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Tesi congressuali

Tesi 1
Cinque anni dopo. Dalla stagione dei movimenti al partito nuovo

Lunga, inedita, difficile, esaltante è la strada che abbiamo percorso assieme. Dall’autunno di cin-
que anni fa, da Chiusi a Roma. Una strada che abbiamo imboccato piegati dalla sconfitta e deside-
rosi della rivincita. Una strada sulla quale abbiamo camminato per chilometri e chilometri assie-
me alla nostra generazione da Genova a Firenze, da Assisi a Roma, da Porto Alegre a Parigi per co-
struire un mondo diverso fondato sulla giustizia sociale, per ridare centralità alla scuola e
all’istruzione, per restituire certezze, stabilità a chi vive una vita da precario. Una strada lastricata
di passione, impegno e sudore, come la politica che ci piace fare. Una strada percorsa assieme a
compagni di viaggio, vecchi e nuovi, che ci hanno chiamato a rinnovare profondamente la nostra
identità e la nostra funzione per rispondere a quella nuova domanda di politica che cresceva im-
petuosa in noi. Nella nostra generazione.
Una strada fatta di tante vittorie e qualche battuta di arresto. Una strada che ha visto una svolta
per noi e per l’Italia il 9 e 10 aprile.
Una svolta che non è la conclusione del viaggio ma un rimettersi in cammino per la direzione
giusta. Quella della riforma del nostro Paese, per aprirlo ai giovani, al loro talento e alla loro crea-
tività, per renderlo più giusto e più equo, per attrezzarlo a vincere la sfida con il futuro e la mo-
dernità, per ridargli dignità sulla scena internazionale e riportarlo a quella funzione di soggetto di
mediazione e di pace che gli spetta naturalmente in particolare nel bacino del Mediterraneo.
A Chiusi nel 2001 uscivamo dalla nostra prima esperienza di organizzazione giovanile di un par-
tito di governo. Lì abbiamo fatto i conti con la difficoltà incontrate dai governi dell’Ulivo di co-
struire una reale azione di cambiamento materiale e morale della società italiana. Senza nascon-
derci le nostre insufficienze e la nostra parte di responsabilità da lì partivamo per costruire una
Sinistra giovanile nuova che contaminandosi coi nuovi movimenti sociali e per la pace, nella sfida
quotidiana dell’opposizione riformista al governo di centrodestra, contribuisse alla costruzione
dell’alternativa di governo e di una sinistra rinnovata e moderna all’altezza di guidare una tra-
sformazione morale e democratica del Paese.
In questi ultimi anni la nostra organizzazione ha conseguito una consapevolezza pressoché piena,
ma ancora non sufficiente, di quale debba essere il ruolo e la funzione di un soggetto generazio-
nale riformista.
La teoria non basta, oggi è il tempo dell’azione di trasformazione della società, oggi è il tempo di
nuove conquiste, il nostro futuro e quello di tutti i giovani italiani lo si decide e lo si costruisce a-
desso.
La Sinistra giovanile è divenuta, grazie al lavoro di tutti noi, una grande palestra di educazione
alla politica: noi siamo la piu’ grande organizzazione giovanile di volontariato politico del nostro
Paese, un attore sociale capace di mutare profondamente il vissuto quotidiano degli spazi in cui
opera, un soggetto plurale e aperto, capace di dare un senso alla dimensione orizzontale dell’agire
politico e della discussione, capace di portare un contributo originale e determinante alla riforma
della politica e al rinnovamento della sinistra.
Nei cortei, nella partecipazione ai movimenti, nelle scuole, nelle università, nei luoghi incerti e
frammentati del lavoro precario, ma anche nelle istituzioni locali e nel dibattito politico dei De-
mocratici di Sinistra, abbiamo maturato i caratteri di una sinistra moderna, giovane, andando ol-
tre i confini delle identità storiche del riformismo italiano. Siamo stati e siamo molto di più di una
tradizionale organizzazione giovanile di partito.
La nostra identità riformista si è nutrita della ricerca culturale e del dibattito politico, così come
delle pratiche innovative di una “politica di strada”, fatta di innumerevoli contaminazioni e spe-
rimentazioni, spesso episodiche e fragili, ma feconde.
E’ grazie alla consapevolezza della lunga strada che abbiamo fatto e con la consapevolezza che
questo percorso ci ha cambiati per sempre che in questo nostro congresso possiamo discutere,
progettare e decidere il nostro futuro.
Non dobbiamo dimenticare le nostre vittorie, i nostri successi, così come non dobbiamo rimuove-
re, per pudore o pigrizia, le nostre sconfitte e i nostri gravi limiti.
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Dobbiamo analizzare e discutere una storia comune, breve e recente, che per un’organizzazione
giovanile e date le sue caratteristiche intrinseche dopo soli 5 anni si fa già oggetto di memoria sto-
rica. La nostra storia comune è la necessaria base di partenza per comprendere quali nuovi ob-
biettivi porci, quale innovazione culturale e organizzativa imprimere a noi stessi e alla Sinistra
giovanile, quale nuova funzione dobbiamo pienamente incarnare.
Negli ultimi cinque anni la nostra capacità di dare rappresentanza alle giovani generazioni è si-
gnificativamente cresciuta nei luoghi del sapere e nel governo locale ma è ancora insufficiente nel
mondo del lavoro e nelle istituzioni nazionali ed europee.
Siamo stati capaci di codificare nuovi linguaggi e nuove pratiche di partecipazione che hanno
permesso al nostro partito e a tutto l’Ulivo di incontrare e conoscere le giovani generazioni: nei
percorsi dei grandi movimenti degli anni passati, ma anche nella comprensione dei caratteri di
drammatica urgenza della condizione di precarietà lavorativa e di vita della nostra generazione.
La nuova classe dirigente offerta ai DS dal nostro percorso, che in molte realtà del nostro partito
ha assunto la guida di un rinnovamento che è innanzitutto politico e solo dopo, come logica con-
seguenza, anche generazionale, è la dimostrazione di un’azione efficace e reale svolta dalla Sini-
stra giovanile, mai in solitudine o con caratteri di chiusura settaria: siamo un’avanguardia e non
una casta di “piccoli politici” che scimmiottano il lato deteriore della politica adulta.
Abbiamo portato un decisivo contributo di elaborazione e di partecipazione alla costruzione del
programma di governo dei DS e di tutta l’Unione. Con la proposta di legge “Accesso al futuro” e
una corposa opera di costruzione programmatica abbiamo imposto nel dibattito politico interno
al centrosinistra la questione generazionale come questione generale del Paese e identificato nelle
giovani generazioni la leva primaria sulla quale agire per la trasformazione e il cambiamento del-
la società italiana.
Nelle innumerevoli campagne elettorali che abbiamo fatto, i nostri candidati hanno incarnato la
volontà di dare cittadinanza alle giovani generazioni, portando un contributo di consensi spesso
decisivo per la vittoria del centrosinistra nelle elezioni locali come nelle liste dell’Ulivo per le ele-
zioni europee e per la Camera dei Deputati.
La nostra vittoria più grande è il risultato delle elezioni politiche del 2006. Il voto delle giovani
generazioni ha consegnato la vittoria all’Unione e premiato con una forza significativa e per molti
imprevista il progetto dell’Ulivo.
Non immaginiamo certo di arrogarci tutto il merito di questo risultato, crediamo però di aver fat-
to fino in fondo e con pieno successo la nostra parte per sconfiggere la destra e aprire un nuovo
ciclo di governo del centro sinistra.
Il merito che rivendichiamo è di aver accettato la sfida di dare rappresentanza ad una generazio-
ne, ai suoi bisogni, alla sua domanda di una politica nuova. Il voto dei giovani italiani dimostra
che quella sfida noi l’abbiamo vinta, anche senza la garanzia di vedere rappresentata la nostra
organizzazione nel parlamento italiano.
A differenza di tanti altri soggetti politici o componenti del nostro stesso partito non abbiamo mai
anteposto il nostro interesse di parte all’obiettivo principale dei DS e dell’Ulivo: vincere le elezioni.
Sentiamo l’orgoglio di poter affermare pienamente che la Sinistra giovanile è una parte significa-
tiva di quella Generazione dell’Ulivo emersa con nettezza dopo il voto di aprile come la più gran-
de novità politica del quadro elettorale e come la decisiva speranza di rinnovamento del centrosi-
nistra.
Noi siamo parte di questa generazione e la conosciamo bene, perchè abbiamo contribuito a farla
crescere, nei numeri e nella consapevole adesione all’Ulivo quale progetto politico di unità dei ri-
formisti, non solo nei convulsi mesi della campagna elettorale, ma in cinque lunghi anni di impe-
gno.
La Generazione dell’Ulivo nasce ben prima delle primarie e delle elezioni politiche: nasce nei
grandi cortei che chiedevano pace e una globalizzazione più giusta, nasce nell’opposizione alla
Moratti condotta nelle scuole e nelle università, nasce dalla denuncia della torsione inaccettabile
della flessibilità in precarietà.
Nasce grazie a cinque anni di lavoro politico quotidiano, dislocato in ogni angolo d’Italia, nelle
periferie delle grandi città come nei piccoli centri.
Un impegno collettivo, non solo nostro, a cui sappiamo di aver dato un contributo decisivo.

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Adesso siamo di fronte alla sfida del Governo, quella per cui ci siamo così a lungo preparati. Ades-
so è l’ora di produrre un cambiamento radicale della società italiana, dare senso e respiro ad una
stagione di riforme che vedano la nostra generazione protagonista del cambiamento stesso.
La nostra generazione ha bisogno di un profondo rinnovamento della politica, ha bisogno di sog-
getti politici e di pratiche politiche nuove per essere pienamente protagonista della stagione ri-
formista che sta cominciando.
Avvertiamo l’esigenza e in qualche modo l’urgenza di un grande soggetto politico democratico e
riformista, timone dell’azione di governo e di trasformazione della nostra società, un grande sog-
getto nazionale capace per forza e dimensioni di contrastare corporativismi e abbattere privilegi.
La nostra sfida è chiamare tutta la Generazione dell’Ulivo ad essere l’energia fondamentale e deci-
siva che darà linfa e vita a questo nuovo soggetto
Solo facendo tesoro della nostra storia, della nostra esperienza di riforma e di innovazione della
politica, della nostra identità sapremo chiamare e convincere tutta la Generazione dell’Ulivo ad
essere la linfa vitale, l’energia fondamentale e decisiva per la nascita di questo soggetto: il partito
nuovo di cui discuteremo in questo Congresso.

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Tesi 2
L’Italia, così come la conosciamo

Trasformare i caratteri della società italiana correggendone le storture e i ritardi, ampliando le


opportunità e la libertà disponile per le giovani generazioni è possibile solo a partire da un’analisi
chiara, e perciò sintetica, del Paese in cui viviamo, visto con gli occhi delle ragazze e dei ragazzi a
cui vogliamo rivolgerci perché con noi siano protagonisti di questo cambiamento.
L’Italia è una grande potenza economica che vive le contraddizioni di un’economia globale in cui
le speculazioni finanziarie e la competizione in un mercato senza regole, che non siano quelle del
massimo profitto immediato e della compressione del costo del lavoro, la stanno conducendo len-
tamente sulla strada della crisi economica e del declino.
Il nostro Paese vive tutti i tratti della modernità globale dell’economia e della società, la modernità
liquida: le trasformazioni e le tensioni a cui sono sottoposte le nostre comunità, in ogni loro arti-
colazione, sono così forti e incontrollabili da rendere impossibili la strutturazione di risposte tra-
dizionali di governo delle crisi sociali e di tutela delle possibilità di inclusione dei soggetti più de-
boli, in particolare giovani e donne.
Noi viviamo in un’epoca in cui, anche per l’eredità pesante dei 5 anni della destra, il nostro Paese
sembra inevitabilmente destinato a subire la trasformazione da un’economia di mercato ad una
società di mercato, in cui l’unico reale metro della cittadinanza sono i consumi, e ogni ipotesi di
mobilità sociale è sostanzialmente ridotta all’ingresso nella cerchia ristretta di chi detiene rendite
sicure.
La rottura delle reti sociali e dei legami, la crisi delle identità, l’impossibilità di immaginare delle
relazioni sociali che abbiano un valore se non nel nucleo degli affetti più stretti, la famiglia, gli
amici, sono solo i segni di una società atomizzata, che di fronte all’incalzare delle trasformazioni
prodotte dalla globalizzazione tende a restringersi e a rinchiudersi in perimetri rassicuranti o ap-
parentemente sicuri.
L’incertezza e la precarietà sono due condizioni diffusissime nella nostra generazione, ben oltre
quanto già lasci immaginare il quadro ristretto di progettualità possibili con contratti a tre mesi,
stipendi ridotti e assenza di diritti e garanzie: il problema è più ampio e complesso non è solo le-
gato alla condizione del lavoro.
È il significato stesso del lavoro ad essere mutato, a non offrire più né senso né identità alle vite di
chi lo incontra, a non essere uno strumento di progettualità, ma bensì un incerto mezzo di sussi-
stenza: il lavoro non da speranze o certezze, non offre più una storia collettiva, è un percorso di-
sconnesso e differente, individuale, singolo, spesso rimediato proprio grazie al nucleo ristretto de-
gli affetti o peggio in canali opachi che conducono all’economia sommersa e al lavoro nero.
La percezione diffusa è quella di una sostanziale solitudine in cui singoli individui, iper competi-
tivi e spesso spaventati dal futuro, si contendono poche opportunità di scalare una ripida gerar-
chia sociale, così consolidata e non discutibile, da apparire totalmente bloccata.
L’Italia, per chi ha meno di 30 anni, non è il Paese del merito, del talento, della libertà di essere e
di fare quello che si vuole o si è capaci di costruire: al contrario il nostro è il Paese in cui il posto
occupato nella società è sostanzialmente ereditario, il titolo di studio è ereditario, il lavoro, lo stes-
so orizzonte fisico in cui si vivrà tutta la propria esistenza è pressoché inevitabilmente segnato
dalla nascita.
La mobilità, sociale o negli studi e persino quella geografica è per molti versi impossibile: un e-
sempio concreto, per intenderci, è quello dell’inaccessibilità, per chi non disponga alle spalle di
redditi più che solidi, di gran parte delle città del centro nord o che sono sedi di Università presti-
giose.
Il costo delle case, l’incredibile esosità degli affitti, la bassa disponibilità di case in affitto sono trat-
ti che disegnano un Paese in cui cambiare città di residenza è un privilegio per pochi.
Al di fuori delle aree urbane più dinamiche crescono periferie la cui collocazione geografica non
è più un fatto puramente urbanistico, ma torna prepotentemente ad essere lo specchio di una ge-
rarchia sociale.
La stessa dimensione europea, pure così amata dai giovani italiani è un privilegio per pochi, basti
pensare al basso numero di studenti Erasmus del nostro Paese e alle difficoltà di ritorno delle in-

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telligenze italiane che hanno scelto per un’esperienza formativa o professionale il quadro euro-
peo: il biglietto per l’Europa è speso di sola andata.
L’accesso difficoltoso alle informazioni, alla rete, alle opportunità lavorative e di formazione, la
distanza dagli ambienti ricchi di stimoli culturali e di reti sociali funzionanti sono elementi che
determinano i processi di esclusione nella vita della società globale, che nel nostro Paese segnano
il consolidarsi di nuove ingiustizie, perché acuiscono debolezze già presenti e limitano l’effettiva
libertà delle giovani generazioni di superare gli ostacoli ereditati alla partenza.
È la famiglia di origine che, nel bene o nel male, più spesso nel male, determina il punto di arrivo
possibile per un giovane italiano.
Tutto il nostro stato sociale è sostanzialmente fondato sulla famiglia, sul salario dei genitori, il loro
trattamento di fine rapporto, il contratto del padre o, se lavora, della madre, quali uniche garan-
zie per mutui e prestiti di ogni tipo, o la pensione dei nonni: per chi ha meno di trenta anni il wel-
fare è tutto qui.
La trasformazione del lavoro e di tutte le strutture sociali ad esso connesse non è stata minima-
mente accompagnata da una altrettanto veloce trasformazione delle protezioni sociali: lo stato so-
ciale italiano è fermo al “lavoratore maschio adulto”.
La stessa idea di famiglia è ovviamente datata: il nucleo familiare non si disegna a partire dalle re-
ti affettive e sociali, ma dalla sola forma matrimoniale, un’esclusione delle coppie di fatto e delle
unioni affettive post matrimoniali ( il numero di divorzi è in costante e inarrestabile aumento) che
nei fatti esclude dalle poche tutele disponibili la grande maggioranza dei giovani italiani.
Gli effetti sono visibili: trascinamento giovanile, cioè giovani la cui impossibilità di rendersi auto-
nomi e di costruire un progetto di vita costringe ad innaturali attese, ben oltre il 30° anno di età,
per sperimentare forme basilari di vita adulta, per mettere al mondo dei figli, costruirsi
un’affettività pienamente vissuta.
Il ritardo dell’età in cui diviene possibile progettare la riproduzione determina nuovi e gravissimi
problemi, legati ovviamente alla fertilità femminile, ma anche al valore distorto di genitorialità
vissute con figli unici, destinati spesso a crescere soli, in una società con meno bambini: è il con-
fronto con i tassi di fertilità degli altri paesi europei a disvelarci come avere un solo figlio non sia
necessariamente una scelta, ma una necessità.
Il diffondersi di patologie connesse all’ansia, alla frustrazione di intelligenze cui viene negato il
naturale dispiegarsi del proprio progetto di vita: laureati disoccupati o assunti solo con qualifiche
risibili rispetto al loro percorso di studi è l’anticamera di un più diffuso processo di svilimento
delle conoscenze, del sapere e del saper fare, che riconduce a pochi status sociali molto desidera-
bili l’orizzonte di vita cui ambiscono i giovani italiani.
È così che gli istituti tecnici e professionali perdono di appeal, così come la formazione professio-
nale, il lavoro manuale, o lo studio delle materie scientifiche nel percorso universitario: gli appro-
di più credibili sono quelli stabili per definizione, il pubblico impiego, o molto remunerativi dal
punto di vista non solo economico ma in primo luogo sociale.
Vanno interpretati così gli affollamenti di masse giovanili ai concorsi pubblici e l’incredibile con-
centrazione di intelligenze che scelgono gli imbuti delle facoltà universitarie di Giurisprudenza,
Medicina, o qualunque corso di formazione sembri, con grandi approssimazioni legate al marke-
ting degli Atenei, essere la nuova cornucopia della ricchezza e della stabilità.
Nella società degli individui i giovani italiani non trovano infrastrutture di orientamento e ac-
compagnamento che leniscano la loro solitudine ed incertezza, né nel percorso di scelta degli stu-
di, né per orientarsi nel mercato del lavoro, né per l’accesso alla formazione continua o a quella
professionale, vere chimere per una generazione che ne avrebbe disperatamente bisogno.
Le idee e l’impegno non trovano adeguata valorizzazione: né nei percorsi di crescita di nuove im-
prese, basti pensare alle difficoltà di accesso al credito, né nelle possibilità di carriera e di crescita
individuale, dove, per fare due esempi, alle giovani donne di talento sono pressoché preclusi i
piani alti di guida di imprese, Atenei o di qualunque altra struttura sociale, e più in generale vige
una pressoché totale gerontocrazia dove al talento dei giovani si preferisce la fedeltà, il tempo di
permanenza, la contiguità a gruppi di pressione o di controllo, se non addirittura la pura linea di
successione dinastica.
Ecco perché noi pensiamo occorra ripartire dalle biografie: perché nonostante i mille punti di cri-
si del nostro sistema Paese, le giovani generazioni sono una straordinaria leva di cambiamento

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che può riconnettere e modernizzare la società italiana, aiutando il tessuto sociale sano e competi-
tivo ad affrontare la sfida della modernità senza subirne gli effetti deteriori.
Ripartire dalle biografie significa certo ricondurre ai bisogni materiali e alla loro piena soddisfa-
zione gli obbiettivi di una politica riformista, ma anche riuscire a produrre una stagione di cam-
biamento che liberi talenti, energie, intelligenze oggi represse, disperse e frustrate.
Ripartire dalla biografie vuol dire perciò provare a costruire una nuova identità collettiva della
società italiana, una missione del nostro Paese, una dimensione condivisa e riconoscibile
dell’interesse generale, che intorno ad un’idea di società da costruire insieme unisca la libertà e la
voglia di futuro degli individui, battendo l’egoismo e la frammentazione del deserto sociale che
avanza.

