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Esiste un’identità europea?

Piero Vereni – Università di Firenze
Intervento per il convegno I dialetti della tribù – Firenze 15­16­17 settembre 2005

Introduzione sfuggire   alla   tendenza   apparentemente   inevitabile   di   considerare   del   tutto 


retorica (cioè già dotata della risposta) la domanda che titola queste righe. 
La   questione   dell’identità   europea   (come   qualunque   “questione  Chiedersi infatti “esiste un’identità europea?” sembra implicare o un sì deciso 
identitaria”, del resto) travalica rapidamente i confini del dibattito scientifico  in nome dell’ottimismo della volontà (non abbiamo alternative, se vogliamo 
per entrare a pieno titolo nella discussione politica, cui appartiene per origine  sopravvivere   economicamente   e   politicamente,   se   non   quella   di   tentare   un 
se non per necessità. Come ormai sappiamo da molti anni, qualunque dibattito  macroaccorpamento politico e quindi identitario) o un no altrettanto deciso in 
sul sapere si configura sempre e comunque in forme di potere, ma è certo che  nome   del   pessimismo   della   ragione   (il   progetto   di   costruire   a   tavolino 
alcune questioni rendono più scoperto questo legame, e di sicuro la questione  un’identità europea è destinato a fallire per evidente artificiosità, tanto vale 
dell’identità europea è una di queste. Non tedierò chi mi ascolta elencando i  lasciar perdere e vedere come organizzare gli stati nazionali esistenti). Scopo 
casi in cui l’informazione e la pubblica opinione hanno affrontato in modo  di queste righe è quindi aprire uno spazio per quello che Michael Herzfeld 
diretto il senso del dirsi europei. Dal dibattito sulla Costituzione alla crisi della  (1997) ha definito un “grado intermedio militante” che superi il finto dualismo 
sua   approvazione;   dall’allargamento   dell’Unione   Europea   a   venticinque  tra le istituzioni politiche (viste inevitabilmente come pericolose, oppressive e 
all’eventuale   ingresso   della   Turchia;   dalla   relazione   America­Europa   al  uniformanti)   e   “la   gente”   (gli   europei,   potremmo   dire   in   questo   caso) 
problema dell’integrazione degli immigrati; dal riemergere dell’antisemitismo  portatrice   invece   di   un   sentire   comune   sano   e   “naturale”.   A   questo 
alla questione del relativismo: in tutti questi casi, chiedersi se e cosa significa  essenzialismo che contrappone il potere al popolo vorrei opporre a mia volta 
“sentirsi   europei”   diventa   uno   snodo   centrale   e   irrinunciabile   della  una visione per cui, entro la questione dell’identità europea, il potere delle 
discussione. istituzioni è una proiezione dei popoli europei, e l’eventuale esistenza di un 
Consapevole dell’intensità anche emotiva che plasma l’interazione tra i  popolo europeo (quindi, della sua identità) è il frutto di un’interazione con le 
diversi soggetti in gioco, non mi sottrarrò in questa sede dal riconoscere la  istituzioni.
