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Hanan al-Shaykh

La sposa ribelle

PIEMME BESTSELLER 2011

Trama

Kamila ha solo undici anni quando, con l'inganno, la sua famiglia la promette in sposa al cognato rimasto vedovo, di diciotto anni pi vecchio . Sogna ancora di poter andare a scuola come gli altri bambini, anzich lavorare e occuparsi delle pi umili faccende domestiche. Sogna il grande amore, come le protagoniste dei film romantici che vede di nascosto nei cinema di Beirut. E lo incontra davvero, l'unico amore della sua vita: Muhammad, un giovane colto e premuroso che le recita poesie e apprezza la sua curiosit e la sua esuberanza . Tuttavia, compiuti quattordici anni, il destino di Kamila si compie. Per quanto gridi e si dimeni, non pu sottrarsi a quel matrimonio da tempo combinato. Ma il suo spirito ribelle le impedisce di piegarsi alle tradizioni che la vogliono completamente sottomessa. Dando scandalo, continua a incontrare in segreto Muhammad . Finch, sfidando la famiglia e la morale, chiede e ottiene il divorzio. Una decisione straziante, che le coster il distacco dalle figlie: uno strappo che tenter per tutta la vita di ricucire . Il ritratto affascinante di una donna che con coraggio e tenacia ha ribaltato un destino di sottomissione. Il toccante atto d'amore di una figlia che, dando voce alla madre che l'ha abbandonata, si riconcilia con la sua memoria . Hanan al-Shaykh Nata e cresciuta in Libano, ha studiato al Cairo. Tornata a Beirut, ha lavorato come giornalista fino al 1975, quando, allo scoppio della guerra civile, si trasferita in Arabia Saudita. Oggi vive a Londra . Ha scritto numerosi racconti, opere teatrali e romanzi tradotti e apprezzati in tutto il mondo . E unanimemente riconosciuta dalla critica come una delle autrici pi importanti e una delle voci pi coraggiose - della letteratura araba contemporanea. Alcune delle sue opere, come il romanzo Mio signore, mio carnefice, edito anch'esso da Piemme, sono bandite nei paesi islamici pi conservatori per la franchezza dei toni e le tematiche trattate .

Copyright 2009 by Hanan al-Shaykh I Edizione Piemme Bestseller, gennaio 2011 2010 - EDIZIONI PIEMME

Alle mie sorelle e ai miei fratelli

Mentre un re passeggiava nel suo giardino, una locusta s'infil nell'ampia manica del suo abito. Immediatamente un passero la segu. Il re allora cuc la manica, si accomod sul suo trono e chiese al popolo: Cosa c' dentro la mia manica? . Nessuno seppe rispondere, quand'ecco che si fece avanti un uomo di nome Passero, pazzo d'amore per una donna chiamata Locusta . Non riusciva a pensare ad altro che alla sua amata . Esord dicendo: Storie tragiche, lunghe da raccontare.. . Senza la locusta, il passero non sarebbe rimasto intrappolato . Hanan Prologo Sono a bordo di una delle tre limousine nere che sfrecciano a tutta velocit per le strade di New York come farebbe un barracuda sotto l'effetto di sostanze dopanti . Guardo le luci della citt e ne sento i rumori. Rose bianche decorano l'acconciatura di mia figlia e una color avorio appuntata sulla giacca del suo fidanzato . E la prima volta che vedo i suoi capelli in ordine. Oggi il giorno del loro matrimonio . Non avrei mai immaginato che i miei figli si sarebbero sposati tra centinaia d'invitati e che avrebbero deciso di organizzare una festa a tema, come ormai consuetudine nei matrimoni arabi. Me ne ricordo una ispirata alla nascita di Venere: la sposa usciva da una conchiglia che si apriva con un meccanismo elettronico. D'altronde, neppure avrei immaginato che mia figlia convolasse a nozze come avevo fatto io, trentatr anni prima, senza festa e senza nemmeno il vestito da sposa . Non indossa l'abito di pelle bianca che aveva sognato e che mi aveva descritto ben prima di innamorarsi e di pensare al matrimonio, e nemmeno un velo di tulle come quello che pretese da suo padre per mascherarsi alla festa di Santa Barbara. Mi viene in mente il velo che avevo regalato alla giovane marocchina che mi dava una mano in casa e stava per sposarsi . Chiss, magari si trova ancora in Marocco e viene passato da una sposa all'altra: forse l'unico velo inglese che sia stato mai usato per nascondere la timidezza di una sposa berbera in trepidante attesa che lo sposo glielo sollevi per guardarla in faccia per la prima volta . Mia figlia ha scelto un tailleur di lana morbida, giacca corta e gonna al ginocchio a quadretti blu, rosa e panna . Il vestito del mio matrimonio era estremamente semplice, corto, blu, tipico degli anni Sessanta. All'improvviso mi viene in mente che, per ironia della sorte, mia

madre aveva invece indossato un vestito bianco per il suo matrimonio. Matrimonio? No. Non posso proprio dire che fosse stata una festa di nozze. Anzi, l'avevano condotta al patibolo . Provo a scacciare il pensiero di mia madre, ma non riesco pi a vedere le luci di New York, n a sentirne il chiasso e la confusione. Lei mi appare, costretta contro la sua volont a indossare l'abito da sposa e una corona di fiori finti. Eccola che se la toglie con tanta forza da strapparsi anche una ciocca di capelli, e ora straccia il vestito e lo getta via. Si arrotola in un sacco di juta usato per lavare i pavimenti, corre verso il fornello a cherosene e le pentole sporcandosi la testa di fuliggine e urlando come un'ossessa. Cerca di allontanare le mani che la circondano. Mia madre, un pesciolino finito nella rete . Mia figlia mi manda un bacio, e anche suo marito. Riescono a riportarmi in questo giorno felice. Tento di dimenticare i dolori di mia madre, per vengo subito assalita dal senso di colpa e mi domando perch non le avevo fatto sapere del mio matrimonio . La verit che io non ho vissuto con mia madre. Potrei anzi contare sulle dita di una mano le volte in cui l'ho vista nel corso di tutta la mia infanzia. Quando andavo a trovarla, avevo la sensazione di andare a far visita a una parente o a una vicina di casa un po' confusionaria. Non aveva alcun potere su di me. Se capitava che la facessi arrabbiare, come quella volta in cui mi ero messa ad ascoltare per la decima volta La poupe qui fait non sul mangianastri che mi seguiva ovunque andassi, il massimo che sapeva fare era lamentarsi . Ma, nonostante tutto, possibile che una figlia si sposi senza che chi le ha dato la vita ne sia messa al corrente? Mi sposai in segreto, senza neanche una festa. Mio padre seppe del mio matrimonio quando un suo amico gli fece le congratulazioni. Vedendo che sul viso di mio padre si erano dipinti confusione, dubbio, incredulit e panico, l'amico gli port una copia del giornale in cui lavorava e gli lesse la notizia del mio matrimonio. Mio padre prese a schiaffeggiarsi, a piangere e a battersi il petto, poi url. Tornato a casa, trov un telegramma sulla porta e corse dai vicini, perch sapeva leggere soltanto il Corano, che in realt ripeteva a memoria . Caro pap STOP mi sono sposata STOP Con affetto STOP Hanan... Mio padre, che desiderava ardentemente che mi sposassi con un uomo religioso che avesse studiato a Najaf, una delle principali citt sante sciite, si era gi rassegnato all'idea che questo suo sogno non si sarebbe mai avverato quando si era accorto che diventavo ogni giorno pi ribelle. Si era fatto la convinzione che non mi sarei mai sposata con uno che rispettasse i doveri religiosi, e l'aveva accettata a malincuore . Ma che io potessi sposarmi con uno che non professava la mia stessa fede era per lui una cosa lontana mille anni luce . Al contrario, quando mia sorella comunic a mia madre, come se nulla fosse, che mi ero sposata, lei sembr toccare il cielo con un dito, url di gioia e ball, tirando un sospiro di sollievo, nonostante non avessi ancora neanche ventitr anni. Mi ricordo che, quando c'incontrammo a due mesi dal matrimonio, mi prese in

braccio e cerc di sollevarmi. Poi mi disse, ridendosela, che aveva dato la mano alla statua di un poeta che aveva lo stesso cognome di mio marito, esclamando: Adesso siamo parenti, a quanto pare! . Le mie nozze rappresentarono per mia madre una rivincita contro tutti quelli che avevano previsto che io e mia sorella non avremmo mai concluso un buon matrimonio, non per la modestia della nostra famiglia, ma perch eravamo figlie di una donna che era scappata di casa per sposare il suo amante. Sicuramente anche noi, pensava la gente, un giorno avremmo fatto la stessa cosa, come dice il proverbio: Tale madre, tale figlia . E poi io, per la mentalit della gente che mi circondava, non ero proprio quella che si dice una ragazza da matrimonio: a diciotto anni me ne ero andata al Cairo per studiare e avevo dato scandalo sia l sia in Libano, perch mi ero innamorata di un famoso scrittore egiziano che aveva il doppio dei miei anni ed era sposato . Ero sicura che mia madre non avrebbe dato peso al fatto che mi fossi sposata con un uomo di un'altra religione. Anzi, questo l'avrebbe resa orgogliosa e fiera, e in pi le avrebbe consentito di salire parecchi gradini nella scala sociale. Mi ero sposata con un uomo appartenente a una famiglia famosa, a cui era stato dedicato pi di un libro. E allora perch non le avevo fatto sapere del mio matrimonio? In realt, quando avevamo deciso di sposarci, non mi era proprio passato per la mente che mia madre potesse aver voglia di condividere la nostra felicit, per il semplice fatto che da molti anni lei non faceva pi parte dei miei pensieri . Quando ci abbandon, io avevo sette anni. La chiusi in una scatola e la nascosi in un angolo della mia mente. Mi misi in testa di essere nata da una voce: una voce che mi teneva compagnia, che ascoltavo con passione, che mi descriveva il mondo, che mi poneva domande. Fu quella stessa voce a insegnarmi come prendermi cura di me, a spiegare alle mie mani come infilarmi un vestito, allacciarmi le scarpe e intrecciarmi i capelli . Mi allontanai anche da mio padre, nonostante l'amore che provava per me e per mia sorella, la sua tenerezza e la sua dolcezza nei nostri confronti. Passava la maggior parte del tempo a pregare e a supplicare Dio, con gli occhi rossi come tizzoni roventi e il segno lasciato sulla fronte dallo sfregamento durante le prostrazioni a terra . Fu proprio quella voce che riusc a limitare i danni dell'assenza di mia madre in casa. M'invitava a fissare il suo armadio nella camera da letto che condividevo con mio padre e sua moglie. Guardavo le cose della mia matrigna e mi chiedevo come il pavimento potesse continuare a sorridere - aveva un disegno che ricordava un'allegra faccia giapponese - nonostante le scarpe che lo calpestavano fossero della mia matrigna e non di mia madre . Fu quella stessa voce che mi convinse a scrivere del complotto tra mia madre e il suo amante contro di me, contro mio padre, contro mia nonna, contro lo zio e la sua famiglia e tutti quelli che vivevano in casa. L'unica eccezione era mia sorella, che sembrava essere legata da sempre a mia madre e a quell'uomo. Era sempre gioiosa, felice e aspettava ansiosa di vederli .

Usai la sua assenza per attirare su di me l'interesse delle persone. Lo feci anche con la mia insegnante di musica: mi port al cinema a vedere Preferisco mio marito, un film che raccontava di una madre che abbandona la figlia. Mi sentii felice e piena di orgoglio perch la mia vita era pi vicina al mondo del cinema che a quella dei miei coetanei del quartiere o della scuola . Su suggerimento di quella voce, mi legai al polso un filo con delle monete: in questo modo, quando sbattevo sul tavolo, esse tintinnavano e mi facevano sentire pi grande, responsabile, libera e capace di sopportare le provocazioni dei ragazzini della zona che mi prendevano in giro perch mia madre aveva lasciato pap. Quella stessa voce mi aiut a sedurli, come una maga: raccontavo loro storie, imitavo gli abitanti del quartiere, li facevo divertire e ridere. Mostravo loro la mia indifferenza per l'assenza di mia madre, nonostante essa rappresentasse paradossalmente una specie di presenza, come quando un quadro appeso al muro cade all'improvviso andando in frantumi e lascia la sua impronta evidente proprio l dov'era appeso . Anch'io desideravo continuamente fuggire. Me ne andai finalmente di casa soltanto quando mi iscrissi a un collegio di Sidone. Dopo lunghe insistenze, mio padre accett a condizione che Dio si mostrasse favorevole. Lo consult allora con i grani del suo rosario e il parere fu positivo. A scuola incontrai Leila Khaled, la ribelle palestinese che nel 1969 sarebbe diventata la prima donna a dirottare un aereo . Diventammo amiche e spostammo i nostri letti in una cantina cos fredda e umida che ci si poteva nuotare dentro . Ora, quando rifletto sul motivo per cui fossimo cos felici di occupare una stanza sul cui pavimento nudo le lumache strisciavano abbondanti, mi dico che doveva essere per un senso di alienazione. Leila aveva passato tutta la vita in un campo di rifugiati, allontanata contro la propria volont dalla sua casa e dalla sua patria, e anch'io stavo scappando dalla mia famiglia . Due anni dopo, quando avevo diciotto anni, quella voce mi sfid di nuovo, convincendomi ad andare a studiare al Cairo, dopo aver sentito la canzone che faceva: Take me back to Cairo... Beside the river Nile.... Quando incontrai uno studente libanese che mi disse che al liceo classico egiziano non si studiavano l'algebra e la geometria, presi ad ascoltare ininterrottamente quella canzone . Dovevo mettere da parte dei soldi per convincere mio padre che avevo preso sul serio il mio proposito di andare a studiare al Cairo e cos cominciai a bussare alle porte dei giornali per convincere i capiredattori a lasciarmi scrivere qualche articolo . Andavo armata di storielle sentimentali e riflessioni varie che avevo scritto e pubblicato nella pagina dedicata agli studenti sul famoso giornale al-Nahar. Dopo due mesi mi presentai da mio padre per mostrargli i soldi e gli articoli che avevo pubblicato. Gli ripetevo il hadith. Cercate la scienza dalla culla alla tomba. Cercate la scienza anche in Cina . L'Egitto era pi vicino della Cina, e fu l che mi recai dopo aver bussato alle porte di tutti i vicini di casa finch non trovai qualcuno disposto a prestarmi una

valigia, nonostante mio padre cercasse di convincermi che non c'era niente di male nel mettere tutte le mie cose in una scatola di cartone . Tornai a Beirut dopo quattro anni, e la voce riprese a farsi sentire per consigliarmi stavolta di tenere a bada la sensazione di soffocamento che mi accompagnava da quando ero rientrata. Dovevo guardare la vita da un altro punto di vista, sopportare la convivenza con la mia famiglia, pensare che la nostra casa non fosse altro che un albergo gratuito, la moglie di mio padre un'impiegata priva di misericordia e di piet e il mio adorato pap un sufi che viveva in un tempio privato. Le sue lacrime scorrevano abbondanti perch era preoccupato per me, che, secondo le sue credenze, sarei finita all'inferno e non in paradiso: non pregavo, non rispettavo il digiuno, rifiutavo di mettermi il velo e non mi coprivo le braccia . Me ne andai di casa e mi trasferii in un ostello per ragazze, vicino al mare. Godevo di una libert assoluta, lavoravo ininterrottamente tra giornali e trasmissioni radio, e quella voce viveva con me, senza abbandonarmi mai. Anzi, mi tenne per mano e mi affid all'uomo con cui decisi di sposarmi . Quando lui quel giorno mi chiese cosa avrebbe pensato la mia famiglia, gli risposi: Non pensare n a mio padre n a mia madre, e gli strinsi le mani . Non mi era venuto in mente neppure allora che mia madre un giorno mi avrebbe obbligata a fare i conti con il passato, riportando a galla il rancore travolgente che avevo messo da parte e dimenticato. Non avrei mai pensato che mia madre mi avrebbe costretta a rivederla, perch era la prima volta in vita mia che mi forzava a fare qualcosa . Ci sedemmo, come facevamo ogni volta che visitavo Beirut, sul balcone che dava sulla stazione di el-Nuwairi, sui taxi che suonavano il clacson per attirare l'attenzione dei clienti, sulle macchine private che a loro volta suonavano ai taxi perch si sbrigassero, e su un ambulante che dal suo camion urlava con un megafono a tutto il mondo: Cipolle! Le migliori cipolle.. . Patate! Le migliori patate... . Mia madre aveva trasformato il suo balcone in un piccolo giardino rigoglioso, circondato su entrambi i lati da piantine . In un angolo era poggiato un piccolo frangipani, lo stesso da quarantanni . All'improvviso sbuc un amico di famiglia accompagnato dalla figlia sedicenne. Mia madre li accolse fingendosi fin troppo stupita e sorpresa, e ci mi convinse che la visita non doveva essere casuale, nonostante mia madre sapesse benissimo che quando andavo a trovarla preferivo stare sola con lei, piuttosto che circondata da decine di vicini, parenti, amici, amici di amici . L'ospite mi chiese senza mezzi termini se potevo dare un'occhiata a quello che aveva scritto sua figlia e darle qualche consiglio su come diventare una scrittrice. Quasi strapp il quaderno che la figlia teneva in mano insieme agli occhiali da sole. Me lo porse e spar dopo aver salutato me e scherzato con mia madre . Le strizzai l'occhio per mostrarle che avevo capito che la visita non era casuale, e lei mi rivolse un sorriso .

Chiesi alla ragazza quando avesse iniziato a scrivere, e lei balbett qualcosa. Mi stup, perch a sua volta mi domand se mi ricordassi della prima cosa che avevo scritto. Mi venne da ridere. Avevo scritto di una piccola mosca che era entrata nel naso di Muhammad e lo aveva fatto impazzire. Poi mi girai verso mia madre. Mamma, ti ricordi quando Muhammad and nella tenda di tuo padre indossando un completo elegante con quel caldo asfissiante e una mosca gli si infil nel naso? Lui inizi a starnutire, starnutire, starnutire! Ridemmo entrambe e lei aggiunse, piena di tenerezza: Un uomo come Muhammad, convinto di essere forte, grosso e prepotente, che perde la testa per una minuscola mosca... . Aprii il quaderno della ragazza: aveva scritto in rosso il titolo, in blu la storia e in lilla il suo nome. Non riuscii a leggere pi di qualche frase, poi, girando pagina, mi accorsi che aveva disegnato Madonna. Quindi ti piace anche disegnare? La ragazza arross e mi rispose, piena di entusiasmo, che amava scrivere, dipingere, recitare e ballare. Ma senza dubbio preferisco su tutto la scrittura. Le restituii il quaderno dicendo: La scrittura sar la tua migliore amica . Mia madre avrebbe sicuramente voluto che io la lodassi e le facessi qualche complimento, ma proprio non ci riuscii . Mi accorsi che mia madre mi scrutava con occhio indagatore, poi mi chiese: A proposito, hai scritto nei tuoi romanzi di Muhammad e della mosca? . Mmm... Non mi ricordo! La ragazza si alz, diede un bacio a mia madre, mi baci sulle guance e se ne and tenendo stretto il suo quaderno . Allora? Quando ti decidi a scrivere la storia della mia vita? Mi ripeteva quella domanda da quando avevo iniziato a fare la giornalista. Mia madre, che era analfabeta, trovava sempre qualcuno cui chiedere di leggerle quello che scrivevo, ma la scintilla era scattata quando avevo pubblicato una serie di interviste ad alcune donne libanesi famose in campi diversi, attive in politica, negli affari, nelle loro professioni, nella societ . Quelle donne di cui hai scritto sono figlie di famiglie importanti o colte. Forse nessuno le avr incoraggiate a fare quello che hanno fatto, ma sicuramente nessuno gliel'ha impedito o le ha oppresse. Perch non scrivi di quelle che vengono trattate dalle loro famiglie come se non fossero neppure esseri umani, solo perch sono nate femmine? Non c' bisogno di andare tanto lontano, io sono una di loro. Qui, davanti a te. Dai, intervistami. Posso raccontarti di tuo nonno, che mi vendette per dieci lire d'oro, di come mi hanno costretta a sposare tuo padre quando avevo appena quattordici anni, e di come hanno organizzato il mio fidanzamento quando ne avevo undici. Mia madre parlava alla giovane giornalista che ero allora e le sue parole, cos cariche di entusiasmo, di passione e di dolore, mi scivolavano addosso come gocce d'acqua su un impermeabile. Svanivano senza lasciar traccia . Col passare del tempo cominciai ad abituarmi alle sue suppliche. Ogni volta che pubblicavo un romanzo o un racconto breve, mi diceva: Scommetti che la mia storia pi bella di quella che hai pubblicato? .

Ma io non le davo ascolto. Mi ero fatta la convinzione di sapere gi tutto su di lei: si era sposata con mio padre contro la sua volont, si era innamorata di Muhammad e aveva abbandonato il tetto coniugale. Tutto qui . Mi ricordo che nel 2001, quando la invitai alla presentazione del mio libro Questa Londra, caro mio, mi chiese: Cosa hai scritto stavolta? . Il romanzo parla di donne arabe che vivono a Londra le risposi e che dopo numerosi tentativi scoprono che la vita diversa da quello che appare. Io non capisco... mi interruppe. Ma perch ti ostini a guardare l'erba del vicino? Non ti dico gi abbastanza quanto mi ispiri? Quando ti chiedo di quell'aneddoto, di quel personaggio, non sai che sto prendendo spunto da te per le mie storie? Io non voglio che tu prenda spunto da me. Questo significa che tu vedi le cose dal tuo punto di vista, non dal mio. Per esempio, il tuo racconto il tappeto persiano. Ecco, parliamone: hai dipinto la madre come una ladra. E lei che ruba il tappeto e, anche se tutti accusano Elia il tappezziere, a lei non importa un fico secco! Io volevo bene a Elia, gli davo da mangiare, cantavo per lui... E poi, perch non hai detto che la mamma aveva dato tutto e rinunciato a tutto ci che era suo di diritto per scappare da un marito che aveva il doppio dei suoi anni, che era stata obbligata a sposare contro la sua volont? Neanche hai menzionato che il marito le aveva preso tutti i suoi gioielli per ipotecare il negozio che altrimenti sarebbe fallito! Mamma, la storia raccontava di una ragazzina che si era infatuata di Elia il tappezziere perch era capace di riparare le sedie nonostante la sua cecit... Mi fermai senza riuscire a proseguire, perch mi venne in mente come quella ragazzina avesse iniziato a tremare, tanta era la rabbia quando il suo sguardo era caduto sul tappeto smarrito, che si trovava nella nuova casa di sua madre, dove era andata in visita per la prima volta dopo il divorzio dei genitori. Alla ragazzina non bastava che la madre la sciogliesse dal suo abbraccio: aveva il desiderio fortissimo di affondare i denti nella sua carne bianca e di darle un morso, perch era stata lei a rubare quel tappeto e a permettere che le accuse cadessero su Elia il cieco . Questo vuol dire forse che una donna divorziata non pu affezionarsi a un tappetino? Era suo di diritto! protest mia madre . La domanda avrebbe dovuto essere posta in un altro modo . Perch quella donna, dopo il divorzio, non si era affezionata invece alle sue figlie? Non erano sue di diritto anche loro? Mia madre avrebbe dovuto dirmi perch non aveva almeno provato, non aveva lottato per avere la nostra custodia, anche se era certa che le possibilit di ottenerla erano le stesse che ha una nave di pietra di riuscire a stare a galla . Mi fermai scossa dai brividi, prossima a scoppiare per la violenza di quelle domande che mi si erano bloccate in gola . Riuscii a inghiottirle, accontentandomi di esporre a mia madre il famoso clich letterario per cui le persone reali, fatte di carne e ossa, non appena vengono messe sulla carta si trasformano semplicemente in personaggi immaginari, diventano arte. Mia madre mi ascolt con attenzione. Si accese una sigaretta e diede un tiro,

poi un altro, mentre io immaginavo i suoi polmoni riempirsi di fumo fin quasi a esplodere da un momento all'altro . Bene. Se la scrittura trasforma le persone in personaggi immaginari, perch io e Muhammad non siamo cambiati? E perch neanche tu sei cambiata, nel tuo romanzo Mio signore, mio carnefice? Hai descritto gli stessi luoghi, gli stessi avvenimenti, esattamente com'erano nella realt. L'unica differenza che tuo zio Ibrahim diventato tuo padre. Ma lasciamo stare quel libro. Oddio, come mi sono sentita quando me l'hanno letto... come se tu avessi passato il mio cuore in un tritacarne. Mia madre sospir prima che io potessi proferire parola . Scacci dal viso una mosca che ronzava tra di noi . Dai, vai in cucina. Troverai qualcosa da mangiare. Risi e tirai un sospiro di sollievo. Mamma, ti ricordi quando buttavi il formaggio ai topolini in soffitta? Mia madre ridacchi e, battendo le mani, disse: Poveri, ho smesso quando non so chi mi avvert che cos facendo sarebbero diventati dei grossi ratti. Poi, all'improvviso, aggiunse: Voglio dire, nel romanzo Mio signore, mio carnefice io e Muhammad ti facciamo piangere fino a singhiozzare, e tutto il mondo ti sente. Invece noi, a essere sinceri, ti siamo sempre rimasti vicini. Tu ci hai dipinti severi, senza cuore . Dio mio, da dove hai preso tutta questa amarezza? . Feci per andarmene, ma come potevo lasciarla in quello stato di disperazione? Sapevo che se me ne fossi andata in quel momento si sarebbe rimproverata per avermi fatto arrabbiare . Tornai a sedermi e improvvisamente lei cambi argomento . Hai notato le scarpe di quella ragazza? Enormi e alte come lampioni. L'abbracciai dicendole: Oddio, mamma, sei troppo intelligente e sveglia! . Mi trovai a pensare: "L'ho scritto veramente? Davvero ho messo questo nel mio romanzo Mio signore, mio carnefice" . Posi questa domanda al nulla, ai rumori della strada, a mia madre, al libro stesso. Mi domandai chi ero vent'anni prima, cosa pensavo. "Cosa volevo dire?" Quando nell'inverno del 1976 mi misi a scrivere Mio signore, mio carnefice, in un piccolo appartamento in affitto a Londra, accanto a me c'erano soltanto due valigie, mio figlio che non aveva ancora due anni e mia figlia di sei mesi, ed eravamo appena fuggiti dalla guerra civile. Mi ricordo che lasciai le valigie intatte per due mesi, ripromettendomi di tornare in Libano il prima possibile. E invece ci tornavamo ogni sera, ma soltanto per qualche secondo, accompagnati dalla musica del telegiornale della televisione britannica: vedevo Beirut, racchiusa in un bozzolo nero come la pece, trasformata in una palla di fuoco dalle milizie e dai guerriglieri, mentre i suoi abitanti scappavano in preda al panico . Cercavano riparo qua e l nei rifugi sotto le case o cadevano per strada sotto i colpi dei cecchini, che erano dappertutto . Erano persone misteriose, che tiravano un sospiro di sollievo soltanto quando la loro preda cadeva a terra . Era stato proprio quando avevo avuto la certezza che un giorno anch'io sarei stata colpita dalla pallottola di un cecchino, ovunque mi fossi nascosta, e avevo

iniziato a vivere accompagnata dalla paura, anzi, dal panico per la sicurezza dei miei figli, che avevo deciso di scappare, non soltanto da Beirut, ma proprio dal Libano . Nel mio nuovo paese, l'Inghilterra, mi immersi in una nuova societ e in una nuova lingua, che mi portavano a pensare al posto da cui ero venuta, all'ambiente in cui ero cresciuta, alla cultura che mi aveva reso quella che ero e a ci che avevo lasciato dietro di me. Volli scrivere della violenza per poterla comprendere, e per capire perch Beirut fosse diventata un campo da giochi per i demoni. Un nome lugubre, tanto che anche i libanesi evitavano di pronunciarlo. La mia confusione e il mio panico facevano s che, ogni volta che mi sedevo a scrivere, vedessi me stessa come una bambina di cinque anni che si nascondeva con la madre dietro una porta, scossa da brividi di paura. Mia madre mi metteva una mano davanti alla bocca per non farmi parlare, perch c'era quel viso che appariva e che sembrava spiarci. Questa immagine si ripeteva nella mia mente una, due, tre volte. Perch la guerra si era scatenata dentro di me mentre ero a Londra? Cominciai a graffiare vecchie cicatrici che credevo ormai rimarginate . Mi ero convinta che, col matrimonio e poi con i figli, avessi tirato fuori mia madre da quella scatola in cui l'avevo chiusa per nasconderla in un angolo della mia testa, che l'abisso che c'era tra di noi fosse scomparso, e invece ecco che una penna stilografica mi strappava al gelo di Londra per catapultarmi in quella camera buia, a Beirut, in cui c'eravamo nascoste dietro la porta. Sentivo di nuovo l'incertezza e la confusione che ribollivano dentro di me ogni volta che prendevamo una strada diversa da quella che doveva portarci dal medico che mi faceva l'iniezione di calcio, la cui carenza mi causava l'inarcamento delle gambe, a quanto diceva mia madre. Invece di scorgere la ringhiera nera davanti alla porta di vetro dello studio del medico e il suo riflesso colorato, entravo in una camera immersa nel buio, dai mobili marrone scuro. E invece di vedere il faccione rotondo e piatto del medico e i suoi capelli rossi, acconciati con un riporto che doveva nascondere la loro radezza ma riusciva solo a farli sembrare vermicelli, mi trovavo davanti un uomo alto, dai capelli lisci, castani e folti, che indossava un completo a quadretti bianchi e neri, lo stesso uomo che mi aveva dato un pupazzo di gomma rosa delle dimensioni di un dito . Col passare dei giorni capii che mia madre mi voleva accanto a s come un'arancia navelina con il suo ombelico. Ogni volta che si incontrava con l'uomo dai capelli folti e castani, io mi trovavo a condividere con lei i suoi segreti, a essere testimone delle sue bugie e delle sue menzogne. Contribuiva senza accorgersene alla mia confusione e alla mia indecisione . Confondevo visi e luoghi, e i medici con gli amanti . Ricordo quella volta sotto il mandorlo e le montagne brulle, le colline, le valli, le pietre rosse, i rovi nel villaggio di Bham-doun. Ero piccola, correvo con mia sorella e nostra madre, che non era tanto pi grande di noi. Correvamo con nostra cugina Mariam, ed ecco che mi apparve l'uomo alto dai capelli castani, folti e lisci, con cui mia madre parlava il cosiddetto "linguaggio degli uccellini". Non

capivo nulla di quello che dicevano, e neppure capivo perch, se proprio dovevano imitare gli uccellini, parlassero invece di cinguettare . Vedevo quell'uomo disteso con la testa appoggiata alle cosce di mia madre e gli occhi color miele aperti solo a met . Dormiva o ci stava solo provando? Non sapevo allora che quello era il sogno di un innamorato. Mia madre gli cantava la ninna nanna Oh tu che dormi. Mi chiedevo perch lo cullasse per dormire se non era pi un bambino, e perch quando c'incontravamo con lui dovessimo cominciare a correre per andargli incontro. Chiss, forse perch mia madre non vedeva l'ora di cantargli la ninna nanna . Quel giorno ci venne scattata una foto, che avrei rivisto poi insieme ad altre foto quando mia madre le tir fuori dal suo reggiseno per mostrarle a mia cugina Mariam. Nella foto io sto in piedi accanto a mia sorella, ed entrambe guardiamo l'uomo che solleva mia madre tra le sue braccia, come se fosse una bambina. Come se si fossero scambiati i ruoli, e ciascuno di loro facesse il bambino a turno . Rivedendo quella foto anni dopo, sentii una fitta al cuore . Fissai le rocce, il mandorlo, il cielo estivo, il sorriso di mia madre e le scarpe che stavano per caderle. Dove ero finita io? E Fatima? Al nostro posto c'era una macchia bianca. Ma io c'ero stata davvero l, insieme a mia sorella? Avevo davvero sentito mia madre che cantava a quell'uomo Oh tu che dormi? C' un'altra foto che ritrae tutti i membri della mia famiglia sul terrazzo di casa. Siamo intorno a nostro cugino che sta per imbarcarsi per gli Stati Uniti. Avrei voluto cancellare il viso di mia madre da quella foto, come lei aveva cancellato me e mia sorella, ma alla fine non feci nulla . Dopo molti anni mi fu chiaro perch avevo cambiato idea: mia madre era in mezzo a tutti noi, per sembrava distante; in realt non era con noi. Guardava lontano, verso un futuro di cui non facevamo parte . Perch sei cos silenziosa e non mi rispondi? Perch non vuoi scrivere la storia della mia vita? Io davvero non capisco.. . Non sei curiosa di conoscere la mia infanzia e sapere perch vi ho abbandonate? Eravamo ancora sedute sul balcone rumoroso, davanti a noi un posacenere che conteneva decine di cicche. "No, non voglio sentire la tua storia. Forse ho paura di provare compassione per te o di essere invasa dalla tristezza. Non voglio ricomporre il passato, che ormai ci ha lasciato e se n' andato, dopo che gli anni l'hanno scolorito." Ascolta Hanan, amore di mamma, non ce la faccio. Giuro, non ce la faccio a tenere la mia storia chiusa nel cuore. Guarda, se non mi ascolterai e non la scriverai, chieder alla ragazza con le scarpe come lampioni di farlo per me! Non ero pronta. Avevo paura che mia madre mi seducesse come fa l'acqua del mare nelle torride giornate estive: sembra rinfrescante e in realt gelida . Avevo paura che tessesse attorno a me un incantesimo di dolcezza e di fascino, che mi catturasse in una ragnatela di zucchero. Avrei finito per arrendermi, come avevano fatto prima di me tanti, piccoli e grandi, uomini e donne. Da allora avrei

creduto a ogni parola che mi avesse detto, anche qualora avessi dubitato di lei. Mi ero convinta che lei volesse svelarmi tutti i segreti del suo cuore per giustificare il suo abbandono . In pratica cercava il perdono da parte nostra, n pi n meno . Ma come poteva pretendere che io dimenticassi la prima volta che avevo capito che erano i luoghi a sottrarci le persone che amiamo, e che era lo studio del falso medico ad allontanare mia madre da noi? Come poteva sperare che io dimenticassi le volte in cui mi ero chiesta se anche lei sentisse i tuoni nella sua nuova casa come li sentivo io, e se vedesse il bagliore dei fulmini nello stesso momento in cui io gridavo: Eeeh! Eccolo!, perch il vento portasse la mia voce fino a lei . Come poteva chiedermi di spegnere la sua voce, quella che aveva cantato per la mia bambola, stringendola al suo petto e piangendo come se fosse la sua bambina? Bambolina mia, dormi nel lettino fin quando viene il passero, e ti sveglia al mattino . E che dire delle volte in cui non ero io a voler affondare i denti nella sua carne, ma era lei a mordermi, lasciando il segno dei suoi denti sul mio braccio, come un orologio, perch in fondo a quei tempi era ancora una bambina che mordeva quando era arrabbiata? Picchiare i figli era invece cosa da madri adulte . Mi offr una sigaretta, nonostante sapesse perfettamente che non fumavo. Era tutta la vita che le facevo la predica perch smettesse anche lei. Le chiesi se aveva voglia di andare a un caff sul lungomare. Mi rispose: Giuro sulla mia vita che non ho mai desiderato tanto quanto adesso saper leggere e scrivere, soltanto per poter scrivere la mia storia. Oddio, quanto mi ferisce che un pezzo di legno e di grafite possa avere la meglio su di me! . Le chiesi cosa intendesse dire . La matita non fatta di legno e di grafite? A quel punto guardai la mia mano: non si vedevano i segni dei denti. Anzi, era pronta e teneva una penna. Sentii di voler liberare il passato tenuto prigioniero fino a quel momento e portarlo alla luce . Dai, iniziamo dissi alla fine . Mia madre esord con una frase in arabo classico che continua a risuonare nella mia testa: Storie tragiche, lunghe da raccontare... Senza la locusta, il passero non sarebbe rimasto intrappolato . Kamila 1932: l'inizio dei ricordi da sempre impressa nella mia memoria l'immagine di me e mio fratello Kamil che inseguivamo mio padre. Ci accompagnavano le preghiere di mia madre, che chiedeva giustizia a Dio per quello che lui aveva fatto: ci aveva abbandonati perch si era innamorato di un'altra donna, con cui si era sposato. Mia madre aveva chiesto al tribunale di Nabatieh che lui provvedesse al nostro mantenimento, ma invano. Allora noi andammo a cercarlo perch ci comprasse da mangiare. Corremmo fino al villaggio vicino, dove viveva . Arrivammo al mercato di Nabatieh, chiedemmo di lui e lo scovammo grazie alla sua voce e alla sua risata squillante. Lo invitammo a comprarci lo zucchero e la

carne, proprio come ci aveva raccomandato nostra madre. Accett immediatamente e ci chiese di seguirlo, ridendo con noi e rimproverandoci al tempo stesso. Noi obbedimmo, districandoci tra mucchi di bulgur e lenticchie, tra cammelli, asini, pecore e polli, tra sensali e venditori. Lo perdemmo di vista, poi riapparve per scomparire di nuovo. Mio fratello Kamil lo chiam con tutto il fiato che aveva in gola, tanto che un venditore di pelli di pecora comment: Figliolo, la tua voce sembra una scoreggia in un mercato di lattonieri e ramai! . Tornammo da nostra madre, rimasta in attesa insieme al fratello ciabattino, che si sistemava in un angolino del mercato. Quando ci vide arrivare a mani vuote, il suo viso cambi colore e giur di denunciarlo di nuovo. Tornammo a casa senza carne, senza riso e senza zucchero. La mamma ci prepar le polpette col pomodoro: lo schiacciava tra le dita facendone uscire il succo. Mi chiesi se i semi di pomodoro sentissero il dolore: forse era per questo che cercavano di scappare. D'altronde la mamma non ripeteva sempre che mio padre le aveva schiacciato il cuore? Ci consolava mentre dava forma alle polpette. Ma s, alla fine sono comunque rosse e contengono bulgur, come quelle vere. "Le polpette vere? Dov' il pavimento su cui deve essere battuta la carne, come vuole la ricetta tradizionale? E dov' il nostro batticarne di legno che potrei riconoscere tra altri mille? Polpette vere? ! Perch allora la mamma non toglie dalla carne i nervi bianchi come fili e li mette da parte, rendendola simile a un fico cui stata tolta la buccia?" Un giorno la mamma ci port in tribunale. Mio marito non paga gli alimenti disse a un uomo che aveva in testa un turbante che mi ricordava un'anguria. Come faccio a nutrire questi due figli? Devo tagliarmi le mani e fargliele mangiare? Come faccio a vestirli? Devo strapparmi la pelle e mettergliela addosso? Sentimmo l'uomo col turbante sciorinare una serie di parole, e una frase soltanto ci rest impressa: Gli alimenti arriveranno, e direttamente al centro di casa vostra . Giunti a casa, io stessa mi misi a misurarla contando i passi, come vedevo fare agli adulti per misurare qualsiasi cosa, persino le tombe. Trovato il centro, mi sedetti dove avevo messo un segno, in attesa degli alimenti. Si present invece a casa una nostra vicina, che consigli alla mamma: Fagli vedere i bambini per mostrargli quanto misera la tua condizione! . Se non ti dai una mossa a sparire, le grid dietro mia madre ti acchiappo per le mani e i piedi e ti butto sopra i cactus! Gli alimenti non si fecero vedere e, mentre mia madre era nell'orticello a raccogliere le fave che aveva piantato e a strappare le cicorie, l'indivia e le erbacce, arriv invece mio padre e ci chiese di accompagnarlo al mercato per comprarci vestiti, carne, zucchero, melassa e caramelle. Presi dall'entusiasmo ci dimenticammo di avvertire la mamma. Ci lanciammo verso nostro padre scalzi, gli corremmo dietro mentre lui continuava a promettere: Voglio comprarvi anche delle scarpe nuove, tirate a lucido come uno specchio. Ci fece camminare per una strada che si snodava tra pietre, spine e alberi. Capimmo che non era la strada per il mercato, ma quella che portava verso casa sua e della sua nuova moglie. Appena arrivati le disse: Pensa di essere pi

furba di me? Bene, facciamoli vivere con noi, allora! Senza pagare alimenti e senza mal di testa! . Quanto fu lunga quella notte! Ci rigiravamo nel letto e pensavamo alla mamma, che magari avrebbe immaginato che una iena avesse pisciato sui piedi di uno di noi e ci avesse condotti nella sua tana, mangiandoci fino a spolparci le ossa, o, peggio ancora, che la terra si fosse aperta e ci avesse inghiottiti per sempre. Oppure che fossimo caduti in un pozzo e fossimo annegati. Ma mio fratello mi rassicurava: i ragazzini con cui stavamo giocando le avrebbero detto che pap era venuto a prenderci. Ci addormentammo stretti stretti. Sentivo i battiti del suo cuore e lui sentiva quelli del mio. Ascoltavo il vento e credevo che fosse il suo respiro, perci gli fissavo il naso . Quando si fece giorno, ci alzammo. Non riuscivo a capire lo sguardo della mia matrigna, perch i suoi occhi erano verdi. Riuscivo a capire invece quelli della mamma e sapevo di amarla, come sapevo anche che non dovevo amare la mia matrigna, perch mia madre non la amava. Fissavo i suoi occhi, nel tentativo di svelare il mistero del loro verde. Forse erano di quel colore perch macinava le pietre verdi che trovavamo negli orti. Doveva essere proprio cos, visto che invece la mamma aveva gli occhi neri perch macinava le pietre nere e le usava come kohl . La mancanza della mamma si faceva sentire sempre pi forte, tanto che a colazione non riuscimmo a ingoiare nulla, nonostante la melassa e lo zucchero. Dovevamo inghiottire un po' di t dopo ogni boccone. Il tempo passava lento, soprattutto perch era estate e mio padre non doveva andare a insegnare ai bambini a scuola . Io e mio fratello sedemmo tutto il tempo appiccicati l'una all'altro, in attesa della sera. Decidemmo di scappare subito prima del tramonto, senza aver fatto alcun piano e senza neanche averne parlato. Pensavamo al sopraggiungere della notte: come potevamo andare a letto senza la mamma che dormiva in mezzo a noi, stendendo le sue mani per arrivare a toccare entrambi? Aspettammo che la nostra matrigna mettesse il piatto di mujaddara vicino al fornello a legna in cui preparava il pane. Non appena entr in casa per portarcelo, mio fratello travas la mujaddara nel suo vestito, tenendone i lembi e mordendosi le labbra per il vapore che continuava a salire. Corremmo veloci cos com'eravamo venuti, scalzi, sopra le pietre marroni e rosse, sopra le poche piante, incuranti delle spine. Continuavo a urlare: Ahi ahi ahi... spina, spina, spina..., e mio fratello rispondeva: La mujaddara mi brucia!. Continuammo a correre, senza tenerci per mano, dimenticando l'ordine della mamma, che ci aveva detto: Non permettete neppure agli angeli di separare le vostre mani . Proseguivamo con la paura di prendere la strada sbagliata . Vidi una pianta di pomodoro tra le rocce, dai frutti rossi come anemoni, ma non ci fermammo. Poi, giunti a un campo di fichi, ci sentimmo al sicuro. Passammo davanti alle luffe, il veleno dei serpenti, quelle piante arancioni simili a pannocchie senza foglie, che credevamo venissero seminate dai serpenti che non volevano perdere la strada per le loro tane. Passammo davanti a una zona

sabbiosa in cui crescevano angurie e cetrioli, per non vedemmo altro che sabbia. Avvistammo il grande stagno e, appena ci apparve la roccia grigia chiamata "cammello" a causa della sua forma, avemmo la certezza di aver raggiunto il villaggio. Le spine nel frattempo avevano iniziato a infilarsi nel mio vestito, avevano raggiunto la carne, pungendomi come avrebbero fatto delle vespe o delle api, ma la mancanza della mamma e il desiderio di mangiare la mujaddara mi incoraggiavano, e correvo come se stessi divorando la terra. Il buio cal all'improvviso, tanto da dare l'impressione che quella roccia a forma di cammello avesse nascosto il sole . Non avevamo paura delle iene, ma di Ali il sordo, il pazzo che portava sempre una scatola di legno vicino al petto, talmente attaccata da sembrare una parte del suo corpo che si sollevava e si abbassava seguendo il suo respiro o i suoi lamenti . L'avevamo conosciuto con i capelli spettinati, sperduto nelle zone desertiche intorno al villaggio. Tirava le pietre dietro ai bambini. Eravamo abituati a lui che gridava, urlava, piangeva e minacciava. Si diceva che in passato avesse avuto tantissime monete d'oro, ma una mattina si era svegliato e non le aveva pi trovate: erano sparite dalla scatola di legno in cui le aveva nascoste. Quando le accuse erano ricadute su suo fratello, Ali il sordo era impazzito: si era strappato i vestiti ed era fuggito . S'infuriava ogni volta che si trovava solo, lontano dalla sua casa e dalla sua gente, e temeva che i bambini gli tirassero le pietre. Ma se lo facevano era soltanto perch avevano paura di lui, specialmente quando gridava e balbettava parole incomprensibili: A lui, a terra... a lui, a terra... . Tranquillizzai mio fratello, assicurandogli che Ali il sordo non ci avrebbe fatto del male. Avrebbe capito che noi eravamo i figli della "Timida", come chiamavano mia madre. Lei gli mostrava sempre compassione, lo prendeva per mano ovunque lo trovasse, lo portava a casa nostra, lo faceva sedere sul terrazzo, si inginocchiava davanti ai suoi piedi scalzi e gli toglieva con le pinzette - le stesse che usava per le sue sopracciglia - le spine che gli si erano infilate nella carne, poi gli offriva cibo e bevande. Ci domandavamo se Ali il sordo potesse vederci al buio. Non riprendemmo fiato fino a quando ci apparve da lontano casa nostra e capimmo di essere arrivati. Ma prima di poter gustare a pieno la nostra gioia vedemmo una figura che andava avanti e indietro: doveva essere proprio lui! Invece era nostra madre che ci stava aspettando, senza avere idea della nostra fuga. Ci vide e scoppi a piangere . Quando la riconoscemmo, saltammo di gioia . Siamo tornati e abbiamo portato con noi la mujaddara url mio fratello. Voglio fartela assaggiare, mamma! Lei inizi a cantare, gesticolando e agitando le mani come se si stesse lamentando. Corse verso di noi e noi verso di lei, fino a rifugiarci nel suo petto. Ci accolse tra le sue braccia, pianse mentre ci baciava e respirava il nostro odore. Vi ha rapito? continuava a ripetere. Che Dio rapisca la sua anima! Ci fece entrare in casa e mio fratello rovesci la mujaddara in un piatto. Mangiammo con gusto le fave che ci aveva preparato la mamma e ci sdraiammo tutti e tre nello stesso letto, come facevamo di solito.

Stavolta lei non si stese tra di noi, ma si sedette a soffiare sulle cosce di mio fratello, nel punto in cui si era bruciato con la mujaddara, e sui miei piedi sanguinanti . Come hai fatto a capire che saremmo scappati per tornare a casa? le chiesi . Non sono forse una mamma? mi rispose . Sentivo i versi delle mucche provenire dal nostro orto e mi venne in mente che continuavano a muggire sia che io fossi a casa sia che non ci fossi, senza rendersi conto di quello che accadeva attorno. Le immaginai sdraiate sotto la tettoia del nostro orto, con i grandi occhi che mi fissavano nel buio. Tre mucche e un bue. Mi guardai intorno per rassicurarmi di essere davvero a casa, con mia madre, e non con mio padre e sua moglie. Sentivo la felicit inondarmi, perch tutto era al suo posto. Guardavo il mobiletto, lo specchio, la stanza, la finestra e non riuscii a prendere sonno finch la mamma si sdrai tra me e mio fratello . Sentivo il soffio del vento tra gli alberi, che riempiva di gioia il mio cuore. Il muggito delle mucche mi cullava, come se stessero cantando una ninna nanna solo per me . La porta dei segreti La prima cosa che vidi appena aprii gli occhi fu il disegno sul muro. Scorsi poi il ramo del fico che cercava di intrufolarsi in casa attraverso la finestra, che chiamavamo "la porta dei segreti". Mia madre allung le mani per raccogliere i fichi, che poi spalm sul pane, gi bagnato nell'acqua per ammorbidirlo, e lo spolver di zucchero prima di darcelo da mangiare. Sollev il materasso da terra e lo appoggi al muro. Dovevamo andare al campo vicino agli eucalipti e ci ordin di affrettarci. Forza! Prima che arrivino i mietitori e ci vedano. Non riuscivo a capire perch dovessimo entrare di nascosto nel campo. Forse mia madre, che era chiamata "la Timida", si vergognava di andarci quando c'era altra gente? Invece di vedere le spighe di grano che brillavano sotto le gocce di rugiada e oscillavano cullate dal vento, il campo mi apparve desolatamente vuoto. Mia madre s'inchin sulla terra rossa e raccolse quello che era caduto dalle spighe di grano che i contadini avevano raccolto il pomeriggio precedente. Seguii il suo esempio, afferrai un lembo della gonna e cominciai a raccattare quello che trovavo per terra . Il grano stesso mi guidava: i suoi chicchi brillavano davanti a me come granelli d'oro. Le chiesi se i contadini l'avessero lasciato per noi, ma non mi rispose. Col tempo avrei capito che le falci dei mietitori raccoglievano le spighe e portavano quintali e quintali di grano al silo, lasciando a terra soltanto ci che non valeva nulla. Tuttavia la paura dei serpenti che cercavano ristoro dal sole riparandosi sotto il grano era pi forte della mia nostalgia per le spighe e per le balle e toglieva al campo ogni attrattiva . Quando tornammo a casa, eravamo ormai dello stesso colore della terra. Rovesciammo il contenuto delle gonne in una cesta di paglia su cui mia madre pass prima uno straccio bagnato e poi un altro asciutto, per scongiurare il pericolo che vi fosse entrato un serpente. Mi sped poi in un altro campo a raccogliere cardi. Presi uno straccio che arrotolai intorno alla mano prima di avviarmi. Le spine mi pungevano come aghi .

Quante volte mia madre mi aveva ferito dicendomi che i miei capelli sembravano cardi, perch non glieli facevo massaggiare con l'olio dopo averli lavati. Sistemai i cardi sulla testa e tornai a casa, dove intanto lei aveva gi ridotto il grano in polvere con una piccola macina. Lo impast, accese il fuoco con i cardi che le avevo portato, ci poggi sopra l'impasto e fece delle pagnotte, che noi divorammo una dopo l'altra, in un batter d'occhi . Prima del tramonto ci port in un altro campo a raccogliere i funghi che, soprattutto in primavera, abbondavano tra il grano e l'erba (se avevamo cantato Dai, fungo, cresci un po', vieni qui coi tuoi fratelli); poi ce li friggeva con le uova . Erano ormai passati mesi da quando eravamo scappati con la mujaddara. Non avevamo pi avuto notizie di nostro padre, a parte qualche pettegolezzo che passava di bocca in bocca. Mia madre decise allora di affrontarlo di persona per fargli pagare gli alimenti. Mise a mio fratello dei pantaloni nuovi blu marino e a me un vestito pulito che mia sorella Manifa mi aveva mandato da Beirut. Restammo ad aspettarla vicino a casa, pieni di orgoglio e di felicit perch saremmo andati al mercato a comprare la carne, lo zucchero e la melassa. All'improvviso pass un contadino con un asinello bianco come il latte. Kamil si appiccic al ciuchino e l'abbracci tenendolo per le orecchie. Inaspettatamente il contadino chiese a mio fratello di dargli i suoi pantaloni blu in cambio dell'asinello: lui non ci pens due volte, se li sfil e riemp il suo nuovo amico di baci e abbracci. Mia madre lo sgrid, ma poi ci avviammo, con mio fratello in mutande in sella al ciuchino . Giungemmo al mercato di Nabatieh. Stavolta non pensai alla carne, ma ai braccialetti di cera colorata e ai foulard svolazzanti che finivano con fili simili a zampe di passeri . Cercammo mio padre ovunque, finch un uomo che pregava col suo rosario, preso da compassione, disse alla mamma che pap si era dileguato appena l'aveva vista da lontano. E sparito come un pizzico di sale nell'acqua bollente. Con tutto quello che mi fa penare, mormor mia madre mi auguro che Dio lo faccia sparire dalla faccia della Terra! Al ritorno tocc a me cavalcare l'asinello, mentre mia madre teneva Kamil per mano . Tornammo a mani vuote e la mamma rispondeva a tutti quelli che ci fermavano e le chiedevano se era riuscita a costringere nostro padre a pagare gli alimenti: Confido in Dio. Il suo cuore di pietra. Vorrei vederlo morto! Mi affido al Signore . Le voci giravano e, fra le tante, si era diffusa anche quella che noi immancabilmente andavamo per i campi la mattina presto, senza mai saltare un appuntamento, come fa il sole, per elemosinare dalla terra il grano lasciato agli uccelli. Doveva girare anche la voce che non mettevamo quasi mai piede nei negozi, se non quando piangevo per ottenere il permesso di comprare un po' di melassa, che prima di arrivare a casa avevo gi leccato tutta . Quella notte, sdraiata nel letto, mi domandai: "Le mucche si accorgeranno che accanto a loro c' un asino?". Afferrai l'orecchio del cane che da un po' di tempo

seguiva mio fratello ovunque andasse e aveva preso l'abitudine di dormire accanto a lui, sotto la coperta, nonostante le iniziali proteste di mia madre. Cantai la canzone che mi era venuta in mente quando avevo visto il campo vuoto: Non gioite cos, spighe simili a lunghi capelli . Domani la falce far il suo lavoro, vi graffer la pancia e taglier i vostri lunghi capelli . Ecco qui la fine della canzone . Perdemmo la speranza che mio padre ci aiutasse, ma mia madre non ebbe cuore di vendere le mucche. Inizi perci a lavorare in diverse piantagioni: raccoglieva le arance e i limoni . Portava anche me e lasciava mio fratello dai nostri vicini di casa. Camminavamo per i campi, tagliavamo le strade principali, scendevamo nelle valli. Quante volte avevo desiderato fermarmi e sdraiarmi a terra per la stanchezza e il dolore ai piedi, ma avevo continuato a camminare per non perderla di vista. Non appena arrivavamo alla piantagione, mi trovava un posto sotto qualche albero. Controllava che non ci fossero insetti o qualcosa di umido per terra, poi stendeva una borsa di stoffa per farmi sedere. Quando aveva finito di raccogliere la frutta dagli alberi che mi circondavano, mi spostava in un posto pi vicino a lei. Non mi accorgevo del passare del tempo: cantavo, mangiavo le arance, mi stendevo e schiacciavo le formiche con un bastoncino, cercavo riparo dalle vespe e ascoltavo le canzoni, il rumore dei rami mossi dalla mamma e il fruscio delle foglie . Il sabato era il mio giorno preferito perch la mamma, dopo il lavoro, mi portava sul Litani e ci facevamo il bagno . Camminavamo sulle colline, poi in pianura e nelle valli, fino a scorgere le anse del fiume che scorreva tra le rocce e qualche albero . Mia madre mi portava verso gli oleandri rosa che assomigliavano a casette di rame. Mi affrettavo verso il fiume e restavo in piedi tra le rocce, mentre lei, com'era sua abitudine, cercava una pietra pomice per strofinarmi. Quindi mi prendeva per mano e mi portava dove l'acqua ci arrivava alle ginocchia. Tiravamo su le gonne per non bagnarci e notavo la candidezza della mia carnagione rispetto ai ciottoli e al colore degli alberi. Mia madre aveva paura che io scivolassi e che l'acqua mi portasse via, e anch'io ero vittima della stessa fobia, che non mi passava finch non la vedevo sorridere. Lo faceva raramente e la vedevo ridere ancor pi di rado. Si strofinava il corpo infilando la mano in una tasca senza fondo del suo abito. Una volta mi stup mettendosi a cantare: Tenera, tenera.. . canta con me, fammi compagnia . Ecco che lei si sveglia dal suo sonno: oh Signore non sono una pazza, non sono una pazza.. . Mi vers con le mani l'acqua sul corpo e sui capelli, invocando il Signore e ringraziandolo. Fece lo stesso su di s, poi sorrise, scacciando l'ombra di mio padre che sembrava sovrastarci. Uscimmo dall'acqua e iniziammo a passeggiare lungo le sponde del fiume, raccogliendo foglie di acetosa che divoravamo col pane e un pizzico di sale. Mia madre ringrazi ancora una volta Dio e fu l'ultima volta che la sentii farlo prima che abbandonassimo casa nostra, le mucche, il cane,

l'asino, i campi, il Litani e la mia amica Melina, e andassimo a vivere nella capitale. Quella volta mi fece sedere e mi disse: Saluta il Litani. Vorrei portarvi a Beirut. Non voglio farvi vivere di cicoria selvatica, indivia ed erbacce! . Qualche giorno dopo vendette le mucche, piangendo al momento della separazione. Lasci il ciuchino alla nostra vicina, una beduina che si chiamava Rabiha, cio "vittoria", perch, secondo la mia teoria, vinceva qualsiasi cosa. Il cane che dormiva vicino a mio fratello sembrava aver capito che i giorni che avrebbe potuto passare insieme a noi erano ormai contati e si trov quindi un'altra casa. Pensai che fossimo come quel cane e avremmo fatto anche noi la stessa cosa . Salutai la mia amica Melina, che chiamavo cos perch il suo vero nome era Tuff ah, "mela", con cui giocavo a biglie con i noccioli di albicocche e al gioco delle cinque pietre usando gli ossicini delle pecore. Saltavamo sul materasso o giocavamo a zafferano: ognuna di noi metteva nel naso due bastoncini e li sbattevamo strillando: Rosso, rosso zafferano! Dio, fa' scorrere il mio sangue!. Quando il sangue fuoriusciva dal naso di tutte e due eravamo felici, perch questo significava che Dio aveva accolto la nostra preghiera e quindi avrebbe accolto anche quella di aprirci le porte del paradiso, quando fosse giunto il momento . Melina pianse, nonostante le avessi promesso che non sarei mancata a lungo, solo tanti giorni quanti sono i miei denti, come sentivo dire agli adulti. Le lasciai la mia collezione di "cianfrusaglie": il pettine rosso, i cui denti erano quasi tutti consumati o rotti, i sonagli e un lecca lecca, cocci di piatti rotti, che chiamavamo "vassoi" e che avevo raccolto in piazza, nelle case e negli orti per "giocare a casetta". La scongiurai di aspettarmi fino al ritorno da Beirut. Giura sull'imam Ali e sull'imam al-Husayn che non giocherai con nessun'altra! Mi mancherai, Kamila, giuro. Non dimenticarti di me. Anche tu mi mancherai, Melina. Non farti mangiare da nessuno prima che io torni. Poi mi domandai se a Beirut avrei trovato gli eucalipti: non avrei smesso di ringraziare Dio se avessi potuto tenere le loro foglie soffici, cadenti e lisce in una mano e i miei capelli nell'altra . Chiusi gli occhi e chiesi a Dio di rendere i miei capelli lunghi come un eucalipto e le mie ciocche lisce e soffici come le sue foglie. Mi domandai anche se a Beirut ci fossero le rose: le avrei raccolte come facevano le ragazze pi grandi, avrei messo le loro foglie in un po' d'acqua e le avrei lasciate una notte all'aperto, aspettando che la rugiada vi cadesse. Le avrei riportate subito in casa, per paura che un serpente le raggiungesse prima di me. Avrei poi massaggiato il mio viso con l'acqua di rose, davanti alla cassettiera con lo specchio, e ammirando il mio riflesso avrei ripetuto: Oddio, quanto sono bella! . Quando seppi che a Beirut non c'erano serpenti ma solo specchi, e per giunta enormi, mi sentii sommergere dalla felicit. Chiesi a mia madre se a Beirut ci fossero anche i limoni, perch avevo l'abitudine di strofinarli contro il muro prima di mangiarli con Melina . L'ultima notte che passammo a casa, prima di andare a letto mi affacciai nel nostro orto per assicurarmi che le mucche non fossero tornate, perch, mentre

cercavo la loro nuova casa per salutarle, Melina mi aveva confidato di aver sentito dire a sua madre che le mucche sono come i piccioni: Tornano sempre alla loro vecchia casa. Ma non vidi nulla . Beirut, 1934 Andammo a Beirut con una Ford A del 1928 e non a piedi come faceva mia madre ogni volta che sentiva la mancanza dei suoi quattro figli che vivevano l e ci lasciava da sua sorella a Nabatieh per andare a trovarli. Impiegava quattro giorni per arrivare: i piedi le si riempivano di vesciche, che guarivano per poi riapparire quando tornava da me e mio fratello Kamil, a Nabatieh, e alla fine scoppiavano come fossero palloncini, ma senza fare quel rumore cos caratteristico . Sapevo di avere due fratellastri e due sorellastre, nati dal primo marito di mia madre, che era stato ucciso. Quando qualcuno nominava Beirut davanti a mia madre, la sua faccia cambiava colore e lei si metteva le mani sulle guance, cantando: Beirut, oh Beirut, tu che hai rubato i miei figli! . Sentire quella canzone ci confondeva le idee e Kamil diceva: Ma, mamma, i nostri fratelli si sono sposati a Beirut.. . Non che Beirut ce li ha rubati! . Si potevano contare sulle dita di una mano le volte in cui le mie sorellastre e i miei fratellastri erano venuti a trovarci nella nostra casa di Nabatieh, tuttavia, nonostante si fosse trattato di visite molto diradate, tutti e quattro avevano lasciato in me un ricordo vivido, come un'impronta. Mi avevano colpito soprattutto per i loro lineamenti e la carnagione scura, cos diversi da me, Kamil e mia madre, che eravamo di pelle pi chiara. Non sapevo bene come, ma col passare del tempo avevo ricomposto i pezzi delle loro storie, senza per mai credere alla realt dei fatti: non riuscivo proprio a concepire che mia madre avesse potuto dare alla luce qualcuno prima di me e mio fratello Kamil . Era stata sposata con un uomo che apparteneva a una nota famiglia di Nabatieh alta, che si diceva risalisse al periodo delle crociate, i cui uomini erano rinomati cavalieri dalle mani coperte da guanti d'oro. Il marito di mia madre, per, era soltanto un mulattiere e le sue mani potevano tenere al massimo le redini dei muli. Faceva la spola tra i villaggi del Sud e Beirut. Avevano costruito insieme la casa in cui vivevamo, avevano avuto quattro figli ed erano vissuti in pace fino all'inizio della Seconda guerra mondiale, quando, per il taglio dei viveri imposto dagli ottomani, era scoppiata una terribile carestia. Le locuste avevano fatto il resto . La Turchia aveva costretto tutti gli uomini sotto l'autorit dell'impero ormai alla fame a ingrossare le file del suo esercito. Il marito di mia madre aveva deciso di disertare e una sera erano fuggiti sui loro tre muli. Mia madre aveva affidato alla famiglia del marito la sua collana, gli orecchini e le due monete d'oro che usava come fermagli. Avevano nascosto tutte le lire d'oro nel fondo della bisaccia di uno dei muli e le avevano coperte di viveri, per ingannare i ladri o i briganti che avrebbero potuto incontrare in quelle strade di campagna . Avevano percorso le strade pi impervie, tra le montagne e le valli, per evitare le pattuglie ottomane nei pressi di Ma'an, in Giordania. Poco prima di arrivare sani e salvi, tuttavia, un gruppo di briganti li aveva attaccati e aveva rubato il

mulo con le lire d'oro. Mia madre e il marito si erano disperati e avevano pianto a lungo ma, invece di sporgere immediatamente denuncia, avevano aspettato un paio di giorni. I gendarmi avevano mostrato loro alcuni uomini per il riconoscimento, ma mia madre, "la Timida", non era riuscita a scrutare bene il loro volto, mentre il marito non era certo che fossero loro . Avevano tirato a indovinare, indicandone prima uno, poi un altro, senza arrivare ad alcuna conclusione . A notte fonda uno di quei banditi aveva ucciso il marito di mia madre e, se da un lato questo aveva messo fine una volta per tutte alle loro incertezze, dall'altro aveva rappresentato per lei l'inizio di una vita di stenti. Tornata in Libano con i figli e i due muli rimasti, era corsa a riprendersi ci che aveva affidato ai parenti del marito per rivendere tutto in cambio di qualche soldo, ma si era vista sbattere la porta in faccia. I parenti avevano sostenuto che quei beni servivano a pagare un debito che il marito aveva contratto prima della fuga in Giordania. Mia madre non si era arresa e aveva continuato a bussare alla porta per chiedere aiuto finch non era stata picchiata e cacciata . Era tornata a casa maledicendo la sua sfortuna e ringraziando il Signore di possedere ancora un tetto per lei e i quattro figli, sebbene anche la casa fosse stata completamente svaligiata durante la loro assenza. Aveva iniziato subito a lavorare nei campi, l'unica cosa che sapesse fare, per i suoi sforzi non bastavano a mantenere i figli, quindi non aveva trovato altra via d'uscita se non bussare alle porte dei notabili e dei politici locali per raccontare la sua storia. Per fortuna uno di loro si era offerto di aiutarla a iscrivere i suoi figli a un convitto americano di beneficenza, che si trovava a Sidone . Le visite erano permesse soltanto una volta al mese, ma mia madre, ogni volta che sentiva la loro mancanza, camminava anche per due, tre ore. Si metteva sotto le finestre del dormitorio femminile e chiamava le due figlie; non appena loro si affacciavano, iniziava a piangere. Poi si dirigeva verso quello maschile e chiamava i due figli. Se non si faceva vedere nessuno, tirava dei sassolini contro la finestra e, quando finalmente si affacciavano, scoppiava in lacrime . Era stata costretta a dare in affitto la stalla del piano di sotto, dove c'erano il giardino e l'orto, a un uomo che aveva cambiato idea dopo qualche mese e l'aveva lasciata nuovamente senza fonte di sostentamento, finch non era arrivato uno sheikh che aveva studiato all'Universit al-Azhar, al Cairo, ed era tornato in Libano, la sua patria, con l'intenzione di aprire una scuola per insegnare ai bambini a scrivere, a leggere e a recitare il Corano. Lo sheikh aveva affittato due stanze invece di una. La sua fama l'aveva preceduto, perch era sposato con una turca dalla bellezza leggendaria, di nome Hanim. Non appena era arrivata a Nabatieh alta, le donne dei dintorni erano accorse ad ammirarne il viso bianco e i capelli corvini, e ad ascoltare il suo accento turco. Lo sheikh aveva un solo figlio, che si occupava dell'insegnamento e della gestione della scuola e che aveva iniziato a corteggiare mia madre, l'orfana alta, dagli occhi grandi e dai capelli scuri .

Dal canto suo, anche lei era attratta dal giovane, perch era diverso da tutti gli uomini della famiglia e del villaggio: era colto, spiritoso, un poeta addirittura, e sapeva a memoria le poesie dell'Arabia preislamica. Nonostante fosse pi grande di lui di dieci anni, mia madre aveva acconsentito a sposarlo dopo avere avuto la certezza che lui avrebbe contribuito a crescere i suoi quattro figli. Il giovane la chiamava Khadija: forse sperava che fosse ricca e intraprendente nel commercio quanto la prima moglie del profeta Muhammad . Mia madre aveva deciso di ritirare i figli dalla scuola e di farli vivere con s, nella speranza che i rimorsi di coscienza per il suo secondo matrimonio la lasciassero in pace. Era andata a chiamarli uno per uno nei loro dormitori e li aveva invitati a saltare dal muro per tornare a casa insieme a lei. Ma i quattro figli non provavano alcuna simpatia per il nuovo marito e non riuscivano ad accettare l'idea che lei si fosse risposata. D'altronde erano ragazzi seri e sobri, che soffrivano per la mancanza del padre e l'abbandono della scuola: come avrebbero potuto sopportare un secondo marito, che oltretutto era un vero pagliaccio? Infatti, dopo qualche tempo, il primogenito aveva lasciato il Sud per cercare lavoro a Beirut. Il fratello minore, che faceva il ciabattino ambulante, lo aveva seguito di l a pochi mesi, dopo essere tornato da un viaggio con il patrigno. La causa della sua partenza era stata uno scherzo che, invece di farlo ridere, lo aveva spaventato. Il nuovo marito della madre gli era saltato addosso con il volto coperto, - gridando: Dammi tutto quello che hai o ti sgozzo! . Il ragazzo era stato assalito dal panico: i ricordi di quello che era accaduto al padre in Giordania erano ancora freschi nella sua memoria . Si era girato per cercare aiuto nel patrigno e non lo aveva trovato, ma lo aveva sentito invece ridere e sghignazzare . Aveva quindi scoperto che il ladro era lui, che aveva tutta questa voglia di scherzare a mezzanotte, dopo una giornata lunga e faticosa . Di l a pochi mesi anche le due sorelle avevano raggiunto i fratelli a Beirut, lasciando la casa a mia madre, al marito e a mio fratello Kamil. Tre anni dopo ero nata io . Beirut, immaginai mentre ero in macchina, doveva essere dietro quella montagna, quella valle e quella linea blu. Tutto scomparve dietro di me e per la prima volta vidi il mare. Pensai che dovesse essere il fratello del cielo e osservai il punto in cui si incontravano e poi si separavano. Il mare prendeva la sua strada, allungandosi fin dove il mio sguardo poteva arrivare. Mi chiesi se l'aria che sbatteva sulla mia mano fuori dal finestrino fosse sempre la stessa o se cambiasse ogni volta che la macchina accelerava . Raggiungemmo Beirut, che era pi grande del mercato di Nabatieh, e pensai che dovesse essere il mondo intero . Non vidi grossi sacchi da cui uscivano granelli di riso e zucchero, n gente che correva dietro a raccogliere quello che cadeva o cercava di leccare la melassa dai barili. Vidi invece persone che andavano e venivano senza sosta, senza scambiarsi neppure due parole, come accadeva invece a Nabatieh. Vidi gente che si affacciava dai balconi, che all'inizio credevo non facessero parte delle case .

