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CARATTERI DELLUMANESIMO

Un fenomeno storico e culturale complesso, i cui esponenti sono disseminati in vari centri cittadini e politici dItalia tra la fine del 300 e la prima met del 400, e i cui temi e riflessioni sono difficilmente riconducibili ad ununica ed univoca prospettiva. I diversi poli dattrazione culturale e intellettuale costituiti dalle grandi citt si caratterizzano, soprattutto in questa prima fase, sulla base dei differenti assetti sociali e politici che contribuiscono a connotare in modo diverso i diversi centri umanistici (le repubbliche fiorentina e veneziana, la signoria a Milano, Ferrara etc, il regno di Napoli e la curia pontificia a Roma). Gli umanisti non erano intellettuali di professione ma nella maggior parte dei casi svolgevano incarichi amministrativi e governativi nelle citt, nelle corti e nella curia pontificia o nella gerarchia ecclesiastica: giuristi, notai, ambasciatori, pedagoghi, medici, storici, segretari e vescovi. In particolare questo nuovo ceto di dotti, trasversale nelle societ cittadine e quindi non confinati negli ambienti di chiesa e universitari (a cui al contrario, come vedremo, essi sostanzialmente si contrappongono), si affaccia e si cala completamente nella vita attiva e concreta delle citt, realizzando essi stessi quella necessaria dinamica tra contemplazione e agire pratico che essi propugnavano nei loro scritti e nelle loro opere attraverso una complessiva riforma del sapere umano. Dunque si tratta di una categoria di intellettuali che, se pur elastica, tendeva a caratterizzarsi come promotrice di una nuova concezione delluomo e del mondo e quindi di un nuovo ideale di formazione delluomo basato sugli studia humanitatis, cio in sintesi di una nuova cultura (importanza della pedagogia; istituzione di biblioteche; invenzione della stampa intorno al 1450). Gi nella seconda met del 300 sorgono i primi fermenti proto-umanistici, in particolare con Francesco Petrarca, con il suo amore per le lettere, per lantichit e con il suo antiscolasticismo: in sostanza si tratta dei primi germi della rinascita degli studia humanitatis e delle bonae litterae. Lavvio pi vistoso del movimento italiano dellumanesimo fu caratterizzato dal ritorno al mondo antico e al sapere classico e dalla proclamazione della conclusione di un epoca della storia, quella medievale, ormai conclusa. Cercheremo ora di analizzare questi aspetti e queste componenti fondamentali del movimento culturale umanistico.

IL RITORNO ALLANTICO: LA GRANDE DISPUTA TRA ANTICHI E MODERNI Lantico si oppone al moderno e al vecchio e si caratterizza per il rinvigorimento di una scuola che si ispira al reale delluomo e della natura secondo linsegnamento dei classici (da cui si comprende gi chiaramente listanza pedagogica di tutto il movimento umanista). Questa notissima polemica tra antichi e moderni (per moderni in generale sintenda gli studiosi del secolo XIII al XIV, che hanno portato dovunque al limite la barbarie, nel diritto, nella filosofia, nelloratoria, nelle lingue e nellarte) attraversa tanta parte della letteratura umanista, e rappresenta un programma, una volont, e quindi una premessa della rinascita effettiva, ampia e corale, della classicit. Questo definisce anche il segno specifico di questa imitazione e dellutilizzo delle auctoritates classiche: non imitazione passiva dei classici, ma riscoperta critica e veridica dei classici (da ricollegare alla questione di una riforma complessiva del sapere umano), di cui vedremo meglio. Petrarca Familiare, I, 2 e 7: dove si delinea il tema polemico contro la povert della filosofia dei maestri del suo tempo, dialettici e sofisti, avvezzi a giostrare con le parole ed a trasformare ogni discorso in un inutile torneo, e contro la vana scienza di quei dialettici che con i loro barbari sofismi avevano corrotto e guastato le arti del discorso. I, 2: da temerari combattere con un nemico che non desidera la vittoria ma la contesa. Mi scrivi che un vecchio
dialettico, infuriatosi per certe mie lettere [...], in preda alla rabbia e che ha minacciato di scatenarsi contro i nostri studi nelle sue, di lettere, [...] temerario lasciarsi irretire nelle loro battaglie, proprio perch tutto il loro gusto sta nella contesa, quello che vogliono lalterco, non la ricerca della verit.

A proposito di Aristotele, Petrarca lo definisce vir ardentiis ingegnii che disputava sui pi alti argomenti filosofici e considerava la dialettica uno strumento del sapere, come avvio e non come conclusione degli studi; i moderni dialettici invece riducevano tutto a dialettica, esaurivano ogni argomento nei loro sterili giochi e pretendevano che il sapere si riducesse allastratto gioco dei loro tormentati e tormentosi sillogismi. Nel suo mirino e nella sua polemica antidialettica, che non negava dignit alla dialettica in s, Petrarca guardava in modo particolare ai logici di formazione occamista o legati alla tradizione terminista di Oxford e di Parigi, cio in generale alla logica dei moderni, logica modernorum. da sottolineare la notevole diffusione dei metodi logici francesi e inglesi sopratutto negli ambienti scolastici, applicati alle arti del discorso oltre che alle scienze naturali, alla medicina e alla fisica, come anche alletica; dalla cognitio rerum si passa sempre pi verso la cognitio terminorum. Ed proprio contro questa tendenza della tarda scolastica trecentesca che Petrarca si scaglia. Ecco in che senso egli pu rappresentare un precursore dellumanista del Quattrocento: allambiente chiuso delle scuole preferisce lesercizio della propria sapienza nella vita morale e civile, nelle citt 2

comunali. Diverso era anche il suo modo di considerare la comune eredit del mondo antico, il patrimonio di testi ed exempla tramandati dalla civilt classica; ma su questo punto torneremo pi avanti. Ci non significa che a Firenze nessuno leggesse le opere dei logici moderni, ma piuttosto che questa polemica delineava i termini di certe antitesi e gli argomenti di una discussione che avrebbe impegnato i maggiori rappresentanti della cultura umanista. Profondamente intrecciato al nuovo rapporto con lantico, la questione del falso antico ereditato dal Medioevo: il ritorno allantico e la polemica contro i moderni si trasformeranno in unemulazione delle antiche virt, in una ripresa autonoma ed autentica delle feconde direzioni della civilt classica, a cui far seguito un nuovo confronto con gli antichi e un nuovo ideale di modernit. Infatti il ritorno agli antichi si connette ben presto ad un nuovo studio del Medioevo che cessa di essere una tenebra indifferenziata e viene discusso, studiato ed analizzato (lo stesso corso lo dimostra). Lintento programmatico dei primi umanisti, cos come dello stesso Petrarca che voleva definire la sua nuova identit intellettuale e la sua nuova visione del mondo e delluomo, si pone in netta polemica con le sottili questioni scolastiche del Medioevo che avevano scavato un abisso fra le parole e le cose; le discussioni e le indagini si erano venute esasperando intorno a pure finzioni verbali, a entit staccate dalla realt originaria. Il loro obiettivo era ricongiungere lo spirito alle lettere in un logos concreto che fosse pensiero e parola. LUmanesimo, a differenza dei moti e dei fermenti culturali e politici del Medioevo, non solo fu un movimento culturale diffusissimo uscito dallambito delle scuole, dei conventi e delle universit, ma capace di permeare ogni attivit, di penetrare nella vita politica e ascendere ai troni principeschi e alla cattedra di Pietro, di discendere nelle piazze tra i poeti popolari e nelle feste e le processioni simboliche, di ispirare gli artisti e di segnare le linee architettoniche dei nuovi palazzi e dei templi rinnovati.

LARRIVO DEI DOTTI BIZANTINI E LO STUDIO DEL GRECO Per la rinascita degli studi, nellimmaginario degli stessi umanisti, il vero punto di snodo fu rappresentato e determinato dallarrivo dei greci o bizantini in Italia, i quali vi portarono non solo testi e codici ma sopratutto la conoscenza della lingua greca! Lavanzata turca tra il 400 e il 500 fu impressionante agli occhi degli stessi europei: gli arabi occuparono progressivamente Grecia, Bulgaria, Albania, Serbia, Bosnia, parte della Romania, Ungheria e Russia meridionale, e dellAfrica settentrionale. In questa situazione di grande pericolo i dotti bizantini, cos come lo stesso clero ortodosso, vedevano nellavvicinamento alloccidente un 3

importante strumento di difesa; sia durante il Concilio di Ferrara-Firenze (1437-1439), che doveva porre fine allo scisma tra cattolici e ortodossi (6 luglio 1439, con la bolla Laetantur Coeli), sia in seguito alla caduta di Costantinopoli nel 1453, lo scambio politico e culturale tra Occidente e Oriente fu intenso e significativo per entrambi le tradizioni. Emanuele Crisolora, che si era fatto conoscere durante una missione diplomatica a Venezia, fu portato a Firenze nel 1397 da Coluccio Salutati, dotto umanista e Cancelliere fiorentino; egli ricopr una cattedra di greco creata appositamente per lui. Rest a Firenze solo tre anni (poi Milano, dove insegn a Uberto Decembrio, Grecia, Francia, Inghilterra e Spagna come inviato dellimperatore) e tra i suoi allievi e amici troviamo Leonardo Bruni, Pierpaolo Vergerio (che importa lo studio del greco a Padova), Palla Strozzi e lumanista Niccol Niccoli. Guarino Veronese si rec addirittura in oriente per imparare il greco dal Crisolora. La scuola fiorentina si caratterizz da questo momento in poi per il magistero di una serie di illustri maestri di greco come Ambrogio Traversari, Giannozzo Manetti, Carlo Marsuppini e dopo 57 anni di un altro greco, lArgiropulo. Limportanza del suo arrivo e del suo insegnamento a Firenze riportata nellepistolario di Guarino veronese che lo considera uno strumento della Provvidenza, venuto in Italia per riportare allantico splendore le lettere che erano in rovina e ormai quasi estinte; sulla sua grammatica greca, gli Erotemata, studiano tutti gli umanisti fino ad Erasmo.