dimensione politica del mio intervento, che vorrei comunque collocare su un 
piano decisamente distinto dalla ormai canonica opposizione tra eurottimisti e  L’appartenenza e il senso del tempo
euroscettici. Intendo infatti sostenere la plausibilità di un senso profondo di 
appartenenza europea che però non ricalchi per estensione il modello canonico  Da   un   punto   di   vista   generale   e   puramente   teorico,   è   possibile 
dell’appartenenza nazionale tipico delle identità collettive del secolo passato e  individuare   due   forme   basilari   del   senso   di   appartenenza   collettiva   che   si 
caratterizzato   da   un’omogeneità   culturale   e   valoriale   prodotta   attraverso   il  consolida in quelle che chiamiamo “identità”. Uno dei tratti distintivi di queste 
processo   di  nation   building.   In   altre   parole,   scopo   di   questo   intervento   è  due forme idealtipiche è costituito dalla percezione antitetica del tempo come 
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fondatore   della   convivenza   sociale.   A   un   estremo   vi   sono   le   identità   che  Fascismo e dal Nazismo, che potremmo considerare da questo punto di vista 


“guardano al passato” come base essenziale dello stare assieme e del comune  null’altro che la teorizzazione più compiuta (e ovviamente più nefasta) del 
sentire; all’altro estremo si collocano invece quelle forme dell’appartenenza  senso di appartenenza orientato al passato e alla naturalità della convivenza 
collettiva   che   “guardano   al   futuro”   come   il   termine   di   un   progetto   da  sociale. A questo generale processo di naturalizzazione dell’appartenenza non 
compiere.   Le   identità   che   “guardano   al   passato”   legittimano   cioè   lo   stare  si sono sottratti nel corso del Novecento i Paesi del Socialismo reale, come ha 
assieme con la necessità di trasformare in forme politiche quella che è sentita  dimostrato il rapidissimo insorgere di un sentimento nazionale estremamente 
come   l’antica   condivisione   di   una   serie   “naturale”   di   specificità   (la  forte   in   Paesi   come   la   Bulgaria,   la   Romania,   l’Albania,   o   l’immensa   area 
comunanza di lingua, cultura, religione, territorio, sangue), mentre quelle che  dell’allora Unione Sovietica. Il violento collasso della Jugoslavia è stato, da 
“guardano al futuro” prendono le mosse da una recente contingenza politica (i  questo punto di vista, emblematico: un paese nato dalle ceneri della seconda 
rapporti di produzione, ad esempio) per realizzare una “fraternità” tutta da  guerra mondiale con un preciso sguardo “rivolto al futuro” aveva visto già nel 
costruire. 1973 (con la promulgazione della seconda costituzione) ribaltare alcuni dei 
A quest’ultimo estremo, orientato al futuro, appartengono ovviamente i  suoi principi costitutivi, per assistere poi, nella prima metà degli anni Novanta, 
grandi movimenti politici come il marxismo operaista e il liberismo borghese,  al   disastro   umano   e   politico   delle   “guerre   etniche”   che   ancoravano 
e   in   generale   tutte   le   forme   di   “organizzazione   politica”   più   tipiche   del  ineluttabilmente a un passato remotissimo e irremovibile le motivazioni degli 
Novecento:   partiti,   associazioni   di   solidarietà   e   volontariato   e   tutte   le  stupri, delle deportazioni, delle stragi e della “pulizia etnica”.
espressioni della società civile. All’altro estremo appartengono invece quelle  Il   dilemma   attuale   dell’identità   europea   è   racchiuso   nel   dilemma 
forme identitarie che da una trentina d’anni sono fortemente in crescita in tutto  temporale dell’appartenenza nazionale che abbiamo appena delineato. Non si 
il mondo, si definiscono e vengono definite come “etniche” o “minoritarie” e  tratta cioè di stabilire se esista un’identità europea, dato che ogni appartenenza 
che,   a   diverso   titolo   e   con   diversi   gradi   di   legittimazione,   pretendono   un  collettiva (quindi ogni identità) è essenzialmente un prodotto semiotico, una 
riconoscimento   politico   della   differenza   culturale.   In   generale,   le   identità  contrattazione di segni, la cui esistenza dipende dalla legittimazione sociale e 
rivolte al futuro sono più disposte a riconoscersi come prodotti contingenti  non   può   essere   risolta   con   il   richiamo   a   un   esausto   oggettivismo   delle 
della storia, mentre le identità rivolte al passato tendono facilmente a forme di  appartenenze.   Quel   che   conta,   invece,   è   decidere   quale   possa   essere 
naturalismo essenzialista. l’orientamento temporale di questa appartenenza, se cioè si debba configurare 
Quel vasto fenomeno che ha segnato le sorti dell’Europa e del mondo a  come   un’appartenenza   “politica”   orientata   al   futuro   o   un’appartenenza 
partire dalla Rivoluzione Francese, e che è noto sotto l’etichetta generale di  “etnica” fondata dalla condivisione di un passato.