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Tesi 3
L’Italia, così come la vogliamo

Il cuore della nostra sfida dei prossimi anni è tutto qui: cambiare l’Italia.
Unire in un progetto di trasformazione della società italiana le giovani generazioni significa porre
al centro l’idea di una questione generazionale che, come abbiamo già detto, si fa questione gene-
rale di cambiamento e liberazione della società italiana nel suo insieme.
I primi mesi dell’azione del nuovo Governo dell’Unione sono stati spesi nello sforzo di chiudere i
conti con la pesante eredità di 5 anni di malgoverno delle destre.
La prima Finanziaria del Governo Prodi serve proprio a questo: sanare i conti dell’Italia, per rien-
trare nei parametri europei del Patto di stabilità, ma soprattutto per mettere in condizione il Paese
di uscire dal circolo vizioso del debito pubblico che dilaga mangiandosi il nostro futuro e dalla
stagnazione della crescita zero.
Ma 38 miliardi di euro, una parte significativa dei quali recuperati con una sacrosanta ed efficace
lotta all’evasione, saranno uno sforzo gigantesco ma infruttuoso se non metteremo mano ad una
straordinaria stagione di riforme.
Già molte scelte nella giusta direzione sono state compiute, dai primi provvedimenti di contrasto
alla precarietà, come il taglio del cuneo fiscale, alla nuova impostazione data alle politiche forma-
tive, fino alle fondamentali liberalizzazioni introdotte dal Decreto Bersani e alla presentazione del
disegno di legge di riforma degli ordini professionali in Consiglio dei Ministri.
Ma quello che ci occorre adesso è una netta accelerazione sulla strada delle riforme: scelte nette e
radicali di innovazione, che debbono segnare la missione del centro sinistra di modernizzazione e
apertura della società italiana.
Abbiamo bisogno di un’agenda riformista coraggiosa e chiara, che definisca con i fatti la vera
missione di questo Governo, la cifra reale delle sue ambizioni politiche, la soglia alta di tensione e
di impegno per il cambiamento su cui l’Esecutivo deve finalmente sfidare una società troppo abi-
tuata alla difesa degli interessi di nicchia o di parte.
Con gli occhi delle giovani generazioni noi vediamo la necessità di un’accelerazione che sfrutti i
prossimi 12 mesi, decisivi per l’azione di riforma del paese, prima di immetterci nel lungo ciclo
elettorale che caratterizza la seconda parte di vita delle legislature italiane.
Noi chiediamo scelte coerenti con l’impegno di fare del merito e del talento i valori centrali di un
paese che ridefinisce profondamente se stesso.
La libertà e l’autonomia delle giovani generazioni debbono essere i parametri intorno a cui ridefi-
nire il disegno di coesione e di riforma dello stato sociale.
Un’autonomia intesa come libertà di determinare, sulla base del proprio lavoro e impegno, il pro-
prio progetto di vita, senza i condizionamenti sociali ed economici che oggi limitano le possibilità
di una parte larga della nostra generazione di scegliere la propria strada.
Noi crediamo nelle pari opportunità, nella possibilità data ad ognuno di scoprire liberamente le
sue vocazioni e capacità, di formarsi per renderle più forti e ricche e di riuscire così a dare con-
cretezza ai propri sogni e aspirazioni.
Noi vogliamo una società in cui la speranza di poter cambiare il proprio destino, la propria con-
dizione sociale, sia un diritto di tutti.
Noi, con un po’ di poesia, rivendichiamo il diritto a sogni molto concreti: vogliamo una vita che
assomigli ai nostri migliori slanci, alle nostre più ardenti passioni, ai nostri migliori desideri.
Il valore di un uomo non è ciò che possiede: noi crediamo nell’etica del lavoro dell’impegno, del
sacrificio, non nella logica della rendita e della difesa ad oltranza delle posizioni acquisite.
Occorre ridare centralità alla libertà di ognuno, non nell’ottica dell’arbitrio, ma della libertà reale
che ognuno può godere: la capacità che ognuno ha di conoscere e di fare, di tracciare una rotta
nella vita, di acquisire nuovi diritti e conoscenze, decisivi nella società del sapere.
Noi dobbiamo decidere qual è il posto nel mondo che vogliamo occupi il nostro Paese, per noi la
scelta è chiara: l’Europa di Lisbona, la società della conoscenza, l’orizzonte di una società compe-
titiva e aperta, ma capace di nuove reti di coesione sociale.
Immaginiamo un Paese che scommetta sulla creatività e sulla libertà delle persone, in cui
l’investimento più forte sia dedicato alle infrastrutture materiali e immateriali del sapere,

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all’accesso alla rete, alla ricerca, in special modo quella di base, alla vivacità artistica e culturale
delle giovani generazioni.
Un Paese che tuteli e allarghi i diritti civili e le libertà individuali, credendo nella libertà respon-
sabile dei propri giovani cittadini, spingendoli a misurarsi con la vita, a essere artefici e protago-
nisti del proprio futuro, con strumenti di autonomia e autodeterminazione universali e un forte
incentivo dato al merito.
Non ci interessano politiche per chi “rimane indietro”, occorre riparametrare il welfare dalla
funzione risarcitoria a quella promozionale e di incentivo, dall’assistere all’accompagnare e gui-
dare chi vive una condizione di marginalità verso un progetto di vita che ne liberi le energie.
Abbiamo in mente quelle comunità che riconoscono e premiano il valore della diversità e
dell’integrazione fra culture, etnie, scelte di vita e orientamenti sessuali o affettivi, non nella logi-
ca della mera tolleranza, ma della libertà individuale che lega tutti all’identità profonda di una
comunità aperta, civile,democratica, in una parola moderna.
Crediamo che l’Europa sia la meta di ogni nostro sforzo: il processo di integrazione europeo è uno
stimolo quotidiano cui tende la nostra generazione.
Vogliamo che l’Italia scommetta su quella che Richard Florida ha definito la nuova classe creativa,
una comunità di persone libere e creative, che producono benessere e libertà per tutta la società
in cui vivono: giovani artisti, ricercatori, artigiani, imprenditori, professionisti, giornalisti capaci
di dare tono e dinamicità al ritmo con cui il nostro Paese interpreta, senza più subirle, le trasfor-
mazioni della società globale.
È con questa idea di Paese in mente che chiediamo un salto di qualità del Governo nella sfida delle
riforme: lo chiediamo all’Ulivo e al nostro partito, i DS.
Noi siamo pronti ad indicare un quadro di priorità fondamentali su cui misurarci, insieme ad una
proposta più articolata e complessiva di politiche di cambiamento che abbiamo raccolto nella se-
conda parte del nostro documento.
La prima priorità è liberare il lavoro dalla precarietà e ridare dignità allo strumento della flessibi-
lità, pensandolo come utile non solo per le aziende, ma in primo luogo per i giovani lavoratori.
Pensiamo ad un moderno sistema di flexsecurity, in cui ogni passaggio da un impiego all’altro sia
accompagnato dalla continuità di reddito e previdenziale, dalla formazione continua lungo tutto
l’arco della vita, da strumenti di orientamento nel mercato del lavoro e nella formazione moderni
e flessibili, personalizzati sul percorso di ogni singolo giovane lavoratore.
Chiediamo un sistema universale di diritti che si applichi ad ogni forma di impiego: malattia, ac-
cesso alla formazione, ferie, maternità e paternità, per fare alcuni esempi.
Chiediamo che l’obbiettivo della flessibilità sia chiarito una volta per tutte: non è la riduzione dei
costi per le aziende o la contrazione dei diritti sindacali dei lavoratori, ma la ricerca del lavoro più
adatto alle capacità e alle aspirazioni di ognuno, trovato il quale la forma contrattuale in cui noi
crediamo è il contratto di assunzione a tempo indeterminato.
Una sfida che quindi mira alla stabilizzazione e fideizzazione dei lavoratori da parte delle impre-
se, chiamate quest’ultime a crescere nel mercato europeo e globale, non a cercare disperatamente
di sopravvivere con improbabili strategie di contenimento dei costi e finanziarizzazione degli uti-
li.
Il Ministro Damiano ha dimostrato di avere idee chiare in proposito: dobbiamo chiedere a tutto il
Governo e all’Ulivo in particolare di dare sostegno pieno alla strategia di riforma che Damiano ha
intrapreso, superando e battendo inclinazioni ideologiche e corporative che si nascondono, anche
nel Governo, dietro altisonanti slogan privi di contenuti reali.
Alle giovani generazioni interessa molto il dibattito sulla previdenza: è paradossale che la nostra
generazione, l’unica il cui futuro previdenziale è stato realmente riformato, con il passaggio dal
retributivo al contributivo, non possa far pesare il proprio punto di vista in una discussione tutta
incentrata sulla solidità e accessibilità del sistema pensionistico attuale per le generazioni adulte,
mentre noi, cifre alla mano, non avremo mai una pensione minimamente dignitosa, a meno di
profonde e immediate riforme.
Altrimenti rischia di incrinarsi non solo il Patto tra le generazioni che è decisivo rinforzare, in
una società dal rapido tasso di invecchiamento, ma tutto lo stato sociale per come fino ad oggi lo
abbiamo conosciuto: noi non avremo salari e pensioni dignitose per sostenere e accompagnare
verso la vita adulta i nostri figli.

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La solidarietà e la coesione della società italiana è a scadenza: massimo tra trenta anni l’attuale si-
stema sociale non esisterà più.
Perciò la totalizzazione dei contributi, l’agibilità della previdenza integrativa, l’introduzione dei
contributi figurativi e l’aumento dei salari ad oggi percepiti da gran parte dei giovani lavoratori
sono scelte non più rinviabili.
Così come l’innalzamento dell’età pensionabile che, una volta definiti i lavori usuranti, da preser-
vare con grande efficacia, deve riguardare tutti i lavoratori, con il sistema di incentivi più credibi-
le che le parti sociali definiranno con il Governo, ma con la nettezza di una scelta che, visti i dati
di invecchiamento attivo della popolazione italiana e di longevità, è un passaggio ineludibile di un
nuovo patto di solidarietà intergenerazionale.
Altre priorità sono legate al tema delle politiche di autonomia: incentivi per la casa, sia per
l’acquisto che per gli affitti, cercando di colmare la distanza sempre più marcata fra l’età di presa
d’autonomia dal nucleo familiare d’origine dei giovani italiani, sempre più costretti a rimanere
nelle mura domestiche e quello di molti dei nostri coetanei europei, decisamente più precoci.
Occorre mettere a disposizione dei giovani italiani strumenti più forti di autopromozione:
dall’acceso al credito, al prestito d’onore, fino all’incentivazione della creatività giovanile e delle
forme associative finalizzate alla progettualità europea.
Tra le leve che producono autonomia e libertà per le giovani generazioni c’è indubbiamente
l’accesso al sapere.
Ancor prima dell’analisi sulle correzioni sostanziali da apportare agli effetti reali di una riforma
pure importante, come quella della laurea triennale, o di analizzare la centralità
dell’innalzamento dell’obbligo scolastico, vogliamo soffermarci sulla enorme importanza delle po-
litiche per il diritto allo studio.
Al nostro Paese serve una sfida chiara e impegnativa per tutti, Governo, parti sociali, istituzioni
del sapere: aumentare il numero di diplomati e dei laureati per ogni leva d’età ai livelli standard
del resto dell’Europa unita.
Questo significa costruire un nuovo welfare studentesco fatto di borse e assegni di studio da tri-
plicare per numero e da far crescere in dimensione, di comodato d’uso gratuito dei libri di testo,
ma anche da sostegno agli affitti e alla mobilità in Italia e all’estero, di accesso ai programmi co-
munitari, di orientamento personalizzato a partire dal 14° anno d’età, fino alla formazione post
laurea e alla formazione lungo tutto l’arco della vita.
C’è la necessità di una vera e propria redifinizione di tutto il sistema del diritto allo studio, con
normative quadro che indirizzino le regioni e leghino la valutazione di scuole e Università auto-
nome a parametri di qualità della condizione studentesca.
Ed infine l’ultima delle priorità, quella forse più significativa per il valore materiale di trasforma-
zione e di apertura della società italiana, ma soprattutto più importante per il significato politico e
culturale che ha: la riforma delle libere professioni e il processo di liberalizzazioni del mercato i-
taliano.
Aprire la società italiana al merito e ai talenti, rompere rendite e incrostazioni tutto ciò vuol dire:
dimostrare che l’Ulivo intende modernizzare l’Italia investendo su energie e idee nuove, su una
generazione nuova.
Riuscire a rompere il blocco che spesso incarnano le libere professioni può darci una spinta stra-
ordinaria per dare ossigeno ad una nuova generazione in tutti gli ambiti della società italiana,
l’impresa il pubblico impiego, la politica stessa, dando credibilità al disegno di un Paese radical-
mente nuovo, più giusto e più libero.
Queste sono le sfide che vorremmo fossero al centro dell’azione del Governo e dell’Ulivo nei pros-
simi mesi.
Per quanto ci riguarda, noi dovremo prepararci a convincere e motivare le giovani generazioni a
fare la loro parte, quella non dei semplici spettatori ma di attori protagonisti della costruzione
della società che vogliamo.

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Tesi 4
Il riformismo dal basso

Nella precedente esperienza di Governo del centro sinistra scoprimmo, a nostre spese, che una
saggia e coraggiosa volontà riformatrice, chiaramente espressa con scelte e provvedimenti legisla-
tivi assunti dal nostro Governo da sola non ce l’aveva fatta a cambiare realmente la cultura e i
rapporti di forza nel nostro Paese.
Parlammo, subito dopo la sconfitta elettorale, di riformismo dall’alto, una tanto lapidaria quanto
efficace definizione della volontà illuminata, ma spesso impotente, di modernizzare l’Italia che
aveva incarnato l’Ulivo nei suoi 5 anni di Governo.
Oggi, quando siamo di nuovo chiamati a misurarci con il ruolo di organizzazione giovanile di un
partito di Governo, dobbiamo far i conti fino in fondo con quella analisi e attrezzarci a costruire
una stagione di cambiamento più efficace e profondo del nostro Paese
Non solo perché le sfide che abbiamo dinnanzi a noi sono,se è possibile, ancora più grandi di
quelle che ci trovammo in passato, ma in primo luogo perché la qualità dell’azione riformista è
determinata dal tenore con cui si batte e dagli strumenti che sceglie chi la conduce.
Così dobbiamo comprendere e sempre ricordare che il costruire con successo processi di riforma
non è questione legata alla sola dimensione comunicativa: non possiamo addossare ai limiti di
comunicazione tutte le nostre difficoltà e tutte le battaglie che dovremo faticosamente vincere.
“Non ci hanno capito” è un’espressione che i riformisti debbono sempre utilizzare con grande
parsimonia.
Certo la comunicazione chiara, efficace e tempestiva del significato e delle scelte del Governo è un
fattore decisivo, ma non basta, perché noi dobbiamo non solamente comunicare ma convincere e
coinvolgere.
Ogni scelta di riforma porta con sé inevitabili resistenze e contrarietà, di chi si sente minacciato o
trascurato dall’azione del Governo, e questo è tanto più vero in un Paese corporativo e statico co-
me l’Italia.
L’essenza del riformismo è la ricollocazione nel vivo dei processi sociali e dei luoghi della società
di un conflitto che è in primo luogo culturale e in termini altrettanto impegnativi di piena e im-
mediata efficacia.
Ciò vuol dire misurarsi con le complesse fasi di implementazione delle politiche decise dal Gover-
no: una scelta non si compie quando la vota il Parlamento, ma quando il mutamento avviene per
davvero, quando la legge da i suoi frutti.
L’intreccio fra i differenti livelli di Governo diviene perciò decisivo, così come l’azione politica di
orientamento e correzione delle scelte normative: ogni riforma deve essere accompagnata, soste-
nuta e difesa se necessario, perché nessun ragazzo o ragazza rivendicheranno nuovi diritti o op-
portunità loro garantiti dalla legge se non sentiranno di avere la forza per vincere le ritrosie e le
lentezze dei mille possibili avversari del cambiamento.
Dobbiamo attrezzarci per far emergere nuovi attori sociali, per dare la parola alle giovani genera-
zioni, legando il percorso dei singoli individui al processo di riforma non solo quando è oggetti-
vamente loro interesse che il cambiamento proceda, ma inscrivendo sempre l’orizzonte di vita di
ognuno in un disegno di società che riguarda tutti, in un progetto collettivo.
Imprimere un’accelerazione alla nostra capacità di iniziativa tematica, di elaborazione e dare
nuovi strumenti al nostro agire riformista: queste sono le condizioni basilari per costruire una
stagione di riforme ad alta intensità democratica.
La formazione politica continua e permanente serve a dare argomenti ai militanti e ai dirigenti,
ma soprattutto serve a produrre meccanismi di moltiplicazione “virale” di una battaglia culturale
e politica.
Il nostro deve essere un riformismo dal basso, vissuto e organizzato nella società, perché la rivolu-
zione culturale e morale che dobbiamo portare nel nostro Paese ha bisogno di una politica nuova

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Tesi 5
Il partito nuovo, per una nuova politica