Chiesi a mia madre: Come fa la gente a viverci, se non hanno il tetto? E anche se il tetto c', non manca qualche parete? . Le case avevano le tegole di pietra rossa, l'una accanto all'altra, come chicchi di melograno. C'erano tante aperture, alte, che la gente chiamava finestre e non porte dei segreti, come facevamo noi, e lucernari rotondi, che immaginavo fossero casette per i piccioni, di cui la citt era piena. Le piante di Beirut erano diverse da quelle che mi erano familiari, ma dopo qualche giorno avevo memorizzato i loro nomi: l'albero dei rosari, il colchico autunnale, la palma, il gelso, il nespolo . Arrivammo a casa di mia sorella Manifa e di suo marito Abu Hussein. Portavamo con noi la scatola di legno di mia madre, intarsiata con velluto, rame e stagno, che conteneva tutti i nostri averi: i vestiti di mia madre, due paia di pantaloni di mio fratello, alcune sciarpe, qualche foglia di issopo, alcuni fiori medicinali e della maggiorana. Mio fratello Ibrahim, che aveva sempre il muso lungo, e sua moglie Khadija arrivarono poco dopo. Soltanto un giardinetto separava casa loro da quella di Manifa . A Beirut mia madre non era pi costretta a cercare di notte bietola selvatica e malva per sfamarci, come faceva nell'orto . Non ci sedemmo sotto i sacchi di Beirut a mangiare e leccare quello che cadeva, ma ci mettemmo intorno a un vassoio poggiato a terra. La mamma, mio fratello Kamil e io allungavamo le mani titubanti, nonostante il cibo fosse incredibilmente pi abbondante di quello che mangiavamo al Sud. Ogni volta che allungavo una mano verso il piatto, guardavo mio cognato che ci spiegava come mangiare: Mettete la faccia sopra al piatto. E un peccato far cadere queste briciole. Le briciole di cui parlava erano in realt grandi quanto delle ciglia! Aveva un accento strano, che non avevo mai sentito prima - non si sentiva per nulla la sua origine meridionale - ed era basso come mio padre . Arriv poi il nostro fratellastro pi grande, Hasan, che amava suonare il liuto. Baci la mano della mamma e le port uno sfilatino simile a un mattarello, il cui nome, baguette, mi sarebbe rimasto impresso per sempre. Ra'ufa, l'altra sorella, ci raggiunse poco dopo. Non appena vide mia madre, l'abbracci e si mise a piangere, lamentandosi con lei di suo marito, che giocava e scommetteva sui cavalli. La sentii dire che i suoi figli morivano di fame e che vivevano come barboni. Non riuscivo a capire come una cosa del genere potesse accadere anche a Beirut . Con il passare dei giorni non mi interessai a nessun membro della famiglia, ma preferii concentrarmi sui dolci. Farfugliavo i loro nomi: pasticcini, dolcetti alle nocciole e al sesamo, che il venditore esponeva in una vetrina mobile urlando: Nocciole... Nocciole buone.... Pregai mia madre di darmi mezza lira, piansi davanti a mia sorella, ma non ci fu verso di convincerle . Corsi comunque dal venditore, piazzandomi davanti a lui con occhi imploranti e affamati, sbavando come un cane, con gli zoccoli di legno ai piedi. Tutti gli altri bambini avevano belle scarpe, compravano i dolci e li leccavano . Vuoi qualcosa? Perch non compri niente? mi chiese il venditore .

Sto solo guardando risposi. Quando vidi che non voleva proprio regalarmi niente, aggiunsi: Nessuno mi d un soldo . Vengo dalla campagna e mio padre morto!. Il venditore mi guard come se non avessi neanche fiatato e provai profondo odio nei suoi confronti . La smania per quei dolci si spense ben presto e venne sostituita da quella per i fermacapelli, le spille e i braccialetti colorati che vedevo addosso alle altre ragazze. Cercavo di ottenere un quarto o mezza lira da ogni persona che veniva a visitare mia sorella ma, nonostante tutti i miei sforzi, alla fine non ottenevo in risposta altro che le solite frasi di circostanza: Magari... domani... ad averceli.... Non osavo chiederli a mio fratello Ibrahim, Muso lungo, perch mi osservava sempre un po' infastidito e borbottava tra s ogni volta che allungavo la mano verso un grappolo d'uva e me lo portavo alla bocca. Chiesi sussurrando a Kamil, mentre la mamma dormiva come al solito in mezzo a noi, se avrebbe preferito rimanere a Nabatieh. La sua risposta mi zitt: Avresti fatto in tempo a morire mille volte prima di poter leccare di nuovo la melassa. Non volevo dirgli che la mamma era cambiata, che mi sgridava perch camminavo troppo in fretta, perch saltavo perch dicevo di aver fame, cosa che prima non faceva mai . Notai anche che parlava sempre di meno e sembrava essere diventata un pezzo d'arredamento; raramente sbuffava, sospirava o esclamava: Dio mio!. Un pensiero attravers la mia mente: se quando eravamo ancora a Nabatieh avessi preso un coltello e avessi ingannato il macellaio, tagliando un bel pezzo di carne dalla pecora appesa fuori del suo negozio, saremmo stati ancora l e avremmo avuto nostra madre tutta per noi . Osservavo le bambine della mia et e desideravo ardentemente giocare con loro, in particolare con una che mi guardava sempre con aria di disprezzo, forse per i miei zoccoli di legno. Come potevo nascondere il mio vestito, che impallidiva davanti a quelli delle ragazze di Beirut? Cercai di guadagnarmi la sua simpatia impietosendola: Non sono di Beirut. Mio padre morto. Nessuno mi d un soldo . La tua famiglia povera, mi rispose girandosi di spalle . Stavo per dirle che io ero povera, era vero, ma nel villaggio, invece adesso a Beirut mangiavo lo zucchero e la melassa, ma preferii tacere . A casa tutti lavoravano: mia madre aiutava mia sorella con i bambini e le faccende domestiche, mentre lei faceva la sarta . Stava piegata sulla macchina per cucire tutta la giornata e ricamava fazzoletti e sciarpe che l'indomani il marito avrebbe venduto nei mercati. Presi la decisione di trovare dei soldi, a qualsiasi costo, e provai nuovamente a implorare mia madre e mia sorella. Sarebbe stato meglio se non l'avessi fatto, perch non solo non ottenni niente, ma in pi mio cognato decise che dovevo darmi da fare anch'io, bussando alle case del quartiere per vendere bavaglini impermeabili per neonati e bambini . Obbedii riluttante alla sua richiesta soltanto dopo che mia madre, tentando di convincermi, mi disse: Tua sorella e suo marito non sono tenuti a mantenerci. Gi tanto se ci fanno dormire qui .

Camminavo per il nostro quartiere e in quelli vicini, salivo scale e rampe, entravo nei giardini delle case e bussavo alle porte. Una volta la mia attenzione venne attirata da un cortile al centro del quale c'era una fontana, che mi ricord quanto ero felice ogni volta che potevo disegnare sulla sabbia con la mia pip . Bussavo alle porte pregando i proprietari di comprare almeno un bavaglino. Insistevo e improvvisavo scene pietose, senza muovermi fino a quando mi compravano qualcosa o mi sbattevano la porta in faccia. Passavo da una casa all'altra con un nodo alla gola, di cui non riuscii a capire il motivo finch una signora mi apr la porta di casa sua e mi sorrise. Sentendo che la imploravo di comprare un bavaglino, mi chiese scandalizzata se avessi una famiglia e chi mi avesse mandato . Alla mia risposta, si mise le mani nei capelli e disse, con un accento a me sconosciuto: Ahi ahi ahi! Non ci posso credere! E la tua famiglia non ha paura per te? Una bambina bella come il sole... Ma quanti anni hai? . Nove le risposi . La signora chiam un'altra donna e le raccont quello che ci eravamo dette. Poi si mise di nuovo le mani nei capelli e grid: Non ci posso credere! Signore, abbi piet di noi! In vita mia non mi mai capitato di vedere bambine girare di casa in casa per vendere... E dice pure di avere una famiglia! Ma ti rendi conto?. Dopo di che compr tutti i miei bavaglini, mi diede un pizzicotto e si raccomand: Ascolta, piccola, stai attenta! Capito? Non farti imbrogliare da nessuno. Se non una donna ad aprirti la porta, tu non entrare . Corsi da mia madre e le raccontai quello che mi aveva detto la donna e le chiesi perch nessuno si era raccomandato con me di stare attenta e di scappare se ad aprirmi la porta fosse stato un uomo. Le domandai anche perch invece non mi avessero mandato a scuola, pensando che dovessero mandarmi da qualche parte per non stare sempre chiusa in casa, perch Beirut non era Nabatieh. Lei si limit a sospirare e capii che non era una questione che riguardasse lei o mia sorella, ma che mio cognato e mio fratello Muso lungo non mi avrebbero mai comprato le penne e i quaderni per andare a scuola. Mi misi a piangere e a lagnarmi . Mia madre e mia sorella corsero verso di me per farmi smettere, cercando di spaventarmi dicendo: Arriva l'uomo nero!, riferendosi a mio cognato, esattamente come facevamo a Nabatieh con il ghoul, la iena e il diavolo . Anche i piccioni vanno a scuola Qui anche i piccioni vanno a scuola, lo giuro su Dio, sul Profeta e sull'imam Ali! dissi a mia madre. Da quando eravamo arrivati a Beirut vedevo stormi di piccioni d'allevamento formare cerchi nel cielo, separarsi e di nuovo unirsi, volare verso il cielo e poi verso la terra, cambiando direzione secondo le indicazioni del loro proprietario, che batteva una frusta contro la piccionaia, fischiava o agitava a mo' di insegna un pezzo di stoffa nero avvolto intorno al braccio. L'allevatore di piccioni era un parente della prima bambina che mi aveva rivolto la parola a Beirut, ma soltanto dopo avermi invitata, se volevo diventare sua amica, a togliere gli zoccoli e a mettermi un paio di scarpe .

Sognavo di essere una studentessa che ascoltava le indicazioni della sua maestra e si sedeva in classe con altre ragazze della stessa et. Non rivelai a nessuno che in realt desideravo andare a scuola per non vendere i bavaglini e per non aiutare mia sorella nelle faccende domestiche. Pregai mio fratello Hasan, il liutista, di intercedere per me, ma lui si rifiut di intervenire, dicendo che l'avrebbe fatto volentieri se avesse avuto anche solo un quarto dei soldi di nostro fratello Ibrahim e di nostro cognato Abu Hussein. Capii che dovevo badare da sola a me stessa, perci, quando l'indomani mia sorella mi chiese di salire in soffitta per prendere i cinque bavaglini da vendere, in piedi davanti a tutti quei mucchi di roba mi ritrovai a immaginare gli spiccioli che luccicavano e tintinnavano, e decisi quindi di prenderne dieci, nascondendone cinque sotto il vestito e tenendo gli altri in mano. Uscii e cominciai a girare di casa in casa come al solito, tentando di suscitare la compassione delle persone che incontravo. Alcuni si mostravano duri con me, ma riuscii ugualmente a piazzarli tutti . Non tornai immediatamente a casa, ma corsi dal venditore di dolci. Gli consegnai i soldi che avevo guadagnato con i cinque bavaglini in pi e gli indicai i dolcetti di nocciole, lo zucchero filato candido e le caramelle gommose. Mi precipitai verso la bambina che mi guardava con disprezzo e le mostrai i miei dolci, pregando in cuor mio l'imam Ali che lei allungasse la mano e che guadagnassi cos la sua amicizia per giocare insieme. La ragazzina in effetti mangi tutto quello che avevo, gioc un po' con me e poi si allontan . Intanto mi ero convinta che la mamma non era pi mia n di mio fratello Kamil. Era diventata la mamma solo degli altri quattro: faceva tutto quello che Ra'ufa, suo marito e Ibrahim le chiedevano. Portava i loro problemi a letto insieme a noi: i suoi sospiri e i suoi mormorii aumentarono. Non capivo nulla di quello che borbottava, tranne: Fa niente, tesoro, non ti preoccupare. Le veniva l'ansia per la stitichezza di mio nipote o per mio fratello Hasan, che lavorava in un forno, perch temeva che un giorno sarebbe finito bruciato, e si preoccupava perch il muso di mio fratello Ibrahim si allungava ogni volta che vedeva una di noi due . La stanchezza cominci a esaurirmi e a non lasciarmi forze per pensare ad altro che alla notte. Non vedevo l'ora di andare a letto e di dormire accanto a mia madre, godendo del suo calore e della sua tenerezza. Solo nel sonno tutte le responsabilit abbandonavano le mie piccole spalle, soprattutto dopo che mi fu affidata un'altra missione, oltre alla vendita dei bavaglini: dovevo accompagnare il figlio di mia sorella e quello di mio fratello Muso lungo alle rispettive scuole. Tornavo poi a casa, dove mi aspettavano i bavaglini e le sciarpe. Giravo tutto il quartiere per venderli, poi andavo a prendere il pranzo da portare nelle due scuole e ritornavo ad aiutare Manifa, che aveva nel frattempo partorito un altro Bambino; cullavo il neonato e lavavo i pannolini, che stendevo ad asciugare sul balcone, quindi correvo a recuperare i miei nipoti a scuola . Questa era l'unica cosa che facevo con entusiasmo, perch all'uscita spettavano loro dei dolcetti e, gi che c'ero, ne davano un pezzo anche a me; inoltre avrei potuto tirare qualche calcio al pallone con cui giocavano vicino a casa, quando finiva lontano in uno dei tanti fossati che ci circondavano, tanto che il quartiere

veniva chiamato "il fossato profondo". Una volta corsi verso uno di quei fossi a raccogliere il pallone, lo toccai e lo strinsi al petto contenta, ignorando le urla dei miei due nipotini: tanto non l'avrei comunque passato subito a loro dopo averlo raccolto! Lo tenni stretto a me perch gli altri bambini mi vedessero e pensassero che fosse mio e che i miei genitori, che magari vivevano in una delle grandi case decorate di metallo, dai balconi ampi e dalle vetrate colorate, l'avessero comprato per me. Agitai il braccio verso un balcone su cui non c'era nessuno, ma l'urlo dei miei due nipoti mi riport subito alla realt: dovevo sbrigarmi a passare il pallone . Si avvicinava l'Aid al-Adha, la festa del sacrificio, e sentii le bambine del quartiere parlare dei loro vestiti nuovi. Chiesi alla mamma notizie del mio, ma lei mi disse di pazientare un po', perch Ibrahim, Abu Hussein e il marito di Ra'ufa stavano ancora discutendo la questione. Ibrahim suggeriva ad Abu Hussein di dividere il costo della stoffa, perch mia sorella avrebbe potuto disegnarlo e cucirlo, mentre Abu Hussein insisteva a comprare un vestito usato, perch lei era troppo impegnata. Ed effettivamente fu proprio cos che andarono le cose . Mi venne un'idea: mi ricordai che una volta Khadija mi aveva fatto portare in giro di casa in casa sua figlia, che aveva appena compiuto tre anni e non riusciva ancora a camminare, per chiedere in elemosina qualsiasi cosa, nella speranza che accadesse un miracolo e che la bambina si alzasse. Pensavo che queste credenze non esistessero a Beirut, ma soltanto a Nabatieh, dove eravamo abituati a mendicare un pezzo di pane in sette case diverse per guarire dall'orzaiolo, che chiamavano "il ladro dell'occhio", perch rubava la vista. Quella volta avevo cominciato a girare con mia nipote, ripetendo ogni volta che qualcuno mi apriva la porta: Date qualcosa a questa bimba paralizzata perch si alzi, e mi ero stupita che tutti trovassero la mia richiesta perfettamente normale e le offrissero cibo, frutta e dolci . Qualcuno, quindi, avrebbe dovuto spingermi in un carrellino e bussare di casa in casa, chiedendo alla prima porta: Date a questa bimba paralizzata un paio di scarpe nuove per l'Aid, perch si alzi, alla seconda: Date a questa bimba paralizzata un vestito nuovo per l'Aid..., alla terza: Date a questa bimba paralizzata un paio di calzini bianchi e una borsetta di paglia per l'Aid... . Quando vidi il vestito che mi avevano preso, con una macchia marrone sulle braccia e una riga gialla intorno al collo, non potei fare a meno di scoppiare a piangere. Le scarpe, usate anch'esse, avevano tacchi grossi e placche di acciaio . Mi tirai i capelli e giurai sul profeta Muhammad e sull'imam Ali di boicottare l'Aid. Sfogai tutta la mia rabbia contro mia madre: Digli di comprarmi un vestito nuovo! Diglielo!. Mio cognato mi sgrid: Ogni giorno una festa. Ogni giorno in cui obbediamo a Dio una festa e non solo l'Aid! . Era consuetudine dare un pensierino ai piccoli della famiglia il primo giorno dell'Aid. Mia madre e Manifa mi diedero qualche spicciolo, mentre Ibrahim e Abu Hussein si rifiutarono. Misi i soldi in tasca e presi la mano di mio nipote perch tutti capissero che stavamo andando a trovare mio fratello, il liutista. In realt ci dirigemmo verso la pineta, dove c'erano i giochi per i bambini,

nonostante fossi pienamente consapevole che se fossi stata scoperta sarei stata punita severamente, data la distanza dalla nostra zona . Per strada incontrai la bambina alla quale avevo offerto i dolci, che inaspettatamente stese il mignolo e cominci a canticchiare: Calci e pugni, a morte qullo che mi parla! . Non volli camminare accanto a lei, con il mio vestito e le mie scarpe orribili, e cos restai indietro insieme a mio nipote Hussein, di cinque anni. Vidi un gran fermento in pineta, e poi i cetrioli e le rape sottaceto. Comprai di tutto, anche una granita. Andai sull'altalena insieme a Hussein. Volammo in alto e i ragazzini di Beirut urlavano: Che coraggiosi! Ol... . Prima di entrare in casa, pulii bene le nostre scarpe, per evitare che la terra rossa rivelasse quello che avevamo fatto, e avvertii mio nipote che il piccolo segreto della pineta sarebbe dovuto rimanere tra di noi, altrimenti sarei stata punita . La rosa bianca Qualche tempo dopo ottenni il permesso di accompagnare mio fratello Kamil in citt, dove vendeva tutto quello che occorreva per cucire, e gridai: Kamil! E questa Beirut e non il fossato profondo, come pensavamo noi!. Vidi il tram che guidava mio fratello Ibrahim, le macchine con i loro clacson, le carrozze, le luci accese anche di giorno, il venditore di succo di liquirizia con i cimbali tintinnanti, le donne bionde a capo scoperto. Mi stupii di quanti uomini indossassero i sirwal, i pantaloni larghi con il cavallo basso tipici della campagna: sembrava che non mi fossi mai mossa dal Sud! Non sapevo dove guardare prima: volevo toccare tutto, a partire dai formaggi di ogni tipo e colore fino all'oro esposto nelle gioiellerie . Rimasi incantata davanti a un'immagine enorme, grande come un palazzo, che ritraeva il viso di una donna triste, un uomo col tarbush e una rosa bianca tra di loro. un film mi spieg Kamil. Rimasi immobile davanti a quella visione, senza spostarmi di un millimetro. La donna era bellissima e sorrideva mostrando i suoi denti bianchi. Le labbra erano truccate con un filo di rossetto (e non con la buccia delle mandorle, come facevamo io e Melina) e i capelli le incorniciavano il volto. Mi tolsi dalla testa il velo con cui mio cognato mi aveva costretta a coprire i capelli e cercai di imitare l'acconciatura della bella signora. Mio fratello mi diede un colpo per scuotermi e mi tir la mano. Svoltammo in una viuzza laterale, ma quell'immagine continu a inseguirmi, ovunque andassimo . Mi perseguitavano soprattutto le lacrime che scorrevano sulle guance della donna, simili a bolle di sapone . Giunta a casa, corsi a raccontare quello che avevo visto in piazza dei Martiri a mia sorella Manifa, china sulla macchina per cucire, e le parlai in particolare di quell'immagine, pi grande di ogni altra. Mi rispose che tutto il mondo stava impazzendo per quel film, La rosa bianca. Implorai senza tregua Manifa di portarmi a vederlo, per giorni, anzi per settimane, finch lei, esasperata, accett a condizione che non lo dicessi a nessuno, neanche a nostra madre. Sentirla raccontare al marito che sarebbe andata a trovare Ra'ufa e che mi avrebbe portato con s mi tranquillizz, perch mi dissi che se anche mia sorella, che pregava e

digiunava a Ramadan, mentiva al marito, io non sarei finita all'inferno, come pensavo, a causa di tutte le bugie che dicevo . Entrammo al cinema al buio, ma riconobbi ugualmente una grande sala con tante poltrone, attaccate l'una all'altra . Si sentiva una musica ad alto volume, che chiss da dove proveniva: non vedevo nessuna radio. Poi, all'improvviso, una luce abbagliante apparve sul muro, insieme ad alcune righe . Mi guardai attorno per capire da dove venissero e scoprii che tutto era emanato da un fascio di luce e da un fumo strano che uscivano da un buco nel muro, proprio dietro di noi. Quando vidi una donna, un gatto e alcune persone muoversi davanti a noi, dissi a Manifa: come le scatole del "Mondo nuovo" che abbiamo visto al villaggio, solo che qui i personaggi si muovono!. Una ragazza giocava col gatto mentre una donna le intimava di smetterla. Apparve poi un uomo, che dapprima baci la figlia, quella che giocava col gatto, e poi la donna che la sgridava. Un giovane di nome Jalal (interpretato da Muhammad Abd el-Wahab), con un tarbush in testa, raccoglieva i grani di una collana sparsi a terra. Nel frattempo, cantava: Oh, nessuna giacchetta... E io piansi.... Si susseguirono alberi, uccelli e poi un fiume, infine un vecchio che parlava col giovane e triste Abd el-Wahab. L'ultima scena del film vedeva il protagonista cantare e piangere, mentre i bambini giocavano in giardino . Uscimmo dalla sala ancora immersa nel buio. Mia sorella si affrett ad alzarsi e io cercai di imitarla, ma senza riuscirci, perch in realt volevo rimanere attaccata alla poltrona . Perch parlano con questo accento strano? le chiesi . Capisco a stento quattro parole! Parlano in dialetto egiziano mi rispose . E cos' il dialetto egiziano? Quando mi spieg che esisteva un paese chiamato Egitto, fui sul punto di dirle che volevo portare una giacca a Muhammad Abd el-Wahab, perch lui cantava in lacrime: Oh, nessuna giacchetta... E io piansi..., ma ebbi paura che lei non mi permettesse di farlo. Pensai: "Potrei rubare la giacca da tranviere di Ibrahim! ". Cambiai idea non appena mi vennero in mente il colore cachi e le macchie di sudore sotto le braccia. "No, meglio, potrei rubare quella di Abu Hussein!" Ma anche stavolta fui costretta ad abbandonare l'idea: quella giacca era corta e stretta. Anche se Abd elWahab se la fosse messa, non gli sarebbe arrivata neppure alla vita e le maniche sarebbero state troppo corte. E poi Abu Hussein pregava e recitava il Corano, mentre Muhammad Abd el-Wahab parlava con quella donna, cantava per lei, la abbracciava, fischiava e camminava a passi rapidi . Il film La rosa bianca non abbandon mai i miei pensieri e mi dissi: "Se io cambiassi nome, facendomi chiamare Warda, che vuol dire "rosa", diventerei come i bambini e la gente del film ! ". Decisi che andare al cinema era meglio che mangiare un barattolo di melassa, era anche meglio che parlare con la ragazzina di Beirut, e addirittura meglio che giocare a "casetta" nell'orto con Melina .

Vedere quel film suscit la mia curiosit e il mio interesse nei confronti di mio fratello Hasan. Gli chiesi a bassa voce se avesse visto La rosa bianca e se sapesse cantare accompagnandosi col liuto come faceva Muhammad Abd el-Wahab . Lui si guard intorno, poi chiese a mia sorella di suo marito . Quando lei, ridendo, gli fece capire con un gesto della mano che non c'era, Hasan inizi a canticchiare suonando un liuto immaginario: Oh rosa dell'amore puro! Che Dio benedica le mani che hanno sparso acqua su di te . Mi domando... mi domando... mi domando.. . Lasci poi il liuto immaginario, stese la mano davanti a s, come tenendo una rosa inesistente, e la guard . Gli domandai se capisse l'egiziano, al contrario di me. A quel punto mi chiese stupito chi mi avesse portato a vedere il film. Negai, ma nostra sorella si intromise: Io. Capii allora che non temeva quel fratello come l'altro, Ibrahim, o come suo marito, ma che, anzi, in sua presenza rideva e scherzava . Qualche tempo dopo, quando i ricordi del film avevano ormai cominciato a sbiadirsi, accompagnai mia madre da Ra'ufa . Mia sorella veniva picchiata dal marito ogni volta che lo rimproverava o che gli chiedeva che fine facessero i soldi che buttava nelle scommesse invece di pensare a sfamare i suoi figli. Uno di loro aveva una protesi di legno al posto di una gamba, proprio come Siba il pasticciere. Non raccontai a nessuno di loro del film, perch capii che avevano altro cui pensare . Non riuscii a credere alle mie orecchie quando sentii Ra'ufa dire a mia madre: Ci ha lasciati senza un soldo. Ha ipotecato tutto. Giuro, ho pensato di andare per strada a chiedere l'elemosina. Ci nonostante, mia madre non le propose di chiedere qualche soldo al marito di Manifa, a Ibrahim o persino a Hasan, che non aveva una lira, ma che forse avrebbe potuto procurarle un po' di pane dal fornaio presso il quale lavorava . Pensai a quanto sarebbe stato bello avere la possibilit di fuggire, entrare al cinema e gettarmi nello schermo, dove avrei potuto vivere con gli attori che nel film avevano la delicatezza di preoccuparsi l'uno dell'altro. Mi dissi che dovevano essere fatti di un'altra pasta rispetto a noi, perch erano andati a scuola e avevano studiato . Asini da soma La nostra casa si trasform da un giorno all'altro in un luogo di dolore e di lutto: Manifa mor per una febbre molto alta, causata dal morso di un ratto che si nascondeva sotto un mucchio di legname e di scatole vuote che il marito le portava per riscaldare l'acqua nella caldaia . Mia madre si sentiva responsabile della sua morte: si era convinta che il nostro arrivo e il nostro soggiorno a Beirut portassero sfortuna. Si mordeva le dita e sbatteva le mani, maledicendosi per non essere andata lei a prendere la legna quella dannata sera al posto suo. Se la prese col medico perch non aveva capito in tempo che era il morso di un ratto a causare la febbre e che si trattava di un'infezione. Suo marito stringeva a s i tre bambini e piangeva. Non avevo mai visto prima di allora un uomo piangere, anzi, inondato di lacrime, escluse le volte

in cui qualcuno in piazza a Nabatieh interpretava il ruolo dell'imam al-Husayn nelle celebrazioni della "Ashura" per ricordare il suo martirio . Dalla morte di Manifa in poi iniziai a chiamarmi "asino da soma", che sostitu il soprannome di "diavoletta degli orti" che mi attribuivano a Nabatieh perch ero piccola di et, bassa di statura, giocavo sempre ed ero vivace proprio come un diavoletto . Venivo chiamata "asino da soma" come le bestie che trasportavano le pietre da un villaggio all'altro, con gli zoccoli insanguinati per le spine e i sassi. La madre di Melina portava l'orzo ai due asini e glielo offriva dicendo: Ciuchini miei, che il lavoro delle vostre zampe e della vostra schiena venga benedetto. A quel punto i due asini smettevano di ragliare e cominciavano a mangiare l'orzo. Quale sarebbe stata, invece, la mia ricompensa? Gli adulti mi esortavano ad aiutare mia madre a badare ai miei nipotini e a provvedere ai loro bisogni, per paura che sentissero la mancanza di Manifa, soprattutto il pi piccolo, che non aveva ancora un anno e mezzo. Khadija, la moglie di mio fratello Ibrahim, lo allattava e si prendeva cura di lui come se fosse suo figlio. Ogni volta che il bambino imparava a dire una parola nuova o a fare un gesto nuovo, la tristezza di mia madre aumentava, batteva le mani sul petto e piangeva pi di prima. Mi accorgevo che non sapeva fare bene i lavori di casa: lavare, pulire e cucire non erano il suo forte. Forse era gi cos a Nabatieh. Sentivo dire che non era all'altezza delle responsabilit, che aveva il cuore duro, che era pigra. La prendevano in giro perch una volta aveva detto a suo marito, quando era gi salito sul mulo per andare al lavoro: Aspetta, aspetta che preparo qualche pagnotta. Le mie spalle esili non ce la facevano a sopportare insieme la responsabilit dei figli di mia sorella e anche quella di mia madre . La tragedia di Manifa non era destinata a essere l'unico capriccio della sorte per mia madre. Dopo appena un anno Ra'ufa, quella sposata con l'uomo delle scommesse, mor nel giro di un paio di giorni a causa di una febbre . Stavolta non fu il morso di un ratto a provocarne la morte, bens un'appendicite che degener perch lei, invece di andare dal medico, prese a curarsi secondo i consigli dei vicini di casa, con impacchi di buccia di cipolla bollita e cumino . Lasci cinque figli, due femmine e tre maschi. Uno di loro, a causa della poliomielite, aveva una gamba di legno . Un anno dopo questa seconda tragedia, Abu Hussein e Ibrahim decisero di trasferirsi nella stessa casa, perch i figli di mia sorella potessero sentire il calore della famiglia di mio fratello Muso lungo, dal momento che io e mia madre non riuscivamo a prenderci cura di loro nel migliore dei modi . Traslocammo in un grande appartamento nel quartiere di Ras el-Naba, uno dei pi ricchi di Beirut, il cui nome significava "angolo della fonte". Pensai che portasse quel nome perch c'era una fonte nelle vicinanze, ma mi sbagliavo. C'era a malapena una fontanella, incastonata in un muro accanto a una bottega di generi alimentari . Khadija, la moglie di mio fratello, era buona, brillante, sveglia, una casalinga attivissima. Ci volevamo bene e mostrava sempre compassione nei miei confronti.

Pettinava i miei capelli ricci, un'operazione che richiedeva pazienza, e prendeva le mie difese quando il marito mi sgridava o mi minacciava . Le condizioni finanziarie di Abu Hussein migliorarono: entrato in societ con un suo collega al mercato, divent proprietario di un negozio di tessuti da uomo e si tir fuori dagli affari con Ibrahim, dedicatosi frattanto a tempo pieno all'attivit di tranviere. Questo nuovo socio era furbo come una volpe, conosceva tutte le arti della persuasione e convinse mio cognato che gli avrebbe aperto tutte le porte del paradiso in terra. Insieme iniziarono a pagare a rate la quota di Ibrahim, che divent ancora pi imbronciato e triste, perch era la seconda opportunit che vedeva svanire: la prima era stata quando sua madre l'aveva tolto da scuola, proprio lui che amava studiare . La nostra nuova casa era in alto. Dovevamo salire delle scale, che avevano una ringhiera nera con ornamenti simili a bambini che si tenevano per mano. Era un appartamento, ma la sua grandezza e l'altezza dei muri davano l'impressione che fosse una casa singola. In cima alle pareti, al centro, si trovavano lucernari in vetro decorato che aumentavano la luce che penetrava gi in abbondanza dalle finestre. Si entrava da una grande porta di legno direttamente in salotto: a destra c'era la stanza di Abu Hussein, la cui finestra dava sulle scale e sul giardino della casa dei vicini. C'erano altre due camere: una in cui dormivano tutti i piccoli maschi della casa, incluso mio fratello Kamil, e un'altra in cui dormivano Ibrahim, la moglie e le figlie. Tra queste due camere c'era l'angolo in cui dormivamo io e mia madre. Consideravo quell'angolo casa mia: era l che giocavo, tra i numerosi tappetini stesi a terra di notte, che condividevamo con ospiti, parenti o amici che venivano a Beirut dal Sud. La nostra casa divenne praticamente una stazione di servizio per chiunque fosse in viaggio, venisse a curarsi o dovesse sbrigare qualche pratica nella capitale . Il terrazzo sul tetto era la parte della casa che amavo di pi: per poterlo raggiungere dovevamo salire qualche gradino . Sembrava che ci trovassimo in un giardino sospeso sui tetti delle altre case, sui loro cortili, sullo stagno d'acqua e sul verde delle poche piante, soprattutto sui rigogliosi alberi dei rosari . Il nostro trasferimento accrebbe la tristezza di mia madre; lei non riusciva a fare a meno di pensare a Manifa, che aveva aiutato il marito fin dal loro matrimonio, ma non aveva raccolto i frutti dei suoi sforzi quando lui era divenuto proprietario di un negozio, il cui nome passava di bocca in bocca tra le persone del Sud, sia quelle che vi erano rimaste sia quelle che si erano trasferite a Beirut. Abu Hussein era per tutti loro esempio di sincerit e perseveranza: erano fieri di quell'orfano che era diventato il proprietario di un grande magazzino a Suq Sursuq, uno dei pi importanti mercati della citt . Il padre di Abu Hussein aveva divorziato da sua madre quando lui aveva soltanto tre anni. Abu Hussein non sopportava la convivenza con la matrigna cattiva, che gli tirava le orecchie e lo torturava in ogni modo. Fuggiva a piedi da Nabatieh fino al vicino villaggio di Qaqaiet el-Jiser, dove viveva sua madre, che nel frattempo aveva sposato un altro .

In seguito suo padre mor e si persero le tracce anche della madre. Un suo parente lo port in casa di una guida sciita, che lo accolse quando aveva appena compiuto sei anni. Si prese cura di lui e gli insegn il Corano, i detti del Profeta e gli atti di culto. Il bambino segu il suo esempio: imitava il suo modo di parlare e il suo comportamento e si prendeva cura del suo cavallo. Compiuti i dodici anni, decise di tentare la fortuna a Beirut mettendosi al servizio di una famiglia di mercanti della citt. Si occupava delle compere e delle spese per la padrona di casa, finch non divent lui stesso un venditore ambulante e poi un mercante . La nuova casa riusc presto ad affievolire la nostra tristezza: le sue finestre erano sempre aperte e da esse penetravano la musica e le canzoni che arrivavano dalle radio intorno a noi . Restavo incantata ad ascoltarne le note e provavo a seguire le parole cantando in cuor mio, meravigliata dai testi e dal loro significato che cominciavo a capire. Il linguaggio era colto, non come le canzoni che sentivo dalle donne e dagli uomini dei sili e degli orti: Non voglio mio padre n mia madre.. . Voglio il mio amore moro.. . Sei il mio tutore Stavo giocando sul terrazzo quando mia madre e Khadija mi chiamarono per chiedermi di entrare nella camera da letto dei bambini, in cui avrei dovuto dire quattro parole: Sei il mio tutore. Poi sarei potuta uscire per tornare ai miei giochi . Khadija mi sistem in testa un foulard bianco. Entrai e mi trovai davanti una folla di uomini che indossavano tarbush rossi: tutti tranne uno, che aveva invece un turbante che mi ricordava un'anguria, proprio come l'uomo da cui mia madre era andata a chiedere gli alimenti. Provai a dire: Sei il mio tutore, per poter scappare subito dalla camera, ma mi bloccai senza riuscire a pronunciare neanche una parola, perch l'uomo col turbante continuava a borbottare delle frasi guardando il pavimento. Capii che doveva trattarsi di una preghiera, seguita da una basmala, e poi ancora: che Dio benedica il profeta Muhammad e la gente della sua casa . Tutti gli altri uomini ripetevano dietro di lui . All'improvviso l'uomo col turbante chiese quanti anni avessi. Undici, rispose Ibrahim. Recit tante altre parole, prima di chiedermi di ripetere dopo di lui: Sei il mio tutore . Obbedii, poi corsi verso la porta, la spalancai e uscii. Vidi mia madre e Khadija che stavano origliando . A quel punto ebbi paura che cambiassero idea e che mi impedissero di tornare a giocare sul terrazzo, perci dissi subito: Finito. L'ho detto! "Sei il mio tutore." Che altro volete adesso?. Corsi sul terrazzo, stupita che gli adulti perdessero tempo cos, ad ascoltare me che ripetevo all'uomo col turbante Sei il mio tutore, invece di chiedermi di passare lo straccio o di lavare a terra se non volevo essere rimproverata . Dimenticai del tutto ci che era accaduto in quella camera e anche quelle quattro parole, Sei il mio tutore, finch, due anni dopo, a ricordarmele fu un giovane che somigliava agli attori del cinema e che avevo incontrato a casa di

Fatima la sarta, dove mi aveva accompagnata un giorno Abu Hussein perch imparassi a tagliare e cucire. Chiesi a tutti quanti perch non potessi andare in una scuola vera, dove avrei imparato a leggere e a scrivere, ma mi venne risposto che ormai ero grande e che gli altri allievi, pi piccoli di me, mi avrebbero presa in giro. Quando replicai: E chi se ne importa!, mia madre cerc di farmi capire che la scuola vera durava tutta la giornata. Se ci fossi andata, chi avrebbe accompagnato a scuola i bambini? Chi avrebbe portato il pranzo a loro e ad Abu Hussein? E chi l'avrebbe aiutata a lavare? Entrai a casa di Fatima passando dal giardino: mi accolse con un grande sorriso e, appena il marito di mia sorella ci lasci sole, avvertii che le stavo simpatica. Fu cos che conquist immediatamente il mio cuore. Era diversa da ogni altra donna che avevo conosciuto: parlava con l'accento di Beirut, a voce alta. Inveiva, imprecava e rideva. Le sue risate erano lunghe e squillanti. Aveva sempre una sigaretta che le pendeva dalle labbra e soffiava il fumo sul mio viso, dopo averlo inalato ed emesso dal lungo naso. I suoi occhi erano grandi e teneri, ma al tempo stesso arrabbiati. Non piangeva n s'interessava delle faccende domestiche. Accendeva la radio al massimo, beveva caff tutto il giorno, fumava, si muoveva seguendo il ritmo della musica mentre era china sulla macchina per cucire o seduta per terra nel cortile di casa . Stendeva il tessuto fra le cosce aperte, segnava delle linee con una saponetta e lo tagliava con un paio di forbici simili a due pesci. Ogni volta che mi mandava a comprarle un pacchetto di tabacco, i soldi sgusciavano dalla tasca con facilit . La rimproverai dicendole che era l'unica che conoscevo che facesse cos, perch mio fratello e mio cognato erano capaci di far ammuffire i soldi pur di non tirarli fuori. La sarta rise accarezzandomi i capelli, dopo avermi chiesto di togliere il velo con cui li coprivo. Si compliment per la mia bellezza, mentre la sigaretta continuava a penderle dalle labbra . Non sapevo ancora che il suo comportamento e la simpatia nei miei confronti erano dettati da piet. Ogni volta che arrivavo in ritardo la mattina e cercavo di spiegargliene il motivo, lei scuoteva la testa, come se sentisse quello che provavo. Teneva in considerazione i miei sforzi, e ripeteva: Lo so, lo so. Sei come un asino da soma. Fui felice perch anche lei aveva usato lo stesso soprannome che mi ero data io . Quando glielo dissi, si compliment per la mia intelligenza, mi confess di amare quegli asini e di aver sempre provato compassione per loro . Avrei voluto vivere insieme a lei, nonostante elogiasse casa nostra e mio cognato, proprietario del negozio a Suq Sursuq, con tutti quelli che entravano in casa sua e mi notavano . Nonostante fossi fiera di tutti quei complimenti, non potei fare a meno di raccontarle, sbellicandomi dal ridere, di come Abu Hussein guardasse sempre a terra quando camminava, in caso trovasse qualcosa, e di come ficcasse il naso in tutti gli affari di casa, come una donna. Cominciai a divertirmi nell'osservare Fatima la sarta, con le sue mani posate sulla macchina per cucire magica, e imparai da lei a fare l'orlo e a mettere i bottoni .

Non appena mi lasciava un attimo per andare in cucina, sgattaiolavo nella sua camera, stendevo a terra il tappeto per pregare, mi infilavo sotto il letto di rame, alto qualche spanna, mi rannicchiavo e mi addormentavo felice, fino a quando arrivava lei e mi sgridava: Dai, alzati! Sei troppo viziata! . L'entusiasmo che provavo nell'andare da Fatima la sarta aumentava giorno dopo giorno, insieme al mio amore per i ricami e i fili colorati. Mi sedevo con l'ago in mano, sola, lontana da casa, dai rumori e dagli ordini di fare questo o di non fare quell'altro. Cantavo a squarciagola, come i mietitori a Nabatieh e non come facevo nel bagno di casa, quando tenevo la voce bassa per paura che mi sentissero Ibrahim e Abu Hussein . Cantavo e m'immaginavo di essere la protagonista di un film, che ricamava e guardava la rosa rossa sul tessuto dopo essere stata allontanata dall'uomo che amava perch troppo povera rispetto a lui. Cantavo imitando Muhammad Abd elWahab: Ho sacrificato la mia felicit per la tua . Se io avessi dato ascolto al mio cuore, non ti avrei lasciato neppure per un giorno.. . Passavo poi a un'altra canzone, perch non sapevo come proseguiva la prima: Oh rosa dell'amore puro! Che Dio benedica le mani che hanno sparso acqua su di te . Mi domando... mi domando... mi domando.. . Un giorno un giovane parente di Fatima mi sent cantare . Rest incantato dalla mia voce, senza che io me ne accorgessi, e decise di scoprire a chi appartenesse. Si sedette in attesa che mi facessi vedere nei pressi della fontana in giardino, fingendosi immerso nella lettura. Uscii dalla stanza e vidi un giovane dai capelli castani e lisci e dagli occhi grandi, seduto sul bordo della fontana, come se una sirena l'avesse portato fuori dall'acqua . Sembrava che la scena fosse uscita direttamente da La rosa bianca, anche se quel giovane non indossava il tarbush rosso. Lo sentii chiedere a Fatima la sarta, in un sussurro che continu a risuonare nel mio orecchio per la sua delicatezza: Da dove spunta questa bellezza?. E lei gli rispose: Da Nabatieh . Non somigliava a nessun giovane che avessi mai visto a Nabatieh o a Beirut. La maggior parte degli uomini aveva capelli neri e ricci, occhi scuri e piccoli ed era di statura bassa; se per caso un uomo era alto, sicuramente era grasso. Anche lui era di un villaggio del Sud in prossimit della costa e studiava a Sidone. Fatima mi disse, piena di orgoglio, che la sua famiglia era high life e, siccome non capii cosa significasse, aggiunse: Vuol dire che non una famiglia qualsiasi. Sono principi e discendenti del Profeta. Suo padre il sindaco del villaggio da trent'anni e hanno anche due cavalli da corsa. Le dissi che anche mio nonno ne aveva uno da cavalcare. Mi sorrise e replic: Forse tuo nonno aveva un mulo. Il cavallo ha un aspetto un po' diverso . High life... Quell'espressione mi sarebbe rimasta impressa a lungo. Tutti quelli che conoscevo, me inclusa, avevano lasciato il Sud, lavoravano e faticavano; invece i parenti di quel giovane, che si chiamava Muhammad, facevano correre e lavorare i cavalli mentre loro oziavano .

Poi mi venne in mente che il marito di Ra'ufa aveva ipotecato tutto per scommettere sui cavalli e pensai che i suoi soldi erano finiti nelle mani della famiglia di quel ragazzo . Mi venne voglia di dirlo a Fatima, ma tenni a freno la lingua e preferii invece prestarle attenzione mentre mi raccontava, felice e orgogliosa, che il giovane dormiva da lei quando, una volta alla settimana, veniva a Beirut da Sidone . Da allora cominciai ad aspettare che sbucassero Muhammad e il suo libro. Non ero pi attratta dai fili colorati n dalla rosa i cui petali rossi volevo finire di ricamare, n tanto meno da Fatima, quanto piuttosto dalla presenza di quel giovane che leggeva il suo libro in giardino. Lo ammiravo mentre lanciava di tanto in tanto uno sguardo all'acqua della fontana o alla casa . La prima volta in cui ci rivolgemmo la parola gli chiesi, fissando la sua giacca, se avesse visto La rosa bianca. Poi gli domandai se ne avesse un'altra, oltre a quella che indossava . Esit un attimo prima di rispondere: Certo. Perch? . Gli dissi che volevo portare a Muhammad Abd el-Wahab una giacca, perch lui cantava triste: Oh, nessuna giacchetta... E io piansi.... Lui scoppi a ridere fragorosamente e disse: Macch giacchetta! Dice shakeri, "mi sono lamentato". Poi cant: Quanto ho pianto e quanto mi sono lamentato.. . Ho visto la felicit e la gioia e ho bevuto dalla coppa del desiderio.. . Mi chiese la mia et e gli risposi: Ho tredici anni, poi gli chiesi la sua . Diciassette anni precisi disse, poi mi domand: Perch sei qui? Ti piace tagliare e cucire? . Meglio di niente. Se tu andassi a scuola, avresti capito cosa cantava Abd el-Wahab. Ma lui canta in egiziano, per questo non ho capito replicai immediatamente cercando di nascondere la mia vergogna . E come avresti fatto a portargli la giacchetta? mi chiese ridendo . Mi disse che sicuramente Muhammad Abd el-Wahab doveva possederne almeno cento, di giacchette, e che quello che avevo visto nel film non era da prendere sul serio, nonostante riflettesse lo stato della societ. Aggiunse che La rosa bianca era il primo film musicale arabo, una meraviglia che mostrava come i ricchi non potessero sposare le persone povere e neppure quelle di classe media. L'amore finiva sempre per uscire sconftto e si concludeva con un rifiuto. Mi raccont che il grande poeta Ahmad Shawqi aveva messo Abd el-Wahab sotto la propria ala protettrice e che il fratello lo picchiava selvaggiamente per la sua passione per la musica e il canto. Io a mia volta gli raccontai di mio fratello Hasan, che avrebbe voluto diventare un musicista professionista e suonare il liuto, ma che invece lavorava in un forno e che, proprio come Abd el-Wahab, aveva paura di suonare davanti a Ibrahim, nonostante fosse pi grande di lui di tre anni. Gli raccontai di mio fratello Kamil, della sua bellissima voce e del suo desiderio di diventare un cantante, ma senza sapere come . Mi trovai ad aspettare con desiderio le visite di Muhammad, soprattutto perch amavo quando mi diceva: Che Dio protegga la tua fossetta .

Sapeva tante cose. Quando gli raccontai di mio fratello Muso lungo, mi spieg che era arrabbiato con nostra madre perch si era risposata e gli aveva fatto lasciare la scuola, e che sfogava questo suo rancore su di me . Inizi poi a darmi consigli con delicatezza, come se stesse camminando sui gusci d'uovo . Una volta, per esempio, quando mi vide dare a Fatima il resto del tabacco che mi aveva mandata a comprare, mi sugger di portare con me una piccola borsetta al posto del sacchetto che mi appendevo al collo e che penzolava sotto i vestiti, o del fazzoletto che nascondevo nel palmo della mano . Un'altra volta, qualche settimana dopo, si fece coraggio e mi sugger di indossare un reggiseno. In effetti avevo notato che i passanti guardavano il mio seno quando camminavo velocemente . Un'altra volta, scusandosi, mi regal uno spazzolino e un dentifricio, perch mi aveva vista strofinare i denti con acqua e sale. Camminavo a mezz'aria per la felicit: era la prima volta che qualcuno mi pensava e si preoccupava per me . Lo vedevo scrivere i suoi compiti con la penna dopo averla intinta nel calamaio: gli dissi che quello era come un pozzo scuro, mentre i tratti sui fogli sembravano simili a chiodi. Annu, meravigliato dalla mia descrizione, e mi domand da chi l'avessi sentita . Gli risposi: Da nessuno. Poi lo pregai di leggermi quello che scriveva e lui obbed, come se fosse la radio o Muhammad Abd el-Wahab. Credevo che inventasse, invece mi disse che copiava dalle riviste quello che attirava la sua attenzione . Chiesi a Muhammad perch c'erano spazi vuoti tra le frasi, se era perch lo scrittore voleva riposare la mano . Mi spieg che la poesia si scriveva proprio cos: Oh vita dell'anima, anima della vita, sposa della poesia, la pi bella tra le ragazze, il mio cuore va a te e il tuo cuore va a me . Dimmi, per amor di Dio, vita mia.. . Gli recitai in risposta la poesia che avevo composto al Sud: Non gioite cosi, spighe simili a lunghi capelli . Domani la falce far il suo lavoro, vi graffer la pancia e taglier i vostri lunghi capelli . Ecco qui la fine della canzone.. . Mi chiese di giurare su Dio che quello che gli avevo recitato era farina del mio sacco. Sapevo che non riusciva a credermi perch una volta mi aveva fatto tenere in mano la penna per insegnarmi a scrivere il mio nome, ma io non avevo idea di come si facesse. Non poteva immaginare che fossi capace di scrivere soltanto nella mia testa, senza carta n penna. Mi disse che l'immagine della falce che graffiava la pancia era splendida. Non riuscivo a comprendere perch la chiamasse "immagine", visto che io non l'avevo disegnata, ma annuii comunque con la testa, come se avessi capito quello che diceva . I fogli che custodiva nelle tasche dei suoi pantaloni non erano soltanto poesie, ma anche lettere della sua famiglia, dei fratelli e di altri parenti del villaggio. Gli

chiesi incuriosita perch gli scrivessero: ero convinta che le lettere fossero destinate a chi emigrava in Brasile o in Australia, non a chi si spostava da un villaggio a Beirut . Mi domandai anche perch mio padre non scriveva per avere notizie mie o di Kamil, soprattutto considerando che era capace di scrivere poesie sia in arabo sia in dialetto. Perch nella famiglia di Muhammad ci si interessava l'uno all'altro mentre nella mia ognuno pensava solo a se stesso? Perch non c'erano arrivate lettere quando erano morte Manifa prima e Ra'ufa poi? Mi vennero poi in mente mio zio, il ciabattino al mercato di Nabatieh, e mia zia, che credeva di avere un serpente nella pancia, e smisi di pormi queste domande: nessuno di loro sapeva cosa fossero carta e penna . Gli chiesi di leggermene una qualsiasi, perch ero curiosa di sapere cosa si scrivevano, e mentre lui lo faceva io pendevo dalle sue labbra, quasi stessi assistendo a un miracolo: Caro Muhammad, come siete belli tu e il tuo nome che fa da corona al tuo corpo. Se per chiunque ti veda o ti parli, uomo o donna che sia, diventato quasi un dovere amarti, figuriamoci per un tuo fratello . Non mi accadeva quasi mai di vedere Muhammad senza un libro o una rivista in mano. Non erano libri scolastici, ma romanzi e poesie, mi diceva. Non avevo mai visto a casa nostra libri che non fossero quelli della scuola dei miei nipoti o il Corano, poggiato su un mobiletto ricoperto di marmo . Chiedevo a Muhammad di ogni singolo libro e lui mi raccontava le storie di Harun al-Rashid, il noto califfo abbaside, di Baghdad, delle concubine e di tutta quella gente che aveva vissuto centinaia di anni prima . Fatima mi domandava di cosa parlassimo e, ogni volta che glielo raccontavo, commentava: Quindi ti ha fatto solo una lezione di storia? . Quando ero vicina a lui, mi sentivo come un gatto che faceva le fusa a chiunque gli offrisse un pezzo di carne o pane, o anche solo un riparo per riscaldarsi nelle stagioni fredde . Un giorno mi invit ad andare al cinema a vedere La rosa bianca insieme a lui. La mia lingua rispose prima che io riuscissi a controllarla e gli dissi che non potevo arrivare tardi dai miei nipotini, che dovevo riportare a casa subito dopo la scuola. Non mi venne in mente neppure per un momento che intendesse guardare il film di sera e, quando me lo propose, gli risposi: Ma vuoi che mio fratello mi uccida?. Aggiunse allora che Fatima ci avrebbe accompagnato. Mio fratello mi ucciderebbe anche se venisse con noi Fatima, la figlia del Profeta, replicai. Muhammad rise di questa battuta e ci accordammo allora per andare di venerd, quando le scuole erano chiuse. E cos fu . Compr a Fatima un pacchetto di tabacco in cui nascose due biglietti del cinema, perch i parenti che vivevano con lei avevano iniziato a sospettare qualcosa . Entrammo nella sala immersa nel buio e Fatima mi fece sedere verso l'esterno. Dopo qualche istante arriv lui e si sedette accanto a lei. Si sporgeva verso di me per spiegarmi alcune scene, mentre Fatima continuava a sospirare e ad asciugarsi le lacrime. Le sue mani toccarono la testa di Muhammad un paio di volte .

Inaspettatamente iniziai a capire il dialetto egiziano e a seguire quello che accadeva nel film. Era come se la protagonista, Rajaa, mi prendesse dalla mia poltrona, mi mettesse il suo vestito e mi portasse insieme a lei. Vedevo i giardini, i fiori, la rosa bianca. La coglievo insieme a lei, prendevo la macchina, andavo in campagna, mi trasformavo in Rajaa stessa. Il mio cuore danzava quando sentivo la sua voce cantare per me. Cos'altro potevo fare? Io ero lei... cantavo con Abd elWahab... lo amavo... Era mio . Quella casa grande mi piaceva e mi sarebbe piaciuta ancora di pi se ci fossero stati un grammofono e un vaso. Avrei indossato un vestito con le balze e avrei fatto una collana da appendere al mio collo. Perch non ero come Rajaa, amata e viziata da tutti, invece di essere un asino da soma? Perch se guardavo le stelle mia madre mi rimproverava per paura che mi venissero le verruche in faccia, mentre Abd el-Wahab lo faceva mentre cantava? Quante volte ho passato notti in bianco.. . notti in bianco a contare le stelle.. . Fatima mi trascin per mano perch era ora di andare via, prima che qualcuno ci vedesse insieme a Muhammad . Uscimmo contro la mia volont senza aspettare che le luci si riaccendessero . Tra gli abitanti del palazzo di Fatima si facevano sempre pi insistenti le voci che Muhammad si fosse innamorato di me. Fatima me lo raccontava in preda alla felicit. Che disgraziato! Alimenta questa diceria per evitare i pettegolezzi, perch non pensino che ami me e la mia reputazione venga compromessa. E fa tutto questo senza avere nulla in cambio . Oddio, vedi dove pu arrivare l'amore? Mi misi a pensare alla Rosa bianca e a imitare il padre di Rajaa quando si rifiutava di far sposare sua figlia con il cantante Abd el-Wahab: Sono un padre. Come posso dare mia figlia in sposa a un cantante? Ti lascio alla tua coscienza . Considera la mia posizione come padre. Che Dio mi aiuti . Aggiunsi di mio: La famiglia di Muhammad gli dir: "Come puoi sposarti con una sarta, se noi siamo high life, abbiamo i cavalli e nostro padre pure un sindaco?" . Fatima scoppi a ridere di gusto. Cavolo, mi fai morire! Muhammad non possiede neanche una lira, ancora uno studente! Non pu di certo metter su famiglia adesso. Muhammad a un certo punto smise di venire a fare visita a Fatima, forse perch la sua famiglia glielo aveva impedito, ma lei pensava che fosse perch era molto impegnato a studiare per gli esami. Fu allora che scoprii cosa significhi soffrire per la mancanza di qualcuno: ogni volta che passavo vicino alla fontana e non lo vedevo in piedi o seduto sul suo bordo, ogni volta che non vedevo il calamaio e la sua penna. Rimasi angosciata finch, dopo quasi tre settimane, Muhammad ricomparve proprio nei pressi della fontana. Corsi verso di lui, sprizzante di felicit, ma lui mi accolse con tiepidezza, chiss, forse perch non indossavo il reggiseno, che si era rotto. Continu a ignorarmi, assorto nel libro che aveva in mano. Gli chiesi se stesse leggendo un romanzo storico e lui mi

rispose frettolosamente: No, un libro di poesie. Gli chiesi il titolo, e lui mormor: L'altalena della luna . Commentai ironicamente: Beata la luna che ha un'altalena!. Quando vidi che non rideva, mi ricord Ibrahim e mi allontanai confusa . Improvvisamente mi chiese, anzi, mi accus: Sei gi promessa in sposa a un altro e me l'hai tenuto nascosto . Mi venne in mente che forse si riferiva al venditore che voleva un bacio da me per darmi pi burro: possibile che fossi fidanzata con lui senza essermene accorta? Negai, non perch ero convinta che fosse la verit, ma perch ero abituata a fare cos ogni volta che temevo le conseguenze di qualcosa . Muhammad alz la voce. Basta menzogne, basta ipocrisia! Sei promessa in sposa al marito di tua sorella, quella morta. Io? A quel mascalzone? Giuro su Dio, sul profeta Muhammad e sull'imam Ali che non sono fidanzata proprio con nessuno! E una bugia! Che Dio ti benedica. Capisco la situazione. Iniziai a piangere e a singhiozzare, supplicandolo di credermi. Quando mi accorsi che sembrava di essere in una scena del cinema, i miei singhiozzi si fecero ancora pi forti. I due protagonisti, vicino alla fontana. Lui accusava lei, dalla pelle bianca e i capelli neri come la notte, leggera come una farfalla. Lei sbatteva le ali attorno a lui e cercava di difendersi, in lacrime perch innocente. Provai il desiderio di gettarmi sul suo petto, di chiedergli di avere fiducia in me. A quel punto Muhammad cerc di calmarmi e chiam lo zio di Fatima, impegnato a riparare un fornello a cherosene . Lui si avvicin e, prima che Muhammad potesse chiedergli qualcosa, grid: Giuro, la tua famiglia una banda di criminali e lo sheikh che ha scritto il tuo contratto di matrimonio ne il capo. Un testimone mi ha raccontato tutta la storia. Non aveva cuore di fare da garante al matrimonio di una bambina di undici anni. Saliva un paio di scalini e poi scendeva di nuovo, saliva e scendeva... Voleva scappare, ma alla fine si convinto dicendosi che "un contratto di matrimonio non altro che un po' d'inchiostro su un pezzo di carta" . Prima di riuscire a replicare qualcosa in mia difesa, mi venne in mente all'improvviso di quando avevo detto: Sei il mio tutore. Mi ricordai dell'uomo col turbante e degli altri nella camera dei ragazzi, due anni prima . Fu allora che Fatima si avvicin a noi mordendosi il labbro inferiore e, quando vidi i suoi occhi osservarmi pieni di piet e la sua testa chinarsi dispiaciuta, corsi immediatamente a casa e chiesi a mia madre se quello che avevo sentito era vero . Quel contratto di matrimonio non stato altro che una formalit, mi rispose per non cadere nel peccato ed evitare che Dio ti punisse se tuo cognato ti avesse vista per caso senza velo. Tornai di corsa a casa di Fatima, che m'inform che Muhammad se n'era andato ed era tornato alla scuola di Sidone, giurando di non rimettere mai pi piede a Beirut . Avevo il cuore in gola ma, quando Fatima mi abbracci e mi disse che lui mi amava, mi sentii felice. Aggiunse anche che si era innamorato di me e si era sciolto come neve al sole per la mia bellezza e la mia simpatia fin da quando gli avevo chiesto la giacca da mandare ad Abd el-Wahab .

Le sue parole mi fecero versare lacrime amare: possibile che qualcuno mi amasse? Piansi ancora di pi perch Muhammad se n'era andato, era partito e magari non avrei potuto vederlo mai pi, neppure per metterlo al corrente della verit . Invece, per fortuna, Muhammad ritorn sulla sua decisione: un giorno lo vidi in piedi che mi aspettava vicino alla fontana di sempre . E vero, lo anticipai ho detto allo sheikh-, "Tu sei il mio tutore", ma si tratta di un matrimonio finto, per non cadere nel peccato, mica per fare zum zum. Mi preg di ripetere queste ultime parole e io obbedii: Zum zum. Mi chiese cosa significasse e io mi nascosi il volto tra le mani senza replicare . Neppure io sapevo perch l'avessi detto e come mai la mia lingua avesse pronunciato quelle parole. Possibile che le avessi sentite prima? Questo zum zum era forse il significato del matrimonio? Erano i baci? O significava fare figli? Una sola goccia di sangue Pass un anno e vedere Muhammad era diventato per me necessario tanto quanto il pane. Mi port un mazzetto di viole: persi la testa, il mio cuore cominci a battere all'impazzata e mi misi a piangere. Chi altri aveva mai pensato di regalarmi qualcosa di sua iniziativa? Figuriamoci poi qualcosa di bello.. . Gli chiesi se davvero le viole fossero per me. Me lo conferm e io cominciai a piroettare come una farfalla . Giunse poi il giorno in cui vidi una goccia di sangue cadere nelle mie mutandine. Mi sembr che quella goccia fosse un campanello d'allarme e che potesse cancellare in un attimo giorni, mesi e anni. Corsi da Fatima in lacrime, convinta di essere sul punto di morire. La sensazione che quella goccia mi avvicinasse alla mia fine non era poi tanto lontana dalla realt, quasi fosse un orologio invisibile, posato sul mio polso o in un qualsiasi luogo della casa, che segnava l'ora, il giorno, il mese e l'anno . In famiglia mi presero le misure, sostenendo che fossero per una vicina di Khadija, ma subodorai l'imbroglio un mese dopo, quando vidi sul tavolo un mucchio di vestiti, tra cui c'era anche un abito da sposa. Era come nei film: vidi in me la protagonista che scopriva per caso che stava per sposarsi, proprio grazie a un abito bianco. Mi misi a piangere sempre pi forte, mi tirai i capelli, mostrai le mani a mia madre e a Khadija perch verificassero che davvero me ne ero strappata una ciocca. Mi battevo sul petto gridando: Il mio cuore non pu reggere! Per carit, non posso farcela! Abbiate piet di me! Cosa mi state facendo? . Corsi da Fatima per raccontarle l'accaduto, ma lei mi confess che era stato proprio Abu Hussein a portarmi da lei perch imparassi a fare la sarta e diventassi la copia di sua moglie Manifa . Mi battevo il petto con tutta la forza che avevo in corpo, piangendo. Anche tu Fatima... Perch non mi hai messo in guardia? Perch non hai urlato contro Abu Hussein, dicendogli il fatto suo? Mi presi a schiaffi. Ero caduta in trappola ed era come se il mio viso e il mio corpo si ribellassero a me .

Come avevo potuto essere cos ingenua da credere anche solo per un secondo che la mia famiglia volesse farmi imparare un mestiere? Come avevo fatto a non capire che volevano buttarmi nelle fiamme dell'inferno quando mi avevano chiesto di ripetere Sei il mio tutore? Allora quelle quattro parole erano per fare zum zumi Anche lo sheikh col turbante lo sapeva e aveva portato a compimento il loro piano! Chiesi a mia madre tra le lacrime perch mi aveva fatto questo. Piangeva, e Khadija insieme a lei, mentre cercavano di convincermi a sposarmi. Provarono a disegnarmi con in mano i cuori dei tre bambini: se mi fossi sposata con il loro padre, i cuoricini avrebbero continuato a battere, altrimenti non avrebbero pi dato segni di vita . Ci che riguardava i tre figli di mia sorella metteva sempre tristezza, persino le loro risate, perch tutti a casa piangevano pensando che la madre non potesse sentirli. Anche i loro nomi religiosi erano fonte di tristezza: al-Husayn, l'imam martire morto decapitato, il fratello al-Hasan, avvelenato, e il terzo, Ali, il padre ucciso prima dei suoi due figli . Ricorsi allora a mio fratello Hasan, che aveva sposato la donna che amava, e gli chiesi aiuto tra le lacrime, protestando perch mia madre e Ibrahim volevano costringermi al matrimonio. Non sei tu il pi grande? gli domandai. Lui pi piccolo di te. Deve obbedirti! Hasan mi diede una pacca sulle spalle, dicendomi: Abbi pazienza. Mi aspettavo che completasse la frase e che si schierasse dalla mia parte, cos mi asciugai le lacrime tirando su col naso. Invece lui, non appena vide che mi ero tranquillizzata, riprese il suo liuto e mi chiese se mi sarebbe piaciuto ascoltare la canzone La rosa dell'amore puro . Fuggii da casa sua e mi rifugiai da Fatima, dove piansi a lungo. Mi sugger di accettare il matrimonio, ma di chiedere prima la luna, In modo da guadagnare tempo, soprattutto perch tuo cognato un taccagno! . A Nabatieh avevo sentito molte fiabe in cui "chiedere la luna" era un concetto che non mancava mai e che aveva anche la sua importanza. Ricordai la storia di Hasan da Bassora: Hasan, voglio un chicco di grano dalla pancia di un passero che abbia una piuma blu in una delle sue ali . Mi ricordai anche la storia del ginn nero e alto, uscito da un'ampolla: Eccomi qui, sono il tuo servo. Sono ai tuoi ordini!. La vecchia megera che l'aveva liberato gli disse: Voglio che tu mi faccia volare insieme a te fino a un paese in cui le scarpe parlano, picchiano e battono le mani . Perch non provare? Forse quella tattica poteva funzionare . E poi la maggior parte delle fiabe non ha forse un lieto fine? Dettai quindi ai miei nemici le mie condizioni: avrebbero dovuto portarmi un pollo arrosto, ma doveva venire da un ristorante. Ero certa che avrebbero preso un pollo e che l'avrebbero nascosto per qualche giorno in bagno, rimpinzandolo di cibo fino all'inverosimile perch ingrassasse. L'avrebbero poi sgozzato e cucinato, in modo che tutta la famiglia e gli ospiti ne mangiassero. Ero sicura che nessuno dei miei nemici avrebbe mai varcato la soglia di un ristorante, perch si trattava di una cosa per le classi alte che non avevano bisogno di risparmiare. Invece il pollo arrosto, con mia grande delusione, arriv. Abu Hussein lo compr a malincuore e

io mi ci gettai sopra: inghiottii tutta la sua carne deliziosa, poi ne succhiai anche le ossa, rosicchiandone alcune, senza curarmi di Ibrahim che mi accusava di essere ingorda . A distanza di due giorni dalla scorpacciata di pollo gridai ai miei nemici che non avrei mai sposato mio cognato. Inveii contro di loro e, quando mi chiesero perch nel mio sangue scorresse tutta quella paura sentendo avvicinarsi i passi di Abu Hussein, urlai che io ero ancora troppo piccola per il matrimonio. Anche mia zia, che venne da Nabatieh per far controllare al medico il serpente che aveva nella pancia, and a ingrossare le loro file. Mi rimprover con le lacrime agli occhi perch secondo lei mi stavo comportando da egoista: pensavo solo a me stessa e non ai tre figli di mia sorella. Provarono di nuovo a convincermi e io allora tornai a chiedere la luna . Stavolta posi come condizione che mia madre e mia zia mi portassero al cinema. Mia madre emise un suono strozzato e chiese perdono a Dio. Ho visto le mie figlie morire nel fiore degli anni e tu ora vuoi che io vada al cinema? La rassicurai dicendole che nel film che saremmo andate a vedere non c'erano storie d'amore n canzoni, ma che era un film per ridere. Ma anche se cos fosse, vuoi che io rida? E perch dovrei farlo? Come ti viene in mente che ne abbia la forza? Tuttavia mia zia la esort ad accontentarmi purch accettassi il matrimonio. Mia madre mi chiese allora: Dopo accetterai di sposare tuo cognato o stai facendo la furba con me, diavoletta degli orti?. Le giurai sul Profeta, sull'imam Ali e sulla testa delle mie due sorelle defunte che non avrei cambiato idea. Corsi quindi allo specchio e mi sistemai i capelli felice: per la prima volta sarei andata al cinema senza paura n timori, e anche se Ibrahim mi avesse vista non sarebbe accaduto nulla . Passammo davanti a un locale a luci rosse: il mio cuore batteva all'impazzata per la paura che lo sguardo di mia madre, alzandosi, notasse le immagini scandalose appese qua e l. Mi tranquillizzai quando vidi il velo nero penzolare davanti ai suoi occhi, che comunque erano piuttosto deboli . Sentii la voce di un uomo urlare davanti alla porta del locale: Dai, provate. Entrate, entrate! Solo un quarto! Un quarto di lira! Si balla, si tocca, si agitano le tette, si muovono i culi! Tutto per un quarto di lira soltanto! . La voce arriv all'orecchio di mia madre, che gli grid dietro: Cane che non sei altro, che Dio maledica tuo padre e pure tuo nonno . La tirai via, entrammo al cinema e prendemmo posto in sala. Attesi il raggio di luce e la polvere che battevano sullo schermo e da cui fuoriuscivano le immagini degli attori e delle attrici, le voci e le canzoni. Non appena le luci si spensero, si levarono voci di protesta dal pubblico. I pi alti devono sedersi indietro, nell'ultima fila. Non capii che si riferivano a mia zia, che si era seduta sulla poltrona senza abbassarla, finch uno di loro non venne a chiederle di abbassare la testa . Le dissi quindi di alzarsi perch le avrei sistemato la poltrona, ma lei inizi a urlare: Vuoi farmi cadere, eh?. Alle mie insistenze, grid: Che vadano tutti a quel paese! Fa' accendere le luci, cos posso vedere. Perch tutto spento?

