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SOFRI E RAVASI A CONFRONTO

La “Casa degli dei” a Verona

La diocesi di Verona, forse per un eccesso di visione ecumenica, forse sulla scia di altre
diocesi pure incamminate sulla strada di un falso ecumenismo, ha pensato di istituire una sorta di
Casa di Dio” o per meglio dire una “Casa degli dei” presso la stazione, casa o luogo o stanza dove
ciascun passante può, tramite spazio multimediale, “frugare” tra le varie divinità cercando quel Dio
che più gli si confà. Su questa passerella delle varie divinità che dovrebbero condurre tutte, dicono,
alla stessa meta della pace, fratellanza e giustizia sociale, (Gesù Cristo ci perdoni ma siamo costretti
a esprimerci così) alcuni esperti si stanno attivando per installare anche l’ultima divinità di moda,
cioè il “dio dei valori laici”, divinità davanti alla quale un ateo convinto come Adriano Sofri
dichiara di inchinarsi umilmente, a tal punto da sfidare la fede di un teologo di fama mondiale quale
Mons. Ravasi.
Infatti sia il biblista Ravasi nel suo ultimo libro “Il breviario laico”, sia Sofri nel suo scritto
di 240 pagine “Il miscredente. Adriano Sofri e la fede di un ateo”, dichiarano di aver finalmente
raggiunto la stessa conclusione, la cui tesi di fondo è: “fra un non-credente perbene e un credente
perbene c’è poca differenza, anzi, se si mettono d’impegno, può esserci invece molta
vicinanza”. E per avallare questa teoria, un’altra non credente, Rita Levi Montalcini, ha dichiarato
recentemente in un’intervista a Barbara Palombelli: “Mi ritengo profondamente credente, se per
religione si intende credere nel bene e nel comportamento etico”, non solo, ma la scienziata ha
perfino aggiunto che la fede nei valori laici di un miscredente è molto più meritoria e “pura” della
fede di un cattolico perché il primo cerca il bene solo per il bene, mentre il secondo cerca il bene
solo per averne un premio nell’aldilà o per fuggire un ipotetico castigo! E’ incredibile constatare
come viene stravolta la verità da una intelligenza umana, sia pure elevata, quando però è priva della
luce della grazia, anzi talvolta si sperimenta la verità di quel passo della Scrittura che dice “Dio ha
tolto il senno a coloro che hanno voluto perderlo”. Noi ci proponiamo di metterne in luce la
contraddizione focalizzando due aspetti: quello umano e quello soprannaturale.
1. Piano umano. Quale sia questo ipotetico “bene” e quali i conclamati “valori laici” di cui si
vantano i miscredenti è tutto da vedere! Forse per “valore laico” intendono il fatto di
“liberare” una mamma dal peso del bambino che porta in grembo? Forse intendono per
valore quello di “liberare” con la morte la vita di un malato perché improduttiva? Forse
intendono quello di equiparare l’uomo all’animale creando una novità assoluta in campo
scientifico, un “ibrido” terrificante tra uomo e scimmia? Oppure intendono per valore laico
quello di legalizzare qualsivoglia unione, omo-bis-tris-plus-pedo-animal…perché non è
giusto porre dei limiti a delle “innate!” tendenze? C’è chi, sempre in nome dei valori laici,
vuole annullare la famiglia naturale e i nomi di padre e madre, per lasciare solo un generico
“figlio di genitore A e genitore B”. Infatti i nuovi valori laici, ampliati, riveduti e corretti
non sono più quelli che fino a pochi anni fa ci accomunavano un po’ tutti e che consistevano
essenzialmente nel tentativo di sconfiggere la fame nel mondo, o la disoccupazione, o la
malattia ecc. Adesso i “valori laici” di moda sono quelli di sfidare Dio e la legge naturale
attraverso manipolazioni scientifiche aberranti all’insegna di un “delirio di onnipotenza” alla
Frankenstein che, prima o poi, avrà delle ripercussioni terribili per tutta l’umanità.
2. Piano soprannaturale. La realtà è che tra la fede di un uomo che crede solo in sé stesso e
nei suoi presunti valori, e la fede di un uomo che crede in Dio esiste una differenza abissale,
incolmabile. L’inganno più grosso è quello di credere che, sia per vivere onestamente
quaggiù, sia per conquistare l’eventuale salvezza, lassù, siano sufficienti le nostre sole
forze, a prescindere dalla fede in Dio. La fede in Dio non è un “optionall”, almeno la
ricerca sincera di Dio, il considerarci creature e non déi, è un dovere per tutti gli uomini.
Quand’anche fossimo persone perbene, quand’anche compissimo autentiche meraviglie, noi
uomini siamo peccatori bisognosi di salvezza, senza Dio, siamo nulla: “Se diciamo che
siamo senza peccato, inganniamo noi stessi e la Verità non è in noi” (1 Gv.1,8). Quanti
santi hanno avuto una vita discutibile, travagliata, addirittura peccaminosa, eppure sono
riusciti, prima o poi, a inginocchiarsi, a capire il loro rapporto con Dio, a sentirsi creature,
figli di un Padre che li ama e che ha un progetto su di loro! Proprio qui sta la differenza,
altro che convergenze parallele tra un ateo e un vero credente!
