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Storia e Futuro

Rivista di storia e storiografia n. 18, ottobre 2008

La rivolta di Reggio Calabria del 1970: uso pubblico della storia e nuove prospettive dindagine
Luigi Ambrosi

La rivolta di Reggio Calabria del 1970

Il recente libro Reggio 1970 di Fabio Cuzzola (2008) una delle molte iniziative dedicate negli ultimi due anni alla rivolta di Reggio Calabria del 1970, un moto di protesta tra i pi significativi per intensit e durata della storia dellItalia repubblicana. Oltre ad esso, sono usciti anche due spettacoli teatrali, 70voltesud ed Evviva Maria, e addirittura un film, Liberarsi (figli di una rivoluzione minore). In ciascun caso stato dichiarato il fine di rendere nota al pubblico nazionale una pagina di storia del nostro paese dimenticata, occultata dai media e ignorata dagli storici di professione. Il refrain che ha accompagnato le presentazioni e gli apparati promozionali di tali prodotti artistici e culturali certo un modo come un altro per suscitare attenzione e interesse, ma secondo una logica peculiare di uso pubblico della storia, o meglio di un certo uso pubblico della storia oggi molto in voga. Con uso pubblico della storia si fa riferimento a tutto ci che si svolge fuori dei luoghi deputati alla ricerca scientifica in senso stretto, della storia degli storici, che invece scritta di norma dagli addetti ai lavori e per un segmento molto ristretto del pubblico. consueto per chi si cimenta in questa operazione promuovere una lettura del passato polemica nei confronti del senso comune storico o storiografico (Gallerano 1995, 17). In questo caso si scorge per un aspetto forse pi specifico, legato ai traumi italiani (per rimanere ai tempi pi recenti, dalla guerra civile del 1943-45 agli anni di piombo) e ad alcune tendenze molto attuali del rapporto tra editoria e giornalismo. Senza approfondire e al di l di qualsiasi giudizio di merito, per fare un esempio, la fortuna dei recenti libri di Giampaolo Pansa sulle violenze trascinatesi dopo la Resistenza legata parecchio al modo in cui essi vengono presentati, vale a dire come scavo in un passato nascosto, perch censurato e/o rimosso. A dire il vero, la rivolta di Reggio non un evento molto conosciuto e, in assenza di un lavoro storiografico specifico, supportato da riferimenti metodologici e documentari adeguati, si rendono necessari alcuni preliminari cenni di cronaca. La rivolta fu innescata nel luglio 1970 dalla disputa tra Reggio e Catanzaro per il titolo di capoluogo del nascente ente Regione. La rivendicazione reggina fu sostenuta con riunioni, comizi, cortei e scioperi. Nessuna mediazione politica riusc a dirimere la questione per diversi mesi, tanto che lordine pubblico della citt calabrese fu posto fortemente in crisi dalla lunga guerriglia urbana che si scaten dopo i primi interventi repressivi. I promotori furono esponenti locali della Dc (Democrazia cristiana), alla guida del Comune e della Provincia. Accanto ad essi, si schierarono progressivamente membri dei partiti laici di governo, dellMsi (Movimento sociale italiano), del sindacato e dellassociazionismo (cattolici, in particolare) e della Chiesa. Il Psi (Partito socialista italiano) e il Pci (Partito comunista italiano), pur con qualche dubbio, non aderirono alla protesta. La gestione del movimento pass, dopo qualche settimana, a vari comitati in alcuni casi gi presenti e, soprattutto, al Comitato dazione (capeggiato da un sindacalista della destra radicale), che, allinsegna del motto Per Reggio capoluogo: boia chi molla!, rimase egemone fino alla fine. In questo articolo, dunque, si analizza il caso di uso pubblico della storia della rivolta di Reggio insolitamente scollegato da qualsiasi ricorrenza commemorativa , in relazione ai risultati scientificamente fondati finora acquisiti e soprattutto ancora da acquisire sugli avvenimenti del 1970. In altri termini, sotto esame il rapporto tra i racconti proposti nel libro, e marginalmente negli spettacoli, e il livello di conoscenza accertata dellevento storico, tra le narrazioni rielaborate artisticamente e una ricostruzione basata sul ricorso sistematico alle fonti e su documenti di varia natura trattati secondo un rigoroso metodo. Una ricostruzione possibile, sebbene ancora assente dal panorama degli studi storici sul Mezzogiorno e lItalia repubblicana. Per questo motivo, infine, si delineano alcune nuove possibili prospettive dindagine frutto di un inedito lavoro di ricerca.

