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ANALISI PSICOLOGICA DI DUE ATTUALI

PROBLEMATICHE DEL MONDO SPORTIVO: IL DOPING


E LA TIFOSERIA VIOLENTA
di Monica Monaco

PREMESSA

Il doping e la tifoseria violenta sono due fenomeni molto diversi che


rappresentano le due problematiche più attuali che affliggono l’universo
sportivo mondiale. Tali comportamenti riguardano personaggi diversi: da un
lato gli atleti, dall’altro i tifosi. Per quanto alimentati da aspetti psicologici
molto differenti, essi sono comunque due fenomeni del mondo sportivo
caratterizzati da un comune denominatore: lo smarrimento del senso più
profondo dello sport.

IL DOPING
INTRODUZIONE
Il fenomeno del doping sta assumendo sempre più importanza a livello
mondiale in seguito sia ai potenziali effetti nocivi sulla salute psicofisica degli
atleti, che ai crescenti interessi economici che lo sostengono.
Il “doping” è un comportamento che è possibile osservare sempre più spesso
nel mondo dello sport, che a volte si configura come una vera e propria
dipendenza e che appare caratterizzato da forti valenze e conseguenze
psicologiche.

1. LE MOTIVAZIONI AL DOPING

Il ricorso al doping è un comportamento deviante spesso plurimotivato.

Nell’ambito degli studi sul doping da steroidi, pubblicati dalla International


Society of Sport Psychology (1993), Anshel ha effettuato una classificazione
che può essere utile per analizzare la motivazione al doping in generale.
Secondo tale suddivisione possono essere distinte 3 principali categorie di
motivazioni che inducono gli atleti a ricorrere all’uso di sostanze dopanti:

a) CAUSE PSICOFISIOLGICHE

b) CAUSE PSICOLOGICHE ED EMOTIVE

c) CAUSE SOCIALI

Il primo tipo di motivazioni è strettamente legato alla volontà da parte di un


atleta di controllare, attraverso sostanze farmacologiche, il dolore, l’energia e
l’attivazione psicofisica, nonché dal desiderio di agevolare il controllo del peso
o il processo di riabilitazione dopo un infortunio.

La seconda categoria di cause motivazionali che possono indurre gli atleti al


doping è connessa con aspetti psicologici che possono riguardare soprattutto
l’area dell’identità e quella dell’autostima. In particolare, infatti, gli atleti che
ricorrono al doping possono essere spinti da paura di fallire, da sentimenti di
insicurezza sulle proprie capacità, dal desiderio di essere competitivo o più
semplicemente dalla ricerca di una perfezione psicofisica sovraumana.

A tal proposito, una ricerca condotta dal servizio “Telefono Pulito”, nel contesto
del progetto “Tallone d’Achille” coordinato dal servizio di Medicina Sportiva
dell’AUSL di Modena, ha messo in luce che i giovani più disponibili a fare
ricorso al doping sono soggetti già propensi a comportamenti dipendenti da
sostanze (uso di cannabis), con basso livello di autostima e fortemente tesi alla
ricerca del consenso da parte del gruppo dei pari.
Un altro studio condotto nelle province di Frosinone e Latina (Basso Lazio), e di
Napoli ed Avellino (Campania), da parte della Cattedra di Igiene dell'Università
di Cassino e del Servizio di Medicina dello Sport della Seconda Università di
Napoli, ha avuto lo scopo di valutare conoscenze, attitudini e comportamenti
degli atleti italiani nei confronti del doping. Anche questo studio ha sottolineato
l’elevata incidenza di cause psicologiche ed emotive tra le motivazioni al
doping, con una prevalenza di coloro che credono sia importante vincere a tutti
i costi e discrete percentuali di atleti che dichiarano che occorre vincere per
soddisfare le aspettative di altri (allenatori, genitori, ecc.). Inoltre, oltre il 10%
del campione considerato dichiara che assumerebbe farmaci per vincere o per
migliorare le proprie prestazioni.
Le cause sociali del doping sono rappresentate da tutte quelle forze che
agiscono sulla mente di uno sportivo, partendo dal gruppo e dalle relazioni o, in
modo più ampio, anche dalla società che ci circonda. Sempre più spesso,
infatti, un forte stimolo al ricorso a sostanze dopanti è legato alle pressioni del
gruppo, dei compagni di allenamento o di altre persone dell’ambiente sportivo,
perfino di elementi dello staff o degli sponsors. Ancora più subdola è l’azione
esercitata a livello psicologico dai modelli sociali di atleti di alto livello che,
attraverso questo comportamento scorretto, sono riusciti ad entrare in
classifiche ad alti livelli e ad entrare nel cuore dei tifosi.