LEONARDO BRUNI: AD PETRUM PAULUM HISTRUM DIALOGI (1401-1408 ca.) Leonardo Bruni, detto Aretino, dalla sua patria natale (1370), si trasfer presto con la famiglia a Firenze dove inizi lo studio del greco con Crisolora. Per la sua dottrina letteraria e giuridica fu eletto nel 1405 segretario apostolico, grazie anche alle raccomandazioni di Salutati e Poggio Bracciolini. Fu eletto Cancelliere della repubblica fiorentina nel 1410 e poi successivamente nel 1427 fino alla morte. Continuatore della gloriosa tradizione iniziata con Salutati dei letterati che mettevano la loro cultura classica al servizio dell'arte di governo, fu anche una delle maggiori figure di spicco dell'Umanesimo fiorentino sotto Cosimo de' Medici. Grazie alla scuola di greco del Crisolora, egli tradusse lEtica Nicomachea nel 1416-17, opere di Platone, Senofonte, Plutarco e san Basilio; tutte opere, tranne questultima, di autori classici non cristiani; cosa che determin la rottura con Ambrogio Traversari e il Niccoli. Noto per la sua Laudatio florentine urbis,1 scritta intono al 1403, fu sopratutto il primo storiografo moderno (Historiae florentini populi).

Alla Laudatio del Bruni rispose Pier Candido Decembrio con uno scritto dedicato a Galeazzo Maria Sforza intorno al 1468, De laudibus Mediolanensium Urbis in comparationem Florentiae Panegyricus; si tratta di elogi campanilistici che costituiscono un genere che conobbe una discreta fortuna.

Il primo Dialogo fu definito da Hans Baron laffermazione dello spirito critico filologico del Quattrocento, unito appunto alla nascita di un nuovo sentimento civile e di un nuovo atteggiamento verso il passato. Il dialogo si svolge tra il Bruni, Roberto Rossi, il Niccoli e Salutati. Questo dialogo un esempio delle discussioni duplici, del metodo di discussione pro e contro che assumeva unimportanza essenziale nellesercizio della vita politica e delle arti dellargomentazione e della persuasione, strettamente legate alla cultura umanistica; esempio quindi di argomentazione persuasiva, un discorso di tipo oratorio e retorico che gli antichi contrapponevano al formalismo dialettico dei moderni e ai quodlibeta, cio questiones quodlibetales, tipiche forme di discussione della cultura scolastica. Non a caso il primo Dialogo prende spunto da una osservazione del Salutati: labitudine e la consuetudine della discussione [...]. Che cosa pu esservi di pi adatto ad aguzzar lingegno, a renderlo abile e sottile, della discussione [...] come lo spirito, eccitato da tale esercizio, sia reso pi rapido a discernere ogni altro argomento. E non c bisogno di dire quanto tutto ci raffini il nostro dire, e ci renda pronti e padroni del discorso.2 Sempre nellambito di questa discussione il Niccoli, che dellamore per lantico aveva fatto una ragione di vita, pronuncia questo discorso, ricordando linsegnamento di Luigi Marsili frate agostiniano, morto nel 1394; nella cui cella del convento di S. Spirito il Niccoli ed altri giovani intellettuali fiorentini si incontravano e dibattevano sull'amore delle lettere classiche e del Crisolora, per poi concludere:
[...] in questi tempi oscuri ed in tanta penuria di libri, non vedo quale capacit di discutere si possa conseguire. Quale arte, quale scienza si pu trovare oggi che non sia o fuori luogo o del tutto corrotta? Prendi, ti prego, la filosofia per considerare quella che madre di tutte le arti liberali (omnium bonarum artium), e dalle cui sorgenti scaturisce tutta questa nostra umana cultura (humanitas). La filosofia fu un tempo recata dalla Grecia in Italia ad opera di Cicerone, e irrorata da quel suo aureo fiume deloquenza. 3 Nei suoi libri non si trovava solo il fondamento di tutta la filosofia, ma verano diligentemente esposte tutte le correnti filosofiche. Il che, mi sembra, contribuiva moltissimo ad eccitare agli studi; infatti chiunque si desse alla filosofia, aveva dinnanzi a s gli autori che conveniva seguire, ed imparava non solo a difendere le sue posizioni, ma anche a confutare le altrui [...]. Ma ora che gran parte di quei libri perduta , e quelli che restano sono a tal punto corrotti che poco manca che siano del tutto periti, come credi che possiamo imparare la filosofia? Vi sono, vero, molti che promettono di insegnarla. Ma che magnifici uomini i filosofi del nostro tempo, che insegnano quel che non sanno! E dei quali non posso stupirmi abbastanza, non riuscendo a capire come abbiano potuto imparare filosofia ignorando le lettere, essi che quando parlano dicono pi solecismi che parole, s che preferirei sentirli mentre russano che mentre parlano. Se per domandi loro sullautorit e sui precetti di chi fondino mai questa loro preclara sapienza, essi ti rispondono: del Filosofo . E quando dicono cos vogliono che sintenda Aristotele; e quando bisogna trovare conferma a qualche asserzione, mettono avanti proposizioni tratte da quei libri che dicono dAristotele: termini aspri, duri, capaci di offendere e stancare ogni orecchio. Cos dice il Filosofo essi affermano; contraddirlo empio; per loro sono lo stesso la sua autorit e la verit, come se solo lui sia stato filosofo, e le sue sentenze siano solide quasi come se Apollo Pizio le avesse pronunciate dal suo santissimo tempio. N, per Ercole, io certo dico questo in odio ad Aristotele, n intendo in alcun modo guerreggiare con quelluomo sapientissimo, ma solo con la stoltezza degli aristotelici doggi. Se si macchiassero della sola colpa dignoranza, non sarebbero certo degni di lode; eppure almeno meirterebbero sopportazione, in questi tempi tristi; ma ora che
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(p. 49). Torna qui il tema della translatio studii che il Bruni ribadisce anche nella sua storia del popolo fiorentino, secondo cui la lingua greca tornava in Italia dopo un esilio di 700 anni.

allignoranza uniscono unarroganza cos grande, per cui osare chiamarsi e ritenersi sapienti, chi potr sopportarli serenamente? Dei quali ecco, Coluccio, quello che penso: io non credo che costoro sappiano con precisione quel che Aristotele sosteneva neppure intorno ad una minima questione [...]. [...] diremo noi dunque davvero che quellAristotele, conosciuto allora solo da pochi filosofi [ai tempi di Cicerone], oggi in cos grande naufragio dogni sapere, in cos grande penuria di uomini colti, sia noto proprio a costoro che nulla sanno, e che ignorano, non solo il greco, ma in gran parte anche il latino? [...]. Che dire ora della dialettica, che larte per eccellenza necessaria alle dispute? Ha essa forse un florido regno, e non soffre per niente in questa offensiva di ignoranza? Niente affatto: contro di lei partita allattacco anche quella barbarie che abita al di l dellOceano. Che genti, miei di! Gi orride nei nomi, Ferrabrich, Buser, Occam, e simili che mi sembrano tutti venuti fuori dalla schiera di Radamanto. Che c, Coluccio, per lasciare lo scherzo, che c domando, nella dialettica, che non sia stato turbato dai sofismi britannici? Che resta mai, che non si sia dilungato da quella antica e verace arte del disputare per volgersi a inezie e leggerezze? [...] Non mancano glingegni, non la volont dimparare; ma, io credo, questa corruzione del sapere e questa mancanza di libri precludono ogni via allapprendere.4

COSA SI INTENDE PER STUDIA HUMANITATIS? Coluccio Salutati, Cancelliere fiorentino che domina la scena politica e culturale fiorentina tra 1375 e il 1406, segretario della prima Cancelleria fiorentina ed rappresenta il centro di snodo della politica estera della citt che lotta a lungo per salvare le libert cittadine dalle pretese egemoniche della Milano viscontea.5 Fu considerato alla morte del Petrarca il suo erede nella guida degli studi, e come il suo maestro non tard a prendere posizione nella polemica contro i moderni sofisti.6 Il suo epistolario, indirizzato a principi, sovrani, governi di citt libere, potenti ecclesiastici, era scritto in un latino sonante che meravigliava e colpiva tutte le grandi corti dEuropa. Parlava un linguaggio nuovo proprio per il suo uso dellantico: la libert, la libert fiorentina era la grande parola intorno a cui si costruiva il suo discorso. Egli quindi connetteva in modo del tutto singolare le lettere e le bonae litterae con la vita attiva e la sfera della politica. La nuova educazione era intesa come armonia della mente e del corpo: solo cos le lettere avevano potuto trasfigurare il mondo. Il ricambio continuo tra libri antichi ed esperienza, il rapporto strettissimo tra la nuova cultura e le nuove scuole eccitavano e trasformavano le menti; nasce cos una nuova educazione, una nuova immagine delluomo, una nuova concezione del mondo.
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L. Bruni, Dialogi a Pier Paolo Vergerio, in Prosatori latini del Quattrocento, a cura di E. Garin, Torino 1976, pp. 5557. 5 Si veda a questo proposito la sua Invectiva contro Antonio Loschi da Vicenza (1403). Linvettiva di Salutati fu accompagnata anche da unaltra risposta al Loschi, cio quella di Cino di Francesco Rinuccini che scrisse una nota invettiva contro i calunniatori delle tre corone della letteratura fiorentina (Invettiva contro a cierti calunniatori di Dante e di messere Petrarca e di messere Boccaccio); una risposta per che prende le parti dei logici moderni e che si scaglia contro i suoi avversari grammatici, delineando gi abbastanza chiaramente quelle che saranno le note distintive della tradizione umanista, cio le precise esigenze filologiche e storiche, di contro alla tendenza ad accettare i dati della scuola e della tradizione come verit acquisite non suscettibili di discussione dei moderni. Ma ci che ora interessa che qui Rinuccini vuole collocare Dante, Petrarca e Boccaccio tra i moderni, pur ammettendo che le critiche degli antiqui a P. erano limitate ad alcuni versi italiani e non al suo insegnamento complessivo e che essi stessi incarnano atteggiamento che derivano direttamente da P. Ecco perch questa Invettiva stata avvicinata al Dialogo di Bruni. 6 Cfr. la lettera a Roberto di Battifolle del 1374, dedicata allelogio commemorativo del Petrarca, dove il Cancelliere contrappone lumana sapienza del suo maestro allastratta e garrulla loquacit degli scolastici, il suo ammaestramento etico e civile alle inutili questioni dei filosofi di professione; torna sullo stesso tema allinizio della seconda edizione del De laboribus Herculis.

