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Alfredo Rocco, la Nazione come fede


Si pu ritenere che lispirazione e la visione ideologica di Rocco siano funzionali al progetto teso a dare consistenza politica alla Nazione vista come un corpo organico devastato da innumerevoli aggressori. Se nella democrazia, nel liberalismo, nel socialismo, nel clericalismo che Rocco individua gli agenti nemici della Nazione, pure si mostra consapevole della superiorit stessa della Nazione e delle sue possibilit dincessanti rinascite nonostante gli attacchi concentrici dei quali soffre soprattutto perch da Nazione un organismo avente vita continuativa, sostiene, aggiungendo che essa non la somma degli individui attualmente esistenti: la Nazione, quindi, non il popolo (nel senso in cui si assume oggi questa parola). La Nazione comprende non solo la generazione presente, ma anche quelle passate e tutte quelle che verranno nei secoli. Gli individui passano, e le Nazioni durano secoli e millenni. Questa fida nella Nazione come unit di destino superiore agli individui spinge Rocco a teorizzare una sorta di Nazione assoluta o totale, nel cui ambito la libert individuale diventa relativa, presa cio in considerazione e valutata soltanto in rapporto allo sviluppo ed alla fortificazione dellindividuo per essere utile strumento della Nazione. Stesso atteggiamento Rocco mantiene per ci che concerne il benessere economico del singolo. Tutto nella Nazione, niente al di fuori di essa, dunque, sostiene Rocco che nella coesione comunitaria nazionale scorge il principio della diffusione della libert, della prosperit, della sicurezza nel popolo, perch soltanto la coesione garantisce la potenza da cui tutto origina. La constatazione della frattura tra laspirazione e la realt fa dire a Rocco che lItalia socialmente ancora un Paese primitivo per via del divario esistente agli inizi del secolo tra il Nord ed il Sud. Da entrambi i poli del Paese, gli italiani, osserva Rocco, si avvertono pochissimo gli interessi nazionali e moltissimo quelli particolaristici, regionali, municipali. E questa la ragione conclude perci la politica nazionale in Italia si fa (netta la contraddizione di termini) a base comunale. Orbene, questa disgregazione deve sparire. E per farla sparire, per costruire saldamente la societ italiana, non vi che un mezzo: richiamare vivamente lattenzione degli italiani sulle lotte che la Nazione italiana combatte e pi combatter nel mondo. Come nelle lotte contro le difficolt e le avversit si cementano le famiglie, cos nelle lotte per la loro affermazione nel mondo si cementano le societ. Si visto, a questo proposito, quanto servita la guerra libica. E quando sar viva in tutti gli italiani la sensazione che la Nazione italiana lotta, ogni giorno, per la conquista del suo benessere e della sua potenza nel mondo, ognuno di noi avr la sensazione di essere un milite di questo grande esercito schierato in battaglia e ciascuno comprender allora la necessit di lavorare, nel proprio campo, con alacrit e con zelo; perch nella battaglia chi resta inerte un vile; e di non turbare con discordie interne la competenza della Nazione, perch chi fomenta discordie: nel giorno della battaglia un traditore. Nel nome della Nazione si cementer laggregato nazionale, si cercher la coscienza degli interessi nazionali, sinstaurer la disciplina nazionale. La visione bellicista di Rocco confermata dallapplicazione fedele dellidea corradiniana dello spostamento della lotta tra le classi alla lotta tra le Nazioni la cui dimostrazione pi eloquente nel

terzo paragrafo del Manifesto di Politica scritto nel primo numero della rivista fondata da Rocco stesso e da Francesco Coppola. Vi si sostiene, fra laltro, che la legge fondamentale della vita degli organismi sociali, come di quella degli organismi sociali, come di quella degli organismi biologici, la lotta: solo per mezzo di essa i pi sani, i pi vitali, si affermano in confronto dei pi deboli e dei meno adatti; per mezzo della lotta si compie levoluzione naturale dei popoli e delle razze. E quindi alla formula dellideologia democratica uguaglianza tra gli individui, e quindi abolizione delle gerarchie sociali e disorganizzazione allinterno; uguaglianza tra i popoli, e quindi pace perpetua ed immobilit allesterno noi opponiamo la formula: disciplina delle disuguaglianze e quindi gerarchia ed organizzazione allinterno; libera concorrenza e lotta fra i popoli allesterno, perch tra i disuguali si affermino i meglio preparati e i pi adatti alla funzione universale assegnata a ciascun popolo forte e capace nella evoluzione della civilt. Per Rocco, soprattutto negli anni