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ALESSANDRO BADELLA SID2

STORIA INTERNAZIONALE IN ETA’ CONTEMPORANEA

GRENADA: DALLA RIVOLULUZIONE ALLA “VETRINA DEL CAPITALISMO”


(1979 – 1983)

Il passato post – coloniale di Grenada e il regime di Gairy

L’isola di Grenada, che dista solamente 190 km dalle coste del Venezuela, rimase sotto il
dominio britannico fino al 1974. Alcuni passi verso la propria indipendenza erano, tuttavia,
già stati avviati nel corso degli Anni Sessanta.
Nel 1967 il Parlamento inglese aveva approvato il West Indies Act con il quale aveva
avviato una serie di riforme nel rapporto fra il centro (cioè Londra) e la periferia caraibica
dell’Impero. Grazie a questo provvedimento, l’isola otteneva una maggiore sovranità
interna, mentre le relazione esterne ed internazionali dello stato erano comunque soggette
al controllo della madrepatria. Sussisteva quindi, almeno negli affari esterni, quello che
venne definito come Associated Statehood.
Il processo di progressiva e definitiva indipendenza si concretizzò a partire dal maggio
1973 e il 7 febbraio dell’anno successivo Grenada ottenne l’indipendenza definitiva.
Grazie alla progressivo allargamento della partecipazione politica ed elettorale (modello di
decolonizzazione caraibica tipico dei britannici), alcuni uomini influenti avevano iniziato
ad affacciarsi sulla scena della politica grenadina. Fra questi, Eric Matthew Gairy. Egli
nacque politicamente come organizzatore di scioperi e sindacalista. In particolare, fu a
capo del primo sciopero della storia isolana, avvenuto negli Anni Cinquanta. La sua
retorica vagamente populista e il suo carisma vennero a galla dopo la fondazione del
Grenada Manual and Mental Workers Union (1950). La popolarità di Gairy salì alle stelle
quando, nel febbraio del 1951, venne arrestato (in seguito ai violenti scioperi e
dimostrazioni) ed espulso dall’isola. La popolazione si mobilitò in massa per fare pressioni
sul Governatore Generale, affinché Gairy potesse ritornare in patria. Le petizioni ebbero
successo e il sindacalista colse l’occasione per fondare un proprio partito, il Grenada
People’s Party. Le elezioni dell’ottobre 1951 furono una specie di plebiscito per la
formazione di Gairy: il GPP vinse le elezioni con il 71% dei consensi, guadagnandosi sei
degli otto seggi disponibili all’interno del cosiddetto Parlamento dell’isola.
Il proprio partito (che poi mutò nome il Grenada United Labour Party), nonostante le
numerose assenze e defezioni personali del leader1, conquistò la vittoria elettorale anche
nelle tornate successive (nel 1964 e nel 1971).
In quest’ultima occasione, egli guadagnò la poltrona di Chief Minister, corrispondente al
Primo Ministro, anche se si trattava pur sempre di uno stato non indipendente. Tuttavia, le
spese folli di Gairy e le continue offese rivolte alla Corona fecero sì che la Gran Bretagna
smantellasse il Parlamento dell’isola2. Così Gairy perse il proprio Ufficio.
Tuttavia, nel 1967, anno del ripristino delle istituzioni di self – government sull’isola, egli
ritornò al proprio incarico, mostrando da allora in poi il proprio “lato oscuro”.
Iniziò un processo di smantellamento sistematico del pluralismo e delle opposizioni.
Questa politica dittatoriale venne imposta grazie al sostegno e all’utilizzo sistematico della
Grenada Defence Force e di bande personali di “sicari”, dette Moongose Squad.
L’unica formazione d’opposizione, di per sé poco efficace, rimase il Grenada National
Party (capitanato da Herbet Blaize), che tuttavia rappresentava unicamente la classe
medio – alta della società.
Le crisi economiche degli Anni Settanta misero in luce una serie di problemi, che il sistema
di governo di Grenada non fu in grado né di mettere a fuoco né di risolvere. Durante gli
anni successivi all’indipendenza (ottenuta nel 1974), la crisi economica dell’isola raggiunse
le proporzioni della catastrofe: l’inflazione divenne inarrestabile, ma soprattutto la
disoccupazione raggiunse il 44,6% della popolazione attiva.
Date queste premesse, i partiti di opposizione superstiti diedero vita a manifestazioni di
protesta, soprattutto in corrispondenza delle elezioni indette per il 1972. La risposta di
Gairy fu inequivocabile: grazie all’impiego di milizie paramilitari (come le Green Beasts) e
di una “efficiente” polizia segreta personale (la Moongose Squad) fu in grado di eliminare
(con arresti e spedizioni punitive) le varie voci di disaccordo.
Questi provvedimenti condussero all’abbattimento del cosiddetto sistema partitico
Westminster, basato sull’alternanza di due formazioni partitiche nel controllo

1
Gairy era solito non presentarsi alle riunioni di gabinetto. Il che denoterebbe, insieme all’ossessione per le forme di
vita extraterrestri, una personalità molto complessa ed eccentrica.
2
Una “punizione” simile era piuttosto comune nei Caraibi britannici. Già alla metà del XIX secolo, gli scioperi e le
rivolte in Jamaica portarono la Corona alla soppressione della rappresentanza locale e all’istituzione della crown
colony. Questa equivaleva ad un regime dittatoriale centralizzato, previa sospensione delle libertà civili e politiche.
dell’esecutivo3. Inoltre, vi fu anche una involuzione anti – democratica del processo di
decision making, in cui l’intera leadership era stata accentrata nelle mani di Gairy.
Nel frattempo il dittatore di Grenada aveva sviluppato alcune attività particolarmente
assurde. In primo luogo, egli si trasformò in un culture smodato dell’astrologia e
dell’ufologia sino ad accoglierla come una sorte di “ideologia ufficiale” dello stato; inoltre
egli stava gradualmente trasformando l’economia turistica dell’isola in un boomerang per
la propria economia. Il collasso del sistema turistico ed alberghiero era determinato dal
fatto che gli hotel a cinque stelle stavano diventando una specie di bordelli personali del
Primo Ministro.

L’opposizione ai tempi di Gairy e il NJM

All’inizio degli Anni Settanta, soprattutto a causa della degenerazione della Presidenza
Gairy, si moltiplicarono le forze e le correnti politiche che chiedevano a gran voce un
mutamento della leadership.
Uno di questi movimenti fu il Joint Endevour for Welfare, Education and Liberation
(JEWEL), sorto nel 1970. Tra le sue prime apparizioni ci fu una lotta nella cittadina di La
Sapesse per l’affermazione del diritto dei cittadini di accedere a mare tramite ingressi
pubblici e non più soggetti al controllo “feudale” dei signorotti locali.
Qualche anno più tardi il JEWEL si unì, all’interno del congresso del marzo 1973, ad un
altro movimento d’opposizione, ovvero il Movement for Assemblies of the People (MAP) di
Bishop. La nuova formazione prese il nome di New Jewel Movement (NJM).
Le richieste del NJM furono da subito chiare: già nel 1973 richiesero a Gairy di rassegnare
le proprie dimissioni, in modo tale da procedere al rinnovo elettorale delle istituzioni.
La reazione di Gairy fu spietata: il 21 gennaio 1974, passato alla storia con il nome di
“Bloody Monday” , il Governo decise di usare il pugno dure per reprimere le proteste di
piazza.
Il 1976 fu finalmente l’anno delle elezioni, le prime a cui partecipava il NJM. I risultati
determinarono un successo (anche se velato dalla presenza di brogli elettorali) del partito
di Gairy, che ottenne nuovamente il potere. Il NJM, che si era presentato come una
formazione democratica moderata4, fu totalmente sconfitto. Dopo questa esperienza il
3
Alcuni autori (soprattutto Payne), favorevoli al modello della constitutional decolonization britannica, insito sul fatto
che il rifiuto delle dinamiche tipiche del modello Westminster potrebbero essere stata una delle cause della deriva
autoritaria dei governi Gairy e soprattutto Bishop.
4
Alle elezioni del 1976, il NJM si era presentato come un “partito ombrello” molto simile ai partiti di opposizione del
regime totalitario comunista, ovvero caratterizzati da una elevata eterogeneità. Accanto a liberal di nuova generazione,
partito e il proprio leader, Bishop, optarono decisamente per una scelta di radicalizzare la
lotta. Questo avvenne grazie allo sposalizio degli ideali del marxismo – leninismo e della
lotta armata paramilitare.

