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IL FOGLIO Redazione e Amministrazione: via Carroccio 12 – 20123 Milano. Tel 02/771295.1 quotidiano Sped.

IL FOGLIO

Redazione e Amministrazione: via Carroccio 12 – 20123 Milano. Tel 02/771295.1

quotidiano

Sped. in Abb. Postale - DL 353/2003 Conv. L.46/2004 Art. 1, c. 1, DBC MILANO

- DL 353/2003 Conv. L.46/2004 Art. 1, c. 1, DBC MILANO ANNO XVI NUMERO 245 DIRETTORE
- DL 353/2003 Conv. L.46/2004 Art. 1, c. 1, DBC MILANO ANNO XVI NUMERO 245 DIRETTORE

ANNO XVI NUMERO 245

DIRETTORE GIULIANO FERRARA

MARTEDÌ 18 OTTOBRE 2011 - 1,30

Le fasi dello scambio

Alato del negoziato per Shalit, Hamas tratta per tornare a casa in Egitto

I detenuti più pericolosi andranno in esilio. Il gruppo di Gaza molla la Siria e si riavvicina ai Fratelli musulmani

La decisione dell’Alta corte

ai Fratelli musulmani La decisione dell’Alta corte Il Cairo, dal nostro inviato. Ha- mas molla Damasco

Il Cairo, dal nostro inviato. Ha- mas molla Damasco e torna alle origini egiziane. Tra i tanti accor- di sottobanco che assieme fanno il negoziato per la restituzione del

DI DANIELE RAINERI

soldato israeliano Gilad Shalit in cambio

di mille prigionieri palestinesi, c’è anche

un nuovo patto tra l’Egitto e Hamas. Il go- verno del Cairo ha promesso al gruppo di Gaza, o meglio, alla sua leadership in esi- lio pericolante in Siria, la possibilità di trasferirsi nella capitale egiziana in cam- bio di flessibilità nelle trattative appena concluse con Israele. Il capo di Hamas, Khaled Meshaal, è già al Cairo da una set- timana, ufficialmente per seguire da vici-

no la fase finale del grande scambio, in realtà per parlare del trasloco definitivo di tutto il centro di comando e controllo del gruppo in Egitto. Meshaal, che ha passa- porto giordano ma non può rientrare in Giordania perché sarebbe arrestato, d’ora

in poi – dicono al Cairo – “mangerà meno

shawarma siriane e più kosharì”, il mici- diale impasto di pasta, riso e legumi che

alimenta mezzo paese con un trionfo di

carboidrati a prezzo irrisorio. Il capo del-

le

Brigate Ezzedine al Qassam, l’ala milita-

re

del gruppo, Ahmed Jabari, è già al Cai-

ro

da tempo imprecisato. Durante i collo-

qui con gli egiziani, secondo il giornale israeliano Haaretz, ha respinto due volte

l’offerta del capo dello Shin Bet, il servi- zio segreto di Israele, Yoram Cohen, dispo- sto a scendere in Egitto per un faccia a fac- cia personale. Se l’Alta corte di Israele non ha accetta-

to all’ultimo minuto le quattro petizioni dei

famigliari delle vittime del terrorismo che vogliono bloccare la liberazione, oggi lo scambio comincerà con la consegna dentro Gaza del caporale, ieri promosso a sergen-

te maggiore, Shalit a un rappresentante

della Croce Rossa o a un ufficiale egiziano. Subito Israele libererà 27 detenute, come

prima tranche. Quindi l’israeliano sarà portato al valico di Rafah e su territorio egiziano, dove resterà 15 minuti, il tempo di trasferirlo in Israele. In quell’intervallo co- minceranno le scarcerazioni dei palestine- si. Non tutti saranno restituiti alle loro ca- se. I più pericolosi della lista saranno con- segnati a paesi terzi, dove resteranno sen-

za poter tornare per un periodo di tempo

non definito.

(segue a pagina quattro)

Messaggere di morte

Colte, fanatiche, fiere del martirio. Ecco le “spose della Palestina” che Israele libera per riavere Shalit

Roma. Israele ha amnistiato un totale di

924 ergastoli per avere indietro il soldato Gilad Shalit. Fra i nomi della lista dei 477 detenuti palestinesi che Gerusalemme s’appresta a scarcerare ci sono guerriglie-

ri invecchiati come Nail Barghouti, in car-

cere da trent’anni, o Abed al Hadi Ganaim, che nel 1989 scaraventò un autobus israe- liano da un dirupo, uccidendo sedici perso- ne. Svettano le menti di alcuni degli atten- tati più sanguinosi: Walid Anajas uccise una dozzina di israeliani al Moment Café di Gerusalemme; Abdul al Aziz Salaha fece a pezzi due riservisti israeliani a Ramallah (sue le mani sporche di sangue mostrate da una finestra ai fotografi); Nasser Yataima è autore dell’eccidio di trenta sopravvissuti all’Olocausto al Park Hotel di Netanya; Mu- sab Hashlemon ha sedici ergastoli per aver spedito kamikaze a Beersheba; Ibrahim Jundiya ha firmato attacchi a Gerusalem- me; Fadi Muhammad al Jabaa ha diretto la strage in un autobus di Haifa; Husam Ba- dran ha ucciso venti ragazzini russi al Dolphinarium di Tel Aviv e quattordici per- sone al ristorante Matza. Poi ci sono i fon-

datori dell’ala militare di Hamas (Zaher Ja- barin e Yihya Sanawar), i cecchini che han-

no sparato ad automobili, uccidendo fami-

glie con bambini, e i “pugnalatori” che han-

no ucciso a mani nude. Ma le storie più ag-

ghiaccianti sono quelle delle ventisette donne. Le “mantidi palestinesi”, madri di fami-

glia, ragazze col sorriso e laureate fanati- che che hanno scontato la pena all’Hasha- ron, il carcere di massima sicurezza detto “la tomba vivente”. Sulla stampa israeliana sono note come “le messaggere della mor- te”. Alcune indossano abiti lunghi e mani- che chiuse al polso, come prevede l’islam. Altre, specie le militanti di Fatah, vestono all’occidentale. In arabo è la “istishha- diyah”, la versione femminile del martirio.

Il giornale egiziano al Ahram evoca la “Gio-

vanna d’Arco palestinese”. Lo Shin Bet, il

servizio segreto interno d’Israele, ha sco- perto che il 33 per cento di loro è laureato

e il 39 diplomato con ottimi voti. Le chiama-

no

“spose della Palestina” e “più pure del-

le

api”.

(segue a pagina quattro)

CRISTO NON E’ DEMOCRISTIANO

Grande discorso di Bagnasco, dopo le scoppole ai comportamenti privati di Berlusconi. No al trascinamento della chiesa in spallate politiciste o vaghezze solidariste. I vescovi in campo per le cose che contano: la vita e la bioetica, per esempio. Sulla scia di B-XVI

G randissimo discorso di Angelo Bagna- sco, cardinale e presidente della Confe-

renza episcopale italiana, ieri a Todi. Lo stesso presule che ha di recente duramen-

te condannato Berlusconi per i comporta-

menti emersi dalle intercettazioni, denun- ciate peraltro anch’esse come degenerazio- ne della giustizia, ha messo un fermo tom- bale alle grandi e piccole manovre per ri- fare una specie di Democrazia cristiana, per trascinare la chiesa italiana in uno

scontro fra schieramenti, che il cardinal Ruini aveva evitato per decenni guada- gnando l’autonomia dei movimenti e delle idee giovanpaoline e bene- dettine. Il passaggio di fase, secondo molti ap- paratcik neodc, avrebbe suggerito di aprire ades- so, a copertura, il capito-

malamente radicalizzata, pronta ad allear-

si

con gli opportunisti terzopolisti alla Casi-

ni

e alla Pisanu, per fare squadra partitica

sulla pelle della dottrina dei cristiani veri.

E i cattolici o simil cattolici del Pdl, Cl go-

vernativa compresa, non devono per questo

rallegrarsi in modo settario: la chiesa dice quel che ha da dire, ed è molto, sia quan-

do

è insoddisfatta, come noi del resto, del-

le

politiche pubbliche del governo Berlu-

sconi, e di qualche deriva privata che tale avrebbe dovuto restare, materia per il con- fessionale e poi per sincere scuse pubbli- che mai pervenute, sia quando im- pedisce a vecchie concezioni po- litiche di risorgere impro- priamente, e con effetti devastanti, all’insegna della lotta faziosa contro Berlusconi. Confermia- mo, ma stavolta alla luce

parole estremamente

chiare nel loro profeti- smo etico, pronunciate dal capo dei vescovi ita-

di to,
di
to,

lo della questione sociale

(quoziente familiare, po- vertà, accoglienza come

orizzonte unico, seppelli-

ti

ta

nello spazio pubblico sulle questioni non nego- ziabili della bioetica mo- derna e postmoderna). Niente da fare. Il capo dei vescovi va a Todi, che alcuni avrebbero voluto

fosse il laboratorio del- la spallata politica di corto respiro, e rovescia com- pletamente la frittata. Con grande piacere intellettuale e per dir così spirituale questo giornale accoglie laicamente, ma l’aveva previsto parlando dei “delusi imminenti da Bagnasco”, un pensiero antropologico ribadito con i chio-

di della Croce, espressione forte ma che si-

gnifica: Cristo è un maestro di giustizia e un redentore dei peccati, non l’assistente o il portaborse di politici ambiziosi e di opera- tori sociali che non sanno unire l’accoglien-

za agli immigrati all’accoglienza alla vita

i grandi temi della lot-

culturale dei cristiani

liani: la ricchezza di un’Italia eccezionale ri- spetto al disordine men- tale e psicologico dell’oc- cidente ultrasecolarizza-

e fanaticamente laici-

sta, è una ricchezza co-

mune, non ha partito. E sta ai diversi schie- ramenti laici cercare

di farne tesoro con le giuste politiche. Viene una conferma di questo punto di

vista

certi toni un po’ vecchi e qualche equivo-

co ma sostanzialmente giusto, e firmato da

alcuni prestigiosi intellettuali della sini- stra postcomunista (i Tronti, i Vacca, i Bar-

cellona, i Sorbi e altri). Dicono che sono in- teressati fondamentalmente a un dialogo sulle cose che contano nel XXI secolo, cioè sulla bioetica e sui grandi comportamenti collettivi in una società aperta, in cui sono

in crisi amore, matrimonio, famiglia, pro-

anche da un documento ben fatto, con

nascente, in un occidente piagato dalla de-

verità, e dalla sordità morale verso l’abor-

creazione, rispetto della vita umana, piut-

costruzione dell’amore e della carità nella

tosto che dettagli. Pubblichiamo nel Foglio questi due do-

to

e altre forme di manipolazione estrema

cumenti. E sopra tutto lo straordinario ma-

e

annientatrice della vita umana. I vescovi

nifesto di vitalità, emendata dal tempo e

non sono e non saranno, e con loro le par-

dai fatti ma non rinnegata, dello stile e del

rocchie e i volontariati cattolici che ieri il direttore del Corriere della Sera preconiz- zava inclini a chiudere il capitolo dei cri- teri di vita per aprire quello del dopo Ber- lusconi (figuriamoci!), agenzie di politica partitica. Un colpo devastante a chi fa del-

modo di vedere le cose di uno dei più straordinari cardinali del secolo scorso, quel Camillo Ruini che in nome del lavoro con due papi (Giovanni Paolo II, Benedet- to XVI) ha inventato un nuovo modo di es- sere, dovunque si sia, cristiani e laici. Con

la

gloriosa tradizione storica democristiana

la

argomentata controfirma di un solido e

e

miare oggi il cattolicesimo facinoroso dei

popolare uno strumento callido per pre-

severo e attento cardinal Bagnasco, sulla scia del viaggio filosofico di Bene-

severo e attento cardinal Bagnasco, sulla scia del viaggio filosofico di Bene-

progressisti alla Bindi, gente perbene ma

detto XVI a Berlino.

Moody’s a Todi. Giù il rating della Dc

“Soggetto prepolitico, battaglia etica”. Molti delusi. No terzo polo

Todi. Chi voleva buttarla in partito, e co-

stra identità, i nostri valori”. Un impegno

struire attorno al mondo cattolico lo sche-

di

lobbying in perfetta continuità di vedu-

ma di manovre politiciste, è rimasto delu-

te

con gli ultimi decenni seguiti alla fine

so. Doccia gelata per i todini, le associazio-

della Dc. Il tema non è “dove andiamo do-

ni cattoliche solidariste e Pd, che auspica-

mani, in quale partito o in quale polo”. Ma

vano un soggetto vescovile che mettesse fi-

è:

nalmente in soffitta anni di battaglia sui va- lori “non negoziabili” e di pluralismo nel-

“Da dove partiamo per contare di più”. Le velleità di tradurre questi concetti di-

rettamente in partito, e opporre il quozien-

la

presenza politica è stata servita di primo

te

familiare alla lotta culturale, sono sva-

mattino direttamente dal cardinale Ange-

nite. Erano ballon d’essai gonfiati dall’e-

lo

Bagnasco, presidente della Cei. Il nostro

sterno, dal gruppo Repubblica e strana-

impegno, ha detto mentre i seminaristi sor-

mente anche dal Corriere della sera, gior-

seggiavano il caffè gentilmente offerto dai francescani del convento di Montesanto, è “prepolitico” e soprattutto non può nasce- re al di fuori “di valori” gerarchicamente

nale ex ruiniano. Anche Raffaele Bonanni dice di non volere la fine del governo Ber- lusconi che tra l’altro, ha ricordato ieri Maurizio Sacconi, “ha garantito nel corso

costituiti. Perché c’è “una concezione an-

di

questi anni una regolazione pubblica

tropologica – Bagnasco ha ricordato su tut-

coerente con la tradizione cristiana”. Dice

ti

il tema della vita e della sua indisponi-

Bonanni: “Non vogliamo andare al voto an-

bilità dal suo inizio sino al suo naturale compimento – che la chiesa non vuole e non può negoziare”.

che perché il quadro che si ripresentereb- be è il medesimo. Ma siamo consapevoli che questo governo probabilmente non ce

Aveva visto lungo pochi giorni fa il fon-

la

fa. Servirebbe qualcosa di nuovo. Ma il

datore di Sant’Egidio, Andrea Riccardi,

nostro impegno è oggi soltanto quello di

quando diceva che il raduno di Todi non avrebbe fondato “nessuna nuova Democra- zia cristiana”. Nel pomeriggio, dopo un in- contro a porte chiuse, ne ha preso atto per primo il portavoce del Forum che ha orga-

contare di più in questa lunga fase di ri- composizione. In questo senso ciò a cui puntiamo è a una nuova legge elettorale che reintroduca la preferenza”. Modesto. L’attenzione dei vertici della chiesa aiu-

nizzato il raduno di Todi, Natale Forlani:

ta

invece “un forte e profondo movimento

“Non abbiamo intenzione di fare nessun

culturale capace di cambiare il paese par-

partito cattolico. Il nostro è un magazzino

tendo dal territorio”. Lo dice Carlo Costal-

dal quale far uscire un soggetto di aggrega-

li

del Movimento cristiano lavoratori, a To-

zione che sia capace di influenzare l’agire

di

per fare “un percorso che vuole lancia-

politico, un soggetto dunque prepolitico, un

re

ponti per includere e non per esclude-

passo indietro la militanza politica, la cui

re”. Perché “chi si chiude nel fortino de-

bussola resta soltanto una: i nostri valori.

gli

attuali partiti rischia di essere travolto”.

C’è una gerarchia di valori da difendere ed

Domenico Delle Foglie, ex portavoce del

è

il motivo per cui siamo qui. Siamo catto-

Family Day e oggi presidente del Coper-

lici, abbiamo una dottrina chiara alla qua-

com, ruiniano doc, spiega che “occorre

le ispirarci e questa ci unisce. Era da pri-

ma degli anni 70 che il mondo cattolico non riusciva a stare insieme sui valori (boom! e il referendum sull’ingegneria biologica? ndd). In questo senso il raduno odierno è una novità enorme. Oggi è chiaro che il ter- reno sul quale i cattolici vogliono lavorare sono i valori ‘irrinunciabili’ che non posso- no essere scissi da nessun impegno socia- le”. Resta che per tutti il quadro politico è in “scomposizione”. E nella ricomposizio- ne i cattolici intendono contare. Ma voglio- no farlo senza cedimenti e compromessi su

“ciò che abbiamo di più caro, ovvero la no-

uscire dagli schemi partitici”. “La novità di questo raduno è che “i cattolici finalmen-

te insieme intendono portare avanti una ri-

voluzione culturale basata su una gerar- chia di valori chiari”. Quest’estate tra i pri-

mi a parlare di Todi uscendo dagli schemi

della militanza partitica è stato su Avveni-

re il rettore della Cattolica Lorenzo Orna-

ghi, che oggi dice: “Poiché i valori per orientare e alimentare l’azione politica ab- bisognano di strumenti, la riflessione va ol- tre il tradizionale strumento del partito. I cattolici sono ciò in cui credono, e questo Bagnasco l’ha detto definitivamente”.

OGGI NEL FOGLIO QUOTIDIANO

LA DC E’ UN’ANTICAGLIA

IL CARDINAL BAGNASCO liquida

le attese degli apparatcik neodemo- cristiani. Il grande equivoco dei gior-

naloni

(negli inserti II e III)

Oltre Renzi c’è di più Scissioni in vista. Bersani e i grossi guai del Pd

Oltre Renzi c’è di più

Scissioni in vista. Bersani e i grossi guai del Pd al sud

Il caso Emiliano, le minacce sicule e le ultime “trappole” per il segretario

Bersani e i grossi guai del Pd al sud Il caso Emiliano, le minacce sicule e

Pd uno e bino. Matteo Renzi ha convoca-

to la sua iniziativa a Firenze per fine otto-

bre. Nello stesso weekend il Partito demo- cratico ha convocato una convention dei

PASSEGGIATE ROMANE

giovani a Napoli. Non è la prima volta che accade. Già la prima volta, quando il sin- daco di Firenze aveva aperto la prima Leo- polda, il leader del Pd gli aveva risposto con un’assemblea dei circoli. Normale che ora Renzi sia arrabbiato: “Mai vista una

contro programmazione di questo tipo”. Bersani, però, preferisce non rispondergli direttamente, per non alienarsi parte del suo elettorato. Perciò preferisce mandare

i suoi a dire. “L’iniziativa di Napoli era in programmazione da tre mesi”. Non ci cre-

de nessuno, ma poco importa: quello che

interessa al segretario del Pd è evitare la polemica diretta con Renzi.

