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Auguste Comte , con l’opera Cours de philosophíe positive, introdusse il termine "sociologia".

La filosofia positiva di Comte ebbe come obiettivo quello di conoscere le leggi della natura e della
società per poterle utilizzare a vantaggio dell'uomo: dalla scienza vengono le previsioni, dalle
previsioni l'azione.
L’osservazione e la sperimentazione furono i principi guida della filosofia positiva di Comte, egli
sostenne che lo sviluppo umano (progresso umano), sarebbe stato caratterizzato da tre "stati" della
conoscenza: lo stato teologico o fittizio, lo stato metafisico o astratto, lo stato scientifico o
positivo. Questi tre stati sarebbero caratterizzati da un progressivo perfezionamento della capacità di ri-
cercare le spiegazioni delle leggi del mondo e le leggi stesse. I tre stati rappresenterebbero tre sistemi
generali della comprensione dei fenomeni, e andrebbero da quello più ingenuo ed elementare,
lo stadio teologico, nel quale lo spirito umano volgerebbe le sue ricerche verso la conoscenza
assoluta e si rappresenterebbe i fenomeni come l'azione continua di agenti soprannaturali, fino allo
stadio positivo, nel quale lo spirito umano si renderebbe conto dell'impossibilità di avere una
conoscenza assoluta e si concentrerebbe sui ragionamenti intorno alle osservazioni. Tra lo stadio
teologico e quello scientifico si porrebbe lo stato metafisico nel quale piuttosto che ad enti
soprannaturali si ipotizzerebbero delle entità, o astrazioni personificate alle quali si ricondurrebbero
le spiegazioni dei fenomeni. II percorso umano lungo i tre stati tuttavia non cancellerebbe le naturali
disposizioni dell'uomo, il quale resterebbe un animale dotato di sentimenti e istinti, il primo dei quali,
fin dall'infanzia sarebbe quello sociale, ma in generale gli affetti regolerebbero i comportamenti
sociali. Gli appetiti fisici e le passioni resterebbero il potente motore dell'azione umana. La
razionalità, il pensiero positivo aiuterebbero l'uomo nella modernità ad agire in modo più razionale
per soddisfare gli appetiti fisici e le passioni. Le azioni umane, diverrebbero con la razionalità positiva,
sempre più guidate dall'intelletto (l’individuo non è più guidato dagli istinti), le differenze
individuali, anch'esse naturali, sarebbero valorizzate. Secondo Comte, che svela la sua concezione
maschilista dell'umanità, a guidare lo sviluppo della razionalità sarebbe l'uomo; la donna infatti,
sarebbe maggiormente dotata di qualità sentimentali, mentre l'uomo maggiormente dotato di qualità
intellettive.
Le forze intellettuali e morali tenderebbero necessariamente e progressivamente nella storia a
dominare il mondo sociale e ciò sarebbe alla base della tendenza elementare delle società umane a
un governo spontaneo, la stabilità sociale secondo il padre del positivismo, sarebbe assicurata da tre
istinti egoistici (nutritivo, quello sessuale e quello materno) e tre istinti altruistici (l'attaccamento di
una persona ad un'altra; la venerazione “per es. figlio-padre”,la bontà). La combinazione degli
istinti tra gli esseri umani regolerebbe le condizioni di ordine sociale ovvero la «statica sociale».
Nella statica sociale sarebbe rilevante il ruolo della religione che svolgerebbe il compito di formare il
consenso sociale. II singolo individuo riconoscerebbe, nella religione, un principio unitario che
orienterebbe tutti gli individui. Per molti aspetti il pensiero sociologico di Auguste Comte è stato
sviluppato da Emile Durkheim il quale, oltre a riferirsi spesso a Comte, ne accolse la filosofia positiva,
sostenendo che i fatti sociali dovessero essere trattati come "cose" e che il metodo di studio dei fatti
sociali dovesse essere lo stesso adottato per lo studio dei fenomeni naturali. II sociologo, secondo
Durkheim, dovrebbe essere privo di qualunque pregiudizio, infatti secondo quanto affermato ne
Les règles de la méthode sociologique (1895), oltre a trattare i fatti sociali come "cose", i fatti
avrebbero dovuto essere esaminati senza tenere conto degli stati psicologici degli individui, i quali, a
suo giudizio, sarebbero stati vincolati dalla forza costrittiva dei fatti sociali. Come Comte, Durkheim
ritenne che si dovesse distinguere una statica sociale e una dinamica sociale.
La statica studia le società considerandole come fissate in un momento specifico del loro divenire e
ricerca le leggi del loro equilibrio, la dinamica sociale invece considererebbe le società nella loro
evoluzione. Il limite della sociologia di Comte sarebbe stato quello di aver trascurato troppo la statica ed
enfatizzato troppo la dinamica sociale; comprendere e spiegare un fatto sociale, per Durkheim, vuol
dire comprendere quali fatti sociali si sono verificati i prima del fatto sociale in esame e quale sia la
sua funzione sociale.

Durkheim preferì usare il termine "funzione" piuttosto di quello di "fine", o "scopo" perché fu
consapevole che un fatto sociale, per quanto desiderato e voluto per qualche scopo, non raggiunge
mai il suo obiettivo in modo chiaro e definitivo, ma soddisfa in modo generale a qualche esigenza
sociale; è "funzionale"; soddisfa quindi delle esigenze sociali in modo del tutto generico, non in
modo specifico.
II metodo sociologico avrebbe dovuto essere orientato all'uso della ricostruzione storica, per
comprendere la sequenza storica dei fatti sociali e all'uso della statistica per fare delle comparazioni,
per esempio, tra popoli diversi e spiegare la funzione assolta dai fatti sociali egli usò la statistica per il
suo celebre studio Le Suicide, étude de sociologie (1897) nel quale volle dimostrare che la causa del
suicidio, un fatto apparentemente del tutto soggettivo, ha cause e funzioni sociali. Durkheim distinse
tre tipi di suicidio: il suicidio egoistico il suicidio altruistico(facoltativo e acuto) il suicidio anomico.
La dinamica sociale è ridotta da Durkheim a due momenti storici la cui differenza è data dalla
specializzazione degli individui. Le società più semplici e primitive che agli definisce società a
solidarietà meccanica dove gli individui sarebbero piuttosto simili tra di loro (idee, comportamenti). Le
società più evolute (società di solidarietà organica) sarebbero quelle nelle quali prevarrebbero le
differenze professionali e ideali tra gli individui. II meccanismo di passaggio dalle società a solidarietà
meccanica alle società a solidarietà organica sarebbe determinato dall'aumento demografico che
determinerebbe un aumento della specializzazione dei membri della società.

L’azione sociale
Molti gesti della vita quotidiana (offrire un caffé) sono fatti spesso senza riflettere eppure
condizionano e spesso determinano la condizione sociale e quella lavorativa di chi li compie;
l’azione sociale quindi è stata oggetto di molte interpretazioni differenti, le più rilevanti sono: quella
di Max Weber, quella di Vilfredo Pareto e quella di Leopold von Wiese.