immediatamente precedenti la guerra mondiale, lotta tra i popoli significa essenzialmente lotta tra le Nazioni giovani e quelle in decadenza. Il posto di queste ultime compromesso: mancando di linfa vitale, come la Francia, non possono che soccombere sotto la pressione di popoli, come litaliano, desiderosi di affermarsi e dotati dellarma della prolificit. La risorsa demografica, secondo Rocco, costituisce la vera forza delle Nazioni; al contrario i Paesi segnati dal crollo delle nascite ed in Europa, negli anni Dieci, la Francia aveva questo negativo primato sono destinati ad un lento suicidio collettivo. La politica di potenza italiana per Rocco ha due obiettivi immediati: il controllo dellAdriatico e legemonia nel Mediterraneo; soltanto in un secondo momento lItalia avrebbe dovuto concentrare i suoi sforzi espansionistici sulle coste dellAfrica settentrionale, dove avrebbe dovuto prendere il posto della Francia, Nazione i decadenza. Adriatico e Mediterraneo si configurano nella concezione geopolitica rocchiana come due aree indipendenti; luna senza laltra non avrebbe alcun senso. In un articolo apparso sul Dovere nazionale, significativamente intitolato Armiamo lItalia per tenerla pronta agli eventi, come si esprime: Orbene, il nostro avvenire nazionale dipende tutto da ci: che lAustria e la Francia sindeboliscano sempre di pi; e per meglio dire, che il rapporto tra la nostra e la loro forza divenga per noi sempre pi favorevole o, nella peggiore ipotesi, meno sfavorevole. La nostra reale indipendenza politica legata a questo rapporto. Noi non ci sentiremo pienamente sicuri se non quando sar la proporzione di forze che esiste fra noi e ciascuna delle nostre due vicine. In secondo luogo: non possibile per noi espansione che non sia a danno dellAustria e della Francia. Il campo della nostra attivit nazionale e necessariamente il Mediterraneo. Orbene,nel Mediterraneo orientale, noi urtiamo contro lAustria; in quello occidentale, contro la Francia. Il dominio commerciale e politico del Mediterraneo orientale presuppone il dominio dellAdriatico, e specialmente di Trieste. Chi possiede Triste, domina commercialmente lOriente e chi possiede lAdriatico domina politicamente lOriente. E poich occorre il dominio di Trieste e dellAdriatico, ci occorre lesclusione dellAustria dal dominio di Trieste e dellAdriatico. Ma - daltro canto non bisogna dimenticare che il nostro avvenire e la nostra stessa sicurezza nel Mediterraneo occidentale, ci sono contrastate dalla Francia. La Francia cinsidia la Corsica, cinsidia dalla Tunisia. La Francia detiene le ricche regioni dellAfrica settentrionale, cos propizie alla nostra emigrazione. La

Francia ci soffoca nella Libia, chiudendoci la via dellAfrica equatoriale. Insomma, per Rocco, lItalia deve essere austrofoba e francofoba: solo lantagonismo con entrambe potrebbe dare un significato alla sua politica estera. Questa visione, alquanto utopistica dati i tempi, non gli impedisce pi tardi, e dopo un lungo, doloroso travaglio, di abbandonare latteggiamento della mentalit armatae optare per la guerra contro gli Imperi Centrali, ma soprattutto contro lAustria Ungheria, poich giudica obiettivo prevalente il dominio dellAdriatico. Rocco, dunque, fa buon viso a cattivo gioco accettando soltanto per fini superiori di vedere lItalia schierata accanto alla Francia, che per lui continua ad essere il paradigma della decadenza. Tuttavia, la nostalgia germanofila continua a nutrire la sua fervida immaginazione tanto da fargli ipotizzare irrealisticamente, quando il conflitto aveva avuto termine, una spartizione delle zone dinfluenza tra la Germania e lItalia. E stridente il contrasto che si avverte tra il nazionalismo di Rocco e le idee politiche dominanti in Italia nei primi due decenni del Novecento. Vi anzi unimposizione radicale, insanabile. Dalla sua concezione ideologica scaturisce una visione dello Stato autoritario, fortemente motivato del suo essere, quale unica alternativa alla disgregazione del sistema liberale frutto dello sviluppo logico della concezione atomistica della societ. Secondo tale concezione lo Stato ha altra funzione che quella di promuovere e garantire la felicit dei singoli, attraverso il libero sviluppo dellesistenza individuale. Ci e inaccettabile per Rocco, che vede nello Stato soprattutto lunit della Nazione, lespressione della sovranit del potere politico. Si sottolineato come la Nazione considerata da Rocco quale corpo organicoavente una sua esistenza, ma non un fine predeterminato. Il fine si delinea soltanto quando il corpo organico sociale si organizza. Lo Stato afferma Rocco nel 1920 non qualcosa di diverso o di