all'apparato riproduttivo). Prendendo
in considerazione la demenza precoce, Jung è indotto ad ampliare la
dottrina freudiana della libido. Infatti i malati di demenza precoce non
mostrano più alcun interesse per la realtà, non sono più in grado di
adattarsi all'ambiente. In questi pazienti vengono a mancare forze
pulsionali che non possono essere ricondotte alla sessualità, perché se così
fosse chiunque manifesti una introversione della libido (come avviene delle
nevrosi: “per esempio, una donna frigida che non riesce a trasferire
sull'uomo la libido sessuale a causa di una specifica rimozione sessuale,
conserva desta dentro di sé l'imago dei genitori e manifesta dei sintomi che
si ricollegano all'ambiente della sua infanzia”)4 dovrebbe sperimentare una
perdita di senso della realtà paragonabile a quella dei malati di demenza
precoce. Così invece non avviene.
Occorre dunque, per Jung, allargare il concetto di libido, fino a farla
coincidere con la volontà in generale (e Jung nomina esplicitamente la
volontà di Schopenhauer). La libido è una pulsione di vita, una forza che
cerca la sussistenza dell'individuo e la diffusione della specie. Nella prima

3 C. G. Jung, Nuove vie della psicologia (1912-1914), in Elementi di psicologia, cit., p.


136.
4 C. G. Jung, La libido, simboli e trasformazioni (1912), Newton Compton, Roma 2003
(seconda edizione), p. 120, nota.
Antonio Vigilante 8

infanzia, la libido è una pulsione che spinge alla


nutrizione ed alla crescita corporea; solo in un
secondo tempo essa diventa una vera pulsione
sessuale. Vi è tuttavia una evoluzione ulteriore,
che porta la libido a concentrarsi sulla
protezione della prole. La libido primaria viene
progressivamente desessualizzata e applicata in
campi diversi dalla riproduzione. Il simbolo
gioca un ruolo fondamentale in questo
processo. Un oggetto sessuale viene
trasformato in una immagine fantastica, in un
simbolo (ad esempio, una spada). Il simbolo
consente così una sorta di spiritualizzazione
della libido. Consideriamo l'incesto. La
realizzazione di un desiderio incestuoso è Jung
naturalmente resa impossibile (o pericolosa)
dal divieto sociale. Tuttavia essa può realizzarsi in qualche modo
attraverso il simbolo. La madre viene trasformata fantasticamente in
qualcosa d'altro, e la fecondazione avviene informa rituale, senza alcuna
conseguenza sociale. Il desiderio incestuoso in questo modo diventa
simbolico, si spiritualizza. Qualcosa di simile avviene, per Jung, nel
Vangelo, lì dove Nicodemo chiede a Gesù come può un uomo già vecchio
rinascere, dal momento che non è possibile tornare nel ventre della madre
(incesto), e Gesù gli risponde che la rinascita avverrà nell'acqua e nello
Spirito Santo (Giovanni, 3, 4 segg.). L'acqua e lo Spirito rappresentano i
simboli che operano la trasformazione della libido. Il desiderio incestuoso
viene spiritualizzato grazie al simbolo del battesimo. “In tal modo – scrive
Jung – l'uomo ridiventa bambino e rinasce entro una cerchia di fratelli e
sorelle, ma sua madre è la 'comunione dei santi', la Chiesa, e la cerchia dei
suoi fratelli e sorelle è l'umanità, con la quale è di nuovo unito nella
comune eredità di antichissimi simboli.” 5 Questa considerazione del
messaggio del Cristo non comporta, come si potrebbe credere, una
svalutazione del cristianesimo. Per Jung, il cristianesimo ha svolto il
compito storico di spiritualizzare la libido; se lo si abbandonasse,
“potrebbe pesare sull'umanità un'ebbrezza di depravazione”6 ed
andrebbero perduti tutti i progressi della libido, compiuti attraverso il
simbolo e il mito. Ciò non impedisce a Jung di considerare auspicabile il
passaggio dalla credenza alla comprensione, vale a dire ad una libido
spiritualizzata senza alcun ricorso al simbolismo religioso. Si entrerebbe in

5 Ivi, p. 206.
6 Ivi, p. 209.
9 Muntu / Oltre Freud

questo modo nell'epoca “dell'autonomia morale, della completa libertà”,7


attraverso la possibilità di comprensione che la psicoanalisi offre.

L'inconscio collettivo e gli archetipi

Non soltanto la concezione della libido subisce un allargamento nella


teoria di Jung. Scavando nei miti e nei sogni, nelle fiabe e nelle
rappresentazioni religiose, nei simboli degli alchimisti ed in quelli magici,
Jung scopre una cosa singolare: esistono alcune immagini che sono
universali, che si ritrovano in contesti lontani nello spazio e nel tempo. Chi
abbia una conoscenza anche solo superficiale dei testi sacri delle religioni,
può ad esempio verificare la presenza del simbolo dell'albero sia nella
Genesi (l'albero della vita e l'albero del bene e del male), nella
Bhavagadgita indiana (l'albero Asvattha) e nella mitologia nordica
(l'albero cosmico Yggdrasil). Ma Jung scopre anche simboli meno comuni,
la cui ricorrenza non può essere casuale. Un suo paziente malato di
schizofrenia, ad esempio, aveva la visione di un sole dotato di fallo che
oscillando provocava il vento. Jung si sorprese non poco quando scoprì che
un simbolo simile, legato anch'esso alla origine del vento, si trovava nella
antica religione del dio Mitra8. Il paziente non avrebbe potuto trarre la
propria allucinazione dal mito religioso, poiché il papiro che informava
della presenza di questo simbolo nella religione mitraica era stato
pubblicato solo di recente e di certo il paziente non ne era a conoscenza.
C'era dunque una sola spiegazione: il simbolo del sole con il fallo è un
simbolo che si trova dentro di noi, in ognuno, e che emerge tanto nelle
visioni degli schizofrenici quanto nei miti e nelle liturgie religiosi.
Queste immagini universali sono ciò che Jung chiama archetipi. Dove si
trovano questi archetipi? Nell'inconscio, evidentemente, poiché non sono
immediatamente accessibili alla coscienza, cui si presentano solo
attraverso le immagini. Tuttavia questo inconscio non può essere quello
personale, dal momento che si tratta di immagini universali, che
prescindono dall'esperienza dei singoli. Si tratterà dunque di un inconscio
impersonale, collettivo, che tutti gli uomini hanno in comune. Al di sotto
delle differenze di cultura, di lingua, di religione, al di là delle varietà
individuali, esiste un fondo inconscio comune, che si presenta alla
coscienza dei singoli e dei popoli attraverso immagini che è possibile
confrontare ed interpretare. Da dove venga questo inconscio collettivo è un
problema cui Jung non ha dato una risposta chiara. Esso potrebbe

7 Ivi, p.212.
8 Ivi, p. 87.
Antonio Vigilante 10

rappresentare, da un lato, il sedimentarsi delle esperienze fatte dall'uomo


nel corso dei millenni, la memoria inconscia del cammino e
dell'apprendimento della specie umana; dall'altro, potrebbe essere la
traccia lasciata in noi da una sorta di anima collettiva, una concezione che
appartiene anch'essa al mito più che alla scienza. Quel che è certo, per
Jung, è che gli archetipi esistono, e la loro analisi e comprensione è
fondamentale per la crescita individuale.