La formazione ideologica radicale del NJM e la rivoluzione del 1979

Nonostante gli esordi come partito populista d’opposizione, che guardava – coerentemente
– alla salvaguardia dei valori democratici a Grenada, il NJM registrò una devianza verso la
lotta armata (sul modello cubano).
In effetti, il Manifesto del partito (redatto nel 1973) non pone alcun accenno riguardo la
praticabilità della lotta armata o del socialismo, ma si limita semplicemente ad esprimere,
come ideologia di fondo, un marcato populismo ed un richiamo alla New Life and New
Society, che sicuramente non è riferibile all’homo sovieticus della tradizione marxista.
Le influenze su questa scelta furono molteplici e sicuramente di difficile conciliazione ed
interpretazione. Infatti, come si dirà anche in seguito, le debolezze intrinseche del
movimento portarono ad una crisi, sfociata poi con l’assassinio dello stesso Maurice
Bishop.
Sicuramente, la pesante sconfitta elettorale del 1976 fu un elemento decisivo per la svolta
rivoluzionaria del partito. Questa disavventura elettorale portò una modifica negli intenti e
nella concezione politica della formazione di Bishop. In particolare, venne rafforzata la
parte massimalista della coalizione del NJM, con Bernard Coard in testa.
Secondariamente, le recenti lotte per l’affermazione degli afroamericani negli Stati Uniti e
le formazioni partitiche africane in lotta per l’indipendenza diedero una connotazione
maggiormente ideologica al NJM.
Le battaglie dei neri negli USA, finalizzate all’affermazione dei diritti civili, diedero
opportunità di sviluppare un’avversione per il neo – colonialismo economico dell’America
WASP. Tuttavia, mentre negli USA prevalse la non – violenza del Reverendo King,
Grenada sperimentò un eccessivo sviluppo del black power, molto simile a quello
propagandato dalla Nation of Islam e di Malcom X degli esordi5.
Accanto a questa propaganda anti – coloniale la diffusione di ideologia anti – imperialiste
e terzomondiste scaturì da una interpretazione escatologica di alcuni brani della star Bob

erano osservabili membri delle classi abbienti (disillusi dalla politica di Gairy), social-democratici, ma anche marxisti-
leninisti.
5
Spesso è accaduto nei Caraibi britannici che le lotte anti-colonialiste (e più un generale tra la popolazione di colore e i
sovrintendenti bianchi de governo inglese) fossero un valido punto di partenza per il nation building caraibico.
Marley. Nel 1974 era stato pubblicato un suo album (il vendutissimo “Natty Dread”), che
conteneva la canzone “Revolution”. L’incipit del pezzo (“…it takes a revolution to make a
solution”) divenne una sorta di manifesto della avvenuta trasformazione del NJM.
Un’altra influenza fu attribuibile al Tanzianan Chiristian Socialism, che, accanto
all’ideologia anti – colonialista, propagandava una sorta di fratellanza nazionale e
l’abbattimento di alcuni vincoli sociali, al fine di creare una società molto simile alle
comunità cristiane dei primi secoli dell’Impero Romano o alla società comunista. Non solo,
alcuni membri del NJM furono particolarmente attratti dalla possibilità di sviluppo del
Terzo Mondo (come propagandato da Nyerere o Kenyatta), tramite una via intermedia (la
cosiddetta “terza via”), sintesi di capitalismo e socialismo.
Ovviamente, la vocazione marxista – leninista del partito era la chiave di lettura
fondamentale della fase storica attraversata da Grenada. In particolare, agli occhi di
Bishop e compagni, il modello della cubano era ben noto. La rivoluzione cubana, sostenuta
dalla lotta armata di Castro e Guevara, veniva ormai presa come modello per la distruzione
del regime di Gairy6.

La rivoluzione e le riforme economiche di Bishop

La rivoluzione, particolarmente pacifica, scoppiò nel marzo 1973. Il 13 marzo, la vittoria del
NJM si delineò chiaramente quando Bishop venne nominato Primo Ministro.
Il suo primo messaggio alla nazione fu incentrato sulle prospettive di sviluppo economico
dell’isola, ma più in generale, Bishop parlò di “development and democracy”.
Alla vigilia della rivoluzione, l’economia di Grenada era essenzialmente agricola e questo
comportava l’atavica arretratezza del paese nel regime di scambi vigente nei confronti delle
mondo industrializzato. La diversificazione della produzione economica era stata
affrontata, ma decisamente in maniera insufficiente. Durante il regime di Gairy l’apporto
di nuovi settori produttivi era rimasto decisamente contenuto: il settore bancario, la
produzione industriale e il turismo rivestivano un ruolo solamente di cornice ad un paese
decisamente agrario. Nel 1978, il settore agricolo rappresentava il 60% del prodotto
interno lordo dell’isola e dava lavoro a circa il 40% della popolazione attiva; inoltre, tra il
1971 e il 1978, il 90% delle esportazioni riguarda proprio questo settore.

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In realtà, la rivoluzione a Grenada avvenne in maniera piuttosto anonima e pertanto si può parlare di un mero golpe,
che avvenne anche in un momento di forte debolezza (interna ed internazionale) del regime di Gairy. Una equiparazione
dell’esperienza di Grenada con l’epopea rivoluzionaria cubana sarebbe alquanto frettoloso ed azzardato.
Il vero problema risiedeva nel fatto che la terra era distribuita – come spesso accadeva
all’interno dell’area caraibica e dell’America Latina – in maniera del tutto iniqua. Infatti, le
grandi fattorie intensive erano le uniche unità economiche in grado di assicurarsi una
proporzione abbondante di terreni coltivabile, mentre i piccoli proprietari erano costretti
ad un’agricoltura di mera sussistenza.
A queste carenza, si doveva sommare anche un meccanismo deficitario di commercio con
l’estero e l’assenza di strutture efficienti di mercato finalizzate ad un eventuale sviluppo
consistente di altri settori.
Le disastrose performances economiche dell’isola erano anche determinate dalle scarse
prospettive di sviluppo del turismo. Questo settore rivestiva un’importanza centrale per la
crescita economica. Tuttavia, il contrasto tra la vocazione agricola (rappresentata dai
piccoli e medi proprietari terrieri) e l’industria del turismo portò ad una stagnazione della
costruzione di infrastrutture nuove ed efficienti, al fine di attirare i turisti europei o
statunitensi.
Una limitazione fondamentale al turismo consisteva nell’assenza di aeroporti per lo scalo
notturno: ciò comportava il pernottamento dei turisti in isole circostanti, con una perdita
secca di 1,3 milioni di US$.
Anche la produzione industriale risentiva della totale dipendenza dall’estero. In alcuni
settori, come la produzione di tabacco o la distillazione di birra (ambiti di tutto riguardo
per l’economia locale), tutti gli input produttivi (dal capitale, alle materie prime e alla
tecnologia) venivano importati dall’estero7. Tutto questo rendeva i prodotti isolani non
competitivi sui mercati internazionali.
Evidenziati tutti questi problemi, possiamo immaginare i motivi dell’insuccesso
dell’economia grenadina durante il governo di Gairy. Tra il 1960 e il 1978 si assistette alla
crescita incontrollata della dipendenza (sottoforma di deficit nella bilancia dei pagamenti
con l’estero) dall’estero. Nel 1978, il debito estero toccò la cifra record di 50,5 milioni di
US$. Il problema venne a galla in maniera drammatica nel corso degli anni successivi
l’indipendenza dell’isola. Fino al 1974, la Gran Bretagna era in grado di “coprire” parte del
debito con forme di investimento e “donazioni”, atte a sanare la difficile situazione isolana.
Ottenuta l’indipendenza, questa fonte di finanziamento divenne decisamente più blanda e
ridotta, fino quasi a scomparire.