In questi cinque anni le giovani generazioni hanno manifestato a più riprese una profonda di-
stanza con il modello di società proposto dalla destra, risultando infine decisive nella vittoria alle
elezioni politiche dello scorso aprile, dove è emerso in maniera chiara l’orientamento dei giovani
italiani. Nello svolgersi delle espressioni di voto nel periodo che abbiamo alle spalle, è maturata
progressivamente una domanda di senso verso la Politica che va oltre il semplice consenso eletto-
rale alla proposta politico-programmatica dell’Unione, e descrive, forse per la prima volta negli
ultimi venti anni, una vicinanza etica ai valori della sinistra da parte delle giovani generazioni.
Una vicinanza etica legata a valori storici della nostra tradizione politica come la solidarietà, la
pace, la legalità, la giustizia sociale, ma anche a valori nuovi ed emergenti, che spesso si sono ma-
nifestati in forme inedite di mobilitazione e di interesse, in una cornice di nuove idealità politiche
che un grande partito di sinistra deve fare pienamente proprie: dalla richiesta di equità globale
allo sviluppo sostenibile, dai diritti e le libertà individuali e civili, fino ad una nuova e moderna
idea di laicità.
Con le lotte dei movimenti studenteschi medi e universitari, con il rifiuto della precarietà, con i
movimenti per la pace e per una globalizzazione più giusta, con le battaglie per la legalità e la
memoria storica, è emersa una nuova voglia di politica che si traduce in un protagonismo delle
giovani generazioni. Un protagonismo che passa attraverso una crescente richiesta di spazi, luo-
ghi e iniziative concrete di impegno e di socializzazione, anche dentro i nuovi canali della comu-
nicazione e della rete. Noi dobbiamo essere in grado di raccogliere e sviluppare questa domanda
in forme nuove rispetto a quelle del passato, per far sì che non si disperda in mille rivoli o subisca
i riflussi pericolosi dell’antipolitica e del disinteresse.
Questa, per noi, è una delle sfide più importanti che ha davanti a sé il nostro partito e la nostra
organizzazione: aprirsi al contributo umano e ideale delle giovani generazioni, rappresentarne a
pieno le esigenze e i bisogni, avviare un processo di rinnovamento della politica e della società
italiana a partire dal lavoro e dall’investimento sui giovani che già vivono l’impegno politico nel
partito per guardare oltre e includere nuovi soggetti, nuove idealità, nuove esperienze e affronta-
re il percorso di costruzione della nuova soggettività della sinistra organizzata in Italia con un
punto di vista e con progetti più nuovi, dinamici, al passo con le sfide del terzo millennio.
Anche per questi motivi, vogliamo essere protagonisti del dibattito sul futuro della Sinistra rifor-
mista, senza remore né paure, consapevoli della sua complessità e della sua importanza, ma an-
che convinti che riguardi anzitutto noi giovani, in quanto figli di una stagione nuova e diversa
della politica e soprattutto perché naturalmente portati a immaginarci il futuro e a pensarci in
funzione di esso. Un dibattito che sarà utile alla politica e all’Italia se però, dopo troppi anni di
stallo e di indecisioni, saprà produrre risultati e percorsi reali e concreti di iniziativa politica. Per
uscire dal guado e rilanciare la funzione dei partiti nella politica e nella società.
Il tema della riforma della politica, del passaggio ad una fase nuova della democrazia dopo la crisi
di tangentopoli è sul tappeto ormai da molti anni; da troppo tempo il sistema politico italiano è in-
stabile, incapace di governare, frammentato tra partiti piccoli, piccolissimi e minuscoli che in al-
cuni casi rappresentano solamente le rendite di posizione dei propri gruppi dirigenti. I prossimi
anni, con il centrosinistra al governo, saranno un fallimento se non riusciranno anche a portare a
termine questa transizione e a dare almeno alla nostra coalizione una fisionomia degna di una
democrazia matura. Il tema è urgente, perché nel nostro paese c’è un problema di tenuta della
democrazia. Se in una prima fase la debolezza della politica ci ha portati a fenomeni degenerativi
testimoniati dalla nascita di Forza Italia o della Lega, il rischio nel medio periodo, ma del quale si
vedono le avvisaglie già oggi, è uno svuotamento della democrazia, una perdita di ruolo e potere
delle istituzioni rappresentative, che se la politica è debole possono facilmente diventare uno
strumento controllato non più dai cittadini e in funzione dei cittadini, ma dalle lobbies e dai
gruppi di potere in funzione dei propri interessi. Per contrastare questa tendenza è necessario raf-
forzare la politica, restituirle capacità di rappresentanza, forza, legittimazione. E’ necessario rida-
re centralità ai partiti, senza sottovalutare le modifiche profonde che si sono prodotte nella società
italiana, ma anzi cercando di sfruttarne gli aspetti positivi. E’ necessario investire nella partecipa-
zione attiva, nella responsabilizzazione dei singoli rispetto alla vita pubblica, nella libertà di for-

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mazione e di informazione dei cittadini. Per questo la creazione di un nuovo grande partito in
grado di unire la sinistra riformista, capace di dare stabilità al bipolarismo e di ridare forza alla
politica è una grande sfida che mette in gioco la tenuta stessa della democrazia, la libertà dei cit-
tadini e la loro piena realizzazione in ambito civico e sociale nel momento in cui la modernità a-
pre nuove sfide e contraddizioni che ci impongono di ridefinire il rapporto tra politica, istituzioni
e cittadini, il rapporto tra la politica e l’etica, l’economia, la scienza, la religione.
All’Italia serve una forza politica grande e partecipata, aperta alla società e integrata con essa,
moderna nelle forme e negli strumenti di iniziativa politica e allo stesso tempo radicata, presente
nel territorio e tra le persone, in grado di ricostruire tessuto sociale nel nostro paese e di rinno-
varne la democrazia, frenando le derive individualiste ma senza rinunciare a rappresentare una
società sempre più fluida, fatta di persone con interessi, bisogni, aspettative differenti e in rapido
mutamento.
La costruzione di un nuovo grande partito riformista è un bisogno evidente, oltre che urgente, ma
è anche una sfida ambiziosa e difficile, che può trarre giovamento dal dibattito che si sta aprendo
sulle istituzioni e sulla legge elettorale, e anche da quello su un’aggregazione delle forze della si-
nistra radicale, che dobbiamo affrontare senza scorciatoie o semplificazioni. L’idea che la sempli-
ce fusione di due partiti medi, frutto di un accordo tra i rispettivi gruppi dirigenti, porti automati-
camente alla nascita di un partito grande è un’illusione, e rischia di diventare un errore tragico.
Serve al contrario un processo ampio di costruzione di questa forza, che parta e sia mosso ovvia-
mente dagli attuali partiti ma che trovi la propria forza nel coinvolgimento dal basso, in un pro-
cesso in cui giovani e donne, soggetti associativi, amministratori locali, lavoratori, singoli cittadini
e tutti gli iscritti del nostro partito siano protagonisti. E’ necessario un confronto ampio, aperto,
leale, trasparente, che crei i presupposti per un impegno comune affinché il nuovo soggetto nasca
senza traumi e rotture. Sarebbe un paradosso se nel fare l’unione si dovessero provocare altre di-
visioni. Dobbiamo individuare un percorso partecipato e ben scandito nel tempo, senza fughe
precipitose né paure eccessive, ma nel quale si riesca a condividere e a far vivere nel popolo del
centrosinistra l’ambizione e l’entusiasmo di andare a costruire realmente qualcosa di nuovo e di
più grande di noi. Solo in questo modo sarà possibile costruire non solo un nuovo partito, ma un
partito nuovo. Perché l’Italia, la democrazia, le giovani generazioni non hanno bisogno di
un’operazione di maquillage su soggetti vecchi, ma di un partito nuovo e di una politica rinnova-
ta.

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Tesi 6
Noi e il partito nuovo

Quale contributo può dare la Sinistra giovanile alla costruzione del partito nuovo del centrosini-
stra?
La nostra funzione deve innanzi tutto collocarsi sulla frontiera decisiva della partecipazione delle
giovani generazioni a questa affascinante e complessa impresa.
Essere il soggetto generazionale della sinistra moderna, capace di rappresentare la punta avanza-
ta, l’avanguardia politica del partito nuovo significa crescere, in radicamento e capacità
d’iniziativa, in un percorso che porti l’attuale Sinistra giovanile ad essere parte di una nuova gio-
vanile, più grande non solo per numero di iscritti e militanti, ma in primo luogo per capacità di
includere culture politiche e esperienze di partecipazione di singoli individui e soggetti associati-
vi.
Noi riteniamo che le giovani generazioni debbano essere cofondatrici del partito nuovo.
L‘esperienza politica di chi ha conosciuto il mondo dopo il 1989, di chi non è ex o post qualcosa è
preziosa e insostituibile.
Sentiamo la necessità di aprire le porte del partito nuovo alle domande di riforma della politica
che la nostra generazione ci ha consegnato in questi anni di intensa riscoperta della dimensione
collettiva dell’agire politico.
La generazione dell’Ulivo va convinta e motivata a partecipare ed essere protagonista del partito
nuovo, muovendo dalla eterogenea e costituente complessità delle biografie, uniche e non omolo-
gabili, di chi è cresciuto nella società degli individui.
Nelle variegate esperienze del volontariato sociale, nel nuovo mondo del lavoro flessibile e preca-
rio, nei movimenti che hanno declinato piattaforme globali nel nostro Paese, nei percorsi singoli
di merito e di successo possiamo trovare le energie che ancora mancano per riuscire nella nostra
nuova impresa.
La nostra prima aspirazione deve essere quella di allargare i confini, ideando un canale privile-
giato di accesso ai luoghi di costruzione del partito nuovo da mettere a disposizione delle ragazze
e dei ragazzi.
Solo dopo potranno venire le formule e le regole dell’organizzazione nuova che dobbiamo co-
struire.
Quindi il nuovo gruppo dirigente della Sg dovrà aprire un grande Cantiere politico, in cui si ri-
trovino molteplici esperienze, certo a partire da un rapporto privilegiato con i Giovani della Mar-
gherita, ma immaginando la ricerca di un rapporto altrettanto intenso con l’FGS, le associazioni
studentesche e di volontariato, i sindacati e le rappresentanze giovanili delle associazioni datoria-
li, i movimenti sociali e le più brillanti espressioni giovani del mondo della cultura e dell’arte.
Un movimento giovanile non nasce in laboratorio, né restringendo in maniera preventiva e arbi-
traria le sue coordinate identitarie, magari con la pretesa assurda di ricondurre alla politica tradi-
zionale, cioè alla discussione in un vecchio partito, proprio la generazione che con grande evi-
denza ha prodotto la rottura più marcata con la politica novecentesca, i suoi luoghi ordinari, le
sue deformazioni, le sue incrostazioni ideologiche e di potere.
Per prima cosa ci occorre un intenso processo di apertura, contaminazione, ricerca, nella pervica-
ce convinzione che la fisionomia di una politica nuova non sia solo la sintesi di vecchie identità,
ma in primo luogo uno sforzo creativo e di innovazione, in cui le giovani generazioni possano de-
terminare la piattaforma culturale e la funzione politica del partito nuovo, proprio a partire dalla
sua dimensione generazionale e giovanile.
Ci occorre immaginare una grande campagna di comunicazione e partecipazione, diffusa sul ter-
ritorio e nelle differenti realtà sociali del Paese: una vera campagna di adesione non ad improba-
bili “pre” partiti, ma allo spazio politico di costruzione del partito nuovo.
Una campagna di adesione di massa ai Giovani dell’Ulivo, intesi come Cantiere politico e pro-
grammatico della futura giovanile del partito nuovo che vogliamo costruire.
La prima missione che dovrà assolvere il Cantiere politico dei Giovani dell’Ulivo sarà di carattere
culturale: per un partito, così come per la sua dimensione giovanile, la cultura politica, lo spettro
dei valori e la nettezza dell’identità politica sono decisivi.

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La visione storica che sottende una cultura politica non può essere precostituita: occorre andare
oltre la sintesi dei riformismi del ‘900, fino ad una soggettività originale e innovativa che copra lo
spettro della politica del nuovo secolo, europea, globale, post-moderna.
Una sinistra del tempo di oggi, ecco quello che noi dobbiamo essere: solo così l’incontro tra i ri-
formismi italiani sarà vissuto dalla nostra generazione come qualcosa di più affascinante della
riedizione di vecchi tentativi di aggregazione o sintesi delle culture politiche.
L’orizzonte deve essere immensamente vasto: tanto quanto lo spazio capace di contenere la gene-
razione del movimento per la pace e le nuove identità incomplete dei giovani precari, passando
dalle parrocchie ai soggetti studenteschi, fino alla capacità di includere i singoli percorsi di vita e
di visione di sé che compongono la nostra generazione.
Il paradigma riformista del partito nuovo può trovare nella nostra generazione un’efficace e utile
sintesi di missione e di identità: modernizzare il Paese, aprire la società, liberare il mercato e riaf-
fermare la sovranità della politica sull’economia,vivere pienamente la sfida della democrazia eu-
ropea e globale, perseguire pace, giustizia e libertà in ogni angolo della terra.
Per raggiungere l’obbiettivo di un originale e innovativo contributo della nostra generazione alla
costruzione del partito nuovo ci occorre perciò un Manifesto dei Giovani dell’Ulivo, che nasca
come frutto del lavoro del Cantiere politico, con forme innovative di stesura collettiva e di ricerca
culturale.
La campagna di partecipazione e di adesione ai Giovani dell’Ulivo e la stesura del Manifesto poli-
tico sono i due passi preliminari alla vera e propria apertura della Fase costituente della nuova
giovanile.
Perciò in questo congresso la Sinistra giovanile tutto dovrà fare, tranne che sciogliersi o dismette-
re la propria esperienza.
Al contrario è necessario far evolvere le nostre storiche sperimentazioni di un nuovo soggetto ge-
nerazionale della sinistra riformista, anche oltre la dimensione studentesca, verso la partecipazio-
ne associativa e giovanile con i circoli ricreativi, le associazioni e gli spazi di produzione cultura-
le.
Dovremo essere capaci di ampliare enormemente noi stessi, e nel contempo dialogare e confron-
tarci con altre esperienze e identità.
Il Cantiere politico dovrà essere per noi molto di più di una tappa intermedia verso il partito nuo-
vo.
Esso dovrà perciò candidarsi ad essere il luogo da cui nasce una parte oltremodo significativa del
partito nuovo, cioè la sua articolazione generazionale.
Tutto il partito nuovo dovrà essere un partito giovane, a partire dalle classi dirigenti, utilizzando
la fase di costruzione per aprire il ceto dei dirigenti del centro sinistra ad una nuova generazione,
in parte già presente e protagonista dei partiti attuali, ma ancora in larga misura distante e poco
propensa al riconoscere nella politica, in quella dei partiti per lo meno, un’opportunità di impe-
gno e una funzione coerentemente innovatrice della società.
Essere il soggetto generazionale del partito nuovo non significa perciò isolare le giovani genera-
zioni in uno spazio protetto, una sorta di ghetto per gli under 30, una categoria protetta e chiusa
di giovani dirigenti di mestiere.
La legittimazione della nostra aspirazione ad essere cofondatori del partito nuovo non potrà ve-
nirci dal solo riconoscimento degli stati maggiori dei partiti esistenti, tanto il nostro, i DS, quanto
gli altri coinvolti nel progetto, o da ristretti “ceti intellettuali” giovani: il nostro ruolo e la nostra
funzione devono vivere ed essere riconoscibili nella società e da essa essere pienamente legittima-
ti.
Così noi potremo essere fino in fondo all’altezza del nostro compito: le avanguardie del partito
nuovo agli occhi delle giovani generazioni non si autolegittimano, ma si affermano quando la loro
funzione è riconosciuta e compresa dalla grande massa dei giovani che con noi dovranno costrui-
re il partito nuovo stesso.
Essere presenti e culturalmente egemoni nei luoghi del conflitto riformista, avere l’analisi dinami-
ca ma reale delle trasformazioni in atto, saperle interpretare e guidare: questo deve essere il ter-
reno su cui si incontrano il protagonismo delle giovani generazioni nel cambiamento del Paese e il
Cantiere politico dei Giovani dell’Ulivo.
Perciò l’agenda dell’iniziativa politica dell’Ulivo, inteso come forza di Governo, dovrà nascere an-
che nel contesto dello stesso Cantiere politico: se l’identità del partito nuovo che vogliamo costrui-

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re è la sua funzione nazionale di guida del cambiamento del Paese, questo è ancora più vero per
la sua identità generazionale.
Costruire un fronte di spinta e di indirizzo nella società verso i più grandi obbiettivi di riforma del
Paese: ecco il terreno su cui i Giovani dell’Ulivo possono legittimare agli occhi delle giovani gene-
razioni il senso della costruzione del partito nuovo.
Il Cantiere politico non dovrà quindi limitarsi ad essere uno spazio di dibattito e ricerca, ma un
vero attore sociale, capace di incarnare la rappresentanza delle giovani generazioni quando, di
volta in volta, gli obbiettivi dell’azione del Governo dovranno essere la riforma degli ordini o
quella del welfare, la lotta alla precarietà o l’investimento nella società della conoscenza, la pro-
mozione del merito e la lotta alle discriminazioni sessuali o di genere, il diritto alla cittadinanza
dei migranti e la giustizia e la pace globali.
Messa in opera questa grande impresa, fatta di ricerca culturale e di azione politica, la nuova
classe dirigente della Sinistra giovanile sarà finalmente nelle condizioni per definire, insieme ai
suoi necessariamente numerosi compagni di strada, i passi successivi e le evoluzioni naturali del
Cantiere politico verso il nuovo soggetto generazionale del partito nuovo
Non è compito di questo congresso dettare i tempi o fissare improbabili date di scadenza.
Il nostro congresso da il mandato chiaro alla Sinistra giovanile di tracciare in maniera netta la
rotta verso il partito nuovo e la costruzione della sua soggettività generazionale.
Decideremo nei prossimi mesi, sulla base della discussione di questo congresso e del lavoro che in
questa direzione faremo, se e quando ridefinire il ruolo e l’esistenza stessa della nostra organizza-
zione.
Di certo nel Cantiere politico così come nel nostro partito nuovo avremo bisogno non di meno,
ma di più Sinistra giovanile, perché il soggetto generazionale che andremo a progettare e costrui-
re non sarà il superamento, ma l’evoluzione, ancora più ricca e completa, della nostra stessa i-
dentità attuale.
Non ci interessano lunghi e contorti processi alle identità, noi non dobbiamo superare il ‘900,
perché nasciamo e viviamo politicamente già dopo il vecchio secolo.
Noi non siamo una parte delle vecchie identità da riassemblare, ma già una parte della nuova i-
dentità da costruire, sia in termini di funzione nazionale del partito nuovo,che in termini di sua
concreta e materiale articolazione organizzativa.
Ecco perché la Sinistra giovanile sia con il Cantiere politico dei Giovani dell’Ulivo prima, che con
il nuovo soggetto generazionale del partito nuovo poi, deve avere l’ambizione di essere essa stessa
cofondatrice del partito nuovo stesso.
Quali saranno le forme concrete di questa nuova aggregazione generazionale sarà il lavoro dei
prossimi mesi a definirlo.
Ma già da oggi sentiamo il bisogno di tracciare un netto solco di ricerca e di elaborazione fattiva:
abbiamo la necessità di costruire un soggetto generazionale plurale e articolato nella società, ca-
pace di dare cittadinanza e rappresentanza ad una fetta così vasta delle giovani generazioni quan-
to mai nessuna altra organizzazione giovanile è stata in grado di fare nella storia del nostro Paese.
La pluralità che dobbiamo ricondurre ad unità parte proprio da noi: pluralità delle forme orga-
nizzative nella società, pluralità delle posizioni e delle culture politiche, pluralità delle biografie e
dei progetti di vita a cui vogliamo dare la forza e la libertà di esprimersi.
Per questa ambiziosa ricerca, per questa inedita progettualità politica sentiamo perciò il bisogno
di tracciare alcuni fondamentali Principi generali, utili all’evoluzione della Sinistra giovanile nella
sua nuova fase di vita che si inscrive nel progetto della giovanile del partito nuovo.