Il rinnovamento culturale del secolo XV gravita tutto intorno a tre istituti: le nuove scuole, le cancellerie e le corti; nelle citt italiane la nuova cultura connessa strettamente alla vita delle concellerie e delle corti, ad un tipo cio di politica legato al consolidarsi dellegemonia di definiti gruppi borghesi. Intriso di temi nazionalistici, lUmanesimo nascente si volge a preparare i futuri reggitori degli stati-citt, formandone la coscienza agli ideali classici e fornendo loro gli strumenti idonei per il governo: le tecniche retoriche di persuasione; le formule per stendere lettere e discorsi utili alla negoziazione diplomatiche; le ideologie atte a sostenere i programmi politici (tra gli autori pi studiati vi sono Plutarco e Quintiliano). LUmanesimo ebbe pertanto come centri di diffusione gli Studia humanitatis che si affermano nellambito delle arti liberali (che rendono luomo libero), in particolare sermocinali, cio la grammatica, la retorica, la dialettica: 7 nuovo tipo di scuole intese come generale formazione umana del cittadino nato in citt libera e, in seguito, incarnate nelle accademie, cio libere adunanze di dotti. COLUCCIO SALUTATI, LETTERA DEL 1405 Questa lettera, interrotta probabilmente dalla morte, stata considerata uno dei pi significativi documenti della polemica intorno agli studia humanitatis. Gi da diversi anni Salutati aveva iniziato uno scambio epistolare con lamico fra Giovanni da San Miniato, il quale si era lamentato con Salutati del fatto che la diffusione degli studi letterari sembrava pericolosa per la fede; il frate di san Miniato si era anche rivolto a Giovanni Dominici, esterno al movimento umanista, il quale compose contro gli studi letterari che prediligevano le opere dei gentili la Lucula noctis, a cui Salutati rispose proprio con questa epistola che andiamo a leggere. Il problema posto da Salutati se sia pi opportuno iniziare listruzione con le lettere sacre o con studi profani; e la risposta del Cancelliere fiorentino si concentra sul fatto che sia senza la preparazione grammaticale e gli studi letterari, sia senza gli studi dialettici e retorici, sarebbe difficilmente possibile comprendere le Scritture [Bruni aveva detto la stessa cosa a proposito della filosofia]; ci perch gli studi umanistici sono fra loro connessi, cos come sono connessi fra loro gli studi sacri, in modo che non pu aversi scienza vera e completa duna cosa senza laltra. Ma qualunque sia la facilit e o la difficolt dimparare la grammatica, provati a confrontare la rozza fede con la cultura. Un Cristiano ignorante sapr a stento cosa credere [...]. Che forza avrebbe la lotta dei fedeli contro i pagani e gli eretici se venisse a mancare quella cultura che si ottiene con la grammatica, la logica e la retorica? Ma non sono forse gli studi letterari e grammaticali

Queste sono le arti del trivium (grammatica dialettica e retorica), dette anche arti sermocinali che hanno come oggetto lespressione del pensiero; le arti liberali sono composte dalle arti del trivium e del quadrivium (geometria, aritmetica, astrologia e musica) che hanno come oggetto la materia stessa dellindagine, cio le res.

uninvenzione dei Gentili? Proibire quindi ai Cristiani le scienze dei Gentili, porter a proibire loro a un tempo lo studio della grammatica? Ora, Salutati afferma: vorrei che tutti i religiosi sapessero tanto di grammatica da non farci sentire barbarismi nei termini, solecismi nella costruzione, vocaboli malamente usati contro ogni analogia, collocati fuori posto e fuori senso. Il Dominici aveva risposto: in coscienza, e mi sia testimone lo Spirito Santo, io confesso che non sono un retore, che non ho mai studiato grammatica sotto alcun precettore. Non ho mai letto regole grammaticali, non ho studiato il Donato [il trattato De octo partibus orationis, manuale in uso nelle scuole medievali], ignoro le differenze dei nomi e dei termini [...]. E tuttavia venero la verit anteponendo il contenuto alla forma, non riprovando mai quanto sia detto veracemente. La filosofia non va cercata innanzi tutto nelle parole, ma venerata sopratutto nelle cose.8 La disputa tre res e verba si complica: avevamo visto come nel dialogo del Bruni siano i logici moderni a distaccarsi dalla res; qui la stessa accusa viene ora rivolta agli umanisti e sar questo un tema che percorrer tutta la cultura umanista e rinascimentale e che caratterizzer la polemica contro il ciceronianismo. Salutati e Bruni si difendono da questa accusa insistendo sulla inseparabilit del res, cio il contenuto concettuale, e il verbum, lespressione verbale, da cui il valore formativo e non puramente ornamentale o retorico delle litterae e limpossibilit di scindere pensiero e espressione. Si veda a questo proposito il DE (1420
CA) DEL

INTERPRETATIONE RECTA

BRUNI che trasferisce lo stesso

assunto sul piano delle traduzioni, ampliando il discorso oltre le questioni linguistiche, grammaticali e retoriche ed affrontando temi relativi al significato stesso di cultura e della sua pratica. infatti possibile leggere in parallelo la sua riflessione sulla padronanza della lingua da tradurre con quella relativa alla cultura:9
Prima preoccupazione del traduttore sia, perci, quella di conoscere molto bene la lingua da cui prende [...]. Possegga poi la lingua in cui vuole tradurre cos bene da dominare, in un certo modo, in essa, e averla tutta in suo potere; cos, quando una parola andr resa con una certa parola, non vada a mendicarla o a prenderla in prestito, o non lasci in greco per ignoranza della lingua latina [...]. Non sia poi ignaro del consueto modo di esprimersi e delle figure del parlare di cui si servono i migliori scrittori. Inoltre necessario che colui che traduce abbia orecchie e il loro giudizio per non disperdere e scompigliare, proprio lui, quanto stato detto in maniera elegante e armoniosa. Dal momento che nei libri di tutti i migliori scrittori, e sopratutto in quelli di Platone e di Aristotele, c profondit di dottrina ed eleganza di stile, buon traduttore sar colui che conserver luna e laltra caratteristica. [...] nelle traduzioni lottimo traduttore si trasferir nel primo autore dello scritto con tutta la mente, lanima e la volont, e in un certo modo si trasformer, e dellopera di lui cercher di esprimere la struttura, la posizione, landatura e il colore, e tutti i lineamenti. [...]
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Cfr. Leducazione umanistica in Italia, a cura di E. Garin, Bari 1966, p. 19 e nota 1. Si veda a questo proposito il De studiis et litteris, unepistola dedicata ad Isabella Malatesta, figlia di Federico da Montefeltro, dove Bruni spiega il modo di intendere gli studia humanitatis (1422-29).

Il traduttore trascinato con forza verso lo stile di colui da cui traduce, ma non potr conservarne adeguatamente il pensiero se non si introduce e non penetra nei suoi moduli con la propriet delle parole e lo spirito del discorso. Questo il miglior metodo di traduzione: conservare il pi possibile laspetto del discorso originario, in modo che ai pensieri non manchino le parole, e alle parole stesse non manchino limpidezza e bellezza.10

Questo ci da la misura della portata complessiva della riforma che gli umanisti volevano realizzare; in particolare molto ci dice del significato dellenorme accrescimento delle competenze filologiche degli umanisti, derivante dalla presenza di un numero sempre maggiore di codici da mettere a confronto e da tradurre. Primo fra tutti fu proprio Eugenio Garin che insistette sul significato non di pura erudizione che si opponeva alla filosofia e alle scienze, ma sulla sua profonda valenza speculativa facente parte della rinascita del Quattrocento italiano, la quale quindi si contrapponeva s alla filosofia e alla scienza ma quella scolastica, cio lo scientismo e il logicismo scolastico. Questo, come gi accennavamo precedentemente, permette agli umanisti non solo di conoscere veracemente lantico, ma anche di sapersi distinguere da esso e di prendere atto della storicit delluomo e della sua cultura.

LIMITAZIONE DELGI ANTICHI: IL PROBLEMA DELLIMITAZIONE PASSIVA E DELLEDUCAZIONE DINAMICA ALLA SCUOLA
DEI CLASSICI

Abbiamo visto come Dominici accusasse gli umanisti di concentrarsi troppo sulla forma e troppo poco sul contenuto, e come, insieme a fra Giovanni da San Miniato, guardasse con preoccupazione leccessivo uso dei testi dei gentili da parte del circolo degli intellettuali che si radunava intorno al Salutati. Queste accuse celavano altri problemi fondamentali: la rivendicazione degli umanisti della libert di scelta nel ricorrere a molteplici autori non sempre ortodossi e il loro osar contraddire la parola irrefutabile di Aristotele. Ma gli umanisti si pongono anche consapevolmente ad affrontare il problema del loro rapporto con i classici, ed di questo che ora ci occuperemo.11 Lo sforzo successivo degli artisti e dei critici del Rinascimento sar di precisare ulteriormente il tema della libert espressiva in rapporto ai modelli prescelti fino a tentare unindagine delle teoriche generali e delle tecniche specifiche dellimitazione, sia in riferimento allimitazione degli autori sul terreno letterario, sia dellimitazione della natura nel campo delle arti figurative. Per definire il rapporto che questi primi umanisti instaurano con i classici e col concetto di imitatio e di auctoritas vedremo una serie di testi che chiariranno la questione.
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PETRARCA, FAMILIARES, I, 8:

L. Bruni, De interpretatione recta, in Opere letterarie e politiche, a cura di P. Viti, Torino 1996, pp. 159-161. Si vedano a questo proposito le importanti osservazioni di Eugenio Garin, La cultura del Rinasacimento, Bari 1976, pp. 45-49: 47-48.