nazionalismo,   ha   l’inquietante   specificità   di   occupare,   a   seconda   delle   fasi  Per  esemplificare  i termini  di  questa  opposizione  concettuale  che  ha 
storiche   e   delle   aree   geografiche   interessate,   entrambi   i   versanti   di   questo  enormi implicazioni politiche presenterò brevemente due casi. Il primo, nel 
continuum   tra   passato   e   futuro.   Nato   infatti   come   movimento   identitario  quale   riprendo   l’analisi   di   un   famoso   antropologo   britannico,   è   un   tipico 
rivolto al futuro (come nel caso del nazionalismo sudamericano dei primissimi  esempio di “euroscetticismo” intellettuale, che nega l’esistenza di un’identità 
anni   dell’Ottocento   e   del   primo   nazionalismo   francese)   ha   subito   diverse  europea ma che non sembra particolarmente consapevole delle conseguenze 
svolte “naturalizzanti” nel corso dei decenni, fino all’apice caratterizzato dal  naturalizzanti di questa posizione; il secondo invece è un rapidissimo scorcio 

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“etnografico”   sugli   albanesi   d’Italia,   sicuramente   non   immune,   nelle   mie  intendeva integrare. Il processo di omogeneizzazione pianificata si è quindi 
intenzioni,   da   un   certo   gusto   per   la   provocazione,   ma   che   può   indicare  rivelato controproducente.
metaforicamente nuove forme identitarie che sappiano articolare in modo più  2. La materia prima che il progetto di costruzione dell’homo europaeus  
complesso e “aggiornato” l’interazione tra passato come base e futuro come  si   trova   a   lavorare   è   per   sua   natura   refrattaria   a   questo   processo   di 
progetto. integrazione,   dato   che   l’Unione   pretende   di   suscitare   un   senso   identitario 
europeo in individui che già appartengono alle rispettive comunità nazionali.
L’invenzione dell’Homo Europaeus Entrambi   questi   argomenti,   per   quanto   apparentemente   ragionevoli, 
rischiano di nascondere un implicito sostegno al sistema degli stati nazionali, 
L’antropologo   britannico   Chris   Shore   ha   condotto   una   lunga   ricerca  concepito   come   “naturale”   in   opposizione   all’“invenzione”   dell’identità 
etnografica entro le istituzioni dell’Unione Europea a Bruxelles tra il 1995 e il  europea.   Per   quanto   riguarda   il   primo   punto,   cioè   la   pianificazione   del 
1997,   intervistando   funzionari   e   analizzando   i   documenti   prodotti   dalla  processo di costruzione dell’identità europea da parte delle istituzioni, basta 
Commissione   Europea   dedicati   alla   questione   dell’identità   e   della   cultura  replicare   che   non   esiste   al   mondo   identità   collettiva   superiore   a   quella 
comune   europea.   Il   suo   lavoro   ha   prodotto   una   serie   di   articoli   e   saggi  strettamente   locale   che   non   sia   il   prodotto   di   una   precisa   pianificazione   e 
piuttosto interessanti, in cui vengono evidenziate e messe a nudo le strategie  volontà politica. Francesi o danesi, colombiani o senegalesi, neozelandesi o 
degli   “eurocrati”   per   “istillare   tra   gli   europei   un   nuovo   tipo   di   ‘coscienza  baschi,   tutti   i   gruppi   “nazionali”   sono   il   prodotto   di   precise   strategie   di 
europea’”   (Shore   1999,   p.   63).   Soprattutto   a   partire   dal   marzo   del   1993,  uniformazione   politica,   culturale   e   sociale.   Da   questo   punto   di   vista, 
quando venne pubblicato il rapporto de Clercq, la classe dirigente dell’allora  un’eventuale identità europea concepita e programmata dalla classe dirigente 
Comunità Europea si pose esplicitamente la questione di colmare il cosiddetto  altro non sarebbe che la replica  su scala maggiore di un modello che si è 
“deficit   democratico”   tra   istituzione   europee   e   comuni   cittadini,  dimostrato efficace per quasi duecento anni.