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Tesi 7
I principi generali del partito nuovo

1. Unità dei riformismi. Pluralità delle culture e del radicamento sociale: l’unità si fa negli
spazi larghi
L’unità dei riformismi che si sono a lungo combattuti nel ‘900 in un unico partito nuovo è
una sfida di valore storico.
Significa superare le divisioni del passato, oramai anacronistiche, in nome di una comune
missione, di una nuova funzione nazionale di guida del cambiamento dell’Italia.
Unire le culture riformiste per la nostra generazione significa in primo luogo raccogliere
esperienze molto diverse tra loro in una soggettività politica necessariamente plurale.
Così come l’unità delle forze riformiste che dovranno dare vita al partito nuovo passa
dall’incontro di differenti identità politiche e forze sociali, a maggior ragione il soggetto
generazionale del partito nuovo dovrà articolare la propria presenza in una molteplicità di
soggetti associativi, studenteschi, sindacali, culturali e ricreativi.
L’unità si fa negli spazi aperti, non chiudendo recinti identitari, in spazi così aperti da in-
cludere anche quei giovani che ad oggi non militano in alcuna delle articolazioni politiche
costituite che daranno il primo impulso alla costituzione del nuovo soggetto politico gene-
razionale.
I giovani che animano il complesso mondo dell’associazionismo cattolico, così come le e-
sperienze dei sindacati studenteschi, passando dai sindacati e dalle associazioni di rappre-
sentanza delle imprese: ovunque vi siano spazi di partecipazione politica lì deve essere
presente e egemone il nuovo soggetto generazionale del partito nuovo.
Questo non significa ricondurre ad impossibili e anacronistici collateralismi quella che in-
vece deve essere un modello avanzato e di avanguardia di politica a rete, plurale, aperta,
capace di aderire ad ogni spazio di partecipazione giovanile.
Noi vogliamo una giovanile e un partito radicato, popolare, di massa e moderno, capace di
raccogliere in un’unica identità politica più culture ed esperienze.
2. La libertà e la laicità: i principi basilari. Libertà di e libertà da
La libertà individuale e la laicità evocano temi controversi e delicati in questa fase di di-
scussione del progetto del partito nuovo.
Noi crediamo che il partito nuovo debba essere per le giovani generazioni il vero partito
delle libertà: un partito capace di incarnare l’idea di una società laica, perché rispettosa
delle identità di tutti, ma nel contempo capace di sostenere la massima libertà possibile per
ciascuno di esprimere il proprio credo, di vivere liberamente la propria sessualità, di sce-
gliere il proprio progetto di vita.
Una libertà intesa come responsabilità sociale, come affermazione dei diritti civili e sociali
di ognuno, da esprimere come libertà di essere e di fare e libertà da ogni costrizione inde-
bita, da ogni condizionamento economico o sociale non legittimo.
Una libertà che sia sempre la massima possibile.
Perciò noi immaginiamo di poter ricercare mediazioni alte e soluzioni inedite e moderne
anche su quei temi che più spesso sembrano aprire distanze e incomprensioni politiche fra
le culture riformiste: i diritti delle persone omosessuali, la libertà della ricerca, la tutela
della vita, la libertà di disporre del proprio corpo nel far nascere o meno una vita, così co-
me nel decidere di farla cessare, la libertà responsabile del consumo delle droghe leggere e
la lotta contro le tossicodipendenze.
Tutti questi sono temi che non vanno elusi, al contrario è proprio su questi tratti della mo-
dernità della nostra proposta politica e della nostra idea di società che noi dovremo con-
centrare la nostra comune ricerca di soluzioni innovative, rispettose del punto di vista di
ognuno, ma libere dalle incrostazioni ideologiche del passato.
3. Merito, talenti, capacità: le parole d’ordine
Noi vogliamo un partito nuovo che assuma il merito e i talenti come metro e misura della
propria azione di liberazione della società italiana dai blocchi e dalle incrostazioni.

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La nostra visione è meritocratica in termini pieni: il merito si acquisisce sul campo, non
per sorte ereditaria, ogni posizione sociale deve essere contendibile.
Il lavoro e l’impegno che portano all’eccellenza debbono essere riconosciuti e premiati: in
ogni ambito della società italiana, a partire dalla politica.
Ogni individuo ha delle capacità potenziali, delle inclinazioni che se ben sostenute e inco-
raggiate possono portarlo ad eccellere.
Le capacità sono sinonimo della libertà possibile, sono la base di conoscenze e di opportu-
nità che una società moderna e giusta deve permettere a tutti di raggiungere.
Senza il libero accesso alle capacità non c’è una corsa fondata sulle pari opportunità reali:
selezionare i talenti, premiare il merito, è veramente possibile se tutti possono partire alli-
neati ai blocchi di partenza.
4. Cittadinanza: la parola chiave
Ogni individuo è in primo luogo un cittadino, prima di essere un consumatore, un mi-
grante, un utente, una persona che professa un credo religioso o che esercita una determi-
nata attività lavorativa o professionale.
La cittadinanza, la sfera inviolabile dei diritti di ogni individuo e il novero dei sui doveri, è
un concetto fondamentale per un Paese come il nostro, in cui così diffuso è l’egoismo di
parte e l’inciviltà dei comportamenti che spesso sfocia nella negazione stessa della legge.
Il partito nuovo dovrà sostenere e promuovere un’idea di cittadinanza attiva,partecipativa,
altamente democratica: lo sforzo di ridurre la distanza fra la democrazia formale e quella
reale.
La cittadinanza è un valore universale che deve valere in primo luogo per i migranti e i lo-
ro giovani figli, che scelgono di vivere nel nostro Paese.
Noi non riteniamo difficile definire i contorni della nostra idea della cittadinanza: essa è
facilmente riassumibile nei valori e nei principi contenuti nella prima parte della nostra
carta costituzionale.
5. Identità europea e globale: l’orizzonte necessario
La nostra è la prima generazione europea e globale.
La politica in cui noi crediamo è quella capace di ricondurre la potenza dell’economia sot-
to il controllo del potere della politica.
Noi vogliamo la globalizzazione dei diritti umani e della libertà, crediamo nella politica
preventiva e nel diritto internazionale per la risoluzione pacifica dei conflitti.
Il processo di costruzione di un’identità politica dell’Europa non riguarda solamente le isti-
tuzioni, ma in primo luogo gli stessi soggetti e movimenti politici.
L’Europa è l’attore politico globale che può, come dimostra l’azione del nostro Governo,
dare forza ad una nuova stagione di iniziativa politica per la costruzione della pace e
l’estensione della democrazia.
Le intollerabili ingiustizie della globalizzazione hanno bisogno di attori politici che sap-
piano costruire una solidarietà e una comune militanza a livello europeo e globale.
Una politica che non abbia questa dimensione e questo respiro non sarebbe minimamente
credibile agli occhi della nostra generazione.
Per questo l’identità europea e mondiale del partito nuovo è ai nostri occhi non una que-
stione ideologica, ma ancora più importante, è una questione di funzione politica.
La nostra adesione alla ECOSY e alla IUSY ci hanno permesso di conoscere l’identità com-
plessa e plurale di due movimenti, quello del socialismo europeo e dell’internazionale so-
cialista, che già oggi raccolgono la stragrande maggioranza dei giovani democratici e ri-
formisti di ogni parte del nostro continente e del mondo.
Per queste ragioni, non ideologiche, ma politiche, noi crediamo che l’innovazione della co-
struzione del partito nuovo in Italia sia un arricchimento prezioso per tutta l’esperienza
del PSE, così come lo stesso partito del socialismo europeo ha chiaramente espresso nel re-
cente congresso di Porto.
La necessità di rinnovare e riformare la nostra famiglia europea è grande: noi chiediamo
un vero partito capace di affrontare con determinazione il rilancio della fase costituente
dell’Europa e di allargare i propri confini identitari e culturali.

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Con la stessa chiarezza crediamo che l’orizzonte più credibile per la dimensione europea
del partito nuovo sia una rinnovata e ancora più ampia famiglia del socialismo democrati-
co e riformista, che non può che essere la naturale evoluzione, già in atto, dello stesso PSE.

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Tesi 8
Rinnovando la Sinistra giovanile

Per affrontare con un ruolo e una funzione centrali nella società italiana la complessa fase che
stiamo vivendo abbiamo bisogno di un forte e profondo rinnovamento della nostra organizzazio-
ne.
C’è bisogno, ancora una volta, di una Sinistra giovanile nuova.
Nessun partito politico e tanto meno nessuna giovanile di partito rimane immutabile e uguale a se
stessa nel tempo.
La nostra esperienza di questi anni ci ha dimostrato come il cambiamento culturale e organizzati-
vo sia una condizione ineliminabile e repentina del nostro vivere come soggetto generazionale.
Perciò il nuovo gruppo dirigente della nostra organizzazione avrà il compito di riconnettere i fili
della nostra lunga discussione e elaborazione sulla riforma della Sinistra giovanile.
Dobbiamo affidare a loro il compito di costruire un percorso di analisi e ricerca che ci permetta,
nel più breve tempo possibile, di dotare la Sinistra giovanile di un nuovo Statuto nazionale.
Il carico di lavoro assai oneroso della lunga fase elettorale ci ha impedito di condurre in porto i
lavori della Commissione nazionale per lo Statuto, mai convocata.
Ora non è il tempo delle recriminazioni o delle analisi eccessivamente ingenerose.
Dobbiamo affidare al nuovo Presidente nazionale il mandato di preparare e convocare, subito do-
po il congresso nazionale di Roma, un grande appuntamento politico e di riflessione sullo stato e
le prospettive della nostra organizzazione, che sia l’occasione per l’approvazione del nuovo Statu-
to.
Scrivere le regole di vita democratica e sintetizzare in un quadro progettuale la nostra identità or-
ganizzativa non è un esercizio inutile o dilatorio in vista della costruzione del nuovo soggetto ge-
nerazionale: al contrario solo conoscendo bene la nostra identità dinamica e organizzativa e
l’orizzonte dei nostri valori statutari noi potremo con più chiarezza e determinazione perseguire
gli obbiettivi di riforma a e innovazione della politica che la costruzione del partito nuovo porta
inscindibilmente con se.
Gli anni alle nostre spalle sono stati infatti ricchi di sperimentazioni innovative e coraggiose del
nostro essere organizzazione: le esperienze di reti studentesche, gli spazi associativi e culturali, la
dimensione federale e quella orizzontale della discussione politica e ancor più delle mobilitazioni
e delle campagne elettorali.
Dovremo tornare a confrontarci con temi quali quello della sussidiarietà, che attengono non solo
la funzione di Governo, ma anche le forme di una moderna organizzazione a rete dei soggetti po-
litici e dei loro rapporti con la società.
Non è infatti fuori luogo l’immaginare un rilancio delle nostre capacità di aggregazione intorno a
bisogni emergenti delle giovani generazioni con servizi e infrastrutture sociali, non ancora rico-
nosciuti e promossi dalle istituzioni locali
La dimensione aggregativa e del tempo libero, l’associazionismo culturale e di promozione sociale
sono elementi dell’innovazione del nostro essere organizzazione politica che meritano una nuova
stagione di progetti da costruire insieme all’ARCI e alle altre associazioni della sinistra riformista e
del mondo associativo democratico.
Giosef dovrà tornare ad essere una struttura di servizi e progettualità europea conosciuta, pro-
mossa e utilizzata da tutta la Sinistra giovanile.
Con Giosef dovremo ridefinire un patto federativo e di collaborazione, dopo che, grazie
all’impegno di alcuni volenterosi e preparati compagni, questa associazione ha ripreso a vivere
un’intensa capacità di lavoro, in particolare sul terreno della promozione presso le giovani gene-
razioni del servizio civile volontario.
Dovremo concentrare molti dei nostri sforzi sull’innovazione delle nostre forme di comunicazione
interna e esterna.
Nella società della comunicazione diventa necessario, per un’organizzazione di rilevanza nazio-
nale, investire risorse ed energie per condividere e dare visibilità alla propria azione politica.
Sviluppare la comunicazione interna ed esterna innovando le forme, i mezzi e il linguaggio è,
dunque, l’obbiettivo.

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Il web2.0 è uno dei mezzi che più d’ogni altro dovranno essere sviluppati con la costruzione di un
nuovo portale internet capace di contenere le mille risorse che attraversano la nostra organizza-
zione.
Sgworld non più come solo contenitore di notizie statiche ma community di bloggers, magazzino
di risorse a cui tutti potranno aggiungere le proprie conoscenze, spazio in cui innovare le forme
della politica e sperimentare nuovi linguaggi con la web radio e la web tv, luogo in cui organizza-
re i dipartimenti tematici.
Sgworld come format televisivo, per canali satellitari e reti locali dove raccontare in trenta minuti
settimanali un’organizzazione, le sue iniziative e le storie che la attraversano.
Innovare i mezzi non vuol dire abbandonare le forme classiche del nostro far politica ma farle
viaggiare in sinergia.
Le campagne cartacee restano un supporto da utilizzare sempre più frequentemente, program-
mando sistematicamente ogni anno una campagna di tesseramento e prevedendo campagne a ca-
rattere nazionale ogni estate, in concomitanza con la stagione delle festa de l’Unità.
Dovremo inoltre misurarci con un rilancio della nostra capacità di produrre e qualificare i canali
della formazione politica continua e permanente, ponendoci l’obbiettivo di una moderna forma-
zione politica di massa.
Il proliferare di appuntamenti formativi per ristrette elitè è il segno di una vivacità culturale che
merita una pianificazione e una progettualità più organiche e accessibili: dovremo farci portatori
di un ‘istanza forte tra le nostre fila e nelle giovani generazioni, quella di avere più formazione al-
la politica e alla democrazia, con la proposta di chiamare ad un confronto con la Sinistra giovani-
le e il cantiere politico dei giovani dell’Ulivo tutte le fondazioni, le associazioni di ricerca e cultu-
rali, le scuole di formazione, le riviste che si richiamano ad un confronto culturale con il nostro
partito e il progetto del partito nuovo che vogliamo costruire.
Tutti questi temi sono la riforma dell’organizzazione e tanti altri, legati alla nostra effettiva capa-
cità di condurre una stagione di riforme partecipate e credibili, un’azione politica coerente con
l’ambiziosa sfida della riforma della politica.
Dobbiamo divenire un’organizzazione a rete, aperta, inclusiva, plurale, per essere l’avanguardia
anche sotto il profilo decisivo dell’organizzazione del nuovo soggetto generazionale che vogliamo
costruire.
Nel corso degli anni la nostra organizzazione ha ampliato i margini della propria autonomia poli-
tica dai DS, svolgendo un ruolo di avanguardia nelle società italiana, nei grandi movimenti giova-
nili, nel mondo del lavoro precario e flessibile, nei percorsi del sapere, in ogni luogo in cui le gio-
vani generazioni chiedessero una politica radicalmente nuova per linguaggio, metodi, valori e i-
stanze.
Ma contemporaneamente è cresciuta la nostra cittadinanza politica nei DS, come dimostrano i
numerosi investimenti politici e materiali che il partito ha fatto su di noi e il significativo numero
di nostri dirigenti che sono oggi dirigenti dei DS ad ogni livello, dalla Segreteria nazionale fino al-
la più piccola delle sezioni.
Al dibattito del nostro partito ci siamo sforzati di portare una lettura innovativa e sempre origina-
le delle giovani generazioni, così da poter determinare un’innovazione della cultura politica e del-
la proposta di tutti i DS: con alcuni vistosi successi, si pensi al lavoro o alle proposte sulla forma-
zione, o ai temi delle libertà, del talento, del merito, o ancora allo sguardo sulle ingiustizie del
mondo e sull’orizzonte dell’Europa della prima generazione di cittadini europei e globali.
Non dobbiamo nasconderci anche dei limiti di interlocuzione, legati alla difficoltà nostra di far
comprendere appieno in ogni fase il punto di vista delle giovani generazioni, per limiti di analisi o
di iniziativa politica della Sinistra giovanile, ma anche per difficoltà del Partito ad accettare un
forte grado di innovazione politica e culturale.
Ci sono sconfitte che dobbiamo rivendicare come vittorie: la campagna elettorale per il Referen-
dum sulla fecondazione assistita ha visto il nostro partito e la Sinistra giovanile spendersi convinti
della necessità di portare un punto di vista moderno sulla libertà delle donne nel dibattito della
società italiana.
Ci sono sfide che abbiamo vinto ed altre che abbiamo perso assieme al nostro partito.
In particolare sentiamo di poter affermare di essere stati generosi e coraggiosi nell’accettare la
proposta politica sulla rappresentanza che i DS ci lanciarono nella composizione delle liste eletto-
rali per la Camera dei deputati.

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Il partito ci chiese di concorrere al successo elettorale dell’Ulivo con più candidature, di cui una,
quella del Presidente nazionale, la cui elezione sarebbe stata incerta ma possibile, per produrre il
massimo sforzo di mobilitazione nella campagna elettorale e dare rappresentanza alle giovani ge-
nerazioni come Ulivo e Democratici di sinistra.
Noi abbiamo accettato quella sfida, che era la nostra sfida sulla rappresentanza delle giovani ge-
nerazioni.
I fatti, cioè i dati elettorali relativi al voto dei giovani, ci inducono ad affermare con chiarezza che
la nostra sfida politica noi l’abbiamo vinta.
Al nostro partito consegniamo una serena riflessione, sull’opportunità, nelle elezioni a venire, di
riconoscere una nostra funzione di rappresentanza piena delle giovani generazioni, non solo
quando c’è da raccogliere voti, ma anche quando è il momento di essere presenti nelle istituzioni.
Sicuramente la nostra cittadinanza all’interno dei DS è significativamente aumentata, perché lo
spazio e la centralità dell’elaborazione e dell’iniziativa politica del Partito dedicata ai giovani è
sensibilmente cresciuta in quantità e qualità.
La nostra funzione di organizzazione giovanile, pienamente cittadina e protagonista del dibattito
del partito, è una missione fatta di servizio e di militanza generosa, ma anche un pungolo e uno
stimolo autonomo e critico verso le decisioni dei DS, la linea politica, l’operato della classe diri-
gente del nostro partito.
Autonomia e cittadinanza sono un binomio fruttuoso da arricchire ancora nei prossimi anni di la-
voro politico comune.
Ad ogni generazione della Sinistra giovanile e ad ogni classe dirigente del partito spetta il compito
di declinare in forme sempre nuove e più avanzate il patto politico che lega la nostra organizza-
zione al nostro Partito: al nuovo gruppo dirigente della Sinistra giovanile spetterà in particolare
l’onere della proposta di un ‘evoluzione nelle forme di cittadinanza politica riconosciuta dai DS
alla loro giovanile e nel contempo l’esercizio libero e fiero della piena autonomia politica.