Leopolda in vista. E a proposito di Renzi,

il rischio che si vada a votare nella prima-

vera del 2012 lo ha reso più cauto. Tanto che ieri ha dichiarato che non intende par-

tecipare alle primarie. Di più: ha detto di non averlo mai voluto fare. Una bugia, giu- stificata dal fatto che se si andrà al voto in fretta e furia non c’è modo per nessuno di scalzare Pier Luigi Bersani come candida-

to premier. E siccome il rischio di voto an-

zitempo sembra farsi concreto tutti i com-

petitor del segretario si defilano, dalla Bin-

di a Renzi. Il che non deve assicurare il lea-

der del Pd, perché sia la presidente del

partito che il sindaco di Firenze sono pron-

ti a rimettersi in gioco nel caso in cui le ele-

zioni non saranno nella prossima primave-

ra. Di più: ritengono di non essere del tut-

to fuori gioco nemmeno adesso: dipende

dagli esiti dell’indagine che riguarda Filip-

po Penati, o, almeno, così loro ritengono.

Le conseguenze dell’Anci. Michele Emi- liano è a dir poco arrabbiato con il suo par- tito. Il Pd lo aveva candidato alla presiden-

za dell’Anci, poi, di fronte ad alcune resi-

stenze e perplessità, la segreteria Bersani non c’ha pensato un attimo a fare dietro front. Ora il sindaco di Bari intende ricam-

biare la cortesia e medita di lasciare il Pd per entrare nel movimento che il sindaco

di Napoli De Magistris ha intenzione di

mettere in piedi nel sud d’Italia.

Il senso della Borsellino. Ancora più a sud: nella Sicilia, per l’esattezza. Anche qui il Partito democratico è uno e bino. Nel senso che i boss locali, da Antonello Cracolici a Giuseppe Lumia, si sono messi

in

società con Raffaele Lombardo e voglio-

no

che il Pd partecipi a pieno titolo al go-

verno regionale. Il segretario regionale del Pd, Lupo, ha cercato di contrastarli, ma non c’è riuscito. Sono troppe le poltrone da conquistare e troppi gli appetiti da soddi- sfare. Di fronte a questa situazione appa- rentemente non risolvibile, Pier Luigi Ber-

sani ha tentato la mossa del cavallo: la can- didatura di Rita Borsellino alle elezioni amministrative di Palermo. Apparente- mente le due cose non hanno un nesso, ma

in realtà sono strettamente collegate. La

Borsellino, infatti, è una delle più batta- gliere oppositrici della giunta Lombardo:

candidare lei significa sconfessare le ma- novre del Pd filogovernatore. Se la Borsel- lino, alla fine, dovesse accettare, al grup-

po del Pd favorevole a Lombardo restereb-

bero due strade: fare dietro front o rompe-

re con il partito ed entrare nell’Mpa. Un’i-

potesi, quest’ultima, che farebbe sorride-

re, se non fosse che un pezzo del Pd sta ve-

ramente meditando l’addio.

potesi, quest’ultima, che farebbe sorride- re, se non fosse che un pezzo del Pd sta ve-

Discorso amoroso

“La trama del matrimonio” di Jeffrey Eugenides, ovvero come Jane Austen trionfa su Barthes

P er scoprire di cosa stavano parlando tutti, negli anni Ottanta in America,

bisognava iscriversi a Semiotica 211. I partecipanti al corso erano dieci, e ave-

DI ANNALENA

vano un’aria così spettrale “che il colo- rito sano di Madeleine sembrava sospet- to come un voto a Reagan”. Bisognava parlare di destrutturalismo e dire: “Der- rida è un dio”. Madeleine amava Jane Austen, le sorelle Brontë e voleva diven- tare “una vittorianista”, ma nel 1982 ave- va le idee confuse e temeva di sembrare una superata secchiona sciatta, con le di- ta sporche d’inchiostro. Quei romanzi non avevano più senso, come del resto il matrimonio (“che importanza poteva avere con chi si sposava Emma Bovary, se poi avrebbe potuto chiedere la sepa- razione?”), e non si poteva più trovare in- fatti una sola storia sul matrimonio, a meno di non ripiegare su autori afghani. Questo è invece, dalla prima all’ultima pagina, un romanzo sul matrimonio. Pri- ma ancora, sugli uomini e sulle donne quando si incontrano. “La trama del ma- trimonio” di Jeffrey Eugenides (scrittore cinquantenne premio Pulitzer per “Middlesex”) è da oggi in libreria per Mondadori e racconta la costruzione so- ciale più resistente alle costruzioni so- ciali: l’amore. Madeleine si sta laurean- do con una tesi sul matrimonio, e nel frattempo si innamora. Perdutamente, di un tizio geniale e depresso (dicono tutti che si tratti di David Foster Wallace, ma un romanzo è già un gigantesco e in que- sto caso bellissimo pettegolezzo, quindi chi se ne importa). Uno che si lega la bandana sulla fronte e quando lei gli di- ce: ti amo, prova a sabotarla con un pas- so di Roland Barthes, “Frammenti di un discorso amoroso”. Stanno facendo l’a- more e lui si alza, va a prendere il libro nella borsa di lei e le legge a voce alta:

“Passato il momento della prima confes- sione, il ‘ti amo’ non vuol dire più nien- te…”. Lei gli lancia il libro in testa, affer- ra i vestiti e scappa via. E’ solo l’inizio di questo amore, di questo matrimonio, di questo triangolo (in cui Madeleine è amata follemente dal tipo di ragazzo in- telligente, sano, studioso delle religioni e apprezzato dai genitori che avrebbe do- vuto amare e sposare, e che è certa non amerà mai, almeno all’inizio). Meglio es- sere freddi che sentimentali, per non es- sere primitivi, meglio essere pallidi e po- stmoderni, e invece Madeleine manda al- l’aria tutto e sprofonda nelle emozioni, le

si infiammano le guance, le scendono mi-

lioni di lacrime, legge Roland Barthes ma non per decostruire l’amore, per tro- varci il proprio diario sentimentale. Di- venta lei stessa un’eroina romantica, pu-

lisce la casa sporchissima del suo ama- to, in cui il cuscino per dormire puzza di salame (e lo fa nonostante il boom cultu- rale della divisione dei compiti fra uomo

e donna), lo accudisce quando è malato,

rinuncia alla cerimonia di laurea per correre al suo capezzale, tiene nascosta la follia di lui alla sua famiglia finché può. Lo sposa “sospinta da una forza mol- to simile all’euforia maniacale”, proprio come una ragazza vittoriana, lo insegue fin sulle rotaie di un treno, plasma la sua vita sulla sua, negli anni Ottanta a New York (mentre il suo tenace spasimante viene accusato di maschilismo e misogi- nia a Parigi perché guarda le ragazze per strada e legge Hemingway). L’amore è una grande trama. E in fondo a ogni sto- ria c’è sempre un kit di sopravvivenza.

fondo a ogni sto- ria c’è sempre un kit di sopravvivenza. Mi sta venendo il dubbio

Mi sta venendo il dubbio

che Franca, la quale non cucina come invece piace-

rebbe a me, vorrebbe sem-

pre viaggiare come invece

non piace più a me, mi vuo- le spesso trascinare al cinema, e chissà do- ve altro ancora se la lasciassi fare, la qua- le vuole andare in campagna quando io non ne ho voglia e mi ripete che sono col- lerico, superficiale, fazioso, che è impossi- bile parlare con me, e che dovrei muover-

mi di più, e passeggiare, e fare del moto

perché fa bene al cuore, e fare almeno la cyclette per muovere le gambe, e che gli

aperitivi mi fanno male, e che la sambuchi-

na mi fa male, e che fumare mi ammazza,

e che devo abbandonare tutte le cose che

mi piacciono, mi sta venendo il dubbio che

Franca, la quale, tra l’altro, ultimamente ama vestirsi di nero, se Bonini la intervi- stasse, ammetterebbe che si è addestrata

in Grecia per venirmi contro.

che si è addestrata in Grecia per venirmi contro. • MA PERCHE’ INDIGNATI? Fate parlare quei

MA PERCHE’ INDIGNATI?

Fate parlare quei ragazzi e capirete la vera ragione per cui sono precari (a pagina due)

Questo numero è stato chiuso in redazione alle 21

Così Merkel sgoverna l’euro

Ora le Borse soffrono più il pessimismo di

Berlino che i dati reali

La Germania svetta su tutti per le sue incertezze sulla Grecia e gela le Borse. Inutili le buone notizie dagli Stati Uniti

I timori di Passera (Intesa)

Roma. Lo scetticismo di Berlino sul fu-

turo dell’Europa, diffuso ieri a mezzo agen- zie stampa dal governo di Angela Merkel,

ha impressionato i mercati perfino più dei

dati positivi in arrivo dagli Stati Uniti. Ri- sultato: Piazza Affari ha chiuso a meno 2,3 per cento, Francoforte a meno 1,9 per cen-

to, Parigi a meno 1,5, con i titoli delle ban-

che particolarmente penalizzati. E pensare

che le notizie sull’economia americana era-

no tutt’altro che negative: la produzione in-

dustriale degli Stati Uniti è cresciuta in settembre dello 0,2 per cento, in linea con le attese degli analisti, mentre il tas- so di utilizzo degli impian- ti si è attestato al 77,4 per cento, un decimo in più del mese precedente. Ad affos- sare le Borse ci ha pensato il portavoce della cancel- liera tedesca: “I sogni riaf-

fiorati nei confronti del

pacchetto anticrisi ancora una volta non saranno realizzati”, ha detto commentando la serie di vertici program- mati per questa settimana. Venerdì e saba-

to si riuniscono Eurogruppo ed Ecofin, poi

domenica 23 ottobre tocca ai capi di stato

e di governo dell’Ue. L’obiettivo del Vec-

chio continente è quello di arrivare al G20

del Vec- chio continente è quello di arrivare al G20 A NGELA M ERKEL di inizio

ANGELA MERKEL

di

inizio novembre con una strategia chia-

ra

per risolvere il caso Grecia, fermare il

contagio della crisi dei debiti sovrani e ras- sicurare la comunità internazionale. Ma i toni di Berlino hanno scoraggiato un po’ tutti: “Si tratta di un lavoro lungo che for-

se

terminerà il prossimo anno o ancora più

in

là”, ha fatto sapere la Merkel.

Il governo della locomotiva europea, evi- dentemente, non crede innanzitutto a una soluzione rapida del dossier greco. Su Ate- ne, effettivamente, si discute ancora di un taglio del valore dei titoli greci detenuti da banche e investitori; questa soluzione, che alcuni chiamano “default ordinato”, alleg- gerirebbe il paese da un debito insosteni- bile, ma ovviamente penalizzerebbe i cre- ditori, in maniera direttamente proporzio- nale all’entità dell’haircut, colpendo in pri- mis le banche francesi e tedesche. Non a caso ancora ieri Corrado Passera, consi- gliere delegato di Intesa Sanpaolo, ha avanzato dubbi: “Un default ordinato del-

la Grecia? Dovrebbero pensarci bene per-

ché è una decisione che può avere delle conseguenze”.

Confindustria, sveglia!

Certi imprenditori hanno perso il gusto del rischio. Per il prof. Gallo il “solito” associazionismo non va

U n allarme sull’industria italiana è arri- vato la settimana scorsa da un conve-

gno della Banca d’Italia (12-15 ottobre) e dal presidente della Repubblica (“il paese

ANALISI

deve tornare a fare politica industriale”, 13 ottobre). Pochi giorni prima avevo tenuto una lezione magistrale a Pisa, di cui il Fo- glio ha dato anticipazione (“Quelli che non investono”, 11 ottobre). Nessuna replica dalla Confindustria, né dal governo che la- vora al decreto sviluppo. Le imprese intan-

to

scrivono il budget 2012. Dalla mia lezio-

ne

è emerso che negli ultimi venti anni il

sistema industriale italiano ha perso peso

in termini di valore aggiunto percentuale

e ha tagliato di un quinto la sua base occu-

pazionale. Prima dell’euro, svalutazioni pe- riodiche della lira ridavano competitività alle tante, troppe imprese costrette a ven-

dere a prezzi stracciati, essendo incapaci

di fabbricare i prodotti innovativi richiesti

dal mercato. Dopo l’euro, le svalutazioni

non sono state più possibili. Per abbassare

i prezzi, le imprese avrebbero dovuto ave-

re

costi più bassi, ma nel 1996-2001 i gover-

ni

di centrosinistra prepararono all’euro

solo la macroeconomia, non resero meno costosi i servizi e le infrastrutture. Dal 2004 le imprese industriali fanno po-

chi investimenti, inferiori perfino all’autofi- nanziamento; fanno ammortamenti meno del necessario, sfruttano e lasciano invecchiare

gli impianti produttivi, così vantano utili an-

cora interessanti e li distribuiscono quasi tutti ai soci come dividendi. Il surplus di ri- sorse non investite lo destinano a riduzione percentuale dei debiti. Insomma, sono finan- ziariamente sane e ancora abbastanza reddi- tive, ma da tempo non costruiscono più un futuro. Tra poco muoiono. Anche la loro quo-

ta del mercato internazionale è calata. Cioè,

come si dice, la competitività del sistema

produttivo italiano è diminuita. L’innovazio-

ne

è scarsa. La produttività del lavoro (valo-

re

aggiunto diviso numero di dipendenti) sta

in

fondo alle classifiche mondiali, perché

nella manifattura il numeratore è diminuito

e nei servizi poi gli stipendiati al denomina-

tore sono troppi.

(Gallo segue nell’inserto I)

ANNO XVI NUMERO 245 - PAG 2

IL FOGLIO QUOTIDIANO

MARTEDÌ 18 OTTOBRE 2011

Per carità

Il bellissimo film di Olmi e due equivoci da evitare: accoglienza e carità non sono subordinabiliPer carità

Per carità Il bellissimo film di Olmi e due equivoci da evitare: accoglienza e carità non
da evitare: accoglienza e carità non sono subordinabili I l film di Ermanno Olmi, “Il villaggio

I l film di Ermanno Olmi, “Il villaggio di cartone”, è

bellissimo. Sul Foglio del 12 ottobre, Giuliano Ferrara ne dà

una singolare interpretazione,

POLITICAMENTE CORRETTISSIMO

dove si intrecciano una critica sottilmente politica e una critica sottilmente pastorale (ebbene sì). Innanzitutto c’è un giudizio sullo stesso Olmi “buon uomo di spiritualità cristiana per me ingiudicabile”. Qui c’è già un infortunio

di senso: nel linguaggio devozionale e

nella letteratura cristiana “buon uomo” definisce, con significato esclusivamente positivo, la persona di fede; nel linguaggio profano, quella formula ha tutt’altro suono, e rivela qualcosa di simile alla

degnazione. Ma la vera questione è un’altra: Ferrara lo legge come un film sull’accoglienza (nei confronti degli stranieri) e arriva a darne quindi una interpretazione politicistica, che lo vede ovviamente critico perché – altrettanto ovviamente – non può condividerla per ragioni specularmente politicistiche. Insomma, a un Ermanno Olmi dipinto come un militante di SOS Racisme, Ferrara si trova costretto a contrapporsi come un militante della politica dei respingimenti. Ma via! “Ci sono più cose

in cielo e in terra” di quante arrivi a

scorgerne Roberto Maroni. E anche per commisurare la dimensione dell’accoglienza ai vincoli della politica, della demografia e dell’economia, è necessario partire dalle categorie fondamentali. Ferrara, citando Giovanni Bazoli, pretende invece di “mitigare”

quell’accoglienza, (subordinandola ad altri criteri e ad altri limiti), dal momento che l’accoglienza discende da una carità che appartiene alla medesima “filiera di virtù” che comprende fede e speranza. Qui emerge, a mio avviso, il primo equivoco. Quasi che quella “filiera di virtù” debba funzionare come una sorta

di calmiere: e quasi che, pertanto, la fede

e la speranza, siano chiamate a

“contenere” (ridurre) la carità (l’accoglienza). Ecco, mi sembra una concezione contabile e avara delle virtù teologali, che rischia di negare la loro, come dire, potenza e la loro capacità di liberazione. Per il cristiano, va da sé, l’accoglienza è un assoluto. In caso contrario, non si chiamerebbe accoglienza e non discenderebbe dalla carità. Questo non significa, ovviamente, che il cristiano non debba tener conto della politica, della demografia e dell’economia; significa, piuttosto, che è chiamato a valutare la bontà della propria politica commisurandola a quanto essa si discosti da quell’assoluto, consapevole che quella distanza è comunque uno scandalo e che è dovere morale ridurla. Il film di Olmi ricorda tutto questo e può essere letto, da chi lo voglia, come un’opera politicamente radicale, solo ed esclusivamente perché è un’opera spiritualmente radicale. Ma un secondo equivoco è quello suscitato dalle parole del vecchio parroco: “Ho fatto il prete per fare del bene. Ma per fare del bene, non serve la fede. Il bene è più della fede”. L’affermazione, presa alla lettera, è stata interpretata da molti come una svalutazione della fede e una sua subordinazione alla carità (fino a quella “sociologizzazione” della Rivelazione imputata a un certo cattolicesimo di sinistra). Quasi con dolore, Marina Corradi, che pure ha sull’immigrazione

una posizione non dissimile da quella di Olmi, ha scritto su Avvenire: “Non ci si fa prete per far del bene ma per portare Cristo agli uomini, che è assai di più”. Mi sembra una interpretazione impropria, e forse ingenerosa. Certo chi scrive non ha competenze teologiche, ma qui il confronto non è tra dottori della chiesa, e dunque si può osare. Senza dover rammentare a critici certamente avvertiti che “sola fide” costituiva uno dei cinque punti essenziali del pensiero teologico della Riforma protestante, si può forse ricordare come la carità rappresenti l’alfa

e l’omega della storia della salvezza. E

l’Agape – il banchetto comunitario come forma concreta dell’amore fraterno – è per Piero Coda il compendio dell’intero mistero cristiano. Dunque il bene di cui parla il prete del film è, se mi è consentito “interpretare Olmi”, l’amare. Quell’amare che sant’Agostino così coniuga: Ama e fa ciò che vuoi. Ma – attenzione – Ferrara ha realizzato quella che, nella nobile arte della scherma si chiama “finta di cavazione”: si simula un movimento per indurre una parata e, poi, portare l’attacco verso un altro bersaglio. Così Ferrara solleva un quesito sull’immigrazione perché vuol parlare in realtà di una mancata accoglienza che ritiene assai più scandalosa: quella nei confronti di coloro “che vogliono semplicemente vivere ed essere accuditi come prodotto dell’amore”. E’ il tema dell’aborto. Se ne riparlerà in questa rubrica, ma intanto noto che Ferrara si chiede se la questione

della natalità non sia “forse altrettanto se non più preoccupante” della questione dell’accoglienza dei migranti. Ma perché “più” quando sarebbe stato sufficiente “altrettanto”? Perché questo è il punto: se

si tratta di imperativi morali e di

categorie assolute, indicare una priorità – come fa il direttore del Foglio – risponde solo a una valutazione politica. Infine c’è un sublime paradosso che sfugge a Ferrara: nel film di Olmi, all’interno di quella chiesa sconsacrata e afflitta, una immigrata “clandestina” dà alla luce un figlio. Diavolo d’un Olmi.

