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Corso di Comunicazione Giornalistica

Docente: Mauro Sarti

REPORTER DI GUERRA
COME LA STORIA PLASMA UNA PROFESSIONE

Di: Jennifer Colombari Matricola: 0000254569

INDICE: I. II. III. IV. V. VI. VII. VIII. IX. Reporter di guerra: lorigine della professione Dalla seconda met del XXI secolo alle due guerre mondiali Vietnam: la prima guerra televisiva Le due guerre del Golfo Conflitto del Kosovo Guerra dAfghanistan Ritratto di un reporter Conclusione Bibliografia / Sitografia pag. 3 pag. 4 pag. 6 pag. 7 pag. 8 pag. 9 pag. 9 pag.10 pag. 11

REPORTER DI GUERRA: LE ORIGINI DELLA PROFESSIONE Il mestiere del reporter di guerra vecchio di quasi due secoli. Forse il primo inviato di guerra (senza ritornare a Senofonte o a Giulio Cesare) stato Henry Crabb Robinson, spedito dal direttore del Times a seguire la campagna Napoleonica contro la Prussia allinizio dell800. Il direttore, senza badare troppo alle cerimonie, lo aveva inviato con queste parole: Ci racconti come vince le battaglie quel piccolo imperatore francese. Le guerre dallaltra parte del Canale sono piuttosto singolari. Ma Robinson, forse perch non tagliato per la rude vita militare, o forse perch poco tagliato al giornalismo, si rivel un fallimento. Del resto linviato non si era neanche avvicinato alle zone dello scontro e, rincantucciato comodamente nelle retrovie, si era limitato a raccogliere i racconti di qualche soldato e a ricucinarli maldestramente. Se alcuni considerano Robinson il primo inviato di guerra almeno cronologicamente, perch per quanto riguarda i risultati lasci molto a desiderare- altri individuano in Charles Lewis Guneison un prototipo molto pi completo. Egli fu linviato del Morning Post che nel 1834 segu la guerra civile spagnola e, in questa occasione, non esit ad esporsi e a indagare le ragioni dei diversi fronti contrapposti. Fin anche in galera come spia e rischi la fucilazione da parte della fazione carlista. Per trarlo dagli impicci dovette intervenire il governo inglese, rassicurando i carcerieri che la curiosit di Guneison non aveva nulla di politico, ma era legata solo al suo essere giornalista. Sui nomi appena citati, per, gli studiosi non sono completamente daccordo, mentre c lunanimit nel considerare William Russel il primo, vero, reporter di guerra. Egli fu mandato dal direttore del Times, John Delane, sui campi di battaglia in Crimea, per fornire ai lettori i resoconti di quel conflitto cos lontano. Fino ad allora le cronache di guerra erano piuttosto raffazzonate, scritte da qualche ufficiale sul posto oppure messe insieme da giornalisti sulla base di testimonianze pi o meno attendibili e di seconda mano. Inoltre, essendo i principali autori gli ufficiali dellesercito, mai si sarebbero azzardati a riportare notizie di disfatte e sconfitte. Insomma la stampa faceva soprattutto da grancassa al governo. Russel era partito nella primavera del 1854 da Malta e non poteva immaginare il successo che avrebbero ottenuto le sue corrispondenze. Il Times del 14 novembre 1854 pubblic la sua memorabile cronaca della disfatta dei 600, la brigata leggera dellesercito di sua Maest che a Balaclava and a infrangersi contro le linee e le cannonate russe. Alle undici e dieci, la nostra brigata di cavalleria leggera avanz trionfante nel sole del mattino, fiera in tutto il suo bellico fulgore. Da una distanza che non era nemmeno un miglio, lintero schieramento nemico vomit da trenta bocche di fuoco un inferno di fuoco e fiamme. [] A ranghi ormai ridotti, con una nube dacciaio sulla testa dei nostri uomini, e levando alto un grido che per questi generosi era anche lultimo appello della morte, i cavalleggeri si lanciarono dentro le nuvole di fumo, ma prima ancora che si perdessero alla nostra vista, la pianura era punteggiata dei loro corpi. [] Alle undici e trentacinque, non un soldato inglese restava davanti alla bocca dei sanguinari cannoni moscoviti. Le vendite del Times andarono subito alle stelle. Il telegrafo si stava sviluppando proprio in quegli anni, ma il modo pi sicuro per inviare un pezzo rimaneva la posta. Larticolo era consegnato a un ufficiale di servizio, quindi a un corriere, sempre dellesercito, per

