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Università degli Studi di Genova

Facoltà di Scienze della Formazione


Corso di Laurea in Scienze della Comunicazione
A.A. 2005-2006

Media 2.0
Conoscenza connettiva ed ecosistema
dell'informazione emergente

Candidato Federico Fasce (Mat.2763543)


Relatore Prof. Luca Guzzetti

Quest'opera è stata rilasciata sotto la licenza Creative Commons Attribuzione-NonCommerciale-


StessaLicenza 2.0 Italy. Per leggere una copia della licenza visita il sito web http://

creativecommons.org/licenses/publicdomain/ o spedisci una lettera a Creative Commons, 559


Nathan Abbott Way, Stanford, California 94305, USA.
Indice

Nota e ringraziamenti ........................................................ 4

Introduzione ...................................................................... 5

Anatomia della Rete .......................................................... 8


Un po’ di storia ....................................................................... 9

Reti e formicai ...................................................................... 13

I cluster e i legami deboli ...................................................... 15

Arrivano gli Hub .................................................................... 17

Rich gets richer .................................................................... 18

Il modello a fitness ............................................................... 20

Diffusione virale .................................................................... 21

Verso una nuova conoscenza ........................................... 24


Dal parlato allo scritto ........................................................... 28

Conoscenza broadcast .........................................................31

La conoscenza dispersa della rete ....................................... 33

La tragedia dei commons ..................................................... 38

Chi sono nella rete? .............................................................. 42

Pubblico e privato .................................................................48

Mercati e conversazioni ........................................................ 50

Dalla cultura di massa, alla massa di culture ....................... 56

Tassonomie collaborative ..................................................... 59

Effetti del social networking .............................................. 63


Blog e media ........................................................................ 64

2
Foto, video, audio. Prospettive crossmediali. ...................... 69

I software sociali guardano i media ...................................... 71

L’ecosistema broadcast ....................................................... 73

L’ecosistema si evolve ..........................................................76

Wikipedia e la verità negoziata ............................................. 83

Rete e politica ....................................................................... 87

I lati oscuri ......................................................................... 90


Problemi strutturali ............................................................... 90

Problemi sociali .................................................................... 92

Conclusioni ........................................................................ 97

Mediagrafia ........................................................................ 99
Libri ....................................................................................... 99

Articoli .................................................................................102

Siti e Blog ........................................................................... 103

Film e serie TV .................................................................... 107

3
Nota e ringraziamenti

La rivoluzione di oggi non sono i blog, la rivoluzione di oggi è


costituita dalla possibilità che le idee hanno di nascere e qualche volta
crescere ed esplodere rimbalzando in tutto il mondo di cervello in
cervello.

Paolo Valdemarin

Il materiale in lingua inglese citato in questo lavoro, laddove non reperibile in


traduzione italiana, è stato tradotto direttamente da me. Il lavoro di ricerca è stato
condotto non solo a partire dai testi sull’argomento, ma anche dall’osservazione
partecipante di numerosi blog. Io stesso ne ho aperto uno per meglio comprendere
le dinamiche che sottendono alla pubblicazione di contenuti online.

Desidero ringraziare la mia famiglia per il supporto morale e materiale; senza di


loro questo lavoro difficilmente avrebbe visto la luce. Ringrazio Marina per tutto
l’amore e per avere sempre creduto in me. Ringrazio il mio relatore, Luca
Guzzetti, per la pazienza e i preziosi consigli. Un grazie sentito va anche a Sergio
Maistrello, Giuseppe Granieri e Antonio Sofi, per gli incoraggiamenti, i consigli e
la fiducia. Ringrazio Lynette Webb per i suggerimenti su come esprimere meglio
le mie idee. Ringrazio infine tutti i blogger che seguo abitualmente, per avere
stimolato una conversazione intelligente e spesso foriera di ottime idee.

4
Introduzione

In molte delle civiltà meno formaliste dell'Orlo Esterno Est della


Galassia, la Guida Galattica per gli Autostoppisti ha già soppiantato la
grande Enciclopedia galattica, diventando la depositaria di tutto il
sapere e di tutta la scienza, perché nonostante presenti alcune lacune e
contenga molte notizie spurie, o se non altro alquanto imprecise, ha
due importanti vantaggi rispetto alla più vecchia e più accademica
Enciclopedia Galattica: uno, costa un po' meno; due, ha stampate in
copertina, a grandi caratteri che ispirano fiducia, le parole NON
FATEVI PRENDERE DAL PANICO.

Douglas Adams, La guida galattica per gli autostoppisti

Lo scrittore umoristico inglese Douglas Adams descriveva la "Guida Galattica per


Auostoppisti"1 come una sorta di enciclopedia scritta dalle stesse persone che
esploravano, per diletto o per spirito d'avventura, la galassia. La contrapponeva
così all'Enciclopedia Galattica, testo autorevole e scientifico che ricalca
abbastanza fedelmente il modello dell'Enciclopedia Britannica.

Adams non poteva sapere che la sua idea, utilizzata per un radiodramma della
BBC nel 1978, un giorno sarebbe diventata quasi realtà. E probabilmente
nemmeno si aspettava che avrebbe funzionato.

Nei primi mesi del 2000 infatti, nasceva quella che sarebbe diventata Wikipedia,
la prima enciclopedia aperta della storia. Wikipedia si basa su un concetto molto
semplice. Chiunque è in grado di aggiungere nuove voci e di modificare quelle

1 Adams, Douglas, La guida galattica per gli autostoppisti, Mondadori, Milano, 1999

5
esistenti. Tutto il materiale dell'enciclopedia è liberamente disponibile in rete,
accessibile a tutti. È facile obiettare che in questo modo l'opera sia esposta così
facilmente a vandalismi da renderla totalmente inutilizzabile. La discussione a
proposito dell'attendibilità di Wikipedia è tra le più attive sulla rete, e
l'enciclopedia è stata anche oggetto di studi scientifici: un articolo di Nature rivela
come le voci palesemente errate siano presenti nella stessa misura sia
sull'autorevole Enciclopedia Britannica, sia su Wikipedia. Come è possibile che
uno strumento aperto e sostanzialmente privo di controllo arrivi a insidiare il
primato di un'enciclopedia affermata, strettamente controllata da un'autorità
scientifica che dovrebbe mantenere al minimo le voci imprecise?

Oggi va di moda dire che siamo entrati nell'era del web 2.0, dell'Internet sociale.
Ma davvero è cambiato qualcosa nei meccanismi della rete, o sono gli utenti che
hanno iniziato a capirli, e a cambiare di conseguenza il loro modo di rapportarsi
all'informazione? Tim Berners-Lee e le persone che hanno contribuito alla nascita
di Internet, non sapevano come questo sistema sarebbe stato utilizzato, e cosa
avrebbe comportato, ma erano consci delle implicazioni nascoste nell'idea stessa
di connettere un certo numero di computer. La connessione simultanea di un gran
numero di computer nel mondo apre la strada all'applicazione di una nuova teoria,
che attraversa numerose scienze e discipline: Internet favorisce la formazione di
sistemi emergenti.

Nel 1985 Joshua Meyrowitz spiegava come i media elettronici modificassero la


vita delle persone, cambiando la percezione che queste hanno delle situazioni
sociali. Allo stesso modo la rete cambia le modalità di interazione sociale, ma lo
fa in modo molto diverso dai media tradizionali. Internet è infatti un medium
basato sulla collaborazione e sull'interazione molti a molti, che sottende a
dinamiche differenti rispetto alla televisione o alla stampa; per questo sarà
necessario analizzarne nel dettaglio i meccanismi, prima di poter capire come
questi intervengano nella vita quotidiana.

6
Internet è infatti un medium basato sulla collaborazione e sull'interazione molti a
molti, che sottende a dinamiche molto diverse rispetto alla televisione o alla
stampa; per questo sarà necessario analizzarne nel dettaglio i meccanismi, prima
di poter capire come questi intervengano nella vita quotidiana. Molte delle
costruzioni sociali alle quali siamo abituati dovranno essere ridiscusse mentre
sempre più persone accedono alla rete; la conoscenza, l'identità, la verità saranno
ridefinite, sia nei lati positivi, sia in quelli negativi. I media, fino a poco tempo fa
unici custodi dell'informazione, vedono cambiare l'ambiente nel quale sono
immersi, e devono confrontarsi con il grande pubblico che oltre a fruire delle
notizie può diventarne anche produttore. Le aziende, grandi e piccole, sono
testimoni di un cambiamento dei mercati, con la rete molto più orientati alla
conversazione e allo scambio reciproco; alcune di esse dovranno nei prossimi anni
rivedere i loro modelli di business in funzione proprio dei cambiamenti portati
dalle reti. La maggiore facilità nella produzione di video, testi e musica, e la
condivisione tra pari ridefinisce i concetti di autorità e di proprietà intellettuale.

In questo scenario estremamente dinamico e in perenne evoluzione preoccupano i


veti dei governi, i tentativi di censura e di controllo operati da questi e dalle telco,
il digital divide e le netwar.

Le persone si trovano di fronte a una tecnologia abilitante che offre nuovi spazi di
comunicazione. Quali sono le possibilità che questo cambiamento ci offre? Quali
implicazioni sociali avrà la connessione di milioni di computer? Ci avviamo a
un'età dell'oro, o a un caos informativo dal quale non riusciremo più a uscire?

7
Anatomia della Rete

Il lavoro di un medium è quello di consegnare un messaggio. Questa


cosa funziona se il messaggio è consegnato intatto. Ma non è questo il
modo in cui i media lavorano davvero, perché noi non siamo
contenitori passivi. Piuttosto, nel processo di comprendere qualcosa,
facciamo sì che esso ci influenzi. Ci plasma, e noi lo plasmiamo.

David Weinberger 2

Lo studio degli effetti sociali della rete non può prescindere da una corretta
comprensione delle dinamiche che la governano, e delle differenze sostanziali che
Internet ha rispetto ai media tradizionali. Il problema della rete è la sua costante
evoluzione e l'impossibilità di derivare regole generali e certe per la sua
definizione. Internet è un medium a rete, un mondo, come lo ha definito David
Weinberger e come tale non può essere compreso attraverso gli schemi broadcast
tipici degli altri media. L’antropologo e sociologo Bronislaw Malinowski diceva
che non è possibile studiare una società senza vivere all’interno di essa. Il
concetto malinowskiano dell’embeddedness sembra valere anche per quanto
riguarda lo studio di Internet come medium sociale. E infatti, dice Doc Searls,
senior editor di Linux Magazine:

"non ho ancora visto nei grandi media un buon servizio o un buon articolo
sui blog che non fosse scritto da un blogger."3

2 Weinberger, David, Joho the blog, http://www.hyperorg.com/blogger/mtarchive/002544.html


3 http://homepage.mac.com/agraham999/blogbook/blog/B1952205778/C139121574/E1173362802/
index.html

8
Tuttavia esistono alcune caratteristiche strutturali che permettono di capire meglio
lo sviluppo delle dinamiche tipiche di un medium di rete. Queste caratteristiche
sono state studiate attraverso modelli statistici, come per esempio la curva di
distribuzione paretiana e sono già state rilevate in ambiti quali la biologia e
l'economia, che non a caso si occupano della descrizione di mondi più che di
sistemi mediali.

Un po’ di storia

I primi vagiti della rete risalgono agli anni '60, molto prima della presentazione
del concetto di personal computer. Nel 1957 veniva lanciato il primo Sputnik, e
gli Stati Uniti si trovavano a dover affermare la loro superiorità tecnologica
sull'Unione Sovietica. Per questo nel 1962 nasce, all'interno del dipartimento della
difesa, l'Advanced Research Project Agency (ARPA). Qui lavoravano numerosi
gruppi accademici, che si occupavano dello sviluppo di sistemi informatici. Si
chiamavano tra loro hacker, ed erano guidati da un codice morale tacitamente
condiviso, che comprendeva quattro principi fondamentali: illimitata e totale
libertà d'accesso ai computer, controllo sperimentale, gratuità delle informazioni e
decentramento. Nonostante ARPA fosse un'agenzia sotto il controllo della difesa
statunitense, gli scienziati che lavoravano al suo interno non avevano direttive in
merito a cosa sviluppare. Nel 1962 un gruppo di lavoro dell'ARPA, capitanato
dall'ex psicologo Joseph Licklider, sviluppa ARPANET. L'idea è di collegare tra
loro i computer, per aumentarne l'efficienza in termini di time sharing, e nel
contempo di creare un sistema che permettesse la condivisione delle risorse
online. Il software era visto come un bene comune, da condividere e modificare
liberamente secondo le esigenze del momento. La base di ARPANET era la
commutazione a pacchetti, tecnologia sviluppata da Paul Baran alla Rand
Corporation per decentralizzare le informazioni in caso di attacco nucleare.
Curiosamente, il progetto di Baran venne rifiutato dal dipartimento e ripreso poi
da Licklider per motivi completamente diversi. ARPANET continuerà a

9
svilupparsi per tutti gli anni '70, arrivando a collegare le varie agenzie dislocate
negli Stati Uniti tra loro. Bisogna notare come, pur essendo un progetto finanziato
dal dipartimento della difesa, quello di ARPANET non è stato concepito a fini
militari, ma piuttosto per rendere più semplice e realizzabile un concetto
fondamentale dell'etica hacker e cioè la condivisione della conoscenza; se è vero
che alla base di ARPANET c'era il progetto bellico di Baran, è altrettanto vero che
nessuno al dipartimento della difesa aveva dato direttive ai dipendenti dell'ARPA
su come lavorare. Certamente, l'intero progetto non avrebbe potuto prendere vita
senza il sostegno e l'interesse nelle tecnologie causato dalla guerra fredda. Quello
che è importante notare è come la tecnologia di rete non sia stata guidata
esclusivamente da interessi militari, ma sia piuttosto nata da un lavoro di ricerca
intelligente e ben guidato. Come osserva Manuel Castells:

La vicenda fortunata della storia di ARPANET è che il dipartimento della


difesa, in un raro esempio di intelligenza organizzativa, ha istituito ARPA
come un'agenzia che avrebbe dovuto occuparsi con ampia autonomia del
finanziamento e della guida della ricerca. ARPA è andata avanti fino a
diventare una delle più innovative istituzioni di politica tecnologica del
mondo, e, di fatto, l'attore chiave nella politica tecnologica degli Stati Uniti,
non solo per la messa in rete dei computer, ma anche per un numero decisivo
di campi dello sviluppo tecnologico. Il personale di ARPA era formato dagli
scienziati accademici, dai loro amici e dagli studenti dei loro amici ed è
riuscita a costruire una rete di contatti affidabili nel mondo universitario,
così come nelle organizzazioni di ricerca che scaturivano dall'ambiente
accademico per lavorare su progetti governativi. 4

È qui opportuno notare come il concetto stesso di copyright sul software non fosse
parte della cultura informatica. Esso nasce da una lettera di Bill Gates del 1976 a
un gruppo di hacker di Palo Alto, che avevano fondato un club per costruire
computer casalinghi. Il software, sosteneva Gates in quella famosa lettera, non è
un bene pubblico con cui giocherellare, ma proprietà privata. Da quel momento in
poi il termine hacker subisce una singolare differenziazione semantica; se per gli

4 Castells, Manuel, Galassia Internet, Feltrinelli, Milano, 2002, p.31

10
addetti ai lavori e per gli appassionati continua a mantenere il significato
originario, sono i media e l'opinione pubblica a connotarlo negativamente,
arrivando a indicare con esso i pirati informatici. L'accezione negativa ha origine
proprio dalle idee espresse da Gates: se il software deve essere considerato
proprietà privata, allora chi tenta di modificarlo non può che essere considerato
come qualcuno che viola questa proprietà, vale a dire un criminale. Secondo
Castells, anche considerando i pirati come un prodotto della cultura hacker, non si
può ignorare il significato dell'intero movimento, riducendolo alle idee di una
piccola parte di esso:

Gli hacker non sono ciò che raccontano i media. Non sono esperti
informatici irrequieti, ansiosi di crackare codici, penetrare illegalmente nei
sistemi o portare il caos nel traffico informatico. Quelli che si comportano
così sono chiamati "crackers", e di solito vengono respinti dalla cultura
hacker, sebene personalmente ritengo che, in termini analitici, i cracker e
altri generi di cyber siano sottoculture di un universo hacker più ampio e in
genere non destabilizzante. 5

La rete quindi nasce da un'interazione particolare tra scienza, ricerca militare e


cultura della condivisione, come osserva Manuel Castells. Il merito del
dipartimento della difesa è stato senz'altro quello di non avere interferito con le
attività scientifiche, permettendo la crescita di un ambiente creativo e ricco di
potenzialità. Il semplice collegamento dei computer, inizialmente pensato per
aggirare un problema di scarsità di risorse, ha dato il via ad una miriade di
applicazioni impensabili precedentemente. Due caratteristiche del progetto
ARPANET sono decisive per lo studio degli effetti sociali della rete: il
decentramento e la "stupidità" della tecnologia.

Il decentramento, parte dell'etica hacker fin dalla sua nascita, è condizione


necessaria per assicurare la permanenza delle informazioni importanti, e
soprattutto per metterle al sicuro da attacchi. Questa caratteristica ha però effetti
contingenti su alcuni fenomeni tipici della rete e di altri sistemi complessi.

5 Castells, Manuel, Galassia Internet, Feltrinelli, Milano, 2002, p.49

11
Per quanto riguarda la stupidità, invece, Tim Berners-Lee la tenne ben presente
quando al CERN di Ginevra, nel 1990, sviluppò il primo software WWW. I
pacchetti che viaggiavano per i nodi della rete dovevano essere trattati tutti nello
stesso modo. Nel World Wide Web, così come in ARPANET, nessuna
informazione doveva essere trattata in modo diverso dalle altre. Tutte avrebbero
avuto la stessa importanza agli occhi dei programmi che le smistavano. In altre
parole, se in un media broadcast c’è una selezione delle informazioni, e una loro
distribuzione in ordine di importanza, così non avviene sulla rete: qualsiasi
pacchetto di dati viaggia, nelle autostrade telematiche, esattamente alla stessa
velocità degli altri. Questa caratteristica potrebbe presto venir meno attraverso
l’intervento delle aziende di telecomunicazione, che vorrebbero discriminare i
pacchetti in transito privilegiando la velocità di trasmissione di alcuni contenuti
(in particolare quelli di aziende in grado di pagare una tariffa supplementare) a
discapito di altri. Il World Wide Web è l'applicazione più conosciuta e utilizzata di
Internet, insieme all'e-mail. Ma non sarebbe mai esistito se lo studio dei computer
connessi fosse stato portato avanti dal reparto ricerca e sviluppo di una grande
azienda. Come osserva Cristopher Locke nella prima parte di Cluetrain Manifesto

La rete crebbe e prosperò perché fu ignorata. Lavorava con regole differenti


da quelle del business. La penetrazione di mercato non era una priorità,
semplicemente perché non c'era alcun mercato - a meno che non si
considerasse come un mercato di nuove idee. [...] (Il World Wide Web)
venne fuori dal lavoro per creare note a piè di pagina - referenze tra articoli
accademici sulla fisica quantistica che forse qualche dozzina di persona al
mondo poteva davvero comprendere.6

Ma, osserva sempre Locke, il fascino della comunicazione traghettò Internet verso
quello che conosciamo oggi:

Ma sapete quel che si dice sul troppo lavoro senza divertimento. Le persone
iniziarono a giocare. Se le lasci da sole, succede sempre. E le persone che
stavano costruendo Internet erano praticamente lasciate da sole. Stavano

6Levine, Rick, Locke Christopher, Searls, Doc e Weinberger, David, The Cluetrain Manifesto, Basic Books,
New York, 2000, p.3

12
creando la scacchiera. Nessun altro sapeva come diavolo funzionasse
quell'affare, quindi nessuno poteva dir loro quel che potevano e non
potevano fare. Fecero quel che piaceva loro. E una delle cose che
preferivano era discutere.7

Il particolare humus che permette la nascita e lo sviluppo di Internet ne ha definito


anche le caratteristiche principali. Ecco perché David Weinberger non vede nella
rete, considerata come infrastruttura, un vero e proprio medium. Tutto quello che
fa Internet è consegnare un messaggio, senza giudicarlo né filtrarlo.

Reti e formicai

La struttura tipica di una rete è stata studiata da numerosi biologi e naturalisti. In


natura, si è scoperto, c'è una forte tendenza a creare organizzazioni di rete.
Dyctiostelium, per esempio, è un organismo ameboide in grado di formare grandi
colonie attraverso la secrezione di feromone che aumenta o diminuisce in
presenza di condizioni più o meno favorevoli alla sopravvivenza. Il feromone
attira altri Dyctiostelium fino alla formazione di grandi sciami. È stato rilevato
come questo processo non venga instaurato da individui più forti che assumono il
ruolo di pacemaker 8 e guidano lo sciame, ma sia invece completamente originato
dal basso, attraverso la semplice comunicazione.

La biologa Deborah Gordon9 ha studiato i comportamenti di questo tipo nelle


colonie di insetti sociali, in particolare nel sistema sociale della formica mietitrice.
Questi animali sono in grado di svolgere funzioni complesse attraverso la
semplice secrezione di feromone. Per capire come funziona l'intelligenza di un
formicaio, prendiamo un esempio piuttosto semplice. La colonia è in costante

7Levine, Rick, Locke Christopher, Searls, Doc e Weinberger, David, The Cluetrain Manifesto, Basic Books,
New York, 2000, p.4
8Un pacemaker è in gergo scientifico un individuo all’interno di una comunità di organismi, spesso più
dotato geneticamente, in grado di guidare gli altri verso un particolare obiettivo.
9 Gordon, Deborah, “The organization of work in social insect colonies”, Nature 380, Mar 1996, pp.121-124

13
ricerca di cibo, ed è determinante per la sua sopravvivenza trovarne la maggiore
quantità possibile nel minore tempo. Le formiche mietitrici pattugliano la zona
vicina al formicaio, lasciando tracce di feromone lungo la strada che percorrono.
Questa traccia non dura per sempre, ma scompare gradatamente. È chiaro quindi
come le formiche che trovano la via migliore per il cibo possano ripercorrerla più
volte in un certo lasso di tempo, rinforzando la traccia feromonica. Ovviamente se
consideriamo una colonia di pochi esemplari sarà molto difficile che avvenga una
distribuzione efficiente delle risorse. Ma se aumentiamo il numero degli esemplari
che compongono la colonia, allora la strada più efficiente verso il cibo emergerà
naturalmente. Tutta l'economia di un formicaio funziona attraverso meccanismi di
questo tipo: la costruzione delle camere, per esempio, osserva Deborah Gordon,
non è casuale, ma frutto di un'applicazione di intelligenza di fatto impossibile per
il singolo esemplare. Ma l'interazione costante di una miriade di esemplari in
grado di seguire comportamenti semplici, favorisce l'emergenza di strutture
intellettive notevoli. Il concetto della hive-mind, la mente alveare, è stato ripreso
ed applicato alla rete, seppure con qualche differenza. Steven Johnson10 ,
giornalista scientifico e autore de La nuova scienza dei sistemi emergenti, osserva
come il numero degli elementi sia una delle caratteristiche fondamentali per
favorire l’emergenza di un comportamento complesso partendo da strutture molto
semplici. La topologia della rete è per certi versi molto simile a quella di un
formicaio, o alle colonie del Dyctiostelium Per questo, anche nel web è possibile
trovare fenomeni di emergenza, i quali risultano ancora più affascinanti se
pensiamo ad ognuno degli individui che contribuisce alla hive-mind come a un
essere umano.

Tra coloro i quali hanno maggiormente contribuito allo studio delle reti troviamo
il fisico rumeno Albert-László Barabási11 , che nel suo Link parte dall’esempio del
cocktail party per descriverne la topologia e gli aspetti strutturali.

10 Johnson, Steven, La nuova scienza dei sistemi emergenti, Garzanti, Milano, 2004
11 Barabási Albert-László, Link - La scienza delle reti, Einaudi, Torino, 2004

14
I cluster e i legami deboli

Immaginiamo perciò uno di quei party all'americana, un ricevimento nel quale


sono invitate parecchie persone, molte delle quali non si conoscono. Inizialmente i
legami sociali tra gli individui formeranno una serie di piccoli gruppi che Barabási
chiama cluster. È molto probabile che le persone appartenenti a un cluster
conoscano, anche solo di vista, qualcun altro. E dal momento che è improbabile
che si trascorra tutta la serata a chiacchierare con le stesse persone, qualcuno si
muoverà verso un altro gruppo, creando un legame tra due cluster. In poco tempo,
osserva il fisico, tutti saranno connessi tra loro, e da una serie di piccoli cluster ne
emergerà uno unico, molto più grande. Ora, se all'inizio del party venisse immessa
un'informazione di un certo interesse all'interno di un solo cluster, è altamente
probabile che, al termine della serata quell'informazione sia condivisa da tutti gli
ospiti. I legami che tengono insieme i cluster in una rete di conoscenze condivise
non sono i legami forti di un'amicizia o di una parentela. Si tratta di collegamenti
deboli, basati sulla conoscenza occasionale.