Luigi Manconi

Fate parlare gli indignati e capirete la vera ragione per cui sono precari

T roppo comodo trasformare in fascisti i “compagni che sbagliano”, gli incap-

pucciati che si prendono i cortei per fare la festa agli indignados. Troppo facile, poi, ri- solverla con lo sfascismo. In questa vicen- da di borghesi stradaioli non c’entra nulla, infatti, il santo manganello. Non c’è il No- vecento, non c’è la “Rissa in Galleria” e neanche “Città che sale”. Tutt’al più c’è quell’Ecce Homo di Marco Pannella sca- racchiato da una manica di benpensanti giacobini. In attesa che ci scappi il morto è bene che si sappia che in queste stupide lagne giovanilistiche – cui può benissimo fare il paio la dichiarazione di Mario Draghi, ben lieto di scivolare dentro la demagogia – non c’è una sola scazzottatura, non un solo frammento dell’Avanguardia storica e sem- pre restando in attesa che ci scappi il mor- to si può stare sicuri di un fatto: neppure la ribellione delle masse può cominciare da piazza San Giovanni perché se solo ci fosse stata una goccia di olio di ricino si sa- rebbero sentite le note di “Rusticanella”, la marcia della marcia su Roma. Troppo comodo, poi, pensare che possa-

no fare epoca. Sarà globale, infatti, la mo- bilitazione – ci sarà tutta una canea a muo- versi – ma tutti questi indignados sono co- sì a corto di concetti, di parole e di razio- cinio che è proprio un’esagerazione andar- gli addosso con gli idranti della forza pub- blica. E’ sufficiente farli parlare. Di tutti

questi indignados, infatti, quelli interpella-

ti a caldo, dopo gli incidenti di sabato – ma

anche a freddo, a bocce ferme – non ce n’è uno che sappia fare la “O” col bicchiere. Il povero David Parenzo, in collegamento dal- la piazza ancora rovente per “In Onda” su La7, dai leader raccolti intorno al suo mi- crofono non riusciva a cavargli un costrut- to che fosse uno, due parole messe in cro- ce, tre neuroni in grado di sostenere una spiegazione del loro essere indignati. Stes- sa fatica per Bianca Berlinguer, sempre in collegamento con i giovani indignati al Tg3 “Linea notte”, che non riusciva a farsi da- re una frase di senso compiuto da questi avanguardisti, incapaci perfino di dare una risposta a Mario Draghi. Certo, troppo comodo fare gli stronzi, co- me stiamo facendo, con dei ragazzi precari che non hanno potuto coltivare la consecu-

tio temporum a causa dei tagli imposti alla scuola pubblica dalla Mariastella Gelmini. Troppo comodo, forse, fare dei paragoni sto- rici perché, insomma, se non hanno la ca- ratura degli Adriano Sofri e dei Tino Vitto- rio, se non si sono esercitati nella traduzio- ne dall’italiano in latino dei “Pensieri” di Mao nelle aule di Ettore Paratore, se non hanno alle spalle “Gioia e Rivoluzione” de- gli Area ma sono soltanto pecorelle della farneticazione global, amplificata tanto da Internet quanto dagli incappucciati, indi- gnados assai impazienti, ecco: non solo fa impressione vedere quanto siano ignoran- ti, ma non sono neppure antagonisti. Altri- menti la guerra alla finanza internazionale la farebbero con i libri di Massimo Fini se non proprio con i “Cantos” di Ezra Pound o con “Cavalcare la Tigre” di Julius Evola. E vederli, come si vedono, con quel puzzolen- tissimo libretto di Stéphane Hessel, “Indi- gnatevi”, li condanna definitivamente alla pochezza del gregge, tutto un belare in sot- tovuoto marketing. E sono ignoranti a un li- vello tale che se lo meritano di essere pre- cari, altrimenti sarebbero come i loro coe- tanei d’India, di Cina e di Corea che spadro-

neggiano nella tecnica e nelle invenzioni e non certo in Scienze delle comunicazione. E non producono estetica, infatti, questi indignados – come possono fare i loro coe- tanei nelle banlieue di Parigi con tanto di film come “L’odio” di Mathieu Kassovitz, con Vincent Cassel – e non avranno mai l’avventura di fare la rivolta, come accade

in

Egitto dove però, signori miei, nei pres-

si

del Canale arrivano le motovedette del-

la

Repubblica islamica dell’Iran, altro che

contestatori della Val di Susa. Non sono antagonisti, infine, perché è troppo comodo fare la rivoluzione con la corda dimenticata nei magazzini del signor

i

Lenin. E se non si riesce a farsela vendere,

la corda, dagli stessi capitalisti destinati a

farsi impiccare ma tanto più ad arricchir-

si, non si può restare a farsi aspergere con

queste polluzioni dei giovanotti borghesi in attesa che la rivoluzione trovi una propria lingua perché il linguaggio, intanto, ha re- trocesso tutti i bennati d’occidente nel bal- bettio mondialista e i peccati contro lo spi- rito del male, si sa, non si perdonano in questo mondo.

Pietrangelo Buttafuoco

Ci volevano i compagni della Ferrotubi per dare due sberle agli incazzados

C i fossero stati i compagni portuali di Li- vorno, quelli della Tortuga: glielo toglie-

vano loro, il casco ai cretini delinquenti. Gli edili e i vigili del fuoco di Roma. I metal-

meccanici di Milano, sezione “Ferrotubi” (ed è tutto dire) – nei giorni gloriosi del ’68 chiamati a soccorso dai compagni della se- zione universitaria persino in difesa di Dan- te. Proprio quello della “Divina Comme- dia”. Per dire: a volte tocca difendere il compagno dirigente, a volte il tranquillo transito di Virgilio per l’inferno. Andò così:

i gruppettari contestavano un professore

della Statale, iscritto al Pci, colpevole di “dedicare troppe lezioni a Dante”, anziché

a qualche scemenza rivoluzionaria di ulti-

mo grido. Una volta. Due volte. La terza vol- ta, ecco la sorpresa: trovarono le prime file dell’aula occupate da una ventina di ben piazzati operai della “Ferrotubi” – “stavano tutti lì, con l’aria minacciosa e ciascuno con una copia della ‘Divina Commedia’ tra le

mani”. Basta poco a capirsi – e abbandona- rono mesti il campo. Dopo l’ennesima deva- stazione – certo colpa della delinquenza ne- rovestita, ma pure effetto del fru fru orga- nizzativo degli Indignati, ché il servizio d’or- dine per carità!, tutti sfarfalleggianti di qua

e di là si deve andare!, indignazione a ruo-

ta e strada libera!, così che il buono, a cuor leggero, finisce con l’infilare la testa nelle fauci del teppista. C’era una volta il servizio

d’ordine – oltre gli sbirri, si capisce. E che con polizia e carabinieri benissimo s’inten- deva. Quello del Pci – con il Pci andato in liquidazione. Anzi, parecchio prima: una mattina di febbraio del ’77, quando insieme con il servizio d’ordine della Cgil non riu- scì a impedire la cacciata di Lama dall’uni- versità. E però quello della Cgil – che anco- ra resiste, e infatti in ogni comunicato di gruppi e gruppuscoli, No Tav o no qualco- s’altro, sempre viene preso di mira e conte- stato, e sempre d’intesa con gli sbirri viene

identificato. La saggezza del servizio d’or- dine, e la sua necessità, ieri veniva evocato tanto da Diliberto (toh, chi si rivede!), come da Giulietto Chiesa – e appena sei anni fa la Stampa titolava a proposito di una nostal- gia da parte dell’allora ministro dell’Inter- no: “E Pisanu rimpianse il servizio d’ordi- ne della Cgil”. Che quando c’è, egregiamen- te funziona. Come è stato per il Social Fo- rum a Firenze del 2002, che s’annunciava tempestoso, e invece si fecero le giuste ri- cognizioni e tutto filò liscio. Dalla cronaca del Corriere: “Una telefonata alla Cgil di Li- vorno: ‘Possiamo contare sulla Tortuga?’. Risposta immediata: ‘Come sempre. I com- pagni sono pronti’…”. Parola d’ordine – e sarebbe stata perfetta pure in mezzo al di- sastro di sabato scorso: “Per difendere la democrazia, isolare i violenti e organizzare quei cordoni cuori e muscoli capaci di fer- mare tutti, anche il blocco nero”. E cosa un servizio d’ordine può ancora fare, se ne eb-

be prova alla grande manifestazione di Ro-

ma a difesa dell’articolo 18: tre milioni in piazza, neanche una fioriera rotta. Perché

la

“rivoluzione è una cosa seria”, e chi sta

in

piazza deve essere tutelato da chi in piaz-

za

la porta. Sì, certo, se serve si allungano

anche le mani – meglio così che far allun-

gare gli artigli. “Se non ti scansavi iniziava- no a spingerti – ha raccontato Lucia An- nunziata, che nel ’77 stava col sampietrino

in mano – Quindi partiva uno schiaffo, un

pugno sul naso o una manata sull’orecchio,

perché sull’orecchio senti un dolore pazze- sco…”. Tutta opera che sarebbe venuta be- ne due giorni fa. In anni più gloriosi, chi a una festa dell’Unità avrebbe mai osato lan- ciare lacrimogeni sul leader Cisl o impedi-

re

al presidente del Senato di parlare? Ora,

“i

pacifisti pensano a un servizio d’ordine”.

Ma che sia d’ordine davvero: petto saldo,

mano netta, pedata pronta. Con gli sbirri –

e persino meglio degli sbirri. (sdm)

Com’è vecchio il nuovo che avanza dei super-indignati Hessel e Morin

D ue quasi centenari avanzano una pro- posta di “rigenerazione” dell’Europa,

destinata a “spandersi sull’intero pianeta”. Si tratta di Stéphane Hessel (classe 1917) e Edgar Morin (classe 1921), profeti degli “in- dignati” di tutto il mondo, che hanno da tempo collaudato la filosofia dell’indigna- zione sul più grande “scandalo” mondiale:

Israele. Il copyright dell’indignazione appartie- ne a Hessel, il quale lanciò la parola d’or- dine col libello “Indignez-vous” che il 20 ot- tobre compie un anno di successi. Tali da suscitare la gelosia di Morin che, provoca- to nei suoi mai sopiti istinti rivoluzionari, rispose con il libello “La voie”, così presen- tato dall’editore Fayard: “Hessel provoca un sussulto, Morin indica la strada”. Poi i due hanno compreso che farsi la concor- renza era stolto e si sono alleati per un nuo- vo libello a due mani: “Il cammino della speranza”. E’ un percorso politico di “salu- te pubblica” di fronte allo sfascio del neo- liberismo, è l’annuncio di una nuova spe- ranza, che richiede l’“insurrezione delle coscienze”. Alla fine di molte chiacchiere la ricetta riporta agli anni verdi dei proponenti: rige- nerarsi alle quattro sorgenti della sinistra:

la fonte libertaria, la fonte socialista (volta

al miglioramento della società), la fonte co-

munista (la fraternità comunitaria), e la

fonte ecologica che ricollega gli uomini al- la Madre-Terra e al Sole, “fonte di tutte le energie viventi”. Insomma, il sorgere di un nuovo esercito rivoluzionario ha risveglia- to nei cuori dei due vecchi militanti la no- stalgia sessantottina e il rude canto dell’In- ternazionale è sgorgato spontaneo dalle lo- ro labbra, ma temperato da una visione non violenta, libertaria ed ecologica. La mente fine che ha suggerito il passag- gio dall’arma della critica alla critica del- le armi, è quella di Morin, che da decenni, nella cucina delle sue fumose e inconsi- stenti teorie sulla complessità e l’olismo

persegue la ricostruzione del materialismo scientifico sulle macerie dei marxismi. E’ noto il motto di Morin, “meglio una testa ben fatta che una testa ben piena”, ripreso da Montaigne, che lo indirizzava contro gli “idiots savants” ma, poveretto, non si so- gnava di pensarlo alla Morin, ovvero come una versione pedagogica light della palin- genesi marxiana: svuotare le teste per ri- farle “bene” secondo i dettami dell’avan- guardia rivoluzionaria intellettuale. Dietro questo pifferaio sono andati in tanti, da chi si è fatto abbindolare a chi aveva capito be- nissimo il senso delle sue proposte, come

L’antisemitismo, Dio, il Web

“… I fari del Web sono puntati sugli ebrei, neppure c’è bisogno di scendere in piazza con le kefiah in testa come si face- va nel Sessantotto, oggi i giovani vogliono stare comodi per insultare, al caldo, da- vanti al computer e alla birra. Poveri ra- gazzi che si accontentano di far gruppo, di spalleggiarsi, di sentirsi al sicuro - nessun posto è sicuro quanto l’inferno del parti- to preso, città dolente che non riserva sor- prese, gironi sempre eguali, fatiche di Si- sifo. Si accampano attorno a un capro sa- crificale, ignari che in tal modo costui di-

venta Dio, e questa è la beffa che la pre- sunta vittima rilascia in ultima istanza al suo carnefice. Poveri ragazzi che si co- stringono all’idiozia; possibile che la so- litudine dell’idioma, il suo vivificante

enigma, faccia così paura?…” Umberto Silva (Il testo integrale del discorso tenuto ieri da Umberto Silva presso la Sala della Lupa

di Montecitorio, in occasione della presenta-

zione del documento conclusivo del Comita-

to d’indagine conoscitiva sull’antisemitismo

è disponibile su www.ilfoglio.it)

certi professori passati dall’esaltazione della scienza materialista sovietica all’a- ziendalismo educativo, o certi sessantottini inutilmente incanutiti che sostengono (a ra- gione) che quelle ricette possono avvelena-

re l’odiata cultura borghese. Ci cascò persi-

no il cattolico ministro Fioroni che, nel

2007, invitò Morin a spiegare in una lezio-

ne magistrale come rifare le teste dei gio-

vani italiani: con una scuola che “insegni a

vivere” secondo le teorie (pensate un po’)

di Rousseau… Un altro illustre novantenne

della sinistra, Pietro Ingrao, ha opposto al

saggio di Hessel il suo “Indignarsi non ba- sta”, dichiarando “Sono e resto persuaso che l’azione armata del nemico costringa a rispondere con le armi”. Oggi che l’indigna- zione è tracimata nella violenza qualcuno potrebbe tentare di mettere in imbarazzo l’ingenuo Ingrao. Invece Hessel se l’è cava-

ta brillantemente trincerandosi dietro la

non violenza. Infatti la ricetta perdente è quella di Ingrao, sebbene la merce sia la stessa, ma Hessel e Morin la vendono be-

ne, confezionata dentro una carta luccican-

te di falso libertarismo. Il fatto che tante

persone si lascino abbindolare da questi

lustrini, o lo facciano per l’impenitente at- taccamento alla palingenesi rivoluzionaria,

dà ragione a Erdogan: “Guardate com’è ri-

dotta l’Europa…”. Giorgio Israel

Osvaldo al massimo ha purgato l’infiltrato col giaccone scoperto da Rep.

Londra. Spero che Osvaldo abbia già fat- to un bel falò con la maglietta suicida del derby. Festeggiare un gol dopo quattro mi- nuti (le-partite-durano-novanta-minuti-più-

THAT WIN THE BEST

recupero, lo sanno pure i massaggiatori) esibendo la scritta “Vi ho purgato anch’io” sulla canottiera è suicida almeno quanto scrivere che a Todi i cattolici si riuniscono per fare un partito lo stesso giorno in cui il capo dei vescovi dice a Todi di non volere fare un partito. Il derby fa storia a sé, co-

me direbbe un qualunque giornalista di Rai Sport. Lo sanno bene a Manchester, sponda United, dove cominciano a strizza-

re per la prossima sfida contro il City: saba-

to Ferguson ha sbagliato tutto, lasciando in

panchina i migliori e schierando contro il Liverpool una banda di sbarbatelli gestiti dal solo Giggs. Risultato: 1-1 e secondo po- sto in classifica. Massimo Mauro, dall’alto della sua sfolgorante carriera di allenato- re vincente, avrebbe detto che sir Alex non capisce niente di calcio. Nella classifica della simpatia insegue Collovati a ruota.

Seduto qualche fila davanti a me all’Ea- stlands c’era un uomo con un giaccone so- spetto. Il City e l’Aston Villa stavano facen- do riscaldamento quando ho capito che quell’uomo era certamente un infiltrato. Ho fatto due buchi in una copia omaggio del Guardian per osservarlo senza dare nell’occhio e non c’è dubbio che lui allo stadio non c’entrasse nulla. Allora ho chia- mato le redazioni del Corriere e della Re- pubblica, che montano sempre un caso su un presunto infiltrato con il giaccone (e poi montano un caso sullo smontaggio del ca-

so), per segnalare l’accaduto. Al numero di via Solferino una voce registrata di Sever- gnini continuava a dire che “mal di pancia

è una parola nuova” (e io che credevo fos-

sero tre vecchie) e alla segreteria di Repub- blica mi hanno detto che tutta la redazio-

ne stava sbobinando le conversazioni di La-

vitola. E’ allora che un collega molto meno sospetto mi ha sussurrato che quell’uomo col giaccone era un giornalista, e una voce dall’alto mi ha svelato una verità inconfes- sabile: ero in tribuna stampa. Jack O’Malley

Il sogno garibaldino di Dumas, gli incubi di Caligola secondo Camus

Giuseppe Pambieri in “Il sogno dei Mil- le” da Alexandre Dumas, adattamento di Roberto Cavosi, regia di Maurizio Scapar- ro, Napoli Teatro Festival Italia, poi al Tea- tro La Pergola di Firenze fino al 23 ottobre

Personaggio storico ma anche grandioso personaggio letterario, Giuseppe Garibaldi per Dumas incarnava la duplice qualità di eroe che agisce nella realtà e dimora già nella leggenda. L’autore dei “Tre moschet- tieri”, a bordo della sua goletta “Emma”,

seguì da Palermo a Napoli il suo personag- gio – protagonista di “Les Garibaldiens” –

e interagì con lui, conoscendo così il raro

privilegio per uno scrittore di non raccon- tare soltanto la storia ma di contribuire a

farla, cronista e coprotagonista dell’impre- sa dei Mille. Dumas visse a Napoli dal 1860 al 1864, e in quel periodo Garibaldi lo no- minò soprintendente agli scavi di Pompei,

e lo incaricò di fondare e dirigere il quoti-

diano l’Indipendente. Dumas corrispon- dente di guerra e agiografo dell’eroe dei due mondi è protagonista di “Il sogno dei Mille” che Roberto Cavosi ha liberamente tratto da “Les Garibaldiens” e che Mauri- zio Scaparro ha allestito come spettacolo celebrativo dei 150 anni dell’Unità d’Italia. Alexandre Dumas è a Napoli nella sua re- sidenza a palazzo Chiatamone, in vestaglia

e intento alla scrittura; dalla strada salgo-

no i rumori e le musiche della festa per la liberazione della città. Nella stanza dello scrittore francese entra un suo giovane am- miratore, Angelo, che ha imparato a legge- re sul “Conte di Montecristo” e sui “Tre mo- schettieri”. Dumas e il ragazzo rievocano gli avvenimenti che hanno determinato la caduta del regno delle Due Sicilie, l’arrivo da tutte le regioni d’Italia di mille giovani

sognatori. Il grido, “Viva l’Italia!”, ha turba-

to Angelo che combatteva nell’esercito bor-

bonico e che si chiede: “Sono italiano an- ch’io?”. La risposta è il dono da parte di

Dumas di una camicia rossa. Scaparro ha felicemente orchestrato la partitura dram- maturgica di Cavosi con il ritmo incalzan- te di una danza liberatoria, evocata dalle musiche d’epoca eseguite con trascinante vitalità da Cristina Vetrone alla fisarmoni- ca e da Michele Maione alla tammorra. Giu- seppe Pambieri interpreta Dumas con di- sinvolta eleganza. Angelo è affidato alla vi- vace gestualità e al musicale accento napo- letano di Vincenzo Nemolato.