lasciarlo alla pi vicina stazione di posta, da dove veniva inoltrato come si trattasse di una normale lettera. La carica dei 600 avvenne il 25 ottobre, ma sul Times apparve solo il 14 novembre. Il segreto del successo di Russel stava semplicemente nella sua volont di scrivere tutto ci che vedeva, anche gli aspetti meno nobili della guerra: il dolore, la sofferenza, i corpi straziati dalle granate e le urla dei feriti prima di tutto; ma anche gli errori dei generali, la presunzione e il pressappochismo di alcuni comandanti del corpo di spedizione britannico. Per i vertici dellesercito di Sua Maest la presenza di un borghese rompiscatole che andava a ficcare il naso nella vita militare rappresent ovviamente una novit poco piacevole, e si cerc una soluzione. Prima si prov a cacciarlo dalla prima linea, ma questo non bast. Cos, durante la permanenza di Russel, entr per la prima volta in funzione la censura. Il febbraio del 1855 rimarr una data storica: per la prima volta un comandante dellesercito, Sir Cordington, impose il divieto di pubblicazione di notizie che potessero in qualche modo tornare utili al nemico. Qui di seguito cercher di analizzare alcuni dei principali conflitti bellici che hanno segnato la storia da met del IXX secolo fino ai giorni nostri, e cercher di osservare come, nel corso degli anni, sia cambiata la professione dellinviato di guerra e lapproccio mediatico ai conflitti. Ovviamente non potr nominare tutte le guerre combattute in questo lungo periodo storico e in tutti i luoghi della Terra, ma cercher di parlare di quelli che hanno avuto un qualche ruolo particolare nella definizione della storia della professione giornalistica. DALLA SECONDA META DEL IXX SECOLO ALLE DUE GUERRE MONDIALI In America la guerra di Secessione (1861-1865) introdusse numerose novit per quanto riguarda gli strumenti del mestiere. Fu istituzionalizzato luso del telegrafo per inviare gli articoli. A beneficiarne furono soprattutto i giovani giornalisti che ne approfittarono per surclassare i colleghi della vecchia guardia. La stella di Russel, infatti, tramont proprio con lavvento del nuovo marchingegno. Ma la guerra civile americana evidenzi anche tutti i problemi e i vizi del rapporto tra il potere militare e i media. Il caso pi eclatante fu quello di Edward Crapsey, corrispondente del Philadelphia Inquirer. Egli mosse delle critiche molto pungenti verso un generale, George Made, che era convinto di essere uno stratega di grande caratura. Dopo lennesimo articolo che smontava lalta immagine che il militare aveva di s, egli decise di espellere il giornalista caricandolo su un mulo e piazzandogli al collo un cartello con la scritta: Giornalista calunniatore, e cos fu fatto sfilare davanti a tutte le truppe. La replica non si fece attendere: tutta la categoria dei giornalisti americani si coalizz contro il burbero generale, che da quel giorno scomparve letteralmente dalle cronache militari. Poca cosa, si dir. Ma se si pensa che il militare sperava di fare delle sue gesta il trampolino di lancio per la candidatura alla presidenza degli USA, il danno alla sua immagine fu notevole. Decisamente pi astuto fu, invece, il generale Ulysses Grant che, consapevole della necessit di godere di buona stampa, per tutta la guerra di Secessione si port dietro linviato del New York Herald, coccolandolo e lusingandolo come meglio pot.