Vogliono forse risparmiare sulla corrente? Non siamo a Beirut?. Si sedette soltanto quando mia madre le diede un pizzicotto sulla mano . Prima del film guardammo il cinegiornale che parlava della guerra prossima a scoppiare. Vedemmo l'italiano dalla testa quadrata arrabbiato, che urlava davanti alla folla, poi il tedesco dai baffetti, e ancora l'inglese con in mano una sigaretta grassa quanto lui (e non era bianca, ma nera, forse perch era in lutto per la guerra anche lei). Vedemmo i carri armati tedeschi invadere la Polonia, correre davanti a noi e accelerare. Un carro armato si avvicin tanto da riempire tutto lo schermo. Mia zia salt all'improvviso sulla poltrona gridando: Siamo finite... finite! Dove ci hai portate? Figlia di un cane! . Stavolta si sedette soltanto quando fui io a morderla, tra le risate e i fischi in sala. Mi vergognai come una ladra e pensai al modo di sgattaiolare fuori da sola. Non volevo essere additata da tutto il cinema. Finito il cinegiornale, che non c'entrava nulla col film, iniziarono le comiche di "Stanlio e Ollio", che mi ricordavano Abu Hussein e Ibrahim . Stanlio, magro, basso e taciturno, era come Abu Hussein, mentre Ollio, grasso, alto e coi baffi, era come mio fratello Muso lungo. Ridevo di gusto, tanto da schiaffeggiarmi sulle guance da sola . Mia madre si agitava sempre di pi sulla poltrona, poi perse la pazienza, si alz e url: Per favore, dite a questi due di prendersi una pausa e di lasciarci un po' in pace! Fanno la spola avanti e indietro... Mi hanno fatto venire il mal di testa!. Tutta la sala scoppi a ridere, mentre io sarei voluta sprofondare dalla vergogna. Mia madre si avvi verso l'uscita. Io la tirai per una mano e uno spettatore le chiese di sedersi . Mia zia si gir verso di lui e ribatt in malo modo: Ma va', ci conosciamo? Ci siamo visti prima, bello? Vuoi farci compagnia? . Ancora prima che arrivassimo a casa, mi ero gi rimangiata la promessa di sposare Abu Hussein. Corsi da Fatima per raccontarle che avevo chiesto la luna . Sei proprio un genio! mi disse. Ma scusa, chiedi solo di andare al cinema? Un pollo arrosto? Dai, devi chiedere almeno un orologio d'oro, dei bracciali, magari alla schiava... Tornai a casa e pretesi ci che mi aveva suggerito Fatima . Quella notte dormii finalmente tranquilla, convinta che Abu Hussein avrebbe rifiutato le mie richieste. Ero sicura che quei soldi non avrebbero mai preso il volo, abbandonando le sue tasche. Figuriamoci, lui che rimproverava me o mia madre quando lasciavamo un filo di acqua scorrere dal rubinetto, lui che attaccava alla nuova saponetta i pezzi di quella vecchia, anche quando era tanto consumata da sembrare una buccia di cipolla, lui che una volta aveva pianto perch un gatto gli aveva rubato la carne che aveva portato a casa. Era rimasto l sbigottito, a rigirarsi incredulo tra le mani la carta vuota . Ripresosi dallo shock, aveva cominciato a piangere: era riuscito a smettere soltanto con le abluzioni per la preghiera. Si era messo a pregare, si era inchinato, aveva alzato le mani al cielo supplicando Dio. Vedendo quella scena, avevo pensato che stesse chiedendo a Dio di restituirgli la carne e, siccome ero sempre

stata sicura che il suo comportamento e la sua fede gli avrebbero spalancato le porte del paradiso, ero anche certa che Dio avrebbe accolto la sua richiesta. Perci ero corsa a prendere il pezzo di grasso superstite e l'avevo messo su un piatto davanti a lui, vicino al tappeto per la preghiera, in caso Dio avesse voluto accogliere da subito la sua preghiera e trasformarlo in un pezzo di carne . Invece Abu Hussein accett la mia richiesta senza battere ciglio e mi port tutto quello che avevo chiesto. Quando vidi l'oro nelle mani di mia madre e di Khadija, persi i sensi . Sentii vagamente: L'acqua di rose, portate l'acqua di rose . Ne odorai il profumo, che sembrava rilassare la mia lingua, e riuscii a implorarle: Potrebbe essere mio padre... e io sono soltanto una bambina ripetendo quello che avevano detto la vicina di casa, Fatima, suo zio e Muhammad . Il giorno successivo, di buon mattino, corsi come al solito da Fatima, dove mi aspettava Muhammad vicino alla porta del giardino. Prima ancora che potessi aprire bocca, lui mi chiese di guadagnare tempo, almeno sei mesi, quando avrebbe finito il suo tirocinio presso la Sret Gnrale e avrebbe ottenuto un impiego. Andammo in giardino ed ebbi l'impressione di trovarmi in un film . Muhammad stese la mano e la mise sul cuore, tenendomi la spalla: Non accettare, anche se ti costringono. Sei mesi e chieder la tua mano. Abbi fiducia. Poi tir fuori una foto dalla tasca della giacca e me la mostr. Gliela strappai di mano e me la infilai nel reggiseno. Sussurr: Promettimi che, comunque vada, non ti sposerai . Te lo prometto sul mio onore risposi. Non mi sposer. Tornai dal mio incontro con Muhammad rinfrancata e, giunta a casa, decisi di promettere che mi sarei sposata di l a sei mesi. Nel frattempo sarei cresciuta: vrei avuto quattordici anni e mezzo. Per, a mano a mano che i passi di Abu Hussein sulle scale si facevano pi vicini, avvertivo un cappio stringersi sempre di pi intorno al mio collo. Sentii Ibrahim sgridare una delle figlie e decisi di fuggire al Sud e di chiedere aiuto a mio padre. Sarei rimasta da lui per sei mesi . Mi domandai se fosse meglio andare a piedi, ma pensai che sarebbero riusciti a raggiungermi. Forse avrei dovuto rivolgermi ai mulattieri di cui sentivo sempre le voci, miste ai rumori degli zoccoli dei muli, o forse sarebbe stato meglio sgattaiolare di mattina presto e infilarmi in un autobus diretto a sud prima che arrivasse il conducente? Una fuga finita in una trappola Sgattaiolai fuori di prima mattina dopo aver rubato dalla tasca di mio cognato qualche lira. Mi avvicinai a Kamil per dargli un bacio: sembrava un angelo e desiderai che non avesse avuto bisogno di Abu Hussein e di vivere in quella casa, perch sicuramente sarebbe venuto in mio aiuto. Mi incamminai verso piazza dei Martiri e presi l'autobus diretto a sud. Passando per Sidone, mi venne voglia di urlare all'autista di fermarsi e di farmi scendere per correre da Muhammad, invece rimasi immobile al mio posto. Un'ora dopo, quando l'autobus giunse a Nabatieh, scesi e il mio cuore si riemp di gioia perch ero certa che nessuno sarebbe venuto l a prendermi da Beirut .

Non ebbi il coraggio di andare da mio padre e sua moglie, n da mia zia, quella col serpente nella pancia; invece mi diressi da mio zio il ciabattino e gli raccontai il motivo della mia fuga. Non tolse neppure il chiodo che teneva fra le labbra, n pos il martello: capii perci che non mi avrebbe aiutata. Mi rivolsi allora a una mia ricca parente di nome Mira, che mi accolse nel miglior modo possibile. Ascolt le mie lamentele e annu, commossa dalla mia situazione. Si mise a pensare ma, nonostante tutti i suoi sforzi, non riusc a trovare una soluzione. Mi offr per cibo in abbondanza, in particolare carne alla griglia e focacce con il pt. Ci sedemmo insieme in giardino, dove c'era un arancio che emanava un profumo delizioso. Insistette perch rimanessi da lei, ma preferii non perdere tempo e dirigermi piuttosto verso casa di mio padre, con l'intenzione di dirgli: "Voglio vivere con te e con tua moglie, pap. Non voglio tornare a Beirut". Se sua moglie mi avesse ricordato la nostra fuga, le avrei chiesto scusa, dicendole che all'epoca ero molto piccola . Per strada non riuscivo a fare a meno di pensare a mia madre. A ogni passo che facevo, il colore delle pietre e della terra mi ricordava le passeggiate per i campi insieme a lei . Mi venne in mente anche Ali il sordo e provai il desiderio di tornare indietro nel tempo, fino alla fuga con mio fratello: la mujaddara nel suo vestito, la paura di incontrarlo. Col tempo avevo imparato che c'era qualcuno che incuteva pi paura anche di Ali il sordo. Non guardai verso casa nostra per evitare il ricordo di nostra madre che ci aspettava in fondo alla strada. Com'era possibile che volesse farmi sposare un uomo che aveva gli anni di mio padre? Mi venne in mente la mia amica Melina e scoppiai in lacrime. Volevo vederla, ma l'idea di non poter pi giocare insieme a lei mi fece male e mi ritrovai a correre per il resto della strada . Giunsi a casa di mio padre e gli raccontai tra le lacrime che mia madre e Ibrahim volevano farmi sposare mio cognato. Gli chiesi di intervenire subito e di promettermi di farmi vivere con lui. Mio padre, tuttavia, nonostante la fama che aveva per la sua eloquenza e la dolcezza nel parlare, non mi spinse n tanto meno mi costrinse al matrimonio, ma neppure promise di proteggermi: non chiese spiegazioni, non mi rassicur, non mi sgrid, non cerc di convincermi, non mi diede pacche di consolazione sulle spalle, e si limit a rifugiarsi nel silenzio . Non mi chiese neanche se avessi fame. Dissi fra me e me che doveva essere ancora arrabbiato perch io e Kamil eravamo fuggiti per tornare dalla mamma. Non mi invit a entrare in casa e cos rimasi nel giardinetto, dove c'era una tenda sotto la quale sua moglie faceva il pane. Scese la notte e non mi chiesero di entrare a dormire in casa. Mi arrotolai per terra nella tenda, tremando di paura per i versi dei lupi e degli sciacalli. Mi immaginavo quegli animali che potevano sentire il mio odore e strappare la tenda per sbranarmi: quella di cui avevo davvero paura era la iena . L'indomani mio padre non venne a vedere come stavo e non mi offr da mangiare, n io lo chiesi. Appena sua moglie ebbe finito di fare il pane sulle teglie, accatast le pagnotte e le port in casa; io allora mi gettai sulle briciole e su una pagnotta che lei aveva buttato per terra perch quasi completamente bruciata.

Non chiesi altro cibo, ma vagai per le zone brulle intorno alla casa, nella speranza di trovare quello che cercava mia madre: le cicorie selvatiche, l'indivia e magari qualche ramo di pomodoro. Chiss che non fosse cresciuta per caso una pianta di ceci o di fave. Purtroppo, per, non vedevo altro che spine, sentivo soltanto il sole rovente e qualche soffio di vento . Il giorno dopo mi svegliai di nuovo con le mestruazioni . A volte vedevo mia madre usare stracci di stoffa, strappati per lo pi dai vecchi pantaloni di mio padre buttati vicino alle mucche. Trovai soltanto la mia sottoveste, la strappai e la usai. Poi nascosi i pezzi sporchi tra le pietre delle zone pi aride, temendo che i polli le beccassero e venissero contagiati . Nessuno mi aveva raccontato nulla della malattia che mi affliggeva, ma ero certa che fosse contagiosa perch vedevo mia madre pulirsi con cura quando le venivano le mestruazioni . Ogni volta che andavo alla latrina, una gallina mi inseguiva e restava in attesa che terminassi. La sua presenza mi rassicurava, mi sembrava che capisse la mia situazione. Le giurai quindi che non avrei pi mangiato carne di pollo . La fame aveva ormai esaurito le mie forze ma non aveva intaccato la mia decisione di non sposarmi. Tenni duro, mi aggrappai alla mia pazienza, ricordandomi quello che ripeteva sempre mia madre: Giuro su Dio che avr tanta pazienza quanta ce ne vorr perch essa stessa sappia quanto sono paziente. Mi ripetevo quelle parole appena sentivo la fame o la debolezza, mentre camminavo nell'orto, quando dormivo nella tenda o mi sedevo per terra: riuscivo ad accettare tutto ci pur di non tornare a Beirut, come se quella citt rappresentasse ormai soltanto mio cognato . Non mi resi conto di quanto fossi stanca e affamata finch una vicina di casa di mio padre non mi vide vagare per quelle terre brulle. Si stup perch ero sola sotto il sole, e io crollai, mettendomi a piangere. Ho fame... ho fame... La donna mi prese per mano e mi port a casa sua mentre le raccontavo la storia del mio matrimonio e della mia fuga. Continu a insultare mio padre e il suo cuore di pietra, finch non mi fece sedere e mi mise davanti un piatto di fagioli cannellini conditi con l'olio, dei quali ricordo ancora la squisitezza . Con la pancia piena cominciai a seguire quello che la donna mi stava dicendo: Che pagliaccio! Ti sta facendo morire apposta di fame. Ci metto la mano sul fuoco, un complice . Anche lui vuole farti sposare tuo cognato! Che vergogna, anche la tua matrigna! E senza cuore, proprio come Hind, che ha mangiato il fegato dello zio del Profeta . Quando uscii dalla casa di quella brava donna, andai da mia zia, quella col serpente nella pancia, che stava friggendo due uova col burro di Hama, convinta che fosse il pi costoso in circolazione. Spalancava la bocca perch il serpente, sentendone il profumo, uscisse. Mi dimenticai di tutte le preoccupazioni e mi sedetti in attesa delle uova. Non successe nulla e il serpente non usc dalla bocca di mia zia, che url: E certo, non vuoi uscire, vuoi rimanere dentro: mangi, bevi... e chi t'ammazza? Ma io mi vendicher. Giuro che ti far morire di fame!.

Poi ci sedemmo insieme a mangiare le uova prima che me ne andassi verso casa di Mira . Restai nascosta a casa sua per quasi un mese. Ogni volta che mio padre cercava di strappare la verit alla cameriera di Mira, lei gli diceva che ero tornata a Beirut, mentre io mi rannicchiavo sotto il letto. Una volta, per, mi acchiapp in giardino, mentre lei stava facendo la doccia. Quando cercai di fuggire, inizi a picchiarmi e mi trascin per mano, senza lasciarmi finch non fummo nel salotto della casa di Beirut . Tornata a casa, scoprii che mio padre voleva davvero farmi patire la fame perch tornassi il prima possibile: gli erano state promesse dieci lire d'oro se il matrimonio con mio cognato fosse andato in porto! Appena riuscii a scappare da Fatima, le chiesi di Muhammad e la pregai di aggiornarlo sugli ultimi avvenimenti. Mi rispose che era ancora a Sidone e stava finendo il suo tirocinio nella Sret Gnrale: non poteva lasciare tutto e tornare a Beirut . Persi definitivamente ogni speranza che la mia famiglia potesse cambiare idea sul matrimonio. Mi venne comunque in mente un piano che non rivelai a nessuno, neppure a Fatima: avrei ucciso Abu Hussein e mio fratello Ibrahim a poco a poco. Cominciai ad aggiungere del sale alla bottiglia di olio di fegato di merluzzo da cui ogni giorno si servivano. Il destino delle lumache che strisciavano tra la cucina, il portone e a volte il bagno mi aveva fatto capire che il sale era velenoso e letale. Bastava che ne spargessi un pizzico su di loro perch si ritirassero nel guscio a morire. Mi sentivo un po' pi vicina alla salvezza ogni volta che aumentavo la quantit di sale e li vedevo chiudere gli occhi e increspare le labbra dopo che avevano preso la loro dose di olio . Nel frattempo i bei vestiti ammucchiati in lavanderia cominciavano ad allettarmi: volevano che coccolassi i loro colori, il loro essere all'ultima moda. Insomma, mi imploravano di indossarli. Ma io rifiutavo e resistevo. Mi venne anche l'idea di rubarli e di nasconderli a casa di Fatima perch restassero miei anche quando avessi sposato Muhammad. Continuai a resistere a quel desiderio finch non sentii alla radio una canzone che mi piaceva. Corsi allora a scegliere un vestito da indossare, un abito lungo di seta: feci una giravolta e lo vidi muoversi intorno a me come un girasole. Poi mi guardai allo specchio e mi ricordai del mio matrimonio imposto. Mi ritrovai sulla scena di un film: afferravo la ringhiera nera e decorata della finestra e la scuotevo come se fosse quella di una cella. Mi contorcevo e gridavo in arabo classico e in egiziano: Aiuto! Aiuto! Gente, salvatemi!, poi a voce pi bassa mormoravo: Dove sei, Muhammad? Ho bisogno di te! . Purtroppo il sale non ebbe su Ibrahim e Abu Hussein lo stesso effetto che aveva sulle lumache: non si ritirarono e non iniziarono a emettere schiuma. Una mattina mi svegliai e trovai su una sedia una corona e il vestito da sposa con i fiori sintetici. Mi misi a piangere e a urlare come si fa ai funerali . Corsi dalla nostra vicina di casa, Umm Fawzi, e le chiesi di nascondermi nell'armadio, sotto il letto, o persino in soffitta, di darmi da mangiare e da bere di nascosto. Pianse per me, perch non poteva proteggermi, e ripet: Povera te...

Sei come la mosca che cerca di fuggire dal ragno e non si rende conto che gi finita nel bel mezzo della sua ragnatela . Mi pass per la testa la frase di Rajaa, nella Rosa bianca, e la pronunciai col mio accento libanese: Non lo voglio... Per favore... Non lo amo... . Ma Ibrahim, invece di rispondermi come aveva fatto il padre di Rajaa, Ho gi dato la mia parola, mi picchi . Non so quante mani si allungarono per infilarmi quel vestito bianco. Era di seta soffice, ma mi pungeva come se fosse fatto di aghi. Riuscii a raggiungere il fornello a cherosene, mi riempii le mani della fuliggine che si era accumulata sulla sua superficie e me la spalmai sul viso. Corsi verso le pentole per prenderne ancora un po' per coprire il collo, come avevo visto fare a Nabatieh da una donna che aveva perso suo figlio . Tirai il vestito, lo strappai, lo tolsi, corsi verso i sacchi di juta che usavamo come stracci per il pavimento, mi arrotolai in uno di essi e scalciai piangendo e urlando. Mi diressi verso la finestra della cucina per buttarmi di sotto, ma riuscirono a fermarmi in tempo. Rotolai a terra, piansi ancora, ululai, gridai, mi picchiai. Quando non riuscii a fare altro che gridare e piangere, Ibrahim mi spinse nella camera in cui aspettava Abu Hussein. Lo allontanai da me, scappai e mi rifugiai nel letto di mia madre. Mi aggrappai a lei e piansi ancora . La stessa scena si ripet le due notti successive, finch Abu Hussein tent di dare fuoco a tutti i vestiti che aveva comprato, rimpiangendo i soldi spesi. La moglie di mio fratello Ibrahim spense le fiamme e tutti gli promisero che mi avrebbero "educata" . La terza notte capitolai e rimasi immobile come un palo mentre mi facevano entrare in camera. Obbedii ai loro ordini, ma non appena vidi mio cognato gridai e lo spinsi via, urlando: Portatemi l'acqua di rose... l'acqua di rose! . Ibrahim aspettava accanto alla porta e mi intim: Entra . La gente dir che hai in testa quel parente di Fatima e che ti ha fatto una fattura. Sulle prime non capii a cosa si riferisse, ma la paura che avesse saputo che parlavo con Muhammad, che avevo una sua foto, che ero andata con lui al cinema, che mi aveva chiesto di aspettarlo per sei mesi e che mi aveva spronato a oppormi a ogni costo al matrimonio mi fece rientrare in camera . Quando per vidi Abu Hussein che mi aspettava seduto sul letto al centro della stanza, gridai cercando di riaprire la porta, chiusa a chiave dall'esterno: Vi scongiuro, un po' di acqua di rose! Sto svenendo! . Nessuno rispose alla mia richiesta e la porta rimase chiusa. Abu Hussein, mio cognato, si avvicin e io mi misi a urlare, cercando di allontanarlo. Mi picchiai, lo insultai, mi presi a schiaffi ancora pi forte. Trattenni il respiro mentre tenevo stretto il mio vestito per impedirgli di alzarlo. Chiusi gli occhi e mi morsi le braccia. Sentii nello stesso momento un dolore terribile prendermi alla gola e tra le gambe . Conficcai i denti nella mia carne fino a sentire le ossa e poi mi morsi la mano . Appena vidi il sangue scorrere tra le gambe, spinsi via Abu Hussein e corsi verso la porta. Bussai e, inaspettatamente, la trovai aperta. Mi rifugiai nel letto di

mia madre e la trovai in lacrime. Mi rannicchiai accanto a lei, mi strinsi al suo vestito, piansi e gemetti. Non cercai di evitare che la sua camicia da notte si sporcasse del mio sangue, n le dissi: Voglio darti un bacio prima di morire, come avevo fatto quella volta che avevo rotto un barattolo di marmellata di mele cotogne e il mio braccio aveva perso sangue. Ibrahim, vedendo quella scena, aveva mormorato che avrebbe preferito fossi morta . Stavolta non dissi nulla, perch ero tornata dalla camera di Abu Hussein dopo essere stata davvero sgozzata, e quel sangue sul mio vestito bianco ne era la prova . E fu cos che sposai il signor "Uomo nero" Cos sposai Abu Hussein, che aveva diciotto anni pi di me e aveva criticato mia madre perch mi allattava ancora quando avevo compiuto un anno. Credevo che si chiamasse "Uomo nero", perch ogni volta che correvo, saltavo o ridevo sguaiatamente sentivo gli adulti minacciarmi cos: Arriva l'uomo nero! . L'uomo che avevo sposato amava la pulizia e non smetteva di ripetere che essa parte della fede, mentre io ero quel tipo di persona che nasconde la polvere sotto il tappeto invece di raccoglierla e buttarla nel secchio . L'uomo che avevo sposato mi chiamava per insegnarmi a trovare le cimici nel letto, poi le schiacciava tra i pollici, indicandomi di fare come lui. Io mi rifiutavo e scappavo tappandomi il naso. Cercava scarafaggi ovunque, nei cassetti, negli armadi, in cucina e sotto il lavandino, e scovava le loro uova marroni, simili a fagioli. A volte pensavo di rubargliele e metterle in una scatola per vedere se uscivano prima i "baffi" o il corpo. Ero certa che loro sapessero che mio marito era il loro nemico numero uno e perci si nascondevano da lui, immobili, in attesa del momento giusto per uscire. Si nascondevano dappertutto e li scovammo persino nel bricco di terracotta. Quando si ruppe, mia madre rimase cos stupita che non fossero affogati nell'acqua che grid: Sia lodato il Signore! . L'uomo che avevo sposato mi osservava quando lavavo i panni, chiedendomi di strofinare bene le macchie difficili sui vestiti dei tre bambini. Passava il dito sulle pentole per assicurarsi che non ci fossero tracce di olio e burro dopo il lavaggio e, non contento, avvicinava il naso per annusarle. Ma questo era niente in confronto al fatto che controllava i miei piedi prima di andare a dormire, per vedere se erano puliti . Alzava la coperta mentre io ero nel letto che condividevo ancora con mia madre. Sputava se erano sporchi e io sentivo: Puh. Ma non mi muovevo n cercavo di pulire lo sputo . Fingevo anzi di dormire profondamente . Tutti i suoi sforzi per insegnarmi a essere pulita come lui fallirono miseramente. Andavo a lavare controvoglia il pavimento della camera da letto di mio marito. Mettevo un solo piede sullo straccio, e lo trascinavo a casaccio. Mi chiedeva se avevo pulito sotto le poltrone, il canap e negli angoli. Spostava i mobili e restava a guardarmi mentre lavavo. Rimettevo le lenzuola e le coperte sul letto senza sistemare bene il copriletto e le federe. Se un vestito scivolava dalla gruccia lo lasciavo in fondo all'armadio, e quando dovevo sbucciare una patata toglievo

anche met della polpa. Nei miei tentativi in cucina, bruciavo la cipolla e tutto quello che stavo preparando . Mio marito cap ben presto che ero fatta di tutt'altra pasta rispetto alla sua prima moglie. Non avevo nessuna delle sue qualit: pazienza, attenzione alla pulizia, impegno nel lavoro, pacatezza e grande abilit nelle faccende domestiche. Non che queste doti mi mancassero per la mia giovane et, ma perch avevo preso da mio padre, come sentivo sempre ripetere. Avevo ereditato il suo temperamento da pagliaccio e la sua ottusit, come diceva mio marito. Non aveva ancora scoperto la mia testardaggine, caratteristica che avrebbe poi aggiunto alla lista dei miei difetti. Una volta una sua parente gli port dal Sud un secchio di latte fermentato. Mi vide che me ne versavo una scodella e mi rimprover dandomi dell'ingorda. In realt non era stata la golosit a spingermi verso il secchio di latte, bens il fatto che mi ricordasse il Sud: la nostra casa con le mucche, il fico, l'odore del fiume, la mia amica Melina con la quale bevevo sempre la tazza di latte che ci offriva sua madre . Non si accontent di rimproverarmi davanti a tutti, ma prese il secchio, sal su una sedia e lo mise sopra l'armadio, puntandomi contro un dito minaccioso. Questo latte per cucinare. Vi proibisco categoricamente di toccarlo! Mandai gi l'offesa, fingendo di disinteressarmene, e mi misi a fare altro finch non se ne and. Salii allora sulla sedia, come aveva fatto lui, presi il secchio e ne bevvi un po', versandomelo addosso e in testa. Uscii dalla stanza leccandomi i baffi, e tutti quelli che erano in casa mi vennero intorno ridendosela. Pi guardavo la faccia scioccata di mio marito e il latte che gocciolava per terra, pi ridevo. Risi talmente tanto che rischiai di farmela addosso . Quando, con un'espressione tristissima dipinta in volto, si mise a ripetere Che peccato!, mi sentii in colpa. Promisi a me stessa che non l'avrei pi preso in giro. Non si accorse neppure che mi stavo vendicando di lui, ma si rimprover perch pens di non aver sistemato abbastanza bene il secchio sull'armadio . La tana dei serpenti Il numero di abitanti della nostra casa aumentava di giorno in giorno, finch non si riemp come una tana di serpenti. Le teste si confondevano con le code, ma poi ogni serpente prendeva la sua strada e si dileguava. Ognuno cercava di rimediare il pane quotidiano, combatteva per entrare nell'unico bagno, si augurava di trovare il cherosene per scaldare l'acqua e lavarsi e di recuperare un asciugamano. Ibrahim aveva portato a vivere con noi anche Mariam e Inaam, le figlie della defunta Ra'ufa, perch il padre si era sposato con un'altra donna che le perseguitava. I due figli erano rimasti col padre, mentre il fratello dalla gamba di legno, tossicodipendente, aveva lasciato la famiglia e viveva con i senzatetto . Una volta sal sul tram guidato da Ibrahim per chiedergli qualche soldo. Lo zio lo cacci. Vattene! Dai, scendi!, come faceva con i teppisti . Quando mia madre lo venne a sapere, vers lacrime su lacrime. Perch non gli hai dato una lira? Un po' di piet! Con una lira non pu comprare neppure un po' di siero! La mia vita cambi radicalmente con l'arrivo delle due figlie di Ra'ufa, soprattutto la grande, Mariam, pi piccola di me di pochi anni, ma pi alta

e pi magra. Era cos grata ad Abu Hussein perch aveva mostrato piet nei confronti suoi e della sorella e aveva dato loro un po' di stabilit e serenit che obbediva a tutti i suoi ordini e alle sue richieste: cucinava, lavava, stirava. Lui la soprannomin "sultana", e lei si rivolgeva a lui chiamandolo "zio". Mi convinsi che Dio mi avesse mandato un' angelo che mi riempiva di attenzioni, rideva insieme a me e mi amava quanto la amavo io . Mio marito aveva portato a casa una grossa cassa di scorte che assomigliava alla sacra Ka'aba. La chiudeva con un lucchetto e l'apriva soltanto due volte al giorno: di mattina, prima di andare al lavoro, per tirar fuori lo zucchero, l'olio, il sapone, il riso e il burro sufficienti per la giornata, e poi di sera, quando si metteva in piedi davanti alla cassa, recitava la basmala prima di girare la chiave, chiamava ognuno di noi per nome e distribuiva datteri, albicocche essiccate, biscotti, rahat elhulkum e, raramente, pezzi di baklava . Prendevo la mia parte e poi mi rimettevo in fila per prendere altri pezzi di baklava-, quando lui insisteva di avermi gi dato quello che mi spettava, io negavo. Volevo fargli capire che ero sua moglie e che doveva trattarmi in modo diverso rispetto agli altri, ma non permettevo che ci fosse alcun tipo d'intimit tra di noi. Per lui provavo soltanto rispetto. Se capitava che mi chiamasse di notte, mi arrotolavo nel letto come un verme spaventato, cercando di fuggire perfino dal ricordo di quello che era accaduto la notte delle nostre nozze. Cercai di convincermi che l'incubo era finito e non sarebbe mai pi tornato . Quando lo vedevo pregare con tutta la sua devozione, alzando le mani al cielo a occhi chiusi, credevo che la sua preghiera sarebbe giunta direttamente a Dio e tutte le sue richieste sarebbero state accolte. Ma, ogni volta che mi ripromettevo di non farlo arrabbiare perch Dio non si vendicasse su di me, non mantenevo fede alla parola data, e ci avvenne soprattutto la volta che andammo a Damasco . Quando lasciammo Beirut diretti a Damasco, al santuario di Siti Zaynab "Signora" Zaynab, sorella dell'imam al-Husayn e nipote del Profeta -, la mia gioia fu immensa, nonostante fossi sicura che lui avesse accettato di andare solamente per motivi religiosi . Abu Hussein, che non amava uscire di casa neppure la domenica n passeggiare sul lungomare o nella pineta di Beirut, lo stesso a cui non piacevano il tram, l'autobus e la macchina, ci fece prendere addirittura un treno, insieme ad alcune parenti e al marito di una di loro, allontanandosi da casa, dal suo magazzino e dalla sua moschea . Nel vagone riservato alle donne ci divertimmo da morire, soprattutto perch una delle parenti di mio marito era espansiva e solare, mentre le altre erano timide ed estremamente pacate . Cantai e raccontai loro la trama del film La rosa bianca. Mi sentivo la protagonista: il treno superava gli alberi e andava pi veloce del vento mentre il mio cuore traboccava di gioia. Misi la testa e le mani fuori dal finestrino. Quando il treno entr in una galleria tra le rocce e tutto si fece buio, urlai per spaventarle. Risero e mormorarono: E ancora una bambina! .

Giungemmo al santuario di Sitt Zaynab, ci facemmo largo tra la folla e corsi a supplicarla di intercedere perch non capitasse pi niente di male a mia madre dopo la morte delle due figlie. Lo splendore dei monili e dei gioielli offerti a Sitt Zaynab nel mausoleo d'oro mi accec e mi lasci senza fiato. Chiusi gli occhi e pregai, piangendo mentre le raccontavo quello che mia madre, mio padre e Ibrahim mi avevano fatto e come mi avessero costretto a sposare Abu Hussein . Ero sicura che avrebbe capito la mia tristezza, lei che aveva vissuto una vita di sofferenze. Mi asciugai le lacrime e tirai fuori dalla borsa la lira che mi aveva dato la nostra vicina in ossequio al voto che le aveva fatto. Tuttavia, ogni volta che mi avvicinavo al mausoleo per gettarla, facevo un passo indietro e chiudevo gli occhi, supplicandola: Scusami Sitt Zaynab, ma tu sei piena di gioielli... Lascia questa lira a me! solo una lira, non ti aggiunge e non ti toglie niente. Sei l'unica che pu capirmi. Fai finta che io l'abbia gi messa . Lasciammo il santuario per andare a pranzare in un parco nelle vicinanze e passammo per caso nel suq el-Hamidiyya . Fu l che persi completamente la testa: desiderai dapprima un braccialetto a forma di serpente con la testa incastonata di diamanti, poi una collana d'oro. Implorai mio marito perch mi comprasse una cosa qualsiasi, ma lui affrett il passo come se non mi avesse neppure sentito. Pensai di chiedere allora un ciondolo d'oro a forma di Corano, insistendo sulla sua sacralit, o un gioiello che rappresentasse un versetto, nella speranza che il fatto di desiderare qualcosa di religioso lo spingesse a cambiare idea. Gli corsi dietro promettendogli che avrei rispettato tutti i doveri di culto prescritti. Non solo non mi diede ascolto, ma acceler ancora di pi il passo e superammo cos il mercato dell'oro . Prima ancora che la delusione potesse assalirmi, ci ritrovammo in un altro mercato, in cui tutto luccicava e brillava: le sciarpe ricamate, i tessuti di seta con decorazioni dorate, le scarpe colorate, le camicie da notte di raso blu, rosa, avorio . Quanto sono belle! gridai, ma mio marito guardava per terra, come al solito, e mi promise che avrebbe comprato tutto quello che volevo, a un buon prezzo, da un suo conoscente di Beirut. Piansi e protestai, perch non era detto che il suo amico avesse le stesse cose. Continuai a implorarlo di comprarmi qualcosa, mi sarei accontentata anche di un gelato. Ma fu tutto inutile, bench io continuassi a insistere pur vedendo che la strada stava per finire. Ti prego... dai... Ripetei queste parole finch divennero incomprensibili e si confusero in un suono indistinto . Non smisi neppure quando mi grid: Datti una mossa! Smettila!, anzi, intensificai i miei sforzi. Sentii poi un bambino che correva dietro di noi per chiederci l'elemosina, proprio come facevo io. Tra me e lui c'era una sola differenza: il dialetto. Lui lo faceva in siriano, io in libanese, e capii allora mestamente che non ero affatto diversa da lui . Raggiungemmo infine il famoso parco nelle vicinanze del mausoleo: c'erano un mulino ad acqua, l'erba e gli alberi. I visitatori erano seduti per terra e mangiavano carne e kofta alla griglia. Il mio cuore esult per il profumo, ma

quella gioia dur soltanto qualche istante: mi ricordai infatti che avevamo portato da casa le uova sode e le patate che mio marito teneva in un sacco. Ci mettemmo sotto gli alberi, di fronte al mulino . Volevo accomodarmi come facevano i personaggi dei film, anche se Abu Hussein e il marito di quella sua parente non fumavano il narghil, non facevano battute n cantavano, ma pregavano con i loro rosari . Mi ero gi abituata a sentire Abu Hussein esclamare: Che Dio benedica il profeta Muhammad e la gente della sua casa ogni volta che sentiva un buon odore. Mi rimproverava se esprimevo il mio piacere o se gridavo Che profumo! quando sentivo l'odore di una saponetta, imponendomi di ripetere invece la frase che diceva lui . Quando vidi il mulino ad acqua e gli alberelli urlai: Che bello qui, come sul Litani! . Lui mi intim di farla finita con quelle espressioni. Di' piuttosto: "Dio onnipotente. Egli il creatore dei cieli e della terra". Poi si immerse nelle sue preghiere, mentre sgranava il rosario per chiedere a Dio se noi donne potessimo sederci con loro, vicino al mulino e in mezzo agli altri visitatori, o se fosse meglio che stessimo da sole, al riparo dagli sguardi e dalle orecchie altrui . Quando mancava ormai soltanto l'ultimo grano del rosario, sentii la rabbia assalirmi perch il verdetto era favorevole ai due uomini, che infatti si accomodarono vicino al mulino mentre noi ci saremmo dovute avviare verso l'estremit del parco . Una delle donne prese la nostra parte di patate e uova sode, la cui puzza mi fece passare del tutto la voglia di mangiare . Pensai subito a cosa dovessi fare: fuggire, approfittando anche del fatto che nella mia tasca si trovava ancora la lira che non avevo consegnato a Sitt Zaynab? Mi venne invece l'idea di vendicare tutte noi. Chiesi perci al marito di quella parente di dire una preghiera per me . Mi rispose: Subito. Chiuse gli occhi, preg e poi li riapr comunicandomi la buona notizia con un sorriso: La risposta positiva . Allora lo spinsi verso il mulino; la mia reazione inattesa sorprese l'uomo, che cadde in acqua. Usc con i pantaloni zuppi. Mio marito esclam soltanto: Sei una peste!, mentre l'uomo mormorava: Di chi stata l'idea di portare anche i bambini? . Le parenti di mio marito, e in particolare la moglie del malcapitato, scoppiarono a ridere riparandosi dietro i loro veli neri, mentre io mi difesi dicendo: Ho pensato di spingerti e Dio ha accolto la mia richiesta. Non vorrai mica suscitare l'ira di Dio? . Prendemmo poi il treno per tornare a Beirut. Mi sedetti accanto alla donna pi simpatica perch potessimo continuare a ridere di quello che avevo fatto al marito. Proprio in quel momento pass accanto a me un ufficiale nella sua bella divisa .

Aveva un viso attraente, era alto, slanciato. Si mise in piedi vicino a me e mi ascolt cantare. Finsi di non averlo notato e lui si avvicin alla donna per chiederle di me . E tua figlia? S, la luce dei miei occhi rispose lei . Gli rivolsi un sorriso incoraggiante e lui disse esplicitamente alla donna: Quanto bella tua figlia. Vorrei chiedere la sua mano. E ho intenzioni serie. Le chiese quindi l'indirizzo di casa perch potesse venire insieme alla sua famiglia . La donna esit, ma io gli diedi immediatamente il mio nome e quello di mio marito, spacciandolo per mio padre, e poi il nostro indirizzo. L'ufficiale ci salut poggiando la mano sul suo cuore e mi rivolse un sorriso. Desiderai davvero che mio marito fosse mio padre e che l'ufficiale venisse a chiedergli la mia mano. Mi venne in mente Muhammad e mi domandai che fine avesse fatto. Erano passati gi sei mesi e quindi doveva aver concluso il suo tirocinio. Chiss se mi avrebbe mai perdonato dopo aver saputo quello che era accaduto in sua assenza . L'ufficiale, con mia grande sorpresa, non si rimangi la parola data. La sera dell'indomani buss alla nostra porta accompagnato dal padre. Suon il campanello appeso in un angolo all'ingresso e subito tutta la famiglia si radun attorno allo "sposo": piccoli e grandi, donne e uomini. Mio marito e mio fratello Ibrahim gli diedero il benvenuto, convinti che fosse venuto a chiedere la mano di Mariam, ma l'ufficiale pronunci invece il mio nome. Io e Mariam sentimmo tutto perch eravamo in cucina a origliare. Mio marito lo corresse, dicendo che Kamila era sua moglie e che sicuramente doveva riferirsi alla figlia di mia sorella . L'ufficiale gli chiese chi c'era il giorno precedente sul treno che veniva dalla Siria, e allora mio marito gli grid: Maledetto! Quella mia moglie! . Sentendo queste parole, corsi a chiudermi in camera, cercando rifugio in mia madre, che mi rimprover, spaventata tanto quanto me da quel che Ibrahim avrebbe potuto fare . Aggrappata alla ringhiera della finestra, gemevo e piangevo perch non ero diventata la fidanzata di quell'ufficiale bellissimo. Urlai e, quando mi accorsi che il nostro giovane vicino di casa mi stava osservando, piansi ancora pi forte . Fatima Un giorno, mentre saltavo la corda con le ragazze del quartiere, all'improvviso tutto si fece nero e venni assalita dalla nausea. Mi strofinai gli occhi, ma si fece ancora pi scuro . Crollai a terra e gridai, come ero solita fare ogni volta che mi assaliva la paura: Per favore, acqua di rose! Portatemi l'acqua di rose. Sto svenendo... . La nostra vicina di casa era sul terrazzo a stendere i panni . Intu che ero incinta e mi tir su da terra. Mi prese per mano e scendemmo le scale, mentre lei malediceva e insultava la mia famiglia, nonostante le sue nobili origini e la sua discendenza dal Profeta. Che sia maledetto chi ti ha fatto sposare! Sei una bambina! Che assurdit! Iniziai a riguardarmi e ad accontentarmi di osservare soltanto le ragazze della mia et che saltavano la corda, senza poter partecipare. La mia pancia non era ancora evidente, perci non riuscivo a credere che sarebbe cresciuta, anche perch ero ancora una bambina, come aveva detto la vicina, e Dio doveva di certo esserne a conoscenza .

Ma Dio non venne in mio soccorso e la mia pancia cominci ad arrotondarsi giorno dopo giorno. Sentivo i passanti commentare: Una bambina che porta in grembo un'altra bambina, anche perch ero bassa e piccolina. La mia gravidanza mi permetteva di abbandonarmi senza paura al sonno, di allungare continuamente le mani verso il cibo o uscire a qualsiasi ora, purch tornassi prima che facesse buio. Non c'era film che non andassi a vedere al cinema insieme a Mariani o a Mira, la mia parente ricca venuta in visita a Beirut . Pi Mira, che faceva la spola tra Beirut e l'estero, veniva a trovarci, pi la nostra amicizia si faceva profonda, nonostante la differenza d'et. Era identica alle eroine dei film: lo stile dei suoi vestiti, la sigaretta fissa in mano, le scarpe con le suole di para bianca, la borsa di coccodrillo della quale sentivo il tic all'apertura, notando le monete al suo interno e l'odore di colonia . Il suo ingresso in casa mi riempiva di forza nei confronti di Ibrahim, che non smetteva di osservarmi e di mostrarmi risentimento e biasimo per qualsiasi cosa io facessi . Ogni volta che uscivo di casa in sua compagnia lo facevo senza paura n esitazioni. Mi port a vedere il film Viva l'amore. Quando scoprii che Muhammad Abd el-Wahab non recitava accanto alla stessa attrice della Rosa bianca, fui assalita dalla tristezza. Ma non appena vidi Layla Murad, la nuova attrice, la amai immediatamente . Mira mi port anche a vedere Layla, la figlia del deserto, la bella beduina che viveva in una tenda e amava al-Buraq, il suo coraggioso cugino che la salv dal re persiano Cosroe . Attacc il suo palazzo, se la riprese, la restitu alla sua gente e poi la spos . Mi ritrovai a desiderare che Muhammad mi salvasse dal mio matrimonio e imparai che l'amore la cosa pi importante che esista, pi del denaro e del cibo. Stavolta le protagoniste non vivevano in splendidi palazzi, ma nel deserto, in semplici tende beduine, e ci nonostante cantavano e s'innamoravano . Mira mi disse che anche a lei sarebbe piaciuto vivere nelle tende come i beduini, ma non appena ci allontanammo dal cinema, mentre ci fermavamo davanti alle vetrine a guardare i vestiti e le nuove tendenze, a comprare il gelato e la cioccolata sulla via del ritorno a casa, ci dimenticammo dei beduini e tornammo alla vita di citt. Quando rientrammo insieme, il mio cuore non si strinse come faceva di solito, ma al contrario pregustai il divertimento che ci aspettava. Ripetemmo le scene del film per capirne meglio tutti i passaggi, poi accendemmo la radio. Coglievo al balzo l'occasione della sua presenza, perch Ibrahim si sarebbe limitato a fare il muso lungo e non mi avrebbe chiesto di abbassare il volume, tanto era il rispetto che provava nei confronti di Mira. Sussurrai alla mia amica che eravamo come farfalle, mentre Ibrahim e Abu Hussein erano le vespe che volevano pizzicarci . Giunse per il momento in cui Mira ci lasci per raggiungere il marito all'estero e le due vespe tornarono a dettare regole e ordini alle donne di casa, alle grandi come alle piccole .

Quando iniziai il travaglio, Khadija fece come le aveva chiesto Abu Hussein e mi port subito all'ospedale dell'universit americana. Non appena il medico mi vide, si mise a misurarmi con il metro la vita, la pancia e i piedi, come se io fossi un pezzo di stoffa e lui il sarto. Quando mi chiese la mia et e gli risposi che non avevo ancora compiuto quindici anni, lui non nascose il suo disappunto e grid: Ma la tua famiglia non aveva di che nutrirti? Perci ti ha fatto sposare?. Poi mi chiese dov'era mio marito e Khadija rispose al posto mio, dicendogli che era terrorizzato dagli ospedali. Si salvato la pelle comment il medico . Abu Hussein aveva messo piede in un ospedale soltanto una volta in vita sua, quando era morta Manifa. Le suore avevano per scoperto che era corso nella camera della defunta moglie soltanto per recitare la shahada e per rivolgere il suo letto verso la Mecca . La prima volta che ebbi tra le braccia mia figlia la guardai, mentre lei sbadigliava e si stiracchiava: mi fece dono di una forza nuova, che raddoppi quella che gi mi aveva dato mentre era ancora nella mia pancia. Grazie a lei mi spostai nel letto in cui dormiva mio marito, che divent mio e di mia figlia; mi alzavo dal letto soltanto per lavarmi o per usare il bagno. Fu soltanto grazie a lei che mio marito si arrese a tutte le mie richieste e mi port una camicia da notte di pura seta rosa. Fu sempre merito suo se potei appuntare sui miei capelli un fermaglio a forma di garofano dello stesso colore della camicia. Tutte le mattine mi aspettavo di mangiare una gallina: non mi accontentavo di mangiarne un pezzo, ma ne divoravo una intera, sgozzata appositamente per me. Lo feci per quaranta giorni, per avere il nutrimento necessario ad allattare la neonata. Mi avventavo sul petto e sulle cosce, succhiavo le ossa con immensa goduria, facendo rumore come una bestia. Dopo aver mangiato la gallina restavo in attesa del maghli che si offriva ai visitatori e ne gustavo le noci, le mandorle e i pinoli . La mia bambina era il giocattolo che non avevo mai avuto n abbracciato, simile a quelle bambole che vedevo nei negozi di Beirut e che non assomigliavano neanche un po' ai pupazzi di Nabatieh, fatti soltanto di stracci, scampoli e tessuti vecchi. Le bambole di Beirut erano invece di gesso, color carne, ed emettevano suoni quando venivano stese o rialzate. Era per una cos che, subito dopo il nostro trasferimento, avevo pianto fin quasi a perdere la vista per convincere mia madre o mia sorella a comprarmela . Arriv il giorno in cui mi alzai dal letto e trovai tante mani pronte ad aiutarmi a prendermi cura della bambina, anzi, a occuparsi di lei al posto mio, per paura che mi cadesse o che le facessi inghiottire l'acqua mentre la lavavo. Mia madre la mise in una culla di legno che si portava dietro ovunque andasse. Mio marito insistette per chiamarla Fatima, come la figlia del Profeta, perch le fosse di buon auspicio. Io volevo chiamarla Rajaa, la madre di Samira, una delle protagoniste dei film che avevo visto, ma non lo contraddissi, perch avevo paura di suscitare l'ira del Profeta . Non riuscivo a smettere di pensare a come Fatima avesse preso forma nella mia pancia la notte in cui io mi ero morsa il braccio fino ad arrivare all'osso, quando mio marito mi era saltato addosso come se fossi un asino .

Il locale notturno di Nadia el-'Aris Nonostante il grande amore che provavo per Fatima, a volte mi dimenticavo totalmente della sua presenza, soprattutto quando mi perdevo ad ascoltare le canzoni e smaniavo per uscire di casa prima della fine dei quaranta giorni: volevo andare al cinema e tornare al baccano della citt . Appena ripresi la vita normale, venni invitata a un ricevimento a casa di una mia vicina, dove conobbi donne come me, amanti del canto e del cinema. La mia vicina sceglieva un giorno della settimana e le altre si ritrovavano a casa sua, indossando i loro migliori abiti. Chiacchieravamo, prendevamo il caff, mangiavamo confetti e cioccolata. Mio marito invece non amava gli scambi di visite, e neppure bere il caff o offrirlo, perch sosteneva che fossero tutte perdite di tempo e chiacchiere vuote. Trovai il coraggio di organizzare degli incontri anche a casa nostra e insistetti tanto che lui si rassegn a portarmi almeno un tipo di cioccolata e dei confetti di mandorle bianchi. Io per preferivo quelli rosa e azzurri, e me li procuravo di nascosto. Compravo anche il caff e i fiori, gigli, violaciocche e acetosella dei boschi, che mettevo in due vasi di rame e distribuivo tra le mie vicine alla fine delle nostre riunioni, per paura che mio marito li vedesse e mi facesse un interrogatorio: Dove li hai presi? Li hai comprati? E dove hai trovato i soldi? Ma come si fa a spendere dei soldi per una cosa inutile come i fiori, che appassiscono e muoiono? . Un marted mattina, il giorno della riunione, mio marito si sent male e ritard ad andare al lavoro. Sentii i suoi passi che andavano dalla camera alla cucina e chiusi la porta in faccia al fioraio ambulante che nel frattempo era arrivato. Non appena mio marito entr in cucina, corsi alla finestra per richiamarlo . Ma Abu Hussein torn proprio nell'istante in cui il fioraio era risalito, e di nuovo gli chiusi la porta in faccia. Mio marito entr in camera e io mi sporsi dalla finestra di un'altra stanza per chiamare il fioraio, che fece spallucce e se ne and. Dopo venni a sapere che si era fermato nel negozio del vicolo a raccontare che avevo perso la testa in cos giovane et . Fu nel corso di uno di questi incontri che conobbi Fadila . Veniva anche lei da una famiglia del Sud, i cui membri erano famosi commercianti che ricoprivano importanti incarichi religiosi. Era di statura bassa come me, amava cantare e andare al cinema, e mi sussurr all'orecchio che voleva fare la cantante nel famoso locale di Nadia el-'Aris. Mi scongiur di custodire questo segreto nel profondo del mio cuore. Mi port per mano nella cucina della donna che ospitava quell'incontro e inizi a cantare, imitando una cantante in voga a quei tempi: Bugiarda, bugiarda, la gente mi d della bugiarda . No, no, no, non sono bugiarda.. . Cercai di trattenere le risate perch il suo ondeggiare, i suoi salti e il modo in cui schioccava le dita mi facevano pensare a un babbuino che aveva appena mangiato un limone e i cui denti stridevano per quello. Le promisi di accompagnarla al locale di Nadia el-'Aris, ma appena rientrai a casa non riuscii a fare a meno di imitarla davanti a Mariam, cercando di strappare una risata anche a Khadija e agli altri .

Un giorno Fadila mi port a cercare questo locale in piazza dei Martiri. Camminavamo a passi rapidi: ero molto agitata, perch pensavo che Ibrahim avrebbe potuto vedermi dal suo tram. Provai a consigliare alla mia amica di cantare in un locale che non fosse quello di Nadia el-'Aris, soprattutto quando vidi che girava con un sacco in spalla, come i contadini, in cui aveva messo vestiti, uno specchietto e un paio di pinzette per le sopracciglia. Capimmo di essere arrivate quando notammo un uomo con una sigaretta in bocca, l'anulare pieno di anelli e i capelli che sembravano spiaccicati sulla testa per quanta brillantina si era messo . Entrammo nel locale il cui nome passava di bocca in bocca fra tutti gli amanti del canto e dell'arte. Me ne aveva parlato anche mio fratello Hasan. Provai un po' di gelosia per la mia amica Fadila, che sarebbe diventata una cantante, anche se la famiglia l'avrebbe disconosciuta non appena l'avesse scoperto . Nel momento stesso in cui varcammo quella soglia, violammo l'inviolabile: anche un uomo che entrava in un locale del genere rischiava di compromettere la sua reputazione. un poco di buono, passa da un locale all'altro... M'immaginavo uomini ubriachi che ci agitavano sotto il naso bottiglie di birra per poi versarcela in bocca contro la nostra volont . Pensavo che Nadia el-'Aris sarebbe accorsa di persona, mi avrebbe preso per mano contenta di avermi scoperta, come aveva fatto Ahmad Shawqi, il principe dei poeti, con il grande Abd el-Wahab . Insistemmo con una donna che puliva per terra perch ci facesse incontrare Nadia, dicendole che dovevamo parlarle di una questione urgente, e restammo in attesa per pi di mezz'ora fra i tavoli di legno poggiati sul pavimento, che somigliava a quello decorato di casa nostra. Vedemmo la famosa altalena su cui la cantante si calava dal soffitto, dondolandosi, cantando e tenendo in mano le due corde ornate di fiori . Nadia el-'Aris si present come una donna normalissima, senza l'abito lungo che spazzava il pavimento che mi ero immaginata, e ci chiese cosa volessimo . Fadila fece appena in tempo ad aprire la bocca per dirle che voleva fare la cantante, che lei ci cacci senza neanche prestarci ascolto e senza degnarci di uno sguardo. Via, andatevene a casa vostra. Per favore, non voglio problemi n storie. Via, prima che qui si riempia di trib del Sud che mi costringano a chiudere il locale. Aveva riconosciuto l'accento meridionale di Fadila e sembrava che stesse parlando di selvaggi della giungla . Ridemmo ripensando a come Fadila avesse cercato di convincerla dicendole: Ti prego, giuro che nessuno verr a sapere che canto qui. La mia famiglia non metterebbe mai piede in un locale... Non vanno neppure al cinema . Nonostante il comportamento di Nadia, mi sorpresi a sognare di entrare in quel locale di notte. Pensai a uno stratagemma dopo l'altro per realizzare questo mio desiderio, finch non misi a punto un piano diabolico: se fosse riuscito, mi sarei sentita al settimo cielo, ma se fosse fallito sarebbe stata la mia fine . Vennero a trovarci alcune parenti di mio marito, molto devote; feci intendere a tutti gli abitanti della casa che eravamo state invitate da una donna dalla

reputazione ineccepibile, che veniva da una famiglia osservante di tutti i principi religiosi. Le portai invece nel locale di Nadia el-'Aris. Quando si rifiutarono di togliere il velo nero, mi resi conto che non avevano capito dove fossimo e cosa rappresentasse quel locale, nonostante avessi detto loro che avremmo visto cose assai strane e meravigliose. D'altronde non sapevano neppure cosa fosse uno sketch comico o chi fosse Omar el-Zeini, il famoso poeta del popolo! Ci sedemmo in un palco e la musica inizi. Una di loro si tolse il velo. Era la stessa che mi aveva detto quando c'eravamo conosciute: Stai attenta alla cesta del pane, figliola.. . stai attenta a te stessa. Le altre la imitarono, ridacchiando ed esclamando mentre indicavano il pagliaccio che si muoveva in modo ridicolo: Ah ah... che bello! . Non potevano immaginare che il canto, il ballo, la musica e gli sketch potessero riempire il cuore di gioia e liberarlo dalle preoccupazioni, e che il tempo potesse volare in una situazione come quella . Vedemmo la danzatrice ballare e Nadia el-'Aris calarsi con l'altalena decorata e lanciare fiori, mentre il cantante Fuad Zaidan, che era un amico di Hasan, appariva con un bel completo a quadri bianchi e marroni e i capelli pettinati con la brillantina che luccicava sotto le luci. Cantava: La nave spar dalla sponda . Dov' andato il mio cuore? La nave si port via l'amore, l'amore, l'amore.. . Eravamo nel 1943, durante la Seconda guerra mondiale: a quei tempi era obbligatorio oscurare tutte le finestre che davano su piazza dei Martiri. Le vetrine dei locali erano dipinte di nero e c'era il coprifuoco assoluto, tranne per chi avesse il biglietto di un locale o di un cinema. Distribuii alle donne i biglietti e loro li afferrarono con le mani che tremavano per la paura di essere arrestate. Per fortuna non ci imbattemmo in nessun poliziotto e i tram circolavano ancora, nonostante fossero quasi le undici. Lo prendemmo per tornare a casa e, mentre loro erano ancora stordite per la musica e le canzoni e sembravano fluttuare in un mondo di cui avevano ignorato l'esistenza fino a quel momento, io ero felice perch sapevo che Ibrahim faceva solo il turno di giorno. Quando arrivammo a casa, chiesero per da mangiare: come potevo sfamarle se teoricamente dovevamo esserci abbondantemente saziate a casa della donna che ci aveva invitate? Non c'era via d'uscita: non potevo fare altro che sgattaiolare in cucina al buio, rubare qualcosa da mangiare e arrotolarlo nel pane, come un uccello che nutre i suoi pulcini. Le avvertii che non avrebbero dovuto fare rumore mentre masticavano, come loro solito . Obbedirono ai miei ordini con tanto impegno da sembrare attrici di classe; masticavano con la bocca chiusa e una di loro comment: Giuro che questo panino pi buono di un montone intero! . Un'altra replic, in estasi, con gli occhi chiusi: Ora capisco perch gli innamorati non mangiano e diventano magri come spilli. Mi sono innamorata anch'io, ma non so di chi... Stanotte sono caduta nella trappola dell'amore. Che Dio mi perdoni .

La notte pass tranquilla, nonostante il panico che mi prese quando la donna che si diceva innamorata grid nel sonno: Ragazzo mio, porta il fuoco!. Emise poi un gorgoglio come se stesse imitando il suono del narghil . La cosa pi ridicola fu che Fadila davvero riusc nel suo intento di cantare davanti a Nadia el-'Aris, anche se da lontano. Una volta eravamo sul terrazzo a guardare gli aerei inglesi che sorvolavano il cielo di Beirut lanciando volantini che proclamavano l'indipendenza della Siria e del Libano . Quando la musica che annunciava l'ingresso della scorta degli Alleati in piazza dei Martiri si fece pi vicina, io e Fadila ci precipitammo l nella speranza di riuscire a vedere i cantanti e gli attori che avrebbero partecipato a quelle manifestazioni . Notammo Nadia el-'Aris affacciata al balcone del suo locale, e Fadila cant a squarciagola la sua canzone: Bugiarda, bugiarda.. . non sono bugiarda.. . Ma Nadia non la sent neppure, in mezzo a quella folla e a quel baccano . Saresti capace di cucire un vestito persino a una pulce! In una delle nostre riunioni notai sulle gambe di una donna un paio di calze magiche. Erano di un tessuto chiamato "nylon", pi delicato e pi soffice della seta, della georgette e delle bolle di sapone . Spiegai a mio marito quello che volevo, ma lui non cap, finch non gli mostrai il paio di calze che mi ero fatta prestare . Ma che diavoleria questa? comment. Che schifo! Vuoi mostrare la tua carne? Ma se hai uno dei cotoni migliori... Piansi e mia madre mi disse: Una lumaca che striscia per terra lascia un segno pi spesso di questo nalion, o come cavolo si chiama! . Me le infilai con prudenza, come se avessi in mano un uovo. Sistemai la giarrettiera e feci due passi: decisi che le avrei comprate a qualunque prezzo! Avevo gi speso tutti i miei risparmi per la nostra terza riunione, che avevo organizzato a casa mia, e per il locale di Nadia el-'Aris, e dovetti come al solito ricorrere a uno dei miei stratagemmi diabolici. Chiesi alla nostra vicina di casa la cui famiglia risaliva al Profeta di fingere davanti a mio marito che le dovessi restituire dei soldi, quando l'avesse visto scendere le scale per recarsi al lavoro . Cerc di sottrarsi alla mia richiesta, ma le mie lacrime la convinsero ad accettare. Povera me, mi disse mi farai finire dritta all'inferno... puh.-.. Questo per chi ti ha fatto sposare quando non eri che una bambina. Digiun per una settimana e preg per espiare il peccato che avrebbe compiuto mentendo . Corsi al mercato e comprai le calze magiche: erano della Holeproof. Le indossai e cominciai a danzare e a cantare la canzone di Omar el-Zeini: Se tutte le ragazze hanno Holeproof noi possiamo vedere di pi . Desideravo comprare tutto quello che vedevo nei film: scarpe, vestiti, brillantina per l'acconciatura, fermacapelli e il sapone profumato al posto di quello rosso che puzzava di naftalina. Volevo le borse, gli slip ricamati di seta e non quelli spessi di cotone che arrivavano fino alle ginocchia, e le canottiere di seta invece dei camicioni di flanella lunghi fin sotto la vita. E poi volevo le scarpe, le desideravo

pi di ogni altra cosa! Non quelle bianche che mio marito tingeva di nero o marrone d'inverno, col risultato che quando pioveva il colore si scioglieva sui miei piedi. Le rovinavo tagliandole con una lama perch si decidesse a comprarmene un altro paio, ma le mie preghiere erano inutili, perch in mano non mi metteva neppure una lira, giustificandosi con la scusa che provvedeva personalmente ai miei bisogni e alle spese domestiche . Ogni volta che provavo a protestare, mi ricordava che mia sorella non aveva mai sentito il tintinnio delle lire nella sua mano, nonostante lo aiutasse nel suo lavoro, e mi faceva l'esempio di Khadija, che risparmiava i suoi soldi per i figli . Decisi quindi di sottrargli il denaro senza che lui se ne accorgesse: glielo sfilavo appena usciva dalla camera o mentre faceva le abluzioni prima della preghiera. Strappavo anche pezzi della pelle che Ibrahim usava per le suole della moglie e del figlio. Una volta superai me stessa e arrivai a rubare addirittura un paio di scarpe a una donna che era venuta a trovarci per una settimana, per poi rivenderle a una delle mie amiche. Un giorno, mentre guardavo mio marito aprire la cassa nera da cui estraeva le scorte di cibo, mi venne un'idea diabolica: gli sfilai le chiavi di tasca mentre dormiva e andai a farne una copia da un fabbro lontano da casa . Sfruttavo ogni istante in cui Khadija non si trovava in cucina per aprire la cassa e rovesciare il suo contenuto in buste o scatole, che poi portavo a casa delle mie amiche e delle mie vicine e rivendevo a met prezzo, a volte mandando la figlia di Ibrahim al posto mio. Il mio segreto fu per scoperto un giorno in cui mio marito rincas prima del previsto perch non si sentiva bene. Incontr sulle scale sua nipote, che cerc di evitarlo e fugg nascondendo dietro la schiena una busta di carta. Lui la insegu, le strapp la busta di mano e, quando vide il burro, lo annus, ottenendo la conferma che si trattava proprio del nostro . Si lament dei miei furti con Ibrahim e con il nostro vicino di casa, che era un giudice illustre. Andai di persona "dall'illustrissimo" per giustificarmi. Gli raccontai che mio marito soffriva di taccagneria e che ero "costretta" a vendere le scorte. Gli parlai della mia passione per le nostre riunioni di donne e di come mio marito non mi desse i soldi per comprare neppure il caff, perch pensava che fosse un lusso superfluo. Gli raccontai che non sapeva niente di me, che pensava soltanto che fossi pigra. Gli dissi anche che mentre dormivo sollevava la coperta per controllare che i miei piedi fossero puliti. Aggiunsi che ero ancora piccola e non una vecchia come lui. Poi mi calmai e fui sul punto di ripetergli quello che diceva una delle mie vicine: Tuo marito ha un peperoncino in culo . Quando il giudice, una persona davvero degna di rispetto, tent di difendere mio marito dicendo che mi comprava i vestiti, io gli risposi: Mi guardi, sua signoria, quanta stoffa servir mai per farmi un vestito?. Con questa domanda mi riferivo alla mia statura: per vestirmi bastavano e avanzavano due braccia di tessuto costoso. Non si poteva certo dire che mio marito fosse straordinariamente generoso o che mi comprasse chiss quanta stoffa! Dio, soltanto Tu sei l'onnipotente... mormor il giudice esasperato .

Ibrahim non smetteva di gridarmi: Non hai un po' di vergogna? Saresti capace di cucire un vestito persino a una pulce! Tutti diranno di te che sei una ladra e una furfante! . Cercai di giustificare i miei furti per evitare di vedere il disgusto che gli trasudava da ogni poro, ma lui mi assest un ceffone e mi picchi. Fuggii, ma lui mi segu. Corsi verso la bottiglia di cherosene, pensando a come vendicarmi di lui e recuperare la mia dignit. Me la versai addosso e presi la scatola di fiammiferi, ma mio fratello e il suo muso lungo corsero verso di me per strapparmela di mano. Passarono lunghi istanti in cui mi sentii in preda alla follia perch volevo darmi fuoco . Venni poi sopraffatta dalla felicit perch ero riuscita a spaventarlo. Iniziai per a sentire un bruciore diffuso e il mattino successivo scoprii delle macchie rossissime su tutto il corpo . Non mi pentii di aver rubato per procurarmi quei soldi: ne avevo un bisogno urgente, perch le cose belle, i vestiti e i nastri per i capelli si moltiplicavano davanti a me, cos come i film in piazza dei Martiri. Convinsi tutti quanti che mi era caduto l'orologio in una pozzanghera vicino alle scale di casa, poi lo vendetti. Mio marito rest piegato per ore con un setaccio in mano nella speranza di recuperarlo nel fango . Non disperai e presi anzi a tenere sotto controllo i suoi pantaloni per cogliere al balzo qualsiasi opportunit di svuotarli, ma inutilmente, perch lui aveva iniziato a portarseli anche in bagno . All'improvviso mi venne un'idea e sorrisi: bussai alla porta del bagno e gli chiesi se voleva che gli insaponassi la schiena, come avrebbe fatto qualsiasi moglie. La gioia di mio marito fu indescrivibile, soprattutto considerando che non gli consentivo mai di toccarmi o di avvicinarsi. Gli strofinai la schiena e concentrai tutta la schiuma sulla sua testa. Versai ancora un po' di acqua perch la schiuma aumentasse, scendendo verso la fronte e gli occhi . Lui si agit e mi disse: Cos mi fai bruciare gli occhi! . Mi finsi sorpresa mentre prendevo con un bricco l'acqua dal bidone. Allungai invece la mano verso i suoi pantaloni e rubai dei soldi, che infilai rapida nel mio vestito. Solo allora gli versai l'acqua in faccia, per dare un po' di sollievo ai suoi occhi. La schiuma doveva essere davvero tanta, perch si mise a insultarmi e a darmi della furbastra . L'indomani, dopo aver speso i soldi, fui io stessa a rivelare il mio stratagemma a tutti gli abitanti della casa e alle vicine, che si piegarono in due dalle risate . Le notizie dei miei furti passavano ormai di bocca in bocca e tutti mi reggevano il gioco perch ero ancora piccola . Nel quartiere si sapeva che facevo la carit ai poveri e ai mendicanti e che offrivo loro cibo e vestiti, tanto che mio marito alla fine scrisse un cartello e lo appese alla porta: IN QUESTA CASA VIETATO CHIEDERE L'ELEMOSINA. Ma fu perfettamente inutile, perch tanto chi veniva a mendicare non sapeva n leggere n scrivere, e il cartello rimase quindi al suo posto soltanto per un paio di giorni, prima che lui stesso lo togliesse e lo buttasse per terra .