2. LE CONSEGUENZE DEL DOPING SULLA PERSONALITA’ E SUL


COMPORTAMENTO DEGLI ATLETI

Le sostanze farmacologiche usate per migliorare le performances sportive,


oltre a produrre gravi scompensi fisici, possono generare in un atleta rilevanti
effetti a livello psicologico.

In particolare, le aree che sembrano più compromesse sono quella


comportamentale, quella relazionale e quella motivazionale, con effetti che
possono essere transitori o che possono dar luogo a disagi psicologici che
possono protrarsi anche dopo la fine della carriera.

I cambiamenti psicologici che avvengono in seguito all’uso di sostanze


dopanti sono stati studiati soprattutto tra i bodybuilders e suddivisi in tre
gruppi, sulla base sia del criterio “durata dell’assunzione” che di quello dell’
“entità delle dosi”.
1° gruppo: effetti precoci: comprende stati di euforia ed altri cambiamenti
dell'umore, caratterizzati da un aumento della fiducia in se stessi, dell'energia,
dell'autostima, ed un incremento dell'entusiasmo e della motivazione. In tale
fase diminuisce la stanchezza, migliora la capacità di sopportazione del dolore
e spesso compaiono sintomi di iperattivazione come l’insonnia, l’aumento
della libido, l’agitazione e l’irritabilità.
2° gruppo: effetti legati ad alte dosi: include perdita dell'inibizione e mancanza
di giudizio, con umore instabile e maniacale.
3° gruppo: effetti dopo assunzioni prolungate: racchiude tendenza ad essere
sospettosi, polemici, impulsivi e molto aggressivi. Talvolta, gli effetti
comportamentali possono essere particolarmente intensi ed aumentare fino a
sfociare nella violenza, ostilità, comportamento antisociale, generando la
cosiddetta "roid rage" (rabbia da steroidi). In alcuni casi questa rabbia può
portare ad azioni molto pericolose quali tentati suicidi od omicidi, a seconda
che venga rivolta verso il Sé o verso gli altri.
Come è evidenziato dalla classificazione degli effetti psicologici degli steroidi,
tali sostanze, come altri farmaci dopanti, possiedono grandi potenzialità di
seduzione legate agli effetti psicologici positivi descritti nella prima fase
dell’assunzione.

Tuttavia, la stessa classificazione sottolinea l’esistenza di altri effetti psicologici


negativi che si evidenziano solo quando ormai l’assunzione è in fasi più
avanzate. Tali conseguenze rappresentano un vero e proprio “effetto di
rimbalzo” e generano un crollo di tutte le abilità che precedentemente ci si è
illusi di possedere, comportando insonnia, diminuzione della libido, e della
concentrazione ed un contemporaneo aumento dell'ostilità e di pensieri
paranoici che tendono ad influenzare le prestazioni e la vita quotidiana. Non è
rara in questa fase l’osservazione della comparsa o di un aumento dei conflitti
relazionali e matrimoniali.

Inoltre, come insegna la psicologia del successo, le conseguenze psicologiche


del doping sono anche connesse alla possibilità di subire accuse, derisioni e
colpevolizzazioni da parte dell’opinione pubblica e dei tifosi di gruppi sportivi
contrapposti, come è accaduto nel corso di inchieste antidoping, che hanno
causato un crollo inesorabile dell’immagine pubblica (e dell’identità privata ad
essa strettamente intrecciata) di atleti vincenti.

3. IL DOPING COME “DIPENDENZA”

Un aspetto psicologico relativo al ricorso al doping è la dipendenza.

