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Ripartire dai diritti del cittadino malato La sanit italiana una sorta di giano bifronte: da una parte un sistema

ma che tiene, che garantisce laccesso alle cure alla maggioranza dei cittadini, che, nonostante i debiti delle regioni, in linea con i parametri europei di spesa; dallaltra parte, si tratta di un servizio che fa soffrire molto i cittadini perch non riesce quasi mai a mettersi dalla loro parte: liste di attesa interminabili, ostacoli allaccesso per i pi deboli, intoppi burocratici infiniti, protezionismo regionale mascherato con il federalismo, contratti di lavoro antiquati, poco premianti per i migliori e garantisti per i peggiori. Nei giorni scorsi stato presentato lultimo Rapporto del Pit salute, curato da Cittadinanzattiva-Tribunale per i diritti del malato. Per il decimo anno consecutivo, i dati che emergono da questo servizio di ascolto e di aiuto per la tutela del cittadino ci aiutano a capire le cose partendo da un punto di vista meno strutturale e pi potremmo dire esperienziale, ma non per questo meno vero. I circa 20.000 cittadini che si sono rivolti al Pit salute hanno avuto bisogno di aiuto per var valere i loro diritti nei confronti del servizio sanitario nazionale: i tempi, gli errori dei medici, i cattivi comportamenti degli operatori, gli intoppi per ottenere linvalidit civile, ecc.. Tra le questioni maggiormente segnalate, le liste dattesa per interventi ed esami diagnostici. Non stupisce leggere i dati del Position paper che parlano di un quasi 22% di spesa privata per avere prestazioni sanitarie. Il fenomeno potrebbe essere perfettamente compatibile con un paese normale, se non ci fossero liste di attesa cos lunghe per tutti. I tempi di attesa sono in costante aumento da 10 anni a questa parte; le segnalazioni in tema di liste di attesa registrano un incremento nel 2006 rispetto al 2005 del 2,4%. Poco meno del 70% dei contatti ha ad oggetto le prestazioni diagnostico/specialistiche, per le quali, nel 13,7% dei casi, le attese risultano incompatibili con le necessit di cura (si pensi alloncologia!). Per una mammografia si pu aspettare fino a 400 giorni, 300 giorni per un ecocolordoppler e, paradossalmente, fino a 120 giorni per una ecografia nel primo trimestre di gravidanza! Il problema delle liste dattesa per gli interventi chirurgici interessa il 13,4% delle segnalazioni ed il dato che emerge pi chiaramente la mancanza di trasparenza delle liste, che interessa poco meno di un cittadino su due. Non va certo meglio a chi deve sottoporsi ad un trattamento riabilitativo. Attese non inferiori ai 365 giorni, che possono arrivare sino a 1500 per riabilitazioni pi particolari, come, per esempio, per la logopedia. Lo Stato e le Regioni hanno promosso in questi anni vari provvedimenti, soprattutto sulla spinta delle proteste dei cittadini. Il problema che in molti casi le decisioni assunte restano lettera morta. Una per tutte, il divieto di bloccare le liste dattesa, con la minaccia di una multa da 1000 a 6000 Euro per le Asl inadempienti (Legge Finanziaria 2006). Il Rapporto Pit parla ancora del 13% di segnalazioni su questo problema e di nessuna multa pagata. Se le cose stanno cos, la spesa privata tender sempre ad orientarsi verso prestazioni che non si riescono a ricevere per inaccessibilit del

servizio. Ma non seguendo criteri di equit, bens obbligando chi non pu aspettare a pagare. Significativo il caso degli esami di gravidanza: lecografia nei primi tre mesi sarebbe gratuita, ma di fatto per i tempi citati molte donne devono pagarla, cos come avviene per lamniocentesi per i soggetti a rischio, che arriva a costare anche 1000 Euro. Un secondo fenomeno in costante crescita, almeno leggendo le segnalazioni dei cittadini, la mobilit sanitaria. Particolarmente significativo il dato relativo agli spostamenti da una regione ad unaltra (la mobilit interregionale costituisce il 44% del totale delle segnalazioni sul tema), seguiti dagli spostamenti intraregionali (36%) e dalla mobilit internazionale (20%). In generale, la volont di sottoporsi ad intervento chirurgico la principale motivazione dei cittadini che si spostano. Tra tutte le segnalazioni che rientrano nella casistica della mobilit interregionale, il 56,8% riguarda coloro che si sono diretti al Nord per motivi di cura; il 27% riguarda coloro che si sono diretti al Centro; e solo il 3,6% riguarda coloro che si sono diretti al Sud. Il problema non solo quello relativo al disagio a spostarsi per non si pu o non ci si vuole curare in loco, ma soprattutto alle difficolt frapposte dalle Regioni a sostenere questi spostamenti. Si sta sviluppando una sorta di protezionismo regionale, che rende difficile la vita ai cittadini, in barba al diritto alla libera circolazione degli individui e delle merci in ambito comunitario. Non sarebbe una cattiva idea quella di cambiare i criteri di rimborsabilit tra le Regioni, in modo tale da non dover assistere a fenomeni inquietanti. Tra questi, le difficolt incontrate anche da chi si sposta per periodi limitati da una regione allaltra: la mancata assegnazione temporanea del medico di famiglia (32% delle segnalazioni sul tema); del pediatra di libera scelta (7%); rifiuto delle prescrizioni diagnosticospecialistiche (10%); rifiuto prescrizione di farmaci (9%); impossibilit di ottenere prestazioni di assistenza domiciliare (6%). Per invertire la tendenza e ristabilire una centralit al cittadino e ai suoi diritti, sono misure forti che riequilibrino poteri e responsabilit. La prima di queste potrebbe essere quella di fare propria la Carta Europea dei diritti del malato, lanciata nel 2002 da un network di organizzazioni civiche europee (Active citizenship network-Cittadinanzattiva) e sulla quale sta lavorando lo stesso Parlamento di Strasburgo. 14 diritti che servono ad individuare una serie di parametri e standard ai quali uniformare i 28 sistemi sanitari degli Stati Membri, senza pretendere di cambiarne la natura e la strutturazione. Dato che ormai anche noi abbiamo una situazione fortemente differenziata, sarebbe quantomai urgente garantire ai cittadini una Carta con cui difendersi. Ripartire dai diritti sarebbe per riportare il servizio sanitario alla sua missione originaria: tutelare il diritto alla salute. Teresa Petrangolini Segretario generale di Cittadinanzattiva