L'importanza dei legami di semplice conoscenza era già stata studiata dal
sociologo Mark Granovetter, nel suo libro La Forza dei Legami Deboli12 .
Granovetter aveva osservato come le persone trovassero più facilmente lavoro
attraverso semplici conoscenti piuttosto che contando sui parenti o sugli amici di
vecchia data. L’osservazione del sociologo americano parte da uno studio
empirico che ha valore solo nel contesto di alcune società, come quella americana.
Ci sono gruppi sociali in cui sono i legami forti quelli più utili per l’individuo. Ma
non è questo il punto importante dello studio di Granovetter. Quello che davvero
interessa, per lo studio delle reti sociali, è come siano i legami deboli i principali
responsabili della coesione dell’intera società. Senza di essi avremmo una
moltitudine di piccoli gruppi sconnessi tra loro. È lo stesso Granovetter a
esemplificare la teoria:

12 Granovetter, Mark, La forza dei legami deboli e altri saggi, Liguori, Napoli, 1998

15
Ego ha un gruppo di amici intimi che perlopiù si conoscono tra di loro e
rappresentano un nucleo compatto entro la struttura sociale. Ha inoltre una
cerchia di conoscenti, pochissimi dei quali si conoscono tra loro. Ciascun
conoscente, però, ha a sua volta degli amici intimi e fa parte di un nucleo
distinto da quello di Ego. Il legame debole tra Ego e i conoscenti non è
quindi solo un generico legame di conoscenza, ma anche e soprattutto un
cruciale ponte tra i due gruppi di amici intimi... Tali gruppi di fatto non
sarebbero interconnessi se non esistessero dei legami deboli.

Questi legami sono in grado di compattare l'intera società in una rete nella quale
ogni individuo è strettamente connesso a tutti gli altri. Si tratta della cosiddetta
small world theory, formalizzata nel 1998 da Duncan Watts e Steven Strogatz in
un articolo su Nature13 . Già da tempo si parlava di piccoli mondi: numerosi
esperimenti empirici avevano dimostrato come tra due individui nel mondo
esistessero non più di sei gradi di separazione. Lo stesso Granovetter era partito
dallo studio di quel fenomeno per elaborare la sua teoria. Nessuno, però, era
riuscito a conciliare la nuova teoria del sociologo americano con quello dei due
matematici Erdös e Rényi, i quali avevano elaborato una teoria dei grafi nella
quale ogni nodo della rete era collegato agli altri tramite link casuali. Questa
rappresentazione grafica andava bene per spiegare matematicamente la teoria dei
piccoli mondi, ma non rifletteva la descrizione a cluster fatta da Granovetter.

Watts e Strogatz crearono allora un modello nel quale ogni nodo fosse collegato ai
due che gli stavano più vicini: dopotutto le persone non costruiscono legami
casuali, ma tendono a collegarsi a chi è più vicino a loro. In questo modo
ottennero un grafo ordinato, il quale però faceva decadere la teoria dei piccoli
mondi: due persone molto distanti tra loro non avrebbero mai potuto raggiungersi
attraverso quei sei empirici gradi di separazione. I due matematici provarono a
collegare alcuni nodi molto distanti tra loro, e scoprirono che anche con
pochissimi collegamenti di questo tipo, il numero di passaggi necessari per
passare da un nodo all'altro calava esponenzialmente.

13Watts, Duncan e Strogatz, Steven, “Collective dynamics of 'small-world' networks”, Nature 393, Giugno
1998, pp. 440-442

16
Arrivano gli Hub

All'interno di una rete sociale esistono però figure molto particolari. Si tratta di
quel genere di persone in grado di instaurare un numero di rapporti sociali con i
propri simili di gran lunga superiore alla media. Alcuni studenti dell'Albright
college di Reading, in Pensylvania, scoprirono nel 1994 che l'atttore Kevin Bacon
poteva essere collegato a qualsiasi altro attore con non più di tre passaggi. In
realtà la loro scoperta non era per nulla nuova: si trattava soltanto di un
esperimento sulla teoria dei piccoli mondi, applicata all'universo degli attori di
Hollywood. Ma Albert Barabási e Jeong Hawoong14 iniziarono a studiare questa
piccola rete imbattendosi in un fenomeno del tutto inaspettato. La maggior parte
degli attori aveva meno di dieci collegamenti, ma esisteva un esiguo numero di
essi che potevano vantare un numero eccezionale di link. Alcuni superavano
addirittura i quattromila collegamenti. Questi attori, da soli, contribuivano ad
abbassare drasticamente il numero di gradi di separazione. Barabási e la sua
équipe avevano appena scoperto l'esistenza degli hub o connettori. Conosciamo
molti tipi di connettori nella società umana; per esempio il presidente di un grande
stato, i grandi boss della malavita e gli opinion leader. Andando avanti nella sua
ricerca, il team di Barabási scoprì che elementi simili si possono ritrovare anche
nella microbiologia: ne sono un esempio la molecola dell'ATP e quella dell'acqua,
che intervengono in un numero altissimo di reazioni chimiche.

Se consideriamo reti a distribuzione casuale, come quelle di Erdös-Rényi e


Strogatz-Watts, dovremmo ammettere che tutti i nodi della rete abbiano più o
meno lo stesso numero di link; eppure abbiamo visto che non è così: la regola vale
anche per Internet. Al di là di tutta la retorica sull'uguaglianza nella rete, il dato
che emerge è che a livello topologico, anche su Internet esiste una moltitudine di
piccoli siti con pochissimi collegamenti e pochi, grandi portali che ne vantano
invece un numero enorme. Internet non è quindi, da questo punto di vista, una rete
democratica. Non è vero che sulla rete tutti hanno la stessa possibilità di essere

14 Barabási Albert-László, Link - La scienza delle reti, Einaudi, Torino, 2004 pp.61-69

17
ascoltati: alcune voci sono troppo flebili per essere udite in quel grande cocktail
party.

Rich gets richer

Dalla scoperta degli hub si arriva a comprendere una relazione fondamentale tra la
scienza delle reti e l'economia. Considerando i nodi di una rete a distribuzione
casuale rispetto al numero dei link, vedremo che essi tenderanno a distribuirsi
secondo una curva a campana: esisterà quindi un numero medio di collegamenti
entro il quale si trova la maggior parte dei nodi.
Numero dei nodi con rispettivi link

Numero dei link

Se osserviamo il grafico di una rete come Internet, invece, otterremo una curva
molto diversa, che fu osservata dal sociologo Vilfredo Pareto. Questa curva
illustra come gran parte delle risorse siano nelle mani di pochi, e come esista, al
contrario, una coda lunga composta da moltissimi elementi con poche risorse.

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Numero dei nodi con rispettivi link

Numero dei link

Questa distribuzione è chiamata in matematica legge di potenza, ed è tipica di


tutte le reti a distribuzione non casuale che esistono in natura. La distribuzione a
legge di potenza ha una caratteristica molto importante: non è possibile
individuare un elemento medio che riassuma in qualche modo le caratteristiche di
tutti gli altri, e di conseguenza la rete che segue queste regole non ha una scala
specifica. Per questo le reti come Internet vennero chiamate a invarianza di scala.
La legge di potenza descrive bene un mondo nel quale i grandi motori di ricerca
come Google e Yahoo detengono la maggioranza dei link, mentre una miriade di
piccoli siti sono collegati solo a pochissimi altri. Ma questo non è ancora il
modello perfetto per descrivere Internet.

La dinamica di sviluppo di una rete a invarianza di scala è descritta da Barabási


attraverso un semplice algoritmo composto da due istruzioni. La prima è detta di
crescita, e stabilisce che a ogni intervallo di tempo un nuovo nodo viene aggiunto
alla rete. La seconda è il collegamento preferenziale: ogni volta che un nodo viene
aggiunto, questo si collegherà ad altri nodi proporzionalmente alla ricchezza di
link degli stessi. Se abbiamo per esempio un nodo con due link e uno con un
unico collegamento, le probabilità che il nuovo nodo si colleghi al primo sono

19
doppie rispetto al secondo. Questo significa che i nodi ricchi di link tenderanno a
diventarlo sempre di più, e che quindi saranno privilegiati i nodi presenti da più
tempo nella rete. Barabási nota come soltanto quando entrambe le condizioni
sono soddisfatte è possibile generare una rete a invarianza di scala: in mancanza
della regola di crescita il modello è ovviamente statico, mentre venendo meno il
collegamento preferenziale si ritorna alla rete casuale e alla sua curva a campana.
In questo modello, perciò, osserveremo il fenomeno del rich gets richer, ovvero
quella particolare distribuzione per cui chi ha molto tende ad accumulare sempre
di più a discapito degli altri. Il sociologo Robert K. Merton15 ha rilevato un
comportamento simile all’interno delle comunità scientifiche, nelle quali è molto
facile che i riconoscimenti per i contributi siano accordati più facilmente a
scienziati che godono già di una certa reputazione. Prendendo a prestito un passo
del Vangelo secondo Matteo, Merton chiamò il fenomeno del rich gets richer
“effetto S. Matteo”. La buona notizia è che in un sistema informativo l’effetto S.
Matteo tende a conferire maggiore visibilità ai contenuti scientifici più
interessanti. Come può quest’osservazione tradursi all’interno delle dinamiche di
rete? Che cosa permette l’emergenza ad un nuovo arrivato in un sistema così
complesso? Se nella rete i ricchi diventano sempre più ricchi, come si può
immaginare l’emergenza di un nuovo arrivato?

Il modello a fitness

Si è detto che gli hub, nella nostra società, sono quegli individui in grado di creare
connessioni sociali con un gran numero di persone. Spesso questi individui
giocano anche il ruolo di opinion leader, vale a dire di esperti in una particolare
disciplina e hanno il ruolo di punti di riferimento per una certa area di sapere.
Anche se è logico che una persona possa incrementare il numero dei suoi
collegamenti con l'avanzare dell'età, nessuno si sognerebbe di dire che l'aumentare

15
Merton, Robert K., “L’effetto San Matteo nella scienza”, in La sociologia della scienza, Francoangeli,
Milano, 1973

20
dell'età possa fare diventare qualcuno un connettore. Deve per forza esistere una
propensione ai rapporti umani che rende più facile per certi individui diventare
degli hub. Anche nella rete il concetto del rich gets richer sembra possa essere
smentito da alcuni casi macroscopici: per esempio la nascita di Google, nel 1998,
in un panorama dominato da Yahoo! e AltaVista, e il suo primato tra i motori di
ricerca raggiunto in meno di due anni. Un evento simile non può essere spiegato
dalle sole leggi di potenza.

A questo punto Barabási introdusse nel suo studio un nuovo elemento, mutuato
dalla meccanica quantistica di Einstein. Senza addentrarci eccessivamente nei
ragionamenti matematici che hanno portato a questa conclusione, possiamo dire
che ogni nodo della rete è caratterizzato da un livello di energia, o fitness. La
fitness è un valore che influisce nella probabilità di un nodo di acquistare nuovi
collegamenti, a prescindere da quando lo stesso entra in gioco. Quando Google
debuttò sul web, aveva poche possibilità di attrarre a sé un gran numero di link.
Ma essendo la sua fitness molto alta, riuscì in poco tempo a guadagnare terreno
sui concorrenti e a raggiungere il primato. La scoperta della fitness completa il
quadro della morfologia di rete e chiarisce i meccanismi che rendono possibile
fenomeni di emergenza, come quelli osservati nelle colonie di insetti sociali. È
interessante notare come, con l'avvento del web dinamico basato su un
aggiornamento frequente delle pagine, il valore di fitness non possa essere
considerato una costante, o quantomeno non possa più essere legato al nodo della
rete, quanto piuttosto al suo contenuto.

Diffusione virale

Una delle caratteristiche principali di Internet che interessavano l’ARPA era


proprio la sua mancanza di gerarchia e la sua distribuzione capillare. Attraverso la
topologia che è stata brevemente descritta, risulta subito evidente che
l'eliminazione di uno dei nodi della rete non può comprometterne il

21
funzionamento. Internet ha però un tallone d'achille, rappresentato dagli hub.
L'attacco perpetrato a un hub metterebbe facilmente in difficoltà il preciso
meccanismo di collegamento, rischiando addirittura di lasciare alcuni cluster
isolati. Ma questa è solo una faccia della medaglia. La grande connessione degli
hub permette anche una velocissima diffusione delle informazioni importanti, in
maniera straordinariamente simile a quanto accade con i virus. Quel che successe
a Mike Collins l'8 novembre 2000 spiega bene come un'informazione possa
diffondersi velocemente sulla rete. Collins stava seguendo gli scrutini delle
elezioni presidenziali in Florida, e, colpito dalla confusione nel conteggio dei voti
disegnò una vignetta, la pubblicò sulla sua pagina personale e la inviò a qualche
amico per e-mail. Nel giro di due giorni la sua casella postale era piena di
richieste di pubblicazione da parte di quotidiani e periodici, e il suo sito aveva
registrato un numero enorme di accessi.

Avendo ben presente il funzionamento della rete, è facile capire come sia
accaduto. La vignetta aveva di per sé una fitness piuttosto alta: riguardava un fatto
di interesse comune, attuale, ed era molto divertente. Per questo, dopo essere stata
trasmessa all'interno del cluster dei conoscenti di Collins, è uscita da quel gruppo
tramite qualche legame debole, e ha potuto raggiungere gli hub, attraverso i quali
si è diffusa con velocità impressionante. La vignetta di Collins è un perfetto
esempio di meme, termine coniato da Richard Dawkins per indicare un’unità di
informazione che si propaga da una mente all’altra, e che è stato ripreso nel gergo
della rete per descrivere quelle informazioni a fitness elevata in grado di
diffondersi velocemente attraverso un gran numero di nodi.

Le mode nascono esattamente con lo stesso meccanismo: solitamente esiste un


gruppo di innovatori che iniziano a sperimentare la novità; di solito si tratta di
appassionati di un determinato settore i quali formano per lo più gruppi sociali
molto ristretti. Se però, attraverso i legami deboli, la loro scoperta arriva a un hub,
questa può essere diffusa in breve tempo, creando una nuova moda. Tutte queste
dinamiche non sono proprie della rete, ma avvengono naturalmente in qualsiasi

22
tipo di organizzazione sociale. Il marketing è da sempre interessato agli hub
(soprattutto quando svolgono il ruolo di opinion leader), in quanto sono
determinanti per il successo o il fallimento di un'operazione commerciale. Quello
che cambia con Internet è però la velocità e la semplicità con cui una determinata
informazione può essere diffusa e resa condivisibile, nonché la mancanza di un
filtro centrale, a differenza dei media tradizionali, che decide cosa è importante e
cosa no. Certamente esistono gli hub, ma abbiamo visto in precedenza come nella
rete sia possibile per chiunque diventare un connettore: ecco la vera democrazia di
Internet, che non si realizza nella retorica frase "tutte le voci nella rete hanno la
stessa importanza", quanto piuttosto sull'assunto che la rete non conosce la
differenza tra un nodo e l'altro, e quindi ognuno di essi parte con le stesse
possibilità di tutti gli altri.

23
Verso una nuova conoscenza

Perché il messaggio di un medium o di una tecnologia è nel


mutamento di proporzioni, di ritmo, o di schemi che introduce nei
rapporti umani.

Marshall McLuhan, Gli strumenti del comunicare

Il sociologo canadese Marshall McLuhan, e in generale tutta la scuola sociologica


di Toronto, sono spesso tacciati di determinismo tecnologico. Non c'è dubbio che
l'espressione il medium è il messaggio, ormai abusata, venga spesso estremizzata
rispetto a quello che forse era il suo significato originario. Cosa voleva dire
esattamente con questa frase il sociologo canadese? Un primo chiarimento arriva
dallo stesso McLuhan:

Per quanto riguarda le sue conseguenze pratiche, il medium è il messaggio.


[...] In altre parole le conseguenze individuali e sociali di ogni medium, cioè
di ogni estensione di noi stessi, derivano dalle nuove proporzioni introdotte
nelle nostre questioni personali da ognuna di tali estensioni o da ogni nuova
tecnologia. 16

Una delle critiche fondamentali mosse al lavoro di McLuhan è, come si è detto,


l'eccessivo determinismo tecnologico. Come osserva Luciano Paccagnella:

è vero che l'introduzione della stampa da parte di Gutenberg ha


accompagnato il processo di mutamento che ha condotto alla scienza
occidentale e alla società moderna, ma una visione rigidamente determinista

16 McLuhan, Marshall, Gli strumenti del comunicare, Net, Milano, 2002, p.15

24
non spiega come mai tale mutamento è avvenuto in Europa a partire dal XVI
secolo e non invece in Cina, dove la stampa a caratteri mobili era in uso già
da almeno quattro secoli prima. Se la tecnologia fosse in grado, da sola, di
produrre determinati cambiamenti sociali, oggi il rapporto tra Oriente e
Occidente assumerebbe un significato molto diverso. 17

La visione di Paccagnella va forse oltre quello che McLuhan voleva dire, ma


d'altra parte la prosa del sociologo canadese è spesso fumosa e difficilmente
comprensibile, nel suo stile epico e visionario. Un'interpretazione migliore delle
teorie di McLuhan si può trovare nel lavoro di Joshua Meyrowitz, che lo stesso
Paccagnella rileva essere un esempio isolato di felice accostamento tra l'opera di
McLuhan e gli altri studi sulla comunicazione. Meyrowitz coniuga le idee del
maestro con quelle del sociologo Erving Goffman, e analizza gli effetti dei media
elettronici sulla percezione degli spazi sociali di ribalta e retroscena. Secondo
Goffman ogni individuo vive la sua vita come una sequenza di situazioni, alle
quali è in grado di adattarsi seguendo un copione predefinito. Utilizzando la
metafora del teatro, Goffman osserva come esistano spazi di ribalta e di
retroscena, i primi dedicati al rapporto con le altre persone, i secondi visti invece
come spazi privati, all'interno dei quali l'individuo prepara la sua
rappresentazione. La corretta definizione di una situazione è un requisito
fondamentale per scegliere il giusto copione da seguire. Ma cosa accade, si chiede
Meyrowitz, nel momento in cui la comparsa di un nuovo mezzo di comunicazione
rende più facile l'accesso alle informazioni di retroscena di un determinato gruppo
sociale? Con la comparsa della televisione i confini tra gli spazi privati e pubblici
delle persone si fanno più labili e le costringono a ridefinire molte delle situazioni
sociali nelle quali esse quotidianamente si trovano. Il sociologo canadese osserva
questi mutamenti all'interno di tre categorie di ruolo: l'affiliazione, la
socializzazione e la gerarchia. Il medium televisivo allenta i confini che separano
alcuni gruppi sociali: l'esistenza stessa di un gruppo è basata sulla condivisione
della conoscenza di alcune informazioni di retroscena da parte dei suoi
componenti. Meyrowitz osserva che

17 Paccagnella, Luciano, Sociologia della comunicazione, Il Mulino, Bologna, 2004, p.125

25
Grazie alla televisione ogni americano ha accesso alle espressioni personali
di gente di tutto il paese e di tutto il mondo, e riceve molte informazioni un
tempo disponibili solo ai membri di altri gruppi. Attraverso i media
elettronici, i gruppi perdono l'esclusiva dell'accesso ad alcuni aspetti del
retroscena, e ottengono la visione del retroscena di altri gruppi.18

Un tempo era la separazione fisica a rendere impossibile l'accesso


all'informazione; con l'avvento dei media elettronici questa separazione decade e
con essa l'alone di mistero intorno a determinati gruppi sociali. L'influenza dei
media è rilevabile anche nei processi di socializzazione, che possono essere visti
come i momenti di ingresso in un nuovo gruppo. Solitamente questi riti di
passaggio sono scanditi attraverso l'accesso graduale alle informazioni di
retroscena del gruppo. Il passaggio attraverso ogni rito causa "un mutamento nei
comportamenti individuali e nelle reazioni degli altri" (Meyrowitz, 1985); per
esempio uno studente che ha appena conseguito la laurea sarà considerato a tutti
gli effetti un dottore. Questo titolo è socialmente costruito e fa da checkpoint
artificiale per misurare in qualche modo un processo di socializzazione che è
invece continuo. È semplice capire come, anche in questo caso, l'accesso a
informazioni da retroscena renda più difficile la parcellizzazione dello sviluppo
sociale di un individuo in stadi arbitrari; secondo Meyrowitz,

quanto più un mezzo favorisce il rapporto tra isolamento fisico e isolamento


informativo, tanto più incoraggia la separazione degli individui in molte
posizioni distinte della socializzazione. Quanto più un mezzo permette alle
persone di accedere all'informazione senza abbandonare i luoghi precedenti
e senza troncare le precedenti appartenenze, tanto più favorisce
l'omogeneizzazione degli stadi della socializzazione. 19

Per quanto riguarda la gerarchia, è pleonastico dire che il potere dipenda in larga
parte dalla capacità di chi lo esercita di mantenere segrete informazioni che
potrebbero delegittimarlo; non si intende con questo solo i classici scheletri
nell'armadio, ma piuttosto tutte quelle caratteristiche che, anche se all'apparenza

18 Meyrowitz, Joshua, Oltre il senso del luogo, Baskerville, Bologna, 1993 pp.220-221
19 Ibidem, p.100

26
trascurabili, potrebbero fare insorgere dubbi sulle reali capacità dell'uomo di
potere. Non è un caso se i leader dei regimi totalitari abbiano sempre cominciato
la loro ascesa attraverso il completo controllo dell'informazione. Meyrowitz
analizza tre grandi presidenti americani in rapporto ai media che hanno permesso
loro l'ascesa alla casa bianca:

Il cinema consentì al piccolo Wilson di sembrare alto, come la radio consentì


all'invalido Roosevelt di sembrare potente, e la televisione consentì al
giovane Kennedy di apparire sicuro di sé e ricco di esperienze. In un certo
senso ogni medium è simile a un tipo diverso di stanza o di teatro che esige
(e permette) un tipo di attore e uno stile di spettacolo adeguato. 20

Alcune tecnologie, come la stampa a caratteri mobili, la radio e la tv possono


essere definite abilitanti. La loro introduzione non determina direttamente uno
sviluppo culturale o sociale, ma abilita gli esseri umani a tale mutamento. Quando
Internet venne aperta al pubblico di massa nei primi anni '90 nessuno sapeva
esattamente come utilizzare questo strumento. Pertanto le prime aziende della
cosiddetta new economy puntarono tutto sull'apertura dei grandi portali, secondo il
modello broadcast che aveva funzionato per tutti gli altri media. Si pensava che un
sistema pubblicitario simile a quello televisivo avrebbe potuto produrre introiti
colossali per le start-up del web.

Tutti, oggi, sappiamo come è andata; all'inizio del ventunesimo secolo le ditte
basate sulla rete crollarono, e si aprì la strada a una nuova concezione, chiamata
dall'editore americano O'Reilly Web 2.0. Questa etichetta non si riferisce però ad
una nuova tecnologia. Gli strumenti del nuovo web sono esattamente gli stessi,
ma si è giunti alla conclusione che il modello di tipo broadcast era sbagliato: la
rete infatti abilita le persone a essere connesse, a comunicare molto velocemente e
a creare con semplicità contenuti; è un medium sociale basato sulla
conversazione. Fino a quando, però, le persone non hanno compreso queste
possibilità e non hanno imparato ad utilizzarle, Internet non ha portato alcun
cambiamento nelle loro vite.

20 Meyrowitz, Joshua, Oltre il senso del luogo, Baskerville, Bologna, 1993, p. 454

27
Dal parlato allo scritto

Attraverso l'introduzione di nuove tecnologie abilitanti, i sistemi di conoscenza


delle persone sono cambiati. Non si tratta solo, come abbiamo rilevato in
Meyrowitz, di un cambiamento di accesso all'informazione, ma anche di un vero e
proprio mutamento delle strutture mentali e del modo che abbiamo di rapportarci
all'informazione. Derrick De Kerckhove chiama questo complesso di schemi
cognitivi brainframe21. Il primo ad accorgersi dell'esistenza dei brainframe fu il
filosofo greco Socrate, fiero oppositore della scrittura. Nato e cresciuto in una
cultura orale caratterizzata dalla circolarità, dai legami forti e dalla memoria come
unico medium, Socrate vedeva nella scrittura un pericolo per la sapienza. Per
questo motivo non ci rimangono suoi scritti, ma il suo pensiero ci è stato
trasmesso dal discepolo Platone, evidentemente più propenso ad accettare le
potenzialità del nuovo medium. Nel Fedro Platone descrive un dialogo tra il
famoso favolista e Socrate, il quale dice a proposito della scrittura:

Questa scoperta infatti, per la mancanza di esercizio della memoria, produrrà


nell'anima di coloro che la impareranno la dimenticanza, perché fidandosi
della scrittura ricorderanno dal di fuori mediante caratteri estranei, non dal di
dentro e da se stessi; perciò tu hai scoperto il farmaco non della memoria,
ma del richiamare alla memoria. Della sapienza tu procuri ai tuoi discepoli
l'apparenza, non la verità: ascoltando per tuo tramite molte cose senza
insegnamento, crederanno di conoscere molte cose, mentre per lo più le
ignorano, e la loro compagnia sarà molesta, poiché sono divenuti portatori di
opinione anziché sapienti. 22

Come si può intuire da questo brano, Socrate intuì subito che la scrittura avrebbe
condotto ad un mutamento nell'accesso e nella gestione della conoscenza: questa
non sarebbe più rimasta all'interno della mente delle persone, ma avrebbe pervaso
il mondo esterno, risultando accessibile a chiunque avesse avuto la capacità di
leggere. Questi cambiamenti sono visti dal filosofo greco in senso negativo, ma

21 De Kerckhove, Derrick, Brainframes, Baskerville, Bologna, 1991


22 Platone, Fedro, Mondadori, Milano, 2006

28
non sono errati nella loro essenza: quello che mancava a Socrate era il brainframe
alfabetico, difficile da acquisire per una persona cresciuta prima della sua
affermazione.