L’agire sociale Max Weber


Max Weber a differenza del Comte e di Durkheim indirizzò lo studio della sociologia verso prospettive
soggettive, per Weber la conoscenza sarebbe basata sulla comprensione dell'esperienza vissuta
(Weber: sociologia comprendente). II sociologo dovrebbe orientare la sua attenzione agli elementi
della realtà selezionandoli dall'infinità di elementi privi di senso della realtà stessa. Gli individui infatti
agirebbero in base a un esame sempre parziale della realtà che li circonda. Gli elementi della realtà
all'attenzione del sociologo dovrebbero essere organizzati in modo coerente in un tipo ideale (il tipo
ideale, essendo tale, non si riferisce mai a qualcosa di reale) che aiuta a far comprendere la realtà sia
al soggetto che agisce, che allo studioso della società. I tipi ideali per Weber non solo rendono
possibile l'analisi della società contemporanea, ma renderebbero comprensibile anche
l'accadere storico, senza considerare gli aspetti emotivi del comportamento umano. Al centro della
riflessione scientifica si dovrebbe porre l'agire, che riveste un'importanza specifica per la sociologia
comprendente. In modo particolare, un comportamento è: 1) intenzionato di colui che agisce, 2)
condeterminato (influenzato) al comportamento degli altri; 3) che può essere spiegato in modo
intelligibile. Secondo Weber tutto l'agire umano potrebbe essere classificato costruendo un numero
ridotto di tipi ideali in grado di cogliere alcune tipicità. Weber ritenne che le tipicità dell'agire si
distinguessero soprattutto nel corso della storia, con il progressivo diffondersi della razionalità. La
classificazione dell'agire umano di Weber ebbe l'obiettivo di evidenziare come l'evoluzione
della società potrebbe essere, per alcuni aspetti, descritta dal cambiamento dei comportamenti
prevalenti nella società.
L'agire ormai prevalente della modernità sarebbe l'agire determinato in modo razionale rispetto allo
scopo; è l'agire dell'imprenditore per eccellenza, basato sul calcolo dei mezzi per il conseguimento
degli scopi, i profitti; a un minore livello di razionalità si collocherebbe l'agire razionale determinato
rispetto al valore; è l'agire del religioso per soddisfare le richieste della divinità in vista della vita
ultramondana; l’agire tradizionale, sarebbe l'agire delle antiche comunità e società agricole,
condizionato dalle abitudini, dai simboli, non orientato al futuro; l’agire determinato affettivamente,
si tratterebbe di un agire dominato e orientato da una qualche emozione (un gesto affettuoso) .
La diffusione della razionalità, quale diffusione dell’agire razionale determinato rispetto allo scopo,
sarebbe il tratto caratteristico dell'Occidente moderno che consente di ridurre le forze della natura sotto
il dominio dell'uomo.
L'agire sociale secondo Vílfredo Pareto
Vilfredo Pareto, ingegnere ed economista, indirizzò la ricerca ad un'analisi positiva che ponesse al
centro della sua attenzione sociologica la natura irrazionale dei comportamenti umani. Come eco-
nomista, Pareto esaminò i comportamenti razionali dei consumatori e giunse alla formulazione di
una teoria dell'Equilibrio Economico Generale (Eeg) che lo lasciò in parte insoddisfatto in quanto
l'analisi economica dei comportamenti dei consumatori non rende conto di tutti i comportamenti
umani, che sembrano guidati da istinti irrazionali. Se l'agire umano sembra sempre guidato da un fine,
rispetto al quale cerca di usare in modo appropriato i mezzi che gli sono disponibili, il fine dell'azione
può avere aspetti generali, che possono essere rilevati da chiunque, e aspetti singolari stimati da chi
agisce. Essenzialmente nell’azione umana emergono due fini distinti: il fine soggettivo (interessi
particolari dell’individuo che agisce, motivi propri) e quello oggettivo (riscontrabile da tutti anche
con l’uso di strumenti scientifici). N.B. il fine soggettivo non si limita al singolo, ma può anche
essere esteso ai gruppi, i cui membri condividono gli stessi fini. Per Pareto una classificazione delle
azioni sulla base della distinzione tra fine oggettivo e fine soggettivo descriverebbe tutto l'insieme delle
azioni umane possibili. Se il fine oggettivo e quello soggettivo coincidono avremo azioni logiche,
se non coincidono avremo azioni non logiche (azioni non logiche sono di 4 generi: il 1° - No fine
Oggettivo - No fine Soggettivo, quelle dei pazzi / 2° No Ogg – Si Sogg, cerimonie, sacrifici / 3° Si
Ogg – No Sogg., battito delle palpebre / 4° Si Ogg. – Si Sogg., hanno entrambi i fini ma non
coincidono, partiti politici che pur dichiarando i propri obiettivi difficilmente li raggiungono).
Le azioni non logiche del 3° e 4° tipo possono essere mutate, Pareto introduce il concetto della
condivisione del fine (i partiti attraverso la condivisione possono portare a mutamenti sociali, la
chiusura delle palpebre sarebbe accettata dal soggetto per proteggere i propri occhi).
Le azioni non logiche sono oggetto di un'ulteriore approfondimento di Pareto, esse presenterebbero
la caratteristica di avere un aspetto psichico e un aspetto espressivo, quello psichico rimanda agli
istinti e non possono essere ulteriormente indagati in sociologia, mentre quello espressivo è quello
che viene manifestato chiaramente, quindi percepito ed essendo tale è l'unico oggetto d'indagine.
Pareto ad un certo punto del suo trattato fa corrispondere gli istinti ad un nuovo concetto: i residui,
termine che utilizza per indicare la «manifestazione» dei sentimenti e degli istinti che potrebbero essere
classificati in sei classi principali (1: istinto delle combinazioni, 2: persistenza degli aggregati, 3:
bisogno di manifestare agli altri i sentimenti, 4: residui in relazione alla società, 5: integrità
dell’individuo e delle sue dipendenze, 6: i residui sessuali), i quali prevedono una ricca serie di
sottoclassi. Le azioni non logiche sono un effetto di uno o di più degli istinti classificati; a queste gli
individui umani associano delle pseudo spiegazioni con le quali cercano una giustificazione quanto
hanno eseguito sotto l'impulso dei residui. Anche in questo caso Pareto individua delle classi principali,
divise in sottoclassi, nelle quali collocare tutte le possibili spiegazioni con le quali gli uomini tentano
di giustificare quanto hanno fatto sotto la spinta di uno o più residui. Pareto indica quattro classi di
derivazioni:
Classe I: affermazioni; le semplici narrazioni di un fatto; Classe II: autorità, si crede nel valore di
alcune affermazioni per tradizione, Classe III: accordo con sentimenti con principi, Classe IV: prove
verbali, è costituita da derivazioni verbali ottenute usando termini di senso indefinito, dubbio.
Il complesso dei residui e delle derivazioni darebbe luogo, secondo Pareto all’equilibrio sociale, in
un sistema sociale gli individui, spinti dai residui, perseguono la loro massima utilità sociale
(ofelimità), che senza la pubblica podestà (Stato) sarebbe illimitata. La pubblica podestà
interviene per limitare o escludere alcune possibili azioni come quelle del ladro (arresto). Quindi se
da una parte il sistema sociale limita le ofemilità degli individui, dall’altra permette di avere una
certa utilità collettiva.

