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UNIVERSITÀ DEGLI STUDI DI PALERMO FACOLTÀ DI SCIENZE POLITICHE Corso di laurea specialistica in STUDI

UNIVERSITÀ DEGLI STUDI DI PALERMO FACOLTÀ DI SCIENZE POLITICHE

Corso di laurea specialistica in STUDI EUROPEI

Cattedra di STORIA DELLE DOTTRINE POLITICHE

Prof. Eugenio Guccione

NAPOLEONE: CONQUISTATORE SOLITARIO O PRECURSORE DELL’EUROPA UNITA?

di Nicola Palilla

A.A.2005/2006

Premessa Parlare dei propositi europeisti di Napoleone può essere difficile e allo stesso tempo molto interessante: quando dovetti scegliere l’argomento per la mia tesina, vale a dire questa!, trovandomi di fronte alla necessità di individuare celermente un uomo di cui trattare e ignaro delle modalità con cui i miei colleghi avevano già fatto la medesima cosa – avevo, infatti, iniziato a seguire le lezioni del prof.GUCCIONE e dei suoi collaboratori con un paio di giorni di

ritardo – dopo aver buttato un’occhiata furtiva all’indice del testo adottato per il corso, decisi

di occuparmi di Napoleone Bonaparte. La scelta fu più dettata dalla necessità e

dall’opportunità di poter sfruttare la lettura della biografia del Generale di EMIL LUDWIG,

lettura fatta durante la calda estate scorsa, che dalla sincera convinzione di poter vedere in Napoleone qualcosa che potesse vagamente somigliare ad un progetto unitario europeo davvero significativo, vale a dire che non fosse esclusivamente mosso dalla brama di gloria

del Nostro. Con mio grande stupore, più andavo faticosamente in cerca di materiale, più

venivo a conoscenza di numerose dichiarazione del Generale aventi ad oggetto progetti moderni riguardanti l’Europa. Debbo ammettere di aver trovato molti spunti per poter far un buon lavoro di rielaborazione di tutte queste nuove e preziose informazioni. Non so se sono riuscito a fare ciò che avrei potuto, dovuto e saputo fare; in verità, mi era riproposto di non sacrificarmi eccessivamente per la laurea specialistica. “Ai posteri l’ardua sentenza” , e mai

citazione fu così calzante (non è vero, perché non dovrò attendere la posterità per conoscere il giudizio altrui su quest’opera, a meno che io non debba decedere improvvisamente, ma non

me lo auguro!).

Introduzione

Attraverso alcune citazioni è possibile farsi una prima opinione dell’idea di Europa in Napoleone e trovare i primi spunti per il nostro elaborato:

Gli Stati Uniti d'Europa! Un disegno genialmente demoniaco nella sua origine, perfettamente

che vuole ottenere a

forza coi suoi 800 mila uomini dovrà un giorno fondersi, spintovi dalla ragione e dalla necessità,

in un patto spontaneo. Un giorno da tutti quei popoli nascerà un popolo solo. Ecco l'unica

soluzione che io vedo, e che a me piace. 1

razionale nelle sue deduzioni. L'Europa non è più una tana di talpe

Quello

L'Europa Unita! Qui non si parla né di una fusione dittatoria delle diverse stirpi, né di un sentimentale affratellamento: soltanto di interessi e di riunioni di stirpi già per sé affini. Il secolo

XIX avrà il compito di creare le condizioni preliminari fondando le Nazioni, e il secolo XX

comincerà ad attuare la mia idea. 2

In Europa si contano più di 30 milioni di Francesi, 15 di Spagnoli, 15 di Italiani, 30 di

Si

avrebbero avuto così le maggiori probabilità di attuare dovunque l'unità dei Codici, l'unità dei

tedeschi

Di

ciascuno di questi popoli io avrei voluto fare un unico grande corpo nazionale

Allora poi sarebbe

stato possibile sognare per la grande famiglia europea l'applicazione del Congresso Americano o

quella delle anfizioni greche(…) 3

principi, delle idee e dei sentimenti, degli atteggiamenti e degli interessi

L'Europa sarebbe diventata di fatto un popolo solo; viaggiando ognuno si sarebbe sentito nella

patria comune

è stato dato. Dopo il crollo e dopo la sparizione del mio sistema io credo che non sarà più possibile altro equilibrio in Europa se non la lega dei popoli. 4

Tale unione dovrà venire un giorno o l'altro per forza di eventi. Il primo impulso

Mi è sembrato interessante introdurre l’argomento della nostra discussione attraverso queste citazioni, dalle quali sembra apparire chiaro che Napoleone avesse un ben definito progetto europeo scolpito nella mente e che lo stesse perseguendo coraggiosamente. Un progetto politico, dunque, molto avanzato e che gli fa onore, dal punto di vista dell’europeo del XXI° secolo, forse più dei suoi straordinari successi militari. In verità, poter affermare con certezza che Napoleone fosse stato un convinto e lungimirante europeista, condannato al fraintendimento dall’avversione delle ormai traballanti dinastie regnanti, è cosa piuttosto perigliosa, giacché le molte biografie del Generale, divenuto poi Imperatore, evidenziano

1 E.A. LAS CASES, Il memoriale di Sant’Elena, II, Milano, Rizzoli, 1928 (dal sito internet: www.cronologia.it).

2 E.A. LAS CASES, Il memoriale di Sant’Elena, II, Milano, Rizzoli, 1928 (dal sito internet: www.cronologia.it).

3 E.A. LAS CASES, Il memoriale di Sant’Elena, II, Milano, Rizzoli, 1928, pagg. 633,634.

4 E.A. LAS CASES, Il memoriale di Sant’Elena, II, Milano, Rizzoli, 1928 (dal sito internet: www.cronologia.it).

quella che gli psicologi sono soliti definire una ‘personalità autoritaria’, dunque, eccentrica, con un’alta considerazione di sé e tendente più ad edificare la propria gloria che non quella della propria nazione. Per quanto attiene a quest’ultimo aspetto, tra l’altro, va detto che Napoleone arrivò a pensarsi francese solo dopo averne cinto gli allori del potere, poiché le sue prime esperienze politiche furono legate al nazionalismo corso di Paoli. Napoleone, quindi, fu anche un uomo portato istintivamente alla bugia e sulla bugia potrebbero fondarsi le sue affermazioni che abbiamo poc’anzi citato e che sono tratte dai memoriali scritti durante l’esilio di Sant’Elena. I memoriali, già ad una superficiale lettura, appaiono, nei loro passi più significativi, carichi della retorica tipica di un uomo intimamente cinico, fino alla brutalità, e tesi più a giustificare, con argomentazioni elaborate a posteriori, quel che è accaduto piuttosto che a destinare alla posterità i sinceri ricordi di uomo che, comunque, ha segnato la storia dell’Europa moderna. Le nostre rozze impressioni, però, non possono risolvere la questione della sincerità di Bonaparte. Certo è che Napoleone fu animato da una sorta di volontà di potenza che lo faceva considerarsi simile ad Alessandro il Macedone e continuatore del suo sogno orientale. Anticipando le nostre conclusioni, possiamo affermare che Napoleone avesse effettivamente in mente delle idee di una federazione o di una lega europea, ma concretamente egli costruì un sistema egemonico basato sull’incontrastata forza militare della Francia e su tutta una serie di stati legati ad essa secondo rapporti, praticamente, di vassallaggio. Con ciò non vogliamo sminuire il ruolo che Napoleone ha veramente giocato in Europa per la sua unità. Quantunque l’Europa napoleonica sia stata molto lontana dal processo in corso, infatti, non possiamo dimenticare che le fondamenta su cui l’Europa di De Gasperi, Adenauer e Schuman è stata costruita – e continua ad essere edificata – è senz’altro il Code Napoléon, il codice delle leggi civili che, portato dai francesi in tutta l’Europa conquistata, ha permesso d’avere, prima ancora che il processo d’unificazione iniziasse, una base giuridica e politica condivisa e forte sulla quale poter iniziare a realizzare il sogno di un’Europa unita nella pace e nel progresso. Prima di addentrarci nel cuore del nostro discorso, ci sembra doveroso spendere qualche parola sulla Rivoluzione francese, di cui Napoleone è un illustre figlio, in particolare per individuare le ragioni della sua fulminea espansione.