[...] nellinvenzione bisogna imitare le api, le quali non riportano i fiori come li hanno trovati, ma sanno comporre cera e miele con stupenda miscelazione. [...] la vera eleganza sta nel fare come le api: riproporre con le nostre parole i pensieri altrui. Bisogna per che lo stile non sia di questo o di quello, ma nostro soltanto, anche se ricco di molte influenze; meglio certo sarebbe fare non come le api che vanno raccogliendo qua e l, ma come quei bachi un po pi grnadi che cavano la seta dalle proprie viscere e trarre insomma da se stessi sostanza e forma.

UNA LETTERA DI POGGIO BRACCIOLINI A GUARINO VERONESE 12

Poggio Braccioli nacque a Terranova nel Valdarno superiore nel 1380. Si rec a Firenze alla fine del secolo per attendere gli studi notarili e conobbe Salutati che si valse di lui come copista. Nel 1403 a Roma fu impiegato nell'ufficio di scrittore apostolico nel decennio che precedette il Concilio di Costanza. Fece della ricerca e dei codici una bella avventura e unopera darte, e insieme un simbolo della liberazione della creatura umana da una secolare prigionia e da un barbaro squallore. Nel 1414 and col pontefice al Concilio di Costanza, insieme ad un gruppo di dotti che rappresentavano nella Curia romana la frangia della cultura italiana pi avanzata. Fra il 1414 e il 1417 si colloca la pi intensa attivit del Poggio. La lettera di cui riportiamo un passo parla proprio della scoperta delle Istitutio oratoria di Quintiliano a San Gallo nel 1416 (gi lanno prima aveva riportato alla luce orazioni ignote di Cicerone; nellAbbazia di San Gallo trover anche opere di Valerio Flacco, di Vitruvio; nel 17 trover in altre citt e abbazie del nord Lucrezio, Manilio, Ammiano Marcellino). interessante sottolineare che lopera di Quintiliano era gi nota nel Medioevo, ma ora non si tratta pi di un erudito solitario che legge per s un testo e ne discorre con un altro studioso, ma si tratta di una riscoperta di testi che diventano strumenti nuovi e preziosi di un processo in atto, messi in circolazione e resi operanti: in particolare lopera di Quintiliano rispondeva a precise esigenze degli umanisti assumendo un ruolo decisivo nel campo educativo e nella elaborazione delle tecniche oratorie.
La natura, madre di tutte le cose, ha dato al genere umano intelletto e ragione, quali ottime guide a vivere bene e felicemente, e tali che nulla possa pensarsi di pi egregio. Ma non so se non siano veramente eccellenti, fra tutti i beni che a noi a concesso, la capacit e lordine del dire, senza cui la ragione stessa e lintelletto nulla potrebbero valere. Infatti solo il discorso quello per cui perveniamo ad esprimere la virt dellanimo, distinguendoci dagli altri animali. [...] Un caso fortunato per lui, e sopratutto per noi, volle che, mentre ero ozioso a Costanza, mi venisse il desiderio di andare a visitare il luogo dove egli era tenuto recluso. V infatti, vicina a quella citt, il monastero di S. Gallo, a circa venti miglia. Perci mi recai l per distrarmi, ed insieme per vedere i libri di cui si diceva vi fosse un gran numero. Ivi in mezzo ad una gran massa di codici che sarebbe lungo enumerare, ho trovata Quintiliano ancora salvo ed incolume, ancorch tutto pieno di muffa e di polvere. Quei libri hanno fatto non stavano nella biblioteca, come richiedeva la loro
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Guarino Veronese nato nel 1374, si perfezion nel greco a Costantinopoli tra il 1403 e il 1408 con Crisolora, dopo aver insegnato a Firenze, Venezia e altrove; trov la sua patria di adozione nella Ferrara di Leonello dEste dove trasform la cultura e contribu a riformare lo Studio generale; la sua importanza legata al fatto che fu filologo insigne, convinto del valore del greco, e grande educatore, il quale si rivolse sia delle lettere che delle scienze (testi scientifici, medici e geografici - Celso e Strabone).

dignit, ma quasi in un tristissimo ed oscuro carcere, nel fondo di una torre, in cui non si caccerebbero neppure i condannati a morte.13

LETTERA DI ANGELO POLIZIANO E PAOLO CORTESE 14

Angelo Poliziano nacque nel 1454 da famiglia popolana; fu mandato a Firenze da alcuni parenti dopo la morte violenta del padre. Lo soccorse l'intelligente mecenatismo di Lorenzo il Magnifico che lo mand a scuola di greco dall'Argiropulo e per questo giovane prodigio raccolse codici greci da ogni dove. Deve la sua prima fama alla traduzione dell'Iliade, ma come noto ben presto comp la trasposizione dell'esperienza artistica dei classici latini e greci alla poesia volgare, parte di un pi vasto progetto che ruotava intorno allo stesso Lorenzo, che intravedeva tutta la vitalit ricca di avvenire del volgare. Nella risposta di Poliziano a Cortese si legge levoluzione della polemica sullimitazione passiva: non pi il problema della legittimit delle fonti latine e greche, cio pagane, bens il problema dellestremo virtuosismo e della dittatura dei seguaci di Cicerone a cui alcuni umanisti si ribellano: Poliziano a Cortese
[...] a proposito dello stile io dissento da te. A quel che mi sembra tu non approvi se non chi riproduca Cicerone. A me sembra pi rispettabile laspetto del toro e del leone che non quello della scimmia, anche se la scimmia rassomiglia di pi alluomo [...]. Io non sono Cicerone; io esprimo me stesso. [...] [...] io vorrei che tu non ti lasciassi avvincere da codesta superstizione che ti impedisce di compiacerti di qualcosa che sia completamente tuo, che non ti permette di staccare mai gli occhi da Cicerone. Quando invece Cicerone ed altri buoni autori avrai letto abbondantemente, ed a lungo, e li avrai studiati, imparati e digeriti [...] vorrei che tu fossi una buona volta te stesso, [...] vorrei che tu rischiassi mettendo in gioco tutte le tue capacit.15

Cortese a Poliziano
[...] vedendo in tanta decadenza gli studi di oratoria, e quasi inesistente loratoria forense, come se gli uomini del nostro tempo avessero perso la nativa parola, pi di una volta ho dichiarato che non era possibile ai nostri giorni parlare in modo elegante e variato se non si imitasse un qualche modello [...]. Io non ignoravo che vi sono stati molti eminenti bellarte oratoria, capaci di arricchire e di raffinare deloquenza gli ingegni; ma vedevo che il consenso di tanti secoli aveva giudicato il solo Cicerone primo fra tutti. E fin da bambino avevo imparato che conviene sempre scegliere il meglio [...]. Io voglio, caro Poliziano, che la somiglianza non sia quella della scimmia con luomo, ma quella del figlio col padre [...], il figlio rende il volto, landatura, il portamento, laspetto, la voce, la figura del padre, eppure in tanta somiglianza ha qualcosa di proprio, di naturale, di diverso.

Egli definisce il metodo dellimitazione in contrapposizione a chi non intende imitare nessuno:
13

Poggio Bracciolini, Epistola a Guarino Veronese, in Prosatori latini, cit., pp. 241-242 e 245 Cortese Paolo lavor dal 1481 nell'ufficio dello scrittore apostolico. Nota la sua polemica giovanile con Poliziano sullo stile latino e sull'imitazione ciceroniana. 15 Angelo Poliziano, Epistola a Paolo Cortese, in Prosatori latini, cit., p. 905.
14

[...] secondo me non solo nelleloquenza, ma in tutte quante le altre arti necessaria limitazione. Ogni sapere si fonda su una precedente cognizione; nulla v nella mente che prima non sia stato afferrato dai sensi. Si comprende cos che ogni arte imitazione della natura, anche se per natura accade che si generi poi una certa dissomiglianza. [...] Si comprende cos che limitazione cosa che va gravemente meditata, e che fu degno di somma ammirazione luomo da cui, come da una fonte perenne, derivarono ingegni tanto diversi. Mio caro Poliziano, bisogna rimanere fedeli a certi autori sui quali i nostri ingegni si formino e quasi si alimentino [...]. Fra chi imita non nessuno e chi si sceglie una guida, io trovo che c la stessa differenza che si nota tra chi vaga a caso e chi percorre una via diritta [...]. [...] tutti sanno ormai che chi se lo propone come modello, anche se non consegue gloria per averlo saputo imitare, tuttavia merita considerazione per essersi scelto tale esemplare; la sua capacit si potr attribuire a insufficienza di natura e dingegno; ma quella scelta gi indizio della sua saggezza.16

LETTERA DI GIOVANNI PICO DELLA MIRANDOLA A ERMOLAO BARBARO DEL 1485

[cio affronta nello specifico la questione nel momento di declino dellUmanesimo, quando esso divenuto una moda esprimendo gi alcuni aspetti della polemica cinquecentesca contro la pedanteria e leccessiva attenzione allornato, alla forma, rispetto alla materia, alla sostanza; siamo gi in una fase successiva di autocritica dellUmanesimo. Il discorso di Pico tutto giocato sulla contrapposizione tra eloquenza e sapienza: i barbari erano sapienti anche se mancavano di eloquenza.] Giovanni Pico della Mirandola nasce nel 1463; avviato presto agli studi, si form allinterno di una societ impregnata di cultura ma allinizio di una crisi politica e economica, che di l a breve avrebbe visto distruggere lItalia di fronte allondata straniera; lEuropa si trasformava e lOriente destava sempre maggiori preoccupazioni con lavanzata dei turchi. La sua formazione si svolse nelle citt del nord dItalia, dove via via raccolse molti volumi che andarono a costituire una delle maggiori biblioteche di quel secolo. Studi oltre al greco, lebraico e larabo: egli fu pioniere, come lo era stato Petrarca e i suoi successori rispetto al mondo greco-romano, per la cultura orientale, dando un forte impulso sia agli studi biblici sia al sapere filosofico scientifico. in questo contesto giovanile che si colloca la lettera che andiamo a leggere, la quale formalmente si presenta come un esercizio di stile volto alla difesa e allelogio di cose negative (genere in voga), senza tuttavia che questo corrisponda ai suoi personali convincimenti; ma le sue critiche risulteranno molto pungenti. Il punto di partenza sempre la questione dello stile: Pico infatti elogia lo stile e leloquenza di Ermolao Barbaro affermando, ed importante se si pensa a ci che dir in seguito: straordinario come tu riesca persuasivo e induca lanimo di chi legge dove vuoi. Pico giustifica la sua esercitazione col fatto che per molti anni si occupato dello studio di questi filosofi barbari, Tommaso, Duns Scoto, Averro, ritenuti da Ermolao sordidi, rozzi, incolti.