L'azione sociale secondo Leopold von Wiese

II programma generale di Leopold von Wiese era quello di indagare la sfera dell'esistenza che si
svolge tra gli uomini, una sfera relativamente infinita di eventi che accadono nel tempo, ma nella quale
non esistono sostanze, cose, formazioni (non ci può essere una somatologia della società, perché non
esiste un soma). Lo Stato, ad esempio sarebbe una formazione sociale, ma questo non esiste come
ente percepibile, tuttavia la sua presenza induce alcuni a volerlo rappresentare sotto forma di corpo, questa
pretesa sarebbe però "ideologia", lo Stato sarebbe solo un processo, in questo processo si svolgerebbero
le relazioni sociali che sarebbero dei collegamenti o delle separazioni tra gli uomini conseguenza di uno
o più processi sociali, tali relazioni determinerebbero la distanza tra gli uomini (distanza sociale). Per
von Wiese l'attenzione dello studioso delle società dovrebbe essere rivolta al comportamento degli
uomini verso gli uomini, l'uomo che ha relazioni con altri uomini; si pone quindi il problema dell'«io»
umano indagato dalla sociologia. Conviene precisare che ciò che von Wiese chiama «io» oggi è noto
con il termine "identità". Nella sociologia questo «io» assumerebbe un significato centrale, in quanto
è contrapposto ad altri «io» con i quali entra in relazione e attraverso i quali l’«io»
muterebbe per via delle relazioni stesse. Per von Wiese si dovrebbero distinguere
tre tipi di «io»: l’io personale che è compiuto e duraturo (l’egoità), l’io sociale è
mutevole (individualità), l’io extra-sociale che è un complesso di fenomeni che si
risolvono in relazioni. Tra le individualità si stabilirebbero dei processi sociali che
possono essere associativi, dissociativi e entrambi al contempo; il processo sociale
si svolgerebbe sempre tenendo conto dei Com portam ento personali (C), delle
situazioni (S) e si potrebbe indicare pertanto attraverso una formula P = C x S, ma
il comportamento (C) sarebbe frutto dell'egoità innata (I) e delle esperienze (E), mentre nelle situazioni
relazionali concrete sarebbero rilevanti i dati obiettivi del mondo extra-umano M e le condizioni di
altri individui che sarebbero pure nella forma I x E. Quindi la formula diventa più complessa:
P=1xExMx(IxE) o più precisamente: P = (I <=> E) <=5. M <=> (I <=). E), ( le frecce indicano le correlazioni
tra gli elementi), un simbolismo che non convince completamente von Wiese. In sostanza l'analisi
del processo sociale dovrebbe tenere conto delle «egoità» delle persone, del loro comportamento
attuato. I processi possono essere quindi distinti nelle quattro classificazioni in cui con A sono indicati i
processi associativi, con B i processi dissociativi, con C i processi compositi dell'associatività e con
D i processi compositi della dissociatività. Gli stessi processi possono essere poi classificati in modo
più dettagliato. Dovendo trattare dei processi sociali von Wiese esamina l’isolamento che considera
l’essenza delle relazioni, l’isolamento è possibile se si è stati in società ed è presente anche in chi si
isola da quella. La socievolezza la contrario nascerebbe come desiderio sociale di condividere, nei
mutui contatti, nella cooperazione, ma anche nella dipendenza; tutti questi processi iniziano con dei
contatti (contatti primari: il guardare, l’ammiccare, il contagio emotivo, quelli secondari: attraverso
mezzi tecnici, ma anche le condizioni psichiche del desiderio). Lo studioso prende in esame anche
due processi tra quelli più noti in sociologia le istituzioni e i gruppi sociali. Essenzialmente von
Wiese descrive le istituzioni come un complesso di relazioni interumane, che sono destinate ad una
lunga durata con lo scopo di mantenere la coesione tra gli uomini, molte volte esse si sviluppano
dagli usi e costumi, altre volte da atti consapevoli (leggi); von Wiese divide le istituzioni in
regolative ed operative, le prime si presenterebbero come norme orientate alle relazioni e ai
comportamenti, le seconde avrebbero lo scopo di svolgere dei servizi sociali (assistenza pubblica).
Facendo riferimento ai gruppi sociali per von Wiese i gruppi sociali avrebbero delle caratteristiche
tipiche. Le caratteristiche del tipo ideale del gruppo sono:
1)relativa durata e relativa continuità;

2)organizzazione, che si basa su una distribuzione dei funzioni ai suoi membri;

3)rappresentazioni del gruppo ad opera dei suoi membri;

4)nascita, a lungo andare, di tradizioni e abitudini;


5)correlazioni con altre formazioni;

6)criterio orientativo (prima di tutto nei gruppi più oggettivi e in quelli più grandi) (Von Wiese,
1968: 721).
II gruppo, ricorda l'Autore in questione, fu definito da Comte in base agli elementi dell'operatività,
della direttività, dell'intellettualità edell'emotività e von Wiese si dichiara in accordo
nell'individuazione di questi elementi per definire un gruppo, ma questi elementi sarebbero da
intendere quasi come l'esigenza di una sorta di divisione e specializzazione delle attività svolte dai
membri del gruppo, unificati però da una guida che quasi mai deve essere fissata in un'unica
persona. Per von Wiese non esiste la coscienza di gruppo, ma esistono le coscienze individuali che
si riconoscono e agiscono reciprocamente. Esistono diversi tipi di gruppo, la principale differenza è
data dal numero dei membri, i gruppi grandi agiscono oggettivamente, mentre quelli piccoli più
personalmente (il gruppo più piccolo sarebbe la coppia), altro aspetto importante sono i legami
interni; nella coppia sono presenti molte relazioni ostili che possono portare a subissare l’altro di
accuse, altro tipo di gruppo e la triade dove però si corre il rischio che un individuo possa essere
isolato, con l’aumentare a cinque del numero dei membri si avrebbe il gruppo minore non
differenziabile nettamente dal gruppo grande. Il perché dei gruppi: soddisfazione, sicurezza, dove
invece non è presente un modello di gruppo l’autore indica queste aggregazioni come falsi.

I gruppi sociali

Per la definizione di un gruppo umano sono necessari dei requisiti:

1. si devono avere due o più persone;

2. le persone devono riconoscersi reciprocamente;

3. le persone hanno un obietto comune per frequentarsi.