La dipendenza da sostanze dopanti è stata studiata e rilevata da Brower e coll.,


che hanno riportano una casistica di 24 giovani maschi sollevatori di pesi non
agonisti, che risultarono dipendenti, manifestando sintomi di astinenza
(depressione e stanchezza) alleviati dall'uso di steroidi. In tale studio, la
dipendenza fu evidenziata tramite questionari basati sui criteri che definiscono
la “dipendenza da sostanze” nel "Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi
Mentali" (DSM-IV).
In generale, i principali sintomi che mostrano la presenza di dipendenza dalle
sostanze dopanti assunte, secondo i criteri del DSM-IV, sono:

• assunzione più elevata di quella progettata;

• desiderio di diminuire o controllare la dose, nonostante l'incapacità di


farlo;

• frequenti intossicazioni o sintomi da astinenza in situazioni fisicamente


pericolose;

• gran parte di tempo speso in attività correlate all’assunzione delle


sostanze dopanti;

• l'uso continuato delle sostanze dopanti nasconde problemi causati o


peggiorati dall'uso degli stessi;

• aumenta la tolleranza e quindi sono richieste dosi sovraterapeutiche


sempre crescenti;

• si sviluppano sintomi d'astinenza quali depressione, stanchezza, cefalea


e ritardi psicomotori;

• gli steroidi sono usati per alleviare o evitare i sintomi d'astinenza.

I meccanismi psicologici di dipendenza sono spesso basati sul rafforzamento


sociale delle prestazioni ottenute o sul piacere di avere un corpo muscoloso
(rinforzo negativo dovuto alla paura di diventare magri).

4. MILLE MODI PER CONSIGLIARE E INCORAGGIARE IL DOPING

Quando si frequenta un club o una società sportiva, può accadere che, per
diverse ragioni (es. economiche e commerciali, di prestigio della società che
desidera atleti e squadre vincenti), ci si trovi di fronte al consiglio di assumere
farmaci o sostanze, più o meno naturali, volte a migliorare la prestazione o
l’aspetto fisico.

Ovviamente nessuno chiede “vuoi iniziare a doparti?”. Perciò, per evitare di


iniziare ad usare inconsapevolmente sostanze dannose per il corpo e la mente,
è necessario essere coscienti del fatto che spesso si ricorre a modi subdoli per
convincere gli atleti ad assumere sostanze dopanti, giocando sulla fiducia, sulla
voglia di vincere o sull’orgoglio con modi simili a quelli elencati si seguito
(estratti da La Trappola chimica, opuscolo Missione Salute, Ministero della
Salute e Ministero dell’istruzione, dell’università e della ricerca)

Es. 1: Se prendi questa sostanza diventerai presto un campione!

Es. 2: Tranquillo. L’ho presa anche io! Che ti credi, mica male!

Es. 3: Tutti lo fanno! Se solo tu non lo fai sarai sempre ultimo!

Es. 4: Hai paura che ti faccia male? Io pensavo che tu fossi un campione…

Es. 5: Non penserai mica che ti sto consigliando qualcosa di illegale!


Nel corso di interventi di prevenzione del doping è molto importante
sottolineare che quando si ha il dubbio su alcune proposte fatte in ambiente
sportivo, relative all’assunzione di sostanze, è importante parlarne con un
adulto di fiducia fuori dall’ambiente sportivo, eventualmente attivando dei
canali di informazione medica paralleli a quello sportivo (es. medico curante).

5. LA LOTTA CONTRO IL DOPING

La lotta al doping va perseguita attraverso due strade da percorrere


simultaneamente. Innanzitutto, è necessaria una repressione, maggiormente
affidata alle professioni legali e giuridiche, che favorisca esempi sociali di
punizione di modelli negativi.

Contemporaneamente, le professioni psicologiche, mediche, pedagogico-


educative devono seguire la strada della prevenzione ed educazione, mirando
alla diffusione di una nuova cultura volta a sottolineare che, al di là dei pochi e
superficiali effetti positivi attribuiti al doping, esistono numerosi, e spesso
cronici, effetti negativi legati a tale comportamento. Ciò che è particolarmente
auspicabile è il recupero di una “cultura del vero sport”, della “vera vittoria”,
per cui vincere significa prima di tutto mettersi in discussione con se stessi.

Bibliografia

AA.VV., Il Tallone di Achille. Come partecipare senza farsi male: una proposta di
lavoro contro il doping. In Medicina dello sport, 57, 173-174, giugno 2004.