7
La dipendenza del settore industriale dall’estero sarà una costante anche del periodo democratico (dopo il 1983).
Questa situazione riprese soprattutto dopo l’apertura dell’isola al flusso commerciale internazionale (ossia dopo
l’invasione) perché il progetto ultra-liberista di Reagan spostò l’economia verso il terziario, senza avere il supporto di
una struttura produttiva in grado di sopportare questo mutamento.
Gairy si rivolse allora alla Caribbean Development Bank, che fino al 1977 si dimostrò
favorevole a concedere prestiti a Grenada. Tuttavia, verso la fine degli Anni Settanta essa
sospese qualsivoglia afflusso di denaro verso l’isola. Infatti, la CDB era seriamente
preoccupata per l’ingente quantità di denaro che ogni anno scompariva dalle casse dello
stato di Grenada e per lo sperpero che i governanti facevano dei finanziamenti concessi.
Questa presa di distanze da parte della CDB contribuì a portare il paese sull’orlo del caos
economico: detrazione della ragione di scambio e del deficit nella bilancia dei pagamenti,
incremento della disoccupazione verso livelli mai raggiunti, deterioramento incredibile dei
servizi pubblici (in particolare istruzione e sanità) e soprattutto riduzione del volume degli
investimenti stranieri sull’isola.
L’incremento dell’inflazione ed una “politica dei prezzi” disastrosa e clientelare fecero il
resto per incrementare lo sfruttamento delle classi medio e basse. La stessa Banca
Mondiale, alla vigilia della rivoluzione, bollava l’isola come affetta da una drammatica
situazione di sottosviluppo e standard di vita molto bassi.

Una volta salito al potere, dopo il golpe del 1979, il NJM aveva focalizzato chiaramente
quelli che erano stati i fallimenti dell’ “era di Gairy”. I primi provvedimenti del governo
Bishop furon0 rivolti a sanare le croniche mancanze dell’economia isolana: l’iniqua
distribuzione della terra e della ricchezza, la disoccupazione, l’incremento del costo della
vita, le infrastrutture sociali ed economiche inadeguate, l’utilizzo irrazionale e sincopato
delle risorse, la dominazione (percepita come “neo – colonialismo”) straniera in alcuni
settori – chiave dell’economia isolana, il clientelismo e l’apatia politica che avvinghiava il
sistema partitico all’epoca del “monopolio” di Gairy.
Anche se l’origine di tali problematiche era decisamente complessa e frastagliata, il
governo Bishop la attribuì principalmente allo sfruttamento delle economie caraibiche ad
opera delle grandi potenze internazionali. In una parola, all’ “imperialismo” del Primo
Mondo nei confronti degli stati meno sviluppati.
Allineati con i principi della scuola di pensiero del New World Group, i membri del NJM
vollero da subito apportare serie modifiche al modello di produzione economica finora
intrapreso dall’isola. In primo luogo, cercarono di sviluppare una sorta di “autarchia” in
determinati settori8. A Bishop era chiara e distinta la dipendenza dall’estero che fiaccava
l’economia di Grenada. Come già sottolineato nel Manifesto del 1973, veniva posto
8
La sottrazione dell’economia al liberalismo del mercato internazionale è comune a molti movimenti terzomondisti.
Nel corso degli anni della Guerra Fredda, in alcuni paesi africani e caraibici, i leader al potere provvedevano ad una
nazionalizzazione immediata delle imprese, senza necessariamente voler giungere ad una transizione socialista
completa. Le politiche economiche dello stesso Castro, nel periodo fra la presa del potere e il respinto attacco alla Baia
dei Porci, possono essere inserite all’interno di questo contesto.
l’accento sulla necessità di connettere tra di loro i vari settori dell’economia isolana, in
particolare agricoltura, industria alimentare e turismo. Questo legame fra i settori
primario, secondario e terziario avrebbe permesso di eliminare la dipendenza dall’estero
per quando riguarda, ad esempio, le materie prime. Si sarebbe proceduto, quindi,
all’eliminazione di una certa forma di produzione “anarchica”, che, nel periodo precedente,
non era stata in grado di sfruttare a pieno le potenzialità dell’isola.
Dopo la presa del potere, il NJM accentuò la propria visione di economia state –
controlled. Specialmente nei settori ritenuti fondamentali, il governo accrebbe
l’accentramento nella direzione della vita economica.
Anche dal punto di vista internazionale, l’attività del nuovo regime si mosse verso una
maggiore diversificazione delle relazioni con i paesi del Terzo Mondo e i socialismi
(caraibici e non). La strategia generale del partito potrebbe essere riassunta nelle parole
del proprio leader: “We stand firmly committed to a nationalist, anti – imperialist, anti –
colonialist position”9.
Tuttavia, l’accentramento economico non fu comunque assoluto. Lo sviluppo non
capitalistico, punto forte della “dottrina” del NJM, dovette fare necessarie concessioni al
settore privato, sperando in uno sfruttamento ed una gestione statale dello stesso.
Infatti, i settori capitalisti privati vennero sovente finanziati con incentivi pubblici, anche
se l’espansione del settore pubblico andava minacciando l’indipendenza di tali settori.
Questo contrasto apparve in maniera evidente nel primo anno di vita del governo di
Bishop.

Nonostante Grenada fosse un paese a chiara vocazione agricola, il NJM si dimostrò da


subito particolarmente interessato allo sviluppo del settore turistico. Questa esigenza era
sicuramente dettata dallo scarso potenziale del paese all’interno dei flussi commerciali con
l’estero. La piccola isola poteva trovare nel turismo modalità di sviluppo economico
compatibili con una riduzione del deficit della bilancia dei pagamenti, come già alcuni
paesi caraibici avevano fatto10.

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Il regime di Bishop, come molti altri caraibici, guardavano alle politiche socialiste sotto la lente de nazionalismo. Un
esempio simile (a livello regionale) era stata la rivoluzione cubana castrista, animata da un forte senso di nazionalismo.
Anche in essa, specie nella figura di Ernesto Guevara, erano comunque presenti alcune prospettive universalistiche.
Sotto questo aspetto, la figura del “Che” si differenziava da quella di Fidel Castro e questa differente interpretazione
della rivoluzione diventò inconciliabile a partire dal 1963.
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Nel corso degli Anni Settanta e Ottanta, il consistente sviluppo consistente della classe media americana ed europea
contribuì ad attirare capitali nei Caraibi. I principali metodi per favorire questo afflusso (e vincere la concorrenza) erano
essenzialmente due. Da un lato, l’industria de turismo e, dall’altro, la creazione di regimi bancari favorevoli, ossia i c.d.
“paradisi fiscali”. Un esempio di questa seconda strada furono le isole Bahamas, che, già dai primi anni del XX secolo,
liberalizzarono tutta una serie di istituti creditizi offshore.
Il governo rivoluzionario sviluppò un progetto di costruzione di un aeroporto moderno ed
efficiente (finalizzato al rilancio della concorrenzialità turistica del paese) – costo totale 71
milioni di US$ - che dimostrava de facto il proprio interesse per tale settore.
Tuttavia, secondo alcuni critici, l’incentivo alla vocazione turistica dell’isola – anche se
supportato da ingenti investimenti – non avrebbe sanato la contraddizione con l’anti –
imperialismo promosso dal governo Bishop. In altre parole, il settore turistico era
destinato a declinare (proprio come a Cuba) anche a causa della radicata scelta ideologica
dell’isola.
Il governo dell’isola sembrava essersene reso conto ed infatti optò per la stimolazione di un
“new tourism”, in antitesi con quello tradizionale statunitense o europeo. Questo mostrava
una visione di mobilità turistica propriamente intra – caraibica e fortemente
terzomondista.
La vera spina dorsale dell’economia rimaneva comunque l’agricoltura. Non a caso, il 1981
fu proclamato Year of the Agricultural Production and Agro-Industry.
Il governo si mosse promuovendo la formazione di corporazioni, a quasi totale gestione
centralizzata e statale, finalizzate alla razionalizzazione della distribuzione della terra e allo
sviluppo di una agricoltura intensiva. Nel 1981, gli interessi del piccoli proprietari terrieri
vennero aggregati nella Productive Farmer Union.
Per modernizzare le campagne, al fine di evitare il loro eccessivo spopolamento, il governo
fornì servizi simili a quelli già esistenti nelle città: luce elettrica, acqua potabile, trasporti,
medicine e strutture sanitarie, unità abitative a basso costo, ma soprattutto una
legislazione sociale molto attenta alle condizioni di vita dei lavoratori del settore agricolo.
I progressi di Bishop nel settore agro – alimentare furono notevoli, ma questa porzione
dell’economia grenadina subì lo stesso destino dell’industria turistica. I fattori di una
stentata ripresa economica dell’agricoltura devono essere ricercati nei continui disastri
ambientali (in particolare i tornado che spazzavano l’isola di frequente) e il declino dei
prezzi e una crisi da sottoconsumo (propria di una economia terzomondista).
In particolare, il crollo dei prezzi si fece sentire molto a livello internazionale. Il
deterioramento delle ragioni di scambio dei prodotti agricoli fu abbastanza forte: da un
volume di 19.26 milioni di US$ del 1979 precipitò a 11.31 milioni nel 1983. Sotto questi
auspici, il settore agricolo si dimostrò decisamente incapace di investire un maggior
numero di risorse in innovazione.
Nel settore industriale, il NJM promosse la produzione di beni che sfruttassero
manodopera, materie prime e tecnologia locali, cercando così di evitare una dipendenza
eccessiva dell’estero. Questa visione si combinava anche con l’esigenza di costruire un forte
mercato interno e, come in una sorta di “autarchia”, produrre beni per il consumo locale11.
La produzione industriale cercò comunque di non prescindere dal settore privato,
sviluppando un modello di “industrialization by invitation”, in cui l’incentivo alla
macchina produttiva rappresentava una parte riservata allo stato.
Tuttavia, questa strategia incontrò forti critiche da parte di organismi internazionali, come
la Banca Mondiale (ma anche dall’ONU).
Il fallimento della strategia del NJM fu determinata soprattutto dalla scarsa adesione
dell’investimento privato ai progetti del governo. Sicuramente Bishop finì per alienarsi il
settore privato, soprattutto per la vocazione anti – capitalistica del governo, che definiva gli
imprenditori come “parasites in the full-time service of the capitalism”.