Rientrano nella definizioni di gruppo anche la famiglia che il gruppo di colleghi di lavoro, la
famiglia si intende come gruppo primario, cioè un gruppo faccia a faccia(definizione di Charles H.
Cooley) ed è fondamentale per la formazione della natura sociale e degli ideali dell'individuo i gruppi
primari sarebbero tali nel senso che darebbero all'individuo la prima esperienza totale di
socializzazione e continuerebbero ad essere la sorgente principale della socialità. Come tali i gruppi
primari sarebbero fondamentali per tutte le istituzioni sociali.

Cooley, dopo un attento esame dei gruppi sociali primari definiva anche i gruppi sociali secondari. In
questi gruppi, secondo lo studioso americano, rientrerebbero tutti quelli nei quali le relazioni tra i
membri del gruppo sono più tenui e meno frequenti rispetto ai gruppi sociali primari. I gruppi sociali
secondari sono tipicamente dati dalle organizzazioni. Esaminiamo invece di seguito altre caratteristiche
tipiche dei gruppi sociali.

Costituzione del gruppo


II processo di costituzione di un gruppo è spesso lento, i motivi della lentezza possono essere attribuiti
non tanto a una ipotetica difficoltà con la quale si manifestano contatti fisici tra le persone: a
ciascuno accade normalmente di entrare in contatto con altri; quanto piuttosto alle difficoltà di
creare, cioè di avviare e mantenere una relazione permanente. All’inizio per la creazione di un
rapporto si deve superare l'iniziale difficoltà all'accesso conoscitivo delle persone. II limite alla
conoscenza reciproca è dato da iniziali resistenze alla prossimità fisica, al contatto, resistenze che sono
necessarie al soddisfacimento del bisogno di sicurezza fisica, di garantirsi le distanze interpersonali
utili per avere la possibilità di reazione ai movimenti dell'altro. E' accertata l'esistenza di aree di
prossimità reciproca la cui misura è inversamente proporzionale al grado di conoscenza che si ha
dell'altro (più si è distanti in centimetri, meno ci si conosce). La creazione di un gruppo quindi deve
superare già una semplice distanza fisica di accettazione e ciò può avvenire solo per delle
motivazioni precise. Oltre alla distanza fisica, la creazione di un gruppo può essere fatta solo seguendo i
processi di associatività indicati da Leopold von Wiese. Vi sono motivazioni essenziali, partendo da
quelle "positive" fino a quelle "negative" che concorrono alla creazione di un gruppo sociale.
L'attrazione fisica, gli interessi comuni, le ansie condivise di fronte ad un compito permettono la
riduzione delle distanze e l'aumento delle occasioni di frequentazione reciproca.
Superato il primo momento di diffidenza interpersonale entrano in gioco nuove condizioni emotive,
dettate dalle relazioni interpersonali o dagli obiettivi. Sulla costituzione del gruppo si devono
ricordare gli esperimenti di Robert Freed Bales che negli anni Quaranta del Novecento produsse una
serie esperimenti nei quali dei gruppi erano posti in stanze monitorate. I gruppi avevano di fronte dei
compiti da svolgere, per esempio risoluzione di problemi o elaborazione di strategie di comu-
nicazione interne. Attraverso le telecamere Bales e i suoi collaboratori rilevavano accuratamente tutti
i comportamenti e li codificavano, poi i comportamenti venivano classificati per quelli che erano
considerati omogenei; ne risultava che i comportamenti dei membri dei gruppi erano classificabili in
dodici categorie. Le categorie erano a loro volta aggregabili in ulteriori modi: in coppie dicotomiche
opposte, per aree di comportamento. Le coppie dicotomiche erano definite in sei categorie
funzionali simmetriche: Reintegrazione, Riduzione della tensione, Decisione, Controllo, Valuta-
zione, Comunicazione. L'impostazione funzionalista di Bales, faceva ritenere ogni singola azione di
ciascun appartenente al gruppo fosse funzionale all'esigenza generale di esistenza del gruppo. Nella
classificazione di Bales si possono ritrovare le azioni che caratterizzano la leadership nei
comportamenti codificati come manifesta solidarietà, alza il prestigio dell'altro, aiuta, ricompensa e
manifesta distensione, scherza ride, manifesta soddisfazione.

La leadership
Secondo le definizioni correnti il leader del gruppo è la persona che maggiormente influenza le
decisioni dei membri determinando le scelte delle attività comuni. La leadership è la complessiva
capacità di influenzare gli altri in un processo di interazione. È importante chiarire che tutti í
membri di un gruppo hanno una capacità di influenza sugli altri, il leader è comunque quello che ha
la capacità di influenza maggiore sulla maggioranza del gruppo. La funzione del leader all'interno
del gruppo, ovvero l'emergere di un leader è legata a taluni bisogni collettivi che hanno origine in
bisogni individuali che il leader riesce a soddisfare per la maggioranza dei membri del gruppo. I
bisogni ai quali il leader tende a dare una risposta pratica sono classificati generalmente in cinque
categorie.
1) Esigenze di coordinamento e di ordine: è per alcuni necessaria la presenza di una figura che
sappia definire i compiti;
2) Esigenze di direttive: il leader ha capacità di dare risposte più rapide;
3) Esigenze di rappresentanza esterna: nel confronto con gli altri gruppi il leader esprime in se
tutto il gruppo;
4) Esigenze d’identità e simbolizzazione: leader di partito;
5) Esigenze di controllo dell’aggressività:controllo dei conflitti interni.
Un leader non necessariamente deve riassumere in sé la capacità di rispondere insieme alle 5 esigenze
sopra esposte. È anzi molto difficile trovare personalità in grado di soddisfarle tutte, In genere il leader
è colui che riesce a soddisfare almeno alcune delle esigenze descritte. Esiste la loadership formale, il
leader è in questo caso definito dall'organigramma della organizzazione nella figura di dirigenza,
quale, per esempio, il presidente; la leadership formale si contrappone la leadership Informale, quella
non prevista dall'organigramma e non prevedibile ma che si può presentare all'interno di una
organizzazione se un particolare individuo dimostra di avere i caratteri per soddisfare le esigenze
magari lasciale insoddisfatte dal leader formale. La presenza di persone in grado di influenzare il
leader principale, formale o informale anche se non ottiene consensi nel gruppo da luogo alla figura
dell’eminenza grigia. La presenza di un compito da svolgere o la necessità del confronto - scontro con
altri gruppi favorisce la definizione di due possibili personalità di leader, leader orientato al compito
oppure di leader orientato alla relazione. II leader orientato al compito non cura particolarmente le
relazioni interpersonali usa sistemi coercitivi verso i membri del gruppo, lavora solo agli obiettivi
controllando che le azioni eseguite siano congruenti al fine da raggiungere. II leader orientato alla
relazione invece tende alla cura dei rapporti con gli altri membri del gruppo o con i sottoposti
nell'organizzazione di cui è a capo. I due tipi di leader anche se hanno tratti personali nettamente
differenti devono, per avere successo, soddisfare ad alcune "regole" di relazione nel gruppo: 1 le
relazioni tra il leader e i membri del gruppo sono basati sulla lealtà e sulla fiducia e sul riconoscimen-
to della distinzione tra leader e subordinato;2 i compiti sono assegnati in modo chiaro, specifico e
definito; 3 il leader distribuisce sanzioni e ricompense.II leader soddisfa alcune esigenze del gruppo,
ma il ruolo del leader, per chi esercita la leadership, ha dei vantaggi,soddisfa alcuni bisogni e desideri
della persona. II leader quindi ha dei vantaggi ad esercitare il suo ruolo per i vantaggi che da questo
derivano, ma l'esercizio del ruolo opera due tipi di trasformazione sul comportamento: 1 con il tempo
si ricorre più frequentemente alle sanzioni piuttosto che alle ricompense, 2si tende ad abusare dei
vantaggi.
Pressioni sociali