Il cavaliere della notte Passarono due anni prima che venissi a sapere che era stato Muhammad a mandarmi il mazzo di fiori che era arrivato a casa subito dopo la nascita di Fatima. Non mi era neppure passato per la mente che potesse essere stato lui, perch quando mi ero sposata mi aveva fatto recapitare da Fatima la sarta un messaggio che recitava testualmente: Ti sei sposata? Che fedelt... Sono proprio un ingenuo... Come ho potuto mettere il mio cuore nelle mani di una bambina? Non farti mai pi vedere! I fiori mi erano stati consegnati da un ragazzo di bottega che Ibrahim aveva sottoposto a un vero e proprio interrogatorio per capire chi li avesse mandati. Aveva cercato di farlo parlare pi di una volta, ma il ragazzo continuava a cambiare versione, come se avesse capito che doveva in qualche modo proteggermi. Aveva detto che li aveva mandati una signora che era venuta in visita una volta a casa, ma quando Ibrahim gli aveva chiesto il nome e la descrizione della donna, lui aveva ritrattato, dicendo che forse erano per qualcun altro . Rimasi convinta che fosse stato il nostro giovane vicino di casa a mandarmeli, finch non incontrai per caso Miskiyya, la sorella di Muhammad. Mi raccont che era stato lui, che mi amava ancora, che aveva giurato che non si sarebbe innamorato di nessun'altra e che non si sarebbe mai sposato . Era diventato un funzionario della Sret Gnrale e si era trasferito a Beirut, dove viveva con i suoi fratelli in una casa a cinque minuti dalla nostra. Il mio cuore sobbalz di gioia: richiamai alla mente ogni parola che c'eravamo scambiati, ogni gesto, e sentii che stavo tornando a innamorarmi di lui . Ogni volta che mi svegliavo la mattina trovavo sulla finestra della camera che affacciava sulle scale un pensiero diverso: un giorno una sciarpa di seta blu, il giorno dopo un grosso garofano, un altro un fiore di frangipani o un mazzetto di basilico. Cercavo di restare sveglia a letto, di notte, drizzando le orecchie nella speranza di sentire i suoi passi, finch il sonno non mi vinceva. Allora sognavo di sentirlo, mentre in realt era soltanto il rubinetto dei nostri vicini che gocciolava . Giunse l'inverno e cos chiudemmo la finestra di legno, ma Muhammad continuava a mandarmi ogni giorno un fiore attraverso lo stesso ragazzo di bottega, che era diventato pi attento e mi consegnava tutto di persona. A volte trovavo il suo pensiero posato delicatamente sul pannello elettrico del palazzo . Una volta il ragazzo mi consegn una rosa morta, secca . Mi misi una mano sul cuore mentre gli chiedevo: Qual il suo mistero?. Cercavo di farlo parlare. Il giovane che te l'ha data sembrava forse ammalato? Molto mi rispose lui . Ti ha detto che questa l'ultima volta che mi manda un fiore? E lui mi disse: Proprio cos . A quel punto corsi da Fatima la sarta e le chiesi di Muhammad, della sua salute, raccontandole della rosa secca . Fu come se questo mio interessamento gli avesse dato il via libera. L'indomani, mentre andavo a una delle nostre riunioni, lo scorsi da lontano che leggeva un giornale .

Non appena mi vide, Muhammad mi venne incontro e mi rimprover. Guardati: come ti sei ridotta? Sposata, truccata... Poi indic i miei braccialetti, la collana e gli orecchini e aggiunse: Sembra che lo splendore dell'oro ti abbia fatto dimenticare Muhammad . Le lacrime mi rigarono le guance. Volevo spiegargli tutto quello che era accaduto, ma non lo feci. Mi bast allungargli una mano, senza badare ai passanti . Da quel momento lo vidi spuntare dappertutto, come il prezzemolo. Mi ero dimenticata quanto fosse bello e attraente e, quando lo notavo, pensavo: "Chi quel ragazzo, pi bello ancora di Abd el-Wahab?". Mi seguiva ovunque: al cinema con Mira sentivo un sospiro ogni volta che il protagonista si dichiarava alla sua amata. Mi guardavo attorno e lo trovavo seduto dietro di me . A volte andavo con Mira al parco della fonte di Antelyas a raccogliere i ciclamini. Mi sedevo tutta contenta, agitando i miei braccialetti per farli tintinnare, o magari mi alzavo per imitare la mia amica Fadila che cantava La bugiarda o per raccontare l'ultimo film che avevo visto. Improvvisamente il mio sguardo cadeva su Muhammad, solo o con un suo amico, seduto di fronte al nostro tavolo che mi guardava. Se avvicinavo il bicchiere alle labbra, lui faceva lo stesso. Se alzavo la brocca, lui mi imitava. Sorridevo e lui ricambiava il sorriso . Se mi accarezzavo la guancia, lo faceva anche lui. Indic una volta il mazzetto di ciliegie che avevo appuntato sul petto e mi fece cenno di spostarlo a sinistra. Quando mi alzavo per lavarmi le mani, da sola o in compagnia, prendeva un fiore e ne gettava i petali a terra . Il mio cuore batteva forte e ogni luogo mi appariva bello, pieno di calore: mi sentivo felice e sorridente, perch c'era qualcuno che mi amava e mi capiva. Mi limitavo al linguaggio dei segni e ai battiti del cuore: ero una donna sposata e non potevo esagerare. Lui si accontentava di seguirmi e di trovarsi nello stesso posto in cui c'ero anch'io . Quando Mariam si alzava per fare l'impasto del pane, trovava i fiori, li nascondeva nel vestito e mi sussurrava: Guarda cosa ti ha lasciato stavolta il cavaliere della notte!. Avvicinavo i fiori al petto e lei mi ammoniva: Sta' attenta, zia.. . Se immergi soltanto la punta del dito nell'acqua la corrente ti trasciner via. Sta' attenta. Ti scongiuro, tutti noi viviamo grazie ad Abu Hussein. Ti prego, non farti trascinare, e noi insieme a te . Aveva ragione, ma ogni volta che mi giravo a guardarlo la mia testa mi abbandonava e fuggiva da lui. Quando pensavo a lui la corrente mi trascinava . Un giorno un ladro s'infil in casa di prima mattina. Mentre impastava il pane, Mariam lo vide nascosto dietro la porta, cos la spinse con tutta la forza che aveva in corpo cercando di schiacciarlo. A un certo punto, per, si ferm e gli chiese: Tu sei Muhammad, vero? . No, sono Mustafa le rispose il ladro . Din don... din don... Tana per Kamila! Pensare a Muhammad mi rendeva intollerante nei confronti di casa nostra: non ero capace di starci neanche un

secondo, nonostante sapessi che ogni volta che insistevo per uscire l'abisso tra me, da un lato, e Ibrahim e mia madre, dall'altro, si faceva pi profondo. Io e Mariam ci sentivamo braccate e se le nostre risate si facevano squillanti sentivamo subito mio marito che commentava: Il diavolo qui, o Ibrahim che diceva: Figlia di un cane!. Quando ci facevamo le sopracciglia, dovevamo nasconderci in camera finch l'irritazione non se ne andava, e Mariam spariva dalla circolazione anche quando doveva tingersi i capelli, che poi teneva coperti con un foulard per qualche giorno. Per niente ci spaventava pi dell'idea che Ibrahim potesse beccarci mentre andavamo al cinema in piazza dei Martiri! Eravamo diventate paranoiche, pensavamo che potesse scovarci malgrado tutte le precauzioni che prendevamo, che riuscisse a vederci mentre strisciavamo accanto ai negozi in cui ci rifugiavamo se un tram si avvicinava troppo o addirittura quando attraversavamo la strada per allontanarci. Pensavamo che sarebbe riuscito ad acciuffarci a una deviazione o a un angolo: Din don.... Lo vedevamo suonare forte la campanella del tram, e quel rumore rimbombava mentre lui ci lanciava sguardi infuocati, desiderando che ogni occhio si trasformasse in una mano capace di arrivare dall'altra parte della strada per acchiappare Mariam e soprattutto me, che ero la pi grande. Din don... din don.. . Tana per Kamila! Mi accorsi di come ero tesa soltanto quando Ibrahim ebbe una sospensione dal lavoro di due mesi perch aveva investito un passante. Mi sentii libera e mi accorsi di quanto ampia e bella fosse piazza dei Martiri, quasi fosse la prima volta che la vedevo. Guardavo i negozi e le cose appese alle porte o nelle vetrine, e prendevo il tram in pieno giorno anche se ero convinta che tutti i ferrovieri fossero in combutta con mio fratello . Ibrahim non era l'unico che esercitava un controllo assoluto sulle donne della sua famiglia: la maggior parte dei familiari delle mie amiche, anche di quelle ricche o di classe, erano come lui. La stessa Mira, che per me era sempre stata come Buraq, il cavallo bianco con cui il Profeta era salito nei sette cieli, si trasform in una donna normale che piangeva e tremava di paura proprio come me quando il fratello la picchi. Pensai che le monete e l'oro che le luccicava sul collo e sui polsi non le erano serviti a nulla. Le suole di para bianca, la sua amata borsetta di coccodrillo e le sigarette non la aiutarono, n le giov il fatto che fosse sposata e gi madre . Neppure la fiducia in se stessa e il suo sentirsi superiore ai fratelli e ai parenti vennero in suo soccorso quando suo fratello ci scopr mentre uscivamo dal cinema. Buss alla nostra porta di notte e la cerc tra gli ospiti che dormivano in salotto . Quando la trov, la trascin per mano fino alla cucina e la sgrid, incurante del fatto che aveva svegliato tutta la casa . Non credemmo alle nostre orecchie sentendola piangere . L'accaduto costrinse Mira a smettere di venire al cinema, nonostante tutti gli stratagemmi che le suggerivo. Tuttavia, quando usc La venditrice di mele, il mondo del cinema la sedusse nuovamente: quel film aveva spopolato a piazza dei Martiri, e anche mio fratello, l'amante del liuto, non smetteva di parlarne. Mi

raccont la trama: due giovani ricchi avevano scommesso di poter trasformare un'ingenua venditrice di mele in una donna di classe. Uno dei due si dedic a lei, le insegn a prendersi cura del suo aspetto, a parlare e a mangiare con educazione. Durante una festa la ragazza scopr che l'interesse del giovane era dovuto soltanto alla scommessa e fugg portandosi dietro un cuore gi perdutamente innamorato. La sua fuga fece per capire al giovane quanto ormai la amasse, e la cerc finch non la trov. Entrambi vissero infine la vita aristocratica cui lei si era ormai abituata . Mira scacci la paura e mise a punto un piano geniale: invit il socio di mio marito e sua moglie a vedere il film insieme a noi, mettendo cos Abu Hussein e Ibrahim davanti al fatto compiuto. Furono costretti ad accettare di andare al cinema e a portare anche Khadija. Quando ci accomodammo nelle poltrone, io e Mira sorridemmo per la felice riuscita del piano e ci immergemmo nel film finch non si riaccesero le luci. Fu allora che trovammo mio marito col viso nascosto, immerso in un sonno profondo, mentre Ibrahim, ancora imbronciato, non fece neppure un commento . Da quella notte in poi mi sentii morire dal desiderio di stare con Muhammad. Mi riconoscevo nella venditrice di mele, e lui era l'aristocratico che leggeva e scriveva. Volevo poter parlare con lui di film e attori, come facevamo a casa di Fatima, vicino alla fontana. Gli avrei detto che il cinema mi aveva insegnato a vivere. Pensai che la venditrice di mele non doveva aver avuto l'opportunit di vedere un film, perch altrimenti avrebbe imparato da sola a comportarsi come una donna di classe. Fu come se il cinema mi avesse fatto entrare a scuola: mi spiegava la storia e la geografia, mi parlava di quei paesi che chiamavano "Europa". Mi mostrava le scene di guerra, m'insegnava l'arte della parola, della moda e dell'abbigliamento. Mi faceva entrare nelle case di lusso e in quelle modeste e mi presentava ai loro abitanti. Desideravo vivere come alcuni di loro, ma d'altra parte ringraziavo Dio perch vivevo meglio di altri. Sullo schermo incontravo persone simili a me, a Ibrahim e a mio marito . Quando Ibrahim o mia madre mi chiedevano dove stessi andando, provavo l'impulso di alzarmi e cantare la canzone di Omar el-Zeini: Ovunque tu vada di giorno o di notte trovi un cinema accanto a un bar . Trovi la gente a gruppetti di tutti i colori, di tutti i tipi . Vanno e vengono entrano ed escono . Tutti al cinema, tutti al cinema . Gli inizi dell'amore Proprio come temeva Mariam, l'amore per Muhammad mi travolse: fu allora che cominciammo a incontrarci. Ci vedevamo all'angolo di una strada, al ristorante vicino alla Roucha, la roccia famosa per i suicidi degli innamorati, o andavamo insieme in un parco fuori Beirut che raggiungevamo in taxi, tenendoci per mano per paura di perderci . Nel corso di quelle passeggiate e di quegli incontri il panico non mi assaliva, perch ero sicurissima che Ibrahim e mio marito fossero al lavoro e che di certo non conoscessero quei posti .

Quando per ero sul punto di rientrare in casa, mi venivano i brividi. "Il muso di Ibrahim sar diventato ancora pi lungo? Mi spia? O una mia impressione? Sapr che esco con Muhammad? Staranno cercando di intrappolarmi?" Comunque queste paure non mi impedivano di vederlo il giorno successivo e quello dopo ancora. I momenti che passavo con lui erano i pi felici della mia vita, non desideravo null'altro . Era il mio insegnante e io la sua allieva. Una volta tir fuori un foglio dalla tasca e lesse, tenendomi la mano e sollevando lo sguardo di tanto in tanto per fissare il mio viso . Lei si avvicin a me e il suo viso mi apparve attraverso un velo trasparente, come se fosse il volto della luna nascosto da un esercito di nuvole. Avanz con passi misurati, come una gazzella, tanto bello era il suo incedere, mentre i battiti del mio cuore aumentavano. Un sorriso innocente splendeva sulla luce del suo viso e sulle sue labbra color cremisi, che Dio plasm nella perfezione, da cui s'intravedevano i denti, simili a perle infilate che mostravano la gloria del Creatore. Dio, quanto erano meravigliosi. Ammirai il raggio dei suoi occhi languidi, pieni di dolcezza e seduzione. Il mio amore non parl, ma due lacrime le rigarono le guance per colpire il mio cuore come un fulmine. Due lacrime che rotolavano come gocce d'oro su una lastra d'argento puro . Le chiesi allora con voce tremolante e strozzata: Perch il mio amore piange e insieme a lui il mio cuore? . Quello che pi mi stup fu che riuscii a capire il significato di ogni parola. Cercai di trattenere le lacrime. Possibile che fossi cos importante per Muhammad? Che provasse questi sentimenti e li descrivesse? Doveva davvero essere la mia anima gemella, quella di cui tanto sentivo cantare! Accettai di incontrarlo nella sua camera l'indomani . Entrai nella casa che condivideva con i fratelli passando leggera come una piuma dal cancello esterno, che era aperto . Feci pochi passi nel corridoio e mi diressi a destra, verso la sua camera. Era spoglia: c'erano soltanto una scrivania, il letto, dei fogli e alcuni libri. Strinsi le mani al petto e rimasi in piedi . Lui si avvicin, prendendomi la mano. Mi sarei accontentata di guardarlo, senza sentire alcun bisogno di toccarlo. Le mie sensazioni erano rimaste fuori da quella camera: ascoltavo i sussurri che si facevano sempre pi alti, senza riuscire a sentire quello che Muhammad mi diceva. Posai lo sguardo sui suoi capelli e mi rifugiai contro il suo petto. Mi strinse forte a s, come nei film. Pronunci il mio nome: Kamila, Kamila... e io risposi: Muhammad, Muhammad.... Mi allontan da s per vedere i miei occhi che sembravano invocare il suo nome, che tanto amavo. Dio mi aveva mandato un amore che portava lo stesso nome del Profeta: doveva significare che ci benediceva! Mi venne per da ridere tra me e me, perch mi resi conto che anche mio marito si chiamava Muhammad, prima di diventare Abu Hussein ("padre di Hussein") con la nascita del primogenito . Cominciammo a vederci quasi ogni giorno, appena lui rientrava dal lavoro, intorno all'una, quando mio marito e Ibrahim erano fuori casa. Mi affezionai alla

sua piccola camera. Non avrei desiderato essere in nessun altro posto, perch per me divenne come la sala del cinema: lontana dal rumore della nostra casa e dalle voci di grandi, piccoli e neonati, dai discorsi sull'olio torbido nella giara, dai punteruoli del riso che pullulavano nei sacchi e dai commenti su come fossero tiepidi i rapporti tra mio marito e Ibrahim . Arriv il giorno in cui Muhammad, dopo aver pranzato, si avvicin a me e mi baci. Mi arresi al suo bacio, ma quando mi strinse a s provando a toccare il mio seno lo coprii con le mani. Cerc di convincersi che l'amore casto fosse pi autentico e che dovessimo limitarci ai baci. Mi rilassai e gli concessi le mie labbra, purch tenesse le mani a posto. Non gli avevo raccontato che la prima notte di nozze era riuscita a rendermi odiosa la vista del mio corpo e che, nonostante il grande amore che provavo per mia figlia, ancora non potevo credere di averla partorita io fra i dolori, di cui bastava il ricordo a darmi l'impressione che qualcuno mi stesse strappando le vene dalla testa . Dopo qualche settimana Muhammad lasci Beirut per motivi di lavoro. Mi mand tramite sua sorella una lettera, che mi lesse Fatima la sarta: Pi la nostra distanza aumenta, pi la mia vita assomiglia a un deserto arido. Due giorni fa eravamo vicini, quasi non ci separavamo, e ora sei lontana da me. Che fai? Io ho cominciato a contare i minuti che mi separano da te, quelli gi passati e quelli che arriveranno . Andai di corsa a prendere un foglio, che strappai dal quaderno di mio nipote. Disegnai con una matita un passero che si posava su due fiori, annusandone uno. Dipinsi i petali a forma di cuore, poi aggiunsi il sole, la luna e infine un nido per i due passeri. Tenni con me la risposta alla sua lettera: gliel'avrei data al suo ritorno e gli avrei spiegato che lui era il sole che sorgeva e tramontava, e io ero la luna. Il nido era la sua camera, e noi i due passeri . Appena vide il mio disegno, mi baci con passione e accadde quello che non doveva accadere. Volammo, planammo e poi atterrammo coi cuori e i corpi nella camera. Scoppiammo a piangere. Piangevamo perch io avevo permesso che un altro uomo si sdraiasse su di me e rubasse la mia verginit . Piangevamo perch Muhammad, un uomo per bene e nobile d'animo, faceva l'amore con una donna sposata. Piangevamo perch tradivo mio marito. I miei gemiti aumentarono: non avrei mai avuto il coraggio di tornare a casa e, se avessi visto mio marito mangiare con la faccia dentro il piatto per evitare che le briciole cadessero sul tavolo, gli avrei gridato di ripudiarmi, cos come se mi avesse chiamato mentre apriva la cassa, allungandomi un dattero o un pezzo di dolce. Piangevo perch se avessi visto Ibrahim gli avrei urlato: Cosa ti ho fatto per meritare questa tortura? e anche perch, quando mia madre avrebbe scosso la testa scontenta per le mie frequenti uscite, le avrei chiesto: Per quale motivo sei stata cos ingiusta con me? Non sono sangue del tuo sangue? . Muhammad cerc di calmarmi e mi abbracci. Soffiava sul mio viso come se lo facesse su una ferita profonda . All'improvviso mi resi conto di ci che avevo fatto e fui assalita dal terrore: pensavo che avrei concepito un figlio di Muhammad e che tutti avrebbero

scoperto la nostra relazione appena avessero visto un neonato dai capelli lisci come i suoi, invece che ricci come i miei e quelli di mio marito, e con gli occhi color del miele, quasi verdi, invece che marroni come i nostri . Quella sera, appena mio marito and a dormire, scivolai nel suo letto fingendo di sognare. Per la prima volta in tre anni mi avvicinai a lui. Non riusciva a credere alla fortuna che gli era capitata: si strinse a me per qualche istante e, quando vide che non urlavo, mi mont mentre io mi mordevo il braccio per non perdere la calma . Piangi per andare al cinema e poi torni in lacrime! Dopo aver visto Lacrime d'amore, uscii dal cinema disperata per la morte di Nawal, la protagonista. Il mio cuore ribolliva di rabbia contro il suo amato. Lei era tornata da lui, dopo la morte del marito, dicendogli: Accogli le mie scuse, mi sottometto a te. Perdonami. Muhammad Abd el-Wahab l'aveva perdonata, ma quando lei aveva aggiunto: Tu sei la mia vita. Non esiste nulla senza di te, la stessa frase che aveva rivolto al marito la prima notte di nozze, lui l'aveva accusata di essere un'ipocrita e di averlo ingannato. L'aveva cacciata e lei era fuggita, gettandosi in un canale. Non avevo potuto fare a meno di piangere a dirotto . I film erano tornati a parlarmi e riflettevano la mia vita: come Nawal, anch'io mi ero sposata perch costretta dalle circostanze, e anch'io, proprio come lei, avevo trovato l'amore . Purtroppo avevo le mani legate dal matrimonio, da mia figlia e dalla creatura che portavo dentro di me . Passai davanti allo studio del fotografo armeno Narciss ed entrai esordendo: Voglio farmi delle foto. Mi sugger vari scenari: a bordo di un aereo, su una mezzaluna di legno bianco, accanto a un tavolo abbellito da un mazzo di fiori, magari mentre ne coglievo uno e lo annusavo. Rifiutai tutte le possibilit e gli feci capire che volevo una foto del mio viso soltanto, con il capo coperto da un velo nero, come Nawal quando era andata a casa del suo amato per convincerlo a tornare da lei . Mentre preparava la macchina fotografica, Narciss mi chiese col suo simpatico accento: Perch sei cos triste, mia cara?. Gli raccontai che ero appena uscita dal cinema, dove avevo visto Lacrime d'amore, e che ero in lutto per la morte della protagonista . Lui rise e disse: Ma, mia cara, solo un film! Mica crederai ai film?. Cercai di spiegargli quanto avesse sofferto Nawal, ma lui continuava a chiedermi di non pensarci. Sorridi un po' per la foto. E un film, si fa solo per guadagnare soldi! . Cominciai ad agitarmi per la rabbia. C' chi canta sulla tomba del suo amato: "Voi che siete sottoterra, son venuto per piangere gli innamorati, nuvole e stelle solo per il mio amore fedele". Pensa forse ai soldi? . S, solo soldi! mi rispose da dietro la macchina fotografica, poi all'improvviso esclam: Ma, mia cara, sei il ritratto di Monna Lisa. Se lei fosse nella stanza accanto, ti seguirebbe con lo sguardo ! . Non capivo cosa stesse dicendo: io ero diventata Nawal, era a lei che assomigliavo. Parlavo come lei, ero lei. Era morta, aveva sofferto come me, che

soffrivo continuamente. L'idea di tornare a casa mi annientava, e ogni volta che lo facevo mi sembrava di commettere un omicidio . Il fotografo mi fece cambiare posa. Cara mia, s s, sei proprio come Monna Lisa. Sei di Beirut? No, di Nabatieh. Santo cielo... Monna Lisa da Nabatieh, invece che dall'Italia! Lod poi il mio coraggio e la mia audacia. Sei la prima ragazza che viene qui senza la madre e il padre. Pensai tra me e me: "E certo, per evitare che le ragazze restino sole col fotografo mentre lui sistema i loro visi o quando si pettinano, si mettono il rimmel o il kohl". Inaspettatamente mi ritrovai ad aprirgli il cuore. A casa mia le foto sono vietate e io voglio vendicarmi. Mi tolsi il velo e gli chiesi di farmi una foto . Fischi e poi disse: Oh, ora sembri molto pi piccola! Un domani, quando sarai cresciuta, sposerai qualcuno che sta molto in alto, sollevando la mano a sottolineare le sue parole . Piansi e gli raccontai la mia storia e l'ingiustizia commessa dalla mia famiglia. Voglio mettere fine alla mia vita, come Nawal. No, no... mi interruppe lui. Che c'entri tu con Nawal? Lei pazza, si suicidata quando invece avrebbe dovuto soltanto strofinare l'anello. Vedendo la mia espressione interrogativa, continu: Ti spiego, lei come un anello d'argento annerito: va soltanto lucidato. Non fare come lei, puliscilo e vedrai che tornerai a splendere come un anello di diamanti . Dai cara, vai a casa e strofinalo . Entrai a casa e raccontai il film a Khadija, a mia madre e a Mariam, singhiozzando e piangendo. Mia madre intervenne: Piangi per andare al cinema e poi torni in lacrime, tutta preoccupata! Non sarebbe meglio se restassi direttamente a casa? . Perch si era suicidata Nawal? Perch non aveva implorato il suo amato? Perch non aveva combattuto fino all'ultimo? Promisi a me stessa che sarei rimasta forte, che avrei strofinato l'anello per togliere le macchie scure che lo ricoprivano e per farlo tornare al suo splendore . Il baldacchino sul dorso del cammello Ormai era come se vivessi insieme a Muhammad: sembrava che casa sua e casa mia fossero una cosa sola, nonostante gli edifici, i negozi, le macchine e i passanti che le separavano . Prendevo i suoi vestiti e li lavavo insieme a Mariam, che era la mia confidente, per poi stirarli e riporglieli l'indomani nell'armadio. Trattavo la sua piccola camera come se fosse la mia, quasi non vi entrassi con difficolt e paura, trattenendo il fiato davanti ai vicini di casa e perfino alle pietre dei palazzi, spaventata che potessero capire quello che c'era tra di noi e che rivelassero il mio segreto. Avevo trovato un'infinit di modi per comunicargli il mio arrivo: bussavo leggermente sul vetro della finestra, mettevo una manciata di sabbia o un fiammifero sul suo davanzale . A volte, mentre lui era al lavoro, andavo a casa sua con il pretesto di fare visita a sua sorella Miskiyya. Quando mi congedavo da lei, insistevo perch non mi accompagnasse al portone, in modo che potessi sgattaiolare in camera di Muhammad invece di uscire. Per non destare sospetti, chiudevo forte la porta

della stanza perch il rumore sembrasse quello del portone. Altre volte, invece, quando Muhammad doveva uscire un'oretta per impegni di lavoro, mi chiudeva dentro . Mi lasciava un contenitore in caso avessi avuto bisogno di fare pip, che avrebbe poi rovesciato di nascosto nel water quando io me ne fossi andata . Una volta mi scapp la cacca. Provai a resistere fino al ritorno a casa, ma non ce la feci. Non potei fare altro che usare un giornale e qualche foglio, pregando che non si trattasse di nulla d'importante. Raccolsi quello che trovai qua e l, mi accovacciai e chiusi gli occhi pensando di essere ancora al Sud, nell'orto, anche se questo autoconvincimento non ebbe un grande successo . Appena ebbi finito, accartocciai i fogli e li infilai in una busta di carta. Aprii la finestra, controllai che non ci fosse nessuno nel vicolo e lanciai la busta, lasciando uno spiffero aperto per spiare cosa accadeva. Giunse il figlio del medico che viveva nello stesso palazzo e si guard intorno prima di prendere la busta e aprirla. Inizi a insultare e a maledire il colpevole e poi la gett via, tenendo le orecchie dritte per cercare di cogliere la risata di chi gli aveva organizzato quello scherzo di pessimo gusto. Alz la voce continuando a lanciare insulti e guardando in tutte le direzioni. Mi venne in mente che forse qualcuno mi aveva visto aprire la finestra e lanciare la busta, e i battiti del mio cuore aumentarono. Temetti che scoppiasse uno scandalo e rabbrividii: ebbi la sensazione che la mia anima si separasse da me e mi osservasse da lontano, scuotendomi e ricordandomi che ero sposata, che la mia casa non era quella camera, ma quella in cui vivevano mio marito, mia figlia e Ibrahim, quella in cui c'erano mia madre, i parenti, i visitatori e i figli di mio marito . Alzai lo sguardo verso il soffitto e supplicai Dio di avere piet di me per quella volta, promettendo che non avrei mai pi messo piede l, qualsiasi cosa fosse accaduta . Ma quando il figlio del medico abbandon l'idea di trovare il colpevole e riprese la sua strada, non mi infilai le scarpe e non me ne andai come avevo giurato qualche istante prima . Anzi, mi guardai intorno e osservai la stanza: immaginai che fosse il baldacchino sul dorso di un cammello, che serviva a proteggere le donne dalle tempeste di sabbia, proprio come quelli che vedevo nei film . Mi sedetti e aspettai Muhammad come avrebbe fatto una malata incapace di camminare, in attesa che il medico le portasse una medicina. Era lui quel medico, e la sua medicina era lo stetoscopio con cui riusciva ad ascoltare i sussurri dei miei pensieri persino quando non erano ancora completamente formulati . Non li scacciava via, ma era anzi capace di interagire con essi . Aveva tantissime attenzioni per me, piccole e grandi. Nonostante non avesse molti soldi, mi portava ogni tipo di leccornia, anche le pi costose: pistacchi di Aleppo, pollo arrostito, pastrami tenerissimo. Nascondevo quelle meraviglie a casa, sotto il letto, e le tiravo fuori quando tutti dormivano. Me le gustavo al buio insieme a Mariam, pensando che Muhammad mi amava davvero. Risparmiava e si privava di tutte quelle prelibatezze perch potessi goderne io, ma poi mi

rimproveravo per la mia golosit, cercando di concentrarmi sulla generosit del mio amato . Quando Muhammad torn, gli dissi che la sua camera era come il baldacchino sul dorso di un cammello. La mia metafora gli piacque e scosse la testa dispiacendosi che non fossi andata a scuola. Mi promise di insegnarmi il prima possibile a leggere e a scrivere . Ci sedevamo vicini, ci divertivamo, mi leggeva le lettere che gli giungevano dall'estero e dal suo villaggio. Non riuscivo a credere a quello che gli scrivevano, e non per il contenuto, ma per la sensibilit che mostrava quella gente. Parlavano di rose, gelsomini, mele siriane e finivano le loro lettere con la frase: Ti mando un saluto con il cinguettio dei passeri, i flutti del mare, il tubare dei piccioni, il gorgoglio dell'acqua, il fruscio delle foglie, il diffondersi di una fragranza o lo splendore di un raggio. Usavano anche frasi come: Ti prego di porgere i miei saluti e i miei omaggi al signor Muhammad. Digli che la sua mancanza mi lacera il cuore. Chiedigli di non prendersela perch ho dimenticato di rispondere alla sua lettera. Mi auguro che mi perdoni, perch il perdono una qualit delle persone magnanime . Mi lesse una lettera di suo fratello che parlava di un tale che si era rotto una gamba. Era andato da un osteopata che gliel'aveva ingessata: quando era guarita, era diventata migliore di quella sana . Mi sentivo parte della cerchia dei suoi parenti e dei suoi amici. Quanto mi piaceva come si parlavano e come si scrivevano, rispetto agli uomini della mia famiglia e ai loro amici, privi di fantasia e di vitalit! Andammo a vedere un altro film, Dananir, in cui la protagonista era Umm Kulthum, che interpretava una ragazza beduina di cui il vizir Jafar aveva sentito la voce di ritorno da un viaggio. Le proponeva di seguirlo a palazzo per perfezionare l'arte del canto e Dananir accettava felice quell'opportunit che le consentiva di lasciare il deserto e di trasferirsi in citt . Il califfo Harun al-Rashid sentiva parlare della dolcezza della sua voce e chiedeva al suo vizir di donargliela perch potesse diventare una cantante a palazzo. Jafar rifiutava la richiesta, poich l'amore che legava lui e Dananir aveva ormai raggiunto l'apice dell'intensit e della bellezza. Il film si concludeva con la morte di Jafar, assassinato in un complotto ordito dal suo rivale. Il califfo pensava che Dananir si sarebbe sottomessa ai suoi ordini e avrebbe cantato per lui, ma la donna s'intestardiva e rifiutava, nonostante fosse stata imprigionata. Liberata dal califfo, lei cantava soltanto per il suo amato Jafar, promettendogli di mantenere vivo il loro patto d'amore fino alla morte . Le scene d'amore tra Dananir e Jafar infiammarono i miei sentimenti, ma d'altro canto radicarono in me anche la disperazione, perch era gi il quinto film che vedevo in cui l'amore si concludeva con la morte di uno dei protagonisti e in cui i due amanti venivano annientati. La famiglia era contro di loro e la societ additava con sdegno la loro passione . Quando l'indomani corsi da Muhammad, lui mi tenne la mano e mi lesse le note che aveva appuntato dopo aver visto il film, perch anche lui non era riuscito a

dormire: Ahi, che triste fine fecero i Barmecidi per mano di Harun al-Rashid! E quale triste fine fece anche Jafar... Quanto dolore ha causato a Da-nanir, nel cui cuore la fedelt ha versato le sue gocce pi pure! Tenne fede al patto con il suo amato jafar nella vita come nella morte. Cos deve essere la fedelt! Anch'io supplico Dio di unire i nostri destini nella vita e nella morte . Poi mi guard negli occhi e mi domand: Mi resterai fedele come Dananir?. Non riuscivo a capire il motivo di quella domanda: lui era la mia vita! Mi chiese se l'avessi tradito e la domanda mi turb; risi, ma dentro di me mi chiesi se sapeva che il mio vicino di casa mi spiava . Non mi aveva tolto gli occhi di dosso da quando mi aveva vista scappare di casa urlando alla vista del mio vestito da sposa e mi lanciava segnali perch ci incontrassimo. Io mi limitavo a uno scambio di sguardi, accettando da lontano la sua corte . L'indomani uscii diretta a casa di Muhammad, ma mi imbattei in alcune delegazioni che bloccavano l'ingresso del nostro vicolo, ferme davanti alla strada del presidente del Consiglio Ryad al-Sulh, che vi si era trasferito da poco . Le manifestazioni inneggiavano a Beirut: c'erano stati tantissimi feriti e vittime in seguito all'arresto del presidente della Repubblica Bishara al-Khouri, del presidente del Consiglio e di altri ministri nella fortezza di Rashaya. Il presidente del Parlamento Sabri Hamada, l'emiro Magid Arslan e altri avevano trovato rifugio a Bishamon. Erano le ultime fasi della resistenza contro il protettorato francese prima che il Libano ottenesse l'indipendenza completa . Spingevo la gente con tutta la forza che avevo per poter raggiungere Muhammad. Quando non lo trovai in casa, mi sentii mancare: avevo paura che fosse stato arrestato insieme alla guardia libanese . Tornai indietro in preda alla disperazione, ma poi sentii i suoi passi e lui mi fece cenno di seguirlo nella sua camera . Non si preoccup neppure di baciarmi tanto era preso. Tutto il suo entusiasmo era per quello che accadeva nelle strade e per la situazione politica. Mi disse, allontanandomi da lui, che stavamo assistendo alla storia, all'indipendenza del Libano, al governo transitorio di Bishamon . Pregai che i manifestanti se ne restassero per strada, in modo da avere una scusa pronta in caso fossi rientrata tardi, invece Muhammad mi chiese di andarmene immediatamente, perch voleva chiedere notizie di alcuni suoi parenti che lavoravano vicino al quartier generale del generale Spears, dove c'erano stati dei feriti. Voleva andare in piazza dei Martiri per vedere cosa stesse succedendo, e lo scongiurai di portarmi con lui . Quando rifiut, mi rattristai e pensai che non mi amasse quanto lo amavo io. Progettai di vendicarmi accettando di uscire con il nostro vicino di casa, ma poi cambiai idea, perch soltanto Muhammad aveva il potere di dominare il mio cuore . Perch chiamai la mia seconda figlia Hanan Non fu la nausea a farmi rifiutare ogni contatto intimo con Muhammad, ma la paura che, se ci fossimo scambiati dei baci o avessimo fatto l'amore, il feto che portavo in grembo avrebbe preso le

sembianze di Muhammad, invece che assomigliare per met a lui e per met a mio marito . Non volevo dirgli che ero incinta e, ogni volta che cercava di avvicinarsi a me, gli sfuggivo con la scusa di non sentirmi bene, che non c'era tempo o che qualcuno avrebbe potuto spiarci, finch la misura non fu colma e lui perse la pazienza . Mi disse scherzando che Ibn al-Mu'tazz non avrebbe accettato tutte quelle scuse. Terrorizzata gli chiesi chi fosse, e lui rispose ridendo: Un poeta arabo che diceva: "Godi del tuo amore ogni giorno, perch non puoi sapere quando dovrete separarvi" . Mi sentii come se mi avessero amputato le mani: come poteva pensare che un giorno ci saremmo separati? Cerc di consolarmi e mi disse che alla fin fine non ero sua e non lo sarei mai stata, perch ero sposata, e lui doveva rassegnarsi alla realt. La spiegazione mi fece perdere la testa. Mi immaginai su una barca che mi portava in alto mare, lontana dalla paura e dalle difficolt, dagli sguardi di Ibrahim e dalla vista di mio marito. La barca oscillava all'improvviso, fino a farmi affondare . Muhammad cerc nuovamente di consolarmi e mi abbracci, rassicurandomi: Morirei piuttosto che lasciarti . Tir fuori un foglio di tasca e inizi a leggere quello che aveva scritto: Amo la strada sulla quale cammini, il letto che ti accoglie. Amo il cuscino, la coperta, la casa, il tetto e le pareti. Ah, se io fossi aria invisibile per poter entrare dalla finestra di casa tua all'alba e accarezzarti.. . Amo la luna luminosa, perch la sua luce ti somiglia. Amo il cielo chiaro perch come i tuoi occhi . I nostri baci si fecero ancora pi appassionati, come se ci stessimo rappacificando e cercassimo di sistemare un rapporto che per era gi idilliaco. Prov di nuovo ad accarezzarmi, ma lo respinsi. Si diresse allora verso il cassetto della scrivania e ne estrasse una pistola, che punt alla mia testa e poi alla sua . Gli sorrisi nonostante la paura e lo scongiurai di smetterla, ma invano. Alla fine gli confessai che ero incinta. A quel punto Muhammad gett la pistola sul letto, si prese la testa fra le mani e pianse a dirotto . Afferrai la pistola con calma, scivolai fuori dalla camera e feci qualche passo nel corridoio e in cucina, come ad annunciare agli abitanti della casa che ero una presenza reale e non uno spirito. In salotto non trovai nessuno e in giardino m'imbattei nel fratello pi grande, che non mi aveva mai vista. Gli allungai la pistola senza pronunciare nemmeno una parola. La prese senza fiatare, limitandosi a scuotere la testa. Tornai in camera, strinsi a me la testa di Muhammad e piangemmo insieme. Pensavo che lui si disperasse perch avrei dato alla luce in casa di mio marito un figlio che per met era suo . All'improvviso mi grid: Ma come hai potuto concederti a tuo marito? . Gli spiegai la mia paura di dare alla luce un bambino che gli assomigliasse. Si stup, non riusciva a credere alle sue orecchie. Quando si calm, mi disse che era

stato sempre attento a che non restassi incinta. E in cambio io avevo osato tradirlo con mio marito . Possibile che Muhammad dovesse spiegarmi i segreti della vita sessuale, nonostante fossi gi alla seconda gravidanza? Quando iniziarono le contrazioni, fu Mariam ad accompagnarmi in ospedale. C'era lo stesso ginecologo della volta precedente, che appena mi vide esclam: Ah, mi ricordo di te! Una volta a lezione ho detto di aver assistito al parto di una ragazzina di quattordici anni!. Era un ginecologo noto, uno dei pi famosi del Libano e aveva pubblicato, come mi disse Muhammad, vari libri sul parto e la maternit. Mentre tirava fuori la mia seconda figlia, mi disse: Che bello, un'altra femmina. Meglio cos, tuo marito capir che partorisci solo femmine e ti far la grazia di smetterla di costringerti a fare figli!. Poi mi chiese: Come vuoi chiamarla? . Mio marito alla Mecca per il pellegrinaggio risposi. Mi ha detto che se fosse stato maschio avrei dovuto chiamarlo Mustafa, se femmina Zaynab. Ma io, nonostante l'amore per Siti Zaynab, non voglio darle un nome religioso. Mi bastato che mi abbia costretto a chiamare la prima Fatima! Che Dio la protegga, bella come il sole! Questa voglio chiamarla Salafa o Zolfa. Il ginecologo rise, correggendo la mia pronuncia: Semmai Sulafa, non Salafa. Questo un nome! E Zalfa, non Zolfa, che indica la bella donna dal naso piccolo. Dai retta a me, dalle un nome che per lo meno sai pronunciare come si deve! . Mi arriv un mazzo di fiori, che l'infermiera mi consegn comunicandomi che l'aveva portato un mio parente che chiamava ogni giorno per sapere come stessi. Chiusi gli occhi stringendo il mazzo al mio cuore. Fino ad allora nessuno mi aveva portato neppure un fiore. Poi mi resi conto che in realt nessuno era venuto a trovarmi, soltanto Mariam . Il ginecologo fu molto tenero con me e dopo due giorni gli chiesi il permesso di andare al cinema, soltanto per un paio d'ore, perch quando sarei tornata a casa la mia famiglia non mi avrebbe permesso di lasciare il letto prima della fine dei quaranta giorni e quindi mi sarei persa il film Hanan . A quel punto il ginecologo scoppi a ridere e disse: Hanan... Dovresti chiamare tua figlia Hanan! E un bel nome! . vero, esclamai bello da morire! E decisi di chiamarla proprio cos . Il ginecologo non mi diede l'autorizzazione a lasciare il letto per andare a vedere il film, ma neppure rifiut del tutto l'idea, lasciandomi confusa. Raccont alle ostetriche di quella conversazione e loro mi presero in giro, soprattutto quando dissi loro di preparare il prima possibile i documenti di registrazione della bambina, per mettere mio marito davanti al fatto compiuto e costringerlo ad accettare il nome che le avevo dato. Quando mi fecero notare che avrebbe potuto opporsi ugualmente, registrandola di nuovo col nome che preferiva, assicurai loro che la sua spilorceria non gli avrebbe di certo fatto pagare due volte i documenti . Uscii, incontrai finalmente Muhammad e andammo a vedere Hanan insieme. Mi sedetti al cinema accanto a lui, pregando Dio di non mandarmi proprio allora la montata lattea. Invece, la commozione che mi prese quando lui mi baci la mano dicendo: Grazie a Dio stai bene fece traboccare il latte dal mio seno. Appena

inizi il film, Muhammad indic lo schermo per farmi vedere la parola Hanan, assicurandomi che il nome era molto bello e denso di significato. Poi scoppi a piangere . Mio marito non torn con la carovana dei pellegrini perch voleva fare ulteriori preghiere e saziarsi nel baciare la terra della sacra Mecca, dormire intorno alla Ka'aba, toccare la tomba del Profeta e visitare la celebre Medina. Torn dopo due mesi, senza preavviso, e io corsi a mettere Hanan accanto alla figlia di Ibrahim, anche lei nata in sua assenza, chiedendogli quale delle due fosse la figlia. Immediatamente indic Hanan. Mi mostrai tenera e sorridente, per paura che cambiasse il suo nome, dimostrandogli tutto il rispetto che si doveva a un pellegrino. Mi aspettavo che mi desse quello che gli avevo chiesto di portarmi: tessuti, turchesi e oro, come faceva la maggior parte dei pellegrini. Invece lui mi regal soltanto l'acqua benedetta di Zamzam, un po' di terra santa del monte Arafat, con cui avrei dovuto fare il mattone su cui appoggiarmi a pregare, e un rosario di grani neri. Sorvolai su questi doni e mi lanciai su un pacco legato con un pezzo di spago, che strappai con i denti per la felicit. Mi ritrovai a toccare un tessuto bianco ruvido e capii che era un lenzuolo funebre. Mi ci arrotolai dentro e uscii in salotto. Mi stesi a terra immobile, fngendomi morta, mentre tutti intorno mi pizzicavano per farmi ridere. Demmo a mio marito il titolo di Hajj, pellegrino, e io, come vezzeggiativo, lo chiamavo Hajjuj . Tutti ridevano, perch era tornato ancora pi pio e devoto di prima. Cominciava a chiamarci per la preghiera a voce alta, come quelli che nei villaggi annunciano i funerali e i matrimoni. Spronava piccoli e grandi a compiere le abluzioni rituali e a pregare, ed esortava le donne di casa, Mariam, Inaam, le figlie di Ibrahim e persino le vicine, a coprirsi il capo . Lo sentivamo recitare la shahada prima di addormentarsi, in caso la morte lo cogliesse nel sonno, e spingeva gli abitanti della casa a imitarlo. Passava molto tempo chino sul tappeto per la preghiera. Mi sentivo soffocare, perch non potevo muovermi in camera come volevo e lui non rispondeva alle mie domande. Io per non la smettevo e continuavo a ripetergliele finch non muoveva la testa per annuire o rifiutare . Non sapevo perch, ma provavo gusto a farlo ridere mentre era accovacciato come un agnellino, e dicevo tra me e me: "Voglio far ridere la Sfinge". Una volta attaccai con gli spilli una coda di tessuto ai pantaloni del suo pigiama, in modo che pendesse sotto di lui quando si alzava, si piegava o si inchinava . Risi forte e tutti gli abitanti della casa accorsero. Fatima indic la coda del padre e rise, e allora anche il Hajj si mise a ridere . Ibrahim e "la Signora" Chiss se fu per salvarmi che Dio fece innamorare Ibrahim di un'altra donna, in modo che diventasse come tutti gli innamorati, che non vedevano niente e non sentivano altro che i battiti del loro cuore. Quando mi accorsi che la nostra timida vicina di casa, l'inquilina della camera che dava sul nostro cortile e che aveva la cucina e il bagno in condivisione con altri vicini, si era infatuata di mio fratello Muso lungo e aveva iniziato a gironzolargli intorno,

la benedissi, nonostante l'affetto che provavo per Khadija. Volevo che Ibrahim si concentrasse sui fatti suoi e non pensasse a me e al mio stato di innamoramento . Le avevamo dato il soprannome di "Signora", perch la credevamo nubile e vergine, ma poi lo sostituimmo con quello di "Due camere, cucina e salotto", quando lei, fin dalle prime volte che si frequentavano, lo mise al corrente di avere una casa a Beirut composta per l'appunto da due camere, cucina e salotto. Li spiavo perch non riuscivo a immaginare che Ibrahim conoscesse le arti del corteggiamento. Ero convinta che il loro rapporto non andasse oltre il saluto e le chiacchiere, al massimo potevano starsene seduti l'uno accanto all'altra sul divano. La relazione s'interruppe quando Khadija buss alla porta della Signora e le annunci: Digli che se ha fame la cena pronta. La signora aveva parlato con mia cognata e le aveva accennato che il marito la frequentava e che lei non aveva nulla in contrario a essere la seconda moglie. Khadija era venuta anche a sapere dalla Signora che mia madre era al corrente della relazione e la benediceva . Ibrahim torn a casa per cenare e la moglie, che portava in grembo il loro quarto figlio, non gli parl della vicenda, ma continu a fare le faccende domestiche come al solito . La Signora un tempo lavorava nella piantagione di un possidente di Beirut, che aveva comprato grandi appezzamenti della regione di el-Beqaa e veniva di tanto in tanto a visitare le sue terre. Quando aveva visto la Signora, gli era piaciuta cos tanto che l'aveva messa incinta. Lei aveva partorito il bambino con l'aiuto di un'ostetrica, che lo aveva avvolto ancora urlante in un asciugamano, era scomparsa insieme a lui e poi era tornata per comunicarle tra le lacrime che era morto . La Signora ci aveva creduto, convinta che Dio avesse avuto piet di lei e del suo bambino, mettendo fine alla sua vita . Ci nonostante, la Signora era rimasta incinta una seconda volta del possidente, invaghita soprattutto del suo bell'aspetto, della sua raffinatezza e della sua eloquenza. Aveva messo al mondo un secondo figlio, un altro maschio, e l'ostetrica lo aveva avvolto di nuovo in un asciugamano, era tornata piangendo e aveva comunicato la notizia della sua morte alla madre, ripetendo: Dio solo sa perch i tuoi figli muoiono... . Poi era entrata la cognata del possidente e le aveva chiesto di prepararsi, perch avrebbe lasciato definitivamente la piantagione per trasferirsi a Beirut, dove le avevano comprato un appartamento consistente in due camere, cucina e salotto . La Signora aveva preferito darlo in affitto e prendere per s una piccola camera. Fu cos che divent la nostra vicina di casa. Passarono gli anni e la Signora invecchi. Inizi a cercare i suoi due figli, dopo avere intuito che non erano morti come le era stato detto, ma che erano stati rapiti per evitare uno scandalo. I suoi sforzi per rintracciarli, per, furono vani . Il mandorlo sa tutto Appena Ibrahim smise di vedersi con la Signora, torn a osservare tutti i miei movimenti. Ebbi allora l'idea diabolica di lasciare Beirut per passare l'estate a Bhamdoun. Mio marito, il Hajj, prese in affitto su mia insistenza una casa in un residence, perch non riuscivo a sopportare il caldo soffocante di

Beirut n la sua umidit, cos forte da sembrare che il cielo ci rovesciasse addosso gocce di acqua bollente. Il fatto che potessimo prendere una casa in affitto in montagna era il simbolo del nostro passaggio a una classe sociale media: tra le persone che conoscevamo, eravamo ormai pi vicini ai ricchi che ai poveri. Vennero a trovarci in molti, perch Bhamdoun era nota per essere la gemma delle localit estive. Assaporavo la libert insieme a Mariam, che non mi abbandonava mai: mio marito andava al lavoro ogni giorno a Beirut con mio fratello Kamil, che viveva ancora con noi, e non tornavano mai prima di sera. Ridiventai una bambina: me ne andavo in giro come facevo negli orti di Nabatieh, spalancavo le finestre che affacciavano sulle valli e sulle case di pietre rosse e non sugli occhi indagatori e sulle voci dei vicini, come a Beirut . Mi dimenticai dell'esistenza di Ibrahim, nonostante sentissi la mancanza della sua famiglia. Io e Mariam vivevamo come le protagoniste dei film, nella nostra residenza estiva in campagna, con gli alberi, l'acqua, la natura e l'amore. Andavamo verso la sorgente sulla montagna di Bhamdoun e i caff di elMansheyya. Muhammad veniva regolarmente a trovarmi . Appena sentiva l'aiutante dell'autista strillare: Aalia, Bham-doun, Sawfar, saliva sull'autobus come ipnotizzato. Una volta arrivato nel centro di Bhamdoun, supplicava Dio di riuscire a incontrarmi, perch aveva soltanto due ore prima che l'autobus ripartisse. Gironzolava per i luoghi che sapeva che noi frequentavamo e, se non ci trovava, si fermava di fronte a casa in attesa che io o Mariam ci affacciassimo alla finestra, come facevamo abbastanza spesso, perch eravamo in attesa del suo arrivo da un momento all'altro. Correvo verso di lui scalza o in pantofole e andavamo insieme sotto il mandorlo. L'albero cresceva in una zona di rocce, cespugli secchi di spinaporci e sassi rossi, come se stesse lottando da solo contro la volont della natura. Il mio amato vi incise il giorno in cui era iniziata la nostra storia accanto ai nostri nomi, esattamente come nel film Lacrime d'amore, e aggiunse poi le date dei nostri appuntamenti . Una volta lo incontrai di notte e, mentre camminavamo nel vigneto, lui mi disse: Tu non sei una discendente di Eva . Mi domandai cosa intendesse, pensando che alludesse al fatto che sembravo pi piccola a causa della mia statura, ma mi spieg che Eva era furba e traditrice . Pensai dentro di me: "Non sono stata forse furba a prendere in giro tutti, a casa, dicendo che avevo perso il mio bracciale d'oro nel vigneto e a scendere con la lanterna insieme a Mariam per cercarlo?" . Camminavamo parlando del nostro grande amore al chiaro di luna, sotto le vigne e i grappoli d'uva che non si riuscivano a riconoscere chiaramente per il buio e che mi sembravano dormire in piedi, con le foglie a far loro da coperte. Lo dissi a Muhammad e lui si compliment per la mia fantasia. Intorno a noi il silenzio era interrotto soltanto dalla sua voce e dal rumore del vento, che mi spaventava perch era capace di smuovere persino le pietre. Mi strinsi a Muhammad e i battiti del mio cuore accelerarono. Fummo inseguiti da un cane che abbaiava forte. Mi aggrappai a Muhammad e, appena riuscimmo a seminarlo (a dirla tutta fu lui che ci lasci stare), mi girai per chiedere al cane se l'avesse

mandato il Hajj per seguirci. Ridemmo a lungo tutti e tre, poi chiesi a Muhammad di mettere la mano sul mio cuore, che non era in grado di sopportare insieme l'amore e la paura, come disse lui. In seguito mi lesse i pensieri che aveva scritto a proposito di questa passeggiata notturna: come se sentissi quel cuore, il tuo, che mi abbraccia, che batte violentemente e che io ascolto con diletto mentre nelle mie vene scorrono i brividi dell'amore. Ah, se questa notte potesse durare per sempre e se questa luna non tramontasse per poi tornare a sorgere, e se io potessi stare accanto a te per l'eternit.. . Vivevo in uno stato di grazia che Dio mi concedeva due volte: la prima quando incontravo Muhammad in carne e ossa, e la seconda quando metteva su carta i nostri incontri appena arrivato a Beirut, per tornare a riviverli. Cominciammo a scambiarci lettere, non tra il Cairo e il Libano, come in Lacrime d'amore, ma tra Bhamdoun e Beirut, ed era la nostra vicina di casa a leggermi i suoi messaggi. Dalla lettera che mi mand tramite Mariam, che era andata a Beirut per curare un dente, venni a sapere che di notte tornava negli stessi luoghi in cui c'eravamo incontrati di giorno, per lasciarmi un segno, e poi aspettava, sicuro che le mie gambe mi avrebbero portato in quello stesso posto, perch la mancanza del mio amato sarebbe stata troppo forte . L'indomani andai verso l'albero di mandorlo per cercare il segno che mi aveva lasciato: magari una pietra che aveva sistemato in un modo che attirasse la mia attenzione, e il mio cuore palpitava mentre tenevo la lettera e me l'avvicinavo al viso. A volte cercavo invece una perla d'avorio o un fiore appassito, immaginando che si fosse seduto l, su quella roccia liscia . Pi i giorni dell'estate passavano, meno il pensiero del mio rapporto clandestino mi angosciava. Ero convinta che il nostro segreto non sarebbe mai venuto a galla e una volta chiesi addirittura a Mariam di scattarci una foto con la macchinetta di Muhammad. Lui indossava una giacca bianca e mi teneva in braccio; le mie pantofole erano sul punto di sfilarsi e io cercavo di tenermi la gonna per evitare che mi si scoprissero le cosce . Un'altra volta c'eravamo fatti una foto mentre ci davamo la mano, come se una terza persona, invisibile, ci stesse presentando. Non osai conservare io stessa le foto, ma fu Muhammad a tenerle, senza che venissi sfiorata dall'idea di quanto potessero essere pericolose se fossero finite nelle mani di qualcuno che voleva farci del male. Le affidai a lui e le presi soltanto una volta per farle vedere a Fadila . Le foto mostravano il nostro amore, ma non erano in grado di rivelarne veramente la profondit: sembravo felice, vivevo con lui in mezzo alla natura che ci faceva da casa, con le sue pareti di alberi e rocce. Le mie figlie mi proteggevano: se qualcuno di Bhamdoun ci avesse visto scambiarci qualche effusione, avrebbe pensato che eravamo un padre e una madre ancora innamorati, con le due bambine che giocavano e gironzolavano intorno a noi. Guardando le foto mi domandavo: "Ma questo nostro amore reale, anche se vissuto solo in segreto?" .

Quattro anni o forse quattro attimi Per quattro anni non permettemmo che niente potesse fermarci, nonostante le pressioni della famiglia di Muhammad, che gli chiedeva di lasciarmi per sposarsi e farsi una famiglia . Il fratello maggiore di Muhammad tent di distoglierlo dal nostro rapporto e gli scrisse: Non disapprovo il tuo amore per questa donna, che degna d'amore, ma tu per primo sai cosa giusto fare. Vorrei, dal profondo del mio cuore, essere la persona che pu realizzare i tuoi desideri, anche a scapito della mia vita. Sai quanto l'ipocrisia sia lontana da me e quanto mi preoccupi dell'onore di mio fratello Muhammad. Ma ripensaci e ascolta il tuo cuore . Dio e i suoi angeli mi sono testimoni di quanto mi dispiaccia dirti questo, ma preferisco che tu ti allontani da chi non puoi avere e che potrebbe costarci caro . Dopo avermela letta, Muhammad ripieg la lettera e la infil nel cassetto della scrivania. Poco dopo, sua madre, che era venuta a trovare lui e i fratelli a Beirut, decise di tornare al Sud. E scappata da me e te, mi disse con un filo di voce . Mi strinse la mano e la baci . Mi venne in mente Ibrahim che mi sgridava: tutta la vita che so leggere dentro di te come sul palmo della mia mano, ma quest'immagine l'ho sempre rifiutata. Feci spallucce: non mi interessava, e pensai invece a Muhammad appoggiato sul mio petto mentre io cantavo per lui . Quando la sua famiglia venne a conoscenza della nostra relazione, le pressioni perch si sposasse aumentarono. Una volta sua sorella Miskiyya, la mia fonte d'informazioni, mi fece vedere le foto di alcune ragazze in et da marito che una parente di Muhammad gli aveva mostrato nella speranza che gli piacesse un'altra. Non strappai quelle foto, ma preferii sfregiarle disegnando sui loro visi i baffi e la barba. Nonostante questo mio comportamento, Miskiyya mi comunic anche che la sua famiglia gli aveva scelto una moglie. Le chiesi quando sarebbe andata in visita a casa loro la futura sposa e mi nascosi in una stanza in attesa del suo arrivo. Appena sentii i suoi passi, girai la mia fede verso l'interno in modo che sembrasse un anello di fidanzamento. Aprii la finestra tenendo la mano bene in vista e iniziai a canticchiare. Aspettai un po' e poi rientrai . Venni a sapere in seguito che la madre e la figlia avevano visto dalla finestra la mia mano e l'anello di fidanzamento e se ne erano tornate l da dove erano venute. La madre mand poi un'aspra lettera di rimprovero alla famiglia di Muhammad, in cui descrisse la scena della mano che si affacciava dalla finestra e le canzoni che aveva sentito . In quegli anni Muhammad perse la speranza di poter vivere insieme a me. A volte, verso mezzanotte o l'alba, passava davanti alla stanza da letto di casa mia e si sporgeva per guardare dentro. Non lo faceva per lasciarmi un fiore o un mazzetto di basilico profumato come in passato, ma per spiarmi e per assicurarsi che non dormissi accanto a mio marito, che non indossassi una camicia da notte che lasciasse le spalle scoperte o, come mi disse una volta, per essere certo che io esistessi davvero e non fossi soltanto un prodotto della sua fantasia, come sembrava dagli incubi che lo tormentavano .

I suoi sospetti contagiarono anche me: cominciai ad andare a casa sua prima del nostro appuntamento per rovistare nelle sue tasche, in cerca di un capello che non mi apparteneva . Avevo iniziato a comportarmi cos quando mi aveva detto che sarebbe dovuto andare per una settimana al porto, dove era ormeggiata una grande nave, per le procedure di ingresso dei turisti. Ebbi paura che si innamorasse di una bionda e chiesi a Fadila di accompagnarmi per spiarlo. Appena arrivate, sentimmo un gran fracasso e vedemmo dappertutto soldati, facchini e sommozzatori. Abbandonammo l'idea di beccarlo e Fadila ferm un uomo per chiedere informazioni sulla nave che aveva portato le straniere . Perch, vuoi farle lavorare? le chiese lui . Fadila insult lui e tutta la sua famiglia. Scappammo via malgrado il porto fosse bellissimo: i piroscafi sembravano case ormeggiate sul mare e dietro di loro si ergevano le montagne ornate di neve . Pur non avendo alcuna prova che Muhammad avesse intenzione di sposarsi, la mia gelosia continuava ad aumentare e divenne palpabile in ogni mio respiro. Una volta arrivai al punto di infilarmi nel suo armadio e restare seduta al buio l dentro, due ore prima del nostro appuntamento, per riuscire a coglierlo in flagrante insieme a un'altra. Dovevo essermi addormentata e non sapevo quanto tempo fosse passato quando mi accorsi che faceva avanti e indietro nella camera . Sentii lo scricchiolio del letto, i suoi sospiri e il movimento della finestra che si apriva. Solo a quel punto lo udii dire a se stesso: Sembra proprio che la mia piccola Kamila sia stata trattenuta. Mi venne spontaneo urlare dall'armadio: Ehi! Sono qui dentro!. Uscii ridacchiando e gli raccontai dei miei sospetti. Ne ridemmo insieme, mentre lui mi stringeva forte a s fino a farmi quasi scrocchiare le ossa . Mi rassicur che non avrebbe mai potuto portare un'altra donna nella sua camera, che era tappezzata di foto mie sistemate in cornici dorate sopra la zanzariera. Mi tenne la mano e la baci. Poi pianse. Tu hai paura che mi sposi... E aveva ragione . L'amore sembrava averci lasciato in un deserto: pi ci avvicinavamo e bevevamo l'acqua della nostra felicit, pi la sete l'uno dell'altra aumentava. Lo rimproveravo e lui faceva lo stesso, tiravamo le somme di quello che avevamo fatto, ma non otevamo penetrare l'uno nel corpo dell'altra e nasconderci La realt ci precludeva ogni via di fuga: come avrei potuto contattare Muhammad se mi fossi ammalata? Lui invece aveva preoccupazioni di altro tipo: come pu amarmi mentre vive con un altro? Come posso inondarla di tutto questo amore e tornare poi di notte, solo, nella mia camera? Ma la gelosia e la rabbia di Muhammad furono nulla in confronto alla reazione di suo fratello, innamorato follemente di Mariam, quando lei lo rifiut. Non le piaceva n d'aspetto n per il modo di parlare. Ah... se fosse come Muhammad.. . Non sembra neppure suo fratello! diceva . In realt nessuno dei quattro fratelli di Muhammad gli assomigliava fisicamente, caratterialmente o nell'intelligenza e, nonostante non fosse il

primogenito, si sentiva il capofamiglia. Tutti correvano da lui per parlare del loro futuro o per chiedergli consigli, tanto che si sentiva soffocato dal peso delle responsabilit. Continuava a adempiere i suoi doveri nei loro confronti e davanti a me li difendeva a spada tratta: Siamo una famiglia. Nelle nostre vene scorre lo stesso sangue . Malgrado tutto questo, suo fratello ebbe il coraggio di andare al negozio di mio marito e di raccontargli della nostra storia, esordendo cos: E vero quel che si dice: il marito sempre l'ultimo a saperlo. Tua moglie Kamila sempre a casa nostra. Lei e mio fratello Muhammad si amano . Mio marito sent che tutto intorno a lui girava ma, nonostante lo shock, non lasci il negozio. Aspett l'ora solita per tornare a casa, mi chiam da parte e cerc di capirne di pi . No. E una menzogna gridai. Dammi il Corano perch possa giurarci sopra. Me lo pass mentre ripeteva tenendosi la testa: Mi gira tutto . Presi il Corano in mano, chiusi gli occhi e sussurrai dentro di me: "Dio, mentir sul tuo nome. Per favore, non ascoltarmi. Vorrei solo ricordarti che mi hanno costretta a sposare il Hajf. Giurai a voce alta che non avevo nessun rapporto con Muhammad e aggiunsi che sua sorella era una delle mie migliori amiche . L'indomani non andai all'appuntamento con Muhammad. Di solito pranzavamo insieme e ci addormentavamo, soprattutto quando pioveva, e cos mi illudevo che fossimo sposati. Dopo un'oretta mi alzavo, giusto in tempo per arrivare prima che mia figlia tornasse da scuola. Mi diressi invece verso l'ufficio di Muhammad e lo aspettai per strada finch non usc. Appena mi vide, ebbe la conferma di quello che era accaduto. Mi rassicur e poi mi rigett nel panico chiedendomi se volevo divorziare e sposarlo, in modo che potesse sistemare la questione. Gli risposi minacciandolo: Allora vuoi che mi butti sotto quella macchina?. Chiedere il divorzio significava confermare al Hajj e a Ibrahim che ero un'imbrogliona, un'ipocrita priva di onore, soprattutto dopo che avevo giurato sul Corano di non aver nulla a che fare con Muhammad. Mi consol dicendo che avrebbe mandato il fratello maggiore da mio marito per assicurargli che le voci che gli erano giunte erano totalmente infondate . E infatti il fratello and subito al negozio di mio marito per confermargli la mia innocenza e per smentire le affermazioni dello sconsiderato fratello minore, giustificandolo dicendo che il rifiuto di Mariam l'aveva sconvolto, e assicurandogli che io ero per loro come una figlia e che mi volevano bene come a una sorella . Dopo il suo intervento avrei dovuto tranquillizzarmi e calmarmi, ma chi avrebbe potuto proteggermi da Ibrahim, che era deciso a smascherare le mie bugie e la mia ipocrisia, rivelando la mia relazione illecita? Fino a quel momento ero stata come una gazzella capace di trasformarsi in una roccia o in un albero ogni volta che vedeva avvicinarsi il leone Ibrahim - e si convinceva di non aver via di scampo . Come volevasi dimostrare, appena uscii dal bagno me lo trovai davanti che mi aspettava. Mi misi a pregare perch qualcuno entrasse in cucina in quel momento, anche uno dei figli, ma invano. Sei senza onore, mi aggred e se pensi che io

sia un baccal ti sbagli di grosso. Io so del tuo rapporto con quel bastardo. Pensa forse che abbiamo paura di lui perch ha un suo prestigio e un lavoro statale? Anche lui privo d'onore e non ha il minimo rispetto per te, per la tua famiglia e neppure per se stesso. Tremavo, ma continuavo a negare: Giuro su Dio che tutto quello che hai sentito una bugia, una menzogna! . Fu come gettare benzina sul fuoco, perch all'improvviso allung il braccio per schiaffeggiarmi, una, due, tre volte . La sua mano si era trasformata in un batticarne e ogni colpo era accompagnato da insulti. Smise soltanto quando tutti gli abitanti della casa si radunarono intorno a noi attirati dalle mie urla, che erano arrivate fino al cielo. Khadija fu l'unica che ebbe il coraggio di allontanarlo da me. Mi ritirai, sentendomi in disgrazia e sopraffatta dallo scandalo, come una colomba cui abbiano tagliato le ali. Anche quando il mio pianto si esaur, l'afflizione continu ad abitare nel mio cuore, convinta com'ero che non avrei mai pi rivisto Muhammad . Ibrahim e mio marito decisero che non potevo mettere piede fuori di casa se non insieme a Khadija, e a nessun altro. Riuscii a scappare ugualmente, pur sapendo che stavo gettandomi nella bocca del leone. Muhammad mi aspettava a un angolo. Ero molto dimagrita e lui cerc di farmi dimenticare l'accaduto. Suo fratello era in preda al rimorso e aveva dichiarato il suo pentimento. Gli raccontai tremante che mio marito e Ibrahim avevano deciso che non potevo uscire di casa se non con Khadija e che era diventato impossibile vederci . Per evitare lo scandalo mi chiusi in casa come un fantasma: facevo attenzione a farmi vedere soltanto con mia cognata, ma la notizia della mia storia con Muhammad fin ugualmente sulla bocca di tutti. Sentii il proprietario di un negozio dire a un suo collega, mentre passavo accanto a loro: Tre sono le cose che nessuno pu nascondere: di essere innamorato, di aspettare un figlio o di essere in groppa a un cammello! . Mi girai per insultarli, come aveva fatto la donna di Nabatieh che era stata fatta sfilare al contrario in groppa a un asino perch rimasta incinta di un uomo che non era il marito. Tutti dovevano sapere quello che aveva fatto. Invece mi morsi la lingua e proseguii, ringraziando Dio di vivere a Beirut e non a Nabatieh . Decisi che l'unico modo per confondere le acque era concedermi a mio marito. Una mattina mi svegliai e scherzai con lui, dicendogli che avevo sognato di aver partorito un maschio, che avevamo chiamato Mustafa. Quando scese la notte, con grande sforzo e con profondo disgusto scivolai nel letto del Hajj e mi concessi a lui. Provai a spingerlo via al momento giusto per non rimanere incinta, come avevo imparato da Muhammad: mio marito non aveva nessuna idea di queste tattiche e non cap cosa stessi cercando di fare. Appena fin, tirai un sospiro di sollievo, corsi in cucina e accesi il fornello a cherosene per far bollire l'acqua, per annunciare a Ibrahim che le cose tra me e mio marito andavano bene: bollire l'acqua di notte significava infatti che c'era stato un rapporto sessuale . Tornai a letto piangendo in silenzio, sussurrando a Muhammad: Perdonami, l'ho fatto solo per il nostro amore .