L'individuazione

La complessità dell'essere umano per Jung non si riduce alle due


dimensioni della coscienza e dell'inconscio. Nell'ottica junghiana, quello
della personalità è un teatro sul cui palcoscenico compaiono molti attori.
La Persona, in primo luogo. La parola persona in latino indica, appunto, la
maschera che gli attori portavano sul palcoscenico e che caratterizzava il
personaggio. Persona è, appunto, la maschera che indossiamo
quotidianamente, il lato della nostra personalità che mostriamo agli altri,
tutto ciò che noi siamo in relazione ai diversi ambienti in cui ci troviamo a
vivere. La Persona rappresenta, in altri termini, il nostro lato esteriore. Il
nostro lato interiore, intimo, sentimentale invece è rappresentato
dall'Anima. In un uomo, l'Anima è anche il lato femminile. Per Jung,
infatti, non esiste nulla che sia puro, privo dei segni del suo contrario, e ciò
vale anche per la personalità. Un uomo porta in sé qualcosa di femminile,
così come la donna ha in sé un lato maschile. Il simbolo cinese, ben noto,
dello yin e dello yang (che rappresenta un cerchio diviso in una parte
bianca e una nera, ma con un punto bianco nella parte nera e uno nero
nella parte bianca) rappresenta alla perfezione questa complementarità di
maschile e femminile. E se il femminile nell'uomo è l'Anima, il maschile
nella donna è l'Animus. L'Anima porta l'uomo a quelle idealizzazioni della
figura femminile che sono così frequenti non solo nella letteratura e nei
miti e nelle leggende, ma anche nella vita quotidiana. L'uomo privo di un
rapporto corretto con la propria Anima proietta sulla donna una immagine
che in realtà é interiore, esponendosi a delusioni facilmente immaginabili.
La donna è spinta dal suo lato maschile, l'Animus, verso la figura dell'eroe,
così frequente nei suoi sogni e nel suo immaginario. Nella vita quotidiana,
può essere alla base della scelta di un uomo molto più anziano o che, per il
ruolo sociale, si ritiene dotato di qualche prestigio particolare. Anche in
questo caso un rapporto poco sereno con l'Animus può causare non pochi
problemi.
Un attore inquietante che compare sul palcoscenico della personalità – e
che, a dire il vero, si vorrebbe lasciare dietro le quinte – è l'Ombra. Essa
rappresenta il lato negativo della nostra personalità, il nostro Mr Hyde,
11 Muntu / Oltre Freud

quell'insieme di tendenze, di inclinazioni, di desideri che ci


spaventerebbero se ne divenissimo coscienti. Ognuno, volendo, può
rendersi conto di questi aspetti della sua personalità. L'atteggiamento più
saggio non è il rifiuto, che comporta il rischio di far vivere all'Ombra una
vita autonoma, ma l'integrazione dell'Ombra nel resto della personalità,
come un attore poco piacevole ma il cui ruolo è indispensabile per la buona
riuscita della rappresentazione.
L'Io, l'attore che rappresenta la nostra
coscienza, non è dunque che un attore tra
gli altri. In altri termini, noi non siamo
solo la nostra coscienza. Siamo una
molteplicità di elementi, spesso in
conflitto tra di loro, ma che è anche
possibile armonizzare ed equilibrare,
proprio come gli attori su un palcoscenico
possono essere guidati da un regista. Il Sé
(Selbst in tedesco) rappresenta questa
armonia raggiunta tra i diversi attori della
nostra personalità. Non è un elemento
psichico come gli altri, ma rappresenta
Un mandala una meta, qualcosa che l'uomo deve
sforzarsi di raggiungere durante tutta la sua vita. Il processo con il quale
l'uomo realizza il Sé, trovando un equilibrio tra tutti gli elementi della sua
personalità, è ciò che Jung chiama individuazione. Alla nascita, noi non
abbiamo una personalità sicura, siamo parte del nostro ambiente. Lo
sviluppo consiste in una progressiva affermazione della propria singolarità,
che passa attraverso alcune tappe universali. In particolare, tra i trenta e i
trentacinque anni avviene per Jung una svolta, con la quale si passa nella
seconda età della vita e si affrontano problemi fino ad allora sconosciuti.
Una persona sana affronta il passare del tempo con serenità ed equilibrio,
integrando quegli aspetti negativi che sono rappresentati dall'Ombra e,
soprattutto, accettando la morte. Con la vecchiaia, l'uomo si volge verso la
realtà interiore e conquista il suo inconscio, attingendo una profondità che
è sconosciuta a tutte le altre età della vita. Quando ciò accade, una
esistenza esprime una compiutezza che fa pensare ad una figura
geometrica che al tempo stesso ha un profondo significato religioso: il
mandala. I mandala sono figure artistiche che appartengono a diverse
culture, ed in particolare a quella buddhista tibetana, e vengono usate
come supporto per la meditazione. Rappresentano un cerchio al cui
interno sono inscritti un quadrato e diverse figure. La circonferenza
rappresenta il Sé, che armonizza e chiude gli elementi della personalità in
una unità pacificata e pronta ad affrontare il proprio destino.
Antonio Vigilante 12

La Psicologia Individuale
Alfred Adler è stato seguace e discepolo di
Freud fin dal 1902, ma ben presto la sua
ricerca lo ha portato lontano dalle tesi del
fondatore della psicoanalisi, che pure lo aveva
nominato presidente della Società di
Psicoanalisi (che Adler abbandona nel 1911,
per dar vita alla Società di Psicologia
Individuale). In ultima analisi, le differenze
teoriche tra Freud ed Adler sono riconducibili
a differenze legate all’esperienza, al carattere,
alla visione politica. Se Freud è politicamente
prudente, poco disposto a sbilanciarsi ed a
Adler farsi entusiasmare da progetti politici, Adler si
interessa ai problemi sociali, alla criminalità, alla condizione della donna,
all’educazione, con un ottica progressista e con posizioni piuttosto
innovative sul piano sociale. Adler, inoltre, ha alle spalle una infanzia
difficile, segnata dalle sofferenze fisiche e dai problemi di salute, cui spesso
si lega a livello psicologico un disagio nei rapporti interpersonali ed un
senso di inferiorità. Questa esperienza è centrale nella riflessione di Adler.
Proprio partendo dal fenomeno dello stato di inferiorità organica giunge ad
elaborare la sua originale teoria psicologica, che chiamerà Psicologia
Individuale. I bambini con organi poco o male sviluppati, inferiori a quelli
dei loro coetanei, hanno nei confronti della vita un atteggiamento
particolare, caratterizzato dalla attenzione quasi esclusiva alla propria
persona e dalla preoccupazione di raggiungere, lottando con gli altri, una
posizione di superiorità. Questo senso di inferiorità non è però tipico
soltanto di chi vive una condizione di inferiorità organica. In misura
diversa, tutti noi sperimentiamo il senso di inferiorità e siamo impegnati in
una lotta per la superiorità, che in fin dei conti è il tentativo di diventare
Dèi di cui parlano diversi miti. Ma l’uomo, nota Adler, può diventare un
essere superiore ad una sola condizione: quella di essere utile a tutti gli
altri uomini, di risolvere i problemi di tutti. Ecco dunque ben chiaro lo
scopo della vita: passare dalla competizione, dall’egoismo, dallo sfrenato
tentativo di prevalere sul prossimo, alla cooperazione, alla capacità di
lavorare con altri, alla vita collettiva. Cecilio aveva scritto che “homo
homini deus, si suum officium sciat”, l’uomo è un Dio per l’altro uomo, se
conosce il suo dovere. Per Adler questo dovere è la cooperazione.
Gli uomini si trovano per Adler ad affrontare tre problemi principali. Il
13 Muntu / Oltre Freud

primo è quello di adattarsi all’ambiente traendone le risorse necessarie


per la sopravvivenza e rendendo possibile la vita futura dell’umanità. Il
secondo problema è quello della società. L’uomo è un essere sociale, non
può vivere separato dagli altri a causa della sua debolezza; tuttavia, i nostri
sentimenti e le nostre aspirazioni non sempre sono in accordo con questa
necessità. Il terzo problema è quello della relazione tra i sessi. L’umanità è
distinta in due sessi, che si uniscono attraverso l’amore istituzionalmente
sancito dal matrimonio. La risposta a questi tre problemi è una sola:
bisogna sviluppare il senso della cooperazione, imparando a vivere non
contro gli altri, in un assurdo tentativo di prevalere, ma insieme a loro.
Sono interessanti e fortemente anticipatrici le osservazioni di Adler sul
rapporto tra i sessi. Il matrimonio è una forma di cooperazione. Nessuna
cooperazione tuttavia è davvero possibile se i due partner non sono sullo
stesso piano. «Nelle nostre attuali condizioni – scrive Adler – molti
uomini, e anche molte donne, sono convinti che il ruolo dell’uomo è quello
di dominare e di dettar legge, di essere il partner più importante, e di
essere il padrone. È per questa ragione che abbiamo tanti matrimoni
infelici: nessuno può sopportare una posizione di inferiorità senza provare
ira e ripugnanza.»9 Adler considera quindi pericoloso il pregiudizio della
inferiorità femminile, che rende tesi i rapporti tra i sessi ed ha conseguenze
negative anche sulla educazione dei figli, poiché una madre percepita come
debole ha scarsa efficacia educativa, pur essendo affidata a lei la cura dei
bambini.
Fin dall’inizio dalle sua vita ed entro i cinque anni di età, ogni individuo
elabora un particolare stile di vita (espressione coniata da Adler e poi
entrata nel linguaggio comune), scegliendo una strategia per superare il
senso di inferiorità che comporti la cooperazione con gli altri o, al
contrario, il conflitto e l’aggressività. Di qui le diversità caratteriali tra gli
individui, ma anche le nevrosi, che non sono altro che tentativi di superare
il senso di inferiorità senza agire sulle situazioni reali. Un indice
importante dello stile di vita adottato dall’individuo sono i suoi primi
ricordi. Essi per Adler non sono casuali. Noi ricordiamo, delle tante cose
che ci sono accadute nella nostra infanzia, solo quelle degne di cominciare
la storia della nostra vita, che noi raccontiamo costantemente a noi stessi,
riconducendo la nostra vita sotto il segno della sfida, o della sofferenza, o
della sconfitta.
I sogni ricevono da Adler una interpretazione piuttosto lontana da quella
freudiana. Il limite principale della teoria freudiana sul sogno è, per Adler,
il fatto che essa presuppone una cesura netta tra l’attività onirica e quella
svolta dalla mente durante il giorno: la prima è espressione dell’inconscio,
9 A. Adler, Cosa la vita dovrebbe significare per voi [1931], Newton Compton, Roma
1994, p. 210.
Antonio Vigilante 14