Per passare ad esempi italiani di inviati di guerra (campioni tuttavia ancora imperfetti e grossolani) bisogna fare riferimento alla spedizione dei Mille, nel maggio 1860. Tra i seguaci di Garibaldi che parteciparono allavventura partita da Quarto, molti inviarono corrispondenze sui fatti darme in cui erano coinvolti. Ricordiamo Francesco Bartolomeo Savi, che inviava allUnit dItalia, focoso foglio di ispirazione mazziniana, le ricostruzioni delle battaglie. Oppure si possono citare le corrispondenze di Osvaldo Viani, ex camicia rossa garibaldina, che offr le sue corrispondenze al Il Dovere di Genova. Alcuni anni dopo, nel 1877, fu Il Secolo, quotidiano milanese portavoce dellopposizione culturale della destra storica, a inviare allesterno il primo nutrito staff giornalistico. Era in corso la guerra russo-turca, che si svolgeva nelle allora lontane lande dellattuale Bulgaria. Il Secolo invi sul posto giornalisti esperti nellarte della guerra e disegnatori che facessero schizzi a mappe delle pi importanti battaglie. Anche il Corriere della Sera fu uno dei primi a mandare in giro veri corrispondenti. Assieme ai bersaglieri sbarcata a Massaua nel 1887, in risposta allo sterminio di una colonna di 548 soldati italiani durante la battaglia di Dogali, giunsero anche i giornalisti Vico Mantegazza e Adolfo Rossi, che faranno una dettagliata cronaca della Guerra dAfrica e della prima avventura coloniale dellItalia Unita. A questo punto possiamo affermare che la stagione pionieristica dei reporter di guerra conclusa. Il mestiere ormai ben definito e con questo i trucchi e le abilit per ben figurare davanti al direttore o bruciare sul tempo la concorrenza. Si racconta che Fred Ferguson, corrispondente dellUnited Press sul fronte francese durante il primo conflitto mondiale, descrisse minuziosamente con 24 ore di anticipo le fasi di un poderoso attacco alleato davanti Nancy grazie alle anticipazioni di un informatore. Le due Guerre Mondiali, per, combattute, in particolare la prima, sullonda di quella nazionalizzazione delle masse che i giornali a grande tiratura avevano contribuito a realizzare, segnarono una grande sconfitta dellinformazione. A differenza di quanto era avvenuto nella Guerra Civile Americana, i governi, ormai addestrati da decenni di familiarit con il nuovo giornalismo di massa, adottarono immediatamente le due armi che consentivano di piegarlo ai loro voleri: la censura, di secolare tradizione, e la propaganda, che raggiunse vertici del tutto nuovi. In Italia, gi il 23 maggio 1915, poche ore prima dellentrata in guerra, un decreto viet ai giornali di diffondere notizie che andassero oltre i comunicati ufficiali su argomenti come numero di morti e feriti, assegnazioni e avvicendamenti negli alti comandi, andamento delle operazioni militari. Laccesso dei giornalisti al fronte fu sostanzialmente vietato dal comandante supremo, generale Cadorna, che detestava i cronisti e consentiva loro possibilit di movimento minime. Unattenzione particolare venne riservata alla stampa antagonista, in particolare allAvanti!, che spesso dovette uscire con intere colonne in bianco perch censurate al momento di andare in tipografia. I principali giornali misero in campo i loro inviati, nomi celebri come Luigi Barbini del Corriere,Gino Piva del Resto del Carlino, Rino Alessi del Secolo, Achille Benedetti del Giornale dItalia, ma a parte casi isolati, i loro articoli rimasero ben dentro gli argini della fedelt patriottica. Con il passare dei mesi divenne sempre pi importante coltivare il fronte interno, e i giornali si trovarono coinvolti nel compito di collaborare allo sforzo bellico nazionale. Le restrizioni nei confronti dei giornalisti si attenuarono; in cambio essi produssero un racconto della guerra edulcorato e funzionale al mantenimento del consenso. Le battaglie furono descritte soprattutto in una chiave