16

Paolo Cortese, Epistola a Angelo Poliziano, in Prosatori latini, cit., pp. 909-911.

Ecco largomentazione del Pico in loro difesa, tutta giocata sulla contrapposizione tra eloquenza e sapienza, tra le scuole dei grammatici dove si insegna ai ragazzi e i circoli dei sapienti dove si ricerca la verit, tra la lingua e il cuore, tra i fiori e i frutti, tra apparenza e necessit; tra il compito delloratore, che quello mentire, ingannare, circuire, insidiare (pura menzogna, pura impostura, puro inganno), e quello del filosofo; tra le faccende politiche dove ci che si dice e si fa giudicato dal popolo, e le indagini naturali o celesti; tra luomo di mondo e il filosofo; tra lartificio e la seriet e la purezza. Leleganza nel parlare, lo stile, leloquenza rappresenta il carattere o il sospetto della corruzione.
Non aspettiamo gli applausi del teatro per avere accarezzato gli ascoltatori con una chiusa sonora e armonica [...]. Si ammirino in noi la sagacia dellindagine, la cautela della ricerca, la sottigliezza dellosservazione, la severit del giudizio, labilit nel collegare, la prontezza nello sciogliere. Si ammirino in noi la concisione dello stile pieno di molti argomenti di gran peso, sotto lesposizione verbale le sentenze pi profonde piene di problemi, piene di soluzioni [...]. Che se il volgo come dici ci ritiene sordidi, rozzi, incolti, questo per noi una gloria, non una vergogna. Noi non abbiamo scritto per il volgo, ma per te e per i tuoi simili. Non diversamente gli antichi allontanavano con gli enigmi e con le favole i profani dai loro misteri.

Quando Pico termina la sua esercitazione, dopo aver affermato che non condivide queste posizioni e che non debba farlo un uomo di cultura liberale, formatosi alla scuola delle arti liberali, aggiunge: Ancorch, dir liberamente il mio parere, mi suscitino un disgusto profondo certi grammatici che, sapendo lorigine di
un paio di vocaboli, vanno in giro con tanta ostentazione, con tanta boria presuntuosa, quasich innanzi a loro debban esser tenuti in nessun conto i filosofi.17

LORENZO VALLA E IL RUOLO DELLA FILOLOGIA NELLA CULTURA UMANISTA Unaltro aspetto importante della cultura umanista la natura e il campo di applicazione della filologia, e del suo rapporto, rispettivamente, con la filosofia e con la teologia. Lorenzo Valla uno degli autori che pi si occupato di questa questione e la sua posizione va ricordata anche perch rappresenta una concezione particolare, di rottura totale con la tradizione, e avversata da molti degli stessi umanisti, che suscit molte polemiche. Valla si opponeva alluso della filosofia antica come strumento della teologia cristiana, uso che veniva giustificato dicendo che le tesi degli autori pagani, raggiunte con la sola ragione naturale potevano servire come preambula fidei, come propedeutici alla teologia. Valla si oppone dunque alla scolastica, che propugnava questa visione, non solo appunto perch essa aveva perduto tutta la scienza antica relativa al discorso, ma anche per la distorsione che della filosofia antica essa operava. Ecco come valla fa coincidere la riforma religiosa e il restauro della tradizione classica:
17

Giovanni Pico della Mirandola, Epistola a Ermolao Barbaro, in Prosatori latini, cit., pp. 813 e 823.

egli sostituisce alla filosofia, nel ruolo di ancella della teologia, la retorica, intesa come vera e propria scienza del linguaggio, come analisi critico-stilistica e storica del sapere scientifico, e non nel senso di semplice ornatus caratteristico del ciceronianesimo deteriore. Per opporsi alla Scolastica quindi valla richiama il testo dei vangeli e dei Padri della Chiesa e si pone il problema di restituire alla sua verit originaria il Nuovo testamento, attraverso la collatio il confronto del testo greco e del testo latino della Vulgata, possibile solo attraversi strumenti filologici. Ancora rispetto alla Scolastica: la retorica per come la intendeva Valla, era lo strumento principe dellinterpretazione e assorbe dentro di s la logica e la dialettica, privilegiata dalla scolastica e dai suoi sillogismi dialettici. La Donatio (1440) lesempio principe dellapplicazione del procedimento dellanalisi filologica e storica ad un testo letterario e diplomatico; ma ancora pi problematica si presentava lapplicazione al testo biblico, la parola di Dio. La leggenda narrava che Costantino I, guarito miracolosamente, avesse donato a papa Silvestro I il dominio temporale, giustificando conci il potere temporale della Chiesa e la sua supremazia sugli Stati nazionali , mentre in realt si trattava di un testo apocrifo dellVIII secolo poi inserito nella raccolta del diritto canonico del Decretum Gratiani; nel 400 ne sostenne la falsit anche Niccol Cusano, servendosene per comprovare i diritti del concilio contro lassoluta supremazia del Papa. Il testo di valla una orazione, o meglio si tratta di un testo in cui Valla prima argomenta su alcuni temi e pone degli interrogativi, per poi cercare di convincere il lettore per mezzo di tesi probabili utilizzando la tecnica di inserire delle orazioni di personaggi allinterno del discorso principale. Inoltre riprendendo passo per passo la Dinatio li critica a mo di commento, come si faceva nei commenti delle traduzioni sia medievali sia umaniste. Le ragioni sono sintetizzabili cos: la donazione non legittima giuridicamente non ci sono testimonianze storiche che lo ricordino o confermino la sua falsit dimostrabile anche con strumenti filologici come dimostrato nella parte critico-testuale dove il linguaggio svela anacronismi barbarismi e incongruenze. La posizione del Valla ha ovviamente anche delle ragioni politiche (contro il papa Eugenio IV e a favore del re di Napoli Alfonso; per lui il piano politico e quello religioso si sovrappongono e si sintetizzano come abbiamo gi ripetuto nella condanna del potere temporale della Chiesa e e del Papa, considerato come un tiranno, nellelogio della libert di spirito e di ricerca e contemporaneamente anche nellelogio del vero spirito evangelico. DIGNIT E MISERIA DELLUOMO 1

Il discorso sulluomo costituisce un topos della letteratura del XV secolo e Giannozzo Manetti lo fisser in modo esemplare opponendo alla miseria umana dipinta da Innocenzo III (De miseria humanae vitae scritto alla fine del 1100) lhomo faber e sapiens, rifacendosi alla nobilt umana descritta da Cicerone nel De natura deorum; si tratta delle stesse pagine ciceroniane che Leon Battista Alberti smonter quasi punto per punto nei suoi dialoghi morali. Come sapete anche le fonti ermetiche, tramandate da Lattanzio, e dallAsclepius, esaltano luomo come un dio terreno; ma ancora prima che la traduzione ficiniana facesse del Pimandro e dei trattati ermetici da lui tradotti uno dei pi grandi successi letterari del secolo, trasferendo sul piano cosmico e proiettando su un piano metafisico il tema delluomo, il modesto trattato di Manetti trasformava gi lesercizio retorico del doppio discorso sulla miseria e sulla grandezza delluomo in un contrasto tra secoli e tra concezioni del mondo. Questo testo noto per il suo inno fiducioso alla natura e allopera delluomo, capace di creare come dice appunto Cicerone, una seconda natura con le sue proprie mani, con il proprio impegno e col proprio lavoro.

Giannozzo Manetti, De dignitate et excellentia hominis (1452) Il testo diviso in quattro libri: 1) Dedicato alleccellenza del corpo. Citazioni di Cicerone tratte dal De natura deorum (celebrazione delluomo), e da Lattanzio dal De opificio hominis. Alcuni argomenti che vi si trovano: luomo a differenza degli altri animali pu guardare verso lalto; passa poi in rassegna tutte le parti e le funzioni del corpo. Tutto ci per dimostrare che luomo una machina frutto di unattenta opera della natura e che rivela la sua origine divina. Gi nella descrizione del corpo umano emerge il tema fondamentale, che ritroveremo anche in molti altri autori, della corrispondenza tra macrocosmo e microcosmo: luomo riassume in s tutto luniverso. Questa teoria che ha radici antiche, sia greca sia ermetica, mette in evidenza come nelluomo si ritrova in piccolo un modello del tutto. Una visione di questo tipo fondata su una concezione analogica e simbolica del cosmo, cio sulla convinzione che vi siano dei nessi, dei vincoli che legano diversi elementi appartenenti a diversi piani o gradazioni dellessere, e che quindi vi sia tra questi gradi una qualche simmetria e specularit, e che luniverso consta di una serie di collegamenti armonici e di rimandi reciproci.