Manuele Morgese in “Caligola” di Albert Camus, regia di Pino Micol, al Teatro del-

di Albert Camus, regia di Pino Micol, al Teatro del- PICCOLA POSTA di Adriano Sofri Mi

PICCOLA POSTA

di Adriano Sofri

Mi hanno raccontato il discor- so di un giovane albanese ospite del Dynamo Camp. Che cos’è Dynamo Camp lo sapete: il luogo sontuoso sull’Ap- pennino pistoiese in cui vengono ospitati a turno, per essere curati e per fare una va- canza meravigliosa, bambini e ragazzi ma- lati gravemente, spesso molto gravemente. Il ragazzo albanese ha fatto il suo discor- so all’inaugurazione annuale del Camp, lo scorso 1° ottobre. Vi parlerò – ha detto – del senso di responsabilità. Pensavo alla

responsabilità come a una cosa che riguar- dasse il rapporto con se stessi. Poi ho ca- pito che per essere responsabili con se stessi bisogna esserlo con gli altri che la vi- ta ci mette vicino. Farò un esempio. I miei genitori sono venuti in Italia dopo di me, e ancora non se la cavano bene con l’italia- no. Allora ogni volta che ricevo i risultati degli esami per la mia leucemia sono io a guardarli e a tradurglieli. Glieli traduco, ma attenuandone un po’ la gravità, per non farli preoccupare troppo. Non dico bugie, dico la verità, ma non tutta. Mi pare che questo sia il senso della responsabilità.

la Cometa di Roma fino al 23 ottobre

Nel 1984 Scaparro allestì “Caligola” con

protagonista Pino Micol, ora passato alla regia del testo di Camus. Micol ne utilizza

la

seconda versione e sceglie di ambientar-

la

su un palcoscenico all’epoca della sua

scrittura, nel 1941, esplicito riferimento a “L’ultimo metrò”, il film diretto nel 1980 da Truffaut, che racconta le vicende di una

compagnia teatrale mentre prova uno spet- tacolo durante l’occupazione nazista di Pa- rigi. La follia di Caligola si confronta così con quella di Hitler, a scapito forse di una lettura in chiave esistenzialista dell’impe- ratore romano, eroe emblematico di un universo disperato e cosciente, in lotta con

il dolore e l’assurdo della condizione uma-

na, confinata tra vita e morte. Personaggio

con cui ha debuttato come attore Carmelo Bene nel 1959, Caligola richiede al suo in- terprete una capacità di sperimentare e di comunicare le emozioni di un’anima lace-

rata e “pura nel male” che non sembra es- sere nelle corde del protagonista Manuele Morgese; della sublime follia dell’impera- tore restituisce un’immagine superficiale, con urla e occhi sbarrati. “Una storia piena

di rumore e furore, che non significa nul-

la”, come dice Macbeth.

Pietro Favari

Stato della musica

Stato della musica Ci vuole stomaco per tornare sul luogo del delitto, ma questo video di

Ci vuole stomaco per tornare sul luogo del delitto, ma questo video di Alex Harvey è imperdibile

Stato della musica Ci vuole stomaco per tornare sul luogo del delitto, ma questo video di

U na perla. Ma non per tutti. Serve un ap- prendistato. E lo stomaco per tornare

sul luogo del delitto. A noi, quando ci sia- mo inciampati sulla Rete, ci ha spezzato il

cuore e non potevamo non invitarvi a pro-

vare in proprio. Il tema è: il rock britanni-

co classico, nella sua matrice più sempli-

ce, sincera e misteriosa (sì: dotato di un esoterico richiamo paragonabile a quello

su cui aveva indagato Dylan ai tempi dell’e-

silio a Woodstock con la Band, per registra-

re i “Basement Tapes”). Qui la materia è

tutt’altra: si parla di Regno Unito moderno

– e non contemporaneo – intriso della ma-

trice operaia, della predominanza psicolo- gica delle avverse condizioni atmosferiche, della nebbia che invade strade e cervelli quando scende la notte, e la malinconia af-

fiora, l’alcol scorre e i ragazzini complotta-

no

per un’agognata libertà dai legacci del-

le

regole. Parliamo di chitarre elettriche di

seconda mano, di ragazzotti che cantano

per provare a smettere di fare i muratori,

di

serate a 30 sterline nei pub di periferia,

e

della magia: pescando tra avanzi di skif-

fle, odori di blues, turbamenti soul e i fan- tasmi di Beatles e Rolling Stones, nascono formidabili band di puro rock citazionista

– niente esperimenti, solo canzoni solide,

sudore e birre, un po’ di vaudeville, ammic- camenti sessuali e spesso, davanti al mi-

crofono, un cantante e frontman ben preci-

so, al quale in fondo è dedicato il cantico di

oggi: il malandrino. Avete presente Dr. Feelgood, o il misticissimo Ian Dury, nep- pure fosse Capitan Uncino alla guida dei suoi Blockheads? Cantanti presi di peso dai film di Guy Ritchie, quelli sul mob lon-

dinese, quelli con Vinnie Jones. Beh, tra questi rock singer in odore di gangsteri- smo, ce n’è uno per il quale abbiamo sem-

pre avuto un debole, per quanto sia passa-

to a miglior vita da trent’anni, ovvero all’al-

tezza dell’82, quando aveva già 47 primave-

re. Il suo nome è Alex Harvey, scozzese di Glasgow, infanzia umile, giovinezza divisa

tra il cantiere e il tentativo di farsi una car- riera nel rhythm’n’blues. Non gli va troppo bene, per quanto bazzichi anche lui Am- burgo e i bassifondi inglesi all’inizio dei Sixties. Poi, quando il decennio è agli sgoc- cioli, ha la trovata giusta: praticamente ri- leva un gruppo di scarso successo ma buon talento, i Tear Gas, e ne fa la sua backing band (suo fratello, tra l’altro, Les Harvey qualcuno lo ricorderà come il chitarrista che resta vittima di una folgorazione elet- trica sul palco, mentre accompagna Maggie Bell). Insomma è nata la Sensation Alex Harvey Band e le cose si mettono a funzio- nare. Merito dei suoi gregari senza grilli per la testa e di un chitarrista formidabile chiamato Zal Cleminson, che sale sul pal-

co vestito da clown triste, facendo uno spet-

tacolo nello spettacolo. E merito delle

performance di Alex, metà cantante da ca- baret, metà urlatore vecchio stile, in giu- botto di pelle, maglia a righe bianche e ne-

re da ragazzaccio, enorme ciuffo imbrillan-

tinato (che durante i concerti sistema co- spargendolo di birra) ed eterna cicca pen- zoloni dalle labbra. Canta, in cockney spu-

dorato, buffe storie di disperati e prostitu-

te,

guardie e ladri. Il pubblico d’oltremani-

ca

lo adora e lui non si fa pregare a scen-

dere a compromessi (ad esempio la sua di- sgustosa versione di “Delilah” che trasfor- ma in un hit), diventa un habitué di Top of The Pops, ma è soprattutto dal vivo che dà

il suo meglio. I suoi show sono a metà derby

calcistici per hooligans, metà celebrazioni

di

quel ruvido edonismo disperato (lo stes-

so

dei fotogrammi di “Sabato sera, Domeni-

ca Mattina”) che pure sorreggeva, prima che arrivasse Tony Blair, quella gente scon-

trosa e scontenta. Harvey cantava la versio-

ne proletaria del rock elettrico e il suo al-

bum d’esordio “Framed” è il suo capolavo-

ro. La title track in particolare – storia di un poveraccio con la coscienza sporca piz- zicato dai poliziotti, interrogato, ricono- sciuto e spedito in gabbia mentre non fa al- tro che ululare che è stato incastrato, “fra- med” appunto, e che la vita è troppo catti-

va con lui. In queste cose ci siamo imbattu-

ti in una pigra serata, ed è stata un’agnizio-

ne. Digitate su YouTube le chiavi di ricer-

ca “Alex Harvey” e “Framed”: finirete spa-

rati al Ragnarock, un festival alla Hol- menkollen Arena di Oslo, Norvegia, il 16 giugno del 1974. E’ pomeriggio, e in platea

ci sono fin troppi hippies per un rocker co-

me Alex. Ma lui è di buon umore, alticcio,

ha voglia di gigioneggiare e al suo fianco ha

Zal, il clown che rocca e rolla. E’ un mise- rabile filmato in bianco e nero, eppure con- tiene la pietra filosofale del rock. Che rias- sumeremo: “Rock fai se rock sei”. Predesti- nazione, non vocazione. Modo di essere. Istinto. Sennò perché questo pazzo defunto, che annusa calze di nylon mentre un chi- tarrista psicotico rilascia un assolo punteg- giato di linguacce, perché tutto ciò, a guar-

darlo, ha su di noi l’effetto dell’assenzio? Stefano Pistolini www.ilfoglio.it/statodellamusica

PREGHIERA

di Camillo Langone

PREGHIERA di Camillo Langone I divorziandi se lo me- ritano, il divorzio “low co- st e

I divorziandi se lo me- ritano, il divorzio “low co- st e last minute” ottenibile in Romania. Chi dice sì in una cattedrale e poi si ri- mangia la parola data è giusto che fini- sca a firmare le carte che certificano il proprio status di spergiuro in uno sga- buzzino, in una nazione triste (“Un pae- se che non ha conosciuto la felicità” co- me scrisse Cioran), davanti a un avvoca- to triste vestito come il legale di Arad intervistato dal Corriere ovvero con ma- glione a righe grigie, tristerrimo. Il turi- smo divorzistico ha più di un’affinità con quello sessuale, in entrambi i casi si espatria per risparmiare e per aggirare la legge, e si viene trascinati in luoghi di uno squallore assoluto, ignoto alla virtù.

ANNO XVI NUMERO 245 - PAG 3

IL FOGLIO QUOTIDIANO

MARTEDÌ 18 OTTOBRE 2011

EEDDIITTOORRIIAALLII

E E D D I I T T O O R R I I A A

Pischelli che sbagliano e ipocriti agitatori

Perché chi sfascia vetrine è più coerente di chi ha eccitato le piazze

A modo loro, i ragazzotti scassatutto e nerovestiti sono “pischelli che sba-

gliano” dotati di una certa coerenza. So- no i barbari dei nostri tempi, militariz- zati e manovrati come massa critica da qualche stregone dell’insurrezionalismo, sono privi di un disegno alternativo, non teorizzano un altro mondo possibile per- ché praticano con estrema destrezza la rottamazione violenta e predatoria del mondo che li circonda qui e ora. Tecni- camente, non sono una avanguardia ri- voluzionaria ma un’aspirante Internazio- nale di rivoltosi. Sfasciare le vetrine di una banca d’affari non serve a niente, ma è meno faticoso e può dare qualche sod- disfazione liberatoria (non esiste picco- lo borghese che in cuor suo non abbia al- meno per una volta sognato di farlo). Assai più nociva, perché cinica e stu- diata, è la copertura ideologica assegna-

ta a questi barbari dai maestri cantori

dell’indignazione purchessia. Da quelli che oggi reclamano repressioni polizie- sche mentre fino a tre giorni fa soffiava- no sulle braci della propaganda e della destabilizzazione (“qui ci scappa il mor- to”, ricorda onorevole Di Pietro?) pur di legittimare i cani sciolti organizzati ar- mati di monetine e fumogeni e stanziati

intorno al Palazzo di Montecitorio. I pro- fessionisti della spallata di popolo anti- casta (dal Fatto in su), gli avventurieri della ghigliottina a mezzo stampa (bus- sare a Largo Fochetti), i golpisti emeriti dell’aristocrazia moralista (da Zagrebel- sky in giù) che giocano a palla avvelena-

ta con le aspettative di dignità e benes-

sere dell’Italia: sono questi gli eccitanti

di cui si alimenta un’allucinazione stra-

daiola nella quale, non la violenza, ma il buon senso si è dato alla clandestinità.

Intercettateci tutti

Cav. eversore? No, ha detto meglio che mai ciò che tutti pensiamo

I n telefono veritas. Quelle anime sensi- bili di Repubblica hanno subito defi-

nito “telefonate choc” gli sfoghi berlu- sconiani rivolti al compare Lavitola nel 2009 e coscienziosamente intercettati dai pm. A leggere bene i tabulati, c’è invece da rimpiangere che il Cav. non abbia fat- to di quelle trascrizioni sparate ieri da Rep. l’epicentro del suo recente discor- so alla Camera (iperbole). Nulla di più limpido, autentico, sofferto, smisurato e quindi comprensibilmente impossibile. Il premier dice: io non conto niente, la gente non conta niente, il Parlamento non conta niente, siamo nelle mani dei giudici di sinistra e nella disponibilità d’una muta di contestatori professionali aizzati dal circo mediatico diretto da Re- pubblica e affini. Soluzione: “O io lascio, cosa che può essere anche possibile e che dato che non sto bene sto pensando

di fare, oppure facciamo la rivoluzione,

ma la rivoluzione vera… Portiamo in

piazza milioni di persone, facciamo fuo-

ri il palazzo di giustizia di Milano, asse-

diamo Repubblica: cose di questo gene- re, non c’è un’alternativa”. Naturalmen-

te questo programma 2009/2010 è rimasto

il prologo in cielo di un nulla di fatto, uno sbotto d’occasione al quale gli antipatiz-

zanti cercheranno d’impiccare il Cav. con il minimo sforzo di onestà e fantasia. Ma chi se ne frega. Resta la sua monumen- tale adesione al principio di realtà: una

turba di nemici, fra i quali anche alcune ineleganti frequentazioni private, e di amici (i suoi avvocati perfino) ostacola il presidente del Consiglio nell’esercizio delle sue prerogative. E il Parlamento non se la passa meglio. Intercettino pu-

re l’Italia intera, ascolteranno soltanto

variazioni sullo stesso tema.

Ecco come non si protegge l’euro

Parlando in cagnesco ma tentennando sui fatti. Come fa Merkel

E cco i risultati dell’“effetto Berlino”, come lo chiamano gli analisti: Piazza

Affari ha chiuso ieri a meno 2,3 per cen- to, Francoforte a meno 1,9 e Parigi a me- no 1,5. Merito, diciamo, dell’ennesima di- chiarazione fuori tempo arrivata dalla cancelliera tedesca, Angela Merkel, la quale ha detto che sperare che il Consi- glio europeo di domenica prossima ri- solva tutti i problemi della zona euro “è un sogno impossibile”. Probabile, ma in- tanto più che mandare segnali allar- manti sarebbe utile concentrarsi per ri- solvere il detonatore della crisi: è neces- sario ristrutturare il debito pubblico del- la Grecia. Il che significa imporre a ban- che, assicurazioni e fondi pensione, per- dite superiori al 21 per cento del valore nominale dei bond greci concordato in luglio. Le notizie venute dal G20 dei mi- nistri delle Finanze sono incoraggianti:

l’haircut dovrebbe aggirarsi intorno al 50 per cento e le banche saranno costrette a ricapitalizzarsi. D’altronde è chiaro: chi

ha

troppo rischiato, chiudendo gli occhi

di

fronte a un’economia che si reggeva

sulla spesa pazza, non può che rimetter- ci. Pena l’aggravamento del cosiddetto “azzardo morale”. Poi certo, oltre i prin-

cipi, aiuta il realismo: per questo, per at- tutire i possibili effetti di un default con- trollato sul mercato europeo del credito, servirà rafforzare i meccanismi comuni- tari di gestione dell’attuale fase econo- mica. Primo: la Germania farebbe bene

ad accettare un rafforzamento del Fondo

salva stati, o con ulteriori risorse o con-

sentendo allo stesso di fornire garanzie collaterali sui debiti sovrani. Secondo:

Berlino comprenda che una Bce meno avara e più fantasiosa sarebbe l’unica Banca centrale veramente utile.