sovrapposto alla societ; la societ stessa in quanto si organizza, cio in quanto esiste e vive, perch lorganizzazione la vita. Ma gi nel citato Manifesto di Politica, due anni prima, con Coppola, aveva affermato con vigore e chiarezza che lo Stato non pu separarsi dalla societ, identificandosi,con gli organi della sovranit, ora con la classe politica da cui essi sono tratti, ora persino, con gli individui che, volta a volta, la esercitano; ma non altro, invece, che la societ appunto in quanto si organizza sotto un potere supremo: quindi la forma necessaria e storica della vita sociale, forma di indefinita durata di fronte al transeunte valore dellindividuo. Ecco perch la nostra concezione dello Stato organica, dinamica e storica, mentre la concezione liberal democratica meccanica, statica e antistorica. Ecco perch solo in essa trovano il loro posto logico e necessario tutte le istituzioni e tutti i fenomeni, in cui lindividuo ci appare nella sua funzione di strumento od organo dei fini dello Stato, primo fra questi la guerra, per la quale allindividuo si chiede il sacrificio supremo. Lo Stato, dunque, presuppone la Nazione: coerentemente con la dottrina organica sviluppatasi pi o meno nello stesso periodo in Germania, Rocco non rivendica impostazioni statolatriche proprie delle filosofie politiche che ritengono la forma-Stato precedente laggregato social,comunitario. Per Rocco lo Stato, quale espressione pi alta organizzazione politica, piuttosto la necessaria esaltazione del dato nazionale, organismo naturale vivente che ha bisogno di armonizzare i suoi elementi, le sue parti. La concezione naturalistica della Nazione e dello Stato, alla quale il primo Rocco si mantiene fedele, ha fatto ritenere lo studioso sospetto di

positivismo da parte di ambienti, per lo pi idealistici. Per certi versi vero e gli sviluppi ulteriori del suo confessionalismo ateo lo dimostrano. Rocco figlio legittimo della cultura del suo tempo, ma la sua intelligenza politica lha sottratto alla tentazione; per esempio, di avversare la Chiesa e la religione cattolica apertamente, perch considerate elementi di ordine e di pace sociale. La Chiesa poteva e doveva diventare, secondo Rocco, alleata dello Stato nel reprimere le cosiddette forze antinazionali. Lo sviluppo dei rapporti tra Stato e Chiesa avviati dal fascismo e gli esiti che tale politica ha avuto testimoniano, una volta di pi, della lungimiranza del giurista napoletano. Rocco immagina che lo Stato debba affermare la sua forza in tutti i campi: Unidea antica eppure sempre nuova che egli riprende dalla grande tradizione giuridico-politica nazionale, lamentando che tale idea dello Stato-forza che la trionfante generale ignoranza chiama oggi tedesca o prussiana, schiettamente latina e italiana. Essa si collega in modo diretto alla tradizione intellettuale romana, che Machiavelli rinnov nella sua filosofia politica,Vico nella sua filosofia ironica, e gli storici e gli economisti meridionali del principio dellOttocento troppo ignorati e dimenticati nella loro critica della filosofia della Rivoluzione francese. E da questa consapevolezza e da questo terreno di cultura giuridico-politico che nasce e si sviluppa il sistema rocchiano che, come osserv Sergio Panunzio indubbiamente la bene intesa e profondamente intesa ragion di Stato. La riproposizione dellethos dello Stato organico, dalla forte connotazione decisionistica, nasce in Rocco, oltre che dalle convinzioni ideologiche maturate dallosservazione delle trasformazioni sociali e dalla militanza nelle file dellAssociazione nazionalista, dalla constatazione del grado di disgregazione toccato dallo Stato liberale. Se allo Stato resta ancora un avvenire nel mondo contemporaneo, per Rocco simpone in via pregiudiziale un recupero del senso pi antico e autentico della sua missione che ne restauri gli stesi titoli di legittimit storica, fatti ormai logori dallimpotenza a spiegare nei conflitti delle classi organizzate quella stessa energia per la quale esso pot sorgere, nelle albe dellEuropa moderna, riducendo a forza lanarchia tumultuaria dei singoli e dei minori centri sociali entro le ordinate procedure del diritto. Alfredo Rocco, Guardasigilli della Rivoluzione Alfredo Rocco osserva che non lo Stato dominava la societ italiana nel sistema liberale,ma la disorganizzazione e lindisciplina collettiva. Tesi ribadita nel discorso inaugurale dellanno accademico 1920-21, pronunciato allUniversit di Padova, nel quale, facendo sue le conclusioni di Santi Romano e di Oreste Ranelletti sulla crisi dello Stato liberale, afferma che esso si va dissolvente in una moltitudine di aggregati minori (partiti, associazioni, leghe, sindacati che lo soffocavano e lo paralizzavano). Ma non si tratta solo di questo. Per Rocco la crisi dello Stato ha cause pi remote e profonde. Ritorna, anche in questa occasione, la polemica contro lindividualismo. Notando che laffermazione dello Stato coincide con lo sviluppo e la prosperit della societ, conclude che quando riprendono il sopravvento gli individui ed i gruppi, essa soggetta allinevitabile processo di disgregazione. E stato sempre cos, secondo Rocco, nel corso dei millenni, perci pacifico ritenere che nella diffusione dello spirito individualistico ed antistatale da ricercarsi la causa primaria