Recenti pubblicazioni e vecchie rappresentazioni


Il riferimento principale sar il volume di Cuzzola poich paradossalmente il mezzo comunicativo che finora ha raggiunto il pubblico pi vasto. Esso ha avuto, infatti, recensioni sui
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maggiori organi di stampa nazionali, presentazioni in varie citt e una distribuzione libraria garantita da un editore di levatura nazionale. Gli spettacoli invece hanno ricevuto unattenzione inferiore dai media e una circolazione ancora molto limitata. Peraltro, lunica pice teatrale rappresentata in varie parti dItalia, 70voltesud, si avvalsa della consulenza storica dellautore di Reggio 1970. Infine, giacch nonostante le esplicite pretese di attendibilit il libro fa sfoggio di uno stile molto spettacolare, tanto che, come ha notato Marco Gervasoni, sarebbe unottima base per una sceneggiatura cinematografica, ma come saggio storico risulta gravato da seri limiti. I seri limiti sono in effetti parecchi: lincompletezza o lassenza totale di riferimenti archivistici, rilevato da Gervasoni riguardo alle citazioni delle carte dei servizi [che] non hanno alcun riscontro in nota n sono contestualizzate (Gervasoni 2008); la mancanza di riscontro cronachistico alle testimonianze orali, che induce lautore ad errori di datazione e impedisce di cogliere laspetto peculiare come ci ha insegnato Portelli (Portelli 2007) degli errori della memoria; la generale reticenza sulle date e la scarsa preoccupazione di collocare i fatti nel contesto temporale esatto, producendo sequenze cronologicamente sfasate. Daltronde lautore non ha un percorso scientifico alle spalle ma unattivit giornalistica su tematiche storiche, di cui ha gi dato prova con un precedente libro (Cuzzola 2001). Nonostante le gravi carenze metodologiche, o forse in virt di esse, il volume di Cuzzola fornisce limpronta principale a questo caso di uso pubblico della storia, come attesta liniziativa tenuta nel maggio 2008 a Reggio Calabria, intitolata Reggio 70: i giorni della rabbia e della passione. Levento multimediale (mostre fotografiche e proiezioni di filmati Rai, un convegno con giornalisti e magistrati, ecc.) ha avuto lo scopo dichiarato nel comunicato stampa non solo di recuperare la memoria storica locale, ma anche di inquadrare le vicende della Rivolta come uno dei momenti pi controversi e difficili dellItalia contemporanea. Ma quale rabbia? E quale passione? Termini di per s generici sono stati declinati nel seguente modo: la rabbia di una citt che, assieme al capoluogo, vede sfuggire lennesima occasione di riscatto economico, sociale e culturale; la passione dei cittadini di Reggio che si battono per la loro citt e dei cinque anarchici che sacrificano le loro giovani vite in un anelito di verit e di libert.