Padre Tentorio ucciso in silenzio

L’odio anticristiano è ormai endemico ed è una vergogna per tutti

P adre Fausto Tentorio è stato assassi-

tenzione a livello internazionale. Non si

nato a colpi di pistola subito dopo

sa

ancora a quale gruppo di banditi ap-

aver celebrato la messa nella sua par-

piti. Padre Tentorio esercitava il suo mi-

partengano gli assassini di padre Tento-

rocchia di Arakan, nel sud delle Filippi- ne. Era già sfuggito a un attentato alcuni

rio e forse, com’è accaduto in casi pre- cedenti, non lo si saprà mai. L’odio ver-

anni fa, e non è l’unico missionario in

so

il missionario non ha bisogno neppu-

quei luoghi vittima del fanatismo e del-

re

di essere rivendicato. Non è stato uc-

la violenza. Altri due pastori erano stati uccisi negli anni passati nell’isola di Mindanao, mentre altri due sono stati ra-

nistero di missionario nelle Filippine da trent’anni, era quindi perfettamente in- tegrato nella comunità. Il dolore per que- sta ennesima mattanza dovrebbe aiuta-

ciso perché era straniero, anche perché dopo trent’anni di convivenza con i filip- pini era considerato, giustamente, uno di loro. E’ stato ucciso perché cristiano. La chiesa conosce il martirio fin dalle sue origini, ha la capacità di sublimare il sa- crificio in testimonianza, ma non può

rassegnarsi alla diffusione dell’odio e al-

re tutti, anche chi non è credente, ad

la

persecuzione sistematica. Per i laici si

aprire gli occhi su un accanimento anti-

tratta di un delitto ignobile, che con ogni

cristiano che sta assumendo caratteri en- demici in Asia come in Africa, e al qua- le non si danno risposte efficaci da par- te delle autorità locali né la giusta at-

probabilità resterà impunito, una vergo- gna per un mondo che proclama diritti universali dell’uomo e non è in grado di proteggere chi li fa vivere.

e non è in grado di proteggere chi li fa vivere. Più li conosci più scopri

Più li conosci più scopri quanto siano feroci i ribelli libici

SECONDO AMNESTY I CARCERIERI DEL CNT RICORRONO AD ARRESTI SOMMARI E TORTURE SUI DETENUTI, MEGLIO SE NERI

 

Roma. “I delegati di Amnesty hanno udi-

fucili e cavi di gomma: “Alla fine ho detto quello che volevano”, dice; un nigeriano, presentato ad Amnesty come “mercenario e assassino”, ha detto di essere stato costret-

da persone che non si erano identificate e che erano alla caccia di presunti combat- tenti o lealisti del rais”. La pratica generalizzata delle torture e

to

urla e il sibilo delle frustate da una cel-

la;

hanno anche scoperto la presenza di mi-

norenni insieme con i detenuti adulti e che

le

detenute sono controllate da personale

maschile”. Così le ispezioni di Amnesty In- ternational nelle carceri di Tripoli e al

Zawiya controllate dal Cnt, a un mese e mezzo dalla fuga di Muammar Gheddafi. Già il titolo del rapporto anticipa i reso- conti agghiaccianti: “Sulla nuova Libia, la macchia degli abusi sui detenuti”. Ora non si è più a ridosso dei combatti- menti e della confusione dello scontro, la vita si dovrebbe essere normalizzata, ma,

per quanto Tripoli sia sotto il controllo del-

le milizie del Cnt, Amnesty paventa il peri-

colo che il quadro carcerario resti esatta- mente quello del regime del rais. Le stesse finalità umanitarie della guerra avallata

dall’Onu sono dunque pesantemente messe

in

discussione, anche se, con rare eccezioni,

lo

scandalo non trova riscontro sui media

internazionali. Amnesty non denuncia un quadro generico, ma molteplici episodi do- cumentati dai suoi inviati con trecento in- terviste a detenuti in undici carceri delle due città: “Centinaia di persone sono state

arrestate in casa, al lavoro, ai posti di bloc-

co o semplicemente per strada. Molte sono

state maltrattate al momento dell’arresto, colpite con i bastoni e con il calcio dei fu-

cili, prese a pugni e a calci e insultate, spes-

so mentre erano ammanettate e bendate. In

alcuni casi, i detenuti hanno riferito di es-

sere stati feriti a colpi di arma da fuoco do-

po

essere stati arrestati. In alcuni casi, so-

no

state riscontrate prove dell’uso della tor-

tura per estorcere confessioni o per punire

i detenuti. Almeno due guardie, in due di-

stinti centri di detenzione, hanno ammesso

di aver picchiato i detenuti per ottenere

confessioni più rapidamente; un diciasset- tenne del Ciad, accusato di essere uno stu-

pratore e un mercenario, è stato preso a pu-

gni e percosso con bastoni, cinture, calci dei

L’inviatadell’Altocommissariatodell’Onuperi diritti umani conferma e aggrava: “Potrebbero esserci più di 7.000 incarcerati nei 67 centri di detenzione presenti nel paese”. Per gli ultimi lealisti è meglio combattere fino alla morte che finire nelle mani dei secondini del Cnt

to a confessare dopo due giorni di pestaggi

ininterrotti. In una prigione, gli inviati di Amnesty hanno individuato un bastone di legno, una corda e un tubo di gomma simi-

un bastone di legno, una corda e un tubo di gomma simi- li a quelli usati

li a quelli usati per picchiare i detenuti col metodo della Falaqa (le percosse sulla pianta del piede). Ad Amnesty risulta che, soltanto a Tripoli e al Zawiya, siano state incarcerate circa 2.500 persone, quasi sem- pre senza mandato di cattura e senza con- trollo da parte della magistratura: “Molti sono stati portati via dalle loro abitazioni

dei pestaggi da parte delle truppe del Cnt, che di fatto controllano le prigioni, è così grave che persino l’inviata dell’Alto com-

missariato dell’Onu per i diritti umani, Mo- na Rishmawi, è stata costretta a conferma-

re di aver ricevuto “informazioni che allu-

dono a casi del genere”, aggiungendo che tra i detenuti, oltre a “combattenti e forse dei mercenari”, vi sono anche molti “im- migrati”. Rishmawi ha completato le cifre

di Amnesty dichiarando che, in tutto il pae-

se, “potrebbero esserci più di 7.000 incar- cerati in 67 centri di detenzione”. Moltissimi tra le vittime di torture e car- cerazioni arbitrarie, ha fatto notare Amne- sty, non sono affatto “mercenari”, ma im-

migrati di colore o cittadini libici dalla pel-

le nera (discendenti degli schiavi), che co-

stituiscono quasi la metà dei detenuti. Pe- raltro, al vaglio di Amnesty, anche le voci corali lanciate da al Jazeera, riportate dai media internazionali e avallate dal Cnt, se- condo le quali le forze di Gheddafi erano

composte da grandi quantità di mercenari subsahariani, si sono dimostrate decisa- mente esagerate.

rata, incontrati da Cremonesi nelle strade deserte, alludono anche alla possibile esi- stenza di fosse comuni: “Qui vivevano sol- tanto negri, negri stranieri, nemici dalla pelle scura che stavano con Gheddafi, uc- ciderli è giusto. Qui non hanno nulla da fa- re, se non morire. Siamo venuti ad assicu- rarci che nessun cane nero cerchi di tor-

nare”. Tawargha aveva 40 mila abitanti, tut-

ti cittadini libici, ora è deserta e sui muri

campeggiano ancora le scritte delle “Bri- gate per la punizione degli schiavi neri”. E’ l’ennesima testimonianza della persecu-

zione di immigrati e di libici dalla pelle ne-

ra da parte dei “ribelli del Cnt”, sempre

ignorata dai governi europei e dalla Nato, nonostante le numerose denunce, come quelle del sacerdote eritreo don Mussie Ze-

rai, che riferiva di telefonate disperate di immigrati eritrei dalla Cirenaica: “Ci stan- no uccidendo con coltelli e machete. Ven- gono nelle nostre case, ci accusano a torto

di essere mercenari del regime”.

A questi liberatori è meglio resistere

La ferocia dei ribelli del Cnt spiega per- fettamente quanto ha stupito lo stesso co- mandante della campagna aerea della Na-

to in Libia, il generale Ralph Jodice, che

l’11 ottobre ha dichiarato: “Siamo tutti sor- presi dalla tenacia delle forze pro Ghed- dafi che stanno combattendo strenuamen-

te a Sirte e Bani Walid.” Questa “tenacia”

non è prodotta da fanatismo o da fedeltà si-

no alla morte nei confronti del rais in fu- ga, ma dalla certezza di avere di fronte un

avversario che, con la piena complicità del-

la Nato, intende in molti casi sterminare i

libici dalla pelle nera e governare la Libia

 

L’inviato del Corriere della Sera Loren-

come faceva Gheddafi. Gli ultimi bollettini

zo

Cremonesi, da Tawargha, a sud-est di Mi-

del Cnt danno Bani Walid e Sirte per “qua-

surata, ha reso una cruda testimonianza

si

conquistate” e non c’è dubbio che prima

della “pulizia etnica che ricorda i villaggi

o

poi lo saranno. Ma la “nuova Libia” por-

vuoti dell’ex Jugoslavia degli anni 90” por-

ta

in sé i semi di una violenza efferata che

tata a termine dalle milizie del Cnt. Quattro

la

condannerà a un futuro di ritorsioni,

ragazzi della brigata Qatiba Namr di Misu-

vendette e instabilità.

Le poste in crisi s’affidano a Wall Street, ma non ditelo in piazza

New York. Se il nucleo ideologico di Zuc- cotti Park è una banda di ventenni senza si- gle che vuole cambiare il mondo, la so- stanza militante della vicenda ce la metto-

no le associazioni per i diritti civili e so-

prattutto i sindacati, figure codificate della

dialettica servo-padrone. E proprio mentre

i cartelli delle associazioni dei lavoratori

a Times Square chiedevano di tassare i

“fuckin’ rich” e finirla con l’avidità dei banchieri, un altro massiccio sindacato,

quello degli impiegati postali, si rivolgeva

a Wall Street per fare quello che il colloso

settore pubblico non è in grado di fare: ri- sanare aziende, rivitalizzare il mercato, trovare soluzioni che esulino dalla tetrago-

na salvaguardia di uno status quo che dan-

neggia lavoratori e manager. Il sindacato che rappresenta 280 mila impiegati delle poste americane ha assunto Ron Bloom per

“affrontare la crisi finanziaria del servizio postale con strategie diverse da quelle usa-

te finora”, ha spiegato il presidente del sin-

dacato, Fredric Rolando. Le strategie tentate finora sono quelle ti- piche del settore pubblico in declino: au- mentare a dismisura il debito, evitare ri- strutturazioni, difendere i posti di lavoro facendo meno concessioni possibili alle ri-

chieste di flessibilità. E’ così che le poste americane hanno accumulato un buco di 5 miliardi e mezzo di dollari che, secondo le proiezioni dei manager di Washington, di- venteranno dieci entro la fine dell’anno. Il mezzo postale soffre di una ovvia crisi strutturale legata allo sviluppo tecnologico – nel 2010 i postini americani hanno conse- gnato 171 miliardi di lettere, il venti per cento in meno rispetto a quattro anni pri- ma – alla quale nessuno ha mai avuto l’ar- dire di opporre adeguate soluzioni azien- dali. Per non alienarsi il potente sindaca-

to nato nel 1889 e le sigle affiliate, le poste

sono state abbandonate a una deriva fatta

di lacci e altri malanni burocratici che ha

trascinato l’azienda pubblica a un passo

dal default. Un mese fa il direttore gene-

rale delle poste, Patrick Donahoe, ha pre- sentato al Senato un’austera proposta di ri- strutturazione che puntava il dito contro gli accordi sindacali – l’80 per cento delle spe-

se deriva dal costo del lavoro, che per sta-

tuto è irriformabile – e minacciava di in- terrompere le consegne del sabato per ri- sparmiare. I sindacati hanno riso di lui con un misto di sdegno e disgusto: “Non ho ab- bastanza aggettivi per descrivere le propo- ste del Postal Service – ha detto Cliff Guf- fey, presidente dell’American Postal Workers Union – alcune sono oltraggiose,

altre spregevoli, altre ancora illegali”. Co-

sì si è arenato lo spunto di dibattito, ma

non il rapido scivolamento delle poste ver- so la bancarotta. E allora anche all’am- biente più ostile ai cambiamenti è toccato

rivolgersi a Wall Street. Bloom è uno spe- cialista delle contrattazioni sindacali che

si muove con lo spirito pragmatico del mer-

cato, un risanatore di mastodonti pubblici

che ha imparato il mestiere nei fondi d’in- vestimento di Wall Street. Nel 2009 Barack Obama gli ha chiesto di prendersi cura dei bailout di Chrysler e General Motors trovando soluzioni non de- pressive per rilanciare le aziende di De- troit. Non senza rischi e incidenti di per-

corso è riuscito a trovare una via virtuosa nel rapporto fra soldi pubblici e iniziativa privata e ha lasciato la Casa Bianca quan- do le aziende che aveva seguito si sono messe a camminare sulle proprie gambe. Per questo ora i sindacati delle poste ame- ricane, ovvero dell’azienda che sintetizza l’incapacità del settore pubblico di ade- guare in modo competitivo il suo modello

di business alle condizioni del mercato, si

sono rivolte a un maestro della contratta-

zione cresciuto all’ombra dei principi del-

la crescita. Ma non ditelo ai ragazzi che

vanno a braccetto con i sindacalisti per New York a chiedere che il mercato venga ghigliottinato a Liberty Plaza.

Così la guerriglia editoriale inglese sta incastrando Cameron

 

Londra. Siamo senza soldi, assediati da-

raldemocratici soprattutto, i secondi senza

spetto a quelli dati alla commissione che

te

in Zimbabwe”).

gli

anarchici, sviliti dagli scandali, storditi

le

code di paglia dei primi) non ha avuto

indaga sull’Iraq; una commissione peraltro

Stephen Glover sull’Independent defi-

dall’ipocrisia della classe politica: volete

troppo successo, restano ancora in gioco gli

con dentro persone che, mi perdonino

nisce questo discorso “il primo e più fie-

lasciarci stare? Paul Dacre, direttore del

altri campi di battaglia: la regolamentazio-

quelli invece competenti, non hanno la

ro

da parte di un personaggio di spicco”

tabloid britannico Daily Mail, ha tenuto la

ne

della stampa e un senso di fastidio cre-

benché minima idea di come funzioni il

in

difesa della stampa (Glover è anche co-

settimana scorsa un discorso appassionato

scente nei confronti del premier, David Ca-

mercato della stampa”. E Dacre poi spiega

lumnist del Mail). Ma non è così semplice:

in

difesa dei giornali, davanti alla commis-

meron. Il direttore del Mail Dacre – consi-

che i giornali sono sempre meno ricchi,

Dacre vuole libertà di manovra, come tut-

sione Leveson, istituita dal governo per da-

derato un kingmaker della politica britan-

fanno fatica a verificare le notizie, sono as-

ti

i direttori che competono su un merca-

re

una regolata – letteralmente – alla stam-

nica, non all’altezza del Murdoch che fu,

sediati da politici che prima si inginoc-

to

così duro com’è quello dei tabloid (e

pa

inglese. L’origine di tutto è naturalmen-

ma comunque con un potere di endorse-

chiavano davanti a Murdoch e ora voglio-

dei non tabloid) inglesi. Per imporsi ha

te

lo scandalo delle intercettazioni illegali

ment che può sollevare o annientare car-

no rifarsi una credibilità, e comunque han-

iniziato a mettere in discussione il suo ap-

fatte dal gruppo Murdoch, ma ormai il pun-

riere – ha spiegato: lo scandalo c’è stato, ci

no già molte più regole di quelle che ave-

poggio al governo: nulla può scuotere il

to

non è più quello: i media inglesi stanno

ha

coinvolti tutti, i reati vanno perseguiti e

vano vent’anni fa. E in queste condizioni

governo più di questo. Così lo scandalo

vivendo la loro primavera, e nulla sarà più come prima.

le

re, ma “badiamo alle proporzioni degli

intercettazioni illegali devono termina-

volete più regole, quando “sempre più informazione che la gente vuole leggere

delle intercettazioni illegali non ha sca- tenato una guerra a Murdoch, ma una

 

Il

gruppo di Rupert Murdoch ha subìto

eventi. Le città inglesi non sono state as-

proviene da una rete internet completa-

guerra a Cameron: basta vedere il tratta-

contraccolpi economici non da poco, alla corazzata murdochiana è venuto a manca-

saltate. Nessuno è morto. Le banche non

sono collassate a causa di News of the

mente deregolamentata e indubbiamente anarchica”? Dacre non ci sta: la stampa va

mento (tremendo, neanche i giornali del- l’opposizione sono riusciti a far tanto) ri-

re

il tabloid News of the World, ma tutti, i

World. I politici hanno continuato a ruba-

difesa, non regolamentata (a chi chiede di

servato negli ultimi giorni, mentre deci-

lettori soprattutto, se ne sono fatti presto

re

dai cittadini che li pagano per essere

introdurre licenze per i giornalisti e moni-

deva le sorti del suo ministro della Dife-

una ragione. Se l’attacco frontale portato

rappresentati. Il paese non è entrato in

toraggi da parte delle autorità, il direttore

sa

Liam Fox, da quelli che erano i gior-

avanti dal Guardian (e strumentalizzato al-

guerra. Eppure è stata istituita una com-

del Mail ricorda “la corporazione introdot-

nali amici: il Telegraph, il Sun, il Times,

la

grande dalla politica, laburisti e libe-

missione d’inchiesta con poteri più ampi ri-

ta

in Italia da Mussolini”, e dice: “Emigra-

e

naturalmente il Mail.

P er gli appassionati dello scrittore au- striaco Thomas Bernhard, (1931-1989)

per i semplici curiosi di che sia da vici-

no un anno di un uomo che per lavorare scrive, e scrive grandi testi, c’è “Un an- no con Thomas Bernhard”, l’ancora del

mediterraneo. Il diario del 1972, scritto da qualcuno che non è scrittore, ma il se- gretario personale, quasi amico di Bernhard: Karl Hennetmair, da lui cono- sciuto nel 1965 in qualità di agente im- mobiliare. L’esistenza dell’autore è as- serragliata in una campagna austriaca, senza Internet, ancora con le poste, scas- sando i tasti delle macchine da scrivere.