Per quanto riguarda i successi economici del governo rivoluzionario, i dati rilevabili sono
incerti. Sicuramente tra il 1979 e il 1983 l’economia crebbe, ma il volume di tale crescita è
alquanto dibattuto.
Secondo il governo isolano, la crescita economica procedette con il seguente ritmo: 2.1
(1979), 3.0 (1980), 3.1 (1981) e 5.5 percento (1982). Alcuni organismi internazionali, come
il FMI, riportano dati più ridotti, ma comunque confermano un trend accrescitivo.
Tra i settori maggiormente beneficiati dal nuovo governo vi fu quello edile e delle
infrastrutture. I progetti per la costruzione di nuove e moderne infrastrutture diedero un
impulso massiccio a questa porzione di mercato, che crebbe del 20% nei primi Anni
Ottanta.
Il settore industriale fu comunque un punto di debolezza del paese e della politica statalista
del NJM. La vocazione anti – manifatturiera non fu smentita ed il settore privato non
contribuì, come già ricordato, ad assecondare i progetti di sviluppo del governo. Inoltre,
molte delle cooperative statali fallirono nel conseguimento dei propri obiettivi e
registrarono deficit evidenti.
Tuttavia, il principale problema rimase quello di compensare la drastica riduzione
dell’investimento privato. Questa doveva necessariamente avvenire tramite un incremento
della quota di mercato controllata dallo stato. La situazione divenne particolarmente
critica a partire dal 1981, anno in cui vennero ridotte le forniture di prestiti dall’estero e i
tradizionali prodotti agricoli da esportazione subirono una deflazione.

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La strategia di autarchia si dimostrò particolarmente perigliosa perché mise solamente in chiaro quale fosse il regime
di dipendenza dall’estero. Tuttavia, non fu in grado di incrementare significativamente la possibilità di spesa delle
famiglie isolane. Ed infine, i maggiori organi creditizi internazionali, di chiara vocazione ultra-liberista e finanziati in
massima misura dagli USA, rifiutarono l’appoggio ad un simile progetto “anti-liberale”.
La costruzione dell’aeroporto internazionale fu l’unico progetto che non perse consistenza
per insufficienza di fondi, vista la volontà del governo di inaugurarlo per il quinto
anniversario della rivoluzione.
Nonostante alcuni fallimenti (anche piuttosto gravi), vi furono comunque diversi successi,
soprattutto per quanto riguardava gli standard di vita della popolazione.
Riferendosi al modello cubano, Bishop (ma soprattutto Coard) portò l’istruzione gratuita
in tutti i piccoli villaggi rurali dell’isola, incentivò l’assistenza alle persone malate o in
situazioni di indigenza economica, migliorò l’assistenza sanitarie e la rese gratuita,
potenziò i servizi pubblici (ed in particolare i trasporti).
I piani per la riduzione dell’inflazione e della disoccupazione diedero frutti sorprendenti,
anche a detta del FMI. Il tasso inflazionistico venne ridotto al 7%, mentre la
disoccupazione (stimata attorno al 49% nel 1979) scese al 14 nell’aprile del 1982.
Gli organismi economici internazionali, soprattutto la BM e il FMI, fecero ben presto
marcia indietro, manifestando a Bishop il sospetto che il NJM fosse ricorso ad un “ritocco”
delle quote della forza lavoro isolana.
Indipendentemente dalla polemica allora in atto, sarebbe assurdo affermare che il governo
rivoluzionario non avesse creato un buon numero di posti di lavoro. Se non altro per
l’ingente quantità di finanziamenti pubblici che reggeva l’economia del paese.
Tuttavia, occorre anche tener presente che molti di questi nuovi posti di lavoro erano
principalmente stagionali e si eclissarono nel momento in cui gli investimenti pubblici
dovettero affrontare l’insufficienza di fondi.
In preda alla “disperazione”, il governo di Grenada decise allora di rivolgersi al FMI,
nonostante la sua nota propensione per minare le dinamiche di sviluppo non capitalista.
L’apertura ad un concordato con il FMI era un chiaro segno di deterioramento
dell’economia isolana; in particolare, un serio problema di liquidità minava le spese future
per il welfare state, tenacemente intrapreso da Bishop12.

Libertà e politica durante il periodo post – rivoluzionario

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La parabola economica discendente di Bishop è assai simile a quella intrapresa da Michel Marley del People’s
National Party in Jamaica. Il PNP, partendo da una prospettiva economica social-democratica, si avvicinò nuovamente
al FMI (1977-78) proprio per assenza di fondi. Alcuni studiosi e “simpatizzanti” di politiche progressiste (come il
politologo jamaicano Trevor Munroe) sostengono la tesi del “ricatto” operato dalla finanza internazionale (palesemente
in mano agli statunitensi) a programmi politici impostati sulla ridefinizione dei rapporti economici fra nord e sud del
mondo.
Una volta salito al potere, nel marzo del 1973, il NJM attribuì al colonialismo britannico e
al “neocolonialismo” capitalista la condizione di arretratezza economico – sociale dell’isola.
Questa visione ebbe un impatto decisamente forte sul proseguo dell’esperienza
rivoluzionaria di Bishop. Egli procedette allo smantellamento del sistema politico
Westminster, definito come una forma di “two – seconds democracy”, in cui l’elettore
veniva chiamato a decidere solamente per due secondi ogni cinque anni (in corrispondenza
delle elezioni). In effetti, se il modello bipartitico britannico era già stato pervertito e
polarizzato dal regime di Gairy, il NJM optò per un suo totale sradicamento.
Una tale politica era giustificata dalla stretta connessione tra la diffusione di un siffatto
sistema politico e il passato (neppure poi troppo remoto) coloniale dell’isola.
Inoltre, un tale modello veniva definito come non – rappresentativo, a causa dello stretto
controllo che le élites potevano esercitare sui gangli democratico dello stato,
razionalizzando a proprio vantaggio la partecipazione politica ed elettorale delle masse.
L’ideale organizzativo a cui il NJM aspirava era una forma di partecipazione diretta e “dal
basso” della popolazione isolana. In altre parole una sorta di “participatory democracy” ,
propria del comunismo pre – scientifico (o utopico). Come alcuni autori hanno
sottolineato, la (voluta) disgregazione del modello maggioritario britannico (che ben aveva
operato nei Caraibi britannici, in termini di transizione democratica) comportò un
progressivo deterioramento nella tutela dei diritti individuali (economici e non).
Questa visione della società presupponeva la creazione di organizzazioni di cittadini che
alimentassero, ispirassero e guidassero il policy making degli uomini di governo, senza
subirne passivamente le strategie.
Questa tendenza, manifestata subito dopo l’insediamento di Bishop, determinò la nascita e
lo sviluppo di un numero molto altro di organizzazioni di massa, anche se sotto l’egida di
funzionari del NJM. Tuttavia, la partecipazione di queste organizzazioni e della “gente” alle
politiche decisionali fu effettivamente limitata13.
Il fallimento del progetto sociale dei rivoluzionari fu anche determinato dalla crescente
frustrazione della popolazione, in corrispondenza delle restrizioni degli elementari diritti
civili e politici, dalla mancanza di elezioni libere e competitive e dal ristretto accesso delle
organizzazioni di massa al meccanismo di decision making politico.
In effetti, dopo l’oppressiva esperienza del regime di Gairy, la popolazione si sarebbe
aspettato un ritorno alle pratiche democratiche dopo la sua sconfitta. Alcuni critici vedono