la seconda della coscienza. Inoltre Freud riconduce i sogni alla sessualità,


mentre questa per Adler è solo uno degli aspetti della personalità.
Soprattutto, Freud per Adler non è in grado di rispondere alla domanda sul
senso dell’attività onirica. Per Freud essa è l’appagamento di desideri
repressi. Tuttavia, nota Adler, noi dimentichiamo i sogni. In che cosa
consiste allora l’appagamento? In realtà, mentre sogniamo siamo
impegnati nella stessa attività che ci impegna durante la giornata, e questa
attività è il tentativo di superare il sentimento di inferiorità. Ognuno, come
abbiamo visto, elabora una strategia consistente in uno stile di vita. Di
fronte a problemi nuovi, sorge la necessità di accordarli con il nostro stile
di vita. Il sogno è esattamente ciò che consente questo accordo. La notte
prima di sostenere un esame, uno studente può sognare di trovarsi davanti
ad un abisso o, al contrario, di essere su una montagna10. Il primo sogno è
espressione di uno stile di vita rinunciatario, mentre il secondo prepara ad
affrontare la prova con fiducia. Entrambi i sogni raggiungono uno scopo: al
mattino il primo studente si sentirà incapace di affrontare l’esame, che
eviterà, mentre il secondo di sveglierà fresco e pronto alla prova. È chiaro
che, se vengono dimenticati, i sogni non scompaiono però del tutto. Essi
suscitano dei sentimenti che restano durante il giorno, anche se non si sa
bene da dove nascono. Questo è in fondo, per Adler, il motivo per cui
dimentichiamo i sogni. I sogni ci ingannano, ci forniscono le motivazioni
ed i sentimenti necessari per affrontare la vita in accordo con il nostro stile
di vita, e poi scompaiono per sottrarsi alla critica della coscienza.
La Psicologia Individuale vuole aiutare gli individui ad accettare il proprio
destino di esseri comunitari, che possono essere felici e vivere una vita
piena sono se accettano di coesistere e di cooperare. Essa condivide il
giudizio severo di Freud sulla religione (per Adler gli uomini religiosi “nei
rapporti con Lui [con Dio] si occupano solo di se stessi, come se
considerassero la divinità alle loro dipendenza”)11, ma trova anche
significativi punti di contatto con il marxismo.

Wilhelm Reich
Ma l'allievo di Freud che maggiormente ha approfondito i punti di contatto
tra la psicoanalisi ed il marxismo è stato Wilhelm Reich. Non solo. Reich è
stato anche colui che ha inteso valorizzare e sviluppare le teorie freudiane
sulla sessualità, quelle teorie che fin dall'inizio sono state motivo di
imbarazzo ed oggetto di critiche da parte degli stessi collaboratori ed allievi

10Cfr. ivi, p. 95.


11A. Adler, La conoscenza dell’uomo nella psicologia individuale, Newton Compton,
Roma 1994, p. 200.
15 Muntu / Oltre Freud

di Freud, oltre a suscitargli il disprezzo e la calunnia dei critici. Questa


circostanza non è estranea alle vicissitudini di Reich, che è la figura più
tragica della storia della psicoanalisi. Se Freud univa alla spregiudicatezza
della sua analisi della sessualità umana una concezione tutto sommato
tradizionale e conservatrice della morale sessuale – sì che le accuse di
depravazione si scontravano con una condotta sessuale irreprensibile
anche secondo i rigidi canoni dell'epoca – Reich si fece invece promotore di
un movimento di liberazione sessuale, destinato a suscitare una
opposizione che andrà ben al di là della calunnia, e che susciterà la presa di
distanza dello stesso Freud.
Reich rigetta due concezioni fondamentali del
pensiero di Freud: quella dell'istinto di morte e
quella del principio di realtà. La prima
concezione postula l'esistenza nell'uomo di un
istinto che lo spinge alla distruzione, alla
violenza ed alla morte. Per Reich, si tratta di una
concezione metafisica, che conduce la
psicoanalisi verso una deriva idealistica.
L'aggressività è un fatto umano inevitabile, ma
essa va intesa materialisticamente come una
conseguenza del mancato soddisfacimento delle
Reich pulsioni sessuali. Per Reich, questo mancato
soddisfacimento si ripercuote sul sistema
motorio e muscolare, trovando sfogo sotto forma di azioni distruttive,
quando non genera angoscia e nevrosi. Esiste un legame tra il sadismo e la
frustrazione sessuale. Una società che rimuove e reprime la sessualità è per
Reich inevitabilmente condannata alla violenza, oltre che alla nevrosi.
Questa è esattamente la situazione della società occidentale, caratterizzata
dal matrimonio monogamico e da una diffusa repressione sessuale. A
differenza di altre culture, nelle quali l'atto sessuale viene vissuto senza
sensi di colpa, nella nostra v'è per Reich una diffusa incapacità di
abbandonarsi completamente al piacere sessuale, che genera una forma di
impotenza che definisce orgastica: l'atto sessuale viene regolarmente
consumato, ma senza la capacità di sperimentarne tutta la ricchezza
emozionale, vivendolo come una esperienza meramente meccanica.
Quanto al principio di realtà, Reich osserva che esso richiede l'adattamento
non ad una realtà astratta, ma alla realtà storico-economica di cui facciamo
parte. In base al principio di realtà, possiamo soddisfare solo i bisogni e gli
istinti socialmente accettabili. Ma chi decide quali sono questi bisogni? La
classe borghese, coloro che hanno in mano le redini della società. Il
principio di realtà ha pertanto un carattere ideologico e conservatore,
giustifica lo stato attuale della società considerando una necessità
Antonio Vigilante 16

psicologica la sottomissione agli imperativi ed ai divieti sociali imposti


dalla classe borghese. La psicoanalisi che incontra il marxismo deve invece,
per Reich, cercare una nuova realtà, nella quale le pesanti limitazioni poste
all'individuo dalla società capitalistica siano superate; lo stesso
matrimonio monogamico con la sua morale sessuale restrittiva dovrà
essere ripensato, come tutte le strutture borghesi.
Ha torto dunque Freud a credere che la società comporti necessariamente
la repressione degli istinti. Questa è per Reich la caretteristica della società
capitalistica occidentale. Altre culture – Reich cita gli abitanti delle isole
Trobriand studiati da Malinowski – vivono in modo più libero e più felice.
Da queste culture, considerate elementari e « primitive », bisogna invece
apprendere la via per liberare gli istinti realizzando una società meno
violenta e infelice.
In quella che è probabilmente la sua opera migliore, Psicologia di massa
del fascismo (1933), Reich si chiede come mai le masse operaie tedesche,
che si erano notevolmente impoverite nella crisi del '29-'32, e che
avrebbero dovuto dunque ribellarsi al sistema socio-economico, abbiano
invece appoggiamo e favorito l'ascesa del fascismo, vale a dire di una
ideologia conservatrice e reazionaria. Reich risponde distinguendo la
struttura psicologica di un individuo dalla sua posizione sociale. In base
alla loro posizione sociale, gli operai avrebbero dovuto senz'altro essere dei
rivoluzionari; ma la loro struttura psicologica, il loro modo di pensare, il
loro carattere, era stato modellato da una società autoritaria. La società
modella degli individui docili ed obbedienti, anche contro i loro stessi
interessi economici. Per farlo, utilizza la repressione sessuale, che trova qui
la sua ragione più profonda. Reprimendo la sessualità fin dalla prima
infanzia, si rende l'individuo obbediente e timoroso, gli si toglie la curiosità
che è alla base del pensiero critico e gli si instilla un senso di colpa che
frenerà ogni suo tentativo di ribellione. Per Reich il fascismo è « la
ribellione di una società malata mortalmente sia sul piano sessuale che
economico contro le dolorose ma decise tendenze del pensiero
rivoluzionario verso la libertà sessuale ed economica, una libertà al solo
pensiero della quale l'uomo reazionario viene assalito da una paura
mortale »12.
Queste idee valsero a Reich un isolamento presso che totale: esse erano
particolarmente imbarazzanti, in un momento in cui i dirigenti del
movimento psicoanalitico cercavano di mostrare « al fascismo e alle forze
reazionarie la propria 'buona volontà di collaborazione' »13. Qualche tempo
dopo fu espulso anche dal Partito Comunista, cui le sue idee sulla
sessualità sembravano controrivoluzionarie. Con l'ascesa al potere di
12 W. Reich, Psicologia di massa del fascismo, tr. it., Einaudi, Torino 2002, p. 65.
13 L. De Marchi, Vita ed opere di Wilhelm Reich, SugarCo, Milano 1981, vol. I, p. 225.
17 Muntu / Oltre Freud