1. Corteo lungo le strade della citt, Reggio Calabria, 1970 (in Nunnari 2000. Si ringrazia leditore Laruffa per lautorizzazione a riprodurla). Storia e Futuro, n. 18, ottobre 2008, www.storiaefuturo.com

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Da questa citazione possibile dedurre alcuni dei principali ingredienti della rivolta di Reggio, finora messi pi o meno in evidenza dalla storiografia. Per prima cosa la rivendicazione del capoluogo regionale, da cui scatur la violenta protesta, considerata nella generalit dei casi un pretesto, un falso obiettivo, una scintilla o una goccia che fa traboccare il vaso. Indissociabile da questo giudizio losservazione, altrettanto diffusa anche nelle letture pi autorevoli, che ben altri fossero i problemi di Reggio, che Reggio come il Mezzogiorno attendesse da tempo quasi immemorabile il proprio riscatto. Il terzo aspetto lo spirito patrio cittadino, tanto vituperato allora da commentatori di ogni sorta, solitamente ignorato dalla storiografia, quanto rivalutato oggi in sede locale. Il quarto e ultimo elemento riguarda i cinque anarchici menzionati, gi protagonisti dellaltro libro di Cuzzola (Cuzzola 2001), ovvero i giovani reggini che, secondo lautore, furono uccisi in un incidente stradale a fine settembre 1970 mentre si recavano a Roma per rendere note le trame che si muovevano intorno alla rivolta, iniziata tre mesi prima. Seppure laccostamento degli elementi citati appaia piuttosto contraddittorio, come in qualsiasi caso di uso pubblico della storia, essi fanno parte di un dibattito in ultima istanza etico e politico sul passato (Gallerano 1995, 7). Tutti gli elementi elencati convergono in una visione gi abbondantemente nota, ormai convenzionale, a livello cittadino: un genuino moto popolare, frutto dellesasperazione causata dallabbandono secolare di Reggio, fu animato da un positivo senso di appartenenza comunitario, purtroppo oggetto di strumentali attenzioni da parte di oscuri manovratori. la posizione delle sinistre di allora, Pci e Psi nonch le correnti della Dc, condita da un pizzico di autocritica gi emersa timidamente negli anni Settanta, preparata dai libri di esponenti politici e sindacali di sinistra (Polimeni 1996; Catanzariti 1999) e ufficializzata allinizio di questo decennio dal sindaco ex comunista della primavera reggina. Italo Falcomat, infatti, nel 2000 ha apposto sul lungomare di Reggio un monumento ai caduti della protesta reggina, per incuriosire le nuove generazioni e porre una linea di continuit ideale con le aspirazioni della rivolta1 nel senso di un riscatto della citt mediante laffermazione del suo primato regionale, stigmatizzando invece le strategie e gli obiettivi di forze estremiste provenienti dallesterno. Una rappresentazione condivisa nella prima parte la genuinit della rabbia contro labbandono di Reggio dalla destra di allora e di oggi. LMsi e i suoi eredi di Alleanza nazionale (An) hanno sempre rigettato le accuse di strumentalizzazione a fini eversivi e si sono raffigurati come paladini di una ribellione contro la partitocrazia, contro un sistema dei partiti inefficiente e arrogante, corrotto e disinteressato ai problemi del Sud. Di questa lettura un esempio emblematico liscrizione sulla stele dedicata nel 2005 dallamministrazione di centro-destra a Francesco Ciccio Franco, leader del Boia chi molla, senatore della Repubblica, giornalista e sindacalista. Una vita al servizio di Reggio