13
Il regime di Bishop subì una deriva burocratica, dettata dall’esigenza di mantenere le redini del potere e della
partecipazione, senza ricorrere all’elemento legittimante delle elezioni politiche.
proprio in questo “tradimento” delle aspettative un elemento di intrinseca debolezza del
movimento rivoluzionario.
Tuttavia, i precetti della nuova organizzazione politica di Grenada potevano essere accolti
all’interno delle peculiari strutture demografiche dell’isola. Una popolazione di circa
89,000 abitanti poteva essere vista come la base per un esperimento democratico di
partecipazione diretta, abbandonando le forme tradizionali di partecipazione. Tuttavia, la
mancata attuazione di questo progetto, portò al consolidamento di pratiche anti –
democratiche.
Alcuni studiosi hanno cercato di sviscerare dall’esperienza grenadina gli elementi
caratteristici di totalitarismi del XX secolo. In primo luogo, sarebbe facilmente
riconoscibile una visione totalitaria e messianica della società, tenuta insieme dal collante
del marxismo escatologico, grazie al quale il NJM avanzava la pretesa di spiegare la storia e
indirizzare le azioni di governo future.
Sotto questo auspicio, andava nascendo il mito del “new man” e della “new society”, che
potrebbe essere assimilato all’homo sovieticus della tradizione marxista – leninista.
Un aspetto non secondario rivestiva il possente ruolo svolto dal NJM nell’organizzare e
dirigere la vita sociale del paese. Il sistema monopartitico garantiva una gestione e un
controllo del NJM sui principali mezzi di comunicazione, previa soppressione delle
principali fonti critiche dell’isola. Infatti, molti giornali vennero chiusi e vi furono anche
diversi prigionieri politici.
Tuttavia, un’assimilazione totale al modello totalitario sovietico sarebbe un passo troppo
azzardato: a Grenada non vennero sicuramente perpetrate procedure genocidiarie tipiche
del periodo stalinista o “purghe” di violenza inaudita.
Anche dal punto di vista dell’intervento dello stato in economia, la società civile e il settore
privato godettero comunque di un indipendenza decisamente forte, rispetto ai principali
sistemi totalitari di stampo sovietico. In primo luogo, l’economia di Grenada non fu mai
sotto il totale controllo statale, ma si basava su un sistema misto di interventismo statale
ed iniziativa privata. Inoltre, il modello della “industrialization by invitation”, causa prima
del fallimento del progetto rivoluzionario, fu rifiutato liberamente dai settori privati
dell’economia isolana. Questo “potere di ricatto” non troverebbe applicazioni in un
qualsiasi totalitarismo.

La fine di Bishop e gli equilibri internazionali


Il crescente deterioramento delle politiche e delle strategie della rivoluzione, mise in
evidenza tutte le sue contraddizioni e debolezze. Era chiaro che, a differenza di Cuba, il
neonato NJM non sarebbe stato in grado di tenere ancora per molto le redini della
rivoluzione. Questa condizione di debolezza poteva essere evinta da diversi fattori. In
primo luogo, il movimento rivoluzionario di Grenada procedeva senza un solido e
confermato retroterra dottrinale: l’influenza sincretica di culture e dottrine socio –
politiche diverse (a tratti incompatibili) non giovava sicuramente alla rivoluzione.
Da questo presupposto, si può anche capire perché, ad un certo punto, la carismatica
leadership di Bishop entri in una fase di crisi, peraltro interna al governo. Le fazioni più
estremiste, come quella capitanata da Coard, non perdonarono a Bishop l’eccessivo
danneggiamento delle condizioni politiche del governo.
Coard e la fazione marxista – leninista massimalista decisero per l’arresto di Bishop,
avvenuto il 12 ottobre 1983. Questo provvedimento fu giustificato dal sospetto che Bishop
stesse per far arrestare ed espellere dal governo i sostenitori di Coard.
L’opinione pubblica isolana manifestò la propria solidarietà all’ex Primo Ministro,
marciando verso la prigione in cui egli era custodito. Il nuovo governo optò per l’intervento
armato per sedare la rivolta e decise di giustiziare Bishop.
Il passaggio verso una vera e propria dittatura di stampo socialista era stato probabilmente
compiuto. Tuttavia, la risposta regionale degli Stati Uniti non tardò ad arrivare.
In realtà, le tensioni fra Washington e la rivoluzione in Grenada non potrebbero essere
fatte risalire solamente al 1983. Sin dagli esordi della rivoluzione, Bishop si era già
mostrato intollerante nei confronti della politica caraibica degli Stati Uniti14. Il NJM aveva
in più occasioni ripetuto il proprio dissenso nei confronti dell’imperialismo capitalista
statunitense (e occidentale). Secondo la dottrina della rivoluzione, furono gli stessi Stati
Uniti a provocare Grenada a causa della sua scelta di non – allineamento, terzomondismo
e anti – imperialismo. Ovviamente molto questioni rimangono tuttora dibattute: fu la
pressione americana a causare l’involuzione del NJM verso la realizzazione del socialismo?
Oppure fu il socialismo di Grenada a minacciare gli interessi ed il modello di sicurezza
regionale statunitense?
La risposta a queste domande non è chiara e neppure univoca. Vero è che dalla primavera
del 1979 il governo rivoluzionario contattò direttamente gli interlocutori occidentali,

14
La presidenza Reagan aveva varato nel 1981 la Caribbean Basin Iniziative (CBI), con a finalità di mobilitare 350
milioni di dollari in incentivi economici per la creazione di una zona di libero scambio in America Centrale e Caraibi.
Questa politica ebbe un successo decisamente limitato, poiché gli aiuti ipotizzati dagli statunitensi erano una briciola in
confronto agli effettivi bisogni della regione. La sola Jamaica avrebbe avuto bisogno, nel corso del 1982, di 580 milioni
di dollari per risollevarsi da una situazione economica alquanto pericolante. Inoltre, gran parte dei fondi scongelati dal
Congresso furono destinati all’addestramento delle truppe locali e al potenziamento dei contingenti militari.
dichiarando il proprio impegno per la protezione e la salvaguardia della vita e della
proprietà dei cittadini americani. Bishop promise anche l’indizione di elezioni libere e
competitive, al fine di costituire un governo dotato di legittimità popolare.
Dopo la riunione del National Security Council del 15 marzo 1979, gli Stati Uniti decisero
di appoggiare la Gran Bretagna e gli stati caraibici orientali nella richiesta di indire, in un
tempo piuttosto breve, elezioni democratiche. Tuttavia, nel proseguo dell’esperienza
rivoluzionaria, gli Usa iniziarono a mostrare seri dubbi sulla possibilità di assolvere tali
promesse.
Infatti, il 28 marzo dello stesso anno, il governo di Grenada ritirò la decisione di richiede
un corpo di pace di volontari agli Stati Uniti. In compenso, dall’aprile del 1979 iniziarono
ad affluire armamenti di provenienza cubana.
Tuttavia, il timore di un’imminente invasione ad opera di Gairy e dei suoi successori
riallacciò i rapporti tra Bishop e gli americani. Questi scongiurano una qualsiasi offensiva
contro l’isola, ma misero in guardia Bishop sul possibile deterioramento delle relazioni con
gli Stati Uniti, in corrispondenza di un incremento dei legami con Cuba.
A questo punto, il NJM iniziò un tira – e – molla con gli Stati Uniti, che risultò tutt’altro
che proficuo. Se da un lato Bishop si lamentava in più occasioni per gli scarsi aiuti concessi
dagli americani, dall’altro il proprio governo (e per giunta lui stesso) sembrava non volere
tali sostegni, bollandoli come “farina del demonio”.
In realtà, alcuni sostennero che Bishop intendeva instaurare un braccio di ferro puramente
virtuale, in modo tale da essere visto dal blocco sovietico come una nuova Cuba, ottenendo
così aiuti direttamente dall’URSS.
Durante l’estate del 1979, gli Stati Uniti, decisi a procedere a lunghi passi verso
l’integrazione regionale, offrirono diversi aiuti e supporto logistico agli stati caraibico
orientali, esclusa Grenada.
Questo era l’inizio della presidenza Reagan, che mutò significativamente i rapporti fra i
due paesi. In realtà, Bishop avrebbe potuto lenire la tensione con gli Stati Uniti, indicendo
elezioni immediatamente. Elezioni che il NJM avrebbe sicuramente vinto15.
Questa “purezza” del NJM nei confronti della democrazia fu pagata a caro prezzo. Questo
perché Ronald Reagan mise da subito le cose in chiaro: gli Stati Uniti avevano il diritto di
combattere perché il Mare dei Caraibi non si trasformasse in un bacino comunista.
Vennero, pertanto, ristrette le relazioni diplomatiche fra i due paesi e gli USA cercarono di