di spettacolo, animato dagli atti di eroismo personale, mentre venne taciuto lo squallido orrore delle trincee, linsensata violenza degli assalti, lorrore delluso dei gas. Gli errori, le incompetenze, le disfunzioni dei comandi militari rimasero intenzionalmente nascosti. Le sconfitte furono minimizzate: la disfatta di Caporetto, in particolare, fu quanto pi possibile mascherata grazie ad una vera e propria strategia di disinformazione. Daltro canto il nemico fu sistematicamente demonizzato, attingendo a tutti i tradizionali stereotipi razzisti. Austriaci e tedeschi, infatti, venivano descritti come individui rozzi, crudeli e malvagi, dediti a deliberate crudelt. La propaganda fu il fatto nuovo nella Prima guerra mondiale. La manipolazione strumentale dellinformazione si era gi vista negli anni precedenti, ma ora assumeva dimensioni inedite. Erano i governi ad assumersene in prima persona il compito, coinvolgendo intellettuali e giornalisti, utilizzando le tecnologie pi avanzate e adottando metodi della pubblicit. Da questo sforzo la stampa fu travolta e, con scarse eccezioni, in tutti i paesi i giornali fallirono nel dovere di informare i cittadini su che cosa fosse veramente la guerra: il sacrificio di unintera generazione mandata al massacro e la brutalit delle battaglie. Tutto ci non fu raccontato se non in minima parte e la guerra fu presentata come un inevitabile scontro difensivo in cui una giovent eroica si immolava per il bene della patria. Solo alla fine della seconda Guerra Mondiale, nel 1945, dopo un periodo di transizione gestito dagli Alleati, si assistette alla rinascita di una stampa libera, indipendente e democratica. VIETNAM: LA PRIMA GUERRA TELEVISIVA La guerra in Vietnam (1964-1975) fu per la prima volta seguita nel mondo attraverso la TV, anche se inizialemente la copertura televisiva restava ancora modesta: lorrore non era mostrato e si parlava di patriottismo e coraggio dei marines. Il nemico, invece, era demonizzato come crudele e fanatico. Da parte della stampa ci fu una specie di convergenza ideologica e di obbiettivi. In un documentario di Peter Davis, The Selling of the Pentagon, un ex ufficiale dei servizi segreti racconta come si impegnasse a disinformare i giornalisti venuti ad indagare sul terreno. Vittima delle sue manipolazioni fu, ad esempio, unquipe della Cbs che voleva realizzare un sevizio sui bombardamenti nel Vietnam del Nord e si era rivolta a lui per incontrare piloti americani da intervistare. I piloti furono trovati, ma solo dopo averli severamente istruiti su cosa non bisognasse assolutamente dire. Con lo stesso metodo, i servizi segreti preparavano filmati bidone sulle truppe governative sudvietnamite. Queste venivano riprese dai servizi ufficiali, che poi mandavano il materiale alle piccole emittenti americane non in grado di inviare proprie quipe in Vietnam. La situazione cambi solo dal 1968, quando cominci a diffondersi un nuovo sistema politico e una forte percezione di sconfitta. Per la prima volta la guerra apparve alla televisione come uno sporco affare e comparvero le immagini delle vittime civili e delle distruzioni causate dallesercito americano. Si raccolse una quantit di foto spropositata che sconvolse lopinione pubblica e per tutto ci pagarono con la vita ben 63 giornalisti. A questo punto il dissenso e le ondate di contestazione anche fuori dal suolo americano non

diedero pi spazio alla macchina propagandistica dellesercito USA: non riuscirono a ottenere ladesione dei giornalisti allo spirito nazionale e lopinione pubblica valut duramente loperato statunitense. Negli anni successivi, con il progressivo disimpegno statunitense, i mass media dedicheranno sempre meno spazio alla guerra e, a parte alcuni casi di giornalismo critico, linformazione si appiatt sulle fonti ufficiali. LE DUE GUERRE DEL GOLFO E ora, mi raccomando, caro Schwarz, faccia in modo che non dobbiamo combattere pi con un braccio dietro la schiena: queste le parole di George Bush al momento di accomiatarsi dal generale Shwarzkopf in partenza per il Golfo nel 1991. I limiti posti alla libert dazione, metaforicamente indicati con quel braccio dietro alla schiena cos temuto dal presidente americano, altro non sono se non il risultato dellazione dei reporter di guerra, non ancora embedded, che con i loro racconti sul conflitto in Vietnam avevano contribuito alla mobilitazione dellopinione pubblica americana. Dopo la guerra del Vietnam, persa dagli USA anche per colpa dei media, gli spazi per uninformazione libera in guerra si ridussero progressivamente e la censura si fece pi pressante: dalla prima guerra del Golfo in poi ai giornalisti venne fornita una notizia al giorno gi confezionata, spesso dagli stessi comandi militari; molti giornalisti diventarono embedded, e quelli not embedded hanno rischiarono di diventare un bersaglio per entrambe le forze in guerra. Come avvenuto nel caso dei bombardamenti USA alla TV di Belgrado il 23 aprile 99 e in quello della cannonata, sempre americana, sparata verso lHotel Palesatine, che ospitava buona parte della stampa internazionale e che ha ucciso due reporter. Come spiega linviato dellUnit Toni Fontana durante la prima guerra del Golfo la stampa veniva confinata a Daharan (Arabia Saudita), a circa 250 km dal fronte del Kuwait occupato, dove cera il comando americano. Gli americani selezionarono alcuni giornalisti, tutti americani e inglesi, che venivano portati al fronte dove potevano vedere i soldati in attesa del combattimento. Le loro corrispondenze venivano censurate dagli ufficiali americani e questi ultimi spiegavano che il loro obbiettivo era quello di rimuovere nellopinione pubblica lidea che la guerra del Golfo fosse simile a quella del Vietnam; doveva insomma trasparire unimmagine diversa, positiva e vincente. Dodici anni dopo, nel 2003, nel corso della seconda guerra del Golfo, si potuto constatare che la censura aveva perfezionato i propri strumenti. Come testimonia Fontata, ai giornalisti venivano consegnate le regole dingaggio, dopo averli addirittura fotografati. Si trattava di un vero e proprio contratto, nel quale il giornalista firmatario si impegnava, nella sostanza, a non dire quanti soldati, quanti morti, quanti feriti vedeva; a non descrivere i luoghi dei combattimenti, chi vince, quanti prigionieriInsomma un vero e proprio manuale dellauto-censura preventiva. La seconda guerra in Iraq ha anche unaltra peculiarit che la rende un conflitto senza precedenti: ha lasciato sul campo un numero impressionante di giornalisti morti mentre svolgevano il loro lavoro. In nessuno dei conflitti che hanno sconvolto il mondo sono caduti tanti corrispondenti e lavoratori di supporto dei mezzi di informazione. La cifra di 63 inviati morti in Vietnam sembra rimpicciolirsi davanti ai dati forniti dal