Dell’espansione della Rivoluzione

Delle cause e degli sviluppi della Rivoluzione francese non è nostro interesse trattare, tanto più che le vicende sono note. Quello a cui interessa richiamarsi è l’espansione militare che la Francia rivoluzionaria ha avuto a partire dal 1792: perché essa ha avuto luogo? che sia stata davvero inevitabile? Fino a poco tempo fa, con molta difficoltà capivo veramente la questione vissuta drammaticamente all’interno del partito comunista russo tra i fautori della ‘rivoluzione in solo paese’ e i fautori della ‘rivoluzione permanente’, attribuendo alla cosa solo un valore strategico. Pur non avendo abbandonato completamente tale prospettiva, e guai a me se lo facessi!, recentemente ho potuto apprezzare l’importanza del declamare principi universali:

appunto perché universali, questi principi hanno in sé, connaturato, il ‘germe’ dell’espansione. Nessun nuovo ordine politico può pensare di sopravvivere senza un suo ‘spazio vitale’ (scusatemi l’espressione, ma rende bene l’idea) e, dunque, necessita della guerra d’espansione per potersi affermare. Una nazione rivoluzionaria che non esportasse la sua rivoluzione sarebbe condannata, in situazioni normali, a fallire. Con chi avrebbe potuto commerciare la Francia, essendo le sue regole del commercio aggiornate da nuove ma non condivise leggi?

Con chi avrebbero potuto incontrarsi i rappresentanti della nuova Francia, essendo prevedibile che nessuno di essi sarebbe stato accettato, in difetto di titoli legittimi secondo i canoni dinastici, tra le corti d’Europa? Come avrebbe potuto conciliarsi la politica liberista della nuova Francia con la necessaria, a fini difensivi, chiusura al resto del mondo? (se c’è un modello di organizzazione politica che non può fare a meno delle relazioni con l’estero, quello è il modello borghese). I quesiti che mettono in luce le difficoltà di sopravvivenza di una nazione rivoluzionaria isolata sono infiniti, ma ve ne risparmio la lista. A favore dei principi universali gioca il fatto che essi sono sempre di recente scoperta e, quindi, sempre favorevoli ai più; inoltre, il fatto che essi vengano enunciati in un particolare angolo del mondo ad opera di particolari persone non nega la possibilità che essi possano valere per tutti gli uomini ovunque essi si trovino. Non a caso i principi della Rivoluzione Francese vennero accolti rapidamente in Europa come principi di libertà e condivisi da tutte le nazioni nascenti. Non pochi furono gli intellettuali che videro nella Francia un esempio da seguire e, finanche, un esercito di liberazione. In Italia, Giuseppe Ferrari e Ugo Foscolo, per fare solo due nomi, furono tra i più entusiasti degli eventi rivoluzionari francesi e salutarono, soprattutto il secondo (si arruolò ripetutamente), l’ingresso dei francesi come la premessa per un’Italia finalmente liberata dalle dominazioni straniere e unificata; così il giovane comandante Bonaparte parlò a Milano:

Popoli d’Italia l’esercito francese viene a spezzare le vostre catene; il popolo francese è amico di tutti i popoli; venite a noi con fiducia. 5

In Germania, un gruppo di giovani studenti di Tubinga, tra i quali Hegel e Shelling, diedero vita ad una clamorosa celebrazione in cui, a dimostrazione della propria adesione allo spirito e agli ideali rivoluzionari, fu piantato ‘ l’albero della libertà’; nemmeno Kant, seppur contrario a qualunque forma di violenza, fu immune dal richiamo del ’89. La natura dirompente dei principi del ’89 risiede tutta nell’affermazione che «gli uomini nascono e vivono liberi ed uguali nei diritti» 6 , che fine dello stato non può che essere la «conservazione dei diritti naturali e imprescrittibili dell’uomo: la libertà, la proprietà, la sicurezza e la resistenza all’oppressione» 7 , e che «il principio della sovranità risiede essenzialmente nella Nazione» 8 . Questi principi sovvertivano l’ordine dell’Ancien Régime, il cui difetto fondamentale era «la

5 H.A.L. FISHER, Storia d’Europa,II, Newton Compton 1995, pag 162.

6 Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino,Parigi 1789, art. 1.1

7 ibid., cfr. art.2

8 ibid., cfr. art. 3

mancanza di eguaglianza sociale, tasse eque, di libertà politica e di un efficace potere esecutivo» 9 e, essendo, questi, nell’ordine mentale tardo feudale della fine del Settecento di per sé già una rivoluzione, consentirono alle truppe francesi, seppur straniere, di essere originariamente percepite dalle popolazioni locali come truppe amiche, del tutto legittimate ad istituire repubbliche simili a quella francese e a questa ‘sorelle’. La loro forza oggettiva risiedeva nel fatto che i popoli europei aspiravano ad essere, come i francesi, dotati di diritti inestinguibili che li facevano tutti uguali, padrone e garzone:

Ecco la logica e il sentimento che dominavano la Francia del 1789 ed ecco l’appello della nuova democrazia ai popoli soggetti dell’Europa. Racchiusa nelle grandi frasi, che ancora non avevano subito la prova dei fatti, la Dichiarazione dei diritti dell’uomo premessa alla Costituzione del 1789, questa filosofia si diffuse ovunque, accendendo in innumerevoli famiglie lampi d’orgoglio e di aspirazioni 10 .