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Tesi 9
Dall’Europa al mondo

La realtà in cui viviamo è oggetto di continui e repentini processi di trasformazione che vedono i
loro tratti caratteristici sul piano politico-istituzionale nel superamento della forma dello Stato-
Nazione come titolare della sovranità e sul piano economico-sociale nell’ampliarsi della cifra di
interdipendenza globale con tutto il suo portato di accentuazione della competizione fra sistemi e
macroaree territoriali.
Lo sviluppo e la diffusione delle nuove tecnologie dell’informazione e la rapida crescita di grandi
economie emergenti, in primis Cina ed India, sono i tratti distintivi dell’attuale scenario interna-
zionale.
Abbiamo di fronte un inedito ordine del mondo che necessita di più politica e che, invece, registra
la sempre maggiore difficoltà da parte di essa di porsi all’altezza del livello attuale dello sviluppo
delle forze produttive, della circolazione e dei consumi ovvero la sempre maggiore divaricazione
del delta fra il cosmopolitismo dell’economia ed il nazionalismo della politica.
Da ciò scaturisce l’esigenza di potenziare e costruire consenso sul ruolo dei soggetti pubblici so-
vranazionali, a partire dal progetto politico dell’UE.
Su tale progetto la nostra generazione ha definito un pezzo essenziale della propria identità di
giovani italiani europei nella consapevolezza che le possibilità del nostro paese di stare positiva-
mente nei nuovi scenari della competizione internazionale si declinano tutte sul terreno della sua
compiuta integrazione nel progetto europeo.
L’Europa quale attore politico globale diviene sempre più una necessità storica. È l’attuale fase di
disordine mondiale ad evidenziarne l’indispensabilità.
Il fallimento della strategia unilaterale dell’amministrazione Bush appare con tutta evidenza. A
partire dai sanguinosi pantani di Afghanistan ed Iraq per giungere sino al dramma irrisolto della
questione israelo-palestinese, si impone la necessità di un nuovo impegno della politica e del dia-
logo. Nessun nuovo ordine mondiale è possibile senza lo sforzo di superare l’unilateralismo e di
sperimentare quotidianamente la reciproca comprensione.
La nostra è la generazione del multilateralismo, del dialogo tra i popoli e le religioni, della pace.
Le straordinarie mobilitazioni contro il conflitto in Iraq hanno segnato il momento di prima socia-
lizzazione politica di migliaia di giovani italiani ed europei. La “politica” è apparsa, in quel mo-
mento più che mai, lo strumento più adeguato per disegnare un mondo diverso. Le Istituzioni so-
pranazionali, a partire dalle Nazioni Unite e dall’UE, rappresentano il punto da cui far ripartire
un ponte possibile fra la necessità di costruire un nuovo ordine mondiale ed il terribile quadro di
instabilità in cui il mondo tutto si trova oggi. In questo senso, la risoluzione del conflitto israelo-
libanese, con il nuovo protagonismo delle Nazioni Unite e dell’Europa, rappresentano l’accendersi
di una nuova importante speranza di pace, a cui siamo orgogliosi che anche il nostro paese abbia
dato un significativo contributo.
Lo stesso tentativo di utilizzare gli argomenti delle civiltà e delle religioni quali leve per conflitti e
cesure irrecuperabili appaiono alla nostra generazione, più che ad ogni altra, del tutto inadeguati.
Oggi più che mai è necessaria un impostazione di dialogo, in cui fede e ragione, nel rispetto dei
reciprochi ambiti, riescono a sperimentare la loro complementarità nel tentativo non facile di da-
re forma ad un mondo più equilibrato ed ordinato.
L’Europa come attore politico globale è indispensabile nel tentativo di costruire un nuovo ordine
mondiale.
Con l’allargamento a Romania e Bulgaria i paesi dell’Unione arriveranno a ben 27. E’ un risultato
importante e positivo che va nella direzione della creazione di uno spazio di cittadinanza fatto da
oltre 450 milioni di persone. Il percorso di allargamento va ora accompagnato da un altrettanto
celere percorso di approfondimento del legame comunitario.
I fallimenti dei referendum costituzionali in Francia ed Olanda hanno portato ad una lunga pau-
sa di riflessione che oggi sembra finalmente giungere a termine. Il semestre di presenza tedesca
assieme alle elezioni presidenziali in Francia possono rappresentare i due cardini di una nuova
stagione europeista, in cui si riparta dalla necessità di rilanciare il ruolo e la funzione strategica
dell’Europa nel nuovo contesto geopolitico globale.

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L’Europa se vorrà affermarsi quale reale soggetto politico necessita di una rivisitazione del fun-
zionamento delle sue istituzioni. A partire dal ruolo della commissione che sempre più deve as-
surgere a vero e proprio governo esecutivo, e dal ruolo del parlamento che, già nel trattato costi-
tuzionale allargava le sue competenze, e che deve divenire il vero luogo dell’iniziativa legislativa
dell’Unione. La politica estera dell’Ue deve saper superare le tendenze centrifughe nazionali at-
traverso il riconoscimento di un autorevole ministro degli esteri dell’unione e deve saper pesare
sul tavolo globale anche attraverso la reale presenza di una forza di pace permanente, pronta ad
intervenire in ogni angolo del mondo.
L’impegno della Sinistra giovanile, in prima linea, nell’Ecosy e nella Iusy e si inquadra all’interno
di tali considerazioni politiche e nella consapevolezza che esiste un legame evidente tra la funzio-
ne della nostra generazione e la necessità di determinare una discussione nell’opinione pubblica
globale che sia motore della riforma della politica e delle istituzioni nazionali e sovranazionali.

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Tesi 10
Cooperare allo sviluppo

Sul piano dell’analisi quantitativa della politica di cooperazione, sulle risorse ed i fondi ad essa de-
stinati, siamo di fronte ad un quadro sconfortante. Sul piano dell’analisi del dato qualitativo, il
quadro internazionale -lo stato del mondo, questo nostro presente in cui con sempre maggiori
difficoltà viviamo e operiamo- è radicalmente cambiato rispetto a quando fu creata la legge 49
che ancora oggi regola la cooperazione internazionale del nostro paese e che va rivista. E quindi
vanno riviste anche le politiche. Si tenga conto però di quella che è la stella polare delle politiche
di cooperazione e di aiuto allo sviluppo: gli obiettivi del millennio. Quindi eliminare la povertà e-
strema e la fame, raggiungere l’istruzione elementare universale, promuovere l’eguaglianza fra i
sessi, diminuire la mortalità infantile, migliorare la salute materna, combattere l’AIDS, assicurare
la sostenibilità ambientale, sviluppare una collaborazione globale per lo sviluppo.
Oggi, diversamente dal passato, gli attori principali della cooperazione nel nostro Paese si ritrova-
no in un protagonismo forte e diretto delle comunità, amministrazioni locali, istituzioni decentra-
te e società civile, profit e no profit. Allo stesso modo sono cambiati quelli che definiamo come i
nostri partner nei paesi cosiddetti “beneficiari”, è cambiato il modo di intendere e tradurre in at-
tività e programmi le relazioni, lo scambio, il confronto. I temi in discussione oggi non sono i pro-
getti in sé, ma la costruzione di dialogo e alleanze e programmi duraturi per un mondo realmente
più giusto, migliore. Un vero partenariato richiede prima di tutto riconoscimento reciproco e pari
dignità e va avviata una riflessione che riguardi anche il tema degli scambi economici (è necessa-
rio ad esempio tornare ad analizzare la situazione delle esportazioni dei Paesi in via di sviluppo).
È fondamentale dunque intendere la cooperazione anche interpretandola secondo la chiave del
sostegno politico a determinate esperienze. Insomma: il tema della cooperazione internazionale
non va ridotto nell’ambito della beneficenza, ma ricompresso in quello delle politica. Non basta
“dare soldi”, è necessario invece concentrarsi sulla programmazione, sui campi di discussione,
sull’identificazione di possibili interlocutori politici, istituzionali e della società civile dei paesi
verso i quali sono destinati i progetti di cooperazione (tenendo conto, anche, delle “pratiche di
buon governo” dei processi).
Il tema dei diritti globali in una società mondiale aperta deve essere al centro di un necessario im-
pegno per la riforma delle politiche di cooperazione. E crediamo che questo debba avvenire a par-
tire dall’azione di questo governo che pure ha segnato la discontinuità col passato nominando una
figura istituzionale (il viceministro degli esteri) con la delega alla cooperazione.
Si tenga conto che basterebbe lo 0,5% del Prodotto Interno Lordo dei 22 Paesi più ricchi, circa
100 miliardi di euro l’anno, per raggiungere gli Obiettivi di Sviluppo del Millennio come promes-
so nel 2000. Si tratterebbe insomma di rispettare l’impegno preso dai Paesi ricchi di destinare lo
0,7% del PIL alla Cooperazione Internazionale. Pensiamo che anche il governo italiano partendo
da questa considerazione, e in un quadro di politiche europee, possa farsi attore centrale della dif-
fusione di politiche di cooperazione. Ad esempio puntando alla promozione di un sistema finan-
ziario e commerciale aperto, che sia basato su delle regole e che sia prevedibile e non discrimina-
torio. E affrontando i problemi del debito nei paesi in via di sviluppo, con l’adozione di misure na-
zionali ed internazionali che guardino alla sostenibilità del debito nel lungo periodo. Inoltre è
possibile un impegno per rendere disponibili, in collaborazione con il settore privato, l’accesso al-
le nuove tecnologie soprattutto dell’informazione e delle comunicazioni.

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Tesi 11
Al centro dell’Europa. Il nostro Settentrione

Non esiste un nord. Esistono tanti nord con le loro peculiarità e caratteristiche: le grandi aree me-
tropolitane e le province, il nordest delle piccole aziende e il nordovest postindustriale, la pianura
e le montagne, le grandi infrastrutture e i problemi della mobilità, i centri storici e i non luoghi.
Si tratta, sostanzialmente, dell'area produttiva più competitiva del paese, ma anche quella che ha
vissuto con maggiore intensità alcune vicende della deindustrializzazione e della trasformazione
del tessuto produttivo.
Un territorio conscio delle grandi sfide che dovrà affrontare nei prossimi anni così come delle
tante energie, risorse, intelligenze che lo attraversano.
Parlare della questione settentrionale vuol dire affrontare i problemi derivanti dalla crisi del si-
stema di rappresentanza politico e sociale. Se c’è un dato che ha caratterizzato gli ultimi anni di
vita politica di questo territorio è, oltre a quello di fenomeni politici autonomisti e secessionisti
come la Lega Nord o populistici come Forza Italia, quello delle perdita di funzione dei corpi in-
termedi della società come le organizzazioni di categoria, i sindacati e le istituzioni religiose.
Le elezioni politiche della scorsa primavera hanno segnato, ulteriormente, la crisi di funzione del-
la sinistra: troppo spesso veniamo percepiti come il partito dei dipendenti pubblici e di qualche
fascia di garantiti e, a differenza della Casa delle Libertà, non riusciamo ad avviare un dialogo con
i ceti produttivi e con le fasce di popolazione debole.
Ridefinire la funzione e le forme della politica, in una società caratterizzata dalla frammentazione
sociale, è la mission che dovrà caratterizzarci.
La Sinistra giovanile, dunque, come motore di un nuovo protagonismo della sinistra nelle dinami-
che sociali, economiche e culturali dell’area più produttiva del paese: nei prossimi mesi, con il la-
voro fatto dalle nostre strutture e dai nostri amministratori locali, dovremo riuscire ad imporre al
nostro partito e alla coalizione nuovi strumenti per leggere le incertezze, le istanze e le aspirazioni
di una generazione che vuole modernità, ove per modernità intendiamo autonomia della persona
come complesso di diritti, doveri e opportunità.
L’occasione rappresentata dalla vittoria elettorale deve essere il volano per dotare il nord Italia di
tutti quegli strumenti necessari a concretizzare la propria funzione europea: integrazione, diritti
di cittadinanza, infrastrutture, investimento pubblico sul sapere, ricerca e trasferimento tecnolo-
gico devono essere le parole d’ordine della Sinistra giovanile e del Governo Prodi.

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Tesi 12
Al centro del Mediterraneo. Il nostro Mezzogiorno

Il Sud è: i ragazzi di Locri che reagiscono all’omicidio Fortugno, risvegliando la società calabrese; i
ragazzi che salgono sul Nichi e Rita Express per tornare nelle loro regioni a votare nella speranza
di potervi, un giorno, restare; i giovani della Campania che dicono no alla camorra e tutti quelli
che sono rimasti nelle regioni del Mezzogiorno combattendo quotidianamente dinanzi alle diffi-
coltà di una terra ricca di calore e potenzialità, ma più arida del resto del Paese per opportunità.
Per troppo tempo abbiamo assistito alla retorica del Mezzogiorno come priorità dello sviluppo na-
zionale. Eppure ancora ora questa parte dell’Italia fatica ad essere considerata dalla politica una
questione nazionale, non riuscendo a realizzare le condizioni per liberare le sue migliori energie,
in particolare i giovani talenti, e trasformarle in un serbatoio di crescita di cui può beneficiare
l’intero Paese. Non riuscendo a cambiare i rapporti esistenti in una società meridionale che, più
del Centro-Nord, è chiusa in corporazioni e caste, dove più che il curriculum conta il cognome
che porti e più del merito la capacità di ricorrere all’intermediazione politica.
Il centrosinistra è stato premiato dagli elettori meridionali alle recenti elezioni politiche per svol-
gere a pieno un mandato: recuperare il gap di attenzione lasciato da un centro-destra che, nei
cinque anni di governo passati, ha ridotto al minimo gli investimenti infrastrutturali, materiali ed
immateriali, e non ha attuato alcuna scelta strategica di rilievo per preparare il Sud a svolgere un
ruolo di primo piano in vista dell’imminente apertura dell’area di libero scambio mediterranea,
con il rischio di diventare periferia politica ed economica nel 2010.
Con la legge Finanziaria 2007, il Governo Prodi ha individuato, anche con l’aiuto delle regioni del
Sud che, per la prima volta, si sono raccordate unitariamente col Governo, quattro priorità: infra-
strutture, sicurezza, ricerca e saperi, competitività, settori nei quali si gioca la sfida del rilancio
del Mezzogiorno e dell’Italia. All’interno di questa cornice sono state previste, in particolare, al-
cune misure che avranno un’incidenza diretta sulla condizione di vita di molti giovani meridio-
nali: la stabilizzazione del credito d'imposta, che consentirà alle imprese di programmare nel
tempo il riutilizzo dei benefici derivanti dagli sgravi fiscali, il raddoppio del cuneo fiscale (dieci
mila euro per ogni lavoratore assunto a tempo indeterminato) a fronte dei cinque mila previsti
per il resto del Paese. Così come saranno destinate al Sud la maggior parte delle risorse previste
nel nuovo Fondo unico per l’innovazione tecnologica e produttiva, così da offrire a tanti giovani
opportunità di lavoro in cui dimostrare di avere talento e competenze, in settori chiave come la
ricerca applicata, l’innovazione tecnologica, la produzione di qualità, lo sviluppo delle conoscen-
ze e dei saperi. E utilizzato il Fondo nazionale per le Politiche Giovanili per progetti che puntino
alla socializzazione e alla cultura.
Tutto ciò ci spinge a considerare che il Governo non ha tradito le aspettative del Sud già da questa
prima Finanziaria, anche grazie al contributo che in questi anni la Sinistra giovanile ha dato ai DS
nell’elaborazione delle politiche d’incentivo per lo sviluppo del Mezzogiorno.
Adesso, la nostra missione sarà quella di contribuire a consolidare un quadro di sviluppo, che
passi attraverso un nuovo rapporto tra il cittadino e lo stato.
Le giovani generazioni meridionali devono essere libere, non assoggettate all’ intermediazione,
all’assistenzialismo. In questo modo si potranno creare le condizioni per assicurare una più facile
mobilità sociale, così da determinare un ricambio della classe dirigente in tutti i luoghi di gover-
no, di una società meridionale ancora troppo bloccata.

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Tesi 13
Amministrare a vent’anni

Negli ultimi anni la presenza di giovani amministratori negli enti locali è in continua crescita.
Comincia ad affermarsi una maggiore attenzione nella formazione delle liste elettorali ed in molti
casi l’investimento del nostro partito sulle giovani generazioni passa attraverso i consigli di quar-
tiere, i consigli comunali, provinciali. I giovani raccolgono consensi molto alti, perché portatori di
innovazione e perché, nella percezione degli elettori, sono maggiormente slegati da dinamiche di
potere. Gli enti locali sono una buona palestra per i giovani che però, a volte, vengono lasciati soli
ma molte volte, spesso nelle realtà più piccole, i giovani amministratori sono il motore dei consigli
comunali. Il disagio dei giovani consiglieri è percepibile, le nuove norme hanno mutato le attribu-
zioni di potere e competenze tra il Consiglio e l’Esecutivo: Molti giovani consiglieri decidono di
non ricandidarsi per il secondo mandato, dopo aver fatto innumerevoli sforzi per essere eletti e
aver investito tempo e fatica, si ritrovano in assemblee svuotate del loro peso politico e decisiona-
le. In molti casi la mancanza di attenzione da parte di chi già ha avuto esperienze amministrative,
e l’assenza del passaggio di competenze e di esperienze ci porta a dire che riteniamo indispensabi-
le momenti di formazione e di approfondimento, non una vera e propria scuola per amministra-
tori, ma dei contenitori dinamici e partecipati dove ciascuno possa sperimentare e costruire le
proprie capacità per far nascere politiche locali innovative che guardano al futuro. In quest’ottica
la nascita all’interno dell’ANCI della consulta degli amministratori under 35 può aiutare a creare
momenti di approfondimento e confronto con le altre forze politiche presenti sul territorio a par-
tire dal contesto regionale. I giovani amministratori invece possono essere portatori di una visione
più ampia che porta nelle amministrazioni locali quello sguardo europeo che caratterizza la no-
stra generazione e che porta ad immaginare le nostre città come luoghi in cui tutti hanno la pos-
sibilità di esprimersi. E’ necessario ripensare ad uno spazio pubblico comune. Deve venir meno
nelle nostre amministrazioni l’esigenza di livellare, di offrire servizi uguali per tutti. Nella nostre
città tutti dovrebbero avere l’opportunità di sperimentare la vera partecipazione democratica, il
luogo di crescita culturale, piazza non solo fisica ma anche luogo d’incontro e di scambio tra cul-
ture e tradizioni. Riappropriarsi dei quartieri, dei luoghi, dei percorsi, del rapporto con lo spazio,
per creare comunità, per creare solidarietà all’interno della comunità, per evitare la frammenta-
zione, l’isolamento e la violenza delle periferie urbane e per scardinare quel senso di solitudine e
impotenza che caratterizza le giovani generazioni di alcune aree metropolitane sia al nord che al
sud del paese e le giovani ed i giovani migranti. La Sinistra giovanile dovrà continuare a battersi
contro la creazione di ghetti e zone ombra e, attraverso i suoi amministratori, lavorare sulla for-
ma fisica delle città privilegiando l’azione sociale e gli investimenti per una maggiore mobilità e
investire nella partecipazione come forma d’integrazione, nel dialogo interculturale ed interreli-
gioso.
Il sistema politico, soprattutto quello locale, rimane in equilibrio se non si discosta troppo dalle
dinamiche e dalle richieste della società civile, ma se la personalizzazione della politica ed il ruolo
centrale che i sindaci hanno nel nostro paese aiuta e rafforza il legame tra politica e società, i sin-
daci non possono fare a meno dei partiti, delle associazioni e dei gruppi di interesse. I partiti sono
e continuano ad essere i garanti di una democrazia partecipativa, inclusiva. Oggi le amministra-
zioni pubbliche sono chiamate a rendere conto ai cittadini il loro operato ed i risultati raggiunti
attraverso l’utilizzo delle risorse pubbliche. Il bilancio sociale sta diventando un sistema diffuso ed
usato dalle amministrazioni per rispondere all’esigenza di trasparenza da parte dei cittadini e per
comunicare priorità, obiettivi di intervento, e soprattutto i risultati ottenuti. L’ente si espone al
giudizio del cittadino inteso come elettore, ma anche come contribuente e destinatario dei servizi,
e al giudizio di tutti gli interlocutori pubblici e privati, ma insieme con tutti questi soggetti condi-
vide i programmi, i progetti ed i risultati per favorire e realizzare la partecipazione reale della so-
cietà nelle decisioni dell’ente pubblico.
Nelle pubbliche amministrazioni i temi che riguardano le giovani generazioni sono affrontati da-
gli Assessorati alle politiche giovanili, che spesso e volentieri sono considerati marginali o associa-
ti ai servizi sociali, così da segregare un’intera fascia di popolazione nelle voci “prevenzione del
disagio” e “promozione dell’agio”. E’ chiara l’esigenza di una legge quadro sulle politiche giova-
nili, mancano al momento delle linee di indirizzo, spesso e volentieri il tema delle politiche giova-

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nili viene affrontato con singoli interventi, che rendono bene l’idea di come le politiche per i gio-
vani siano identificate con le singole pratiche amministrative che un ente locale mette in campo di
volta in volta. Diventa così chiara l’esigenza di pensare alle politiche giovanili come politiche tra-
sversali, che riguardano molta parte dell’agire amministrativo e che non devono essere più rele-
gate all’idea di gestire fondi e finanziamenti. La Sinistra giovanile, come in molte realtà già avvie-
ne, dovrà dotarsi in ogni regione di una Consulta dei Giovani amministratori per rendere il lavoro
degli amministratori under 30 meno isolato, per condividere buone prassi, per rendere agevole e
maggiormente fruibile il confronto, per incentivare la formazione di una nuova classe dirigente
che in questa fase passa soprattutto attraverso gli enti locali.