15
Il sostegno a Bishop e al NJM era, almeno nell’immediato, particolarmente diffuso tra la popolazione dell’isola.
L’intrinseca debolezza (ideologica e pratica) del nuovo regime poteva essere compresa proprio partendo da questo
mancato sfruttamento di un memento favorevole.
evitare che uno qualsiasi dei propri alleati aiutasse (anche indirettamente) l’isola di
Grenada.
Sul versante opposto, il governo Bishop ricevette sicuramente aiuti dal blocco sovietico,
Cuba e URSS in testa. Entrambe parteciparono alla costituzione e al potenziamento della
People’s Revolutionary Army (PRA).
Tuttavia, la “blanda” leadership era a malapena sopportata dall’Unione Sovietica, che,
secondo gli americani, appoggiò il polpo di stato dell’ottobre 1983.
Resta comunque dubbia la portata trozkista della rivoluzione di Grenada. Nonostante gli
appoggi diretti del blocco socialista, l’economia dell’isola rimaneva stagnante e povera: in
poche parole, non esistevano le basi per un’offensiva a tutto campo contro gli avamposti
alleati degli statunitensi.
Tuttavia, vero rimane il fatto che Bishop aveva calorosamente appoggiato ogni azione
sovietica sulla scena internazionale, come l’invasione dell’Afghanistan. I legami con la
Cuba di Castro erano finalizzati, poi, allo sfruttamento delle esternalità positive che il
regime castrista poteva offrire all’isola confinante. In effetti, da Cuba arrivarono centinaia
di lavoratori specializzati, consiglieri militari, tecnici e personale medico16.
La rivoluzione di Grenada si inserì, de facto, in un mutato quadro d’azione degli Stati Uniti
d’America. Negli Anni Settanta, il Presidente Carter aveva paventato la possibilità di
tollerare alcuni regimi progressisti (o social – democratici), purché rispettassero la prassi
democratica e non cedessero alle lusinghe di Mosca. Con Reagan, questo atteggiamento
mutò sensibilmente: la “presidenza imperiale”, armata di un forte unilateralismo, cercò
una nuova strada per bloccare l’espansionismo del comunismo all’interno dell’area
caraibica e latinoamericana. La Presidenza USA era pronta a calcare la mano e ad
intervenire direttamente per sedare qualsiasi forma di governo tendenzialemente ostile
agli interessi americani, riprendendo con vigore la politica del “corollario Roosevelt”.
Sotto questo punto di vista, l’assassinio di Bishop e la transizione del potere verso i membri
più radicali del NJM fu visto come un eccellente casus belli.

L’invasione di Grenada

Le relazioni tra Grenada e gli Stati Uniti andarono decisamente in putrefazione in


corrispondenza della vittoria elettorale di Ronald Reagan. La politica dell’integrazione

16
Come possiamo notare anche oggi, la cooperazione alla sviluppo cubana, nonostante il quarantennale embargo, è
attivissima.
caraibica (che sfociò nella Caribbean Basin Iniziative) fu un abile strumento per
estromettere Bishop e Castro da pericolose connessioni con l’emisfero occidentale,
soprattutto a livello economico. Le pressioni statunitensi fecero sì che la Banca Mondiale e
la Caribbean Development Bank bloccassero i propri aiuti economici all’isola, lasciandola
in balia della crisi economica. I fondi del FMI furono ridimensionati e ristretti e Grenada
fu tagliata fuori dalle iniziative di integrazione della CBI.
Le tensioni precipitarono con la visita di Bishop a Woshington (giugno 1983). Durante il
soggiorno negli Stati Uniti, il Presidente Reagan rifiutò di vedere il Primo Ministro di
Grenada e il National Security Adviser, William Clark, ammise candidamente di non
conoscere l’esatta collocazione geografica dell’isola.
Alcuni analisti sostengono che questi elementi di rottura delle relazioni con Grenada
fossero finalizzati ad incentivare lo sgretolamento del NJM dalle fondamenta stesse del
partito.
Secondo le rivelazioni del Washington Post emerse chiaramente che la strategia
dell’invasione era comunque stata presa in considerazione sin dal 1981. Nell’estate dello
stesso anno, la CIA aveva condotto una simulazione di intervento sull’isola di Vieques, a
largo delle coste di Porto Rico.
Una tale rivelazione dimostrerebbe come, di fatto, i vertici militari degli USA fossero
ampiamente preparati ad un intervento contro il NJM.
Tra le ragioni dell’intervento va sicuramente considerata quella che fa capo ad una parte
della storiografia neo – marxista. Gli Stati Uniti si sarebbero risentiti a tal punto con
Grenada per il fatto che questa andava patrocinando un esperimento di governo pseudo –
socialista, alternativo all’ ”Impero delle libertà” americano. Questa spiegazione propende
per analizzare l’interventismo americano sottolineandone la volontà di eliminare il “cattivo
esempio” che Grenada rappresentava. Qui, Reagan avrebbe agito come ultimo atto di sfida
nei confronti del declinante potere dell’URSS, applicando all’Unione Sovietica una
versione molto forte della “dottrina Monroe”17.
In realtà, tralasciando un’interpretazione a posteriori, occorre osservare come le
giustificazioni principali fossero quattro. All’interno di ciascuna sono comunque rimasti
punti in sospeso sull’effettiva veridicità delle informazioni raccolte dal Governo degli Stati
Uniti.
17
In effetti, la Presidenza Reagan si caratterizzò per un abbandono dell’attenzione per il rispetto e la tutela dei diritti
umani, tramontati insieme a Carter. Il finanziamento di gruppi paramilitari (come i contras nicaraguesi) e l’emersione di
alcuni scandali politico – militari erano chiara testimonianza dell’avvenuta trasformazione della Casa Bianca.
I questa task force contro il pericolo comunista (peraltro in declino spaventoso), la Presidenza operò una vera e propria
generalizzazione, bollando tutte le fazioni opposte al libero mercato come “comunisti”, ma soprattutto “guerriglieri”.
Con queste premesse, un intervento militare (anche se indiretto) era percepito come cosa necessaria per allontanare la
“red scare” dal continente americano.
1. Salvaguardia della vita dei cittadini americani18. L’Amministrazione Reagan affermò
falsamente che l’unico aeroporto internazionale dell’isola era stato chiuso al pubblico,
lasciando gli stranieri alla mercé dei militari. In realtà, alcuni giorni prima
dell’invasione un buon numero di stranieri aveva lasciato l’isola a bordo di voli
charter. Inoltre, le procedure di imbarco dei passeggeri si svolgevano normalmente
anche all’aeroporto della capitale. Un particolare preoccupazione degli Stati Uniti era
quella di evacuare gli 800 studenti americani presenti alla St. George’s University
School of Medicine. Anche se non fu possibile dimostrare che le vite degli studenti
furono messe a repentaglio, il loro arrivo sani e salvi negli USA fu sicuramente una
pubblicità ottime per l’amministrazione. Un gruppo di intendenti grenadini e cubani
avevano ricevuto gli studenti e garantito loro l’incolumità. Anche lo staff
dell’ambasciata americana a Barbados, che visitò gli studenti di medicina, non ravvisò
la necessità di intraprendere azioni precipitose contro il governo del NJM. Riguardo
ad altre situazioni di pericolo per i cittadini americani, l’amministrazione USA non
raccolse né dati né rapporti19.
2. Operazioni militari e sostegno logistico di Cuba. Un secondo pericolo era costituito,
per l’amministrazione americana, dalla presenza di warehouses cubane sul solo
isolano. Queste riserve sarebbero servite ad alimentare la guerriglia filo – castrista in
America Centrale (precisamente in Nicaragua) e in Africa. Sull’isola esistevano
comunque solo 3 magazzini di armi, che peraltro erano antiquate e mal funzionanti.
Inoltre, l’isola di Grenada era logisticamente incompatibile con le eventuali pretese
cubane di supporto alla guerriglia in America Centrale e Africa. Infatti, l’isola di
Grenada era distante dalle coste del Nicaragua tanto quanto Cuba, e soprattutto era a
12,000 miglia dalle coste dell’Angola. L’apporto numerico dei cubani alla resistenza
isolana fu comunque modesto. Solamente 100 (su 750) cubani sull’isola
appartenevano al personale militare in grado di scendere sul campo di battaglia;
inoltre, il nerbo della resistenza all’invasione fu condotto dagli abitanti e non dai
cubani, come sostenne Reagan. Secondo alcuni, fu questa situazione a spingere
l’amministrazione americana a non permettere l’accesso alla stampa internazionale
durante le operazioni militari. Castro aveva anche preso le distanze dal regime
instaurato da Coard, dichiarando che:

