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Biblioteca di Muntu

Émile Durkheim
La Sociologia

2005
2 Durkheim
La sociologia 3

Émile Durkheim
La Sociologia
4 Durkheim

Titolo originale : La sociologie. Estratto da La Science française, Larousse


et Ministère de l'Instruction publique et des Beaux-Arts, vol. 1, 1915, pp. 5-
14.

Traduzione di Antonio Vigilante.

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É. DURKHEIM, La sociologia, trad. it. di Antonio Vigilante, Biblioteca di
Muntu, n. I, 2005 <http://purl.oclc.org/NET/Biblioteca01>

Data di rilascio: 19 marzo 2005.


Revisione: 3 maggio 2005.
La sociologia 5

Determinare la parte che spetta alla Francia nella costituzione e nello


sviluppo della sociologia significa pressappoco fare la storia di questa
scienza; perché è presso di noi che essa è nata e, anche se non c’è oggi
popolo presso il quale non sia coltivata, essa è rimasta una scienza
essenzialmente francese.
Dal momento che le società sono composte da uomini, si è pensato per
molto tempo che esse abbiano il loro essere nell’arbitrio umano. Si dava
per scontato che esse sono ciò che gli uomini vogliono che siano e che non
hanno altra natura che quella che gli uomini gli conferiscono per un atto
della loro volontà. In queste condizioni, esse non potevano diventare
oggetto di scienza. Materia infinitamente plastica, senza proprietà definite,
non c’era modo di descriverle, analizzarle, di cercare le cause e le
condizioni da cui dipendono ecc. Il solo problema che ponevano era quello
di sapere quale forma conveniva dar loro. Perché fosse possibile avere una
vera scienza dei fatti sociali, occorreva che si arrivasse a vedere nelle
società delle realtà comparabili a quelle che costituiscono gli altri regni; a
comprendere che esse hanno una natura che non possiamo cambiare
arbitrariamente e delle leggi che da tale natura necessariamente derivano.
In altri termini, la sociologia non sarebbe potuta nascere se l’idea
determinista, fortemente stabilita nelle scienze fisiche e naturali, non fosse
stata infine estesa all’ordine sociale.
È soltanto nel XVIII secolo che si realizza questa estensione, sotto
l’influenza della filosofia enciclopedica. Per gli Enciclopedisti la scienza è
una perché il mondo è uno; è dunque inammissibile che il determinismo
non sia vero per il regno sociale quanto per gli altri regni della natura. È
questa visione che ispirò Montesquieu e Condorcet. Se questi pensatori
hanno aperto la via alla sociologia, avevano tuttavia una idea vaga delle
leggi della vita sociale; è soltanto all’inizio del secolo XIX che la nuova
concezione si afferma definitivamente.
È Saint-Simon che per primo ne dà la formula. Per primo egli dichiara
che le società umane sono delle realtà certamente originali e differenti da
quelle che si trovano nel resto della natura, ma sottoposte allo stesso
determinismo. Gli organismi della natura devono quindi essere oggetto di
una scienza simile a quella che tratta degli organismi individuali, e per
questa ragione propose di chiamarla fisiologia sociale. Il fatto in cui si
dimostra al meglio questa necessità con la quale si sviluppano i fenomeni
sociali è il progresso. «Non è più in nostro potere sottrarci alla sua
influenza o di dominare la sua azione, più di quanto non lo sia cambiare a
nostro piacere l’impulso primitivo che fa girare il nostro pianeta intorno al
sole». Poiché il progresso non è opera nostra, il solo modo per scoprire la
legge secondo la quale si produce è l’osservazione. Si costituirà una seria di
fatti storici, quanto più possibile estesa, ed attraverso queste serie si potrà
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svelare il senso secondo il quale l’umanità si evolve. Il metodo della nuova