e del suo comprensorio con le mani pulite2. La sottolineatura della rettitudine morale un elemento che allude chiaramente al clima antipolitico diffuso negli anni Novanta (Lupo 2000), in seguito e intorno alle operazioni giudiziarie note come Mani pulite. Non a caso la critica versi i partiti nel loro complesso, con alcune sfumature (miopia pi che corruzione, verticismo pi arroganza, ecc.), affiorata anche in riletture di sinistra (Arcidiaco-Pellican 2000). Il modello della rivolta genuina poi inquinata, in gran parte fondato ma ormai assurto a stereotipo, alla base anche delle letture prevalenti in ambito storiografico. Tutti gli studiosi hanno riconosciuto pur implicitamente laspetto del comprensibile malcontento sociale, a partire da Silvio Lanaro che ha considerato la rivolta di Reggio una dimostrazione che le turbolenze dei deboli e dei disperati [] non trovano sbocco se non in pertugi ambigui e pericolosi (Lanaro 1992, 302). Solo per fare qualche altro esempio: Aurelio Lepre ha affermato che le tensioni sociali sembravano confermare lesistenza di pericoli di golpe, comprendendo gli incidenti di Avola, Battipaglia e
Intervista di Alessandro Russo ad Italo Falcomat, Una storia ancora da scrivere, in il Quotidiano della Calabria, 15 luglio 2000. 2 Claudio Labate, Arena targata Ciccio Franco, in Calabria Ora, 15 luglio 2006. Storia e Futuro, n. 18, ottobre 2008, www.storiaefuturo.com
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Reggio in un clima propizio alle forze eversive (Lepre 1993, 248); Enzo Santarelli ha visto sulla rivolta per il capoluogo soffiare torbidi ambienti locali e nazionali (Santarelli 1997, 220). Daltronde, lo stesso Giacomo Mancini, allora segretario del Psi, anche il Mancini, di cui furono celebrati funerali simbolici e di cui fu impiccata leffigie, ammise, durante il dibattito sulla fiducia al governo Colombo nellagosto 1970, le ragioni vere che hanno spinto cittadini rispettabili, lavoratori onesti a partecipare, senza incertezze purtroppo, a movimenti che non possono non definirsi reazionari (Mancini 2007, 177). Torbidi ambienti, pericoli di golpe, movimenti reazionari: tutte espressioni che rimandano fondamentalmente al Msi e soprattutto al neofascismo extraparlamentare, combinato con la ndrangheta, i servizi segreti deviati e altri protagonisti della trame eversive che hanno costellato gli anni Sessanta e Settanta del secolo scorso. Sfogliando i documenti e la stampa dellepoca, si pu avvertire effettivamente la sensazione che laggettivo fascista applicato alla rivolta e spesso indiscriminatamente a tutta la popolazione reggina, utilizzato dalla maggior parte degli schieramenti politici e degli organi di informazione, sembrato chiarire subito ogni cosa, fugare ogni dubbio. Come se non vi fosse bisogno di approfondire (Cuzzola 2007, VIII). vero tuttavia che i distinguo e il riconoscimento di una rabbia genuina e motivata, come abbiamo visto, non sono mancati. Per cui, al di l della deprecabile tendenza alla semplificazione del dibattito politico e dei media, si pu dire che linutilit di approfondire sia sorta piuttosto dallo schiacciamento esclusivo della rivolta nello scenario della strategia della tensione. Linconveniente, peraltro, si ripropone proprio nel libro di Cuzzola, che in sede di giudizio conclusivo afferma: ci che apparso chiaro che nella rivolta di Reggio si sono purtroppo reincarnati i fantasmi di Sal (Cuzzola 2007, 189).