AA.VV., La Trappola chimica, opuscolo Missione Salute, Ministero della Salute e


Ministero dell’istruzione, dell’università e della ricerca.
Brower KJ, Eliopulos GA, Blow FC et al. (1990), Evidence for physical and
physiological dependence on anabolic androgenic steroids in eight weight
lifters. In American Journal of Psychiatry,147,510-12.
Camoni l, Franco M, Pugliese L, Biondi M, Rezza G. Gli steroidi anabolizzanti
come sostanze d'abuso. Boll Farmacodip e Alcolism 1997, XX: 49-57.
Dragoni Graziella, 2001, Vincere senza doping, Editrice Elika.

Gerin Birsa M., 2004, Master on line di psicologia dello sport - quinta lezione.
Gerin Birsa M., Il problema del doping nel ciclismo, In
http://freeweb.supereva.com/preparazionealciclismo/il_problema_del_doping.ht
ml?p

TIFOSERIA SPORTIVA ED ULTRA’ A CONFRONTO


INTRODUZIONE
Il tifo sportivo è sempre stata una costante che ha accompagnato
spontaneamente, anche se con manifestazioni, intensità e proporzioni diverse,
le dispute sportive di ogni livello.
I sostenitori degli atleti sono, tuttavia, molto più diffusi e appassionati negli
sport di gruppo e di squadra, primo fra tutti il calcio.
Il comportamento del tifoso è stato oggetto di numerose indagini che hanno
fatto tesoro degli insegnamenti della psicologia dei gruppi e della psicologia
della motivazione, per cercare di spiegare un fenomeno che gli psicologi dello
sport cercano di comprendere meglio al fine di incoraggiare l’educazione ad
una sana tifoseria.

1. ELEMENTI SOCIALI DI CAMBIAMENTO NELLA TIFOSERIA SPORTIVA

Le connotazioni assunte dal tifo sportivo sono cambiate in relazione ad alcuni


elementi sociali e situazionali che, a loro volta, hanno la capacità di influenzare
alcune dinamiche psicologiche del sostegno sportivo.

Innanzitutto, un elemento sociale che ha subito un notevole cambiamento dai


primi del Novecento fino ad oggi concerne la trasformazione e la
moltiplicazione dei mezzi di comunicazione di massa, che ha aumentato le
possibilità di accesso ad essi e allo sport, con particolare importanza rivestita
da televisione e internet. La grande diffusione di questi mezzi di
comunicazione, in cui le notizie e gli eventi sportivi vengono trasmessi in
diretta e simultaneamente, ha dato luogo ad un fenomeno che è stato definito,
con particolare riferimento al calcio, “lo stadio virtuale” (Popolizio D., 2003),
per sottolineare il superamento dei vincoli spazio-temporali che è stato
consegnato al pubblico di tifosi dallo spopolare delle trasmissioni e notizie
sportive.

Un altro importante ingrediente della crescita e del cambiamento delle tifoserie


sportive è un fattore situazionale e logistico. Gli spazi disponibili per esercitare
il tifo, infatti, sono un altro elemento di trasformazione delle espressioni di tifo
sportivo. Dai pochi spazi ristretti, la crescita di tecnologie edili per realizzare
stadi e palazzetti sportivi sempre più capienti ha consentito la possibilità di
ospitare gruppi di tifosi sempre più forbiti. E dove il piccolo gruppo cresce, la
psicologia sociale ci insegna che esistono nuovi meccanismi psicologici che si
possono più facilmente innescare, soprattutto quando sono in gioco forti
emozioni e passioni alimentate da importanti aspetti della personalità dei tifosi.

2. INGREDIENTI PSICOLOGICI DELLA TIFOSERIA SPORTIVA

Non v’è dubbio che il tifo sportivo crescente ha assunto sempre maggiori
funzioni e significati che vanno oltre la simpatia per un atleta o una squadra.

Le forti emozioni suscitate nel tifoso, infatti, non sono meramente frutto
dell’ammirazione della prestazione altrui, ma un imponente fenomeno
psicologico radicato che può operare il soddisfacimento di diversi bisogni
attraverso un’identificazione vicaria con la squadra o con l’atleta
(Antonelli F., Salvini A., 1987).
Le identificazioni possibili in un tifoso permettono di affermarsi, di esprimere
pareri e giudizi, di mettere in scena il proprio “Io ideale”, soddisfacendo il
narcisismo di un Io che può esternare istinti ed emozioni in forme abitualmente
impossibili nella vita di tutti i giorni.