particolarmente distanti da qualunque legame affettivo con le istituzioni che  Ma è sul secondo punto che le critiche possono essere più puntuali e più 
andavano   consolidandosi   sul   piano   strutturale   ma   non   di   certo   su   quello  finalizzate all’obiettivo di questo mio intervento. Shore, in sostanza, dice che 
simbolico. Chris Shore racconta quindi i tentativi (maldestri fino al ridicolo)  un’identità europea non è progettabile perché si scontra con forme identitarie 
messi   a   punto   dai   commissari   europei   per   indurre   i   giornalisti   accreditati  preesistenti   e   più   forti.   Vediamo   un   paio   di   passaggi   in   cui   questo   punto 
presso Bruxelles a prestarsi come arma di propaganda per le magnifiche sorti  sembra esplicitato in maniera decisa dall’antropologo britannico:
della   nascente   Unione;   per   invogliare   gli   storici   a   riscrivere   i   manuali  Quei   fattori   che   garantiscono   coerenza   e   significato   alle   identità 
“nazionali”   in   chiave   esplicitamente   europea;   e   per   istituire   addirittura   un  nazionali   esistenti   (come   la   condivisione   di   storia,   memoria,   religione, 
premio   dedicato   alla   “donna   europea   dell’anno”.   Il   fallimento   di   questa  lingua e miti) sono esattamente gli stessi fattori che più dividono tra loro gli 
politica volta cinicamente a inoculare un’identità europea concepita a tavolino  europei e quindi non possono essere invocati come base per un’unità pan­
è dipeso, nell’analisi di Shore, sostanzialmente da due fattori: nazionale… (Shore 1999, p. 55).
1. La sua natura scopertamente artificiosa e dettata da considerazioni di  Ancora:
ordine strettamente economico e politico ha di fatto alienato i soggetti che 

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Il problema fondamentale per l’Unione Europea è che, diversamente   Ovviamente,   le   cose   non   stanno   così,   come   dimostra   la   storia   del 
dalla   maggior   parte   degli   stati   nazionali,   l’Europa   non   dispone   di   una  movimento operaio e dei movimenti di classe in generale (inclusi quelli di 
coerente   cultura   comune,   attorno   a   cui   i   suoi   abitanti   possano   unirsi…  estrazione borghese), delle organizzazioni che si battono per i diritti civili e i 
L’Unione   Europea   è   quindi   uno   stato   in   embrione   senza   una   nazione,  diritti umani, delle lotte studentesche e del femminismo (almeno in alcune sue 
un’amministrazione senza governo (pp. 56­57 corsivo mio).
fasi storiche), del movimento ecologico e della tradizione liberale radicale. È 
possibile cioè concepire un’identità e sentirla condivisa non perché si proviene 
Al di là dell’ovvia considerazione (forse più evidente a un italiano che a  da una comune radice, ma perché si va verso un medesimo frutto.