Le azioni eseguite dai vari membri hanno probabilmente il solo effetto di soddisfare l'esigenza
generale del gruppo di continuare ad esistere. Però è dimostrato empiricamente che le azioni dei
membri di un gruppo hanno una notevole capacità di condizionare le attività degli altri, costituendo
una "pressione psicologica" rilevante. Ad esempio quando tutti i presenti affermano una certa cosa si è
portati anche noi ad affermare quella stessa cosa pur se abbiamo qualche dubbio. In particolare
esisterebbero 3 livelli di conformità (così si chiama il processo per il quale la maggioranza dei singoli si
appiattiscono sulle decisioni della maggioranza del gruppo).
1)Acquiescenza. si ha quando il singolo decide di adeguarsi alle decisioni del gruppo per evitare
sanzioni.
2)Interiorizzazione: si ha quando il singolo pensa che il gruppo abbia effettivamente ragione

3)Identificazione; si ha quando il singolo vuole aderire al gruppo perché ne condivide i valori e i


comportamenti.

La conformità al gruppo arriva fino a degli eccessi sconvolgenti nel caso che la pressione
psicologica sia esercitata da una autorità.

Sociometria

a)La sociometria è stata sviluppata a partire dagli anni trenta del Novecento da Jacob Levy
Moreno sulla base di una teorizzazione complessa che trovava i suoi precedenti principalmente
nelle teorie sociali di Comte e Marx e nella teoria psicoanalitica di S. Freud. La teoria di Moreno non
ha trovato consensi, ma il metodo è stato utilizzato ed esteso per analizzare i gruppi umani e la stessa
società generale attraverso l'analisi delle reti (Net Analysis). Il termine sociometria (misura del
compagno) significa studio ed analisi della organizzazione sociale. II metodo sociometrico procede
ad analizzare i gruppi, attraverso un test sociometrico (un questionario), in due modi: in modo
"diagnostico" fotografando la situazione sociale ed in modo "dinamico" teso alla analisi dei processi
di mutamento del gruppo. L'analisi diagnostica procede ipotizzando che ogni singolo individuo sia
un “atomo sociale" i cui contatti con un altro qualsiasi individuo sono rappresentabili come vettori,
cioè come segmenti orientati. I contatti possono essere sia attrattivi che repulsivi. Attrattività e repulsività
sono definite della emozioni e dalle sensazioni che il contatto produce. Dal risultato del test chi ha
avuto il maggiore numero di preferenze (le domande possono essere del tipo chi ti è più simpatico,
con chi preferisci lavorare..), può essere considerato il leader del gruppo, chi non ha preso
preferenze è l’elemento marginale del gruppo; il risultato può essere visualizzato con la costruzione
della cosiddetta socio matrice o anche dal sociodramma attraverso figure. Le figure del gruppo
possono essere spiegate nel modo seguente:membri denominati isolati, membri definiti ignorati,
membri definiti marginali o trascurati, membri definiti popolari, leaders, cricche, ecc…
L'utilizzo del sociogramma è molto utile, per esempio, nelle aziende per mettere in rilievo le
condizioni di rapporto interpersonale e migliorare le attività produttive. Qualora si trova che la
struttura del sociogramma è differente dall'organigramma ad esempio di una azienda si possono
ipotizzare condizioni di difficoltà interne di gestione delle risorse umane.

Istituzioni e organizzazioni

La teoria delle istituzioni (Leopold von Wiese aveva già dato una prima definizione) ha fatto un
notevole progresso negli anni novanta del Novecento grazie al contributo di Douglass Cecil North
che ha vinto il Premio Nobel per l'economia, ed è tra i protagonisti intellettuali della formulazione
della cosiddetta New institutional economica (NIE).
Secondo North le istituzioni umane sarebbero un insieme di vincoli che strutturano l'interazione umana. I
vincoli sarebbero di natura formale come le norme, le leggi; oppure di natura informale, come nel
caso celle norme di comportamento, delle convenzioni. Insieme alla definizione dei vincoli, le
istituzioni fornirebbero le norme per l'attuazione dei vincoli stessi. I vincoli e le modalità per attuarli
definirebbero l'insieme delle strutture di incentivazione all'azione sociale. Le Organizzazioni
sarebbero invece dei gruppi di individui legati insieme da alcuni scopi comuni.
Le organizzazioni si strutturerebbero secondo le possibilità offerte dalle possibilità previste dalle istituzioni;
quindi, secondo North, un sistema istituzionale che premi attività criminali, favorirà lo sviluppo di
organizzazioni criminali, mentre un sistema istituzionale che premi le attività produttive, favorirà la
creazione di imprese.

Le organizzazioni (la burocrazia Max Weber)


Un aspetto evidente delle organizzazioni è che esse sono presenti in tutti i momenti della nostra vita
quotidiana.
Max Weber ha studiato a lungo l'origine e lo sviluppo delle organizzazioni burocratiche occidentali,
Secondo Weber l'origine della burocrazia moderna deriva dallo sviluppo della razionalità anche se
originariamente il diritto sarebbe stato definito soprattutto dalle sentenze dei profeti carismatici,
infatti esso in Occidente rimase a lungo legato alle religioni. Progressivamente il diritto venne
adattato per meglio regolare le attività pratiche, quali le conquiste dei regni e le spartizioni dei
bottini. La formulazione della razionalità giuridica ha, come conseguenza, lo Stato moderno il quale è
inteso da Weber, come una comunità politica che è caratterizzata da un ordinamento giuridico e
amministrativo; “..quando la dimensione delle organizzazioni cresce, le risorse necessarie per gestirle
sono tolte dalle mani degli individui e poste sotto una minoranza dominante…” solo un apparato
amministrativo che si occupa degli affari pubblici crea un'autorità vincolante per gli individui. In
questa costruzione ideal-tipica dello Stato emerge la rilevanza dell'amministrazione. La burocrazia
quindi avrebbe acquisito delle caratteristiche precise secondo Weber:
La prima è la strutturazione di una gerarchia di autorità in base ai quali i compiti nell'organizzazione
sarebbero distribuiti dall'alto verso il basso con "struttura piramidale" e dove ogni ufficio
controllerebbe e sovrintenderebbe a quello sottostante.