2) Dedicato allanima e ai singolari privilegi dellanima razionale. Le fonti sono ancora Cicerone, ma questa volta le Tuscolanae disputationes e ancora il De opificio hominis di Lattanzio. Ma qui intervengono altre fonti, cio Aristotele, che in un certo senso caratterizza fortemente questa opera, perch lAristotele a cui Manetti si rifa lAristotele cristianizzato della tradizione scolastica, e SantAgostino (con la sua dottrina della triplice somiglianza tra uomo e Dio, potenza dellintelligenza, della memoria e della volont). Lobiettivo naturalmente quello di dimostrare limmortalit dellanima e quindi la sua natura divina, creata direttamente da Dio. 3) Luomo nel suo complesso. Visione antropocentrica del mondo e dei suoi elementi organici e inorganici. Il fine delluomo quello di intelligere e di agere. 4) Confutazione dei sostenitori della miseria hominis e del contemptus mundi. Confronto tra le argomentazioni ciceroniane e quelle manettiane. CICERONE
Quanto sono abili le mani che la natura ha dato alluomo e quanto numerose le arti di cui esse sono strumento [...]; da ci si comprende che noi abbiamo conseguito tutto ci applicando lattivit manuale degli artigiani a scoperte della mente e percezioni dei sensi, in modo da poter essere coperti, vestiti, protetti, e da avere citt, mura, case e templi. [...] Il controllo dei vantaggi che provengono dalla terra tutto nelle mani delluomo: godiamo dei vantaggi delle pianure e dei monti, nostri sono i fiumi e i laghi, seminiamo il frumento e piantiamo gli alberi; diamo fecondit alla terra irrigandola, tratteniamo i fiumi nel loro letto, ne raddrizziamo e deviamo i corsi, con le nostre mani infine tentiamo di creare quasi una seconda natura nella natura. Mi sembra di aver mostrato a sufficienza con lesposizione di questi argomenti quanto la natura delluomo sia superiore a quella di tutti gli esseri viventi. Da questo si deve comprendere che n la conformazione n la struttura delle membra n una tale potenza di intelletto e di mente avrebbero potuto essere prodotte dal caso [fortuna]. Rimane da dimostrare, in conclusione, che tutto ci che si trova in questo mondo e di cui gli uomini si servono stato creato e apprestato per gli uomini. In primo luogo il mondo stato creato per gli dei e per gli uomini, e tutto ci che in esso si trova stato procurato e reperito per il vantaggio delluomo. Il mondo infatti, per cos dire, la dimora comune degli dei e degli uomini e la citt di entrambi, perch essi sono i soli ad avere luso della ragione e a vivere secondo il diritto e la legge [...]. Inoltre la rivoluzione del sole, della luna e delle altre stelle, pur riguardando la coesione [cohaerentiam] del mondo, offre uno spettacolo agli occhi delluomo [...]. E se questi fenomeni sono conosciuti solo dalluomo, bisogna credere che siano stati creati per lui.18

MANETTI
[...] dicono appunto che in quel primo stato luomo fu fatto in modo che, se solo avesse voluto, non sarebbe morto. Nel secondo stato, poich peccando usc da quella sua condizione originaria, affermano che a tal punto degenerasse e si corrompesse, da cadere sotto una certa e indubitata legge di morte. Ma nel terzo stato della gloriosa resurrezione, dicono che per merito della grazia diverr tale da non poter morire, come sul finire dellopera nostra mostreremo con maggiore ampiezza. Perci ogni debolezza del corpo, e le malattie e gli altri incomodi sopra menzionati, non furono contratti da natura, ma dalla macchia del peccato. Onde i malanni che si ritiene che attualmente luomo abbia, non sono da attribuire alla natura, ma piuttosto alla prima colpa, come sopra si detto. Conviene quindi che cessino del tutto i lamenti e i pianti degli scrittori profani e sacri, intonati in lode della morte e dei vantaggi suoi, e intorno agli altri malanni, visto che tutto ci non derivato affatto da Dio e dalla natura, ma dal peccato.

18

Cicerone, De natura deorum, II, 60 e 62.

[...] alcuni scrissero in lode della morte, altri invece addirittura si uccisero perch con la morte si sottraevano ai molti guai e alle disgrazie della vita, risponderemo innanzi tutto che le opinioni antiche di tutti gli scrittori gentili dovrai tenere specialmente in non cale quando appaiano in qualsiasi modo divergenti dalla dottrina cattolica ortodossa. Nessuno mai che avesse mente sana mise in dubbio che le cose create da Dio fossero del tutto buone, come attesta la Sacra Scrittura.19

abbastanza evidente che il vero bersaglio polemico della trattazione manettiana Innocenzo III (Lotario de Segni) che prima di diventare papa aveva scritto il De miseria humanae vitae alla fine del 1100. Questo riferimento ci da fin da subito la misura e la portata del suo ragionamento polemico. Egli infatti non risponde alle argomentazioni presenti in opere di stampo umanistico, come quella di Poggio Bracciolini (De infelicitate principum del 1440; De miseria humanae conditionis pubblicato dopo il 1453) o di Alberti, di cui parleremo in seguito; n si avvale di temi umanistici per dimostrare la nobilt e la bont della natura umana, bens ricorre al peccato originale per giustificare linfelicit e le malattie delluomo, cos come ricorre al tema della resurrezione per la speranza del riscatto.

Giovanni Pico della Mirandola, Orazione sulla dignit delluomo (1486-87) La notissima Oratione sulla dignit delluomo di Pico si colloca allinterno di un orizzonte culturale e intellettuale molto diverso, e non solo da un punto di vista cronologico. Anche lOratio, come gi lepistola che abbiamo precedentemente letto, fu scritta tra il 1486-87, cio quando Pico aveva solo 24 anni; essa doveva essere una prolusione della disputa romana sulle sue 900 tesi; progetto che poi fall in conseguenza dellopposizione di teologi, ecclesiastici e del Papa Innocenzo VIII al momento della pubblicazione delle tesi (dicembre 86). Un progetto che intendeva, con la vanit che si addice ad un giovane poco pi che ventenne, bandire a Roma in mezzo ad un grande concilio di dotti da lui stesso richiamati laccordo delle filosofie e di tutte le dottrine. La discussione fu sospesa e le Tesi di Pico esaminate da una commissione di teologi e giuristi; giudicate insufficienti le spiegazioni di Pico, alcune proposizioni furono condannate e di altre fu messa in dubbio lortodossia. Si apr contro di lui un processo di eresia da cui scatur la condanna il 5 agosto, ed in seguito anche larresto. In seguito fu liberato grazie anche allintervento di Lorenzo il Magnifico, e fu proprio a Firenze che trascorse gli ultimi anni della sua vita. Si gi parlato della sua passione per la cabala, dove riteneva si conservasse laltra rivelazione, quella misteriosa e segreta per gli iniziati, attraverso la quale era possibile non solo conquistare la chiave della realt, ma anche trovare il metodo per ridurre a unit tutte le fedi, tutte le dottrine e tutti i
19

G. Manetti, De dignitate et excellentia hominis, in Prosatori latini, cit., pp. 445, 457.

linguaggi del signore; fondamentali furono tuttavia anche gli stimoli che gli derivarono dalle dottrine platoniche e ermetiche che circolava a Firenze in quegli anni. La differenza fondamentale rispetto allopera di Manetti, oltre alla data in cui fu scritta, consiste nel fatto che la trattazione di Pico se non fu un manifesto (lOratio infatti non fu pubblicata) ed se ebbe un carattere occasionale,20 fu lespressione di una delle personalit pi dotte dellepoca (profondo conoscitore di autori classici e medievali, cristiani, neoplatonici, scolastici, arabi ed ebrei), e pertanto carica di uno spessore filosofico lontano dalle pagine manettiane, cos come da molti umanisti dellepoca. Siamo, a tutti gli effetti, allinterno di un contesto filosofico e culturale completamente diverso, fortemente influenzato da Ficino, dai temi neoplatonici ed ermetici. Tale influenza la si evince fin dallincipit dellopera:
Ho letto, reverendissimi padri, negli antichi libri degli Arabi, che il saraceno Abdallah, interrogato su quale cosa gli apparisse massimamente degna di meraviglia in questa per cos dire scena mondana, rispose che niente vi appare di pi meraviglioso delluomo. Alla quale opinione si accorda il celebre detto di Mercurio: Grande miracolo, o Asclepio, luomo. Riflettendo sul significato di simili affermazioni, non mi soddisfacevano gli argomenti che da olte parti vengono addotti a proposito delleccellenza della natura umana: essere cio luomo messaggero tra le creature, affine a quelle superiori, sovrano di quelle inferiori; interprete della natura, in virt dellacutezza dei sensi, della capacit analitica della ragione, della luce dellintelletto; interstizio tra limmobile eternit e il fluire del tempo, e (come dicono i Persiani) vincolo, anzi imeneo del mondo, di poco meno grande secondo quanto afferma David rispetto agli angeli. Queste ragioni sono certo di grande rilievo, ma non sono le pi importanti: non sono tali, cio, da poter rivendicare a se stesse il privilegio di una suprema ammirazione. Perch infatti, allora, non ammiriamo maggiormente gli stessi angeli, oppure i beatissimi cori celesti? Alla fine mi parve di aver compreso perch felicissimo tra gli esseri viventi, e quindi degno di ogni ammirazione, sia luomo; e quale veramente sia quella condizione che egli ha avuto in sorte nellordine universale, invidiabile non solo dagli animali bruti, ma anche dagli astri e dalle intelligenze ultramondane. Cosa incredibile e meravigliosa! [...] Gi Dio, sommo padre e architetto,aveva fabbricato con arte, secondo le leggi della sua arcana sapienza, questa dimora mondana che vediamo, augustissimo tempio della divinit. Aveva adornato con le intelligenze angeliche la regione iperurania; aveva animato le sfere celesti con gli spiriti beati; aveva popolato queste parti sozze e fangose del mondo inferiore con una multiforme turba di animali. Ma, una volta compiuta lopera, lartefice desiderava che ci fosse qualcuno capace di intendere il senso, di una creazione cos magnifica, di amarne la bellezza, di ammirarne la grandezza. [...] Ma non cera tra i modelli uno sul quale esemplare la nuova stirpe, non cera negli scrigni qualcosa da donare in eredit alla nuova creatura, non cera tra i seggi di tutto il mondo uno sul quale potesse trovare posto codesto contemplatore delluniverso. Tutti erano ormai occupati; tutti erano stati assegnati, ai gradi sommi, ai mezzani e agli infimi. [...] Lottimo artefice stabil infine che a colui al quale nulla poteva essere dato di proprio fosse comune tutto quanto era stato concesso di particolare alle singole creature. Prese dunque luomo, questa creatura di aspetto indefinito, e, dopo averlo collocato al centro del mondo, cos gli si rivolse: O Adamo, non ti abbiamo dato una sede determinata, n una figura tua propria, n alcun dono peculiare, affinch quella sede, quella figura, quei doni che tu stesso sceglierei, tu li possegga come tuoi propri, secondo il tuo desiderio e la tua volont. La natura ben definita assegnata agli altri esseri racchiusa entro leggi da noi fissati. Tu, che non sei racchiusi entro alcun limite, stabilirai la tua natura in base al tuo arbitrio, nelle cui mani ti ho consegnato. Ti ho collocato come centro del mondo perch da l tu potessi meglio osservare tutto quanto nel mondo. Non ti creammo n celeste n terreno, n mortale n immortale, in modo tale che, quasi volontario e onorario scultore e modellatore di te stesso, possa foggiarti nella forma che preferirai. Potrai degenerare negli esseri inferiori, ossia negli animali bruti; o potrai, secondo la volont del tuo animo, essere rigenerato negli esseri superiori, ossia nelle creature divine.21