Così, in ogni paese occupato, o a loro modo di vedere ‘liberato’, l’entusiasmo fu tale che cominciò a diffondersi la figura del ‘patriota’, del giacobino locale che, sotto la protezione e

la direzione delle armi francesi, amministrava la repubblica, cercando di accreditare e radicare

il più possibile il nuovo ordine presso le popolazioni del luogo. In questo contesto, grandissimo rilievo ebbe l’Armata d’Italia che, dopo aver conquistato l’Italia settentrionale e fondato la repubblica cisalpina, incoraggiò il Direttorio a istituire nuovi regimi anche a Roma

e a Napoli. Benché venuta in Belgio (incorporato), Paesi Bassi (costituito in repubblica

batava) e Italia dichiarando propositi di libertà, la Francia repubblicana «stava percorrendo in politica estera la stessa strada degli stati assolutistici» 11 . La Francia rivoluzionaria si espandeva e diffondeva il suo verbo per la necessità di trovare una fonte di denaro con cui

sanare il bilancio statale e consentire il finanziamento della guerra contro le dinastie europee;

il conflitto che animava da difensivo divenne sempre più di conquista:

(…) la repubblica era un governo di conquista e di propaganda. L’impulso di una dottrina universale e le esigenze della borsa collaboravano per imporle una condotta ispirata dall’ardore del missionario e dall’avidità del bandito. La Francia non poteva permettersi di stare in pace; doveva conservare e sfruttare le proprie vittorie. 12

La nostra conclusione è, dunque, che una rivoluzione fondata su principi universali debba

9 H.A.L.FISHER, Storia d’Europa, II, Newton Compton 1995, pag. 141.

10 Ibid., pag.147.

11 G. DE ROSA, Età Moderna, Minerva italica, 1989 pag. 396

12 H.A.L.FISHER, Storia d’Europa, II, Newton Compton 1995, pag. 154.

necessariamente uscire dai confini del paese in cui ha avuto origine. Ciò accade inizialmente per finalità difensive, successivamente per la necessità di circondarsi di regimi simili – un vero e proprio cordone ombelicale –con cui poter intrattenere rapporti di qualsiasi natura e in condizione, spesso, di disparità. L’esportazione della rivoluzione, infine, è favorita dall’universalità dei suoi principi i quali, innalzandosi a vero e proprio linguaggio politico comune, facilita enormemente il processo d’apprendimento della rivoluzione stessa, facendola sembrare, in ultima analisi, ‘naturale’ e frutto di un progresso storico inevitabile. Tuttavia, anche se «alla mente dei patrioti italiani più sensibili appariva ormai chiaro che, al di là dei principi della rivoluzione del ’89, la Francia non intendeva rinunciare alla propria egemonia politica ed economica sulle “repubbliche sorelle”, come, nel linguaggio ufficiale, venivano designate le nuove formazioni politiche» 13 , per i rivoluzionari non esistevano alternative, se non il ritorno al vecchio regime. Venne in tal modo a svilupparsi l’idea della contrapposizione tra due tipi di Europa: quella vecchia, fedele ai principi dinastici e alle forme feudali del potere, all’organizzazione politico-sociale tradizionale e arroccata su una concezione patrimoniale degli stati, statica e consuetudinaria; quella nuova, fondata sui valori della libertà, dell’uguaglianza e della fratellanza, sul cosmopolitismo, sull’idea repubblicana e della sovranità della Nazione, sul dinamismo e la creatività individuali. È in questo quadro che si inserisce la straordinaria epopea del Generale Bonaparte e solo in questo quadro possiamo cercare di individuare un’idea d’Europa in colui che ne sarà per circa un ventennio l’arbitro indiscusso.

13 G. DE ROSA, Età Moderna, Minerva italica,1989 pag. 398

Napoleone: un conquistatore solitario o il precursore dell’unità d’Europa?

1.

Quando, introducendo il nostro elaborato, ci siamo permessi di sollevare il dubbio circa la sincera volontà di Napoleone Bonaparte di unificare l’Europa secondo un piano moderno, quale la federazione o la definizione dell’identità di un unico popolo europeo, abbiamo fatto leva su alcune letture assolutamente affidabili come la biografia Napoleone di EMIL LUDWIG, già citata, e il Memoriale di Sant’Elena di E.A. LAS CASES. Da queste letture l’impressione che ci siamo fatta è che Napoleone, più che per la Francia, abbia combattuto per la propria personale gloria, come se per appagare un intimo bisogno irrefrenabile di potenza. Ci sembra, senza nulla voler togliere al valore dell’uomo e alla sua opera storica, che Napoleone sarebbe stato disposto ad abbracciare qualunque causa, purché da essa fossero potuti scaturire gloria e potere. In tal senso, da giovane sognatore e amante del mondo classico che fu, dapprima aderì al nazionalismo corso di Paoli, tentando, addirittura, nel 1792 di sbarcare sulla sua piccola terra natia per sollevarla contro il dominio francese. In seguito cercò gloria in Italia, presentandosi al popolo di Milano quale liberatore e fondatore di stati. Tentò la grande impresa, a partire dal 1798, di riconquistare l’impero d’Alessandro il Macedone e solo in fine si ‘accontentò’ dell’impero francese e del dominio sull’Europa. A sedici anni così scriveva:

Nell’Egitto, che giace tra due mari, cioè tra l’Oriente e l’Occidente, Alessandro Magno concepì il disegno di trasferire la sede principiale del suo impero universale facendovi il centro del commercio mondiale. Questo conquistatore, più di ogni altro illuminato, comprese che il solo mezzo per costringere tutte le proprie conquiste in unità statale, era dato dall’Egitto creato per congiungere l’Africa e l’Asia con l’Europa 14

Quando nel maggio del 1798 Napoleone s’imbarca per l’Egitto, in verità il Direttorio non stava pensando a colpire l’Inghilterra in uno dei suoi punti strategici, bensì di liberarsi di un insolente ed ambizioso comandante. Che la conquista dell’Egitto fosse pura follia, secondo JEAN TULARD, ne era ben conscio lo stesso Napoleone, per il quale «troppi ostacoli, a cominciare dalla religione e dalla lingua, si presentavano sul suo cammino» 15 . Il fine ultimo di Napoleone, dunque, sarebbe stato non l’Egitto, bensì la

14 E. LUDWIG, Napoleone, RCS Libri 1999, pag. 11

15 J. TULARD, Napoleone. Il mito del salvatore, Rusconi 1980, pag. 115

Francia che, attraverso il consenso che quell’impresa gli avrebbe fornito presso l’esercito e l’opinione pubblica, gli sarebbe senz’altro caduta tra le braccia. Comunque si voglia intendere il sogno alessandrino di Napoleone, resta che l’Oriente ne seduceva tanto l’immaginazione che, ormai imperatore, si lascerà ad una tale affermazione:

(…) io sono venuto troppo tardi, gli uomini sono troppo illuminati, non vi sono più cose grandi da compiere…Ammetto di aver fatto una bella strada, ma che differenza in confronto ai tempi antichi! Guardate un po’ Alessandro! Dopo aver conquistato l’Asia si dichiara figlio di Giove e tutto l’Oriente glielo crede(…) Se io oggi mi dichiarassi figlio del Padre Eterno, l’ultima pescivendola mi fischierebbe!» 16

dalla quale potremmo ricavare che non gli sarebbe nemmeno dispiaciuto essere trattato come un semidio. La guerra che Napoleone combatte è una guerra personale contro il mondo e contro la storia, egli combatte per sé stesso, laddove identifica sé stesso con la Rivoluzione: «Io sono la Rivoluzione(…)La Rivoluzione è finita» 17 , come a voler dire che solo la sua comparsa può concludere questa tappa dello sviluppo storico. Come tutti gli uomini straordinari, infatti, anche Napoleone pensa di non essere altro che una pedina della – chiamiamola alla Manzoni – Provvidenza e di compiere le sue imprese per una necessità trascendente più forte di lui. «Egli non è né buono né cattivo, né mite né crudele(…) non può né suscitare né sentire affetto(…) Egli non ama e non odia, per lui non esiste nessuno al di fuori di sé stesso: tutti gli altri sono numeri…è un grande giocatore di scacchi, per il quale l’avversario è l’umanità cui egli si propone di dare lo scacco matto» 18 dirà di lui Mme de Stäel. La conclusione di questa introduzione al tipo psicologico napoleonico è, a nostro giudizio, che qualunque sia l’opinione che ciascuno di noi serba del Generale, certamente egli sognava un impero per sé e certamente per tale sogno visse la sua epopea:

Vado in Oriente. (…) Se la Francia ha bisogno di me (…) allora torno a casa e sono più sicuro della pubblica opinione che non adesso. Se invece la Repubblica ha fortuna in guerra, se sorge un nuovo generale par mio su cui si conta: bene, allora renderò al mondo servigi migliori stando in Oriente 19

16 E. LUDWIG, Napoleone, RCS Libri 1999, pagg. 167-168

17 J. TULARD, Napoleone. Il mito del salvatore, Rusconi 1980, pag. 13

18 E. LUDWIG, Napoleone, RCS Libri 1999, pagg. 82-83

19 ibid., pag.88

Ci sembra, quindi, che il dato dell’ambizione personale di Napoleone Bonaparte sia comunque non eludibile per una qualunque ricerca sulle sue idee più sincere.

2.

Vediamo adesso di venire al cuore del nostro discorso:

Dopo dieci anni di guerra e di rivoluzione altro non desiderava la Francia che la pace e un governo indipendente e ordinato. Il paese era stanco di confusione e anarchia, di strade in rovina e di brigantaggio endemico(…) Nello stesso circolo politico di Parigi si cominciava a capire che soltanto la spada di un soldato poteva liberare di colpo la Francia dal viluppo delle fazioni, instaurando un’epoca di ordinata libertà. 20

Napoleone Bonaparte sapeva bene che la Rivoluzione aveva liberato l’umanità e sprigionato quelle forze virtuose, fra le quali senz’altro le sue, che altrimenti sarebbero rimaste ignote al mondo e alla Storia e, così, represse; altresì, sapeva bene che la stessa Rivoluzione aveva dato vita ad un lungo periodo di lotte intestine e ad uno stato perenne di guerra che rischiavano di farla fallire miseramente in modo definitivo. Per molti era venuto il momento di concludere il processo rivoluzionario e, potremmo dire così, di ‘istituzionalizzarlo’. Il grande merito di Napoleone fu, dunque, di aver compiuto quest’opera, di avere, cioè, inciso in tutta l’Europa il sigillo della Rivoluzione e dei suoi principi universali di libertà. Avrà pur avuto un’ambizione smisurata, tuttavia davvero Napoleone non vedeva tra gli uomini differenze tali da costringerli l’un contro l’altro armati agli ordini di sovrani che amavano definirsi ‘cugini’; anzi, egli scorse in Europa la possibilità di riunirli tutti (gli uomini) sotto lo stesso principio:

)Abbiamo (

monetario unico, di pesi e di misure uguali, abbiamo bisogno delle stesse leggi per tutta Europa.

bisogno di una legge europea, di una Corte di Cassazione Europea, di un sistema

Voglio fare di tutti i popoli europei un unico popolo(

)

Ecco l'unica soluzione che mi piace 21 .

Mentre l’Ancien Régime era stato costituito da una pluralità di regni patrimoniali, autentiche proprietà private delle famiglie regnanti e come tali gestiti, il nuovo ordine si sarebbe fondato sulla Ragione che vede chiaramente l’uguaglianza tra gli uomini e la loro comune aspirazione alla libertà e ad un governo illuminato. L’impero napoleonico, quindi, non può essere considerato tout court come l’espressione di una volontà egemonica francese, piuttosto come

20 H.A.L.FISHER, Storia d’Europa, II, Newton Compton 1995, pag. 166

21 A. LAS CASES, Il memoriale di Sant’Elena, II, Milano, Rizzoli, 1928 (dal sito internet: www.cronologia.it).

un serio tentativo di radicare presso tutti gli uomini la libertà. Nella mente di Napoleone, infatti, l’espansione militare della Francia ed il suo personale successo si identificavano con la causa universale della Rivoluzione. Napoleone, dunque, era ben conscio di incarnare la Nuova Europa, il mondo della Ragione, e di combattere contro la vecchia concezione familiare del Continente. Non solo la Francia, quindi, ma l’intera Europa aveva bisogno di essere pacificata e unita. Così, una volta giunto al potere, la sua maggiore preoccupazione fu l’unità: unità del principio di governo, unità delle nazioni, unità del diritto, unità dell’impero, unità religiosa, unità degli eserciti, unità delle dinastie. Secondo Napoleone, tuttavia, il processo di unificazione non poteva coincidere mai con un incontro/fusione tra elementi diversi, bensì fu sempre una ‘riduzione all’uno’, un ricondurre tutto e tutti alla sua volontà. L’impianto istituzionale che egli fornì alla Francia e agli stati da lui costituiti fornisce un chiaro esempio di tale volontà. Il potere legislativo è frammentato in una serie di assemblee, i cui componenti sono nominati da lui medesimo, affinché sia di fatto impossibile che esse funzionino correttamente: la logica è semplice, nel conflitto perenne tra le camere, è la volontà di Napoleone ad ergersi come l’autentica volontà della Ragione al di sopra di qualunque fazione. L’amministrazione pubblica è diretta da Parigi attraverso una ramificata organizzazione, facente capo a Napoleone e incardinata su delle figure particolarmente invasive come i prefetti e i sottoprefetti; nei regimi legata alla Francia il potere è nelle mani dello stesso Napoleone – come fu nel regno d’Italia – ovvero di un suo fratello. L’azione penale è esercitata da un pubblico ministero dipendente gerarchicamente dal ministro di polizia. Il sistema di governo napoleonico è, dunque, una dittatura, ma una dittatura intesa romanamente, cioè, come regime d’eccezione e temporaneo legato a situazioni temporanee ed eccezionali. Tale sistema di governo, limitato inizialmente alla Francia, si allargò progressivamente, come fanno i centri concentrici prodotti dal lancio di una pietra in uno stagno, dapprima oltre i confini più immediati della repubblica, in seguito in tutta l’Europa conquistata, in modo da garantire ovunque il successo della Nuova Europa contro l’Ancien Régime:

«Qui non si parla né di una fusione dittatoria delle diverse stirpi, né di un sentimentale affratellamento: soltanto di interessi e di riunioni di stirpi già per sé affini» 22

A nostro modo di vedere le opere di Napoleone che maggiormente vanno nella direzione dell’unità europea sono il concordato con la Chiesa cattolica (1801) ed il codice civile (1804). Il concordato fu stipulato principalmente per un’esigenza di pacificazione interna

22 A. LAS CASES, Il memoriale di Sant’Elena, II, Milano, Rizzoli, 1928 (dal sito internet: www.cronologia.it).

della Francia, perché «per il primo console era più vantaggioso il negoziato col papa, non solo per sviare i cattolici dai Borboni, ma per consolidare l’autorità del nuovo regime» 23 ; tuttavia, quando l’impero fu proclamato, esso resuscitò il mito dell’Europa carolingia:

Era inevitabile che il nome e l’esempio di Carlo Magno affascinassero l’immaginazione del nuovo imperatore dei francesi. Napoleone sognò di essere un nuovo Carlo Magno, destinato a radunare i popoli latini e teutonici, assegnando regni e principati dipendenti ai membri della propria famiglia, trattando il papa come un cappellano, riunendo in una corte brillante una nuova classe di nobili ereditari che, dovendo tutto al suo favore, avessero interesse a sostenere il suo trono. 24

Quindi, più che mosso da puri sentimenti religiosi, che sembra non nutrisse, fu la fredda ragion di stato ad indurre Napoleone a restaurare l’alleanza con il papato. A dimostrazione di quanto ritenesse fondamentale per l’unità del suo impero la pacificazione con la Chiesa, l’Imperatore ne estese il modello progressivamente a tutti i suoi domini. Nel regno d’Italia, per esempio, fu applicato, a partire dal 1803, un concordato che viaggiava sulla falsa riga di quello francese del 1801. La pratica concordataria fu molto criticata e lo stesso concordato del 1801 trovò una forte opposizione nelle camere legislative, poiché era opinione diffusa che essa cancellasse, come un colpo di spugna, il processo d’emancipazione dell’uomo dalla religione e dalla gerarchia ecclesiastica, quelle forze, cioè, che per secoli erano state tra gli oppressori dell’umanità. Napoleone non ebbe alcuna intenzione di ristabilire l’autorità politica della Chiesa e il concordato fu finalizzato a stabilire la sua superiorità al papa.

(…)Per il Papa io sono Carlomagno, perché, come Carlomagno, riunisco la corona di Francia, quella dei Longobardi, e il mio impero confina con l'Oriente. Io intendo dunque che la sua condotta sia regolata con me su questo punto di vista. Io non cambierò nulla alle apparenze se si comporta, bene, in caso diverso ridurrò il Papa a semplice vescovo di Roma (…) 25

Ancora una volta appare difficile riuscire a distinguere l’ambizione imperiale del Generale dalla sua volontà di rispettare le sue sincere convinzioni rivoluzionarie. Napoleone fu un uomo molto tribolato (e scoprirlo mi ha fatto un certo effetto) in cui

23 J. TULARD, Napoleone. Il mito del salvatore, Rusconi 1980, pag. 169

24 H.A.L.FISHER, Storia d’Europa, II, Newton Compton 1995, pag. 178

25 Lettera del 7 gennaio 1806 al cardinale Fesch, ministro di Napoleone a Roma (fonte web)

queste due tendenze furono costantemente in conflitto. Anche in questo caso, però, egli cercò la soluzione del suo problema nell’unità, arrivando, cioè, a pensare il suo impero come il compimento definitivo di una Rivoluzione oramai non più solo francese, bensì europea. Il concordato ha avuto, secondo l’opinione di chi scrive, una duplice valenza: in primo luogo, dettato dalla necessità della pacificazione sociale, ha sanato in qualche modo il conflitto tra la Rivoluzione e la Chiesa (in qualche modo, perché di fatto il conflitto non si concluse affatto), salvando in tal modo la Rivoluzione e le sue conquiste; in secondo luogo, permettendo a Napoleone di essere incoronato con tutti i crismi dovuti, ha legittimato la sua ambizione attraverso la rievocazione dell’impero universale cristiano. Seppure ispirati da una logica diversa, molti stati nazionali, dopo la conclusione dell’avventura napoleonica, adotteranno una politica concordataria per regolare i propri rapporti con la Chiesa: mi permetterei di dire, quindi, che a Napoleone vada riconosciuto il merito di aver elaborato un modello risolutivo dei rapporti tra stato laico e chiese che ancora oggi si dimostra attuale e tale da potere conciliare due elementi, il cristianesimo e la Rivoluzione, che originariamente furono ritenuti incompatibili. Unire l’Europa attraverso il suo maggior tratto comune, la religione: ecco che inevitabilmente la strategia necessaria per l’ordine razionale del mondo cede il posto alla suggestione dell’impero ereditario, visto come baluardo della Nuova Europa contro il ritorno delle vecchie dinastie e della loro scaduta concezione del Continente e degli uomini. Fu solo a partire dal 1804, con la proclamazione dell’impero, che Napoleone iniziò a pensare che il suo ‘sistema’ avrebbe dovuto continuargli e solo a quel punto egli cercò in ogni modo di rendere indiscutibile la posizione dell’imperatore dei francesi. A tal fine, evidentemente, la sacre non gli sarebbe stata sufficiente, così nel 1810 decise di contrarre un nuovo matrimonio: la sposa scelta fu la figlia dell’imperatore d’Austria, Maria Luisa, dalla quale avrebbe avuto, l’anno successivo, un figlio di sangue reale, quindi legittimamente ed indiscutibilmente destinato ad essere imperatore alla sua morte. Napoleone, insomma, decise di fondare una dinastia e fece in modo che essa potesse essere la prima famiglia d’Europa: al genio militare nato dalla Rivoluzione volle unire la legittimità dinastica della maggiore famiglia regnante d’Europa, gli Asburgo, per saldare irrevocabilmente tutti i popoli d’Europa sotto un unico principio. Restaurando la dinastia imperiale, però, Napoleone intese anche fondare un sistema di garanzia contro l’Ancien Régime, un argine contro qualunque tentazione di tornare al passato. In forza di questo progetto, tutta la famiglia Bonaparte, fratelli e sorelle, fu promossa ai ranghi reali:

Giuseppe diventa re di Napoli e poi di Spagna, Luigi è fatto re d’Olanda, Girolamo è

posto a capo di uno nuovo stato tedesco, la Westfalia; Elisa è granduchessa di Toscana, Carolina è data in sposa a Gioacchino Murat e diventa granduchessa di Berg e poi regina di Napoli, Paolina, infine, è duchessa di Guastalla. In questo modo, Napoleone è l’unico vero imperatore: da Parigi governa in tutta l’Europa attraverso sovrani da lui stesso investiti e a lui vassalli. A questo punto, davanti agli occhi di Napoleone il quadro è chiaro:

L’Europa: una lega di stati guidati dalla Francia (…) Bisogna riunire il continente, organizzare tutte le Potenze medie e piccole sotto le aquile francesi, con un sistema democratico. Qui, dopo Austerlitz, la nuova idea assume forme definite; d’ora in poi è in potere suo raggiungere la più alta meta di un europeo: riunire l’Europa 26

L’Europa di Napoleone, quindi, è un sistema egemonico con il suo cuore in Francia; è un sistema di stati, il più possibile nazionali agli albori del XIX° secolo, con propri sovrani, i quali, però, solo formalmente sono indipendenti da Parigi, dove unica risiede la sovranità:

Il 6 maggio 1808 egli scriveva a Luigi: «Leggo nei giornali di Parigi che voi nominate alcuni principi. I re non hanno il diritto di nominare i principi; questo diritto è esclusivo della dignità imperiale» 27