La seconda caratteristica dell'organizzazione burocratica sarebbe data dall'esistenza di regole scritte


che guiderebbero i funzionari nel loro lavoro di routine.
La terza caratteristica rilevante è il fatto che i funzionari sono a tempo pieno e stipendiati, con
prospettive di carriera.

La quarta caratteristica tipica della burocrazia è la separazione tra i compiti dagli altri aspetti della
sua vita.
L'ultima caratteristica rilevante è che nessun membro della burocrazia possiede le risorse materiali
con le quali opera.
Lo studio generale di Weber sugli aspetti formali della burocrazia ha costituito a lungo un riferimento
imprescindibile per ogni analisi particolare sulle organizzazioni pubbliche e private in Occidente; il
limite dell'analisi di Weber però è quello di aver messo in evidenza soltanto gli aspetti formali delle
organizzazioni, tralasciando alcuni aspetti informali di non poca rilevanza, ad esempio quando
abbiamo un problema non ci rivolgiamo subito ad un superiore, ma sentiamo prima un pari grado,
ciò viola le regole formali; quindi le regole scritte finiscono per essere facilmente violate a favore di
un sistema di relazioni informali di discussione.

II sistema sociale di Talcott Parsone

Talcott Parsons fu animato da una volontà di ricercare aspetti comuni nelle teorie e nelle ipotesi dei
sociologi. II compito del sociologo sarebbe stato quello di costruire ed avvalersi di schemi e modelli
astratti costruiti con specifici criteri a partire dalle situazioni reali, infatti la validità empirica e la
precisione concettuale sarebbero due aspetti fondamentali ai quali dovrebbe attenersi una scienza
sociale, ma non basterebbero, per Parsons sarebbe fondamentale ricorrere al concetto di sistema il
quale avrebbe il compito di tenere insieme logicamente i concetti, integrandoli tra di loro.
II sistema della teoria dovrebbe avere come sua controparte un sistema empirico che sarebbe «un
insieme di fenomeni verosimilmente indipendenti tra di loro ai quali si presume possa applicarsi uno
schema analitico pertinente».
Per la sociologia lo schema di riferimento sarebbe l'azione che dovrebbe essere considerata
come «interazione» tra esseri umani, perché sarebbe chiaro che «lo studio del singolo "individuo",
isolato analiticamente, non è un problema sociologico»; gli individui che interagiscono costituirebbero i
sistemi sociali, al sistema sociale si aggiungerebbe il sistema culturale, che si focalizzerebbe con lo
studio dei «sistemi di significati - ad esempio di valori, norme, sistemi organizzati di conoscenze e
credenze. L'integrazione tra il sistema sociale e il sistema culturale sarebbe dato
dall'istituzionalizzazione. Oltre al sistema sociale e quello culturale, Parsons identifica anche altri due
sistemi, quello economico e quello politico dei quali la sociologia non dovrebbe occuparsi. Parsons
si dedica quindi ad approfondire lo studio del sistema sociale che sarebbe definito da due elementi
che lo modellerebbero, la struttura e la funzionalità.

La struttura sono elementi che avrebbero una certa costanza, per esempio la costituzione di uno Stato,
la quale non varia di molto anche nell'arco di decenni nonostante altri mutamenti della società.

La funzione è la relativa “costanza di una struttura” considerando l’ambiente dove la struttura è posta.
Il problema dello studio funzionale è quello di analizzare i meccanismi che rendono possibile una
risposta ordinata ai condizionamenti ambientali. Se tali risposte non garantiscono una condizione di
equilibrio del sistema sociale complessivo (non è in grado di adattarsi ad un ambiente), questo
finirebbe dissolversi, morire.

All'interno del sistema sociale il più importante elemento della struttura sarebbe il ruolo sociale, che è
costituito da comportamenti che sono impersonati e dotati di obblighi (modificano il
comportamento dell’individuo), e che danno luogo anche a dei diritti, anch'essi codificati e costi-
tuiscono delle aspettative nei confronti di altri ruoli; per questo motivo, osserva Parsons, non può
essere tanto l'individuo l'oggetto di interesse della sociologia, ma piuttosto il ruolo, esso quindi sarebbe
un concetto di confine, continua connette la dimensione sociale a quella della personalità
dell'individuo. La società complessa è costituita da molteplicità di ruoli all'interno di una molteplicità
di collettività, poste in una molteplicità di organizzazioni. Tenere unito un sistema complesso richiede
la presenza di riferimenti comuni e generali che Parsons individua nei valori e nelle norme che
costituirebbero la risposta alle esigenze di integrazione di un sistema sociale.

II ruolo sociale
Abbiamo visto che Parsons enfatizza il concetto di ruolo sociale. Un ruolo sociale è, in generale un
insieme di comportamenti collegati tra di loro e caratterizzati in modo tale che le istituzioni li
sanzionino in modo positivo o negativo. Per la loro caratteristica i ruoli sono dei comportamenti
prevedibili, e pertanto anche attesi (il comportamento dell'impiegato allo sportello postale, è
normalmente previsto dall’utente, questo perché l’impiegato svolge il suo ruolo). Come aveva
osservato Parsons, nelle società complesse il numero dei ruoli che ognuno si trova costretto a
ricoprire aumenta, e gli stessi comportamenti richiesti dal ruolo tendono a moltiplicarsi. Per questo si
utilizza il concetto di set di ruoli. Il set di ruoli è la gamma di ruoli che si assumono in una società. Si
può essere insieme militare; padre o madre; affiliato a un circolo ricreativo; ecc.. Ovviamente la plu-
ralità di ruoli ricoperti possono generare delle difficoltà nell'assolvere alle aspettative di ruolo. Ciò
implica, per l'attore sociale, di vivere due tipi di conflitti: il conflitto infra-ruolo e il conflitto inter-
ruolo. Il conflitto infra-ruolo (compromessi) Per esempio un certificatore della qualità aziendale
deve rispondere sia alle esigenze di garantire il rispetto delle procedure di qualità; sia alle esigenze
della produzione aziendale, per cui le aziende possono chiedere di "chiudere un occhio" o di essere
tolleranti su alcuni punti previsti dal manuale di qualità. Il conflitto inter-ruolo è definito dalle situazioni
nelle quali due ruoli imporrebbero dei comportamenti che tra loro si trovano in condizione di
incompatibilità. (ho da lavorare, ma devo andar a prendere mio figlio a scuola, i due ruoli impiegato-
genitore entrano in conflitto)
Un'altra caratteristica tipica dei ruoli è che l'individuo nel corso della vita, vive i ruoli in una successione
temporale (es.: bambino, adolescente, giovane, uomo maturo, uomo anziano, vecchio). Quindi
l'assunzione di un ruolo può essere del tutto temporanea. Un aspetto particolarmente significativo del
ruolo è il suo apprendimento che è considerato parte del generale processo di socializzazione.
La socializzazione
Il processo di socializzazione è un processo di acquisizione di conoscenze e più in generale della cul-
tura di una società, avente la finalità di permettere l'inserimento di un individuo nella società con un
suo set di ruoli definito. Nella socializzazione entrano in funzione principalmente i gruppi primari: la
famiglia e il gruppo dei pari; e i gruppi secondari, come la scuola, ma anche le associazioni sportive i
quali si impegnano a far interiorizzare al singolo il complesso delle conoscenze necessarie per sostenere
delle relazioni istituzionalizzate tipiche dei ruoli. L'interiorizzazione è il meccanismo con il quale
l'individuo acquisisce le conoscenze. L'interiorizzazione rimanda alle questioni generali dello sviluppo
umano. Parsons rimandava nella spiegazione della socializzazione alle teoria esposta da Georg
Herbert Mead che formulò una sua teoria originale sulla socializzazione definita "interazionismo
simbolico". I bambini interiorizzerebbero i modelli sociali attraverso un processo di assunzione di
ruoli che avverrebbe inizialmente per imitazione (riprendere alcuni ruoli tipici dei grandi "guardia e
ladro"); quando diventano più grandi i giochi diventano più complessi (es giocare a calcio richiede
una conoscenza di regole, per avere un sistema di ruoli che permette anche una differenziazione di
compiti).
Controllo sociale e devianza
Robert King Merton insieme a Talcott Parsons, ha tentato di sintetizzare il funzionalismo in pochi
assunti. Secondo Merton il metodo funzionalista nella sociologia dovrebbe descrivere le
condizioni del comportamento umano tenendo conto dei seguenti aspetti: a) della collocazione nella
«struttura» sociale di coloro che prendono parte al modello di comportamento; b) dell'esistenza di
possibili modi di comportamento alternativi; c) dei significati emotivi e conoscitivi attribuiti al
modello di comportamento da parte di coloro che vi prendono parte; d) della distinzione tra le
motivazioni della partecipazione al modello e del comportamento «oggettivo» implicato dal modello;
e) delle regolarità dei comportamenti non riconosciute dai partecipanti associate al modello prevalente.
Eseguita la descrizione il ricercatore dovrebbe evidenziare le «motivazioni» dell'attore sociale
nell'attuare il suo comportamento e le «conseguenze oggettive» del comportamento, conseguenze
che implicherebbero quegli aspetti non intenzionali dell'agire umano.