18
L’amministrazione Reagan aveva ripreso con vigore la politica di protezione degli interessi provati americani,
risalente al “Corollario Roosevelt”.
19
La decisione di escludere i giornalisti dall’isola ha avuto una ripercussione negativa anche sulla descrizione delle
operazioni di guerra, poiché e uniche fonti sono quelle del comando americano in loco. Inoltre, le informazioni raccolte
dai quadri militari sono decisamente scarse, come se quelle poche raccolte fossero già uno strumento sufficiente per
giustificare l’operazione di invasione.
'no doctrine, no principle or position held up as revolutionary, and
no internal division justifies atrocious proceedings like the physical
elimination of Bishop and the . . . worthy leaders killed yesterday.
The guilty parties, he said, should be 'punished in an exemplary
way.20
3. Costruzione dell’aeroporto di Port Salines. Al momento del colpo di stato di Coard
codesto aeroporto era in costruzione nella parte meridionale dell’isola, poco distante
dalla capitale St. George. Gli americani espressero la preoccupazione che la nuova
infrastruttura potesse essere utilizzata come scalo militare per i sovietici ed i cubani.
In realtà, esso avrebbe dovuto essere un trampolino di lancio per l’industria turistica
isolana e, nel 1983, era comunque ancora in costruzione e quindi troppo piccolo per
ospitare atterraggi e manovre di cargo militari. Il fatto che la costruzione dello scalo
aereo fosse stato voluto esplicitamente dai cubani era una falsità. Al progetto
partecipavano sicuramente un buon numero di ingegneri, progettisti e operai
castristi, ma la direzione spettava alla firma Plessey, un’impresa britannica
sottoscritta dal governo Tatcher. Inoltre, oltre ai capitali isolani, erano coinvolti anche
finlandesi e canadesi. La stessa Plessey negò di aver mai costruito a Grenada alcuna
infrastruttura di carattere militare.
Di fatto, gli americani erano già da molto a conoscenza del progetto e dei lavori per la
costruzione dell’aeroporto e mai primi si erano preoccupati per l’utlizzo della
struttura.
4. Richiesta di intervento da parte dell’OECS. La Organization of Eastern Caribbean
(OECS) richiese l’intervento americano in seguito al pericolo che il colpo di stato
comunista di Coard potesse “infettare” anche altri stati. Questa richiesta fu presa
dall’amministrazione Reagan come giustificazione internazionale per il proprio
intervento. La carta della OECS ammette esplicitamente l’intervento e offre la
possibilità di “arrangement for collective security against external aggression”.
Tuttavia, dal momento che Grenada era parte integrante dell’OECS, non si trattava
(né de jure e neppure de facto) di un’aggressione esterna, operata da uno stato non
parte dell’organizzazione. La carta dell’organizzazione sanciva l’unanimità della
decisione di richiedere assistenza e di intervenire militarmente contro un’aggressione.
Sicuramente non era il caso di Grenada, poiché tre paesi (St. Kitts – Nevis, Monserrat
e Grenada) non appoggiarono né legittimarono l’intervento. L’intervento americano è

20
La dichiarazione di Castro risale al 25 ottobre del 1983, e viene riportata da
http://www.thegrenadarevolutiononline.com/page4.html
poi assurdo, se si considera che gli USA non erano parte in causa, vista la non
appartenenza all’organizzazione. Da ultimo, il trattato costitutivo dell’OECS stabiliva,
per gli stati membri, l’intangibilità dei diritti e degli obblighi derivanti dalla
partecipazione ad altre organizzazioni internazionali, come l’ONU. Questo non ha
comunque impedito il ricorso all’uso della forza.

L’invasione dell’isola iniziò alle 5 am del 25 ottobre 1983. Si trattava della più grande
operazione militare americana dalla fine della guerra in Vietnam. L’esito della guerra fu
decisamente scontato vista la netta superiorità americana e la scarsità di uomini e mezzi
delle forze isolane. Le forze statunitensi ammontavano a circa 7,300 unità (considerando
300 unità provenienti dall’esercito jamaicano e di Barbados), mentre Grenada disponeva
di 1,500 regolari e di 600 cubani, che, a dispetto di quanto sostenne l’amministrazioni
Reagan, erano principalmente ingegneri militari.
In pochi giorni l’isola venne occupata e gli USA si ritirarono solamente alla metà di
dicembre del 1984, dopo la nomina, da parte del Governatore Generale, del nuovo Primo
Ministro.

Sostegno e critiche all’intervento

L’invasione fu salutata negli USA come fervore patriottico. Questa “guerra lampo” contro
un nemico debole era servita a far comprendere agli americani (dopo la disastrosa
esperienza in Vietnam) di non essere una paper tiger21.
Sotto questo profilo, l’operazione del 1983 si avvicinò molto alla guerra ispano – americana
della fine del XIX secolo. Non solo riuscì ad operare un rally round the flag fra le file
americane, ma servì a far schizzare in alto la popolarità del Presidente. E questo andò a
vantaggio anche delle politiche reaganiane a livello internazione. Nell’area caraibica,
l’amministrazione era convinta (così come parte dell’opinione pubblica americana) di aver
sventato la possibilità di un nuovo esperimento socialista, dando una lezione a Cuba.
Inoltre aveva trovato, in Jamaica e Barbados, dei valenti alleati politici per portare avanti
l’esperimento del CBI (Cariebbean Basin Initiative).

21
L’appellativo “tigre di carta” era stato introdotto dalla stampa americana per evidenziare come la politica americana,
dopo l’esperienza drammatica del Vietnam, avesse perso forza. Infatti, l’intervento diretto delle forze armate americane
fu relegato ad una sorta di tabù che, né Ford né Carter, furono in grado di violare. Tutto questo a danno del grande
potere di deterrenza che gli USA avrebbero dovuto mostrare a livello internazionale. Grenada fu l’occasione per
controvertere questa tendenza, ovviamente con un dispendio minuscolo di forze e perdite.
Il “buon esempio” americano era un monito diretto anche al “cattivo esempio” del
movimento sandinista in Nicaragua: alcuni vedono nell’intervento a Grenada un fase
complementare al finanziamento dei Contras .
Per quanto riguarda l’appoggio interno all’intervento, esso fu quasi unanime. Il favore
all’azione militare, pur configurabile come una violazione al diritto internazionale,
provenne anche dalle fila democratiche: il leader del Partito Democratico, Walter
Mondale, si espresse favorevolmente all’azione intrapresa.
A livello internazionale questa intesa bipartisan a vantaggio dell’invasione non fu
riscontrata. Alcune critiche si sollevarono anche all’interno del blocco occidentale. Grenada
era parte del Commonwealth of Nations, promosso dalla Gran Bretagna, guidata da
Margaret Tatcher. La “lady di ferro” si oppose personalmente alla decisione di inviare le
truppe americane sull’isola. Ella scrisse al Presidente Reagan:
“This action will be seen as intervention by a Western country in the
internal affairs of a small independent nation, however unattractive
its regime. I ask you to consider this in the context of our wider
East-West relations and of the fact that we will be having in the next
few days to present to our Parliament and people the siting of
Cruise missiles in this country...I cannot conceal that I am deeply
disturbed by your latest communication.”22
Lo stesso Foreign Secretary britannico comunicò alla Camera dei Comuni che
l’amministrazione americana non aveva in alcun modo comunicato l’intenzione di
procedere ad un intervento militare. Alle pressioni del Primo Ministro inglese, Reagan
rispose candidamente:
“She was very adamant and continued to insist that we cancel our
landings on Grenada. I couldn't tell her that it had already begun.”23
In America Latina le proteste si susseguirono per diversi giorni. A Città del Messico, 10,000
studenti marciarono verso l’ambasciata americana; a La Paz (Bolivia) avvenne la stessa
cosa; in Repubblica Dominicana i dimostranti vennero dispersi a fucilate; a Trinidad la Oil
Refinery Workers Union condannò l’ingerenza americana con uno sciopero generale.
Particolarmente dure furono le reazioni degli ultimi “ridotti” socialisti del Continente,
Nicaragua e Cuba. Fidel Castro, in un discorso pronunciato ai funerali dei cubani uccisi
sull’isola (14 novembre 1983), aveva messo in chiaro la posizione di Cuba nei confronti del
regime di Coard e le menzogne perorate da Reagan.