Hitler, a Reich non rimase che riparare all'estero, prima in diversi paesi
europei e poi in America. Comincia così una seconda fase, molto
controversa, del pensiero di Reich, nella quale la ricerca psicoanalitica si
amplia in una teoria generale riguardante il funzionamento della vita.
Studiando la sessualità, Reich aveva concluso che i problemi psichici sono
conseguenza di uno sfogo imperfetto dell'energia sessuale. Una funzione
sessuale regolare, fondamentale per la salute generale, segue una dinamica
di tensione-carica-scarica-distensione. Ma questa dinamica per Reich non
è caratteristica solo dell'orgasmo, è la legge che regola tutti i fenomeni e
processi vitali, dalla divisione delle cellule al funzionamento degli organi.
Esiste per Reich una energia particolare, che chiama orgone, che si trova
tanto nell'uomo quanto nell'universo, che presiede alla formazione della
vita, delle galassie, degli uragani eccetera, e la cui corretta circolazione
nell'organismo è condizione essenziale per mantenersi in salute. Reich si
avvicina, con questa teoria, ad alcune concezioni proprie della cultura
orientale – il chi ed il prana - , ma si muove ai margini della scienza
ufficiale, suscitando ben presto il sospetto delle autorità, che giungeranno
ad imprigionarlo. E in carcere, nel 1957, Reich terminerà la propria
esistenza di geniale eretico della psicoanalisi.

Psicoanalisi e marxismo: Fromm


Maggiore fortuna ha incontrato il tentativo di ripensare la psicoanalisi alla
luce del marxismo (e al tempo stesso il marxismo alla luce della
psicoanalisi) operato dalla Scuola di Francoforte. Con queste espressione si
indicano i pensatori legati all'Institut für Sozialforschung (Istituto per la
ricerca sociale), creato nel 1923 a Francoforte e di cui assunse la direzione
nel 1931 il filosofo Max Horkheim.
Il programma di ricerca della Scuola, precisato dallo stesso Horkheimer,
prevede una analisi della società priva di qualsiasi settorialità, una teoria
critica della società che unisca ricerca empirica e riflessione filosofica.
Compito della teoria critica è quello di mostrare le contraddizioni della
società capitalistica. Gli strumenti per farlo sono, oltre al marxismo (letto
come una forma di umanesimo), il pensiero di Hegel, che conta per la
scoperta della dialettica, e quello di Freud, liberato dalla accusa di essere
una espressione della decadenza della classe borghese e di avere un
carattere irrimediabilmente reazionario. Come già aveva intuito Reich, la
psicoanalisi è preziosa per smascherare l'azione repressiva della società
borghese sull'individuo, ma solo a condizione che sia essa stessa
smascherata, criticata e liberata da ciò che in essa giustifica ed asseconda la
repressione sociale. La psicoanalisi, osserva Erich Fromm, intende
cambiare le condizioni dell'uomo, ma si limita alle semplici pulsioni
Antonio Vigilante 18

sessuali, tralasciando la realtà sociale e politica. “Nei


confronti delle diverse realtà dell'esistenza
dell'individuo e dei fenomeni sociali inconsci, la
maggior parte degli psicoanalisti – e Freud tra questi
– erano e sono non meno ciechi di altri studiosi
appartenenti alla loro stessa classe sociale”, scrive
Fromm14. Freud è un borghese, così come sono
borghesi i maggiori rappresentanti della psicoanalisi.
Questo impedisce loro di osservare la società da un
punto di vista critico e di comprendere le cause
sociali dei nostri disturbi individuali. Un individuo
sano per Freud e la psicoanalisi è in grado di Fromm
“lavorare e godere”. Questa concezione di salute
psichica contiene, in realtà, un preciso ideale umano, che corrisponde
esattamente all'ideale borghese e capitalistico di un uomo che dedica la
propria esistenza al lavoro cercando di raggiungere prestigio sociale e
benessere economico, trovando in ciò il proprio godimento. Questo
godimento non è la felicità che ognuno ha il diritto di cercare anche
andando contro la società e le sue richieste, ma è la legittima soddisfazione
che prova chi ha compiuto i suoi obblighi e doveri sociali. Dal momento
che questo ideale viene presentato come la condizione dell'uomo sano, ogni
altra scelta rappresenta per Freud non tanto un errore morale e sociale,
quanto un disturbo, una nevrosi. «Se dunque, per esempio, – scrive
Fromm - una persona decide di aderire a un qualsiasi partito di tendenze
radicali, nel far ciò egli rivela di non aver ancora superato il suo odio nei
confronti del padre avente origine dal suo complesso edipico; oppure se un
individuo si sposa in maniera non confacente alla norma borghese per
differenza di età o di ceto sociale con il proprio partner, o se ancora, in
relazione al proprio lavoro e alla propria carriera, non si comporta in
maniera corrispondente ai modelli sociali convenzionali e persino se prova
a contraddire la teoria freudiana, in tutti questi casi egli non fa che
dimostrare di avere dei complessi non risolti e manifesta 'resistenze' se
cerca di opporsi a questa diagnosi dell'analista.»14 Questo atteggiamento
per Fromm non è soltanto reazionario dal punto di vista sociale e politico;
esso rende anche meno efficace l'analisi. Un paziente ha bisogno, per
aprirsi interamente al proprio analista, di sentirsi da lui accettato, di
avvertire che la sua esigenza di felicità viene compresa a fondo, quale che
sia la direzione che essa prende. Ma uno psicoanalista che consideri come

14 E. Fromm, L' « altra » concezione della psicoanalisi (1952 e 1962), in Scritti su


Freud, Mondadori, Milano 1991, p. 115.
14 E. Fromm, Lo spirito borghese-capitalistico della terapia psicoanalitica di Freud
(1935), ivi, pp. 141-142.
19 Muntu / Oltre Freud

nevrosi qualsiasi deviazione dall'ideale individuale borghese e capitalistico


non può realmente comprendere una ricerca della felicità al di fuori del suo
modello e dei suoi tabù. Un tale analista non può avere per molti dei suoi
pazienti altro che un atteggiamento di tolleranza, che non è comprensione
o accettazione, e ciò verrà percepito dai pazienti, facendo fallire l'analisi o
protraendola all'infinito.
Fromm intende quindi attuare una revisione della psicoanalisi,
superandone gli aspetti autoritari e borghesi e dandole un orientamento
progressista. La stessa concezione freudiana dell'inconscio va rivista. Per
Freud l'inconscio è individuale. Jung, come abbiamo visto, sostiene
l'esistenza di un inconscio collettivo, comune a tutti gli uomini. Fromm
parla di inconscio sociale. Ciò che la nostra coscienza non accetta, e
pertanto rimuove, è ciò che è in contrasto con i valori condivisi della
società di cui facciamo parte. Esistono dunque delle pulsioni che un'intera
società rimuove, e che vanno a costituire il suo inconscio. L'individuo
rimuove ciò che è già stato rimosso dalla società. Ma perché lo fa? Perché si
adegua? Per Freud, all'origine c'è la paura di essere castrato che il bambino
vive nel complesso di Edipo. Come abbiamo già visto nel percorso su
Freud, Fromm non considera valida l'interpretazione freudiana del caso
del piccolo Hans, che lo ha portato alla elaborazione del complesso di
Edipo. A spingere l'individuo ad adattarsi alle richieste sociali è, invece, la
paura dell'isolamento. Questa paura è per Fromm qualcosa di molto forte,
addirittura più forte della sessualità e della voglia di vivere. Questo
dovrebbe condurre alla conclusione pessimistica che un individuo può
accettare qualsiasi degradazione o crudeltà, qualsiasi negazione della
propria umanità, se ciò è indispensabile per essere accettato dalla propria
società. Le cose in realtà non stanno così. L'uomo fa parte della propria
società, ma è anche un membro dell'umanità. Se avverte il bisogno di
essere accettato, ha anche un altro bisogno: quello di essere un uomo. In
una società in cui, per assurdo, fossero vietate la moralità, l'arte, la
bellezza, l'amore, tutto ciò che l'uomo ha di positivo, tutte queste cose
finirebbero nell'inconscio. L'inconscio non è più, dunque, il ricettacolo di
ogni negatività, ma «rappresenta l'uomo universale, l'uomo totale»15, con i
suoi aspetti bestiali, ma anche con la sua creatività. In una ipotetica società
interamente violenta e volgare, l'inconscio sarebbe il luogo della
spiritualità. All'individuo si pone il compito difficile di criticare la società di
cui fa parte ed i suoi tabù, per appropriarsi di ciò che fa parte in positivo
della propria umanità. La ricerca di Fromm intende aiutare l'individuo a
compiere questa scelta, ad indirizzarlo verso la meta di una umanità
positiva, di una vita completa, felice, libera.