un inglese) che gli stati nazionali “uniti” attorno a fattori di condivisione o a  Negli ultimi trent’anni, con la crisi delle ideologie politiche classiche, la 
una   “coerente   cultura   comune”   sono  prodotti  storici   e   non   entità   naturali  tendenza   generale   delle   forme   dell’appartenenza   va   verso   una   decisa 
eterne come potrebbe apparire da queste citazioni, quel che più mi interessa  predilezione   per   le   identità   “radicate”,   basate   cioè   sulla   riproposizione   in 
evidenziare   è   l’assolutizzazione   della   dimensione   dell’identità   rivolta   al  forma politica di tratti  culturali ereditati e dichiarati immutati o comunque 
passato che emerge dall’argomentazione di Shore. L’Europa non può fondare  tradizionali.   Esistono   però   interstizi,   forme   spesso   marginali   o   poco 
(o   inventare,   in   senso   andersoniano)   una   propria   identità   perché   l’identità  appariscenti  dell’appartenenza  che  sembrano  proporre  soluzioni  alternative, 
avrebbe   bisogno   di   una   base   storica   comune,   e   questa   non   è   conseguibile  che forse possono adombrare una prospettiva anche per l’Europa in generale. 
perché   i   singoli   stati   europei   hanno   sviluppato   basi   storiche   divergenti.  È a una di queste forme che intendo volgermi brevemente in chiusura del mio 
Negando quindi la possibilità di un’identità europea fondata su un comune  intervento.
sguardo   rivolto   al   passato,   Shore   (come   molti   euroscettici,   del   resto)   sta 
essenzializzando la natura storicamente fondata dell’identità, sta cioè negando  La trasmissione dell’appartenenza: identità albanese e televisione 
la   possibilità   di   forme   identitarie   che   giochino   eventualmente   con   la 
commerciale italiana
complessità e le molteplici sfaccettature del passato per organizzare e mettere 
a   punto   un   progetto   per   il   futuro.   Riprendendo   la   tipologia   che   abbiamo  Nel   1995,   mentre   svolgevo   la   ricerca   sul   campo   in   Macedonia 
indicato all’inizio, Shore considera legittima (pur se irrealizzabile) solo una  occidentale greca per il mio dottorato, mi sono recato diverse volte in Albania 
concezione “etnica” dell’identità europea, negando qualunque eventualità di  in visita a Gilles de Rapper, un collega francese che conduceva la sua ricerca 
svilupparne   una   dichiaratamente   “politica”.   Dire   che   non   può   esistere  nell’area   di   confine   tra   Albania   e   Grecia.   Durante   uno   di   questi   viaggi,   a 
un’identità comune europea perché le identità nazionali sono troppo forti e  Voskopoj   ebbi   modo   di   chiacchierare   con   Dhori   Fallo,   un   professore   di 
basate   sulla   condivisione   di   elementi   fondamentali   non   solo   naturalizza  matematica in pensione che parlava un elegante italiano imparato durante la 
l’appartenenza   nazionale   (nascondendo   il   lento   e   spesso   dolorosissimo  prigionia in Italia negli anni Quaranta. Tenendo in braccio il nipotino di pochi 
percorso di nation building intrapreso dai singoli stati soffocando anche con la  mesi,   Dhori   mi   raccontò   che   aveva   due   figli,   uno   sposato   che   lavorava 
forza la differenza culturale interna) ma tende inoltre a veicolare l’idea che  clandestinamente in Grecia (il nipotino era figlio suo), e l’altro in Italia dal 
l’unica forma possibile di appartenenza collettiva sia quella che si fonda sul  1991, arrivato con una di quelle terribili carrette del mare stipate di uomini che 
passato e sulla sua riproposizione immutata. tutti ricordiamo quell’estate. Il discorso che il padre tenne al figlio prima di 

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vederlo imbarcare fu di questo tenore: “Vai in Italia, cercati un lavoro lì e  Maria de Filippi) Kledi Kadir ne era il primo ballerino. Il programma (giunto 
dimenticati di essere albanese. Sposati se puoi con una donna italiana e cresci  quest’anno alla sua quinta edizione) è concepito come un game show in cui un 
dei figli italiani. Adesso non è tempo di essere albanesi, non abbiamo una  gruppo di giovani partecipa a tempo pieno a una scuola per artisti (cantanti, 
dignità da  difendere,  ma  solo  miseria umana  e morale  da  sconfiggere. Tra  ballerini e attori) che prevede una serie di sfide settimanali tra i partecipanti. 