Dalle suggestioni agli interrogativi insoluti


evidente che porre laccento principale sui fantasmi di Sal fa rientrare dalla finestra ci che si intende far uscire dalla porta. Una buona parte del libro di Cuzzola, infatti, dedicata proprio alle trame eversive, senza per aggiungere nulla di nuovo a ci che gi si sapeva (Ciconte 1996; 2008). In generale, prevalgono le impressioni estemporanee, le suggestioni piuttosto che il ragionamento critico. Daltronde la rivolta appare un patrimonio inesauribile in questo senso, che potrebbe nutrire romanzi per chiss quanto tempo. Un po come il brigantaggio postunitario (Guarnieri 2008). E non solo con le evocazioni di vandee sempre in agguato o di scenari dietrologici popolati di infingardi uomini dello Stato e criminali senza scrupoli (il film Liberarsi viene presentato dal regista come una carrellata dei tanti misteri italiani degli ultimi 40 anni), ma anche con elementi quotidiani come la religiosit. Un esempio lenfasi posta sullaccostamento processioni e barricate, nello spettacolo Evviva Maria, che richiama limmagine della Madonna della Consolazione, patrona di Reggio, portata in processione il 31 luglio 1970 per proteggere la citt dallo scippo del capoluogo. Questo approccio per non aiuta la comprensione dellevento storico, visto che conduce addirittura a paradossi quali la cancellazione della politica, intesa come soggetti in carne ed ossa e organizzazioni agenti su un territorio ben preciso (nello spettacolo 70voltesud viene intenzionalmente omesso il nome di Ciccio Franco). Tali suggestioni rendono difficile lindividuazione di questioni che consentano di superare le rappresentazioni stereotipate. Tra gli interrogativi insoluti vi sono certo quelli che riguardano il rapporto tra la spontaneit della partecipazione popolare e la sua gestione da parte di promotori e organizzatori nelle diverse fasi. possibile spiegare il rapporto tra genuina mobilitazione collettiva e strumentalizzazione, semplificando prima notabilare e poi neofascista , solo in termini di inganno alla buona fede dei cittadini di Reggio, coinvolti in migliaia e per molti mesi? Pu bastare il parlare di demagogia senza ulteriori precisazioni? Non questa forse una spiegazione scontata e soprattutto livellata sui contrasti politici di allora, quella che altri uomini di potere hanno adoperato rispetto a lotte del passato di segno ben diverso. Senza allontanarsi dalla Calabria, si pu far riferimento alle accuse di

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Alcide De Gasperi e di Mario Scelba ai comunisti agitatori strumentali del reale e concreto disagio dei braccianti calabresi che occupavano le terre nel secondo dopoguerra. Per fornire una risposta plausibile gioverebbe analizzare la rivolta di Reggio innanzitutto come un fenomeno di azione collettiva, che in quanto tale ha origini, sviluppi ed esiti subordinati essenzialmente alle logiche dellazione collettiva stessa. Poich, come ha precisato Sidney Tarrow, chi alla guida dei movimenti [] non pu far sollevare un popolo, cos come i partiti [] non possono fermare un sollevamento popolare una volta avviato. [] Alcuni possono salire sulla ribalta pubblica, ma non possono imporre le proprie direttive. E quando malgrado i loro sforzi o per via di essi londata di mobilitazione cala, questi gruppi possono rallentare il processo, ma non arrestarlo (Tarrow 1990, VI). In realt, come dimostrato ormai da decenni di riflessione sociologica (Melucci 1976; Della Porta 1997), ogni fenomeno di azione collettiva spontaneo e genuino, nel senso che segue una propria dinamica interna, influenzata certo da iniziative individuali e di gruppo, comunque basata essenzialmente su meccanismi di riconoscimento identitario e di consenso, che meritano unadeguata spiegazione. E cos per quello reggino, in relazione al quale esistono certo meccanismi di identificazione e di solidariet collettiva che possano spiegare la leadership del sindaco democristiano o quella del Comitato dazione di Ciccio Franco.

2. Schieramento di poliziotti, Reggio Calabria, 1970 (in Nunnari 2000. Si ringrazia leditore Laruffa per lautorizzazione a riprodurla).