15 E. Fromm, L' « altra » concezione dell'inconscio (1962), ivi, p. 96.


Antonio Vigilante 20

Ma la libertà non è facile. Essere liberi vuol dire anche essere soli: essere
l'origine dei propri pensieri e delle proprie azioni, rispondere in prima
persona per i propri errori. Tutto questo non è facile. Molto più semplice è
rifugiarsi nel conformismo, fare quello che fanno gli altri e pensare come
tutti. E' in questo modo che si spiegano il fascismo, spiega Fromm in Fuga
dalla libertà (1941). I sistemi totalitari hanno una struttura gerarchica che
ha il vantaggio di impedire il pensiero autonomo. Ognuno obbedisce ad un
superiore, che è il responsabile delle sue azioni. Ognuno è inquadrato in un
sistema capace di dar senso all'esistenza individuale. Al singolo non si
chiede nulla di più dell'obbedienza. Se ci chiediamo come è stato possibile
Auschwitz, ci troviamo di fronte proprio all'obbedienza. Lo sterminio degli
ebrei, come tanti altri tragici errori del Novecento, è stato reso possibile
dalla obbedienza di una intera nazione alla volontà di un capo politico. Ciò
mostra i rischi di ogni sistema gerarchico e aiuta a scoprire il valore della
disubbidienza. L'uomo che non obbedisce, che afferma la propria libertà di
giudizio e di azione, è l'uomo che può salvare il mondo dalla follia
collettiva, quella follia che potrà giungere, se non vi sarà qualcuno ad
ostacolarla, fino all'autodistruzione dell'umanità.
L'uomo contemporaneo, sostiene Fromm in Avere o Essere? (1976), la sua
opera più famosa, è infelice perché confonde l'essere con l'avere. L'uomo
che vive secondo il principio dell'avere cerca la felicità attraverso il
possesso delle cose ed il potere sulle persone. Ad esempio, acquista
l'automobile e trae da ciò un piacere particolare, che però non dura: dopo
due anni ne acquista una nuova, per provare nuovamente quel senso di
soddisfazione legata al dominio che l'acquisto di un bene prestigioso gli
dà16. Come si può immaginare, la via dell'avere non porta alla felicità. Essa
stabilisce un rapporto tra un soggetto e gli oggetti che possiede, ma si
tratta di un rapporto illusorio. Da una parte gli oggetti sono transitori,
possono rovinarsi o distruggersi; dall'altra il soggetto può perdere la
capacità di possederli. L'automobile di lusso che ho acquistato può venirmi
rubata o rovinarsi in seguito ad un incidente; io che ne sono il proprietario
posso perdere la capacità di guidarla a causa di una malattia. Nessuno
dunque può stabilmente possedere nulla. Ci si può illudere di possedere,
però. E si tratta di una illusione pericolosa, perché rende oggetti noi stessi.
Se mi definisco come possessore di cose, alla fine sono le cose a possedere
me, perché tutto ciò che sono dipende da loro. La via dell'avere è la via
della morte, perché stabilisce rapporti tra un soggetto-cosa ed un oggetto-
cosa.
La via dell'essere è l'unica che può rendere felici. Se è relativamente facile
descrivere la via dell'avere, perché si tratta di una relazione tra cose, e le
cose sono facilmente descrivibili, è tutt'altro che facile descrivere l'essere.
16 Cfr. E. Fromm, Avere o Essere?, Mondadori, Milano 1995, p. 87.
21 Muntu / Oltre Freud

Qui, per Fromm, si toccano i limiti della psicologia. Quello che un


individuo è nella sua realtà più profonda non può davvero essere
compreso. Ognuno resta, nella sua dimensione più profonda, un mistero
per gli altri; ognuno è unico ed irripetibile. E' possibile tuttavia indicare
alcune caratteristiche comuni di coloro che hanno preso la via dell'essere.
In primo luogo, si distinguono per l'assoluta libertà dai beni di questo
mondo. Non cercano il potere, il denaro, il possesso. Questo non vuol dire
che siano privi di potere. Hanno un potere diverso, che nasce
dall'interiorità. E' il potere di chi è indipendente, ragionevole, creativo. La
via dell'essere è caratterizzata da una attività non alienata. Il nostro è il
tempo dell'attività, e tuttavia pochi sono in grado di compiere una vera
attività. In genere confondiamo l'essere attivi con l'essere indaffarati.
Siamo realmente attivi, sostiene Fromm, quando siamo consapevoli di
essere noi la sorgente della nostra azione. Non siamo realmente attivi se,
ad esempio sul lavoro, ripetiamo in modo inconsapevole dei
comportamenti standardizzati. La vera attività è spontanea e produttiva,
anche se non produce nessun bene concretamente osservabile. Leggere una
poesia comprendendola a pieno o anche solo guardare un albero in modo
profondo, diverso dallo sguardo distratto che comunemente rivolgiamo a
questi esseri viventi, sono attività altamente produttive, anche se non
portano alla creazione di beni consumabili o utili. La via dell'essere porta al
desiderio di condivisione e di dono, così come quella dell'avere stabilisce
un conflitto con gli altri, che sono concorrenti nel possesso dei beni. La via
dell'essere è, in altri termini, la via della vita e dell'amore.
Entrambe le modalità, le vie esistenziali, fanno parte della natura umana,
anche se la prima ha preso il sopravvento nelle moderne società industriali.
Fromm sostiene la possibilità della creazione di una nuova società, una
società dell'essere dopo quella capitalistica dell'avere. Crollato il mito della
Città Terrena del Progresso, che è degenerata in una Torre di Babele che
sta creando il caos, bisogna per Fromm edificare la Città dell'Essere, che
sarà la sintesi della spiritualità del Medioevo e del razionalismo e della
scienza dell'età moderna17. Ciò potrà avvenire solo riducendo
drasticamente il possesso di beni e la brama di possesso, vale a dire
ponendo un argine al dilagare del consumismo. Nelle società industriali e
consumistiche si creano ad arte una quantità di bisogni artificiali, per
soddisfare i quali occorre acquistare i beni prodotti dall'industria. Questi
bisogni vanno attentamente vagliati, sostiene Fromm, per giungere ad un
consumo sano, che soddisfi quei bisogni che sono vitali e irrinunciabili. La
pubblicità dovrà essere messa al bando, così come il lavaggio del cervello
operato dai politici con la propaganda. La Città dell'Essere è una
democrazia industriale in cui la democrazia non è apparente, ma resa viva
17 Cfr. ivi, p. 220.
Antonio Vigilante 22

e reale dalla partecipazione politica degli individui. Per facilitare questa


partecipazione, il potere viene decentrato e localizzato. Nessuno morirà di
fame, grazie all'introduzione di un reddito minimo garantito, si combatterà
la povertà nei paesi del Terzo Mondo e si libererà la donna dal dominio
patriarcale. Si tratta di proposte che rappresentano il tentativo di pensare
una società alternativa tanto al modello capitalistico che a quello
comunistico. A distanza di trent'anni, molte di queste proposte tornano nei
movimenti di contestazione della globalizzazione economica: è il caso, ad
esempio, del reddito minimo di inserimento, oppure della limitazione dei
consumi in vista di una vera e propria decrescita economica, sostenuta da
molti gruppi della sinistra antagonista e pacifista.