A Bernhard serve un filtro per i curiosi e

ammiratori, uno che medi con gli edito-

ri, stemperi la solitudine, beva con lui un bicchiere di vino, a volte nella famiglia del segretario. Non c’è la trama, i giorni

si inanellano, ma nel descrivere i tic di

un uomo solitario, la scrittura si affaccia sulla soglia dell’umorismo. Quando a Thomas si rompe il televisore, a cui do- po mezz’ora svanisce l’immagine, il ti- more è che una volta portato ad aggiu- stare, l’apparecchio venga acceso e fun- zioni per mezz’ora: e allora a che pro portarlo ad aggiustare? I tecnici diranno che lo scrittore è un cretino, il televiso- re funziona e poi lo faranno anche pa- gare. A quarantuno anni, Bernhard vie- ne trattato da artigiani e negozianti co- me un incapace, tutti cercano di raggi- rarlo: destino di artista, è la collisione

L L I I B B R R I I

LLIIBBRRII

Karl Ignaz Hennetmair UN ANNO CON THOMAS BERNHARD l’ancora del mediterraneo, 429 pp., 25 euro

con gli adulti. Karl, factotum e amico, è restio ad assumersi le responsabilità del caso, ma non resiste e rimane avvilup- pato nelle ritrosie dello scrittore che non ritira i premi letterari, ma poi si presentano gli scatti del carattere, l’ira, quando i riconoscimenti non arrivano; o quando i presidenti dei premi sono pro- tagonisti di sgarbi involontari nei suoi confronti, come il ministro che saluta le varie personalità e non lui, il vincitore del premio, perché era seduto in sesta fila e nessuno lo conosceva. Quando Bernhard riceve il premio Grimme per la sceneggiatura di un film, commenta stizzito che non vuole simili premi perché dopo gli sceneggiatori par- leranno di lui come un collega. Poi, con- fida con amarezza Bernhard al segreta- rio, presto non potrà più ricevere tutti quei premi perché suscitano invidia e al- la fine perderebbe gli amici rimasti. Bernhard ama raccontare gli aneddoti di

una carriera pluripremiata, e c’è la vol- ta che è in platea in attesa di un premio

e deve assentarsi per andare alla toilet-

te. Quando torna e sente parlare di tutt’altro, nota di trovarsi a una seduta del Consiglio d’Europa. La vita che scor- re è quella di un misantropo e misogino. Con la sincerità di un fanciullo e la ru- dezza di un adulto senza speranza confi- da a Karl che prenderebbe subito una moglie ma dovrebbe essere una specie di serva, come era la consorte del nonno, che puliva i pavimenti, andava negli uf- fici, scriveva belle lettere, ne tollerava i

silenzi senza fine e ci aveva fatto tre figli. No, una moglie per lui non può esistere. Nonostante i viaggi per andare a ritira- re il profluvio dei premi, assistere alla messa in scena dei testi teatrali, i viaggi principali sono quelli tra casa sua e quella del segretario amico, e l’andiri- vieni all’ufficio postale a dettare tele- grammi a editori e a direttori di teatro. Ecco la dettatura di un lunghissimo te- legramma in un ufficio postale: non è ef- fettuabile a causa della lunghezza. Lo scrittore e il factotum partono come per un viaggio e vanno alla posta centrale di Salisburgo. Lì, l’impiegata è gentilissima

e ammirata. Conosce lo scrittore, dice

che in vita sua non ha mai visto un tele- gramma così lungo e che probabilmente

nella storia dei telegrammi un telegram- ma così lungo non è mai esistito. Poten- za di un grande scrittore.

Oggi su www.ilfoglio.it i com- menti audio di Crippa e Ami- cone sul discorso di

Oggi su www.ilfoglio.it i com- menti audio di Crippa e Ami- cone sul discorso di Bagna- sco, il video dell’Elefantino che muove i primi passi a Repubblica Tv, le immagini della demolizione del com- plesso di Bab al Aziziya a Tripoli.

IL FOGLIO quotidiano

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ANNO XVI NUMERO 245 - PAG 4

IL FOGLIO QUOTIDIANO

MARTEDÌ 18 OTTOBRE 2011

La Giornata

*

*

*

La Giornata * * *

In Italia

MARONI ANNUNCIA: “ORA LEGGI PIU’ DURE CONTRO I VIOLENTI”. Il mini- stro dell’Interno, Roberto Maroni, che oggi riferirà in Senato in merito agli scontri di sabato a Roma, ha detto: “Per una volta so-

no d’accordo con l’onorevole Antonio Di

Pietro: servono nuove norme che possano consentire alle forze dell’ordine di preve- nire più efficacemente le violenze, cioè una legge Reale bis”. Il leader dell’Idv ha auspicato “arresti e fermi obbligatori e ri-

ti

direttissimi con pene esemplari”. Polizia

e

carabinieri stanno compiendo perquisi-

zioni negli ambienti anarco-insurrezionali-

sti (sei fermi a Firenze). La Francia chiu-

derà la frontiera con l’Italia dal 24 ottobre in vista del G20 di Cannes.

Rischiano fino a 15 anni di reclusione i 12 manifestanti arrestati sabato a Roma. La procura ha chiesto al gip la convalida delle misure e la custodia in carcere.

***

La questura vieta il corteo Fiom previsto venerdì a Roma, per motivi di sicurezza. Sarà messa a disposizione una piazza.

***

Centrodestra in vantaggio in Molise. I pri-

mi parziali danno in testa il governatore

uscente Michele Iorio (Pdl).

***

I pm rinunciano all’arresto di Penati. Se- condo la procura di Monza: “Non sussisto-

no più le esigenze cautelari”.

***

Chiusa l’indagine fiorentina su Verdini, Dell’Utri e altre 55 persone, relativa al fi- lone dell’inchiesta sul G8 sulla gestione del Credito Cooperativo Fiorentino.

***

Chiesta copia della sentenza Mondadori dal ministero della Giustizia alla Corte d’appello di Milano, dopo l’esposto presen- tato da Marina Berlusconi.

***

Borsa di Milano. FtseMib -2,3 per cento. L’euro chiude in ribasso a 1,38 sul dollaro.

INNAMORATO FISSO

INNAMORATO FISSO

di Maurizio Milani

Come ragazzo mi sono buttato nella ristorazione abusiva. Fis-

so a Milano (visto anche un cer- to clima permissivo del comu- ne), in mezzo a un parco. Bombola di gas

griglia, faccio sia carne che pesce (an- che bollito). La provenienza della carne

e

dalla macellazione abusiva di mio zio; il pesce non so, me lo vende uno ma-

è

scherato, me lo consegna tutte le matti-

ne

al casello di Agrate (A4). La frutta, ri-

gorosamente ogm, la rubo direttamente

io

(vado una volta alla settimana in un

magazzino nel bresciano e faccio raz- zia). I funghi e le rane provengono dal- l’oasi protetta del parco Adda sud. Gli ortaggi me li dà un nomade. Il resto lo

compro. Chiaramente non ho partita Iva, non sono iscritto agli ambulanti,

non ho il permesso dell’ufficio Igiene. Per questo motivo somministro anche alcolici e superalcolici. Bevo anch’io in- sieme ai miei clienti. Tanti sono droga-

ti,

altri solo pederasti. Lavoro molto be-

ne, il comune di Milano tollera: “C’è di peggio, sono ben altre le cose da perse-

guire: i grandi speculatori finanziari, i grandi sfruttatori e trafficanti interna- zionali…”. Questo lo dicono gli attuali amministratori comunali ai cittadini barricati in casa che si lamentano chia- mando le televisioni locali. Cittadini:

“Basta! Vergogna! E’ ora di finirla!”. Esponenti della giunta: “Calma, adesso vediamo”. Intanto che loro vedono io va-

do

avanti a far da mangiare. Chiaramen-

te

tasse non ne pago. La prossima ele-

zione voto ancora per confermare l’at- tuale sindaco. Non per egoismo, ma per- ché credo nel progetto. Firmato: un cit- tadino contentissimo.

 

***

Tanti lettori mi scrivono: “A che età vanno in pensione i nomadi?”. Essendo nomade rispondo con precisione. Noi nomadi andiamo in pensione a 59 anni esatti. Questo in funzione dei vari con- tributi (bollini Inps) che i comuni in cui siamo stati accampati ci versano. A vol-

te l’età della pensione slitta (in avanti o

in

dietro). Questo perché tanti comuni,

per sbolognarci il prima possibile dal

loro territorio, ci versano bollini doppi.

Io

per esempio sto verificando all’Inps

la

mia situazione: su 250 comuni in cui

come nomade mi sono accampato, ben

80 non mi hanno versato i bollini per la pensione. A questo punto faccio causa. C’è però un comune che oggi si fa cari-

co

di ciò: a tutti i nomadi come me, che

gli

mancano le marchette per la pensio-

ne,

dice: “Amici nomadi, venite a metter

giù

tende e tendoni nel nostro comune e

vi

paghiamo tutti i contributi che vi

mancano”. Il nome del comune non lo dico, altrimenti arrivano tutti e va in

bancarotta. Anche i cittadini poi tendo-

no

a diventare nomadi fissi. Un’altra do-

manda dei lettori è: “Quando vanno in

pensione i domatori di circo?”. Rispon-

do

volentieri: i trentuno domatori di cir-

co

ancora in attività vanno in pensione

a

75 anni, oppure devono avere matura-

to

26.000 numeri a far saltare i leoni e

23.000 numeri a far alzare la zampa agli

elefanti. Per le tigri non esiste numero. Altra domanda: “A che età vanno in pensione i domatori nomadi?”. Rispo- sta: le due pensioni non sono cumulabi- li. Altra domanda: “A che età vanno in pensione i tecnici del comune di Milano che misurano le polveri sottili?”. Ri- spondo subito: essendo una misurazio-

ne

che fanno da poco, i tecnici assunti

hanno tutti venticinque anni esatti. An-

dranno in pensione quando ci andrà Britney Spears (ottant’anni circa).

Mussolini al Financial Times. Uno due tre cento mille baci

Al direttore - Il partito di Romano ora si chiama PT, poste e telegrafi. Perché spedisco-

no dei pizzini?

Maurizio Crippa

Al direttore - C’è un poema sinfonico che verrebbe voglia far ascoltare ai black bloc arre- stati, modello “Arancia Meccanica”, metten- do al posto di Ludovico Van il nostro grandis- simo Ottorino Respighi: “Feste Romane”, con particolare accento sui due movimenti centra-

li “Giubileo” e “L’Ottobrata”. In sottofondo,

per giunta, una voce potrebbe continuamente ripetere le parole di Prospero nella “Tempesta” shakespeariana: “Una musica solenne, la mi- gliore confortatrice di una sconvolta immagi- nazione, possa guarire il tuo cervello, ora inu-

tile tumore entro il tuo cranio”. Alberto Bergamaschi

Al direttore - Repubblica on line ospita il blog di Piergiorgio Odifreddi, il formoso mate- matico che assegna ai black bloc la palma di aver finalmente fatto qualcosa di buono per l’Italia e alla statua della Madonna triturata per strada il ben gli sta. “Solo nel sud del mon- do qualcuno poteva pensare, e addirittura di- re, che rompere un pezzo di gesso senza nes-

sun valore potesse costituire un’offesa alla sen- sibilità di qualcuno”. Ora mi pare che Odifred-

di abbia sostenuto che “cristiano” sia etimo di

“cretino”. Mai letto un battezzato così etimo- logicamente corretto.

Luigi Amicone

Al direttore - Venerdì 14, giorno del fatidico

voto di fiducia al Cav., il mitico Ft, il cui mot-

to “Without fear and Without favour” (inteso

come pregiudizio) incornicia la colonna degli editoriali, titolava solennemente che “Il Cava- liere deve finalmente smontare” da cavallo. Il contenuto del pezzo è il solito elegante frulla-

to

di luoghi comuni su Berlusconi, il conflitto

di

interessi, le difficoltà fiscali legate al mo-

mento, la necessità di mandarlo a casa per il

nostro bene e quello europeo. Unica novità che

ho trovato in questa severa analisi è la defini-

zione del Cav.: “Un plutocrate” – sic! – che si è dato alla politica. Per piacere, quando incon- tra il corrispondente del quotidiano, può spie- gargli che la scelta della parola “plutocrate” fa venire i brividi (creeps)? Margherita Boniver

La traduciamo in inglese per servire la

verità ai colleghi della City di Londra. Il nome “Mussolini” non è menzionato se non implicitamente a proposito del plutocrate,

ma è nome proprio italiano, di Predappio.

Sir - In Friday 14th October, fateful day of the confidence vote in Parliament for the go- vernment headed by “il Cavaliere”, the mighty Financial Times, whose resounding motto “Without fear and without favour” is embla- zoned on the masthead above the day’s edito-

rials, solemnly proclaimed that “it was at la-

st time that il Cavaliere dismounted from his

charger”. The article itself was the usual well shaken cocktail of clichés about Berlusconi, his conflict of interests, the nation’s current se- vere financial difficulties, and the need to

Alta Società

Il tout Milan oggi alla mostra fotogra- fica sull’India di Andrea Micheli, figlio di Francesco. Papà ha chiamato illustri amici e amiche per il vernissage del po- meriggio alla Fondazione Forma. C’è da scommettere che non mancherà nessuno.

Forma. C’è da scommettere che non mancherà nessuno. send him packing both for our own good

send him packing both for our own good and for the good of the European Union, etc etc. The one fresh ingredient contained in this dour and critical analysis was the definition of him as a “plutocrat” (sic!) who went into politics. Would you mind awfully, the next ti- me you bump into the Rome correspondent of the Ft, that using the term “plutocrat” really – and I mean really – gives us Italians the creeps? Yours

Margherita Boniver

Al direttore - A Mario Draghi: vi sono occa- sioni in cui è indispensabile parlare; altre, co- me sabato scorso, in cui sarebbe stato meglio stare zitti.

Giuliano Cazzola

Al direttore - A un certo punto della bella intervista di Buttafuoco a Ciarrapico sul Fo- glio di sabato il Ciarra dice: “Fanno solo quel- lo ormai i suoi nemici (di Berlusconi); lo guar- dano mentre va a donne. Ma chi se ne frega. Lui è sereno, è lieto, è ilare, ha solo bisogno di un filtro”. Magico?! Giorgio Guazzaloca

Al direttore - Ho sentito parlare di “partito serio” (ah la canzone di Rino Gaetano!) che dovrebbe liberarsi o cacciare i Radicali. Non sono d’accordo. E questo, nonostante la ricer- ca di visibilità dei miei amici e colleghi e com- pagni del Pr possa far saltare i nervi (come è accaduto dalle parti della Camera e pure nel- l’accoglienza riservata a Pannella alla mani- festazione degli indignati). Tuttavia, dietro a questa discussione io ne riconosco un’altra. Il rispetto per il Parlamento. Soprattutto in un momento in cui la sua fragilità è evidente. Per me l’assenza dall’Aula è stato un messaggio simbolico insufficiente. Non coinvolgeva, non

spostava pezzi di opinione pubblica. Dunque,

ci vuole qualcosa di più per diventare maggio-

ranza dentro e fuori dall’Aula. Allora, non re-

sta che legarsi allo scranno? Franca Chiaromonte

Un bacio.

Al direttore - Se Rosy Bindi definisce “stron- zi” i deputati radicali, colpevoli di non aver aderito a una operazione di tattica parlamen- tare, perché meravigliarsi di qualcuno che di- ce “stronzo” a Pannella in piazza e ci aggiun-

ge uno sputo e uno spintone? I politici insegna-

no, i militanti seguono. Per fortuna sempre di meno.

Ritanna Armeni

Due baci.

Al direttore - Sui mille euretti non sputia-

mo, e tantomeno sull’invito a cena. Tieni con-

to che qui a Radio Radicale siamo almeno una

cinquantina, vedi tu di trovare una adeguata sala banchetti. Poiché un po’ stronzi siamo an- che noi, aggiungiamo che con i mille euretti non compreremo bottigliette d’acqua da depo- sitare sul sagrato del Duomo. Magari li usere- mo per informare ancora meglio su temi dei quali con te e con il Foglio discutiamo da qual- che lustro. Fine vita e Cav. compresi. Ma sicu- ramente lo sai, e per questo ringraziamo com- mossi e non la facciamo lunga. Ps: in sciopero della fame, da più di un me- se, c’è Pannella, con Rita Bernardini e Irene Testa. Almeno sul primo siamo pronti a giu- rare che – digiunando – si unirà volentieri, se potrà.

Paolo Martini, direttore di Radio Radicale

Tre baci. E a presto.

Martini, direttore di Radio Radicale Tre baci. E a presto. Come arrivare al 2013. Il Cav.

Come arrivare al 2013. Il Cav. sommerso da intrighi e dossier aperti

Roma. “L’alternativa rimane fra la te- nuta di questo governo e le elezioni”, di- ce Fabrizio Cicchitto dopo aver letto l’in- tervista contundente che Beppe Pisanu ha rilasciato ieri al Corriere della Sera e che il quotidiano di via Solferino ha titolato così:

colpi duri all’unico avversario pericoloso percepito sulla scena: Pier Ferdinando Casini. Silenzio su Gianfranco Fini sem- pre meno terza carica dello stato e sem-

pre più leader di partito, ironia sul Pd e

La minaccia delle elezioni anticipate viene agitata dai dirigenti berlusconiani per spaventare, e dunque ricompattare, il gruppo del Pdl attraversato da un inten-

so ed eterogeneo tramestio. Ci sono po-

che cose che i parlamentari temono più

delle elezioni anticipate, specie in un contesto

in cui un gran nu-

Più attenzione viene prestata a Pier Ferdinando Casini. L’ipotesi di una rifor- ma della legge elettorale viene sbandie- rata dai dirigenti del Pdl con sapienza tattica, e con un po’ di sadismo, affinché il leader dell’Udc intenda e si pieghi a più miti consigli (ammesso che la tattica funzioni sul serio, cosa che per la verità non sembra). A Palazzo Grazioli si sono convinti che il capo dell’Udc aspetti solo la crisi di governo per tornare alle urne con questa legge elettorale, che gli consentirebbe di essere determinante nel nuovo Parla- mento: di fatto il rischio è che non vinca nessuno. Ma il problema del Pdl è che non riesce pro- prio ad aggan- ciarlo, Casini, il quale della minaccia di una riforma della legge elettorale (a lui sfavorevo- le) non sembra cu- rarsi troppo. Per rendere la minaccia verosimile il centrodestra do- vrebbe imprimere una vigorosa accelera- zione dell’iter parlamentare. Il proble- ma, tuttavia, è che Lega e Pdl non hanno gli stessi progetti in mente. Salvatore Merlo twitter @SalvatoreMerlo

i
i

suoi alleati di Vasto (Antonio Di Pie- tro e Nichi Vendola), massima at- tenzione al Quirinale sottoposto alle pressioni della grande stam- pa (Repubblica). Per quanto ri- guarda l’attività legislativa e di governo, la regia di Palazzo Chigi gradirebbe maggiore reattività e dinamismo. Ma è la cosa più com- plicata, e gli auspici non sono correttamente registrati sulla reale capacità delle forze in campo. La legge sulle intercet- tazioni pare destinata a rien- trare dalla finestra (ancora) ma tra quindici giorni (e la politica degli annunci su questo tema non ha porta- to granché fortuna né consensi); il decreto sul- lo sviluppo resta inve- ce lì dov’è, cioè in- completo (ne esiste un numero imprecisa-

to di versioni) sulla scrivania del ministro Paolo Romani che se lo litiga con un Giulio Tre- monti ancora nelle grazie di Umberto Bossi; infine la prescrizione breve imbar-

“Questo governo non può durare”. Rispondendo a Pi- sanu, il capogruppo del Pdl alla Camera ieri ha anche parlato di riforma della legge elettorale e ha proiettato al 2013 l’oriz- zonte – senza alternative, sostiene Cicchitto – di questa legislatura. In una giornata politica di nuovo travolta dalle intercettazio- ni tra Silvio Berlusconi e Valter Lavitola, e resa ancora più cupa dall’angosciata atte- sa di nuove trascrizioni di conversazioni contenute nei fascicoli della procura di Napoli che indaga su Luigi Bisignani, la cauta eufo- ria per la fiducia con- quistata a Montecitorio appena pochi giorni fa nel centrodestra si è già esaurita e ritornano prepotenti i timori e dunque i piani strategici (di solito desti- nati a vita breve). Queste le linee guida: vanno contenu- te le spinte centrifughe sulle quali lucra-

no i Pisanu e gli Scajola (ma non solo), ed

è anche necessario assestare un paio di

mero di eletti non

è anche necessario assestare un paio di mero di eletti non sarebbe garantito sia al Senato

sarebbe garantito sia al Senato (nell’ordine di una quarantina

di

senatori)

sia

alla Ca-

mera. Parla-

re di elezio-

ni antici-

pate, dal

punto di

vista del

Pdl e della

Lega, non si

spiega in al-

tro

non come un

modo

se

ammonimento

rivolto ai Claudio

Scajola, ma soprattutto

ai tanti peones agitati del Parlamento,

quegli stessi che in un attimo di dispera-

zione potrebbero persino prestare orec-

chio alle singolari proposte di Santo Ver-

ca

acqua in commissione al Senato, mez-

sace, che ha abbandonato il gruppo del

za

affondata dall’ostruzionismo dell’Idv

Pdl

e da qualche giorno cerca colleghi di-

(anche se il Pdl conta di poterla portare

sposti a costituire un gruppo parlamenta-

in Aula).

re con lui.