dellindebolimento dello Stato, del quale, tuttavia, incolpare esclusivamente il movimento sindacale a dir poco ingiusto, tanto pi che gli eccessi e le deviazioni del sindacalismo si devono proprio a quellideologia liberale che lo ha lasciato crescere potente e nemico, non solo perch agnostica riguardo ai problemi ai problemi sociali, ma anche per la sua concezione meccanica, atomistica, ugualitaria della societ. Infatti, concependo la Societ come una somma di individui uguali, come una grigia massa amorfa ed indifferenziata, il liberalismo, fin dal suo apparire come pratica politica, distrusse quelle antichissime organizzazioni professionali, le corporazioni darte e di mestiere, che, sorte allinfuori dello Stato, erano state da questo assorbite, disciplinate e fatte proprie. In effetti, labolizione delle organizzazioni professionali decretata dallAssemblea Nazionale francese il 4 agosto 1789 e ben presto recepita dalle nascenti democrazie di mezza Europa produsse una sincope storica fra i cosiddetti corpi intermedi e lo Stato che a lungo andare avrebbe determinato uninsanabile lotta tra il potere politico e le categorie produttive, cosa che avvenne soprattutto dopo lo sviluppo in senso industriale delleconomia moderna. Il sindacalismo non avendo il riconoscimento giuridico delle sue organizzazioni, teorizz la situazione dei sindacati allo Stato, affidando ad essi non solo la gestione dellimpresa, ma anche, attraverso le federazioni, la tutela degli interessi generali. N basta osserva Rocco - . Il movimento sindacale, con evidente deformazione, stato portato dal campo dellindustria privata a quello delle pubbliche imprese, e perfino nel campo delle pi gelose funzioni amministrative, dando luogo al fenomeno del sindacalismo amministrativo, che ha recato lultimo e pi grave colpo allautorit dello Stato, e ha finito col disorganizzare completamente i pubblici servizi. Nonostante ci Rocco non pensa per niente di porre rimedio alla gravit del problema sopprimendo il sindacato. A suo giudizio la soluzione consiste nel rimuovere la cause a cui le deviazioni sono dovute, e pertanto nel porre termine allattitudine passiva che lo Stato, legato ai preconcetti di un liberalismo in piena bancarotta, ha finora tenuto di fronte ad esso. Lo Stato deve tornare alla sua vecchia tradizione interrotta dal trionfo dellideologia liberale, comportarsi verso i sindacati moderni esattamente come si comport con le corporazioni medioevali. Deve assorbirle e farli suoi organi. Per ottenere questo risultato il semplice riconoscimento non basta, occorre una trasformazione ben pi profonda. Occorre da un canto proclamare lobbligatoriet dei sindacati e dallaltro porli risolutamente sotto il controllo dello Stato, determinandone con precisione le funzioni, disciplinandone la vigilanza e la tutela in una forma in una forma di autarchia non necessariamente svincolata. Ma, soprattutto, bisogna trasformarli da strumenti di lotta per la difesa di interessi particolaristici, in organi di collaborazione al raggiungimento di fini comuni. I sindacati operai e quelli padronali debbono essere riuniti, industria per industria, in un unico sindacato misto, organizzato sintende, in due, anzi, piuttosto in tre sezioni, giacch sarebbe opportuno che anche elementi direttivi, ingegneri, tecnici, capi fabbrica, avessero la loro rappresentanza speciale. Ma lazione comune del sindacato deve essere ridotta ad unit da un organo apposito, consiglio e direttorio sindacale, per il raggiungimento dei molteplici fini comuni. Tale impostazione, nella sua globalit, recepita dal fascismo con la legge del 3 aprile 1926, n. 563, la regolamentazione giuridica dei rapporti di lavoro. Questo bagaglio ideologico e dottrinario porta Rocco naturalmente al fascismo. Nel 1921 eletto deputato per la