L'analisi esistenziale
Nella psicoanalisi freudiana non c’è posto per la religione: essa è una
illusione, una sorta di nevrosi collettiva, secondo quanto affermato ne
L’avvenire di un’illusione. L’ analisi esistenziale di Viktor Frankl è una
reazione contro questa negazione della dimensione spirituale dell’uomo. Se
è stata efficace nell’indagare il profondo dell’uomo, la psicoanalisi non è
riuscita, per Frankl, a comprendere la dimensione verticale dell’essere
umano, ciò che lo conduce verso la trascendenza. Freud ed i suoi
continuatori hanno fatto psicologia del profondo, Frankl intende fare una
psicologia dell’altezza.
Viennese ed ebreo come Freud, Frankl ha vissuto sulla propria pelle una
delle tragedie più grandi del Novecento. Dal 1942 al 1945 è stato
prigioniero dei lager nazisti, tra cui quello di Auschwitz. Da questa
esperienza è nato uno dei suoi libri più importanti e toccanti, Uno
psicologo nei lager, nel quale, analizzando la condizione spirituale ed
esistenziale degli internati nei campi di concentramento, giunge ad una
conclusione ottimistica: anche in una situazione estrema ed assolutamente
priva di speranza, gli uomini hanno la possibilità e la capacità di
conservare la propria dignità umana e di trovare un significato. «Dal modo
in cui accetta il suo ineluttabile destino e con questo destino tutta la
sofferenza che gli viene inflitta, dal modo in cui un uomo prende su di sé la
sofferenza come la ’sua croce’, sorgono infinite possibilità di attribuire un
significato alla vita, anche nei momenti più difficili, fino all’ultimo atto di
esistenza.»18 Ognuno può resistere a qualsiasi prova, se possiede un
perché, un significato che riesca ad orientarlo verso il futuro.
L’uomo possiede una dimensione spirituale che si aggiunge a quella
psichica ed a quella fisica: egli è una unità di corpo, psiche e spirito. Queste

18 V. Frankl, Uno psicologo nei lager [1946], Ares, Milano 2003, p. 117.
23 Muntu / Oltre Freud

tre dimensioni non sono tra loro in un rapporto gerarchico. La persona è


piuttosto una struttura a strati concentrici, con il nucleo spirituale al
centro e le dimensioni psichica e fisica alla periferia. Per spiegare il
rapporto tra queste dimensioni, Frankl elabora le due leggi dell’ontologia
dimensionale.
La prima legge afferma che: «Un solo ed identico fenomeno, proiettato al
di fuori delle sue dimensioni in altre dimensioni inferiori alle sue, dà
origine a figure diverse in netto contrasto tra loro».19 L’immagine che segue
illustra questo concetto:

Sul piano laterale, la proiezione del cilindro è un rettangolo, mentre la


proiezione sul piano sottostante è un cerchio. Il cerchio ed il rettangolo
sono figure contrastanti, anche se entrambe sono la proiezione di uno
stesso solido. Si consideri ora un essere umano: la sua proiezione sul piano
laterale darà soltanto fenomeni somatici, mentre quella sul piano di base
darà solo fenomeni psichici. Così come il cilindro non si può ridurre al
rettangolo o alla circonferenza, così un uomo non si può ridurre alle
dimensioni ed ai fenomeni psichici e fisici.
La seconda legge afferma che: «Differenti fenomeni, proiettati al di fuori
della propria dimensione in una stessa dimensione inferiore alla propria,
danno origine a figure che appaiono ambigue.»20 Accostiamo al cilindro
della figura un cono ed una circonferenza. La loro proiezione sul piano di
base darà sempre un cerchio, che risulta ambiguo perché può appartenere
indifferentemente ad ognuno dei tre solidi. Questo vuol dire che uno stesso
sintomo fisico, ad esempio, può essere espressione di una realtà fisica,
psichica o spirituale. Un uomo può essere in preda ad un forte tremore per
il freddo (causa fisica), per la paura (causa psicologica) o per una profonda
commozione religiosa (causa spirituale).
Le due leggi dell’ontologia dimensionale intendono restituire il senso della
complessità e della unicità della persona umana, che la psicoanalisi,
secondo Frankl, ha distrutto. L’uomo non è più condizionato
dall’inconscio, ma appare come un essere libero e responsabile. La libertà
ha le due forme della libertà da e della libertà per: ha la libertà di prendere
19 V. Frankl, Fondamenti e applicazioni della logoterapia, SEI, Torino 1977, pp. 33-34.
20 Ivi, p. 34.
Antonio Vigilante 24

le distanze da qualsiasi condizionamento e di dominare qualsiasi


situazione, e quella di disporsi a compiere il bene. L’uomo è pienamente,
positivamente libero solo quando diviene responsabile. Diventando
responsabile, però, egli va al di là di se stesso, si apre alla trascendenza. La
voce della coscienza, che lo chiama alla responsabilità, è una voce che non
viene da lui stesso, ma ha origine in una trascendenza. Se Freud attribuiva
la coscienza morale al SuperIo, Frankl afferma che essa ci pone in contatto
con Dio: «dietro il Super Io dell’uomo non c’è l’Io di un Super Uomo ma il
Tu di Dio. Mai e poi mai la coscienza potrebbe essere una parola di forza
nell’immanenza, se non fosse la parola-Tu della trascendenza.»21 La
persona è così essenzialmente Viktor Frankl legata a Dio, e solo per questo
può liberarsi dai condizionamenti dell’inconscio. Del resto, lo stesso
inconscio va ripensato, alla luce della ontologia dimensionale. In Freud
l’inconscio è un ricettacolo di impulsi repressi. Per Frankl, esso è invece
anche una riserva di energie spirituali. Accanto all’inconscio freudiano
esiste un inconscio spirituale, senza il quale non esiste una vera vita
spirituale. La coscienza, che ci spinge verso il bene, ha un carattere
immediato, istintivo, ci presenta immediatamente il dovere, senza l’ausilio
della ragione, che interviene solo in un secondo momento. Esiste dunque
un inconscio etico che è un primo aspetto dell’inconscio spirituale. Un
secondo aspetto è l’ inconscio erotico. Anche l’amore, infatti, affonda
nell’inconscio, in un istinto che ci porta a vedere nella persona amata la
ricchezza di possibilità umane che essa racchiude. Infine, anche l’opera
dell’artista ha una base inconscia, nasce da una intuizione, da un atto
irrazionale, e tuttavia spirituale. Accando all’inconscio etico ed erotico,
esiste dunque un inconscio estetico. Con queste premesse i vista i sogni, vie
d’accesso principali all’inconscio, possono ricevere una interpretazione ben
diversa da quella freudiana, anche se il metodo resta lo stesso. Essi non
sono soltanto espressioni dell’inconscio istintivo: attraverso le immagini
oniriche ci parla anche l’inconscio spirituale. Non bisogna meravigliarsi
pertanto, per Frankl, se nei sogni si esprime anche la religiosità di una
persona. Se la radice della spiritualità è nell’inconscio, nell’inconscio c’è
anche Dio; questo vuol dire anche per Frankl, che in fondo non esistono
davvero gli atei, poiché è possibile negare Dio, ma non impedirsi di
incontrarlo nell’inconscio22.
Per Freud l’uomo è un essere alla ricerca del piacere. Per Frankl, l’uomo
cerca più di ogni altra cosa il significato. Ognuno di noi possiede una vera
volontà di significato, ed è quando questa volontà non trova soddisfazione
che la persona soffre e si ammala. Il significato non va inteso in astratto,

21 V. Frankl, Dio nell’inconscio, Morcelliana, Brescia 1990, p.67.


22 Cfr. ivi, p. 141.
25 Muntu / Oltre Freud

ma nella concretezza di una situazione; per questo, non esistono significati


validi per tutti, ma ognuno deve cercare il proprio significato. La
psicoterapia è un aiuto in questa ricerca del significato: per questo la
psicoterapia di Frankl si chiama logoterapia (terapia attraverso il logos, il
senso). Esistono tre vie per giungere al significato. La prima è quella del
lavoro, con il quale sperimentiamo i valori di creazione, creiamo cose belle
o importanti attraverso il nostro impegno quotidiano; la seconda è quella
dell’amore di qualcuno o di qualcosa, con il quale realizziamo i valori di
esperienza. Può capitare però che queste vie ci siano precluse da una
situazione particolarmente difficile e dolorosa (come quella del campo di
concentramento). Esiste allora una terza via, con la quale, pur non potendo
cambiare la situazione, possiamo cambiare il nostro atteggiamento verso di
essa, realizzando appunto dei valori di atteggiamento (ad esempio
affrontando con dignità una malattia incurabile). Ad ogni modo, il
significato è una scoperta individuale: il terapista non può assolutamente
sostituirsi al paziente, non può prescrivergli un significato, ma può aiutarlo
a interpretare la propria situazione ed a cercare in essa la luce di un valore.