scienza sarà dunque essenzialmente storico. Soltanto, per servire a questo
uso la storia dovrà trasformarsi; invece di limitarsi ad essere una semplice
collezione di fatti, dovrà diventare veramente scientifica.
Ma Saint-Simon formulò il programma di questa scienza più che
provare ad eseguirlo. Non c’è nulla nella sua opera che possa essere
considerato come tentativo metodico per trovare questa legge del progresso
che considerava la legge di gravitazione del mondo sociale. È soltanto con
Auguste Comte che il grande progetto concepito da Saint-Simon comincerà
a diventare realtà.
In un certo senso, tutte le idee fondamentali della sociologia di Comte si
trovavano già in Saint-Simon, e Comte le ha prese in prestito dal suo
maestro. Ma egli non si limitò ad affermare che esse potevano servire di
base ad una scienza nuova: intraprese la creazione di questa scienza. Ne
definì il metodo e ne costituì i cardini. Le divisioni che introdusse gli sono
in pare sopravvissute. Nella scienza delle società distinse due grandi
sezioni: la statica e la dinamica. La statica ha per oggetto la determinazione
dei rapporti di connessione che sostengono reciprocamente di diversi
elementi di uno stesso ambiente sociale considerato in qualche modo in un
momento di quiete della sua evoluzione; la dinamica ricerca quella legge
che lo sviluppo delle società umane ha seguito nel tempo. Dopo averlo
concepito, Compte volle eseguire integralmente e con le sue sole forze
questo piano scientifico. Per quanto riguarda la statica, non fece che
indicare il problema e abbozzare delle soluzioni; ma riguardo alla dinamica
ha inteso lasciarci un trattato completo e, credeva, definitivo: ad essa sono
dedicati i sue ultimi volumi del Corso di filosofia positiva.
Al giorno d’oggi, resta poco dei dettagli della dottrina. La legge dei tre
stati ha un interesse solo storico. I termini stessi nei quali Comte si poneva
il problema lo rendevano insolubile. Egli credeva in effetti all’esistenza di
un’unica legge secondo la quale si sviluppava la società umana in generale,
ed era questa legge che la sociologia aveva il compito di scoprire. Egli
ammetteva dunque che il genere umano, nella sua totalità, forma una sola e
stessa società e che evolve sempre e ovunque nello stesso senso. Ora, in
effetti, l’umanità, nel suo insieme, non è che un ente razionale. Ciò che
esiste realmente sono le società particolari (le tribù, le nazioni, le città, gli
Stati di ogni genere ecc.) che nascono e muoiono, che progrediscono e
regrediscono, ciascuna a suo modo, che seguono fini divergenti, senza che
queste differenti evoluzioni siano l’una il prolungamento dell’altra e si
continuino come le sezioni di una medesima retta. Il divenire umano ha
una complessità che Comte non sospettava.
Ma, se le conclusioni positive cui credeva di essere giunto solo
raramente possono essere mantenute, la grandezza della sua opera è
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nondimeno incontestabile. Una nuova scienza era stata aggiunta al sistema