circoscrizione di Roma nelle liste dei blocchi nazionali; nel primo governo Mussolini nominato sottosegretario al Tesoro e poi alle Finanze, allAssistenza Militare, alle pensioni di Guerra; nel 1923 si fa promotore della fusione tra nazionalisti e fascisti; il 27 marzo1924 eletto presidente della Camera dei Deputati; il 5 gennaio 1925 diventa ministro della Giustizia. Da questa data Rocco lindiscusso architetto dello Stato Fascista. Non a caso Mussolini alla Camera dei Deputati, nella seduta del 18 novembre 1925, svolgendo una sintesi della politica fascista, dopo aver citato Federzoni, riferendosi a Rocco dice Voglio dopo di lui ricordare il Guardasigilli, onorevole Rocco, il quale ha la grande ventura di applicare da ministro tutto ci che egli ha maturato da studioso. A lui si deve in massima parte lo sviluppo legislativo della Rivoluzione Fascista. In effetti Rocco si sente compenetrato nel ruolo di Guardasigilli della Rivoluzione. Per lui il fascismo lidea commisurata alle ambizioni della vocazione imperiale che aveva previsto per la Nazione italiana. Nella Rivoluzione fascista ravvisa lo strumento per realizzare il suo Stato, unarmatura dacciaio, che costringe in un vincolo di una solidariet tutte le paretiane lites della societ moderna impresa, sindacato, partito, Stato, e le rispettive burocrazie sotto una direzione autoritaria che sappia spegnere ogni germe di contratto dialettico aperto, prevenendo ogni formazione di classi dirigenti allinfuori del sistema: una versione contemporanea, ma secondo una pi precisa linea di pensiero giuridico, della societ organica sansimoniana o del Systeme de politique positive di Auguste Conte. Fedele allassunto, brillantemente teorizzato allepoca dellaccesa militanza nazionalista sulle pagine di Politicae dellidea nazionale secondo cui la storia della civilt sempre una lotta incessante tra il principio dellorganizzazione opposto a quello della disgregazione, Rocco nellaffermazione del fascismo scorge il trionfo, dopo una lunga notte, di solare principio organizzativo, segno tangibile del grado di civilt di un popolo. Ma c di pi. Nel pensiero di Rocco la Rivoluzione fascista si manifesta immediatamente come lantitesi netto alla Rivoluzione francese,dalla quale scaturirono, politicamente, liberalismo, democrazia e socialismo. Tutti e tre figli legittimi del pensiero illuministico, costituiscono la negazione di quello spirito sociale che per Rocco significa autorit, disciplina, gerarchia, sacrificio degli interessi contingenti dei singoli agli interessi superiori della comunit azionale. Lo sviluppo logico del liberalismo, secondo Rocco, conduce democrazia e lo sviluppo logico questa porta fatalmente al socialismo. Il nuovo regime appare nella visione politica del giurista napoletano come la pi valida e quindi lunica concreta, possibile reazione alla vecchia concezione atomistica e meccanica della societ e dello Stato a contro fascismo oppone una concezione organica e storica. Organica, non nel senso che raffiguri la societ come un organismo, non perci alla maniera delle cosiddette teorie organizzate dello Stato, ma nel senso che confluisce alle societ, come frazioni di ogni specie, scopi e vita oltrepassanti gli scopi e la vita degli individui e comprendenti invece quelli della serie definita delle generazioni. () Concezione organica, poi vuol dire, applicata alla societ umana, essenzialmente concezione storica in quanto essa considera la societ nella sua alta continuativa, oltre quella degli individui. In questo passaggio fondamentale per comprendere il lavoro di costruzione statuale di Roma da ravvisare una sostanziosa correzione di tiro rispetto a quanto aveva sostenuto fra il 1918-20 nelle pagine di Politica a

proposito della societ e della Nazione. Evidentemente il contatto con la materialistica dello Stato aveva fatto in un secondo piano le iniziali convinzioni credibile che Rocco vedesse il corpo organico della Nazione andarsi in germi aggressori del principale organizzatore politico, lo Stato, e questa sua constatazione traesse ragioni valide e sufficienti per impedire in qualche modo, almeno a livello di enunciazione teorica, lideologia organica che da nazionalista aveva cos intelligentemente e tenacemente sostenuto. E questo un aspetto dal quale gli studiosi si sono soffermati adeguatamente, esso costituisce il momento di svolta del pensiero politico crocchiano. In senso reazionario. Svolta, non priva di straordinari effetti positivi che Rocco fa valere tutti nellapplicarsi concretamente allo scioglimento dei nodi pi importanti che stanno davanti al fascismo e cio il problema della libert, il tipo di governo, la giustizia sociale. Sono questi i campi in cui Rocco opera maggiormente sia come legislatore sia come garante giuridico del nuovo ordine. Le leggi che egli produce nel quadro del sistema di legalit fascista traggono tutte