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Tesi 14
Un ministero per le giovani generazioni

Come avviene da molti anni nella maggior parte dei Paesi europei il Governo Prodi ha istituito,
per la prima volta in Italia, il Ministero delle Politiche Giovanili. Questo rappresenta una conqui-
sta per le giovani generazioni italiane, e per l’organizzazione giovanile che più di tutte si è battuta
in questo senso, infatti da anni la Sinistra giovanile chiedeva con forza un Ministero che si occu-
passe della questione generazionale, lo avevamo scritto anche nella nostra proposta di legge “Ac-
cesso al Futuro”. Per un paese che guarda al futuro, che investe sulle giovani generazioni c’è la
forte necessità di pensare ai giovani non come una categoria, non come un gruppo chiuso. Per
questo le linee guida del Ministero vanno nel senso di sottolineare la trasversalità delle politiche
giovanili. Tra le funzioni del Ministro Melandri, c’è l’ assunzione della presidenza del Forum
Nazionale dei giovani, ci sembra un segnale importante per rendere più efficiente uno strumento
che fino ad oggi ha stentato a decollare. Con il DPEF il Governo si è impegnato ad avviare un vero
e proprio piano Nazionale per giovani, che risponde agli obiettivi dell’ accesso alla casa, al lavoro,
all’ impresa, al credito, alla cultura. La Finanziaria 2007 stanzia 130 milioni di euro per il Fondo
Nazionale per le Politiche giovanili. Ancora può sembrare poco, ma in una situazione economica
così difficile indica una direzione, un impegno, verso una generazione che negli anni del Governo
Berlusconi è stata completamente trascurata, se non svantaggiata, da politiche antigenerazionali.
Queste azione del Governo si inserisce nel quadro degli obiettivi politici definiti dal Consiglio eu-
ropeo di Lisbona: fare dell’Europa “l’economia basata sulla conoscenza più competitiva e dinami-
ca del mondo”, “75 milioni di giovani la cui condizione oggi è marcata spesso da un deficit di cit-
tadinanza animano la nuova Europa a 25.”

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Tesi 15
Prosciugare la precarietà

La contemporaneità pone una sfida che può essere vinta solo se è tutto il Paese a farsene carico, la
sfida della flessibilità, dell’innovazione tecnologica e produttiva, cioè la capacità di orientare il
nostro modello di sviluppo sui parametri dell’economia della conoscenza. L’aver affrontato, come
si è fatto in questi anni in Italia, una sfida epocale come quella in atto guardando soltanto al lavo-
ro e alle sue regole, ha portato la flessibilità ad assumere i connotati della precarietà esistenziale
per milioni di lavoratrici e di lavoratori, soprattutto giovani. Si è chiesto al lavoro e alle giovani
generazioni di farsi flessibili, mentre il Paese restava rigido in ogni sua parte, accordando privilegi
alle rendite di posizione e lasciando intatti i fortini, strizzando l’occhio ai furbi e ai corporativi-
smi: il risultato è stato ed è la precarietà, esistenziale per i giovani e strutturale per l’economia ita-
liana tutta.
Questo il prodotto di provvedimenti e leggi come la 30, che va superata riaffermando la centralità
del lavoro stabile come forma normale di impiego, selezionando forme di buona flessibilità e
combattendo la precarietà subita e reiterata. Per fare questo è necessario chiudere al più presto il
rubinetto che alimenta la precarietà, quello della convenienza economica per le imprese
nell’utilizzo delle tipologie atipiche. Inoltre, gli abusi di queste forme contrattuali vanno messi al
bando, con un principio discriminante strettamente connesso alle condizioni materiali di lavoro.
Restano infine, per restituire piena dignità al lavoro, da consolidare le politiche di lotta al som-
merso e alle insicurezze sul lavoro.
Per prosciugare la precarietà non bastano, da sole, buone leggi nazionali sul lavoro. Serve amplia-
re lo sguardo e costruire finalmente una riforma degli ammortizzatori sociali che superi
l’impostazione datata del welfare italiano e importi le caratteristiche positive di efficienti modelli
europei di flexsecurity. Noi vogliamo un sistema di diritti e tutele nuovo, aperto, e personalizzato.
Orientato a includere tutti e ciascuno, soprattutto chi fino ad oggi ne è rimasto emarginato, le
giovani generazioni. Costruito intorno alla persona e al suo percorso formativo e professionale,
capace di orientare tra lo studio e il lavoro così come tra i diversi lavori. Pensato e attuato coi ter-
ritori, gli enti locali, la scuola e l’università dell’autonomia, e dove i centri per l’impiego siano
messi nelle condizioni di divenire il perno della regolazione di un nuovo modello di politiche atti-
ve per il lavoro e lo sviluppo. Di qui la necessità di risorse e centralità nell’agenda politica non so-
lo nazionale, ma anche e soprattutto locale, dove si registrano colpevoli ritardi da parte delle stes-
se amministrazioni di centrosinistra.
Vogliamo la garanzia di un degno futuro previdenziale per le giovani generazioni, con il diritto
alla contribuzione anche per i parasubordinati, la copertura figurativa nei periodi di non lavoro e
una piena ed esigibile totalizzazione dei contributi. È anche nostra, inoltre, sul piano culturale ol-
tre che politico, la responsabilità di veicolare nei confronti dell’opinione pubblica giovanile le po-
tenzialità dell’avvio della seconda gamba del sistema previdenziale.
Chiamiamo anche il Sindacato a ricercare di superare le profonde difficoltà di interazione e coin-
volgimento di ragazze e ragazzi registrate in questi anni. Chiediamo che il Sindacato si apra
all’innovazione, al cambiamento e al contributo delle giovani generazioni, le più coinvolte dalla
necessità di una nuova modalità organizzativa di lavoratrici e lavoratori. Noi siamo pronti a fare
la nostra parte.

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Tesi 16
Sapere è difendersi

La scuola con cui oggi ci confrontiamo - dopo cinque anni di politiche scellerate del Governo di
centrodestra - è una scuola lontanissima dal cammino che invece l’Agenda di Lisbona suggerireb-
be: il cammino cioè di una società basata sulla conoscenza, motore dell’innovazione e dello svi-
luppo, in cui la formazione e le competenze di ciascuno sono elementi determinanti, in cui il con-
cetto stesso di cittadinanza si declina compiutamente solo grazie al ruolo dell’istruzione pubblica,
intesa come motore di promozione e inclusione, capace di rimuovere gli ostacoli culturali e so-
ciali di partenza e di dare forma e senso - nella sua dimensione laica - ad una società multietnica
e multiculturale al tempo stesso coesa e solidale.
In questo senso i primi provvedimenti intrapresi dal nuovo Governo Prodi - a partire
dall’innalzamento dell’obbligo scolastico a 16 anni, che rappresenta indubbiamente la più impor-
tante e radicale novità - segnano fin da ora una positiva inversione di rotta rispetto alle politiche
conservatrici e neoliberiste che hanno invece caratterizzato la precedente esperienza del Governo
Berlusconi. Ovviamente questi importanti atti non possono essere considerati che un primo passo
nel lungo percorso che dovrà vedere il Governo Prodi nei prossimi mesi e nei prossimi anni impe-
gnato non solo a sanare i danni procurati al sistema dell’istruzione pubblica dalle politiche morat-
tiane, ma anche e soprattutto ad affrontare i problemi strutturali che da decenni ormai segnano
negativamente tale sistema.
Per questo sarà utile recuperare il tema del diritto allo studio per tutte e per tutti, ampliandone da
un lato i tradizionali confini “sociali” dall’altro sostenendo – insieme ai territori e alle istituzioni
locali – quei progetti capaci di affrontare positivamente tutte quelle criticità che oggi invece non
garantiscono a tutte e a tutti quel diritto. Sarà altresì indispensabile affrontare con strategie com-
plessive la piaga dell’abbandono scolastico attraverso nuove politiche di inclusione, partendo dal-
la riapertura dei canali dell’orientamento e della formazione, introducendo il principio del sapere
minimo di cittadinanza. In quest’ottica sarà peraltro necessaria una ridefinizione più avanzata -
anche in termini di senso - del rapporto e delle possibili interazioni scuola/ lavoro, a fronte dei
grandi cambiamenti intercorsi in questi anni nel mondo del lavoro e della condizione di precarie-
tà a cui oggi è destinata prima del tempo e senza molte scelte gran parte degli studenti italiani.
Altrettanto strategico dovrà essere l’investimento sulle politiche dell’accoglienza e dello scambio
interculturale, volte a dare piena cittadinanza alla nuova generazione delle studentesse e degli
studenti di origine straniera. Non di meno sarà poi importante ridare un senso e una funzione re-
ale alla rappresentanza studentesca, nel duplice canale della rappresentanza istituzionale e di
quella associativa: da un lato promuovendo l’ampliamento - a partire dalle consulte provinciali
studentesche - di tutti quegli spazi di discussione, di confronto, di partecipazione studentesca che
in questi ultimi anni con la destra al governo sono stati sviliti e marginalizzati e, dall’altro lato, ri-
conoscendo una nuova piena cittadinanza ai soggetti associativi nei percorsi di elaborazione e de-
finizione delle politiche scolastiche rivolte al mondo studentesco.
E proprio in questo contesto, a maggior ragione, dovrà sempre più trovare spazio e riconoscimen-
to quel protagonismo studentesco che in questi anni ha dimostrato di non essere una formula
suggestiva ed effimera ma al contrario una componente essenziale delle dinamiche di partecipa-
zione democratica che hanno caratterizzato una lunga stagione politica del nostro Paese, com-
prendendovi senza forzature l’affermazione alle ultime elezioni politiche dell’Unione e in partico-
lare dell’Ulivo tra le ragazze e i ragazzi chiamati al primo voto. E’ utile infatti avere la consapevo-
lezza che oggi c’è una nuova generazione di studenti, che già oggi non intende rimanere a guar-
dare passiva e indifferente le scelte politiche che il centrosinistra farà o non farà nel campo
dell’istruzione e della formazione. C’è infatti una generazione nuova che oggi - riferendosi non
solo al sistema scolastico italiano - chiede non solo di intervenire nella definizione delle priorità e
– per così dire – della direzione del cambiamento, ma anche e soprattutto di essere parte attiva di
quel cambiamento. Una nuova generazione di cittadini attivi che, con questo spirito e con questa
agenda di priorità, il 17 novembre 2006 in quelle strade e in quelle piazze è tornata insieme alla
nostra organizzazione e ai principali soggetti studenteschi e giovanili che si sono fatti carico di in-
terpretare e rappresentare la richiesta al tempo stesso di partecipazione e cambiamento che carat-
terizza oggi il mondo studentesco nel nostro Paese.

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In questa cornice la Sinistra giovanile dovrà sempre più saper interpretare il ruolo di catalizzatore
politico di tutte le forze e le spinte di cambiamento provenienti dall’ambito studentesco, raffor-
zando il patto di lavoro comune con il network studentesco Studenti di Sinistra, che partendo dai
reali problemi, bisogni, aspettative degli studenti è riuscita in questi ultimi anni ad aprirli alle
domande di senso che hanno attraversato le giovani generazioni con un recupero crescente
dell’interesse per l’impegno politico. Un network che ha scelto di essere soggetto politico – sulla
scorta di altre analoghe esperienze europee - e a partire da questa dimensione si è proposto come
un valido soggetto della partecipazione studentesca, riuscendo a promuovere – dal 12 Ottobre
2005 al 17 Novembre 2006 – un’inedita e non estemporanea stagione di mobilitazione unitaria
del movimento studentesco nel nostro Paese. Una stagione che ha visto nella scelta di sostenere
nella pluralità l’unità del movimento degli studenti la condizione ottimale per far emergere e af-
fermare – tanto nelle pratiche quanto nei contenuti – un nuovo e più maturo orientamento del
movimento, capace finalmente di coniugare la radicalità delle rivendicazioni con un approccio
compiutamente riformista ai temi della partecipazione e del cambiamento. In tal senso il risultato
più importante e netto nel suo valore è stato indubbiamente la firma della “Carta di Palazzo Va-
lentini” sui temi del diritto allo studio, dell’edilizia scolastica, della cittadinanza studentesca da
parte del Ministro della P.I. e dei soggetti promotori della giornata di mobilitazione del 17 No-
vembre 2006, Studenti di Sinistra e Unione degli Studenti. Si è dunque dimostrata valida la scelta
operata due anni fa dalla nostra organizzazione di promuovere la nascita e lo sviluppo del
network studentesco Studenti di Sinistra, un’opzione che rimane strategica e che pertanto deve
vedere – pur nell’attento riconoscimento dell’autonomia di tale soggetto - un sempre più convinto
investimento politico e organizzativo su tutto il territorio nazionale anche al fine di non limitare
né rallentare il processo di forte espansione e radicamento che in questi anni ha caratterizzato
positivamente tale esperienza.
Al tempo stesso è indispensabile con gli altri soggetti studenteschi intrecciare, partendo dalle e-
sperienze più positive sperimentate in alcune limitate e pur significative realtà del nostro Paese,
un dialogo sempre più forte nell’ottica di una contaminazione reciproca a partire proprio dal li-
vello territoriale.
In particolare con l’Unione degli Studenti - consapevoli della ricchezza di pluralità che la caratte-
rizza e convinti dell’importanza di un attento e rigoroso rispetto tanto della sua autonomia e
quanto del sua dialettica interna – pensiamo sia utile sviluppare ulteriormente il tema della parte-
cipazione politica degli studenti alle scelte della scuola e con questa prospettiva far crescere e svi-
luppare quelle positive sinergie che nel corso di questi ultimi anni è stato possibile attivare insie-
me tanto a livello nazionale quanto sui territori.
È del resto fondamentale che la stagione unitaria che siamo andati a realizzare all’interno del mo-
vimento studentesco e che ha visto Studenti di Sinistra protagonista non si esaurisca
nell’esplicazione di una pur nuova e politicamente più matura rappresentanza studentesca , ma
possa essere anche la dimensione in cui andare a condividere un nuovo e più ampio sentire co-
mune tanto sui temi del sapere e delle conoscenza quanto sui grandi temi che attraversano e inte-
ressano le società italiana e globale, consentendo così al movimento degli studenti nella sua com-
ponente maggioritaria di potersi confrontare col quadro politico nazionale avendo la possibilità di
intervenire ed avere un ruolo attivo nei processi di cambiamento che da qui ai prossimi anni inte-
resseranno ad ogni livello il nostro Paese e la società italiana nelle sue diverse articolazioni.

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Tesi 17
L’Università

Nel quadro di un contesto sociale in netta trasformazione negli ultimi anni e di un mercato del la-
voro che si è articolato in forme di occupazione sempre più flessibili, emerge con chiarezza come
garantire a tutti i bisognosi e i meritevoli l’accesso alla formazione universitaria, rappresenti un
obiettivo sociale fondamentale al fine di assicurare alle giovani generazioni maggiori opportunità
e possibilità di realizzarsi. Infatti, l’accesso a un sistema universitario adeguato – sia dal punto di
vista dei servizi offerti agli studenti, il cosiddetto welfare studentesco, sia dal punto di vista della
qualità della didattica e della formazione offerta – costituisce la chiave attraverso cui le nuove ge-
nerazioni vengono poste nella condizione di contribuire, su un piano di eguaglianza interna, allo
sviluppo economico e sociale del nostro Paese, maturando appieno le proprie capacità e le proprie
aspirazioni professionali e soprattutto umane. L’obiettivo cui giungere sarà la definizione di un
offerta formativa su basi fondamentalmente pubbliche in grado di potersi realmente definire allo
stesso tempo di eccellenza e di massa, unica base, questa, per garantire un duraturo sviluppo eco-
nomico al nostro Paese. Quello che è mancato, però è la percezione che il problema della riduzio-
ne dei fondi per l’Università e per il diritto allo studio non costituisce solo un problema per la
struttura competitiva del nostro Paese, ma anche e soprattutto un grave danno per gli studenti: è
per questo che richiediamo che i Democratici di Sinistra si impegnino a prevedere un aumento
del FFO di almeno 200 milioni di euro per i prossimi anni e del FIDS di almeno 20 milioni di euro,
esattamente come era accaduto nel periodo che va dal 1997 al 2001. L’articolo 34 della Costitu-
zione repubblicana garantisce a tutti gli studenti “capaci e meritevoli anche se privi di mezzi” il
diritto a “raggiungere i gradi più alti degli studi”. Tuttavia questo dettato costituzionale non ha
ancora trovato concreta attuazione nel nostro ordinamento: riteniamo sia importante giungere,
attraverso un confronto tra il Ministero dell’Università, i suoi organi consultivi e le Regioni, alla
definizione di un nuovo DPCM in grado di stabilire i criteri di accesso ai benefici e i “livelli essen-
ziali delle prestazioni” per ciò che riguarda il diritto allo studio universitario: riteniamo impor-
tante che il legislatore nazionale si impegni ad aumentare i fondi dedicati alle borse di studio, in
modo da accrescerne così numero e importi e da cancellare dal nostro vocabolario l’inaccettabile
definizione di “idoneo non assegnatario”. L’impossibilità di accedere a un sistema complessivo di
servizi e opportunità rappresenta, per tutto il corpo studentesco, un problema grave. La scarsa in-
tegrazione, dunque, tra Università, territorio e studenti, in particolare per quanto riguarda i nu-
merosi fuori sede, necessita un’azione di regolamentazione e di iniziativa pubblica da parte delle
istituzioni, in particolare di quelle locali. Infatti la soluzione del problema di integrazione tra ter-
ritorio, Università e studenti non è un tema che deve caratterizzare unicamente le politiche gio-
vanili o di sviluppo urbano, ma rappresenta un orizzonte di governo complessivo delle ammini-
strazioni comunali: in questa direzione occorre definire con maggiore vigore una stretta sinergia
tra Enti locali, Università, istituti di ricerca e tessuto produttivo territoriale, al fine di creare dei
poli di eccellenza che uniscano la possibilità di fornire elevate opportunità lavorative per neo-
laureati con uno sviluppo reale del territorio basato sui saperi, sul merito e sui talenti. La forma-
zione di nuovi talenti da spendere in favore dello sviluppo del nostro paese, può realizzarsi esclu-
sivamente attraverso un’offerta didattica di livello superiore rispetto a quella attuale: ribadendo la
positività del cosiddetto decreto del “3+2”, la nostra riflessione non può che essere critica rispetto
alla sua reale applicazione. Occorre dunque rivedere le forme di attribuzione dei crediti ed inter-
venire nelle filiere disciplinari, in modo tale da privilegiare la formazione di qualità a discapito
delle decisioni che, per mantenere blocchi ed equilibri di potere, penalizzano il sistema formativo
universitario. Un sistema che vuole essere realmente di eccellenza e di massa allo stesso tempo
non può non andare a definirsi su una corretta valutazione del ruolo degli studenti al proprio in-
terno, mutuando in questo modo i migliori elementi dei sistemi universitari europei. E’ a questo
proposito che intendiamo rilanciare con forza la proposta di creazione di uno Statuto dei diritti
delle studentesse e degli studenti universitari. Per rappresentare al meglio gli studenti e le studen-
tesse occorre che la nostra organizzazione, in coerenza col percorso che sceglierà di seguire in fu-
turo, possa far discendere da questa decisione una stagione di rinnovata organizzazione e di rin-
novati strumenti di rappresentanza: salvaguardare il tessuto associativo oggi largamente presente
e a noi riconducibile, rafforzare ulteriormente il legame con l’Unione degli Universitari, e ridefi-

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nire sulla base delle scelte politiche di più ampio respiro la nostra presenza organizzata nelle Uni-
versità.