completo delle scienze. Saint-Simon ne era stato quasi l’annunciatore; ma è
Comte che ne è il padre; è da lui che essa ha ricevuto la prima esistenza. È
stato anche lui che le ha dato il nome di sociologia, che si potrà considerare
inadeguato, ma che non è sostituibile: poiché indica non ogni studio sulle
cose sociali, ma solo quelli condotti con uno spirito analogo a quello delle
altre scienze della natura. D’altronde, per quante riserve susciti la dottrina
di Comte, vi è presente dappertutto un sentimento molto vivo della realtà
sociale. Non c’è migliore iniziazione allo studio della sociologia.
Quest’opera considerevole però non ebbe un seguito immediato. Sotto
la monarchia di luglio come sotto il secondo Impero, non si produsse alcun
contributo nuovo alla scienza che Comte aveva fondato. Senza dubbio
Cournot, nel suo Saggio sul fondamento delle nostre conoscenze e nel
secondo volume del suo Concatenazione delle idee fondamentali tocca
delle questioni che interessano i sociologi. Ma egli non aveva affatto lo
scopo di sovrapporre alla scienze fisiche e biologiche una nuova scienza
positiva che trattasse le cose sociali. È un filosofo che ha parlato di storia.
È solo dopo la guerra del 1970 che la riflessione sociologica si risveglia.
Nell’intervallo, il tentativo di Comte era stato ripreso in Inghilterra da
Herbert Spencer. Per stabilire che le società sono esseri naturali, come
aveva supposto Comte, Spencer si diede a dimostrare che le leggi secondo le
quali si evolvono le istituzioni sociali non sono che forme particolari delle
leggi più generali che presiedono all’evoluzione cosmica. Egli insisteva in
particolar modo sulle somiglianze tra l’organizzazione sociale e
l’organizzazione biologica, considerando le società come una sorta di
organismo. Espinas cercò di confermare ed illustrare questa concezione
studiando Le società animali1. In quest’opera molto suggestiva l’autore, per
colmare il vuoto tanto a lungo ammesso tra le società umane ed il resto
dell’universo, mostra che gli animali sono già delle società di elementi
viventi, fisicamente associati gli uni agli altri, e che, da queste società
semplici, si passa gradualmente a quelle più complesse che formano gli
animali superiori unendosi con legami non più materiali, ma psichici. Il
regno sociale appariva così come una specie di efflorescenza del regno
biologico, al quale era attaccato senza soluzione di continuità.
Ma fino a quel momento la sociologia non era ancora uscita dalle
generalità filosofiche. I pensatori di cui s’è parlato la ridussero a un solo ed
unico problema: si trattava di sapere quale è la legge che domina
l’evoluzione sociale generale (Comte) o se la legge dell’evoluzione
universale si applica alle società (Spencer). Comte non era lontano dal
pensare di avere non solo fondato, ma anche completato, al contempo, la
sociologia. Ora, una scienza non è mai completata. Essa è fatta di questioni
1 Parigi, 1877
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particolari, ristrette, riguardanti oggetti limitati, e che, essendo tutto


solidale, devono essere trattate separatamente le une delle altre; la loro
stessa solidarietà non può apparire che man mano che la scienza avanza. La
sociologia non poteva dunque diventare realmente una scienza positiva
senza rinunciare ad abbracciare tutta intera la realtà sociale ed
introducendo, al contrario, l’analisi e distinguendo progressivamente parti,
elementi, aspetti differenti, che potevano servire da materia per problemi
particolari.
È a questo compito che si è consacrato l’autore del presente saggio, con
la collaborazione di un gruppo di lavoro di persone che hanno unito i loro
sforzi ai suoi. Noi abbiamo l’ambizione di aprire, per la sociologia, quella
che Comte ha chiamato l’era della specializzazione. Si va organizzando una
vera divisione del lavoro. In particolare ci si è occupati di tre gruppi di fatti:
i fatti religiosi, i fatti morali e giuridici e quelli economici; invece di fare
sociologia in generale, alcuni si sono dedicati alla sociologia religiosa, altri
alla sociologia morale ed economica, altri infine alla sociologia economica.
Questa stessa ripartizione risultava troppo generale: all’interno di ognuna
di queste scienze sociologiche particolari, furono affrontati problemi
ristretti : Il sacrificio, La magia da Hubert e Mauss, Le forme elementari
della vita religiosa da Durkheim; Il suicidio, da Durkheim, La proibizione
dell’incesto e diversi studi sul matrimonio primitivo, per opera dello stesso
autore; Il regime delle caste da Bouglé; Il salario degli operai delle
miniere, da François Simiand; La classe operaia e il tenore di vita da
Halbwachs. Più recentemente, è stato fatto uno sforzo per determinare le
condizioni sociali da cui dipendono certe operazioni logiche o certe forme
di pensiero: segnaliamo in questo senso il Saggio su alcune forme
primitive di classificazione di Durkheim e Mauss, uno Studio sulla
rappresentazione del tempo di Hubert. Alla stessa direzione di ricerca va
ricondotto il libro di Lévy-Bruhl su Le funzioni mentali nelle società
inferiori.
È vero che questi oggetti di studi spettavano già, in parte, a discipline
anteriori alla sociologia e che si erano costituite indipendentemente da
essa: storia comparate delle religioni, del diritto e delle idee morali,
statistica morale, economia politica. Ma, dal momento che queste ricerche
erano sottratte all’influenza sociologica, esse mancarono in parte il loro
oggetto; poiché, perdendo di vista ciò che costituisce la natura propria dei
fenomeni di cui trattavano, vale a dire il loro carattere sociale, esse li
studiavano senza sapere da dove venivano e dove andavamo, da quale
ambiente dipendevano e, lasciandoli sospesi nel vuoto, li lasciavano anche
senza spiegazione. Non si può comprenderli, in effetti, se non mettendoli
gli uni in relazione con gli altri e con l’ambiente collettivo in seno a cui si
elaborano e che esprimono. Di più, la nozione stessa di legge era troppo
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spesso assente da questi lavori che appartenevano più alla letteratura ed