origini dalla sua interpretazione del fascismo in rapporto ai suddetti problemi. Per quanto riguarda lesercizio delle libert individuali, Rocco ritiene che il fascismo debba garantire allindividuo le condizioni necessarie per il libero sviluppo delle sue facolt, perch un annullamento della personalit individuale senzaltro da escludersi nello Stato moderno. Ovviamente questo non vuole dire che il fascismo riconosce il diritto alla libert dellindividuo superiore allo Stato, che magari pu addirittura essere fatto valere contro lo Stato stesso, ma perch crede che lo sviluppo della personalit umana sia un interesse dello Stato. Se gli individui sono gli elementi infinitesimali e transeunti della complessa e permanente vita della Societ, chiaro che un normale sviluppo della vita individuale necessario alla vita sociale. Necessario, ma purch sia normale un enorme e disordinato sviluppo di alcune cellule: una malattia mortale. La libert pertanto, data allindividuo, ed ai gruppi, nellinteresse sociale. Alfredo Rocco, artefice dello Stato Rivoluzione La preoccupazione, quasi ossessiva, di Rocco quella di preservare una sorta di armonia dellordine istituzionale generato dalla Rivoluzione. Lintento, certamente nobile, se si dimostra atto a prevenire disordini esterni, ignora i focolai di illegalit mai spenti per ventanni allinterno del fascismo. Quale criterio di libert applicare a questi? Il fascismo, purtroppo per Rocco e per lItalia, non era un ordine cavalleresco o, almeno, non riusc a trasformarsi in questo modo; cos proliferarono nel suo seno libertmaggiori o minori, secondo i punti di vista, che di fatto smentivano il progetto rocchiano ed anzi imparavano e prosperavano allombra della formulazione, fattasi legge dello Stato, proposta da Rocco. Se facile, a questo riguardo, parlare con il senno di poi di miopia politico-legslativo di Rocco, dovrebbe essere altrettanto facile parlare generosit da parte di Rocco stesso nel ritenere le gerarchie del regime effettivamente, pregne del sacro fuoco rivoluzionario: invece, come fu drammaticamente dimostrato il 25 luglio, con leredit del vecchio regime i conti non erano stati mai realmente e definitivamente chiusi. Quella certa idea di libert che Rocco tanto ingenuamente aveva nutrito per conservare le situazioni rivoluzionarie fu, pi o meno sotterraneamente, per due

decenni circa, disattesa da alcuni esponenti di rilievo del regime stesso, per i quali la Rivoluzione altro non era che una bella (quando non noiosa) parata per nascondere piccole trame e squallide congiure, magari allombra di talune prestigiose e confortevoli ambasciate italiane. Anche in tema di libert economica Rocco fa sentire la propria mano. A suo giudizio, essa non dogma assoluto per il fascismo che non considera i problemi economici come problemi della vita individuale, ma, al contrario, colpisce lo sviluppo economico come un interesse squisitamente sociale, perch la ricchezza la societ elemento essenziale di potenza. Tuttavia il fascismo ritiene utile lasciare alliniziativa privata lo svolgimento del fenomeno economico perch nel mondo economico, nessun mezzo pi efficace vi per ottenere il massimo risultato col minimo sforzo, che far valere la spinta dellinteresse individuale. Qui la differenza con il liberalismo sta nel fatto che questi riconosce la libert nellinteresse esclusivo dellindividuo, mentre il fascismo la concede nellinteresse sociale. Per quanto riguarda poi la forma di governo, e cio il principio della sovranit, per Rocco il fascismo deve porsi il problema in modo profondamente differente da come se lo pongono la democrazia ed il liberalismo. Mentre per queste dottrine politiche la sovranit appartiene al popolo, Rocco afferma che per il fascismo la sovranit non pu che risiedere nella societ in quanto giuridicamente organizzata, cio nello Stato. Quanto poi al problema sollevato storicamente dal socialismo, concernente, i rapporti fra capitale e lavoro, Rocco sostiene che il mezzo proposto dai socialisti per risolverlo, e cio la socializzazione dei mezzi di produzione, sia idoneo. Sopprimere la propriet privata vuol dire, per Rocco, dispersione e fine del capitale, mentre lorganizzazione collettiva della produzione significa paralisi della stessa, perch soppresso nel meccanismo produttivo lo stimolo degli interessi individuali, la produzione diventa pi scarsa e costosa. Respinta la soluzione socialista, il problema non pu tuttavia restare insoluto, in tal caso si arrecherebbe dice Rocco un grave danno tanto alla giustizia sostanziale che allautorit dello Stato, come avviene, secondo lo studioso, in regime liberale e democratico. Egli sostiene