Sotto il dominio napoleonico la carta geografica dell’Italia e della Germania è considerevolmente semplificata. L’Italia francese si estende da Torino a Roma con quindici dipartimenti; il regno d’Italia è amministrato da un viceré, Eugenio di Beauharnais; il regno di Napoli è affidato prima a Giuseppe poi a Murat. L’Italia è quindi impegnata in una progressiva unificazione:

l’unificazione era già a buon punto; non era ormai se non questione di tempo. L’unità

dei principi e delle leggi maturava ogni giorno più e così pure si andavano unificando le idee e i sentimenti (…)le annessioni della Francia del Piemonte, di Parma, della Toscana, di Roma, erano provvedimenti affatto temporanei e non avevano per me altro scopo che di sorvegliare, garantire e migliorare l’educazione del popolo italiano 28

) (

Un discorso analogo Napoleone faceva per la Germania, nonostante riconoscesse il duro ostacolo della famiglia Asburgo. Attraverso l’introduzione dei codici, l’istituzione dei

26 E. LUDWIG, Napoleone, RCS Libri 1999, pagg. 179-180

27 J. TULARD, Napoleone. Il mito del salvatore, Rusconi 1980, pagg. 395-396

28 A. LAS CASES, Il memoriale di Sant’Elena, II, Milano, Rizzoli, 1928, pag. 634

prefetti sul modello francese, di una riforma fiscale e dell’imposta fondiaria, gli stati italiani e tedeschi furono resi omogenei, innanzitutto fra loro e poi anche rispetto alla

Francia, e così la prospettiva dell’unificazione delle nazioni non si pose in conflitto con l’unificazione dell’Europa. Anzi, essendo i processi di autodefinizione nazionali ispirati

da un modello di riferimento ben preciso, la Francia, l’omogeneizzazione interna diventa

anche un processo che genera la definizione dell’identità dei popoli in quanto europei, attorno ai principi rivoluzionari finalmente codificati. È certo che questi processi avvennero tutti in subordinazione alla potenza francese e che gli stati europei, in quanto vassalli, pagarono caro il prezzo dell’impero con ingenti trasferimenti di ricchezza – in termini di imposizione fiscale, ma anche di “ruberie” di opere d’arte e di “programmi industriali” tutti finalizzate al consumo interno francese – tuttavia non può negarsi che l’Europa, seppur tra eventi drammatici, prese coscienza di sé proprio sotto il sistema napoleonico: se oggi i paesi europei possono parlare una comune lingua giuridica e trovare comunque agevolata la strada verso l’unità, possiamo affermare, senza timore di smentite, che il merito è in buona parte attribuibile ai codici che Napoleone volle, affinché i principi del suo governo fossero per sempre fissati.

Il codice, nella sua duplice natura di consolidamento delle conquiste rivoluzionarie e di smussamento delle loro punte più progressiste, costituisce un pilastro nella creazione del diritto moderno. Per i sostenitori della natura borghese della Rivoluzione francese, esso offre un elemento molto forte a favore della loro tesi. Mai più abbandonato , il codice ha da allora in poi rappresentato il quadro generale di riferimento per i rapporti giuridici dei cittadini tra loro e con lo Stato e ha garantito in larga misura la tutela della proprietà, della libertà, del pubblico interesse, con quel particolare ed equilibrato miscuglio che caratterizza la società borghese ottocentesca 29 .

Il codice civile di Napoleone, promulgato dopo quattro lunghi anni di elaborazione nel

1804, è senz’altro l’opera più durevole del regime napoleonico e la base, a nostro modo

di vedere, dell’attuale processo di unificazione europea. Esso si ispira ad una filosofia, la

incide sulla carta, e la diffonde definendo i due pilastri della moderna convivenza: la libertà personale e la proprietà; stabilisce che il diritto non discende più dalle varie consuetudini o da dio, bensì dalla ragione che è uguale in tutti gli uomini. Il diritto contenuto nel codice, dunque, è per definizione universale: conferma la scomparsa dell’aristocrazia, l’uguaglianza di tutti i cittadini di fronte alla legge, la laicità dello stato, la libertà personale, di impresa, di lavoro. La proprietà diventa il primo dei diritti

29 P.VIOLA, A.PROSPERI, Corso di Storia, II,Einaudi Scuola, 2000, pag. 243

naturali. La famiglia, supporto naturale dello Stato, viene rafforzata perché incarna il principio d’autorità attraverso il pater familias, il quale viene dotato di preponderanti facoltà sulla moglie e sui figli. Soprattutto, il codice stabilisce i principi della successione legittima e i modi d’acquisto della proprietà, affinché la circolazione della ricchezza non sia arrestata o limitata causando il ritorno al latifondo e all’aristocrazia. Il codice, infine, segna la definitiva acquisizione del principio della laicità dello stato: «È questo il vero significato europeo del codice civile» 30 . Napoleone ebbe immediatamente la consapevolezza di cosa rappresentasse il suo codice, ne fu particolarmente entusiasta e lo giudicò la sua più importante e duratura opera:

La mia gloria non sta in quaranta vittorie, e neppure nell'avere imposto il mio volere ai sovrani. Waterloo cancellerà il ricordo di tante vittorie, l'ultimo atto fa dimenticare il primo. Ma quello che non perirà è il mio Codice Civile(…)Io volevo istituire un sistema europeo, un Codice Europeo, una Corte di Cassazione europea; vi sarebbe stato un solo popolo in Europa! 31

E in effetti il code Napoléon è sopravissuto al suo ispiratore: esso è attualmente in vigore, oltre che in Francia, in Belgio e nei Paesi Bassi; in Italia lo fu fino al 1940, quando un altro dittatore preso da smanie da codificazione promulgò un nuovo codice civile (e, fatalità? anche quello è sopravvissuto al suo dispotico ispiratore). Con la diffusione del diritto privato francese, la Rivoluzione è finalmente al sicuro e le basi della società europea moderna sono fissate irrevocabilmente:

I grandi principi della nostra rivoluzione, enunciati alla tribuna della Francia, cementati dal sangue delle battaglie e ornati dell'alloro della vittoria, salutati dalle acclamazioni dei popoli, sono divenuti familiari tanto alle orecchie quanto alle labbra dei sovrani. Questi non potrebbero ritornare indietro. 32

Credo che, oppresso dal rifiuto dei regnanti di riconoscergli il loro stesso rango e fatto certo dell’incapacità politica dei suoi fratelli, Napoleone avesse infine capito che fondare una dinastia non gli sarebbe bastato; certamente il codice sarebbe durato a lungo, eppure non sarebbe stato ancora sufficiente:

)Abbiamo (

bisogno di una legge europea, di una Corte di Cassazione Europea, di un sistema

30 H.A.L.FISHER, Storia d’Europa, II, Newton Compton 1995, pag. 175

31 A. LAS CASES, Il memoriale di Sant’Elena, II, Milano, Rizzoli, 1928 (dal sito internet: www.cronologia.it).

32 Fonte web

monetario unico, di pesi e di misure uguali, abbiamo bisogno delle stesse leggi per tutta Europa.

Voglio fare di tutti i popoli europei un unico popolo

Ecco l'unica soluzione che mi piace 33 .