L'introduzione della scrittura alfabetica dà inizio a un'evoluzione nel campo del


pensiero che percorre tutta la storia: la sequenzialità del testo scritto stimola le
capacità analitiche del cervello e induce allo sviluppo di un pensiero razionale e
scientifico. Anche la concezione del tempo cambia: si passa da un tempo
circolare, tipico delle società a religione animista, a un tempo lineare e a uno
sviluppo dei concetti di inizio e fine. La scrittura, allontanando la necessità
dell'esperienza diretta, catalizza lo sviluppo del pensiero astratto e dei concetti di
fratellanza al di fuori del legame forte della tribù. L'accesso alla conoscenza è ora
vincolato al possesso selle tecniche di scrittura e lettura e, ancora di più,
all'accesso ai testi: si sviluppano le caste e la gerarchia, come quella degli scribi in
Egitto. La creazione stessa dei testi passa da una modalità di tipo condiviso, di
bocca in bocca, nella quale ognuno poteva apportare qualsiasi modifica, a una
dall'alto dell'autore. Non esiste ancora, in questa fase, un vero e proprio diritto
d'autore. Chiunque, ammesso che possieda la conoscenza, può costruire una
nuova opera sulla base di quelle precedenti.

Un nuovo, epocale cambiamento avviene con l'invenzione della stampa a caratteri


mobili da parte di Gutenberg nel 1455. La possibilità di stampare molte copie di
un testo ad un costo relativamente basso rende possibile una grandissima
diffusione dei libri. Questa innovazione tecnologica dà la spinta a tutta una serie
di evoluzioni del pensiero umano: la stampa della Bibbia in volgare diventa il
catalizzatore della rivoluzione Luterana; il pensiero razionale si sviluppa
ulteriormente, e accompagna l'uomo verso la rivoluzione industriale. L'accesso
alla conoscenza qui cambia nuovamente: se è vero che la stampa permette la
produzione a basso costo di un numero molto elevato di libri, è altrettanto vero
che i costi fissi di produzione sono molto alti; i macchinari per la stampa sono
estremamente costosi, e nel periodo dei caratteri mobili la composizione di una

29
pagina richiedeva tempo e fatica. Questo sposta il potere dalle mani degli autori a
quelle degli editori; la pubblicazione di un libro è costosa, e può essere fatta solo
da chi ha molto denaro: la semplice conoscenza delle tecniche di scrittura non è
più sufficiente. Di contro diventa più semplice anche per chi non è ricchissimo
accedere ai libri; da questo momento in poi nasce una nuova alfabetizzazione.
L'accesso alla conoscenza ora è più semplice, ma anche più centralizzato; sono gli
editori a decidere cosa sia meritevole di pubblicazione e cosa no, a seconda del
ritorno economico che prevedono. Per incentivare la creatività e proteggere
l'esclusiva degli editori nasce il diritto d'autore. Nel 1709, infatti, la regina Anna
d'Inghilterra promuove il primo Copyright Act.

Riassumendo, la stampa a caratteri mobili rende possibile un ulteriore sviluppo


del pensiero razionale, ma soprattutto fa sì che la pubblicazione dei testi passi
interamente nelle mani di imprenditori, che hanno un interesse economico; nasce
il concetto di diritto d'autore e l'accesso alla conoscenza diventa più semplice
grazie alla grande diffusione dei libri. Questi, essendo comunque dei media,
possono essere fruiti così come sono stati scritti, senza l'ausilio di un ulteriore
intermediario che ne interpreti il significato. La rivoluzione della stampa rende
possibile un rapporto più diretto tra autore e lettore, favorendo la nascita delle
discipline, come la semiotica, che studiano l'interpretazione dei testi. Gutenberg
pone le basi per la nascita dell'industria culturale. Secondo Pierre Lévy

La stampa ha reso possibile un'ampia diffusione dei libri e l'esistenza stessa


dei giornali, fondamento dell'opinione pubblica. Senza di essa le democrazie
moderne non sarebbero nate. Del resto, la stampa rappresenta la prima
industria di massa, e lo sviluppo tecnico-scientifico che ha favorito è stato
uno dei motori della rivoluzione industriale. 23

23 Lévy, Pierre, L'intelligenza collettiva, Feltrinelli, Milano, 1996 p.72

30
Conoscenza broadcast

È con l'avvento dei cosiddetti media elettronici, e in particolare della televisione,


che l'accesso alla conoscenza cambia nuovamente. La possibilità offerta dalla
tecnologia di consegnare un messaggio omogeneo, nello stesso momento, a un
grande numero di persone ha svariati effetti. Come abbiamo visto attraverso il
lavoro di Meyrowitz, con la tv le persone sono in grado di accedere ad
informazioni di retroscena che permettono lo smascheramento di mistificazioni e
costruzioni sociali. Allo stesso modo, però, il sistema top-down utilizzato dal
medium per veicolare l'informazione solleva nuove barriere e costruisce nuove
regole sociali. L'aumentare dell'interesse economico intorno ai mezzi di
comunicazione di massa e la nascita della pubblicità favoriscono
l'omogeneizzazione dei contenuti, i quali devono essere adatti ad un pubblico più
vasto possibile. Come osserva De Kerckhove

Il periodo dagli anni '60 alla metà degli anni '70 fu caratterizzato dalla
"cultura di massa". Ebbe inizio con il tubo catodico che inviava pennellate di
luce al nostro sistema nervoso, sommergendo i nostri sensi con un
inflazionistico espansionismo e un marketing aggressivo. La pubblicità e la
reiterazione televisiva divennero l'essenza della nostra coscienza collettiva.24

C'è un passaggio tecnologico fondamentale che determina il vero cambiamento di


accesso alla conoscenza dovuto al medium televisivo, ed è l'invenzione del primo
sistema di registrazione, l'Ampex. La primissima televisione era interamente in
presa diretta; solo con l'introduzione della tecnologia dell'Ampex è divenuto
possibile registrare i programmi. Questo ha avuto due effetti immediati: in primo
luogo la programmazione degli stacchi pubblicitari ha reso la tv statunitense25
ancora più dipendente dalle strategie commerciali, in secondo luogo il montaggio
televisivo ha permesso una costruzione non lineare dei contenuti, non più
vincolata dagli schemi tipici della scrittura. Quest'ultima possibilità, mutuata dal

24 De Kerckhove, Derrick, Brainframes, Baskerville, Bologna, 1991, p. 109


25La Tv europea non diventerà immediatamente commerciale. Una parte di essa tenderà sempre a rimanere di
proprietà dello stato, pur piegandosi anch’essa alle regole della pubblicità e dell’audience.

31
cinema, influenza il brainframe alfabetico delle persone: la razionalità cede il
posto all'emotività, suscitata dalla collocazione non lineare delle scene. Secondo
le teorie costruttiviste, è il linguaggio a costruire la realtà che ci circonda; quello
televisivo punta a trasformare l'informazione in dramma e spettacolo, al fine di
raggiungere il maggior numero di telespettatori. Per la televisione, la mancanza di
cultura non è più una discriminante di esclusione: il medium televisivo si
uniforma alla massa, seguendo un minimo comune denominatore. I grandi
network decidono quindi, sulla base di strategie puramente commerciali, cosa sia
importante e cosa no; la verità sarà sempre e comunque quella mediata dal mezzo
televisivo per la maggioranza acritica e priva di cultura della società. Come
osserva Paccagnella

Per i cittadini delle società occidentali [...] una quota crescente del
patrimonio cognitivo non proviene più da esperienze condotte in prima
persona, bensì dalle rappresentazioni offerte dai mezzi di comunicazione di
massa. 26

L'enorme forza centripeta del mezzo televisivo schiaccia l'audience priva di senso
critico all'interno degli appartamenti creando una realtà filtrata dai gatekeeper e
influenzata dall'agenda setting, ovvero l’imposizione di un ordine di priorità e di
importanza degli eventi: la televisione decide cosa è importante e cosa no, e
fornisce allo spettatore un comodo riassunto di un mondo troppo complesso per le
sue capacità cognitive. L'unica via per esprimersi in un ambiente di
comunicazione unidirezionali è dato dai sondaggi d'opinione; qui si realizza il
meccanismo della spirale del silenzio, descritto da Elisabeth Noelle-Neumann: gli
indecisi si accodano alla massa, in un circolo vizioso che porta alla dittatura della
maggioranza.

L'accesso alla conoscenza in un mondo dominato dalla televisione è dunque


unidirezionale e deciso dall'alto. Per buona parte della popolazione è difficile

26 Paccagnella, Luciano, Sociologia della comunicazione, Il Mulino, Bologna, 2004, p.161

32
mettere in atto un qualsiasi senso critico, per cui si tende a dare per buono ciò che
"ha detto la tv".

La conoscenza dispersa della rete

Nel momento in cui l'accesso a Internet viene messo a disposizione del pubblico,
si realizzano altri cambiamenti nell'accesso alla conoscenza. Anche nella prima
fase del medium, caratterizzata come abbiamo visto dal modello broadcast dei
grandi portali di intrattenimento, si intuisce che qualcosa è destinato a cambiare
negli schemi mentali delle persone. Il primo mutamento, macroscopico, è a livello
di organizzazione della conoscenza. Anche i primi media elettronici, pur potendo
intervenire nella scansione temporale di una storia attraverso il montaggio,
difficilmente riescono a staccarsi dalla linearità tipica del testo scritto; l'uso del
flashback e del flashforward sono mutuati dai romanzi di intrattenimento e
vengono utilizzati nello stesso modo. Sulla rete però le informazioni non hanno
una fruizione lineare come accade con i testi scritti: l'ipertesto rende possibile un
salto da un argomento ad un altro, mediante l'uso dei link. Franco Carlini ritiene
che, da un certo punto di vista, l'ipertesto non sia una novità:

da un certo punto di vista, a ben pensarci, ogni testo è un ipertesto, anche


quando costruito in maniera monolitica e sequenziale. Infatti il suo autore lo
scrive comunque all'interno di una rete di riferimenti culturali cui rimanda
implicitamente o esplicitamente. 27

Quello che cambia, in effetti, non è tanto la possibilità di connettere i testi in una
rete di relazioni; come osserva sempre Carlini, non è né più né meno quello che fa
una qualsiasi enciclopedia. Ciò che cambia davvero con l'ipertesto informatico è
la velocità con cui si può saltare da un nodo all'altro, e soprattutto la possibilità
per chiunque di creare nuove relazioni. La rete dei riferimenti culturali, con

27 Carlini, Franco, Lo stile del Web, Einaudi, Torino, 1999, p. 47

33
l'ipertesto, non è più ambito esclusivo dell'autore, ma anche del lettore. Sulla
velocità è lo stesso Carlini a intervenire:

È solo grazie all'elaboratore elettronico che i legami diventano


immediatamente attivabili dal lettore. questo può avvenire su un computer
isolato, [...] oppure su di una rete di computer. Ma la differenza non è di
poco conto, e non è solo tecnica: anche se sempre di ipertesto si tratta, i
diversi supporti finiscono per influenzare i caratteri dell'ipertesto e la sua
fruizione. 28

Accade quindi che la conoscenza in rete si frammenta e si sfaccetta, disperdendosi


attraverso i suoi nodi. Questo permette un approccio all'informazione decisamente
diverso da quello usato tradizionalmente; si passa dall'uomo che archivia la
conoscenza nella sua memoria, a un cacciatore e raccoglitore di informazioni, che
naviga nella rete saltando da un link all'altro.

La conoscenza frammentata e collegata della rete influisce anche sui modelli


narrativi dei media tradizionali: è il caso di film come eXistenZ di David
Cronenberg (1999) o, in maniera ancor più evidente di Memento di Christopher
Nolan (2000). Memento è essenzialmente un film giallo, nel quale il protagonista,
dopo aver subito un’aggressione e il trauma dell'assassinio della moglie, soffre di
una particolare forma di amnesia che blocca la sua memoria a breve termine. In
altre parole egli, dopo l’incidente, è incapace di memorizzare nuove informazioni.
La particolarità della pellicola è l'originalissima scansione narrativa, che avviene
per frammenti di memoria narrati in ordine inverso; l'inizio di ogni scena
costituisce così la parte finale di quella successiva. È evidente che un prodotto del
genere non avrebbe in alcun modo essere concepito in un'era pre-ipertestuale.

L'ipertesto è un'innovazione molto visibile, che sta avendo ripercussioni


significative sul linguaggio e sui nostri schemi mentali. Ma l'avvento del web 2.0,
ovvero il passaggio da una cultura di rete ancora legata ai media precedenti, ad
una migliore comprensione di come Internet funzioni e crei valore, mette in luce

28 Carlini, Franco, Lo stile del Web, Einaudi, Torino, 1999, p. 47

34
dei cambiamenti se possibile ancora più importanti. Abbiamo visto come la
topologia della rete permette una velocissima diffusione delle informazioni nel
momento in cui queste raggiungono gli hub fondamentali. Abbiamo anche detto
che la rete ogni voce nella rete ha un peso diverso, ma che tutte hanno le stesse
possibilità di essere ascoltate. Come influiscono queste regole sul nostro rapporto
con la conoscenza?

Innanzi tutto è opportuno rilevare come solo con la nuova concezione del web è
diventato estremamente facile per chiunque inserire contenuti all'interno della
rete. Precedentemente questo ruolo era svolto per la maggior parte da Usenet,
attraverso i newsgroup, e in maniera limitata dalle chat e dai MUD 29. Esisteva
qualche pagina personale, ma per crearla erano necessarie conoscenze, almeno di
html e di programmi FTP, non certo alla portata di tutti. Oggi sono numerosi i
servizi web based che permettono di condividere con estrema facilità idee,
pensieri, immagini, filmati e contenuti audio. Questa possibilità ha reso la
conoscenza un bene comune che risiede all'interno della rete, alla quale ogni
utente può davvero contribuire per quello che conosce. Non solo: ci troviamo in
un ambiente crossmediale, nel quale il mezzo di espressione non è più
necessariamente uno solo, ma sono una moltitudine, utilizzati a seconda delle loro
peculiarità e della loro attitudine a consegnare il messaggio. Se la conoscenza è a
disposizione di tutti, e tutti possono contribuire a crearla, viene meno la
distinzione tra autore e lettore; e lo stesso concetto di opera, rileva Lévy, è
destinato a cambiare:

Ogni rappresentazione può diventare oggetto di campionamento, missaggio,


riutilizzo ecc. Secondo la pragmatica emergente di creazione e
comunicazione, distribuzioni nomadi di informazioni fluttuano su un
immenso piano semiotico deterritorializzato. 30

29I newsgroup sono gruppi di discussione gestiti da un server centrale tramite l’invio di e-mail da parte dei
partecipanti. Possono essere definiti i precursori dei forum e delle aree di discussione sulla rete. I MUD, o
Multi-User Dungeon, sono particolari applicazioni simili a chat nelle quali però l’utente è inserito in un
mondo, solitamente ad ambientazione fantasy, interamente generato dall’interazione continua dei suoi
abitanti, che impersonano eroi impegnati in una vita di avventure. Si tratta di una versione online dei giochi di
ruolo come Dungeons&Dragons.
30 Lévy, Pierre, L'intelligenza collettiva, Feltrinelli, Milano, 1996, p.128

35
Quella che Lévy descrive profeticamente è la cultura del mash-up esplosa con il
web 2.0; le aziende che producono servizi in rete, mettono spesso a disposizione
dei tool di sviluppo, che danno a chiunque la possibilità di sfruttare una
determinata applicazione mutandone le finalità; il concetto è quello del remixable
web, ovvero di una rete nella quale ogni cosa prodotta può essere ripresa,
modificata e migliorata da altri, a patto di offrire visibilità anche all'opera
originale. Un’ottima descrizione di questo concetto viene da Giuseppe Granieri:

Le applicazioni migliori (ciascuna delle quali partecipa dell’attività di


soluzione a un problema sociale) sono progettate per essere “hackerate” e
“remixate”. Il che vuol dire che sono pensate per essere migliorate dal
contributo degli utenti e disponibili a cedere il proprio valore ad altre
applicazioni. Tutti oggi possono prendere degli script da Flickr per inserire
in automatico le ultime foto sul proprio blog, utilizzare delle librerie
software (chiamate API) per interrogare e riutilizzare i dati di Technorati o le
mappe di Google. Le licenze stesse sono rilasciate in genere con poche
limitazioni per favorire lo sviluppo. 31

Quindi, se consideriamo la cultura del mash-up, risulta evidente come, ferma


restando la necessità di difendere la paternità dell'opera, il concetto di copyright
debba essere ampiamente rivisto. Lawrence Lessig32 analizza nella sua opera Il
futuro delle idee, come dal Copyright Act in poi, i tempi di decadenza del diritto
d'autore si siano allungati costantemente, soprattutto a causa delle pressioni di
Disney che avrebbe visto decadere i diritti di Topolino. Per cercare un sistema di
protezione del diritto d'autore più efficace e al passo con i tempi, Lessig ha dato
vita al progetto Creative Commons 33; si tratta di una serie di licenze meno
restrittive del copyright, che danno la possibilità, ad esempio, di modificare
l'opera originale, o di ripubblicarla in qualsiasi formato, a patto di dare credito
all'autore. Oggi molti autori pubblicano le loro opere attraverso questo tipo di
licenza, permettendo così una diffusione della conoscenza e delle idee che la rete

31 Granieri, Giuseppe, La società digitale, Laterza, Roma-Bari, 2006 p.107


32 Lessig, Lawrence, Il futuro delle idee, Feltrinelli, Milano, 2006
33 Creative Commons, http://creativecommons.org

36
non ha fatto altro che catalizzare, grazie alle sue caratteristiche intrinseche. Anche
questo lavoro è protetto da una licenza Creative Commons, come si può notare dai
simboli nel frontespizio; essa permette a chiunque la riproduzione del testo in ogni
sua parte e in qualsiasi formato e la produzione di opere derivate, a patto di
riconoscerne la paternità, di non sfruttarlo per fini commerciali, e di ripubblicare i
derivati attraverso una stessa licenza.

La conoscenza condivisa trova espressione nella cultura del peer-to-peer,


avversata dalle grandi case musicali e cinematografiche perché porta su scala
globale un fenomeno, come quello dello scambio di contenuti video e audio, fino
ad ora esistente solo a livello locale. È innegabile, però, che la condivisione dei
file tra gli utenti non possa essere fermata; lo dimostra la storia di Napster, la cui
chiusura non ha fatto altro che incentivare la nascita di moltissimi altri software. Il
peer-to-peer, inoltre, aggrega persone che difficilmente sarebbero state disposte ad
acquistare un determinato contenuto, e favorisce la diffusione anche di quelle
opere che restano fuori dal circuito dei blockbuster. Il sistema della fitness
garantisce l'emergenza solo ai contenuti veramente interessanti e utili per la
comunità intera, mentre ciò che è meno interessante rimane comunque a
disposizione di una nicchia di pubblico che ha tutto il potenziale, attraverso i
legami deboli, per portare la sua voce all'attenzione dei grandi hub. Tutta la
conoscenza condivisa sulla rete nasce quindi da un processo di interazione
bottom-up attraverso i suoi nodi, e l'emergenza dello zeitgeist della rete è un
fenomeno naturale e non controllato, lontano dagli interessi della pubblicità e
degli editori. Il fatto che la conoscenza in rete, e la rete stessa, siano da
considerare beni comuni introduce però alcuni problemi a livello di gestione.

37
La tragedia dei commons

Il bene comune è un argomento delicato, sul quale è sempre aperto un dibattito tra
economisti, sociologi e altri studiosi. Già David Hume, nel suo Trattato sulla
natura umana, osservava come fosse difficile la cooperazione tra gli uomini:

Il tuo grano è maturo oggi, il mio lo sarà domani. È proficuo per entrambi
che io lavori con te oggi, e che tu mi aiuti domani. Io non nutro alcuna
tenerezza per te, e so che lo stesso vale per te. Per questo, non mi prenderò
alcuna pena per te; e se dovessi lavorare con te per il mio interesse
personale, aspettandomi qualcosa in cambio, so che rimarrei deluso, e che
dipenderei invano dalla tua gratitudine. Dunque, ti lascio lavorare da solo: e
tu trattami nello stesso modo. Le stagioni cambiano, ed entrambi perdiamo il
nostro raccolto per mancanza di fiducia e garanzia.34

Non è un caso se il termine inglese per indicare i beni comuni, common,


originariamente indicava i pascoli. Questi ultimi sono un perfetto esempio di
risorse in comune: Garrett Hardin, nel famoso articolo The tragedy of the
commons 35, usa proprio questo esempio per spiegare come l'utilizzo egoistico di
un bene comune possa portare al depauperamento o addirittura alla sparizione
dello stesso. Un pascolo, osserva Hardin, è una risorsa limitata e può sopportare
solo un certo numero di animali. L'interesse egoistico del pastore può essere
quello di aggiungere un animale alla sua mandria, ma questo farà calare
leggermente il valore del common. Se tutti i pastori seguono soltanto la
massimizzazione del loro profitto, il common viene distrutto e tutti perdono.
Come si può notare, il meccanismo non è diverso da quello della storiella di
David Hume. Il problema rilevato da Hardin è quello dei cosiddetti free-rider: il
bene comune è costantemente messo in pericolo da quelle figure (in economia
chiamate, appunto, free-rider) che sfruttano il common perseguendo un fine
egoistico, e senza contribuire alla sua produzione, riproduzione e sussistenza.

34 Hume, David, Trattato sulla natura umana, Bompiani, Milano, 2001


35 Hardin, Garrett “The tragedy of the commons”, Science 162, Dicembre 1968 pp.1243-1248

38
Già nel diciassettesimo secolo, due filosofi provavano a dare la loro risposta a
questa complessa domanda. Secondo Thomas Hobbes, l'uomo è naturalmente
competitivo, quindi l'unico modo per costringerlo a cooperare è mettergli di fronte
qualcuno di più forte, in modo che possa imporre una tregua. Hobbes teorizzava
l'esistenza di un sovrano coercitivo, il Leviatano, come conditio sine qua non per
convincere gli uomini a collaborare. L'idea di Hobbes era evidentemente
condivisa dal già citato Garrett Hardin, che nel suo articolo osserva come uno dei
metodi per ottenere la temperanza nell'uso di un common sia la coercizione, per
esempio attraverso le tasse. In aperto contrasto con le idee di Hobbes si pone il
filosofo inglese John Locke, che vede nel catalizzatore della collaborazione tra gli
uomini non già la semplice coercizione, ma la nascita di un contratto sociale
condiviso.

Una svolta nello studio della collaborazione viene però dalla teoria economica dei
giochi. Normalmente, nelle attività economiche, gli uomini sono inseriti nei
cosiddetti giochi a somma zero. Questo significa che la vittoria di uno dei
partecipanti significa la sconfitta di tutti gli altri. Esiste però un altro genere di
giochi, detti a somma non zero. In questo caso il raggiungimento di un obiettivo si
verifica solo se c'è collaborazione tra le parti; in altre parole per vincere, bisogna
che tutti vincano. Un buon esempio di gioco a somma non zero è il sistema del
microcredito, utilizzato in diversi paesi in via di sviluppo. A gruppi di persone
vengono concessi dei crediti a fondo perduto per iniziare piccole attività, sotto
un'unica condizione: il credito sarà effettivo solo se tutti i contraenti riusciranno a
metterlo a frutto. L'attività del microcredito si basa sul concetto di capitale sociale
sviluppato da Putnam e Fukuyama, inteso cioè come la fiducia che si genera tra
gli individui. E infatti il microcredito non ha funzionato in quei paesi scossi da
recenti conflitti, nei quali era molto difficile che si stabilissero rapporti di fiducia
tra le persone. La tecnologia della rete permette un facile sviluppo della fiducia,
perché incentiva la conversazione tra persone con interessi comuni. Internet è un
medium ad alto capitale sociale. Ciò non significa che non esistano free-rider
anche nella rete; come è possibile, allora, lo sviluppo di dinamiche basate sulla

39
fiducia con un numero straordinariamente basso di approfittatori? Una buona
spiegazione viene dal sito di aste online eBay.

Nato quasi per gioco, per favorire lo scambio tra collezionisti di dispenser di
caramelle Pez, eBay è diventato in pochi anni il punto di riferimento per gli
acquisti online. Ben lontano dal classico modello di e-commerce, il sito americano
non fa altro che rendersi intermediario tra la domanda e l'offerta, attraverso un
sistema di valutazione ad asta.

Come è possibile che su eBay le truffe siano addirittura inferiori rispetto ai


normali rapporti commerciali? Dopotutto l'invio del denaro e quello della merce
sono vincolati dalla semplice fiducia tra i contraenti. Il sito di aste rappresenta
un'esplicazione del famoso dilemma del detenuto; in questo gioco matematico
ipotizziamo l'esistenza di due uomini accusati congiuntamente di violazione della
legge. Essi vengono tenuti separati dalla polizia, e a ciascuno viene detto che se
uno confessa e l'altro no, il primo sarà liberato, mentre l'altro verrà sarà
condannato a tre anni. Se entrambi confessano avranno una condanna di due anni
ciascuno, ma se nessuno dei due confesserà, allora se la caveranno con un solo
anno.