Tribunale di Bruxelles che, fino al 27 ottobre 2007, parlano per lIraq gi 300 morti tra giornalisti, cameraman, fotografi e lavoratori di supporto, nazionali e stranieri. Le statistiche diffuse dai media, che contraddicono queste cifre, riportano un numero minore di vittime perch si riferiscono esclusivamente ai giornalisti non iracheni, mentre la maggior parte dei professionisti uccisi sono proprio del posto. CONFLITTO DEL KOSOVO Se la guerra del Golfo stata una guerra priva di immagini e di sangue, fredda nelle luci delle bombe nel cielo nero di Baghdad, la guerra del Kosovo stata una guerra di volti, calda di emozioni, rappresentata dalla condizione disumana dei profughi, che avevano tutti la stessa storia di violenza da raccontare. E fu proprio la commozione suscitata da tali scene che stata ampiamente utilizzata per giustificare la guerra umanitaria. Analizzando linformazione offerta dai giornalisti italiani sul Kosovo bisogna considerare il fatto che lItalia, dopo la conclusione del secondo conflitto mondiale, era in guerra per la prima volta. difficile stabilire quanto abbia pesato lauto-censura o il fermo convincimento dei giornalisti sulla giustezza della guerra o, ancora, linfluenza governativa, ma quasi tutti i giornali hanno sposato la causa della guerra umanitaria. Sostanzialmente c stata unulteriore omologazione dellinformazione e raramente in Italia si visto un cos largo e compatto fronte dei media a favore di un intervento armato. Per lintervento nei Balcani i media avevano mobilitato un esercito di corrispondenti che stava alla pari con quello della Nato, ma i giornalisti in Kosovo non ci sono arrivati per ostacoli posti dal governo Jugoslavo e anche perch quello che doveva essere dato al pubblico era fuori dal Kosovo, nei campi profughi. Il fenomeno guerra, infatti, non stato spiegato alle masse in base a specifiche ragioni storiche, politiche ed economiche, si giocato sulle emozioni e non sulle conoscenze. Daltra parte, per, unanomalia di questa guerra era il fatto di non essere una guerra fatta per difendere la patria contro atti esterni, ma fatta per difendere i diritti umani negati da uno stato straniero a una parte della popolazione. Unaltra caratteristica fondamentale di questo conflitto consiste nel fatto che, se quella del Vietnam stata la prima guerra televisiva, quella del Kosovo certamente stata la prima guerra su Internet a causa della forte censura. La rete ha giocato un ruolo essenziale nellinformazione e su Internet hanno trovato posto tutti: serbi, kosovari, albanesi, militariE tutti hanno fornito resoconti sui bombardamenti e sulla pulizia etnica. La vigile censura messa in atto, infatti, rendeva impossibile il lavoro delle tv e c stata unimprevedibile rivincita degli inviati dei quotidiani, perch meno schiavizzati dai controlli. Toni Capuozzo, che ha coperto la guerra per il TG5, racconta che anche per un solo minuto di immagini si doveva riempire un modulo e attendere il permesso dellArmata. Come scrive Cndito, in conclusione, quella contro Milosevic stata anzitutto una guerra mediatica, dove tutti i buoni e i cattivi allo stesso modo hanno combattuto usando i reporter come unarma sparata contro lopinione pubblica.