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Tesi 18
Ricercare i fondi

Il nostro è un Paese ricco di talenti ma non di opportunità, spesso strangolate da una politica in-
capace di pensarsi oltre la brevità delle scadenze elettorali e quindi di investire su tutto ciò non
dia risultati immediatamente visibili.
A farne le spese sono i giovani ricercatori che hanno continuato a fare ricerca nonostante i tagli
alle risorse. Questo mondo si è fatto sentire contro la meschina politica morattiana. Cominciarono
i ricercatori nel 2002 contro i decreti degli enti, con la mobilitazione promossa dall’Osservatorio
della Scienza. E poi la lunga lotta contro la legge sulla docenza, fino a una delle più grandi mani-
festazioni degli ultimi decenni a favore di una vera riforma dell’università italiana.
Siamo un grande Paese che dedica alla ricerca una quota troppo piccola rispetto alla propria ric-
chezza.
Da dove cominciare una stagione nuova, dopo una finanziaria che ha scontentato un mondo che
al centrosinistra guardava se non con fiducia, con speranza?
Bisognerà riaprire le porte ad una nuova generazione di scienziati nel settore pubblico e incenti-
vare l’assunzione di ricercatori nelle imprese.
Il governo dovrà mettere in atto politiche di accesso dei migliori giovani cervelli nel sistema, con i
più rigorosi metodi di selezione. Non solo per recuperare il ritardo, ma anche perché in prospetti-
va la risorsa umana diventerà sempre più scarsa.
L’Europa entro il 2010 avrà bisogno di 700 mila giovani ricercatori.
Sarà necessario un vero e proprio Statuto del ricercatore, come previsto da una recente racco-
mandazione europea.
Premiare il merito è di sinistra, lo diciamo senza tentennamenti. Ed è anche urgente. Non regge
più l’abissale differenza dei comportamenti. Da un lato persone che danno l’anima per migliorare
gli atenei, dall’altra sacche di parassitismo e di clientelismo, ancora più odiose in quanto si na-
scondono dietro il valore sacro della cultura. Oggi, il sistema presenta una risposta piatta, tratta
allo stesso modo il grano e la gramigna.
La valutazione è l’unica strada per garantire la libertà della ricerca. Solo la misura dei meriti può
liberare i ricercatori dai condizionamenti burocratici e dall’invadenza della politica.
Gli unici strumenti su cui puntare a breve termine sono il sistema della ricerca pubblica e nuove
politiche industriali da approntare rapidamente.
La ricerca pubblica, pur con tutti i suoi difetti, è il nostro punto di forza, a breve termine, parten-
do dal fatto che la produttività scientifica dei nostri ricercatori è al passo con quella europea e
nordamericana.
Nel contempo le politiche pubbliche devono creare nuove opportunità di investimento per le im-
prese in tutti i campi strategici dell’innovazione: nell’energia, nelle frontiere tecnologiche, le
scienze della vita, della materia e dell’informazione, nei grandi servizi collettivi, nello sviluppo so-
stenibile, nella qualificazione tecnologica delle produzioni tradizionali del made in Italy. Bisogne-
rà approntare strumenti nuovi e rivitalizzare quelli che l’Italia ha da lungo tempo trascurato.
Come rilanciare l’ENEA, in questo contesto, è, ad esempio una delle scelte più difficili ed urgenti.
Il futuro dell’Italia dipende dalle opportunità di studio e di ricerca che sapremo offrire alle nuove
generazioni nei prossimi anni. Non si tratta di obiettivi settoriali, né di esigenze meramente stru-
mentali. Meno che mai il sapere si può tagliare a fette, anzi richiede una crescita contemporanea
della conoscenza nei suoi diversi aspetti: la capacità di noi moderni di stare all’altezza di una
grande tradizione umanistica, una politica nazionale di diffusione della cultura scientifica.
Meno che mai si può ridurre la ricerca ad utilitarismo economico, perché la sfida è più alta e ri-
guarda il rango culturale che l’Italia sarà in grado di esprimere nell’epoca della globalizzazione e
della società della conoscenza.
Una parte della società italiana di fronte alla difficoltà cerca la via d’uscita corporativa e del si
salvi chi può. Il rilancio delle rendite immobiliari e finanziarie, il rifugio nei settori protetti dalla
competizione mondiale, la gerontocrazia che chiude le porte ai giovani sono tutti segni di tale ri-
piegamento.
E’ un pendolo tipico della tradizione nazionale, nella quale si intrecciano motivi molto diversi, so-
no presenti in abbondanza la creatività e l’apertura verso il mondo, ma pesano anche le specula-

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zioni e le visioni anguste. La rendita e l’ingegno hanno sempre giocato un ruolo importante nella
storia italiana. La prima tira di più quando lo sguardo è rivolto indietro. Il secondo vince solo
quando lo spirito nazionale guarda in avanti. Questo è il bivio in cui ci troviamo oggi.
C’è solo un modo per uscirne: girare il Paese verso il futuro, facendo dell’ingegno italiano una
forza viva della società della conoscenza. Questo non è un capitolo qualsiasi, ma l’asse fondamen-
tale del programma di Romano Prodi. Girare il Paese verso il futuro è il compito della sinistra ita-
liana. Se non ora, quando?

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Tesi 19
Liberare le energie, estendere i diritti

Spesso in campagna elettorale abbiamo denunciato i limiti di un paese bloccato, avendo la consa-
pevolezza che tale affermazione non è riferibile soltanto al campo economico ma riguarda com-
plessivamente l’incapacità del paese di liberare le energie di scommettere sui talenti e non sulle
corporazioni, sulla creatività e non sulle caste.
Il primo grande talento sprecato, le prime energie sotto utilizzate in questo paese sono quelle delle
donne.
Oggi la presenza delle donne ai vertici del paese (dalle istituzioni alle professioni) è molto inferio-
re alle competenze espresse.
Sono necessarie misure non di tutela ma di promozione, bisogna ripartire dalla legge 53/ 2000 e
cioè dalla necessità di conciliare i tempi di vita con quelli di lavoro.
Dobbiamo avere inoltre, la consapevolezza di cambiare una cultura tendente a non valorizzare le
differenze, ma ad una concezione proprietaria dell’altro ed in particolare della donna
Siamo convinti che in questo quadro si inscriva anche la necessità di estendere le libertà indivi-
duali e prendere atto delle trasformazioni che hanno profondamente mutato la nostra società.
Per queste ragioni condividiamo l’operato della ministra Turco sui temi relativi alle tossicodipen-
denze, la scelta di raddoppiare le quantità che definiscono il consumo come personale ci sembra
un primo passo verso il superamento di una pessima legge come la Fini-Giovanardi.
Depenalizzare il consumo fino ad arrivare alla legalizzazione delle droghe leggere, obiettivo, per
quanto ci riguarda, necessario per spezzare il controllo criminale su quel mercato e interrompere
la contiguità tra le droghe leggere e quelle pesanti.
La necessità di estendere i diritti oggi più che mai deve misurarsi con il tema delle unioni civili.
La Sinistra giovanile in questi anni è stata in prima linea nella battaglia per i PACS avendo un
ruolo di avanguardia anche nel confronto col partito.
Oggi, aldilà delle questioni nominalistiche, si tratta di riconoscere diritti basilari a chi ne è sprov-
visto.
Consentire ad una persona di poter assistere il partner di una vita in ospedale o in carcere, garan-
tire la reversibilità della pensione o la possibilità di subentrare al partner deceduto nell’affitto del-
la casa non significa “disgregare” la famiglia o mettere in discussione la costituzione, significa
soltanto dare a quelle coppie eterosessuali che non vogliono sposarsi una possibilità in più e alle
coppie omosessuali l’unica opportunità per sancire la propria unione.
Estendere le libertà e liberare le energie significa anche costruire un paese plurale in cui tutte le
differenze culturali possano essere una risorsa.
Quando qualche mese fa Calderoni si scagliò contro “il meticciato”, non commise solo una bruta-
le manifestazione di intolleranza e razzismo, ma compì un atto contrario alla natura di questo pa-
ese per sua stessa essenza nato dalla mescolanza di diverse identità.
L’Italia può essere la testimonianza diretta che esiste un’alternativa concreta allo scontro di civiltà.
Crediamo che la nuova politica estera sia un passo importante verso questa strada,
Guardare al mediterraneo come al luogo in cui le diverse culture possano incontrarsi rappresenta
la nostra sfida.
Ma è necessario mettere in campo una nuova politica per l’immigrazione che parta dalla conside-
razione che il migrante non può essere considerato solo come portatore di offerta lavorativa, uti-
lizzandolo quando serve per poi rispedirlo a casa.
Per questo dobbiamo ridefinire radicalmente la bossi- fini.
Consideriamo un primo positivo passo la scelta del governo di far si che i moduli per la richiesta
del permesso di soggiorno possano essere ritirati non più in questura ma negli uffici postali.
Serve inoltre una nuova politica dei flussi e una trasformazione di quelli che oggi sono diventati i
cpt e cioè dei luoghi di reclusione in cui molto spesso non esistono condizioni umane.
Questo strumento ha senso come luogo realmente temporaneo per rendere effettiva l’espulsione.
Ma serve un salto di qualità culturale del nostro approccio al tema dell’immigrazione, siamo con-
vinti che sia l’approccio assimilazionista che quello multiculturale si siano dimostrati inadeguati,
il primo perché tende ad imporre una cultura, l’altro perché crea comunità separate.

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La nostra strada può essere quella della ricerca di un modello mite di integrazione in cui alla con-
divisione dei valori si affianchi una reale mescolanza delle differenze.
Da questo punto di vista la legge sulla cittadinanza e quella sul diritto al voto sono tappe essenzia-
li verso la costruzione di un’identità condivisa.

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Tesi 20
Quello che le donne non dicono

In Italia la presenza delle donne nei centri di reale potere della società è scarsa, poche donne nelle
professioni, nell’editoria, nel mondo imprenditoriale, nelle università, poche donne in politica. Il
nostro partito si è speso molto negli ultimi anni per la rappresentanza di genere, molto deve esse-
re ancora fatto per raggiungere un equilibrio di genere nei ruoli decisionali. E’ necessario consi-
derare che la strada è lunga e difficile perché donne e uomini non hanno le stesse opportunità di
partenza, è necessario scardinare i rapporti di potere esistenti e non far sì che il dibattito sulla
rappresentanza femminile riproduca lo stereotipo della donna che necessita di protezione. Molto
può fare anche la Sinistra giovanile, soprattutto a livello nazionale, ma anche a partire dal livello
locale investendo sulle giovani donne.
Le giovani donne devono portare nel dibattito politico, con il movimento omosessuale italiano e
insieme a tutta la comunità GLBT, un nuovo linguaggio per caratterizzare una stagione di innova-
zione, modernità e progresso. La giustizia ed il benessere del nostro paese non crescono e non si
sviluppano senza libertà e senza diritti.
La sfida centrale delle forze riformiste e progressiste deve essere l’estensione delle tutele e dei di-
ritti di cittadinanza, ripartiamo quindi dall’idea di pari dignità e pari diversità. L’esigenza della
politica è interpretare la società in continua mutazione ed evoluzione, la democrazia ha il compi-
to di formare cittadini forti, consapevoli, di far crescere ogni persona nel rispetto delle diversità e
nella consapevolezza che nella diversità risiede la ricchezza dell’Italia e dell’Europa. Il nostro pae-
se necessita di una svolta culturale, di nuove parole d’ordine, regolamentare e fornire tutele indi-
pendentemente dall’orientamento sessuale è un primo passo. Il governo Prodi sta iniziando il per-
corso che porterà al riconoscimento delle unioni di fatto. L’equiparazione giuridica delle coppie
omosessuali alle coppie eterosessuali nulla toglie a chi questi diritti li vede già riconosciuti e la li-
bertà di questi ultimi non si riduce, anzi la politica prende atto e norma una situazione già esi-
stente ma priva di diritti e tutele.
Si tratta di andare di pari passo sul piano culturale e sul piano politico, la nostra è una società ca-
ratterizzata da un maschilismo tollerato, da forti stereotipi sugli omosessuali ed ancora sulle don-
ne, le giovani generazioni hanno il compito di scardinare questo sistema per troppo tempo accet-
tato, la scuola, in questo percorso, ha un ruolo educativo forte, l’impegno da parte di studenti e
docenti contro le discriminazioni, contro la violenza, contro l’omofobia deve essere uno dei punti
cardine nel dare forza alla piena consapevolezza della propria identità sessuale. E’ necessario par-
lare di inclusione sociale nel rispetto delle diversità. La società e soprattutto le giovani generazioni
chiedono diritti civili, non solamente riforme economiche. Le cronache dei giornali riportano
d’attualità la violenza famigliare, la violenza contro il “diverso”, lo stupro come punizione per le
omosessuali, l’omicidio per mettere fine alla richiesta di libertà ed opportunità da parte delle gio-
vani migranti. Compito della politica è dare pari dignità all’amore omosessuale, lottare contro la
discriminazione di genere in ogni contesto, affrontare con determinazione il tema dell’inclusione
sociale delle migranti, ed è per questo che la Sinistra giovanile chiederà con forza una legge con-
tro la violenza di genere, e chiederà che venga recepita dal nostro Governo la direttiva europea
sulle discriminazioni sul lavoro. Pesano come macigni le disuguaglianze esistenti nel mercato del
lavoro dalle differenze salariali, all’accesso ai ruoli direzionali, alla conciliazione della vita lavo-
rativa con quella privata, al diritto alla formazione continua e alla riqualificazione professionale e
quelle che determinano il deficit di partecipazione delle donne ai processi decisionali, la visione
stereotipata del genere e la permanenza di fenomeni come la tratta e tutte le forme di violenza
contro le donne.
La presenza delle donne nel mondo del lavoro è, ancora oggi, uno dei problemi centrali che attra-
versano la società italiana. Se da una parte, si può riscontrare una crescente presenza femminile
nel mercato del lavoro, dovuta ad una elevata scolarizzazione e da alcuni provvedimenti legislati-
vi antidiscriminatori, grazie anche al positivo impulso proveniente dall’Europa, dall’altra siamo
costretti a registrare ancora profonde differenze e discriminazioni, soprattutto tra il Nord e il
Centro-Sud del Paese. Nel Mezzogiorno, infatti, gli elevati livelli di disoccupazione ed il permane-
re di un modello culturale ancora largamente ostile alla presenza delle donne nel mondo del lavo-
ro impediscono ad un intero pezzo di società italiana di progredire. A questo dato si aggiunge un

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imprescindibile dato di fatto: la precarizzazione del lavoro si rivolge, in maniera più che consi-
stente, alle giovani donne. L’iniziativa politica del governo deve convergere su due filoni princi-
pali: promuovere la crescita occupazionale femminile e, in questo campo, affrontare il nodo della
disoccupazione delle donne soprattutto nel Mezzogiorno del Paese. Il ministero del Lavoro sembra
aver già dato dei segnali estremamente positivi: la maternità e i congedi parentali anche per i la-
voratori flessibili, la riduzione del cuneo fiscale che incentiva l’assunzione a tempo indeterminato
soprattutto al Sud, la richiesta di reintroduzione del credito d’imposta. È necessario continuare su
questa strada, con una nuova stagione di provvedimenti: investire nello sviluppo dei servizi sociali
al lavoro e alla persona, in particolare per l’infanzia e la popolazione anziana, a partire dal Mez-
zogiorno, per incentivare l’aumento del lavoro dipendente e quello di imprese di servizio, pro-
mosse anche queste prevalentemente da donne; promuovere di nuovo misure come “il prestito
d’onore”, una politica del credito che incoraggi l’iniziativa femminile e giovanile ed il rifinanzia-
mento certo e sistematico della legge rivolta allo sviluppo dell’imprenditoria femminile.
L’occupazione femminile è nuovamente in diminuzione, e sono soprattutto le giovani generazioni
di donne che vedono aumentare il divario di opportunità rispetto ai loro coetanei. Bisogna aprire
ad una nuova stagione di tutele che, ripartendo dalla legge sulle pari opportunità tra uomo e
donna, sistematizzi l’accesso e la qualità del lavoro insieme alla difficile conciliazione tra impegni
familiari e carriera. E, al fine di contrastare il lavoro nero e sommerso, che sempre di più impiega
e sfrutta donne italiane ma anche extra-comunitarie, impiegare sempre la valutazione di impatto
di genere di ogni provvedimento al quale siano destinati incentivi, cofinanziamenti e risorse pub-
bliche, e rendere più appetibile, perché maggiormente retribuito e tutelato, il lavoro regolare, af-
frontando con serietà e durezza lo spinoso tema delle differenze salariali e retributive.