La collaborazione tra i due giocatori porta al risultato migliore, ma non sapendo


quello che farà l'altro può prevalere la tentazione di giocare sporco e puntare
all'interesse personale. Eppure su eBay in pochi lo fanno. La spiegazione è nella
ripetibilità del gioco. Nel momento in cui il dilemma del prigioniero viene
ripetuto molte volte, osserva Howard Rheingold, un nuovo fattore assume
importanza, e cioè la storia dei comportamenti precedenti. Conoscendo le
precedenti scelte di un giocatore, è facile capire se questi ha la tendenza a
privilegiare il guadagno condiviso, o a perseguire il suo interesse, e regolarsi di
conseguenza. Nella meccanica di eBay è presente un sistema di feedback,
attraverso il quale ogni utente può indicare come è stato il rapporto di affari con
la controparte. Questo innesca un sistema di autoregolamentazione, che fa sì che i

40
free-rider vengano in poco tempo messi da parte, e non siano più in grado di
partecipare attivamente alla vita della comunità.

Il sistema di reputazione di eBay non è lontano da quello osservato dal sociologo


e antropologo francese Marcel Mauss. Nel suo Saggio sul dono36 Mauss osserva
come, in alcune società delle isole polinesiane, l'economia sia basata sullo
scambio reciproco. Secondo Mauss il dono porta con sé anche l'obbligo di
ricambiare. La mancata partecipazione alla fitta rete di scambi in queste società
significa l'esclusione immediata dalla stessa. Su eBay si concludono contratti, ma
per farlo è necessario un dono di fiducia alla controparte. Se questo dono non
viene ricambiato scatta la sanzione. L'utente ingannato può assegnare un voto di
feedback negativo al truffatore. Questo voto di feedback ne macchierà la
reputazione, contribuendo ad allontanarlo dal cuore degli scambi. Tanti più
feedback negativi un utente riceverà, tanto più sarà identificato come inaffidabile,
e quindi avrà sempre meno possibilità di intervenire nella comunità. Il sistema di
sanzioni funziona perfettamente: il feedback funziona dal basso, non esiste un
organo di polizia deputato a mettere ordine tra le transazioni che avvengono su
eBay, e soprattutto realizza il gioco a somma non zero, dal momento che la truffa
non conviene a nessuno.

Questo meccanismo non è proprio solo del sito di aste, ma è condiviso da tutte le
attività che si svolgono via Internet, in forme più o meno codificate. Nella rete la
conoscenza è regolata dall'economia del dono; ognuno dona agli altri un po' del
suo sapere e delle sue idee sapendo bene che ne potrà ricevere in cambio
altrettanto. Come si è visto in precedenza è proprio così che la rete è stata
progettata dai suoi creatori. L'idea era di mettere in comune le conoscenze in
modo che tutti ne potessero fruire. Questo ha un effetto molto evidente sulla
percezione dell'altro: con la scrittura, la stampa e i cosiddetti old media
l'informazione poteva essere tenuta nascosta, poteva essere mistificata e
manipolata. In questo scenario si crea la percezione dell’altro come nemico, e una

36 Mauss, Marcel, Saggio sul dono, Einaudi, Torino, 1965

41
concezione competitiva della società, basata sul controllo dell’informazione. Ma
abbiamo rilevato come Internet sia un potentissimo strumento di condivisione
della conoscenza; in questo scenario è molto più facile e più produttivo
considerare l'altro come una possibile fonte di sapere, come un collaboratore più
che come un potenziale avversario. Pierre Lévy ha formalizzato così questo
concetto:

Poniamo esplicitamente, apertamente e pubblicamente l’apprendimento


reciproco come mediazioni dei rapporti tra gli uomini. Le identità diventano
allora identità di sapere. Le conseguenze etiche di questo nuovo assetto della
società sono immense: chi è l’altro? È qualcuno che sa. E sa cose che io non
conosco. L’altro non è più un’entità spaventosa e minacciosa: come me,
ignora molte cose e padroneggia alcune conoscenze. Ma poiché i rispettivi
ambiti di inesperienza non coincidono, egli rappresenta una possibile fonte
di arricchimento per la mia conoscenza. Può aumentare le potenzialità del
mio essere quanto più è diverso da me. Io potrei associare le mie competenze
alle sue in modo da far meglio insieme che separatamente.37

La rinnovata percezione dell'altro, e una maggiore disponibilità a cooperare e a


creare giochi a guadagno condiviso sono però vincolati allo sviluppo di una
coerente identità nella rete.

Chi sono nella rete?

L'identità è un concetto dal quale non si può prescindere in un ambiente ad alta


condivisione come è Internet. Abbiamo visto come i rapporti in rete siano regolati
dall'economia del dono e dalla necessità di un alto livello di fiducia perché tutto
funzioni perfettamente. La fiducia nell'altro ha un prerequisito fondamentale, e
cioè l'identità. Se noi siamo in grado di definire chi è l'altro, allora
ragionevolmente possiamo fidarci di lui. Il primo problema che ci si pone di
fronte è come definire l'identità nel mondo sensibile, per poi vedere come essa

37 Lévy, Pierre, L'intelligenza collettiva, Feltrinelli, Milano, 1996, p.32-33

42
cambia attraverso le tecnologie di rete. Un buon punto di partenza è offerto da due
presentazioni38 tenute da Dick Hardt, amministratore delegato di Sxip, un'azienda
che si occupa del lato più tecnico della gestione dell'identità in rete. Nei due
discorsi Dick semplifica il concetto di identità in tre punti principali: chi sono,
cosa mi piace e come gli altri mi vedono. Innanzi tutto la mia identità è rivelata
dai dati anagrafici; nome, cognome, genere, residenza, data e luogo di nascita; poi
vengono tutte le mie passioni e inclinazioni; i libri che ho letto, i film che ho
visto, la musica che mi piace. Infine c'è quello che gli altri pensano di me,
altrettanto importante per definirmi. Ora, è chiaro che questi primi tre punti sono
alquanto scarni, e non dicono in realtà moltissimo di una persona. La sua identità
è qualcosa di più complesso e sfaccettato. Eppure la burocrazia dell'era della
scrittura e dei mass-media tende a definirci in questo modo. Per lo stato siamo un
numero a cui è associata una carta di identità, una tessera sanitaria, una patente di
guida e un passaporto. Per le grandi aziende siamo al più uno stile di vita, un
segmento di marketing, un valore in termini di potere d'acquisto. Per un datore di
lavoro prima di tutto siamo un curriculum vitae e una serie di titoli di studio.
Questa burocratizzazione dell'identità avviene proprio per la natura dei mass-
media, che, come abbiamo visto, ragionano in termini di audience e hanno
bisogno di definirci ed etichettarci.

L'ultimo dei tre punti citati da Hardt è senz'altro più interessante e merita di essere
approfondito. Nel 1917, il drammaturgo Luigi Pirandello pubblica la pièce Così è
se vi pare39 . Tutta la rappresentazione gravita attorno al tema dell'impossibilità di
definire una realtà irrevocabile, e lo fa passando proprio per il tema dell'identità.
Chi è veramente la moglie del signor Ponza, e perché costui la tiene segregata in
casa e non le permette di incontrare la madre? Secondo quest'ultima egli avrebbe
perso in un terremoto tutti i parenti, e ossessionato dall'amore per la moglie, la
terrebbe segregata in casa. Dal canto suo il signor Ponza sostiene che la prima

38 Hardt, Dick, http://www.identity20.com/media/OSCON2005/ , http://identity20.com/media/


ETECH_2006/
39 Pirandello, Luigi, Maschere nude, Newton & Compton, Roma, 1994

43
moglie sia morta nel terremoto, e che la madre, ormai impazzita, crede che la
seconda moglie del Ponza sia in realtà la figlia. Tutti i documenti legali relativi
alla famiglia sono andati distrutti nel terremoto, quindi l'unica persona a
conoscere la verità è proprio la moglie del signor Ponza. Quest'ultima si presenta
in palcoscenico sotto un velo candido che la fa apparire come un fantasma, e
dichiara agli astanti: "io sono colei che mi si crede".

La burocrazia contiene una sola delle possibili identità di una persona. Tutto il
resto è definito dalle interazioni sociali che abbiamo con gli altri. Lo descrive
molto bene una battuta della serie televisiva Desperate Houswives, pronunciata
dalla voce narrante Mary Alice Young e che sembra venire direttamente dalla
sociologia interazionista:

Quando ero viva, ho mantenuto molte identità differenti. Amante, moglie e


recentemente vittima. Sì, le etichette sono importante per i vivi, perché
stabiliscono come le persone si vedano tra loro.

Secondo Goffman, ogni volta che ci troviamo in un determinato spazio sociale, i


nostri comportamenti variano. È come se ci trovassimo a recitare una parte, che è
data dalla definizione della situazione. Se però variano i nostri comportamenti,
allo stesso modo cambierà la percezione che gli altri hanno di noi. Dal momento
che la mente umana tende a semplificare e categorizzare, essi ci assegneranno
un'etichetta che semplificherà il loro lavoro cognitivo e li aiuterà a definire le
situazioni che occorrono quando si trovano a contatto con noi. La burocrazia e la
costruzione della società intervengono a facilitare questo compito: la divisione in
"età" della socializzazione, i titoli di studio e di lavoro aiutano le persone a
definire le situazioni con maggiore semplicità. Come osserva Joshua Meyrowitz,

Gli stadi di socializzazione e di passaggio dall'uno all'altro, influiscono


sull'identità dell'individuo, nonostante siano ampiamente arbitrari, sociali e
legati alle informazioni. Il momento in cui gli studenti di medicina si
integrano nel gruppo o "diventano medici", costituisce un punto arbitrario
nel loro sviluppo. Ciononostante la maggior parte delle persone - dai genitori
dello studente che ora possono dire "mio figlio è dottore" all'autorità

44
competente in materia di circolazione stradale che ora offre "ai medici" un
tipo particolare di patente e di targa - riconosce un mutamento nelle
caratteristiche e nell'identità dello studente. 40

Lo stesso Meyrowitz, come abbiamo visto, ha rilevato come i media elettronici


influiscano nella socializzazione e nella divisione tra i gruppi, fornendo
informazioni di retroscena anche a chi non appartiene agli stessi. Ma se è così,
allora dovranno influire anche sull'identità delle persone, ed in effetti è proprio
quello che accade. Cosa succede con la rete?

Il 5 Luglio del 1993 sul New Yorker, il disegnatore Peter Steiner pubblica una
vignetta che passerà alla storia. Raffigura due cani, uno dei quali seduto di fronte
a un computer. La didascalia recita: "On the Internet, nobody knows you're a
dog". Su Internet nessuno sa che sei un cane. Ed in effetti è facile pensare che,
protetti dal monitor, si possa presentare sulla rete una versione completamente
artificiale di noi stessi, e "giocarla" di conseguenza. Sherry Turkle41, psicologa e
sociologa del MIT, osserva come la rete possa diventare un vero e proprio
laboratorio di identità. La Turkle ha a lungo analizzato i MUD testuali,
sperimentando come molte persone esibissero un'identità del tutto diversa da
quella che presentavano nel mondo sensibile. Spesso si tratta di un vero e proprio
modo di "esercitarsi" in una rappresentazione in un luogo che, apparentemente,
non sanziona socialmente alcuni comportamenti; "su Internet nessuno sa che sei
un cane" è l'esplicazione in una frase della teoria dei Reduced Social Cues. Questa
teoria osserva come la “scarsità di banda” della rete non permetta di veicolare tutti
quegli indicatori sociali (modo di vestire, gestualità, accenti) che permettono a chi
utilizza la rete un corretto scambio comunicativo. Internet sarebbe quindi un luogo
arido socialmente, che porta con facilità all’esplosione di flamewar42 e
all’incomprensione. Questa visione appare però ancora legata ad un concetto

40 Meyrowitz, Joshua, Oltre il senso del luogo, Baskerville, Bologna, 1993, p.96
41 Turkle, Sherry, La vita sullo schermo, Apogeo, Milano, 1997
42Termine coniato all’interno del gergo delle prime comunità virtuali, la flamewar indica il decadimento della
conversazione in uno sterile litigio, che spesso si protrae per molto tempo e vede l’intervento di molti attori,
con l’effetto di disturbare il canale comunicativo.

45
ormai superato dello studio di Internet: se è ancora vero che, nel breve periodo, è
semplice creare false identità, con il crescere delle relazioni è inevitabile che ci si
stabilizzi verso un modo di essere coerente con il nostro sé. Sherry Turkle stessa
puntualizza come le identità sperimentate in rete siano comunque legate
indissolubilmente ai loro sé fisici. E infatti secondo Manuel Castells

Il gioco di ruolo e la costruzione di identitàcome base dell'interazione online


sono una percentuale piccola della socialità incentrata su Internet, e questo
genere di pratica sembra essere decisamente concentrata fra gli adolescenti.

In effetti sono proprio gli adolescenti a scoprire la propria identità,


sperimentando con essa, imparando chi sono o chi vorrebbero essere,
offrendo così un affascinante campo di ricerca per la comprensione della
costruzione e della sperimentazione dell'identità. [...] Persino nei giochi di
ruolo e nelle chat room informali, le vite reali (comprese le vite reali online)
paiono dare forma all'interazione online.43

Il parere di Giuseppe Granieri è che l'identità assunta sulla rete risenta dei costi
sociali che una persona deve sopportare per cambiare identità volontariamente. Se
ci troviamo in ambienti come i blog, o eBay, o ancora in un gioco di ruolo online,
questi costi sono pesanti: in un blog bisognerà ricostruire una rete di relazioni
sviluppata nel tempo, e strettamente correlata all'identità che abbiamo presentato.
Su eBay si perderanno i punteggi di feedback, e quindi bisognerà costruire una
nuova reputazione; mentre in un gioco di ruolo online sarà il livello del
personaggio a dovere essere ricostruito, con dispendio di tempo e fatica. Esistono
invece luoghi, come i forum e le chat, nei quali il cambio di identità può essere
molto meno stressante, perché manca ogni meccanismo di gestione della
reputazione: tutti i partecipanti hanno sempre la stessa visibilità. I sistemi di
feedback, quindi, influenzano anche l'identità, contribuendo a stabilizzare un
sistema altrimenti fortemente dinamico, e a rendere più semplice lo scambio di
fiducia tra i partecipanti. Il ruolo del nome e dell'identità burocratica sulla rete è
affidato al nickname o all'avatar; è interessante notare come questi due elementi

43 Castells, Manuel, Galassia Internet, Feltrinelli, Milano, 2002, p.119

46
siano, contrariamente a quanto avviene nel mondo sensibile, scelti dallo stesso
utente. Normalmente non possiamo scegliere un nome ed un aspetto fisico, ma
sulla rete questo avviene sistematicamente, caricando il nickname o l'avatar di
una forza che non è delle controparti nel mondo sensibile. Si potrebbe obiettare
che questo non fa altro che aumentare una sorta di mistificazione dell'identità, ma
non è così. È vero piuttosto che l'identità postmoderna non è più immutabile e
monolitica come in precedenza, ma, per dirla con Zygmunt Bauman44, è liquida,
fluttuante. È come un mosaico del quale abbiamo alcuni pezzi, ma che non
sappiamo come comporre. Il cambiamento di identità volontario e premeditato è
scoraggiato dai costi sociali, ma questo non significa che non esistano mutamenti
involontari dovuti alla natura dinamica del mondo in cui viviamo.

Quando aprii il mio primo blog, nel 2002, scelsi come nome quello che già avevo
utilizzato su forum e gruppi di discussione. La parola, scelta da un dizionario di
giapponese, è Kurai. Significa "buio", ma l'avevo scelta non tanto per il suo
significato, quanto piuttosto per il suono che aveva. In ogni caso, Kurai è l'identità
che ho scelto nella rete. Con il tempo, tessendo attraverso il blog una rete di
relazioni sempre più vasta, mi sono però reso conto che questo nickname era
ormai solo una facciata. Quasi tutte le persone con le quali interagivo
quotidianamente avevano imparato a conoscermi, alcune anche di persona. E oggi
praticamente tutti conoscono il mio nome e cognome, molti hanno il mio numero
di cellulare, e con alcuni ci si incontra più o meno regolarmente. Nel medio-lungo
periodo, insomma, l'identità di rete perde sempre più quell'alone di mistero che ha
intorno, svelando la persona che c'è dietro. Questo perché, sulla rete più che nel
mondo reale, la mia identità è costruita attraverso la conoscenza che metto a
disposizione degli altri. Spesso nell'avviare nuove relazioni online non ci si
preoccupa di etichettare la persona con cui si parla attraverso un titolo di studio o
una professione: la comunicazione è sempre vista come uno scambio tra pari.
Fintanto che posso contribuire attivamente a una discussione offrendo contenuti
interessanti, non è veramente importante chi io sia e cosa abbia studiato. Conta

44 Bauman, Zygmunt, Intervista sull’identità, Laterza, Roma-Bari, 2003

47
solo la conoscenza che condivido. Questa idea della conoscenza contrapposta
all'importanza del titolo di studio sta cambiando moltissimo il modo in cui viene
vista l'autorità. La generazione nata con la rete sa per esempio che il titolo di
studio, per quanto importante, è solo il segno di un rito di passaggio e non
necessariamente disegna le reali capacità di un individuo. La critica, per essere
accettata, deve venire da qualcuno che è riconosciuto come pari. Ecco perché,
spesso, gli insegnanti non sono visti di buon occhio dalle nuove generazioni:
l'abitudine alla condivisione e allo scambio peer-to-peer delle informazioni ha,
esattamente come era già avvenuto con la televisione, indebolito alcune
mistificazioni tipiche di determinati gruppi sociali.

Pubblico e privato

La natura aperta della rete, come abbiamo avuto modo di notare, influisce sulle
nostre percezioni di ribalta e retroscena, ma cambia anche il modo con cui
stringiamo rapporti sociali con gli altri. Normalmente la nostra rete di relazioni è
definita in maniera abbastanza casuale; il luogo in cui abitiamo, l'ambiente di
lavoro e la famiglia ci offrono una rosa abbastanza limitata di persone, tra le quali
scegliamo i nostri amici e i nostri confidenti. Le relazioni umane, anche nell'epoca
dei mass-media pre-Internet, non possono prescindere dalla compresenza fisica in
uno spazio definito. Certo, ci si può mantenere in contatto con il telefono o per
lettera, ma prima è necessario essersi conosciuti fisicamente. L'unico strumento di
comunicazione che permetteva di allacciare relazioni senza la necessità di
compresenza è stato il cosiddetto "baracchino", il quale però veniva usato da una
cerchia molto ristretta di persone. Con l'avvento di Internet, la necessità di
compresenza fisica ovviamente decade; questo ha permesso ad ognuno di noi di
scegliere tra la sua rete di conoscenze solo le persone con le quali abbiamo
davvero qualcosa in comune, quelle che davvero ci offrono stimoli di discussione
e interazione. Raccogliendo gli interessi di tutto il mondo, anche una collezionista
di dispenser di caramelle Pez come la moglie dell'inventore di eBay può mettersi

48
facilmente in contatto con appassionati come lei. Lo spazio sociale delle
conoscenze diventa quindi qualcosa che possiamo costruire e plasmare a nostro
piacimento.

Ad un primo sguardo potrebbe sembrare che ognuno di noi, scegliendo come e


cosa pubblicare sulla rete, abbia un grande controllo sugli spazi di ribalta e
retroscena, e sia perfettamente in grado di tenerli separati. La realtà è molto
diversa, come osserva Mafe De Baggis 45:

A metà del secolo scorso Erving Goffman ha descritto alla perfezione come
cambia il comportamento dei singoli a seconda del contesto, in particolare
quando è un contesto pubblico (il palcoscenico) o privato (le quinte). Joshua
Meyrowitz negli anni Ottanta ha identificato la televisione (e i media in
genere) come principale responsabile dello spostamento di questo confine,
con relativa presa di coscienza di una serie di "minoranze" (soprattutto le
donne, i bambini e i poveri) della diffusione dei propri problemi, condivisi
da tanti altri. La televisione ha mostrato in pubblico gli spazi privati per la
prima volta a milioni di persone. In televisione vedevi ciò di cui non si parla
in pubblico: la camera da letto e il portafoglio, un papà in crisi come i diversi
stili di vita e di consumo, escono dalle quinte della riservatezza, in un
processo arrivato fino ai reality show. Ma quella della televisione è una
realtà fabbricata a tavolino, e volatile.

Internet sposta ancora più in là questo confine, anzi, forse lo abbatte. Negli
ambienti digitali pubblici l'unico spazio privato rimane quello interiore:
quello che non dico, quello che non faccio. La maggior parte di quello che
dici e che fai in pubblico, rimane. Stavolta gli autori siamo davvero noi: il
reality non è uno show, siamo noi che agiamo e possiamo essere osservati
senza saperlo, anche a distanza di anni. Anche quando saremo morti.
Chiunque può osservarci: lo Stato, un ex, i nostri amici, un concorrente o un
avversario.

Lo spazio di retroscena, sulla rete, non esiste più. È confinato dentro di noi.
Qualsiasi azione intrapresa sulla rete, per quanto ponderata essa possa essere sarà
un ulteriore tassello del mosaico che le altre persone saranno chiamate a comporre

45 De Baggis, Mafe, Maestrini per caso, http://www.maestrinipercaso.it/2005/10/memoria.htm

49
per definirci, e che noi stessi stiamo cercando di costruire. E in nessun modo
potremo sapere a priori chi vedrà quello che abbiamo scritto, le nostre foto, i
nostri feedback. Questa mancanza di aree private può essere sentita da molti come
un problema. È per questo che molti servizi del nuovo web offrono la possibilità
di creare degli spazi sociali fittizi: è il caso di Flickr, un software per la
condivisione di fotografie, che permette di mostrare alcune foto solo ad utenti
facenti parti della cerchia di amici o della famiglia, e del software Vox, sviluppato
da Six Apart, attraverso il quale ogni aspetto della nostra vita sulla rete (testi,
musica, foto, filmati) può essere reso accessibile a diversi livelli di conoscenza.
Attraverso le caratteristiche di questi software, si favorisce però lo sviluppo di
gruppi sociali chiusi, andando ad intaccare quello spirito di condivisione che è
l'anima della rete e diminuendone il capitale sociale. E infatti in pochi scelgono di
utilizzare in maniera massiccia queste opzioni, preferendo comunque la visibilità
totale; spesso chi rende privati alcuni contenuti lo fa perché sa che non sarebbero
universalmente accettati dalla comunità e soprattutto dal sito che li ospita: succede
su Flickr, le cui funzioni di privacy vengono spesso usate per lo scambio di
materiale a carattere pornografico, altrimenti condannato e rimosso dallo stesso
sito.

Mercati e conversazioni

La conoscenza condivisa e collettiva trasforma anche il rapporto tra le persone e


le aziende. Se eBay basa tutto il suo valore sul concetto di reputazione, è normale
che tale concetto sia esteso anche a quelle ditte che operano al di fuori della rete.
In altre parole, se l'informazione può essere velocemente condivisa e ridistribuita,
cosa ne sarà di quelle ditte che offrono prodotti scadenti, puntando tutto e solo sul
primo acquisto? Kryptonite, un'azienda americana che produce lucchetti e blocchi
antifurto immette sul mercato un nuovo prodotto, il modello Evolution 2000. Il
lucchetto, promette l'azienda, è virtualmente indistruttibile, e a prova di scasso.
Passano gli anni, e nel 2004 un certo Chris Brennan pubblica su un forum la

50
notizia che il lucchetto può in realtà essere facilmente aperto con una penna Bic.
La notizia viene immediatamente ripresa dal sito Engadget che ne pubblica anche
un video dimostrativo. Kryptonite ha una grossa caduta di immagine, ed è
costretta a sostituire i lucchetti mal progettati. In questo caso non parliamo
nemmeno più di un accesso ad informazioni del retroscena dell'azienda, ma di una
condivisione di esperienze personali che permette di prendere più facilmente una
decisione d'acquisto. Come osserva Massimo Mantellini:

Accade che fino a ieri c'è stata la dittatura del marchio. E oggi non c'è più (o
c'è molto meno). La rete di informazioni raccolte direttamente dai
consumatori sui blog, ma anche in mille altri luoghi della rete Internet,
costruisce un patrimonio condiviso disponibile per tutti. Chiunque usi
Internet oggi, se lo vuole, può recarsi ad acquistare un qualsiasi prodotto con
un bagaglio di conoscenze e informazioni che spesso non solo il venditore
finale non ha, ma che nemmeno l'azienda produttrice, nel caso ne avesse
necessità, riesce più a tenere nascoste.46

Questo implica che la casa produttrice, se davvero vuole sopravvivere nel


momento in cui la rete scopre la non affidabilità di un prodotto, sia costretta ad un
rapporto con il cliente molto diverso da quello tradizionale. Già da tempo il
cliente non è sulla carta considerato un semplice consumatore, ma troppo spesso il
customer care delle aziende funziona male, o non funziona affatto. La rete
costringe l'azienda a una trasparenza pressoché totale. Paradossalmente, chi vive e
scambia informazioni nella rete, non punisce più di tanto la ditta che sa
comunicare i problemi che incontra. Ma se cerca di nascondere qualcosa, allora
perde immediatamente la fiducia. Ancora una volta ritorna il concetto di
reputazione e il dono di fiducia del quale si è parlato in precedenza. Nel Dicembre
del 2000 esce il Cluetrain Manifesto, una raccolta di articoli e riflessioni sulla rete
scritta da alcuni dei personaggi di spicco della cultura di Internet. Nel Manifesto è
presente una raccolta di 95 tesi, che descrivono alle aziende un mondo molto
diverso dai concetti di tipo broadcast che caratterizzarono la bolla della new
economy. La prima di queste tesi è ormai famosissima, e recita: i mercati sono

46 Mantellini, Massimo, Punto Informatico, http://punto-informatico.it/p.aspx?id=1341053&r=PI

51
conversazioni. Una semplice frase che descrive perfettamente il cambiamento
dell'economia di mercato nell'era della rete; David Weinberger, all'interno del
Manifesto, racconta di come i mercati, nell'antichità, siano nati proprio dal
dialogo:

I primi mercati erano pieni di persone, non di astrazioni o aggregati statistici:


erano luoghi nei quali la domanda incontrava l’offerta mediante un’energica
stretta di mano. Clienti e venditori si guardavano negli occhi, si incontravano
e stabilivano relazioni. I primi mercati erano luoghi di scambio, nei quali le
persone si recavano per comprare ciò che gli altri avevano da vendere - e per
parlare. 47

La compresenza fisica di acquirente e venditore favoriva uno scambio sociale e,


per dirla ancora con Weinberger, la vendita era solo il punto esclamativo. Anche
nell'economia del dono descritta da Mauss 48 la conversazione ha un ruolo
primario: lo scambio circolare del Kula nelle isole Trobriand, un arcipelago della
Nuova Caledonia, richiede che la tribù effettui un giro delle isole senza donare
alcunché, ma soltanto ricevendo doni dalle altre comunità. I riceventi, a loro volta,
doneranno beni quando ospiteranno le altre tribù. Il kula è in realtà un modo per
mantenere aperto un canale comunicativo tra comunità che vivono isolate: il
sistema dei doni fa sì che le tribù abbiano interesse a visitare gli altri, favorendo
così gli scambi e le conversazioni.