GUERRA DAFGHANISTAN La guerra dAfghanistan, scrive Cndito, ha esaltato i vizi genetici che gi serano manifestate nei conflitti che lhanno preceduta. Tenuti lontano dai campi di battaglia di queste ultime guerre del millennio, privati dalla possibilit di verificare sul terreno le informazioni che ricevevano dai comandi militari, i giornalisti hanno ormai finito per trasformarsi in strumenti della propaganda delle forze in campo. Durante il conflitto, addirittura, Condoleeza Rice ha chiesto esplicitamente ai mass media di schierarsi sotto la bandiera americana, per difendere le ragioni della lotta al terrorismo. La stampa durante la guerra era stata relegata in Pakistan, ma di giornalisti che hanno cercato di aggirare le limitazioni per poter vedere come stavano le cose con i loro occhi ce ne sono stati, ed essi hanno sfruttato ogni tipo di conoscenza e trucco per poter passare la frontiera Afghana. Due di loro sono stati Mimmo Cndito e maria Laura Avignolo che, grazie a un parente del capitano Abdul Haq, riuscirono a ottenere il permesso per portare la stampa allinterno dellAfghanistan, fino a Jalalabad, per poi spingersi successivamente a Kabul. Fu un viaggio difficile e estremamente pericoloso, tanto da arrivare a costare la vita a Maria Grazia Cutuli e Julio Fuentes, caduti in unimboscata durante lo spostamento. Le condizioni di vita dei reporter durante questa guerra erano spaventose: durante linverno molti di loro vivevano in baracche del Panjshir e pativano la fame, il freddo e le diarree collettive, causate dalla mancanza di qualsiasi misura igienica. Janine di Giovanni, reporter del Times, ha faticato a riprendersi da quel periodo e afferma: la tensione non era determinata dalla necessit di trovare una story da raccontare, ma soltanto su come sopravvivere: dove prendere un podacqua, su quale pavimento dormire, quanti bocconi di quel riso puzzolente ingurgitare, dove recuperare un generatore per poter caricare le batterie del telefono satellitare. [..] Eravamo come una gigantesca clinica di tubercolotici. RITRATTO DI UN REPORTER A questo punto non si pu non concordare con la tesi secondo la quale quello del reporter, in particolare di guerra, una professione difficile e impegnativa e che non tutti sono in grado di intraprenderla. Ryszard Kapuscinski, in Autoritratto di un reporter, afferma che il suo pi che un lavoro una vocazione, una missione. Dice che per poter diventare un corrispondente estero bisogna ottemperare a 8 requisiti: salute fisica, resistenza psichica, curiosit del mondo, conoscenza delle lingue, capacit di viaggiare, apertura verso gente e culture diverse dalla nostra, passione e, soprattutto, capacit di pensare. Molti praticano questo mestiere per un certo periodo della vita, poi non ce la fanno pi. La paura della morte in questo lavoro forte e spesso fondata, per non deve ugualmente fermare il buon reporter. Kapuscinski confida che partendo per lAngola scommise che non ne sarebbe tornato vivo, ma questo non fu sufficiente a farlo rinunciare. Evidentemente in lui cera qualcosa di pi forte della paura di morire, che pu essere solo una fortissima passione. Ecco perch poi afferma che nessun cinico pu essere