Dal canto suo lui, che smaniava perch tutto tornasse come prima, non poteva fare altro che scrivermi. Stavolta insistetti che le lettere venissero consegnate soltanto in mano a Mariam, perch non mi fidavo pi dei suoi vecchi trucchi, come quando me le lasciava sotto una pietra o nel fondo di una busta piena di frutta che mi consegnava il ragazzo della bottega. Poich non uscii di casa per un bel po', una delle sue lettere rimase qualche giorno nel mio reggiseno, finch andai da Fatima la sarta, che me la lesse . Diceva: Abbiamo dimenticato il dolce passato per giocare con un presente triste... Tu sei mia, volente o nolente. La tua vita parte della mia . Ogni giorno che passa e noi siamo distanti una perdita irrecuperabile . Vieni da me, Kamila. Dimentica la mia famiglia, pensa solo a chi ti ama. Ti amo, anzi, ti adoro. Mi riprometto di vivere per te. Vieni da me, Kamila, perch la vita breve e la nostra non durer per sempre . La tua lontananza una perdita e la tua vita senza di me non altro che il nulla. Raggiungimi, Kamila. Andremo in un mondo che non abitato dagli uomini, in cui non vive nessun altro, un mondo di fiori e boschi che ci conquistano, un mondo di passeri e usignoli . Andate avanti e indietro neanche foste le spolette di una macchina per cucire: mica posso cambiarle le suole ogni giorno! Aspettai inutilmente l'arrivo delle mestruazioni. La paura mi paralizz, perch poteva significare soltanto che ero di nuovo incinta di mio marito. Sicuramente Muhammad mi avrebbe accusata di averlo tradito e mi avrebbe lasciata. E poi io non volevo un altro figlio da mio marito! Chiss, forse Dio mi aveva sentito raccontare al Hajj il sogno in cui aspettavo un maschio cui davamo il nome di Mustafa. Nonostante il dispiacere e il rimorso per la gravidanza, essa mi diede la forza e il coraggio di fronteggiare Ibrahim . Cercavo ogni espediente possibile per uscire di casa senza Khadija: accompagnavo mia madre e poi la lasciavo da una qualche parente per correre a casa di Muhammad, oppure mandavo un messaggio alla moglie di mio fratello Hasan perch venisse a casa nostra per accompagnarmi dal dentista, e poi, appena mi trovavo per strada, correvo verso casa sua . Una volta addirittura chiesi a Khadija di accompagnarmi a vedere un film al cinema. Era totalmente all'oscuro del fatto che Muhammad sarebbe stato con noi. Khadija si sedette come schiacciata dal peso delle responsabilit che aveva lasciato a casa, soprattutto perch mio fratello era molto esigente e lei temeva la sua ira e i suoi cambiamenti d'umore. Ci sedemmo vicine e il posto accanto a me rimase libero. Muhammad ci raggiunse e si accomod facendo attenzione che mia cognata non notasse nulla di sospetto, mentre io non riuscivo neppure a esprimere tutta la gioia che provavo per essere seduta accanto a lui. Mi sentivo stanca ed esausta, e speravo soltanto che i nostri incontri tornassero semplici e sicuri com'erano prima. Mi sembrava che quello che era accaduto fino a quel momento non fosse altro che un venticello foriero di ben altre tempeste. Improvvisamente fui presa dal panico e stesi le mani per avvicinare il viso di Muhammad a me, ma poi mi ritrassi e mi limitai a sistemare il velo .

Finito il film, Khadija non volle che ne parlassimo durante il tragitto di ritorno e si mise a tremare per paura che il marito arrivasse a casa prima di lei. E aveva ragione. Il marito prese le sue scarpe per controllarle e si rivolse a me dicendomi: Tu e Khadija andate avanti e indietro neanche foste le spolette di una macchina per cucire: mica posso cambiarle le suole ogni giorno! . Il suo gelo mi succhia i desideri e i suoi desideri mi succhiano il sangue Bench continuassi a incontrare Muhammad qua e l, mi rifiutavo categoricamente di andare a casa sua, finch non mi mand un messaggio che non potevo ignorare: Sono assalito da una profonda tristezza e dalla nostalgia, e sento avvicinarsi la mia ora. Dammi l'addio . Presi la mano di mia figlia Hanan e da lei trassi forza e coraggio. Andammo da Muhammad, ma a lei dissi che andavamo dal medico. Non potevamo vivere il nostro amore come lui mi aveva detto nel suo ultimo messaggio: Tu sei mia, volente o nolente . Non avevo la pi pallida idea di quello che mi stava succedendo: come avevo fatto a concepire e poi abortire Mustafa? Non avevo chiesto a nessuno di colpirmi la schiena, come facevano tutte le donne che volevano uccidere i figli che portavano in grembo, e non mi ero neppure fatta un'iniezione di chinino. Di nascosto mi ero per messa a saltare dal letto a terra. Quando ero stata sul punto di svenire, avevo preso una tisana di prezzemolo chiedendo perdono al figlio che portavo in grembo. Avevo ripetuto l'operazione per una settimana intera, finch una mattina mi ero svegliata in un lago di sangue, assalita da crampi micidiali. Avevo visto poi il piccolo Mustafa grande quanto un dito. Avevo cominciato a urlare, finch tutti gli abitanti della casa erano accorsi. Non so chi mise quello che restava di Mustafa in una ciotola piena di acqua per un giorno intero, in modo che tutti, grandi e piccoli, potessero vederlo prima che venisse seppellito in giardino. Pregai Dio e gli chiesi perdono. Mi convinsi che Mustafa voleva morire e che io gli avevo dato soltanto una mano. Quante volte avevo infatti sentito di donne che provavano in ogni modo ad abortire, fallendo sempre miseramente? Nonostante il dolore e i rimorsi che mi affliggevano, dopo qualche giorno tornai a essere quella di prima, come fa la pianta dell'alchechengio, che si chiude e si abbassa quando una mano la sfiora, per poi rialzarsi. Ma finsi di essere ancora fragile e debole perch Ibrahim mi lasciasse in pace . Da parte sua, Muhammad viveva in un'altra realt: era triste e sull'orlo di un esaurimento nervoso, ma la sua famiglia ricominci a fargli pressioni perch mi lasciasse. Il fratello maggiore mi mand un messaggio tramite la moglie, che Fatima la sarta mi lesse parola per parola: Se veramente ami Muhammad, devi lasciarlo. A causa tua non si preoccupa di cosa meglio per lui e trascura la sua vita e il suo futuro . Non riuscivo a capire cosa intendessero: Muhammad era un dipendente della Suret Gnrale e, nonostante si lamentasse del suo misero stipendio, che non bastava a coprire tutti i suoi bisogni, riusciva comunque a comprarsi completi da centoquaranta lire, di ottimo tessuto. Le sue camicie di cotone erano elegantissime, cos come i calzini, le scarpe, i fazzoletti, le cravatte. Aveva un

paio di occhiali da sole (nessuno nella mia famiglia li aveva mai comprati, convinti che fossero solo per i ciechi), addirittura un binocolo e moltissimi libri. Frequentava i ristoranti, i caff e andava anche al cinema. Non conoscevo nessuno che conducesse quel tipo di vita, tranne gli attori e i ricchi. Forse il vero problema era che la sua famiglia era della stessa pasta di Ibrahim e mio marito: non credevano all'amore . Biasimai il fratello per avermi scritto quella lettera odiosa, ma Muhammad lo difese e mi critic. Tacqui stupita davanti a lui, che era diventato come mio marito e Ibrahim: mi rimproverava Mi faceva capire che non mi sopportava, ma io ignoravo il suo pessimo umore, anche quando lo sentivo maledire se stesso perch sprecava l'amore, rimettendoci in salute. Mi accus di non conoscere null'altro che la lingua dei baci, della seduzione, del corteggiamento e della civetteria. Andavo nella sua camera e cantavo per lui che era l'amore a riempirmi di vita, e non il contrario, come credeva. Il fatto era che lui voleva una moglie . Me ne accorsi pian piano: una volta mi vide togliere dalla valigetta i suoi vestiti, lavati e stirati da Mariam. I suoi occhi si fecero lucidi, poi sospir. Insistetti per sapere il motivo di quel sospiro e lui mi confess che desiderava una moglie che svolgesse quelle incombenze per lui. Perch, non ti lavo gi io i vestiti? obiettai e lui replic: Vuoi sapere la verit? No . Pensai di uscire da quella camera e di non rimetterci piede finch non fosse tornato la persona che conoscevo. Per ogni inizio c' una fine ed ecco che lui aveva deciso di lasciarmi . Sicuramente l'aveva promesso alla madre e io, desiderosa di sapere tutta la verit, gli chiesi se era ancora risentita per la nostra relazione . Non voglio farla arrabbiare mi rispose Muhammad . Purtroppo la sua salute cagionevole. Gli suggerii, dandomi un pizzico sulla pancia, di allontanarci per un po'. Mi terrorizz sentirlo borbottare delle parole di cui capii soltanto: E come, se tu mi segui come un'ombra? Come posso conoscere un'altra? . Stavo per inveirgli contro: non si rendeva conto del pericolo che correvo ogni volta che lo incontravo? Inghiottii il rospo e lo lasciai dopo aver posato la chiave della camera sulla scrivania e giurato sul Profeta e sugli imam che non avrei mai pi rimesso piede in quella stanza. Mi giustificai con me stessa dicendomi che lo facevo anche per la mia tranquillit . Mi ero stancata dei trucchi e dell'ipocrisia, di trascinarmi dietro un'amica o un'altra, o addirittura le mie figlie, ogni volta che volevo vederlo . No, non volevo entrare mai pi nella sua camera come una ladra. Basta, non ne potevo pi di correre a casa prima che Ibrahim e mio marito tornassero dal lavoro. Mariam cerc di giustificarlo, di consolarmi e di distrarmi, senza riuscirci. Non vedevo l'ora che arrivasse il giorno successivo per sapere se voleva davvero lasciarmi o se era solo la mia immaginazione . Come al solito mi diressi verso casa sua, rimuginando sul perch gli avessi lasciato la chiave della camera e quella del portone. Accumulai un po' di sabbia e la misi sul davanzale, per segnalargli la mia presenza, ma inutilmente. Mi dissi

che forse stava riposando dopo il lavoro. Di pomeriggio ammucchiai nuovamente la sabbia: sembrava ormai che ci fossero tante piramidi, immense e alte. Anche stavolta non accadde nulla . Invocai la notte e ringraziai Dio di averla creata, insieme alla stanchezza, al sonno e anche alle ciglia degli occhi; dormii in mezzo alle mie figlie, benedicendo nuovamente Dio che me le aveva donate. L'indomani, appena si fece l'una, l'ora in cui Muhammad tornava dal lavoro, girai intorno a casa sua e ammucchiai nuovamente la sabbia davanti alla finestra, da cui era sparita quella del giorno precedente. Mi allontanai per un'ora, tornai e la trovai ancora al suo posto. Persi la pazienza e iniziai ad accumulare sabbia su sabbia, fino a coprire tutto il davanzale. Una bambina mi vide e mi chiese se stessi giocando a costruire una casa. La ignorai e lei ripet la domanda . Qualcuno la chiam e percepii, senza girarmi, gli sguardi della madre che bruciavano sulla mia schiena. Sentii uno schiaffo: la madre aveva picchiato la bambina perch non poteva picchiare me, che dal suo punto di vista ero una donnaccia . Vidi che Muhammad aveva tolto la sabbia e finalmente apr la porta della camera. Entrai col cuore gi leggero. Risi della nostra incapacit di separarci per pi di un giorno. Era come se non ci fossimo visti per anni, ma lui non aveva voglia di scherzare. Lo trovai esausto, mentre io provavo soltanto il desiderio fortissimo di buttarmi tra le sue braccia e un senso di tristezza per il fatto che gli stavo imponendo di nuovo la mia presenza . Muhammad mi disse che il suo nome era sulla lista di quanti sarebbero dovuti andare nella zona di el-Beqaa per distruggere la produzione di hashish . Il mio cuore s'intrist nuovamente: mi stava lasciando, un po' alla volta. Gli chiesi dove fosse finito l'amore e, prima di dargli l'opportunit di replicare, proseguii in arabo classico, imparato dalla radio e dal cinema per poter sembrare colta: Arriva sempre il giorno in cui si fanno i conti, quello in cui l'innamorato perde la pazienza, quello in cui spalancando le braccia dice: "Ci sono solo due possibilit: o viene la mia amata, mi prende per un braccio, mi stringe a s e io la stringo a me, o giunto il momento di cacciarla dalla mia vita. E come un dente: senza non posso gustare i cibi, ma ormai mi duole giorno e notte" . Muhammad ascolt in lacrime questa mia metafora. Pianse perch io provavo per lui tutto quell'amore e mi disse che avrei dovuto lasciare mio marito e sposarlo. Io non sentivo pi nulla, chiusi le orecchie e il cuore. Mi chinai verso di lui per baciarlo, ma lui mi respinse dicendomi che i baci erano solo un'iniezione di antidolorifico, una soluzione temporanea, il cui effetto svaniva poco dopo . Provai a fargli notare che presto o tardi noi ci saremmo sposati, perch mio marito sarebbe morto. Mi chiese perch non gli avessi detto che soffriva di una malattia incurabile, come se avesse scoperto un segreto, ma io gli risposi che sarebbe morto perch era pi grande di noi. Rise di me con un pizzico di rabbia per la logica che applicavo . Allora gli proposi un'altra soluzione, pi realizzabile: Ci sposeremo, ma devi aspettare che crescano le mie figlie .

Vale a dire, quanti anni? Dieci. Si gir verso di me, costringendomi a guardarlo, e mi spieg che non si trattava di un film. L'amore doveva portare al matrimonio e noi dovevamo smetterla con le bugie. Passare due ore insieme rubate qua o l non la vita reale. Avevo mentito a me stessa quando avevo cancellato le mie figlie dalla foto scattata tutti insieme sotto il mandorlo, lasciando due macchie bianche al loro posto, che come le nuvole, vengono e poi se ne vanno via. Muhammad non voleva che me ne andassi senza dargli una risposta, positiva o negativa che fosse. Mi chiese se volevo diventare sua moglie, perch provasse a farmi ottenere il divorzio. Il mio rifiuto avrebbe significato che stavamo soltanto perdendo tempo . Divorziare da mio marito? Lasciare le mie figlie? Non riuscivo a vedere altro che Ibrahim che scuoteva la testa come per confermare la sua intuizione: ero una civetta, un'ipocrita, priva di buone maniere e di morale. Vedevo mio marito, di indole pacifica e all'oscuro del mio tradimento, guardare a terra in caso avesse trovato un pezzo di pane, che avrebbe alzato e baciato prima di spostarlo in un posto in cui nessuno potesse calpestarlo . Allora devo dedurre che stiamo perdendo tempo, n pi n meno... rispose Muhammad al posto mio. M'incamminai verso casa, sola, senza nessuno che potesse coprire la mia menzogna. Quando mi apparve di fronte, mi sembr che casa mia avesse due mani che mi afferravano per il collo e mi stringevano fino a soffocarmi. Non vedevo nulla davanti a me, soltanto il buio . Entrai e trovai Ibrahim che mi aspettava. Sapevo di essere in ritardo, ma non credevo fino a quel punto. Avevo perso la cognizione del tempo mentre accumulavo una piramide dopo l'altra. Mi diede uno schiaffo chiedendomi dove fossi stata. Mio marito corse in mio soccorso. Sbattei la testa contro il muro e me ne andai a letto, mentre le mie figlie si aggrapparono a Mariam. L'indomani mi diressi verso la Roucha, decisa a porre fine alla mia vita. Pensavo a Umm Fawzi e capii perch tre anni prima si era suicidata senza pensare ai suoi piccoli . Umm Fawzi, la nostra vicina, quella cui avevo chiesto di nascondermi in soffitta perch non mi costringessero a sposarmi, la stessa che aveva supplicato Afcu Hussein di darmi i soldi per comprare un paio di calze di nylon. Era mia amica e, poich usciva di casa raramente, le raccontavo le trame dei film che andavo a vedere. Era la seconda moglie di Abu Fawzi, la cui prima moglie era morta lasciandogli una figlia. La ragazzina aveva vissuto con loro per un breve periodo, finch il fratello di Umm Fawzi l'aveva vista, se n'era innamorato e l'aveva sposata . Ma la ragazzina aveva cominciato a bisticciare con la suocera . Una volta il marito le aveva dato uno schiaffo e lei, offesa, era corsa a versarsi addosso del cherosene. Era morta tra le fiamme . Si sentivano spesso storie del genere: una donna si dava fuoco, un'altra moriva bruciata, un'altra ancora guariva, ma passava tutta la vita con la faccia sfigurata, di un'altra si poteva vedere il cuoio capelluto perch tutti i capelli erano bruciati. Abu Fawzi aveva accusato della morte della figlia la famiglia della moglie, dicendo: In nome del profeta Muhammad e dell'imam Ali, che io veda tutte le

loro figlie ridotte in cenere, sulla terra e poi nell'aldil, rimuovendo totalmente il fatto che anche la moglie appartenesse a quella stessa famiglia. Da quando aveva lanciato quella maledizione, sua moglie aveva minacciato di darsi fuoco ogni volta che litigavano o anche solo discutevano. Lui non dava peso alle sue parole perch avevano gi tre figli, una femmina e due maschi, estremamente belli e educati . Ero entrata in casa di Umm Fawzi qualche minuto prima che si versasse addosso il cherosene. La porta era socchiusa, perch nessuno chiudeva la porta di casa nel nostro quartiere . L'avevo trovata sdraiata sul divano del salotto, col viso rivolto verso il muro. Vedendo che non si muoveva, mi ero convinta che dovesse essere gi in un sonno profondo ed ero scivolata fuori senza fare rumore, cos com'ero entrata. Ero scesa dalle scale e, giunta a met, avevo sentito le sue urla e le sue grida. I vicini erano accorsi per cercare di spegnere il fuoco portando le coperte, le lenzuola e l'acqua della fontana. Mi ero ritrovata improvvisamente nel bel mezzo di casa sua a disperarmi e a schiaffeggiarmi. Mi rimproveravo e urlavo: Che mi venga un colpo! Perch non ti ho rivolto la parola? Dio... Dio.... Come aveva potuto Umm Fawzi compiere quel gesto, lei che sapeva quanto le volessi bene? Come aveva potuto, lei che aveva tre figli? La paura si era impadronita di me, perch la richiesta del marito si era esaudita dopo neppure un anno: In nome del profeta Muhammad e dell'imam Ali, che io veda tutte le loro figlie ridotte in cenere, sulla terra e poi nell'aldil. Ed ecco Umm Fawzi morta in seguito alle sue bruciature, come se fosse stata dipinta di nero. Luccicava a terra come il catrame e sarebbe andata incontro a Dio simile al carbone. Mi ero buttata a terra, avevo raccolto i suoi capelli bruciati sparsi per la stanza e avevo pianto, promettendole di portare le sue ciocche in Siria, da Siti Zaynab . Allora vero che le preghiere si realizzano? C'era qualcuno che aveva pregato che Muhammad mi lasciasse o che Dio mi facesse morire? Lasciai la strada principale e m'incamminai verso una collinetta di fronte al mare . Non volevo morire dandomi fuoco: avevo paura che, se mi avessero salvata, come succedeva a tante che avevano tentato in questo modo il suicidio, sarei stata sfregiata per il resto della mia vita . Mi accompagnavano, anzi, mi dominavano la depressione e la tristezza, come se fossero esse stesse le mie due gambe, la destra e la sinistra. Mi davano forza e mi donavano il desiderio di suicidarmi. Mi misi di fronte al mare. Desideravo che il mio suicidio provocasse uno scandalo, che Ibrahim ne fosse additato come la causa. Non era lui che mi aveva schiaffeggiato? Volevo suicidarmi per diventare libera. Non volevo pi che mi inseguissero, n che qualcuno potesse dominarmi... Il mio suicidio doveva portare disonore a tutta la mia famiglia ed era la mia unica forza. Umm Fawzi si era vendicata cos del marito . E Muhammad? Avrebbe saputo che mi ero arresa e che non ce l'avevo pi fatta a camminare e a dondolarmi sospesa su una corda, come un'acrobata. Non ne potevo pi di quella vita con lui o senza di lui, con le mie figlie o senza di loro .

L'amore non pu ristagnare e il mio era come una tempesta, un uragano che non potevo fermare . Guardai il mare agitato. Non riuscivo a distogliere lo sguardo, come se l'acqua mi chiamasse. Le chiesi di aspettare un po' e in quel momento sentii una mano allungarsi e tirarmi verso la strada. Era un uomo della zona che mi stava osservando. Insistette per accompagnarmi a casa, nonostante gli avessi giurato su Dio e sul Profeta che mi ero pentita e che non avrei pi tentato il suicidio. Non si lasci convincere, malgrado le mie rassicurazioni, e alla fine gli confessai che la paura che mio fratello venisse a sapere del mio tentato suicidio era pi grande del terrore della morte. Mi sistemai i capelli, coperti da un velo nero, guardai i miei vestiti e mi lanciai di corsa come se volessi urlare: "Quanto meravigliosa la vita! ". Alzai la testa e fissai l'orizzonte, ringraziando Dio di essere a Beirut, nella citt di Gog e Magog, perch nessuno, oltre a me, sarebbe mai venuto a sapere di quel tentato suicidio . La Valle della Seta Miskiyya, la sorella di Muhammad che era mia complice e condivideva la mia tristezza, mi raccont che si era fidanzato con una giovane . Doveva essere stata sicuramente la disperazione a portarlo a quella decisione: voleva pensare al suo futuro e a costruirsi una famiglia. Mi convinsi di questo ragionamento, confermato anche dai film che avevo visto al cinema. Subito dopo, per, fui presa dalla gelosia e decisi che avrei visto la sua fidanzata, almeno da lontano. Miskiyya mi comunic l'ora in cui sarebbe venuta in visita a casa loro. Non appena la vidi, pregai Dio tra me e me: "Ti ringrazio, Signore mio, grazie per avermi aiutata in queste difficolt". Dal suo abbigliamento s'intuiva infatti che non era certo una tipa che andasse al cinema, che amasse cantare o che sapesse fare la civettuola . D'altro canto, per, mi dissi anche che Muhammad non mi meritava: come poteva accettare di prendere in moglie una ragazza come quella? Prima che si trasferisse a Wadi el-Harir, la Valle della Seta, una zona remota ai confini con la Siria, piena di briganti e contrabbandieri, Muhammad mi affid cinque buste gi affrancate, su cui aveva scritto il suo nome e il suo indirizzo . Mi fece promettere che gli avrei scritto di tanto in tanto per dargli mie notizie e mi sugger anche di imbucare le lettere nella cassetta della posta che si trovava in una parallela della nostra strada, perch ci viveva un comandante dell'esercito e sarebbero perci arrivate pi velocemente . Quando mi affid le buste, ebbi la certezza che il nostro rapporto sarebbe continuato nonostante il suo fidanzamento, e fu allora che si riacutizz il dispiacere perch non si era mai messo d'impegno a insegnarmi a leggere e scrivere. Rimpiangemmo insieme il tempo che scivolava rapido tra le nostre dita ogni volta che ci incontravamo . Gli mandai una lettera dopo neanche una settimana dalla sua partenza, soprattutto perch non ero pi afflitta dalla gelosia, ma soltanto dalla sua mancanza. Gli dissi che il mio pensiero correva a lui ogni volta che vedevo un

mazzo di rose sbocciate o quando passavo da casa sua e guardavo la sua finestra chiusa, sperando di trovarla aperta anche soltanto a met per poter correre da lui . Conclusi la lettera scrivendogli le parole della canzone Ti penso sempre e non posso stare lontano da te . Mi arriv una lettera da parte sua tramite Miskiyya, e me la lesse ancora una volta Fatima la sarta. Era la canzone di Umm Kulthum Scrivimi... Scrivimi.. . Scrivimi, spiegami, parlami del tuo cuore e di cosa pensa della tua assenza e di quanto durer, Della tua lontananza... o ti va bene cos? Scrivimi l'ora del nostro appuntamento, scrivimi di giorno come di sera . Le chiesi cosa fossero le altre parole scritte dopo la canzone, e lei lesse: Testo di Bayram el-Tunsi e musica di Zakariyya Ahmad. Esse toccarono il mio cuore pi della canzone stessa: mi trattava come se fossi alla sua stessa altezza . Notai che Fatima non vedeva l'ora di leggere le lettere di Muhammad, come se fossero rivolte a lei invece che a me. Mi assomigliava: le piaceva l'atmosfera di clandestinit necessaria per leggere quei messaggi, mentre ci godevamo una tazza di caff e una sigaretta rubata. Pianse di commozione quando lesse: Voglio vedere le stelle di giorno perch possano sentirmi chiamare la mia piccola Kamila... la mia piccola Kamila.. . perch la luna non mi basta... . Poi la mia amica mi chiese se avesse un fratello da presentarle e mi disse, facendo i dovuti scongiuri, che ero fortunata . Te lo dico senza invidia. Anche se ti mettessi a girare tutto il mondo non troveresti.... Mi aspettavo che aggiungesse "nessuno che ti adori come lui", invece concluse dicendo: una persona per bene, che non sia un bastardo . Capii a cosa si riferiva: ero una donna sposata, con due figlie, e si sa che le donne sposate attirano gli uomini soltanto per andare a letto, una cosa ben diversa dall'amore vero che c'era tra me e Muhammad . Una volta il buio scese all'improvviso e Fatima la sarta non pot scrivermi la risposta a Muhammad perch tremava per la paura che il fratello rincasasse e la trovasse intenta a scrivere una lettera d'amore per me. Non trovai di meglio che chiedere a mia figlia Fatima di seguirmi per fare il bagno, nonostante non fosse gioved o venerd, i giorni in cui gli abitanti della casa si dedicavano alle pulizie personali. Avevo nascosto tra i vestiti un foglio e una penna, la misi davanti a un tavolino e dettai. La osservai mentre piegava la schiena e scandiva a voce alta le parole ogni volta che la penna tenuta dalle sue esili dita si posava sul foglio per calcare una lettera o cancellarne un'altra. Mi rimproverai: "Ma che stai facendo, Kamila? Chiedi a tua figlia, che ha soltanto otto anni, di scrivere una lettera per il tuo amante?" . A Fatima piaceva Muhammad: lo vedeva che aspettava in fondo al vicolo e poi le regalava un pupazzo di gomma rosa o una piccola gazzella di legno. Si era abituata alle sue apparizioni nel quartiere o a Bhamdoun, alle nostre passeggiate tutti insieme. Ci sentiva cantare l'uno per l'altra e non avevo bisogno di avvertirla di non parlare di lui con nessuno, perch sapeva gi che era "il grande segreto":

per l'amore sconfinato che provava per me manteneva il silenzio, pur amando anche il padre . Fatima scrisse la mia lettera per lui, e io notai l'orgoglio e la soddisfazione dipinti sul suo viso. Ripiegai la lettera e la nascosi nel reggiseno. Recitava: Muhammad, amore mio, che mi prenda un colpo se non ti seguo ovunque tu vada e se non cerco la tua felicit, amore dell'anima mia . Ho desiderio di te, mi preoccupo per te... Cosa posso fare di questo mio amore? Sono come te: la vicinanza una gioia, la lontananza una noia. Le tue lettere mi dicono che mi ami, ma allora perch mi hai lasciata, anima mia? Quando sei vicino riesci a consolarmi. Amore mio, vieni qui da me. Tu, che col tuo amore mi proteggi. Amore, vieni qui da me. Lettera, tu che vai da lui, ti scongiuro di salutarlo. Beata te, perch andrai da lui e presto ti rigirerai tra le sue mani . La noia mi assaliva, specialmente in quella che era l'ora solitamente riservata ai nostri incontri, nonostante cercassi di tenermi impegnata con riunioni, visite o con il cinema. Non volevo che Ibrahim s'insospettisse, perci uscivo lo stesso, con le amiche e le parenti che mi accompagnavano, approfittando come sempre di ogni pretesto buono per mettere il naso fuori di casa. A volte camminavo senza meta per le strade finch non arrivava l'ora di rientrare. Meditavo di prendere un autobus o una macchina per raggiungere Wadi el-Harir, riflettevo su come arrivarci e su come avrei potuto giustificare in famiglia la mia assenza, seppur limitata a un giorno soltanto. Alla fine non ne feci nulla. I mesi passarono veloci, soprattutto perch Muhammad venne a Beirut in vacanza e mi rivel in segreto che avrebbe rotto il fidanzamento, perch la sua promessa sposa si era lamentata del fatto che lui la trascurasse e l'aveva accusato di essere ancora innamorato di me. Avevo previsto tutto: un uomo come Muhammad non poteva vivere a lungo nell'ipocrisia . Fidanzamento, matrimonio, figli senza amore, come facevano tutti gli altri uomini, non erano accettabili per lui . Ringraziai Dio perch le acque si erano calmate e il nostro rapporto era tornato come prima. Non dimenticai di promettere a Dio che avrei digiunato e pregato per espiare tutte le mie menzogne . Nel cassetto di mio marito non c' pi una lira Passarono cinque mesi da quando Muhammad era tornato da Wadi el-Harir. Sembrava che la separazione avesse riacceso il nostro amore, finch una mattina mio fratello Ibrahim scosse la testa deridendomi e disse, mostrando tutta la rabbia accumulata nei miei confronti: Non capisci niente. Te ne stai qui a masticare la tua gomma e a chiedere di uscire!. Avevo sentito da Khadija che il negozio di mio marito era in perdita, ma non avevo prestato attenzione alla questione perch non avevo notato un cambiamento nelle nostre abitudini e perch la casa era ancora affollata di parenti e visitatori. Lui, da parte sua, non mi aveva presa da parte per dirmi che il negozio andava male, come accade in ogni coppia. Non si confidava con me, eravamo come due estranei sotto lo stesso tetto . Dopo qualche giorno la situazione si fece pi chiara e capii che il socio aveva comprato all'insaputa di mio marito delle azioni in Borsa che erano precipitate

improvvisamente. Sentii anche che avevano acquistato tante merci insieme e che non riuscivano a pagare le fatture e le cambiali . L'avvocato del socio comunic a mio marito che questi avrebbe venduto una parte di terreni di sua propriet per salvare il negozio. Gli chiese se anche lui avesse qualcosa da vendere e lui rimase perplesso: perch il socio non gli aveva parlato di persona, anzich tramite un avvocato? Vendette quindi la maggior parte dei tappeti persiani che aveva comprato non per la loro bellezza o i loro colori, ma per la loro lunga vita, e ne lasci soltanto tre di piccole dimensioni. Diede via anche i mobili, che erano di ottima fattura e poi mi chiese in lacrime i gioielli. Glieli diedi, piangendo per i bracciali a forma di serpente, per il braccialetto con la catena simile a cingoli di carro armato e quello con i ciondoli di sterline d'oro inglesi che noi chiamavamo "ottomane". Gli abitanti della casa si radunarono intorno a me mentre m'insaponavo il polso per far scivolare i dieci braccialetti. Non avevo forse creduto in passato di essere Nawal nel film Lacrime d'amore? Eccomi, come lei, che aveva ceduto i suoi gioielli al marito. L'unica differenza era che suo marito li aveva presi per giocarseli nelle scommesse e li aveva persi, mentre il mio cercava di usarli per mantenere il negozio a galla . E invece affond, inghiottendo con s i miei gioielli. Avevo sempre pensato che mio marito non fosse portato per il commercio ma soltanto per la religione. Ogni volta che entravo nel suo negozio e lo vedevo dietro il bancone di legno con in mano delle grosse forbici che sembravano una falce, pensavo che non erano adatte alla sua piccola mano, ai suoi occhi stretti e al suo fisico minuto, che quasi scompariva nello spazio del magazzino, in mezzo ai tessuti di lana inglese, francese e italiana. Davanti a me vedevo quell'orfano che era arrivato a Beirut, che proseguiva su una via retta seguendo i principi dello sheikh che l'aveva educato a Nabatieh. Viveva come un cavallo con le bende sugli occhi e non vedeva di quella citt altro che la terra su cui poggiava i piedi. "Bisogna prendersi cura di s" pensavo ogni volta che lo paragonavo al suo socio, con il suo fisico robusto, le risate squillanti, la voce imperiosa e le battute che si susseguivano incessanti. Anche quando vedevo le tazze vuote di caff e i filtri di sigarette nel posacenere, coltivavo la speranza che fossero di mio marito . Passarono settimane prima che l'avvocato lo convocasse nuovamente per informarlo che il socio era riuscito a salvare il negozio grazie alla vendita di tutte le sue terre. Gli chiese quindi di firmare i documenti di cessione. Domandai tra le lacrime a mio marito perch allora non ci restituivano i mobili, i tappeti e i miei gioielli. Mi rispose: Prendi un fazzoletto e comincia a piangere! E finita! . La notizia si diffuse nei mercati. I venditori continuavano a reclamizzare le loro merci: Profumi, signori... Abbiamo il sapone Bint el-Sudan, signori... Tizio (il nome del socio di mio marito) ha inghiottito lo sheikh Hajj, signori. La verit era che il socio l'aveva inghiottito a poco a poco. Gi due anni prima mio fratello Kamil, che allora lavorava ancora nel negozio del Hajj, aveva trovato una mazzetta di soldi nascosta fra le scatole da buttare. Era corso dal Hajj e glieli aveva consegnati, certo che ci fosse lo zampino del socio. Invece di farsi sorgere qualche sospetto e cercare di svelare il mistero di quei soldi, mio marito glieli

aveva ridati senza chiedergli spiegazioni. Ricordo ancora quanto questa cosa mi aveva fatto impazzire. Possibile mai che lui, che a casa interveniva in ogni dettaglio, persino il pi insignificante, non ponesse neanche una domanda al suo socio? Un avvocato brillante si present dal Hajj mettendogli a disposizione i suoi servizi gratuitamente, per difendere i suoi diritti, ma mio marito rifiut, dichiarando: Dio l'unico difensore. Si sedeva sul suo tappeto a pregare e adorare Dio per ore e ore, e non si alzava finch i suoi occhi non diventavano rossi come due pomodori e la sua fronte veniva segnata da solchi profondi. Allora si sedeva e piangeva. Cercavo di risvegliare il suo entusiasmo, nella speranza che reagisse. Gli dicevo anche che era un coniglio, ma era tutto inutile . Continuavo a comportarmi con Muhammad come se fossi ancora la moglie del proprietario di un negozio al Suq Sursuq, ma la notizia pass dai mercati alla nostra strada e poi si diffuse tra le famiglie del Sud e infine giunse anche a lui. Mi chiese una conferma e mi rimprover per non avergliene parlato . Mi nascosi dietro ogni pretesto, ma lui mi prese tra le braccia, mi strinse e disse: Sai cosa? Dio mi vuole bene e vuole bene anche a te. Anzi, a tutti e due, Kamila. Ha fatto tutto questo perch tu possa ottenere il divorzio e noi possiamo sposarci . Non potevo credere al suo opportunismo e alla mancanza di tatto per quello che era successo a mio marito e alla mia famiglia. Cerc di convincermi che non stava applicando il proverbio morte tua, vita mia, che non era adatto a lui n a noi due, come lo accusavo io, per le circostanze all'improvviso si erano messe a nostro favore, n pi n meno . Non volevo sentirlo ripetere nuovamente che distruggevo il suo futuro e che gli undici anni che avevamo trascorso insieme erano stati soltanto una perdita di tempo, un modo per divertirci, cos gli chiesi di concedermi qualche giorno per pensarci . La tristezza regnava sovrana in casa: i parenti di mio marito si dispersero, il pavimento divenne spoglio con l'unica eccezione dei tre tappeti rimasti. Le nostre riunioni mattutine sfumarono insieme al mio orgoglio, al tintinnio dei braccialetti d'oro al mio polso, all'estate che passavamo a Bhamdoun. La situazione dei figli di mio marito e di mia sorella cambi dalla sera alla mattina. Abu Hussein compr loro due banchetti per vendere tubi e articoli per cucire al mercato. E pensare che una volta entravano nel negozio del padre sicuri e orgogliosi. Hussein, il primogenito, che aveva ormai diciotto anni, lasciava il banchetto e si nascondeva ogni volta che avvistava nel mercato un compagno di scuola . Si era iscritto al Partito sociale nazionalista siriano, aveva portato la bandiera e la foto del fondatore Antoine Sa'ada a casa e le aveva appese al muro. Quando Muhammad seppe della sua adesione, mi chiese insistentemente che la famiglia facesse pressioni su di lui per farlo ritirare dal partito, perch le autorit lo osteggiavano . L'ex socio di mio marito riapr il negozio sotto un altro nome, mettendosi in societ col fratello. Mio marito si rivolse a lui per chiedergli di lavorare come dipendente in cambio di uno stipendio mensile che gli consentisse di mantenere la

famiglia. L'ex socio accett, ma, quando il Hajj non riusc pi a sopportare le umiliazioni e la mancanza di rispetto di suo fratello, lasci il lavoro. Un giorno gli butt dietro il metro da sarto che teneva intorno al collo e usc per sempre dal negozio. Torn ai mercati e al commercio grazie all'aiuto finanziario dei tre fratelli che erano scesi nel campo di battaglia, sopportando la tragedia . Prese in affitto un banco distante qualche metro dal suo vecchio negozio. Passava ogni mattina l davanti rivolgendo il saluto all'ex socio, come se nulla fosse successo, ringraziando comunque Dio. Il banco era vicino alla porta del magazzino di un mercante che non aveva dimenticato l'onest di mio marito e il suo prestigio ormai perso. Vendeva biancheria di cotone, calzini e altri accessori. Vederlo cos, davanti al suo banco, senza neppure il metro al collo e le forbici, metteva tristezza e dispiacere nei cuori di chi lo conosceva. Vendeva d'estate e d'inverno, tentando di attirare acquirenti . Arriv il caldo e, invece di andare a Bhamdoun, spostammo i materassi, le coperte e le zanzariere sul terrazzo. Cercammo cos di sfuggire all'afa rovente di Beirut dormendo all'aperto, chiamando il nostro luogo di villeggiatura Tettoun, invece di Bhamdoun. Lo shock che colp la famiglia aveva anche dei lati positivi: tutti, grandi e piccoli, erano impegnati a pensare a quello che era accaduto e ci mi lasciava pi libera di passare bei momenti con Muhammad . Lui nel frattempo aveva iniziato nuovamente a mostrare segni di insofferenza verso il nostro rapporto, ma ci nonostante, quando mi vedeva, era felice e dimenticava la sua depressione (una parola che avevo imparato da lui). Ogni volta che arrivava l'ora della separazione, ripiombava per nello sconforto. Non sapevo cosa fare per alleviare la sua malinconia e i suoi rimprveri, che si scatenavano per i pi banali motivi, soprattutto quando andavamo a vedere un film a lieto fine. Anch'io ne ero infastidita, perch istillavano la speranza negli spettatori, e soprattutto in Muhammad, e gli facevano vedere il mio divorzio e il matrimonio con lui come un'impresa facilissima . Andammo a vedere il film Rabha: storia di una beduina che aveva incontrato un uomo di citt che andava a caccia con un principe e la sua corte. Il giovane cadeva dal cavallo senza che nessuno dei suoi compagni se ne accorgesse. Rabha correva verso di lui e gli curava le ferite. Tra i due sbocciava l'amore, ma, appena la famiglia veniva a conoscenza delle origini cittadine del giovane, il capo trib ordinava che Rabha venisse allontanata da lui e sposasse il cugino. Lei fuggiva la notte delle sue nozze e raggiungeva il ragazzo di citt . Muhammad non smise di sospirare e agitare le gambe per tutta la durata del film. Mi sussurr all'orecchio che era la luce che dovevamo seguire. Non prese il tram con me, con la scusa di un impegno, e io mi misi una mano sul cuore e sussurrai tra me e me: Ha deciso di lasciarmi. Non mi sbagliavo. L'indomani non mi accolse in camera sua, e neppure i giorni successivi. Anzi, mi mand un messaggio che aveva consegnato di persona a Mariam . Corsi da Fatima la sarta, che per non era in casa. C'era un suo giovane parente seduto a ripassare le lezioni vicino alla fontana. Mi ritrovai nello stesso posto in

cui io e Muhammad ci incontravamo, con in mano un suo messaggio pieno di rabbia. Senza esitazioni, chiesi al giovane di leggerlo per me . Ogni parola era uno schiaffo: Mi auguro di venire inghiottito dall'inferno mentre lascio questo mondo pieno di problemi. Ogni bel ricordo, ogni momento felice che ho passato con te ha un suo equivalente, fatto di ricordi dolorosi che cancellano tutto quanto di bello c' stato nella mia vita. Ho pensato tanto ad allontanarmi da te, ma non ci sono mai riuscito. Alla fine per mi ritrovo incapace di sopportare quest'amara vita. Voglio allontanarmi da te, a qualunque costo. La morte pi leggera che questa sofferenza. Ed eccomi a scriverti questa lettera per dirti addio. Tieni duro e ricordati che non sei mia, ma appartieni al padrone di quella casa, come vuole lui. Dormi nel suo letto, condividi con lui il suo cibo e la sua vita. Io, invece, mi vedo lontano da te. Troppe barriere ci separano e io non posso distruggerle. Come puoi pretendere che io dorma a cuor leggero? Che io viva nella felicit? La tua vicinanza mi rende felice, vero, ma il pensiero del futuro mi fa male, mi fa soffrire e mi priva della gioia di vivere, di quella che provo quando sono vicino a te. Non ha senso l'amore se poi sto bruciando per il fuoco di questa maledetta gelosia. Non ho altro cui pensare, tranne te, e solo il tuo amore occupa la mia mente. Non posso fuggire da esso, bench ne riconosca l'inutilit . Perdonami ... Dio che perdona . Perdonami ... Ti ho gi perdonato Trascorsi dieci giorni dall'ultima volta che avevo visto Muhammad, mi diressi al suo ufficio, perch sembrava che da un momento all'altro Beirut fosse diventata cos grande che non riuscivo pi a incontrarlo neppure per caso. Entrai, desiderosa di vederlo faccia a faccia e di capire cosa fosse successo . Rimase scioccato nel vedermi l e le sue guance si fecero rosse per la vergogna. Mi chiese cosa volessi bere, come se fosse una questione di vitale importanza, e insistette perch me ne tornassi a casa, promettendomi che ci saremmo visti pi tardi per parlare. Non mi mossi e rimasi seduta anche quando un impiegato entr nell'ufficio e Muhammad finse di essere impegnato con alcuni documenti ammucchiati sulla scrivania davanti a lui. Riuscii a trattenermi dal gridargli: "Possibile che il nostro rapporto sia arrivato a questo punto?" . Mi alzai invece mormorando: Ma chi si crede di essere?, poi uscii in fretta con addosso un senso di umiliazione e di disprezzo crescente, tanto che per un'intera settimana non riuscii a guardare nessuno, nemmeno me stessa riflessa allo specchio. Finch, un giorno, uscii con una delle mie figlie e lo incontrai per caso. Mi lanci uno sguardo che mi fece intendere che voleva rivedermi. Non appena ci incontrammo, mi svel che aveva deciso di prendere la situazione in mano e che avrebbe fatto come voleva lui . And a Sud a parlare con mio padre, poi si rec da mio fratello Hasan chiedendo il suo aiuto perch ottenessi il divorzio. Quando venni a saperlo, in qualche modo ripresi fiato, perch io invece non avrei mai avuto il coraggio di chiedere il divorzio: troppo grandi erano la mia paura e la mia confusione .

Mio fratello venne inaspettatamente a farci visita e, invece di parlare direttamente con mio marito, and da Ibrahim, che, sentita la novit, perse i sensi. Le cose procedettero spedite e alla fine mi ritrovai seduta di fronte al tribunale di famiglia per rinunciare al diritto di custodia sulle mie figlie. Chiesi perdono a mio marito davanti allo sheikh, il giudice del tribunale: Perdonami . Mi rispose tra le lacrime: E Dio che perdona. Poi tocc a lui dirmi: Perdonami . Io replicai piangendo: Ti ho gi perdonato. Possibile che fossi seduta davvero davanti allo sheikh mentre lui firmava il nostro atto di divorzio? Apparve poi mio padre e mi accompagn al Sud. Non riuscivo a pensare ad altro che a Muhammad, che stavolta doveva avergli promesso delle banconote, visto che l'epoca delle lire d'oro era ormai finita. Presi l'autobus insieme a lui mentre piangevo disperatamente. Ci allontanammo dal quartiere, e anche dalle mie due figlie, da mia madre, da Mariam, Khadija, i figli di mia sorella e il Hajj, i vicini di casa e Ibrahim . Mi scorrevano davanti agli occhi le immagini del giorno in cui ero arrivata a Beirut a mani vuote insieme a mia madre, mentre ora avevo almeno una valigia con i miei vestiti. Pi ci allontanavamo da Beirut per andare a sud, pi la mia tristezza si alleviava e il mio cuore si alleggeriva. Non andammo a Nabatieh n ad Arnun, bens nella regione di Qulayeh, dove mio padre prendeva a mezzadria i campi di fichi durante la stagione estiva e dove lui e la moglie avevano piantato una grossa tenda, intorno alla quale avevano messo ad asciugare terreno mischiato a cemento, come se fosse argilla. Il nostro lavoro consisteva nel tenere lntani gli uccelli dagli alberi e dai frutti finch questi non giungessero a maturazione . La moglie di mio fratello Hasan mi port le mie due figlie quando stavo ormai morendo dalla voglia di vederle e, nonostante fossi sicura che Mariam, mia madre, Khadija e il padre si prendessero cura di loro nel migliore dei modi, mi sentii felice soltanto quando furono accanto a me. Iniziarono a ballare, una alla volta. Fatima si alz e danz mentre il mio fratellastro l'accompagnava con il flauto. Io, mio padre e sua moglie battevamo le mani in cerchio intorno a lui. Poi fu il turno di Hanan, che ball, ball e ball, e dopo torn a sedersi accanto alla sorella. Cantai a squarciagola, provando il desiderio di vivere cos tutta la vita: sotto una tenda, tra i fichi, le vigne e le api gialle, lontana dal baccano e dagli abitanti della nostra casa, nella libert pi assoluta, come Layla Murad nel film Layla, la figlia del deserto. Mi addormentai tra le mie due figlie, come faceva mia madre, e vidi la luce della luna filtrare tra i mucchi di legna e illuminare la nostra strada. Prendevo le due bambine e passeggiavamo tra gli alberi. Si sentiva l'odore dei fichi e le loro guance diventarono del loro stesso colore grazie all'aria di montagna, che restitu loro un po' di salute . Dopo due settimane arriv Muhammad, col suo completo elegante. Appena lo vidi da lontano, mi sentii come se il mio cuore mi avesse abbandonata per correre verso di lui. Mia figlia Fatima fu felice della sua visita, mentre Hanan si ritir timida. Dopo qualche attimo una piccola mosca s'introdusse nel suo naso, e lui

cerc di farla uscire. Pensai che la mosca era arrivata proprio al momento giusto per rompere la tensione . Due giorni dopo, la moglie di mio fratello Hasan venne a prendere le mie figlie per riportarle a Beirut dal padre . Cercai di convincermi che le avrei riviste dopo soltanto due settimane, quando sarei tornata in citt, e che avremmo almeno vissuto nello stesso quartiere, anche se loro sarebbero state in quella casa piena di inquilini e di visitatori. Ma ci nonostante, non appena vidi le loro mani afferrare quelle di mia cognata, il mio cuore prese a battere fortissimo . Entrambe si voltarono verso di me come se volessero assicurarsi che avessi davvero accettato di lasciarle andar via . Rimasi immobile al mio posto, come inchiodata, mordendomi un dito. L'autobus si ferm e le vidi salire. I loro occhietti mi cercavano ancora, come se stessero avvertendomi che era l'ultima possibilit che avevo di trattenerle . Poi l'autobus si avvi; sentii il suo fracasso nei timpani e mi morsi ancora il dito. Per la prima volta mi resi conto veramente di cosa avevo fatto . Il tappeto persiano Io e Muhammad scendemmo dalla macchina che dal Sud ci aveva riportati a Beirut senza riuscire a credere che davvero fossimo insieme e che io fossi diventata sua moglie dopo poche settimane dal divorzio. Aveva puntato la pistola alla tempia di mio padre quando lui gli aveva chiesto di aspettare che finisse Yiddah, il periodo di attesa di tre mesi. Entrai nella camera in cui ero solita sgattaiolare come una ladra. Avrei voluto dire persino all'armadio, allo specchio, al letto, alla scrivania e alla sedia che le cose erano cambiate. Aprimmo per la prima volta la porta che conduceva alla panca nel piccolo giardino e notai per che non potevo fare a meno di comportarmi ancora come una ladra. Non riuscivo a muovermi liberamente, nonostante non avessimo chiuso a doppia mandata la serratura della porta, come facevamo prima, perch sentivo che ero stata imposta agli abitanti della casa, che avevano accettato il nostro matrimonio con riluttanza . Il mio divorzio fu uno scandalo, perch era come se avessi assunto il ruolo dell'uomo, come se fossi un marito che prendeva una seconda moglie dopo aver divorziato dalla prima, la madre dei suoi figli, per sposarne un'altra. Avevo lasciato le mie due figlie perch non osavo accampare diritti su di loro: la grande aveva dieci anni e la piccola soltanto sei. Chiesi a Muhammad di andare nel nostro quartiere a informare le mie figlie che eravamo arrivati a Beirut, perch potessimo almeno vederci e ridere insieme, e lui mi disse che avrebbe chiesto al proprietario del negozio sotto casa o al ragazzo che vi lavorava di farlo . Mi misi una mano sul cuore per il terrore che mi impedissero di vedere le mie figlie. Girai per la camera come un animale in gabbia, finch sentii il campanello suonare. Corsi ad aprire la porta: erano loro! Chiesi subito, mentre le stringevo al petto, se qualcuno della casa avesse saputo della loro visita . Fatima mi rispose che stavano giocando nel vicolo. Le baciai dando sollievo alle ferite del mio cuore, ancor di pi quando vidi le trecce che ero solita fare io. Trattenni a fatica le lacrime .

Lo sguardo di Hanan cadde sul piccolo tappeto che avevo steso in camera e lei grid: Uuh... Il tappeto rubato! . Qualche mese prima quel tappeto era stato steso insieme agli altri due superstiti sul terrazzo, sotto il sole, perch mio marito lo battesse il giorno successivo, prima di spargere su tutti e tre le palline di naftalina e sistemarli sull'armadio. Ero stata assalita dall'impulso di rubarlo, lo avevo arrotolato e avevo chiamato Fatima, chiedendole di portarlo di nascosto nella camera di Muhammad. Poi ero corsa per arrivare prima di lei e prenderlo, intimandole di non rivelare nulla a nessuno . Non appena mio marito era rincasato dal lavoro, prima del tramonto, era salito sul terrazzo e, quando si era reso conto che mancava uno dei tre tappeti, aveva perso la ragione. Aveva rovesciato i due rimasti, nella speranza di trovare quello scomparso sotto di loro, aveva messo sottosopra il terrazzo, rovistando anche sui muretti che lo delimitavano, in caso uno dei ragazzi l'avesse buttato l. Era sceso come un pazzo e l'aveva cercato ovunque, interrogando tutti, uno per uno. Aveva bussato alle porte dei vicini, indagando fra tutti i mendicanti, poi aveva aspettato l'arrivo di Elia, il tappezziere cieco, che frequentava le case del quartiere per riparare le sedie e farle tornare come nuove. Nonostante tutto il clamore e il fatto che la scomparsa del tappeto fosse diventata l'argomento del giorno, la mia figlia maggiore aveva tenuto duro: aveva mantenuto il segreto e non l'aveva rivelato a nessuno . Hanan torn a casa tutta contenta perch Elia, il tappezziere cieco, non aveva rubato il tappeto persiano: lei l'aveva visto, era sul pavimento a casa mia, che poi consisteva di quella stanza soltanto. La notizia che io avevo rubato il tappeto si diffuse presto in casa e in tutto il quartiere . Il mio ex marito e il figlio di mia sorella, il giovane ideologo Hussein, vietarono alle mie due figlie di venire a farmi visita, ma loro riuscivano a svignarsela mentre giocavano nel vicolo . Una volta andai a trovarle a scuola, chiedendo il permesso alla preside e, mentre aspettavo che arrivassero, le raccontai del mio divorzio e del mio matrimonio con l'uomo che amavo. Lei si compliment per quello che avevo fatto, dandomi dell'audace . Mi piacque l'aggettivo che us, invece di "egoista" o "sconsiderata", quelli che mi venivano attribuiti anche prima del divorzio e del matrimonio con Muhammad, a cui mio marito aveva aggiunto addirittura "bituminosa", perch ero fatta di catrame e bitume, come diceva lui. La preside rise e mi confess di essere la figlia di un capo religioso molto rispettato . Non riuscivo a crederci, perch indossava una camicetta smanicata e un paio di sandali dorati, portava i capelli tinti e raccolti come una donna straniera. Era laureata all'American University, ma ci nonostante il fratello la seguiva di spiaggia in spiaggia quando lei andava al mare. Aveva scoperto il costume che nascondeva in un asciugamano, ma lei si era giustificata dicendo che lo indossava solo nella vasca da bagno . Quando sua madre l'aveva affrontata, mostrandole le tracce di sabbia sul costume, la preside aveva scrollato le spalle e aveva preso alla leggera le sue minacce,

dicendo che aveva portato la sabbia apposta, perch si sentisse al mare pur stando nella vasca da bagno. Aggiungo pure il sale e un po' di alghe. Mi aggrappai a quella parola, "audace", come se fosse un unguento che alleviava le mie ferite. Io sono audace, e pure Muhammad, e avevamo sfidato la societ. Lo scandalo del mio divorzio passava di bocca in bocca. Nessuno si ferm a riflettere sulla mia et quando ero stata costretta a sposare il marito della mia defunta sorella, ma tutti, inclusa la mia famiglia, mostravano piet per il mio ex marito e per le mie due figlie e mi abbandonarono a me stessa. Ero ostracizzata da tutti, con l'unica eccezione di Hasan, di sua moglie e di Kamil. Mia madre provava rancore nei confronti miei e di Muhammad. Mariam si rinchiuse in casa per paura di venire accusata dal Hajj e da Ibrahim di essere mia complice . Tutte le donne che in passato avevo invitato a casa mia tagliarono i ponti con me, come pure i vicini. Combattevo con l'unica arma che mi restava: il mio amore per Muhammad . Immaginavo l'infelicit delle donne che conoscevo, che non avevano mai assaporato il gusto dell'amore e dell'adorazione, i cui mariti non guardavano i film come facevamo io e lui, non capivano le canzoni e non si commuovevano nel sentirle, non tenevano diari, non copiavano proverbi, non imparavano a memoria le poesie per recitarle col cuore. Decisi che Muhammad mi sarebbe bastato e cancellai tutti, come loro avevano fatto con me. M'immaginai che galleggiavo in un fiume, e superavo gli alberi e i sassi lasciandomeli dietro di me. Ma non li dimenticai. Mi lasciai alle spalle la mia vicina di casa, che aveva una relazione con un uomo sposato; casa sua e quella dell'amante erano separate soltanto da una porta chiusa contro cui era poggiato un armadio, che d'estate, quando la famiglia di lui se ne andava a Sud, veniva semplicemente spostato di lato. Mi lasciai alle spalle la cuoca dei vicini, che faceva anche la cameriera e aveva una storia col figlio della famiglia presso cui lavorava; il loro amore era tale che lui non si spos mai per restarle fedele. Mi lasciai alle spalle storie di amore e sesso, tante da non potersi contare, che crescevano sicure finch restavano clandestine. Mi trattenevo dal gridare: "Proprio voi che abitate in case di vetro dovreste astenervi dal lanciare le pietre". Sfidai tutti e me li lasciai alle spalle, tranne mia madre, Khadija e i suoi figli. M'infastidiva l'amarezza che provavo al pensiero di essermi lasciata alle spalle anche Mariam, ma mi sollevava sapere che era prossima al matrimonio. Quando se ne sarebbe andata, il Hajj avrebbe dovuto per forza sposare una donna che si prendesse cura di Fatima, di Hanan e della casa . I giorni passavano e la mia ossessione per la vecchia casa e il nostro quartiere non mi abbandonava. Di pomeriggio, quando mi svegliavo dal pisolino, sobbalzavo nel letto col cuore che mi batteva forte. Cercavo le scarpe, il mio vestito e il velo nero per tornare di corsa a casa, presa dal panico di essere gi in ritardo. Ma non appena scorgevo il velo colorato di seta che avevo cominciato a indossare al posto di quello nero e le mie pantofole invece delle scarpe, posavo una mano sul mio cuore e mi tranquillizzavo . Riuscii a riprendere possesso veramente della mia anima solo quando Mariam si spos. Tornammo insieme, come una calamita che era stata spezzata a met.

Anche lei aveva sposato l'uomo che amava: faceva parte della scorta del primo ministro che viveva nel nostro quartiere . Quando io e Mariam sedevamo con i nostri rispettivi mariti, il denominatore comune tra di noi era l'amore. Tutti e quattro eravamo stati vittime di una passione segreta, e io e Mariam avevamo vissuto un'infanzia desolante, tremenda . Entrambe ridemmo quando le raccontai che il Hajj mandava da me i mendicanti che continuavano a bussare alla nostra porta. Muhammad, ormai spazientito, apriva e diceva in francese: Completi. Si era anche stancato dei miei parenti del Sud che gli chiedevano in continuazione di intercedere per qualsiasi cosa: Per favore, Muhammad, aiutami... Vorrei operarmi all'occhio, o Per favore, Muhammad, metti una buona parola al ministero dell'Agricoltura per l'irrigazione dei campi di tabacco . Mariam, che era rimasta incinta, mi raccont che mia figlia Hanan piangeva quando voleva andare a trovarla, e cos il Hajj di tanto in tanto la accompagnava da lei; Mariam permetteva a Hanan di dormire nel lettino del bambino che stava per nascere. Sorrisi alla notizia, nonostante mi sentissi soffocare perch la mia piccola aveva bisogno dell'amore della mamma. Come avevo previsto, il Hajj si spos con una donna che trattava le mie figlie e i figli di Manifa con estrema severit . Arrivava al punto che, quando sentiva il frigo aprirsi, anche a mezzanotte, correva in cucina per acciuffare l'affamato . Anche io sono tra quelli colpiti da questa tragedia Un giorno Muhammad mi svegli all'improvviso e mi disse che mio nipote Hussein, il giovane ideologo, aveva tentato di assassinare un giudice, presidente della Corte d'emergenza che aveva condannato a morte Antoine Sa'ada nel 1948 . Appena la Sret Gnrale venne informata del tentato omicidio, Muhammad fu scelto tra i funzionari che avrebbero dovuto irrompere in casa per trovarlo, cercare le prove e interrogare uno dopo l'altro tutti i membri della famiglia . Muhammad si rifiut di obbedire all'ordine del suo capo, spiegandogli le sue ragioni. Come poteva entrare con una pistola in casa della sua amata, cosa che gli era vietata, e intimidire i membri della sua famiglia? Non volli che Muhammad andasse in ufficio il giorno successivo, per paura che in famiglia si convincessero che stava cercando Hussein. Provai il desiderio di trasformarmi nel gatto che s'intrufolava sempre in casa nostra per scroccare qualcosa da mangiare, e che adesso mia madre sfamava al posto mio, a quanto mi diceva mia figlia. Sarei cos potuta entrare a casa e sedermi fra le donne . Fu una tragedia per tutta la famiglia. Il Hajj e il secondo figlio di mia sorella vennero trattenuti. Il responsabile delle indagini, a causa della mancanza di collaborazione da parte del Hajj e dell'unica risposta che sapeva dare a tutte le domande, Solo Dio lo sa, perse la pazienza e lo schiaffeggi sul viso . Ci nonostante il Hajjnon aggiunse neppure una parola, non cambi n il tono n l'accento e non guard in faccia chi lo stava interrogando . Muhammad mi raccont tutto quello che accadeva: il secondo figlio di mia sorella venne incarcerato per un periodo che si sarebbe potuto prolungare finch

la famiglia non avesse confessato e indicato alle autorit il nascondiglio del figlio ideologo. Paradossalmente, il nipote che avevano trattenuto era invece a favore del Partito Baath, che aveva principi totalmente diversi da quelli del Partito sociale nazionalista siriano . Quando Muhammad si rifiut di entrare in casa della mia famiglia insieme agli uomini che conducevano le indagini, il suo superiore comprese le sue motivazioni e gli spieg, anzi, che erano proprio quegli stessi motivi personali a poter giocare a suo vantaggio e consentirgli un avanzamento di carriera: se avesse avuto qualche notizia sul fuggitivo, la promozione l'avrebbe atteso su un vassoio d'argento . Muhammad allora gli rispose: Conosco bene il proverbio che dice "Morte tua, vita mia", ma anche io sono tra quelli colpiti da questa tragedia . Queste sue parole mi riempirono di felicit e mandai alla mia famiglia un messaggio tramite la moglie di mio fratello Hasan, in cui spiegavo i consigli di Muhammad, il primo dei quali era il silenzio stampa . Una settimana dopo la scomparsa di Hussein, Muhammad sussurr al mio orecchio, rassicurato: Ormai fuggito. Che Dio l'aiuti. Anch'io tirai un sospiro di sollievo . La merda di scimmia Ricorsi a tutto il mio senso dell'umorismo e alla mia allegria per rendere il passaggio dalla vecchia casa a quella di Muhammad il pi indolore possibile, ma fu tutto inutile. Sembrava che il baldacchino sul dorso del cammello non volesse darmi il benvenuto: non era pi il nostro nido d'amore, non mi coccolava n mi dava sicurezza, mentre la mia vecchia casa si era sempre mostrata buona con me, nonostante avessi paura di Ibrahim, ed era piena di persone che mi trattavano bene e mi amavano. C'erano Mariam, le mie figlie, Khadija e i suoi figli, e attorno i vicini che si chiamavano dalle finestre, i balconi e i tetti delle case. Mi ero convinta che la famiglia di Muhammad si fosse avvicinata a me e che il ghiaccio si fosse sciolto, ma dovetti ricredermi quando ebbi la prova che tutti loro desideravano soltanto che io sparissi da quella casa e dalla loro vita. Inghiottivano il rospo e mi sopportavano soltanto per il timore che provavano nei suoi confronti . Muhammad venne di nuovo trasferito per due settimane in un altro governatorato, e pensai che in quel periodo li avrei conquistati, anche perch non sarebbero stati divorati dalla gelosia come quando c'era lui e potevano immaginare le scene di amore e passione che si consumavano dietro la nostra porta. Rimasi invece segregata in camera, perch lui mi aveva chiesto di non uscire se non con la sorella o la cognata, per evitare i pettegolezzi. Nonostante la richiesta mi avesse fatto salire il sangue alla testa, mi sottomisi alla sua volont, per non dar loro modo di pensare che mi innamoravo facilmente e che avrei potuto tradire anche lui: "Una che lo fa una volta, perch non dovrebbe farlo ancora?" . Quando Muhammad torn a Beirut, entr in casa e, appena mi vide andargli incontro, grid: Dio mio, quanto sei bella! Ora capisco perch ti amo da morire! Sei bellissima! .

Dopo qualche istante andai scalza in cucina per prendere la frutta che gli avevo preparato e sentii la cognata dire agli altri, con voce delusa: Allora tutta la fatica che abbiamo fatto per portare qui la merda di scimmia stata inutile! . Dai, sbrigati le rispose il marito. Portala via prima che la puzza si diffonda. Tornai indietro in punta di piedi, aprii il portone e vidi nell'angolo dell'ingresso un mucchio di merda, nera come non ne avevo mai vista prima. Quando l'indomani la sorella di Muhammad mi raccont i dettagli della storia, non potei far altro che ridere, nonostante la collera. Il piano aveva avuto un esito totalmente opposto alle aspettative, come se la freccia che avevano tirato contro di me si fosse ritorta contro di loro . Avevano pensato che, non appena lo sguardo di Muhammad fosse caduto su di me, mi avrebbe visto brutta come la merda della scimmia che avevano sistemato nell'ingresso della casa . Fu da allora che iniziai a guardare con sospetto tutti i membri della famiglia, tranne le tre sorelle. Quando il figlio del fratello maggiore, mentre aiutava la madre a sistemare il giardino, le pass al volo un coltello che si conficc nella gamba di mia figlia Fatima, vicina a loro, mi venne il dubbio che non si trattasse di un incidente, bens di un atto intenzionale e premeditato. Muhammad escluse questa possibilit, per mi promise ugualmente che avrebbe fatto del suo meglio per trovare una casa tutta per noi . Erano i tempi in cui il nostro amore s'infiammava ogni volta che capivamo che qualcuno vi si opponeva. Andavamo al cinema insieme e mi tenevo al suo braccio, orgogliosa e felice . Quando dovetti farmi cucire un vestito, nonostante tutto la mia scelta cadde sulla stessa sarta che aveva preparato gli abiti del mio primo matrimonio. Una volta usciti, Muhammad mi chiese: Perch proprio lei?. Non seppi cosa replicare, ma dopo qualche mese trovai la risposta: quella sarta rappresentava la mia vita passata. Malgrado il mio grande amore per lui, sentivo ancora nostalgia della vecchia casa, della mia vita precedente, di quando il caos regnava nella mia vita domestica: i giorni in cui quello che cucinavo si bruciacchiava, il mio bucato non era mai perfetto e le mie pulizie... be', non erano proprio pulizie! Ora dovevo essere una padrona di casa diversa e mi sentivo schiacciata da tutti quei compiti, come se fossi un'allieva che doveva farli nel miglior modo possibile per non incorrere nelle ire del maestro. Dovevo preparare i pasti e servirli, perch non si mangiava in piedi come a casa nostra, servendoci direttamente dalla pentola finch non ci saziavamo. Dovevo mettere asciugamani sempre puliti, trovare il bottone che era caduto dalla camicia, fare attenzione alla temperatura del ferro da stiro per evitare di bruciare i pantaloni, premere sul colletto della camicia e spruzzarci l'acqua in modo che stesse bello dritto . Tutto ci era contrario al mio carattere e mi spazientivo continuamente . Muhammad mi chiese di ricordarmi quanto spendevo, perch ero capace di finire tutto il suo stipendio gi la prima settimana del mese. Mi preg di elencargli ogni sera quello che avevo comprato, perch potesse registrare tutte le spese .