20

A questo proposito utile ricordare che il titolo dellOratio non gli fu assegnato da Pico, il quale non pubblic neppure lopera (pubblicata dal nipote Gianfrancesco Pico della Mirandola nel 96); il titolo gli fu attribuito solo nel 1504. 21 G. Pico della Mirandola, Discorso sulla dignit delluomo, a cura di F. Bausi, Parma 2003, pp. 3-11.

importante ricordare che lOrazione, che sempre stato considerato un vero e proprio manifesto umanista, in primo luogo ebbe una circolazione non immediata e dirompente; inoltre dal punto di vista filosofico la tradizionale interpretazione titanica dellautodeterminazione delluomo deve essere ridimensionata e problematicizzata: la conquista della vera sapienza e della conoscenza di Dio infatti concepita da Pico secondo lascesa di 3 gradi, esemplati sui tre stadi ascetici dello speudo-Dionigi e simboleggiati dai tre ordini angelici, la filosofia morale (Troni), la dialettica (Cherubini) per mezzo dei quali luomo si purifica delle passioni e si libera dai lacci dellignoranza , e la filosofia naturale (Serafini).22 Quindi, pur nella totale libert di scelta, luomo ben lungi dal poter seguire il suo istinto ma deve anzi correggere la sua tendenza materialistica che lo condurrebbe a ridursi come una bestia, e seguire un percorso ben definito. Ormai si tende a sottolineare il distacco dellOratio di Pico dalla sua produzione successiva, dove viene progressivamente meno linteresse e la passione per la prisca theologia (da Ermete a Zoroastro, da Pitagora a Orfeo), per la cultura araba e la cabbala e per la magia. Detto questo la prima parte dellOratio pu in effetti essere considerato il capolavoro umanista di Pico dove tuttavia il rapporto tra umanista e filosofo ancora incerto e difficile.

Leon Battista Alberti, Theogenius (1441) e Momus, sive de Principe (1450 ca.) Con Leon Battista Alberti veniamo a contatto con una concezione completamente diversa e, potremmo dire, opposta; quasi espressamente polemica rispetto ai due esempi che abbiamo appena visto, cos come polemico il confronto con le loro fonti, con cui Alberti istituisce un vero e proprio parallelo. La sua concezione pessimistica delluomo rompe e quasi ribalta il rapporto armonico che si era venuto costruendo nella cultura umanistica tra uomo e natura, tra uomo e dimensione divina, attraverso il ricorso fondamentale delle fonti classiche e le fonti ermetiche. Brevi cenni sulla vita: gli Alberti durante la guerra tra Firenze e Gian Galeazzo Visconti, insieme a molti altri fuoriusciti, furono incolpati di tramare contro la salute dello Stato e quindi confinati fuori da Firenze; nonostante lesilio riuscirono a mantenere unite le fila di quella potenza commerciale che aveva succursali sparse in levante e in tutta Europa. Leon Battista nacque a Genova nel 1404 e si form alla scuola del Barzizza, presso cui si formarono letterati e pedagogisti famosi (Guarino Veronese e il Filelfo). Mentre era a Bologna, dove studiava diritto canonico, mor il padre (1421) e da qui le sue maggiori sventure: privato di mezzi di sostentamento e accusato dai famigliari per non
22

Cfr. ivi, pp. 13-15, 21-23.

aver voluto abbandonare gli studi e darsi alla mercatura. I suoi problemi economici lo portarono a prendere i voti religiosi; si trasfer a Roma nel 1432 dove fu nominato abbreviatore apostolico (il cui ruolo consisteva nel controfirmare i brevi apostolici, le disposizioni papali inviate ai vescovi). Per ben 34 anni lavor come abbreviatore, vivendo tra Roma, Ferrara, Bologna, Firenze, Mantova e Rimini. Leon Battista Alberti stato un architetto, matematico e poeta; fu inoltre linguista, filosofo e musicista: una delle figure artistiche e intellettuali pi poliedriche del Rinascimento. Alberti fa parte della seconda generazione di artisti dell'Umanesimo, di cui fu una figura emblematica, per il suo interesse nelle pi varie discipline. Un suo costante interesse nella produzione relativa alla discipline artistiche era la ricerca delle regole, teoriche o pratiche, in grado di guidare il lavoro degli artisti: nelle sue opere menziona alcuni canoni, ad esempio nel De statua espone le proporzioni del corpo umano, nel De pictura fornisce la prima definizione della prospettiva scientifica ed infine del De re aedificatoria (opera terminata nel 1450) descrive tutta la casistica relativa all'architettura moderna, sottolineando l'importanza del progetto, le diverse tipologie di edifici a seconda della loro funzione. Questa ricerca delle regole nellambito della produzione artistica contrasta, potremmo dire solo apparentemente, con la sua definizione di una dimensione umbratile della concezione delluomo e del mondo, dove facilmente si perde il confine tra realt e sogno, tra al di qua e al di l, tra morti e vivi; si tratta di una voluta e costante ricerca di rendere indefinito questo confine, sullo sfondo di una visione disincantata dellumanit infelice e malvagia, di una profonda ed amara sfiducia verso luomo e verso la vita umana; centrale da questo punto di vista il tema della vicissitudine. Non si pu risolvere le contraddizioni delle sue opere nella successione temporale dei momenti o nella distinzione dei generi letterari; neppure in una armonica immagine pacificata conclusa nella sicurezza di una virt che vince fortuna, mettendo in ombra due costanti della sua produzione: il ricordo di unamara esperienza giovanile e la consapevolezza dellassurdit di un mondo in cui al posto della saggia provvidenza si trova una fortuna cieca e unica sicurezza e la morte. Il Theogenius un dialogo morale, scritto nel 1441 e dedicato a Leonello dEste, duca di Ferrara. Io scrissi questi libretti non ad altri che a me per consolare me stessi in mie avverse fortune: il tema della sua giovinezza sciagurata centrale in questi dialoghi morali. Qui Alberti rovescia sistematicamente linno alluomo che abbiamo letto nel De natura deorum di Cicerone, utilizzando quegli stessi passi che Manetti aveva largamente ripreso nella sua opera. Se Cicerone aveva esaltato lhomo faber cos come lhomo sapiens e nella sete insaziabile delluomo aveva visto il segno della natura divina delluomo, Alberti risponde nel Theogenius: 2

E cos troverai in le istorie spesso state a' mortali gravissime calamitate addutte da tali vilissimi animanti. N trovasi animale alcuno tanto da tutti gli altri odiato quanto l'uomo. Agiugni ancora quanto a s stessi l'uomo sia dannoso con sua ambizione e avarizia e troppa cupidit del vivere in delizie e ozio pieno di vizi; qual cose non meno che gli altri suoi infortuni premono e' mortali. Agiugni la somma stoltizia quale continuo abita in le menti degli uomini, poich di cosa niuna contento n sazio sempre s stessi molesta e stimola. Gli altri animali contenti d'un cibo quanto la natura richiede, e cos a dare opra a' figliuoli servano certa legge in s e certo tempo: all'uomo mai ben fastidia la sua incontinenza. Gli altri animali contenti di quello che li si condice: l'omo solo sempre investigando cose nuove s stessi infesta. Non contento di tanto ambito della terra, volle solcare el mare e tragettarsi, credo, fuori del mondo; volle sotto acqua, sotto terra, entro a' monti ogni cosa razzolare, e sforzossi andare di sopra e' nuvoli. [...] O animale irrequieto e impazientissimo di suo alcuno stato e condizione, tale che io credo che qualche volta la natura, quando li fastidii tanta nostra arroganza che vogliamo sapere ogni secreto suo ed emendarla e contrafarla, ella truova nuove calamit per trarsi giuoco di noi e insieme essercitarci a riconoscerla. Che stoltizia de' mortali, che vogliamo sapere e quando e come e per qual consiglio e a che fine sia ogni instituto e opera di Dio, e vogliamo sapere che materia, che figura, che natura, che forza sia quella del cielo, de' pianeti, delle intelligenze, e mille secreti vogliamo essere noti a noi pi che alla natura. Che se un tuo figliuolo, non voglio dire un simile a te, verso a chi governa el cielo, volesse riconoscere ogni tua opera e pensiero, tu credo non iniuria li porteresti odio capitale. Nascose la natura e' metalli, nascose l'oro e l'altre minere sotto grandissimi monti e ne' luoghi desertissimi. Noi frugoli omicciuoli lo producemmo in luce e ponemmolo fra' primi usi. Ella disperse le gemme lucidissime e in forma quanto a lei ottima maestra parse attissima. Noi le raccoglemmo persino dalle ultime ed estremissime regioni, e cincischinle, diamoli nuova lima e forma. Ella distinse gli albori e suoi frutti. Noi gli adulteriamo innestandoli e coniungendoli. Diedeci fiumi quali ne saziassero assetati, e ordin loro corso libero ed espedito, ma a noi come all'altre cose esposteci dalla natura, bench perfetta, fastidirono le fonte e i fiumi, onde trovammo quasi ad onta della natura profondi pozzi. [...] E a tutte queste inezie nacquero e crebbero artefici innumerabili, segni e argomenti certissimi di nostra stoltizia. Aggiungi ancora la poca concordia dell'uomo quale egli ha con tutte le cose create e seco stessi, quasi come giurasse in s osservare ultima crudelt e immanit. Volle el suo ventre essere publica sepultura di tutte le cose, erbe, piante, frutti, uccelli, quadrupedi, vermi, pesci; nulla sopra terra, nulla sotto terra, nulla che esso non divori. Inimico capitale di ci che vede e di quello che non vede, tutte le volle a servit; inimico della generazione umana, inimico a se stessi. Lupo dicea Plauto poeta essere l'uomo agli altri uomini. In quale animante troverai tu maggiore rabbia che nello uomo? Amiche insieme sono le tigri, amici fra loro e' leoni, e' lupi, gli orsi; qual vuoi animale venenosissimo irato perdona ai simili a s. L'uomo efferattissimo si truova mortale agli altri uomini e a se stessi. E troverai pi uomini essere periti per cagion degli altri uomini che per tutte l'altre calamit ricevute.23