Il rischio di assistere a comportamenti che vedono la trasformazione del tifoso


in “ultrà” è stata spesso attribuita a fenomeni relativi alla cosiddetta
“psicologie de la foule” (Le Bon G., 1971), secondo la quale la situazione di
gruppo in cui si consuma il tifo può agevolare l’espressione di emozioni in
forme molto primitive, caratterizzate da perdita di coscienza, dalla sostituzione
dell’ “Io individuale” con l’ “Io di gruppo”, un processo regressivo che limita la
critica e la razionalità, favorendo il contagio emotivo e l’amplificazione delle
emozioni.

Questo può certamente aiutare a comprendere parzialmente la perdita di


controllo sul comportamento che ha caratterizzato alcuni eventi di cronaca
legati alla tifoseria sportiva e alla sua espressione violenta, distinta dalla
tifoseria pura e chiamata “ultrà”, proprio per sottolineare l’eccesso (Salvini A.,
2005).

Tuttavia, studi recenti (Popolizio D., 2003) hanno consentito di approfondire


meglio gli ingredienti della tifoseria, consentendo di comprendere, al di là della
psicologia dei gruppi, le motivazioni che permettono di disegnare due
profili distinti: quello del tifoso e quello dell’ultrà. In tale indagine,
attraverso la somministrazione parziale di una scala di autovalutazione della
personalità (l’Adjective Check List) e di una “Intervista del Tifoso” sono stati
esplorati diversi aspetti psicologici connessi alla tifoseria non violenta, che sono
stati poi confrontati con la tifoseria ultrà. Più precisamente, attraverso il primo
strumento sono stati valutati i bisogni di successo, autoaffermazione,
affiliazione, esibizione, aggressione, autocontrollo, autostima e comando. Con
l’intervista, invece, si sono esplorate tre aree: l’atteggiamento e il significato
psicologico del calcio, nonché il ruolo sociale attribuito al tifo calcistico.

I risultati consentono di osservare che le tifoserie non caratterizzate da


fanatismo sono mosse soprattutto da bisogni di autoaffermazione (57.75%), di
autostima (57.44%) e di successo (54.40%). Ciò risulta estremamente
differente rispetto ai bisogni evidenziati nelle tifoserie ultrà, in cui spiccano
anche bisogni di affiliazione (adesione a gruppi fortemente coesi e con
comportamenti e modi di agire stereotipati), bisogni di esibizione (manifestati
spesso attraverso controversie), bisogno di comando (opposizione alle forze
dell’ordine), scarso autocontrollo (tendenza a infrangere regole) ed elevata
aggressività (ricorso a comportamenti dannosi).

L’aggressività non è molto al di sotto della media anche nella tifoseria positiva
e ciò ha portato ad ipotizzare che tale bisogno possa essere proprio la chiave
della tifoseria che, se mantenuta entro certi limiti comportamentali,
rappresenterebbe una vera e propria “ritualizzazione dell’aggressività” con un
importante ruolo sociale.

Al contrario, l’ultrà si configura come un individuo pronto a soddisfare i suoi


marcati bisogni, indossando periodicamente la sua identità da stadio o
palazzetto, tifando non “per qualcosa” (un atleta o una squadra), ma “contro
qualcosa o qualcuno” (gli avversari).

Sulla base di quanto discusso fin qui sembra, dunque, che la tifoseria positiva
possa configurarsi come un “grande specchio”, una delle tante possibili
esperienze del difficile processo di costruzione d’identità. Laddove la
complessità attuale rende difficile all’individuo affermarsi direttamente, egli
può scoprire la possibilità di identificarsi con personaggi di successo e il modo
di distinguersi da altri scoprendo dentro di sè, attraverso il tifo, un sentimento
di unicità e di vittoria.

Bibliografia

Antonelli F., Salvini F., 1987, Psicologia dello sport, Edilombardo, Roma.
Popolizio D., 2003, Fra stadio reale e stadio virtuale. In Psicologia
Contemporanea, 179, 38-45.
Colovic I., 1999, Campo di calcio, campo di battaglia, Mesogea Gem, Messina.

Salvini A., 1988, Il rito aggressivo, Giunti, Firenze.

Salvini A., 2004, Ultrà. Psicologia del tifoso aggressivo, Giunti, Firenze.