La terapia centrata sul cliente


Come Frankl, Carl Rogers intende superare il pessimismo antropologico di
Freud. «Dico francamente - scrive - che non condivido il punto di vista
tanto diffuso secondo cui l'uomo è un essere fondamentalmente irrazionale
i cui impulsi, se non fossero controllati, condurrebbero alla distruzione sua
e degli altri. Il comportamento dell'uomo è invece squisitamente razionale
e si orienta, con una complessità sottile e ordinata, verso le mete che
l'organismo gli pone.»23 Esiste nell'essere umano una forza essenzialmente
positiva, che Rogers chiama tendenza attualizzante. Non si tratta di una
forza solo umana: Rogers la scopre anche in alcune alghe che riescono a
crescere sugli scogli della California, resistendo all'impeto delle onde con la
flessibilità del loro fusto. In quelle alghe come in ogni essere vivente c'è
una volontà tenace di vivere, di conservare e migliorare l'organismo, di
esplorare l'ambiente e di modificarlo. L'uomo possiede dunque una energia
che lo spinge naturalmente verso ciò che è il suo bene, quando non viene
ostacolata. Compito della psicoterapia è quello di eliminare questi ostacoli
e consentire a questa forza di operare. Poiché l'individuo ha in sé stesso le
risorse per guarire, dovrà essere lui stesso al centro del processo
terapeutico: per questo la psicoterapia rogersiana si chiama centrata sul
cliente.

23 C. Rogers, La terapia centrata-sul-cliente, tr. it., Martinelli, Firenze 1994, p. 194.


Antonio Vigilante 26

Il pensiero di Rogers ha un carattere aperto, sperimentale, niente affatto


dogmatico, poiché ha alla sua base una intuizione della vita come un fluire
di esperienze che cambiano di continuo, la cui
ricchezza può spaventare e indurre a chiusure
ideologiche, e che invece deve essere accettato
come tale: bisogna abbandonarsi al corso
dell'esperienza, per avere una vita piena di
significato. Rogers non individua dunque
princìpi indiscutibili, ma una serie di
osservazioni tratte dall'esperienza che, pur nella
loro provvisorietà, possono a loro volta aiutarci a
comprendere le nostre esperienze. Una prima
osservazione è che non serve a nulla assumere
una facciata nei rapporti interpersonali. La
nostra educazione ci impone di mascherare
Rogers spesso le nostre emozioni per offrire all'altro una
faccia che non risulti sgradevole. Per Rogers questo è un errore che non
porta a nulla di buono. E' importante, invece, essere sé stessi ed accettarsi.
Per essere sé stessi, è importante non farsi guidare da ciò che gli altri
dicono di noi. Bisogna fare attenzione ai giudizi degli altri, ma non bisogna
mai permettere che ci mandino in crisi, altrimenti ciò ci impedirà di essere
noi stessi. L'esperienza ci dice anche che alcuni tra i momenti più belli
della nostra vita sono caratterizzati dalla presenza degli altri. Riuscire a
capire gli altri, i loro sentimenti ed il loro mondo interiore, accettarli, sono
cose che non solo rendono migliore la loro vita, perché consentono loro di
essere sé stessi, ma che arricchisce anche noi stessi. E' importante dunque
gettare dei ponti tra sé e gli altri, permettere agli altri di comunicare
pienamente con noi.
Queste osservazioni possono ricondursi a una tesi: è importante essere sé
stessi e consentire agli altri di esserlo. Rogers chiama congruenza la
condizione di chi riesce ad essere sé stesso con gli altri. Purtroppo, non
sempre ci riusciamo. Spesso sperimentiamo invece situazioni di
incongruenza. Accade tutte le volte che c'è un contrasto tra il nostro
organismo e la nostra immagine di sé. Rogers fa l'esempio24 di una madre
che si ammala quando il suo unico figlio lascia la casa. Il suo organismo
vorrebbe tenere con sé il figlio, la cui presenza le dà benessere, ma è anche
consapevole che questo egoismo è in contrasto con l'immagine di una
buona madre, che è tale solo se consente al figlio di fare le proprie
esperienze. Il contrasto tra la richiesta dell'organismo e l'immagine di sé
sfocia nel malessere psichico.

24 Ivi, p. 53.
27 Muntu / Oltre Freud

Una persona che è in stato di congruenza è anche in grado di accettare fino


in fondo gli altri, come abbiamo visto. E' alla luce di questa considerazione
che bisogna pensare il rapporto terapeutico. Si tratta, in sostanza, di un
rapporto tra una persona che è in stato di congruenza – l'analista – ed una
persona che è in stato di incongruenza – il cliente. L'analista deve dunque
stabilire con il cliente un rapporto umano autentico, cominciando con
l'essere pienamente sé stesso, manifestando i propri pensieri ed i propri
sentimenti. Solo in questo modo l'analista può realizzare una autentica
empatia, giungere cioè a vedere il mondo del cliente dall'interno, per così
dire, a viverne le sensazioni come se fossero le proprie. Solo in questo
modo, ancora, l'analista può manifestare al cliente una accettazione
incondizionata ed una considerazione positiva di ciò che lui è. L'analista
non giudica, non valuta, ma accoglie il cliente, lo accetta, lo valorizza
«quasi nello stesso modo in cui un genitore dà valore al suo bambino,
considerandolo come persona, senza tener conto del suo particolare
comportamento in quel momento.»25 Quando ciò accade, il cliente
comincia a cambiare. Abbandona le difese e sperimenta una percezione
diversa di sé stesso. Dall'accettazione dell'altro comincia il difficile
cammino verso una vita piena. Per prima cosa, prende le distanze
dall'immagine di sé e di ciò che dovrebbe essere (l'immagine della buona
madre, nell'esempio che abbiamo visto), si libera dalle aspettative che gli
altri nutrono nei suoi confronti e comincia a fare ciò che realmente piace a
lui. Liberatosi dalla presenza opprimente degli altri, il cliente impara ad
avere fiducia in sé stesso, si apre alla propria esperienza, in qualche modo
esce da un guscio rigido e scopre di poter assumere molte forme, di poter
essere molte cose diverse. Scopre, infine, che può anche aprirsi agli altri in
una forma più autentica, qualcosa di radicalmente diverso dal gioco delle
parti in cui spesso consiste la vita sociale.

La psicologia transpersonale
Come sappiamo, la storia della psicoanalisi comincia con il caso di isteria
di Anna O. e procede grazie ad una serie di casi clinici, analizzando i quali
Freud giunge alle sue conclusioni sulla psiche umana, sulla libido, sulle
cause delle nevrosi. Ma siamo sicuri che lo studio delle patologie sia la via
migliore per comprendere la realtà umana? Abraham Maslow, che con
Rogers è considerato il maggior rappresentante della psicologia
umanistica, lo nega. La visione dell'essere umano offerta da Freud è
parziale, proprio perché è stata elaborata a partire dalla patologia: «è come