La rivoluzione industriale segna un arresto dei mercati basati sul dialogo. La


possibilità di produrre in serie favorita dalle economie di scala, rendeva necessaria
un'estrema omologazione del prodotto finale. Emblema di questa linea di pensiero
fu la Ford Modello T, e il celebre motto di Henry Ford, "il cliente può avere la
macchina di qualsiasi colore, purché sia nera". La produzione di massa ebbe come
effetto collaterale l'allontanamento tra il cliente e l'azienda. Nonostante la
tecnologia abbia permesso con gli anni di differenziare l'offerta e di passare dal
concetto di consumatore a quello, un po' più umanizzato, di cliente, le aziende non

47 Weinberger, David, in The Cluetrain Manifesto, Basic Books, New York, 2000, p. 76
48 Mauss, Marcel, Saggio sul dono, Einaudi, Torino, 1965

52
hanno mai ritenuto opportuno riaprire una vera conversazione con gli acquirenti.
Il concetto di massa indistinta si è evoluto in quello di target di mercato, e l'unico
tentativo di comunicazione tra le aziende e le persone è rappresentato dal
marketing e dalla pubblicità. Il messaggio pubblicitario, consegnato in modo
omogeneo per tutti e privo di ogni possibilità di risposta è figlio di una cultura
aziendale basata sul concetto di consegna, a sua volta nata dalla distribuzione
broadcast dei media di massa, che vede il mercato essenzialmente come un canale
di distribuzione unidirezionale. Il più grosso difetto del marketing, rileva
Weinberger, è proprio questo: parla a persone che non vogliono ascoltare, perché
non hanno mai richiesto quel tipo di messaggio, omologato e non dialogico.

Con l'avvento della rete e l'inizio della condivisione della conoscenza si ritorna al
significato originario dei mercati. Il concetto antichissimo del passaparola torna di
moda, perché acquisisce potere grazie alle capacità di connessione offerte dalla
rete. Un esempio di mercato conversazionale è proprio eBay: il sito non è nato
come un negozio online, ma semplicemente come un sistema per mettere in
contatto delle persone tra loro, per fare incontrare la domanda e l'offerta,
attraverso la creazione di legami sociali. Non solo: ora è molto più semplice
condividere impressioni ed idee su un prodotto, e molto difficile per le aziende
nasconderne problemi e imperfezioni. Ma non è tutto nero per le ditte; la
diffusione virale funziona per le critiche tanto quanto per le lodi, e può segnare il
successo di un prodotto in brevissimo tempo. Inoltre le aziende in grado di
partecipare alla conversazione, di entrare con umiltà in questo Kula postmoderno,
possono beneficiare di una comunità di pratiche composta di appassionati, e
direzionare le loro strategie verso le reali esigenze del cliente. È il caso di Ducati,
marca mito del motociclismo italiano, che ha aperto un blog aggiornato con
frequenza dal suo amministratore delegato Federico Minoli49 , proprio per
mantenere il contatto con i clienti e capire in prima persona come muoversi sul
mercato. Ancora più interessante è il lavoro realizzato da Parco dei Buoi. Si tratta

49 Minoli, Federico, Desmoblog, http://blog.ducati.com/

53
di una fattoria in Molise, gestita da Francesco Travaglini50 , che ha da qualche
anno deciso di utilizzare Internet come strumento per farsi conoscere. Il risultato è
un blog attraverso il quale Travaglini racconta, giorno per giorno, il lavoro nei
campi, le scelte che ogni giorno è chiamato a compiere, e le iniziative della
piccola azienda. Anziché vendere i prodotti della terra ad intermediari che poi si
occupano di smistarli nei mercati ortofrutticoli, Travaglini ha deciso di destinare
parte del raccolto alla vendita diretta. Ha quindi proposto degli abbonamenti
annuali per una serie di invii di verdura, ponendo come unica condizione il
raggiungimento di cinquanta iscritti entro una certa data. In questo modo la
domanda e l'offerta si sono incontrate naturalmente, sulla base di una
conversazione sempre aperta grazie al blog. L'idea di Travaglini si basa sul
concetto di coda lunga, cui abbiamo già accennato.

La possibilità di raggiungere le persone in qualsiasi luogo del mondo con relativa


facilità ha un altro effetto importante sui mercati. Abbiamo visto in precedenza
come la distribuzione statistica in una rete a invarianza di scala sia una curva di
Pareto, caratterizzata da pochi eventi che avvengono molto frequentemente, e da
una coda lunga che raccoglie un numero virtualmente infinito di piccole nicchie.
Se rapportiamo questa legge alle aziende vedremo facilmente come, grazie alla
rete, piccoli imprenditori che lavorano su nicchie molto ristrette sono in grado di
trovare un volume d'affari sufficientemente elevato per sopravvivere. Esistono
parecchi casi di questo tipo, che segnano una rinascita del piccolo artigianato
locale; per esempio Genki Gang51 , un negozio statunitense che vende buffi
cappelli ispirati ai personaggi dei cartoni animati giapponesi. Genki riesce a
mantenere il suo business preparando i cappelli solo quando vengono
effettivamente richiesti, e inviandoli poi in tutto il mondo; avendo la possibilità di
aggregare facilmente i clienti, Genki Gang non ha costi di produzione
elevatissimi, e può mantenere l'offerta molto variegata, offrendo anche una serie
molto ampia di personalizzazioni. Ma la coda lunga non interviene solo nel

50 Travaglini, Francesco, Parco dei Buoi, http://www.parcodeibuoi.com/


51 Genki Gang, http://www.genkigang.com/genkigang.html

54
favorire i piccoli veditori di oggetti molto particolari. Chris Anderson, che ha
coniato il termine e ha scritto un libro intitolato proprio The Long Tail, racconta52
di come nel 1988 uno scalatore inglese pubblicò Touching the void, un libro su
una sua disavventura nelle Ande. La pubblicazione non ebbe molto successo,
finché, dieci anni più tardi, non uscì un libro simile: Into thin air, che diventò
subito un best-seller. Da quel momento, Touching the void, che stava per uscire
dai cataloghi, riprese a vendere, e finì per bissare il successo di Into thin air.
Cos'era successo? Il sistema di consigli di Amazon aveva proposto a coloro i quali
acquistavano il best-seller, di provare il libro del 1988. Ma c'è di più. Le vendite
di Touching the void dimostravano chiaramente che, grazie alla rete e alla
possibilità di ridurre i costi operativi e di magazzino, le aziende potevano puntare,
oltre che sui pochi prodotti di sicuro successo, anche sulla coda lunga,
migliorando di molto i profitti. La possibilità di sfruttare la coda lunga ha un
interessante effetto collaterale, come ha notato lo stesso Anderson: in un'ottica di
rete, non c'è più la necessità di creare un mercato di massa, fatto di segmentazioni
e di target. Ovviamente questo tipo di mercato esiste ancora, ma ad esso si
affianca la possibilità di parlare al cliente come a un essere umano, più che come a
un coefficiente statistico, e di fornirgli esattamente quello di cui ha bisogno. Se a
volte la personalizzazione è poco più che illusoria, altre volte giunge all'estremo, e
diventa veicolo di meccanismi di tipo win-win: CafePress 53, un servizio che
permette a chiunque di disegnare la propria maglietta e di metterla in vendita
decidendo il guadagno sul singolo pezzo, ne è un esempio. Questo servizio è
spesso utilizzato da blogger e da piccole aziende, per proporre ai clienti del
merchandising a basso costo; si lavora su nicchie molto ristrette, non si rischia
nulla, e si condividono i guadagni con chi offre il servizio.

Cafépress è uno dei tanti esempi di crowdsourcing: questo neologismo è stato


coniato proprio per identificare quel processo aziendale che prevede
l'esternalizzazione di alcuni compiti non già verso altre aziende, ma direttamente

52 Anderson, Chris, The long tail manifesto, http://www.changethis.com/10.LongTail


53 CafePress, http://www.cafepress.com/

55
verso il pubblico, sfruttandone le nicchie di eccellenza e offrendo in cambio
percentuali sulle vendite, secondo la logica del win-win. Le aziende che
sviluppano software per il web 2.0 utilizzano spesso il sistema del crowdsourcing
per il lavoro di beta-testing54, solitamente delegato a collaboratori occasionali. Nel
web 2.0 nasce il concetto di beta continua: il software viene rilasciato appena è
stabile e sarà il pubblico a provarlo, gratuitamente, indicando errori e suggerendo
possibili cambiamenti. In questo modo le applicazioni non sono mai definite e
intoccabili, ma possono sempre essere migliorate a seconda delle richieste. Pierre
Lévy aveva intuito questo particolare cambiamento, e lo aveva così raccontato:

L'arte dell'implicazione non costituisce più nessuna opera, nemmeno aperta


o indefinita: fa emergere processi, vuole aprire uno sbocco a vite autonome,
immette nella crescita e nell'abitazione di un mondo. Ci inserisce in un ciclo
creativo, in un ambiente vivente di cui siamo coautori. Work in progress?
Sposta l'accento dal work al progress. Si ricondurranno le sue manifestazioni
a momenti, luoghi, dinamiche collettive, non più a persone. 55

La possibilità di sperimentare un software e di comunicare all'azienda che lo


produce le osservazioni in merito investe il cliente di un nuovo potere sul
software, e cioè la capacità di influenzarne in modo molto più efficace contenuti e
funzionalità.

Dalla cultura di massa, alla massa di culture

La rinnovata possibilità di sfruttare la coda lunga ha effetti anche all'esterno della


rete, dove altre tecnologie intervengono a modificare uno scenario di cultura di
massa in qualcosa di nuovo. Per esempio è interessante notare come l'evolversi
delle tecnologie di riproduzione casalinga abbiano influenzato i contenuti delle

54 Si tratta di una delle ultime fasi di sviluppo del software. La cosiddetta beta è una versione del software
quasi definitiva, nella quale sono presenti tutte le funzioni principali e sono assenti i bug più pesanti. La fase
di beta-testing ha lo scopo di verificare il funzionamento corretto del software, segnalare eventuali bug
minori, e riferire agli sviluppatori osservazioni o possibili miglioramenti sulla struttura dell’applicazione.
55 Lévy, Pierre, L'intelligenza collettiva, Feltrinelli, Milano, 1996, p.130

56
serie televisive americane dalla fine degli anni '80 in poi. Steven Johnson osserva
come dalla serie Hill Street Blues di Steven Bochco (1981) in avanti i telefilm
abbiano acquisito sempre maggiore complessità, fino ad approdare a quella che
Carlo Freccero chiama la Golden Age della TV d'oltreoceano. Johnson rileva nel
DVD uno dei principali responsabili di questo fenomeno:

Quando si cerca di convincere il pubblico ad acquistare un titolo , e non


semplicemente a prestarvi la propria attenzione per mezz'ora, i prodotti che
riscuotono maggior successo sono quelli che ci si può aspettare di rivedere
fra quattro anni, magari per la quinta volta. [...] Se acquistiamo un articolo di
intrattenimento per la nostra collezione, non cerchiamo la gratificazione di
un istante; vogliamo qualcosa che ci soddisfi anche dopo varie visioni.56

Johnson rimarca come nelle serie televisive degli ultimi anni si possa rilevare un
complesso gioco di citazioni e rimandi ad altre serie; succede per esempio nel
cartone animato "I Simpsons" di Matt Groening nel quale si possono trovare
mediamente otto gag che fanno riferimento a un film. Questo dato è stato rilevato,
precisa Steven Johnson, da un sito di fan che si è preoccupato di cercare e
catalogare i riferimenti. Ancora una volta ci troviamo di fronte a un lavoro di
conoscenza collettiva, impossibile prima dell'avvento della cultura di rete. Una
delle serie più viste degli ultimi anni, Lost, ha compreso questo cambiamento nel
modo di guardare un programma, e ha basato il suo successo proprio sulla
conversazione generata in rete. Lost racconta le vicende di un gruppo di
sopravvissuti a un incidente aereo, bloccati su un'isola deserta densa di misteri.
Mentre la trama si dipana, è possibile rilevare una serie di indizi e riferimenti, che
vanno dalla filosofia greca al comportamentismo, ai fenomeni magnetici, con un
sistema narrativo che ricorda molto da vicino i videogames d'avventura come
Zelda57 . Questo ha generato il fiorire di forum e blog dedicati alla serie, nei quali
ognuno mette a disposizione le sue conoscenze nel tentativo di elaborare ipotesi

56 Johnson, Steven, Tutto quello che fa male ti fa bene, Mondadori, Milano, 2006, pp.143-144
57The Legend of Zelda è una serie di videogiochi creati da Nintendo, nei quali il protagonista Link vive
avventure all’interno di mondi a tema fantasy. La caratteristica principale di Zelda è quella di fornire
pochissime indicazioni al giocatore e di non seguire un tradizionale svolgimento lineare a livelli, ma piuttosto
di incentivare l’esplorazione e la scoperta, aiutandosi anche con una serie di sotto-trame svincolate dalla
narrazione principale.

57
su cosa si nasconda nell'isola; gli sceneggiatori non si sono fermati qui, ma hanno
stimolato la comunità attraverso la creazione di siti che contengono ulteriori indizi
e sono collegati al mondo fittizio della serie.

La discussione e la condivisione di conoscenze in rete sta permettendo un


progressivo allontanamento dalla cultura di massa, con l'offerta di prodotti ad alto
valore cognitivo, come Lost o i Simpsons, che possono essere compresi
facilmente da chiunque, ma che diventano particolarmente piacevoli (di quel
piacere che Roland Barthes avrebbe definito jouissance58 ) se il background
culturale dello spettatore è più alto. La stessa televisione, soprattutto negli Stati
Uniti, sta cercando di variegare l'offerta attraverso la nascita di nuovi canali pay
maggiormente personalizzati e con l'inserimento di contenuti generati dagli utenti
sulla rete, che spesso vanno a coprire quelle nicchie della coda lunga che la
televisione strutturalmente ancora non riesce a soddisfare. È proprio dall'esigenza
di una maggiore personalizzazione che nascono strumenti come il TiVo, un
registratore digitale che permette di seguire in qualsiasi momento il programma
preferito, e che propone anche video presi dalla rete. TiVo è la dimostrazione
pratica di come, grazie alla rete, le strategie palinsestuali si stiano avviando al
declino, in favore di palinsesti completamente personalizzati.

L'esempio televisivo è forse il più rilevante nel passaggio da una cultura di massa
alla massa di culture, proprio perché la TV è il medium massificatore per
eccellenza. Dal momento che ogni utente della rete, con un investimento minimo,
è in grado di creare il suo video, di scrivere un testo, o di costruire una traccia
audio, è facile intuire come l'interesse per una moltitudine di piccole nicchie sia
destinata a crescere; lo dimostrano il programma di intrattenimento
Rocketboom59 , ad oggi uno dei fenomeni più interessanti di programma televisivo
sulla rete, che ha ottenuto sponsorizzazioni per centinaia di migliaia di dollari ed è
uno dei programmi disponibili sul TiVo, e forse ancora di più il progetto Current

58Il linguista francese contrapponeva questo termine a plaisir, descrivendo così quell’appagamento che
deriva dalla rottura delle aspettative e delle certezze culturali nel corso di una narrazione.
59 Rocketboom, http://www.rocketboom.com/vlog/

58
TV60 , guidato da al Gore, un canale televisivo via satellite quasi completamente
realizzato dal basso. Questo non significa che la cultura di massa sia destinata a
sparire, ma piuttosto che essa sta per essere affiancata da una miriade di piccole
nicchie e di microprodotti rivolti ad un'audience molto ristretta.

Tassonomie collaborative

Il problema che salta subito agli occhi di tutti, in materia di rete, è che nel
momento in cui chiunque può inserire informazioni, diventa difficile, se non
impossibile, reperire quelle davvero utili e attendibili, che finiscono soffocate dal
rumore di fondo. Questa assunzione è dettata dalle teorie classiche della
comunicazione nonché dall'approccio tipico dei mass-media, che hanno invece nel
filtro dell'informazione un loro principio fondante. Resta il fatto che la quantità di
informazioni presenti ha reso necessaria fin da subito la ricerca di un rimedio
efficace per trovare subito quello che serve, come ha rilevato Pierre Lévy:

Costituire lo spazio del sapere significherebbe in particolare dotarsi degli


strumenti istituzionali, tecnici e concettuali per rendere l’informazione
“navigabile”, affinché ciascuno possa orientarsi e riconoscere gli altri in
funzione degli interessi, delle competenze, dei progetti, dei mezzi e delle
reciproche identità all’interno del nuovo spazio.61

I primi passi in questa direzione furono mossi da Yahoo!, che tentò di portare sulla
rete i principi di ricerca tipici della biblioteconomia: la divisione dei siti in grandi
categorie di appartenenza. Il modello era di tipo strettamente editoriale; un pool di
dipendenti di Yahoo! controllava e selezionava i siti, assegnando a ognuno di essi
un genere di appartenenza. L'idea si rivelò in poco tempo inefficiente, per
l'impossibilità di monitorare costantemente l'evoluzione estremamente dinamica
della rete. Il passo successivo fu quello di mutuare il concetto di ricerca del testo

60 Current TV, http://www.current.tv/


61 Lévy, Pierre, L'intelligenza collettiva, Feltrinelli, Milano, 1996, p.30

59
tipico dei word processor: Altavista ha basato il suo successo proprio su questo
semplice meccanismo. La semplice ricerca nel testo però impedisce una
corrispondenza perfetta su termini polissemici, in quanto non è in grado di
riconoscere il contesto. Certo, può aiutare l'uso degli operatori booleani, ma i
risultati forniti dal motore non sono ancora così soddisfacenti.

L'era della rete moderna, osserva Giuseppe Granieri62 , si apre con Google. Il
sistema di pagerank valuta il numero di link che conducono a una data pagina
web e considera questo dato come una prova di attendibilità. La carta vincente di
Google è lo spostamento dell'intelligenza necessaria a catalogare le informazioni
dall'interno dell'azienda (come accadeva con Yahoo!) al suo esterno, sfruttando la
conoscenza collettiva degli stessi utenti. Attraverso il pagerank Google non fa
altro che esternalizzare il gruppo di controllo verso l'intero popolo della rete,
offrendo in cambio un motore di ricerca solido ed efficiente; si tratta di una delle
prime forme di crowdsourcing portate avanti da un’azienda. Il problema è che i
link a un sito non sempre sono dimostrazioni di fiducia verso di esso, e
difficilmente sono lo specchio dell'attendibilità dell'informazione. La soluzione di
Google è la migliore che abbiamo al momento, ma non lo è in assoluto, anche
perché il motore stesso non sempre riesce a tenere testa all'estrema dinamicità dei
contenuti web, aggiornati spesso anche più di una volta al giorno.

Il passo seguente è quello del web semantico, un'idea iniziata dal consorzio per il
World Wide Web (W3C), e successivamente adottata in maniera spontanea dagli
stessi utenti. Si parte dal concetto che ogni contenuto sulla rete possa portare con
sé le informazioni che servono a descriverlo. Secondo il W3C queste
metainformazioni devono essere assegnate secondo precise ontologie che lo stesso
consorzio sta cercando di definire. Nello stesso momento, però, molti software
sociali in rete hanno iniziato a dare la possibilità agli utenti di descrivere i
contenuti da loro pubblicati attraverso un sistema di tag. Le tag non sono altro che
parole chiave scelte arbitrariamente dagli utenti, che descrivono il contenuto da

62 Granieri, Giuseppe, La società digitale, Laterza, Roma-Bari, 2006 p.57

60
essi pubblicato. Apparentemente questo sistema può sembrare caotico e
incontrollabile, ma ubbidisce alle stesse leggi dell'emergenza a cui sottende la
rete. Per questo, stante un gran numero di tag, emergeranno connessioni e
associazioni tra esse molto simile all'organizzazione dei pensieri nella mente
umana. Questo sistema viene chiamato folksonomy, dalla fusione dei termini folks
e taxonomy, ovvero una tassonomia costruita dal basso. La folksonomy funziona
proprio perché, gestita interamente dalle persone, riesce a determinare delle
ontologie che vanno bene per tutti, perché emerse dall'interazione costante. Per
certi versi è un passaggio simile di quello avvenuto dai modelli semiotici ad
albero al modello Quillian63, strutturato in maniera rizomatica e imprevedibile. La
ricerca mediante folksonomy rende la rete simile al cervello, capace di
associazioni mentali imprevedibili, e aggiunge all'ipertesto un potere che va oltre
quello del semplice salto tra argomenti. Si tratta del concetto di serendipity,
termine coniato da Horace Walpole in un carteggio del 175464 e protagonista di un
libro di Robert Merton, che ne percorre la storia nel corso dei secoli. Il significato
esatto della parola è difficile da afferrare, ma Merton prova a darne
un'interpretazione:

Serendipity può significare trovare qualcosa di prezioso mentre si cerca


qualcosa di completamente diverso oppure trovare qualcosa che si andava
cercando, ma in un luogo o in un modo del tutto inaspettati. 65

Durante il viaggio nella storia del lemma, Merton evidenzia come la scienza abbia
sempre fatto affidamento sulla serendipity, e di come le più grandi scoperte

63 Si tratta di due modelli linguistici per la definizione di ontologie. Il primo descriveva il significato
attraverso un diagramma gerarchico ad albero che partiva da una definizione generale per arrivare a quella
particolare, suddividendosi nei vari livelli a seconda delle varie connotazioni possibili. L’impossibilità di
utilizzare questo sistema per termini polissemici come bachelor, da cui il famoso problema del baccellierato,
portò allo sviluppo di modelli alternativi. Il modello Q, particolarmente convincente, si basava su una serie di
campi semantici collegati tra loro secondo un diagramma a rete; secondo Quillian l’enciclopedia delle nostre
conoscenze, strutturate in maniera non sistematica, definiva il significato di un termine.
64 Walpole coniò questo termine in riferimento al testo The travel and adventures of the three princes of
Serendip, un’antica fiaba orientale (Serendip è il moderno Sri Lanka) che narra come grazie alla capacità di
osservazione i tre principi in viaggio erano in grado di fare scoperte inaspettate e trarsi d’impaccio da
situazioni poco piacevoli.
65 Merton, Robert King, Viaggi e avventure della Serendipity, Il Mulino, Bologna, 2002, p.8

61
derivino proprio da questo particolare modo di trovare le cose. Nella postfazione
del libro il sociologo americano valuta così Internet:

Da semplice novizio quale sono nell'arte di navigare in Internet alla ricerca


dei dati giusti, perfino io posso testimoniare che si tratta di un'autentica fonte
di serendipity. Perché, come un provetto veterano nell'uso di Internet, James
Fallows, ha osservato: "Se cominci a cercare informazioni nei siti web, non
finisci quasi mai dove prevedevi. C'è un link a qualcosa di cui non hai mai
sentito parlare [...] La sensazione è simile a quella di passare fra le
scaffalature di una biblioteca - se non ci fosse la polvere e si potesse balzare
istantaneamente da un piano all'altro".66

L'uso delle tag e della folksonomy allontana ulteriormente Internet


dall'architettura informativa di tipo biblioteconomico, esaltandone le qualità di
serendipity engine.

La conoscenza, attraverso la rete, esce sempre più dalla nostra mente la quale
diventa più che uno strumento per memorizzare nozioni, un sistema per ricercarle
e valutarle con l'aiuto del lavoro svolto da un'intera comunità di utenti. In un
mondo in cui tutti possono dire la loro, riacquista importanza la capacità critica e
valutativa del nostro intelletto, inutile in un mondo di mass-media per i quali
l'informazione acquisisce autorevolezza solo per il canale attraverso cui è
distribuita.

66 Merton, Robert King, Viaggi e avventure della Serendipity, Il Mulino, Bologna, 2002, p.439

62
Effetti del social networking

God is web-based groupware and collaboration software.