qualche anno, quando e se l’Albania ritroverà un suo onore, potrai dire ai tuoi  Le   sfide   ripetute   portano   all’eliminazione   progressiva   degli 
figli   che   sono   albanesi,   ma   non   adesso,   adesso   dimenticati   anche   tu   che  studenti/concorrenti in base al giudizio di una commissione e ai voti telefonici 
provieni da questo Paese”. Ricordo la forte impressione che mi suscitò questo  del pubblico a casa, fino alla proclamazione del vincitore assoluto. Già alla 
imperioso comando paterno a scordare la patria. All’epoca, gli albanesi non  seconda   edizione,   tra   gli   studenti   vi   era   una   ragazza   albanese,   Anbeta 
godevano in Europa di grande fama, ed erano generalmente considerati poco  Toromani,   che  proveniva  dalla   stessa  scuola   di   Kledi   e  che  sarebbe  giunta 
affidabili. Noti alle cronache solo per i casi criminali, sembravano in generale  seconda alla finale. La stagione successiva (2003­2004) gli studenti albanesi 
aver fatto tesoro del consiglio di Dhori, rendendosi, perlomeno in Italia (il  della scuola di Maria de Filippi erano due: Olti Shagiri (fratello minore di Ilir 
paese   con   la   più   alta   percentuale   di   emigrati,   assieme   alla   Grecia)  Shagiri, un altro ballerino da qualche anno nel corpo di ballo di Maria de 
praticamente   invisibili,   anche   per   via   delle   caratteristiche   somatiche  Filippi) e Leon Cino, ballerino molto dotato che infatti vinse quell’edizione. 
“mimetiche”.   Ma   quest’immagine   sbiadita   dell’identità   albanese   sta  La quarta, conclusasi lo scorso maggio, ha visto la partecipazione di altri due 
lentamente   modificandosi,   almeno   in   Italia.   Il   mutamento,   che   riguarda  ragazzi albanesi: Tili Lukas e Klajdi Selimi. Quest’ultimo (albanese kosovaro) 
assieme la categorizzazione esterna (cioè il modo in cui gli italiani vedono gli  è stato sicuramente il personaggio chiave dell’anno, anche se non ha vinto la 
albanesi) e l’identificazione interna (cioè il modo in cui gli albanesi vedono se  gara: con la sua vena polemica, la costante rivalità con Marco, un altro allievo 
stessi) ha iniziato a prendere forma all’inizio del terzo millennio, grazie a una  della scuola che non esitava a fare appelli agli “italiani” perché votassero lui 
serie di eventi in parte casuali. invece di un “albanese”, e con il rispetto profondo mostrato verso il pubblico 
Tra  gli  albanesi  giunti  in Italia  con la  prima   ondata  del  1991  vi  era  che numerosissimo lo votava da casa, Klajdi ha catalizzato l’attenzione di un 
anche   un   ragazzo   non   ancora   ventenne   di   nome   Kledi   Kadir.   Dopo   aver  pubblico sempre numeroso (i dati di ascolto del programma nella sua fase 
trascorso   alcuni   giorni   nello   stadio   di   Bari,   fu   espulso   come   tanti   suoi  serale si aggirano attorno ai sei milioni di telespettatori; per le fasi finali i voti 
connazionali,   per   rientrare   in   Italia   solo   due   anni   dopo.   Aveva   studiato  da  casa  hanno  sfiorato  il milione,  anche  se  la  telefonata  costava  un  euro). 
all’accademia   di   ballo   di   Tirana,   famosa   per   la   serietà   e   la   durezza   degli  Anche   l’edizione   partita   da   pochi   giorni   prevede   la   presenza   di   un   altro 
insegnanti, e per qualche tempo era vissuto nel nostro Paese facendo lavori  ballerino albanese, Endri Roshi.