quindi che la dottrina fascista vuole aiutare la giustizia tra le classi, che unesigenza fondamentale della vita moderna, ma vuole impedire lautodifesa di classe, fonte, come lautodifesa individuale dei tempi barbarici, di disordine e di Guerra civile. Il problema, allora, non pu avere che una soluzione: realizzare la giustizia sociale tra le classi per opera dello Stato. Il regime corporativo attua quanto nelle intenzioni del Guardasigilli. La dottrina del fascismo nellinterpretazione di Rocco coincide dunque, in maniera pressoch totale, con la dottrina ufficiale perci il giurista napoletano pu divenire il giurista del regime e modellare il nuovo Stato a propria immagine e somiglianza oltre a svolgere innumerevoli considerazioni scientifiche sul valore storico della dottrina fascista che, a suo avviso, costituisce un rivolgimento non meno vasto di quello che produsse, nei secoli XVII e XVIII, il sorgere e il diffondersi delle dottrine giornalistiche, che vanno sotto il nome di filosofia della Rivoluzione francese. Per Rocco la Rivoluzione il rivolgimento politico che mette capo ad un nuovo ordinamento dello Stato e delle societ. Fedele a questo assoluto, come legislatore e come ministro della Giustizia profonde un impegno eccezionale a modificare gli istinti del vecchio Stato liberale al fine di dare al Paese un effettivo ordine nuovo; non solo, spende pure buona parte delle sue energie nel cercare di mantenere in vita ed in taluni casi nel rivitalizzare quanto il fascismo ha costruito.

Con unespressione quasi poetica, rivelatrice non soltanto della sua specifica visione politica ma anche di tutta una concezione della vita e del mondo, con queste parole Rocco definisce il suo compito: Pari allape che muore generando, la Rivoluzione come tale si estingue quando lordine nuovo creato. In questo momento la Rivoluzione divenuta, mi si passi lantitesi, conservatrice; conservatrice del nuovo sistema che nato da essa. Nel campo giuridico per Rocco la vera Rivoluzione si realizza creando sulle rovine dello Stato liberale e democratico, lo Stato fascista. Indubbiamente gli anni 1925 e 1926, con la promulgazione delle cosiddette leggi fascistissime, segnano una svolta decisiva verso la trasformazione dello Stato: Rocco, non senza fondamento, ritiene che la Rivoluzione del nuovo Stato abbia avuto inizio con il discorso di Benito Mussolini del 3 gennaio 1925. Se ci incontestabilmente vero, non bisogna tuttavia trascurare che precedentemente sia la riforma scolastica di Giovanni Gentile che la riforma finanziaria di Alberto D Stefani avevano posto basi piuttosto solide per ledificazione dello Stato fascista. Con Rocco questopera di trasformazione radicale si completa. Tutta la legislazione fascista con Rocco tende a realizzare la concezione dello Stato sovrano. Le riforme legislative dei primi quattro anni del governo fascista ebbero unimportanza decisiva per il futuro del regime. Rocco vi profuse tutto il suo ingegno e la sua dottrina allo scopo dichiarato di far coincidere la realt del nuovo Stato con le sue personali premesse ideologiche. Le leggi sulle societ segrete, sui fuoriusciti, della burocrazia, sulla difesa dello Stato, sulla facolt del potere esecutivo di emanare norme giuridiche, sulle attribuzioni e sulle prerogative del capo del governo, sulla disciplina dei rapporti collettivi di lavoro, recano linequivocabile impronta di Rocco e formano limpalcatura complessiva dello Stato nuovo. Paolo Ungari, molto opportunamente ha notato che le relazioni di Rocco ai disegni di legge non sono delle difese di comodo o di circostanza, ma mostrano al vivo lo sforzo di un pensiero che si travaglia nello sforzo di dare forma allinforme, di fissare i lineamenti di un ordine nuovo. Lopera giuridica pi completa di Rocco, tuttavia, resta senzaltro quella legata allelaborazione dei codici, in cui sono molto presenti le istanze politiche e la complessiva ideologia del giurista napoletano. Egli stesso, prima ancora della promulgazione, anticip che nel codice civile e nel codice penale lo Stato si affermer vigorosamente come tutore della moralit e dellordine famigliare; nel codice civile ancora e nel codice di commercio, la tutela della propriet privata, strumento indispensabile per la formazione del risparmio, e la disciplina del credito saranno considerate come essenziali dello Stato, nel codice civile, nel codice di commercio,nel codice penale gli interessi politici ed economici avranno, come dovere dello Stato, una forte garanzia; nel codice penale e in quello di procedura penale troveranno posto adeguato e adeguata soddisfazione le necessit della difesa della Societ e dello Stato, repressiva e preventiva, contro la delinquenza; nel codice di procedura civile, infine, lamministrazione della giustizia non sar pi considerata una passiva funzione di interesse esclusivamente privato, ma come una delle pi alte attivit dello Stato, avente lo scopo eminentemente politico di garantire la pace sociale con lattribuire a ciascuno ci che gli spetta. Disegnando larchitettura dello Stato fascista, Rocco realizzava il grande sogno della sua vita: lo Stato totale, organico, decisionista. Un assetto politico, cio, capace di rispondere da un lato alla richiesta di legittimit del potere che si levava dagli organismi sociali dopo la caduta