La comunicazione ansiogena sulla crisi può minare anche le basi della democrazia

C i sono indizi che in America ed Euro- pa l’umore prevalente nella società

stia passando da ottimista a pessimista per la prima volta dagli anni 50. Gli indicatori

SCENARI - DI CARLO PELANDA

tradizionali del sentimento sono compati- bili con lo scenario di ripresa lenta: incer- tezza a breve combinata con moderato ot- timismo di prospettiva, ma più uno stato di attesa che una convinzione. Ora lo stato di attesa sta orientandosi più verso il pessi- mismo. Finora, nel complesso delle demo- crazie, le recessioni sono state brevi, le espansioni lunghe, e il loro bilancio com- binato positivo. Ma la via della ripresa do-

po

il 2008 si sta facendo troppo lunga. Non

l’Argentina alla fine degli anni 40 e della

cora fenomeno minimo, ma la platea dei

solo. La continua comunicazione ansioge-

Germania nel 1933 fanno ipotizzare che la

pessimisti propensi a parteciparvi è in am-

na

da parte della politica della priorità del

crisi

di fiducia favorisca la domanda di sal-

pliamento. Con quali azioni contenerlo?

rigore sullo sviluppo, in Europa, e dello stato di emergenza irrisolvibile in Ameri-

vazioni autoritarie/populiste. La recente svolta nazionalista nell’Ungheria, da tem-

Certo non quelle finora tentate dalla poli- tica. Probabilmente dovranno essere se-

ca, con la complicazione dell’effetto sim-

po

stagnante, è un segnale in tale direzio-

gnali di sterilizzazione (non inflazionisti-

bolico del dollaro basso e della ritirata

ne. Il formarsi di movimenti indignati indi-

ca) del debito affinché questo non pesi sul

dell’Impero dal mondo, sono fattori che spostano gli umori verso il pessimismo. La società del capitalismo democratico può

l’emergere di un linguaggio che trasfor-

ma il pessimismo silente in attivismo de- monizzante. Irrazionale, ma efficace per

ca

rilancio della speranza del capitalismo di massa. Un’opzione sarebbe quella di im- pacchettare tutti i debiti delle democrazie

resistere a tutto se la profezia resta ottimi-

calmierare l’ansia negli individui e per-

in

un contenitore unico garantito dai patri-

sta. Ma se diviene pessimista, la configura-

mettere loro di preservare la dignità nel

moni statali, così decomprimendo i bilan-

zione di queste società metastabili può

fallimento personale: colpa delle banche.

ci

pubblici. Esagerazione, ma dà l’idea del-

fluttuare in brevissimo tempo verso ten-

Tale

linguaggio, di destra o sinistra che sia,

la

direzione: mettere in priorità il governo

denze degenerative. Non ci sono esempi

prepara la domanda per offerte politiche

della profezia con azioni forti, altrimenti

storici recenti in materia, ma quelli del-

di

salvazione populista/autoritaria. E’ an-

perderemo le democrazie.

Al Cairo va a monte il matrimonio di convenienza tra Hamas e l’Iran

(segue dalla prima pagina)

sesso armi in pugno della Striscia nel 2007

arabo, che prima in Egitto hanno azzerato

della Striscia di manifestare in solidarietà

 

I paesi ospiti saranno la Siria, la Turchia

si è trattato per la Fratellanza della con-

il

blocco anti Fratellanza musulmana costi-

ai profughi bombardati nel porto siriano di

e

il Qatar – ormai il regno del Golfo è una

quista fisica di un territorio, per la secon-

tuito dal presidente Hosni Mubarak e dal

Latakia, ma non basta. Damasco accusa i

star onnipresente nei negoziati complessi.

da

volta. La prima era arrivata con Omar

suo capo dei servizi, Omar Suleiman, e poi,

palestinesi di aiutare i ribelli e l’Iran ha so-

Hamas al Cairo sarebbe un ritorno alla

Bashir in Sudan nel 1989.

e

soprattutto, hanno spinto Hamas contro il

speso i preziosi finanziamenti perché Ha-

culla, perché Hamas è costola della Fratel-

 

Il

trasloco egiziano sembra un effetto la-

regime di Damasco. In Siria appartenere

mas non esprime il suo sostegno al regime

lanza musulmana, e infatti anche i Fratel-

terale dello scambio Shalit, ma è una scos-

alla

Fratellanza musulmana è reato da pe-

siriano. Il risultato è che 40 mila dipenden-

li

hanno preso parte a questi negoziati, a

sa

di terremoto. La strana alleanza di Ha-

na

di morte secondo la legge d’emergenza

ti della macchina amministrativa di Gaza

suggellare alleanza e unione di intenti. Fu-

mas – movimento ferocemente sunnita –

43,

Hamas era tollerata soltanto per realpo-

sono rimasti senza stipendio per due mesi.

rono i Fratelli a creare quella rete di cen- tri di assistenza, mense e scuole che nel

con l’asse formato da Iran e Siria – un re- gime sciita e uno alawita – era sempre sem-

litik. Ma da quando è scoppiata la rivolta della maggioranza sunnita contro la mino-

E’ questa condizione di debolezza che spin- ge Meshaal alla trattativa con il primo mi-

1987, anno della fondazione di Hamas, spa-

brata un matrimonio di convenienza che

ranza alawita, l’imbarazzo è cresciuto fino

nistro Netanyahu, che nel 1997 diede al

lancarono le porte tra i palestinesi al grup-

sarebbe durato fino a quando fosse durato

a

diventare intollerabile. Il gruppo si sfor-

Mossad l’ordine di ucciderlo e per poco

po armato contro i rivali del partito Fatah.

il nemico comune, Israele. Si sta invece dis-

za

di fare buon viso davanti al massacro dei

non ci riuscì.

Quando gli uomini di Meshaal presero pos-

solvendo davanti alle rivolte nel mondo

correligionari e impedisce agli abitanti

Daniele Raineri

Nessunpentimento nelle donne che Israele libera per riavere Shalit

(segue dalla prima pagina)

Il giornale egiziano al Akhbar loda così le donne terroriste rilasciate da Israele:

“Hanno strappato via la classificazione di genere dai loro certificati di nascita”. Ah- lam Tamimi faceva la giornalista a Ramal- lah. Prima ha fallito nel cercare di piazza- re un ordigno in un supermercato di Geru- salemme. Poi ha avuto successo trasportan- do la bomba e il kamikaze che alla pizze- ria Sbarro di Gerusalemme ha ucciso quin- dici persone. Usava le proprie credenziali giornalistiche per superare i controlli più stretti. “Non mi pento di quel che ho fatto, anzi lo rifarei”, ha detto Tamimi in una ra-

ra intervista. “Non riconosco Israele, que-

sta è terra islamica”. Davanti a Barbara

Victor, autrice del libro “Shahidas”, Tami-

mi ha rivendicato l’uccisione dei bambini:

“Non mi pento per i bambini uccisi, do- vrebbero tornare in Polonia o Russia”. Lo scorso marzo l’Autorità palestinese l’ha premiata come “eroica prigioniera”. Sarà rilasciata Kahira Saadi, madre di quattro figli, responsabile di un attentato in cui sono morti quattro israeliani, fu scel- ta per il suo “aspetto occidentale”. Uccise Zipi Shemesh, incinta di due gemelli, e suo marito Gad. A domanda se si sia mai pen- tita, Kahira ha risposto: “No, siamo in guer-

ra”. Lasciò dei fiori al kamikaze prima di salutarlo. Esce dal carcere Wafa al Biss, vo-

leva diventare martire fin da piccola: “Cre-

do nella morte, volevo uccidere cinquanta

ebrei perché una donna musulmana, da martire, diventa la regina delle 72 vergini”. Wafa cercò di farsi saltare in aria in un

ospedale con nove chili di esplosivo fra le gambe. A domanda se fosse pronta a ucci- dere anche dei bambini ebrei, la donna ha risposto: “Sì, tutti, neonati e bambini”. Imam Razawi venne arrestata con quattro

chili di esplosivo. Al Saadi al Qahara è ma-

dre di quattro figli e ha spedito un kamika-

ze in King George a Gerusalemme (tre mor-

ti). Daragmeh Ruma ha portato l’attentatri- ce di Afula (tre morti). Sarà liberata Mona Awana, anche lei giornalista, che con Inter- net ha attratto il sedicenne israeliano Ofir Rahum. Sarà spedita a Gaza, dove, si dice, Hamas è pronto a usarla come propagandi- sta. La sua vittima, Ofir, trovò sul computer un messaggio di Mona. Senza dirlo a nessu- no, Ofir si mise i vestiti migliori e prese il primo autobus. Mona lo venne a prendere a Gerusalemme. A Ramallah, dove il ragaz- zino neppure si accorse di essere entrato, Mona e compagni dopo averlo ucciso lega- rono il corpo al cofano di un’auto. Giulio Meotti

La Giornata

*

*

*

La Giornata * * *

Nel mondo

UN MISSIONARIO ITALIANO E’ STATO UCCISO NELLE FILIPPINE. Don Fausto Tentorio, missionario del Pime, è stato fred- dato davanti al suo convento, nell’isola di Mindanao, da un sicario in motocicletta. Il 59enne lecchese, colpito alla testa, al petto e a un fianco, è morto sul colpo. Per l’arci- vescovo di Milano, Angelo Scola, è stato “un delitto orribile”. Muhammad Ameen, presi- dente dei ribelli del Moro islamic libera- tion front, ha detto che l’agguato “è un se- gno del decadimento morale del paese”. Il ministro degli Esteri, Franco Frattini, ha chiesto al governo di Manila di “estendere la scorta a tutti i missionari in loco”. Editoriale a pagina tre

***

Le truppe keniote sono entrate in Somalia, dopo una serie di rapimenti messi a segno dai guerriglieri di al Shabaab. Il ministro degli Esteri del Kenya, Moses Masika We- tangula, ha detto che i soldati puntano ai jihadisti somali, nel sud del paese.

***

Liliane Bettencourt messa sotto tutela. Il tribunale di Courbevoie ha interdetto l’ere- ditiera dell’Oreal, perché affetta da demen- za e morbo di Alzheimer. La nipote Jean- Victor Meyers si occuperà di lei, la figlia e due nipoti del patrimonio.

***

Il Cnt dice di aver conquistato Bani Walid, città libica ancora nelle mani dei milizia- ni di Muammar Gheddafi. Un comandante dei ribelli, Seif al Lasi, dice che la città è “totalmente liberata”. (Articolo a pagina tre) La televisione siriana al Arrai ha confer- mato che Khamis Gheddafi, ultimogenito del rais libico, è stato ucciso a Tarhouna, a sud di Tripoli, il 29 agosto scorso.

***

Riprendono i lavori per i negoziati tra israeliani e palestinesi. Il 23 ottobre le au- torità dei due paesi si incontreranno a Ge- rusalemme con gli inviati del Quartetto per decidere il calendario dei colloqui.

 

IL RIEMPITIVO

  IL RIEMPITIVO

di Pietrangelo Buttafuoco

Secondo un sondaggio di Re- nato Mannheimer, un italiano su quat-

tro vuole un “Governo istituzionale”, il 43 per cento vuole il voto anticipato e solo il 17 per cento, invece, desidera che resti l’attuale premier, ovvero, il Cava- liere. Il dato più interessante è certa- mente quello sul “governo istituziona- le”. In un certo senso lo aveva auspica-

to

Alberto Asor Rosa sperando che si

muovessero i carabinieri e “istituziona- le”, in senso lato, è pur sempre un qual-

cosa che ricorda il golpe. Perfino demo- cratico. A meno che Berlusconi non in- stauri una dittatura. Con tante belle prefettesse. E le podestesse. E le gerar- chesse. E sarebbe tutto un saltare nel cerchio di fuoco. Scavalcando la foresta

di

baionette o, magari, di tacchi a spil-

lo. Che fa l’istesso.

 

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ANNO XVI NUMERO 245 - PAG I

IL FOGLIO QUOTIDIANO

MARTEDÌ 18 OTTOBRE 2011

CONTRO GLI INCUBI DEI DECLINISTI

 

Non solo declino

Quantiingannineilamentiapocalitticisuitagliallaspesapubblica

 

Non solo austerity

Perché è difficile registrare il vero

sviluppo del quarto capitalismo. Le misurate analisi di Mediobanca

DAGLI INDIGNADOS AI MINISTRI, ECCO CHI PROTESTA SOLO PERCHÉ GLI INCREMENTI PREVISTI SONO MENO PINGUI DELLE ATTESE

Il caso Irlanda e la lezione per

l’Europa: troppo rigore (senza sviluppo) non aiuta, dice il WSJ

Roma. Gli ultimi a protestare sono i po- liziotti. “Indignati siamo noi”, gridano, e non solo perché sono al fronte contro auto- nomi, antagonisti, black bloc. Ma perché debbono anche tirare la cinghia. Se la cava- no meglio le mezze maniche che siedono davanti alle scartoffie dei ministeri: hanno salvato infatti i buoni pasto, simbolica in- carnazione della lotta di classe nel Secon- do millennio. Tagli, tagli, apocalisse della spesa pubblica: “Macelleria sociale”, “rigo- re a senso unico”, “manovra recessiva”. La battaglia contro la riduzione della spesa pubblica accomuna ministri e sindaci, go- vernatori e consiglieri provinciali, sindaca- ti e precari, in un abbraccio trasversale:

perché non c’è opposizione o maggioranza che tenga, dividere la torta è l’arte della po- litica nell’era post ideologica. Ma davvero le cose stanno così? Oppure siamo di nuovo davanti a una commedia all’italiana, anzi a una farsa? Ogni legge finanziaria dalla sua istituzio- ne, nel 1978, a oggi, ha annunciato tagli al- la spesa pubblica eppure il debito è balza- to dal 63 al 120 per cento. La crisi del 2008 ha dato l’ultima spinta all’insù, però la sca- lata resta impressionante. Dal 1991 il trat- tato di Maastricht avrebbe dovuto imporre una fiera disciplina di bilancio, eppure la spesa pubblica è passata dai 373 miliardi di euro del 1990 agli 800 miliardi di euro del 2010, rimanendo attestata a oltre metà del prodotto lordo. Nel frattempo, la pressione fiscale è salita di sei punti di pil (dal 38 del 1990 a quasi il 44 per cento del 2010) e il to- tale delle entrate pubbliche è aumentato di oltre cinque punti (dal 41,8 del 1990 all’at- tuale 47 per cento). Il debito pubblico che allora era il 90 per cento del pil, è quasi tri-

plicato: da 663 miliardi di euro a 1.911 mi-

liardi ed è oggi il terzo al mondo. Da alme- no tre decadi, i ministri del Tesoro, tutti nessuno escluso, mettono ma- no alle forbici. Qualcuno ha fatto ricorso all’a- scia, qualcun altro avrebbe voluto la ghi- gliottina, ma la cura della lama è una co- stante storica. E non

è

mistero che la stam- pa non racconta e la politica rende più oscuro con tutto que- sto gridare al lupo al lupo. A leggere bene le cifre, però, una spiega- zione si trova. La prima, più facile:

role, ogni ministero avrà sempre qualcosa in meno di quel che avrebbe voluto, ma qualcosa in più di quel che ha già speso. Ecco qualche esempio con le cifre attuali. Secondo il servizio bilancio del Senato, nel 2012 senza la mano- vra di luglio (quella di agosto ri- tocca un po’, ma non cambia la sostanza) il totale delle spese sarebbe stato di 844 miliardi di euro l’anno prossimo. Giulio Tremonti l’ha ridi- mensionato a 829 mi- liardi. Ma, spiegano ancora i tecni-

di Palazzo

Madama, nel 2010 so-

no stati spesi 809 miliardi, quindi “l’au- sterità” del Tesoro lascia

realtà a di-

sposizione altri 13 mi- liardi rispet- to all’anno precedente. Troppo po- co? Forse, ma comun-

to all’anno precedente. Troppo po- co? Forse, ma comun- ci in servita a nulla. Un nonostante

ci

in

servita a nulla. Un

nonostante siano au- mentate in modo costan- te, le entrate non sono riuscite a compensare le

uscite. La seconda è che la spesa pubblica non si

è

segreto di questo para- dosso sta nel meccani- smo con il quale viene costruito il bilancio di ri-

mai ridotta davvero. Il

ferimento. Si parte dall’anno in corso,

ne

al 2010. Quindi, un taglio vero, non solo

Quelli che seguono sono stralci della re- lazione presentata sabato scorso da Fulvio Coltorti alla 52esima Riunione annuale della Società italiana degli economisti.

L’ insoddisfacente sviluppo negli anni dopo il 1999 non costituisce un aspet-

to

pare in linea con quanto accaduto agli al-

tri

ria. Sulla Germania uno dei più ascoltati

economisti così si esprime: “Il paese sem- bra essere stato abbandonato dalla fortu-

na

raggiarne il ritorno. Dal 1995 al 2005, l’Eu- ropa è stato il continente con la crescita

più lenta nel mondo e, a fianco dell’Italia,

la

to

Rapporto Attali di tre anni fa ha tralascia-

to

il

In

se

mentre la crescita mondiale seguiva il cam- mino inverso. La nostra economia ha due principali punti di debolezza, unanime- mente riconosciuti: una competitività che diminuisce e l’insufficienza della sua rete

medie imprese”. Il problema della cre-

di

è passata dal 5 all’1,7 per cento l’anno,

40 anni la crescita dell’economia france-

la sfortuna, richiamando espressamente

declino: “Il declino relativo è cominciato.