saltuari   e   continuando   a   esercitarsi   come   ballerino.   Scoperto   dalla  Questi ragazzi albanesi sono riusciti a modificare in modo sostanziale il 
presentatrice televisiva Maria de Filippi, era diventato uno dei ballerini dei  giudizio di molti loro coetanei italiani sull’identità albanese. Se dieci anni fa 
suoi numerosi programmi, riscuotendo molto presto le simpatie del pubblico  albanese era sinonimo di immigrato clandestino, criminale, persona pericolosa 
italiano,   soprattutto   giovane   e   soprattutto   femminile.   Quando,   nell’autunno  o comunque povera (in Grecia girava allora una terribile freddura: sai qual è la 
2001, Maria de Filippi lancio il programma  Saranno famosi  (che dall’anno  barzelletta   più   corta   del   mondo?   Turista   albanese!)   oggi   tra   molti   giovani 
successivo cambiò titolazione per ragioni di copyright, diventando  Amici di   italiani albanese  significa  anche spirito di sacrificio, caparbietà, orgoglio e 

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Piero Vereni ­ 8774107.doc stampato 15/09/05 1.35

determinazione.   Per   molte   ragazze,   poi,   è   innegabile   che   l’uomo   albanese  Quest’immagine sta chiaramente contaminando l’autorappresentazione 
abbia assunto connotazioni sexy del tutto impensabili fino alla comparsa di  degli albanesi in Italia, che seguono numerosissimi il programma  Amici di  
Kledi e dei suoi connazionali sul piccolo schermo. Maria  de Filippi  con veri gruppi di ascolto che partecipano attivamente al 
Questa   immagine   prodotta   dalla   televisione   italiana   ha   iniziato   a  voto da casa. Anche se non dispongo ancora di dati precisi, visto che la mia 
riverberarsi   sull’autorappresentazione   degli   albanesi,   in   Italia   e   in   Albania  ricerca in questo campo è appena avviata, mi sembra credibile ipotizzare un 
(dove i programmi di Mediaset sono particolarmente seguiti). Gli “eroi” delle  “ritorno” dell’identità albanese tra gli immigrati in Italia, soprattutto tra i più 
sfide di Maria de Filippi sono intervistati sui settimanali popolari albanesi e  giovani,   che   sembrano   quindi   aver   trovato   una   risposta   alla   richiesta   del 
proposti come modelli per la gioventù nazionale. Klajdi Selimi che, con la  vecchio   Dhori   di   dimenticarsi   di   essere   albanesi.   Oggi,   sembrano   dire   i 
bandana   in   testa   e   perennemente   a   torso   nudo   (come   spesso   Kledi,   il  giovani albanesi in Italia, è finalmente possibile “ricordare” la propria identità. 
capostipite di questa nuova generazione di artisti albanesi), dichiara di sentirsi  Come è evidente, è un ricordare spurio, che mescola in una miscela del tutto 
“un  gladiatore  più  che  un  ballerino”  incarna  un  modello  appetibile  per  gli  originale la tradizione balcanica del ballo come espressione sociale, la scuola 
italiani e per gli albanesi. albanese di balletto classico, l’espressione di una virilità estremamente fisica e 
La   messa   in   scena   del   corpo   come   strumento   di   performance   di  poco “ciarliera”, lo spirito competitivo e l’orgoglio di un popolo “tribale” con 
eccellenza ricorda senz’altro altri casi precedenti: i giocatori di cricket indiani  le esigenze del mercato televisivo, il sex appeal del body fitness, la telegenia e 
nelle squadre inglesi o i campioni afroamericani di atletica. Corpi senz’altro  la capacità di assecondare le richieste del pubblico. Non vi è, in tutto questo, 
naturalizzati,   addomesticati   dallo   sguardo   egemone   in   funzione   di   un  nulla di chiaramente orientato al passato (un’opzione impraticabile di fatto per 
godimento   estetico   rassicurante.   Ma   corpi   anche   in   grado   di   riscattare  gran   parte   degli   albanesi)   ma   piuttosto   la   voglia   di   progettare   un   sentire 
un’identità   smarrita   se   non   esplicitamente   sottomessa,   in   grado   di  comune con i frammenti della modernità e della tradizione, senza temere il 
riappropriarsi di una dignità personale che può diventare condivisa dall’intera  mutamento   ma   accettandolo   come   parte   inevitabile   di   un   qualunque   sano 
comunità   di   riferimento.   In   tutti   questi   casi,   il   lavorio   sul   corpo   passa  processo   di   identificazione   collettiva   che   non   voglia   sclerotizzarsi   nella 
attraverso la storia “occidentale” della disciplina che si apprende, ma anche  nostalgia del bel tempo che fu.