In definitiva, penso che sia possibile affermare che per Napoleone l’Europa avrebbe dovuto essere una lega, un’associazione di repubbliche libere e sovrane, qualcosa, forse, di simile al progetto mazziniano. Al tempo in cui Ei visse ed operò, Napoleone non vide, e in effetti non c’erano, le condizioni per la realizzazione di tale progetto a causa dell’immaturità politica e sociale di quelle realtà che non erano la Francia. In tal senso, la Francia assume la direzione della Rivoluzione europea e attende che la sua opera pedagogica giunga a compimento attraverso l’esercizio temporaneo di poteri d’emergenza. Napoleone aveva visto bene quando antepose alla semplice unificazione delle nazioni la diffusione degli strumenti che la Rivoluzione aveva definito per la Francia: non di una unificazione forzata si sarebbe trattato, condotta dall’alto e mal intesa presso i popoli, bensì di un processo di omogeneizzazione giuridica, culturale, sociale, economica che solo alla fine avrebbe dato il suo frutto: l’unità d’Europa. L’emergenza o il sogno alessandrino impedirono a tale progetto di concretizzarsi? Non ci è dato saperlo; di fatto, però, Napoleone rappresenta una tappa fondamentale e spesso dimenticata nella definizione dell’idea d’Europa.

33 fonte web

Conclusioni

Concludere non è affatto facile e ci rendiamo conto di essere stati a tratti incoerenti. Abbiamo iniziato il nostro lavoro mostrando il problema di come penetrare nell’anima e nella mente di un uomo di potere come Napoleone, della sua tendenza a mentire, probabilmente anche sul letto di morte, e a cercare ossessivamente una giustificazione per le proprie gesta e per i propri pensieri…e non ci sembra di averlo risolto. A poco a poco abbiamo scoperto che il suo ambizioso sogno imperiale si coniugava vieppiù con la responsabilità storica di difendere la Rivoluzione mediante la sua diffusione, nella convinzione che essa avesse un carattere non solo francese, ma universale. Non che l’ambizione scomparve: Napoleone sentì di essere investito di un’importantissima missione e sempre cercò di mettere la sua ambizione al servizio della Storia, in ciò essendo facilitato dalla sua personale opinione di incarnare perfettamente la figura del homo novus che crea nuovi regimi e fa sorgere l’ordine ed il progresso dal caos. SERGIO ROMANO scrive che il sistema napoleonico crollò a causa dell’arroganza del nazionalismo francese. Ci permettiamo di dissentire su questo punto, argomentando che davvero Napoleone fu il prototipo dell’uomo europeo. Egli non fu mai sinceramente francese, ripudiò la sua Corsica, e a lungo non si fece problemi di portare un cognome italiano (originariamente Buonaparte, poi modificato in Bonaparte); considerò sempre l’Italia e la Germania sue terre tanto quanto la Francia. La sua non fu una politica nazionalista, fu semplicemente una politica imperiale, che senz’altro giovò soprattutto alla Francia, ma che non fu animata da un particolare attaccamento ad essa. Ripeto: ogni causa sarebbe stata buona per la sua personale fame di gloria. Il nazionalismo gli fu estraneo semplicemente perché egli non aveva una nazione. La Corsica, forse, ma non la Francia. Del nazionalismo altrui, invece, egli morì, di quello stesso nazionalismo, cioè, che la sua politica imperiale aveva provocato presso le popolazioni che un giorno lo accolsero quale liberatore, e infine lo cacciarono quale despota. Napoleone aveva, comunque, un’idea dell’Europa e penso che fosse sincero quando dichiarava che la sua avrebbe voluto essere solo una dittatura temporanea, e lo fu di quella sincerità che è tipica di chi si dibatte tra il sogno, l’ideale e la contingenza. Il sogno: l’Oriente; l’ideale: la pace e l’unità dell’Europa rettamente governata dai principi della Ragione; la contingenza: la Rivoluzione in pericolo, la necessità della guerra di conquista e di un’unità fittizia attorno a Parigi e ad una fittizia famiglia imperiale. Come

sarebbe stata l’Europa non possiamo, allora, dirlo; cosa fu, invece, sì. L’Europa di Napoleone fu un sistema, non mi viene altra parola, in cui la Francia, occupando la parte centrale, giocava un ruolo d’egemonia in quanto culla della Rivoluzione. Tale sistema si compose, oltre che del suo centro, di una serie di stati creati dallo stesso Napoleone – i quali semplificavano enormemente il quadro degli stati europei – che verso la Francia dovevano l’obbedienza tipica del vassallo. Che questo sistema fosse dettato dall’emergenza è quello che Napoleone vuol far credere e noi possiamo credergli, perché in fondo senza una Rivoluzione da salvare è pensabile che non ci sarebbe stato alcun Napoleone. È dunque impossibile confondere il sogno napoleonico con il delirio hitleriano. La dottrina dello ‘spazio vitale’, che è a fondamento dell’espansionismo tedesco degli anni ’30, ha una base razzista che in Napoleone non esiste affatto. Napoleone è figlio dell’età dei Lumi, conosce la vera essenza degli uomini, la Ragione, e su questa base da vita ad una forma di potere ‘ordinato’ che, per quanto assumesse tratti dispotici intollerabili, giammai arrivò a praticare l’odio e la violenza gratuita. La violenza razzista, poi, è il frutto di una concezione degenerata del nazionalismo che non poteva mai realizzarsi in Napoleone per i motivi che abbiamo poc’anzi spiegato. Per quanto oppressivo nei confronti dei vassalli potesse apparire il sistema napoleonico, esso non tese mai ad innalzare il popolo francese, magari attraverso una rivisitazione mitica e fantasiosa degli albori dell’umanità, ad una dignità superiore rispetto agli altri e tali da giustificare una divisione netta tra un ‘popolo signore’ ed un vasto popolo di schiavi. Infine, mancò in Napoleone il delirio millenarista che fu la forza della suggestione nazista: Napoleone, infatti, intendeva il suo come un regime nel tempo limitato. Limitato da che? Dalla maturazione dei popoli europei e delle nazioni. «Il secolo XIX ebbe il compito di creare le condizioni preliminari fondando le nazioni, il secolo XX comincerà ad attuare la mia idea» 34 , così dettò a Las Cases il Generale Bonaparte, il quale, evidentemente, non finisce mai di stupirci per la sua acuta lungimiranza. L’Europa che ha iniziato durante gli anni Cinquanta del XX°secolo quel processo di unificazione che è ancora in atto è proprio l’Europa degli stati nazionali sorti nel XIX° secolo. A quale conclusioni quel processo condurrà i popoli d’Europa non ci è dato saperlo – federazione, confederazione, Europa dei popoli, altro? – nondimeno l’impronta del Generale in tale processo si avverte pesantemente. Si è ripetutamente sottolineata l’importanza del codice civile del 1804 in relazione all’omogeneizzazione giuridica dell’Europa napoleonica; altresì, si è parlato dei principi di libertà personale, d’impresa e di lavoro, di laicità dello Stato e di uguaglianza di fronte alla legge: ebbene, nessuno può negare che detti principi siano i pilastri dell’attuale Unione Europea; «L'Europa sarebbe diventata di

34 A. LAS CASES, Il memoriale di Sant’Elena, II, Milano, Rizzoli, 1928 (dal sito internet: www.cronologia.it).

fatto un popolo solo; viaggiando ognuno si sarebbe sentito nella patria comune» 35 , che altro non è se non l’espressione del principio di libertà di movimento. I principi fondamentali della struttura giuridica dell’Unione Europea, quindi, sono tutti contenuti nel code Napoléon. E non finisce qui. Sfogliando le pagine del memoriale di Las Cases, mi sono imbattuto in questo passo:

E ho inteso più volte il nostro augusto compagno in varie occasioni, ripetere che egli avrebbe voluto un istituto europeo e dei premi europei per incoraggiare, dirigere e coordinare tutte le associazioni scientifiche d’Europa; avrebbe voluto ancora per tutta l’Europa l’uniformità della moneta, dei pesi e delle misure e una legislazione ovunque uniforme. “Perché – si chiedeva – il mio codice Napoleone non avrebbe potuto servire di base a un codice europeo, e la mia Università Imperiale divenire una università europea? Facendo così avremmo veramente unita l’Europa in un’unica famiglia, e ciascuno, viaggiando, si sarebbe sempre trovato come in casa sua(…) 36

A nostro giudizio questo passo è molto importante, perché, oltre a sottolineare degli aspetti che abbiamo già ripetutamente presentato, ci mostra la chiara previsione dei futuri scenari europei: l’unificazione monetaria, l’uniformità dei pesi e delle misure, una legislazione comune, un mondo universitario e scientifico comune. Dell’unificazione monetaria gli stati europei hanno iniziato a parlare con convinzione solo a partire dalla fine degli anni Settanta, per poi decidere l’approdo a questo lido solo nel 1992: la moneta unica europea, denominata appunto euro, ha iniziato ad avere corso legale nel 2002. L’uniformità dei pesi e delle misure può apparire, al giorno d’oggi, una proposta comica, ma tale non era all’epoca di Napoleone, quando in ciascun regno, anzi, in ciascun feudo esistevano spesso consuetudini, pratiche e strumenti diversi di misurazione: tutto questo, non facilitando affatto il commercio, fu a lungo un motivo del prevalere di società chiuse e reciprocamente diffidenti, di popoli, in ultima analisi, più indotti a risolvere le contese con la guerra piuttosto che con il confronto e lo scambio sia culturale che commerciale:

Possano i re comprendere che in Europa non vi è più materia per mantenere l'odio tra le nazioni. I pregiudizi spariscono, gli interessi si allargano, le vie commerciali si moltiplicano. Non è più possibile a nazioni alcuna affermare il monopolio commerciale. 37

L’uniformità in questo settore fu raggiunta durante l’epoca del Positivismo (se non ci

35 Vedasi Nota 4

36 A. LAS CASES, Il memoriale di Sant’Elena, II, Milano, Rizzoli, 1928, pag. 655

37 fonte Web

inganniamo), ma ciò che importa notare è che Napoleone avesse compreso quale rilevanza avesse la cosa finanche sulla pace europea. Per quanto attiene alla legislazione comune è facile osservare che oramai i nostri ordinamenti nazionali prevedono tra le loro fonti normative il diritto comunitario, che, come nel caso dei regolamenti, è da considerarsi di rango superiore alla stessa legge ordinaria nazionale. Addirittura, il trattato che adotta una costituzione europea prevede l’istituzione della Legge Europea. Se il sogno di avere una legislazione comune a breve sarà perfettamente realizzato, quello di avere una Corte di Cassazione europea è sostanzialmente divenuto realtà con l’istituzione della Corte di Giustizia. Al riguardo dell’università e delle associazioni scientifiche europee è facile vedere nei vari progetti Erasmus, Socrates, e via dicendo, e la fondazione di un’agenzia spaziale europea e di varie altre forme di collaborazione un considerevole sforzo verso una maggiore unità accademica e scientifica. Infine, un ultima citazione:

Diversa era la scuola del liberale Fox. Con lui ci saremmo accordati per la costruzione del nuovo edificio d’Europa: l’emancipazione e l’indipendenza delle varie nazionalità, i nuovi principi per la sicurezza, l’ordine e la libertà, ne avrebbero gettate le salde fondamenta. Non si sarebbe avuto in Europa che una sola flotta, un solo esercito; i nostri sforzi comuni, gli interessi che amichevolmente si porgevano la mano per aiutarsi e proteggersi, avrebbero costituito una provvista destinata a versare sui popoli i massimi beni: la tranquillità, la ricchezza, il progresso, doppiamente tutelati dalla persuasione, dalla forza e dall’impossibilità di nuovi conflitti. Era questo un dominio morale magnifico che avrebbe fatto abbassare le armi e impedite le competizioni sanguinose: l’Europa felice avrebbe presentato l’equilibrio pacifico e mirabile di una vasta confederazione di stati che si prefiggevano per l’avvenire della civiltà, uno scopo comune. Ah sì, quanto male fatto, quanto bene mancato! 38

(Il ‘Fox’ in questione è il capo dell’opposizione liberale inglese, con cui Napoleone pensava di potersi accordare qualora fosse riuscito a divenire primo ministro in Inghilterra…non Napoleone, quell’altro…Fox!) La conclusione definitiva di questo elaborato è che difficilmente capiremo se Napoleone sia stato un condottiero solitario o un precursore dell’Unione Europea: continuo a pensare, visto l’ossessionante pensiero di fondare una dinastia, che la sua ambizione lo abbia fatto essere innanzitutto un condottiero solitario e solo dopo, già che c’era, un ideatore di scenari futuri ed innovativi per l’Europa. Tuttavia, Napoleone serbò sempre nel suo petto un cuore giacobino. Penso che Napoleone avesse chiaro, con il pessimismo tipico dell’eroe romantico, che tutte le grandi cose hanno da finire e da svariate fonti s’apprende come egli sapesse benissimo che imprese come le sue non

38 A. LAS CASES, Il memoriale di Sant’Elena, II, Milano, Rizzoli, 1928, pag. 458

avessero più spazio nella storia che gli uomini stavano scrivendo. Napoleone seppe che nessuno tra i suoi eredi, se mai ne avesse realmente avuto uno, avrebbe potuto conservare il suo sistema. Arresosi di fronte a questo pensiero, finì col vedere con incredibile precisione, da ben lontano, ciò che sarebbe accaduto negli anni a venire, cioè, la formazione delle nazioni, prima di tutto, e la loro unione in una lega, una confederazione, una federazione o qualunque altra cosa che producesse irreversibili forme di associazione tra gli europei, in seguito. Non credo che sia stato un europeista: di certo c’è che Napoleone fu il prototipo dell’uomo europeo e che la sua avventura e la sua opera hanno di fatto concretamente creato, sotto molti punti di vista, l’Europa in cui noi oggi viviamo.

RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI

E. COLLOTTI, Hitler e il nazismo, Giunti casterman, 1994

G. DE ROSA, Età Moderna, Minerva italica,1989

H.A.L.FISHER, Storia d’Europa, II, Newton Compton 1995

A. LAS CASES, Il memoriale di Sant’Elena, II, Milano, Rizzoli, 1928

E. LUDWIG, Napoleone, RCS Libri, 1999

S. ROMANO, Europa. Storia di un idea,Longanesi & C., Milano, 2004

J. TULARD, Napoleone. Il mito del salvatore, Rusconi, 1980

P.VIOLA, A.PROSPERI, Corso di Storia, II,Einaudi Scuola, 2000

Fonte Web www.cronologia.it