Alcuni storici hanno gi messo laccento su questo aspetto. Paul Ginsborg ha dedicato solo un sottoparagrafo della sua storia dellItalia repubblicana alla rivolta di Reggio, per collocandola nel capitolo sullepoca dellazione collettiva e associandola ad altre proteste, come quella di Battipaglia del 1969, quasi tutte riflesso della natura frammentaria della societ meridionale e della precariet della modernizzazione (Ginsborg 1988, 457). Guido Crainz ha sottratto la ribellione reggina al quadro della strategia della tensione, di cui pur fa parte sotto molti aspetti, per esaminarla nel contesto di processi economici, sociali e politici di pi lunga durata e di maggiore spessore (Crainz 2003, 470). Seppur con laccento prevalente posto sul protagonismo della destra, Simona Colarizi ha dedicato spazio alle ragioni pi profonde della rivolta di Reggio, indicando il deserto in cui la prospettiva di un lavoro offerto dallo Stato sia quasi un miraggio rincorso con ogni mezzo per rendere comprensibile quante aspettative e anche quante promesse listituzione delle altre regioni abbia creato nel 1970 (Colarizi 2000, 431).
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Questultima osservazione riconduce il capoluogo alla sua natura di obiettivo originario del movimento reggino. In effetti, nellarco dellintera rivolta, ad esso si riferirono imprescindibilmente e costantemente i volantini prodotti e ad esso rimase fortemente agganciata la dinamica della partecipazione collettiva. Lo attesta la tregua dopo il 16 ottobre 1970, quando il presidente del Consiglio aveva promesso che sarebbe stato il parlamento come chiedevano i reggini a designare il capoluogo calabrese, e la ripresa delle manifestazioni nel gennaio 1971, in coincidenza con la scelta della commissione Affari costituzionali della Camera di rimandare la decisione al consiglio regionale. Ma basterebbe considerare il fatto che Ciccio Franco, ancora nel 1973, dopo la sua trionfale elezione al senato, mobilitava la cittadinanza reggina non su parole dordine fasciste o comunque di carattere nazionale, ma con la richiesta della revisione dellarticolo 2 dello statuto regionale, che aveva assegnato il capoluogo a Catanzaro e diviso gli organi istituzionali del nuovo ente (giunta a Catanzaro e consiglio a Reggio). Tante altre sono le ragioni per cui il capoluogo va riportato alla propria centralit, poich, come ha notato Gaetano Cingari, se la violenta protesta nasceva da molti fili, remoti o attuali, e raccoglieva solide motivazioni sociali, essa tuttavia aveva come molla centrale il capoluogo, obiettivo nel quale confluivano frustrazioni e attese, vero cemento della sollevazione di massa (Cingari 1982, 379). E poi, perch i reggini, abbandonati e in condizioni di disagio economico e sociale almeno da decenni, decisero che loccasione di riscatto potesse essere proprio il capoluogo? Perch non si ribellarono prima o dopo con altri obiettivi pi nobili? La rilevanza di simili interrogativi induce al conferimento di dignit di analisi storiografica al motivo originario della protesta, al centro di una disputa regionale gi dal 1947. Dal punto di vista metodologico, peraltro, non appaiono ragioni plausibili che inducano ad analizzare un fenomeno di azione collettiva a partire dalla svalutazione dellobiettivo che gli attori di essa si pongono. Nemmeno nel caso di Reggio, dove laccusa di campanilismo, stigmatizzato da tutti i commentatori di allora, ha forse creato maggiori ostacoli a un attento e scrupoloso esame di quanto non abbia potuto quella di fascismo. Un campanilismo deprecato ancora oggi nel libro di Cuzzola e nelle iniziative attorno ad esso, che si pongono il fine di sancire definitivamente il superamento delle fratture e delle divisioni causate dallassegnazione del capoluogo. Una condivisibile dichiarazione di principio che non contribuisce per alla comprensione dellevento.