all’erudizione che alla scienza. L’insieme degli studi relativi ai fenomeni
sociali si presentava dunque sotto l’aspetto seguente: da una parte, una
moltitudine incoerente di scienze che, avendo tutte lo stesso oggetto,
ignoravano la loro parentela, l’unità profonda dei fatti che studiavano, e di
cui percepivano solo vagamente la razionalità; dall’altro, la sociologia che
aveva coscienza di questa unità e dell’ordine profondo che nasconde la loro
apparente contingenza, ma che planava troppo in alto sulla realtà sociale
per avere influenza sul modo in cui essa veniva studiata. La riforma più
urgente consisteva dunque nell’avvincere strettamente e unire in un
matrimonio fecondo la sociologia e queste tecniche specialistica, dando così
alla prima la materia che le mancava e, inversamente, facendo discendere
nelle seconde l’idea sociologica, in modo di farne delle vere scienze sociali.
Per assicurare questo legame e renderlo più stretto fu fondato nel 1896 un
periodico chiamato Année sociologique, con il compito di pubblicare
annualmente lavori di storia religiosa, di storia delle istituzioni morali e
giuridiche, di statistica morale, di storia economica, sui fatti che
sembravano avere un interesse particolare per la sociologia.
Tutti i lavori di cui s’è detto derivano direttamente da Comte; sono
momenti differenti di una stessa evoluzione. Ci resta da parlare di due
opere importanti di ispirazione molto diversa.
C’è in primo luogo l’opera di Tarde. Gli studiosi di cui s’è parlato
partono tutti dalla considerazione che i fenomeni sociali sono legati gli uni
agli altri secondo le relazioni definite chiamate leggi, e che la scienza della
società ha il compito di ricercare queste leggi. Tarde non si spinge fino a
sostenere che non c’è alcun ordine nel susseguirsi dei fatti storici; cosa che
porterebbe a negare la possibilità di uno studio scientifico della società. Ma
questo ordine è da lui considerato talmente contingente e variabile, che
sarebbe impossibile coglierli con procedimenti metodici e con qualche
precisione. Tutti i fatti sociali, di fatto, sarebbero dovuti a delle invenzioni
individuali propagate e generalizzate, di mano in mano, per via
dell’imitazione. Ora, l’invenzione è un prodotto del genio ed il genio è
«l’accidente supremo», refrattario ad ogni previsione come ad ogni
spiegazione scientifica. Nasce qui o là, a caso. Il caso viene messo alla
radice stessa della vita sociale. Senza dubbio, l’imitazione stessa ha le sue
leggi, che Tarde si è dedicato a determinare. Ma queste leggi sono
estremamente generali; del tutto formali, esse non potrebbero spiegare
alcun fatto sociale particolare. Le forme delle istituzioni, l’ordine in cui si
sono sviluppate nel corso della storia, tutto ciò dipenderebbe da cause
fortuite e sfuggirebbe del tutto alla scienza.
In un certo senso, l’opera di Tarde si presenta dunque come una
reazione contro il principio stesso su cui si basa la sociologia di Comte. Ma
10 Durkheim