Merton, che indica in uno schema cinque alternative di comportamento adattivo (conformità,
innovazione, ritualismo, rinuncia, ribellione), riprende il concetto di "anomia" di Durkheim che
considera l'anomia come un'assenza di norme che renderebbe difficoltoso per l'individuo adattarsi
alla vita sociale. Il controllo sociale ha l'obiettivo di mantenere la conformità degli individui ai fini e ai
mezzi disponibili. Il controllo sociale è possibile attraverso i due meccanismi della interiorizzazione dei
valori e delle norme e attraverso il meccanismo dell'erogazione delle sanzioni positive e delle
sanzioni negative. L'interiorizzazione dei valori e delle norme costituisce il meccanismo di
controllo sociale informale. Il controllo sociale informale viene messo in atto durante la
socializzazione. In questa fase, che avviene nell'infanzia e nell'adolescenza la società si occupa di
trasmettere alle generazioni successive l'impegno ad attuare dei comportamenti e a non attuarne degli
altri. Per tutto il percorso dell'infanzia e dell'adolescenza si osserva una continua riduzione dei
comportamenti devianti fino a giungere a una diffusa adozione di comportamenti conformi. Le
sanzioni positive e negative sono previste soprattutto nelle leggi che prevedono delle sanzioni,
soprattutto negative, se le norme sono violate. Le sanzioni sono graduate rispetto al tipo di
violazione; si pensi alle violazioni del codice della strada che prevedono dalle multe meno costose
fino all'arresto.

La devianza
Nonostante i meccanismi di controllo sociale gli individui manifestano dei comportamenti non
conformi, e che sono definiti "devianti". La rinuncia e la ribellione costituiscono un problema sociale
rilevante laddove siano diffusi. L'interpretazione della devianza in sociologia è basata su ipotesi
piuttosto complesse; il meccanismo più noto nella sociologia per illustrare la devianza è la "teoria
dell'etichettamento" sotto la quale sono inclusi approcci di autori anche eterogenei.

Frank Tannenbaum, trovandosi a trattare il tema della criminalità ritenne che le statistiche e i
tentativi di individuare degli aspetti comuni nei criminali fossero del tutto insoddisfacenti ipotizzò che
la devianza fosse soprattutto una conseguenza di quella che definì la "drammatizzazione del male".
L'attività criminale dell'adulto sarebbe la conseguenza di una socializzazione avvenuta all'interno di
gruppi sociali in conflitto con il resto della società. Il criminale non sarebbe da considerarsi una
persona disadattata, ma una persona adattata in un gruppo in conflitto con la società nel quale è
inserito. II criminale adulto quindi sarebbe solo il criminale bambino cresciuto. In questa condizione,
una volta che fosse arrestato, la condanna sarebbe solo percepita come un atto ostile nei suoi
confronti ed egli finirebbe per accettare il marchio di criminale che la società gli darebbe.
Edwin Lemert ha introdotto i concetti di devianza primaria e devianza secondaria. Rispetto alla
posizione di Tannenbaum, ha voluto sminuire l'aspetto dell'individualità e accentuare il valore
dell'imposizione sociale sull'individuo. La devianza primaria sarebbe una devianza generica,
ognuno può adottare un comportamento deviante in qualche circostanza, anche in modo
inconsapevole, pertanto fino a quando non è rilevata il deviante non è considerato tale. La devianza
secondaria è invece fissata dalle organizzazioni preposte al controllo sociale che definiscono la
devianza semplicemente perché la rilevano. Quindi finché il comportamento dell'automobilista che
supera i limiti di velocità non è rilevato dall'autovelox egli non è considerato deviante, anche se lo è
(devianza primaria); dopo la contravvenzione l'automobilista è considerato indisciplinato, cioè è
etichettato (devianza secondaria).
Howard Saul Becker riprende l'approccio di Tannenbaum, secondo Becker la devianza infatti
sarebbe un'etichetta che il sistema della giustizia attacca a dei determinati gruppi sociali. La
devianza e la criminalità sarebbero quindi decisi dalla società, che etichetterebbe alcuni comporta-
menti come devianti e coloro che li adottano come criminali. La persona e/o il gruppo etichettato
potrebbero solo accentuare o radicalizzare i comportamenti ritenuti criminali.
Ineguaglianza sociale
Principali tipi di ineguaglianza
La più nota e fuorviante analisi dell'ineguaglianza sociale è quella espressa da Karl Marx e Friedrich
Engels, nel Manifesto del partito comunista del 1848. In realtà l'analisi delle classi che dovrebbe
essere esaminata in Marx ed Engels è contenuta in scritti poco noti e nel terzo volume de Il Capitale,
c’è un abbozzo incompleto dell'analisi delle classi. Marx scrive: ..i proprietari della semplice forza-
lavoro, i proprietari del capitale e i proprietari fondiari, le cui rispettive fonti di reddito sono salario,
profitto e rendita fondiaria, in altre parole, gli operai salariati, i capitalisti e i proprietari fondiari,
costituiscono le tre grandi classi della società moderna, fondata sul modo di produzione
capitalistico. Ma Marx è ancora insoddisfatto di quest'analisi; infatti la distinzione in tre classi è valida
solo «a prima vista», indicando come caratteristica delle classi l'«identità dei redditi e delle loro fonti di
reddito». Lo scritto di Marx s'interrompe appena l'autore ha finito di fare un lungo elenco di "classi"
che potrebbero essere individuate in base al reddito e alla sua origine. L'unico elemento certo
dell'analisi delle classi di Marx è che egli individua dei criteri relativi alla distinzione in base al red-
dito e all'origine del reddito.