Sentivo che quel suo diario mi schiacciava pi del fatto che il Hajj nascondesse i soldi e si occupasse di persona delle spese per la casa. Muhammad scopr che non ero capace di contare i soldi, ma che allungavo tutto quello che avevo ai venditori perch prendessero il dovuto e mi dessero il resto. Cap che non poteva fare affidamento su di me quando vide sul tavolo venti uova: le avevo comprate perch il venditore mi aveva imbrogliato e mi aveva detto che se le avessi prese tutte mi avrebbe fatto un prezzo migliore . Mi domandai se le paure che avevo provato nella vecchia casa non fossero state sostituite da una nuova, pi complessa . Un giorno Hanan venne a trovarmi durante la pausa di met giornata con un pezzo di stoffa in mano. Voleva che le cucissi un paio di pantaloncini lunghi fino al ginocchio, come quelli della sorella, per le lezioni di educazione fsica. Io stavo battendo la carne a terra per il pranzo di Muhammad, vicino alla panca in giardino. Le dissi che glieli avrei cuciti dopo e che se fosse passata l'indomani li avrebbe trovati pronti. Si mise a piangere: la maestra l'avrebbe picchiata perch avrebbe avuto educazione fisica di l a due ore soltanto. Mi guardai intorno confusa, pensando a cosa fare: avrei dovuto lasciare la carne e correre in camera, dove c'era la macchina per cucire, per farle questi pantaloncini e poi spiegare a Muhammad l'accaduto, anche se ero sicura che sarebbe arrivato affamato? Mia figlia doveva aver sentito i miei sospiri e capito le mie perplessit, e mi sugger una soluzione. Si sarebbe fatta prestare i pantaloncini dalla sorella maggiore, pensando di togliermi cos una preoccupazione . Ma quel pensiero inizi invece a farsi pi pressante e a tormentarmi. Mi chiesi perch temessi cos tanto Muhammad, perch ogni tanto, anche se solo per qualche istante, mi sfiorasse l'idea di tornare nella nostra vecchia casa e persino dal Hajj. Forse perch dopo aver sposato Muhammad la vita si era fatta cos seria e dovevo prendermi cura di ogni dettaglio? Perch dovevo stare attenta a come ridevo, a ogni frase che dicevo? Quando lo sentivo ripetere: Fallo per il mio prestigio, Kamila! Per la mia posizione, Kamila!, dovevo forse dimenticare la persona che ero stata prima di sposarlo? La mia terza figlia, Ahlam, e il mio primo figlio, Tawfiq Quando rimasi incinta di un'altra bambina e Muhammad cominci a baciare la mia pancia mattina e sera, capii cosa mi era mancato durante le prime due gravidanze. Dopo il parto, Muhammad si sedeva e le parlava mentre allattavo, la descriveva in maniera minuziosa, le raccontava perch l'avesse chiamata Ahlam, segnava sul suo diario la data in cui le era spuntato il primo dentino, come prendeva il latte, come faceva il ruttino, quando si era alzata in piedi la prima volta, quando aveva fatto il suo primo passo, come si addormentava soltanto dopo aver accarezzato e giocato con i miei capelli. Non mi sembrava possibile che noi le avessimo organizzato una festicciola per il suo primo compleanno, proprio come nei film. Invitai le mie due figlie, Kamil, che nel frattempo era diventato cuoco in un famoso ristorante di Beirut, Hasan e le loro mogli, mia madre e alcuni fratelli e sorelle di Muhammad. Lui cerc di alleggerire l'atmosfera dall'ombra del mio divorzio e delle circostanze in cui si era

svolto il nostro matrimonio, perch ci godessimo al meglio quella felice occasione . Ci trasferimmo in una casa tutta per noi e subito dopo rimasi incinta di nuovo. Non avrei mai pensato che questo figlio sarebbe stato viziato e avrebbe avuto le stesse attenzioni di Ahlam, ma quando diedi alla luce un maschietto la terra sembr addirittura sprofondare sotto il peso di tutta la gente che venne a farci gli auguri. Sembrava che anche le mura cominciassero a sentire l'eco delle poesie, delle lodi e dei versi popolari dedicati al mio bambino, soltanto perch era un maschio. Tra queste poesie ce n'era una intitolata il piccolo re, e in particolare mi rimase impresso questo verso: Se fossi stato presente la notte della sua nascita l'avrei vestito con l'abito del giorno . Fu cos che girai pagina sul mio divorzio, perch, mettendo al mondo un "principe ereditario", mi ero meritata il diritto di essere la moglie di Muhammad. Capii perch Fatima la sarta aveva definito Muhammad high life: erano del clan al-Mawla e avevano un certificato autentico che ne testimoniava le origini . Il padre di Muhammad era famoso per aver combattuto contro i turchi e per la sua forza, tanto che la gente del villaggio e dei dintorni aveva paura persino del suo cavallo . Rimase per questo sindaco del paese per trentaquattro anni . Muhammad inizi a mostrarsi eccessivamente apprensivo nei confronti del nuovo arrivato. Se gli veniva il raffreddore o un po' di diarrea, mi rimproverava sempre con la stessa frase: Sicuramente gli hai fatto prendere un colpo di freddo, e ora gli cola il naso e gli venuta la tosse. Mi raccomando, fai pi attenzione a lui, Kamila. Fallo per me. Il panico mi attanagliava perch avevo l'impressione che il bambino non potesse fare a meno di me per stare bene, e che fossi io la responsabile della sua vita o della sua morte, invece che la volont divina o gli interventi del medico. Volevo perci che Muhammad mi stesse sempre vicino e al primo colpo di tosse o al primo starnuto non ci allontanavamo dalla sua culla . Tornai al mio primo lavoro, l'asino da soma: lasciavo un carico e ne dovevo subito prendere un altro, non pi sulle spalle, ma stavolta nella pancia. Rimasi incinta di Muhammad per la terza volta e diedi alla luce una bambina dagli occhi verdi, Majda. Quando mi chinai per prenderla, il latte sgorg dal mio seno come se fossi una mucca nell'orto di Nabatieh, e mi ritrovai a muggire e a leccarla con la lingua . Mia madre, che nel frattempo era venuta a vivere con noi, corse in camera come se avesse ritrovato la sua anima. Per Dio, Kamila, mi sembrava di sentire le vacche muggire. E possibile che nel cuore di Beirut ci siano delle mucche? Ora vado a cercarle!. Poi mise la placenta in un contenitore che copr con un panno e usc con Fatima e Hanan. Cerc un posto sperduto e cominci a scavare in profondit con una scodella, gett la placenta nella buca e la ricopr con le mani . Si sedette insieme alle mie figlie per farle la guardia per circa un'ora, finch il suo odore non scomparve, in modo da non attirare i cani e i gatti . Muhammad aveva portato a casa un'ostetrica professionale per aiutarmi a partorire, perch non ce la faceva a pagare le spese dell'ospedale. Amavo i

gioielli, i bei vestiti, le scarpe, ma non potevo averli, dato che i soldi si volatilizzavano. Cominciai allora ad accontentarmi, quando mi alzavo la mattina per salutare Muhammad, di dire a voce alta, perch mi sentissero le vicine di casa: Mi raccomando, non dimenticarti di passare dall'orafo a ritirare i braccialetti e a chiedergli se ha finito di fare gli orecchini . Nonostante mia madre si fosse trasferita a casa nostra e mi aiutasse a crescere i bambini, e Muhammad avesse assunto una cameriera che mi aiutava in casa, anche quando venivamo invitati alle feste di compleanno dei figli dei suoi colleghi, con cui andavamo anche a cena fuori, o parlavo con persone di un altro ambiente, i miei pensieri restavano a casa con i miei figli e con mia madre, che aveva quasi perso la vista e si muoveva con difficolt. Una volta, quando rientrammo, la trovai addormentata mentre i bambini giocavano in giro . Muhammad disse che lei, proprio come me, soffriva della malattia della pigrizia. Gli risposi: Portami un chilo di carne e vedrai con che rapidit la macino e ne faccio delle polpette, e poi vedrai se recupero o no le forze! . La realt era che davvero mi sentivo distrutta per le perdite di sangue che si susseguivano l'una dopo l'altra. Il medico non mi diede alcun consiglio sulla gravidanza, sugli aborti e sulle perdite. Io e Muhammad non discutemmo mai di smettere di far figli finch il mio corpo non si fosse ripreso e il nostro stato finanziario fosse migliorato, nonostante la promozione appena ottenuta. Lui, invece di notare che soffrivo di un esaurimento, si era convinto che fossi pigra. Una volta part per una missione speciale e venne a sapere che a Beirut nevicava . Prese la macchina e torn a casa a mezzanotte, correndo nella cameretta dei bambini per assicurarsi che fossero coperti bene. Pensava che mi fossi addormentata al calduccio per il sonno e la pigrizia, mentre i bambini dormivano al freddo nei loro lettini . Ras el-Naqura Il lavoro di Muhammad ci port a Ras el-Naqura, vicino al confine tra Libano e Israele. Quando i soldati ci aiutarono a portare le nostre cose e gli ufficiali ci accolsero festosamente, tornai di nuovo a sentirmi la protagonista di uno dei miei film e ringraziai Dio per questa fortuna. Vidi i giardini rigogliosi, salii le scale ed entrai nella camera da letto. Guardai il mare azzurro che si estendeva davanti ai miei occhi, di un colore che non avevo mai visto prima, paragonabile soltanto al detersivo cui si aggiungeva lo smacchiante blu che eravamo soliti usare. Giravo per casa cantando come Layla Murad, dopo aver chiesto a Muhammad con accento egiziano: Dove siamo? A Ras el-Barr? Ad Alessandria? A Marsa Matruh?. Inizi a portarmi tutti i giorni pesce, grande e piccolo, colorato o argenteo, e da questo capii che eravamo saliti di qualche gradino nella scala sociale . Il pesce mi faceva venire l'acquolina in bocca: da piccola desideravo poterlo anche solo assaggiare quando ne sentivo l'odore sulle soglie delle case in cui mi fermavo a vendere i bavaglini. Il Hajj non comprava mai pesce: Non siamo mica in due qui! Neanche un banco di pesci basterebbe a sfamare tutti! . La casa era ampia ed era composta di cinque camere da letto, un salone doppio e le stanze al piano terra. Ci mi faceva capire l'importanza della posizione che

Muhammad ricopriva a Naqura e ne ebbi la conferma quando, prendendo il caff sul balcone, lui mi indic i confini tra Israele e Libano, mentre il mio sguardo accarezzava il lungomare, gli scogli, le terre e le valli. All'improvviso mi venne in mente Mufaddala, la figlia di mia zia col serpente nella pancia. Si era sposata con un palestinese che aveva conosciuto al Sud e si era trasferita insieme a lui in Palestina. Dal 1948 non avevamo pi sue notizie. Se Mufaddala avesse saputo che ero la moglie del responsabile della frontiera, e se avessi saputo come rintracciarla per chiederle di venire a trovarmi, avrei potuto convincere Muhammad a lasciarla passare, e mia zia e mia madre avrebbero smesso di piangere per la sua perdita . Mia madre mi aveva raccontato che mia zia non smetteva di correre ogni mattina verso il confine, urlando: Mufaddala! Mufaddala!. Cercava di aprirsi un varco nel filo spinato usando la falce e le pietre, sbatteva la testa quando i suoi tentativi fallivano e smetteva soltanto quando vedeva il sangue scorrerle sul viso. Tornava al confine di notte, nella speranza che, se avesse urlato il suo nome, l'eco sarebbe risuonata fino in Palestina e le avrebbe restituito la figlia . Quando Muhammad era impegnato, passavo il tempo passeggiando in mezzo alla natura con i bambini e le mogli degli altri funzionari. Cantavo e raccontavo le storie dei film. Si complimentavano per la mia modestia, perch non sembravo la moglie del capo, soprattutto quando mi vedevano raccogliere con le mani l'indivia, l'acetosa, il timo e la camomilla . Sorridevo e sospiravo. Come avrei potuto raccontare che io e mia madre, per ingannare la fame, ci intrufolavamo nei campi di grano quando non c'erano i mietitori per raccogliere i granelli che restavano a terra? Passarono lunghe settimane, o forse un anno intero, e una volta, mentre passeggiavo con le altre mogli, decidemmo di allontanarci perch stanche di vedere sempre lo stesso paesaggio e per osservare da vicino l'unica palma che avevo notato mentre ero seduta sul balcone. Sentimmo l'urlo di un impiegato, che ci corse dietro per dirci che eravamo entrate inavvertitamente nei territori israeliani. Le altre donne cominciarono a tremare. Una invoc la Santa Vergine, un'altra Ges e una terza il profeta Muhammad. Io non supplicai proprio nessuno. La mia curiosit era senza limiti e desideravo vedere qualcosa di diverso dal mare, dalle onde, dalla schiuma bianca, dai grossi scogli lisci e dall'erba verde . Una mattina mi svegliai e dissi a Muhammad, mentre mi tenevo la testa: Ora capisco perch chiamano questo posto Ras el-Naqura, capo Martello: batte sulla mia testa proprio come un martello!. Mi tappai le orecchie per non sentire pi il fracasso delle onde, che mi causavano forti emicranie . Muhammad aveva notato questo cambiamento d'umore: la mia risata che gli piaceva tanto ed era fonte di gelosia era scomparsa. Non scherzavo pi, non cercavo pi di avvicinarmi agli impiegati e alle loro mogli e di essere una donna piacevole da frequentare. Non mi piaceva pi andare con lui e i bambini in spiaggia, perch vedere il mare mi causava la tachicardia, e quando era agitato stringevo forte i bambini e scappavo con loro per la paura che le onde, per quanto lontane, potessero spazzarci via .

Smisi di mangiare anche il pesce e non riuscii pi a stare in piedi. Muhammad chiam allora il medico che veniva soltanto due volte al mese a Ras el-Naqura, un posto sperduto, per visitare gli impiegati . Mi chiese cosa sentissi e gli raccontai delle onde, del frastuono del mare, del mio desiderio di piangere quando il suo colore cambiava. Mi disse che soffrivo di una forma di esaurimento che di solito veniva nei posti sperduti e isolati, come il deserto o il mare . Piansi mentre gli raccontavo di mia cugina e il medico annu con la testa, confermando la sua diagnosi. Certo, certo. Questo ha aumentato la tua depressione. Avrei voluto dirgli che soltanto io ne conoscevo il vero motivo: le mie due figlie erano a Beirut e la mia nostalgia era immensa. Il mare e il suo frastuono me le facevano sentire ancora pi lontane . Non le menzionai neppure, perch la moglie del capo non poteva essere gi stata sposata in passato, non doveva aver fatto l'amante per anni . Tornai in me soltanto quando Muhammad port una donna che era stata arrestata mentre cercava di varcare il confine di sera. Giurava di essere libanese e di avere parenti in Palestina. Parlava arabo con un accento strano e Muhammad non riusciva a capire se fosse libanese o palestinese. Si mise a piangere chiedendogli di rilasciarla, ma lui la mise sotto chiave al piano terra fino all'arrivo dell'ispettore, che sarebbe giunto l'indomani. All'improvviso mi sentii piena di entusiasmo e chiesi di vederla, ma Muhammad mi imped persino di accompagnarlo mentre le portava da mangiare. Il pensiero di quella donna rinchiusa nella stanza al piano terra, che chiamavo "la prigioniera", mi ossessionava. Aspettai che Muhammad si mettesse a letto e che si addormentasse profondamente per infilare la mano sotto il cuscino, dove aveva nascosto il mazzo di chiavi. Scivolai in punta di piedi gi dal letto, scesi al piano terra, aprii la porta e mi sedetti di fronte alla donna, che nel frattempo continuava a piangere. Cercai di parlarle, ma lei non smetteva di singhiozzare, e riuscii a capire soltanto che era nei guai. Altrimenti, perch cercare di varcare la frontiera illegalmente ed esporsi a un pericolo cos grande? Cominciai a piangere anch'io. Perch mia cugina Mufaddala non aveva fatto lo stesso? Portai a quella donna delle provviste, le presi la mano e infine le aprii la porta dicendole: Forza, vai, scappa!. La donna si chin per baciarmi la mano, ma io mi ritrassi: Dai, scappa! Salva la pelle! Fugg. Fu una questione di secondi e il buio la inghiott. Tornai a letto e rimisi le chiavi al loro posto, sotto il cuscino. Non riuscivo a prendere sonno, cos mi sedetti ad ascoltare il rumore delle onde. Chiss se la donna avrebbe cercato di varcare i confini per tornare in Palestina o se sarebbe fuggita e scomparsa nei territori libanesi . Aspettai l'arrivo del mattino, piena di paura per la reazione di Muhammad, che not che ero tornata del mio solito umore . Mi coccol e mi baci, felice quando vide il sorriso fare nuovamente capolino sul mio viso. Mi chiam piccola Kamila e poi indoss in fretta i suoi abiti, come se gli fosse venuta in mente quella donna. Prese il mazzo di chiavi e scomparve .

Poco dopo torn in camera da letto, senza chiedermi nulla, ma mi abbracci, accarezz le mie spalle e mi sussurr all'orecchio: Ora cosa dovrei dire all'ispettore? Che mia moglie ha rubato le chiavi e ha fatto scappare la donna? Forse quella che hai fatto fuggire una spia pericolosa! . I due Muhammad La nostra permanenza a Ra's el-Naqura giunse al termine e tornammo al baccano di Beirut e ai suoi costi proibitivi. In quel periodo c'erano due Muhammad nella mia vita: il primo indossava un completo gessato e una camicia stirata che gli donava molto. Aveva i capelli lisci e castani, e non lo vedevo mai senza un libro, un foglio o una penna in mano. Recitava poesie popolari che conosceva a memoria o versi composti dai suoi amici. Era capace di farmi impazzire di gelosia quando lo vedevo godere nel rosicchiare le ossa di montone. I suoi grandi occhi amavano la simpatia e la bellezza, ed era per lui che impazzivo: ne sentivo l'odore quando non c'era ed era capace di tenermi in pugno con un solo sguardo . L'altro Muhammad era quello che vedevo durante le mie gravidanze, che si susseguivano l'una dopo l'altra, i miei aborti, i miei travagli, che mi aiutava a crescere i nostri figli, che si fasciava la testa se uno di loro prendeva un raffreddore. Mi aiutava a pulire, lavare, stirare, cucinare, trovare una cameriera e si agitava per le responsabilit dei bambini e della casa. Fu questo secondo Muhammad che cerc di farsi prestare i soldi perch potessimo passare l'estate proprio a Bhamdoun, ma io preferivo cercare rifugio nel primo. Insieme ce ne andammo nei posti in cui ci incontravamo quell'estate, ritrovammo i nostri nomi e le date dei nostri incontri incisi sul mandorlo, sotto il quale ci sedemmo a ricordare quei giorni. Mi chiese di cantare per lui e io obbedii, nonostante la pancia ingombrante per la mia quarta gravidanza, la stanchezza, l'esaurimento e il sonno. Cantai una canzone di Shadya con tutta la sensualit e la civetteria di cui ero capace: Io ti raggiungo e tu ti allontani da me, ti inseguo e tu fuggi . Chi ti ha cambiato? Chi ti ha reso cos duro con me? Dimmi chi stato.. . Ma allora il secondo Muhammad scosse la testa dispiaciuto e disse: La tua voce non quella di una volta, sembra strozzata da una corda. Ridemmo insieme del suo commento. Gli dissi che era come se ciascuno di noi portasse un termometro per misurare quanto caldo fosse l'amore dell'altro, se fosse ancora all'apice . Correvo dal primo Muhammad, che di mattina apriva il giornale e mi leggeva le notizie dal mondo, e di sera scriveva sul suo diario. Il giorno in cui, secondo i miei documenti, cadeva il mio compleanno, nonostante non fossimo sicuri che la data fosse quella giusta, mi lesse una poesia di Elia Abu Madi intitolata il regalo di compleanno: Che cosa posso regalarti per il tuo compleanno, angelo mio, tu che hai gi tutto? Un braccialetto o una catenina d'oro? Ma non mi piace vedere catene ai tuoi polsi . Vino? Ma non c' sulla terra un vino come quello che versano i tuoi occhi . Rose? Ma le pi belle rose per me sono quelle che avevo odorato sulle tue guance .

Un granato che s'infiamma come il mio cuore? Ma il granato pi prezioso quello delle tue labbra . Non ho niente di pi caro della mia anima, Ma essa gi tra le tue mani . Gli chiesi di spiegarmi alcune parole che non mi erano chiare, poi me la feci ripetere pi di una volta, tanto da impararla a memoria. Mi prese tra le braccia e pianse, rimproverandosi per non aver mantenuto fede alla sua promessa di insegnarmi a leggere e a scrivere. Gli asciugai le lacrime e poi iniziai anch'io a piangere, gridando come Fatin Hamama: Un pezzo di legno e di grafite ha avuto la meglio su di me! . Mi trasformai in un poeta popolare e cantai: Un pezzo di legno con un po' di grafite mi batte! Ogni volta che provo a imparare, qualcuno nella mia pancia batte . Stavolta nella mia pancia c'era la mia quinta figlia, che chiamammo Kadsuma come la protagonista del film Sayonara . Fu a causa mia che scoppi la rivolta del '58 Avevo sempre pensato che le tensioni e i litigi fossero normali tra gli amanti, i familiari e i colleghi, ma non sapevo che potessero arrivare a un punto tale da sfuggire a ogni controllo . Invece, fu proprio ci che accadde in Libano nella primavera del 1958. Nelle strade si scaten una rivolta e nacque una resistenza popolare che si opponeva al presidente della Repubblica Camille Chamoun, alle Brigate e al Partito sociale nazionalista siriano. Si diceva che il presidente egiziano Nasser volesse annettere il Libano all'Unione araba e che avesse rifornito di armi la resistenza popolare, guidata da Saeb Salam . Girava voce che Chamoun fosse contrario all'Unione, e che anzi volesse prolungare il suo mandato presidenziale. Tutti i dipendenti statali, e in particolare i membri della polizia, dell'esercito e della Sret Gnrale, venivano minacciati da parte delle armate rivoluzionarie del quartiere. Quando anche Muhammad fu minacciato di morte se non avesse presentato le dimissioni, decidemmo di fuggire in una zona cristiana, a maggior ragione dopo che la casa del Primo ministro Sami al-Sulh venne fatta esplodere. Suggerii a Muhammad di rifugiarci a casa di Ibrahim, che nel frattempo si era trasferito in uno dei quartieri cristiani di Beirut, dove aveva costruito una casa dopo il ritorno del figlio dall'America . La mattina successiva aspettammo con impazienza l'arrivo dell'autista, temendo che i membri della resistenza popolare irrompessero in casa all'improvviso. Salutai i vicini, fra cui Layla, con cui ero diventata molto amica: parlavamo dei film e dei romanzi che leggeva e che mi raccontava. L'autista non venne e ci convincemmo che era complice dei rivoluzionari . Quando Muhammad decise di scendere in strada invece di restare in casa, trovammo la macchina che ci aspettava, ma dell'autista nessuna traccia. Salii con i nostri quattro figli sui sedili posteriori e Muhammad si mise davanti in sua attesa. Pensammo che la sua assenza potesse nascondere una trappola, che lui avesse spifferato in giro della nostra fuga . Invece, mentre Muhammad faceva congetture di ogni tipo, lo vedemmo spuntare dal ristorante del nano e della sua alta moglie, con in mano il panino di felafel pi

grande che avessi mai visto. Quel ristorante era sempre pieno di passanti: alcuni compravano, altri guardavano soltanto il proprietario, un nano appunto, che si metteva ai piedi un paio di zoccoli di legno e aveva una moglie altissima. Ogni volta che litigavano, il nano saliva su una sedia e le dava uno schiaffo . Superammo facilmente i posti di blocco e ci dirigemmo verso la casa di Ibrahim. Invece di rilassarmi perch ci stavamo allontanando dal pericolo, l'ansia prese ad attanagliarmi, e pi ci avvicinavamo alla casa di mio fratello, pi essa aumentava . Non era la prima volta che vedevo Ibrahim e la sua famiglia dopo il mio matrimonio con Muhammad. Lo avevamo incontrato insieme alla moglie, per caso, a casa di Mariam in occasione della nascita del suo primogenito, ed era stato allora che ci eravamo riconciliati. Malgrado i miei timori, Ibrahim e la moglie ci accolsero benissimo e la sorpresa pi grande fu trovare l anche le mie due figlie e il loro fratellastro. Era tanto che non le vedevo, a causa degli scontri. Stavano andando a Nabatieh per allontanarsi dai disordini, che erano arrivati anche nel loro quartiere . Quando i miei figli si addormentarono, mi misi a pensare che era tutto vero, che mi trovavo a casa di Ibrahim, lo stesso che era svenuto quando Hasan gli aveva parlato del mio divorzio e che aveva convinto il Hajj a divorziare dicendogli: Muhammad la lascer, non la sposer mai. Ha gi un marito e ha anche fatto due figlie!. Lui, che voleva vedermi strisciare, ci aveva aperto la sua porta e ci dava asilo. Sapevo che il carattere simpatico di mio marito si conquistava facilmente il rispetto, senza contare l'impotanza della sua posizione prestigiosa, ma ero anche certa che fosse merito dei quattro figli che avevo avuto da lui: avevo superato l'esame, ero passata dalla parte delle mogli per bene. Eccomi, ero tornata alla mia famiglia, col mio onore restituito e la mia dignit. Chiesi a Muhammad, prima di andare a letto, se fossero le circostanze a indurire i cuori delle persone, e se fosse il successo ad ammorbidirli e a renderli malleabili . Gli dissi quanto fossi orgogliosa di mio fratello, strappato alle braccia della scuola per essere gettato nel campo di battaglia della vita. Aveva ugualmente insistito perch i suoi figli studiassero, risparmiando una lira sopra l'altra. Ed eccolo, ora, proprietario di una casa. Anzi, di una villa . Muhammad Kamal La rivolta del 1958 si concluse con l'intervento della Sesta flotta americana. Il Libano non venne annesso all'Unione araba tra l'Egitto e la Siria e il generale delle forze armate, Fu'ad Shihab, fu eletto presidente della Repubblica . Io diedi alla luce un maschio, l'ultimo della serie. Mio marito insistette per chiamarlo Muhammad Kamal, cos io potevo chiamarlo Muhammad e lui Kamula, il vezzeggiativo che usava anche per me. I parenti e gli amici ci criticarono, per paura che mettere un nome cos mentre eravamo ancora in vita ci portasse sfortuna, soprattutto perch il piccolo era nato dopo vari aborti . Muhammad Kamal arriv al momento giusto: il nostro amore era tornato a galla dopo aver rischiato di affogare per la mia stanchezza, per la nostra situazione economica e per la gelosia assassina. Iniziammo a raccogliere i frutti delle fatiche

di Muhammad sul lavoro. Sotto Fu'ad Shihab venne promosso e divent commissario della Sret Gnrale a el-Beqaa . All'arrivo dell'estate, Muhammad prese in affitto una casa grandissima nei pressi di Shattura, in cui due donne del luogo mi aiutavano nelle faccende domestiche e con i bambini. In questo modo avevo tempo per passeggiare e gironzolare con Muhammad, con o senza figli. A volte ci sedevamo sul nostro balcone a guardare le montagne e gli alberi. In occasione della festa in ricordo della nascita del profeta Muhammad, mio marito accese un narghil e spar i fuochi d'artificio, mentre i bambini esultavano alla vista delle luci che squarciavano il buio. Di giorno li accompagnava al granaio per mostrare loro come si macinava il grano e allungava qualche soldo al contadino perch li lasciasse sedere sulla macina mentre il bue li trascinava girando in tondo . Una vicina di casa li aveva sgridati perch giocavano con la terra intorno a casa, allora Muhammad port a casa due camioncini, uno pieno di angurie e uno di sabbia, perch giocassero sul balcone. Cercavo di allontanare i pensieri brutti che quest'armonia e questa felicit paradossalmente mi causavano, anche se l'idea della morte non mi sfiorava ancora, nonostante le emorragie, gli aborti, i mal di testa quando persi un molare, l'infezione ai reni di Muhammad e le sue emicranie. Fu lui quello che inizi a delirare per paura della morte. Una notte radun tutti i nostri figli intorno a s mentre aveva in braccio Muhammad Kamal, che non aveva ancora compiuto sei mesi, caric la pistola e url al cielo: Ascolta! Se ci sei non togliermeli, e se vuoi farmi morire vuol dire che non esisti. Ti prego, non privarmi di loro!. Spar poi un colpo in aria: i piccioni e gli altri uccelli volarono via. Una vicina di casa corse da noi per sapere cosa stava succedendo. All'improvviso la luna comparve da dietro una nuvola e Muhammad comment: E contenta delle mie parole! . Questi suoi comportamenti mi indussero a chiedermi se la sua paura fosse legata al fatto che da tre settimane aveva imparato a guidare la macchina. O forse, all'improvviso, era consapevole del ciclo della vita: nascita, giovent, vecchiaia e morte. Avevo soltanto trentaquattro anni, e lui quarantuno; le nostre madri erano ancora vive e vegete. Anch'io allora fui sopraffatta dal pensiero della morte, e non perch vedessi i miei cinque figli giocare e ridere intorno a me, ma per via del chiodo sul muro della camera da letto, al quale appendevo il mio vestito: per qualche motivo, continuavo a immaginarmi mentre mi alzavo dal letto per un'emergenza e afferravo il vestito urlando . Corsi da Muhammad per raccontargli del mio sogno a occhi aperti e lo scongiurai di smettere di guidare la macchina, perch le sue mani erano rigide sul volante, non come quelle sciolte degli autisti, capaci di tenerlo saldamente anche mentre fumavano una sigaretta o si tergevano il sudore con un fazzoletto, che poi mettevano ad asciugare fuori dal finestrino . Giunse il giorno funesto in cui corsi davvero verso il mio vestito, rosa a pois bianchi, appeso proprio a quel chiodo . Lo strappai urlando e i miei cinque figli, che stavano aspettando il rientro del padre, piansero vedendo le mie lacrime .

Muhammad Kamal si aggrapp alle mie gambe, non riusciva a credere che non lo portassi con me . Muhammad mi aveva chiesto di portargli di l a un paio d'ore i bambini in ufficio per accompagnarli a fare una passeggiata, perch un grande contrabbandiere della zona era stato arrestato e lui non si sarebbe trattenuto molto al lavoro, visto che era un giorno di ferie. Ma la sua macchina era sbandata sulla strada bagnata e lui si era svegliato dal coma in ospedale . Ho slittato. Grazie a Dio i bambini non erano con me. Cercarono di salvarlo, mentre io pensavo che la morte aveva gi portato via le mie due sorelle e anche la mia vicina di casa. Chiesi a Dio di perdonarlo per quella volta che aveva radunato i nostri figli e poi sparato in aria. Gli chiesi anche perdono perch avevo tentato di avvelenare Abu Hussein e Ibrahim con il sale, e perch avevo detto a Muhammad, quando cercava di convincermi a divorziare, di aspettare che il mio ex marito morisse. Ricordai a Dio che avevo conosciuto Muhammad e che me ne ero innamorata prima di sapere che ero stata promessa in sposa al marito della mia defunta sorella . Rimasi ore al capezzale di Muhammad, che a volte era presente, altre assente; soffriva molto, col corpo completamente intubato. Il sangue dei suoi reni si mischiava a quello del cuore nelle urine. Riflettei a lungo e chiesi perdono a Dio, invocando la sua piet. Pregai e piansi, implorai Dio di non dare ascolto alle vecchie suppliche di mia madre che gli chiedeva di fare giustizia su Muhammad perch voleva farmi divorziare per poi sposarmi. Rammentai nuovamente a Dio che avevo conosciuto Muhammad e che me ne ero innamorata prima che mi costringessero a sposare mio cognato. Poi mi domandai se Dio avrebbe perdonato tutto e l'avrebbe salvato se mi avesse sentito dire: Questa la tua volont. Era stata la sua volont a far s che la rugiada cadesse, non sui fiori e sulle piante ma sull'asfalto, perch Muhammad sbandasse premendo il piede sull'acceleratore anzich sul freno. Tornai alle mie suppliche e dissi a Dio che ero consapevole che era stato lui a spargere la rugiada sui fiori, sulle piante e sulla terra, ma che la colpa era stata dell'uomo che aveva fatto le strade e le aveva ricoperte di asfalto . Muhammad si svegliava e vaneggiava. Si aggrappava a me e mi diceva che c'erano settecento lire nascoste nella sua scrivania. Quando vide che Fatima era sempre l accanto, mi chiese di Hanan e del motivo per cui non fosse venuta a fargli visita. Gli sorrisi e gli mentii, dicendogli che era andata a trovare un'amica al Nord e che al suo ritorno sarebbe venuta. Ma lui sapeva perfettamente perch lei si facesse vedere cos raramente. Dille di prendere un'aspirina per calmarsi e di venire a trovarci, mi disse, poi mi raccomand di non dimenticarmi di prendere le settecento lire nel cassetto della scrivania . Mi svegliavo con lui e vaneggiavamo insieme. Mi rimproverai per non avergli impedito di guidare la macchina nonostante la mia premonizione, e perch, ogni volta che litigavamo, nella collera gli auguravo di morire; rimpiansi anche il tempo che avevo sprecato, costringendolo ad aspettare anni e anni prima di divorziare da Abu Hussein. Mi rimproverai per le volte che avevo cercato di indagare quando rincasava tardi dal lavoro, per quando avevo preferito dormire

invece che stare insieme a lui. Delirava e si svegliava, cercava la mia mano per baciarla, poi tornava a vaneggiare, chiedendomi di scappare con lui dalla finestra. Sua sorella urlava che l'angelo della morte si era affacciato per portarlo via, ma che lui voleva sfuggirgli . Invece, Muhammad restitu la sua anima e mi venne strappato . Ero ancora in ciabatte quando cominci a radunarsi la folla accorsa a prendere parte alla sua sepoltura. Il suo funerale sembrava una festa di matrimonio: delegazioni dalla maggior parte dei villaggi del Sud, sangue e montoni sgozzati, altoparlanti, scorte. Mi vennero in mente le sue parole: Mi piangerai con lacrime di sangue. Tutti quelli che in passato avevo desiderato che venissero a visitarmi nella mia modesta casa e avrei voluto visitare nelle loro ricche ville parteciparono al funerale con scarpe lucide e abiti eleganti, completi costosi su cui facevano bella mostra fazzoletti di seta, con rosari di pietre preziose tra le dita e macchine lussuose. Tutti accorsero per dare l'ultimo saluto al defunto, e io in mezzo a loro con ancora le ciabatte con cui ero uscita correndo quando erano venuti a informarmi dell'incidente. Possibile che tutto fosse finito e che di Muhammad non sarebbe rimasto altro che un mucchio di ossa? E le idee, i sentimenti, i progetti, le sofferenze, i ricordi, le passioni, le poesie che scriveva e che io imparavo a memoria? Il suo sonnellino e le sue risate? Come erano potuti finire nell'istante in cui il suo cuore aveva cessato di battere? Come poteva essere sparito tutto senza lasciare traccia? Dov'era finito il suo desiderio di vedermi? E i suoi piedi, che lo facevano salire sull'autobus appena sentiva l'autista pronunciare la parola Bhamdoun per correre davanti a casa mia e stare con me a volte per un'ora soltanto, e poi tornare felice a Beirut? Tra le lacrime e i gemiti vidi la faccia di mio padre che cercava di nascondere una risata balbettando qualcosa. Capii che a suscitare la sua ilarit era stata la scena della madre di Muhammad in groppa a un asino che si era fermato rifiutandosi di fare anche solo un altro passo. Khadija, insieme ad altre donne, cerc di imboccarmi come se fossi una bambina piccola, soprattutto dopo che svenni sentendo dire che era scesa una lacrima dagli occhi di Muhammad proprio quando il nostro figlio maggiore si era avvicinato per dargli l'ultimo saluto . Una donna anziana mi disse, dandomi una leggera pacca sulla spalla: Fa niente, piccola mia, tesoro mio. E Dio che d e Dio che toglie. A che serve piangere e batterti il petto? Il pianto non lo far tornare. Su, tesoro. Cara, un domani vi rincontrerete. Sapevo che stava solo cercando di consolarmi, citando il detto Voi andate per primi e noi vi raggiungeremo, e le sue raccomandazioni mi colpirono . La donna si mise a piangere i suoi morti, prima di dirmi nuovamente: Forza cara, tieni duro, fallo per i tuoi figli . Sono ancora bambini. In un battito di ciglia vi rivedrete! . Non mi piacque questo suo affrettare i tempi: il piccolo Muhammad Kamal non aveva ancora compiuto sei mesi! Mormorai: Che il male stia lontano da me! . La casa della famiglia di Muhammad era affollata di donne, che continuavano ad affluire dal suo villaggio e da quelli confinanti e intonavano lamenti funebri.

Una donna chiese a un'altra, seduta accanto a lei, se Fatima, che teneva in braccio Muhammad Kamal, fosse la figlia del defunto. Le rispose che era la figlia del mio primo marito e cominciarono a spettegolare sul mio divorzio e sulla mia storia con Muhammad come se io non ci fossi. E avevano ragione, perch io non ero davvero l, soltanto il mio corpo c'era. Non sapevo dove fossi, forse insieme a Muhammad, nella sua tomba, mentre l'eco delle poesie risuonava nelle mie orecchie. Khalil Roukuz, il poeta che Muhammad amava molto e che aveva composto per lui poesie in varie occasioni, declam questi versi con voce strozzata dal pianto: Oh, Muhammad, hai abbandonato il mondo quando i tuoi occhi hanno compreso quanto piccola l'esistenza . Questa terra un palcoscenico per gli incontri e gli addii . Non sei solo, tutti siamo come te al cospetto della morte, ma tu hai reso pi amaro il tuo addio ch la giovinezza sulle tue guance era ancora in fiore . Come hai potuto chiudere gli occhi e abbandonare la vedova che ti ha donato tutta la sua tenerezza? Fu quella stessa donna anziana a farmi tornare in me, quando disse: Tutti noi, cara, vorremmo ricongiungerci alle persone che amiamo: la donna al marito, il marito alla moglie, il fratello a suo fratello, la sorella a sua sorella... Quando sarai in cielo, in paradiso se Dio vuole, per quanto stai soffrendo ora e per quanto soffrirai in futuro, lo chiamerai: "Muhammad, sono qui", e lo vedrai davanti a te, che ti aspetta bello come il sole . Il mio cuore ebbe un sussulto perch mi venne in mente che Muhammad era anche il nome del mio primo marito. E se fossi tornata insieme a lui? Cercai di distrarmi pensando alla mia rabbia e alla mia tristezza, mentre mi giungeva l'odore del cibo e sentivo il fracasso delle pentole, perch le donne della famiglia erano impegnate a preparare un banchetto degno del defunto, della sua famiglia e delle persone illustri giunte per accompagnare la bara alla sepoltura. Non potei fare a meno di chiedermi: "Mi ricongiunger al mio primo marito o a Muhammad?". Mi agitai inquieta, volevo saperne di pi e posi la domanda alla donna pi anziana, pi credente e pi devota. Le parlai delle mie preoccupazioni e delle mie paure . Lei mi accarezz il viso, recit alcuni versetti coranici, la basmala, e mi rispose: Calmati cara, ti ricongiungerai con il tuo Muhammad, perch il tuo primo marito si risposato, no? Per non dimenticarti di pregare e di digiunare . Il mio cuore si calm, ma non riuscii a fare a meno di chiedermi perch quella vecchia sdentata era ancora in vita, mentre Muhammad, Un uomo giovane, alto e nel pieno delle sue forze, era morto. Quel pensiero non mi avrebbe pi abbandonata e si sarebbe anzi rafforzato, contro la mia volont. Rivolgevo a ogni anziano che entrava, uomo o donna che fosse, queste parole: Possibile che tu, vecchio bacucco, sia ancora vivo, mentre Muhammad, nel fiore della sua giovent, se n' andato? Ma non assurdo?. Niente riusciva a fermarmi e allora la sorella di Muhammad mi prese per mano, sussurrandomi all'orecchio di controllarmi, perch la gente non pensasse che fossi impazzita e avessi perso il lume della ragione. Era proprio cos, invece, ma non glielo dissi. Mi sembrava che

Muhammad fosse ancora vivo, che semplicemente fosse impegnato in una delle sue missioni alla frontiera e che sarebbe tornato il giorno successivo . La sua morte fu un terremoto che trasform il nostro praticello verde in una terra devastata e poi in un deserto. Come avrebbero vissuto i miei cinque figli? E chi mi avrebbe tagliato le unghie delle mani e dei piedi da adesso in poi? Devi aver sbagliato casa La mia casa a Beirut non era pi degna di questo nome: per due mesi sembr una moschea o una sala per le feste . Ogni giorno veniva uno sheikh a recitare versetti coranici per il riposo dell'anima di Muhammad. Si presentavano in visita parenti, amici, colleghi, e poi gli amici dei parenti, degli amici e dei colleghi. Lasciavo la porta di casa spalancata. I miei cinque figli, la cui et variava dagli otto mesi agli otto anni, facevano rumore, mangiavano, piangevano e litigavano, tutti tranne il pi piccolo, che piangeva ininterrottamente e chiamava: Pap! Pap!, perch era molto legato a Muhammad, che gli faceva da padre e da madre: lo lavava, gli dava da mangiare, rideva con lui, gli cambiava il pannolino, i vestiti, e il piccolo si addormentava soltanto tra le sue braccia . Le mie energie andavano esaurendosi, il mio corpo era prossimo al crollo e io ero frastornata dai visitatori e dai versetti coranici che facevano a gara con la confusione dei bambini. Avrei voluto sbattere la porta in faccia allo sheikh cieco che recitava il Corano, ma non riuscivo a chiedergli di smetterla di venire e preferivo lasciargli recitare i versetti mentre me ne stavo sdraiata a letto e chiedevo ai bambini di fare rumore perch pensasse che fossi ancora in soggiorno . Quando uno di loro corse a dirmi che il cieco chiedeva di me, gli risposi dalla camera: Eccomi! Stavo facendo bollire un po' d'acqua per farti una tisana, ma se stai andando fa niente, puoi berla anche domani. Ciao! . Arriv il giorno in cui gli sbattei davvero la porta in faccia . S? Cosa desideri? gli chiesi" . Sono lo sheikh mi rispose lui. Sono venuto per recitare il Corano. Chi? gli chiesi nuovamente . Lo sheikh... balbett lui. Vengo ogni giorno a recitare il Corano per il riposo dell'anima di tuo marito. Devi aver sbagliato casa! gli dissi. Qui non morto proprio nessuno! Fuori, non vogliamo uccelli del malaugurio! Insistette, e io feci lo stesso, finch lo sentii battere a terra il bastone e scendere le scale . Sistemai tutti i vestiti e le scarpe di Muhammad in alcune scatole che misi in soffitta. Raccolsi tutti i suoi fogli e i diari e li chiusi in una borsa nell'armadio. La mia attenzione fu attirata da un pacchetto di sigarette vuoto: lo aprii e vi trovai dieci lire e un pezzo del mio vestito nero a pois dorati. Non riuscii a ricordarmi nulla di quelle dieci lire, ma il mio cuore si strinse di dolore nel vederle . Arrivarono le prime piogge e preparai i miei figli per il ritorno a scuola. Mi sentivo come se mi stessi svegliando dopo aver dormito in un giardino, con la testa poggiata sulle gambe di Muhammad che mi facevano da cuscino. Ma non lo trovai accanto a me. Vidi anzi i miei cinque figli che mi tiravano per il vestito. Quattro di loro urlavano e mi chiedevano di scrivere i loro nomi sui quaderni e sui

libri, di leggere le correzioni delle insegnanti, di aiutarli a fare i compiti. Il quinto invece voleva il mio latte, giorno e notte, e all'improvviso, quando mi sorpresi anch'io a tirare il mio vestito, mi sentii io il sesto bambino. Chi mi avrebbe letto i documenti della banca che aspettavano la mia firma? Chi mi avrebbe spiegato i contratti e le loro condizioni? Mi ritrovai a firmare col mio nome, lettera dopo lettera, come mi aveva insegnato Muhammad, ma la confusione che aleggiava sulla pagina mi tolse immediatamente la fiducia in me stessa e allora mi chiesi se dovessi firmare tutti quei fogli, i documenti dell'eredit perch davvero Muhammad era morto. Mi venne in mente che una volta aveva scritto che mi avrebbe ceduto tutte le terre che possedeva al villaggio, ma poi aveva strappato il foglio in seguito a una lite. Lo aveva riscritto quando ci eravamo rappacificati, ma, chiss perch, allora non ero riuscita a credergli e cos avevo scrutato con occhio indagatore i fogli, cercando il mio nome. Effettivamente lo avevo trovato, e allora avevo cercato la parola "terra", senza trovarla. Avevo provato infine a scovare il nome del suo villaggio, ma non avevo trovato neppure quello. Glielo avevo detto e lui mi aveva stretto a s fin quasi a stritolarmi . Vidi il nero delle lettere confondersi, come mosche che ronzavano davanti ai miei occhi. Non riuscivo pi a riconoscere le lettere, che sembravano chiodi di dimensioni differenti: tutto quello che avevo imparato e che Muhammad mi aveva insegnato era volato via. Mi ritrovai confusa mentre il ronzio delle mosche si faceva pi forte. I chiodi si rimpicciolirono, ammucchiandosi l'uno sopra l'altro in qualche angolo del mio cervello. L'impiegato che mi aveva portato quelle carte inizi a irritarsi, mentre io non osavo dirgli chiaramente che avevo dimenticato come firmare, anche se l'avevo gi fatto su tre fogli che aveva ritirato. Per nascondere la vergogna mi misi a disegnare un fiore, simile a quelli che avevo fatto per Muhammad, e una specie di passero. L'impiegato mi guard incredulo: mi chiese di firmare su un altro foglio, e poi su un altro ancora, e quando ripetei su un foglio dopo l'altro la mia firma, che assomigliava ormai a un fiore e a un passero, l'impiegato obiett che non era accettabile e mi sugger di lasciare la mia impronta digitale. Mi sentii improvvisamente al mercato di Nabatieh, mentre guardavo il maniscalco che alzava la zampa dell'asino per ferrarla. Pensai alla moglie del nano, il venditore di felafel, che metteva la sua impronta ogni volta che riceveva una fattura, come se fosse stata creata con un dito bluastro. Mi rifiutai categoricamente di lasciare l'impronta del mio pollice e lo informai che da quel momento in poi quel fiore e quel passero sarebbero stati la mia firma, perch ero sicura che non avrei mai dimenticato come disegnarli. Alla fine l'impiegato prese i fogli e li timbr . Seguii il consiglio dei fratelli di Muhammad e, con la liquidazione che il governo mi aveva assegnato, comprai un appartamento da affittare. Affidai una parte del denaro a una donna del villaggio, di nome Salsabil, che prendeva in prestito denaro dalle vedove per restituirlo dopo un anno con interessi considerevoli. Ne diedi un'altra parte a un venditore di scarpe del villaggio di Muhammad, che aveva un negozio anche a Beirut, per investire il capitale e guadagnare sugli interessi. Il cognato di Muhammad fu nominato curatore del mio

denaro, per ritirare in mia vece lo stipendio dal ministero delle Finanze e occuparsi delle spese di casa e delle necessit scolastiche dei bambini . Non potei fare a meno di pensare a come Muhammad continuasse a lavorare per noi, anche sotto terra, e che grazie a lui mangiavamo, bevevamo e dormivamo a casa nostra. Paragonavo la nostra situazione a quella di mia madre dopo la morte del primo marito, che l'aveva lasciata senza un soldo . A quell'idea mi strinsi le braccia intorno al corpo, come se stessi abbracciando Muhammad, e gli rivolsi un sorriso. Forse avrebbe potuto sentirmi mentre sussurravo: Mi auguro che Dio ti salvi, per tutti noi. Poi mi venne in mente che anche mia madre era rimasta vedova a trentaquattro anni, e fui scossa dai brividi . Sono solo un pettirosso! Cosa puoi fartene di me? La mia casa inizi ad attirare le farfalle e le api, tanto quelle che portavano il nettare quanto quelle che lo cercavano: mogli frustrate, donne attempate che si atteggiavano a ragazzine, divorziate. Simili alle protagoniste dei film del cinema, iniziarono a riempirmi la casa: s'inebriavano di canti, d'amore, delle belle parole dei corteggiatori, dei loro racconti sentimentali e dei loro incontri dettagliati, per poi lamentarsi della lontananza, dell'abbandono e persino del troppo amore . Casa mia sembrava essersi trasformata in una clinica per il cuore, una sala d'attesa, un centro di convalescenza. Le donne cercavano rifugio dai fratelli, dai mariti e anche dalle madri. C'erano anche le mie figlie, Fatima e Hanan, che si divertivano a venire ogni giorno a casa mia, lontane dal padre e dalla matrigna acida . La paura torn ad avere la meglio su di me e contagi anche i miei cinque figli pi piccoli, mia madre, le mie amiche e tutti i visitatori che varcavano la soglia di casa: i parenti di Muhammad, e nello specifico gli uomini che ne facevano parte, erano diventati come pescatori che attendevano in silenzio assoluto che facessi un passo falso e che cadessi nelle loro reti. Invece, la tristezza delle tre sorelle di Muhammad per la morte del fratello era indescrivibile: una di loro si allontan dalla casa e dal quartiere, mentre le altre due continuavano a piangere, a battersi il petto e a stringersi a noi . I fratelli di Muhammad cercarono di entrare in possesso di tutto quello che era suo. Non sopportavano che fossi riuscita a cavarmela, che avessi smesso di svenire e di vomitare. Non erano felici di come fossi riuscita a tenere duro e a non lasciarmi andare al turbine degli eventi, n di come fossi capace di badare a me stessa, senza aver pi bisogno delle iniezioni di calmanti che il medico mi faceva tra le dita, perch era impossibile trovarmi le vene nel braccio. Davo per scontato che, se fossimo stati in India, mi avrebbero fatto bruciare viva col corpo di Muhammad. Uno dei suoi fratelli, lo stesso che aveva rivelato il segreto della nostra storia al Hajj, arriv a picchiarmi la prima volta che uscii dopo la morte di Muhammad insieme a una delle sue sorelle, per andare a fare le condoglianze alla famiglia di un parente che era morto . Un altro dei suoi fratelli si innamor di me; non riuscivo a capire come osasse avvicinarsi a casa pur sapendo di non poter neppure lontanamente competere con Muhammad e con la sua posizione. Voleva diventare l'uomo di casa, spiava chi

veniva a visitarci, mi osservava, mi seguiva ovunque andassi e, ogni volta che cercavo di mettergli un freno, mi rispondeva: Sono libero e posso fare quello che voglio! Questa casa di mio fratello! . Cos, alla fine, alzai la voce e gli vietai di rimettere piede in casa mia urlandogli: Sono libera! . Non poteva ficcare il naso nei fatti miei, doveva smetterla di mettere sotto torchio i miei figli per farmi cadere in qualche trappola: Dove siete stati? Chi c'era con voi? Cosa avete mangiato? . Se da un lato scappavo dal fratello di Muhammad, dall'altro correvo dietro al curatore del mio denaro, come un gatto con il topo. Lo inseguivo ovunque, gli chiedevo di pagare questo o quell'altro, e lui puntualmente mi sfuggiva, come se gli stessi chiedendo un prestito. Pretendeva che gli elencassi tutto ci che compravo, persino una scatola di fiammiferi! Mi convinsi che si comportava cos su istruzione della famiglia di mio marito. Dovevano avergli detto: "Falle mendicare ogni singolo centesimo!" . Perch la famiglia del marito si comportava sempre cos, nei film come nella realt? Non trovai altra soluzione che andare in tribunale per chiedere allo sheikh di togliere ogni autorit al curatore e di porre un limite alle prepotenze dell'altro cognato. Sembrava che le sue orecchie fossero chiuse con le pietre e, mentre mi spiegava la legge, gli articoli, ci che si poteva e non si poteva fare, non sentiva altra voce che la sua . Mi venne in mente la storia del pettirosso . L'uccellino, vedendo il fucile che mirava al suo cuore, supplic tremante: Cacciatore, che fai? Io sono solo un pettirosso, il pi piccolino tra gli uccelli! Cosa puoi fartene di me? Valgo meno di un pezzo di pane e una cipolla!. Il cuore del cacciatore s'impietos, gli piacque la logica dell'uccellino e lo lasci andare, mettendosi in cerca di un'altra preda. Il pettirosso sbatteva le ali per la gioia, ebbro di orgoglio perch era riuscito a convincere il cacciatore grande e grosso a non sparargli. Quindi, quando vide un altro cacciatore, usc dal suo nido per andargli incontro: Sono il pettirosso. Una fetta della mia coscia basta per sfamare una casa intera! e il cacciatore gli spar e lo uccise . Mentre mi lamentavo con lo sheikh, mi sentii come il pettirosso, ebbro di fiducia in se stesso, come se la posizione di Muhammad mi facesse da scudo. Ma il suo rifiuto e la sua mancanza di attenzione mi insegnarono a trasformarmi nel primo pettirosso, quello che tremava e implorava il cacciatore: Io sono solo un pettirosso, il pi piccolino tra gli uccelli! Cosa puoi fartene di me? Valgo meno di un pezzo di pane e una cipolla! . Feci nuovamente ricorso all'inganno e all'astuzia, usando nei confronti del curatore e del cognato prepotente il primo canto del pettirosso. Tornai in tribunale, chiesi di essere ricevuta dallo sheikh e cercai di convincerlo a togliermi di mezzo il curatore, chiedendogli di nominarmi unica tutrice dei miei figli. Mi rispose che il curatore era stato scelto per il suo amore e la sua lealt nei confronti del mio defunto marito. I comportamenti del cognato prepotente si spiegavano

invece con la sua conoscenza della societ, che non mostrava piet per una vedova, soprattutto se giovane (evit di aggiungere "bella") . Decisi quindi di cambiare tattica, visto che le prime due erano fallite. Corsi a casa di mio fratello Kamil e chiesi alla sua bella moglie dagli occhi verdi di aiutarmi e di accompagnarmi la settimana successiva in tribunale. Quando lo sheikh tent di convincermi con le stesse argomentazioni della volta precedente, io mi opposi. Non credo che un altro possa essere pi adatto di me. Io appartengo soltanto a me, e non alla famiglia di Muhammad. Poi mi lamentai parlando chiaro e tondo delle attenzioni indesiderate che mio cognato mi rivolgeva. Piangevo davanti a lui, mentre mia cognata gli faceva gli occhi dolci. E cos lo sheikh firm i documenti, riconoscendomi unica custode dei miei figli. Il rapporto con mia cognata, gi forte, si cement definitivamente . Muhammad mi tradisce Una cugina di Muhammad mi raccont che una volta suo figlio e mio marito avevano fermato la macchina per far salire una straniera che faceva l'autostop. Sentii la gelosia insinuarsi dentro di me, come se Muhammad fosse ancora vivo. Mi tolsi una scarpa e la tirai contro la sua foto, ma sbagliai mira. Appena la cugina se ne and, mi piazzai davanti a lui. Lo sgridai e gli chiesi di dirmi la verit su quanto avevo sentito, ma il sorriso dipinto sulle sue labbra non cambi di una virgola. Sbattei la foto a terra e, quando vidi che la cornice e il vetro non si erano neanche scalfiti, la spostai, in modo che lui guardasse verso la mia foto, che per gli voltava le spalle. La gelosia che si era impadronita del mio cuore non mi lasci chiudere occhio tutta la notte . Mentre io mi dividevo tra un figlio e l'altro, stanca ed esausta, Muhammad rimorchiava una straniera e magari ci andava pure a letto! Raccontavo del suo tradimento a tutte le donne che venivano a visitarmi, ma ridevano di me e si complimentavano per il mio umorismo, senza poter credere che io invece ne soffrissi veramente. L'angoscia mi piegava in due e la curiosit di sapere la verit su quello che era successo tra lui e la straniera mi uccideva . Non riuscii a girare pagina sulla vicenda, anzi, accadde l'esatto contrario. Una mia vicina mi raccont che una sua amica, quando aveva sentito della mia gelosia, le aveva confidato che Muhammad non era un marito fedele e che una volta l'aveva invitata a pranzo. Lei non aveva accettato, ma Muhammad non si era scoraggiato per il suo rifiuto e aveva iniziato a corteggiarla per cercare di convincerla. Tutto era cominciato quando si era rivolta a lui per chiedergli aiuto per una procedura legale, perch nella zona si era diffusa la voce che fosse disponibile ad aiutare tutti. Andai da quella donna, che era preside di una scuola statale, chiedendole di farmi chiarezza su tutta la vicenda e pregandola di raccontarmi tutta la sua storia con Muhammad. Il mio rancore e la mia gelosia le fecero rimangiare tutto quello che aveva detto, mentre io ripetevo davanti a lei, senza accorgermene: Vediamo. Ora gli faccio vedere io!, come se Muhammad si trovasse nella stanza accanto. La signora giur e spergiur che aveva inventato la storia perch mi togliessi il lutto e tornassi ad amare la vita. La sua spiegazione non mi convinse, anzi, m'immaginai Muhammad seduto nel suo ufficio mentre lei entrava con una borsa in mano e i vestiti curati, che dimostravano chiaramente

che lei non era una tipa da chiudersi in casa a cucinare, lavare e pulire, ma una donna che sapeva leggere anche i documenti ufficiali. Immaginai Muhammad che diceva a se stesso che quella era una persona colta, alla sua altezza, che sapeva godersi la vita, mentre sua moglie Kamila se ne stava rinchiusa in casa. Uscire con lei significava aver raggiunto una posizione che gli conferiva un potere a cui quella donna non poteva sottrarsi . Corsi verso l'armadio, tirai gi la valigia in cui avevo conservato tutte le sue carte e girai su me stessa . A chi dovevo rivolgermi per farmele leggere? Non volevo qualcuno che gioisse della mia situazione, ma una voce amica . Urlai: Ma certo! Layla!. Era la mia vicina di casa, le volevo un bene sincero e lei mi ricambiava. Ci sedemmo insieme in mezzo a decine, anzi, centinaia di fogli . Le raccontai che Muhammad mi aveva tradito e le ripetei ci che mi aveva detto la vecchia signora del suo villaggio una volta che ero andata a visitare la sua tomba sotto l'albero. Ne imitai l'accento: Che tristezza! Tuo marito era un re! Aveva una pistola a destra e una a sinistra. Aveva indicato i suoi fianchi. Quando mio marito mor lo piansi, giuro, ma non potei fare a meno di rimproverarlo: "Sei sceso a Beirut e hai preso il tram, lasciandomi qui, a pascolare le mucche. Te ne sei andato a quel paese". Be', tutto sommato, meglio il suo funerale che il suo matrimonio! Magari, se fosse ancora vivo, avrebbe preso una seconda moglie! . Ma quando rividi la sua scrittura, i messaggi che gli mandavo per mano di mia figlia Fatima e dell'altra Fatima, la sarta, non potei fare altro che innamorarmi nuovamente di lui. Vidi il passero, il nido e i fiori che avevo disegnato per lui, e poi una miriade di fogli in cui i paragrafi si susseguivano l'uno dopo l'altro, separati da una linea rossa. Capii, grazie a Layla, che si trattava dei suoi diari. Ma avevo fretta, volevo trovare qualche messaggio che gli era stato inviato. All'improvviso lo sguardo di Layla cadde sulla frase: Bonjour, mon amie, scritta in francese e in arabo. Ma poi si accorse che si trattava soltanto della storia d'amore tra due studenti che erano andati insieme in gita. Lei era una ragazza bella come il sole, di nome K. Incedeva come una gazzella e sulle sue labbra era dipinto un sorriso cos dolce che, se un cieco avesse potuto immaginarlo, si sarebbe suicidato in preda alla desolazione e all'angoscia di non poterne godere. Poi passava a un altro argomento: Arrivammo alle colline a est di Beirut, su cui la citt si abbandona come una vecchia signora che poggi la schiena a un muro solido, come un bambino tra le braccia della madre. Lasciammo parlare al nostro posto gli occhi . Quando i nostri sguardi s'incontravano, suscitavano brividi e tremori nei nostri corpi. Proseguiva parlando dell'estate che era arrivata e della sua amata studentessa che era partita per Bhamdoun. Gli sembrava che il mondo si stesse rimpicciolendo e non aveva pi voglia di fare nulla. Non poteva tornare sulle stesse strade che percorrevano insieme. All'improvviso gli apparve alla stazione di el-Nasira, mentre cercava di attraversare la strada per raggiungere il lato opposto.

Non riusciva a credere ai suoi occhi. La chiam in preda alla felicit e lei si volt. Appena lo vide, corse verso di lui, ma il vagone del tram non gliene diede il tempo e non le permise di raggiungere il suo amato, che non aveva esaudito la sua richiesta di visitarla a Bhamdoun. Era tornata a Beirut perch i suoi occhi potessero godere della sua vista, ma furono invece gli occhi di lui a vederla finire sotto le ruote del tram che le tranciarono le membra e le strapparono l'ultimo respiro di vita. La gente accorse spaventata e impaurita. Le donne urlavano: "Oh Dio, salvaci! Abbi piet!". Tutti corsero a vedere quella creatura innocente il cui corpo era stato dilaniato e sparso sotto quelle ruote che non avevano mostrato n piet n misericordia; uno scaricava la responsabilit su di lei, gli altri venivano assaliti dalla confusione. Tutti, tranne un essere umano, un solo essere umano che per aveva smesso di essere tale per diventare una statua, immobile, fermo a rivivere nella sua anima quell'immagine, quello che era accaduto sotto le ruote . Layla fin di leggere la storia mentre io mi battevo la mano sul petto: Muhammad aveva sofferto cos tanto quando ero ancora sposata col Hajj e avevo paura di divorziare da augurarsi che facessi quella fine? Davvero voleva che la mia morte mettesse fine alla sua sofferenza? Veramente voleva diventare come quella statua? E invece era finito lui sotto terra, ed ero io a essermi trasformata in una statua. Trovare la prova del suo tradimento aveva perso ogni importanza. Quei fogli ci portarono incantate in un giardino pieno di erba, in cui ci sentivamo due mucche che non sapevano da dove cominciare. Il desiderio di leggere tutto infiamm Layla tanto quanto me. La lasciai per andare in cucina e, quando tornai, la trovai ancora china sui fogli: annuiva con la testa, a volte si metteva una mano sul cuore, altre copiava alcuni pezzi . Mi disse: Dio te l'ha mandato dal cielo perch tu assaggiassi il dolce sapore dell'amore. Ci sono donne che vivono e muoiono senza che i loro denti conoscano null'altro che il dolore. Layla inizi a leggere alcuni versi, ma poi smise, nascondendosi il viso per la vergogna, perch, nonostante avesse superato i venticinque anni, non era sposata ed era ancora vergine. Poi prosegu la lettura della poesia, fermandosi di tanto in tanto a commentare col suo accento di Beirut: Oddio! Come pu dire questo? . La lamentela di Thuraya Thuraya si lament con i miei genitori . Disse: Vostro figlio mi ha ferito, ha bevuto vino fino a perdere la testa, ha stretto e spremuto il mio seno . Ha assaggiato le mie labbra contro la mia volont, mi ha stretto la vita e mi ha baciato il viso . Ha succhiato il mio miele e il polline del mio fiore, e le sue mani hanno giocherellato con i miei melograni . Thuraya continu a esagerare e a piangere, tanto che il suo pianto suscit quello dei miei genitori . Mio padre discusse con mia madre a causa mia e le chiese: Perch lo lasci a redini sciolte? . Lei rispose: Si sveglier e io lo consiglier . Nessuno ha colpa, se non la passione .

Quando verr lo prender da parte, sfregher le sue guance tra le mie mani e succhier dalla sua bocca il vino che ha bevuto fino a farlo riprendere dall'ebbrezza . Thuraya disse: Se questa la cura, lascia fare a me! Di succhiare le labbra ne so di pi e la sua bocca abituata soltanto alle mie . Ridemmo di quella poesia licenziosa, che sicuramente doveva aver copiato da qualche parte . Layla lesse poi una lettera spedita a Muhammad da un parente, che gli raccontava di aver visto le splendide mesdemoiselles dai seni floridi, la vita snella e il sedere rotondo in un cabaret di Beirut, e aggiungeva: Mi infilo fra le mesdemoiselles come un uccello tra le ali della madre . Quanto vorrei che fossi accanto a me, tu, unico cavallo in questo campo di battaglia!. Capii dalla data del messaggio che era stato scritto nel periodo in cui Muhammad si trovava nella Valle della Seta, un momento in cui il nostro amore era pi forte che mai, e mi rassicurai. Rimisi tutti i fogli al loro posto, convinta che Muhammad non mi aveva mai tradito . Portai a Layla una tazza di caff e accesi una sigaretta. Ormai ne avevo sempre una in mano . Sei mesi dopo ripresi la stessa valigia e tirai fuori i fogli perch una mia nuova amica li leggesse. Era pi giovane di me e l'avevo conosciuta perch era venuta a sapere della mia gelosia per Muhammad anche dopo la sua morte. Mi lesse tutti i suoi diari. Una frase, anzi, due mi provocarono un estremo dolore. La prima diceva: La mia amata Kamila? Non pi capace di scaldarmi, e la seconda: Dopo quattro anni passati con K. sono andato da quelle ragazze, ma non ho trovato nessuno. Mi biasimai perch stavo dissotterrando il passato come una gallina che cerca un chicco di grano e, trovatolo, capisce di non poterlo inghiottire perch non ha la gola. Lo rimproverai, lo sgridai e mi arrabbiai con lui, ma il mio animo non si plac perch lui non poteva giustificarsi n spazzare via i miei sospetti. Sapevo che qualche volta, prima del mio divorzio, si era visto con quelle due sorelle, che avevano fama di fare le civette . Mi ricordai del sogno che avevo fatto tempo prima: Muhammad era tornato e si era incontrato con una di loro. Glielo raccontai durante una telefonata mentre lui si trovava per lavoro una settimana o due in una zona remota del paese. Rise di me e mi mand un messaggio nel quale parlava del sogno che aveva fatto una delle sue sorelle dopo aver esagerato con la mujaddara prima di andare a dormire: aveva visto nel sonno che la mujaddara se la portava via e la metteva nella pentola . Sistemai allora le lettere, i diari e tutti i documenti di Muhammad nella valigia, che stipai per l'ennesima volta nell'armadio. Passarono alcune settimane e mi convinsi categoricamente che dovevo cancellare dalla mia mente quelle due righe che avevano provocato dentro di me ferite insanabili. Richiamai invece alla memoria le decine di parole che mi avevano portato a toccare il cielo con un dito. Finsi con tutte - con la cugina che mi aveva raccontato della straniera e dell'autostop, con la preside della scuola e con la mia nuova amica che aveva letto

per me quelle due righe - che i loro stratagemmi avevano avuto successo e che avrei smesso il lutto, come si auguravano . Effettivamente andai con mia figlia Fatima a comprare una bella blusa colorata e passammo dal parrucchiere perch sistemasse i miei capelli ricci. Andai apposta nel mio vecchio quartiere nella speranza di incontrare il giovane vicino. La nostra casa mi apparve da lontano, ma senza la terrazza, perch sopra avevano costruito altri tre appartamenti. Vidi il balcone del nostro vicino, ma non mi fermai. Proseguii anzi sorridendo . Appena ripresi in mano le redini della mia vita, le ansie di mia madre iniziarono a limitarmi. Temeva la famiglia di Muhammad e i debitori, e aveva paura - per i miei figli - del balcone, del fornello, del fatto che attraversassero la strada da soli, o che la malattia che aveva agli occhi li contagiasse . Ma tutto questo era niente rispetto alla sua paura pi grande, quella per la mia giovent. Quando mi vedeva che mi pettinavo davanti allo specchio, provava a reprimermi. Se invece ridevo, uscivo di casa o mi sedevo sul balcone insieme a una vicina di casa o a una parente a fumare, sbuffava e diceva a tutte quelle che venivano a visitarmi: Ve ne state qui a sorseggiare caff come se sgorgasse gratis da una fonte! . Voleva che, all'arrivo di mio cognato, mi ritirassi nella mia camera. Nonostante il grande affetto che provava per i miei figli, discuteva continuamente con Ahlam quando la vedeva giocare, saltare o rilassarsi sul balcone. Voleva che fosse come le ragazze del villaggio e si assumesse insieme a me la responsabilit della casa e dei fratellini . Mia madre manifest tutto il suo rancore, la sua agitazione e la sua depressione quando venne a farci visita mio padre . Mostr la ripugnanza e il disprezzo che covava per lui, e non per la sua vera rivale, la nuova moglie, soprattutto quando lui prese a raccontarci le sue storielle divertenti con le donne del villaggio che gli chiedevano aiuto per qualsiasi questione, piccola o grande che fosse. Lo trovavano simpatico e amavano la sua allegria e l'ironia che accompagnava sempre i suoi discorsi. Il suo viso ridanciano le incoraggiava a lasciarsi andare e lui faceva una carezza sulla spalla di una e pizzicava la guancia di un'altra. Le donne non erano abituate a un uomo come lui, perci gli raccontavano anche le loro cose pi intime e private, chiedendogli un aiuto pratico, specialmente per quanto riguardava i rapporti sessuali con i mariti. Si basavano sul famoso motto che lui ripeteva sempre in loro presenza: Se tuo marito ti desidera e fa sesso con te significa che non hai da temere che sposi un'altra donna e ti porti in casa una rivale. Preparava per loro dei talismani, pur sapendo perfettamente che non servivano a nulla tranne che ai suoi interessi personali, che non si limitavano soltanto ai soldi. In cambio dei suoi servizi accettava infatti qualsiasi cosa che la donna in questione potesse dargli senza che il marito se ne accorgesse: cartine per sigarette, uova, latte, farina e altri generi alimentari . Una volta una donna gli aveva offerto un gallo e una tanica di yogurt in cambio di una serie di talismani che dovevano far s che il marito tornasse nel suo letto e

facesse sesso con lei. Quando anche l'ennesimo talismano che la donna aveva sistemato sotto il cuscino del marito non aveva portato ad altro che a un aumento di depressione e frustrazione, la donna aveva iniziato a bussare alla porta di mio padre. Aveva esternato le proprie angosce e gli aveva fatto presente che i suoi talismani non erano serviti a nulla. Mio padre aveva perso la pazienza e un giorno le aveva gridato: Abbiamo mangiato il tuo yogurt e cucinato il tuo gallo. Se non vuole fotterti adesso, non lo far mai pi! . Cerc di far ridere mia madre, ma quando vide che lei si manteneva sulle sue posizioni, le rivolse parole aspre: Maledetta sia la tua superbia!. Cercai di impedirgli di continuare, ma inutilmente. Minacci la sua seconda moglie, indicando mia madre: Se parli o ti lamenti, farai la sua fine! . Provai a calmare le acque, ma mia madre mi azzitt con una sola frase: Ti sei dimenticata come ci ha lasciati, senza pagare mai gli alimenti?. Provai a dirle che il passato era passato, ma lei emise un sospiro che mi gel. Mi morsi il labbro, avvertendo il suo dolore, e pensai che avrei preferito che durante la visita di mio padre fosse andata da Ibrahim, da Hasan, l'amante del liuto, o da mio fratello Kamil. Non avevo osato suggerirglielo perch sapevo che si sentiva sicura e a suo agio soltanto a casa mia. Voleva stare vicino ai miei figli, perch appena si allontanava da loro cominciava ad avere brutte sensazioni e le sue preoccupazioni diventavano una vera e propria malattia. La vidi abbattuta sul divano e mi ricordai che non era stata felice neppure per un giorno in vita sua . Dall'omicidio del suo primo marito, il suo lungo silenzio e la sua tristezza erano aumentati sempre pi con il passare degli anni e le sue ossessioni erano cresciute e le avevano roso la testa. Quando andava a dormire, si agitava nel letto mormorando: Ecco, arrivato il ronzio!. Il ronzio altro non era che la paura per i suoi nipoti, le sue figlie defunte e i miei figli, perch i grandi come i piccoli occupavano sempre i suoi pensieri. Quando non trovavano lavoro, ascoltava le loro lamentele, per poi dire: Vuoi il mio anello per venderlo? Vuoi i miei orecchini?, indicando il bordo del velo che aveva annodato e in cui aveva nascosto tutto quello che possedeva . Inizi a capire quale fosse la differenza tra il successo e il fallimento quando i figli di Ibrahim ebbero fortuna e tutti gli altri nipoti no . Se le proponevo di guardare la televisione per infondere un po' di allegria al suo cuore, mi chiedeva di intervenire di persona in quello che succedeva sullo schermo, e mentre guardavamo il film esclamava: Di' a quella donna di non credergli e di non salire in macchina con lui! Domani la getter via!. Se la protagonista piangeva, mia madre mi chiedeva perch lo facesse . Se le dicevo che il suo amato l'aveva lasciata, commentava: Eh, se lo merita! Non gliel'avevamo detto? Cosa vuole da lui? colpa sua! Perch non ci ha dato ascolto?. Quando vedeva il giornalista che leggeva le notizie, prendeva il mio velo e me lo lanciava: Accidenti! Copriti, copriti!, mentre si assicurava che il suo fosse a posto. Si sedeva accanto alla porta del balcone e, dopo che i bambini erano tornati da scuola, stendeva una gamba per bloccare il passaggio, in modo che non uscissero fuori e non cadessero .