Germania è stato il paese che è cresciu-

meno in Europa” (Sinn). Per la Francia il

e ora pare mancare dei mezzi per inco-

due maggiori paesi dell’Unione moneta-

specifico dell’economia italiana, ma ap-

tendenziale. La seconda novità è il tetto al- l’acquisto di beni e servizi delle ammini- strazioni pubbliche, tuffando il bisturi in

pozzo nero praticamente incontrollabi-

le. La riduzione va dal 3 per cento per lo

stato centrale al 5 per cento per gli enti lo- cali. E riapre la querelle sui tagli lineari o mirati. Ma il diavolo s’annida anche qui nei dettagli. Le spese sono attribuibili per un quinto ai ministeri, il resto proviene dalle amministrazioni locali, particolarmente in- controllabili. Mentre le prime suscitano le ire del ministro dell’Ambiente, Stefania Prestigiacomo, le altre portano in piazza le

un

mamme che gridano contro la chiusura de-

gli

posti letto negli ospedali. Ebbene, i consu-

mi

che salgono a 144 nel tendenziale, cioè il valore rispetto al quale si calcolano le ridu-

zioni. Si tenga conto che nel 2004 erano sta-

ti

di

che oggi sono arrivati a 77 miliardi. Dun- que, ancora segno più, non meno. Ce n’è di

provenivano dagli acquisti nella sanità

erogati 113 miliardi. Di questi, 53 miliar-

intermedi ammontavano a 137 miliardi

asili nido comunali o la riduzione dei

grasso da raschiare, persino troppo. Ci so-

no

i fondi perduti, alias trasferimenti in

conto capitale che ammontano a 43 miliar-

di,

no

15 dei quali per le sole ferrovie. Ci so-

le false pensioni di invalidità, i prepen-

sionamenti che sono solo aiuti impropri a

imprese fallite, e via via spalmando.

L a Grecia non raggiungerà il suo obietti- vo di riduzione del deficit. Le motiva-

zioni addotte sono molteplici. Non riesce a riscuotere le tasse che ha imposto nella

speranza di aumentare il flusso di risorse

verso le casse statali. E tagliare gli stipen-

di

più difficile del previsto, mentre il pro- gramma di privatizzazioni è in stallo.

La Spagna non centrerà il suo obiettivo

di

babilmente al 9 per cento del pil rispetto al 6 per cento promesso. Ha abbandonato i suoi piani per vendere le lotterie di stato e rimandato quelli di cedere gli aeroporti di Madrid e Barcellona. Il governo ha detto che il mercato valuta troppo poco le lotte- rie, mentre i potenziali investitori negli ae- roporti hanno bisogno di tempo per ottene-

re

finanziamenti. E sembra che il governo

riduzione del deficit, che salirà più pro-

del settore pubblico si sta dimostrando

centrale non riesca a mantenere le redini della spesa degli enti locali. (…) L’Italia non centrerà i suoi obiettivi di ri- duzione del deficit, supponendo che possa

trovare l’accordo su qualcuno di questi

obiettivi – non solo votarli nel timore di perdere il suo primo ministro con un voto

di

gli

a una burocrazia dilatata e a quel siste-

sfiducia, ma implementare sul serio i ta-

ma di casta che passa per governo in Italia.

scita si sposta dunque al livello superiore.

 

que è un se- gno più, non me-

Altro che rigore. Nessuno riesce a ferma-

Di

certo i mercati non sono ottimisti: l’Ita-

Per l’Italia, l’analisi spassionata delle statistiche mette in luce una deformazione delle nostre effettive performance nel con- testo di una progressiva trasformazione della struttura che al “declino” delle gran-

stabilendo come base la spesa erogata, di qui s’abbozza una stima del fabbisogno per l’anno successivo. Il Tesoro decide se è compatibile con i criteri di Maastricht, te- nendo conto della congiuntura; e mette ma- no ai ferri. Ma, attenzione, riduce i valori tendenziali, non quelli storici. In altre pa-

no. Per la prima volta, Tremonti introduce due varianti importanti rispetto a questo si- stema perverso all’origine del debito pub- blico italiano. La prima è il blocco degli sti- pendi degli statali, fissando la retribuzio-

re

la scalata inesorabile della spesa pub-

lia sta pagando di più della Spagna per prendere denaro in prestito. Il primo mini-

stro Silvio Berlusconi ha traballato su una mozione di sfiducia e ha portato a casa l’ap- provazione del bilancio, ma nessuno crede che abbia la forza sufficiente per veder

blica. Per inseguirla si aumentano le tasse,

riducendo il reddito disponibile di chi le paga. Qui davvero s’annida il rischio reces- sione, non nell’eterna farsa dei tagli. Stefano Cingolani

di

aziende affianca l’emersione delle im-

prese del quarto capitalismo. Le vere spe- cifiche difficoltà di crescita risalgono in

 

realizzate le riforme annunciate, o che un successivo governo più orientato a sinistra

Così le statistiche truccano (ma in peggio) lo sviluppo italiano

IN UNA RICERCA DEL CAPO ECONOMISTA DEL TESORO, CODOGNO, TUTTI I DUBBI SUI DATI SU PRODUZIONE E PRODUTTIVITÀ

larga misura alla grande crisi del 2008 e al-

ci

possa nemmeno provare seriamente.

la

più lenta ripresa dei livelli produttivi

Intanto, la troika – Fondo monetario in- ternazionale, Banca centrale europea e Commissione Ue – trotterellano di paese in paese, meravigliandosi dell’ingenuità con-

tabile degli stati che sono stati salvati, bac- chettando ogni fallimento nel raggiungere

originari. Almeno in parte, ciò è riconduci- bile ai processi di internazionalizzazione.

Essi proseguono con delocalizzazioni im-

portanti da parte delle grandi imprese e stanno ora interessando anche le medie, che tendono a soddisfare la domanda dei paesi emergenti attraverso insediamenti esteri. A tutto il giugno scorso i flussi espor- tativi avevano riguardato i livelli pre crisi, ma occorre considerare l’aumento delle importazioni di beni intermedi e dunque l’effetto del saldo sfavorevole della bilan- cia commerciale. Esso limita la produzione interna (sostituita da quella offshore) com- portando indebitamenti crescenti sui qua-

Roma. I numeri italiani parlano chiaro:

Secondo l’economista, tra le molte motiva- zioni vi sono anche “aspetti strutturali del mercato e fattori statistici”. Vediamo gli aspetti strutturali: bassa partecipazione al lavoro, scarsa performance in termini di ore lavorate pro capite, qualità del lavoro misurata dalla preparazione scolastica an- cora più bassa della media europea. Tassi negativi della Tfp possono essere determinati da tre fattori. Primo: “Ricom- posizione nella forza lavoro” (a causa ad esempio dell’afflusso di lavoratori immi- grati che per la tipologia di lavoro in cui so- no inseriti e per minore preparazione pro- fessionale e livello educativo hanno una produttività più bassa). Secondo: “Ricom- posizione dai settori ad alto a quelli a bas- so valore aggiunto” (ovvero più peso del settore dei servizi rispetto al settore indu- striale). Terzo: “Problemi di misurazione”. Ebbene sì, un ruolo non trascurabile è do- vuto alla statistica. La questione diventa un po’ tecnica, quindi ardua e sdrucciolevole, ma merita di essere affrontata, come ha fat- to Codogno: “Le statistiche ufficiali sono in- fluenzate da una serie di problemi che nor- malmente hanno condotto a una sottostima dei trend di output e produttività a livello aggregato”. Insomma, i dati indicano valo- ri della produzione industriale e della pro- duttività totale più bassi di quelli effettivi. Sono cinque i motivi per cui la Tfp e la pro- duttività possono essere sottostimate: i de- flatori dell’import e dell’export; le disfasie tra i dati sulla produzione e quelli sul fat- turato; la stima dei fattori produttivi, cioè dello stock di capitale e del lavoro; la mi- surazione dell’economia sommersa; la re- golarizzazione degli immigrati. Partiamo dai deflatori, ossia dai numeri indice dei prezzi utilizzati per depurare

dalle variazioni dei prezzi i valori in mone-

ta

ri

suggerito Codogno – sono aumentati note- volmente nel corso degli ultimi 10 anni ri- spetto a quelli dei principali partner com-

merciali provocando significative perdite

di

re, secondo studi della Banca d’Italia cita-

ti

vazione diretta dei prezzi all’import e al- l’export contribuirebbe sia a ridurre il va- lore dei deflatori sia a diminuire la contra-

zione delle quote di mercato e a migliora- re le stime della crescita del settore mani- fatturiero italiano e la sua produttività”. Codogno si è anche chiesto se l’indice Istat della produzione industriale sia pie- namente congruente con altri indicatori co- me il fatturato delle aziende. Qualche dub-

bio è lecito visto che le statistiche naziona-

riportano una dinamica della produzione

li

industriale significativamente più debole

rispetto a quella del fatturato delle azien- de: “Rispetto alla Germania – ha commen- tato Codogno – la performance del fattura-

to

delle imprese in Italia tra il 2003 e il 2008

dal capo economista del Tesoro, “l’osser-

quote internazionali di mercato”. Eppu-

di una grandezza economica: “I deflato-

dell’import e dell’export per l’Italia – ha

è stata molto migliore di quanto risulta con- siderando l’indice della produzione indu- striale”. Questa discrepanza è tipica di una fase di ristrutturazione come quella in cor- so in Italia verso prodotti qualitativamen-

te

industriale – secondo l’analisi del capo eco-

nomista del Tesoro – può non tenere piena- mente conto di questo mutamento (“shift”) qualitativo, in quanto viene derivato su un basket di beni prefissato. Ciò rimarrebbe vero anche tenendo conto che il fatturato riflette pure il valore degli input importa- ti, mentre la produzione industriale fa ri-

migliori. Insomma l’indice di produzione

ferimento ai soli beni materialmente pro- dotti in Italia.

la produttività è scarsa rispetto agli altri paesi e quindi anche la crescita economi- ca è asfittica nei confronti europei. Ma gli stessi numeri sono chiari? Ovvero: i dati italiani mostrano davvero tutta la realtà o ne colgono soltanto una parte? La doman- da è lecita, a maggior ragione dopo la let- tura di un’analisi che il capo economista del Tesoro, Lorenzo Codogno, ha illustrato in un seminario a porte chiuse che si è svol- to la scorsa settimana a Roma proprio sul- la “questione della produttività e della cre- scita”. Secondo lo studio, gli indici e le sta- tistiche potrebbero non dire tutta la verità sulla produzione industriale e sulla pro- duttività dei fattori, con tutta probabilità sottostimati rispetto alla realtà. Codogno da civil servant qual è rifugge da interventi su giornali e da interviste a televisioni e radio: preferisce il rigore del- le analisi. Le tesi del responsabile dell’uf- ficio studi del ministero dell’Economia si fondano su numeri, studi e confronti inter- nazionali. Per questo nessuno dei parteci- panti al seminario si è meravigliato quan- do Codogno ha indicato, con tabelle e gra- fici, che “il tasso di crescita potenziale del- l’Italia si è significativamente ridotto negli ultimi 10 anni sia in termini assoluti sia in termini relativi rispetto a Germania, Fran- cia e Stati Uniti”. Il motivo? “La contrazio- ne del potenziale è principalmente imputa- bile alla caduta del contributo della Tfp (Total factor productivity, ndr) che, dal 2002, è addirittura negativo”. Il calo dell’appor- to della Tfp è sintomatico delle prospetti- ve di crescita dell’Italia nel lungo periodo, ha chiosato Codogno. Ma quali sono i motivi della riduzione della produttività totale dei fattori (Tfp)?

i

propri obiettivi, e raccomandando dosi

 

maggiori del farmaco che sta debilitando il

Le incognite sui fattori capitale e lavoro C’è anche un problema relativo al fatto-

paziente. La troika vede disegni di alberel-

li

da unire coi puntini, mentre ci sono una

re

capitale che viene calcolato dalle stati-

foresta e una figura precisa. Questi alberi sono parte di una foresta minacciata da un’unica fonte, e questi puntini possono es-

stiche: le stime del fattore capitale basate

su

un metodo come quello utilizzato (per-

petual inventory) “possono essere poco informative in periodi in cui si ha un’acce- lerazione nel tasso di decadimento dei be-

sere uniti. Gli sforzi anti deficit falliscono infatti non per cause diverse in ognuno di questi paesi, tranne alcuni casi. Falliscono

li

gravano oneri finanziari che si traducono

ni

capitali”. Il risultato paradossale è che

a

causa di piani di austerità impropri. Ta-

in

flussi verso l’estero. Verosimilmente au-

in

fasi di forte ristrutturazione, come quel-

gli

alla spesa e aumenti delle tasse abbat-

menteranno ancora i flussi di materiali in- termedi importati, mentre rallenteranno le esportazioni a causa delle politiche di pro- tezione doganale adottate dai paesi a mag- giore tasso di sviluppo. Il procedere della globalizzazione sta imponendo una nuova

selezione di mercati e prodotti; è verosimi-

la

che sta vivendo il sistema industriale

tono il pil più velocemente che non il defi- cit; il rapporto deficit-pil sale invece che scendere. Queste misure vengono imposte

italiano, non considerare queste dinami-

che può sovrastimare lo stock di capitale

e

quindi registrare una riduzione della

a

economie con mercati del lavoro rigidi,

produttività che può non essere del tutto reale. Sulla produttività incide anche il modo

senza una storia di innovazione imprendi- toriale, con alto livello di tassazione e una regolamentazione che strangola il settore privato. Questo non significa che il ruolo dei governi non dovrebbe essere ridotto. Dovrebbe. Ma senza riforme pro crescita, tutti i tagli continueranno a essere inutili. Nel dubbio, considerate l’Irlanda, uno dei primi paesi a ritrovarsi alla mercé dei garanti dell’Eurozona. L’alleanza sacrilega tra politici e banchieri che ha finanziato l’inflazione della bolla immobiliare è stata seguita da un grande errore politico. Inve-

le

che l’industria italiana e i nostri sistemi

in

cui si tiene conto del fattore lavoro: le re-

locali, pur con dinamiche eterogenee, ab-

golarizzazioni degli immigrati hanno sì fat-

biano la capacità per farvi fronte.

to

emergere forza lavoro illegalmente pre-

Gli standard tedeschi ci promuoverebbero I metodi delle rilevazioni statistiche,

sente in Italia, e quindi economia non cal- colata prima, ma a discapito della produtti- vità. Questo perché c’è stata una crescita delle ore lavorate nei settori con maggiore presenza di lavoratori immigrati, che a pa- rità di output ha depresso la produttività. Anche la stima dell’economia sommersa provoca problemi considerevoli: “Istat – ha scritto Codogno nel paper – correntemente produce una misurazione del sommerso, tuttavia stime della Tfp prodotte da Banki- talia escludendo l’economia informale mo- strano come la crescita cumulata nella pro-

duttività del lavoro tra il 2000 e il 2006 si sarebbe attestata tra il 2 e il 2,8 per cento

sempre più complesse man mano che le re-

ti

d’impresa si diversificano e si estendono

al

di fuori dei confini nazionali, aggravano

il

quadro poiché distorcono le nostre

performance relative; non è chiaro in qua-

ce

che adottare il consiglio del grande Wal-

le

misura ciò dipenda dai “nostri” metodi e

ter Bagehot, e lasciar fallire le banche mentre la Banca centrale pompa massiccia liquidità nel sistema, il governo decise di caricare il peso delle banche fallite sui bi- lanci nazionali.

Dublino, le tasse e le privatizzazioni

in

quale da quelli degli altri paesi. La que-

stione è aperta, ma intanto vi è condivisio-

ne

nel fatto che i valori deflazionati svan-

taggino le serie italiane (Deutsche Bunde- sbank 2011). Difficile dall’esterno valutare l’entità del fenomeno. Basti dire che, nel caso il valore aggiunto della manifattura italiana venisse deflazionato con gli indici

fronte di un valore di 0,5 per cento regi- strato nelle statistiche ufficiali”. Michele Arnese

a

 

Ma quando l’Irlanda col cappello in ma-

no

ha chiesto aiuto all’Eurozona, si è man-

tedeschi, la sua variazione annua tra il 1999

tenuta fedele a un principio: tenere duro

e

il 2007 passerebbe dallo 0,7 per cento “uf-

 

sul suo basso livello di tassazione (12,5 per cento) sui profitti aziendali, nonostante le pressioni esercitate da una Francia fiscal- mente avida e da un cancelliere tedesco ansioso di eliminare la concorrenza negli investimenti esteri. Questa non è l’unica ra- gione per cui l’Irlanda oggi può rivendica-

ficiale” al 3,3 per cento; se gli indici fosse-

Caritas non in veritate. I poveri e i rischi del circo mediatico-finanziario

pressione, se non si spiega che il riferimen-

ro

quelli francesi, la crescita salirebbe al

4,2 per cento.

Un ruolo importante è anche giocato dal- l’economia sommersa (che una stima gros- solana fissa al 32 per cento del pil italiano “emerso”) che induce a sottovalutare il flusso annuo del reddito. In ogni caso, resta

L e agenzie di stampa hanno dato grande risalto a un “non studio” della Fonda-

me “moribonda”. E tutto ciò nonostante il boom che le esportazioni italiane hanno fatto segnare nei mesi scorsi dimostri il contrario. Affermare che in Italia la po- vertà è aumentata in un anno del 13,8 per cento, come fa la Fondazione Zancan, con- traddicendo di fatto i dati Istat, dà un con- tributo notevole all’allarmismo in circola- zione. In realtà la povertà relativa in Italia per l’Istat è all’11 per cento nel 2010, con un aumento di 0,2 punti rispetto all’anno pre- cedente, ma con una riduzione di 0,3 punti sul 2008 e di 0,1 punti sul 2007. Una cresci- ta del 13,8 per cento (dati Caritas) della po- vertà già all’11 per cento (dati Istat) fa im-

è alla povertà relativa. Quest’ultima per

l’Istat riguarda le famiglie con meno di duemila euro al mese per due persone, da spendere; ciò vuol dire soltanto che l’11 per cento delle famiglie ha un reddito da spen-

to

dere minore di quello medio nazionale. La povertà assoluta, per l’Istat, si definisce in- vece come la non capacità di effettuare la spesa per beni e servizi ritenuti accettabi-

rispetto allo standard nazionale, ed essa

li

nel 2010 è al 4,6 per cento (contro il 4,7 per cento del 2009). L’incremento reale, come si vede, non è in assoluto troppo significati- vo. Certo, nessuno mette in discussione il

fatto che la Caritas percepisca questo pur piccolo aumento percentuale nelle richie- ste di aiuto ai veri poveri, ma i numeri in

zione Zancan per Caritas sull’aumento dei poveri in Italia. Basta leggere la stampa specializzata internazionale per rendersi conto che il giudizio negativo del deb