Contributi interdisciplinari per una diversa impostazione


Al contrario della stragrande maggioranza degli storici, gli studiosi di altre discipline che si sono occupati della rivolta di Reggio non hanno affatto sottovalutato il motivo originario della protesta, cio il capoluogo, n il campanilismo che esso evidenzi. questo il caso dellantropologo Luigi Lombardi Satriani, che gi, a caldo, nel 1971 indag il retroterra folklorico-tradizionale della protesta, evidenziando le modalit attraverso cui era filtrato nei registri linguistici e argomentativi della propaganda pro capoluogo (Lombardi Satriani 1971). Il senso di appartenenza territoriale, condensato nel capoluogo, al centro del volume del sociologo Enzo Bova, che ha indagato i meccanismi dellidentificazione comunitaria, sottolineando le energie positive che da essi vennero sprigionati (Bova 1995). Stupisce perci ancor di pi che questi spunti interpretativi non siano stati valorizzati nel libro di Cuzzola, le cui fonti quasi esclusivamente orali ben si prestavano ad una simile indagine, n vengano presi in considerazione dalla storiografia. Gi il sociologo Sidney Tarrow (1990) aveva parlato di movimenti di difesa territoriale riguardo alla rivolta di Reggio, a quella dellAquila del febbraio 1971 e di altre proteste che si erano aggregate, soprattutto nel Mezzogiorno ma non solo, intorno ad un territorio definito, alla realt locale. Unattenzione a questo aspetto in ambito storiografico venuta da Crainz, che ha parlato di localismi (2003). In effetti, tra le varie accezioni di localismo rilevate da Ilvo Diamanti, quella di taglio ideologico appare adatta al nostro caso. Per cui si pu parlare di localismo quando la specificit del contesto locale costituisca la premessa oppure il riferimento per lidentit e per la
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rivendicazione in ambito politico. Ci accade in una duplice direzione, in quanto il territorio viene [] utilizzato ora come riferimento identitario [], ora come riferimento per gli interessi (Diamanti 1994, 404 e 410). Si tiene ben presente qui che il concetto di localismo riferito solitamente ai processi socioeconomici tipici della Terza Italia, cio dellarea connotata da subculture politiche omogenee (Baldissarra 1998; Caciagli 1993), oppure al pi recente fenomeno leghista (Diamanti 1996); tuttavia sembra questo il termine pi adatto a descrivere il fenomeno reggino. I volantini e i manifesti circolanti durante la rivolta del 1970 sono inequivocabili da questo punto di vista: chi sostenne la rivendicazione del capoluogo ma pure chi la avvers si rivolgeva ai reggini o ai cittadini di Reggio, indicandogli qual era la giusta via per la tutela degli interessi della citt. Pertanto ipotizzabile che sia stata in primo luogo unideologia localistica a orientare lazione collettiva, stabilendone il criterio aggregativo e gli obiettivi. Laderenza alla realt storica di concetti e categorie analitiche pi consuete in ambito sociologico e antropologico comunque verificata sul campo, attraverso i documenti. Un secondo aspetto della rivolta di Reggio potrebbe essere indagato utilmente adoperando termini ricorrenti in altri ambiti scientifici piuttosto che della storiografia: il tono antipartito divenuto predominante. A questo proposito Crainz ha proposto interessanti spunti su un numero monografico della rivista Meridiana dedicato allAntipolitica, allinsegna del confronto tra la storia e le altre scienze sociali (Crainz 2000). In questo caso, consigliabile sulla base dellindagine empirica un chiarimento rispetto ad una gamma pi larga di concetti, a volte molto diffusi anche nel linguaggio comune: antipartito, antipolitica, qualunquismo, populismo, ecc. Sembra utile comunque ricondurre il ragionamento intorno ad una categoria interpretativa basilare come quella di populismo. In effetti, ha riscontrato Alfio Mastropaolo: lantipolitica altro non che la versione aggiornata di quellantico fenomeno, pur sempre di vaga e ardua definizione, che il populismo; il quale a sua volta innanzitutto appello al popolo, e in nome del popolo, contro il sistema consolidato del potere e contro i valori dominanti (Mastropaolo 2000, 29). opportuno precisare che con populismo non si indica n un movimento n un regime politico, ma un atteggiamento, una tecnica propagandistica, uno stile retorico, come inteso nei pi recenti studi (Mny, Surel 2000; Taggart 2000; Taguieff 2003). Vari ne possono essere gli ingredienti: dal fatto che la fonte precipua dispirazione e termine costante di riferimento il popolo, considerato come aggregato sociale omogeneo e come depositario esclusivo di valori positivi, specifici e permanenti (Incisa di Camerana 2006) al rapporto diretto tra popolo e leadership, dai toni tradizionalisti a quelli moralisti. In questambito cos ampio e sfuggente ha trovato posto nella storia dellItalia repubblicana anche una retorica antipartito, secondo cui secondo Salvatore Lupo il partito di massa stato visto come il protagonista di un gioco truccato, il fulcro di dinamiche oligarchiche, la macchina spersonalizzante, corrotta e corruttrice, o quanto meno come il luogo di mediazioni infinite e paralizzanti (Lupo 2004, 4). Una rappresentazione diffusa durante la rivolta di Reggio da una delle componenti pi significative di quel versante critico: la destra neofascista, parlamentare ed extraparlamentare.