Quando mia madre mor, la portammo a Nabatieh per seppellirla accanto alle sue due figlie. Giungemmo a casa del fratello ciabattino, che per rifiut di farla entrare perch il figlio si era appena sposato e non voleva portargli il malaugurio della morte in casa . Piansi sangue e urlai, perch mia madre doveva mendicare i sentimenti e un riparo anche al momento della sua morte. I vicini ci offrirono la loro casa per rispetto verso i ricordi del passato, nonostante non l'avessero pi vista da quando era partita per Beirut. Venne mia zia, quella dal serpente nella pancia. I suoi pianti straziavano il cuore e non dimentic di piangere anche per Mufaddala, la figlia di cui non si avevano ancora notizie. Seppellimmo mia madre e le chiesi perdono per l'ultima volta, perch un giorno l'avevo morsa con tutta la mia forza. Dal canto mio, l'avevo gi assolta e perdonata per avermi costretto al matrimonio quando ero ancora una bambina, perch non capiva niente della vita e delle sue vicende . Avere i soldi in tasca meglio di qualsiasi desiderio del cuore Erano passati sette anni e mezzo dalla morte di Muhammad . Tante cose erano cambiate e una delle tante era che adesso annaffiavo il frangipani di notte e non di giorno, per paura che i creditori mi notassero sul balcone: il macellaio, il fornaio, il proprietario del deposito in cui lasciavamo a maturare le banane, il fruttivendolo, il venditore di articoli tessili e di tessuti e persino l'addetto che passava di casa in casa per annotare il consumo elettrico. Il frangipani che Muhammad aveva piantato in un vasetto non cresceva n moriva, ma rimaneva tale e quale e aveva pochi fiori. Aveva pensato di trapiantarlo in un vaso pi grande, ma era morto prima di farlo . I creditori bussavano alla porta di casa ed era Muhammad Kamal che apriva e mi faceva da scudo. Aveva imparato alla perfezione le risposte da dare e le espressioni da assumere a seconda dei casi. Nonostante non avesse ancora compiuto otto anni, grazie al suo acume riusciva a tenere la situazione sotto controllo anche quando un creditore gli sbucava davanti all'improvviso. Mia madre uscita. Torner tra un po'. Se notava che il creditore si arrabbiava, gli diceva con le lacrime agli occhi: andata dal medico. Le ha detto che grave! . Se invece si infuriava e decideva di aspettarmi, ecco che mio figlio cambiava versione e diceva che ero andata al Sud perch una parente era morta, e che lui stava aspettando i suoi cugini per andare a casa loro . Quello che sentivo pi vicino al mio cuore fra tutti i creditori era l'addetto della compagnia elettrica. Era un ragazzo simpatico e un giorno mi raccont, pieno di timidezza, che era stato un compagno di scuola di mia figlia Fatima. Gli promisi che l'avrei informata, in modo che venisse a salutarlo. Poi mi balen in mente un'idea e gli chiesi se potevo posticipare il pagamento alla fine del mese. Tentenn, prima di rispondermi titubante: Certo!. A quel punto gli chiesi se poteva prestarmi dieci lire per comprare i libri ai miei figli, assicurandogli che glieli avrei restituiti insieme ai soldi della bolletta, il mese successivo. Mise la mano in una tasca, poi nell'altra, finch trov i soldi e me li consegn tutti. Quella mia richiesta lo stup, perch vivevo in un bel palazzo e mia figlia Fatima era

considerata una delle allieve pi carine della scuola, un po' fissata con la pulizia, che indossava vestiti eleganti e frequentava i balli . Ogni mio tentativo di tenere le spese sotto controllo falliva miseramente. Anche una tazza di caff aveva il suo costo: il caff stesso, lo zucchero, il gas, la caffettiera e la tazza, e poi ancora il sapone per lavarla, la spugna. La mia casa era diventata ormai un vero e proprio ritrovo: le visitatrici si riunivano per sorseggiare insieme qualcosa di mattina, di pomeriggio e di sera. La mia casacaff divent anche un ristorante in cui le ospiti facevano a gara con i miei figli per accaparrarsi il cibo. Le invitavo a pranzo: Dai, qualcosa di veloce, un piatto al volo e, senza che quasi me ne accorgessi, la pentola si svuotava, cos come il vassoio di kebba. Quando tornavano i miei figli, dovevo dar loro i soldi perch comprassero un panino al negozietto accanto a casa. Ma poich i residui di cibo nelle pentole e nei vassoi vuoti richiamavano alla loro mente ci che si erano persi, compravano panini su panini, mostrando la loro rabbia nei confronti miei e delle visitatrici . Aggiunsi alla lista delle parole proibite anche panino, gomma e temperino, due nemici spietati, questi ultimi, rapidissimi a scomparire: erano capaci di perdersi anche quando erano saldamente in mano ai miei figli! Per quanto m'impegnassi, non riuscivo mai a far durare il cibo fino al loro ritorno e, anche quando ce la facevo, arrivavano gi troppo affamati e correvano comunque a comprare gli stessi identici panini, e poi il loro dessert preferito . A volte il proprietario del negozietto non sentiva le loro voci che lo chiamavano per il frastuono delle macchine e perch d'inverno chiudeva la porta del negozio per evitare il freddo. Ci accordammo allora per installare un campanello sul balcone. Quando lo premevamo lui rispondeva e accorreva a esaudire le nostre richieste. Metteva i panini in un cestino che calavamo con una cordicella. Credevo che il nutrimento dei miei figli fosse una questione di vitale importanza e che il cibo, in tutte le sue variet, fosse un tipo di amore e di affetto. Perci compravo loro ventriglio, fegato e frattaglie, soprattutto perch una delle mie figlie soffriva di anemia . Le storie delle mie fughe dai creditori suscitavano l'ilarit generale. Ce n'erano alcune pi ridicole di altre, come quella del creditore che non mi aveva dato il tempo di rifugiarmi in camera da letto. Mi ero nascosta dietro la tenda del salotto e mi ero accorta di avere ancora la sigaretta in mano. L'avevo allontanata, muovendo la mano verso l'orlo, per paura di bruciare la tenda, ma a tradirmi era stato proprio il fumo di quella sigaretta . Un'altra storia rimase famosa: un creditore non si era lasciato convincere dalla scusa accampata da mio figlio, secondo la quale ero andata dal medico, e non mi aveva dato modo di correre a nascondermi in bagno. Ero restata quindi dietro la tenda, stavolta senza sigaretta. Mentre trattenevo il fiato, avevo sentito il creditore esclamare: Ti vedo, giuro su Dio che ti vedo!. Ero rimasta al mio posto, immobile, convinta che stavolta non sarei potuta sfuggire. Vedo i tuoi piedi, giuro su Dio che li vedo! A quel punto avevo scostato la tenda, piena di

vergogna, e gli avevo detto, avvicinandomi il dito alle labbra: Sst! Sst! Chiudi quella bocca! Se ho un soldo, nascondermi non mi tocca! . L'uomo aveva riso della mia rima e aveva scosso la testa mormorando: Dio abbia piet di noi!. Non riusciva pi a smetterla, soprattutto quando Muhammad Kamal si era messo a ballare e a saltare sui divani, sbellicandosi dalle risate . Alla fine, per, fu proprio mio figlio minore a divenire inconsapevolmente un ricattatore. Mi chiese di dargli una lira se non volevo che raccontasse allo zio dove eravamo andati . Si mise in piedi minaccioso. Mi dai una lira o glielo dico! Il fratello di Muhammad continuava a frequentare casa nostra, a spiare me e chi veniva a visitarci, malgrado i miei molteplici tentativi di impedirgli di entrare . Veniva da una famiglia i cui uomini erano noti per la loro forza, facevano la voce grossa, urlavano invece di parlare, ridevano a crepapelle, sbattevano la testa contro il muro quando piangevano e tiravano fuori le pistole quando si arrabbiavano; l'unica differenza tra tutti loro e Muhammad era la capacit di quest'ultimo di mantenere un equilibrio perfetto tra la forza e la debolezza . Mi dai una lira o glielo dico! ripet mio figlio e io non riuscii a pensare ad altro che a come farlo tacere, mentre la paura di mio cognato quasi mi gelava. Possibile che mio figlio mi stesse ricattando? Proprio lui, quello che si era fatto allattare fin oltre i cinque anni! Buttava per terra i libri e i quaderni appena tornava da scuola, mi chiamava, anche quando ero a casa dei vicini o stavo con le mie amiche, e indicava il mio seno. Mi ricordava in quel modo che l'allattavo ancora, e allora entravo con lui in camera da letto, scoprivo il seno e lui, ancora con la divisa della scuola, si sdraiava con gli occhi chiusi per poppare, come se fosse un neonato di pochi mesi, in mezzo alla risate dei miei figli e di quelli dei vicini di casa . Continuava a ciucciare anche mentre mi mettevo i calzini o sgranavo i piselli . Lo provocai davanti allo zio: Dai, dai, diglielo!. Mio figlio fu preso dal panico e scapp. Lo sentii cantare da lontano: Se non mi dai... Dir che siamo andati a Baal... Baal..., senza avere il coraggio di completare la parola Baalbeck, dove ero andata con la cugina di una vicina di casa . Gridai contro mio figlio, contro mio cognato e contro me stessa, perch avevo mandato gi fino a quel momento. Allora il fratello di Muhammad tir fuori la pistola e me la punt contro. Tutti i miei figli si radunarono intorno a me e il figlio della nostra vicina chiam la polizia . La paura che avevo provato mi fece tornare la vecchia Kamila, quella che quando intendeva fare qualcosa la faceva a qualsiasi costo, ricorrendo se necessario all'adulazione, all'astuzia, alla testardaggine o alle urla. Non avrei mai immaginato che il comportamento di mio cognato avrebbe lasciato tali conseguenze su mia figlia Ahlam. Dopo aver visto lo zio infuriarsi e puntare la pistola contro di noi, smise di andare a scuola. Cercava di proteggermi da lui, ma io pensavo che fosse diventata semplicemente pigra. Anche il mio figlio maggiore si trasfer dalla sua scuola a una pi vicina per lo stesso motivo .

Cercai rifugio negli altri membri della famiglia di Muhammad, ma nonostante tutto mio cognato non la fece finita. Divent anzi ancora pi prepotente e pi ossessivo, tanto che una volta mi misi davanti alla foto di Muhammad e gli dissi: Dai, sbrigati a scendere. Dai una lezione a tuo fratello! . La mia situazione finanziaria continuava a peggiorare e non trovavo via di scampo. Bussai quindi alle porte di coloro a cui avevo affidato i miei soldi. Una si chiamava Salsabil, che significa "acqua corrente", e in effetti il nome le calzava a pennello, perch mi sfuggiva come l'acqua. Neg di aver preso dei soldi da me e fece sparire i miei come quelli di tutte le altre vedove. Mi rivolsi quindi al venditore di scarpe, chiedendogli tutta la somma che gli avevo lasciato, invece delle suole e delle scarpe che mi dava al posto dei soldi, giurandomi che ci andavo a guadagnare; poi al venditore delle belle camicie da notte al quale avevo affidato la tredicesima della pensione, per paura di spenderla in cose inutili. Mi present i conti, che mostravano che con tutti quei soldi avevo comprato camicie da notte in seta decorate con merletti e applicazioni in raso. Evitai di gridargli che era colpa sua, perch ogni volta che volevo un po' di denaro mi sussurrava che gli affari andavano male e cos mi accontentavo di prendere camicie da notte per me e le mie figlie, nonostante fossero ancora troppo piccole. Le indossavamo e ci vantavamo. E cos, un mese dopo l'altro, tornavo a casa con camicie sempre pi belle ed eleganti . L'unica soluzione fu vendere i miei bracciali d'oro e i miei orecchini, l'uno dopo l'altro. Mi rimase l'amaro in bocca quando lasciai in pegno una collana in cambio di duecento lire, per poi scoprire che l'orafo mi aveva imbrogliato e che il suo valore si aggirava intorno alle mille . Cercai di limitare i debiti e avvertii i negozianti di non vendere niente ai miei figli, neppure una pagliuzza, senza la mia firma, ma naturalmente loro iniziarono a falsificarla . Quando decisi di non comprare i vestiti per l'Aid ai miei figli, Muhammad mi apparve in sogno e mi rimprover: Ma dai, Kamila, per favore, hai dimenticato quanto sono importanti le feste nella vita dei bambini? Ti sei dimenticata cosa ti ha fatto la tua famiglia proprio all'Aid? . Nonostante la mia situazione fosse disperata, non avevo smesso di dare qualcosa ai poveri che venivano a chiedermi l'elemosina. A volte stendevo la mano al mendicante chiedendogli di cambiare l'unica lira che mi era rimasta perch la dividessimo a met. Quando rimanevo completamente al verde, senza neppure cinque lire, cantavo per il cieco e lui si accontentava della mia voce e non se ne andava finch non smettevo, implorando il Signore di riservarmi tutto il bene possibile. Gli raccomandavo di tornare all'inizio del mese successivo, quando avrei potuto dargli qualcosa . Una volta cercai di raccogliere i soldi per pagare un tassista, ma n io n lui avevamo spicci. Allora tirai fuori dalla borsa la foto di mio padre e gliela offrii scherzando: Prendi questa . Mi lanci uno sguardo preoccupato, perch forse mi aveva preso per una pazza e non sapeva come trattarmi. Insistetti: Dai, la foto di mio padre .

Cosa dovrei farmene? mi rispose lui a voce bassa . Ma come? replicai. Viene da una grande famiglia del Sud! E uno sheikh. Se appenderai la sua foto a casa tua... Il tassista non mi lasci concludere: Ma la foto non sfamer i miei figli! Non gli permetter di andare a scuola! . Allora gli chiesi di passare da casa mia l'indomani, per ritirare quanto gli dovevo. Gli indicai dove vivevo, raccomandandogli di chiedere di Umm Tawfiq, perch tutto il quartiere mi conosceva cos. Non si fid, nonostante gli avessi assicurato di non essere pazza, dicendogli: E meglio che io non mi porti troppi soldi dietro, perch quando sono in mano mia si volatilizzano sempre, non so come! Devono avere le ali! . Quando confidai a mio padre la mia situazione finanziaria, lui mi diede un consiglio: Dai retta a me. Smettila di ringraziare Dio se non vuoi che si convinca che tu stai bene e non hai bisogno del suo aiuto o delle sue grazie! . La mia bancarotta perenne non mi impediva di fare quello che volevo. Come, per esempio, andare in Siria insieme ai miei figli per fare visita alla mia sorellastra Camelia, a cui mi ero riawicinata dopo la morte di Muhammad. Una volta mi sedetti su una pietra al confine tra la Siria e il Libano, con i miei figli che mi circondavano. Tutte le macchine passavano la frontiera tranne la nostra, perch l'autista non riusciva a credere che non avessi soldi in borsa e l'ufficiale siriano ci guardava, incredulo che io pretendessi di passare il confine senza pagare il pedaggio. Quando fui certa che non ci avrebbe fatto passare e che saremmo dovuti tornare a Beirut, lasciai parlare la mia collera al posto mio. Salii su una roccia e gridai: Non respingere il mendicante e non opprimere l'orfano!. Sembrava che la posizione sulla pietra avesse fomentato il mio desiderio di arringa, perci mi misi a imitare il presentatore che alla radio iniziava la trasmissione con queste parolei Fratello mio in Egitto, fratello mio in Siria, fratello mio in Iraq, fratello mio in Algeria... . L'ufficiale rimase perplesso, soprattutto perch le reazioni dei miei figli furono le pi disparate. Alcuni erano piegati in due dal ridere, altri mi chiedevano di tacere: Smettila, mamma. Basta, non ti vergogni? . Ma non tacqui finch l'ufficiale non spar e torn con un suo superiore. Quando vidi le stellette sulla sua divisa, ripetei in arabo classico: Fratello mio in Siria, fratello mio in Iraq, fratello mio in Algeria..., e lui si avvicin a me. Gli dissi: tutta una presa in giro. Cap quello a cui alludevo: i paesi arabi fingevano di essere uniti, una sola nazione, eppure chiedevano tutti un pedaggio. Prese la mia carta d'identit dalle mani dell'ufficiale, entr nella stanza e torn con il permesso . All'aumentare dei miei debiti, tutti quelli che mi circondavano iniziarono a dirmi la loro su come limitare le spese . Il primo consiglio era di smettere di fumare sigarette, perch costavano caro, e di abituarmi a fumare il narghil. Lo accettai e cos mi ritrovai con le scintille che cadevano qua e l. Un giorno mi svegliai con l'odore di patate dolci alla griglia. Mi venne voglia di mangiarle, ma scoprii che il fumo non saliva dal ristorante accanto, bens dal soggiorno, in cui l'orlo del tappeto persiano aveva preso fuoco.

Vi gettai sopra dell'acqua, rammaricata per l'accaduto. Mi venne in mente che chi l'aveva comprato, Muhammad, era sepolto sotto terra, mentre il tappeto era ancora tale e quale al giorno in cui l'avevamo preso . Mi calmai e gli dissi: Non pensare che soffrir per te, eh... . Il secondo consiglio era che mi sposassi, perch ci fosse qualcuno che mantenesse me e i miei figli senza che io dovessi sempre chiedere soldi in prestito. Pi di un uomo venne a chiedere la mia mano, nonostante i miei cinque figli. S, ma erano uomini che non avevo mai visto in vita mia se non nei film comici egiziani. E non mi riferisco a Isma'il Yassin, che poteva anche essere accettabile, ma a uomini del calibro di Abd el-Fattah el-Qasri, Ryad el-Qasabgi e Sharafantah, attori che, per quanto bravi, non si potevano di certo definire affascinanti! Quando li vedevo, non potevo fare a meno di immaginare Muhammad che scuoteva la testa, desolato per come erano cambiati i tempi e per come dovessi essere caduta in basso per permettere a questi personaggi di avere il coraggio di chiedere la mia mano. Riuscii a liberarmi di tutti, tranne che di un pretendente dalla testa enorme, davanti al quale pi di una volta dovetti mordermi la lingua per evitare di chiedergli se il barbiere gli facesse pagare il doppio . Lo soprannominai "l'Uomo delle biglie" poich una volta, vedendo Muhammad Kamal mangiare una banana, lo lod perch non giocava a biglie, commentando: Uff! Quanto mi danno fastidio i bambini che giocano a biglie! . Pensai dentro di me: "Dio mio, ma guarda se 'sto tizio deve starsene seduto in quell'angolo a lanciarmi queste occhiate maliziose!". L'Uomo delle biglie lavorava in enti di beneficenza e associazioni che si occupavano degli orfani . Quando venne a trovarci la volta successiva, trov ad attenderlo una busta piena di biglie che mio figlio svuot sul tappeto, secondo l'accordo che avevamo stipulato, appena l'uomo si accomod sul divano. Poi si stese e inizi a giocare: Tric, trac.. . tric, trac..., finch le biglie colpirono le scarpe dell'uomo. Mio figlio gli tir un piede per allontanarlo dall'altro e si infil per prenderne una che era finita sotto il divano. Nel frattempo l'Uomo delle biglie sbuffava sempre pi forte e cercava di farlo smettere di giocare, ripetendo la sua unica, noiosa frase: Calma ragazzino! Lasciaci scambiare due parole in santa pace . Alla fine perse la pazienza, se ne and e non torn mai pi . Oltre ai consigli per farmi uscire dall'emergenza finanziaria, la mia famiglia e quella di Muhammad spettegolavano e ripetevano: Kamila non una risparmiatrice! Non una donna di casa! E confusionaria! Mangia pane e chiacchiere!. Ma cosa potevo fare, dopo aver finito con il lavandino, le pentole, le bacinelle e lo stenditoio nelle mie lunghe giornate e nelle mie lunghe notti se non immergermi nelle visite delle amiche, nelle chiacchiere, nel caff e nelle sigarette? Come potevo dimenticare l'amore e Muhammad se non trasformando casa mia in un caff? E arrivato pap! E arrivato pap! Anche la padrona della casa in cui alloggiavamo a el-Beqaa veniva a farmi visita. Mi portava sempre una ventata di tristezza perch mi ricordava Muhammad, ma al tempo stesso mi riempiva di forza al pensiero di quando vivevo come una signora. Non

ero forse la moglie del direttore incaricato della Sret Gnrale a el-Beqaa? Una volta si fece coraggio e mi chiese perch non tornassi a trascorrere l'estate da loro . L'idea mi riemp di gioia, come se mi avesse comunicato la notizia che Muhammad era tornato dopo una lunga assenza . E cos feci. Appena arriv l'estate presi l'autobus insieme ai miei figli. Sulla strada verso el-Beqaa passammo le colline, le montagne e le valli, e i bambini mi chiedevano: qui che sbandato pap?, Qui?, Qui, mamma?. Ahlam chiuse gli occhi e quasi svenne. Entrai in casa e mi parve che Muhammad si potesse affacciare da un momento all'altro da quella camera, da quel balcone o tra le foglie degli alberi . Quando vidi lo stesso chiodo a cui avevo appeso il vestito, mormorai e piansi: Perch mi sei stato strappato nel fiore degli anni?. Fortunatamente m'immersi nella vita quotidiana insieme ai miei figli . Giorno dopo giorno mi sembr di aver voltato pagina con Muhammad, che ormai aveva lasciato questa vita . Quanto mi sbagliavo! Un giorno i miei cinque figli corsero urlando: E arrivato pap! E arrivato pap!. Li seguii col cuore in gola: c'era una macchina identica alla Volkswagen di Muhammad ferma davanti casa. Ne scesero Hanan e un suo amico, che era alla guida. Battei una mano contro l'altra dicendomi: "Posso capire i bambini, ma come ho fatto anch'io a credere che fosse arrivato Muhammad?" . Presi ad affittare ogni estate quella casa insieme alla mia amica Umm Bassam, che avevo conosciuto a casa di un'amica comune, vedova anche lei. Umm Bassam divent una delle mie migliori amiche, e i suoi figli fecero amicizia con i miei . Diventammo un'unica famiglia, ovunque ci trovassimo, a Beirut come in montagna. Lei era il mio esatto contrario, organizzata e precisa nel fare i conti di casa. Mi insegn a giocare a carte: scommettevamo qualche pagnotta di pane per non giocare soldi. Non riuscivo a sopportare che vincesse sempre lei, per quanto tenessi gli occhi aperti e concentrassi tutta la mia attenzione sulle carte. Una volta sognai di chiederle di suggerirmi un trucco per sconfiggerla almeno una volta, e lei mi disse: Fattela addosso e ti lascer vincere! . La risposta non mi sembr strana, e in effetti mi svegliai tutta bagnata . Il Circolo delle vedove Ogni volta che andavo a ritirare la pensione di Muhammad a inizio mese, incontravo tante altre donne nella mia situazione. Decisi perci di fondare un gruppo cui diedi il nome di "Circolo delle vedove", perch le nostre storie e le lamentele erano assai simili, anzi, erano le stesse. Riguardavano tutte l'avidit degli altri, che cercavano di sfruttare quel poco che avevamo, approfittando delle circostanze e della nostra perdita. Quante vedove, zitelle e divorziate c'erano a Beirut ! E quanti uomini che cercavano di circuirle! Eravamo come gli spaventapasseri usati dai contadini per scacciare gli uccelli dai campi, ma nonostante la nostra esistenza non rappresentavamo una minaccia reale per nessuno. Io ero la pi innocente fra tutte: ancora arrossivo se un uomo mi parlava, come se non fossi mai stata sposata e non avessi avuto figli. Ogni volta che rifiutavo un pretendente, mi sembrava di chiudere ermeticamente la porta e di

riuscire a mettere una parete tra me e gli uomini. Scoprii invece di sbagliarmi. Gli occhi dei vicini di casa mi squadravano, cercavano di adescarmi, esattamente come quando ero sposata con il Hajj. Il fatto che fossi vedova mi rendeva pi attraente perch ero un frutto proibito. Avrei potuto spazzare via gli sguardi dei cascamorti con una scopa, anche se, tutto sommato, mi facevano sentire ancora attraente. Mi sembrava di essere tornata adolescente, ma quell'ammirazione lasciava il tempo che trovava. Le giornate passavano pi veloci e le responsabilit dei bambini e della casa si facevano meno pesanti . La canzone di Nagat, Abita davanti a me e lo amo, stuzzicava la mia immaginazione: c'era infatti un uomo pi giovane di me, nel bel palazzo distante pochi metri da casa mia, che inizi a seguirmi con lo sguardo. Mi piacque l'idea che praticamente vivesse insieme a noi, pur rimanendo nel suo appartamento . Ascoltava le nostre voci, vedeva i miei figli, e io sentivo lui che parlava al telefono, il suono della televisione e il rumore del frigorifero che si apriva o si chiudeva. Quando per notai gli sguardi di ammirazione che lanciava con generosit alla figlia della nostra vicina, presi la mia carta d'identit e aggiunsi un tratto al numero due: il mio anno di nascita divenne il 1935 invece del 1925. Feci poi una nuova carta d'identit che portava la mia data di nascita reale, sostenendo di avere smarrito quella vecchia. Un giorno per, quando andai a ritirare la tredicesima della pensione, per sbaglio presentai alla Sret Gnrale il documento vecchio anzich quello nuovo . L'impiegato se ne accorse e prese sul serio la faccenda. Cercai di spiegargli, ma non volle sentire ragioni. Si mise anzi a ripetere: Madame, questa una falsificazione... Una falsificazione! . Ma io lo costrinsi ad ascoltarmi. Senti, c' uno che vuole sposarmi. Cio, io ho un pretendente, capisci? Per questo motivo mi sono ridotta l'et. Che sar mai? E soltanto un tratto, ma pu cambiare tutta la mia vita. Mettiti nei miei panni: cinque figli, le responsabilit, il carovita... Su, un piccolo tratto, che sar mai? A quel punto rise e mi disse: Va bene, stavolta sei perdonata, soltanto perch mi hai fatto ridere . Accettai di andare al cinema con il mio vicino di casa, a condizione che venisse con noi anche Tawfiq. Poich il film era sottotitolato in arabo, iniziai a pizzicare mio figlio chiedendogli se voleva una 7UP o un pezzo di cioccolata, perch venisse con me e mi spiegasse cosa stava succedendo nel film, per paura che il mio vicino scoprisse che ero analfabeta . Pochi giorni dopo lo beccai di nuovo a corteggiare la figlia dei vicini, quindi decisi di dipingere il vetro della finestra in modo che non potesse vedermi e io non potessi vedere lui . In seguito cambiai idea e tolsi la vernice dal vetro, ma scoprii che il nostro vicino si era trasferito ed era sparito nella grande Beirut . Con la sua scomparsa tornai a immergermi nella citt e nel suo frastuono, occupandomi dei bambini, della scuola e dei loro amici, della lotta contro la mia bancarotta perenne e dei trucchi per uscirne, della pioggia di visitatrici e parenti .

Cominciai ad accompagnare la mia amica Fadila quando usciva con l'uomo di cui era innamorata, un santone. Di tanto in tanto andavo con loro in un ristorante o in un caff, da soli o con gli amici del santone. Scoprii allora che non mi ero mai goduta la vita che vedevo nei film e che credevo di vivere insieme a Muhammad . A che mi era servito che conoscesse di persona i ministri e i deputati e sapesse a memoria tutte le poesie che mi recitava? A che mi era servita la scrivania lussuosa del suo ufficio e i suoi assistenti a destra e a sinistra? Quello che pi importava era che il matrimonio con Muhammad aveva interrotto il mio rapporto con le amiche e i parenti, con la gente e con i negozi . Avevo iniziato a vedere il mondo con i suoi occhi . Era come se dopo la sua morte avessi ripreso a vivere. Ripartii dall'adolescenza e aprii gli occhi per vedere quello che accadeva intorno a me, come se fossi una giovane ancora in via di maturazione. Capii soltanto allora, grazie alle volte in cui avevo bussato di porta in porta e avevo avuto a che fare con la gente, com'era composta la societ e cosa accadeva negli uffici statali e nei ministeri . Il momento pi caro al mio cuore era l'arrivo dell'estate, quando partivamo per il nostro luogo di villeggiatura, sempre lo stesso. I miei occhi si posavano sulle colline, i prati, i poggi e sugli sguardi che penetravano il mio corpo e cercavano di adescarmi ovunque mi girassi, soprattutto perch venivo da Beirut. Una volta vidi un giovane che agitava la mano verso di me mentre il vento, per cui era famoso il nostro luogo di villeggiatura, faceva svolazzare la sua larga camicia bianca . Mi misi a sistemarmi i capelli gongolando e scambiai qualche sguardo con lui. Raccontai a Umm Bassam quello che stava accadendo, indicandole il balcone con la coda dell'occhio. La avvertii di non fare neppure un passo avanti, per non dargli corda. Umm Bassam scoppi a ridere e mi disse che ero diventata proprio cieca, perch l'uomo che avevo visto, in realt, era soltanto una camicia e un lenzuolo stesi ad asciugare . La stagione dei matrimoni Quando sua moglie mor, mio padre decise di sposarsi per la terza volta. Mi mand un messaggio che recitava soltanto: Il lupo perde il pelo ma non il vizio! e da quelle poche parole intuii che la nuova moglie dovesse essere molto pi piccola di lui. Non mi sbagliavo: era addirittura pi giovane di me! La seconda a sposarsi fu Hanan: quando Fatima me lo comunic, mi sentii al settimo cielo. Non mi aveva confidato le sue intenzioni, ma ne fui ugualmente felice, soprattutto perch anche lei, senza volerlo, si era scontrata con la famiglia e la societ sposando un giovane cristiano. Capivo dentro di me quanto doveva aver sofferto Hanan per il mio divorzio, come anche Fatima, che per mi era rimasta sempre vicina. Hanan aveva trascorso vari anni al Cairo, e ora era tornata a Beirut, dove era totalmente assorbita dal suo lavoro di giornalista . Il terzo matrimonio fu quello di Fatima, che mi aveva presentato il suo fidanzato facendomi sentire tutto l'affetto e l'amore che nutriva per me. Mi fece davvero vivere il suo matrimonio come la madre della sposa dovrebbe fare, riempiendomi di gioia. Ero felice non tanto perch fossi convinta che il matrimonio desse

sicurezza e stabilit alla donna, ma piuttosto perch avevo temuto che il mio divorzio costituisse per loro uno scoglio insormontabile. Non riuscivo a dimenticare che Fatima si era precedentemente innamorata di un giovane che aveva mandato la sua famiglia a conoscere quella di lei, ma, quando avevano trovato ad accoglierli soltanto Fatima e Hanan, avevano cambiato idea: ad attenderli non c'era la madre, nessun parente e neppure una tazza di caff su un vassoio . Poi fu la volta di mia figlia Ahlam, di diciotto anni, che si spos con uno studente palestinese che abitava di fronte a noi, nello stesso palazzo. Il loro amore ricordava la canzone Abita davanti a me e lo amo. Si trasferirono in Kuwait, dove rimasero a vivere. Il mio figlio maggiore Tawfiq decise di partire per Londra per specializzarsi in informatica. Per pagargli il viaggio e le tasse universitarie fui costretta a vendere i due appartamenti: scoprii allora che il curatore non aveva pagato le tasse dovute e che avrei dovuto farlo io. Mi rimasero soltanto pochi spiccioli . Cinque anni dopo, mia figlia Hanan diede alla luce il suo primogenito, e io mi ritrovai a diventare nonna all'et di quarantotto anni. Quando andai a trovarla in ospedale, nella sua camera che dava sul mare, la vidi nel letto circondata da decine di mazzi di fiori e fui sopraffatta da una gioia indescrivibile . Eccola l mia figlia, che viveva come avrei voluto fare io: circondata di fiori profumati e dalla mia famiglia, che le offriva scatole di cioccolata e regali come faceva quella di suo marito. Per un attimo venni assalita da un attacco di gelosia vedendo Hanan che parlava con affetto e intimit alla suocera, ma riuscii a tranquillizzarmi, perch in fondo sapevo che mia figlia non aveva mai vissuto insieme a me, quasi non mi conosceva, come io non conoscevo lei. L'affetto che provavo nei suoi confronti era per fortissimo, e sapevo che anche lei a modo suo mi amava . Quando Hanan partor il suo secondo figlio, una bambina, notai che stranamente non vedeva l'ora che andassi a trovarla, anche se non le piaceva che portassi con me una vicina di casa o un'amica. Chiudevo un occhio sulle sue provocazioni, ma in cuor mio la rimproveravo, perch forse si vergognava che mi accompagnassi a donne che non erano del suo mondo: lei non amava nessuno che facesse parte del mio, tranne i fratelli e le sorelle. Non riusciva a capire quanto fossi orgogliosa di me e quanto mi vantassi, nel mio circolo di amiche e anche con me stessa, di quello che avevo costruito. Non pensava neppure che io arrivassi da una casa affollata di vicini, figli, donne in visita, tintinnii di tazzine, urla dei debitori; non conosceva la mia paura che la corrente venisse staccata perch non avevo pagato la bolletta, o la preoccupazione che la bombola del gas fosse finita o che la televisione dovesse essere riparata . Aveva mai pensato alla confusione che mi prendeva mentre cercavo di capire quale bottone premere nell'ascensore ogni volta che andavo da lei? Andavo a trovarla in una casa in cui risuonava sempre una musica straniera rilassante, con una gabbietta e un canarino che cinguettava e si lavava in una bacinella. Guardai il topo che Fatima aveva regalato al figlio di Hanan e che saltava su una ruota e

giocava, per poi entrare nella sua casetta, cosparsa di segatura. Lo vidi riempirsi la bocca di granelli e di semi, tanto che pensai avesse delle cisti sulle guance . Per scherzo dissi a Hanan, che stava scrivendo qualcosa: Vorrei essere quel topo! . Lei rise e mi corresse: Si chiama criceto! . E va bene! Vorrei essere quel criceto, allora! Gioca e salta senza problemi. Mangia, beve e dorme. La sua risata si fece pi squillante. Ripetei: Beato lui, che non ha debiti, n bollette della luce o del gas, nella speranza che Hanan capisse quello che intendevo e infilasse qualche soldo nella mia borsa senza che me ne accorgessi. Ma lei si limit a ridere, per poi tornare al suo mondo, ai suoi fogli, al canarino e ai suoi due bambini, senza rendersi conto che la mia era una richiesta d'aiuto . 1975 All'inizio della primavera del 1975 Beirut fu nuovamente scossa da disordini. Gli scontri tra musulmani e cristiani si scatenarono quando una milizia di falangisti cristiani uccise alcuni rifugiati palestinesi su un autobus che attraversava un quartiere cristiano. Mi convinsi, come tutti gli altri, che ci sarebbero stati gli stessi problemi del '58 ma che si sarebbero risolti presto, fiduciosa che l'ora pi buia sempre quella che precede il sorgere del sole. Vidi le immagini del primo ministro, Rachid Karam, con una camicia sportiva e gridai: Il problema si gi risolto, altrimenti indosserebbe una giacca nera!. Guardavo le foto dei leader drusi, sciiti, maroniti e sunniti: sorridevano nei loro completi eleganti e mi sembr di buon auspicio . Gli eventi invece precipitarono e tutti loro mi apparvero come ciechi che tenevano in mano una spada e sbattevano contro qualsiasi cosa a loro portata, quasi a voler dire: "Non vedo nulla, ma sono il miglior schermidore! ". Non mancarono morti, feriti, esplosioni e manifestazioni. Io e le mie vicine ci radunavamo attorno alla radio per ascoltare l'annunciatore che ci indicava le strade aperte e sicure. In poche parole, la vita di sempre si ferm e venne sostituita da un'altra: dovevamo fare la fila dal fornaio e io andavo a prendere l'acqua di persona per paura che, se lo avesse fatto uno dei miei figli, si sarebbe esposto a qualche pericolo. Mi sembrava di essere tornata bambina, come se non avessi mai lasciato il Sud: un giorno, vedendo un mulo che trasportava barili di cherosene in mezzo al traffico e al rumore dei clacson, mi vennero in mente gli anni in cui ero un asino da soma . Avrei voluto che Muhammad fosse accanto a me, e mi mettevo a contare quanti anni avrebbe avuto se fosse stato ancora vivo. Mi resi conto che ne avrebbe avuti cinquantasette e sospirai. Sarebbe stato ancora in carica, e magari sarebbe gi diventato direttore della Sret Gnrale. Quando per mi vennero in mente le minacce rivoltegli nel '58 dalla resistenza popolare nasseriana proprio per il suo lavoro, il pensiero che avesse gi abbandonato questo mondo mi fece rilassare. La mia casa si affoll di parenti e conoscenti che vivevano ai confini tra le varie zone: la mia amica Umm Bassam e i suoi otto figli, mio fratello Kamil con la sua famiglia e il fratello di Mariam dalla protesi di legno, tornato in famiglia. La casa si trasform in un ostello aperto a tutti: ci sdraiavamo in salotto, nel corridoio, in

camera da letto, in cucina e addirittura nello spazio tra essa e il bagno. I colpi di tosse, le risate, le scoregge si facevano via via pi forti e i segreti venivano a galla. Mio figlio Tawfiq, che era appena tornato da Londra e aveva iniziato a lavorare per una compagnia aerea nell'aeroporto di Beirut, si alz una volta e registr gli abitanti della casa che russavano, poi riprodusse la cassetta quando tutti dormivano. Uno si svegli e diede una gomitata a un altro pensando che fosse lui a russare, e cos via, finch non ci ritrovammo tutti a sbellicarci dal ridere . C'erano giorni in cui non osavamo neppure avvicinarci alle finestre, e le risate aumentavano per non pensare alla paura che cresceva. Una volta puntai il fucile da caccia contro Tawfiq che cercava di sgattaiolare fuori di casa per incontrare la sua ragazza, dicendogli: Tanto vale che ti uccida io, piuttosto che lo faccia un altro! Cos almeno potr seppellirti e sapere dov' la tua tomba! . Venne dichiarato per pochi giorni un cessate il fuoco e la gente inizi a fuggire. Mia figlia Hanan part insieme ai suoi due figli per Londra, seguita da Fatima e suo marito, e poi da Kadsuma e Majda, che andarono a vivere da Ahlam in Kuwait. Le raggiunsi poco dopo portando con me Muhammad Kamal, che nel frattempo aveva compiuto sedici anni, per paura che si unisse alle milizie del nostro quartiere, composte da palestinesi, sunniti, sciiti e drusi. Non chiusi la mia casa di Beirut: mi accontentai di chiudere soltanto l'armadio, perch covavo la speranza di tornare presto, non appena le acque si fossero calmate. Essa divenne il rifugio di alcuni parenti e di chiunque passasse da quelle parti e cercasse riparo dagli scontri, e presero a girare decine di copie di quelle chiavi . Bint Battuta Non era per la paura che avevo abbandonato il Libano, ma per stare con i miei figli e salvaguardare Muhammad Kamal . Quando lasciai il paese, ero scioccata e piena di rabbia perch cristiani e musulmani si combattevano. Lasciai le mie amiche, la mia strada e il mio quartiere, e portai con me i segreti di ogni singola persona che era passata per casa mia . Mentre ero lontana dalla guerra, scoprii perch mi sentivo cos persa: ero abituata a vivere in mezzo alla folla e a stare al centro dell'attenzione . Il mio primo viaggio fu in Kuwait. Quel paese riusc ad abbattere persino il mio morale a causa dell'inclemenza del suo clima caldo e dell'umidit eccessiva, a cui non riuscii ad abituarmi. Trovavo sollievo soltanto la sera, quando soffiava un po' di vento e potevo spalancare la finestra e respirare un po' di aria naturale, invece di quella condizionata. Mi sembr di essere tornata a el-Beqaa, dove passavamo l'estate, con il vento che portava il profumo dell'uva e dei fichi. Una mattina, per, mi svegliai con l'impressione che mi fosse andato qualcosa di traverso perch il tuz, che portava con s sabbia e polvere, aveva lasciato su di me un sottile strato bianco, quasi fossi un pesciolino impanato pronto per essere gettato a friggere in padella . In Kuwait non ci sedevamo sul balcone a guardare i passanti, perci la bella casa di mia figlia mi sembrava soltanto un carcere. Cercai di distrarmi dedicandomi alla cucina e diventai la cuoca di casa. All'inizio questa nuova

missione mi entusiasm e desiderai dal profondo del mio cuore che Muhammad potesse vedere che madre e che nonna perfetta ero diventata. Ma quel compito era troppo pesante e ben presto la voglia di pasticciare in cucina mi pass. Una volta misi il pollo nel forno, togliendolo quando era arrostito al punto giusto, e mio genero inizi a tagliarlo . Quando tutti, anche i suoi colleghi invitati a cena da noi, videro che dentro il pollo era rimasto il sacchetto in cui avevo messo il cuore e il collo per buttarli, sarei voluta sprofondare dalla vergogna . Non riuscii assolutamente a entrare in sintonia con le vicine di casa di mia figlia e, quando il mio desiderio di tornare a Beirut e al Circolo delle vedove si fece insopportabile, iniziai a drogarmi di telefilm. Entrai nel loro mondo e strinsi amicizia coi loro protagonisti. Seguivo La testa di Golia, che raccontava la storia di un beduino costretto a lasciare casa sua perch perseguitato dalla polizia. Forse fu proprio quel telefilm a farmi pensare di tornare a Beirut per qualche mese . Anche Majda e Kadsuma nel frattempo si erano innamorate e avevano deciso di sposarsi. Il mio cuore si rasseren, perch ormai avevo solo la responsabilit di Muhammad Kamal, trasferitosi negli Stati Uniti da Tawfiq . Qualche tempo dopo li raggiunsi, chiedendomi come fosse possibile che io, Kamila di Nabatieh, che avevo ancora difficolt a riconoscere le varie lettere dell'alfabeto, mi trovassi inaspettatamente su un aereo diretto in America . Durante il volo sentii una morsa al cuore e venni presa dal panico. Mi guardai intorno e chiesi a un uomo che mi sembrava arabo: Tampa? Tampa? . Ripetei la domanda dopo qualche ora, ma lui sbott nervoso: Guarda, cara, che siamo in aria! Supponiamo che questo volo stia andando in Brasile: credi forse che possa cambiare strada? . Parla come mangi! gli risposi infuriata. Tuo nonno e il mio si spostavano in groppa a un asino o a un cammello! Quando dovetti compilare la carta d'ingresso, finsi di non sentirmi bene e di aver perso gli occhiali da vista. Chiesi quindi a qualcuno di compilarla al posto mio . Negli Stati Uniti mi sembr che il mondo fosse enorme, immenso, e mi domandai come fosse possibile che la terra non avesse ceduto sotto il peso delle automobili, dei camion, dei treni, dei grattacieli e degli aerei. Mio figlio m'inform che Tampa era una citt della Florida, come Beirut del Libano. Passarono lunghe settimane e io continuavo a stupirmi davanti ai malls, all'abbondanza delle merci, ai negozi e ai supermercati che sembravano citt intere. Mi comportavo come una locusta golosa, che voleva comprare, comprare e ancora comprare, ma ero costretta a rimanere a bocca asciutta e ad accontentarmi di fare acquisti in saldi, senza badare al fatto che un pezzo del posacenere che acquistavo fosse rotto o che la camicia avesse una macchia nera o di rossetto. Alla fine mi convinsi che gli Stati Uniti erano soltanto un grande mercato e che anche le passeggiate fossero fatte soltanto per lo shopping . La cosa che pi mi piaceva era andare al luna park, per provare a pescare i giocattoli con l'amo gigante. Stringevo al petto piena di gioia l'orsetto o il cagnolino che vincevo. Mi misi a collezionare di tutto nella borsa, cui misi il

nome di "balena": i posacenere di McDonald's che assomigliavano alla carta stagnola, o una conchiglia a forma di stella che avevo preso in un acquario, ignorando che fosse ancora viva . Avevo appena iniziato ad abituarmi a Tampa e a capire come pronunciarne il nome, che Tawfiq e Kamal si trasferirono improvvisamente a San Diego, dove vivevano Fatima e il marito americano, e dove venimmo raggiunti da Majda, Kadsuma, Ahlam e dai rispettivi mariti. A San Diego ero davvero felice, perch il clima e la natura mi ricordavano Beirut. Lo zoo mi faceva impazzire: vidi gli animali e gli uccelli di cui avevo sempre sentito soltanto parlare. Mi piaceva passeggiare nei parchi con Fatima e il marito. Un giorno mi trovai a ballare la danza del ventre, la dabke e il charleston su ritmi mai sentiti prima. Venni poi informata che si trattava di una musica cubana. La mia felicit non dur per a lungo, perch venni a sapere che i matrimoni di Ahlam e Majda erano a rischio. Mi sentii strappare il cuore dal dolore per il loro destino, ma non riuscivo ad accettare l'idea che chiedessero il divorzio, per paura che i miei nipoti soffrissero, nonostante ormai divorziare fosse diventato come bere un bicchier d'acqua. Quando persi la speranza che i loro mariti iniziassero a comportarsi meglio, cominciai a mettere il naso nelle loro questioni: li rimproveravo, li insultavo, litigavo e alla fine le incoraggiai a divorziare. Dissi loro: Coraggio, tornate a casa insieme ai vostri figli. Vivremo insieme come quando eravate piccole . La tristezza mi accompagnava e l'amarezza non mi abbandonava mai. E poich piove sempre sul bagnato, Muhammad Kamal decise di unirsi a un gruppo di hippy che bazzicavano nel quartiere in cui vivevamo. Cominciai a spiarlo giorno e notte, nella speranza che smettesse di frequentare quelle cattive compagnie. Ahlam cercava invano di tenermi a freno . Quando Majda e Kadsuma tornarono in Kuwait, mi accorsi di essere sola e scoprii di aver perso i contatti col mondo. Rimasi negli Stati Uniti con Ahlam e la sua famiglia, ma pensavo: "Ah, se fossi a Beirut potrei confidare le mie preoccupazioni a una porta o a un lampione: anche loro mi darebbero un po' di forza!". Mi rivolsi a un medico, che mi prescrisse una serie di cure e di medicine per scacciare la malinconia che mi attanagliava. Le settimane si susseguivano e iniziai a essere vittima della noia. Quando mio figlio era al lavoro, soffrivo di solitudine. Provavo a intavolare conversazioni di qualsiasi tipo con la gente, ma non ci riuscivo, nonostante la convinzione che avevo sempre avuto di essere capace di comunicare anche con un branco di scimmie. Mi chiedevo fra me: "Ma questi americani, in fondo, non sono miei parenti? Non veniamo tutti da nostra madre Eva e nostro padre Adamo? Perch allora non mi capiscono al volo? Quando sospiro significa che sono infelice, quando sorrido e dico: "Good morning" significa che voglio fare due chiacchiere! " . Sorrisi alla mia vicina di casa americana, indicando con la mano la tazza del caff, per farle capire che potevo leggerne i fondi. Lei non comprese quello che intendevo e sorrise soltanto per un attimo, prima di sparire dentro casa sua. Questo episodio fece ridere mio figlio e tanti altri, ma nel mio cuore inizi a crescere un rancore sordo. Non potevo credere che la lingua potesse davvero

essere un ostacolo, persino col cane che una volta s'introdusse in casa. Io e la moglie di mio figlio ci nascondemmo in una camera, spaventate dalle sue dimensioni . Il cane rimase sdraiato sul divano tutto il giorno, fino all'arrivo di mio figlio, che lo cacci con una sola parola: Go! . Vidi il nostro anziano vicino piangere mentre parlava con un'amica di Muhammad Kamal. Mi misi una mano sul petto, spaventata che potesse essere accaduto qualcosa a mio figlio, ma in realt stava soltanto ricordando la lunga agonia della moglie a causa del cancro e la sua morte. Mi misi a piangere insieme a lui, condividendone la tristezza. L'uomo chiese all'amica di Muhammad Kamal perch stessi piangendo, visto che non avevo mai conosciuto sua moglie . Dopo qualche giorno venni a sapere che mio padre era morto. Andai dallo stesso vicino e gli feci dei gesti, parlandogli della morte di mio padre, nella speranza che piangesse con me. Non si scompose assolutamente, perch non aveva capito nulla di quello che gli stavo dicendo. Piansi e lui rimase perplesso, senza comprenderne la ragione e senza chiedermela . Piansi perch ero lontana e, quando nessuno dei miei figli fece lo stesso, mi ritrovai a supplicarli: E piangete almeno un po'! Dispiacetevi insieme a me! Alla fine si tratta di vostro nonno... di mio padre... ed morto! . I miei figli si stupirono per l'affetto che mostravo verso di lui, nonostante mi avesse sempre trascurata e si fosse mostrato un egoista anche quando ero piccola. Cercai di far capire loro che poi era cambiato, che avevamo cominciato a parlare e che avevo ereditato alcuni lati del suo carattere. Mi aveva amato tanto e aveva dato valore al mio amore e alla mia fedelt nei suoi confronti, a dispetto delle tragedie del passato . Mi concentrai sulle qualit che amavo di lui, tra cui la sua conoscenza dei proverbi e delle poesie. Se non fosse stato lui a recitarmi la poesia dell'imam Ali sul viaggio, come avrei potuto imparare i cinque benefici per il viaggiatore? Lascia la tua patria in cerca del meglio e viaggia, perch nei viaggi ci sono cinque benefici: le afflizioni che se ne vanno, il guadagno che si acquisisce, la scienza che si apprende, le buone maniere che si imparano e la compagnia del nobile . La guerra finita Viaggiai tra l'America e il Kuwait fino alla fine della guerra . Poi, dopo sedici anni di esilio, tornai a Beirut, pensando: "Fortunata la persona che Dio ha predestinato a partire" . Rientrai da sola, mentre i miei sette figli proseguivano la loro vita sparsi ai quattro angoli del mondo, lontani dalla patria . Quando pensavo a come quella guerra sanguinosa fosse terminata dopo sedici anni, la rabbia mi riempiva il cuore: l'avevano fatta finire, guarda caso, gli stessi che l'avevano scatenata! E che cosa avevano ottenuto? Tornai cos a Beirut, e tutto quello che mi restava era racchiuso, per ironia della sorte, in sedici valigie: una per ogni anno di guerra. Appena entrai in casa, mi assal la malinconia . Sistemai le valigie in un angolo del soggiorno, coprendole con delle lenzuola. Perch mi disgustavano? Forse perch mi vedevo come un mostro, che voleva,

desiderava, bramava e non smetteva di comprare. Le aprii un giorno e sparsi a terra tutto il loro contenuto, presi ci che mi serviva, poi invitai parenti e vicini di casa: Forza, forza, prendete tutto. Chiamai dal balcone i bambini che stavano giocando: Venite, venite! Prendete un regalo dagli Stati Uniti!. I piccoli si avventarono come locuste su quello che restava, strappandosi le cose di mano. Riuscii a salvare a fatica un piccolo ombrello bianco che avevo comprato a Disneyland per mia nipote Juman, la figlia di Hanan. Nel corso di quei sedici anni avevo incontrato di tanto in tanto Hanan e la sua famiglia, ma mi sorprese vedere che mia nipote era pi alta e pi grande di quanto credessi . Tornai a divertirmi, a ridere, a leggere il futuro. La vicinanza dei miei fratelli Kamil e Hasan, dei miei vicini di casa, dei parenti e delle amiche mi riempiva di una gioia indescrivibile . Tornai al centro della vita di Beirut e capii perch ne ero cos felice. Pensavo che non mi sarei pi addormentata nel mio letto, o che la mia casa non mi avrebbe aspettato. Mi presi cura del mio balcone, trasformandolo in un giardino, e trapiantai alcuni arbusti nei vasi, come faceva mia madre nell'orto di Nabatieh. Andai a visitare la tomba di mio padre al Sud. Feci le condoglianze a sua moglie, poi le chiesi della piccola biblioteca personale di mio padre, che secondo le sue ultime volont doveva andare in eredit ad Ahlam. Ogni volta che tornava al Sud, dopo averci fatto visita, portava con s dei libri che trovava in giro per casa, senza sapere che perlopi erano testi scolastici di Ahlam. Amava le opere di Khalil Gibran e di Mikhail Nuayma. Aveva ereditato la sua biblioteca dal padre, che a sua volta l'aveva ricevuta dal nonno, e cos via. La maggior parte dei libri erano trascritti a mano. Sua moglie mi rispose che era stata offerta alla husayniyya. Quando gliene chiesi la ragione, mi rispose che credeva che non sarei mai tornata . Vagai col pensiero e mi chiesi se gli sheikh della husayniyya avessero letto alcuni di quei libri e se avessero trovato gli appunti che mio padre lasciava tra le pagine e che parlavano di come corteggiare una donna, dell'amore e di come fare sesso . Poi la mia matrigna mi raccont ci che mio padre aveva detto al medico che Kamil aveva portato perch lo visitasse in uno dei suoi ultimi giorni di vita: Vedi, dottore, i quattro figli davanti a te? Sono tutti prodotti di sua altezza, indicando la sua met inferiore e potrei farne ancora. Tu fammi tornare in piedi, e vedrai!. Risi mentre guardavo il suo tarbush e mi sembr che mi stesse strizzando l'occhio dalla foto, contento di quello che aveva detto al medico. La sua morte mi convinse a chiudere il capitolo del passato pi remoto e della guerra . Non fu facile girare pagina e iniziare una nuova vita. Mi sentivo come quella scimmia che avevo visto svenire in televisione perch, spostando una pietra, vi aveva trovato sotto un serpente. Nonostante tutto, aveva sollevato la pietra un'altra volta, e poi un'altra ancora, continuando a svenire ogni volta che lo faceva. La felicit che mi aveva riempito subito dopo il mio ritorno tra le pareti di casa mi abbandon, perch il rientro inizi a ravvivare le braci che si erano raffreddate .

Divenni come mia madre negli ultimi anni della sua vita, quando il passato non le consentiva di dormire in pace e le ronzava nelle orecchie . Mi rimproveravo per le sofferenze che avevo causato a mia madre, a Fatima e a Hanan, e per l'angoscia che aveva regnato tra i miei figli dopo la morte di Muhammad, e poi per le circostanze in cui si trovavano i miei nipoti e per la loro confusione negli Stati Uniti. Ogni volta che mi lamentavo con i medici, loro mi prescrivevano medicine nuove e alla fine persi totalmente la facolt di dormire, come se quelle pillole fossero lenti che ingrandivano le ferite dei ricordi e le vecchie storie. Riuscii a trovare un po' di tranquillit soltanto quando Hanan, durante la sua ultima visita, si convinse ad ascoltare la mia storia. Fu allora che le rughe di tutta una vita iniziarono a ritirarsi grazie a ogni singola parola che pronunciavo, a ogni luogo a cui tornavano i miei ricordi . E stata una pietra a portarti via e un'altra a riportarti qui In una delle sue visite in Libano, Hanan pass da me e partimmo insieme per il Sud, perch da tanto deliravo su mia madre, la nostra casa a Nabatieh e la mia infanzia . Partimmo su una jeep come quelle dei militari. Mi ci abituai e, mentre mi accomodavo al suo interno, mi sentivo immune alla nausea, alla mancanza di aria e al caldo. Hanan mi aveva implorato di non scherzare con l'autista, per non confonderlo. Cercai di obbedirle, ma la mia lingua fu pi veloce di me e mi ritrovai a cantare una stupida filastrocca, che caus l'ilarit generale . Mamma, mi fai morire! mi disse Hanan. Sei troppo simpatica! Partimmo diretti alla nostra vecchia casa di Nabatieh alta, in cui mia madre mi aveva cresciuta con tutto il suo amore . Hanan sapeva quanto ci tenessi a vederla, perch gliel'avevo confidato. Non c'ero pi tornata da quando l'avevo lasciata per trasferirmi a Beirut, all'et di nove anni. Mentre ci allontanavamo dalla costa, le dissi: Ma ci pensi? Come faceva mia madre, tua nonna, che Dio la benedica, a percorrere a piedi tutta la strada da Beirut a Nabatieh, anche se si fermava a pernottare alla locanda? veramente una distanza enorme! Se potessi camminare quanto camminavano loro... . Arrivammo nei pressi di Nabatieh. Mi allungai per cercare l'ostello in cui alloggiavano i viandanti, per vedere la piazza e il mercato in cui inseguimmo mio padre che cercava di sfuggirci. Qui si trovava l'oreficeria in cui per la prima volta in vita mia avevo visto l'oro, e l lavorava mio zio che riparava le scarpe, e qui... qui... qui.. . Hanan si ricord il mercato di Nabatieh, le cene per la commemorazione della 'Ashura e le donne che avevano sputato sull'attore che interpretava il ruolo del maledetto che aveva dato il colpo di grazia al martire al-Husayn. Lui cercava di difendersi dicendo: Piet! E soltanto una rappresentazione . Non sono quell'infame, sono Mustafa, il fornaio! . Ci fermammo accanto a una donna che scuoteva un ulivo per farne cadere i frutti su un lenzuolo colorato steso a terra . Hanan si avvicin all'ulivo mentre io me ne restai indietro, perch volevo godermi una sigaretta in quella calma e quella serenit, sotto il cielo autunnale .

Hanan salut e, quando tra i rami dell'ulivo sbuc una testa, esclam: Ma non mi riconosci? . Con calma, replic la donna devo baciarti, abbracciarti e annusarti per riconoscerti! Sono io, quella che ti mordeva! le disse lei . La donna si avvicin a mia figlia, l'abbracci e la fiss dicendole: Sei Hanan ! . Si abbracciarono di nuovo, ma stavolta con pi trasporto. Poi Hanan present anche a me Samira, che si oppose e la corresse: No, Hajja Amina, perch, come mi confid, il suo nome non le era mai piaciuto. Camminammo con Hajja Amina, che era prossima ai settant'anni, un po' pi giovane di me. Si rivolse a me dicendo, come se Hanan non ci fosse: Mia madre, che Dio la benedica, mostrava sempre piet per lei e ci raccomandava: "Povera figlia, vuole suo padre e la sua casa. Andate a comprarle un pezzo di cioccolata, qualche braccialetto...". Una volta Hanan si mise a piangere e a dire: "Voglio tornare a Beirut! " e la mia sorella maggiore si alz e le disse: "Dai, che ci vuole? Salta su questo gatto, ti porter a Beirut! " . Le lasciai a chiacchierare e camminai nell'orto, dove mi accesi una sigaretta e sentii il mio cuore contrarsi. Hanan mi raggiunse e mi chiese cosa avessi. Cercai di nascondere il dolore, ma poich insisteva le confessai: Hajja Amina parla di te come se fossi orfana! Che razza di madre sono stata? Non so nulla di cosa accaduto a te e tua sorella nel '58! Io me ne stavo tranquilla, come una cretina! A proposito, non so neppure quando ti sono venute le mestruazioni! Cosa hai fatto? Come ti sei pulita? Che dolore hai provato? . Ero contenta che mi fossero venute, mi rispose Hanan piuttosto dovresti chiedermi chi mi ha pulito dietro le orecchie o dentro l'ombelico! Poi mi strinse dicendo: Mamma, lascia stare! Vivi il presente! . Mi lasci per entrare in casa e dare un'occhiata alle stanze e alla cucina, poi usc nuovamente in giardino. Cerc la tenda in cui si mettevano ad asciugare le foglie di tabacco, ispezion la casa che aveva usato per l'ambientazione del romanzo La posta di Beirut. Ogni volta che lei cercava di scacciare i miei sensi di colpa, questi tornavano ad accovacciarsi sulle mie spalle e sul mio cuore, pesanti come un macigno, nonostante fossi rientrata nella vita di Hanan e lei nella mia, e ci fossimo riawicinate . Ricordavo esattamente quando e dove era accaduto: mi aveva invitata a cena da lei quindici anni prima, nell'albergo in cui alloggiava con il marito e i due figli. Mi ero seduta accanto a lei nella camera che si affacciava sulla spiaggia e sul mare mosso e avevamo iniziato a chiacchierare. Era stato allora che avevo capito perch desiderava vedermi senza nessuno tra i piedi. Era davvero raro che ci incontrassimo da sole e a volte il tempo che passavamo insieme si riempiva di banalit, ci scambiavamo chiacchiere superficiali o restavamo in silenzio, sgranocchiando qualcosa. Invece quella volta avevo sentito davvero di essere la nonna dei suoi due figli e la suocera di suo marito. Possibile che l'intimit e l'attenzione che mi dedicava e l'amore che mi rivolgeva bastassero ad abbattere le barriere del passato senza che ce ne accorgessimo? Oppure il nostro rapporto aveva iniziato a rafforzarsi col passare del tempo, come se l'avessimo fatto

passare in un filtro che l'aveva purificato dai sassi, dalla sabbia e dall'erba? Hanan mi osservava con attenzione, mentre sua figlia mi fotografava. Capii che vedeva se stessa riflessa dentro di me . Si avvicin, accost il suo viso al mio e chiese alla figlia se ci assomigliassimo. Ebbi l'impressione che fosse riuscita ad ammettere con se stessa che ero sua madre e che l'avevo partorita, e che lei non era venuta al mondo all'improvviso soltanto con il padre, come diceva sempre. Quando avvicin il suo viso al mio, rividi in lei la bimba che avevo dato alla luce . Portammo la Hajja con noi a cercare la nostra casa. Rifiut l'assistenza dell'autista e si appoggi a Hanan, che cerc di aiutarla a salire a bordo della jeep, chiedendole: Non vuoi che lui ti aiuti perch un estraneo? . Di estraneo c' soltanto il diavolo! replic la Hajja . La macchina ripart e vidi all'improvviso gli stessi eucalipti e le vigne della mia infanzia . Quando prendemmo una viuzza in salita, urlai, quasi catapultandomi fuori dal finestrino per paura di perdere la strada giusta: questa! questa! Fermati, Ali, ti prego! . Arrivammo in cima alla salita e scendemmo dalla macchina, ma non trovammo la casa. Mi sentivo come uno sciame di api che non capissero pi gli ordini della loro regina. Ronzavo inutilmente, quando Hajja Amina indic una casa diroccata di cui non era rimasta che la pietra incisa sull'uscio. No, la casa non era in cima alla salita, ma un po' pi a nord. Accennai qualche passo in quella che mi sembrava dovesse essere la direzione giusta e immediatamente i miei piedi ricordarono i passi che facevano in un passato lontano, quando cercavo di tenermi in equilibrio sugli zoccoli di legno per paura di cadere . Mi fermai davanti alla porta e gridai: Dio mio, eccola! il cancello che mi ha confusa! Prima non c'era!. Due donne sul terrazzo ci videro parlare della loro casa e ci aprirono la porta. Hajja Amina le inform del mio desiderio di ritrovare la casa in cui ero nata. Le due donne ci accolsero calorosamente . Appena entrata notai l'architrave ed esclamai: Uh, ancora al suo posto! E la porta dei segreti... . E proprio vero il proverbio che dice: " stata una pietra a portarti via e un'altra a riportarti qui" comment Hajja Amina . Il ramo del fico sbucava proprio da qui, da questa finestra! gridai. Mia madre raccoglieva un frutto per rompere il digiuno. Dio mio, dov' finito il nostro fico?. Guardai le due donne come se volessi interrogarle, senza pensare ai sessantasei anni che erano passati da quando avevo lasciato quella casa . Una delle due donne si avvicin a Hanan, assorta a guardare le pietre della finestra incastonate tra due colonne, su cui erano incisi dei disegni geometrici. Le disse: Mio figlio ha lasciato le colonne e la finestra perch sono antiche, anche se non servono. Stanno in mezzo al cortile della casa come mercoled in mezzo alla settimana! . Insistettero perch ci accomodassimo con loro in terrazzo .