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degli istituiti del vecchio regime, e dallaltro al bisogno di sistematizzare una nuova legalit della quale si era avvertito il bisogno allindomani della Rivoluzione dellottobre 1922. Entrambe le esigenze trovavano risposte adeguate nella complessiva ideologia politica e giuridica di Rocco, espressa mirabilmente in una concezione dello Stato che da una parte era tributaria di Machiavelli, Vico, Cuoco, e dallaltro di Bon Hobbbes, Taine. Tutto un patrimonio politologio-giuridico concorreva nutrire e a dare forma alla pi ambiziosa constatazione statuale della storia contemporanea. Una delle novit dello Stato fascista disse Rocco in un discorso al Senato - , che esso ha solo qualche punto di vista comune con unaltra grande istituzione dalla millenaria, la Chiesa cattolica quella di possedere, accanto alla normale organizzazione dei poteri biblici, unaltra organizzazione che pretende uninfinit di istituzioni nei quali hanno per scopo di avvicinarsi allo Stato di masse, di penetrare profondamente in esse, di organizzarsi di curarne pi da vicino la vita economica e spirituale, di farsi tramite ed interprete dei loro bisogni e delle loro aspirazioni. Con la promulgazione del Codice penale, entrato in vigore il 1 luglio 1931, Rocco conclude la sua opera di costruttore dello Stato fascista, e lanno seguente Mussolini lo sostituisce al ministero nel corso di uno di quei misteriosi avvicendamenti e Rocco apprende di non essere pi in carica a Ginevra, da dove telegrafa a Mussolini, il 19 luglio, approva la sua decisione. Ci nonostante continua ad offrire il proprio contributo dottrinario ed intellettuale al fascismo, non meno che politico, sia come Rettore allUniversit di Roma che come Senatore del Regno, nominato nel 1934. Lanno successivo il 28 agosto, stroncato da un male incurabile, Rocco si spegne nel rimpianto del regime e dellItalia. Dei primi fervori ideologici che caratterizzeranno la presenza tra i nazionalisti ed i fascisti, Rocco aveva con il tempo smorzando alquanto la sua vena polemica, riflettendo a maggior distacco sulla scienza puridica ed offrendo contributi di tesi al dibattito sullo Stato e sul diritto. Fra i molti, in tal senso, resta un lavoro assai pregevole e significativo per comprendere la dottrina rocchiana alla luce dellesperienza delluomo di governo, il saggio pubblicato il 1 dicembre 1931 sulla Nuova Antologia, intitolato Politica e diritto nelle vecchie e nuove concezioni dello Stato. In esso Rocco esamina la politica ed il diritto nel complessivo contesto di un dibattito dottrinale scrivendo che lo Stato a un tipo giuridicamente soggetto ad un ente o persona; socialmente una civilt avente ununit sostanziale cio un organismo collettivo; praticamente unorganizzazione disposta a realizzare i fini superiori della civilt, subordinando e coordinando insieme a questi fini degli individui perci materialmente forte e certamente autorevole, quanto necessario per ladempimento della superiore missione. Questa concezione dello Stato nella dottrina fascista, ma, anche nella sua prassi politica che si manifesta nel restaurato concorso della sovranit, per il quale anche nel mondo moderno, grazie al fascismo, sostiene Rocco, si diffonde lidea dellordine, della disciplina, dellarmonia e della solidariet. Alfredo Rocco ha inaugurato, attraverso il fascismo, un sistema politico di tipo cesaristico, un organicismo inedito per il mondo moderno che si risolve nello Stato totalitario avente i connotati dello stato imperiale romano, fondato su un rigido ordine giuridico in grado di prevedere le cosiddette crisi di lealt che lirruzione nella societ compensi gli odi elementari. Questi furono il pensiero e lopera dellultimo erede della grande scuola dei giureconsulti napoletani del Settecento. Un pensiero ed

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unopera che, comunque, si esamini, fanno parte della storia dItalia e con essi tuttaltro che finito il confronto. Il Libeccio