22
Da Thatcher, Margaret (1993), The Downing Street Years pag. 331
23
Da Reagan, Ronald (1990). An American Life pag. 454
Le giustificazioni americane all’intervento erano state rifiutate anche dal Canada, che aveva
interessi commerciali nella costruzione dell’aeroporto di Port Salines.
Anche l’ONU manifestò una certa intolleranza nei confronti dell’operazione “Urgent Fury” ,
come era stata ribattezzata l’invasione di Grenada. Il Consiglio di Sicurezza votò per
condannare l’invasione, ma la decisione venne bloccata dal veto degli Stati Uniti, ovvero
dall’unico voto contrario in seno al Consiglio. L’Assemblea Generale delle Nazioni Unite
condannò l’operazione con ampio margine. Il Presidente Reagan criticò aspramente questa
decisione, bollando l’Assemblea come un organismo animato da sentimenti anti-americani,
senza ricordare che, solamente quattro anni prima, lo stesso organo aveva condannato
l’invasione sovietica in Afghanistan.

La transizione democratica: Grenada oggi

La restaurazione dello status quo ante ad opera degli USA aprì le porte ad una spinta verso
la democratizzazione e l’afflusso di capitali stranieri sull’isola.
Questo fu possibile anche grazie agli ingenti fondi che l’amministrazione Reagan stanziò in
aiuti. Dopo l’invasione, Gli americani approvarono un piano di aiuto, facendo affluire al
nuovo regime circa $48,4 milioni.
Gli Stati Uniti nominarono, nelle fasi successive all’operazione, un consiglio provvisorio che
durò in carica per più di un anno, ovvero sino alle elezioni del 1984.
Le prime elezioni democratiche di Grenada furono dominate dal New National Party
(NNP), che ottenne 14 dei 15 seggi parlamentari. La politica del NNP, capeggiato dal
centrista Herbert Blaize, fu decisamente a favore di un’alleanza politico – militare ed
economica con gli Stati Uniti e all’attrazione di capitali stranieri.
Le vicende democratiche dell’isola furono comunque fortemente centralizzate nella figura
di Blaize. Dal 1984 al 1989 (anno della sua morte), egli concentrò nelle proprie mani la
carica di Primo Ministro, di Ministro delle Finanze, Ministro degli Interni, Ministro della
Difesa, ma riuscì anche ad assicurarsi tutta una serie infinita di posti amministrativi di
prestigio. Sicuramente, questo fu il prezzo da pagare per l’attrazione all’interno del sistema
geo – politico americano: la stabilità era necessaria al fine di completare quelle riforme
strutturali (soprattutto economiche), finalizzate a garantire una migliore penetrazione
commerciale americana.
Tuttavia, le dinamiche democratiche sono comunque rimaste “fossilizzate” attorno a
cleavage partitici poco innovativi. Infatti, le principali formazioni partitiche in grado di
contendersi la vittoria sono derivazioni dall’originario NNP. Questi nuovi gruppi politici
non stanno sviluppando alcun progetto concreto per eliminare la dipendenza isolana dal
flusso internazionale di capitali provenienti dall’estero.
In effetti, Reagan voleva fare di Grenada la “vetrina” del capitalismo caraibico e destinò un
buon numero di fondi allo sviluppo dell’economia capitalistica. Tuttavia, la degenerazione
di questo meccanismo ha lentamente portato ad una dipendenza dal mercato statunitense.
L’invasione ha avuto effetti deleteri anche dal lato della vita politica. Il rifiuto violento
dell’ideologia dello sviluppo economico non capitalista ha permesso unicamente la
formazione di una classe politica asservita all’impero commerciale di Washington.
I piani di ristrutturazione economica dell’Usaid (U.S. Agency for International
Development) hanno arrecato alcuni benefici relativamente all’attrazione di capitali
internazionali, ma hanno ridotto l’economia ad uno stato altamente degradato. Questa
situazione, aggravata dall’ultraliberismo patrocinato dagli Stati Uniti, è incorsa nel
consueto meccanismo del growth without development (decisamente comune nell’area
caraibica). La trasformazione dell’isola in un paradiso fiscale (sul modello bahamiano) ha
convertito l’isola in un ricettacolo di depositi internazionali. Si calcola che vi sia una banca
ogni 64 abitanti. In realtà, questo sviluppo economico cela alcune problematiche
fondamentali. In primo luogo, l’afflusso di capitali offshore e i paradisi fiscali nascondo
spesso traffici illeciti, a cui paesi sviluppati offrono il proprio contributo. Da un’altra
prospettiva, l’incremento economico non ha assolutamente alcun riscontro dal punto di
vista del miglioramento delle condizioni di vita della popolazione. Inoltre, il tasso di
violenza (come in altre democrazie caraibiche) è altissimo, così come la percentuale di
tossicodipendenti e di alcolisti.
La mancanza di una credibile prospettiva economica spinge anche molti grenadini a
lasciare il proprio paese, proprio perché sussiste un malessere economico paralizzante. In
effetti, la grande trasformazione economica dell’isola non ha contribuito all’incremento del
Pil pro capite. In pochi anni, il modello per trasformare l’isola in “vetrina del capitalismo”
ha permesso lo spostamento di gran parte della popolazione attiva verso il settore terziario.
Oggi, i servizi rappresentano il 76.6% del Pil e anno lavoro al 62% della popolazione attiva.
Tutto questo, ovvero la modernizzazione dell’economia isolana, ha contribuito in maniera
scarsa ad un miglioramento significativo delle condizioni di vita della popolazione.
Il reddito pro capite è rimasto decisamente basso, ad un livello di 3,900 $ all’anno, ovvero
lo stesso standard raggiunto a Cuba. In particolare, più del 30% della popolazione vivrebbe
sotto la soglia di povertà.
Secondo alcuni dati raccolti, questa piccola “vetrina del capitalismo” ne subisce alcuni degli
effetti più traumatizzanti a livello di dipendenza dall’estero. A fronte di un valore delle
esportazioni pari a 40 millioni di dollari, le importazioni superano quota 270 milioni;
questo gap del debito estero si è attestato attorno ai 347 milioni di dollari nel 2004.
L’economia dell’isola è comunque fortemente legata, come in passato, al turismo
occidentale e le politiche economiche si concentrano soprattutto su un rilancio di tale
settore. Il progetto della costruzione di un nuovo polo turistico, come Port Louis, ha
assorbito gran parte delle risorse finanziarie del paese. Il 18 gennaio 2007 è sbarcato nel
nuovo porto il primo mega yacht (128 ft.) e, checché ne dica il Primo Ministro, i benefici
per la popolazione locale sembrerebbero “spalmabili” su un lasso di tempo piuttosto
lungo24. Infatti, l’agenzia Standard and Poor's ha già ritoccato al ribasso il credit rating di
Grenada, a causa di una situazione dei pagamenti con l’estero piuttosto difficoltosa.
La creazione di una vetrina per il capitalismo caraibico sembrerebbe essere sfumata in una
semplice operazione di facciata. L’apertura delle frontiere creditizie ha determinato, sì,
l’afflusso di capitali (statunitensi, inglesi, canadesi ed ora anche cinesi), ma non ha mutato
la fragilità strutturale delle istituzioni economico – politiche dell’isola. Queste continuano a
soffrire di una eccessiva dipendenza dall’estero, soprattutto per le operazioni di
investimento nel settore turistico, ovvero la principale attività del paese.

24
da http://www.caribbeannetnews.com/cgi-script/csArticles/articles/000043/004353.htm
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