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Tesi 21
Legalità e lotta alla mafia

Il nostro impegno nel campo dell’affermazione della legalità nella società italiana e nella lotta po-
litica alla mafia si è indirizzato, e dovrà continuare a costruire il proprio percorso, seguendo due
direttive principali di sensibilizzazione e di proposta politica: il potenziamento di risorse e mezzi a
disposizione della magistratura e il sostegno costante alle associazioni che, come Libera, operano
quotidianamente nel difficile panorama dell’antimafia sociale, e che hanno visto in questi ultimi
anni, un rinvigorirsi del coinvolgimento e della sensibilità soprattutto delle giovani generazioni
nei riguardi di queste tematiche. Sul primo versante, la modernizzazione dell’amministrazione
giudiziaria si somma alla prioritaria approvazione di un testo unico della legislazione antimafia e
ad una normativa europea che omogeneizzi il contrasto alla criminalità organizzata in campo in-
ternazionale. Va affrontato l’annoso tema della condizione e delle logiche di sostegno ai testimoni
di giustizia (legge 45 del 2001), al fine di evitare possibili “stati di abbandono” da parte delle isti-
tuzioni, la perdita della libertà di movimento, l’impossibilità di assumere ruoli pubblici dando vi-
sibilità alle proprie esperienze. Riteniamo sia necessario inserire nel codice penale i delitti contro
l’ambiente con sanzioni adeguate alla gravità del reato, e rendere più spedite e certe le procedure
in materia di repressione degli abusi edilizi e del riciclaggio di rifiuti; procedere, inoltre, ad una
seria revisione del reato di voto di scambio e della normativa sui comuni sciolti per mafia, per
colpire più efficacemente i reati tra mafia e politica nei contesti locali, unitariamente
all’estensione della confisca dei beni a chi viene condannato per corruzione. Per ridurre i tempi di
indagine e garantire il sostegno delle vittime di usura e racket, chiediamo l’istituzione di
un’authority indipendente. Per combattere la riduzione in schiavitù, anche e soprattutto nel cam-
po dello sfruttamento della prostituzione, e la piaga del caporalato che colpisce soprattutto gli e-
xtracomunitari irregolari, è fondamentale procedere ad una nuova legislazione sui temi
dell’immigrazione, che ha già iniziato positivamente il suo percorso, partendo da una più assidua
affermazione dei diritti di cittadinanza di chi denuncia i propri sfruttatori, riconoscendo loro la
condizione di vittima. Sul fronte del sostegno all’associazionismo, abbiamo promosso e continue-
remo a farlo, l’istituzione di un’Agenzia Nazionale di gestione dei beni confiscati alle mafie e un
sostegno reale alle cooperative e alle associazioni che gestiscono i beni confiscati, a partire
dall’incentivazione istituzionale nei confronti dell’Abi di un sistema creditizio solidaristico. Su un
piano più specificamente vicino alla nostra organizzazione, sono due i filoni in cui la Sinistra gio-
vanile deve avere un ruolo di promozione e di azione politica più immediato. Siamo riusciti ad in-
serire la necessità di elaborare una didattica più inclusiva dei temi relativi all’educazione alla le-
galità nella scuola e nell’università pubbliche nel programma de l’Unione, è fondamentale prose-
guire tale impegno politico investendo di questa responsabilità il Ministero della Pubblica Istru-
zione: non più solo protocolli di intesa sull’educazione alla legalità, ma una sua introduzione si-
stematica nella didattica. Allo stesso tempo la Sinistra giovanile, più di altri soggetti politici o par-
titi, può rendersi protagonista di una forte battaglia legata ad una nuova visione etica della politi-
ca. Nel percorso di trasformazione che avvia l’organizzazione verso il partito nuovo, è necessario
legare la nostra proposta politica ad una serie di regole necessarie ad allontanare l’esercizio del
potere politico dallo scavalcamento delle regole. Crediamo che il partito nuovo debba dotarsi di
un codice etico di autoregolamentazione, che allontani, soprattutto nelle competizioni elettorali,
candidati con a carico procedimenti penali relativi a reati estremamente gravi (associazione ma-
fiosa, omicidio colposo, usura, corruzione, reati finanziari, ecc.). Un partito nuovo deve poter
partire anche da una nuova visione etica della politica, lontana da giustizialismi e, tuttavia, sce-
vra da zone grigie che troppo spesso rappresentano paludi non più prosciugabili. Ed i giovani, in
questo campo, posso e devono costituire un’avanguardia ed un pungolo politico per il bene del
partito che verrà.

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Tesi 22
Riformare la Costituzione, aprire la società

Una seria riforma della politica non può non accompagnarsi ad un’altrettanto seria e moderna ri-
forma delle istituzioni. In seguito alla pessima riforma elettorale del governo Berlusconi e alla bat-
taglia referendaria che ha permesso di impedire un gravissimo stravolgimento della nostra carta
Costituzionale, riteniamo siano due le priorità in materia di riforme istituzionali che il governo
Prodi deve affrontare in questi anni: una riforma elettorale che riporti il nostro Paese ad
un’impostazione maggioritaria e bipolarista, ed una revisione della Carta Costituzionale che, pur
rispettando i principi imprescindibili inseriti nella prima parte, conduca ad una modernizzazione
dei fondamenti costitutivi della Repubblica italiana.
Crediamo in queste priorità, perché entrambe possono rappresentare i canali riformatori verso
una rivoluzione della rappresentanza politica ed istituzionale del nostro paese. Pur confidando in
una futura società italiana in cui non sia necessario predisporre quote di rappresentanza delle fa-
sce che oggi si sono riconosciute essere le più attive e modernizzatici, quali i giovani e le donne,
riteniamo che, per evitare di incorrere in una nuova battaglia per le “quote rosa” in Parlamento, o
per allontanare lo spauracchio di una relativa alle “quote verdi”, sia necessario auspicare e chie-
dere una riforma elettorale che stabilisca regole certe e stabilizzi il pluralismo della rappresentan-
za politica, soprattutto di genere e generazione.
Su questo versante sarà importante portare avanti il colloquio iniziato con il Ministro delle Rifor-
me Chiti, relativo all’inserimento, nella proposta di revisione costituzionale, di un abbassamento
dei limiti di età per l’elettorato attivo e passivo. Chiediamo che in Italia chi ha 18 anni possa vota-
re per Camera e Senato e possa candidarsi come deputato, e chi ne ha 25 possa candidarsi al Se-
nato.
La presenza di più giovani nelle istituzioni passa anche per una moderna stagione di riforme, e si
inserisce in un contesto sociale e politico in cui buone pratiche, come l’adozione delle primarie
per la scelta dei candidati all’interno delle coalizioni a tutti i livelli di competizione elettorale, pos-
sano e debbano divenire buone prassi. Buone prassi, accompagnate a riforme non solo buone ma
necessarie, potranno offrire la dovuta dignità di rappresentanza politica ed istituzionale soprat-
tutto ai giovani e alle donne che spesso sanno e sapranno, meglio di altri, soprattutto nella sta-
gione del partito nuovo, interloquire attivamente con i contesti sociali ed interpretare al meglio il
processo riformatore della società italiana.

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Tesi 23
La questione ambientale, tra sviluppo economico ed eco-compatibilità

Le questioni della tutela ambientale e dello sviluppo territoriale godono oggi di un’attenzione par-
ticolare ad ogni livello. Ed è tempo che anche l’agenda politica italiana presti la stessa attenzione a
queste vicende. Prima che un tema di innovazione politica è un tema di innovazione culturale. La
“battaglia a difesa dell’ambiente” - e questa formula è certamente semplificatoria - diviene carat-
terizzante per la politica ad ogni livello. E questo per via delle mobilitazioni a favore di una giusta
globalizzazione, o ad esempio a causa dello tsunami in Asia e del dramma dell’uragano Katrina a
New Orleans, del nuovo inquinamento in Cina e India o a causa delle vicende che riguardano la
vivibilità di ogni territorio; basti pensare allo spinoso problema dei rifiuti, della loro gestione e
smaltimento.
È sicuramente una questione centrale, globale e locale assieme, il problema dell’acqua. L’acqua è
la vera ricchezza del nostro tempo e deve essere possibilità di vita più di quanto oggi non sia
strumento di esclusione sociale. Per questo l’acqua è necessariamente un bene pubblico. È una
questione di civiltà e giustizia sociale affermarlo. Un impegno in tal senso va preso a partire dalle
politiche che si mettono in campo in Italia e sui territori. La privatizzazione dei servizi è un conto,
quella dell’acqua è un altro. L’accesso dell’acqua è accesso alla vita. È dunque un diritto universa-
le e va garantito a tutti e a prezzi equi.
Vi è la possibilità di una battaglia ideale legata a queste e a molte altre questioni di sostenibilità
ambientale se messe in relazione al tema della povertà. Si pensi alla negazione di risorse per
l’Africa, alla desertificazione di alcune aree del mondo industrializzato, alla deforestazione amaz-
zonica, ai contesti non inclusivi di molte realtà urbane.
D’altra parte, nel globale come nel locale, va evitato un approccio “integralista” alla questione.
L’ambiente non è immutabile. Il contesto può mutare, ma le condizioni del mutamento devono ri-
spondere allo sviluppo, all’ecocompatibilità e, soprattutto, alla qualità della vita.
Ad esempio il tema della vivibilità delle aree urbane va affrontato puntando contestualmente alla
valorizzazione dei centri storici e al risanamento urbanistico e sociale delle periferie. Inoltre spin-
gere sullo sviluppo del trasporto pubblico interno alle città (immaginare sconti per categorie, a-
gevolazioni da legare al tema generale dell’accesso ai servizi) legando a questo l’incentivo alla po-
litica delle isole pedonali, significa puntare sulla vivibilità dei centri cittadini. Cioè incentivo a
frequentare le città con tutti i benefici connessi: commercio, cultura etc. Ed è ineludibile inoltre la
questione della mobilità e quindi dello sviluppo della rete di trasporti pubblici e delle infrastruttu-
re, questioni che determinano la gestione dei tempi di vita e la “praticabilità degli spazi” per cia-
scuno. E che rappresentano, inoltre, una variabile dello sviluppo produttivo ed economico del Pa-
ese. Per la tutela dell’ambiente e del territorio servono risorse, economiche ed umane. D’altra par-
te da molti, in particolar modo dalle giovani generazioni, si esprime un bisogno di partecipazione
alla società, alla possibilità di decidere per sé e per gli altri, un bisogno di partecipare alla deter-
minazione del futuro proprio e della società. Mettendo assieme le due cose si può pensare ad una
proposta di partecipazione sociale, ad esempio puntando sul servizio civile, che si leghi
all’impegno per la tutela e lo sviluppo del territorio e, più in generale, ad un impegno per la com-
patibilità ambientale e per la qualità della vita. Puntare sulla partecipazione nella gestione del ter-
ritorio significa inoltre possibilità di confronto permanente con i cittadini (tra amministratori ed
amministrati) sullo stato del territorio e sulle politiche di sviluppo ecocompatibile: consulte, tavoli
permanenti con associazioni, osservatori civici etc.
Le risorse ambientali possono essere fonte di ricchezza e terreno di ricerca e innovazione. Oggi è
necessario immaginare settori nuovi di investimento e di produzione della ricchezza. O, meglio, è
necessario immaginare un modo nuovo di compiere questi investimenti. Partendo dalla necessità
che questi investimenti siano di più. Più investimenti e ricerca sullo sviluppo ecocompatibile si-
gnificherebbe più possibilità di sviluppo dei territori, cioè più posti di lavoro, maggiore ricchezza
prodotta, più integrazione tra tessuto produttivo e cittadini, più servizi, più legame col proprio
territorio. È altrettanto evidente come queste possibilità passino attraverso un chiaro impegno del-
le amministrazioni locali che devono compiere chiare scelte politiche e programmare nel lungo
periodo oltre che agevolare e stimolare gli investimenti. Si parla, soprattutto a sinistra, di prestito
d’onore e di agevolazioni fiscali per i giovani che vogliano fare imprese. Non si capisce perché

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questi possibili vantaggi non possano collegarsi ad investimenti che riguardino lo sviluppo di
parti del territorio, la salvaguardia ambientale, la progettazione legata a parchi e aree protette.
Allo stesso modo si possono incentivare quelle aziende, anche dell’industria, che leghino la pro-
duzione al tentativo di riduzione di fattori inquinanti, magari attraverso scelte coraggiose sulle ri-
sorse energetiche.
Proprio per questo crediamo che per una maggiore competitività del Paese vi sia bisogno di un si-
stema energetico rinnovato e sostenibile ecologicamente e di energia a minore costo. La questione
energetica è strettamente connessa al tema della qualità della vita e al tema del modello di svilup-
po di un sistema produttivo e, più in generale, dell’economia di un paese. La qualità del sistema
energetico è argomento decisivo e va affrontato con una programmazione nazionale e regionale
per realizzare gli obiettivi di Kyoto (in parte già obsoleti dopo la conferenza sull’ambiente di Nai-
robi) e per recepire le direttive europee. Interrogarsi sullo sviluppo energetico e sui modelli di
sviluppo energetici è porsi il problema di come ridurre l’inquinamento dell’aria, come aumentare
la qualità dell’ambiente e la qualità della vita, come tutelare il contesto nel quale ci muoviamo,
come produrre ricchezza senza produrre danni al nostro mondo e, quindi senza mettere in peri-
colo la qualità della nostra vita. La transizione verso nuovi modelli energetici, in modo che si
guardi al di là dei combustibili fossili, è una questione concreta con la quale anche il governo lo-
cale dovrà fare i conti quotidianamente in termini di inquinamento, di costi sociali, ma anche in
termini di opportunità per realizzare risparmio energetico ed efficienza energetica, cogenerazio-
ne e introduzione di fonti rinnovabili. A tale proposito non è possibile immaginare un modello di
sviluppo non centrando il problema anche in termini di politiche diffuse. La questione energetica
riguarda questioni politiche e di programmazione. Inevitabilmente sono e saranno interessate le
amministrazioni locali.
Vi è la necessità di mettere in campo un programma energetico-ambientale, nazionale e regiona-
le, concertato fra lo Stato e le Regioni, con la partecipazione degli enti locali e dei portatori di in-
teresse. Il programma deve essere accompagnato da una valutazione ambientale strategica e co-
ordinato da un Consiglio superiore per l’energia, supportato a sua volta dall’azione di un’Agenzia
nazionale per l’energia e per l’ambiente, in linea con quanto previsto nel programma elettorale
dell’Unione. È inoltre indispensabile restituire all'Autorità garante per il gas e l'energia elettrica la
pienezza dei suoi poteri originari.
Una forza politica che guardi al futuro, maggiormente se si fa carico della responsabilità di go-
verno, deve puntare alla riduzione dell’utilizzo di combustibili fossili. Per farla breve: bisogna
puntare sull’eolico, resistendo ad inutili polemiche e cercando di minimizzare l’impatto ambien-
tale. Bisogna puntare sull’energia solare, partendo da investimenti sull’innovazione tecnologica e
sulla capillarità della diffusione, perché oggi non è pensabile (per problemi di costi, spazi, fruibi-
lità non costante etc.) utilizzarla su larga scala. Si dovrebbe puntare sull’idroelettrico di piccola
taglia, sull’energia talassica nei limiti consentiti dalla posizione geografica dell’Italia e sulle bio-
masse. Sempre puntando sulla ricerca si cominci a sperimentare sul “gas biologico”, seguendo
l’esempio dell’ippodromo delle Capannelle a Roma.
È necessario aumentare significativamente l’efficienza energetica complessiva con misure che a-
vrebbero anche positive ricadute occupazionali. Il margine di risparmio per l'Italia è vicino al
20% degli attuali consumi energetici, recuperabile attraverso investimenti in tecnologie per il ri-
sparmio. È opportuno a tal fine favorire la diffusione dell’iniziativa delle ESCO (compagnie per il
risparmio energetico) per l’accesso al credito bancario attraverso strumenti di finanziamento.
Inoltre si deve rafforzare la rete interna e si deve puntare sulla separazione tra società che gesti-
scono la rete e imprese produttrici di energia In tal modo si potrà avvicinare una maggiore sicu-
rezza di approvvigionamento puntando sulla maggiore concorrenza.

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Tesi 24
Sulle spalle dei giganti

In questi anni abbiamo fatto del tema della difesa e della valorizzazione della Memoria Storica
uno degli elementi identitari e di riconoscibilità politica della Sinistra giovanile, promovendo in
tal senso iniziative e mobilitazioni diffuse su tutto il territorio.
La Memoria infatti è stata ed è per noi terreno di iniziativa politica quotidiana e coerentemente in
questi anni abbiamo contrastato - nelle scuole, nell’università, nei quartieri e nelle città - i movi-
menti neofascisti, denunciando e isolando in ogni occasione la loro propaganda revisionista, raz-
zista e antisemita.
Abbiamo sempre ritenuto e riteniamo che le giovani generazioni hanno il diritto e il dovere della
Memoria, in un Paese segnato da nostalgie e revisionismi che cercano esclusivamente la rilettura
politica della nostra storia recente.
Abbiamo sempre ritenuto e riteniamo anche che la Memoria non sia il campo delle celebrazioni,
delle ritualità e delle parate ufficiali, ma al contrario il terreno della ricerca d’identità.
L’assassinio di Matteotti, di Gramsci, dei fratelli Rosselli. La dittatura fascista. Guadalajara e la
guerra civile spagnola. L’occupazione e la repressione coloniale italiana. Le leggi razziali del
1938. L’aggressione all’Albania, alla Grecia, alla Jugoslavia, all’Urss. L’8 Settembre. Porta San Pao-
lo. Cefalonia. La RSI e l’occupazione nazista. La guerra partigiana. Boves. Marzabotto. Sant’Anna
di Stazzema. La Risiera di San Saba. Fossoli e i treni piombati che partono per Mauthausen e Au-
schwitz. Il 25 Aprile e la Liberazione. Ma anche Piazza Fontana a Milano, Piazza della Loggia a
Brescia, la Stazione di Bologna. Ricordare perché gli errori e gli orrori del passato non possano
più ripetersi, perché i valori democratici della lotta di Liberazione e della Resistenza – alla base
della nostra Carta Costituzionale – non siano oggetto di erosione nelle coscienze e di attacco poli-
tico da parte di chi non si è mai pienamente riconosciuto nell’alveo della coscienza democratica
del nostro Paese.
Per tali motivi in questi anni abbiamo dato forma e senso alla “nuova resistenza” - culturale e po-
litica - e oggi, forti delle molteplici esperienze maturate sui territori, vogliamo rilanciarla: connet-
tendo le realtà studentesche e giovanili con l’attività di ANED, ANPPIA, ANPI. In particolare con
quest’ultimo soggetto vogliamo essere co-protagonisti della costruzione del progetto dei Giovani
dell’ANPI, come già sta avvenendo in tante realtà del nostro Paese. Vogliamo inoltre produrre una
campagna nazionale formativa/informativa sulla Memoria Storica, costruendo percorsi comuni
insieme ai grandi network antirazzisti europei.
Del resto la “nuova resistenza” è oggi più che mai necessaria – in Italia come in Europa – poiché
nelle pieghe dei movimenti di estrema destra, in alcuni ambienti malsani della società e persino
delle istituzioni, la violenza e l’ideologia fascista hanno ancora spazio: l’antifascismo non è un ri-
cordo, ma un impegno politico sempre attuale e necessario.

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