Douglas Coupland

Nei capitoli precedenti abbiamo visto come la semplice idea della rete di collegare
un enorme numero di persone tra loro attraverso un'architettura aperta e
liberamente modificabile stia cambiando in modo anche radicale, tutta una serie di
percezioni legate alla conoscenza, all'identità, alla ricerca di informazioni. È
quindi ovvio rilevare come questi cambiamenti abbiano ripercussioni anche al di
fuori della rete, nel mondo sensibile. In particolare i media risentono della
possibilità per chiunque di dire la propria opinione, di produrre un filmato, di
creare una trasmissione radio. E non sempre questo cambiamento in un mondo
fino ad oggi nelle mani di pochi viene vissuto con tranquillità. Non sono
infrequenti gli scontri, per esempio, tra giornalisti e blogger, che si accusano a
vicenda di scarsa attendibilità e di lobbismo. Ma non sono solo le polemiche a
guidare il mutamento; basti pensare ai numerosi casi di reporter amatoriali che
hanno spesso fornito materiale di prima mano a televisioni e giornali. E i
cambiamenti non si fermano solo ai media: la conoscenza collettiva agisce anche
sulla politica, che, pur refrattaria alle novità, inizia a doversi aprire alla
partecipazione di una moltitudine di utenti e ai mercati, creando nuovi modelli di
interazione. L'organizzazione della gente è più rapida ed efficace, e permette di
creare manifestazioni-lampo in risposta a quello che succede; in altre parole, gli
effetti delle decisioni prese dall'alto non si vedono più dopo un certo periodo di
tempo, ma immediatamente.

63
Blog e media

Lo strumento che più di ogni altro ha influenzato il rapporto tra le persone e i


media è senza dubbio il blog. Il termine è semplicemente una contrazione delle
parole web e log. Si tratta quindi di una sorta di diario di bordo in rete
aggiornabile molto facilmente. A livello di funzionamento il blog è basato su un
sistema di gestione dei contenuti (Content Management System, CMS). I sistemi
CMS funzionano in maniera molto semplice: La pagina web ha una struttura
generale che viene riempita dinamicamente con i vari contenuti, che sono
immagazzinati all'interno di un database. L'utente, attraverso una semplice
interfaccia, può aggiungere testi e immagini che vengono immediatamente
mostrati nella pagina. Quello che a noi interessa è che, grazie a questo sistema, i
vari messaggi (chiamati in gergo post) compaiono in ordine cronologico inverso,
in modo che i contenuti più recenti occupino la posizione più alta nella pagina. La
creazione di un blog è semplicissima e veloce, anche per utenti poco esperti della
rete: nella maggior parte dei casi si tratta di una semplice registrazione gratuita a
un sito che offre il servizio. Allo stesso modo è semplice la redazione di un post;
essa si basa su un modulo caratterizzato da un’interfaccia simile a un qualsiasi
programma di videoscrittura. Per questo chiunque conosca le basi di un semplice
word-processor è in grado di scrivere in pochi minuti il suo primo messaggio.
Generalmente un weblog è formato da una testata, da un corpo centrale di pagina,
e da una o due colonne laterali; questo permette una più facile leggibilità dei testi.
Ogni singolo post è poi caratterizzato da alcune componenti molto importanti per
l'aspetto sociale del blog. I commenti e il trackback servono a tenere traccia della
conversazione; attraverso la prima funzione i lettori possono intervenire su ciò che
è stato scritto, mentre la seconda è utile a tenere traccia delle risposte al nostro
articolo che altri scrivono sui propri blog. Per recuperare facilmente un post,
ognuno di essi è contrassegnato da un link permanente, chiamato permalink.
Attraverso questi tre strumenti il blog non è un semplice monologo interiore, ma
si apre alla conversazione con l'intera rete; questo è molto importante, perché

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spiega perfettamente il successo dello strumento blog, e l'insuccesso di servizi per
la creazione di pagine personali, come per esempio Geocities. Come spiega
Giuseppe Granieri

Le vecchie pagine web (di cui Geocities è un ottimo esempio) pubblicavano


effettivamente informazioni consultabili. Ma il web non aveva ancora
trovato una risposta al problema di come rendere effettiva questa
pubblicazione, ottenendo pubblico, relazioni e connessione tra autore e
lettore. Se l'assunto di principio (il "cosa si voleva fare") era chiaro,
rimaneva assolutamente inefficace il "come riuscirci". Le vecchie home page
personali non avevano pubblico, e spesso non avevano nemmeno un
contenuto. Semplicemente, non funzionavano.67

Nella colonna laterale troviamo spesso il cosiddetto blogroll. Si tratta di una lista
dei blog letti o comunque considerati dall'autore; il blogroll ne descrive i
riferimenti socioculturali, come la bibliografia per un libro, e funziona anche da
lista di consigli per i lettori del blog. In questo modo si realizza un collegamento
tra persone che discutono degli stessi argomenti e si favorisce la formazione di
gruppi sociali solidi in grado di condividere conoscenza. Lo scambio di
informazioni nei blog è regolato dall'economia del dono che abbiamo visto
assumere una grande importanza nella rete. Lo osserva, nella prefazione al libro
Come si fa un blog, il sociologo Antonio Sofi:

Ogni blog è una specie di regalo. Un dono di conoscenza. Ogni blog, per
serio o faceto che sia, che tratti di tematiche importanti o di faccende
quoidiane, è un piccolo grande dono. Un dono gratuito, [...] ma non
spassionato. Perché è un dono che una persona fa ad altre persone che lo
leggono, ma potrebbero anche non leggerlo, qualora questo dono non avesse
alcun valore aggiunto. Il valore aggiunto di un punto di vista. Ogni blog è un
trasferimento di conoscenza con aspettativa di rientro. A buon rendere,
diciamo.68

67 Granieri, Giuseppe, La società digitale, Laterza, Roma-Bari, 2006, p.98


68 Sofi, Antonio, in Maistrello, Sergio, Come si fa un blog, Tecniche Nuove, Milano, 2004, p.XII-XIII

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Partiti come diari personali, alcuni blog iniziano a cambiare, e a commentare ciò
che accade nel mondo. Discutono di politica o di società, tornando di tanto in
tanto a raccontare quello che accade nella loro sfera privata. I blog diaristici
rimangono comunque in voga, spesso apprezzati da un ristretto gruppo di utenti,
altre volte permeati da un grande successo. Una recente ricerca di Pew Internet &
American Life puntualizza come i contenuti di tipo diaristico siano ancora i più
importanti. La cosiddetta blogosfera (ovvero l'insieme di tutti i blog) sta
crescendo a ritmi vertiginosi. Secondo una ricerca di Technorati69, il più popolare
motore di ricerca per i blog, essa raddoppia ogni sei mesi le sue dimensioni, e
cresce al ritmo di un nuovo weblog creato ogni secondo. Solo tre anni fa la
blogosfera era sessanta volte più piccola di adesso. Ad Aprile 2006 si contavano
ben 37 milioni di blog, ma già all’inizio di Agosto erano 50 milioni. La realtà,
però, è più complessa, dal momento che non tutti i blog sopravvivono per un
lungo periodo di tempo. Marco Faré ha recentemente pubblicato uno studio sui
blog per conto dell'Osservatorio Europeo di giornalismo, all'interno
dell'Università della Svizzera Italiana, e ha rilevato che

La maggior parte dei blog ha vita brevissima. Secondo una ricerca Perseus
che ha elaborato delle proiezioni statistiche su 4,12 milioni di blog ospitati
su 8 diverse piattaforme, due terzi dei blog non sono stati aggiornati
nell’arco di due mesi e, curiosamente, sono gli uomini ad abbandonare più
frequentemente delle donne l’attività di blogging. Mediamente i blog
vengono aggiornati una volta ogni due settimane, solo 106’579 una volta
ogni sette giorni e meno di 50’000 quotidianamente. Ciò dimostra che i blog
davvero influenti sono una percentuale infinitesimale di quelli esistenti e che
all’interno di questo mondo è in atto un processo di selezione naturale. Se è
tanto facile aprire un blog e scrivere frequentemente, è altrettanto facile
abbandonarlo e smettere di scrivere, oppure scrivere molto sporadicamente.
La discriminante è il tempo: chi aggiorna il blog lo fa perché può dedicare
una parte della propria giornata a questa attività oppure perché spinto da
interessi personali o professionali. 70

69 Technorati, http://www.technorati.com
70Faré, Marco, “Blog e giornalismo, l’era della complementarietà”, European Journalism Observatory,
Lugano, 2006

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Ma non solo scrivere nel blog a richiedere un dispendio di tempo spesso anche
elevato; dal momento che uno dei modi più efficaci per farsi conoscere all'interno
della blogosfera è partecipare alle conversazioni che possono avvenire
trasversalmente tra diversi autori, commentandole nell'apposito spazio o
scrivendone un post e affidandosi al trackback, è necessario per il blogger
monitorare costantemente gli aggiornamenti dei blog che segue. La cosa sarebbe
pressoché impossibile utilizzando solo il browser, in quanto costringerebbe a
continui controlli alla cieca di un gran numero di indirizzi. Come abbiamo già
visto per la folksonomy, anche in questo caso sono stati gli stessi utenti della rete a
trovare una soluzione; Dave Winer, nel 1997, creò un sistema basato sul
linguaggio XML per facilitare l'accesso alle informazioni contenute nel suo blog,
Scripting News. Successivamente, attraverso la collaborazione di Netscape e di
altr blogger, quel sistema si è evoluto nell'RSS. Questo acronimo sta per Really
Simple Syndication, e indica un modo di rappresentare i dati grezzi del blog,
attraverso un codice XML. Questo codice può essere letto da particolari
programmi, che lo traducono e lo presentano all'utente con un'interfaccia simile a
quella di un programma di posta elettronica. Attraverso questo tipo di software,
chiamato feed reader, si può tenere sotto controllo un enorme numero di blog,
avendo la certezza di non perdere nemmeno un messaggio. Ogni volta che il
programma esegue un aggiornamento, controllerà i feed RSS di tutti i blog
sottoscritti, mostrando solo i nuovi post.

Un altro sistema per trovare velocemente le informazioni che ci interessano è dato


dagli aggregatori di news, particolari applicazioni Internet che si occupano di
mettere in evidenza i contenuti più interessanti dei blog. Solitamente questi
aggregatori utilizzano meccanismi di crowdsourcing per la segnalazione dei post e
per la valutazione dei post, risultando molto comodi per conoscere a colpo
d’occhio gli argomenti più discussi sulla rete. Un’evoluzione del concetto di
aggregatore è rappresentata dal già citato Technorati; il suo funzionamento è
basato sull’utilizzo da parte dei blogger di un sistema di categorie predefinite, o
ancora meglio di tag, per descrivere il contenuto del messaggio. Attraverso il

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meccanismo della folksonomy descritto in precedenza sarà possibile una facile
ricerca dei messaggi, mentre la visualizzazione delle tag più frequentemente
associate a quella ricercata sfrutterà appieno la serendipity della rete.

Anche se la maggior parte dei blog viene abbandonata dopo poco tempo, è
comunque incredibilmente rilevante la mole di conoscenza che viene
letteralmente donata, ogni giorno, nella blogosfera. Sembrerebbe un processo
totalmente antieconomico, vista la mole di tempo e di attenzione richiesta, eppure
non è così. Marcel Mauss definiva la comunicazione un fatto sociale totale,
ovvero un fenomeno che implica aspetti relativi a tutte le sfere della vita sociale;
l'importanza della comunicazione per gli esseri umani è tale che uno strumento
come il blog, che permette di facilitarla enormemente, non poteva non avere
successo. Quel tempo che si spende a curare la propria pagina, a commentare, a
tessere relazioni, non può essere considerato tempo sprecato, proprio perché
connaturato all'uomo; l'unica differenza è che ora questi scambi comunicativi non
devono più necessariamente avvenire tra persone che sono fisicamente vicine a
noi, ma possono raggiungere virtualmente chiunque nel mondo. Il nostro spazio
sociale non coincide quindi più con lo spazio fisico, ma questa non è una novità;
come osserva Pierre Lévy

La mia vicina di pianerottolo, con la quale scambio solo il buongiorno e la


buonasera è vicinissima a me nello spazio-tempo ordinario,. Ma leggendo il
libro di un autore morto ormai da tre secoli, posso stabilire con lui, nello
spazio dei segni e del pensiero, un contatto intellettuale molto più forte.71

Lévy ci fa capire come in effetti questa discrepanza esista da quando la cultura


orale ha lasciato il posto a quella scritta. L'evoluzione dei media di massa, poi,
non ha fatto altro che acuire questo scarto: se con il telefono possiamo essere
vicini a persone che distano molti chilometri da noi, la TV e la radio ci fanno
appassionare a individui che non abbiamo mai visto dal vivo. Con la rete, infine,
abbiamo l'ennesimo cambiamento di scala, ma non solo: se il telefono richiede

71 Lévy, Pierre, L'intelligenza collettiva, Feltrinelli, Milano, 1996, p.148

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una precedente conoscenza fisica, e la televisione o la radio impediscono per la
loro unidirezionalità un vero scambio sociale, Internet mette assieme i pregi
dell'uno e dell'altro media; lo scambio reciproco e la non necessità di una
conoscenza fisica precedente. Il blog sembra essere il mezzo migliore per
stringere rapporti a distanza, perché privo della temporaneità della chat e
potenzialmente più adatto per raggiungere grandi quantità di persone.

Foto, video, audio. Prospettive crossmediali.

L'evoluzione della rete, però, trascende la semplice parola scritta. I mezzi


espressivi si sono moltiplicati, non solo grazie a Internet, ma anche ad
un'evoluzione tecnologica in tutti i campi che sta rendendo sempre più facile la
produzione di contenuti a tutti i livelli. Questo, secondo Pierre Lévy segna il
tramonto di un'era nella quale il discorso è centrale:

Il multimedia interattivo a supporto digitale, per esempio, pone


esplicitamente la questione della fine del logocentrismo, della destituzione di
una certa supremazia del discorso sulle altre modalità di comunicazione. È
probabile che il linguaggio umano sia apparso simultaneamente in diverse
forme - orale, gestuale, musicale, iconica, plastica - ognuna delle quali
attivava tale o tal'altra zona di un continuum semiotico, ripercuotendosi da
una lingua all'altra, da un senso all'altro, seguendo il rizoma della
significazione [...]. I sistemi di dominio fondati sulla scrittura hanno isolato
la lingua, l'hanno eletta signora di un territorio semiotico ormai frazionato,
parcellizzato, giudicato secondo le esigenze di un logos sovrano. Ora
l'apparizione degli ipermedia tratteggia il profilo di un possibile interessante
(tra altri che lo sono meno): quello di una risalita al di qua del cammino
aperto dalla scrittura, al di qua del logocentrismo trionfante, verso la
riapertura di un piano semiotico deterritorializzato. Una risalita ricca, però,
di tutte le potenzialità del testo, un ritorno armato di strumenti ignoti al
Paleolitico, e capaci di rendere vivi i segni.72

72 Lévy, Pierre, L'intelligenza collettiva, Feltrinelli, Milano, 1996, p.128

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Questi strumenti, computer, macchine fotografiche e telecamere digitali, sempre
più accessibili, hanno fatto nascere un mondo di contenuti audio e video generati
dall'utente. Non si sta parlando qui del semplice filmino della comunione,
comunque profondamente cambiato grazie al digitale e al proliferare di
programmi di montaggio gratuiti, ma di vere e proprie sperimentazioni in tutti i
campi dell'audio e del video. L'incrocio con il sistema cronologico dei blog è stato
naturale; i primi a nascere sono i photoblog, per la maggiore diffusione delle
macchine digitali, e per la maggiore facilità di ospitare nella piattaforma di
blogging le immagini fisse, meno avide di spazio e di banda rispetto ai contenuti
audio e video. Contestualmente al photoblog a qualcuno viene l'idea che
immagine non vuol dire necessariamente fotografia e dà vita ai comicblog, che
raccontano le loro storie attraverso strisce a fumetti giornaliere. Un caso
esemplare di comicblog viene dall'italiano Eriadan73, che si racconta con semplici
fumetti, i quali recentemente sono diventati un libro pubblicato, cosa alquanto rara
nello scarno panorama dei fumetti italiani. Nell'ottobre 2000, l'ex VJ di MTV
Adam Curry mette in pratica un'idea di Tristan Louis e inventa il Podcasting; è un
periodo di boom per i lettori Mp3 portatili e Adam sfrutta la loro diffusione per
associare la trasmissione radiofonica al concetto di blog. Ogni giorno viene
pubblicata una trasmissione, e questa può essere ascoltata sul computer o trasferita
su un lettore digitale, in modo da essere ascoltata in qualsiasi momento.
Conseguentemente qualcuno ha iniziato a utilizzare il sistema del podcast per
pubblicare video anziché semplicemente audio, dando il via al fenomeno dei
videoblog. La conduzione di uno di questi generi particolari di blog, però,
comporta una certa spesa da parte dell'utente: la piattaforma di blogging non offre
quasi mai uno spazio gratuito per contenuti diversi dal testo e quindi è necessario
appoggiarsi ad uno spazio web esterno spesso a pagamento; inoltre si rischia di
ritornare al problema di Geocities, troppo complesso da utilizzare per l'utente
comune.

73 Aldighieri, Paolo, Eriadan, http://www.eriadan.it/

70
Per colmare questa necessità di facile condivisione di contenuti non testuali sono
nati numerosissimi servizi online, i quali aggiungono al semplice spazio per
l'upload anche tutta una serie di valori aggiunti tipici del nuovo web.

I software sociali guardano i media

Il servizio più popolare per la condivisione di foto è senza dubbio Flickr74 .


Offrendo uno spazio virtualmente illimitato - il limite è solo in termini di quantità
di foto inserite al mese, e può essere rimosso accedendo alla versione a pagamento
- e permettendo il link diretto delle fotografie da qualsiasi sito web, il servizio ha
acquisito da subito un'enorme popolarità, tanto da essere acquisito in poco tempo
da Yahoo!. Flickr è un esempio perfetto di software sociale; come abbiamo
accennato in precedenza, l'utente è in grado di definire degli spazi privati e di
differenziare in funzione di essi la visione delle sue fotografie. Non solo, per
proteggere il diritto d'autore e incoraggiare anche i fotografi professionisti a
mostrare i loro lavori sul web, Flickr permette l'utilizzo di una serie di modalità di
tutela della proprietà intellettuale: si va dal restrittivo copyright, alle forme più
blande di Creative Commons, al pubblico dominio. Un motore di tag è integrato
nel sistema e permette una semplice ricerca delle immagini, le quali possono
essere ordinate attraverso un parametro, detto interestingness, che deriva
dall'esame statistico dei commenti e dei voti ad esse assegnati, e che permette tra
l'altro la pubblicazione settimanale delle foto più interessanti in un'area apposita.
È possibile anche ricercare cluster emergenti di tag che vengono spesso correlate
tra loro, in modo da raffinare facilmente la ricerca di termini polissemici. Un
sistema di set e di gruppi permette inoltre di creare dei team di appassionati di uno
stesso genere di fotografia (molto frequentato è per esempio il gruppo dedicato
alle LOMO, macchine fotografiche prodotte da una fabbrica dell'ex-URSS,
caratterizzate da una particolare resa cromatica) e di facilitare la divisione delle

74 Flickr, http://www.flickr.com/

71
foto di un singolo utente. Ma il lato sociale di Flickr non si ferma alla semplice
condivisione delle foto: come abbiamo osservato le librerie di programmazione
del sistema sono a disposizione degli utenti, che possono utilizzarle in ogni modo
lo ritengano necessario. Nascono così delle meta-applicazioni che sfruttano in
maniera creativa l'enorme database visuale del software; per esempio Colr Pickr,
che ritrova le foto con un colore dominante scelto dall'utente, o Spell with Flickr,
in grado di comporre parole utilizzando foto di lettere. In questo modo Flickr
mette in atto un meccanismo di tipo win-win: gli utenti sono interessati a inserire
foto e a creare meta-applicazioni per il loro tornaconto personale, promuovendo in
questo modo l'immagine di Flickr e arricchendolo di contenuti. Il guadagno arriva
dalla vendita degli account pro, che offrono servizi a valore aggiunto utili per quei
fotografi semiprofessionisti e professionisti che vogliono mostrare facilmente e a
un numero molto grande di persone i loro lavori.

Sul fronte dei video, nonostante una certa popolarità del servizio promosso da
Google, sembra regnare incontrastato il dominio di Youtube75 , per il quale si parla
di 100000 video visti al giorno. Sebbene si tratti di numeri tutti da verificare, è
innegabile che il servizio goda di una grandissima popolarità. Molto più semplice
di Flickr, ma non per questo meno efficace, Youtube propone semplicemente la
possibilità di inserire video nel sistema. Questi saranno visualizzati attraversso
un'interfaccia flash, in modo da massimizzare la compatibilità con i vari sistemi, e
potranno essere scaricati in vari formati, tra cui uno pronto per i lettori digitali
portatili. Anche in questo caso l'architettura dell'informazione è basata sulle tag, le
quali però rispondono a una serie di categorie predefinite. Interessante, nel caso
specifico, è l'adozione di un sistema di gruppi, simili a quelli di Flickr, nei quali si
richiede l'inserimento di filmati a tema. A volte questi gruppi sono strutturati come
vere e proprie gare di regia, che mettono alla prova la creatività dei partecipanti.
In un primo momento non esisteva un limite alla durata dei filmati, ma per
problemi di copyright (dovuti al fatto che alcuni utenti arrivavano ad inserire
interi film), si è scelto di limitare i filmati ad un massimo di dieci minuti. Youtube

75 Youtube, http://www.youtube.com/

72
è diventato così il punto di riferimento di chi vuole pubblicare video con facilità;
la possibilità di visualizzare con estrema semplicità i contenuti nel proprio blog,
attraverso la stessa interfaccia web, ha fatto il resto. Rimane irrisolto un
interrogativo; fino ad ora Youtube ha guadagnato attraverso Adsense, il sistema di
pubblicità contestuale di Google. Ma con l'aumento esponenziale degli utenti e del
materiale condiviso, la piattaforma rischia di dover trovare in fretta forme di
guadagno più sicure, scontrandosi però con la gratuità del servizio, ormai radicata
negli utenti.

Sul fronte dell'audio, invece, non sono molti i servizi degni di nota. Se si esclude
Odeo, che permette una facile condivisione di file audio, podcast e una casella
vocale personale, e che comunque non ha un grande successo, sembra che l'audio
non riscuota lo stesso interesse dei contenuti visivi, forse per una maggiore
difficoltà tecnico-creativa di realizzazione.

L’ecosistema broadcast

In effetti è proprio il blog lo strumento che più ha svelato i cambiamenti portati


dalla cultura di rete; l'industria culturale ha accusato il colpo, spesso ponendosi in
aperto conflitto con i blogger. Il modello broadcast dei media vuole una scelta top-
down degli argomenti trattati, sulla base di criteri di notiziabilità per quanto
riguarda i contenuti giornalistici e di audience presunta per quanto riguarda
l'intrattenimento, strettamente collegato alla vendita di spazi pubblicitari. Anche
se può esserci una negoziazione di significati e di scelta contenutistica da parte del
pubblico, l'asimmetria informativa tipica dei media unidirezionali non può che
portare ad una scelta diretta dai management delle varie reti, affiancati dagli
inserzionisti pubblicitari. La prospettiva ipodermica, i seguenti studi della Scuola
di Francoforte e la teoria della spirale del silenzio, che vedevano il pubblico in
termini di massa manipolata dalla forza dei media forse oggi possono dirsi
superate, ma di certo rimangono valide per tutta quell'audience televisiva acritica

73
e non preparata culturalmente. Secondo la teoria della comunicazione a due stadi,
il ruolo primario è rappresentato dai cosiddetti opinion leader, figure in grado di
tradurre il messaggio mediatico verso il pubblico e di negoziarlo almeno in parte
con i media. È però vero che la massa di cui parlavamo prima difficilmente riesce
ad entrare in contatto con essi, preferendo fruire direttamente la televisione. La
quale vede un contatto diretto tra la produzione di contenuti, influenzata dagli
inserzionisti pubblicitari, e il pubblico, quasi del tutto privo del filtro attivo degli
opinion leader. Questi ultimi possono operare una negoziazione con i media, ma
essa rimane sempre a livello di opinioni, e spesso è prevaricata dagli interessi
commerciali, i quali sono l'unico modo che l'audience ha di influenzare i
contenuti, attraverso l'illusorio indicatore degli indici d'ascolto.

Alla figura degli opinion leader dobbiamo aggiungere le diverse costruzioni di


significato da parte dei vari generi di pubblico, come nel modello encoding-
decoding di Hall così illustrato da Paccagnella:

qualsiasi prodotto mediale nasce come risultato di un processo di "messa in


codice" (encoding) da parte di un'organizzazione al cui vertice possiamo
porre la figura ideale dell'autore [...]. La fase di encoding, come si è detto,
tende a proporre una visione del mondo particolare, tendenzialmente
conservatrice e favorevole alle posizioni delle classi dominanti, ma il cui
risultato è sempre frutto di un processo di negoziazione in cui giocano il loro
ruolo diverse variabili.