25 Ivi, p. 94.
Antonio Vigilante 28

se Freud ci offrisse la metà ammalata della psicologia, e a noi toccasse ora


completarla con la metà sana», scrive Maslow26. Se Freud ha analizzato la
malattia, ora bisognerà studiare la salute; se Freud ha studiato le situazioni
di difficoltà e di sofferenza, ora bisognerà comprendere l'uomo partendo
dalla sua condizione di massima realizzazione e felicità.
Fromm ha distinto, come abbiamo visto, due modalità esistenziali: l'avere
e l'essere. Nella modalità dell'essere, l'uomo è capace di realizzare
profondamente sé stesso. Come Fromm, Maslow intende approfondire il
senso di questa autorealizzazione, studiando quelle che chiama peak
experiences, stati di coscienza eccezionali con i quali l'uomo fa esperienza
in un modo assolutamente diverso, ed infinitamente più ricco, del suo
essere nel mondo. E' quel che accade quando si è completamente presi
dalla contemplazione di un'opera d'arte o, più in generale, della bellezza,
oppure quando si è immersi in qualche forma di creazione, o ancora
nell'estasi mistica ed in altre forme di esperienza religiosa, come la
meditazione. E', inoltre, quello che accade quando si ama qualcuno, se si
tratta di amore autentico. Dobbiamo a Maslow l'interessante distinzione
tra Amore B e Amore D. L'Amore B (Being Love) è l'amore che proviamo
per l'essere di un'altra persona. E' una forma di amore libero da ogni
bisogno, assolutamente non egoistico. E' un amore anche libero dal
possesso, che non ha bisogno di essere ricambiato, e dà solo gioia. L'amore
D (Deficiency Love) è invece difettivo, vale a soddisfare una nostra
carenza, e per questo tende ad essere possessivo ed inevitabilmente porta
sofferenza insieme al piacere. Si può dire che l'Amore B corrisponde alla
modalità dell'essere, mentre l'Amore D rappresenta bene l'ansia di
possesso della modalità dell'avere. A queste due forme di amore sono
legati, per Maslow, due modi diversi di vedere la realtà, che chiama
cognizioni. La cognizione B ci consente di apprezzare la bellezza, il
significato, il valore dell'Essere, andando al di là dei limitati bisogni del
nostro io, mentre la cognizione D ci chiude in noi stessi e nelle nostre
carenze.
Le persone in grado di realizzare sé stesse sono quelle in grado di giungere
alla cognizione B. E' quello che accade nelle peak experiences, durante le
quali l'oggetto della nostra esperienza viene percepito come un assoluto al
di fuori dello spazio e del tempo; la percezione acquista anzi una forza tale
da oltrepassare l'io, come se esso si abbandonasse e dimenticasse
totalmente nella percezione stessa. Queste esperienze suscitano emozioni
che vanno dalla gioia alla meraviglia, e portano ad un sentimento di unità
con tutto ciò che vive e di completa accettazione del mondo, al di là di ogni
dualità o conflitto della coscienza ordinaria.

26 A. H. Maslow, Verso una psicologia dell'essere, tr. it., Ubaldini, Roma 1971, p. 17.
29 Muntu / Oltre Freud

Lo studio di queste esperienze convince Maslow della insufficienza della


stessa la psicologia umanistica. Nelle culture non europee esistono
testimonianze importantissime su queste esperienze limite, che tuttavia
sono state poco studiate dalla psicologia, eccezion fatta per Jung. Anche la
psicoanalisi è in fondo una scienza per l'uomo borghese europeo, che
stigmatizza come fanatismo e superstizione tutte le esperienze che non
sono inseribili nella sua visione del mondo razionale e scientifica.
Occorrerà una psicologia in grado di trarre conclusioni dal vasto materiale
sul funzionamento della psiche umana offerto dalle diverse culture del
mondo, in particolare dalle tradizioni religiose e mistiche. Con questo fine
Maslow dà vita nel 1967, durante un incontro a Menlo Park (California)
con Anthony Sutich, Stanislav Grof ed altri, alla psicologia
transpersonale. Questa corrente, considerata la quarta forza della
psicologia (le prime tre sono il comportamentismo, la psicoanalisi di Freud
e la psicologia umanistica), è dunque ancora piuttosto giovane, ma sta
dando diversi contributi alla comprensione di fenomeni lontani
dall'esperienza quotidiana, ma che sempre più incuriosiscono ed
affascinano. E' il caso della meditazione buddhista, con la quale si accede
ad otto stati di coscienza diversi dalla coscienza ordinaria e sempre più
rarefatti. E' il caso del senso di unità con il Divino che si attinge attraverso
lo yoga. Nell'Islam esperienze simili si trovano nel Sufismo, una corrente
mistica caratterizzata dal senso dell'unità in Dio di tutto ciò che esiste e dal
trascendimento dei valori morali correnti. Per quanto riguarda la
tradizione cristiana, la psicologia transpersonale è interessata soprattutto
al mistico tedesco Meister Eckhart, nelle cui prediche è descritto lo stato in
cui «l'uomo è rapito molto in alto, al di sopra di sé e di tutte le cose, senza
il proprio volere e senza immagini»27, con descrizioni che ricordano molto
da vicino quelle dei grandi maestri del buddhismo zen.
Dalle ricerche di psicologia transpersonale emerge l'esistenza di una
dimensione spirituale oltre quella psichica. Considerato da questa
dimensione, il compito della vita umana non è quello di adattarsi alla
propria società, rendendosi capaci di “amare e lavorare”, ma piuttosto
quello di aprirsi al cosmo, superando la coscienza egoica e la razionalità
discriminante.

La psicoanalisi oggi
Abbiamo cominciato questo percorso riferendo alcune critiche alla
scientificità della psicoanalisi, accusata di essere una sorta di religione o
setta. Questa ed altre critiche sono condensate nelle oltre ottocento pagine
27 M. Eckhart, Sermoni Tedeschi, Adelphi, Milano 1985, p. 269.
Antonio Vigilante 30

di un libro pubblicato in Francia nel 2005 e significativamente intitolato Il


libro nero della psicoanalisi28. Le accuse rivolte a Freud ed alla
psicoanalisi non sono nuove: il padre della psicoanalisi avrebbe falsificato i
casi clinici, esagerato l'efficacia della propria terapia, elaborato una teoria
nebulosa, dogmatica e poco efficace sul piano pratico, attingendo peraltro
generosamente a concezioni della sua epoca. Dietro queste accuse, che
hanno suscitato un ampio dibattito, c'è il desiderio di combattere il
monopolio della psicoanalisi facendo spazio alle concorrenti terapie
cognitivo comportamentali (cui appartengono gli autori del libro).
Più interessante forse, perché sicuramente non di parte, è quanto dice della
psicoanalisi un autore considerato il più grande rappresentante della
scuola junghiana: James Hillman. La psicoanalisi, afferma Hillman29, ha
promesso di rendere gli uomini più felici, o almeno meno sofferenti.
Cent'anni dopo, è possibile constatare che le cose sono andate
diversamente: non siamo più felici, abbiamo ancora tutte le nevrosi
dell'epoca di Freud, ed anzi il malessere è aumentato. Per Hillman, ciò è
dovuto ad un errore di prospettiva della psicoanalisi. Invece di aiutare le
persone ad affrontare le difficoltà presenti, a fare i conti con la realtà, la
psicoanalisi le sospinge indietro, verso il passato, verso la propria infanzia
ed i propri vissuti individuali. Le difficoltà restano, il mondo continua ad
essere invivibile, mentre i pazienti in analisi frugano nel proprio passato
alla ricerca di quelle cause del malessere che invece sono tutti i giorni sotto
i loro occhi – condizioni di lavoro malsane, rapporti sociali sbagliati,
inquinamento, squallore residenziale, eccetera. Diventare consapevoli di
questi problemi e del legame tra questi problemi ed il nostro malessere ci
porterebbe a chiedere un mondo diverso. Il lettino dell'analista, essendo il
luogo in cui emerge il malessere dei singoli, diventerebbe anche il luogo in
cui si protesta contro il mondo attuale e se ne reclama uno migliore. Ma le
cose non vanno così. Non solo la psicoanalisi non ha un carattere
rivoluzionario. Essa è diventata una ideologia conservatrice, preoccupata
di piacere alla classe media evitando accuratamente tutto ciò che può
scandalizzarla o infastidirla. In realtà, molto conservatorismo era già in
Freud, che al tempo stesso però riusciva a scandalizzare i benpensanti.
Oggi la psicoanalisi non scandalizza più nessuno, né pretende di cambiare
nulla. Più che di fallimento della psicoanalisi in generale, sembra che si
possa parlare di un fallimento della cosiddetta sinistra freudiana, vale a
dire di quei pensatori, come Adler e Fromm, che hanno pensato di poter
impiegare le scoperte di Freud come uno strumento ideologico per lo

28 AA.VV., Le livre noir de la psychanalyse . Vivre, penser et aller mieux sans Freud, a
cura di C. Meyer, Les Arènes, Paris 2005.
29 Cfr. J. Hillman – M. Ventura, Cent'anni di psicanalisi e il mondo va sempre
peggio, tr. it. Rizzoli, Milano 2005.
31 Muntu / Oltre Freud

smascheramento del sistema capitalistico e l'edificazione di un sistema


sociale ed economico più libero e sano.
Antonio Vigilante 32
33 Muntu / Oltre Freud

Il presente percorso fa parte di Muntu, un progetto per la divulgazione


delle scienze sociali presente in internet all'indirizzo http://www.muntu.tk
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che ciò avvenga senza fine di lucro, senza alcuna alterazione del contenuto
ed indicando l'autore e la provenienza.

Data di rilascio: 25 ottobre 2006

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