Ci affacciammo sull'orto e su una strada. Dietro di noi c'era il giardino - se cos si poteva chiamare - in cui giocavamo. Si vedevano ancora le pietre del vecchio muretto, nonostante ne fossero state messe di nuove. Le riconobbi una per una tra i mattoni che vi erano stati aggiunti. Mentre sorseggiavamo il caff, mi scapp: La vita bella, posso giurarlo su Dio! Se vivessi in questa casa, non avrei bisogno delle mie pillole e neppure del Prozac! . Le due donne si scambiarono uno sguardo interrogativo e Hajja Amina guard Hanan, che appian la situazione con una battuta: Mamma molto amata, cos prende ogni giorno una pillola per poter sopportare quelli che le fanno visita, soli o in gruppo che siano . Mi domandai dove fossero finite mia madre, le mucche, l'asinello, Melina e le altre amiche. Come aveva potuto la vita trascinarmi da qui a Beirut, a Ras elNaqura, in Siria, in Kuwait e poi negli Stati Uniti? Ce ne andammo dirette al cimitero, senza entusiasmo . Volevo pregare per il riposo dell'anima di mia madre e delle mie sorelle. Le cercammo senza trovarle. Hanan non era interessata alle tombe e tanto meno lo era Hajja Amina, che si offr di recitare ugualmente la fatiha, la sur a di apertura del Corano. Il messaggio avrebbe sicuramente raggiunto le loro anime, anche se non stavamo accanto alle loro tombe. Volevo chiedere perdono a mia madre perch non le avevo mai preparato la kebba, volevo dire a mia sorella Manifa che alla fine avevo sposato suo marito e che poi avevamo divorziato, e a Ra'ufa che tutti i suoi figli erano finiti negli Stati Uniti, e che anche quello con la gamba di legno li aveva raggiunti. Hajja Amina tenne per mano me e Hanan mentre diceva: Non vi preoccupate, care mie. Ora reciter una raccomandata con ricevuta di ritorno. Non potranno non riceverla! . Che lei esca dalla tomba e che acceda al pi alto dei palazzi, e che odori il profumo dell'ambra e dell'incenso . Falla entrare nei giardini del paradiso, salvala dal fuoco dell'inferno . Fallo in tuo nome, o Signore degli Universi, in nome del profeta Muhammad, il maestro dei messaggeri in nome di Ali, il migliore tra i custodi del segreto . Concluse dicendo che questa preghiera era dedicata a mia madre e alle mie defunte sorelle . Hajja Amina mi piacque al punto che la invitai a venirmi a trovare a Beirut per passare qualche giorno insieme, e lei mi rispose: Speriamo che casa tua sia sempre piena di visitatori!. Ripet continuando a tenere le nostre mani: Se ognuno conoscesse bene se stesso e desse lezioni soltanto a s, nel mondo non ci sarebbero scontri, non ci sarebbero n se n come e il giudice avrebbe chiuso il suo carcere . Non dimenticate, voi che siete care al mio cuore, che una minuscola goccia d'olio pu sciogliere il nodo pi grande . Mentre tornavamo a Beirut, Hanan mi raccont che Hajja Amina l'aveva presa da parte, mentre io fumavo una sigaretta, per dirle: Tua madre non metter mica il broncio e diventer triste per queste quattro pietre scalcinate? Ci sono migliaia

di case migliori di queste rovine!. Mi venne da piangere e Hanan mi tenne le mani chiedendomi se era il buio, che era iniziato a scendere, ad aumentare la mia nostalgia e a farmi piangere. Si avvicin a me e mi disse che era il suo compleanno. Le mie lacrime aumentarono e mi allontanai quando tent di abbracciarmi . Non volevo farle sentire la puzza delle sigarette e, per evitare che pensasse che non volessi farmi abbracciare, le dissi: Puzzo di fumo . Mi interruppe. Mamma, io ti voglio bene. Smettila di piangere. Sapeva che stavo piangendo perch dubitavo del suo amore. Dimmi sinceramente, davvero mi vuoi bene? le chiesi . Mi abbracci. Mamma, io ti voglio tanto bene, e da quando ci siamo ritrovate te ne voglio ancora di pi. Risposi: Come puoi? Ti ho abbandonata quando eri ancora una bambina... . Non importa, tu dovevi lasciare pap. In ogni caso, questa una storia vecchia, anzi, vecchissima. Pensa al presente. Come potevo darle retta, dopo aver sentito quello che Hajja Amina diceva di lei? Come pensare al presente dopo aver saputo che Hanan contava le volte in cui mi vedeva nell'arco degli anni? Mia figlia fu capace di trovare anche dei lati positivi al mio abbandono. E poi, mamma, io ho sfruttato il fatto che te ne eri andata! Cercavo di impietosire i bambini, mentivo alle insegnanti quando non facevo i compiti, dicevo che dovevamo andare in tribunale perch il giudice doveva chiederci se preferissimo stare con nostro padre o con nostra madre! Non riusc a farmi ridere. Tu e tua sorella siete due gemme che io ho gettato nel fango. Hanan scoppi a piangere e soltanto allora riuscii a trattenermi. Alz la testa per dirmi che non stava piangendo perch l'avevo abbandonata da piccola, ma perch ogni volta che mi sentiva provare a parlare in arabo classico veniva soffocata dalla consapevolezza delle opportunit che mi erano mancate. Se ti avessero dato la possibilit di studiare, la scrittrice saresti tu, non io! Mi raccontava sempre quello che scriveva e io a volte le suggerivo un proverbio o una metafora: Quando siete pieni di tristezza, andate a visitare un cimitero o ancora: Ogni volta che appare la luna nuova, mi ricordo quanto breve la mia vita. Faceva tesoro dei miei suggerimenti per i suoi romanzi e quando me lo diceva mi riempiva d'orgoglio, perch le mie idee e i miei modi di dire le piacevano. Ma quello che volevo davvero era che scrivesse la storia della mia vita . Ogni volta che Hanan parlava, mi faceva scoprire qualche lato di me stessa che ancora non conoscevo. Capii cos che il presente, senza che me ne fossi accorta, era gi passato. Era come se mi trasformassi in lei. Non avevo pensato proprio a questo mentre andavamo insieme nella casa in cui mi ero sposata e l'avevo data alla luce? Quaranta giorni dopo la morte di suo padre, il Hajj, mentre tornavamo dal cimitero ci fermammo a salutare il quartiere e i vicini di casa. Provammo amarezza per la scomparsa dei bei giardini e delle pietre rosse delle case che erano state distrutte e sostituite dai grattacieli . Guarda, Hanan, mi mettevo qui per osservare dalla finestra il nostro giovane vicino di casa ! E quella la finestra su cui lui mi lasciava i fiori. Salimmo

insieme le scale, ancora in piedi, e io mi aggrappai alla ringhiera a causa dei dolori che affliggevano le mie ginocchia. E pensare che una volta su quei gradini potevo saltare ! Mi fermai davanti all'attaccapanni, che noi chiamavamo boorchabor, storpiando la parola francese porte-chapeaux, e al mobiletto di legno Art Dco in cui avrei dovuto mettere una lampada, incombenza che avevo rimandato di giorno in giorno, finch non avevo abbandonato definitivamente la casa. Mi dissi che avrei insistito con mio nipote Hussein l'ideologo perch me lo lasciasse. Presi la conchiglia che si usava come posacenere: era ancora al suo posto, esattamente dove l'avevo lasciata io. Hanan se l'appoggi all'orecchio per sentire il rumore delle onde imprigionate dentro, proprio come facevo io . Poi vedemmo, appesa al muro, la foto con i tre figli di mia sorella e Fatima: il tempo aveva consumato i loro capelli e anche parte dei loro visi. Ridemmo degli occhi spalancati del pi piccolino, e Hanan comment: Apre cos gli occhi per vederti meglio mentre strappi i soldi dalle tasche di pap! . Non era la prima volta che rientravo in quella casa. Vi ero tornata per fare visita al Hajj costretto a letto, in presenza della moglie, che non mi piaceva neanche un po' per come trattava Fatima e Hanan. Gli avevo detto chi ero, perch sapevo che era diventato cieco, anche se non l'aveva confessato a nessuno . Hajj, sono io, bitume e catrame. Ti ricordi di me? . Tu sei bella come il sole! mi aveva risposto lui. Era morto dopo una settimana . Poi ci recammo insieme in visita da Kamil e Hasan, molto ammalato, ma che non rinunci a cantare tra le lacrime: Oh rosa dell'amore puro! Che Dio benedica le mani che hanno sparso acqua su di te . Mi domando... mi domando... mi domando.. . Ci dirigemmo infine a casa di Ibrahim e Khadija. Andammo a visitarli giusto in tempo, perch dopo appena due settimane anche Ibrahim ci avrebbe lasciato. Cominci a chiedere a ripetizione chi fosse Hanan. Inizi a parlarmi in francese, una lingua che nessuno dei due conosceva . Quando gli dissi: Fratello mio, se mi avessi parlato in francese invece di rendermi la vita un inferno scoppiarono tutti a ridere . Perch ci riconciliamo col passato soltanto quando diventiamo vecchi e la nostra vitalit appassisce? Perch soltanto allora rattoppiamo la nostra nuova vita e quella vecchia, come i vestiti di mia zia, quella del serpente nella pancia? Tornammo poi a casa mia e Hanan prese la mia rubrica per copiarne i numeri. Nel corso di ogni sua visita a Beirut ne controllava i fogli, per vedere i disegni e i numeri che avevo aggiunto in sua assenza. Avevo infatti scoperto un vero e proprio metodo di scrittura basato sui disegni. Accanto a ogni numero di telefono mettevo il suo proprietario: l'uomo col pacchetto di sigarette in mano era il tabaccaio; due bambini ciccioni rappresentavano la mia amica che aveva, appunto, due bambini grassottelle la donna con la bocca grande era Fadila che cantava; il piatto con una banana e una mela stava per il ristorante; l'aereo per la mia vicina di casa il cui marito faceva il pilota; una tanica d'acqua e la lavatrice indicavano la ditta di riparazioni; le ruote di una macchina rappresentavano

l'autista della suocera di Hanan, e infine un uomo circondato di fuoco stava accanto al numero di una mia amica, il cui figlio era vigile del fuoco . Hanan si sofferm sul viso dell'elettricista: stava quasi per cadere a terra dalle risate e mi chiese perch avessi disegnato cos i suoi denti. Le risposi che erano grossi come quelli di uno squalo, e lui aveva una bocca immensa. Poi Hanan vide la colomba che avevo disegnato accanto al suo numero, perch lei era sempre in volo da qualche parte. Mi sorrise e disegn un fiore accanto al mio nome, l'unico che avevo saputo scrivere, vicino al mio numero di telefono . Hanan Non posso mica avere quel brutto male Chiss perch avevo disegnato quel fiore sulla rubrica di mia madre, accanto al suo nome e al suo numero di telefono . Perch alla fine avevo deciso di scrivere la storia della sua vita? Non smettevo di pormi queste due domande dal momento in cui avevo ricevuto la chiamata di Ahlam da San Diego, che mi informava che la salute di mia madre era peggiorata al punto che lei si sentiva costretta ad accompagnarla a Beirut . Mia madre mi aveva detto durante la mia ultima visita in Libano, due mesi prima, che voleva andare a trovare Ahlam, Tawfiq e Fatima in California. Avevo cercato di scoraggiarla, ricordandole quanta tristezza e quanto dolore avesse provato a San Diego mentre assisteva alla triste situazione di Ahlam e della sua famiglia, per lei si era messa a elencarmi i motivi del suo desiderio, cercando di convincermi che quel viaggio avrebbe rappresentato una sfida, anzi, un incentivo ad abbandonare la sua poltrona, il balcone o il divano per salire sull'aereo . Dai, Hanan. Forza, chiedimi perch sono cos piena di energie e di speranza! Perch sono diventata leggera come una piuma, sicura e soddisfatta di tutto? E perch ho scaricato ogni peso, ogni croce della mia vita sulle tue spalle, perch ci siamo riawicinate e abbiamo un rapporto bello come non mai! Dio mio, questo racconto stato uno sfogo che vale pi di cento pillole di Prozac! E poi aveva aggiunto: Ho bisogno di una pausa da tutta la gente che mi sta intorno . Io e Fatima non smettevamo di rimproverarla per tutte le visite che riceveva, di giorno e di notte. Era incredibile, ma ogni volta che andavo a trovarla ero costretta a ritirarmi con lei in cucina perch potessimo scambiare due parole in privato, tante erano le visitatrici che affollavano quel salotto fin dal mattino, presentandosi a volte ancora in vestaglia . Aspettavano insieme a mia madre l'infermiera, con cui aveva stretto amicizia, che misurava loro la pressione. Appena ne sentivano i passi sulle scale, si tiravano su le maniche della vestaglia per prepararsi . Col passare degli anni mia madre aveva ribattezzato il Circolo delle vedove "Circolo delle ammalate", e casa sua "la clinica". E infatti aveva preso a offrire, insieme a t e caff, medicine che estraeva da una busta di plastica dicendo: Ho di tutto! Ecco: questa per il colesterolo, questa per la pressione, per il mal di testa, il diabete, lo stomaco... e perfino il Prozac!. L'unica medicina che non cedeva era quella per l'angina pectoris che l'affliggeva, o, come diceva lei, per l'Orangina .

Era partita per la California con un volo di diciassette ore. Quando l'aereo era atterrato, si era complimentata con se stessa per essere arrivata sana e salva. Ma, non appena era entrata nell'appartamento di Ahlam, era stata assalita dal rimpianto, toccando di nuovo con mano la sua cattiva sorte . Mi aveva confidato nel corso di una telefonata: Mi sento come un eucalipto che non appena perde un pezzo di corteccia ne vede spuntare uno nuovo, rosso come il sangue . Mi aveva raccontato che la moglie di Tawfiq, che considerava come una figlia, aveva smesso di chiamarla mamma e, anzi, si mostrava acida con lei . Le avevo spiegato che la maggior parte delle nuore perdeva di tanto in tanto la pazienza con le suocere, e le avevo suggerito di andarsene da casa di Tawfiq e della moglie e di andare a trovare Mariam, che viveva a Detroit, in Michigan . Andare a trovare Mariam? mi aveva gridato. Pensi che io abbia il cuore e la forza di vederla tremare come una piuma nell'aria di Detroit, dopo che il marito gliene ha combinate di tutti i colori? Quando ha saputo di essere in fin di vita, ha deciso che Mariam doveva morire insieme a lui! Le ha puntato contro la pistola. Per fortuna sono intervenuti i suoi figli per difenderla! Ma alla fine stato Dio stesso che l'ha protetta, chiamandolo a s. Quando aveva iniziato a sentirsi soffocare mentre mangiava e beveva, i miei fratelli l'avevano portata pi di una volta dal medico. Questi aveva finito per diagnosticare che lei non soffriva solo di disturbi psicologici, ma che era necessario sottoporla ad alcune analisi. Mia madre non aveva voluto saperne, perch desiderava tornare a Beirut, a casa sua e dal suo medico . Durante tutto il viaggio che la riportava nella sua citt si tenne una mano sul cuore, incolpandolo della sua malattia . il cardiologo le consigli di consultare un altro medico, che le diagnostic invece un'infiammazione alla tiroide e sugger di fare un'incisione nella gola che le permettesse di respirare bene e di liberarsi dall'asfissia, ma lei rifiut categoricamente . Ogni volta che provavamo a convincerla, protestava dicendo: Ecco, allora volete vedermi ridotta come quell'uomo del quartiere che doveva premere un pulsante nel collo ogni volta che voleva parlare! Sembrava che la voce uscisse dalla pancia, come se stesse arrivando dalla caverna di Ali Bab e i suoi quaranta ladroni! Volete che la gente provi piet per me e che la mia fine sia patetica? . Mi misi in contatto con il medico di Beirut, che mi disse che mia madre soffriva di un cancro alla tiroide e che le erano rimasti pochi mesi di vita. No! No! No!, poi gli risposi in inglese: It's not fair, non giusto. Piansi mentre ripetevo: It's not fair . Chiss perch avevo disegnato quel fiore sulla sua rubrica . Perch mi ero lasciata convincere a scrivere la storia della sua vita? Perch non mi era venuta in mente la mia amica, che si era ammalata di cancro subito dopo aver finito di scrivere la sua autobiografia? Volai a Beirut e mi recai immediatamente in ospedale a vedere mia madre, circondata da tutti i miei fratelli. Cercai di mostrarmi naturale, forte come mi aveva sempre visto, e di

comportarmi con spontaneit, soprattutto perch lei era un segugio in grado di cogliere un tremore, un'incrinatura della voce o un battito di ciglia di troppo. Cercammo di rassicurarla e la convincemmo che le sedute di radioterapia alle quali si sottoponeva erano come il laser con cui le avevano curato in passato un'infiammazione agli occhi . Quando lasci l'ospedale, ci sentimmo tutti al settimo cielo, parenti, amici e vicini di casa, ma pochi giorni dopo volle tornarci perch si sentiva sicura soltanto nelle mani di medici e infermieri, in mezzo ai dispositivi per la pressione e il cuore e alle immense apparecchiature mediche. Cercava la tranquillit, lontano dai rumori della televisione e dal chiacchiericcio che la circondava. Non si rese conto di quanto fosse peggiorata la sua salute finch la sua vicina di casa e la figlia iniziarono a litigare mentre erano in visita a casa sua . Sent la madre urlare alla figlia, che minacciava di gettarsi dal balcone: Se proprio vuoi suicidarti, sali a casa nostra e buttati dal nostro. Non vedi com' ammalata Kamila e che fine ha fatto? Perch vuoi sottoporla allo stress dei tribunali, delle indagini e della polizia? . Possibile che Kamila, proprio lei che era sempre al centro dell'attenzione, la presidentessa del Circolo delle vedove, fosse diventata Kamila la malata? Possibile che non fosse capace di escogitare uno stratagemma per imbrogliare il suo corpo e incoraggiarlo ad alzarsi, dormire, bere, mangiare, camminare, pensare, ridere, ascoltare le canzoni e cantare? Mia madre doveva aver intuito i miei pensieri, perch all'improvviso mi chiese: Ma questo incubo mi abbandoner mai? Migliorer? Torner la Kamila di un tempo? . Era ancora lei e il suo senso dell'umorismo non l'aveva abbandonata neppure sul letto della malattia. Un medico la spogliava, un altro la girava, e una volta si trov senza mutande mentre un'infermiera cercava di inserirle un catetere. Nonostante la situazione imbarazzante, mia madre si mise a cantare: Ti abbiamo nascosta, ti abbiamo nascosta . Ti abbiamo conservata con cura, ed ecco che ora ti pu guardare chi viene e chi va . La paura che aveva della morte le faceva rifiutare i fiori e le rose. Insisteva che li sistemassero sul balcone della sua stanza . I fiori sono per i morti o per quelli che sono gi per quella via. Perch la gente vuole portarmi sfortuna? Quando vide Ahlam con una camicetta nera, la tir e le chiese di togliersela immediatamente. Levati questo nero! ancora presto! Un giorno, mentre eravamo sedute insieme sul balcone della sua stanza, mi chiese di dirle la verit sulla sua malattia, perch si sentiva ancora soffocare quando mangiava o beveva e perch doveva sedersi sotto il radiografo quasi nuda, tremando di freddo . Dai Hanan, voglio sapere la verit! Se ho quel brutto male, devi dirmelo! Aveva paura di pronunciare la parola "cancro", perch temeva che fosse di malaugurio, perci lo disse in inglese, un po' storpiato: kinsir. Finsi di essere impegnata a sistemarle il copriletto, ma lei mi chiese, sforzandosi di sorridere, se kinsir derivasse dal sostantivo arabo naser, aquila, o dal verbo inkasar, rompersi.

Riuscii a reggere il colpo, feci appello a tutto il mio coraggio e ripetei la parola nel modo giusto, cancer, assicurandole che non aveva nulla a che vedere con l'arabo . Prese le mie mani tra le sue e insistette perch le confessassi la verit. Le domandai perch le interessasse saperlo, e lei mi rispose: Per sapere come vivr da adesso in poi . La sua affermazione mi convinse a rivelarle tutto, ma la rassicurai sui suoi miglioramenti. Ancora qualche sessione e il cancer sparir, come un brutto sogno. Immediatamente mi pentii di averglielo detto, perch la vidi in preda al terrore, con le ginocchia che tremavano . No... no... no, url scioccata non possibile che io abbia quel brutto male. Voglio scappare da lui, dall'avvoltoio che vuole strapparmi l'anima. Dal primo istante della malattia mi ero detta che si poteva trattare di questo, ma tutti l'avete negato. L'abbracciai mentre lei si lamentava per il dolore e mormorava con voce rassegnata: Che Dio ti aiuti, Kamila . Poi afferr la testa fra le mani e disse: Come ti sei ridotta, Kamila! Signore, abbi piet. L'indomani si alz, certa di poter guarire e cerc di convincersi che non avrei mai avuto il coraggio di rivelarle la sua malattia se la verit fosse stata diversa da quello che le avevo detto . Mi scongiur di non parlarne con nessuno, quasi che il cancro fosse una sua mancanza o un suo difetto o che fosse imbarazzante come la povert, la lebbra, l'alitosi o i pidocchi . Temeva che i suoi nemici gioissero delle sue disgrazie, soprattutto la vicina, che terrorizzava mia madre per la freddezza e la gelosia che le dimostrava . Pens ad alta voce che doveva essere davvero in via di guarigione, e non che si stava avviando verso la morte, altrimenti non avrebbe potuto spiegarsi l'attenzione con cui i medici e le infermiere la riempivano di flebo e medicine e le impedivano di fumare . Quest'ultimo elemento inizi a convincermi che davvero sarebbe guarita: il suo desiderio di fumare non si era affievolito neanche di una virgola! Continuava a sperimentare con tutti noi i suoi trucchi perch glielo concedessimo: cominciava con le moine, poi civettava, per poi giocare d'astuzia e infine adularci, riempirci di complimenti o, al contrario, mostrare tutto il suo rancore, come aveva fatto con l'infermiera che le aveva strappato di mano un pacchetto di sigarette. Non appena era uscita dalla camera, mia madre aveva mormorato: Tanto hai gli occhi fuori dalle orbite! . Cerc aiuto nell'addetto alle pulizie, provando a convincerlo a venderle almeno una sigaretta. Lui si lasci impietosire, perch credeva che la crisi d'astinenza da fumo fosse pi terribile di qualsiasi altra malattia e inizi a chiamare mia madre "Madame Sigaretta" . Le piaceva fumare specialmente sul balcone della camera d'ospedale. Un giorno, mentre osservavamo insieme i piccioni sul tetto della casa di fronte, mia madre vide un maschio che tubava con una femmina. Entrambi presero il volo e scapparono, per poi tornare e rimanersene l tranquilli. Cant allora Una volta

entrai in un giardino, una canzone di Asmahan, la famosa cantante siriana. La cant con tutta l'anima, come se lei fosse sola o stesse passeggiando in un giardino, felice che le sue difficolt respiratorie non avessero ancora potuto scalfirle la voce. La lasciai e corsi fuori dalla camera, perch sentirla cantare con una voce ancora giovanile eppure cos triste mi riport ai giorni andati, quando cantava per Muhammad, durante i loro appuntamenti galanti, mentre io e Fatima giocavamo intorno a loro. La sua voce diede il via libera alle lacrime che avevo trattenuto per due mesi e che scorrevano ora sul mio viso e sul mio cuore, che non smise mai pi di piangere. Non tornai nella sua stanza finch non riuscii a ricompormi . Mia madre aveva intuito che ero triste, ma non comment e mi chiese piuttosto per quale motivo avessi deciso, qualche mese prima, di andare finalmente al Sud per vedere la casa in cui era cresciuta e cercare le tombe della madre e delle sue sorelle, che non avevamo trovato . Si spense a poco a poco, prendendo le distanze dai suoi visitatori, anche se una volta supplic il marito di un'altra paziente, entrato per errore nella sua stanza: Ti prego, portami sul balcone. Fammi fumare una sigaretta!. Si domand: Santo Dio, perch il nostro corpo ci abbandona? Perch vuole andarsene? Dove abbiamo trovato il cuore di ammirare il vestito di Fatin Hamama mentre ascoltava la canzone Le notti della vita si possono contare, pur sapendo che la stavano cantando per lei, ammalata e in punto di morte? Come ho potuto ridere di mio zio il ciabattino, quando si lamentava dei suoi dolori, gridando monotono: "Ah, che dolore, che dolore!". Lo imploravo di cambiare almeno una parola e di aggiungere un "oddio", o un "ti prego! " alle sue urla. Poi mi avvert: Mi raccomando, tenete in considerazione il mio prestigio quando mi seppellirete nel villaggio di Muhammad. E aggiunse: Come posso morire senza aver inaugurato le scarpe nuove che ho comprato a San Diego? Non dimenticatevi di annaffiare le piante sul balcone. Quanto mi mancheranno... E allora, finita cos, Kamila? Dio ti benedica. Ti preoccupavi del cuore e invece ti sei imbattuta nel cancro . Io e le mie quattro sorelle, Tawfiq e Muhammad Kamal ci alternavamo al suo capezzale, arrivando dai quattro angoli del mondo. Quando Fatima si affacci e mia madre la vide, cap che era appena tornata da un lungo viaggio e cerc di alzarsi per darle il benvenuto e scambiare qualche parola con lei. Mosse le labbra, ma non riusc a pronunciare neppure una sillaba. Comunic allora con il suo sguardo. Corremmo a chiamare il medico per dirgli che aveva perso la parola . Ci sugger di darle un foglio e una penna con cui potesse scrivere. Accogliemmo il suo suggerimento in silenzio, senza aver cuore di dirgli che nostra madre era analfabeta. E lei, che aveva capito quello che stava succedendo, ci lanci uno sguardo di complicit e di gratitudine . Da quel giorno fu un susseguirsi di stati di coscienza e incoscienza. Quando Muhammad Kamal arriv dal Kuwait e Tawfiq da San Diego, la tennero entrambi per mano. Lei apr gli occhi e cap di essere nel reparto di terapia intensiva. Fiss i miei capelli, raccolti in un foulard leggero a causa del caldo e dell'umidit di

Beirut. Quando notai che il suo sguardo si soffermava, le chiesi: Che c', mamma? E bello questo foulard? . Mi sorrise e io capii cosa mi avrebbe risposto se avesse potuto parlare: "Il tuo foulard dah" come diceva sempre quando da bambina, a Nabatieh, vedeva qualcosa di bello . il fatto che a volte mia madre si svegliasse dal coma, ci indicasse e ci sorridesse, con gli occhi che sprizzavano curiosit e vitalit, che ci seguivano e ci parlavano, stupiva sia noi sia i medici . Una volta not la disapprovazione e lo sconcerto dipinti sui volti delle infermiere che guardavano la televisione. Riusc a vedere solo esplosioni e edifici che crollavano, e cerc a gesti di chiedere spiegazioni. Ahlam mi raccont del loro stupore davanti a mia madre, che era riuscita a seguire quello che accadeva sullo schermo nonostante fosse sedata e quasi in coma . Anche quando le infermiere spensero il televisore, continu a chiedere informazioni. Quando le dissero quello che era accaduto, tir un sospiro di sollievo perch si trattava di New York e non della California, dove c'erano Tawfiq e i suoi nipotini . Mentre lei chiudeva gli occhi ed entrava nuovamente in un delizioso stato d'incoscienza, mi misi a pensare a quello che mi aveva detto all'inizio della sua malattia, quando di notte abbracciava se stessa rifiutando completamente l'idea che qualcuno di noi restasse con lei. E strano, le persone che si amano dormono vicine, ma in realt, una volta addormentato, l'essere umano resta da solo. Volle contare le notti che aveva dormito da quando era nata, e Ahlam lo fece per lei, usando una calcolatrice. Erano pi di ventisettemilatrecentosettantacinque . Bench mia madre dormisse profondamente, l'afflusso dei visitatori non accennava a diminuire. Se ne stavano tutti insieme nella sala d'attesa del reparto di terapia intensiva . Chiss perch noi sette figli non c'eravamo mai radunati quando lei era ancora nel pieno delle forze, quando saltava e cantava, come facevamo in quei giorni. Perch soltanto adesso sentivamo il calore di riunirci al ristorante, dopo aver perso la speranza che sentisse la nostra presenza accanto a lei? Notammo il candore brillante del suo corpo e Ahlam protest perch una delle infermiere le aveva tagliato, senza chiederci il permesso, i capelli e le unghie che erano il suo vanto . Vidi mio zio Kamil in piedi accanto a lei. Corsi verso di lui, lo abbracciai e lo strinsi al petto, come se fosse ancora il bambino che versava la mujaddara bollente nel suo vestito prima di scappare dalla casa del padre e di sua moglie per tornare dalla madre . Sentii un desiderio forte di scuotere mia madre, di svegliarla, di supplicarla di ridere con Kamil, di guardare Khadija che era venuta a trovarla, nonostante gli acciacchi e l'et, e di ascoltare Fadila che urlava dall'atrio dell'ospedale, con una voce che arrivava fino a noi: Muoiano tutti, ma non l'amore del mio cuore, Kamila! .

Poi lei si asciug le lacrime e le ricacci indietro, fece appello alle sue forze, si avvicin al letto di mia madre e fece dei riti di benedizione, quindi recit la basmala . Kamila, ascoltami. Ho pregato due volte per te, e la gente della casa del Profeta ti saluta, tutti, uno per uno, e ti mandano una carezza, una per ognuno di loro, soprattutto Sitt Zaynab. Poi prese il viso di mia madre tra le mani e lo accarezz come se stesse spostando il bulgur lasciato ad asciugare sul terrazzo della casa . In un'altra visita Fadila si raccomand di non perdere la speranza e di non interrompere i tentativi per farla guarire. Sugger alla figlia di mio zio Ibrahim di ricopiare dieci volte la sura dell'ora che cade, di far bollire i fogli, di filtrarli e di mischiare i pezzi rimasti con una terra fertile, per poi prendere l'acqua e farla bere a mia madre, che si sarebbe alzata dal letto, guarita . A quel punto Majda le fece notare che nostra madre ormai mangiava e beveva soltanto tramite tubi e flebo. Fadila sugger allora di aggiungere l'acqua benedetta alla flebo. Bastava avere l'accortezza di dire all'infermiera, in caso fosse cristiana, che si trattava dell'acqua del Vangelo . Insistette con mia cugina: Ti prego, fai come ti ho detto e prendi questo anello. Giuro che costa pi di cento dollari . Senti, Dio vuole che tu lo prenda. Poi ci disse che avrebbe trascritto lei stessa la sura dell'ora che cade, ma ci confess che non sapeva n leggere n scrivere . Allora sei proprio come nostra madre, non ti hanno istruito le disse Majda . Se sapessi leggere non avrei dovuto mettere la mia impronta digitale sui documenti che mi aveva portato quel parente singhiozz Fadila tra le lacrime. Uff, non voglio parlarne . Che Dio se lo porti! Mi ha fregato. Gli ho ceduto tutte le mie propriet e pure il mio pezzo di terra. Majda and veloce a casa, ricopi dieci volte la sura dell'ora che cade, fece bollire i fogli e l'indomani port in ospedale l'acqua benedetta, che per non tir fuori dalla borsetta . La sera prima avevamo salutato mia madre ed eravamo andati come al solito a mangiare qualcosa prima di tornare in albergo. Avevo lasciato come sempre i miei vestiti sul tavolo, in caso mi avessero chiamato dall'ospedale nel pieno della notte. Quella volta il telefono squill . Fui la prima ad arrivare in ospedale . Chiss perch avevo disegnato quel fiore sulla rubrica di mia madre, vicino al suo nome e al suo numero di telefono . Perch alla fine avevo accettato di scrivere la storia della sua vita? Entrai nella stanza di mia madre e le sussurrai: Mamma . L'accarezzai e la trovai fredda, come se stessi toccando un cubetto di ghiaccio, nonostante la lampada puntata su di lei, le lenzuola e le coperte che l'avvolgevano e la borsa dell'acqua calda . Senza sapere perch, iniziai a parlarle in arabo classico: Sei un angelo bianco, ed ecco che gli altri angeli sono venuti a prenderti per portarti con loro, con il tuo bel vestito e le tue scarpe nuove, per giocare alle cinque pietre, a biglie e alle

maestre, e per strofinare il limone sul muro, per poi salarlo e mangiarlo. Ti ringrazio perch il tuo piccolo utero stato la mia casa e perch mi hai dato questo nome. Ti ringrazio perch ho preso da te una parte del tuo carattere e perch ogni volta che ti penso mi ritrovo a sorridere e ridere . Scoprii i suoi piedi, bianchi come la porcellana, come se nella sua vita avesse camminato soltanto sulla seta e non avesse corso scalza a Nabatieh e dintorni . Il viaggio della vita Mia madre lasci l'ospedale in ambulanza, accompagnata da corone, mazzi di fiori, rose, e da Muhammad Kamal, pallido e sofferente di nausea a causa del loro profumo penetrante e dell'odore della morte. Che strano: durante la sua infanzia era sempre stato il suo complice negli imbrogli e nei segreti, ed ecco che ora l'accompagnava nel suo ultimo viaggio. Tutti incontrano prima o poi un vicolo cieco, ma quello della morte non lo . Il corteo pass davanti a un gruppo di uomini, che si alzarono in segno di rispetto. Alcuni passeggeri scesero dalle macchine e i clacson fecero silenzio . Io e Fatima scoppiammo a piangere non appena l'autista dell'ambulanza sal verso Ras el-Naba, dove c'era la nostra casa, quella in cui mia madre aveva vissuto prima di divorziare da mio padre e sposare Muhammad. Chiss come mai quel giovane autista, che non sapeva nulla della sua storia, avesse pensato di passare in quei quartieri per dare l'addio a tutte le fasi della sua vita, come se avesse posato il suo orecchio sulle profondit di mia madre, sulle mie e su quelle di Fatima, intuendo di dover percorrere i luoghi che erano stati testimoni della nostra infanzia. Pass davanti al negozio in cui Muhammad affidava al ragazzo di bottega i messaggi e i fiori per mia madre. Pass per le stesse strade in cui io e Fatima ci eravamo lamentate per la sua assenza, mentre le percorrevamo all'insaputa di nostro padre per andare a trovarla . Ecco il muro, rimasto in piedi, di quella che era la nostra scuola, dove la preside ci convocava nell'ufficio in cui trovavamo la mamma ad aspettarci. Ed ecco gli stessi alberi, la porta di vetro e la ringhiera nera dello studio del medico che pensavo di trovare nella camera di Muhammad, quando lei mi aveva detto che stavamo andando a fare l'iniezione. Ecco la casa del Primo ministro e la terrazza a cui mia madre e Mariam lanciavano qualche occhiata furtiva dopo che quest'ultima si era innamorata dell'uomo della scorta che sarebbe diventato suo marito. Ed ecco il vicolo della nostra casa, l'ingresso del palazzo il cui cemento si era sgretolato. Mi venne in mente quando mia madre e Mariam avevano chiesto a un ragazzino di arrampicarsi sul muro e di staccare dal bordo un mattone, che sembrava sospetto a causa dell'eccessiva levigatezza. Avevano spaccato la pietra col martello e avevano tirato fuori un piccolo pezzo di zanzariera, che usavamo per proteggerci dagli insetti quando dormivamo in terrazzo. Molti anni prima avevo chiesto a mia madre di spiegarmi il mistero di quel mattone e lei mi aveva raccontato che la madre del suo giovane vicino di casa era ricorsa alla magia e agli incantesimi perch il figlio se la togliesse dalla testa . L'ambulanza giunse a casa di Muhammad. Passammo sotto la finestra della sua camera, il baldacchino sul dorso del cammello, dietro la cui porta io e mia madre ci eravamo rifugiate tremanti in attesa di Muhammad. Notai la finestra spalancata

e m'immaginai lui che aspettava Kamila. Apparve infine da lontano la casa di mia madre. Appena i vicini di casa e la gente del quartiere videro l'ambulanza, si riversarono su di essa. I nostri gemiti si fecero pi forti al vedere le amiche di mia madre, le sue vicine, le mogli dei negozianti e tutti quelli che la conoscevano piangere e disperarsi. Una piccola bimba chiese alla madre: il funerale di quella signora che distribuiva a tutti regali dagli Stati Uniti?. I pianti e i gemiti aumentarono ancor di pi quando il corteo si ferm, giunto a destinazione. I negozianti avevano spazzato e lavato la strada, abbassato le saracinesche e sintonizzato le radio su una stazione che trasmetteva il Corano. Aspettavamo tutti che mia madre si saziasse del quartiere e della casa che non avrebbe mai pi rivisto. Il traffico si blocc, ma nessuno si lament dell'attesa. E noi figlie come avremmo potuto, da quel momento in poi, lanciare uno sguardo al suo balcone, sapendo che lei non si sarebbe pi seduta a osservare i passanti o ad annaffiare le piante? Mia madre salut per l'ultima volta la casa. Passammo poi davanti a quella di Manifa, in cui lei, Kamil e mia nonna avevano vissuto appena giunti dal Sud. Lasciammo Beirut, la citt che era stata testimone dell'amore di Muhammad e Kamila fin dal momento in cui si erano incontrati davanti alla fontana. Ci dirigemmo a sud, verso il villaggio di Muhammad, in cui mia madre sarebbe stata sepolta, accanto alla sua tomba, sotto l'albero rigoglioso che si affacciava sulle valli e la pianura. Li avevamo riuniti, come due uccellini innamorati nella stessa gabbia, in quel cimitero in cui mia madre andava a visitarlo per pulirgli la tomba dalle erbacce, per spargere mazzetti di fiori e per recitare la fatiha, nascondendo il volto quando passava davanti a coloro che avevano messo i bastoni tra le ruote al loro amore . Muhammad Kamal e gli altri uomini seppellirono mia madre in mezzo alle suppliche, le preghiere, i versetti coranici e poi il silenzio, mentre noi donne restammo nella casa estiva di Majda, a piangerla da lontano. Mi sembrava che mia madre fosse stata rapita e nascosta sotto terra. Chiedemmo alla prefica di limitarsi a recitare soltanto alcuni versetti coranici senza proseguire con i sermoni tradizionali dei funerali sciiti, in ricordo delle vicende della Ashura, perch ci preoccupavamo che il cuore di Kadsuma non reggesse. La prefica and avanti ugualmente, per far s che le donne piangessero e si battessero il petto, tristi per la fine dei nipoti del Profeta, al-Hasan e al-Husayn. Non si accontent, anzi, nel pianto ricord anche ci che Sakina, la figlia di al-Husayn, aveva detto quando aveva visto il cavallo del padre tornare da solo dal campo di battaglia: Dimmi, cavallo, al-Husayn ha bagnato le sue labbra nell'acqua prima di morire o morto assetato? . I lamenti e i pianti delle donne aumentarono, si batterono pi forte il petto. Cercammo di fermare la prefica, ma lei si lanci in una serie di slogan politici lodando il regime in Iran . Dopo la sepoltura, gli uomini ci raggiunsero per condividere con noi il cibo e l'animale che era stato sacrificato per il riposo dell'anima di mia madre. Dal villaggio e dai dintorni erano anche giunti cinquanta gatti che attendevano intorno alla casa. Un mendicante, cui mia madre dava sempre qualcosa in elemosina, si

affacci in casa e ci offr le pagnotte che aveva in mano, come contributo a quell'occasione dolorosa . Restammo d'accordo che la tenda che era stata innalzata sulla tomba di mia madre, come dettava la tradizione, sarebbe rimasta qualche giorno in pi, perch i recitatori del Corano la potessero accompagnare di giorno e di notte, per tre giorni di fila, cosicch lei sentisse la loro presenza. Avevamo anche lasciato una lampada accesa in alto nella tenda, perch non rimanesse al buio . Mia madre non fu l'unica a essere seppellita quel giorno . Miskiyya, la sorella di Muhammad, che aveva sempre fatto da intermediaria al loro amore, era morta la sera prima. Tempo addietro mia madre aveva supplicato lei e altre amiche di non lasciarla andare da sola nella tomba, quando fosse giunta la sua ora. Voglio qualcuno che mi faccia compagnia e che muoia insieme a me! Avevano riso tutte di quella sua richiesta, convinte che non dicesse sul serio . All'alba del giorno successivo andammo a visitarla, portando con noi l'incenso e le candele. Fadila si sedette accanto al recitatore del Corano e gli chiese se lei potesse sentirlo. Poi gli diede qualche pastiglia da succhiare perch la sua voce le giungesse dolce, non come quella del cieco di cui lei e mia madre ridevano, tappandosi il naso per la puzza . Io, le mie sorelle e Muhammad Kamal ci stringemmo in cerchio intorno alla sua tomba. Il figlio di Majda pos una sigaretta sul marmo, dando a sua nonna il nome di Miss Cimitero. Obbedimmo alla richiesta di Tawfiq, che stava volando nel cielo sopra l'oceano, con il dolore che gli lacerava il cuore, e fotografammo tutto quello che accadeva, istante per istante . Lo contattammo e gli dicemmo che avevamo inciso sul marmo della tomba Kamila, la sua data di nascita, quella di morte, alcuni versetti coranici e la frase che il suo e il nostro cuore preferivano: La pi amata . Le rivolgemmo un ultimo saluto mentre l'albero che faceva ombra alla sua tomba ci faceva dono di una resina che si attacc ai nostri vestiti e alle nostre scarpe, e ridemmo dicendoci che nostra madre non voleva lasciarci andare senza di lei, nonostante fosse sdraiata accanto al frangipani che le avevamo portato dal balcone di Beirut, circondata dal profumo dei fiori e dal cinguettio degli uccelli . Andammo a salutare mia madre il settimo giorno e poi ogni volta che ne avevamo la possibilit, soprattutto nei giorni di festa, ma in realt era pi lei che veniva a trovare noi, nel sonno come nella veglia, nella felicit e nella tristezza, e ognuno di noi rimpiangeva qualcosa che le aveva o non le aveva detto . A volte ci faceva ridere, soprattutto quando scoprivamo che tanti nostri regali venivano adesso indossati dalle sue amiche: un anello d'oro da una, una borsa di pelle da Fadila, un foulard, che a mia madre non piaceva per i cavalli che vi erano disegnati sopra, da un'altra . Le diedi l'addio e pensai che se lei avesse potuto vedere la sua tomba avrebbe detto: Si va e si viene, si sale e si scende . E infine si torna al proprio posto . Eccomi, sono tornata accanto a Muhammad, per sempre .

Epilogo Mia figlia si sposata e all'improvviso mi sembra che mia madre sia seduta nella limousine accanto a me. Vede con i miei occhi, assorbe anche lei il frastuono di New York. La immagino nel suo tailleur blu e bianco che indossava ogni volta che voleva sembrare "chic", come diceva lei. Mi rimprovera perch non ho comprato un abito nuovo per il matrimonio di mia figlia, e io le rispondo: "Non penserai mica che io abbia l'energia e la voglia di presentarmi al meglio? Sono ancora in lutto per te! Non passato neppure un mese da quando ti abbiamo seppellita!". Le dico quanto mi manca e le chiedo scusa per quando, trentatr anni prima, non le ho dato la notizia del mio matrimonio n della nascita di mio figlio . Mia madre ride insieme agli sposi, si tiene la pancia e grida: "Guardate, osservate tutti nel mondo intero dove sono arrivati i miei discendenti! Da un paesino sperduto nel Sud del Libano al cuore di New York! " . Le sussurro: "I tuoi geni audaci scorrono nelle mie vene! Sei tu la fonte della mia forza e della mia indipendenza" . A distanza di due anni dalla sua morte, mi sedetti a scrivere la storia della sua vita. Per aiutarmi, Majda mi mand una busta che conteneva fogli, diari e lettere di Muhammad . Il colore di quei fogli si era sbiadito con il passare degli anni, erano diventati giallastri, di un colore simile a una gardenia appassita. Muhammad scriveva su quaderni di scuola, su pezzi di cartone, sui documenti ufficiali e su alcuni fogli intestati con il nome "Amatoury", decorati con fiori e farfalle. Sentii nostalgia per quel negozio, di cui adoravo l'architettura. Scriveva con la matita, con la penna nera o blu. Mi ritrovai a tremare mentre guardavo le righe, la sua calligrafia e il colore dell'inchiostro . Eccomi, tra le mie dita c'erano gli anni dal 1930 al 1960, l'anno della sua morte. Tenevo in mano la felicit di mia madre e la sua tristezza, sentivo Muhammad lamentarsi d'amore, mentre il disappunto e la disperazione lo colpivano. Sentivo la sua virilit e il suo orgoglio . Non lasciava neppure un centimetro vuoto in quei fogli, come se stesse scrivendo in carcere e fosse a corto di carta . Scrisse una poesia diversa su ogni lato di un foglio piegato otto volte. Appunt un'opera teatrale e un racconto breve su una sola pagina. Scriveva senza fermarsi, senza nemmeno riprendere fiato . Mi ritrovai a sentire la sua voce, a intuire il suo stato d'animo, a percepire le sue pulsazioni e a convincermi che l'amore fosse sempre nella sua mente, in quella dei suoi amici e dei suoi fratelli. Lessi le lettere a lui dirette: potevo quasi toccare il loro tormento per la veemenza dell'amore o del tradimento . Scrisse: Il mio amore forte, irremovibile, ha la stessa forza delle rocce, e ancora: Ti amo pi di quanto ami la vita. Dopo aver sposato mia madre, inizi a chiamarla mia moglie adorata . Inaspettatamente trovai il mio nome in una delle lettere indirizzate a mia madre. Era preoccupato e chiedeva della mia salute quella volta che il caff bollente mi era schizzato in faccia. Toccai il mio viso senza trovare traccia della bruciatura, n ricordi dell'episodio, che risaliva a quando avevo due anni. Sembrava che

Muhammad avesse cancellato la gelosia che provavo per lui, e che aveva raggiunto il suo apice quella volta che avevo bussato alla loro porta dopo aver litigato con la mia matrigna. Stavano facendo la carne alla griglia, e mia madre aveva cercato in ogni modo di farmi entrare in casa . Anche Muhammad aveva continuato a chiedermi di entrare, con tenerezza e affetto, ma la gelosia e la confusione mi avevano inchiodato al mio posto. Non desideravo altro che essere mia sorella Ahlam, che ancora gattonava in un pigiama rosa: volevo condividere quegli istanti insieme a loro, ma non sapevo come . Su un foglio consumato, strappato da un quaderno di scuola, vidi una lettera indirizzata a Muhammad. Chiss, forse qualcuno aveva tenuto la mano di mia madre per fargliela scrivere. Il cuore mi balz in gola: era quella che aveva scritto Fatima quando si era nascosta nel bagno insieme a lei! Passai le mie dita sopra gli errori ortografici, che mi riempirono di tristezza e rimpianto. Chiss se Fatima, che allora aveva soltanto sei anni, si era sentita orgogliosa di scrivere una lettera a un adulto! Mi soffermai un attimo sul testamento di mia madre, dettato a Muhammad. Chiedeva di vendere dodici braccialetti e di usarne il ricavato perch qualcuno facesse il pellegrinaggio alla Mecca al posto suo, lasciava la sua fede ad Ahlam, e due paia di orecchini, uno a me e uno a Fatima, il tavolino, il tappetino, i divani e l'armadio ad Ahlam. Il testamento risaliva a due anni dopo il divorzio da mio padre. Chiss perch le era venuto in mente di scriverlo. Aveva intenzione di porre fine alla sua vita? Nonostante il mio tentativo di svelarne il segreto, alla fine rimase un enigma . Su un altro foglio consumato lessi un appello del 1943 dell'alto commissario Jean Helleu, dlgu gnral de la France au Levant, diretto ai libanesi. Stavano per eleggere la prima assemblea rappresentativa del Libano indipendente . Su quello stesso foglio Muhammad aveva appuntato tutti i pensieri che gravavano in quel momento sul suo cuore, una poesia e delle frasi d'amore: La mia anima malinconica, e non passa neppure un istante senza che io pensi alla mia solitudine in questo mondo, nonostante esso sia pieno di gente, soltanto perch sono lontano da te . E poi ancora: I minuti scorrono veloci quando siedo di fronte a lei. I miei occhi la supplicano di mostrarmi un po' di compassione e di tenerezza. Mi rivolge uno sguardo dolce, come se mi stesse dicendo che quello che c' nel mio cuore soltanto una miniatura di quello che c' nel suo. I giorni sono stati impietosi coi nostri cuori, pieni di un amore violento . Perci ho deciso di tenerti lontana per un lungo periodo in cui il mio castigo sar doloroso, mia amata adorata . Nonostante tutto l'amore che scorreva in quelle pagine, che erano sul punto di sbriciolarsi e sparire tra le mie mani, come chi le aveva scritte, la morte vi era sempre presente . Era una generazione in cui l'idealismo risplendeva e ardeva, che credeva nella politica e nel panarabismo, nella patria, nell'indipendenza e nella libert .

Pensai a quanto fosse stato fortunato Muhammad, perch non era vissuto abbastanza da assistere alle tempeste che avevano sconvolto il Libano e avevano sparso la sua famiglia e i suoi figli qua e l, ai quattro angoli del mondo . A mano a mano che andavo avanti nella lettura e scoprivo fino a che punto l'esistenza di Muhammad e il suo stesso essere fossero legati alla scrittura, ne rimanevo affascinata e il mio affetto per lui aumentava. Si era innamorato di mia madre, che non sapeva leggere, e aveva accolto con semplicit e spontaneit la sua vitalit e il suo spirito. Era attratto da quella sua indole, che spesso era stata causa di imbarazzo e di disapprovazione da parte di tanti, e soprattutto degli uomini della sua famiglia . Quanto avrei voluto essere il postino che portava il cuore di Muhammad a mia madre, invece di quel ragazzo di bottega, nonostante lui le avesse scritto, prima ancora che io compissi un anno: Vuoi che ti aiuti per il divorzio o ti stai soltanto divertendo e stai perdendo un po' di tempo con me?. Per ironia della sorte, tutte le lettere di Muhammad finirono proprio in mano mia . Per ultimo lessi un messaggio indirizzato a me, che mia madre aveva dettato a Muhammad Kamal durante il suo soggiorno in Kuwait, dopo avermi vista in un'intervista televisiva parlare del mio romanzo Mio signore, mio carnefice. Alla fine, per chiss quale motivo, aveva deciso di non mandarmelo . Non essere severa con un passato che gi andato, e che stato davvero bello, perch ho sfidato chi mi frustava e le catene ai miei polsi, ho recuperato la mia libert e mi sono affrancata dalla mia condizione di schiava venduta senza prezzo. La sorte stata pi forte di me e mi ha schiacciata, mi ha tolto tutto, tutto. Sono diventata un albero spoglio, le cui foglie volano da un marciapiede all'altro insieme alle loro compagne, all'aria e al vento. Sono diventata una vela senza una riva in vista, ma quando ho guardato la tua bella immagine e ho sentito le tue dolci e risonanti parole ho ritrovato la mia bellezza e la mia intelligenza nelle tue. Ecco che l'albero spoglio torna a fiorire, e le sue foglie brillanti luccicheranno per sempre . Nel momento in cui cominciai a scrivere la storia di mia madre, lei torn in vita, e stavolta non a Beirut, n in montagna o al Sud, bens nel mio appartamento londinese. La vidi mentre riviveva la sua vita: una bambina, un'adolescente, una giovane, una donna nella sua maturit, e infine un'anziana. Mi port in un altro mondo, pieno di sentimenti, storie, aneddoti, trasformazioni. A volte mi ritrovavo a piangere, altre a ridere . Mi stupiva la sua franchezza, l'audacia con cui mi svelava ogni segreto, come se stesse sollevando il coperchio di un pozzo . Quando la tristezza mi sopraffaceva mentre scrivevo quello che aveva sofferto in una fase della sua vita, guardavo la foto che avevo attaccato su uno dei miei quaderni, in cui riceveva una coppa d'argento, e mi tornava il sorriso. Majda era stata nominata regina del ballo e mia madre era corsa verso un membro della giuria chiedendogli di fingere di consegnare la coppa a lei . Il giorno in cui ero sul punto di scrivere la prima frase, sentii le grida dei manifestanti che protestavano per la salvaguardia delle foche, davanti

all'ambasciata canadese. Pass un pullman turistico e udii la voce della guida dire: Alla vostra destra un monumento in memoria dell' 11 settembre, e alla vostra sinistra l'ambasciata italiana . Mi scoprii a mormorare: Ed ecco qui Hanan, che scrive di sua madre che ha penato, ha amato, scappata e ha sfidato le tradizioni e le regole dell'ambiente in cui era cresciuta. Sua madre, che ha trasformato le menzogne in una vita di pura onest . Iniziai con la prima frase: Vedo mia madre e mio zio Kamil inseguire mio nonno... . Poi mi fermai, o forse fu mia madre a farlo. Sentii la sua voce che insisteva perch fosse lei a raccontare la sua storia, senza affidarsi alla mia voce. Voleva sentire i battiti del suo cuore, la sua tensione, le sue risate, i suoi sogni e i suoi incubi . Voleva recuperare la sua voce e tornare agli inizi, e quando la lasciai finalmente libera di narrare la sentii carica di felicit . stata mia madre a scrivere questo libro. stata lei a spiegare le ali e a spiccare il volo. Io non ho fatto altro che soffiare il vento che l'ha accompagnata in questo lungo viaggio nel tempo . Ringraziamenti Ringrazio Margaret Stead, alla quale sar sempre grata per il suo aiuto . Glossario Abu: significa "padre di...". Seguito dal nome del primogenito, nella cultura araba sostituisce il nome proprio di un uomo, come nel caso di Abu Hussein, "padre di Hussein", tanto che spesso il nome originario di quell'uomo non si ricorda neanche pi . Aid al-Adha, o festa del sacrificio: si celebra ogni anno alla fine del pellegrinaggio alla Mecca, non solo fra chi vi ha partecipato, ma fra tutti i musulmani. Il termine aid da solo significa festa . Ali: cugino del profeta Muhammad e quarto califfo. Intorno alla sua figura si sviluppato lo sciismo, termine che, come sciita, deriva da shi'at Ali, "i seguaci di Ali" . 'Ashura: ricorrenza che cade il giorno 10 ('ashara, da cui il termine)di muharram (il primo mese del calendario islamico). In tale data venne trucidato l'imam alHusayn a Karbala. Ancora oggi, in questo giorno, a Karbala e in altre citt sfilano, in ricordo del suo martirio, cortei immensi che spesso si trasformano in rappresentazioni collettive . Baklava: tipico dolce mediorientale diffuso in quasi tutto il Mediterraneo. E composto di numerosi strati di pasta fillo imburrata e ricoperta con mandorle, pistacchi o nocciole, quindi arrotolata e cotta al forno Basmala: la formula, che significa "nel nome di Dio, clemente e misericordioso", con cui si aprono tutte le sure coraniche con l'unica eccezione della IX. Solitamente i musulmani la utilizzano all'inizio di un'impresa di qualsiasi tipo, dalla stesura di un libro a un discorso, o anche prima dei pasti . Bini Battuta-, con questo gioco di parole l'autrice si riferisce a Ibn Battuta ("figlio di" Battuta), mettendone il nome al femminile (Bint significa "figlia di"). Ibn

Battuta era un noto esploratore del XIV secolo, marocchino di origine berbera, famoso per i suoi viaggi tra Africa, India, Sud-Est asiatico e Cina . Bulgur. frumento integrale cotto a vapore ed essiccato. Viene utilizzato per la preparazione di minestre o di insalate . Dabke: danza tradizionale tipica della Siria, del Libano e della Palestina . Fatiha prima sura del Corano. Il nome significa "l'aprente" . Felafel: piatto mediorientale costituito da polpette fritte a base di fave o ceci tritati insieme a cipolla, aglio e coriandolo . Ghouh nella tradizione popolare un essere demoniaco che vive nei cimiteri e nei posti desertici. E ritenuto un tipo di ginn malvagio, discendente del diavolo, e appare gi nella poesia preislamica. Capace di cambiare forma, si diceva si nutrisse di cadaveri e bambini. Nell'immaginario arabo moderno, la femmina, ghoula, la figura a cui ci si riferisce quando si vogliono spaventare i bambini . Ginn: il termine, a volte tradotto come "genio", corrisponde a un'entit soprannaturale di cui si parla anche nel Corano. N uomini n angeli, i ginn sono dotati di intelligenza e possono essere tanto buoni quanto malvagi. Sono inoltre in grado di assumere ogni forma umana e animale, vivono in luoghi isolati, si riproducono e possono avere storie d'amore con gli uomini, senza che questi vengano a conoscenza della loro natura . Hadith: detto del profeta Muhammad . Hajj (femm. Hajja): titolo attribuito a chi ha compiuto il pellegrinaggio alla Mecca (ogni musulmano che ne abbia le possibilit sarebbe tenuto a farlo almeno una volta nella vita) . al-Hasan: primogenito dell'imam Ali e secondo imam nella dottrina sciita . al-Husayrr. figlio dell'imam Ali e terzo imam nella dottrina sciita . Fu ucciso nella battaglia di Karbala per motivi di successione al potere, che vedeva schierarsi da un lato la famiglia di Ali e i suoi seguaci e dall'altro gli omayyadi. La sua testa venne portata a Damasco per essere mostrata al califfo omayyade Yazid ibn Mu'awiya . Husayniyya: edificio eretto per la commemorazione dell'imam al-Husayn, in cui si diffondono informazioni sulla morte dell'imam e si organizzano varie attivit e pratiche di culto per la comunit . Imam-, il termine, che significa "colui che sta davanti, che guida", pu riferirsi tanto alla persona che si mette davanti agli altri fedeli per guidare la preghiera, quanto a una guida spirituale. Per gli sciiti si tratta della persona predestinata da Dio a guidare la comunit dei fedeli . Kebba: polpette di carne macinata, bulgur, pepe e peperoncino . Kofta-, piatto tipico mediorientale che consiste in polpette o spiedini di carne macinata e aromatizzata. Viene cotta alla griglia, bollita o in umido . Maghli: dolce offerto solitamente alla partoriente e a chi visita una casa dopo la nascita di un neonato. E a base di riso soffiato, frutta secca, cannella, carvi (una pianta aromatica), anice e polvere di cocco . Mujaddara: tipico piatto levantino con lenticchie, riso o grano e cipolle .

T'astrami: carne di manzo, solitamente petto, essiccata, condita con varie spezie e poi affumicata . Rabat el-hulkum: dolce tipico turco e siro-libanese a base di gelatina e frutta secca in polvere . Santa Barbara-, nota nella Chiesa ortodossa orientale come la Grande Martire Barbara, viene festeggiata il 4 dicembre. La tradizione popolare solita ricordare il suo martirio con grandi feste in maschera, che coinvolgono anche i musulmani, in memoria della leggenda per cui la santa avrebbe adottato vari travestimenti per sfuggire alla persecuzione romana . Shahada: la testimonianza di fede con cui il musulmano dichiara: Professo che non c' altro Dio all'infuori di Allah e che Muhammad il suo profeta. Basta pronunciare tale formula in presenza di due musulmani di sesso maschile per poter dichiarare l'avvenuta conversione all'islam . Sheikh: il termine significa "anziano", ma si utilizza come segno di rispetto per un esperto in questioni religiose che rappresenti un punto di riferimento per la sua comunit . Tarbush: chiamato anche fez, dal nome della citt marocchina, un copricapo maschile, spesso di colore rosso, diffuso soprattutto in epoca ottomana . Tuz: vento caldo tipico del Kuwait, famoso per la sabbia che porta con s . Umm: significa "madre di...". Seguito dal nome del primogenito, nella cultura araba sostituisce il nome proprio di una donna, come nel caso di Umm Bassam, "madre di Bassam", tanto che spesso il nome originario di quella donna non si ricorda neanche pi . Il romanzo Mio signore, mio carnefice (titolo originale Hikayat Zahra) edito in Italia da Piemme. Le altre opere di Hanan al-Shaykh citate nei capitoli Prologo, stata una pietra a portarti via e un'altra a riportarti qui ed Epilogo sono inedite in Italia, perci i titoli sono stati tradotti letteralmente. I titoli originali sono: Innaha London ya 'azizi (Questa Londra, caro mio), Al-sijada al-'ajamiyya (Il tappeto persiano), Barid Bayrut (La posta di Beirut) . PIEMME BESTSELLER 1. Michael Connelly, Lame di luce 2. Jennifer Weiner, Buonanotte baby 3. Ian Caldwell - Dustin Thomason, II codice del quattro 4. Suad, Bruciata viva 6. Kate Mosse, I codici del labirinto 7. Jack Whyte, Io Lancillotto. Il cavaliere di Art 8. Candace Bushnell, Lipstick Jungle 9. Greg Iles, Il progetto Trinity 10. Guido Cervo, La legione invincibile 11. Anna Guglielmi, Il linguaggio segreto del corpo 12. Carol O'Connell, La giuria deve morire 13. Lauren Weisberger, Al diavolo piace Dolce 14. Michael Connelly, Il poeta 15. Lou Marinoff, Platone meglio del Prozac 16. Lolly Winston, Cioccolata per due 17. Anthony De Mello, Messaggio per un'aquila che si crede un pollo 18. Fernando S. Llobera, Il circolo di Cambridge 19. Yann Martel, Vita di Pi 20. Sherry Argov, Falli soffrire 21. Michael Connelly, La bionda di cemento 22. Isabelle Filliozat, Le emozioni dei bambini 23. Robert Crais, Il mercante di corpi 24. Gordon Russell, Il grande gladiatore 25. Joanna Briscoe, Vieni a letto con me 26. Hernn Huarache Mamani, Negli occhi dello sciamano 21. Michael Connelly, La memoria del topo 28. Lauren Weisberger, Il diavolo veste Prada 29. Conn

Iggulden, Le porte di Roma 30. Candace Robb, La taverna delle ombre 31. Graham Hancock, Il mistero del sacro Graal 32. Guido Cervo, L'onore di Roma 33. Alberto Ongaro, La taverna del Doge Loredan 34. Robert Eisenman - Michael Wise, Manoscritti segreti di Qumran 35. Dennis Lehane, La casa buia. Gone Baby Gone 36. Anthony Fiacco, La danzatrice bambina 37. Valeria Montaldi, Il mercante di lana 38. Michael Connelly, Musica dura 39. Amanda Eyre Ward, Non voltarti 40. Jack Whyte, Io Lancillotto. Il marchio di Merlino 41. Emily Giffin, Piccole confusioni di letto 42. Trudi Birger, Ho sognato la cioccolata per anni 43. Corine Sombrun, Il canto della sciamano 44. Marcia Grad Powers, La principessa che credeva nelle favole '.45. Andreas Beck, La fine dei Templari 46. Michael Crane, La setta di Lazzaro 47. Zecharia Sitchin, L'altra Genesi 48. Michael Connelly, Ghiaccio nero 49. Patrick Fogli, L'ultima estate di innocenza 50. Jennifer Weiner, Brava a letto 51. David Anthony Durham, Annibale 52. Gilles Paris, Autobiografia di una zucchina 53. Leila, Murata viva 54. Mohsin Hamid, Nero Pakistan 55. Michael Connelly, Il buio oltre la notte 56. Dalila Di Lazzaro, Il mio cielo. La mia lotta contro il dolore 57. Joseph Thornborn, Il quarto segreto 58. Lou Marinoff, Le pillole di Aristotele 59. Leah Stewart, Caff con panna 60. Guido Cervo, Il legato romano 61. Antonio Socci, Mistero Medfugorje 62. Polly Williams, Vita bassa e tacchi a spillo 63. Marco Bettini, Pentito. Una storia di mafia 64. Claudio Paglieri, Domenica nera 65. David Camus, Il cavaliere della Vera Croce 66. Tiziana Merani, Devo comprare un mastino 67. Steve Nakamoto, Gli uomini sono pesci 68. Donya al-Nahi, Nessuno avr i miei figli 69. Michael Connelly, Debito di sangue 70. Susan Jane Gilman, Ragazze non troppo perbene 71. Lionel Shriver, Dobbiamo parlare di Kevin 72. Eric Giacometti - Jacques Ravenne, Il rituale dell'ombra 73. Candace Bushnell, New York Sexy 74. Greg Iles, La regola del buio 75. Jack Whyte, Io Lancillotto. Il destino di Camelot 76. Diaryatou, La schiava bambina 77. Robert Eisenman, Giacomo il fratello di Ges 78. Michael Connelly, Utente sconosciuto 79. Conn Iggulden, Il soldato di Roma 80. Siba Shakib, Afghanistan dove Dio viene solo per piangere 81. Robert Crais, La prova 82. Debra Dean, Le madonne dell'Ermitage 83. Hyok Kang, La rondine fuggita dal paradiso 84. Massimo Polidoro, Etica criminale. Fatti della banda Vallanzasca 85. Isabelle Filliozat, Fidati di te. Migliora l'autostima per essere a tuo agio sempre 86. Valeria Montaldi, Il signore del falco 87. Hernn Huarache Mamani, La profezia della curandera 88. Michael Connelly, Il ragno 89. Anosh Irani, Il bambino con i petali in tasca 90. Marco Salvador, Il longobardo 91. Elizabeth Buchan, La rivincita della donna matura 92. Candace Robb,11 saio nero 93. Guido Cervo, Il segno di Attila 94. Carol O'Connell, La bambina di casa Winter 95. Alberto Ongaro, Il ponte della solita ora 96. J.R. Moehringer, Il bar delle grandi speranze 97. Michael Connelly, L'ombra del coyote 98. Ugo Barbra, Il corruttore 99. Harold G. Moore - Joseph L. Galloway, Eravamo giovani in Vietnam 100. Carla Maria Russo, La sposa normanna 101. Vauro Senesi, Kualid che non riusciva a sognare 102. Jennifer Weiner, A letto con Maggie 103. Jack Whyte, Io Lancillotto. Il sogno di Ginevra 104. Jacqueline Pascarl, La principessa schiava 105. Toby

Young, Un alieno a Vanity Fair 106. Thomas Healy, Ti presento Martin 107. Guido Cervo, Le mura di Adrianopoli 108. James D. Tabor, La dinastia di Ges 109. Emily Giffn, A prova di baby 110. Kathleen McGowan, Il vangelo di Maria Maddalena 111. Aline Baldinger-Achour, Le grandi religioni spiegate ai miei figli 112. Robert Crais, L.A. killer 113. Gianni Palagoma, Il silenzio 114. Jonathan Kwitny, L'uomo del secolo 115. Clare Sambrook, Harry non ha paura 116. Patrick Fogli, Lentamente prima di morire 117. Michael Connelly, La citt delle ossa 118. Franco Scaglia, L'oro di Mos 119. Joseph Thornborn, L'ultima rivelazione 120. Zecharia Sitchin, Spedizioni nell'altro passato 121. Lolly Winston, Felicit senza zucchero 122. Jack Whyte, Saint-Clair. I custodi del codice 123. Michel Benot, Il tredicesimo apostolo 124. Conn Iggulden, Cesare padrone di Roma 125. Dinaw Mengestu, Le cose che porta il cielo 126. George Pelecanos, Il giardiniere notturno 127. Amy Scheibe, A spasso con Jennifer 128. Gordon Russell, La notte del gladiatore 129. Hamida Ghafour, Il paese di polvere e di vento 130. Laura Fitzgerald, Colazione da Starbucks 131. Bob Berkowitz, La nuda verit 132. Tony Sloane, Legionario 133. Justine, Ho deciso di non mangiare pi 134. Conn Iggulden, La caduta dell'aquila 135. Andrew Crofts, Il fabbricante di sogni 136. Alexandra Ripley, Rossella 137. Claudio Paglieri, Il vicolo delle cause perse 138. Susan Jane Gilman, Non volevo il vestito bianco 139. Deborah Rodriguez, La parrucchiera di Kabul 140. Jim Dwyer - Kevin Flynn, 102 minuti 141. Michael Connelly, Vuoto di luna 142. Els Quaegebeur, Io sono l'altra 143. Harry Bernstein, Il muro invisibile 144. Ariana Franklin, La signora dell'arte della morte 145. Lesley Downer, L'ultima concubina 146. Dalila Di Lazzaro, L'angelo della mia vita 147. Daoud Hari, Il traduttore del silenzio 148. Richard Maun, Il mio capo un bastardo 149. Jack Whyte, La pietra del cielo 150. Khaled Hosseini, Il cacciatore di aquiloni 151. Candace Robb, La mano del traditore 152. Siba Shakib, La bambina che non esisteva 153. Carol O'Connell, Susan a faccia in gi nella neve 154. Dalia Sofer, La citt delle rose 155. Jo Nesb0, Il pettirosso 156. Pascal Khoo Thwe, Il ragazzo che parlava col vento 157. Carlo Maria Martini, Le tenebre e la luce 158. Jennifer Weiner, Letto a tre piazze 159. Guido Cervo, Il centurione di Augusto 160. Kate Jacobs, Le amiche del venerd sera 161. Michael Connelly, Il poeta tornato 162. Anthony De Mello, Istruzioni di volo per aquile e polli 163. Syrie James, Il diario perduto di Jane Austen 164. Zecharia Sitchin, Il giorno degli dei 165. Jacqueline Pascarl, Solo per i miei figli 166. Khalil Gibran, Quando l'amore chiama, seguilo 167. Randa Jarrar, La collezionista di storie 168. Jack Whyte, La spada che canta 169. Candace Bushnell, Bionde a pezzi 170. Malika Bellaribi, La bambina con i sandali bianchi 171. Alfredo Colitto, Cuore di ferro 172. Jennifer Weiner, Certe ragazze 173. Emma La Spina, Il suono di mille silenzi 174. Polly Williams, Le brave ragazze combinano guai 175. Carla Maria Russo, L'amante del Doge 176. Christel Martin, Madre di diecimila figli 177. Vittorio Messori - Andrea Tornielli, Perch credo 178. Conn Iggulden, Il figlio della steppa 179. Mark Kurzem, Il bambino senza nome 180. Laurie Notaro, Il club delle poche ma buone 181 .

Rebecca Stott, Il codice di Newton 182. Alan Drew, Nei giardini d'acqua 183. Sara Yalda, Il paese delle stelle nascoste 184. Thierry Cohen, Non lasciarmi andare 185. Cody McFadyen, L'ombra 186. Sarah Bilston, Letto & biscotti 187. Saverio Gaeta, Medjugorje. tutto vero 188. Marco Polillo, Testimone invisibile 189. James A. Levine, Il quaderno azzurro 190. Dennis Lehane, Mystic River. La morte non dimentica 191. Neil Sheehan, Vietnam. Una sporca bugia 192. Titania Hardie, Il labirinto della rosa 193. Pam Cope, Il paese dei bambini che sorridono 194. Nicholas Drayson, Guida agli uccelli dell'Africa orientale 195. Ariana Franklin, La rosa e il serpente 196. Lauren Weisberger, Un anello da Tiffany 197. Guido Cervo, L'aquila sul Nilo 198. Michael Connelly, La ragazza di polvere 199. Emily Giffin, Amore e ritorno 200. Khaled Hosseini, Mille splendidi soli 201. Imogen Lloyd Webber, La meravigliosa vita delle single 202. Kate Mosse, Lottavo arcano 203. Patrick Fogli, Il tempo infranto 204. Zecharia Sitchin, La Bibbia degli dei 205. Luca Castellino, Il sogno del bambino stregone 206. Marisa de los Santos, L'estate dei nostri segreti 207. Jo Nesbo, Nemesi 208. Roberto Cipresso - Giovanni Negri, Vinosofia 209. Jack Whyte, Il leone dei Templari 210. Greg Iles, Il sorriso dei demoni 211. Pino Aprile, Elogio dell'imbecille 212. Ondine Khayat, Le stanze di lavanda 213. Hernn Huarache Mamani, La donna della luce 214. Vittorino Andreoli, Preti 215. Candace Robb, I delitti della cattedrale 216. Kris Carr, Ho il cancro, vado a comprarmi un rossetto 217. Gerry Stergiopoulos, Trattali male 218. Saverio Gaeta - Andrea Tornielli, Padre Pio. L'ultimo sospetto 219. Julie Buxbaum, Vorrei che fosse amore 220. Dacre Stoker - Ian Holt, Undead. Gli immortali 221. Zecharia Sitchin, Il codice del cosmo 222. Vauro Senesi, Il mago del vento 223. Franco Scaglia, II viaggio di Ges 224. Garth Stein, L'arte di correre sotto la pioggia '.225. . Olivier Bleys, Il mercante di tulipani 226. Carlo Maria Martini, Il coraggio della passione 227. Chuck Hogan, The Town. Il principe dei ladri 228. Harry Bernstein, Il sogno infinito 229. Candace Bushnell, One Fifth Avenue 230. Michael Connelly, Avvocato di difesa 231. Nicola Legrottaglie, Ho fatto una promessa 232. Hanan al-Shaykh, La sposa ribelle 233. Ben Kane, La legione dimenticata 234. Greg Dawson, La pianista bambina 235. Michael Connelly, Cronaca nera 236. Kate Jacobs, Le sorprese del venerd sera 237. Rita Charbonnier, La sorella di Mozart 238. Giampaolo Perna, Ansia. Come uscire dalla gabbia e riprendersi la vita 239. Jack Whyte, La stirpe dell'aquila 240. Alfredo Colitto, I discepoli del fuoco 241. Laura Fitzgerald, Con gli uomini ho chiuso 242. Marcia Grad Powers, Il cavaliere che aveva un peso sul cuore 243. Zecharia Sitchin, Il pianeta degli dei 244. Kaoutar Haik, La principessa delle Ramblas 245. Zecharia Sitchin, Le astronavi del Sinai 246. Francesca Moro, Puoi trovare di meglio Per l'elenco completo e per maggiori informazioni, visita il sito: www.piemmebestseller.it