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3. Giovane con molotov, Reggio Calabria, 1970 (in Nunnari 2000. Si ringrazia leditore Laruffa per lautorizzazione a riprodurla).

Infine, lanalisi sociologica pu esserci daiuto anche riguardo al tema dellordine pubblico, che pu vantare un quadro storiografico di riferimento da un parte ridondante, visti gli innumerevoli episodi di violenta conflittualit sociale e politica che hanno connotato lintera storia dItalia e soprattutto gli anni Settanta dello scorso secolo, e dallaltra paradossalmente limitato, sotto il profilo di unosservazione delle dinamiche generali. In particolare, gli storici non si sono dedicati allesame dellinterazione di piazza tra le modalit di protesta e quelle di intervento poliziesco, tra dimostranti e forze dellordine. Lhanno fatto, invece, proprio in una prospettiva storica, i sociologi Donatella Della Porta ed Herbert Reiter (Della Porta, Reiter 2004), indagando levoluzione del protest policing, cio il controllo della protesta, dal 1945 al 2001, in termini tecnici ma anche nelle sue implicazioni politiche e istituzionali. Identit locale e localismo, tono antipartito e retorica populista, violenza e ordine pubblico: si tratta di sfere tematiche dindagine che possono aiutare a comprendere che tipo di rivolta sia stata quella di Reggio. Cercando di rifuggire da categorie connotate da un pesante giudizio di valore, come campanilismo e fascismo, pi adatte ad un dibattito etico e politico ma inadeguate alla comprensione del fenomeno, se non ulteriormente specificate. Cosicch, ad una finora assente ricostruzione degli avvenimenti basata sul ricorso sistematico alle fonti e ai metodi della ricerca storica (a cominciare dalla periodizzazione), si possa accompagnare una lettura della rivolta di Reggio che aiuti ad affrontare problemi storiografici di maggiore profondit e attualit.

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Bibliografia
Oltre alle opere citate nel saggio e a quelle che riguardano gli spunti dindagine suggeriti, presente una bibliografia essenziale sulla rivolta di Reggio, finora soltanto di taglio giornalistico e memorialistico.

Ambrosi L. 2005 2008

La rivolta di una citt del sud: storia, cronaca e memorie, in Stillittano. Boia chi molla, siempre! La rivolta di Reggio Calabria nella testimonianza di un protagonista comune, in Zapruder, n. 16.

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Siti consigliati
Volantini scaricabili, foto e introvabili canzoni. Unico sito dedicato in modo particolare alla rivolta: http://www.tuttoreggio.com/moti/indexx.htm Cronologia, stralci di documenti e iniziative commemorative del 2000 e del 2003: http://www.circoloculturalelagora.it/RC-1970.htm Sullo spettacolo teatrale Evviva Maria!, con la regia di Ulderico Pesce: www.evvivamaria.org Sinossi e casting del film Liberarsi dedicato alla rivolta, con la regia di Salvatore Romano: www.loadingproduction.com

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