attraverso   la   genealogia   delle   proprie   “origini”:   come   la   “magia”   indiana 
diventa   capacità   funambolica   sul   campo   da   cricket,   e   come   la   “naturalità”  Conclusioni
africana   diventa   potenza   esplosiva   sulle   piste   di   tartan,   così   l’orgoglio 
“balcanico” degli albanesi diventa capacità di disciplinarsi, di rimanere fedeli  Cosa   può   dirci   questo   esempio,   per   quanto   modesto,   sull’identità 
all’obiettivo senza cedere alle lusinghe del facile successo. Così descrive una  europea?   Due   cose,   credo.   La   prima   è   che   un’appartenenza   collettiva, 
giornalista italiana le ragioni del successo di Kledi: qualunque  sia  la  sua  forma  sociale  e  la  sua  dimensione  politica,  non  deve 
Kledi   non   riflette   il   cliché   del   divo   osannato   e   capriccioso,   ma  necessariamente   fondarsi   sulla   piena   condivisione   di   un   passato:   esistono 
trasmette l’idea del lavoratore scrupoloso, preparato e devoto al pubblico  forme   di   appartenenza   altrettanto   ricche,   altrettanto   coinvolgenti   sul   piano 
che lo apprezza, rispettoso di una gloriaa raggiunta con fatica attraverso  emotivo,   che   non   necessitano   di   chissà   quale   profondità   storica   a   proprio 
interminabili ore di preparazione (Seralisa Carbone, sul sito Leonardo.it). fondamento. Questo principio può valere anche per l’identità europea, che non 

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ha quindi l’obbligo di individuare le proprie “radici” per sentirsi legittimata, 
ma che può a pieno titolo rivendicare la propria “giovinezza”, se ha comunque 
qualcosa da dire e, tanto più, da fare.
L’esempio   albanese   può   inoltre   aiutarci   a   capire   che   in   certe   fasi 
storiche   l’oblio   del   passato   non   è   necessariamente   una   fuga 
deresponsabilizzante,   né   coincide   per   forza   con   la  damnatio   memoriae  
imposta   ai   vinti   dai   vincitori,   ma   può   essere   l’unica   via   per   sfuggire   alle 
strettoie del presente, costringendoci a inventare soluzioni nuove. L’Europa è 
stata per molti secoli fucina di pensiero e di dominio, maschera del potere e 
crogiolo del sapere. Per il nuovo millennio, l’identità europea avrà bisogno di 
nuove   forme  dell’appartenenza,   che  riescano  a   concepire  uno   spazio  civile 
senza   presupporre   l’omogeneità   dei   cittadini   che   quello   spazio   occupano, 
come   invece   ancora   tende   a   fare   il   vecchio   modello   dell’appartenenza 
nazionale. Se riuscirà a pensarsi solida senza bisogno di essere rigida, proprio 
come un ballerino può essere forte senza per questo essere goffo o impettito, 
una nuova identità europea sarà senz’altro benvenuta.