per comprenderne bene il significato, bisogna far riferimento all’epoca in


cui fu concepita. Era il momento in cui la scuola criminologica italiana
spingeva il positivismo a fare una sorta di metafisica materialista che non
aveva niente di scientifico. Tarde mostrò la vanità di queste dottrine e
ricordò il carattere essenzialmente spirituale dei fenomeni sociali.
Se pure Tarde combatté la sociologia di Comte, egli intendeva fare
tuttavia, ed in effetti fece, un’opera sociologica. Ci si potrebbe chiedere, al
contrario, se è il caso di menzionare qui il lavoro di Le Play su Gli operai
europei. Le Play, di fatto, non si oppone a questa o quella concezione
sociologica; egli è completamente al di fuori del movimento di idee che ha
dato vita a questa scienza. Le sue preoccupazioni non sono esclusivamente
scientifiche ma, in gran parte, apologetiche. Tuttavia, dal momento che ha
trattato fatti sociali e poiché una scuola si ricollega a lui, il suo nome e la
sua opera devono avere spazio nel quadro che stiamo tracciando.
In questa esposizione ci siamo attenuti alle opere più caratteristiche, a
quelle che si può considerare che abbiano marcato una fase più o meno
importante dello sviluppo della sociologia. Ma per avere una idea giusta d
ciò che è stato il movimento sociologico in Francia, bisogna non perdere di
vista un gran numero di lavori che, pur non avendo esercitato una
influenza determinante, nondimeno testimoniano del vivo interesse che in
Francia le ricerche sociologiche hanno ispirato. Tali sono le opere di
Letourneau sull’evoluzione della famiglia, del diritto, della proprietà,
dell’educazione, della letteratura; gli studi di Dumont su Lo spopolamento
e di Costa sulla Sociologia oggettiva. Tale è ugualmente l’antroposociologia
di De Lapongue, le cui tesi, molto avventurose, avevano forse bisogno di
essere più solidamente stabilite e che, d’altronde, hanno il fine di
riassorbire la sociologia nell’antropologia. Soprattutto negli ultimi
venticinque anni si è prodotto da noi un movimento intellettuale che, per la
sua intensità e la sua direzione, ricorda quello che all’inizio del XIX secolo
ha causato la comparsa della sociologia.
Appurato che questa scienza è recente, si può giudicare quanto sia
importante il ruolo che la Francia ha avuto nella sua formazione e nel suo
progresso. Tutto, d’altronde, predestinava il nostro parse a giocare questo
ruolo: tanto le sue qualità originarie quanto le difficoltà che abbiamo
dovuto affrontare. La sociologia, di fatto, non poteva nascere e svilupparsi
che là dove si fossero trovare unite le due condizioni seguenti. Occorreva in
primo luogo che il tradizionalismo avesse perso il suo potere. In un popolo
che crede che le sue istituzioni siano esattamente come devono essere,
nulla può provocare la riflessione per applicarsi alle cose sociali. Occorreva
poi una vera e propria fede nel potere della ragione, per osare l’impresa di
tradurre in nozioni definite la più complessa ed instabile delle realtà. Ora,
la Francia soddisfaceva queste due condizioni. In nessun paese la vecchia
La sociologia 11

organizzazione sociale era stata sradicata in modo più completo e, per


rifarla, c’era maggior bisogno di riflessione, vale a dire di scienza. D’altro
canto, noi siamo e resteremo il paese di Descartes; noi abbiamo la passione
delle idee distinte. Senza dubbio, noi sappiamo oggi quanto c’è di
eccessivamente semplicistico nel razionalismo cartesiano; ma, se
avvertiamo la necessitò di superarlo, è a condizione di mantenerne il
principio fondamentale.

Bibliografia

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Le opere contrassegnate da un asterisco figurano, complete o in parte,
nella Bibliothèque de la Science française, alla Esposizione di San
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