un reporter, visto che quello del corrispondente un lavoro troppo difficile e privativo per essere fatto con lunico fine di fare soldi. Il lato peggiore di questo mestiere non solo la paura della morte, ma lo strapazzo quotidiano, il combattere contro le malattie, i momenti in cui non hai da mangiare o da bere, o quando non sai come venire fuori da una zona pericolosa. Ovviamente ci sono anche quei corrispondenti che considerano il viaggio come una specie di missione diplomatica. Non sono interessati a come viva la gente, li interessa solo lalta politica e i governi e si rinchiudono in lussuosi hotel, che fanno vivere i propri ospiti come se fossero in un piccolo angolo dEuropa, disperso nelle zone pi lontane del mondo. Secondo lautore, per, il vero reporter non vive allHilton: dorme dove dormono i personaggi delle sue storie, mangia e beve quello che mangiano e bevono loro. lunico modo per scrivere qualcosa di decente. I bravi reporter sono persone modeste, capaci di rispetto e di stima per gli altri anche perch, per essere accettati e magari ottenere qualche buona informazione, bisogna imparare a vivere tra la gente. CONCLUSIONE Dopo aver fatto questa breve analisi su cosa sia avvenuto alla professione del corrispondente attraverso le principali guerre che hanno segnato la nostra storia non si pu non trarre una conclusione tanto chiara quanto preoccupante. Come confermano anche i dati del rapporto annuale di Reporters sans frontires, riguardanti il grado di violazione del diritto di informazione nei paesi che esercitano censura, la stampa libera non esiste da nessuna parte. Laffermazione di Noam Chomsky, secondo il quale non c fiaschetta di botulino o di antrace, non c bomba atomica, che abbiano la potenza distruttiva contenuta nei flussi informativi , s, vera, ma fino a un certo punto. vero che ormai anche i generali sono costretti a combattere due guerre parallele: una sui campi di battaglia, laltra sui media. Ma altrettanto vero che nelle guerre del XX secolo sono state attivate, da parte dei governi, strategie censorie tali da chiudere la bocca o impedire i movimenti dei professionisti inviati sul posto. Inoltre, come spiega Fulvio Gorani, un operatore Rai: oggi i giornalisti che tentano di fare il loro mestiere sono visti con ostilit, sono diventati un target per i militari e questo anche perch la telecamera a volte pu essere pi pericolosa di un fucile: attraverso le riprese filmate impossibile mentire su quello che accade. In Iraq in particolare diventato impossibile girare senza scorta e questo limita molto la possibilit dei giornalisti di muoversi e fare servizi. In questo modo il reporter di guerra, in particolare quello not embedded, si trasforma in una specie di missionario, che ha come fine ultimo quello di capire e raccontare la realt e che, per, per farlo, rischia quotidianamente la vita. Infine, un altro argomento che ha suscitato in me interesse ed una valutazione molto critica il fatto che esistano un numero incredibile di sanguinose guerre e conflitti che spesso non vengono nemmeno prese in considerazione dai media. Di solito si tratta una guerra alla volta, e questo secondo me scandaloso. Come scrive nel suo blog Pino Scaccia:il nostro lavoro sta diventando schizofrenico. Si parla per mesi di un

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argomento e poi allimprovviso, via, cancellato. E spesso di certi argomenti non se ne parla proprio, perch si pensa che non farebbero una grande tiratura. Intanto, per, di guerre dimenticate ce ne sono tantissime nel mondo e sono molti anche quei corrispondenti che in quei luoghi rischiano la vita, spesso senza alcun riconoscimento. Anche Kapuscinski scrive: nel mondo dei corrispondenti esteri ci si regola non solo in base ai fatti storici in atto, ma anche a seconda di come si comportano gli altri media. A un certo punto i media si precipitano in massa a Mosca. [..] Contemporaneamente in Africa sono accaduti fatti importanti che il mondo non verr mai a sapere, perch nessuno stato inviato a registrarli. Le troupe televisive non vanno in Angola, dove da ventanni in atto una guerra poco spettacolare, o nel Sudan meridionale, difficile da raggiungere. BIBLIOGRAFIA

Cndito M., I reporter di guerra, Baldini & Castoldi, 2002 Kapuscinski R.: Il cinico non adatto a questo mestiere, Edizioni e/o , 2000 Autoritratto di un reporter, Feltrinelli, 2006 Lajolo L. Dal Kosovo. Il giornalismo di guerra, Milano, Italia Contemporanea, 1999 Reale R., Non sparate ai giornalisti, Nutrimenti, 2003 Redazione Grandi Opere di UTET Cultura: La Storia. Dalla guerra fredda alla dissoluzione dellURSS (vol.14), Novara, De Agostani editore, 2004 La Storia. Il mondo oggi (vol. 15), Novara, De Agostani editore, 2004. SITOGRAFIA http://bloghdad.splinder.com http://coaloalab.splinder.com http://www.lastampa.it http://www.mediamente.rai.it http://www.peacereporter.net http://pinoscaccia.splinder.com http://www.resistenze.org http://www.rsf.org http://www.storiain.net http://www.undicom.it

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