Una volta diffuso al pubblico, il prodotto mediale subisce il processo di


decoding, ovvero di decodifica, che lo porta ad essere letto e interpretato in
almeno tre modalità principali. La lettura può coincidere esattamente con le
aspettative e con le attribuzioni di significato adottate dai produttori. In
questo caso la lettura si dice "egemonica dominante": il punto di vista di chi
ha messo in codice il messaggio appare l'unico possibile per il lettore (o
perlomeno quello più legittimo e naturale). La lettura può essere "negoziata"
quando, accanto alla comprensione del codice utilizzato dall'emittente, il
lettore attribuisce al messaggio anche interpretazioni almeno parzialmente
autonome. Infine, la lettura "oppositiva" avviene quando il messaggio, pur
compreso nei significati che l'emittente vorrebbe gli fossero attribuiti, viene

74
letto in modo antagonista e inserito in un contesto di senso completamente
opposto a quello dell'emittente. 76

Il modello di Hall riconosce al pubblico un ruolo attivo, che, attraverso


l'attribuzione di un significato differente al messaggio, rende imprevedibili gli
effetti dei media. A questo punto è però importante fare una distinzione tra il mass
medium per eccellenza, la televisione generalista, e i giornali. La prima ha come
obiettivo primario il raggiungimento di un più vasto pubblico possibile, e quindi
l'allineamento a un "minimo comun denominatore", un target culturale medio-
basso che difficilmente avrà letture diverse da quella egemonica dominante; nella
comunicazione televisiva gli effetti di costruzione di una realtà dall'alto sono
quindi più evidenti. I giornali invece tendono ad essere più esclusivi e a
concentrare il loro bacino di utenza su un segmento ben definito di pubblico; nel
campo dei quotidiani la cultura media si alza, e acquista maggiore importanza il
ruolo degli opinion leader. Comunque sia è facile che, per effetto dei meccanismi
di agenda setting, le notizie riportate tendano a omogeneizzarsi e a seguire il
modello di massa televisivo. Quello che cambia tra TV e giornali è
l’approfondimento e il commento critico alla notizia, decisamente in favore della
carta stampata.

Riassumendo, l'ecosistema dei media tradizionali si sviluppa secondo una


declinazione top-down, nella quale intervengono, come ulteriori mediatori, gli
opinion leader; la negoziazione dei significati e l'influenza sui temi da trattare e
sulla visione del mondo proposta è tanto più forte quanto più è alta la cultura dei
fruitori del medium, ma risente sempre e comunque di una mancanza di simmetria
che rende il canale praticamente unidirezionale.

76 Paccagnella, Luciano, Sociologia della comunicazione, Il Mulino, Bologna, 2004, pp.119-120

75
L’ecosistema si evolve

Il timore principale dei media con l'esplosione del fenomeno-blog è legato alla
troppa libertà di chi scrive, che può sostanzialmente dare risalto a qualsiasi
avvenimento senza una presa di responsabilità e soprattutto senza un adeguato
controllo delle fonti, e alla possibilità che, data la facilità di consultazione e di
scambio informativo, i canali tradizionali ne possano risentire, a favore di
un'informazione anarchica e non controllata. Beppe Grillo, ex-comico e mattatore
televisivo riciclatosi in blogger di controinformazione, ha spesso gridato alla
morte dei quotidiani, soffocati dall'informazione libera dei blog, ricevendo
risposte astiose da svariati giornalisti. La carta stampata è il medium più esposto a
questa presunta minaccia, perché già in crisi da tempo, e soprattutto perché il
mezzo di pubblicazione in rete più immediato è basato proprio sulla scrittura.

In realtà, come osservava Marshall McLuhan, storicamente i media non possono


semplicemente smettere di esistere. Quello che accade è invece che essi vengono
inglobati nei mezzi di comunicazione nati dalle nuove tecnologie:

il contenuto di un medium è sempre un altro medium. Il contenuto della


scrittura è il discorso, così come la parola scritta è il contenuto della stampa,
e la stampa quello del telefono. 77

Il nuovo mezzo di comunicazione rappresentato dalla rete e dal suo uso sociale si
trova così a racchiudere in sé la televisione attraverso i video generati dagli utenti;
la radio attraverso i podcast; i giornali attraverso i weblog e i libri attraverso gli e-
book e i wiki. Questo fenomeno porta a un cambiamento nell'ecosistema
mediatico che, lungi dal distruggere i predecessori, offre loro nuove possibilità e
ridefinisce significati e costruzioni sociali al loro interno. Una qualsiasi
informazione trasmessa dai media, oggi, può essere ripresa, commentata e
ridiscussa da un gran numero di nodi della rete e diventare punto di partenza per
una conversazione. Mentre alcuni utenti della rete si fanno ascoltatori silenziosi,

77 McLuhan, Marshall, Gli strumenti del comunicare, Net, Milano, 2002, p.16

76
altri assumono il ruolo di opinion leader e ridiscutono, approfondiscono e
precisano l'informazione originaria. Parallelamente, alcune notizie alle quali i
media non avevano dato risalto, o che erano sfuggite per qualche motivo, possono
essere diramate attraverso la rete e, raggiungendo un certo livello di interesse,
diventare argomento anche per i media di massa. È proprio in questo punto che si
inserisce la critica alla mancanza di responsabilità e di controllo di chi inserisce
informazioni in rete; se però si tiene presente il meccanismo di fitness e di
diffusione che abbiamo già analizzato, risulta evidente come le notizie giudicate
più interessanti verranno facilmente linkate, commentate e riprese, arriveranno
agli hub e saranno ridistribuite verso tutti i nodi della rete. Non solo: come
osserva Giuseppe Granieri

la scarsa attendibilità delle informazioni in Internet, ovvero il vecchio


argomento di chi non possiede alcuna information literacy, è banalmente
contrastata dalla constatazione che la rete offre il "testo" (il contenuto
informativo) ma anche il "contesto", ovvero lo storico, l'insieme di giudizi
che la fonte ha maturato nel tempo. [...] Attraverso il contesto noi ricreiamo
una nostra valutazione sull'attendibilità di chi ci parla, scegliamo e
decidiamo. 78

Il sistema di revisione e citazione e il considerare la storia dei giudizi maturati nel


tempo verso una una persona per valutarne l'attendibilità, non sono concetti nuovi.
Si tratta di applicazioni del processo di peer review, ovvero di controllo tra pari,
tipico delle comunità scientifiche. Non è un caso, dal momento che il web stesso
nasce proprio per il facile scambio di informazioni tra università e centri di ricerca
anche molto distanti tra loro. In realtà questo sistema di controllo, per quanto utile
a minimizzare la circolazione di informazione-spazzatura, non sempre riesce a
bloccare il diffondersi di false notizie; questo accade per due motivi fondamentali.
Il primo è che spesso si tende a considerare il semplice numero dei link come
metro per l'attendibilità; si tratta di un errore grossolano, in quanto il link è
fondamentalmente neutro e non veicola alcun contesto: non possiamo, in altre

78 Granieri, Giuseppe, La società digitale, Laterza, Roma-Bari, 2006, p.138

77
parole, comprendere dal solo collegamento se chi lo ha creato volesse dare
visibilità al contenuto o invece parlarne male. Anche l'insieme di giudizi maturati
nel tempo può non essere sufficiente a considerare attendibile un'informazione
proveniente da una certa fonte; l'imprecisione e l'errore sono sempre in agguato.
Per questo è necessario un ulteriore filtro, rappresentato dalla partecipazione
attiva e critica dell'utente. Senza di essa è sempre possibile (anche se meno
probabile di quanto si possa credere) incorrere in informazioni false.

Come osserva Antonio Sofi

si sta definendo un nuovo ecosistema informativo in cui non soltanto blog e


media classici convivono e si influenzano a vicenda, ma in cui mutano
decisamente le caratteristiche antropologiche del consumatore
dell'informazione. L'audience, intesa come massa più o meno indistinta,
ricevente passiva di processi di comunicazione unilaterali e provenienti
dall'alto, da colpire come fosse un target, si avvia a diventare qualcosa di
diverso. [...] In realtà anche Internet è, a tutti gli effetti, un ambiente
dominato dall'audience. Ma differentemente da quella dei media tradizionali
- attenta ma distante, spesso inevitabilmente "afona", da conoscere
dettagliatamente in quanto a gusti e bisogni, e alla quale offrire ciò che si
crede desideri - l'audience di Internet è un'audience attiva, parlante,
produttiva, che può scegliere.79

Gli utenti della rete, oltre a fruire delle informazioni di tv e giornali, diventano
essi stessi produttori e diffusori di informazione, la quale, se ritenuta valida, può
facilmente essere ripresa e ridistribuita anche attraverso i tradizionali canali
broadcast. Anche la logica di pubblicazione dei contenuti è destinata a cambiare.
Come osserva lo scrittore e giornalista americano J.D. Lasica mentre per i media
tradizionali prima si filtra, poi si pubblica, con i blog (e più in generale con
qualsiasi user generated content) il processo è diametralmente opposto: prima si
pubblica, penserà poi la rete stessa a filtrare il contenuto e a decretarne il successo
o il fallimento. È facile vedere in questo meccanismo il concetto di coda lunga

79Sofi, Antonio, “Un nuovo giornalismo si intreccia nella rete: l'informazione nell'era dei blog”, in Carlo
Sorrentino (a cura di) Il campo giornalistico, Carocci, Roma, 2006, pp.141-166

78
analizzato in precedenza: a fianco del sistema tradizionale, costretto a selezionare
uno scarso numero di contenuti adatti a una grande maggioranza di pubblico, il
sistema di rete aggiungerà una moltitudine di contenuti per altrettante piccole
nicchie.

Il ruolo della rete nel nuovo ecosistema dei media riveste una grande importanza
anche per la possibilità di mostrare punti di vista differenti in un'informazione
troppo spesso condotta a senso unico: il caso più evidente è stato quello di Salam
Pax, blog iracheno che raccontava la guerra dal suo computer di casa, fornendo
informazioni spesso in aperto contrasto con quelle diramate dai grandi network
internazionali. L'impossibilità delle grandi organizzazioni di informazione di
schierare reporter ovunque per essere sempre sulla notizia è compensata dalle
tecnologie di rete. Ecco quindi che il materiale video e fotografico relativo allo
tsunami nel sud-est asiatico, o agli attentati in metropolitana di Londra è giunto
nelle redazioni di giornali e telegiornali attraverso la rete, partendo dai telefoni
cellulari, dalle macchine fotografiche e dalle videocamere di tutte quelle persone
che si trovavano sul posto. L'interazione partecipata tra un'audience che ormai non
è più tale ("io, mi spiace, non sono il grande pubblico. Mi sono dimesso da
tempo" osservava il blogger Gaspar Torriero80) e un sistema dei media che può
avvantaggiarsi della conoscenza collettiva della rete non si ferma al solo
giornalismo. I blog e i contenuti ad essi correlati sono espressioni della personalità
di chi scrive, e non sempre hanno velleità giornalistiche; nell'ecosistema dei
media queste informazioni hanno il ruolo occupato dall'industria
dell'intrattenimento. Anche questi contenuti, che il giornalista Carlo Formenti non
esitava, in un famoso articolo su L'Espresso, a definire spazzatura e dei quali
profetizzava la morte entro poco tempo diventano importantissimi per la
sussistenza stessa dei legami sociali tra gli utenti-produttori della rete; sono doni
di intrattenimento che, delineando l'identità di chi scrive, contribuiscono a saldare
nuove connessioni basate non su una vicinanza fisica, come accade tra vicini di

80Torriero, Gaspar, Gaspar Torriero gone verbose, http://www.gaspartorriero.it/blogarchive/


2005_06_05_archive.html#111842460796925340

79
casa, ma piuttosto su una prossimità, per dirla con Luca De Biase81 "che si
conquista leggendo e imparando a conoscere gli autori degli altri blog attraverso
quello che pubblicano".

Anche le vecchie strategie palinsestuali risentono dell'architettura informativa


della rete, che mette a disposizione i contenuti in qualsiasi momento. Da una parte
il fenomeno dei podcast ha permesso non solo la nascita di nuove trasmissioni
radiofoniche, ma anche di un nuovo modello per la distribuzione di quelle
tradizionali. Accade così che molti programmi di culto vengano ridistribuiti anche
in versione podcast perché gli utenti possano fruirne in qualsiasi momento. Un
effetto simile ha investito anche la televisione, sia pure con diverse modalità.
Negli Stati Uniti ha avuto un enorme successo TiVo, un videoregistratore digitale
dotato di speciali funzioni che cambiano completamente il modo di fruire della
TV; attraverso TiVo l'utente può selezionare e registrare i programmi che più gli
interessano, e assegnare ad essi una valutazione dopo averli visti. Incrociando
questi dati di gradimento con quelli degli altri utenti, TiVo è in grado di offrire,
oltre a quelle programmate, trasmissioni che reputa siano di interesse per il
proprietario; inoltre non si limita a selezionare i programmi trasmessi dalle TV
alle quali egli è abbonato, ma ha anche una selezione di contenuti video presi
dalla rete, come Rocketboom, di cui abbiamo detto. Attraverso la rete, quindi,
anche le strategie di programmazione televisiva, basate sulle fasce orarie, vengono
affiancate da un palinsesto fatto su misura per l'utente, che si modella sulle sue
preferenze analizzate attraverso un sistema emergente, lasciandogli comunque la
libertà di scegliere come e quando fruire ogni singolo contenuto. Accade così che
la Abc non mandi semplicemente in onda la fortunata serie Lost, ma ne metta
anche una versione visibile in streaming su Internet al solo prezzo di qualche spot
pubblicitario.

Ma non sono solo tv e giornali testimoni di cambiamenti nel modo di relazionarsi


ai media. Nel campo musicale, oltre ai crescenti interrogativi sul diritto d'autore e

81 De Biase, Luca, Braudel, http://blog.debiase.com/2006/08/06.html#a912

80
alla ricerca di un modo per sfruttare le potenzialità dello scambio tra pari
garantendo il giusto compenso agli artisti, si assiste al progressivo tramonto del
concetto di album musicale. Servizi come iTunes Music Store, che permettono il
download legale di singoli brani a prezzi altamente competitivi, uniti allo
spostamento della musica dal supporto fisico del CD a quello evanescente di hard
disk e lettori Mp3, oltre al peer-to-peer, hanno condotto a un mutamento di scala
in un'attività già piuttosto diffusa a livello locale, vale a dire alla creazione di
compilation contenenti i brani preferiti. L'enorme facilità di creare e condividere
playlist offerta dai programmi di riproduzione audio e video ha fatto il resto,
liberando gli utenti dal meccanismo economico dell'album, troppo spesso di
qualità non omogenea. Diversi musicisti hanno iniziato ad accorgersi di questo
cambiamento, ed hanno agito di conseguenza. È il caso di Beck, che con il suo
album Guero ha dato il via ad un processo di negoziazione con i suoi fan
permettendo loro di produrre remix non ufficiali e di modificarne la struttura:
questo ha dato origine a differenti release del disco, che non è più un prodotto
chiuso e immutabile, ma diventa, proprio come una playlist, dinamico e mutevole.
L'esperimento di Beck prosegue attraverso la pubblicazione dei video su Youtube
e la progettazione di un album senza copertina, completamente personalizzabile
dall'ascoltatore.

Anche il cinema, seppure in misura minore, risente dell'influenza della rete. Il


primo caso di questa contaminazione è senza dubbio The Blair Witch Project82 , un
film horror presentato, attraverso un sito web e il passaparola su numerosi blog,
come un reale documentario girato da alcuni studenti scomparsi nel bosco vicino
alla cittadina di Blair, nel Maryland. Come abbiamo visto, però, non è molto facile
diffondere notizie false sulla rete, e il meccanismo dell'emergenza ha ben presto
svelato la natura di fiction del prodotto, facendo perdere molta della sua verve al
momento dell'uscita nelle sale. The Blair Witch Project resta un interessante
esperimento di contaminazione, ma dove la rete è davvero utile per un prodotto
cinematografico è nel passaparola, che può trasformare un prodotto di nicchia in

82 Myrick, Daniel e Sánchez, Eduardo, The Blair Witch Project, 1999

81
un successo commerciale. È successo, per esempio, con Donnie Darko83, film del
2001, figlio di quella nuova scuola cinematografica che basa il suo successo, più
che su effetti speciali roboanti e su budget miliardari, su trame complesse la cui
comprensione spesso risiede in un lavoro di ricerca che trascende il medium
cinematografico (e che spesso si svolge sulla rete). Inizialmente un flop colossale,
tanto da rimanere praticamente inedito al di fuori degli Stati Uniti, Donnie Darko
viene rivalutato da numerosi siti e blog di cinefili, tanto da guadagnare un
invidiabile punteggio sul popolare sito IMDB84, un posto nella classifica dei cento
migliori film di tutti i tempi e una proiezione "a sorpresa" al Festival del Cinema
di Venezia, nel 2004. Da quel momento, e grazie a un incessante passaparola, il
film passa dallo status di flop a quello di cult-movie e fa il suo trionfale ingresso
nei cinema di tutto il mondo. L'anno successivo accade qualcosa di ancora più
importante. È il 17 Agosto del 2005 quando lo sceneggiatore John Friedman
annuncia sul suo blog85 che NewLine Cinema sta preparando un film intitolato
Snakes on a plane86 , che vedrà Samuel Jackson nel ruolo di protagonista.
L'articolo viene ripreso su forum e blog, e in pochissimo tempo un gran numero di
persone inizia a fare congetture sul possibile contenuto di un film dal titolo così
bizzarro. Nonostante il lavoro di NewLine sia palesemente un B-Movie di
cassetta, il pubblico se ne interessa moltissimo, e passa dall'immaginare il
contenuto del film a dedicare filmati, canzoni e fan-art al prodotto. È a questo
punto che il colosso cinematografico si accorge delle potenzialità generate dalla
conversazione e comincia ad ascoltare le voci che vengono dalla rete. La felice
interazione con il pubblico porta i produttori a girare nuovamente parte del film, e
a trasformarlo in un cult-movie pulp e iperbolico; addirittura una battuta proposta
da un fan per scherzare sulla natura della recitazione di Samuel Jackson viene

83 Kelly, Richard, Donnie Darko, 2001


84 The Internet movie database, http://www.imdb.com
85
Friedman, John, I find your lack of faith disturbing, http://hucksblog.blogspot.com/2005/08/snakes-on-
motherfucking-plane.html
86 Ellis, David, Snakes on a plane, 2006

82
aggiunta all'interno del film. Si tratta del primo vero caso di un prodotto negoziato
con il pubblico.

Il fortunato termine "multimedia", tanto in voga negli anni '90 è destinato ad


essere sostituito dall'aggettivo "crossmediale"; più che una convergenza dei
diversi media verso uno unico, si dovrebbe infatti parlare di un continuo e
vicendevole incrocio dei media che conosciamo. Essi, pur mantenendo la loro
identità, si influenzano a vicenda in un ecosistema dinamico dove ogni nodo della
rete è contemporaneamente produttore, consumatore e diffusore, e dove i
mediatori tendono a scomparire, favorendo un rapporto diretto tra emittente e
ricevente, basato sulla fiducia reciproca.

Wikipedia e la verità negoziata

Il più famoso progetto di cultura partecipata in rete, Wikipedia, è da sempre al


centro di numerose polemiche e di critiche. Wikipedia è basata su wiki, un sistema
di scrittura collaborativa attraverso il quale è possibile per chiunque creare e
modificare parti di ipertesto. Sfruttando wiki, l’ex afente di borsa Jimmy Wales
ebbe l'idea di costruire un'enciclopedia creata interamente dal basso, attraverso il
lavoro delle persone che, volontariamente e in forma del tutto anonima,
decidevano di contribuire. In Wikipedia mancano quasi del tutto i controlli: se si
escludono alcune voci bloccate dagli autori perché troppo spesso sottoposte a
vandalismi (un esempio è la pagina relativa ad Adolf Hitler nella sezione inglese),
ognuno è libero di scrivere quello che vuole. Ad un primo sguardo, sembrerebbe
un sistema del tutto caotico e destinato al fallimento, eppure Wikipedia funziona.
È corretto, comunque, osservare subito che l'enciclopedia online tratta in maniera
più precisa alcuni argomenti rispetto ad altri e che spesso scivola nel futile, ma
resta il fatto che gli errori presenti sono meno di quanto ci si aspetterebbe.
Wikipedia trae la sua ispirazione dalla Guida Galattica per Autostoppisti, romanzo
dell'autore inglese Douglas Adams centrato su questa guida redatta interamente

83
dai viaggiatori dello spazio e contrapposta all'Enciclopedia Galattica, monolito di
sapere gestito dall'alto. Piuttosto curiosamente l'introduzione di Wikipedia ha
suscitato le proteste e gli attacchi proprio di quell'Enciclopedia Britannica alla
quale l'opera di Adams fa il verso. La presenza di un comitato scientifico
redazionale, fisso e controllabile, secondo il management di Britannica è garanzia
di assoluta qualità ed attendibilità. Un'enciclopedia nella quale ognuno scrive ciò
che vuole non può avere la stessa accuratezza di un classico lavoro di redazione
creato con un sistema top-down. Eppure, secondo uno studio della rivista Nature87
condotto da 42 esperti su numerose voci a carattere scientifico delle due
enciclopedie risulta evidente come gli errori e le imprecisioni siano paragonabili.
Almeno per quanto riguarda argomenti strettamente scientifici, insomma,
Wikipedia sembra essere attendibile almeno tanto quanto la blasonata rivale. Ciò
di cui difficilmente i critici dell'enciclopedia online sembrano tener conto è
l'estrema velocità con cui gli articoli possono essere corretti. Pur priva di un
“sistema di reputazione” come quello di eBay, Wikipedia riesce a mantenere la
soglia di imprecisioni e di vandalismi sotto un livello accettabile. Questo accade
per due motivi principali; il primo è senza dubbio il fenomeno dell'emergenza, per
cui, raggiunta una massa critica di collaboratori, ogni articolo è la risultante del
lavoro di una "mente alveare" che, negoziando continuamente i significati, si fa
portatrice di una verità intersoggettiva molto diversa da quella top-down tipica del
sistema autoriale. Ecco perché in Wikipedia trova spazio anche il futile: il mezzo è
espressione di una cultura partecipata, che non si ferma al solo argomento relativo
alla cosiddetta cultura alta, ma invece esplora tutti i campi del sapere. Il secondo
motivo è una sorta di senso di responsabilità che la maggior parte delle persone
sentono quando scrivono su Wikipedia. Essere parte di uno strumento così utile
alla comunità fa sentire le persone che scrivono gli articoli in dovere di
collaborare al meglio delle loro possibilità. Questo sentimento diffuso non
impedisce i vandalismi, ma di certo ne riduce di molto il numero e la portata.

87 Giles, Jim, “Internet Encyclopedias go head to head”, Nature 438, Dicembre 2005, pp. 900-901

84
Jaron Lanier, studioso di realtà virtuale ha recentemente criticato proprio il
concetto di "mente alveare", definendola stupida e noiosa, e rilevando come il
pensiero di massa possa mettere a rischio l'individualità delle persone, in una sorta
di maoismo digitale88 . Lanier lamenta il fatto che la sua voce su Wikipedia lo
descriva come un regista, per un film sperimentale che girò in gioventù e che
preferirebbe fosse dimenticato. In realtà alla voce Jaron Lanier Wikipedia riporta,
nel momento in cui scrivo, una descrizione che non fa menzione del suo lavoro
come regista. Insomma, la mente alveare ha rimesso a posto le cose. In effetti i
timori di Lanier sono più che condivisibili, ma rischiano di concentrarsi
eccessivamente su ragionamenti teorici lasciando perdere i fatti. Ed è un fatto che
Wikipedia, pur con tutta una serie di problemi, sia uno strumento di conoscenza
utile e in linea di massima affidabile. In una delle risposte all'articolo di Lanier lo
scrittore di fantascienza ed editor di BoingBoing, Cory Doctorow, spiega come
non si possa giudicare Wikipedia con i parametri dell’Enciclopedia Britannica, e
come la verità proposta dalla prima sia di natura fortemente intersoggettiva:

Se Wikipedia è eccezionale, non è certo perché è come l'Enciclopedia


Britannica. Questa è autorevole, curata, costosa, monolitica. Wikipedia è
libera, rissosa, universale e istantanea. Prima del "collettivismo" di internet
sarebbe stato impossibile creare un'enciclopedia con un milione di voci.
Wikipedia è un nobile tentativo di organizzare gli sforzi individuali di autori
i cui interessi sono in conflitto. O meglio ancora, ha una struttura che
consente a chiunque di presentare diversi punti di vista su un problema. La
Britannica vi dice quello che hanno concordato i sepolcri imbiancati,
Wikipedia vi dice quello su cui stanno ancora discutendo gli utenti di
internet. La verità della Britannica è un'illusione. Infatti c'è sempre più di un
modo di affrontare un problema, e leggere le diverse versioni vi aiuterà a
capire quale verità si adatta meglio a voi.89

88 Lanier, Jaron, “Il maoismo digitale”, L'internazionale 651, 21 Luglio 2006, pp.44-50
89 Doctorow, Cory, “Un nobile tentativo”, L'internazionale 651, 21 Luglio 2006, p. 49

85
Questa osservazione implica che, per Wikipedia come per qualsiasi contenuto in
rete, sia necessario l'esercizio di un forte senso critico, e che non si possa dare per
scontata e per attendibile ogni cosa che si legge. Come osserva ancora Doctorow:

È vero, per leggere Wikipedia bisogna essere abituati al linguaggio dei mezzi
di informazione ed è necessario acquisire nuove competenze per muoversi al
suo interno. Ma è proprio questo che rende Wikipedia innovativa: non si può
leggere Wikipedia come la Britannica, ma leggerla per quello che è apre la
mente. Wikipedia contiene degli errori, ma anche sulla Britannica ce ne
sono.