Preso il reddito come riferimento per distinguere le ineguaglianze sociali Vilfredo Pareto ha
individuato delle modalità di ripartizione del reddito, o della ricchezza in generale, che sono
descritte, in ogni Stato e in ogni tempo a una tipica curva, la cui forma è rappresentata in piano
cartesiano, dalla quale si evince che una parte minima della popolazione detiene un elevato livello di
reddito, mentre la massima parte della popolazione si divide una piccola parte del reddito
complessivo di uno Stato. La diseguaglianza del reddito quindi è un fatto evidente e comune che
attende ancora oggi una spiegazione soddisfacente.

Altri studiosi hanno posto l'attenzione su altri aspetti delle ineguaglianze; ma questi sono relativamente
poco interessanti. Max Weber, cercò di evidenziare alcune differenze sociali in polemica con Marx.
Utilizzò il termine "ceto" che, a suo dire, sarebbe stato più utile rispetto a quello di "classe" per
distinguere quei gruppi sociali che si fonderebbero sull'onore e che furono presenti soprattutto tra la
nobiltà.
Altre ineguaglianze sociali che sono evidenti nelle società multiculturali, sono quelle rese evidenti dalle
differenze di alcuni tratti somatici e dal colore della pelle (alcuni ritennero di poter indicare
una sorta di gerarchia delle razze, creando le idee razziste). Altre fonti di confusione sono state
introdotte ai nostri giorni per la presenza di immigrati nelle città. Ai gruppi di immigrati ci si riferisce,
nel linguaggio corrente, con molta leggerezza, utilizzando il termine di etnia. Il concetto di etnia ha
dato luogo a una serie di abusi, una corretta definizione di etnia potrebbe essere la seguente:... un
raggruppamento umano di piccole dimensioni che si distingue da tutti gli altri dello stesso ordine
(compresi quelli geograficamente più vicini nelle originarie aree di insediamento) per determinati
caratteri biologici e culturali… Ai caratteri biologici e culturali si aggiungono elementi di identità
etnica, che esprimono la coscienza dell'appartenenza all'etnia. È immediatamente evidente, in base
alla definizione precedente, che ci si dovrebbe riferire agli immigrati nelle città occidentali come a
dei gruppi d'immigrati in senso del tutto generi. L'etnia inoltre, non deve essere confusa con la
razza, quest'ultima, potrebbe essere definita, seguendo le indicazioni della genetica moderna
come una popola zione che, all'interno di una specie, si distingue dalle altre per la frequenza media di
determinati geni.

Una particolare combinazione di etnia e ricchezza è alla base delle diseguaglianze sociali in India,
Stato caratterizzato dalla nota divisione in caste, in parte oggi attenuata dalla diffusione del
capitalismo inglese. L'organizzazione in caste iniziò in India alla fine del II millennio a.C. con la
diffusione del domino della popolazione Arya. A questa popolazione si deve la creazione della civiltà
cosiddetta "vedica" nella quale ai vertici politici si ponevano gli invasori, i quali supportavano il loro
predominio politico con la formulazione della dottrina religiosa che suffragava la stratificazione
verticale delle popolazione con lo statuto della divisione in caste (varnadharma); i brahmani, gli
kshatriya, i vaisya e gli sudra; al di fuori di queste caste gli individui non avrebbero avuto alcuna
rilevanza sociale, quindi nemmeno politica. Al vertice delle caste si collocavano i brahmani, i quali
erano considerati come i detentori del potere sacro (brahman èappunto un tale potere). Il loro
ruolo quindi avrebbe dovuto essere principalmente religioso, e il loro sostentamento avrebbe dovuto
provenire principalmente dalle donazioni e dalle elemosine chieste e ottenute dai giovani discepoli, i
quali potevano provenire solo dalle quattro caste. Questa casta, la quale peraltro era esentata dal
pagamento delle tasse. Le terre in possesso dei bramani, coltivata per mezzo di schiavi o di interi
villaggi, permetteva loro di avere una forte influenza anche economica sulla società indiana. In questa
casta erano presenti anche una categoria di individui che utilizzava le conoscenze vediche per
esercitare e vendere pratiche magiche; altri invece si dedicavano alle attività commerciali e perfino
alla macelleria, attività che erano considerate particolarmente ufficialmente riprovevoli. La casta
degli kshatriya era quella con funzioni prettamente amministrative e militari; il re normalmente
apparteneva a questa casta, essa poteva essere in concorrenza con quella dei brahmani, e, in
particolare, nelle zone a maggioranza buddhista, essa era la casta preminente. I membri di questa casta
erano autorizzati a guadagnarsi la vita in modo vario, dedicandosi al commercio e all'artigianato. Alla
casta dei vaisya (degli uomini liberi) i cui membri erano considerati sempre inferiori ai membri delle
due classi precedenti, appartenevano soprattutto gli agricoltori, i quali potevano diventare anche dei
grandi proprietari terrieri, «una sorta di borghesia»; essi svolgevano attività particolarmente lucrose,
quali il «perito in gioielli, tessuti, metalli, spezie o profumi» tutte attività che richiedevano conoscenze
particolarmente apprezzate anche dagli ksatriya. La classe più bassa,quella dei sudra, la quale era
esclusa dalla conoscenza dei Veda era considerata una classe di impuri; ad essa appartenevano sia
le popolazioni indigene, di carnagione scura, sconfitte dagli Arya, sia membri degli Arya
decaduti. Per questa casta, alla quale erano assegnati tutti i lavori considerati più umili, principalmente
valeva la "dottrina della predestinazione". Essi potevano ascendere alle classi superiori soltanto
compiendo con uno scrupolo assoluto i doveri che gli erano assegnati. AI di fuori delle caste si
collocavano sia i paria, esclusi dal Dharma, che potevano svolgere solo lavori ritenuti estremamente
disdicevoli. I paria erano poi suddivisi in ulteriori classi, e la classe ritenuta più infima era quella dei
chandala, che erano i veri intoccabili, vestiti in genere degli abiti presi ai cadaveri; tra i fuori casta
inoltre erano collocati i misti, per esempio i figli di due membri di classi differenti e gli schiavi. Altri
fuori casta erano gli stranieri che erano denominati mleccha, letteralmente "storpia lingua".