Il credente, senza venir meno ai suoi doveri civili e sociali, si riconosce creatura di Dio, l’ateo
invece si erge sul podio della sua sicurezza e sfida Dio, lo rinnega, lo rifiuta come un nemico che
attenta alla sua libertà. E’ la vecchia, perenne e insidiosa tentazione diabolica dei nostri progenitori
che cedettero a quell’invito “diventerete come Dio”, tentazione che adesso assume connotati
drammatici davanti alla possibilità di distruggere l’uomo e tutto il mondo con dei semplici, folli
gesti. Questo comportamento a Dio non piace, perché Egli solo è Dio, è per giunta è anche nostro
Padre che ci ama e ci assicura la felicità eterna. Ci si può anche fare beffe della Vita Eterna, eppure
quando ci si è giocato quella, resta poco da ridere! Che cosa è mai un uomo, quand’anche fosse
potente, ricco e perfino virtuoso, se rifiuta di adorare Dio? Nulla e meno di nulla!
La vita propria del cristiano, in realtà di tutti gli uomini desiderosi di aprirsi al Dio di Gesù
Cristo, non consiste essenzialmente nella buona condotta morale, ma in “qualcosa di divino” che
gli viene dato in dono, una “vita nuova, soprannaturale”, che riceve da Dio. “In verità, ti dico, se
uno non nasce di nuovo dall’Alto, da acqua e Spirito Santo, non può entrare nel Regno di Dio”.
(Gv. 3,5). Per il cristiano il “comportarsi bene nella vita” ha un solo nome: santità, che non si limita
a rispettare scrupolosamente un “codice di buon comportamento etico” ma che, nell’osservanza di
tutti i Comandamenti di Dio, tende alla pienezza dell’amore di Dio e del prossimo fino all’eroismo.
La santità e la salvezza sono opera di Dio. Dio solo infatti è santo, e uno solo è il Signore:
Gesù Cristo, come egli ricordava ai suoi discepoli: “Senza di me non potete fare nulla… Chi non
rimane in me viene gettato via come il tralcio e si secca” (Gv.15,1) Senza Gesù Cristo, senza un
rapporto intimo con Lui, non possiamo nulla, non siamo nulla, a nulla valgono le nostre
“opere di giustizia”. San Paolo, pur raccomandando ai primi cristiani di presentarsi come “modelli
di buona condotta e zelanti nelle opere buone”, scrive a Tito : “Dio ci ha salvati, non in virtù di
opere di giustizia da noi compiute, ma per sua misericordia, mediante un lavacro di rigenerazione
nello Spirito Santo, effuso abbondantemente su di noi per mezzo di Gesù Cristo, Salvatore nostro,
perché, giustificati dalla sua grazia, diventassimo eredi della vita eterna”. (Tt. 3,4-7)
L’Apostolo ricorda anche gli elementi costitutivi essenziali per una vita autenticamente
cristiana: la Giustificazione, cioè la remissione dei peccati; la Grazia, cioè la Vita divina che ci
viene data dall’Alto e la Carità, cioè la capacità di vivere con pienezza l’amore di Dio e del
prossimo. Ebbene, tutto questo, assieme alla Gloria, che è la Beatitudine eterna nel Cielo, ce
l’ha meritato Gesù con il suo sacrificio sulla croce. E’ questo il piano divino voluto da Dio per la
nostra salvezza, e Dio lo attua in ciascuno di noi attraverso i Sacramenti. (Brani dal libro “La
preghiera e la Messa nella vita del cristiano – di don Ferdinando Rancan - Sac. di Verona)
Dunque quelle “formalità” di cui si parla adesso, cioè frequentare la chiesa, chiedere il
Battesimo e la Cresima per il proprio figlio, accostarsi alla Confessione, partecipare alla Messa, non
sono formalità, sono invece “fonte e culmine” della vita di un cristiano. Le opere buone, le opere
di giustizia, il comportarsi bene nel mondo ecc., tutto questo diventa un “agire cristiano” solo
se l’essere intimo dell’uomo è stato rigenerato, trasformato nell’essere stesso di Cristo. Il
catechismo della Chiesa Cattolica chiama questa trasformazione “Grazia santificante”, un tesoro
senza prezzo, che divinizza l’anima, e fa vivere in questo mondo come “un altro Cristo”. (op.cit).
Purtroppo, queste realtà enormi, meravigliose, divine, noi le possiamo avvilire nel
formalismo e banalizzare nella routine, e possiamo anche comportarci in modo incoerente,
scandaloso, in contrasto con la grande dignità che esse ci conferiscono, ma questo dipende da noi,
dalla nostra superficialità, o pigrizia, o anche dalla nostra ignoranza degli elementi base della nostra
bella fede cattolica che dona luce all’intelletto e gioia al cuore. Quale sorte amara se, credendoci
persone perbene, scoprissimo un giorno che, in realtà, abbiamo creduto solo in noi stessi e ci
sentissimo dire, alla fine della vita: “In verità ti dico, non ti conosco” (Mt. 25,12).
Centro Culturale Nicolò Stenone patrizia.stella@alice.it