L’occhio del fruitore è secondo David Weinberger necessariamente attivo e


preparato, e alcune considerazioni vengono fatte automaticamente di fronte a un
articolo di Wikipedia:

Ci sono alcune ragioni per cui riteniamo credibile un articolo di Wikipedia.


Prima di tutto applichiamo le stesse regole non scritte di quando ascoltiamo
qualcuno per la prima volta: sembra che sappia di cosa sta parlando? Sembra
imparziale? Sembra vedere le cose nella giusta prospettiva? Si contraddice?
Inoltre è generalmente più probabile credere a un articolo importante,
piuttosto che a uno su un argomento poco conosciuto, perché è probabile che
sia stato visto e modificato da un maggior numero di persone. Ancora,
potremmo già conoscere qualcosa dell’argomento. Se l’articolo
sull’assassinio di Kennedy dicesse che fu avvelenato da Rasputin,
contesteremmo quel pezzo. L’articolo guadagna credibilità se vediamo una
lunga storia di modifiche. Diventa ancora più credibile se le pagine di
discussione sono lunghe e ricche.90

In altre parole, ferma restando la necessità di senso critico, quello che rende
attendibile una voce di Wikipedia è anche il gran numero di segnali metatestuali
che possiamo ritrovare nell’articolo, e che invece non sono presenti nelle
enciclopedie tradizionali controllate dall’alto.

90 Weinberger, David, Joho the blog, http://www.hyperorg.com/blogger/mtarchive/wikipedias_credibility.html

86
Rete e politica

Con la crescita delle reti sociali e soprattutto con l'esplosione della popolarità dei
blog, molti cittadini hanno iniziato a chiedersi se questo mezzo non avrebbe
potuto essere d'aiuto anche per cambiare le regole della politica. La democrazia di
oggi soffre del problema della rappresentatività; al di fuori del periodo elettorale,
tra cittadini e rappresentanti si crea un vuoto comunicativo che rende molto
difficile capire quello che accade nei palazzi dove si prendono le decisioni e
dall'altra parte quello che davvero i cittadini vogliono. Il blog potrebbe sembrare il
mezzo più adatto per superare questa asimmetria informativa, rendendo possibile
una conversazione bidirezionale e più umana. Uno dei primi tentativi in questo
senso è quello di Howard Dean, concorrente outsider alle primarie statunitensi del
2004 che, grazie alla lungimiranza del campaign manager Joe Trippi, aprì un blog
nel quale raccontava lo svolgersi della campagna e ascoltava i consigli dei
cittadini. Nonostante la corsa alle primarie di Dean non avesse avuto il successo
sperato - furono alla fine vinte da Kerry - la scelta di puntare sulla rete si rivelò
vincente sotto molti aspetti; Dean riuscì a portare avanti la campagna partendo
con pochissimi soldi e pochissimi sostenitori, raccogliendo consensi e denaro
attraverso il passaparola. Anche in Italia un candidato alle primarie, Ivan
Scalfarotto, ha provato a giocare la carta del blog, ma la sua azione si è rivelata un
fallimento, non solo per la scarsa cultura di rete nel nostro paese, ma anche per la
scarsa popolarità del candidato, volto completamente nuovo nella scena politica
italiana. Altri uomini politici hanno provato ad aprire un blog per comunicare con
i cittadini, con alterne fortune; se per l'attuale Ministro delle Comunicazioni Paolo
Gentiloni l'attività di blogger continua con un certo successo, altri, come Romano
Prodi, hanno abbandonato il campo dopo pochi giorni.

La classe politica italiana è tutto sommato ancora parecchio distante dalle novità
introdotte dalla rete, per svariati motivi. Come osserva Meyrowitz l'autorità è
basata sulla mistificazione e sul controllo delle informazioni. Un mezzo
unidirezionale e broadcast come la televisione ha contribuito a svelare molte

87
costruzioni della classe politica, e Internet, attraverso la conoscenza condivisa
potrebbe svelarne ancora di più, e in molti casi già lo fa. Per questo c'è una grande
diffidenza da parte delle rappresentanze ad aprirsi ai cittadini. Inoltre il mezzo
scelto, quello del blog, appare inadeguato a questo tipo di comunicazione.
Fintanto che l'audience è ristretta, infatti, è possibile per il titolare del blog gestire
i commenti senza troppi problemi e portare avanti una conversazione. Ma una
figura pubblica come l'uomo politico si troverebbe facilmente a dover affrontare
migliaia di voci, alcune spesso solo interessate ad innalzare il livello di rumore
nel canale comunicativo. Per alcuni il problema è affrontabile e risolvibile non
rispondendo direttamente ai commenti, ma cercando di cogliere l'umore generale
e scrivendo la risposta in un nuovo messaggio; altri, invece, preferiscono
semplicemente lasciar perdere.

Per ovviare al problema, stanno nascendo nuovi servizi di partecipazione politica,


basati su meccanismi differenti, attraverso i quali potrebbe essere possibile
sfruttare le caratteristiche della rete per creare una sorta di agorà elettronica
all'interno della quale si rendano evidenti le opinioni dei cittadini e ci sia la
possibilità per un dialogo fluente e privo di rumore. Openpolis è il primo studio
italiano del genere, e si ispira ad altri progetti stranieri simili. Attraverso una serie
di strumenti statistici è possibile monitorare il lavoro dei rappresentanti politici, e
offrire loro una mappa molto dettagliata delle opinioni e dei desideri dei cittadini.
Openpolis è però ancora ad uno stadio embrionale e la classe politica italiana
sembra davvero poco interessata ad intervenire nella conversazione in rete.

Nonostante questa opposizione strenua, Internet ha già portato qualche


cambiamento nelle interazioni sociali a sfondo politico dei cittadini, fornendo loro
uno straordinario strumento di organizzazione e di discussione. Derrick De
Kerckhove crede così tanto nel potere della conoscenza sviluppata dal basso, da
arrivare ad affermare, in un'intervista, che

88
La lotta politica non si farà più tra destra e sinistra ma tra chi guarda la tv
senza una risposta e chi accede alla rete con un’informazione molto più
completa e che ognuno può gestire e alimentare. 91

La visione di De Kerckhove sembra estremamente utopica, ma di certo la


conversazione e la conoscenza collettiva renderanno molto più facile la
formazione di nuovi opinion leader politici forti di nuove possibilità di
discussione trasversali e interculturali. La rete ha cambiato anche il modo di
organizzare le forme della protesta politica; sulla scia dei flashmob, raduni a tema
organizzati al volo sfruttando le conoscenze della rete, è possibile per i cittadini
far sentire la loro voce subito dopo la dichiarazione di un uomo politico. Un caso
interessante si è verificato due giorni prima delle elezioni politiche italiane del
2006, allorché il premier uscente Silvio Berlusconi tacciava alcuni cittadini
italiani di essere "coglioni". Nel giro di una notte, moltissime persone toccate
dalla salace uscita del premier sono riuscite ad organizzarsi attraverso un blog e a
mettere in atto una manifestazione nelle maggiori piazze italiane, nella quale
rispondevano con ironia a Berlusconi. Meetup è un servizio online utile proprio
alla creazione di gruppi e all'organizzazione di incontri. È stato usato moltissimo
durante la già citata campagna Dean e in Italia è lo strumento di incontro per i
frequentatori del blog del comico Beppe Grillo, diventato in poco tempo (e anche
grazie alla rete) icona della controinformazione italiana. Howard Rheingold
evidenzia proprio come le tecnologie di rete siano in grado di potenziare
l'organizzazione di gruppi di pensiero, facilitando il raggruppamento e la
comunicazione. Se l'agorà virtuale sembra al momento ancora lontana, soprattutto
per lo scarso interesse della classe politica, la rete può comunque contribuire alla
vita politica del cittadino offrendogli spunti di discussione, possibilità di
organizzare incontri e manifestazioni e di costituire gruppi di lavoro rispondenti
ad un'idea comune.

91 http://www2.unicatt.it/pls/unicatt/mag_gestion_cattnews.vedi_notizia?id_cattnewsT=6158

89
I lati oscuri

Come dice il nome stesso le smart mobs non sempre sono benefiche.
Le bande di teppisti e la delinquenza organizzata continuano a
commettere atrocità. La stessa convergenza di tecnologie rende
possibili nuove forme di collaborazione, ma anche un'economia basata
sulla sorveglianza universale, potenziando sia i sanguinari, sia gli
altruisti.

Howard Rheingold

Conoscenza condivisa, fine dello strapotere dei media, vera democrazia e vera
libertà di parola, mercati più equi. Sono queste le promesse che vengono dalle
meccaniche di rete, dalle teorie dei sistemi emergenti, dal social software.
Sembrerebbe un mondo perfetto, meritocratico e privo di aspetti negativi, nel
quale tutti vincono. In realtà, non è così. Esistono zone oscure della rete, causate
sia da chi vive in rete che dalle grandi ditte di telecomunicazione e di
intrattenimento, le quali vorrebbero porre controlli sulle attività dei loro clienti.

Problemi strutturali

Il primo, grande nodo da sciogliere è quello del digital divide. Con questo termine
si intende il divario che si viene a creare tra chi è in grado di accedere alla rete, e
chi non lo è. Solitamente si parla di digital divide in riferimento ai paesi del terzo
mondo, per i quali le grandi compagnie telefoniche hanno scarso interesse ad
attivare linee di accesso alla rete, ma il problema è sentito anche nella parte più
ricca del mondo. In questo caso, però, il digital divide, più che fisico - correlato

90
cioè agli strumenti hardware per l'accesso alla rete - risulta essere culturale. Esiste
in tutto il mondo una parte della popolazione che non è in grado di utilizzare un
computer per accedere a Internet, o semplicemente non ne è interessata; le scuole,
inoltre, non riescono facilmente a stare al passo con l'evoluzione e a offrire anche
a chi sarebbe interessato un'educazione di rete adeguata. A questo bisogna
aggiungere il naturale gap generazionale che mette fuori gioco una parte della
popolazione più anziana. Al di sopra dei 50 anni di età, infatti, il digital divide è
molto più ampio. Fuori dalla conversazione globale, queste persone rischiano
anche di rimanere fuori dalle relazioni sociali che nel mondo hanno sempre
maggiore importanza, e fuori da una visione a 360 gradi sul mondo
dell'informazione. Per la maggior parte il digital divide è destinato, con il tempo, a
risolversi: la televisione ha impiegato 50 anni per diffondersi nelle case di gran
parte del mondo, e, crescendo le generazioni nate con la rete, è possibile che il
problema si affievolisca sensibilmente. Bisogna però considerare come
l'evoluzione della tecnologia porti sempre con sé nuovi tipi di divide; è il caso,
come osserva Manuel Castells, degli accessi a banda larga, che oggi permettono
un accesso a maggiori contenuti di rete, come i video, rispetto a quelli telefonici.
L'evoluzione offre nuove possibilità ad alcuni, ma capita sempre più spesso che,
nel momento in cui una tecnologia è disponibile per tutti, essa sia già
irrimediabilmente obsoleta.

Ma la rete rimarrà sempre così come la conosciamo oggi? In realtà è già in corso
una battaglia delle grandi telecom per prendere il controllo del flusso di dati che
transitano, ogni giorno, attraverso i router di tutto il mondo. Fino ad oggi la rete è
sempre stata stupida: ogni singolo pacchetto di dati viene trattato esattamente
come tutti gli altri, ed inviato con la massima velocità possibile. Secondo le grandi
compagnie di telecomunicazione questo comportamento è poco efficiente e
dovrebbe essere possibile discriminare i pacchetti per dare la precedenza ai
contenuti più importanti, lasciando in coda quelli trascurabili. Questa innovazione,
apparentemente di scarso significato, avrebbe in realtà effetti più che tangibili sui
meccanismi di rete; verrebbe infatti meno il modello a fitness: in partenza, alcuni

91
contenuti sarebbero enormemente privilegati rispetto ad altri. E dal momento che
le aziende con maggiori possibilità di pagare per sfruttare le "corsie preferenziali"
di Internet sono senza dubbio i grandi network televisivi, la conversazione
perderebbe importanza, in ragione di un modello più vicino al classico broadcast.
Le tv, le case cinematografiche e le major musicali vedono nel sistema broadcast
l'unico possibile per evitare una ridefinizione del concetto di diritto d'autore che
potrebbe portare molti meno soldi nelle loro casse. Per la prima volta, però, le
case che muovono grandi capitali hanno a che fare con un pubblico attivo, in
grado di far sentire la sua voce e di avere un impatto molto maggiore sul mercato;
quando alcuni appassionati scoprirono che in alcuni CD musicali prodotti da Sony
era inserito un sistema di copia non molto diverso da un virus informatico, senza
che l'utente ne fosse a conoscenza, la reazione sulla rete fu così dura che il colosso
giapponese dovette fare pubblica ammenda e sostituire i CD infetti, oltre a vedere
il suo titolo in borsa calare vistosamente. Oggi il pubblico ha il potere di dire la
sua, e se la rete a due velocità dovesse ledere i diritti che già sente di avere
acquisito, sicuramente risponderebbe di conseguenza.

Problemi sociali

Al di là dei problemi tecnici e ammesso che negli anni a venire i meccanismi che
governano la rete rimangano gli stessi, esistono problemi sociali che dovremo
imparare ad affrontare e che sono legati alla natura stessa del medium. Abbiamo
già parlato di come sarà fondamentale l'arma del senso critico: così come i
contenuti validi, anche quelli non veri o potenzialmente pericolosi, magari a causa
di contenuti sensazionalistici, possono per errore diffondersi con grande velocità;
spesso gli errori sono destinati ad autocorreggersi, ma di certo l'approccio
all'informazione deve essere differente rispetto a quello a cui ci hanno abituato i
media broadcast. La conoscenza condivisa della rete e l’emergenza dei contenuti
interessanti attraverso la selezione della mente alveare determinano, secondo
alcuni commentatori, la cosiddetta wikiality. Il termine, coniato dal comico

92
americano Stephen Colbert in un suo attacco a Wikipedia, indica una realtà in cui
è vero ciò che pensa la maggioranza della gente. La verità intersoggettiva, fatta di
negoziazione di significati e di punti di vista differenti, se priva dell'esercizio di
un senso critico può scadere nella wikiality, una versione distorta
dell'intersoggettività perché implica, con un meccanismo simile a quello della
spirale del silenzio, un adeguarsi al pensiero della maggioranza che può portare a
pericolosi revisionismi. Di certo il contesto che ogni contenuto sulla rete porta con
sé aiuta a scegliere i significati attendibili, ma presuppone uno sforzo cognitivo da
parte del fruitore. Strettamente collegato al concetto di wikiality c'è quello del
populismo, che interviene soprattutto nei blog molto seguiti. Può capitare che, una
volta che un blogger si è guadagnato l'ascolto di molte persone, ed è considerato
attendibile, muova verso derive populistiche, e inizi a scrivere quello che la sua
audience vuole sentire, magari con post densi di livore; di solito questo effetto è
smorzato naturalmente dalle meccaniche di rete, attraverso le quali il blogger può
essere facilmente screditato e ritornare sui binari della conversazione. Esistono
però eccezioni legate alla popolarità del personaggio acquisita al di fuori dei blog.
Un caso lampante è rappresentato da Beppe Grillo, passato da controinformatore a
leader populista, grazie al seguito creato attraverso i suoi spettacoli. Quello di
Grillo è un caso interessante da studiare: il blog, lungi dall'essere uno strumento di
conversazione, si limita ad una serie di articoli che non vengono mai messi in
discussione dall'autore. Funziona, insomma, portando nella rete un modello
broadcast. Non è un caso che alcuni articoli falsi, come quello nel quale si
sosteneva che due cellulari in comunicazione potessero sviluppare una quantità di
microonde sufficienti a cuocere un uovo, non siano mai stati smentiti dall'autore,
nonostante l'errore fosse stato evidenziato da più punti. La popolarità, insomma,
rischia di portare alla creazione di gruppi chiusi, impermeabili alla conversazione,
e all'interno dei quali ogni idea si può sviluppare.

Come evidenzia Robert Putnam, esistono due modi di creare capitale sociale, il
bonding e il bridging. Mentre nel primo i collegamenti avvengono tra gruppi
omogenei, nel secondo si creano "ponti" tra gruppi eterogenei. In situazioni ad

93
alto capitale sociale, come nella rete, possono formarsi gruppi chiusi basati
esclusivamente sul bonding. Putnam evidenzia come i gruppi ad alto bonding
siano spesso identificabili nelle organizzazioni criminali. Come abbiamo visto, il
gruppo creato da Beppe Grillo, sviluppa una grande coesione tra i membri, ma
anche una certa impermeabilità alle critiche provenienti dall'esterno. Allo stesso
modo, attraverso gli strumenti offerti dalla rete è molto facile creare gruppi che,
invece che aprirsi alla conversazione, si chiudono e mettono in atto meccanismi
più o meno legali. Questo pericolo, potenziato dalla velocità di organizzazione
delle smart mobs, è evidenziato anche da Howard Rheingold. Il saggista
americano riporta le parole di John Arquilla e David Ronfeldt, due analisti che
hanno coniato il termine netwar per definire le organizzazioni a rete con scopo
criminale:

La netwar è un tipo di conflitto emergente in cui i protagonisti, che vanno


dai terroristi e dalle organizzazioni criminali, sul fronte peggiore, fino agli
attivisti sociali militanti, sul fronte migliore, usano forme organizzative a
rete, una dottrina, una strategia e una serie di tecnologie in linea con l'era
dell'informazione. La pratica della netwar supera già la teoria, visto che gli
attori, sia della società civile sia di quella incivile, si stanno impegnando
sempre di più in questo nuovo tipo di combattimento.92

Rheingold smorza però le possibili paure derivanti dallo scenario dipinto da


Arquilla e Ronfeldt, osservando come

Alla luce delle applicazioni militari delle tattiche di netwar, sarebbe sciocco
presumere che ci si debbano attendere soltanto risultati positivi dalle smart
mobs. Ma ogni osservatore che fissasse la propria attenzione esclusivamente
sul potenziale di violenza, non si accorgerebbe di un potenziale, forse anche
più dirompente - per scopi sia benefici, sia malvagi - delle tecnologie e
tecniche smart mobs. Potrebbe scatenarsi un'epidemia di cooperazione se i
media smart mobs si diffondessero non solo fra i guerrieri, ma fra i cittadini,

92
Rheingold, Howard, Smart Mobs - Tecnologie senza fili, la rivoluzione sociale prossima ventura, Raffaello
Cortina Editore, Milano, 2002, p.263

94
i giornalisti, gli scienziati, quelli che vogliono divertirsi, gli amici, i
compagni, i clienti o i soci d'affari? 93

Resta il fatto che oggi è molto più semplice organizzare velocemente gruppi di
persone, e che spesso questo tipo di organizzazione a rete si traduce in conflitti ed
episodi di violenza; non è un mistero, per esempio, che gli attacchi terroristici
portati da Al-Qaeda siano organizzati proprio in questo modo. Le tattiche a
sciame, secondo Rheingold, sono state adottate spesso dagli Hooligan inglesi, e
dai guerriglieri FARC in Colombia.

Un esempio di netwar organizzata attraverso i blog è rappresentato dalla serie di


episodi di violenza esplosi nel novembre 2005 nelle banlieue parigine. Il disagio
sociale delle periferie traspare negli scritti dei banlieuesard, che hanno potuto
attraverso la rete organizzarsi più facilmente e dare sfogo alla loro rabbia. Ma allo
stesso modo non si può non notare come il blog sia stato un mezzo molto
importante per portare alla luce un conflitto altrimenti sepolto nei ghetti di Parigi
e totalmente ignorato dai media; se è vero che la rete può rendere più facile e
veloce l'esplosione di violenza organizzata, è anche vero che il conflitto deve
esistere da prima, e la velocità di comunicazione e connessione permessa da
Internet non fa altro che portarlo davanti ai nostri occhi con la dirompenza della
sua stessa drammaticità.

Ogni volta che entriamo in rete, ogni volta che ci iscriviamo per un nuovo
servizio, lasciamo i nostri dati sensibili nelle mani di aziende private. Questi dati
possono essere ignorati, oppure utilizzati, come accade per esempio con Amazon,
per stilare una mappa delle nostre preferenze. Amazon incrocia le preferenze
d'acquisto di ogni singolo utente per offrire un servizio di consigli su quello che
potremmo apprezzare. Si tratta di una delle caratteristiche che hanno decretato il
successo della piattaforma e-commerce americana, ma che può sollevare alcune
perplessità riguardo alla privacy degli utenti. I frammenti informativi che
mettiamo a disposizione di chiunque prenda la briga di raccoglierli, attraverso

93
Rheingold, Howard, Smart Mobs - Tecnologie senza fili, la rivoluzione sociale prossima ventura, Raffaello
Cortina Editore, Milano, 2002, p.266

95
acquisti con carta di credito, iscrizione a servizi Internet, tessere punti ed altro, se
incrociati sono in grado di fornire un quadro molto dettagliato sulla nostra identità
e sulle nostre abitudini. Questo apre la strada a un panopticon virtuale, all'interno
del quale siamo potenzialmente sempre osservati, e la nostra libertà di parola e di
conversazione può diventare oggetto di controllo sociale. Questo non è
necessariamente un male, almeno nella misura in cui il controllo esercitato non
diventi appannaggio di poche società e dei think tank, ma sia un controllo
collettivo su "quello che fa il vicino", esercitato reciprocamente sulla base di un
contratto sociale. A questo livello, il controllo diventerebbe un sistema equo e
democratico per difendere il bene comune della rete.

96
Conclusioni

La tecnologia non è né buona, né cattiva, né neutra.

(Marshall McLuhan)

Come abbiamo avuto modo di vedere, la rete è una tecnologia abilitante; e cioè è
una tecnologia che, più che determinare cambiamenti sociali, permette che essi
avvengano più velocemente, è un catalizzatore di mutamenti. Non c'è una vera
rivoluzione nelle possibilità offerte dalla rete: si tratta piuttosto di un mutamento
di scala, di un'espansione a livello globale di attività umane che erano già presenti,
a livello micro, nella nostra società. Ma quest'espansione, come accadde con
l'avvento dei media di massa, è destinata a cambiare il nostro modo di pensare e di
relazionarci a tutta una serie di costruzioni sociali date per assodate.

La conoscenza nella rete non è più decisa da gruppi di esperti e poi distribuita a
tutti attraverso le enciclopedie e i libri, ma diventa intersoggettiva, dinamica,
continuamente rinegoziata. Lo stesso accade per le informazioni politiche, e porta
ad una nuova percezione dell'autorità, che perde ancora il potere della
mistificazione in luogo di un sistema reputativo basato sullo scambio tra pari. Il
peer-to-peer, in tutte le sue declinazioni, rimette in discussione concetti radicati
da tempo nella nostra mente. E così, grazie allo scambio sulla rete di file di ogni
tipo, la cassetta musicale che ci facevamo registrare dal vicino assume proporzioni
globali e mette le grandi major di fronte all'inadeguatezza del modello del diritto
d'autore.

La verità non è più una e immutabile, consegnata attraverso l'etere o i giornali da


gruppi che ragionano sulla base di interessi economici modellati su segmenti di

97
mercato, ma continuamente discussa e negoziata attraverso il contributo
intellettivo di milioni di utenti della rete.

L'identità è autocostruita, liquida, ma non mutabile volontariamente, a meno di


costi sociali molto alti, definita da parole, filmati e preferenze d'acquisto.

I mercati ritornano ad essere conversazioni, e il consumatore riacquista


importanza, sia per il rinnovato potere di fare sentire la sua voce, sia per le nicchie
di interesse che occupa, divenute grazie alla rete importanti quanto i blockbuster
modellati per piacere a tutti. La conversazione abilita piccole e medie aziende a
produrre per un gruppo ristretto di consumatori senza rischiare di avere invenduti
in magazzino, e addirittura può sfruttare gli stessi utenti per creare contenuto,
mettendo in atto giochi a guadagno condiviso.

A fianco dell'economia tradizionale si fa strada un altro tipo di scambio reciproco,


basato sul dono. Anche in questo caso siamo di fronte ad un mutamento di scala
rispetto a qualcosa che accadeva già in precedenza tra vicini di casa e amici.
Questi ultimi oggi non sono più definiti principalmente da criteri di prossimità
fisica, ma piuttosto di prossimità intellettuale e culturale.

In questo mondo variegato, veloce e ricco di informazioni l'utente può muoversi


definendo i contenuti secondo i suoi personali criteri, e saltando di link in link,
sfruttando la serendipità della rete. Ma mentre è in viaggio non può mai scordare
di tenere sveglio il suo senso critico e la sua capacità di analisi, fondamentali per
relazionarsi alle informazioni in rete.

Nel frattempo le grandi società di comunicazione e alcuni governi provano a dare


un ordine al caos, le prime discriminando i contenuti, i secondi bloccando accessi
e censurando parole chiave. Ma la rete è un bene comune il cui accesso e le cui
dinamiche vanno preservate e garantite per tutti.

98
Mediagrafia

Lo spazio del web non è costruito intorno a oggetti con confini fissi e
definiti, ma attraverso cose che indirizzano oltre se stesse. I link sono
l'unico collante del web: senza di essi il Web non esisterebbe neppure.

David Weinberger

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