Nel Teogenio la possibilit di una convergenza armonica perduta; luomo il segno della rottura dellessere, la spaccatura e la rivolta, e la sua opera un costante insulto alla natura, unoffesa per gli altri uomini, un oltraggio allarmonia del tutto. Anche nel Momus Alberti espone la sua drammatica concezione delluomo.24 Il Momus, che era certamente finito nel 1450, e quindi posteriore al Theogenius, rimase inedito fino al 1520 ed ebbe
23

L. B. Alberti, Theogenius, in Opere volgari, a cura di C. Grayson, Roma Bari 1960-1973, II, pp. 92-94.

una scarsa circolazione manoscritta. Si tratta, se cos si pu dire, di una sorta di favola mitologica dove difficile individuare il vero pensiero di Alberti nel garbuglio delle allegorie pi arrischiate e nei giochi di fantasia che caratterizzano in modo specifico questa singolare opera. Il problema di fondo quello di rinnovare il mondo (ed da questo punto di vista che questo testo si configura come un singolare trattato politico e una satira dei costumi) poich lirrequietezza pazza delgi uomini lo ha reso intollerabile. Giove ne convinto; ma da chi farsi consigliare? Alla vista di un teatro Giove, ammirato, si accusa di ottusit per non essersi rivolto agli artefici di quellopera meravigliosa piuttosto che ai filosofi per ricevere i giusti consigli sulla costruzione del nuovo mondo. Eugenio Garin afferma, a questo proposito, che qualche decennio prima che Pico scrivesse la sua famosa apertura ermetica dellorazione in lode alluomo, Alberti ne aveva scritto la parodia. Questultimo infatti contrappone il magnum miracolum ad un essere audace, tracotante sfrontato e arrogante che nella sua audacia strappa i bei misteri della natura, adulterandola e corrompendola, cos come abbiamo visto nel Theogenius. Non solo, ma Alberti non limita il suo discorso agli uomini: con acre parodia attacca anche quelle stesse dottrine magiche e teurgiche che di l a poco Ficino avrebbe messo in circolazione, quando nella fantasmagorica scena del teatro gli dei per assistere allo spettacolo organizzato dagli uomini prendono il posto delle statue e non senza danni e scherno. Accanto alla satira feroce di Giove e di tutti gli altri dei, sciocchi quanto cattivi, inutili e fannulloni, viziosi e crudeli, domina anche lirrisione spietata delle preghiere e dei voti innalzati dagli uomini agli dei, in riti che servono solo ad inquinare il cielo, tanto da imporre ingenti opere di bonifica (a questo proposito la pubblicazione dellopera nel 1520 e la sua fortuna fa pensare alla polemica luterana). Basti a questo riguardo leggere linizio del primo libro dellopera, dove cos viene presentato il Momo:
Mi meravigliavo ogni volta che mi capitava di notare, nel trascorrer la vita in mezzo a noi umili mortali, una qualche discordanza d'opinioni o incostanza nei giudizi: ma da quando ho preso ad osservare pi accuratamente gli stessi di massimi, a cui attribuita ogni lode di saggezza, ho smesso di stupire per le inezie umane.25

Nellopera di Alberti non una divinit o un filosofo che svela i segreti della natura ma il pittore. Infatti nel quarto libro, quando ormai Momo era ormai ridotto allimpotenza, e gli dei si sono sostituiti alle statue del teatro per assistere allo spettacolo degli uomini, lautore segue e
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La stessa scelta di questa singolare divinit molto ci dice di questo testo: il Momo presente nel frammento conservato da Stobeo dal sacro libro intitolato la Pupilla del mondo in cui Iside si rivolge a Horus, e in cui troviamo appunto il singolare episodio di Momo. Qui luomo non magnum miracolum ma un essere audace e tracotante, e nella sua audacia strappa i bei misteri della natura, adulterandola e corrompendola. Cfr. Corpus Hermeticum, Milano 2006, pp. 1079-1083. 25 L. B. Alberti, Momus, sive de principe, a cura di G. Martelli, 1942, p. 195.

accompagna il viaggio e le chiaccherate tra Caronte, il traghettatore dellAcheronte, e Gelasto, il filosofo talmente misero in vita che non aveva potuto portare con s neppure la moneta per pagare il pedaggio per attraverso il fiume Acheronte. Dopo che Gelasto aveva tentato di spiegare a Caronte quale fosse la causa di quel vigoroso lussureggiare della natura 26 da un punto di vista filosofico, argomentazioni che a Caronte sembrano vuote parole prive di significato, il traghettatore dellAde afferma che lui, forse meglio di un filosofo che conosce cos bene il corso degli astri, comprende fatti umani. Aveva sentito raccontare da un pittore la creazione delluniverso:
Lui s che, a forza di osservare attentamente le forme del corpo, ha visto da solo pi di tutti voi filosofi messi insieme, con tutte le vostre misurazioni e ricerche sul cielo. Stai attento: sentirai una cosa davvero fuori del comune. Ecco cosa diceva quel pittore: il creatore di un'opera cos grande aveva fatto un'accurata selezione per scegliere la materia con cui fare l'uomo; chi dice fosse fango impastato col miele, chi cera riscaldata col calore delle mani: qualunque cosa sia stato, dicono che vi applic due sigilli di bronzo, impressi uno sul petto, sul viso e su tutto ci che si vede da questa parte, l'altro sulla nuca, la schiena, le natiche e via seguitando. Form parecchi esemplari umani e mise da parte quelli difettosi e mal riusciti, soprattutto quelli leggeri e vuoti, per farne le femmine; distinse le femmine dai maschi togliendo alle une un pezzettino da dare in pi agli altri. Con dell'altro fango, inoltre, e con sigilli di vario tipo fece numerosi altri esemplari di esseri animati. A lavoro ultimato, vedendo che alcuni uomini non erano sempre e comunque contenti della forma che avevano, stabil che chi lo preferiva poteva assumere l'aspetto di qualunque altro animale gli fosse andato a genio. Indic poi il suo palazzo, bene in vista sulla cima di una montagna, e li esort a salirvi per la strada ripida e diritta che si vedeva, per andarsi a prendere tutti i beni in grande abbondanza; dovevano per stare tante volte attenti a non prendere strade diverse da quella: sembrava impervia all'inizio, ma andando avanti diventava quasi pianeggiante. Fatto questo discorso se ne and; gli omuncoli cominciarono la salita, ma ben presto alcuni, nella loro stoltezza preferirono aver l'aspetto di buoi, asini, quadrupedi in genere, mentre altri, traviati dalle passioni, erano andati a perdersi per vie traverse. Allora, trovandosi bloccati in valloni scoscesi e rimbombanti, in mezzo a fitte macchie, di fronte all'impraticabilit dei luoghi si tramutarono in vari esseri mostruosi e tornarono sulla via principale, dove per furono respinti dai loro simili a causa del loro aspetto orrendo. Perci, scoperto del fango simile a quello di cui erano fatti, si fecero delle maschere somiglianti ai volti degli altri e le indossarono; questo espediente di mascherarsi ha preso piede in seguito, al punto che si fatica a distinguere le facce finte da quelle vere, se non ci si mette a guardare attentamente attraverso i buchi della maschera sovrapposta: solo cos i diversi aspetti mostruosi sono visibili agli osservatori. Queste maschere, chiamate 'finzioni', resistono fino alle acque di Acheronte, non di pi, poich quando si arriva a quel fiume va a finire che il vapore acqueo le scioglie: per questo che nessuno passato sull'altra riva senza perdere la maschera, venendo quindi scoperto.27

Per quanto riguarda la lezione dedicata al confronto tra Niccol Machiavelli e Francesco Guicciardini, sar sufficiente leggere dalle Considerazioni intorno ai Discorsi del Machiavelli di Guicciardini quelle relative ai seguenti capitoli dellopera machiavelliana e i rispettivi capitoli dei Discorsi:
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Ci che colpisce e affascina maggiormente Caronte lodore dei fiori sparsi qua e l sul prato: secondo lui il teatro e tutte quelle splendide decorazioni non erano per niente paragonabili ai fiori che aveva colto nel prato. Ammise poi il suo stupore davanti al fatto che gli uomini danno pi valore a cose che possono ottenere grazie al lavoro di una qualunque manovalanza che a quelle che sono incapaci perfino di sfiorare col pensiero. Disse: Voi trascurate i fiori: dovremmo ammirare le pietre? Nel fiore tutto quanto concorre alla bellezza e alla grazia. In queste opere umane l'unica cosa veramente sorprendente che si debba biasimare un tale assurdo spreco di energie. E poi vorrei sapere da te, filosofo, a chi sono utili queste cose, giacch dici che in questo posto vengono rappresentate molte storie che insegnano a viver bene. Agli adulti? Che sciocchezza mettersi ad ammaestrare chi ha gi imparato con l'esperienza tutto ci che utile. Ai giovani? Che assurdit pretendere di dare dei precetti con le parole a chi non sta a sentire. Tanto varrebbe che mi dicessi che chiedono ai poeti, non ai filosofi le regole per vivere!. E Gelasto: Come vuoi tu, Caronte: per quello che si ascolta con piacere dai poeti si afferra pi facilmente, lo si assimila per bene e resta impresso. E se poi vedrai queste gradinate riempite da una folla di illustri personaggi non dirai pi che un'opera assurda, e non ti dispiacer esserci anche tu (ivi, p. 284). 27 Ivi, pp. 283-284.

Libro I, cap. III Libro I, cap. XL Proemio del Libro II Libro II, cap. XIII

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